I
Non potete mai dire che cosa farà un ubriaco irlandese. Potete azzardare una o cento ipotesi, a cominciare dalle più probabili, che sono facili da indovinare: cercarsi ancora da bere, attaccar briga con qualcuno, tenere un discorso, salire su un treno… per poi continuare con le più difficili: comperare un fascio di bandiere del suo paese, mettere nel caffè una barbabietola al posto dello zucchero, danzare coi veli, cantare l’inno nazionale o rubare un oboe. Così arriverete all’ipotesi meno probabile di tutte: che lui prenda una decisione e la mantenga.
So benissimo che è incredibile, eppure è successo. Un tipo che si chiamava Sweeney, una volta, a Chicago, lo fece. Prese una decisione e per portarla a termine dovette tenersi a galla in un mare di sangue e di caffè nero, però la spuntò. Forse non era quella che la gente normale chiama una «saggia» decisione, ma questo non importa. Importa che l’incredibile avvenne.
Ora dobbiamo fare molta attenzione, perché la verità non corrisponde mai ai modelli convenzionali. Come, ad esempio, «un irlandese ubriaco»: questo è un modello, se ce n’è uno, ma di rado la verità è tanto semplice.
Il tipo in questione si chiamava Sweeney veramente, ma era irlandese solo per cinque ottavi e sbronzo solo per tre quarti. Questo è il punto più vicino alla verità cui possa arrivare il modello, e se qualcuno non è soddisfatto, è meglio che smetta di leggere. Se non smettete adesso, forse in seguito vi dispiacerà, perché non è una storia simpatica. Ci sono assassinii, donne e alcol, dissipazioni e abusi. C’è un assassinio prima ancora che incominci la storia vera e propria, e ce n’è uno dopo che è finita; si comincia subito con una donna nuda e si finisce ancora con una donna nuda. Si tratta indubbiamente di un bel principio e di una bella fine, ma tutto quel che vi corre in mezzo non è affatto bello. Non mi dite che non vi ho avvertito in tempo. Ora, se leggete ancora, torniamo a Sweeney.
In una notte d’estate, Sweeney sedeva su una panchina del parco, accanto a Dio. A Sweeney, Dio piaceva, anche se non molti altri la pensavano come lui: Dio era un vecchio secco e dinoccolato, con una barba corta e arruffata, macchiata di nicotina. Il nome intero era Diomede e dico «il nome intero» a ragion veduta, perché nessuno, nemmeno Sweeney, sapeva se fosse il nome o il cognome. Era pazzo, ma non del tutto. Non più di quanto lo siano in genere a quell’età i vagabondi che vivono nei quartieri nord di Chicago e che col bel tempo ciondolano in giro per Bughouse Square. (Bughouse vuol dire casa delle cimici e la piazza viene chiamata anche in modo diverso, ma molto meno appropriato.) Bughouse si trova fra Clark Street e Dearborn Street, a sud della Newberry Library. Questa è la sua posizione orizzontale; verticalmente parlando, è molto più vicina all’inferno che al paradiso. Voglio dire che è illuminata in alto dalle luci dei lampioni, ma è scura in basso per le ombre dei relitti umani che durante l’intera notte occupano le sue panchine.
Erano le due di una notte d’estate, e Bughouse Square taceva, ormai quieta. Gli oratori improvvisati delle notti estive si erano allontanati, e la folla di vagabondi occasionali da un pezzo dormiva nelle proprie case: gli uomini dormivano sull’erba e sulle panchine. Avevano le stringhe delle scarpe ben legate con una serie di nodi robusti per assicurarsi che nessuno durante la notte gli portasse via le scarpe. Il possibile furto di denaro dalle loro tasche invece era l’ultima preoccupazione: non ne avevano. Ecco per che dormivano.
— Dio — disse Sweeney — ho voglia di bere. — E spinse indietro di due dita il poco pregevole cappello sulla sua testa altrettanto poco pregevole.
— Anch’io — disse Dio — ma non abbastanza per muovermi di qui.
— Adesso ricomincia la storia — brontolò Sweeney.
Dio sogghignò lievemente e rispose: — È vero, Sweeney. Lo sai benissimo. — Ed estratto di tasca un informe pacchetto di sigarette, ne diede una a Sweeney, accendendone un’altra per sé.
Sweeney aspirò profondamente: fissava la figura addormentata sulla panchina di fronte a lui, poi alzò un poco gli occhi alle luci di Clark Street. Aveva gli occhi appannati per l’ubriachezza, e le luci gli apparivano vaghe, per quanto sapesse che non lo erano in realtà. Non c’era un soffio d’aria ed egli si sentiva caldo e sudato, come il parco, come la città intera. Si tolse il cappello e si fece vento, poi un impulso di semiubriaco lo costrinse a tener fermo il cappello e a studiarlo attentamente. Tre settimane prima era stato un cappello nuovo: lo aveva comperato quando era ancora al “Blade”. Adesso aveva un’aria assurda, diversa da ogni altra cosa al mondo; ci era passata sopra un’automobile, era ruzzolato in un rigagnolo fangoso, ci si erano seduti e ci avevano camminato sopra. Era l’immagine di come si sentiva Sweeney.
Egli disse: — Dio — ma non si rivolgeva a Dio. Né d’altronde a nessun altro. Si rimise il cappello in testa e aggiunse: — Vorrei poter dormire — e, alzandosi dalla panchina: — Faccio quattro passi in giù. Vieni?
— Per perdere la panchina? — domandò Dio. — No. Credo che dormirò. Ci vediamo dopo. — E si accomodò di fianco sulla panchina, col braccio piegato sotto la testa.
Sweeney borbottò qualcosa e si allontanò verso Clark Street. Camminò nella notte giù per la strada, oltre Chicago Avenue. E, passando davanti ai bar, provò il desiderio di avere in tasca di che pagarsi da bere. Un poliziotto, passandogli accanto, lo salutò: — Ehi, Sweeney — e Sweeney rispose con un: — Ehi, Pete — ma non si fermò. Ripensava al ragionamento preferito da Dio, e pensandoci doveva ammetterlo: “Il vecchio pazzo ha ragione: non si riesce a ottenere quel che si desidera, se non lo si vuole con sufficiente intensità”. Avrebbe potuto facilmente farsi prestare da Pete un mezzo dollaro o un dollaro, se proprio avesse voluto bere. Forse domani il desiderio sarebbe stato così forte. Adesso ancora no, anche se si sentiva come una corda di violino accordata a un tono troppo alto. Dannazione, perché non aveva fermato Pete? Aveva bisogno di bere, bisogno di quei tre bicchieri d’alcol che lo portassero all’ultimo stadio dell’ubriachezza e gli permettessero finalmente di dormire. Quando aveva dormito l’ultima volta? Cercò di ricordarselo, ma le cose erano tutte confuse. E dove aveva dormito? Doveva essere stato in uno spiazzo sull’Huron ed era stato di notte, ma quale notte? Ieri o l’altro ieri o il giorno precedente? E ieri che cosa aveva fatto?
Passò davanti all’Huron e gli balenò la possibilità di arrivare al Loop, dove era probabile che qualcuno dei ragazzi del “Blade”, a zonzo per la piazza, gli prestasse qualcosa. Ma questa volta, durante la sbornia in corso, era già stato laggiù? Al diavolo la nebbia del suo cervello. Fino a che punto era «andato», adesso? Era ancora in condizioni tali da presentarsi al Loop?
Guardò lungo la fila delle vetrine, finché ne trovò una dove specchiarsi. Si studiò un poco e decise che non aveva poi un’aria troppo malconcia né troppo ubriaca. Il cappello era informe, non aveva cravatta e il vestito era naturalmente un cencio, però, tutto sommato… Si avvicinò di un passo alla vetrina e subito desiderò di non averlo fatto, perché così da vicino si vedeva nella nuda realtà: gli occhi arrossati e cisposi, la barba di tre o quattro giorni e il colletto della camicia disgustosamente sudicio. Il colletto di una camicia che una settimana prima era stata bianca. E scorgeva tutte le macchie sul vestito. Si voltò dall’altra parte e riprese a camminare. Ora sapeva di non potersi mostrare ai ragazzi del giornale, non al punto in cui era ridotto. Prima sì, quando aveva ancora un aspetto decente, o forse dopo, quando non gli sarebbe più importato nulla del suo aspetto. E, rendendosi conto che sarebbe arrivato senza rimedio a quel punto entro pochi giorni, si mise a imprecare contro se stesso, odiandosi e odiando di riflesso tutto e tutti al mondo.
Nella notte percorreva Ontario Street, protestando ad alta voce, senza neppure accorgersene. Vedeva se stesso e si osservava. Il Grande Sweeney Che Cammina Nella Notte, e cercava di allontanare quell’immagine dalla sua mente, senza riuscirvi. Aveva fatto male a specchiarsi, ma c’era anche qualcosa di peggio: ora che si osservava, sentiva anche l’odore della sua persona, l’afrore del corpo su cui il sudore si era irrancidito. Non si era tolto quei vestiti da… da quando la padrona di casa rifiutava di consegnargli la chiave della sua camera?
Ohio Street. Diavolo, non doveva dirigersi più a sud, o sarebbe finito al Loop. Perciò voltò verso est. Dove stava andando? E che importava? Forse, camminando a lungo, si sarebbe stancato tanto da riuscire a dormire. Però era bene che restasse nei paraggi della piazza, così da avere un posto dove lasciarsi cadere, appena il sonno fosse arrivato.
All’inferno! Avrebbe fatto qualsiasi cosa per un bicchierino; qualsiasi, tranne, naturalmente, incontrare una persona conosciuta.
Sul marciapiede camminava verso di lui qualcuno: un bel ragazzo con una magnifica giacca a quadri. I pugni di Sweeney si strinsero. Che probabilità aveva di colpire il bel ragazzo, strappargli il portafoglio e scappare per un vicolo? Ma non si era mai provato in simili imprese e le sue reazioni erano troppo lente. Davvero troppo lente: il bel ragazzo, costeggiando il marciapiede, aveva girato l’angolo ed era scomparso, prima che Sweeney avesse finito di raccogliere le idee.
Un’auto giunse procedendo a passo d’uomo lungo il marciapiede. Sweeney riconobbe un’auto d’ordinanza della polizia, occupata da due massicci poliziotti, e gli parve di svenire al pensiero del pericolo corso. Si concentrò tutto nel tentativo di camminare diritto, con l’aspetto sobrio e normale. Accorgendosi poi che stava ancora imprecando contro se stesso, tacque di botto, riflettendo che sarebbe stato supremamente sciocco farsi fermare dagli agenti proprio in quel momento, così da trovarsi ad affrontare un avvenire privo di qualsiasi tipo di beveraggio. Nel frattempo, l’auto era passata senza fermarsi.
All’angolo di Dearborn Street, Sweeney esitò un attimo, poi si diresse di nuovo a nord, per State Street. Lungo la via rumoreggiò un autocarro, strombazzando come se annunciasse la fine del mondo. Lo seguì un taxi, diretto a sud, e Sweeney per un minuto prese in considerazione la possibilità di fermarlo e di farsi portare al bar Randolph, pregando l’autista di aspettarlo mentre lui sarebbe entrato a chiedere un prestito a qualcuno. Però, dato il suo aspetto, il taxi non si sarebbe forse fermato… e, comunque, mentre lui stava meditando, era già scomparso.
Voltò deciso in State Street. Dopo aver costeggiato l’Erie, ora camminava lungo l’Huron e si sentiva un po’ meglio. Non molto, solo un poco meglio di prima. Era arrivato alla Superior Street e pensò con ironia a se stesso. Sweeney il Superiore… Sweeney Che Cammina Nella Notte e Nel Tempo…
Fu in quel momento, quasi all’improvviso, che gli apparve la folla raccolta all’ingresso di un edificio, a pochi metri da lui. Non era una folla numerosa: una dozzina circa di persone variamente assortite, quella strana e particolare specie di personaggi che può raccogliersi in State Street alle due e mezzo di mattina, per scrutare attraverso una vetrata chiusa nell’atrio di un edificio. Si udiva anche nel silenzio un curioso rumore che Sweeney non riusciva a identificare con precisione. Era una specie di brontolio selvaggio e animalesco.
Sweeney non affrettò il passo: probabilmente, pensò, si trattava di un ubriaco, che era caduto per terra o era stato ferito e ora giaceva incosciente, o morto, in quell’atrio, in attesa che un’ambulanza arrivasse a raccoglierlo. Ed era altrettanto probabile che giacesse in una pozza di sangue, dato che, se fosse stato semplicemente morto, non si sarebbe formata una folla di dodici persone a osservarlo: gli ubriachi abituali sono fin troppo comuni e conosciuti in quel quartiere di Chicago. Il sangue non attirava Sweeney: nella sua carriera di cronista aveva visto tanto sangue da esserne ormai nauseato. Sarebbe bastata la volta in cui aveva seguito i poliziotti nella sala da gioco di Townsend Street dove si svolgeva un’amichevole riunione a base di rasoi…
Perciò proseguì per la sua strada, oltre il gruppetto di persone, senza nemmeno gettare un’occhiata all’oggetto del loro interesse. Le aveva ormai quasi del tutto superate, quando qualcosa di strano colpì la sua attenzione, costringendolo suo malgrado a fermarsi: dei suoni e il silenzio.
Il silenzio strano era quello che regnava sulla piccola folla (ammesso che una dozzina di individui possa esser chiamata una folla quando si stringe su due file compatte intorno a una porta d’ingresso larga due metri) e, quanto ai suoni, uno era la sirena di un’auto della polizia, che giungeva lungo la Chicago Avenue in procinto di voltare l’angolo di State Street. Sweeney immaginò allora che nell’atrio dell’edificio giacesse il «corpo del delitto», nel qual caso non sarebbe stato opportuno che i poliziotti lo vedessero allontanarsi dalla scena del delitto, poiché lo avrebbero subito acchiappato per interrogarlo. Se invece uno resta incantato a guardare e a farsi spingere via dagli agenti, con la raccomandazione di spicciarsi a circolare, allora può andarsene tranquillamente. L’altro suono che fermò Sweeney era il ripetersi del verso che aveva udito prima e che ora si sentiva ancora più chiaramente, al di sopra del silenzio della folla e frammisto all’ululato della sirena: si trattava realmente del brontolio di un animale.
Considerati tutti questi motivi, qualunque conseguenza sia in seguito nata dal suo gesto, non potrete biasimare Sweeney se si fermò a guardare.
Com’era logico, non riusciva a scorgere nulla, oltre le schiene di quella dozzina di spettatori assortiti. Né poteva udire niente, eccetto il brontolio selvaggio davanti a sé e la sirena alle sue spalle, mentre l’auto della polizia girava l’angolo.
In quel momento, fosse per il suono della sirena, o fosse per il ringhio dell’animale, alcuni degli spettatori al centro del gruppo si ritirarono dalla porta a vetri dell’edificio, e Sweeney la scorse chiaramente e insieme vide al di là della vetrata. Non si vedeva bene, perché l’atrio non era illuminato se non dalla pallida luce dei lampioni stradali, che penetrava fin nell’interno. Scorse anzitutto il cane, perché era il più vicino alla porta, con la testa diritta a guardar fuori. Cane? Dato che si era a Chicago bisognava considerarlo tale, ma se lo aveste incontrato in un bosco, l’avreste creduto un lupo e anche un lupo di dimensioni e ferocia ragguardevoli. Stava rigido sulle zampe, a un metro circa dalla vetrata: il pelo del collo irto, le labbra stirate in un ringhio prolungato, che gli scopriva i denti lunghi un pollice, e gli occhi d’un bagliore giallo nell’ombra.
Quando quello sguardo giallo, apertamente selvaggio, si incrociò ostile col suo sguardo stanco, Sweeney rabbrividì un poco e volse gli occhi altrove, a disagio, sentendo quasi scomparsa l’ubriachezza. La belva lo fissava ed egli guardò invece l’oggetto che giaceva sul pavimento, dietro al cane, nella parte laterale dell’atrio. Era una figura di donna, col viso contro terra. E la definizione «figura» è usata appositamente. Anche nella penombra, le spalle candide splendevano, uscendo da un abito bianco, senza spalline: un abito da sera di raso, che accompagnava morbidamente ogni meravigliosa linea del corpo, le linee almeno che sono visibili di un corpo di donna giacente bocconi, così che Sweeney al vederla restò senza respiro.
Il volto non era visibile, perché la figura gli mostrava soltanto la nuca bionda dai capelli corti, ma lui «sapeva» con certezza che quel volto sarebbe stato meraviglioso. Doveva esserlo, poiché nessuna donna può avere un corpo così bello, senza che anche il viso gli si accordi.
Gli parve che la donna si fosse mossa, sebbene quasi impercettibilmente. Il cane ringhiò ancora con un tono basso in contrasto con lo stridio acuto dei freni dell’auto che si fermava in quel momento all’angolo della strada. Senza voltarsi, Sweeney udì aprire gli sportelli della vettura e sentì i passi pesanti degli agenti. Una mano sulla spalla di Sweeney lo spinse da parte in maniera brusca, mentre una voce domandava, con tono sbrigativo e pratico: — Che succede? Chi ha telefonato?
La domanda non era rivolta a Sweeney ed egli non rispose né si voltò. Nessuno dei presenti rispose.
Sweeney aveva barcollato all’urto, ma riprese il suo equilibrio e continuò a scrutare nella profondità dell’atrio.
L’agente in divisa blu accanto a lui accese la torcia elettrica che teneva in mano e proiettò un fascio di candida luce nell’oscurità dell’atrio, illuminando il luccichio giallo negli occhi selvaggi del cane e lo splendore dorato dei capelli della donna, insieme al bagliore bianco delle spalle e dell’abito di lei. Alla visione del quadro che gli si presentava, l’agente trattenne il fiato con un leggero fischio significativo e non pose altre domande. Avanzò di un passo e raggiunse la maniglia della porta.
Il cane interruppe il ringhio e si accucciò pronto a balzare in avanti, in un silenzio peggiore del sinistro brontolio di prima. L’uomo in divisa blu lasciò la maniglia, come se fosse incandescente. — All’inferno! — esclamò, e infilò la mano nella tasca interna della giacca, ma non estrasse la rivoltella. Invece si rivolse di nuovo alla piccola folla dei presenti. — Che cosa succede? Chi ci ha telefonato? Quella donna è ubriaca, o sta male, o che cos’ha?
Nessuno rispose. Interrogò ancora. — Il cane è suo?
Nessuna risposta di nuovo. Un uomo vestito di grigio era accanto all’agente in divisa blu e gli consigliò: — Prènditela calma, Dave. Se possiamo farne a meno, cerchiamo di non ammazzare la bestia.
— Bene — rispose la Divisa Blu. — Allora tu apri la porta e trattieni il cane, mentre io mi occupo della donna. Comunque, quello non è un cane: o è un lupo o è un demonio!
— Allora… — L’Abito Grigio alzò una mano verso la maniglia e la ritirò rapidamente alla vista del cane che di nuovo si preparava allo slancio, digrignando le zanne.
Divisa Blu sogghignò, domandando: — Ma la telefonata che cosa diceva? Hai risposto tu…
— Soltanto che in questo atrio c’era una donna sdraiata per terra: del cane non ha parlato. Il tipo in questione chiamava dal bar all’angolo nord della strada e ha detto anche il nome.
— Cioè ha detto un nome… — replicò sarcastico Divisa Blu. — Vedi, se fossi sicuro che la ragazza è solo ubriaca fradicia, potremmo chiamare la protezione animali per tirar fuori la bestia, perché loro son capaci di farlo. A me i cani piacciono: e non ho nessuna voglia di ammazzare quello lì. Molto probabilmente la donna è la sua padrona e lui cerca di proteggerla.
— Cerca un corno — brontolò Abito Grigio. — È maledettamente deciso. Anche a me piacciono i cani: ma quello lì non giurerei che è un cane… Bene… — Abito Grigio cominciò a togliersi la giacca. — Coraggio, io mi giro questa intorno al braccio e tu apri la porta, così, quando il cane mi salta addosso, io lo prendo con il calcio della…
— Guarda: si muove!
Infatti la donna si muoveva: alzava la testa. Si sollevò appena sulle mani (e Sweeney notò che calzava dei guanti bianchi lunghi sino al gomito) e alzò la testa finché gli occhi furono colpiti in pieno da un fascio luminoso della torcia elettrica. Il volto era meraviglioso, un volto in cui gli occhi fissavano sbarrati il vuoto, senza vedere.
— È fradicia addirittura — osservò Divisa Blu. — Guarda, Harry, tu potresti ammazzare il cane anche con il calcio della rivoltella e certamente poi qualcuno farebbe un putiferio. Anche la ragazza si metterebbe a farlo, una volta smaltita la sbornia. Invece, io aspetto qui di guardia e tu vai al posto di polizia più vicino e gli dici di far venire qua qualcuno della protezione animali con una rete o quel diavolo che adoperano loro, e…
In quel momento, dalle gole dei presenti uscì un suono strozzato, tanto strano che Divisa Blu tacque di botto come se gli avessero messo una mano sulla bocca. Qualcuno sussurrò, in modo quasi impercettibile, la parola «sangue».
Faticosamente, come in un incantesimo, la donna cercava di alzarsi. Aveva ripiegato le ginocchia sotto il corpo e si tirava su facendo leva sulle braccia tese. Il cane accanto a lei si mosse rapidamente e Divisa Blu con una bestemmia estrasse la pistola dalla fondina appesa alla spalla, mentre il muso dell’animale si avvicinava al volto della donna. Ma prima ancora che la pistola fosse pronta, il cane aveva leccato uggiolando il viso della padrona, con la lunga lingua rossa. Altrettanto rapidamente, vedendo che i due poliziotti si erano avvicinati alla porta, il cane si raccolse in posizione di slancio e ringhiò ferocemente. La donna continuava nel suo sforzo per alzarsi e ormai era visibile a tutti il sangue: una macchia allungata sull’abito bianco, sopra l’addome, nitidissima sul bianco dell’abito. E nel cono di luce, che rendeva la scena simile a una rappresentazione su un palcoscenico o a un’immagine proiettata su uno schermo televisivo alla mostra degli orrori, era chiarissimo lo squarcio lungo cinque pollici al centro della macchia.
Abito Grigio mormorò: — Gesù, una pugnalata! È lo Squartatore.
Sweeney venne spinto di fianco mentre i due agenti si avvicinavano di più. Egli si spostò girando intorno, per guardare sopra le loro spalle. Aveva dimenticato il progetto di andarsene al più presto possibile; in quel momento si sarebbe potuto allontanare senza che nessuno gli prestasse attenzione, ma non lo fece. Abito Grigio era ancora con la giacca mezzo infilata e mezzo no, agghiacciato nel gesto dall’improvvisa scoperta. Con un movimento brusco la rimise a posto strofinando le spalle contro il mento di Sweeney. Poi rapidamente: — Telefona per una ambulanza e per la squadra omicidi, Dave. Io cerco di prendere il cane.
Mentre dalla fondina estraeva la rivoltella, la sua spalla urtò di nuovo contro il mento di Sweeney. Poi la voce dell’agente risuonò improvvisamente calma, mentre impugnava la rivoltella. — Afferra la maniglia, Dave. Il cane ti salterà addosso e io avrò la mira sicura. Credo di riuscire a prenderlo.
Ma non alzò la rivoltella e Dave non toccò la maniglia. Perché stava accadendo la «cosa» incredibile, la «cosa» che Sweeney non avrebbe mai più dimenticato, e nessun’altra delle quindici o venti persone presenti avrebbe mai dimenticato.
La donna nell’atrio aveva ora la mano sul muro, accanto alla fila delle cassette postali e dei campanelli. Stava ancora sforzandosi per raggiungere la posizione eretta e appoggiava a terra un ginocchio. Il fascio abbagliante della luce la incorniciava come il riflettore di un palcoscenico, rivelando crudamente il candore dell’abito, dei guanti e della pelle e il rosso della macchia di sangue. Gli occhi erano sempre sbarrati. E Sweeney pensò che doveva essere soprattutto per lo choc, dato che una simile ferita di coltello non doveva essere molto grave né molto profonda perché altrimenti avrebbe sanguinato molto più abbondantemente. La donna chiuse gli occhi e vacillando si alzò lentamente in piedi. E l’incredibile avvenne.
Il cane si spostò dietro di lei e si drizzò sulle zampe posteriori, senza nemmeno sfiorarla con quelle anteriori, mentre il muso si avvicinava alla schiena di lei e coi denti cercava e trovava qualcosa sul bianco abito scollato e lo tirava verso l’esterno e verso il basso. Il «qualcosa», come si scoprì in seguito, era una nappina di seta bianca, attaccata all’estremità di una lunga chiusura-lampo.
L’abito scivolò a terra, formando intorno ai piedi di lei un cerchio di seta bianca. Sotto il vestito la donna non indossava nulla, assolutamente nulla.
Per un tempo imprecisato, che parve durare eterni minuti e che forse non fu più di dieci secondi, niente e nessuno si mosse. Nulla accadde, tranne un lieve tremolio della torcia nelle mani dell’agente.
Poi le ginocchia della donna si ripiegarono sotto il peso e lei lentamente si abbandonò a terra, senza cadere, solo afflosciandosi come chi è troppo stanco per restare ancora in piedi, in mezzo al bianco cerchio di seta che le aveva fatto da piedestallo.
D’improvviso, allora, accaddero cento cose insieme. Prima di tutto, Sweeney riprese fiato. Poi Divisa Blu puntò con cura la rivoltella contro il cane e premette il grilletto. Il cane ebbe un sobbalzo, poi ricadde e giacque immobile nell’atrio, mentre Divisa Blu entrava, ordinando ad Abito Grigio: — Chiama l’ambulanza, Harry. E lega le gambe di quella maledetta bestia; non credo di averla ammazzata, dev’essere solo ferita.
A questo punto, Sweeney si ritrasse e nessuno gli prestò attenzione, mentre si allontanava verso nord al Delaware e voltava a ovest verso Bughouse Square.
Diomede non sedeva sulla panchina, ma non doveva essere lontano, perché la panchina era ancora vuota e nelle notti d’estate le panchine non restano vuote a lungo. Sweeney sedette ad aspettare il vecchio.
— Ehi, Sweeney — disse Dio, sedendo accanto a lui — ho preso un mezzo litro. Ne vuoi un sorso?
Era una domanda tanto sciocca, che Sweeney non si scompose nemmeno a rispondere, tranne che stendendo la mano. D’altronde, neanche Dio si era aspettato una risposta e già gli porgeva la bottiglia. Sweeney ne bevve una lunga sorsata.
— Grazie — disse. — Santi, se era bella, Dio. Era la più fantastica ragazza… — e bevve un altro sorso, più breve, prima di restituire la bottiglia. — Darei il braccio destro…
— Chi? — domandò Dio.
— La ragazza. Stavo andando giù per State Street e… — S’interruppe, comprendendo che gli sarebbe stato impossibile raccontare l’accaduto. — Lasciamo andare. Come hai fatto a trovare il whisky?
— Sono andato laggiù: te l’avevo detto che potevo benissimo trovar da bere, se proprio ne avessi avuto voglia. Prima invece non ne avevo voglia abbastanza. Si può ottenere tutto quel che si vuole, a patto che lo si voglia sul serio.
— Storie — rispose Sweeney, meccanicamente, poi improvvisamente rise. — Si può ottenere tutto?
— Qualunque cosa tu desideri — ripeté Dio, con tono dogmatico. — È la cosa più facile del mondo, Sweeney. Prendi i ricchi, per esempio: è la cosa più facile del mondo, e chiunque può diventare ricco. Tutto quel che è necessario è desiderare il denaro con tale violenza, in modo che esso acquisti per te maggior importanza di qualunque altra cosa. Tu concentri tutto sul denaro e lo ottieni. Se invece ci sono altre cose che desideri allo stesso tempo, non riesci ad averlo.
Sweeney sorrise: si sentiva leggero e in ottime condizioni. Quel lungo sorso era stato proprio quel che ci voleva. E voleva stuzzicare un po’ il vecchio sul suo argomento preferito.
— E con le donne? — chiese.
— Cosa significa con le donne? — Gli occhi di Dio erano torbidi perché stava ubriacandosi e nella sua pronuncia riaffiorava il dialetto bostoniano, come sempre quando era brillo. — Vorresti dire se puoi ottenere una certa donna che desideri in modo speciale?
— Sì — assentì Sweeney. — Immagina per un momento che ci sia una data ragazza con cui vorrei passare una notte. Potrei riuscirci?
— Se tu ne avessi veramente il desiderio, certo che potresti. E tanto più certo se tu punti su quell’unico obiettivo con tutti i tuoi sforzi. Perché non dovresti?
Sweeney rise di nuovo e appoggiò indietro la testa, a contemplare il verde cupo delle foglie d’albero sopra di lui. La risata si mutò in un sorriso ed egli, toltosi il cappello, prese a farsi vento. Scrutò il cappello come se non lo avesse mai visto prima e cominciò a spolverarlo con la manica della giacca e a ridargli la forma primitiva di cappello.
Dio dovette ripetere due volte la sua domanda, prima che egli lo udisse, tanto era assorto. Non che non fosse una domanda sciocca per cominciare il discorso e Dio non si aspettava neppure una risposta, a parole. Gli stava semplicemente porgendo la bottiglia. Ma Sweeney non la prese. Si rimise in testa il cappello e, alzandosi, ammiccò a Dio e lo ringraziò. — No, grazie, vecchio mio. Ho un appuntamento.
II
All’alba tutto appariva diverso, come sempre. Sweeney aprì gli occhi in una afosa, grigia alba silenziosa; le foglie pendevano senza vita dagli alberi sopra di lui e la terra su cui giaceva era dura, così che tutto il suo corpo ne dolorava. Aveva la bocca cattiva, che sembrava impastata con qualcosa di innominabile, innominabile nel libro, voglio dire, non per Sweeney. Egli infatti la nominò, poi si passò la lingua sulle labbra per inumidirle, inghiottendo più volte.
Si strofinò gli occhi con le mani sporche e tirò una bestemmia a un uccello che sull’albero vicino faceva un chiasso del diavolo. Si alzò a sedere, piegato in avanti, col viso tra le mani, pungendosi le dita con la barba ruvida. Un autocarro che passava per Clark Street fece un fracasso pari a quello di un terremoto, o della fine del mondo. Non di più, ma pari senz’altro.
Se svegliarsi non è mai piacevole, qualche volta riesce addirittura orribile. Quando si sono accumulate due settimane di sbornie, è orribile. Ma l’unico rimedio, come Sweeney sapeva benissimo, stava nel muoversi, senza restar seduto a soffrire, senza distendersi sul terreno duro e cercare di riaddormentarsi, perché in quello stato non si riesce a riaddormentarsi. Finché uno non riesce a orientarsi è un inferno completo, quando poi si è svegliato e orientato è un inferno per metà, fino a che non ci si riempie lo stomaco con un po’ di alcol. Allora tutto va bene. Cioè, bisogna chiederselo: va bene?
Sweeney respinse il terreno che sembrava trattenerlo a sé e si drizzò in piedi. Le gambe funzionavano, lo portarono fuori del prato, sull’asfalto, fino alla panchina, dove Diomede ancora dormiva tranquillo con un russare sommesso. Accanto a lui giaceva la bottiglia vuota.
Sweeney spinse indietro i piedi di Dio e sedette sull’orlo della panca. Appoggiando il mento pungente di barba sulle mani sporche, si chinò coi gomiti sulle ginocchia, ma non chiuse gli occhi. Riuscì a tenerli aperti, mentre si domandava se il peggio fosse ormai passato. La donna e il cane. Non aveva mai sofferto di allucinazioni fino ad allora.
La donna e il cane. Non poteva crederci. Era una di quelle pochissime cose che non possono accadere nella realtà. Perciò non era accaduta. Questa doveva essere la conclusione. Stese una mano davanti a sé per osservarla e vide che tremava notevolmente, ma non peggio delle altre volte. La riappoggiò sulla panchina e facendo leva sulle braccia riuscì ad alzarsi. Le gambe funzionavano ancora, se ne servì per attraversare la piazza e giungere a Dearborn Street e poi fino a Chicago Avenue. Più che un uomo era un dolore in cammino. I freni di un taxi stridettero nello scarto per evitare d’investirlo: attraversava la strada senza nemmeno guardare intorno, e l’autista gli urlò qualche improperio incomprensibile. Sweeney arrivò fino a State Street e proseguì in direzione sud. Percorse i tre quarti di un isolato e si trovò davanti al «portone». Si fermò a fissarlo intensamente, poi si accostò ai vetri e guardò nell’interno: era piuttosto buio, ma riusciva a vedere fino alla porta all’altra estremità dell’atrio.
Un piccolo strillone gli si fermò accanto, con la borsa dei giornali penzolante dalla spalla. — Ehi, è successo qui, vero? — domandò.
— Sì — rispose Sweeney.
— Io la conoscevo — affermò il ragazzino — le porto sempre il giornale. — Allungò la mano per aprire la porta. — Devo entrare per lasciare i giornali. — E Sweeney si scostò per lasciarlo passare. Quando il ragazzino uscì, Sweeney entrò nell’atrio e si fermò accanto alle cassette della posta. Proprio là dove stava ora, lei era caduta. Guardò in terra, poi si chinò per scrutare il pavimento da vicino: c’erano delle piccole macchie scure. Sweeney si rialzò e andò in fondo all’atrio ad aprire la porta che dava sul retro della casa: vi era solo un marciapiede di cemento che conduceva ai piani superiori: si accesero due lampade, una sopra di lui, in fondo alle scale, l’altra vicino alle cassette per la posta. La luce era fievole e gialliccia nel grigiore della mattina. Spense le lampade, poi, notando qualcosa sul pannello di legno della porta, le riaccese. Vi erano nel pannello delle profonde graffiature verticali, una vicina all’altra, e avevano tutta l’apparenza di zampate di un cane, oltre a essere fresche: come se la bestia si fosse lanciata contro la porta, cercando poi di graffiarla nella speranza di aprirsi una strada attraverso di essa.
Sweeney, spenta definitivamente la luce, uscì portandosi via uno dei giornali che il ragazzo aveva lasciato in pile ordinate sotto le cassette della posta. Quando ebbe voltato l’angolo della strada, sedette sul marciapiede e aprì il foglio. Vi era un articolo su tre colonne, con due fotografie, una della ragazza e una del cane, e il titolo diceva:
UNA BALLERINA AGGREDITA DALLO SQUARTATORE SALVATA DAL PROPRIO CANE LO SCONOSCIUTO SI È DATO ALLA FUGA. «NON SAPREI RICONOSCERLO» DICHIARA LA VITTIMA.
Sweeney osservò attentamente le fotografie, che erano delle pose, evidentemente destinate in origine alla pubblicità. Sotto il cane la didascalia diceva: DEMONIO, e Sweeney lo fissò a lungo: sul giornale era impossibile ritrovare il bagliore giallo di quegli occhi, ma appariva un animale che nessuno desidererebbe incontrare sulla propria strada. “Ha sempre l’aria di un lupo” pensò Sweeney “e di un lupo feroce.”
Ma i suoi occhi tornarono a osservare la donna. La dicitura IOLANDA LANG spinse Sweeney a domandarsi quale fosse il suo vero nome. Per quanto, guardando il suo ritratto, non ci si curasse più molto del suo nome; anche se, purtroppo, in quel ritratto non era visibile tutto ciò che Sweeney aveva potuto vedere la notte prima. Era un mezzobusto, e Iolanda Lang indossava un abito da sera senza spalline, che incorniciava e metteva in rilievo la sua bellezza, quella bellezza che Sweeney sapeva essere autentica e non frutto di vari trucchi, dai capelli biondi morbidi, con i riccioli che ricadevano sopra le spalle ancora più morbide. Anche il viso era affascinante. La notte prima Sweeney non aveva notato il viso. E non potrete criticarlo per questa piccola distrazione.
Comunque, anche il viso meritava di essere osservato, ora che non c’era niente altro a distoglierne l’attenzione: un volto dolcemente grave e gravemente dolce. In tutto, meno che in qualcosa intorno agli occhi. Ma un ritratto riprodotto in un giornale su tre colonne non permette di essere sicuri delle sfumature.
Sweeney ripiegò con cura il giornale e lo depose sul marciapiede: un lieve sorriso gli increspava le labbra. Si alzò e faticosamente tornò a Bughouse Square. Dio stava ancora russando sulla panca e aprì gli occhi cisposi, quando Sweeney lo scosse. Lo guardò dal basso e brontolò: — Va’ via.
Sweeney insisté. — Ci sono. Per questo sono venuto a dirtelo. Guarda, era questo che volevo dire.
— Che cosa?
— Quello di ieri sera — continuò Sweeney.
— Sei matto — rispose Dio.
Il sorrisetto riapparve sulla faccia di Sweeney. — Tu non l’hai vista, perché non c’eri, ieri sera. Saluti.
Attraversò il prato fino a Clark Street e si fermò. Aveva un mal di testa terribile e desiderava disperatamente qualcosa da bere. Stese una mano e la osservò tremare, poi se la infilò in tasca per non pensarci. Cominciò a percorrere Clark Street verso sud: il sole ormai era alto, invadendo le vie da est a ovest. Il traffico in aumento si andava facendo rumoroso e complicato.
Sweeney Che Cammina Nella Luce Del Giorno. Ancora quel pensiero. Sweeney sudava, e non solo per il caldo, ed emanava cattivo odore, lo sentiva benissimo. Gli facevano male i piedi ed era tutto uno sporco dolore, dentro e fuori, in cima e in fondo. Sweeney Che Cammina Nella Luce Del Giorno.
Attraversò il Loop, a sud fino alla Roosevelt Road: non osava fermarsi. Alla Roosevelt Road, girato l’angolo verso est, camminò fino all’ingresso di una casa-albergo e vi entrò. Suonò un campanello dei tanti posti in fila vicino all’ingresso e attese lo scatto della porta interna che veniva aperta. Salì tre piani di scale e giunse a una porta socchiusa, da cui sporgeva una testa calva. La faccia sotto la testa calva, quando scorse Sweeney spuntare dalle scale, ebbe una smorfia di disgusto e un secondo dopo la porta si chiudeva sbattendo. Sweeney continuò a salire sostenendosi al muro con una mano sporca e quando fu davanti alla porta prese a bussare energicamente. Continuò per un buon minuto, poi fu costretto a prendersi la fronte con le mani, abbandonandosi contro il muro. Si riprese dopo qualche istante e ricominciò a bussare più forte di prima. Qualcuno arrivò ciabattando vicino alla porta, all’interno. — Vattene all’inferno o chiamo la polizia.
Sweeney continuò a picchiare. — Chiamala, bellezza — gridò. — Andremo dal giudice e ci spiegheremo.
— Cosa diavolo vuoi?
— Apri — ripeté Sweeney, bussando ancora più forte.
Una porta nell’atrio si aprì e apparve la faccia sconvolta di una donna. Sweeney continuò a picchiare all’uscio, finché la voce dall’interno borbottò: — Va bene, va bene. Aspetta un secondo. — I passi si allontanarono, poi si riavvicinarono alla porta e finalmente la chiave girò nella toppa.
La porta si aprì e l’uomo calvo si tirò indietro. Indossava un informe accappatoio e delle pantofole scalcagnate e, a quanto pareva, niente altro. Era un poco più basso di Sweeney, ma teneva la mano destra in tasca e questa era stranamente gonfia. Sweeney entrò e richiuse con un calcio la porta dietro di sé. Avanzando fino al centro della stanza in disordine e girandosi intorno, disse dolcemente: — Ohi, Goetz.
L’uomo calvo stava ancora accanto alla porta. La sua risposta fu un brontolio: — Cosa diavolo vuoi?
— Venti dollari — replicò Sweeney. — Sai perché. O hai bisogno che te lo ripeta sillabando?
— Venti dollari un corno! Se credi che te li dia io! E se hai ancora in mente quella maledetta corsa e quel maledetto cavallo, te l’ho già detto che non ho potuto puntare la scommessa. Ti ho ridato i tuoi cinque dollari e tu li hai presi.
— Li ho presi in acconto — disse Sweeney. — Non avevo tanto bisogno di soldi da impuntarmici sopra. Adesso invece ne ho bisogno. Andiamo, su, ripetiamo tutta la storia. Tu mi hai gonfiato la testa con le tue chiacchiere su quella bestia, l’idea è stata tua. Alla fine io ti ho dato i cinque dollari per scommettere, il cavallo ha vinto per cinque a uno e tu sei saltato su a dirmi che non avevi potuto puntare per me.
— Dannazione, non ho potuto. Da Mike era già chiuso e la corsa era cominciata e…
— Tu da Mike non hai nemmeno provato a giocare. Ti sei semplicemente intascato i soldi della mia scommessa: se il cavallo avesse perduto, come tu ti aspettavi, ti sarebbe rimasta la puntata. Perciò, che tu abbia puntato o no i miei soldi, mi devi venti dollari.
— Va’ all’inferno. E va’ fuori di qui. — L’uomo calvo estrasse di tasca la mano che impugnava una piccola automatica calibro 25.
Sweeney scosse la testa con aria triste. — Se il gioco valesse ventimila dollari, avrei paura di quell’affare, forse. Ma per venti dollari non correresti mai il rischio di una sparatoria. Non vorresti certo avere i poliziotti a curiosare qui dentro per venti miserabili dollari. Per lo meno, io credo che non li vorresti: ci scommetterei su, anzi.
Guardò in giro per la stanza, finché scorse un paio di pantaloni appoggiati su una sedia. Si avvicinò subito a essi, mentre l’uomo calvo toglieva la sicura alla rivoltella, sibilando: — Figlio di puttana.
Sweeney afferrò i pantaloni per i risvolti e cominciò a scuoterli: caddero sul tappeto un mazzo di chiavi e degli spiccioli, ed egli continuò a scuotere, dicendo: — Goetz, verrà un giorno in cui chiamerai figlio di puttana qualcuno che lo è veramente, e quello ti darà una lezione.
Dalla tasca posteriore dei calzoni cadde a terra un portafoglio che Sweeney raccolse. Lo spalancò ed emise un brontolio di disapprovazione. — Cosa succede con tutti i tuoi pasticci delle corse? Va male? — Nel portafoglio c’erano soltanto un biglietto da dieci e uno da cinque dollari. Sweeney tirò fuori quello da dieci e gettò il portafoglio sul cassettone.
L’espressione dell’uomo calvo non era cordiale, in verità. Esclamò soltanto: — Te l’avevo già detto allora. La corsa era già cominciata. Adesso hai avuto i tuoi quattrini e fila.
— Ne prendo dieci — concesse Sweeney — non porterei mai via gli ultimi cinque dollari di un poveraccio, bellezza. Gli altri dieci li prenderò in beni: un bagno, una barba, una camicia e delle calze.
Così dicendo, si sfilava la giacca e scivolava fuori dei pantaloni. Poi, sedendo sull’orlo del letto disfatto, si tolse anche le scarpe. Entrò nel bagno ad aprire l’acqua della vasca e ne uscì nudo, con un malloppo di roba in mano: la sua camicia, le calze e gli indumenti intimi, che gettò tutti nel cestino della carta straccia.
L’uomo calvo era ancora accanto alla porta, ma la rivoltella era tornata nella tasca della vestaglia. Sweeney gli sorrise e gridò al di sopra dello scroscio dell’acqua: — Non chiamare la polizia, adesso, Goetz. Vedendomi così, potrebbero ricevere un’impressione sbagliata! — Rientrò in bagno e sbatté la porta.
Restò sdraiato nell’acqua calda a lungo, poi si rase la barba con il rasoio elettrico di Goetz. Per fortuna era elettrico, perché le mani di Sweeney tremavano ancora sensibilmente.
Quando finalmente uscì, Goetz era tornato a letto, e stava con la schiena voltata alla stanza. — Dormi, tesoro? — domandò Sweeney. Nessuna risposta.
Sweeney aprì un cassetto e scelse una camicia bianca sportiva con il colletto floscio: gli era stretta di spalle e il collo non si abbottonava, ma era comunque una camicia bianca e pulita. Anche i calzini di Goetz gli erano un po’ stretti, ma riuscì a infilarli. Contemplò con disgusto le sue scarpe e i suoi vestiti, ma non poteva trovare altro, dato che quelli di Goetz non gli si sarebbero mai adattati. Si diede da fare con le spazzole per le scarpe e per i vestiti e quando infine indossò i pantaloni verificò che in tasca vi fossero sempre al sicuro i dieci dollari. Spazzolò energicamente anche il cappello e si avviò per uscire. — Buona notte, tesorino — disse — e grazie di tutto. Adesso siamo pari. — Chiuse silenziosamente la porta, scese le scale e uscì fuori, nel sole scottante. Risalì a nord fin oltre la Dearborn Station, fermandosi in un piccolo bar a bere tre tazze di caffè e a tentar di inghiottire una delle due brioches che aveva ordinato. Aveva sapore di cartapesta, ma riuscì a mandarla giù.
Poco più lontano, si fece lucidare le scarpe e poi, nel piccolo retro del negozio dov’era entrato, attese tremando leggermente che il suo vestito venisse smacchiato e stirato. Avrebbe avuto bisogno ben più che di una smacchiatura, ma quando lo indossò era già passabile. Si diede un’occhiata nel lungo specchio e si giudicò quasi presentabile. C’erano sì dei cerchi sotto gli occhi, e gli occhi stessi non apparivano scintillanti di gioia e di benessere, e inoltre doveva tenere le mani in tasca, finché non fosse stata superata la crisi di tremito, ma nel complesso aveva un aspetto umano. Quando ebbe tirato fuori il colletto della camicia sportiva, sopra il bavero della giacca, si sentì ancora più a posto.
Dirigendosi a nord attraverso il Loop, si manteneva accuratamente nel lato in ombra della strada: cominciava di nuovo a sudare e di nuovo si sentiva sporco e aveva la netta sensazione che si sarebbe sentito sudicio così per molto tempo, per quanti bagni potesse fare. Come fa un individuo in possesso delle sue facoltà a vivere a Chicago durante un’ondata di caldo tropicale? E come fa uno a vivere a Chicago? E del resto, perché si vive? Il mal di testa di Sweeney si era intanto trasformato da un cupo dolore diffuso, in un dolore localizzato dietro la fronte e dietro gli occhi con un martellio ritmico e persistente. Le palme delle mani erano umide e appiccicose e, per quanto se le strofinasse lungo i calzoni, subito tornavano a essere appiccicose e umide. Sweeney Che Cammina Attraverso Il Loop. All’altezza di Lake Street dovette fermarsi in un drug-store a bere un altro caffè, con due pillole di bromuro. Si sentiva come una molla arrotolata troppo stretta, come uno che soffre di claustrofobia rinchiuso in una cella, come un miserabile pezzente. Il caffè sembrava nel suo stomaco l’acqua fangosa di una barca che fa acqua. Un fango tiepido, salato, pieno di piccole alghe verdi, ammesso che le alghe siano verdi. Quelle di Sweeney comunque erano di color verde e si muovevano anche.
Attraversò il Wacker Drive, con la segreta speranza che un’automobile lo travolgesse, ma nessuna lo fece; percorse il ponte nello splendore incandescente del sole, e il camminare gli era un faticoso alternarsi di sforzi per alzare e abbassare un piede dietro l’altro, finché, superato il Rush senza osare fermarsi, stringendo le mani sudate dentro le tasche, svoltò in uno spiazzo tra due edifici e infilò un portone aperto. Quella era casa sua, sempre che ci fosse ancora per lui una casa. Per il momento, rappresentava il problema più grave. Tolse di tasca la mano destra e bussò gentilmente a un uscio del pianterreno, poi ritirò in fretta la mano. Dei passi pesanti si avvicinarono lentamente e la porta si aprì.
— Salve, signora Randall. Io… — cominciò Sweeney, ma lo sbuffare della donna gli troncò ogni speranza di continuare.
— No, signor Sweeney — disse.
— Hm… volete dire che avete affittato ad altri la mia stanza?
— Voglio dire che non vi lascio entrare a prender la roba da impegnare per bere ancora. Ve l’ho già detto due volte la settimana scorsa.
— Me l’avete detto? — domandò stupito Sweeney. Si ricordava di quel fatto o no? Ora che lei glielo rammentava, una delle due volte gli tornava vagamente alla memoria. — Credo di essere stato piuttosto sbronzo — ammise e tirò un gran sospiro. — Ma adesso è passata. Sono a posto.
La donna sbuffò di nuovo. — E le tre settimane che mi dovete? Sono trentasei dollari.
Sweeney pescò fuori i biglietti sparsi nella tasca, uno da cinque dollari e tre da uno. — È tutto quel che ho trovato — disse — posso darvene otto in acconto.
Lo sguardo della donna passò dal denaro alla faccia di Sweeney. — Penso che adesso siate proprio a posto e non ubriaco, Sweeney, e se avete dei soldi non andrete a cercar di impegnare la roba, dato che con otto dollari potreste bere un mucchio di whisky.
— Sì — ammise Sweeney, e la donna si ritirò dalla porta, per lasciarlo entrare.
— Entrate, su. Sedetevi e rimettetevi in tasca i vostri soldi. Ne avrete molto più bisogno di me, finché non vi sarete sistemato di nuovo. Per quanto tempo vi può bastare?
— Per pochi giorni — rispose Sweeney, sedendo — ma appena sto bene, faccio in fretta a procurarmene dell’altro. — Rinfilò in tasca le mani e il denaro. — Hm… io… ho paura di aver perso la chiave. Forse voi avete…
— Non l’avete perduta. Ve l’ho presa io una settimana fa, perché stavate cercando di portare fuori il vostro giradischi per impegnarlo.
Sweeney si prese la testa fra le mani. — Buon Dio, l’ho fatto?
— No. Io vi ho costretto a riportarlo indietro e a darmi la chiave. Così ci sono ancora tutti i vestiti, tranne il soprabito e l’impermeabile, perché dovete averli presi prima che chiudessi. E c’è anche la vostra macchina da scrivere. E l’orologio, se non siete riuscito a prenderlo.
Sweeney scosse lentamente la testa. — No, è andato. Ma grazie lo stesso per avermi salvato il resto.
— Avete proprio una brutta cera. Volete una tazza di caffè? È già pronto.
— A momenti il caffè mi uscirà dalle orecchie — rispose Sweeney — però, sì, ne bevo un’altra tazza. Ben forte. — Mentre la donna si muoveva davanti ai fornelli, Sweeney la osservava pensando che dovrebbe esserci al mondo un maggior numero di donne come la signora Randall: dure come il ferro, all’apparenza (e devono esserlo per dirigere una pensione) e tenere come il burro, dentro.
La padrona tornò con il caffè e lui lo bevve d’un fiato. Prese la chiave e salì per le scale. Riuscì a entrare in camera e a chiudere la porta prima che il tremito lo dominasse completamente e rimase così appoggiato alla porta, finché l’attacco gli fu passato. Poi si avvicinò al lavabo e diede di stomaco. La cosa gli procurò un certo sollievo, per quanto il rumore dell’acqua corrente aumentasse il dolore alla testa.
Quando il malessere gli passò, avrebbe desiderato stendersi e dormire, ma invece si spogliò di nuovo, infilò l’accappatoio e si recò in bagno. Si immerse per la seconda volta nell’acqua bollente, crogiolandovisi a lungo prima di decidersi a tornare in camera. Prima di vestirsi, fece un rotolo degli abiti sporchi e consunti che aveva indossato e della camicia stretta e delle calze prese a Goetz e gettò via tutto quanto. Si vestì con indumenti puliti, compreso il suo miglior abito estivo, completando il quadro con una cravatta da cinque dollari e le scarpe più eleganti. Riordinò con cura meticolosa la stanza, e cercò alla radio una stazione che desse fra i vari programmi anche il segnale orario: regolò la sveglia rimasta silenziosa e la caricò, per deporla poi in vista sul cassettone. Infine, preso dal guardaroba il cappello di panama, uscì dalla stanza.
Mentre scendeva le scale, la porta della signora Randall si socchiuse. — Signor Sweeney?
Sweeney si chinò sulla balaustrata per vederla. — Sì?
— Ho dimenticato di dirvi che stamattina presto, verso le otto, hanno telefonato per voi. Un certo Walter Krieg, del giornale dove lavorate, o lavoravate. Non so, adesso…
— Lavoravo, credo — disse Sweeney. — Cos’ha detto? E voi che cosa gli avete detto?
— Ha domandato di voi e gli ho detto che non c’eravate. E allora lui ha detto che se tornavate prima delle nove, dovevate telefonargli. Voi non siete tornato prima… non che io vi aspettassi… ma insomma mi sono scordata di dirvelo subito. Ecco tutto. — Sweeney la ringraziò e uscì. Al negozio all’angolo comperò una bottiglia di whisky e se la mise in tasca, poi entrò nella cabina del telefono e chiese del direttore del giornale.
— È Krieg? — domandò Sweeney. — Sono appena arrivato a casa. Ho avuto il tuo messaggio e non sono sbronzo. Che cosa volevi da me?
— Adesso niente. È troppo tardi, Sweeney, mi dispiace.
— Va bene, d’accordo: è troppo tardi e ti dispiace. Ma che cosa volevi?
— La tua testimonianza oculare, se sei abbastanza in te da ricordarti quel che è accaduto stanotte. Un poliziotto ha detto che eri in quei paraggi quando è stata trovata la Lang. Te ne ricordi?
— Altro che trovata! Accidenti se me ne ricordo! Perché è troppo tardi? Hai fuori la prima edizione, ma la più importante va in macchina adesso e poi ce ne sono altre due. L’edizione nazionale non è ancora in macchina, non è vero?
— Ci va tra un quarto d’ora. Ti ci vuole più tempo a…
— Non perdere tempo — lo interruppe Sweeney — dammi uno stenografo. Subito. Gli do mezza colonna in cinque minuti. Possibilmente Joe Carey: è il più svelto.
Mentre aspettava, Sweeney raccolse le idee, finché non udì la voce di Joe. Allora cominciò a dettare, rapido e preciso. Quando ebbe finito, attaccò al gancio il ricevitore e si appoggiò alla parete della cabina. Non aveva chiesto di parlare di nuovo con Krieg: quella faccenda poteva anche aspettare e sarebbe stato anzi meglio che si recasse da Walter di persona. Ma non ancora, non subito.
Tornò nella sua stanza e preparò sul bracciolo della sua ampia poltrona la bottiglia di whisky con un bicchiere. Si tolse giacca e cappello, e slacciò la cravatta e il colletto. Poi si accoccolò davanti al giradischi, esaminando la raccolta di dischi. Non che avesse bisogno di rileggerne i titoli: sapeva già quale avrebbe suonato. Era la Sinfonia N. 40 di Mozart. Probabilmente a guardarlo non avreste mai pensato che fosse così, ma la Sinfonia N. 40 in do min. op. 550 era la preferita di Sweeney. Accomodò i tre dischi, depose la puntina sul primo e si sdraiò sulla poltrona ad ascoltare.
Perché dovrei dirvi ancora qualcosa di Sweeney? Se conoscete la N. 40 di Mozart, l’oscura irrequietezza che la agita, il cupo sfondo che appare dietro il contrappunto pieno di grazia e di spirito, potete conoscere anche Sweeney. E se la N. 40 di Mozart è per voi semplicemente un elegante e talvolta monotono minuetto, che può accompagnare una conversazione da salotto, allora Sweeney non sarà per voi che un altro qualsiasi cronista a cui succede periodicamente di ubriacarsi. Ma lasciamo andare: quel che pensate voi e quel che penso io non ha nessuna importanza per quanto riguarda Sweeney che apre la bottiglia e si versa da bere. E beve.
Al mondo vi sono molte cose strane. E una delle più strane è una scatola di legno che contiene dei fili di rame e dei dischi di metallo, una mezza dozzina di spazi vuoti come il nulla e un filo nero che termina dentro il muro, da cui proviene qualcosa che chiamiamo elettricità perché non sappiamo che cosa sia. Pure, essa giunge, e la materia inorganica prende vita; davanti a voi sta un piatto che gira, recando un disco, un ago scorre in un’incisione. Una punta che danza nella riga sottile e un diaframma che vibra, e tutta l’aria intorno a voi si riempie di vibrazioni; i pensieri di un uomo che è morto da un secolo e mezzo vi si affollano intorno e voi vivete nelle luci e nelle ombre dell’anima di un morto. Dividete le sensazioni tormentate di un piccolo musico di corte, pieno di vitalità e oppresso da una terribile miseria, che forse avverte l’avvicinarsi della morte e perciò lavora con rapidità prodigiosa, portando a compimento in poche settimane la più grande sinfonia che egli abbia mai scritto.
Sì, esistono strane cose. Sweeney era là, centellinando il suo secondo bicchiere mentre con il terzo disco si iniziava il secondo movimento, l’andante leggero. Li finì insieme, il disco e il bicchiere. Sospirò e si alzò dalla poltrona; gli faceva ancora male la testa e si sentiva abbattuto, ma il tremito delle mani era scomparso. Risciacquò il bicchiere e ripose la bottiglia, ancora piena più che a metà. Voltò i tre dischi e si riaccomodò ad ascoltare il resto della sinfonia.
Chiuse gli occhi e si dedicò soltanto ad ascoltare la fine del secondo movimento. Fin troppo brevemente sorsero e morirono le note chiaroscure del minuetto e trio del terzo movimento, per lasciare il posto a quel che egli aveva aspettato fin dal principio: l’amaro finale, l’allegro molto, immagine del potere e della infinita malinconia della gloria.
Sweeney restò seduto ad ascoltare il silenzio, e dopo qualche tempo si mise a ridere, ma non forte. Ormai era fuori, era a posto, era sobrio. Fino alla prossima volta, che poteva presentarsi dopo mesi o dopo anni. Dopo che l’inferno si fosse accumulato dentro di lui in maniera tale da costringerlo a inzupparsi di alcol; fino ad allora sarebbe potuto essere normale e bere normalmente. Lo so, gli alcolizzati non possono far questo, ma Sweeney non era un alcolizzato; poteva (e lo faceva) bere con moderazione, normalmente, e solo una volta ogni tanto poteva cancellare la cupa profondità dell’umore mutandola in una lunga ubriachezza. Esiste questo tipo di bevitore, anche se negli ultimi tempi la maggioranza dei bevitori è costituita dagli alcolizzati.
Ma Sweeney ora aveva superato il momento; era scosso, ma non più tremante, e stava bene: poteva anche riprendere il suo lavoro, ne era certo, se solo avesse mangiato un boccone. Avrebbe potuto pagare i debiti in poche settimane e tornare al punto in cui era, dovunque quel punto si trovasse.
Oppure… Sì, stava bene. Ma quella decisione assurda o soluzione o quel che era stato… E d’altronde, perché no? «Tutto ciò che vuoi.» Non aveva forse indovinato qualcosa di giusto Dio, dicendo così? «Tutto quello che vuoi, purché tu lo voglia con tanta intensità da concentrarti tutto nello scopo di ottenerlo.» Si trattasse di una piccola cosa come un milione di dollari o di una cosa immensa come il trascorrere una notte con… come si chiamava?… Iolanda Lang.
Rise di nuovo, chiudendo gli occhi per ricostruire nella memoria l’incredibile scena di cui era stato spettatore dietro la vetrata del portone di State Street. Dopo pochi secondi cessò di ridere e si disse: “Sweeney, tu vai in cerca di guai. Prima di tutto hai bisogno di soldi: un piccolo cronista come te non può farcela con una donna come quella. In secondo luogo, per far centro, devi dare la caccia allo Squartatore. E potresti anche trovarlo”.
E il trovarlo non sarebbe stata di certo una bella cosa, Sweeney lo sapeva, dato che nutriva un vero orrore, una fobia addirittura, per il gelo dell’acciaio, per l’acciaio appuntito e freddo. Acciaio affilato come una lama di rasoio che può attraversarti il ventre e spargere i tuoi visceri sul marciapiede, dove non ti servirebbero più a nulla, Sweeney. Proprio, se lo disse: “Sei un dannato idiota, Sweeney”.
Ma lo sapeva già da molto tempo.
III
Sweeney lavorava al “Blade” e blade significa «lama», così che ci si potrebbe creare un bel giochetto di parole, sempre che non vi dispiacciano i giochi di parole. «La lama.» Se avevate già intuito il gioco, vi prego di scusarmi per avervelo indicato: ma qualcuno poteva non afferrarlo, anche se voi ci eravate subito arrivati. È un insieme di tipi diversi che legge un libro. Qualcuno, ad esempio, comprende solo con gli occhi e ha bisogno delle descrizioni: per queste persone, sebbene a me non interessi affatto, dirò che William Sweeney era alto un metro e settanta e pesava circa ottanta chili. Aveva i capelli chiari, tendenti al biondo, che si andavano diradando, ma erano ancora abbastanza folti, il viso era lungo e magro, vagamente somigliante al muso di un cavallo, ma tutt’altro che spiacevole all’occhio di un osservatore imparziale. Dimostrava circa quarantatre anni e non c’era nulla di strano dato che questa appunto era la sua età. Per lavorare e per leggere inforcava occhiali dalla montatura chiara, senza i quali ci vedeva benissimo a qualunque distanza oltre un metro e mezzo. Per lo stesso motivo poteva anche lavorare senza occhiali, se era necessario, ma se continuava troppo a lungo a non farne uso, gli venivano forti emicranie. Era un bene però che sapesse farne a meno, perché si stava preparando un periodo in cui avrebbe dovuto per necessità farne a meno: due settimane prima, quando aveva cominciato la sua metodica e spiritualizzata ubriacatura, li aveva in tasca e ora soltanto Dio (non Diomede, ma proprio Dio) sapeva dove fossero finiti.
Al giornale, Sweeney, attraversata la stanza della cronaca, entrò nell’ufficio del redattore capo e sedette sul bracciolo della poltrona posta davanti alla scrivania di Krieg. — Ehi, Krieg — lo salutò.
Krieg alzò gli occhi e grugnì qualcosa, poi terminò la lettera che stava scrivendo e la mise da parte. Aprì la bocca per parlare e la richiuse.
— Sì, Walter: lo dico io per te. Prima di tutto, io sono un figlio di puttana perché ti ho piantato in asso senza nemmeno avvertirti. Adesso basta: sono licenziato. Perché tu non puoi impazzire con gente come me. Io sono un anacronismo: i giorni dei cronisti ubriaconi sono superati, e un giornale oggi è un’azienda d’affari, che deve marciare con sistemi di assoluta serietà e regolarità. Tu vuoi degli uomini di cui fidarti. Va bene?
— Sì, figlio di…
— No, basta! Ho detto tutto io per te, tutto. E in ogni caso io non ho intenzione di lavorare per il tuo dannato giornale, se non mi assumi regolarmente. Come andava il pezzo del testimone oculare?
— Era buono, Sweeney, maledettamente buono. È stato un colpo formidabile che tu fossi proprio là!
— Mi hai detto che un poliziotto vi ha informato della mia presenza, ma io non ne avevo riconosciuto nessuno. Chi era?
— Devi chiederlo a Carey, è lui che si è occupato della faccenda. Ora senti, Sweeney, quante altre volte mi combinerai un guaio come questo? O sei venuto a dirmi che questa sarà l’ultima volta?
— Probabilmente non sarà l’ultima. Succederà ancora, ma non so quando. Forse ci vorranno due anni, forse sei mesi, chi lo sa. Perciò tu non mi vuoi a lavorare con te. Va bene. Però, dato che non lavoro per te, mi puoi dare un assegno, anche piccolo, per il pezzo di stamattina. E dovresti farmi ancora un piacere: farmi avere subito i quattrini, senza passare per tutta la trafila amministrativa. La storia meriterebbe cinquanta dollari, se Carey l’ha scritta come gliel’ho dettata io, perciò… me ne dai venticinque?
Krieg lo fissò. — Neanche un soldo, Sweeney.
— No? E perché diavolo? Da quando in qua sei diventato un simile pidocchioso…?
— Sta’ zitto! — e l’esclamazione del redattore capo fu quasi un ruggito. — Al diavolo, Sweeney, non ho mai trovato nessuno a cui fosse altrettanto difficile fare un piacere come a te. Non mi lasci neppure la soddisfazione di urlare perché mi togli le parole di bocca. Chi ti ha detto che sei licenziato? Tu te lo sei detto, non io. E la ragione semplicissima per cui non ti pagherò quella stupida storiella che hai dettato al telefono, è che hai ancora il tuo stipendio. In tutto hai perduto due giorni, e basta.
— Non riesco a capire — disse Sweeney. — Perché due giorni? Io sono stato via due settimane; come c’entrano due giorni?
— Oggi è giovedì, Sweeney. Tu hai cominciato la sbronza esattamente due settimane fa, a partire da stasera, e sei stato assente da venerdì o sabato mattina. Però eri vicino ai tuoi quindici giorni di vacanza, che tu forse hai dimenticato: ti toccavano in settembre. Io ti ho spostato leggermente le date, cosicché tu hai cominciato le vacanze lunedì scorso. Oggi sei ancora in vacanza e per qualche giorno ancora non devi venire, cioè, per essere precisi, fino a lunedì. Ecco qua — continuò Krieg, prendendo da un cassetto della scrivania degli assegni e porgendoli a Sweeney — c’è un’altra cosa che probabilmente non ti ricordi neppure, ma sei anche venuto qua per riscuotere il tuo ultimo assegno e non te lo abbiamo dato. Tieni: ecco gli assegni per i quindici giorni di vacanza, con la trattenuta di due giorni.
Sweeney prese gli assegni con rispettosa meraviglia, mentre Krieg brontolava: — Adesso vattene fuori dai piedi fino a lunedì mattina.
— Perdiana, non riesco a crederci — mormorava Sweeney.
— Bene, non crederci, ma, senza scherzi, Sweeney, se succede un’altra volta prima delle tue prossime vacanze dell’anno venturo, sarai licenziato per forza.
Sweeney annuì lentamente, mentre si alzava. — Senti, Walter, io…
— Sta’ zitto. E fila.
Sweeney sorrise quasi con timidezza e filò. Si fermò alla scrivania di Joe Carey, con un — Ehi!
Joe alzò gli occhi ed esclamò: — Guardalo qua in persona! Come mai?
— Vorrei parlarti, Joe. Hai già fatto colazione?
— No, dovrei andarci fra… — guardò l’orologio — venti minuti. Però, senti caro, se pensi a un prestito, io sono fuori combattimento: mia moglie ha avuto un altro bambino la settimana scorsa e sai come vanno queste cose.
— No — rispose Sweeney. — Ringraziando il Cielo non so affatto come vadano queste cose. Comunque, ti faccio le mie congratulazioni. Immagino che sia un maschio o una femmina.
— Già.
— Benissimo. In ogni caso, non si tratta di nessun prestito. Per un miracolo, che mostra l’esistenza di un Dio, sono pieno di soldi. Fra l’altro, ti devo qualcosa?
— Cinque dollari. Te li ho dati mercoledì di due settimane fa. Non ti ricordi?
— Adesso che me lo dici, vagamente lo ricordo. Allora, andiamo a mangiare da “Kirby”, così cambio un assegno e ti pago il debito. Io vado e ti aspetto là.
Da “Kirby”, Sweeney cambiò il più piccolo degli assegni e sedette a un tavolo ad aspettare Joe. Il pensiero di mangiare gli dava ancora la nausea e l’inghiottire qualsiasi cibo gli era così spiacevole, che avrebbe rinunciato volentieri, se non avesse dovuto aspettare Carey. La prospettiva stessa di vedere Joe mangiare gli era ingrata. Come minore dei mali, ordinò una minestra in brodo, che per la sua bocca aveva il sapore di sciacquatura di piatti, ma che riuscì a trangugiare quasi tutta. Stava allontanando il piatto, quando Joe venne a sedersi di fronte a lui.
— Ecco i tuoi cinque dollari, Joe, e grazie. Ma, prima che me ne dimentichi, dimmi: chi mi ha visto la notte scorsa in State Street? Non mi era parso di conoscere nessuno dei poliziotti che c’erano là.
— Un omaccione che si chiama Pete Fleming.
— Oh! — esclamò Sweeney — adesso ricordo: l’avevo incontrato in Clark Street prima della scoperta. Aspetta… io andavo verso sud e lui doveva andare verso nord: io ho percorso pochi isolati, ho tagliato verso est e poi in su per la State. Ma non l’ho visto sul luogo del tentato omicidio.
— È facile che ci sia arrivato mentre tu te ne andavi. L’automobile che ha risposto alla telefonata, marciava con la sirena in funzione, e Fleming, dovunque fosse in quel momento, si è messo a seguire la sirena ed è arrivato sul posto dopo di loro.
Il cameriere si avvicinò al tavolo, e Sweeney aggiunse la richiesta di un caffè agli ordini di Joe. Poi si chinò attraverso la tavola e chiese: — Joe, com’è questa storia dello Squartatore? È quello che voglio tirarti fuori. Potrei pescare qualcosa dai ragazzi della cronaca nera, ma tu ne saprai certo di più. Prima domanda: da quando va avanti la faccenda?
— Ma non hai letto i giornali in questi dieci giorni?
Sweeney scosse il capo. — No, tranne uno di stamattina, che parlava della faccenda della Lang di ieri sera, ma si riferiva ad altri assassinii. Quanti sono stati?
— Oltre alla Lang, altri due. Cioè se ne potrebbero calcolare altri tre. C’è stato un omicidio due mesi fa nella zona meridionale della città, che potrebbe essere della stessa mano e potrebbe non esserlo. Si trattava di una certa Lola Brent, e fra il suo caso e i successivi ci sono somiglianze che hanno fatto supporre alla polizia un possibile collegamento fra tutti, ma non ne sono sicuri, perché vi sono anche differenze.
— È morta?
— Altro che! E anche le altre due ragazze prima della Lang: lei è l’unica che l’abbia scampata ed è stato il cane a salvarla. Ma questo lo sai anche tu.
— Che notizie ci sono della Lang? — domandò Sweeney. — È ancora all’ospedale?
— Pare che sarà rilasciata stasera: la ferita non era grave, perché la lama ha scalfito solo la superficie della pelle. Tutto si è risolto soprattutto in uno choc.
— Come per molti altri — assentì Sweeney — me compreso.
Joe Carey strinse le labbra. — Non hai un po’ caricato le tinte in quella storia, Sweeney?
Sweeney sogghignò. — Le ho smorzate, le tinte. Avresti dovuto esserci, Joe.
— Io sono sposato. Comunque, la polizia metterà un agente a vegliare sulla Lang.
— Un agente? Perché?
— L’assassino di ieri sera potrebbe tornare, pensando che lei sia in grado di riconoscerlo e indicarlo. In realtà, non può identificarlo, o almeno dice di non potere: tutto quello che ricorda è un uomo alto, vestito di scuro.
— La luce nell’atrio era spenta — rifletté Sweeney.
— Lo Squartatore era nascosto ai piedi delle scale, vicino alla porta del retro, e molto probabilmente era fuori della porta stessa, tenendola socchiusa. Quando ha sentito i passi di lei nell’atrio, è saltato dentro e l’ha colpita. Ma il cane è balzato sull’assassino, che è dovuto scappare, sbagliando quasi tutto il colpo, per sfuggire al cane.
— Può andare — disse Sweeney — non gli doveva essere difficile scorgere la figura di lei che veniva dall’esterno, o alla luce dei lampioni, mentre per lei l’aggressore non è apparso che come un’ombra. La questione vera è questa: aspettava proprio Iolanda Lang o avrebbe assalito chiunque fosse entrato?
Carey si strinse nelle spalle. — Tutti e due i casi sono possibili. Cioè, dato che quella è l’abitazione della Lang poteva essere in attesa di lei al suo ritorno dall’ultimo spettacolo. D’altra parte, se appena fosse stato al corrente delle sue abitudini, doveva sapere anche della presenza del cane, mentre, a quanto pare, non l’aveva previsto. Ma può darsi che anche essendone a conoscenza, pensasse di poterla colpire e poi fuggire prima che il cane avesse il tempo di intervenire. In questo caso, l’assassino ha sbagliato i calcoli.
— La ragazza torna a casa ogni sera alla stessa ora?
— Regolarmente ogni notte. Recita nell’ultimo spettacolo tutte le sere; soltanto il sabato e la domenica sera finisce più tardi, ma non torna mai a casa subito, a quanto ha dichiarato. Spesso si ferma all’“El Madhouse”, il club dove lavora, non so se lo conosci. — Sweeney fece segno di no. — E qualche volta va a bere o va in giro fino alle tre. Oppure dopo la rappresentazione ha qualche appuntamento ed esce: una donna come lei non è mai sola, se non ha voglia di esserlo.
— Chi si occupa del fatto, al giornale?
— Horlick, che andrà in vacanza lunedì. Non so a chi lo affiderà Walter dopo la sua partenza.
Sweeney sorrise. — Senti, Joe, vuoi farmi un favore enorme? Io voglio occuparmene, ma non posso essere io a suggerirlo a Walter. Tu invece puoi parlargliene alla prima occasione. Suggeriscigli che io sono il più adatto a occuparmene, dato che ho assistito alla scena e che alla partenza di Horlick, visto che io riprendo il lavoro proprio lunedì, può benissimo venirmi affidato il seguito. A te darà retta, mentre se lo domandassi io mi direbbe di no, magari soltanto per mostrare la sua autorità.
— Certo che posso farlo, Sweeney. Però devi documentarti sugli altri casi e informarti dalla polizia: c’è una squadra speciale distaccata per l’affare dello Squartatore, che non si occupa di altro. La dirige l’ispettore Bline della squadra omicidi. Il laboratorio di criminologia sta analizzando tutto quello che hanno in mano, ma in verità non hanno molto.
— È quel che farò. Da oggi a lunedì, studierò il caso e andrò alla polizia.
— Perché vuoi sprecare anche i tuoi giorni di vacanza, Sweeney? È un affare che ti hanno proposto?
— Proprio — mentì Sweeney — mi sono assicurato la possibilità di scrivere la storia del caso una volta che sia stato risolto, per un editore di libri gialli. Non si occupano di casi insoluti, ma una volta che uno sia stato sistemato, hanno promesso di lasciar fare a me. Potrei ricavarne qualche centinaio di dollari. Se tu, Joe, ottieni da Krieg di affidarmi il lavoro, in modo che io abbia a disposizione tutti i dati per quando l’assassino sarà stato preso, ti darò il dieci per cento, che potrebbe essere tra i venti e i cinquanta dollari.
— Che cosa ci perdo io? Niente, ma te lo farei anche senza percentuale.
— Ma in questa maniera sarai più convincente — disse Sweeney. — Tanto per cominciare, come si chiamano le altre ragazze assassinate? Mi hai detto che la prima era una certa Lola Brent, due mesi fa, non è vero?
— Esatto. Dieci giorni fa è toccato a Stella Gaylord e cinque giorni dopo a Dorothy Lee.
— Qualcuna delle altre era corista o ballerina?
— La prima, Lola Brent, era una ex corista, che viveva con una specie di piccolo furfante, un certo Sammy Cole. La polizia ha sospettato che l’abbia uccisa lui, ma non hanno trovato prove e non hanno potuto arrestarlo. Perciò sono andati a scovare le altre truffe e l’hanno schiaffato in guardina, dove sta ancora adesso. Ragione per cui, se lui ha ucciso Lola, non può aver ucciso le altre o assalito Iolanda.
— Le altre due che facevano?
— Stella Gaylord era una entraîneuse di West Madison Street. La Lee era una segretaria privata.
— Privata fino a che punto? Del genere che deve sorvegliare le proprie condizioni fisiche, come sorveglia le virgole?
— Non lo so — sorrise Carey — di questo non ha parlato nessuno. Lavorava per un direttore della Reiss Corporation, di cui non ricordo il nome, ma che quel giorno comunque era in viaggio d’affari a New York.
Joe Carey guardò l’orologio, perché aveva finito di mangiare. Disse: — Questi sono i punti principali, Sweeney. Adesso non ho tempo di fermarmi ancora, debbo tornare al giornale.
— Benissimo — rispose Sweeney — in che ospedale è ricoverata la Lang?
— Al “Michael Reese”, ma non ti lasciano entrare a parlarle: ci sono poliziotti sparsi in tutti i corridoi. Anche Horlick ha cercato di andarci, ma non ci è riuscito.
— Non sai quando ricomincerà all’“El Madhouse”?
— No. Puoi chiederlo al suo agente, un tale che si chiama Doc Greene.
Carey si alzò, mentre Sweeney prendeva anche il suo conto. — Lo pago io. Però dimmi come potrei pescare questo tale. Qual è il nome di battesimo?
— Chi lo sa! Tutti lo chiamano Doc. Il cognome è Greene. Puoi trovarlo interrogando il padrone dell’“El Madhouse”. Credo che sia lui a occuparsi dei loro affari. Ciao.
Sweeney sorbì un sorso del caffè che aveva dimenticato di bere e che ormai era freddo. Rabbrividì di disgusto al sapore e uscì rapidamente dal ristorante.
Dopo una breve esitazione si diresse di nuovo al “Blade”, dove questa volta non si recò in redazione, ma in amministrazione, a incassare i suoi assegni e poi in archivio. Sfogliò i giornali di due mesi finché trovò quello che dava il resoconto dell’assassinio di Lola Brent. Comperò quel numero e i successivi per una settimana, oltre alle copie delle ultime edizioni dei dieci giorni precedenti. Era un fascio enorme di giornali, anche dopo che ne ebbe eliminato le edizioni domenicali, tanto che dovette prendersi un taxi per portarli a casa.
Quando fu arrivato, bussò alla porta della signora Randall: le pagò i trentasei dollari di debito, e altre due settimane in anticipo. Quando finalmente fu giunto in camera, accomodò sul letto la pila dei giornali, per poi dedicarsi alla ricerca di Greene sull’elenco telefonico finché trovò un J.J. Greene, che alloggiava al “Goodman Block” ed era agente teatrale. Formò il numero e, dopo una breve discussione con una segretaria, ebbe al telefono il signor J.J. Greene.
— Sono Sweeney, del “Blade” — annunciò. — Potreste dirmi quando uscirà dal “Reese” la vostra cliente?
— Sono molto spiacente, signor Sweeney, ma la polizia mi ha proibito di dare qualunque informazione. Se volete sapere qualcosa, dovete chiederlo a loro. Scusatemi, siete voi che avete scritto il resoconto di oggi sul “Blade”?
— Sì: sono io.
— Un bell’articolo. E un’ottima pubblicità per Iolanda. Peccato che abbia un contratto già firmato per altre tre settimane all’“El Madhouse”, perché altrimenti alzerei subito i prezzi.
— Allora potrà riprendere a ballare prima di tre settimane?
— Se tutto va bene, entro tre giorni. È stata una sciocchezza.
— Potrei venire a parlarvi, signor Greene? Nel vostro ufficio, se volete.
— A parlare di che cosa? La polizia mi ha proibito di parlare con i cronisti.
— Anche se li incontrate per strada? Non ho mai incontrato un agente di teatro che rifiuti di parlare con un giornalista. Io potrei anche voler discutere della pubblicità per un altro vostro cliente e la polizia non avrebbe nulla da dire. O c’è qualcosa a vostro carico, personalmente?
Greene sogghignò. — Vi inviterei qua io stesso, anche se la polizia me lo proibisse. Ma debbo uscire entro venti minuti. Di solito vado a bere qualcosa in uno dei locali di cui mi occupo. Penso che oggi, mentre vado in città alta, potrei fermarmi all’“El Madhouse”. In questo caso, arriverei là fra mezz’ora. Se vi capitasse di entrarci…
— Dovrebbe proprio capitarmi — rispose Sweeney. — Grazie. A parte ogni indiscrezione, la signorina Lang è ancora all’ospedale?
— Sì, ma non riuscirete a parlarle, finché è là.
— Non ci proverò neppure, allora. Arrivederci.
Attaccò il ricevitore e si asciugò la fronte sudata col fazzoletto. Quando fu tornato nella sua stanza, per più di cinque minuti rimase seduto immobile. Appena gli parve di essere abbastanza in forze da poterlo tentare, si spinse fuori della poltrona e uscì di casa.
Il sole scottava, ed egli camminava lentamente. In State Street, ordinò da un fioraio due dozzine di American Beauties, da recapitare a Iolanda Lang all’ospedale. Poi faticosamente continuò a trascinarsi nel calore accecante, finché giunse all’“El Madhouse”, in Clark Street.
In quell’ora del tardo pomeriggio, non campeggiava ancora all’ingresso la solenne figura del portiere gallonato, dalla voce suadente; sarebbe comparso a mezzanotte, al momento in cui il solito spettacolo avrebbe avuto inizio. Però spiccavano i manifesti:
IOLANDA LANG E IL SUO DEMONIO NELLA FAMOSA «DANZA DELLA BELLA E LA BESTIA»
Naturalmente, insieme ai manifesti, c’erano le fotografie, ma Sweeney non si fermò a guardarle. Entrò rapido dalla strada assolata nell’oscurità fresca del bar, separato dalla sala con le tavole e il palcoscenico, dove una maggiore ricercatezza aumentava anche i prezzi.
In un primo momento si fermò come accecato, per il brusco passaggio dalla gran luce solare al semibuio delle luci al neon. Ammiccando, percorse con lo sguardò il bar, dove sedevano solo tre persone. All’estremità, un uomo troppo ubriaco ciondolava chino su una bionda grassoccia troppo sobria. A cinque o sei sgabelli di distanza, un altro tizio sedeva solo, scrutando la propria immagine riflessa nello specchio blu scuro dietro il banco, tra una bottiglia di birra e un bicchiere, posti davanti a lui. Sembrava scolpito nella pietra e Sweeney ebbe la certezza che non era Doc Greene. Si accomodò su un altro sgabello e subito il barista si accostò. — C’è Greene? — domandò Sweeney. — Doc Greene?
— Oggi non è ancora venuto. — Il barista andava pulendo il banco con uno straccio sudicio. — Qualche volta viene a quest’ora, ma oggi non so, con Iò all’ospedale…
— Iò — ripeté meditabondo Sweeney. — Mi piace. Gli dà un suono meridionale, ed è simpatico: Iò.
— Che cosa volete bere? — domandò il barista.
— Dunque — rispose Sweeney e ci meditò sopra: doveva cominciare a mangiare qualcosa, lentamente, per gradi, finché gli tornasse un normale appetito e la vista del cibo non gli desse la nausea. — Una birra con un uovo dentro, direi. — Il barista si allontanò per preparargliela e Sweeney si voltò, udendo la porta aprirsi. Sulla soglia stava un uomo con la faccia da luna piena, dove appariva un sorriso privo di significato, mentre esaminava il bar. I suoi occhi, dietro due spesse lenti rotonde, si fermarono su Sweeney e l’ampio sorriso si allargò ancora. Gli occhi dietro le lenti sembravano enormi. Apparivano nello stesso tempo vuoti e malvagi, come gli occhi di un rettile in un ingrandimento di cento volte, e vi sareste aspettati di vederli velati da una membrana ammiccante.
Sweeney, al di fuori, restò impassibile, ma dentro di lui qualcosa rabbrividì: per la prima volta, forse, in vita sua, odiò un uomo a prima vista. E sentì di temerlo anche, un poco. Era una strana fusione di vari elementi perché l’odio, tranne che in maniera molto astratta, era completamente ignoto a William Sweeney, e anche la paura non è uno stato normale per uno che ben di rado procura agli altri tanto male da doverne essere spaventato.
— Il signor Sweeney? — domandò l’uomo con la faccia da luna piena, più affermando che domandando.
— Si accomodi, Doc — rispose Sweeney. E nascose le mani in tasca, in fretta, perché aveva avvertito i sintomi di una nuova crisi di tremito.
IV
L’uomo con la faccia da luna piena scivolò su uno sgabello, oltre la curva del banco, così da trovarsi di faccia a Sweeney. Cominciò: — Avete scritto veramente un buon articolo sul fatto di stanotte, signor Sweeney.
E Sweeney disse: — Contento che vi sia piaciuto.
— Non ho detto che mi è piaciuto — replicò Greene — ho detto che è veramente un buon articolo. È diverso.
— Ma in questo caso particolare — insisté Sweeney — dove sta la differenza?
Doc appoggiò i gomiti sul banco e unì le punte delle dita, rispondendo con aria saggia: — Signor Sweeney, qualcuno può gustare profondamente la descrizione di una donna, qualcun altro può non divertirsi affatto a leggerla. Per esempio, nel caso che la donna sia sua moglie.
— Iolanda Lang è vostra moglie?
— No — rispose l’uomo — io vi portavo semplicemente un esempio, come voi avevate chiesto. Avete già ordinato qualcosa?
Sweeney assentì e Greene, guardando il cameriere, alzò un dito: quello arrivò portando la birra-con-uovo di Sweeney e un bicchiere da whisky per Greene. Quando il bicchiere fu riempito, Sweeney cautamente trasse una mano di tasca e appoggiò le punte delle dita sul banco, poi, con cura, così da non mostrarne il tremito, le spinse lungo il bordo, e infine verso il bicchiere, mentre sorvegliava quegli occhi che sembravano tanto enormi dietro le grosse lenti.
Il sorriso di Greene era scomparso, ma ora riapparve, mentre egli alzava il bicchiere. — Alla vostra cattiva salute, Sweeney.
Le dita di Sweeney si erano aggrappate al bicchiere. — Alla vostra, Doc. — E con la mano ormai ferma alzò il boccale e mandò giù un sorso. Quando ebbe deposto il bicchiere, trasse di tasca anche l’altra mano: la crisi era passata e non tremava più.
Disse, con intenzione: — Forse voi sareste lieto di farmela peggiorare, la salute, Doc. Se volete provare, sarà una gioia compiacervi.
Il sorriso si allargò. — Naturalmente no, signor Sweeney. Da quando sono diventato uomo, ho messo da parte i giochi infantili, come dice il grande poeta.
— È la Bibbia — corresse Sweeney — non Shakespeare.
— Grazie, Sweeney. Voi siete proprio, come io temevo leggendo il vostro pezzo, un uomo intelligente. E anche, come ho temuto leggendo il vostro nome, un irlandese, con la testa dura. Se vi dicessi, veniamo pure al fatto, se vi dicessi di non occuparvi di Iolanda, diventereste ancora più ostinato. — Alzò un dito per farsi riempire di nuovo il bicchiere e continuò: — Qualsiasi accordo sarebbe inutile: anche il dirvi che è inutile da parte vostra cercare di avvicinare la mia, diciamo, cliente. Come voi avete potuto osservare, Iolanda non è priva di fascino. La cosa è stata provata da esperti.
— State facendovi dei complimenti, Doc.
— Forse, e forse no. In ogni caso, non stiamo trattando dei miei rapporti con Iolanda.
Sweeney bevve un altro sorso di birra e rispose: — Ora tocca a me meravigliarmi. Di che cosa stiamo discutendo? Mi pare che non ci siamo incontrati qui per parlare della pubblicità per qualche altro vostro cliente. E voi stesso avete detto che tentare degli accordi sarebbe altrettanto inutile che indicarmi la vanità dei propositi che secondo voi io ho in mente. Allora, perché siete venuto qua?
— Per conoscervi, Sweeney. Quando ho letto il vostro articolo, ho capito, e io sono una specie di psicologo, che voi sareste stato una spina nel mio fianco. C’era nel vostro pezzo un qualcosa di indefinibile… come Dante avrebbe potuto scrivere di Beatrice o Abelardo di Eloisa.
— E Casanova di Ginevra, se fossero vissuti nello stesso secolo. — Sweeney sorrise appena. — Sapete, Doc, mi siete tanto odioso che cominciate a piacermi.
— Grazie — rispose Greene — è proprio quel che anch’io provo per voi; lasciatemi dire che ognuno di noi ammira le capacità dell’altro. O almeno, voi ammirerete le mie, quando mi conoscerete meglio.
— No, le ammiro già, specie la vostra linea di condotta — replicò Sweeney — immensamente. L’unica cosa di voi che odio sono i vostri visceri.