Agonia della Terra
1
Il cataclisma
Kenniston comprese più tardi che quella era proprio come la morte. Sapeva che avrebbe dovuto morire, un giorno o l’altro, ma non ci credeva. Sapeva che la guerra atomica, tanto temuta, poteva cominciare con un colpo a tradimento, ma non lo aveva mai creduto.
Non lo aveva mai creduto, cioè, fino a quel mattino di giugno, quando la bomba cadde proprio su Middletown. Non ci fu, del resto, tempo per accorgersene. Non si può dire o vedere una cosa che arriva più veloce del suono. Stava camminando per Mill Street, verso il laboratorio, e si accingeva a parlare alla guardia che veniva verso di lui, in quel momento, il cielo si spalancò.
Fu come se la volta celeste si fendesse in due, e sopra tutta la città scesero un calore e una vampata di luce cosi rapidi, così violenti che l’aria stessa parve incendiarsi e divampare in una fiammata enorme. In quella frazione di secondo, mentre il cielo fiammeggiava e il terreno sobbalzava violentemente, Kenniston capì che quello era l’attacco di sorpresa tanto temuto e che la prima bomba superatomica era esplosa sulla città...
Quello doveva essere l’effetto dello spostamento d’aria, pensò Kenniston, mentre si trovava disteso, con la bocca sul marciapiede viscido. Proprio lo strano effetto che impedisce ai morenti di sentire dolore. Rimase così, disteso, ad aspettare la fine. Ma il bagliore accecante che aveva attraversato il cielo svanì e la terra tornò immobile. In una frazione di secondo era tutto finito.
Doveva essere morto. Oppure, molto probabilmente, stava morendo adesso, e ciò spiegava forse la luce offuscata e quello spaventoso silenzio.
Riuscì ad alzare la testa e si rimise poi in piedi, tremante, col respiro grosso e il cuore che gli batteva furiosamente, mentre cercava di reprimere l’impulso di mettersi a correre, chissà dove. Guardò lungo Mill Street. Si aspettava di vedere edifici polverizzati, crateri fumanti, fuoco, vapori e devastazioni. Ma quel che vide era assai più sorprendente e, strano a dirsi, anche più spaventoso.
Vide cioè che Middletown si stendeva come sempre, immutata e pacifica, sotto il sole.
La guardia alla quale stava per parlare prima dell’esplosione era ancora là, davanti a lui: si stava rialzando lentamente, aiutandosi con le mani e coi ginocchi, nel punto dove la scossa l’aveva gettata. Aveva la bocca spalancata e il berretto gli era ruzzolato lontano. Più in là, c’era una vecchia con uno scialle sulla testa. Anche lei si trovava in quel punto prima dell’esplosione. Si appoggiava ora al muro e guardava il sacchetto di provviste che le era caduto a terra sfasciandosi e spandendo in giro cipolle e scatole di conserve. Automobili e autobus si muovevano ancora in fondo alla strada e stavano rallentando per fermarsi. Nient’altro.
La guardia si avvicinò a Kenniston.
Era un giovane svelto e intelligente, ma adesso aveva la faccia inespressiva e gli occhi imbambolati.
«Che cos’è successo?» domandò con voce rauca.
«Siamo stati colpiti da una bomba, una superatomica» rispose Kenniston. Le sue parole sembravano strane e improbabili anche a lui.
«Siete pazzo?» disse l’uomo, fissandolo stupito.
«Sì, credo di esserlo davvero. Credo proprio che questa sia l’unica spiegazione.»
Il suo cervello ricominciava a ragionare. L’aria si era fatta improvvisamente fredda e strana. La luce del sole si era affievolita, aveva una colorazione rossastra e non riscaldava più. La vecchia, stretta nel suo scialle, piangeva. Poi, sempre piangendo, si mise in ginocchio. Kenniston credette che volesse pregare; si mise invece a raccogliere le sue cipolle, con gesti impacciati come quelli di un bambino, cercando di rimetterle nel sacchetto di carta che si era strappato.
«Ma certo!» disse la guardia. «Ho letto tante cose, sulle bombe superatomiche, nei giornali. Ho letto che sono migliaia di volte più potenti delle atomiche di una volta. Se una superatomica colpisse una città, la distruggerebbe completamente.» Si convinceva sempre più di quanto affermava. «Quindi, non dev’essere stata una superatomica. Questo è certo.»
«Ma non avete visto quella tremenda vampata in cielo?» disse Kenniston.
«Certo che l’ho vista, ma...» E qui la faccia della guardia si rischiarò. «Be’, deve essere stata una bomba che ha fatto cilecca. Hanno voluto spaventare tutto il mondo con questa superatomica... e poi non è nemmeno scoppiata.» Rise rumorosamente, con visibile sollievo. «Non è ridicolo? Vi raccontano su tutti i toni, per anni, quanto è terribile, e poi fa soltanto una vampata come una girandola di fuochi artificiali!»
Poteva anche darsi che fosse così, pensò Kenniston, con un selvaggio impeto di speranza. Poteva anche darsi che fosse così.
Poi guardò in alto, e vide il sole.
«Forse è stata solo una fanfaronata, sin dal principio» continuò la guardia. «Forse non avevano nemmeno la superatomica!»
Kenniston, senza abbassare gli occhi dal sole, parlò con le labbra aride: «L’avevano, l’avevano, purtroppo. E ne hanno usata una contro di noi. E credo anche che noi siamo morti e non lo sappiamo ancora. Non sappiamo ancora che non siamo più che spiriti e non viviamo più sulla terra.»
«Non viviamo più sulla terra?» proruppe la guardia, adirata. «Be’, sentite...»
Ma le parole si spensero in un mormorio, mentre i suoi occhi seguivano la direzione dello sguardo di Kenniston e si fissavano nel sole.
Non era il sole! Non era, cioè, il sole che essi e tutte le generazioni d’uomini che li avevano preceduti avevano visto sempre e conosciuto come una luminosa orbita dorata. Questo sole, che ora vedevano, lo potevano guardare benissimo, senza nemmeno socchiudere gli occhi. Potevano guardarlo a lungo, finché volevano, perché non era più che una grossa palla rossastra, con una sottile aureola di splendore ai margini. Si trovava più in alto, nel cielo. E l’aria era più fredda.
«Non è più allo stesso posto» disse la guardia. «E sembra diverso.» Rimase assorto, cercando di ricordarsi le nozioni imparate a scuola, poi riprese: «La rifrazione, dev’essere. La polvere sollevata da quella bomba della malora, che ha fatto cilecca!»
Kenniston non volle insistere. A che poteva servire? Non valeva certo la pena di dirgli ciò che egli, come scienziato sapeva benissimo, che cioè nessun possibile fenomeno di rifrazione avrebbe mai potuto influire sul sole in quel modo e fargli assumere un aspetto simile.
«Può darsi che abbiate ragione» disse, semplicemente.
«Ma certo, che ho ragione!» disse la guardia, ad alta voce. Ma non guardava più, lassù nel cielo, verso il sole; sembrava volesse evitarne la vista.
Kenniston riprese la strada lungo Mill Street. Stava per andare al laboratorio, quando quella cosa terribile era accaduta. Continuò in quella direzione. Voleva sapere ciò che Hubble e gli altri gli avrebbero detto, su quanto era accaduto.
Rise un po’, parlando fra sé.
«Sono uno spettro che va a discorrere con altri spettri, della nostra improvvisa morte.» Poi si riscosse, con un sentimento di ribellione e di fermezza: «Smettila! Sei uno scienziato. A che serve, la scienza, se perdi così facilmente le staffe di fronte a un fenomeno inspiegabile?»
Quella, tuttavia, era una sottovalutazione degli avvenimenti. Una superatomica scoppiata su una cittadina di cinquantamila abitanti, e nulla mutava, fuorché il sole nel cielo. Era qualcosa di più che un fenomeno inspiegabile.
Kenniston proseguì la sua strada. Camminava in fretta perché l’aria era stranamente fredda. Non si fermò a parlare con le persone sbalordite che incontrava. Si trattava, per lo più, di operai che stavano avviandosi al lavoro negli stabilimenti di Middletown, quando il fatto era accaduto; e stavano ora discutendo di quel lampo e di quella fiammata improvvisi. La parola che Kenniston udiva più frequentemente era terremoto. Non apparivano tuttavia preoccupati, quegli uomini. Sembravano eccitati e forse erano anche soddisfatti che qualcosa fosse venuto a interrompere la grigia uniformità della loro vita. Alcuni di loro guardavano su, nel cielo, quello strano sole rossastro, ma sembravano più perplessi che preoccupati.
L’aria era fredda e umida. E quella luce rossa, nebbiosa, era assai strana. Ma ciò non preoccupava molto quegli uomini che non ci trovavano nulla di diverso dall’aria fredda e dalla luce sporca che spesso preannunciano un uragano, nel Middle West.
Kenniston entrò dal cancello nell’edificio di mattoni, annerito dal fumo, che recava l’insegna LABORATORI RICERCHE INDUSTRIALI. Il guardiano, imperturbabile, gli fece un cenno.
Né quel guardiano, né alcuno dei cinquantamila abitanti di Middletown, salvo pochi funzionari, sapevano che quegli apparenti laboratori industriali erano in realtà uno dei più importanti centri per la difesa atomica degli Stati Uniti.
Gente furba, pensava Kenniston. Gli incaricati del decentramento dei laboratori atomici erano infatti stati molto furbi nel collocare quell’importante centro di ricerche in quella piccola cittadina industriale del Middle West.
Ma non abbastanza furbi, pensava.
No, certo. Non abbastanza furbi. Il nemico, ancora sconosciuto, doveva avere scoperto il segreto e aveva dato la prima mazzata proprio su quel centro nevralgico della difesa atomica, nascosto nella piccola città di Middletown.
Una superatomica, per annientare quel centro nevralgico, prima ancora che la guerra scoppiasse. Solo che la superatomica aveva fatto cilecca. Ma era poi vero? Il sole era un sole diverso. E l’aria era fredda e strana.
Crisci incontrò Kenniston all’ingresso dell’edificio centrale. Crisci era il membro più giovane del personale scientifico. Era un uomo alto, dai capelli neri. Cercava di celare la propria emozione con un’aria indifferente.
«Sembra che sia cominciata» disse, rivolgendo a Kenniston un sorriso. «Il cataclisma atomico! I fuochi d’artificio di fine spettacolo!» Poi, il suo viso si fece serio. «Ma perché quella bomba non ci ha polverizzati, Kenniston? Ne capisci qualche cosa, tu?»
«Gli apparecchi non hanno registrato nulla?» gli domandò Kenniston.
«Nulla. Assolutamente nulla.»
Questo, pensò Kenniston, confermava la pazza improbabilità di tutta quella faccenda.
«Dov’è Hubble?» domandò.
Crisci fece un gesto vago.
«Lassù. Ci ha ordinato di chiamare Washington; ma tutte le linee sono interrotte e anche il contatto radio non è stato ancora possibile.»
Kenniston attraversò il cortile. Hubble, il capo del laboratorio, guardava il cielo annebbiato e quel sole rosso e opaco che si poteva impunemente fissare senza rimanere abbagliati. Non aveva che cinquant’anni ma sembrava più vecchio, in quel momento. Aveva i capelli in disordine e il suo viso magro aveva i lineamenti contratti.
«Non si può nemmeno immaginare di dove sia venuta quella bomba» disse Kenniston.
Poi capì che i pensieri di Hubble erano altrove, perché l’altro fece col capo, distrattamente, un segno di assenso.
«Guarda quelle stelle, Kenniston.»
«Stelle? Delle stelle, in pieno giorno?»
Poi, guardando in alto, Kenniston si accorse che si potevano vedere le stelle, ora. Apparivano come dei deboli punti scintillanti, dappertutto, sopra quello strano cielo oscurato, persino vicino a quel sole opaco.
«Sono in una posizione sbagliata» affermò Hubble. «Sono tutte in una posizione sbagliata.»
«Ma che cosa è accaduto?» domandò Kenniston. «È vero che quella superatomica ha fatto cilecca?»
Hubble abbassò lo sguardo su di lui, sbattendo le palpebre.
«No» disse a bassa voce. «Non ha fatto cilecca. È scoppiata per davvero.»
«Ma se quella superatomica è scoppiata, allora...»
Ma Hubble non lo ascoltava più. Entrò nel suo ufficio e cominciò a togliere dagli scaffali dei volumi. Con grande sorpresa di Kenniston, li aprì alle pagine relative ai diagrammi astronomici. Poi, Hubble prese una matita e cominciò a scarabocchiare rapidamente dei calcoli su un blocchetto di carta.
Kenniston gli afferrò una spalla.
«In nome del Cielo, Hubble, questo non è il momento adatto per le teorie scientifiche! La città non è stata colpita, ma qualche cosa di veramente grosso è accaduto, e...»
«Vai al diavolo e lasciami stare» brontolò Hubble senza voltarsi.
Quell’insolito modo di fare di Hubble ridusse Kenniston al silenzio. Hubble continuò nei suoi calcoli, consultando spesso i diagrammi dei libri. L’ufficio era silenzioso, come se nulla di nulla fosse accaduto. Infine, Hubble si volse. La sua mano tremava un poco, mentre indicava i calcoli tracciati sul blocchetto di carta.
«Vedi quei calcoli, Ken? Sono la prova: la prova di qualche cosa di impossibile. Che deve fare uno scienziato, quando si trova di fronte a una situazione simile?»
Kenniston poté scorgere, nel grigio volto di Hubble, il dubbio, il tormento e il timore, e questo aumentava la paura istintiva da cui si sentiva afferrare. Ma prima che potesse parlare, entrò Crisci.
«Non ci è stato ancora possibile metterci in contatto con Washington» annunciò questi. «Non riusciamo a capire: le nostre chiamate rimangono completamente senza risposta. Pare quasi che, all’infuori di Middletown, non vi sia altra stazione al mondo che trasmetta alcunché.»
Hubble gettò un’occhiata sul blocchetto dei suoi calcoli.
«Tutte queste circostanze confermano la mia ipotesi. Proprio così!»
«Ma che cosa pensate?» domandò Crisci, ansiosamente. «Quella bomba è esplosa su Middletown, anche se non ci ha colpito. Eppure sembra che tutto il mondo, all’infuori di Middletown, sia improvvisamente diventato muto!»
Kenniston, ancora impressionato da quanto aveva veduto sul viso di Hubble, attese che l’anziano scienziato dicesse loro ciò che sapeva o pensava. Ma il campanello del telefono risuonò in quel momento, stridente.
Era l’apparecchio di comunicazione con il guardiano, all’ingresso dei laboratori. Hubble afferrò il ricevitore.
«Sì, lascialo entrare» rispose dopo un attimo, e appese. «È Johnson, l’elettricista che ci ha fatto dei lavori di riparazione» disse rivolto agli altri due. «Abita alla periferia della città.»
Quando Johnson entrò, Kenniston si accorse subito che quell’uomo era in preda a un folle terrore.
«Ho pensato che voi poteste saperlo» disse a Hubble. «Qualcuno deve pur dirmi che cosa è accaduto, altrimenti impazzisco! Ho un campo di grano, signor Hubble; è un campo abbastanza esteso, recintato da una siepe, e al di là di quella siepe vi è la fattoria del mio vicino.»
L’uomo cominciò a tremare.
«Ebbene, cosa è accaduto al vostro campo di grano?» domandò Hubble.
«Una parte del mio campo è scomparsa» disse Johnson «e anche la siepe, e anche la fattoria! Signor Hubble, è tutto scomparso, tutto...»
«Effetto dello spostamento d’aria» spiegò Hubble, gentilmente. «Una bomba ha colpito la città pochi minuti or sono, lo sapete.»
«No» insistette Johnson. «Mi trovavo a Londra, durante l’ultima guerra. So che danni può fare un’esplosione. Questa non è una distruzione. È...» Si interruppe. Pareva cercasse le parole adatte, ma non le trovava. «Ho pensato che voi poteste sapere cos’è.»
Kenniston sentì in quel momento che quel gelido senso premonitore che gli era sorto nell’animo assumeva ora la forma di un indistinto terrore, troppo forte e angoscioso da sopportare.
«Voglio uscire a dare un’occhiata» disse.
Hubble lo guardò e fece un cenno di assenso col capo. Poi si alzò, lentamente, come se non volesse andare ma costringesse se stesso a farlo.
«Possiamo vedere ogni cosa dalla torre dell’acquedotto, credo...» disse. «Quello è il punto più alto della città. Tu insisti nel tentativo di comunicare con l’esterno, Crisci.»
Kenniston uscì con lui dai laboratori e, attraverso Mill Street e le rotaie del deposito ferroviario, si diresse verso la torre dell’acquedotto di Middletown.
L’aria si era fatta più fredda. I raggi rossi del sole non avevano alcun calore, e Kenniston, quando afferrò la ringhiera della scala per cominciare a salire sulla torre, sentì che le sbarre di ferro erano fredde come ghiaccio. Seguì Hubble su per la scala, tenendo gli occhi fissi sulle scarpe del suo superiore. Fu una lunga salita. Dovettero fermarsi una volta, per riposare. Il vento soffiava sempre più forte, a mano a mano che salivano. Pareva a Kenniston che quel vento umido avesse un odore di muffa; come se quell’aria soffiasse da profonde tombe scavate nella roccia.
Giunsero infine alla piattaforma, riparata da una ringhiera che correva tutto attorno al grosso serbatoio dell’acqua. Kenniston guardò, in basso, la città. Vide gruppi di persone che si raccoglievano agli angoli delle strade. Vide automobili, alcune delle quali si muovevano lentamente, ma le più erano ferme e ingombravano le strade. Regnava su tutto un silenzio pesante.
Hubble diede uno sguardo rapido alla città. Middletown era tutta sotto di loro, coi suoi fabbricati intatti nel punto dove si erano sempre trovati, con la statua bronzea di una sentinella, a ricordo dei caduti nella Guerra Civile, proprio al centro della piazza, col fumo che saliva lentamente dalle ciminiere degli stabilimenti. Poi Hubble guardò verso l’esterno della città. Non parlò, ma rimase immobile, con gli occhi fissi. Anche Kenniston volse istintivamente lo sguardo in quella direzione.
Guardò a lungo, prima di cominciare a rendersi conto della realtà. Le retine dei suoi occhi continuavano a registrare quella immagine, ma il cervello si rifiutava di dare un senso, un significato qualsiasi a quella incredibile visione. Impossibile... impossibile... No! No! Doveva essere la polvere, o la rifrazione, o una illusione creata da quella nebbiosa luce solare, qualsiasi cosa, ma non la realtà. Non ci poteva essere, per tutte le leggi note dal tempo della Creazione, una realtà come quella!
Tutto il paesaggio, attorno a Middletown, era scomparso. I campi, i campi verdi e lisci del Middle West, il fiume, i torrenti, le vecchie fattorie sparse qua e là, tutto era scomparso. Quel paesaggio era completamente diverso, estraneo, e si stendeva attorno alla città come un paese sconosciuto.
Pianure tristi e vuote, fatte di terra color giallo ocra, battute dal vento, si perdevano in una catena di colline frastagliate, che non erano mai esistite prima. Il vento soffiava su quel mondo nudo e senza vita, muoveva le zolle e sollevava nubi di polvere giallognola. Il sole sovrastava tutto ciò come un grande occhio opaco, dalle ciglia di fuoco. Le stelle scintillanti pendevano solenni nel cielo, e tutto, la Terra, le stelle, il sole, aveva un aspetto di morte. Tutto era avvolto da un silenzio di attesa, in una dimensione che non aveva più nulla di nuovo.
Kenniston strinse spasmodicamente le sbarre di ferro della ringhiera, con la sensazione spaventosa che tutta la realtà gli crollasse attorno, e cercò freneticamente una spiegazione, una spiegazione razionale qualsiasi di quell’impossibile scenario.
«Ma, allora, la bomba... la bomba ha in qualche modo distrutto tutto il paesaggio attorno a noi, invece di distruggere Middletown?»
«Potrebbe mai una bomba far scomparire un fiume, e far sorgere quelle colline, e trasformare i campi, in quella terra arida e gialla?» disse Hubble. «Potrebbe mai, una bomba, fare tutto ciò?»
«Ma, per l’amor del Cielo, allora... che cosa...»
«Quella bomba ci ha colpito, Kenniston. È scoppiata proprio su Middletown, e ha fatto qualche cosa...» Hubble si interruppe, balbettando, poi proseguì: «Nessuno sapeva, in realtà, che cosa potesse fare una bomba superatomica. Esistevano teorie logiche, previsioni sui suoi effetti, ma nessuno sapeva nulla in realtà, eccetto il fatto che una forza immane sarebbe stata improvvisamente scatenata. Ebbene, quella forza è stata scatenata sopra Middletown. Ed è stata una forza violentissima. Tanto violenta che...»
Hubble si arrestò nuovamente, come se non avesse abbastanza coraggio per esprimere la certezza che si era ormai formata in lui. Fece un gesto vago verso il cielo annebbiato.
«Quello è il nostro sole» disse «proprio il nostro sole... ma è vecchio ora, molto vecchio. E quella Terra che vedi laggiù è vecchia anch’essa, nuda, sterile, corrosa e morente. E le stelle... Hai guardato le stelle, Ken, ma non le hai vedute. Sono diverse. Le costellazioni sono scompaginate dal moto delle stelle, e questo è unicamente dovuto all’opera di milioni di anni.»
«Milioni di anni?» bisbigliò Kenniston. «Ma, allora, tu credi che la bomba...» Tacque di colpo, e capì in quel momento che cosa aveva dovuto provare Hubble quando aveva compreso la realtà. Come si poteva dire una cosa che nessuno aveva detto mai, prima?
«Sì, la bomba...» disse Hubble. «Una forza, una violenza più grande di qualsiasi altra mai conosciuta. Una violenza troppo grande per essere contenuta nei confini ordinari della materia. Troppo grande per sprecare la sua energia in una insignificante distruzione fisica. Invece di distruggere gli edifici, quella violenza ha distrutto lo spazio e il tempo. »
Il rifiuto di Kenniston a tutto ciò si espresse in un grido rauco.
«Hubble! No! Questa è pazzia! Il tempo è assoluto...»
«Tu lo sai che non è così» obiettò Hubble. «Tu lo sai, dai lavori di Einstein, che il tempo per se stesso non esiste, che esiste invece una continuità spazio-tempo. E questa continuità è ricurva, e una forza sufficientemente grande potrebbe sbalestrare la materia da un punto all’altro della curva.»
Sollevò una mano tremante verso quello spettrale paesaggio, oltre i limiti della città.
«E quella forza immensa, sprigionatasi dalla prima bomba superatomica, ha compiuto tutto ciò. Ha spedito questa città in un’altra parte della curva spazio-tempo, in un’altra epoca, a milioni di anni nell’avvenire, in questa Terra morente del futuro!»
2
L’incredibile
Quando tornarono nei laboratori, il resto del personale li stava attendendo. Erano in tutto una dozzina di uomini, di età varia, da quella di Crisci a quella del vecchio Beitz, e se ne stavano, rabbrividendo, di fronte all’edificio, nella fredda e rossastra luce del sole. Anche Johnson era con loro, in attesa della sua risposta. Hubble guardò Johnson, poi tutti gli altri.
«È meglio che rientriamo» disse.
Nessuno rivolse quelle domande che pur premevano dentro ciascuno di loro. Silenziosamente, seguirono Hubble attraverso il portone dell’edificio. Si muovevano a scatti, con impaccio, come se la tensione nervosa fosse divenuta tale da inibire i loro riflessi. Anche Kenniston li seguì, ma non per tutto il percorso.
Si fermò davanti alla porta del suo ufficio, e disse: «Voglio accertarmi che non sia successo niente a Carol.»
«Non dirle nulla di quanto è accaduto, Ken» gli consigliò Hubble.
«No» ribatté Kenniston. «Non le dirò nulla.»
Entrò nel suo piccolo ufficio e chiuse la porta. Allungò una mano sulla scrivania per afferrare il ricevitore, ma poi la ritrasse. Il terrore che prima lo aveva sconvolto ora si era trasformato in una specie di torpore, di insensibilità, come se fosse stato troppo grande per essere contenuto in un corpo umano e fosse traboccato fuori, portando con sé tutta la forza e la volontà. Guardò quel familiare strumento e pensò alla sua inutilità, alla inutilità di quei grossi elenchi della guida telefonica, con una quantità di nomi e di numeri appartenenti a persone che erano una volta vissute nei villaggi e nelle città vicine e che ora non esistevano più, da... da quanto tempo? Un’ora e poco più, se si pensava in un dato modo. Ma, se si pensava in un altro modo...
Sedette sulla poltroncina della scrivania. Aveva lavorato a lungo seduto su quella poltroncina e ora tutto quel lavoro non aveva più alcun significato. Troppe cose avevano cessato di avere significato. Progetti e idee, dove trascorrere la luna di miele, il modo in cui desiderava vivere, in quale casa, tutto. La Florida e la California e New York erano parole senza senso, come ieri e domani. Tutto, era scomparso, i tempi e i luoghi, e non restava più nulla, eccetto Carol. E forse nemmeno lei, Forse se n’era andata con sua zia per una piccola gita in campagna e, se non si trovava in Middletown quando quella cosa terribile era accaduta, anch’essa, allora, se n’era andata, per sempre... sempre...
Afferrò il ricevitore con ambo le mani e ripeté il numero più volte. La centralinista fu molto paziente, con lui. Tutti telefonavano a Middletown, tutti si chiamavano, e al di sopra di quei frammenti di conversazioni confuse, Kenniston udiva rimbombare nelle sue orecchie le pulsazioni del suo cuore, e pensava che non aveva alcun diritto di desiderare che Carol fosse ancora là, in casa sua. Avrebbe dovuto anzi pregare il Cielo che fosse andata in qualche altro posto, perché non poteva desiderare che una persona amata fosse costretta a fronteggiare quella vita terribile, che li attendeva. E che vita li attendeva? Chi poteva immaginarselo, in mezzo a tutti quegli orrori indistinti che avrebbero potuto prendere forma?
«Ken?» disse una voce, nel suo orecchio. «Ken, sei tu? Pronto! »
«Carol!» disse Kenniston. Tutta la stanza scomparve, come in una nebbia, ai suoi occhi, e non vi fu più che quella voce.
«Ken! È tanto tempo che cerco di chiamarti. Che cosa è accaduto? La città è tutta sottosopra. Ho visto un lampo terribile nel cielo, ma non vi è stato alcun temporale, e poi, quella scossa... E tu, come stai?»
«Sì, sì, sto benissimo...» Non era affatto spaventata, Carol, almeno non ancora. Era ansiosa, preoccupata, ma non spaventata. Un lampo e una scossa. Allarmante sì, ma non terrificante, non certo la fine del mondo... Kenniston si irrigidì, facendo forza su se stesso, e disse: «Non lo so ancora, che cosa sia stato.»
«Ma puoi saperlo? Qualcuno dovrebbe saperlo.» Non era al corrente, naturalmente, che Kenniston lavorava in un centro atomico. A lui non era stato consentito di dirlo a nessuno, nemmeno alla sua fidanzata e, per lei, Ken non era altro che un semplice tecnico di un laboratorio industriale, vagamente occupato in prove di materiali e cose del genere. La ragazza non aveva mai dimostrato molta curiosità per il suo lavoro, e lui gliene era stato grato, perché ciò gli aveva risparmiato la necessità di mentirle. Ora le era anche più riconoscente, perché Carol non poteva crederlo capace di darle informazioni sull’accaduto. In quel modo, avrebbe potuto risparmiarle la verità ancora per un poco, e rimettersi, lui per primo, dal colpo ricevuto.
«Farò del mio meglio» la rassicurò. «Ma finché non saremo sicuri di che si tratta, desidero che tu e tua zia rimaniate in casa, lontano dalla strada. Non si può sapere come si comporterà la gente, se è presa dal panico. Me lo prometti? Sì... sì. Verrò da te non appena mi sarà possibile.»
Kenniston riappese il ricevitore e, non appena interrotto il contatto con Carol, perse nuovamente il contatto con la realtà. Si guardò attorno, e l’ufficio gli parve d’improvviso come un ambiente irreale, perché non aveva più significato per lui. Avrebbe voluto andarsene al più presto, eppure, quando si fu alzato, rimase per un poco con le mani appoggiate alla scrivania, mentre le parole di Hubble gli martellavano in testa. Ricordava l’immagine del sole e delle stelle, il triste e inconsueto aspetto della Terra. Si sforzava di convincersi che era tutto impossibile, eppure i fatti non si potevano negare. La lunga sequenza del tempo e poi, d’un tratto, una forza dirompente... Desiderava disperatamente di fuggire. Riscuotendosi, uscì nel corridoio e si diresse all’ufficio di Hubble.
Erano tutti lì, i dodici uomini del personale e Johnson. Johnson si era rifugiato in un angolo. Lui aveva visto ciò che era accaduto laggiù, ai limiti della città, mentre gli altri non si rendevano ancora conto. Cercava di capire l’accaduto e la spiegazione che di esso aveva appena udita. Non era una cosa piacevole vederlo ripiegato in quello sforzo mentale. Kenniston guardò gli altri. Aveva lavorato a stretto contatto con tutti loro. Credeva di conoscerli molto bene, avendo vissuto con loro i successi e gli insuccessi del lavoro comune. Capiva ora, invece, che erano tutti estranei, sia verso di lui, sia tra di loro. Erano soli, ognuno in balia della propria paura.
«Anche se questo fosse vero» stava dicendo, in tono quasi truce, il vecchio Beitz «non potete però affermare esattamente quanto tempo sia trascorso. E soprattutto, basandovi unicamente sulle stelle.»
«Non sono un astronomo» ribatté Hubble «ma chiunque può calcolarlo dai diagrammi, in base al moto delle stelle e ai mutamenti delle costellazioni. Non esattamente, certo, ma con quell’approssimazione che può, almeno per ora, interessarci.»
«Ma se la continuità del tempo fosse stata realmente spezzata, se questa città avesse realmente fatto un balzo di milioni di anni...» La voce di Beitz si perdette in un mormorio indistinto. Si morse le labbra, cosciente della inutilità di quanto stava dicendo, e rimase, come tutti gli altri, a guardare Hubble con una espressione cupa.
«Non crederete certamente a tutto questo, finché non avrete visto coi vostri occhi» concluse Hubble, scuotendo il capo. «Non vi biasimo affatto. Ma per il momento, dovrete accettare la mia spiegazione come una possibile ipotesi.»
Morrow si schiarì la gola.
«E che direte alla gente... agli abitanti della città? Avete intenzione di dir loro la verità?» domandò.
«Almeno una parte della verità dovranno conoscerla» rispose Hubble. «La temperatura si farà più fredda, molto più fredda, specialmente durante la notte, e dovranno essere preparati ad affrontare questa evenienza. Ma dobbiamo evitare le manifestazioni di panico. Stanno venendo da me il sindaco e il capo della polizia, e decideremo la cosa con loro.»
«E quei due ne sono già a conoscenza?» domandò Kenniston.
«No» rispose Hubble.
Johnson si mosse d’improvviso. Si avvicinò a Hubble: «Sarà al sicuro, mio figlio?»
«Vostro figlio?» domandò Hubble, guardandolo interdetto.
«Sì. Se n’è andato stamattina di buon’ora alla fattoria di Martisen, per farsi preparare un aratro. Quella fattoria si trova a due miglia fuori dalla città, verso nord. Che ne è stato di lui, signor Hubble... è al sicuro?»
Quello era il segreto tormento che non aveva ancora espresso a parole.
«Credo che non abbiate da preoccuparvi per lui, signor Johnson» rispose Hubble con pietosa menzogna.
Johnson fece col capo un cenno affermativo, ma appariva sempre preoccupato.
«Grazie, signor Hubble» disse. «Sarà meglio che torni a casa, ora. Ho lasciato mia moglie in una crisi di disperazione.»
Un paio di minuti dopo la sua partenza, Kenniston udì all’esterno la sirena di un’auto, che venne a fermarsi davanti all’edificio.
«Dovrebbe essere il sindaco» disse Hubble.
Un ben debole appoggio, in una circostanza come questa, pensò Kenniston. Non che il sindaco fosse un cattivo uomo. Non era più presuntuoso, inefficiente o venale di qualsiasi altro sindaco di provincia. Gli piacevano i bambini e l’oratoria, si preoccupava dei colori della sua cravatta e si diceva che fosse, comunque, un buon marito e un buon padre. Ma Kenniston non poteva certo immaginarsi Bertram Garris come capo del suo popolo. Questi suoi pensieri non mutarono affatto quando Garris entrò con le sue guance rosee di uomo ben pasciuto, con quel suo viso di piccolo uomo soddisfatto della sua piccola carriera nella sua piccola città. In quel momento, appariva considerevolmente turbato e perplesso, ma solo superficialmente, anzi, forse più interessato che spaventato dalla prospettiva di essere al centro di un avvenimento importante.
Kimer, il capo della polizia, era tutt’altra cosa. Era alto e angoloso, era stato testimone di molte brutture ed esprimeva una specie di dura saggezza. Non un uomo brillante, certo, pensò Kenniston, ma capace di imporre le cose che si dovevano fare. E Kimer appariva assai più preoccupato del sindaco.
Garris si volse immediatamente a Hubble. Era ovvio che aveva un grande rispetto per lui e che era orgoglioso di trovarsi da pari a pari con un personaggio tanto importante che, com’egli sapeva, era uno degli scienziati atomici più in vista nella nazione.
«Avete qualche notizia, dottor Hubble? Non abbiamo ancora potuto metterci in comunicazione con l’esterno e corrono dappertutto le voci più disparate. Credevo dapprima che aveste avuto un’esplosione qui nel laboratorio, ma...»
Kimer lo interruppe.
«Si sta spargendo la voce che una bomba atomica ci ha colpiti, dottor Hubble. Molti abitanti sono spaventati. Se la paura si diffonde, dovremo presto fronteggiare il panico. Ho sparpagliato i miei agenti nelle strade per calmare la popolazione, ma desidererei avere una storia precisa da raccontare, e soprattutto una storia che sia credibile.»
«Una bomba atomica!» esclamò il sindaco Garris. «Ma è una sciocchezza, questa! Siamo tutti vivi e non vi è stato alcun danno. Il dottor Hubble può ben dirvi che le bombe atomiche...»
Per la seconda volta, Garris fu interrotto brevemente, questa volta da Hubble.
«Non si tratta di una bomba ordinaria, e le voci che corrono sono purtroppo vere, a questo proposito.» Tacque un attimo e poi, lentamente, sillabando le parole, aggiunse: «Una bomba superatomica è esplosa un’ora fa, per la prima volta nella storia, proprio su Middletown.»
Hubble lasciò che i due nuovi venuti comprendessero il significato delle sue parole. Era una cosa piuttosto penosa, e Kenniston distolse lo sguardo per guardare fuori della finestra, verso quel cielo annebbiato e quel sole rosso e triste, e si sentì un nodo allo stomaco. “Eravamo stati ammoniti” pensò “per anni, che stavamo giocando con forze troppo potenti per noi.”
«La bomba non ci ha distrutti» stava dicendo Hubble.
«In questo, siamo stati fortunati. Ma ha avuto certi... effetti.»
«Ma io non capisco» disse il sindaco, con tono lamentoso. «Non capisco davvero... Certi effetti? Quali?»
Hubble espose loro con tranquilla chiarezza le sue conclusioni.
Il sindaco e il capo della polizia di Middletown, uomini normali di una città normale, abituati a vivere la loro vita in modo normale, ascoltavano quella cosa incredibile. Ascoltavano, cercando di comprendere. Cercavano di comprendere, ma non vi riuscivano. Perciò respinsero quella conclusione incredibile.
«Ma è pazzesco» esplose irosamente Garris. «Middletown scaraventava nel futuro? Solo a sentir dire una cosa simile... Che cosa volete farci credere, dottor Hubble?»
Si espresse in modo anche più vivace di questo. E altrettanto fece Kimer. Ma Hubble li ridusse alla ragione. Tranquillo, implacabile, indicò loro il paesaggio desolato attorno alla città, il freddo che si faceva sempre più acuto, il sole rosso e invecchiato, la cessazione di ogni contatto col mondo esterno. Spiegò sommariamente la natura del tempo e dello spazio, e in che modo quella cosa incredibile si era realizzata. I suoi due ascoltatori non potevano comprendere le sue teorie scientifiche. Ma le accettavano con la fiducia che gli uomini del ventesimo secolo avevano per gli interpreti delle complesse scienze che essi non erano in grado di capire. Le conseguenze fisiche le comprendevano tuttavia perfettamente. Anche troppo bene, ora che vi erano costretti dall’evidenza.
Infine si convinsero. Il sindaco Garris si lasciò cadere su una sedia. Il suo viso non appariva più roseo e le guance si erano fatte cascanti.
La sua voce non era più che un bisbiglio, quando domandò: «E adesso, che cosa facciamo?»
Hubble aveva una risposta pronta, almeno per una parte di quella domanda.
«Dobbiamo fare in modo che non si sparga il panico» disse. «Gli abitanti di Middletown dovranno apprendere la verità molto lentamente. Questo significa che nessuno degli abitanti deve per ora uscire dalla città... altrimenti capirebbe subito ogni cosa. Vi consiglierei di annunciare che il terreno attorno alla città è contaminato dalla radioattività, impedendo a chiunque di uscire dal perimetro urbano.»
Kimer, il capo della polizia, afferrò subito con patetico zelo quella possibilità di fronteggiare un problema che poteva più facilmente comprendere.
«Posso mettere uomini e barricate alle estremità delle strade, verso la campagna, questo è abbastanza semplice.»
«E la compagnia della Guardia Nazionale si sta riunendo nell’Arsenale» intervenne il sindaco Garris. Aveva ancora la voce tremante e l’espressione stordita.
«E come vanno i servizi pubblici?» domandò Hubble.
«Sembra che ogni cosa funzioni perfettamente... l’elettricità, il gas e l’acqua potabile» rispose il sindaco.
“Me l’ero immaginato” pensò Kenniston. La centrale termoelettrica, il serbatoio dell’acqua e l’impianto di gas artificiale della città di Middletown avevano superato, con gli abitanti e le case, l’abisso del tempo.
«I servizi, i viveri, i combustibili, tutto deve essere immediatamente razionato» stava dicendo Hubble. «Proclamate questo come misura d’emergenza.»
Il sindaco Garris parve più sollevato nel sentirsi dire ciò che doveva fare.
«Sì. Provvederemo subito.» Poi domandò, timidamente: «Non vi è alcuna possibilità di mettersi in contatto col resto del mondo?»
«Il resto del mondo» gli ricordò Hubble «è rimasto dietro di noi di alcuni milioni di anni. Dovrete ricordarvi di questo.»
«Già... è vero. Me ne dimentico continuamente» disse il sindaco. Poi rabbrividì e cercò di pensare ai compiti che lo attendevano. «Ci occuperemo subito di quanto avete suggerito.»
Quando i due se ne furono andati, Hubble guardò acci gliato i suoi colleghi silenziosi. «Parleranno dell’accaduto, naturalmente. Ma se la cosa si diffonde lentamente, non sarà tanto preoccupante. Ci darà modo di accertare, prima, alcune cose.»
Crisci scoppiò in un riso stridente.
«Se tutto ciò è vero, dev’essere un bello scherzo! Tutta la città scaraventata nel futuro, verso la fine del mondo, senza che nemmeno lo sappia! Cinquantamila persone che non sanno ancora, per esempio, che la loro cugina Agnes, abitante a Indianapolis, è morta e ridotta in polvere da milioni di anni!»
«E non debbono saperlo» disse Hubble. «Non ancora, per lo meno. Non ancora, finché non avremo chiarito con precisione che cosa dobbiamo fronteggiare, in questa Terra del futuro.»
Continuò poi a pensare ad alta voce.
«È indispensabile andare a vedere che cos’è accaduto là fuori, fuori della città, prima di poter fare qualsiasi progetto. Kenniston, dovresti andare a prendere una jeep. E porta parecchia benzina di scorta. E anche abiti pesanti. Ne avremo bisogno, là fuori. E, Ken... porta anche delle armi con te.»
3
Il pianeta mortale
Kenniston ritornò in Mill Street e si diresse verso la rimessa nella quale aveva lasciato la sua macchina un miliardo di anni prima, quando cose del genere avevano ancora qualche importanza. Sapeva che tenevano in quel garage una jeep per il servizio stradale, e sapeva pure che non ne avrebbero più avuto bisogno, per il semplice fatto che di strade, fuori della città, non ve n’erano più. Si pentiva di non avere preso con sé un cappotto. L’aria si raffreddava rapidamente e la temperatura sarebbe presto scesa sotto lo zero.
Vi era molta gente, in Mill Street, una via che anche normalmente era sempre molto affollata. Era la strada dei grossi stabilimenti e delle piccole aziende commerciali; congiungeva Middletown con le vie del Sud. Vi erano sempre autobus, macchine e pedoni. Forse il traffico era un po’ più disorganizzato del solito e i gruppi di cittadini avevano una maggior tendenza a riunirsi e a discutere animatamente, ma questo era tutto.
Kenniston conosceva alcune di quelle persone, ma non si fermò a parlare con loro. Non desiderava nemmeno incontrarne gli sguardi. Si sentiva in qualche modo colpevole, perché sapeva la verità mentre quelli ne erano ancora all’oscuro. Che sarebbe accaduto, se avesse spiattellato tutto? Che cosa avrebbero fatto? Era una tentazione terribile, quella di liberarsi del suo segreto. Aveva una voglia pazza di mettersi a gridare.
Alcuni oziosi, sul ponte di Mill Street, guardavano il letto fangoso del fiume e cercavano di spiegarsi l’improvvisa scomparsa dell’acqua. Nelle numerose birrerie, che davano un tono allegro a quella strada popolare, vi erano più clienti del solito, data l’ora. Mentre passava, Kenniston poté udire le loro voci, voci alte, eccitate, un poco litigiose, ma ancora prive di terrore.
Una donna di casa parlava con un’amica da una finestra, verso la casa di fronte.
«Non riesco a prendere alcuna stazione, all’infuori di quella di Middletown, oggi. Non posso più sentire le mie solite rubriche.»
Kenniston fu lieto quando giunse al garage di Bud. Bud Martin, un giovane alto e magro, con una macchia di grasso sotto un labbro, stava rimontando un carburatore e rimproverava nel frattempo il suo aiutante.
«La vostra macchina non è ancora pronta, signor Kenniston» protestò. «Vi ho detto alle cinque, ricordate?»
Kenniston scosse il capo e disse a Martin ciò che desiderava. Martin acconsentì immediatamente.
«Certo che posso noleggiarvi la jeep! Sono troppo occupato, oggi, per rispondere a richieste dalla strada.»
Non si preoccupò affatto di domandare a Kenniston cosa volesse fare della jeep. Il carburatore non funzionava e Bud si mise a imprecare. In quel momento, un uomo con un grembiule bianco da fornaio ficcò la testa nella rimessa.
«Bud, hai sentito la novità? Gli stabilimenti chiudono... tutti!»
«Ah, frottole!» disse Martin. «È tutta la mattina che ascolto novità del genere. C’è gente che non fa che andare in giro a raccontare baggianate. Ho troppo da fare per ascoltarle.»
Kenniston riempì alcune latte di benzina, le caricò nella jeep e partì verso nord.
I cappotti avevano fatto la loro comparsa in Main Street. Gruppi di persone erano fermi agli angoli della strada. La gente che attendeva gli autobus guardava curiosamente il sole rosso e il cielo annebbiato. Ma i negozi erano aperti, le massaie camminavano con la borsa della spesa, alcuni ragazzi correvano in bicicletta. Non era ancora cambiato molto, non ancora.
Anche la Walters Avenue, dove Kenniston abitava, era calma, benché gli alberi avessero assunto degli strani riflessi, alla luce rossastra del sole. Fu lieto che la sua padrona di casa fosse uscita, perché non se la sentiva di rispondere a nuove domande.
Caricò sulla jeep la sua carabina da caccia e una rivoltella automatica, insieme ad alcune scatole di cartucce. Indossò un pastrano e prese anche una giacca di pelle per Hubble. Si ricordò persino dei guanti. Poi, prima di risalire sulla jeep, fece di corsa il breve tratto di strada che lo divideva dalla casa di Carol Lane.
La zia di Carol gli venne incontro. La signora Adams era grassa e rosea, ma appariva turbata.
«John, sono tanto lieta che tu sia venuto! Forse mi potrai dire che debbo fare. Devo coprire i miei fiori?» Balbettava ansiosamente. «È una cosa strana, in pieno giugno. Ma fa già tanto freddo. E le mie petunie e gli altri miei fiori soffrono molto il gelo. E le rose...»
«Io le coprirei, signora Adams» rispose Kenniston. «Le previsioni affermano che farà ancora più freddo.»
La donna alzò le braccia al cielo.
«Che tempo! Non si è mai vista una cosa simile!» E corse a prendere dei teli per coprire i suoi fiori, quei fiori che non avevano ormai più di poche ore di vita. Questo particolare colpì Kenniston, facendogli intravedere un’altra triste realtà. Non più rose, sulla Terra, dopo oggi. Non più rose, mai più.
«Ken... hai saputo che cosa è successo?»
Era la voce di Carol, dietro di lui, e Kenniston capì, anche prima di voltarsi a guardarla, che non avrebbe potuto dare risposte evasive, come aveva fatto con gli altri. Quella ragazza non sapeva nulla di scienza, né di tempo e spazio, né di continuità o altro. Ma lo conosceva bene, e non gli avrebbe dato possibilità di fingere.
«È vero ciò che dicono, che una bomba atomica è caduta su Middletown?»
Da quando le aveva telefonato, aveva avuto tutto il tempo per allarmarsi. Aveva capelli e occhi scuri; era slanciata ma forte, con caviglie snelle, una bocca ferma e un’espressione dolce. Le piacevano Tennyson, i bambini e i cagnolini, amava accudire la casa e aveva una conversazione tranquilla che dava l’impressione di una lieta serenità. Era una cosa terribile, pensava Kenniston, che dovesse starsene in un giardino morente, parlando di bombe atomiche.
«Sì» rispose, tuttavia. «È vero.» La vide impallidire e proseguì rapidamente. «Nessuno è rimasto ucciso. Non vi sono effetti radioattivi sulla città, non vi è nulla da temere.»
«Ma qualcosa c’è: lo posso vedere nel tuo viso.»
«Ebbene, vi sono ancora fatti da accertare. Io e Hubble partiamo ora per fare ricerche.» Le prese le mani. «Non ho tempo di parlare, ora, ma...»
«Ken» disse la ragazza. «Perché proprio tu? Che ne sai tu, di queste cose?»
Kenniston capì che si avvicinava il momento temuto, che aveva sempre paventato e che aveva sempre sperato di poter rimandare indefinitamente, quello in cui avrebbe dovuto dire a Carol qual era il suo vero lavoro. Con quali reazioni lei avrebbe appreso la verità? Non lo sapeva, non lo sapeva affatto. Era lieto in ogni modo, di poter rimandare ancora una volta, foss’anche per poco. Fece uno sforzo, per sorridere.
«Ti dirò tutto più tardi, al mio ritorno. Rimani in casa, Carol, promettimelo. Solo così non starò in pena.»
«Va bene» disse Carol, lentamente. Poi lo richiamò, d’improvviso: «Ken...»
«Che cosa?»
«Nulla. Sii prudente.»
Kenniston la baciò e tornò di corsa verso la jeep. Grazie al cielo, Carol non era una ragazza isterica e, particolarmente in questa situazione, le era molto grato di ciò.
Salì in macchina e si diresse ai Laboratori, pensando a quale sarebbe stata la sorte sua e di Carol. Sarebbero stati ancora vivi, domani, e il giorno successivo? E se fossero sopravvissuti, che genere di vita sarebbe stata la loro? Pensieri tristissimi, pieni di amarezza e di rimpianto, gli affollavano la mente.
Hubble lo attendeva all’ingresso dei Laboratori, con un contatore Geiger e altri strumenti per il controllo della radioattività. Caricò gli strumenti con cura, indossò la giacca di pelle e salì sulla jeep a fianco di Kenniston.
«Benissimo, Ken... usciamo dalla città, verso sud. Salendo sulle colline che abbiamo scorto in quella direzione, potremo osservare i dintorni.»
All’estremità sud della città, dovettero arrestarsi di fronte a una barriera, all’intimazione della polizia di guardia. Dovettero attendere finché il sindaco telefonò un’affrettata autorizzazione che consentiva a Hubble e a Kenniston di uscire dalla città per un’ispezione delle regioni contaminate.
La macchina percorse ancora una strada di cemento, fra piccole fattorie suburbane, per un tratto di circa mezzo miglio. Poi la strada e i prati, d’improvviso, s’interruppero.
Da quella netta demarcazione in avanti, si stendeva solo una desolata pianura color ocra, a est e a ovest, dovunque, a perdita d’occhio. Non un albero, non un filo d’erba, rompeva quella monotonia. Solamente terra giallastra, e polvere, e vento.
Hubble fissò Kenniston. «Nessuna traccia di radioattività. Puoi andare avanti.»
Davanti a loro sorgevano delle basse colline, desolate e nude. Al disopra di loro stava un cielo livido e freddo. Il sole, pallido, le stelle, pallide, e sotto di esse nessun suono, all’infuori del triste fruscio del vento.
Col motore che ruggiva e la carrozzeria che sobbalzava sul fondo sconnesso di quella pianura desolata color ocra, la jeep li portò avanti, nel silenzio sepolcrale della Terra morta.
4
La città morta
Kenniston si concentrò tutto sul volante, stringendolo tanto da farsi dolere le mani. Guardava fissamente il terreno davanti a sé; guidava con attenzione, cercando di evitare ogni roccia, ogni cunetta, ogni crepa, assorto in quei gesti meccanici come se, in tutto l’universo, non vi fosse stato nulla di più importante. Invidiava la macchina per la sua abilità di poter superare senza alcuna emozione quel percorso terribile, verso la fine del mondo. Questo pensiero gli parve così strano che scoppiò a ridere.
Poco dopo, la macchina cominciò a salire il fianco di una di quelle colline, col motore che scoppiettava e ruggiva. Il familiare brontolio del motore accentuava ancora di più il silenzio assoluto che regnava tutt’attorno, in quella luce crepuscolare di morte. Kenniston avrebbe voluto che Hubble dicesse qualche cosa, qualsiasi cosa. Ma l’altro taceva, e Kenniston non riusciva a parlare. Gli pareva di essere sperduto in un incubo, nel quale non doveva far altro che guidare.
Un urlo stridulo risuonò a un tratto davanti a loro. Ambedue sobbalzarono con violenza. Con le mani coperte di sudore freddo, Kenniston fece fare alla macchina uno scarto di fianco e intanto scorse un bruno animale peloso, della grossezza di un piccolo cavallo, che saltava al di là di un crepaccio e si allontanava a lunghi balzi irregolari. Tutto tremante Kenniston fermò la macchina.
«Allora, c’è ancora una vita animale, sulla Terra... in qualche modo. E, guarda un po’ là...» Additò un piccolo pozzo nel teneno polveroso, con un breve orlo di terra fresca e bruna attorno. «Quell’animale stava scavando in quel punto. Probabilmente cercava acqua. La superficie è arida, perciò deve scavare per poter bere.»
Esaminarono il pozzo e l’orlo di terra fresca che lo circondava. Vi erano segni di denti sulla corteccia dei pochi miseri arbusti che spuntavano sull’orlo del pozzo.
«Denti di roditore» osservò Hubble. «Enormemente più sviluppati, però, dei denti di qualsiasi animale del nostro tempo.»
Si guardarono, ritti nella luce fredda e rossastra. Poi Hubble tornò verso la macchina.
«Andiamo avanti» disse.
Proseguirono il cammino lungo il crinale della collina. Scorsero due altri pozzi scavati da quegli animali, ma erano più vecchi e dovevano essere stati abbandonati. L’occhio rosso e opaco del sole sembrava guardarli freddamente. Kenniston pensava con ossessione a quell’animale peloso e spaventato che fuggiva a balzi su quella pianura desolata, che era stata una volta la Terra degli uomini.
Raggiunsero, più avanti, un punto elevato della collina, e Kenniston arrestò la macchina in modo da poter osservare la pianura che si stendeva davanti a loro a perdita d’occhio.
Hubble guardò verso sud e le sue mani tremarono visibilmente.
«Ken, guarda! Vedi anche tu?»
Kenniston guardò nella direzione indicata.
Il sollievo gli allargò il cuore. Provò una gioia selvaggia, nello scoprire che non erano più soli, su una Terra senza vita!
Laggiù, sulla pianura desolata, si ergeva una città. Una città di bianchi edifici, completamente racchiusa e protetta da una cupola trasparente.
Guardarono a lungo, assaporando un sentimento di sconfinato sollievo. Data la distanza cui si trovavano, non riuscirono a scorgere nessun movimento entro la città, ma la sua stessa esistenza indicava chiaramente che dovevano esserci degli abitanti.
Poi, lentamente, Hubble disse: «Può darsi che non abbiano bisogno di strade. Forse usano aerei per spostarsi.»
Istintivamente, ambedue alzarono il capo per esaminare il cielo cupo; ma non vi erano che il vento e le stelle e quel sole con la sua corona di brevi raggi, come la testa di una Medusa.
«Non si vede nemmeno una luce» disse Hubble.
«È ancora giorno» osservò Kenniston. «Non avranno bisogno di luci. Dovrebbero essere abituati a questa specie di crepuscolo.»
Un’improvvisa ansietà si impossessò tuttavia di lui. Riuscì a compiere con difficoltà i movimenti per rimettere in marcia il motore, fece urlare gli ingranaggi del cambio e avviò la macchina con uno strappo.
«Va’ adagio, e sta’ calmo» disse Hubble. «Se c’è gente, non abbiamo fretta. E se non c’è nessuno...» La sua voce tremava un poco, e dopo un momento finì la frase «... allora non c’è fretta, egualmente.»
Parole. Null’altro che parole. A Kenniston pareva di non poter sopportare quell’attesa. La pianura si stendeva, infinita, davanti a lui. La macchina sembrava procedere lentissima. Rocce e crepacci e screpolature parevano inserirsi malignamente sul percorso. La città dava l’idea di beffarli e allontanarsi sempre più.
Kenniston si mordeva le labbra, impaziente e agitato.
Poi, a un tratto, la città protetta dalla cupola enorme apparve loro in piena vista. Si alzava alta nel cielo, come una montagna di vetro sorta per incanto da una fiaba. Dal punto in cui si trovavano, la superficie ricurva della cupola rifletteva i deboli raggi del sole.
Trovarono infine una strada, larga e liscia. Quella strada portava direttamente verso una grande porta ad arcata, aperta nella cupola. La grande porta era spalancata.
«Se hanno protetto questa città con una cupola per ripararsi dal freddo» disse Hubble «perché questa porta è aperta?»
Kenniston non diede risposta. Non poteva rispondere nulla. Si rifiutava di accettare il pensiero che gli era sorto nella mente.
Attraversarono la porta, e si trovarono entro la città, sotto la grande cupola trasparente. Dopo la desolazione della pianura, la vista della città e della sua possente veste protettiva aveva qualcosa di miracoloso.
Era anche più caldo, dentro. Non proprio caldo, nel vero senso della parola, ma l’aria era priva di quel tono mordente di gelo che si provava all’esterno. Percorsero lentamente un largo viale, mentre i battiti dei loro cuori si facevano sempre più forti. Il rombo del motore si levava, altissimo, nel silenzio, e si ripercuoteva a lungo, alto, irriverente, in quel silenzio di tomba.
Una coltre pesante di polvere copriva i marciapiedi e si sollevava al passaggio della macchina; era anche più spessa nei punti più riparati e nascosti, negli androni delle porte e degli archi, e sui davanzali delle finestre.
Gli edifici erano alti e massicci, infinitamente più belli e semplici, nelle loro linee, di quanto Kenniston avesse mai potuto immaginare. Una città piena di grazia, di simmetria e di dignità, resa anche più incantevole dalle tinte morbide delle lisce superfici in materia plastica, dalla lucentezza dei metalli e dalla bellezza delle pietre.
Milioni di finestre guardavano quella macchina e quei due uomini provenienti da un’altra epoca; sembravano milioni di occhi, offuscati da cataratte di polvere, occhi vuoti, ciechi. Alcuni di quegli occhi erano aperti, altri chiusi, ma tutti erano privi di vita e non vedevano più nulla.
Il freddo vento, penetrando dalla grande porta spalancata, sibilava su e giù per le strade, vagando senza tregua attraverso i grandi parchi che non erano più verdi e splendenti di fiori, ma solo coperti di desolati cespugli e di una densa polvere. E nulla, assolutamente nulla si udiva, all’infuori del vento.
Eppure, Kenniston andò avanti. Quella visione sembrava troppo orribile, per poterla accettare. Era impossibile che quella grande città, sotto l’immensa cupola di protezione, non fosse che uno scheletro, un cadavere abbandonato, e che Middletown fosse veramente sola nella Terra morente.
Continuò a procedere, gridando, urlando a piena voce, suonando il clacson della macchina come impazzito, mentre aguzzava gli occhi verso strade tenebrose e deserte. Certamente in qualche posto di quel luogo che gli uomini avevano costruito, doveva nascondersi un viso umano, una voce umana! Certamente almeno in una di quelle innumerevoli stanze e sale deserte, doveva pulsare la vita!
Ma non vi era nessun segno di vita!
Kenniston procedette più lentamente, sempre più lentamente. Cessò di gridare e di suonare il clacson. Cessò persino di guardare. Lasciò che la macchina si fermasse in una grande piazza centrale. Fermò il motore, e un silenzio pauroso scese su di lui e su Hubble.
Poi Kenniston si strinse il capo tra le mani e rimase seduto, così, per lungo tempo. Udì la voce di Hubble, che diceva: «Sono tutti morti o scomparsi.»
Kenniston sollevò il viso.
«Sì, morti e scomparsi. Tutti, molto tempo fa.» Si guardò attorno, guardò quegli splendidi edifici. Poi riprese: «Sai che cosa significa questo, Hubble? Significa che sulla Terra la vita umana non è più possibile. Persino in questa città, protetta da una cupola, non sono riusciti a vivere.»
«Ma perché non ci sono riusciti?» disse Hubble. Indicò una vasta estensione di serbatoi bassi, aperti, che ricoprivano una grande area al limite della città. «Quelli erano serbatoi idroponici, credo. Potevano coltivare in essi ciò che volevano.»
«Se avessero avuto acqua. Forse è l’acqua che mancava. Hubble scosse la testa.»
«Quegli animali che abbiamo visto trovano l’acqua. Anche gli uomini avrebbero potuto trovarla. Voglio dare un’occhiata.»
Scese dalla macchina e si diresse verso i serbatoi polverosi più vicini. Kenniston rimase immobile a osservarlo.
Poi si decise a scendere anche lui e cominciò a curiosare dentro gli edifici attorno alla piazza. Vi erano camere piccole ma alte e ben arredate, illuminate solo dalla triste luce che filtrava attraverso le finestre polverose. In alcune di quelle camere vi erano mobili di metallo, pesanti e massicci, ma graziosi. In altre, invece, soltanto polvere.
Una grande tristezza, un sentimento di inutilità, scese su Kenniston mentre girava lentamente lungo le strade silenziose. Che importava, dopo tutto, che una città, scaraventata fuori della sua epoca, si trovasse a fronteggiare la morte? Là, tutta una razza era morta, e la Terra che li ospitava non era che una solitudine selvaggia.
Kenniston fu scosso dalle sue morbose riflessioni dalla voce di Hubble.
«C’è ancora acqua, là dentro, Ken... grossi depositi, sotto quei serbatoi: non è la mancanza d’acqua, che li ha fatti scomparire. È stato qualche cosa d’altro.»
«Che importanza può avere per noi, ora, sapere ciò che li ha fatti scomparire?» domandò Kenniston, cupamente.
«Ci importa molto, invece» disse Hubble. «Stavo pensando che... Ma non abbiamo tempo di parlarne, ora. La notte e il freddo stanno sopraggiungendo. É meglio che ce ne andiamo.»
Con sorpresa, Kenniston si accorse in quel momento che il sole stava calando a ovest e che le ombre degli edifici immensi si allungavano, nere, sui marciapiedi. Rabbrividì un poco e tornò verso la macchina con Hubble. Nuovamente, il frastuono del motore profanò quel silenzio mortale, mentre rifacevano la strada percorsa e uscivano dalla grande porta.
«Dobbiamo tornare indietro» stava dicendo Hubble. «A Middletown non sanno nulla di quanto li attende.»
«Se li informiamo della esistenza di questa città» osservò Kenniston «se vengono a sapere che non vi sono altri esseri umani, che sono forse del tutto soli sulla Terra, impazziranno per il terrore.»
Il sole era molto basso all’orizzonte; non era più che una striscia di rosso sul limite lontano del cielo. Le stelle si erano fatte più lucenti, quelle stelle che avevano assistito impassibili alla scomparsa degli uomini sulla Terra. Il freddo si faceva sempre più penetrante, e l’oscurità più fitta.
Tutto l’orrore della notte che scendeva sul pianeta morente afferrò il cuore di quei due uomini come in una morsa. Entrambi si sentirono sollevati quando la macchina arrivò infine sulla sommità dell’ultima collina.
Di fronte a loro, irreale in quella Terra morente, scintillavano le luci familiari delle strade di Middletown. Si vedevano le brillanti trasversali di Main Street e di Mill Street, le luci più deboli delle vie secondarie, le insegne rosse al neon delle birrerie di South Street... e tutto risplendeva nella notte gelida di un mondo morto.
«Mi sono dimenticato di mettere l’anticongelante nel radiatore della macchina» disse Kenniston.
Il freddo era intensissimo, ora. Il vento era tagliente come la lama di un rasoio e ambedue rabbrividivano continuamente, anche sotto i loro indumenti pesanti.
Hubble fece col capo un cenno affermativo, poi aggiunse:
«Bisognerà avvertire la popolazione anche di questo. Non sanno ancora che freddo farà, stanotte.»
«Ma dopo questa notte... quando il combustibile e i viveri saranno finiti, che accadrà? Vale forse la pena di lottare?»
«Certamente no, se la pensi a questo modo! Non ne vale assolutamente la pena» disse Hubble. «Ferma la macchina: ci stenderemo a terra e moriremo comodamente congelati.»
Kenniston continuò a guidare per un poco, poi convenne: «Già, hai ragione. Ne vale sempre la pena.»
«La situazione non è del tutto disperata» riprese Hubble. «Vi possono essere, sulla Terra, altre città protette da cupole, altre città che non siano morte. Potremmo trovare gente, aiuto, compagnia. Ma dobbiamo resistere, finché avremo trovato tutto ciò. È proprio questo, che stavo pensando prima.»
Mentre si avvicinavano alla città, aggiunse: «Andiamo prima di tutto al Municipio.»
Accanto alla barriera di Jefferson Street era stato acceso un grande falò. Le guardie di polizia e un piccolo gruppo di guardie nazionali senza uniforme, li stavano aspettando, aguzzando gli occhi nell’oscurità. Accolsero l’arrivo della macchina con grida eccitate, facendo domande ansiose, mentre il loro respiro fumava nell’aria gelata. Ma Hubble si rifiutò di dare qualsiasi risposta. Vi sarebbero stati presto dei comunicati. Dovevano attendere.