Notturno per la morte
1
Dal punto di vista di Casey la vita era un tiro mancino: inizio non richiesto, fine indipendente dalla propria volontà, e nulla tra i due che fosse degno neppure di una pesca di beneficenza. Però arrivava in un pacco, simile a una cravatta per Natale, e una volta aperto il pacco non si poteva più liberarsene.
Casey Morrow stava riflettendo di nuovo, ed era un brutto segno. Occorreva buttar giù un altro sorso.
“Ho bisogno di bere” consigliò a se stesso in tono grave (perché non c’era nessuno li attorno cui dar consigli) e trasse di tasca il suo ultimo denaro. Ormai non era più un malloppo di entità ragguardevole a causa dell’andazzo di tutto il pomeriggio, ma stese comunque due biglietti spiegazzati sul ripiano di vetro del tavolo e li scrutò per accertarsi. Due dollari. Ultimi rimasugli del Grosso Affare, e ciò significa che il whisky avrebbe dovuto agire più rapidamente di quanto non avesse fatto sino allora, se voleva raggiungere uno stato di felice oblio prima che i fondi sfumassero. Esistevano bar più economici — in quel campo era molto pratico, — ma per questo particolare Crepuscolo degli Dei occorreva quel che c’era di meglio in fatto di locali. Tavoli ricoperti di vetro, soffici cuscini, luci diffuse. Ora si trovava nel bar più buio che gli fosse mai capitato di vedere fuori dall’inferno, e anche là c’era stato.
Si sarebbe detto che non ci fosse anima viva, ma poi d’un tratto l’ombra confusa di un cameriere emerse dall’oscurità, l’attimo necessario per posare un altro whisky sul tavolo e scomparire con uno dei biglietti spiegazzati. I suoi passi erano attutiti dallo spesso tappeto, e dal semicerchio azzurrino del banco proveniva solo un lontano tintinnar di bicchieri. Casey non guardava il bar, che da quella distanza del resto non avrebbe potuto vedere, ma pur non vedendolo sapeva che era quasi deserto. In un locale elegante di Chicago è poca la gente che si fa un proposito di ubriacarsi nel primo pomeriggio, a meno che non voglia festeggiare un evento particolare, magari il proprio funerale. Proprio allora il sogno ebbe inizio.
— Posso sedermi?
La domanda non era stata preceduta da una frase d’approccio, ma non era troppo strano udire voci, date le circostanze. Cose che accadono. Casey riuscì con non poca difficoltà a distrarre la propria attenzione dal whisky per concentrare lo sguardo un poco più in alto, e, man mano che le ombre si diradavano, si chiedeva perché mai gli fosse occorso tanto tempo. Viso e figura di quella voce erano decisamente femminili e di primo ordine, e l’espressione con cui lei lo guardava non era certo indicata a chiarirgli le idee.
— Mi sembrate solo — aggiunse. — Tanto vale che uniamo le nostre solitudini.
Casey Morrow accettava quello che la sorte offriva, fosse bello, brutto o indifferente. Non che ne avesse sempre voglia, ma l’esperienza gli aveva insegnato che la sua opinione in merito non sarebbe comunque stata richiesta. E adesso era apparsa quella ragazza, indiscutibilmente bella. Il vocabolario di Casey era limitato, ma in simili casi trovava le parole adeguate. Mentre rimuginava per trovare una risposta adatta alla provocante proposta di lei, la ragazza prese posto sull’altro lato della nicchia, tanto vicina che le sue ginocchia sfiorarono quelle di lui. Intanto alle narici di Casey giungeva il profumo pungente dei capelli color miele. Si appoggiò allo schienale, illuminata dalla piccola lampadina da tavolo in modo da mettersi bene in evidenza, e lui ne approfittò per notare, tra l’altro, gli occhi color fumo e le labbra turgide, fresche.
Si chiedeva che cosa potesse volere una donna simile da Casey Morrow, un tipo non bello, che dimostrava più dei suoi trent’anni. Poi la sua bocca larga si torse” in un sorriso ironico, mentre stringeva con gesto quasi tenero l’ultima banconota spiegazzata.
— Mi dispiace — disse — ma questa è per me.
— Vi sembra gentile? — Lei non aveva battuto ciglio.
— È una questione economica… economia elementare. — L’ultima frase gli era riuscita difficile, e riprese quasi sillabando: — Bellezza, non c’è altro. È una triste verità, ma non c’è altro.
A questo punto, secondo ogni regola, la ragazza avrebbe dovuto ricordarsi di un impegno precedente e andarsene. Invece lei pareva seguire regole personali a seconda degli eventi. Gli occhi color fumo scrutarono il viso di lui, esaminandolo attentamente dai capelli scuri scomposti fino al mento quadrato, volitivo. All’esame di lei non sfuggi la cicatrice seminascosta dal sopracciglio, ricordo della mira poco esatta d’un giapponese, ed era prevedibile che non le sfuggisse neanche l’espressione insolente di quel sorriso sarcastico. Eppure non se ne andò.
— Vi dispiace se mi pago da bere? — chiese.
— Non mi dispiacerebbe neppure se pagaste anche per me, bellezza.
— Intesi, allora.
Lo disse come se nulla fosse. Casey si appoggiò allo schienale del divano e cercò di ottenere una prospettiva più chiara della situazione. Nulla di mutato. Era davvero seduta li, era davvero bellissima e stava davvero ordinando da bere anche per lui, assistita dal cameriere dall’occhio di falco.
— Rinuncio — disse. — A che gioco giochiamo?
— Ve l’ho già detto. Me ne stavo sola soletta al bar e mi sono stancata.
— Che razza di città è mai questa, se una ragazza come voi è assillata da un simile problema?
Quasi quasi sorrise, dando la netta impressione che il sorriso, se fosse veramente spuntato, sarebbe stato qualcosa di eccezionale, e intanto lo fissava come se in vita sua non avesse mai avuto nulla da nascondere. Sconcertante, ma non quanto la sua conversazione.
— Se lo desiderate potete parlarmene — stava dicendo.
— Parlarvi di che?
— Dei vostri guai.
— Ho dei guai?
— Tutti ne hanno, specialmente le persone come noi.
— E che gente siamo?
— È appunto questo uno dei nostri guai: non lo sappiamo.
Quella mocciosa — e non era altro, nonostante le lunghe ciglia e la bocca provocante — diceva le cose più impensate.
— Ora so chi siete! — Il tono di Casey era trionfante. — Appartenete a un’opera sociale. Il vostro visone mi aveva tratto in inganno, sulle prime. — Si trattava infatti di un visone che non rispondeva al concetto che si era fatto di lei, a meno che in quel quartiere non si facessero le cose in grande stile. Lei, poi, lo portava come se ci fosse abituata dalla nascita.
— Mi dispiace di sembrare uno zoticone — aggiunse. — Manco da tanto tempo dalla mia città, che mi sono arrugginito. Che cosa volete, esattamente?
— Avete una sigaretta?
Gliela diede, considerando che se l’era guadagnata, e lasciò che se l’accendesse col suo accendisigari incastonato di pietre, mentre l’osservava procedere tastando il terreno.
— Siete sospettoso, mi pare — gli disse. — Mi va, denota intelligenza.
— Grazie, signora maestra. Quando mi darete il premio?
— Non siate scontroso. Chissà, potrei essere la fortuna che bussa alla vostra porta.
— Non c’è pericolo. — Casey scrollò la testa. — L’ultima volta che la fortuna bussò alla mia porta la feci entrare. Ora non ho più neppure una porta.
— Era bella?
— Mi costò cara.
— La sposaste?
— Non mi costò cara fino a questo punto.
Poteva darsi che fosse frutto della sua fantasia, ma ebbe l’impressione che queste sue confidenze le garbassero molto. O l’aveva imbroccata oppure stava scivolando nello stato che fa parere felice il prossimo. Ogni volta che posava sul tavolo il bicchiere vuoto, uno pieno lo sostituiva. Tutto andava dunque a gonfie vele, finché il cameriere non s’impossessò del dollaro solitario. Per un momento, Casey fu sommerso da un’ondata di solennità, perché l’essere al verde, totalmente al verde, non è uno stato che vada preso con leggerezza, e il suo dolore era tale, che non riusciva a dissimularlo.
— Era davvero il vostro ultimo dollaro? — chiese la ragazza.
Lui sospirò: — Davvero.
— In tal caso, potrebbe interessarvi un lavoro.
Casey rimase perplesso. Non era la prima volta che gli veniva proposto un lavoro, sebbene mai in modo così diplomatico, ma l’ora, il luogo e la ragazza erano privi di logica. Concluse d’aver immaginato la scena. Nonostante il suo piano di buttar giù un sorso e non pensare al domani, il subcosciente non gli dava tregua. E dal momento che si trattava di pura fantasia e che la ragazza era frutto delle libagioni, tanto valeva esser cordiali.
— Quale sarebbe il vostro progetto? — le chiese.
— Che attività svolgete?
Era un problema con cui si erano già arrabattati i cervelli più intelligenti dell’Ufficio Disoccupazione, ma Casey non esitò. — Sono stato barista, camionista e guerriero.
— E questa è stata la vostra più recente attività?
— La penultima. Dopo aver vinto la guerra, con qualche trascurabile aiuto, dovevo disporre del mio denaro mal guadagnato. Avrei potuto dedicarmi alle corse dei cavalli, ma è troppo rischioso, perché esiste sempre la possibilità di vincere. Mi misi invece negli affari e in quattro e quattr’otto feci piazza pulita.
Non desiderava rivangare tutto ciò. In fin dei conti, l’intero scopo della festicciola era di dimenticare. Caso strano, però, la ragazza non chiese nulla. Disse invece: — Siete disponibile, allora.
— Per qualsiasi cosa.
Forse era stata una frase imprudente, ma, in questi casi, si sentiva proprio così: eccitato, spericolato, pronto a tutto. Quando era apparsa quella visione dagli occhi color fumo e priva di apparenti inibizioni, era sommerso dall’avvilimento, e qualcosa doveva pur succedere. La ragazza ordinò ancora da bere, e la sua voce bassa e riposante si affievolì, come in lontananza. Casey non aveva visto se aveva gareggiato con lui, nel calmare la sete, e del resto la cosa non avrebbe avuto importanza, dato il suo grande vantaggio. Era ancora abbastanza euforico, ma non gli garbava che l’immagine della sua interlocutrice svanisse in quel modo. Appoggiò il mento su una mano, sforzandosi di centrare la vista su di lei e soprattutto di afferrare ciò che stava dicendo:
— Un incarico proprio adatto a voi. Credo che vi piacerà.
— Allora non si tratta di guidare un autocarro.
— No. — Ancora una volta, lei parve sul punto di sorridere.
Il sorriso, una vaga promessa di sorriso, quegli occhi, un fremito delle labbra. Però continuava a dileguarsi, per quanti sforzi Casey facesse. Quando lui tentennò il capo a significare che aveva capito, la ragazza chiese il conto e, solo dopo che il cameriere fu apparso e scomparso, Casey vide la borsetta aperta sul tavolo. Il suo sguardo fu attirato non tanto dalla borsetta, che per lui assomigliava a qualsiasi altra, quanto dall’interessante pacco di banconote che conteneva, e che valse a dissipare per un attimo la nebbia nella quale era immerso.
— Che cosa avete detto? — borbottò.
— Cinquemila.
Cinquemila. Bastava aggiungere la parola “dollari” e nasceva la più bella frase che avesse mai uditp. Cercava disperatamente di trovare una spiegazione coerente, quando, dalla porta che dava sulla strada, soffiò una folata di vento lacustre, mentre un cliente entrava nel locale. Quel vento salutare, freddo e tagliente, che ravvivava le giornate nuvolose di novembre a Chicago. Casey scrollò il capo, conscio che c’erano ancora da riempire molte lacune, ma la ragazza taceva e aspettava. Tuttavia fu ancora lei a rompere il silenzio:
— Se dobbiamo arrivare prima che sia buio, sarà bene muoversi — gli disse infine.
Evidentemente dovevano andare da qualche parte. A Casey seccava dover ammettere di non aver seguito i discorsi di lei, e finse d’essere al corrente, mentre si alzava e s’infilava l’impermeabile, ma poi, nell’avviarsi alla porta, concluse che la finzione non poteva durare in eterno.
— Chiariamo bene — disse. — Di che lavoro avete parlato?
Non si era sbagliato circa il sorriso. Spuntò, ed era veramente eccezionale. Fantastici davvero i sogni pazzeschi e inverosimili che potevano nascere da una bottiglia.
— Dovevate essere distratto — lo redarguì la sconosciuta. — Potreste prestare un poco d’attenzione, quando una ragazza vi chiede di sposarla.
2
Ecco dunque il sogno. Casey ne emerse lentamente, si stirò e aprì gli occhi. Nulla più ebbe alcun senso. Giaceva prono su una sorta di lettino stretto e in apparenza senza molle, e, quando si sollevò, vide per prima cosa una donna seduta su una sedia di cucina, all’altro capo della camera.
Non era uno spettacolo particolarmente piacevole, ma gli venne fatto di pensare che era una visita piuttosto inconsueta, data l’ora mattutina. Si rizzò sul gomito per guardare di nuovo, e a poco a poco notò altre stranezze, fra le quali un pesce morto e una bottiglia di vino, per non parlare d’un cielo cosparso di dischi volanti tra cui spiccava un ukulele dalla forma bislacca. Sorrise divertito. Erano quadri accatastati contro le pareti.
Ripensandoci bene, però, le tele non avevano maggior senso logico della prima impressione avuta. Benché un cerchio di ferro gli attanagliasse le tempie, riuscì a mettersi a sedere sul lettino e a guardarsi attorno. La stanza, piccola e quadrata, era illuminata solo da un lucernario distante un chilometro, lassù nel soffitto, e, con l’acume di cui disponeva sempre dopo una sbornia, Casey dedusse di essere nello studio di un artista ove non mancavano l’intonaco scrostato, la vernice graffiata e i soliti accessori. Non rammentava di conoscere artisti, ma ciò non valeva a far luce sulla situazione, e nemmeno spiegava quale buon samaritano gli avesse allentato la cravatta e tolto le scarpe, rincalzandolo poi in una coperta militare. Certo era dovuto al medesimo buon samaritano il rincorante aroma di caffè caldo, che proveniva da dietro un cavalletto ricoperto da un telo. S’infilò le scarpe e partì per indagare, incerto su ciò che avrebbe scoperto, ma lontano mille miglia dalla verità.
Non appena le sue corde vocali si decisero a funzionare, disse: — Scusate, non ci conosciamo credo.
La donna non era un dipinto. Alta per lo meno quanto lui, che non aveva nulla del gigante, aveva capelli color mogano, corti e arruffati. Indossava sul pigiama un camice imbrattato di colori, ai piedi portava pantofole foderate di pelo, e nei suoi occhietti vivaci era palese uno sguardo bonario e divertito.
— Chiamatemi pure Maggie — disse. — Vi secca bere da una tazza senza manico?
— È casa vostra, questa?
— Finché pago l’affitto.
La cucina era poco più grande di una cabina telefonica, ma Maggie pareva avere tutto sotto mano. Si allontanò un attimo dal fornello a gas, aprì il rubinetto del lavandino da bambola e tese al suo ospite una cartina di bicarbonato, dicendo: — Tutto sommato, credo che vi servirà poco, ma è, per lo meno, un pensiero gentile.
— Grazie. A proposito, come mai sono qui?
— Speravo che poteste spiegarmelo voi.
— Non lo sapete?
— So appena che, quando vi attaccate a un campanello, non mollate più. Non so che cosa vogliate vendere, giovanotto, ma io compro di rado dai viaggiatori di commercio che vengono dopo le due del mattino.
Ora che i suoi occhi si erano abituati a stare aperti, Casey vedeva più chiaramente il viso di lei; non poteva dirsi grazioso: tondo, con il naso all’insù, e con tante piccole rughe che lo solcavano, quando sorrideva. Un viso espressivo che rivelava molto, anche se le labbra restavano chiuse.
— Per questo mi avete accolto in casa e mi avete dato un letto? — le chiese.
— Pioveva.
Non era una ragione sufficiente. Casey lo sapeva, ma non ebbe modo di approfondire perché Maggie aggiunse subito: — In fondo al corridoio, c’è la stanza da bagno, e a lasciarla scorrere per circa un quarto d’ora, l’acqua si scalda un po’. Nel frattempo, avrò già bruciato le uova e carbonizzato il pane tostato.
A Casey Morrow, uomo navigato, capitava spesso di trovarsi in luoghi inattesi, all’ora grigia dell’alba, ma non lo aiutavano certo a rimettersi in carreggiata le voluttuose sirene sul soffitto della stanza da bagno, né le visioni alla Salvador Dalì, sulle pareti. La casa, vecchia e buia come un granaio, pareva quasi un avanzo del famoso incendio; ma d’un tratto, Casey cominciò a domandarsi se era proprio a Chicago. Dai suoi ricordi mancava una grossa fetta di tempo. Il mattino della vigilia, (era proprio la vigilia?) era andato in quell’albergo di lusso di fronte a Grant Park e, dopo aver pagato in anticipo la pensione di un giorno, era uscito, deciso a festeggiare il ritorno in modo consono a chi abbia fatto da poco bancarotta. Mancava davvero una fetta notevole, e la lacuna era colmata soltanto dal sogno pazzesco di una ragazza dagli occhi color fumo. Mentre percorreva il corridoio per tornare nello studio di Maggie, rimuginava su quel sogno, ma fini col decidere di non farne cenno. L’unico comportamento ammissibile, in casi come quello, era di scusarsi, ringraziare e filare.
Maggie tuttavia, non aveva l’aria di aspettarsi niente di simile. Anzi, insistette: — Bevete almeno il caffè. Me ne infischio che gli altri inquilini di questa topaia vedano uscire un uomo dal mio appartamento a quest’ora, ma mi seccherebbe se pensassero che do ospitalità a un fantasma.
Casey cominciò a sorbire il caffè, sospirando: — Suppongo che vi aspettiate una spiegazione — disse. — Spiacente, ma non ne ho. Per me, la serata di ieri è una zona buia, e non ricordo assolutamente che cosa sia successo. — Vedendo che la donna lo fissava in modo strano (a meno che non fosse il suo viso a essere strano di per sé), aggiunse: — Mi dispiace.
— Lasciate perdere. Non lo sapete che Chicago è una città accogliente? A noi piace che i turisti di classe si divertano.
Per un attimo Casey non capì, ma ben presto ricordò le etichette nella giacca e nell’impermeabile acquistati in un negozio di lusso di Beverly Hills. Era chiaro che Maggie ne aveva tratto conclusioni errate.
— Non alluderete a me, spero. Io sono un “indigeno” tornato all’ovile.
— Però venite dalla California! Non vorrete dirmi che siete stanco della terra del sole e dell’eterna gioventù!
— Per viverci non è male, ma odierei doverci andare in gita.
— Mancate da molto tempo?
— Sono sempre stato via. Anche quando vivevo qui, perfino da bambino. Capite che cosa voglio dire?
— Credo di sì.
— Tanto meglio, perché io non ne sono troppo sicuro.
— E dove andavate?
Era facile chiacchierare con Maggie, quasi troppo facile. — Ovunque, in qualsiasi luogo — le rispose. — In posti dove la vita era comoda… cristalli, nichelature, bei mobili, tutto elegante, bello. Niente vicoli pieni d’immondizie, niente tuguri soffocanti, finita la gente che ti salta agli occhi per un nonnulla perché ha i nervi tesi…
Tremendo, come il passato si affollava alla mente, annullando il tempo finché i vecchi odi, i vecchi terrori diventavano di nuovo vivi e ossessionanti.
— Sogni piacevoli, per l’avvenire, ma quando tutto è finito si resta con un pugno di mosche.
— Eh già — confermò Maggie con tono asciutto. — Quando si è vecchi, con i capelli grigi, non resta che stare a sedere davanti alla tazzina del caffè nelle mattinate fredde e umide, e rivangare sulla passata gioventù.
Casey non poté fare a meno di sorridere, La compagnia di Maggie faceva quell’effetto. — Non mi sembrate molto compassionevole — disse, in tono di rimprovero.
— E perché dovrei esserlo? Tutti gli esseri umani hanno dei guai, me compresa. Parlando tra compaesani, dove avete pescato ricordi tanto di lusso?
— Frequentando chi di dovere.
— Gente importante?
— Teste vuote. Un paio di tipi sul mio stampo, usciti dalle scuole superiori, con pochi quattrini e troppe idee.
Era proprio facile chiacchierare con Maggie. Con quei discorsi, però, riaffioravano le nostalgie e le nostalgie non erano lussi che Casey potesse più concedersi. Respinse la sedia e, come parlando a se stesso, osservò: — Non mi lamento, sono fatalista. Un giorno si è padroni del mondo e l’indomani s’impara che un vestito da duecento dollari sembra esserne costati trentasette, dopo averci dormito dentro.
La giacca che Maggie stava traendo dal piccolo armadio non offriva quell’aspetto, ed era evidentemente stata stirata da poco. — L’ho rinfrescata — disse con aria vaga. — Era sporca.
Pareva quasi timida, e Casey provò una sensazione di tenerezza non del tutto fraterna per quella strana donna dal camice imbrattato e dal naso solcato da piccole rughe. Come se gli avesse letto nel pensiero, Maggie gli tese bruscamente l’impermeabile e aprì la porta.
— Se rimarrete da queste parti farete bene a comprarvi un cappello — gli consigliò, — Non siete più in California.
Quando uscì dall’edificio, gli occorsero alcuni momenti per orientarsi. Era ancora presto, e il cielo pareva una distesa di flanella grigiastra, mentre il vento che proveniva dal lago si era fatto più tagliente. Non se la sentiva di affrontarlo, perciò svoltò a sinistra e andò fino al primo angolo, dove il cartello lo informò che si trovava nella Erie Street, molto lontano da casa.
Il vento serviva perlomeno a chiarirgli le idee. Valutò la distanza che doveva percorrere, poi pensò agli effluvii e alla folla ondeggiante di un filobus, e fini per concludere che era preferibile andare a piedi. Dopo tutto aveva tempo fino a mezzogiorno per ritirare la valigia nell’albergo, e tutta la vita per decidere dove andare in seguito. Il suo pensiero corse al quartiere di nord-ovest e al misero appartamento di cinque stanze della madre, sopra il bar di Big John, e poi al patrigno, appunto Big John, e all’odore di birra stantia e di salsicce unte. Cominciò a chiedersi perché mai fosse tornato, e fin da prima aveva saputo che avrebbe finito per chiederselo.
Nella Vallata di San Fernando il sole brillava caldo e filtrava attraverso i lucernari del tetto a merletti. In un mondo tanto gaio e promettente, era stato facile sperdersi nel roseo sogno di produrre un nuovo sensazionale televisore, che sulla carta pareva una cannonata, ma che in effetti costava troppo costruire. Ora la piccola fabbrica era sprangata, ma Casey non si lamentava: che importanza poteva avere una vittima in più o in meno del dopoguerra, in questo nuovo mondo coraggioso?
Aveva fatto sogni assai diversi, quando la luna brillava rotonda sul Pacifico e al suo fianco, nell’elegante decappottabile, sedeva una rossa coi fiocchi. Ma anche quello era stato un fiasco e sempre per la medesima ragione: fondi insufficienti. Comunque, non era stato costretto a tornare a casa. Fin dal giorno in cui si era arruolato, otto anni prima, aveva evitato quell’estremo gesto, eppure adesso eccolo qua. La bolla era scoppiata in frantumi e ora via, corri a casa come un moccioso dal naso sanguinante.
(Ricordava benissimo quei ritorni da scuola con il naso sanguinante. Nessuna possibilità di spiegare, nessuna scusa accettata quando voleva giustificare la camicia strappata o i calzoni a brandelli. Quella terribile espressione sul viso della mamma che allungava la mano per afferrare la frusta.)
Ormai stava camminando verso sud, in direzione del fiume, dove cominciavano a levarsi i rumori mattutini, e le luci parevano sfidare la giornata grigia da dietro le file di finestre umide di pioggia. Giunto al fiume, gli toccò aspettare che il ponte si abbassasse dopo il passaggio di una nave da trasporto. Gli piaceva quel quartiere. Il quartiere e le stazioni. Tutto ciò che si muoveva, tutto ciò che viaggiava. Nell’attesa cominciò a notare i passanti, uomini d’affari con le cartelle sotto il braccio e impiegate che lanciavano occhiate nervose all’orologio, che spiccava su un tabellone gigante sull’altra sponda del fiume. Un giornalaio ammucchiava le prime edizioni nel suo chiosco…
Il ponte si abbassò di nuovo, e il traffico riprese a snodarsi, ma Casey non si mosse. Fissava la fotografia in prima pagina di uno dei giornali e restava paralizzato. Un volto di ragazza. Ricordava perfettamente il profumo dei suoi capelli color miele quando gli avevano sfiorato il viso, ricordava quegli occhi leggermente obliqui dallo strano color fumo. Rivedeva il sogno, ma non era più un sogno; un viso in prima pagina, sovrastato da grossi titoli:
FINANZIERE UCCISO: EREDITIERA SCOMPARSA
— Volete che volti la pagina?
La frase sarcastica del giornalaio spezzò lo stato quasi ipnotico in cui si trovava e lo fece indietreggiare di alcuni passi. Gli occorreva quel giornale, più di qualsiasi altra cosa al mondo gli occorreva quel giornale, ma ricordava d’un tratto gli ultimi due dollari stesi sul ripiano di vetro del tavolo.
Si frugò in tasca nella vana speranza di raggranellare qualche moneta sparsa e le sue dita sfiorarono qualcosa. Piegati con cura, in fondo alla tasca. Li trasse fuori lentamente, e lisciò col pollice lo spessore dei biglietti da cento, nuovi e fruscianti. Senza neppure contarli sapeva a quanto ammontavano. Cinquemila, aveva detto il sogno. Cinquemila dollari.
3
Il sogno si chiamava Phyllis Brunner, così diceva la didascalia del giornale. Giovane, ricca e scomparsa dalla sera precedente. Il punto di grande interesse era tuttavia il padre. Darius Brunner II era morto, e la sua bella testa brizzolata era stata fracassata da venti colpi di attizzatoio, che avevano tramutato lo studio, nel suo elegante appartamento sulla riva del lago, in un obitorio. I fatti erano comprovati in pieno dalle fotografie scattate sul luogo. Non si era ancora stabilita l’ora del decesso, ma si sapeva che il defunto aveva pranzato con la sua bella segretaria, la signorina Leta Huntly, di ventotto anni, poco dopo le venti.
Quando fu interrogata dalla polizia, la signorina Huntly spiegò: — Avevamo lavorato fino a più tardi del solito in ufficio, e il signor Brunner ha insistito per condurmi a pranzo, accompagnandomi poi a casa in macchina. Mi ha lasciata al mio appartamento verso le nove e mezzo, e ho creduto che intendesse rincasare. Non posso immaginare chi sia stato a fare una cosa tanto orrenda a quell’uomo straordinario.
A questo punto si sciolse in lacrime, e uno zelante fotoreporter fu pronto a scattare.
Con il giornale spiegato sul letto, disfatto in fretta prima che arrivasse il fattorino, Casey stava finalmente imparando i fatti. Era stato un colpo di fortuna poter tornare nella camera d’albergo, e, nello stato in cui era, accoglieva qualsiasi colpo di fortuna con entusiasmo. Insieme con i cinquemila dollari aveva tratto di tasca la chiave della stanza e concluse di essere entrato al bar prima di averla consegnata al portiere. Da quel momento non era più stato in condizioni di ricordare niente e tanto meno una chiave, ma ora l’importante era di sapere quanto rammentasse il personale dell’albergo, soprattutto il cameriere del bar. Il ricordo della tetra penombra della sala gli portava qualche conforto, ma non troppo. Se lui era riuscito a vedere il viso della ragazza a quella luce fioca, il cameriere avrebbe potuto fare altrettanto, e, del resto, non era un viso che un uomo avrebbe dimenticato facilmente.
La camera era al sesto piano, ma non aveva osato prendere l’ascensore. Voleva far credere di essersi crogiolato nel suo comodo letto tutta notte, e soltanto quando ebbe chiesto per telefono il giornale del mattino si rese conto di essere un po’ fuori orario. In un batter d’occhio aveva tramutato l’aspetto della camera: il letto disfatto, la valigia di cuoio aperta, e il vestito gettato su una sedia per aggiungere una nota casalinga. Quando bussarono alla porta, si stava sbarbando nella stanza da bagno.
Spalancò l’uscio e tornò nel bagno ad asciugarsi le mani, dando modo al fattorino di vedere bene la stanza. “Dàgli tempo, Casey, nel caso che ti occorresse un alibi.”
Tornò poi con un biglietto da cento dollari e disse: — Dovrai cambiarlo, non ho taglio più piccolo. Non ci mettere un secolo perché devo acchiappare un treno.
Appena la porta si fu richiusa, riaprì il giornale con impazienza.
Il corpo di Brunner era stato trovato da Arvid Petersen, il domestico, al suo ritorno da una serata passata a giocare alle bocce.
— Non era la mia consueta sera libera, ma il signor Brunner aveva telefonato nel pomeriggio per dire che non sarebbe tornato per pranzo e che potevo uscire. Sono rincasato verso le undici e mezzo e l’ho trovato. Una cosa tremenda. Era un brav’uomo, ed ero al suo servizio ormai da vent’anni.
La signora Brunner, che aveva avuto l’annuncio nella sua proprietà di campagna presso Arlington Heights, era in stato di grande prostrazione e non voleva ricevere i giornalisti, ma non mancava una profusione di fotografie… nota signora della società, conosciuta per le sue numerose opere benefiche.
Casey gettò via il giornale seccato… Se ne infischiava delle opere benefiche della signora Brunner; a lui importava soltanto il breve accenno alla scomparsa di Phyllis. Il giornale, in complesso, dava poche informazioni e annunciava unicamente che al momento di andare in macchina non si avevano notizie della ragazza e della sua potente decappottabile. Intuendo che poteva trattarsi di un evento sensazionale, lo avevano montato a grossi titoli, pubblicando una fotografia e un paio di righe inconcludenti di commento. Ciò che Casey temeva di più era passato sotto silenzio, e non si accennava all’individuo che era uscito in compagnia di lei dal bar.
Quando riapparve il fattorino con il resto, si sentiva assai meglio e gli riuscì perfino di osservare: — Ottimo servizio — staccando un biglietto da dieci dal rotolo.
Il fattorino parve non udire. Fissava la fotografia in prima pagina con tale attenzione, che Casey rimpianse di non aver voltato il giornale alla pagina sportiva.
— Mica male — mormorò. — Peccato pensare che una ragazza come quella sia finita in qualche bidone d’immondizie.
Di età indefinibile, il fattorino poteva avere sia vent’anni sia trenta, viso sprezzante e voce che vi si adeguava. Le sue parole furono come un pugno nello stomaco per Casey, che riteneva tuttavia di dover rispondere in qualche modo: — Non capisco. Il giornale dice soltanto che è scomparsa.
— Il giornale! Non sa ancora tutto la stampa, e anche quando salterà fuori la verità, dovranno annacquare il vino. Trattandosi di gente di alto bordo, non si può render pubblico quello che si sa sul conto della ragazza. Chiaro?
Casey esitò. Poteva darsi che si trattasse di pettegolezzi, ma il fattorino pareva molto sicuro del fatto suo, e, del resto, giunti a questo punto, non era peggio un’informazione inesatta di una totale mancanza di informazioni. — Si direbbe che tu sappia un sacco di cose — disse, subito ricompensato da una smorfia, che con un po’ di buona volontà avrebbe potuto sembrare un sorriso.
— So che ieri pomeriggio era qui e s’imbottiva di whisky. L’ha vista il barista. Dopo un po’ ha raccattato un ubriaco dalle nicchie e se n’è andata con lui. È facile immaginare il resto.
Casey non riuscì a fare commenti e continuò a fissare il suo interlocutore a bocca aperta, con evidente compiacimento di quest’ultimo: — Se lo sarà portato a casa e poi avranno finito per litigare. La troveranno in qualche bidone d’immondizie; prima o poi doveva succedere.
Ora mostrava interesse per i dieci dollari, ma Casey fece finta di nulla e ribatté con tono secco: — Non mi sembra il tipo di ragazza da raccattare ubriachi. Forse il vostro amico barista si lascia influenzare dai titoli dei giornali e crede di aver visto Phyllis Brunner.
— Ernie? — La parola era accompagnata da uno sguardo che di solito si riserva agli idioti e ai bambini piccoli. — Se dice che era la Brunner, era lei. Ora vi faccio vedere…
La stanza non guardava verso il lago, e le finestre davano su un grande edificio grigio, sull’altro lato della via. Appunto verso quella direzione puntava il dito il fattorino. — Gli uffici Brunner — spiegò. — Phyllis ci andava spesso e in genere dopo veniva qui al bar Nuvola per. ammazzare qualche ora. L’ho vista io stesso tante volte. Mi chiedevo sempre perché fosse tanto infelice una ragazza provvista di tutto come lei.
— Infelice?
— Lo sembrava. Nervosa, irascibile. Credete a me, se le fosse saltato il ticchio di raccattare un uomo lo avrebbe fatto. Sono passatempi pericolosi, però.
Per un attimo Casey provò il desiderio di scaraventare quello sputasentenze pieno di insinuazioni fuori dalla finestra, ma d’altra parte voleva ottenere ulteriori informazioni. Del resto, non erano tanto le parole del fattorino a dargli quel senso di vuoto allo stomaco, quanto la tremenda consapevolezza di non sapere sull’accaduto più di quanto poteva raccontargli quell’equivoco cameriere o altri teorici. No, non era esattamente così. Era al corrente dell’esistenza dei cinquemila dollari, e non si racimola una somma di quell’entità in una notte, standosene seduto a casa a leggere il manuale del Giovane Esploratore.
— E l’individuo? — chiese. — L’hanno trovato?
— È un punto interessante — fece il ragazzo, aggrottando la fronte, pensieroso. — Si dice che un assassino non possa mai farla franca, e invece succede spesso. Se l’acciuffano, potrà sempre ricorrere all’infermità mentale, è vero, ma non gli servirà molto. Vi occorre altro?
Forse la fantasia di Casey era un poco sovreccitata, ma gli pareva di essere oggetto di un esame troppo attento, a meno che non fossero i dieci dollari a risvegliare l’interesse dell’altro. — Scusa — borbottò, tendendogli la banconota. — Stamattina non sono troppo in gamba. Ieri sera nell’atrio mi sono imbattuto in un vecchio amico e abbiamo alzato il gomito. — (Forse quella frase sarebbe valsa a giustificare il suo intontimento, e per di più sarebbe stata utile nel caso improbabile che il portiere avesse provato a telefonargli durante la notte.)
— Potrei procurarvi qualcosa — si offrì il fattorino, — Ernie ha un rimedio che guarisce o ammazza.
Di nuovo il barista. Casey stava cominciando a odiarlo.
— In questo momento è indaffarato con la Squadra Omicidi, ma in caso di emergenza…
— La Squadra Omicidi! — esclamò Casey con voce strozzata. — Qui?
— Quando sono andato a cambiare il vostro biglietto da cento, stavano ascoltando la deposizione di Ernie. Posso andare a chiedergli…
Casey quasi gridava quando disse: — No, devo prendere un treno. — Ma ora parlava sul serio. Appena il fattorino fu uscito, si lasciò cadere sul letto, ascoltando il martellare ritmico che gli rintronava nella testa.
Questa è la situazione, diceva il martellare. Con tanti posti a disposizione, dovevi proprio cacciarti nel bel mezzo di una muta di segugi a caccia di piste. Del resto, era difficile che le ipotesi del fattorino fossero originali; probabilmente era soltanto il portavoce di idee di altri. Comunque, non aveva importanza. Non erano certo le congetture altrui a spaventarlo, bensì le proprie. In cuor suo stava già fuggendo ancor prima di avere udito il macabro racconto, ancor prima di aver letto i giornali, e l’istinto che gli aveva consigliato di scappare stava facendosi più impellente ogni momento. Se Ernie, che il diavolo lo prendesse, stava parlando alla polizia, esisteva ancora una possibilità di filare dall’albergo prima che ci fosse un allarme generale. La sigaretta, che non ricordava di avere accesa, cominciava a bruciargli le dita. Si alzò in piedi di scatto. Non era il momento di riflettere, occorreva agire.
Per cambiare un poco aspetto, aveva soltanto la risorsa di mettere una camicia pulita e una. cravatta diversa. La maggior parte del suo bagaglio si trovava ancora al deposito della Stazione, e gli pareva quasi di udire Ernie descrivere un individuo che indossava un vestito di gabardine beige. Color sabbia, aveva detto il commesso raffinato, sabbia del deserto, molto elegante. Casey non aveva nessuna voglia di apparire elegante e soprattutto non voleva avere niente in comune con il tizio che Phyllis Brunner aveva raccattato al bar.
Stava già allungando la mano per prendere l’impermeabile (che almeno non era vistoso), quando la propria immagine riflessa nello specchio gli ricordò una cosa. Alzando il braccio destro, vedeva un’ombra scura sotto la manica, e d’un tratto gli tornarono in mente le parole di Maggie. “Era sporca.” La giacca era sporca, e lei l’aveva pulita. Gentile, ma la macchia riflessa nello specchio faceva riaffiorare alla sua mente la macabra fotografia del corpo di Brunner ripiegato su se stesso e dell’attizzatoio insanguinato, che sporcava il tappeto accanto a lui.
Sotto la manica della giacca. Rovesciò quella corrispondente dell’impermeabile e trovò quanto cercava. Maggie non aveva smacchiato altro: il sangue c’era ancora.
4
“Sono Casey Morrow, giovane uomo d’affari (o meglio, exuomo d’affari), appena arrivato da Los Angeles. Sono stato tutta notte in camera mia da bravo ragazzo, non ho mai visto Phyllis Brunner né ho avuto nulla a che fare con l’uccisione di suo padre. La manica della mia giacca non è sporca di sangue e non ho cinquemila dollari incriminati in tasca. Se vedo un poliziotto non ho nessun bisogno di aver l’aria colpevole e non ho ragione alcuna di fuggire…”
Quando l’ascensore giunse nell’atrio aveva a malapena finito di recitarsi questa litania. Uscì con passo frettoloso, adatto a chi vada a prendere un treno, e allontanò con un gesto l’inserviente che voleva prendergli la valigia.
— Faccio io — disse, avviandosi verso il banco della direzione.
“Se fossi stato furbo e avessi ricordato di aver pagato in anticipo avrei potuto dare la chiave a quel giovinastro. Ma forse è meglio così. Non mi pare di vedere nessuno che abbia l’aspetto del poliziotto… o mi sbaglio?”
Un uomo maturo, dal viso austero, stava parlando con un impiegato della direzione, appoggiato al banco. Occhi azzurri e cappello della stessa sfumatura, sotto la cui falda s’intravedevano i capelli grigi. Indossava un impermeabile grigio sgualcito e ormai piuttosto consunto e aveva un aspetto comune, quanto lo può avere un poliziotto. Casey stesso non avrebbe saputo spiegare questa sua erudizione in materia, ma sapeva di vedere giusto. Era inoltre presente una terza persona, un individuo piccolo, con un inizio di calvizie, vestito di scuro, con la cravatta a farfalla, e Casey non dubitava che rispondesse al nome di Ernie. In quel momento stava parlando lui:
— Personalmente — insisteva — non credo che troverete quel tizio registrato qui. Era al verde e contava ogni dollaro come se fosse l’ultimo.
Casey si era avvicinato abbastanza per udire, tenendo la testa girata, e, mentre consegnava la chiave, trasse di tasca il portafogli in modo da far notare quanto fosse rigonfio.
— Un momento, tenente — mormorò l’impiegato, accostandoglisi. — Buon giorno, signore. Ci lasciate?
— Appunto.
— Tutto è stato di vostro gradimento?
— Perfetto, perfetto. Ho dormito come un neonato.
Dopo aver compilato le necessarie schede, l’impiegato sorrise. — Mi pare che il vostro conto sia già saldato, signor Morrow — osservò.
— Davvero? Ah già, ora ricordo. — Stava andandosene, evitando con cura i due all’altro capo del banco, quando gli venne un’idea geniale. — Se qualcuno mi cercasse — aggiunse — dite che ho concluso i miei affari e sono tornato sulla costa.
— Senz’altro, signor Morrow. Volete lasciare un indirizzo?
Era inutile strafare, e riuscì a rispondere con un sorriso: — Chiunque abbia comunicazioni che m’interessano conosce il mio indirizzo.
Tutto andava a gonfie vele. Si trattava di procedere piano, con prudenza. Mantenere un passo misurato e cauto. Si scostò dal banco e si fermò volutamente per guardare l’orologio; ciò gli permise di udire qualche stralcio della conversazione con il tenente della polizia.
Quello dagli occhi azzurri stava dicendo: — So che è una descrizione un po’ vaga, ma Ernie dice che se ci fosse un confronto potrebbe identificarlo in modo positivo.
— Non dimentico mai un viso — intervenne Ernie. — Riconoscerei quel tizio dovunque.
Lentezza e prudenza. Un passo, poi un altro. Quelle simpaticissime porte girevoli non erano poi tanto lontane. Procedere piano, con cautela.
— Ehi! Signore!
Casey s’irrigidì. Sapeva che le parole erano rivolte a lui e sapeva anche chi fosse stato a pronunciarle. Avrebbe potuto mettersi le gambe in spalla, e il vantaggio l’aveva, ma già mentre il pensiero attraversava la sua mente, un grosso agente in divisa era entrato e stava parlando con uno degli inservienti. Rimase dov’era e quando si volse con mossa lenta si trovò a faccia a faccia con il barista.
— Stavate dimenticando la valigia — disse Ernie.
— Ah… grazie. Grazie infinite.
Fuori faceva un tempo freddo e uggioso, e cadeva un fitto nevischio, ma Casey avrebbe accettato con piacere anche una vera e propria tempesta. L’importante era di essere fuori e libero. Quando un tassì rasentò il marciapiede, fu pronto a fermarlo, ma dove andare? Non a Los Angeles, quello era indubbio.
— Alla Stazione Centrale — disse, appoggiandosi poi allo schienale e respirando per la prima volta con un minimo di tranquillità da quando aveva avuto inizio l’incubo.
Quello stato d’animo non durò molto. Bastarono pochi minuti per arrivare alla Stazione, ma furono sufficienti a fargli capire che mai più avrebbe respirato liberamente se avesse tagliato la corda. Una strana riflessione per Casey Morrow, che amava prendere sempre la strada più comoda.
Casey Morrow? Perché gabbare se stesso? Casey Morrow non esisteva. C’era, o meglio c’era stato, Casimir Morokowski, un ragazzetto dal viso sparuto, dagli occhi sgomenti, in stretti calzoni a sbuffo e lunghe calze nere che si attorcigliavano di continuo attorno alle magre gambe. In famiglia lo chiamavano “Cas”, e gli avventori puzzolenti del bar di Big John gli gridavano: “Ehi, tu!”. Per un certo tempo era esistito il sergente Morrow, ma poi era morto. In fondo, nessuno tornava da quel genere di guerra. Quanto a Casey Morrow non era che un abito vistoso e un paio di scarpe fatte su misura, un sogno infranto su una lontana costa di cui non era rimasto neppure di che fare un funerale decente.
Il tassi si fermò davanti alla stazione, ma quando fu entrato, Casey non comprò nessun biglietto. Andò invece a sedersi su una panca nella sala d’aspetto e cercò di riflettere. Non valse gran che. Si accorse di essere all’erta per avvistare la presenza di un uomo con un cappello azzurro e un impermeabile grigio, perché tutto era stato troppo facile. Fumò due o tre sigarette, poi andò a depositare la valigia in uno degli armadietti metallici disposti a file. Forse era una buona idea tenersi leggero, in vista del piano che aveva in mente.
Quando gli riuscì finalmente di ritrovare la casa nella Erie Street, Maggie non c’era. La maggior parte degli edifici nel quartiere erano uguali l’uno all’altro, e non aveva che il nome Maggie come punto di riferimento. Supponeva che fosse il diminutivo di Margaret, ma si sbagliava. Si chiamava proprio Maggie, Maggie Doone, e quando premette il pulsante sotto quel nome, nella fila di cassette per le lettere, non accadde nulla. Forse era stata un’idea balorda. Tornò sul marciapiede davanti alla casa e rimase un attimo incerto, cercando di prendere una decisione.
Tutto il piano consisteva nel trovare Maggie prima che avesse letto il resoconto del delitto e soprattutto prima che le successive edizioni pubblicassero la deposizione del barista. Poteva darsi che la stampa fosse meno esplicita del fattorino, ma un tipo dalla lingua lunga come Ernie non avrebbe certamente nascosto nulla ai giornali. Prima o poi Maggie avrebbe appreso dell’esistenza del compagno di Phyllis Brunner al bar Nuvola, ed era possibile che cominciasse a ricordare alcune cose, da donna intelligente qual era. Per esempio un ubriaco con la manica imbrattata di sangue. Un ubriaco i cui abiti portavano etichette di Beverly Hills.
Più che altro era stata la macchia di sangue a ricondurre Casey nella Erie Street. Una donna disposta a lavare la giacca di un estraneo poteva essere altrettanto disposta a prestare orecchio a un racconto inverosimile quanto il suo. Rischioso, ma a volte trovare un orecchio pronto ad ascoltare può essere la cosa più importante del mondo.
La vide arrivare quando distava ancora mezzo isolato. Senza cappello, indossava un voluminoso cappotto di tweed, che probabilmente odorava di trementina e di tabacco, e reggeva una borsa di provviste, particolare questo di maggiore interesse. Non era plausibile che una donna, uscita precipitosamente per dare ragguagli su un presunto assassino, stesse rincasando con passo noncurante, carica di viveri. Casey sperava.
Davanti alla gradinata, lo scorse e lo apostrofò, con la fronte aggrottata: — Non dite nulla, lasciate che indovini. Avete dimenticato il fazzoletto?
— Devo parlarvi. È importante.
Parve sul punto di protestare, ma l’espressione preoccupata di lui la dissuase.
— Parlate pure.
— Non qui.
— Sentite, giovanotto, la mia buona azione l’ho già compiuta.
— Non qui — ripeté Casey.
Attraversarono l’ingresso e, mentre salivano su per la stretta scala, dall’espressione di Maggie si capiva che la faccenda cominciava a preoccupare anche lei.
Appena giunti nel piccolo studio, Casey si guardò attorno. Neanche un giornale, tanto di guadagnato. Ma poi dalla borsa delle provviste vide spuntare il quotidiano piegato.
— Avete già visto? — chiese.
— Visto che cosa? Che volete, insomma?
Era perfettamente inutile tergiversare con una donna come Maggie Doone. O parlar chiaro o sparire.
— C’era del sangue sulla mia giacca, non è vero? — le chiese.
Non rispose, ma impallidì leggermente.
— Non vi è sembrato strano… sangue sulla mia giacca?
— No, potevate aver avuto una rissa.
— Senza neppure uno sgraffio?
— Non vi ho esaminato! Dove volete arrivare?
Volle afferrare il giornale, ma non era ancora il momento, e Casey glielo impedì, dicendo: — Ve lo darò soltanto quando mi avrete ascoltato. Prima dovete sentire la mia versione, che corrisponde alla verità.
Le riferì i fatti per filo e per segno, così come si erano svolti. Il bar, gli ultimi due dollari sul tavolo, la ragazza, il suo aspetto, la sua conversazione… le cose pazzesche che aveva detto… — Siamo poi usciti insieme, o per lo meno così mi dicono. A questo punto la mia memoria non funziona più.
— So che gli uomini scarseggiano — fece Maggie lentamente — ma non sapevo che le ragazze andassero in giro con la dote nella borsetta…
Tacque, fissando con gli occhi sbarrati la pila di banconote, che Casey aveva posato sul tavolo di cucina. Nel suo sguardo divampava la curiosità.
— Li ho trovati nella tasca dell’impermeabile pochi minuti dopo essere uscito da qui stamattina — spiegò Casey. — Sono proprio cinquemila, come aveva detto lei.
Maggie mormorò: — Non capisco.
— Siamo in due a non capire.
— Ma non sapete neppure chi fosse?
— Ora lo so.
A questo punto poteva intervenire il giornale, e Casey glielo tese, guardandosi poi attorno in cerca di una sedia, su cui prese posto a cavalcioni, incrociando le braccia sullo schienale e appoggiando il mento sulle mani. Guardava Maggie leggere le notizie in prima pagina, ma dal volto di lei non trapelò nulla. Poco dopo depose il giornale.
— Ora potete avvertire la polizia — disse Casey — oppure prestar fede alla mia versione. In fondo, sia l’una sia l’altra cosa mi sono piuttosto indifferenti.
— Phyllis Brunner — mormorò Maggie.
— Come vedete, non ho sognato.
— Altri sono al corrente?
— Alcune persone. Quando ho lasciato l’albergo, circa un’ora fa, il barista stava fornendo la mia descrizione a un tenente di polizia dall’aria molto sveglia. Non sono mai stato un genio, ma so bene che cosa significa. Quando i giornali del pomeriggio pubblicheranno i miei connotati, nessuno in città scotterà quanto il sottoscritto. E non è per vantarmi, ma penso che ci sarà anche una taglia.
— Non inducetemi in tentazione! — fece Maggie irritata. Era pallida, visibilmente preoccupata, e Casey capiva il suo stato d’animo. Non era indicato avere ospite un uomo ricercato per omicidio e fors’anche per due. Tuttavia non chiedeva aiuto, almeno per il momento.
— Perché siete tornato qui? — chiese all’improvviso. — Perché mi raccontate tutto questo?
Nessuna risposta avrebbe potuto suonare plausibile, e Casey infatti tacque. Maggie si protese a toccare il denaro come per garantirsi che almeno quello fosse vero.
— Ne ho già speso — le disse.
— E se i biglietti fossero marcati?
— Marcati? — Strano, quell’idea non gli era mai venuta. Era stato troppo indaffarato a fuggire da se stesso, troppo intimorito dall’ipotesi del fattorino, che forse era davvero personale, per pensare a una simile possibilità. Se Phyllis Brunner avesse voluto tendere un tranello a qualcuno, non avrebbe potuto trovare un soggetto più adatto. Comunque, Maggie era stata davvero amichevole a suggerirlo.
— Per lo meno ho imbroccato il campanello giusto — osservò Casey.
— Siete proprio sicuro di averlo imbroccato voi?
Era davvero uno spettacolo affascinante osservare Maggie, e l’unico paragone che gli venne in mente fu quello di un cane da caccia pronto a balzare sulla preda.
— Comincio a dubitare che siate finito davanti alla mia porta per caso. Siete stato piantato qui volutamente.
Non parlava a vanvera. Era andata all’altro capo della stanza e ora tornava, spingendo davanti a sé una grande tela. — Conosco una sola persona capace di questo — aggiunse, voltando il quadro. Non c’erano dubbi: si trattava di un ritratto di Phyllis Brunner.
5
— Vi dirò tutto quello che so di Phyllis, ma non è molto.
Maggie era seduta alla turca su uno dei due divani dello studio e fissava il ritratto pensierosa.
— Non la conoscevo con il nome di Phyllis Brunner. Si faceva chiamare Paula Browning, per via della borsa di camoscio con le iniziali P.B., suppongo. Ricordo quella borsetta in modo particolare, perché valeva per lo meno ottanta dollari, e Paula non aveva un soldo. Possedeva in tutto un tailleur da sartoria di lusso, una tuta di maglia da ginnastica e gli occhi più conturbanti che si potessero vedere.
— Color fumo — aggiunse Casey.
— Proprio! La prima volta che la vidi stava entrando nello studio di Papà Danikoff, qui accanto. Insegna danza, Danikoff, e apparteneva un tempo al Balletto Imperiale Russo, o almeno così dice. Comunque, Papà è bravo e poco esoso, e Paula era ridotta ormai al suo ultimo zaffiro.
— Brutta situazione.
— Infatti. Un giorno lo impegnò e diede una festicciola nella sua camera, che si trovava proprio sopra a questa. Furono invitati tutti gli allievi di Papà Danikoff, e andai anch’io, per non sentirmi tremare il soffitto sulla testa. Una festa riuscitissima: spaghetti, pizze e molto vino rosso. Paula si divertiva un mondo, e mentre la guardavo non potevo fare a meno di pensare che quella doveva essere la prima festa che dava in vita sua. Fu allora che decisi di ritrarla.
Maggie fece una pausa per accendere una sigaretta, e intanto fissava il ritratto, che rappresentava la figura intera di una ragazza in tuta di maglia nera, ritta contro la sbarra degli esercizi. L’attenzione veniva però per lo più attirata dal viso.
— Ne fu contenta — riprese quindi — ma non volle accettare un soldo per fare da modella.
— Benché fosse svanito anche l’ultimo zaffiro?
— Proprio. Era un’ottima modella, in complesso, ma una tremenda bugiarda. — Vedendo lo sguardo d’interesse di Casey, Maggie sorrise. — Non potevo essere certa in modo assoluto che mentisse, per lo meno sulle prime, ma anche la dabbenaggine di Maggie Doone ha un limite. Secondo lei sua madre era stata una famosa prima donna, la più bella creatura d’Europa; ungherese o qualcosa del genere, non ricordo tutti i particolari. Suo padre, d’altro canto, era l’erede di un nobile di rigidi princìpi, che l’aveva cacciato di casa perché disapprovava certe tendenze artistiche del rampollo. Paula non arrivò mai a dichiarare di essere illegittima, ma capivo che l’idea l’allettava.
— Non mancava di fantasia, almeno — fece Casey.
— Questo non è che il principio. Risultava che la bellissima prima donna era morta poco dopo la nascita di Paula, e il padre, affranto dal dolore, era caduto sempre più in basso e al momento viveva in un tugurio a Parigi, servendosi delle sue ultime risorse per dare una buona educazione alla figlia.
— Da Papà Danikoff?
Maggie rise. — I suoi racconti facevano acqua da tutte le parti, ma io non la mettevo mai con le spalle al muro. Non so spiegare, ma avevo sempre un vago timore che potesse diventare una ninfa, o qualcosa del genere, e scomparire. In effetti andò proprio così. Scomparve.
— Un momento, spiegatevi meglio.
— Filò, tagliò la corda senza preavviso. Come vedete la tela non è finita. Stava riuscendo bene, il più bel lavoro che io avessi mai fatto, secondo la mia poco modesta opinione, e quando lei mi piantò in asso ne fui seccatissima. M’informai nel quartiere, ma nessuno sapeva dove fosse finita, come del resto s’ignorava da dove fosse sbucata. Era apparsa un giorno nel nostro mondo squinternato, ne aveva fatto parte per un poco e poi se n’era andata. Uno degli allievi di Papà asserì di averla vista salire in una berlina nera, a mezzo isolato di distanza da qui, e disse che piangeva. Se ne parlò per un poco, ma in complesso noi siamo troppo immersi in noi stessi per perdere il sonno a causa del prossimo. Io però, come dico, ero rimasta male per via del ritratto.
— Finito o no — disse Casey, che trovava giustificato il dispiacere di lei — a me piace. Le assomiglia molto.
— Grazie, gentile signore — sorrise Maggie. — Un’osservazione come questa mi rende quasi vostra schiava per la vita.
Non era facile per Casey continuare a pensare ciò che voleva pensare di Phyllis Brunner, mentre il viso di lei lo fissava dalla tela, con quello sguardo un po’ vago e quel sorriso indecifrabile che increspava le labbra piene. Faceva riaffiorare una sensazione ossessionante di sogno, che non si addiceva al suo stato di calma lucidità. Distolse bruscamente gli occhi e disse: — Non l’avete più rivista?
— Mai. Una sera però, qualche settimana dopo la fuga, che avvenne circa due mesi fa, stavo sfogliando il giornale quando il mio sguardo cadde su un trafiletto nella cronaca mondana.
Maggie si alzò per andare verso una scrivania ingombra di carte, seminascosta in un angolo. Dopo aver frugato apparentemente a casaccio, trovò una pagina di giornale ripiegata più volte e la tese a Casey, dicendo: — Vecchi ricordi.
Nell’elenco dei fidanzamenti si leggeva: “Il signor Darius Brunner II e signora annunciano il fidanzamento della figlia Phyllis con Lance Gorden, eminente giovane avvocato della nostra città…”.
Seguivano alcune righe di commento, ma non occorreva altro. Casey era già immerso nell’esame della fotografia, che rappresentava Phyllis Brunner, bella come in realtà, e Lance Gorden, che sorrideva come per la pubblicità di un dentifricio. Alto, biondo, robusto, gli fu immediatamente odioso.
— Quando gioca a tennis deve avere tattiche traditrici — borbottò.
— E starà benissimo in calzoncini corti — annuì Maggie.
Spinto da un improvviso risentimento, che non si diede la pena di analizzare, e che del resto non gli sarebbe garbato se lo avesse fatto, Casey lasciò cadere il ritaglio di giornale e si alzò in piedi. — Va bene — fece in tono secco. — E con questo? Ha a che fare in qualche modo col mio caso? Non m’interessa la vita amorosa di Phyllis, voglio soltanto scoprire dove si è cacciata questa volta e perché. Soprattutto perché. Non mi va che mi si tendano tranelli, se pure con biglietti da cento dollari.
— Forse fate male a non interessarvi della sua vita amorosa — osservò Maggie, che affrontava la situazione con molta calma.
— Come?
— Mi stavo chiedendo… — Prese il ritaglio di giornale e, dopo averlo steso sulla scrivania, lo esaminò attentamente, mentre un’espressione pensierosa le si dipingeva sul viso.
— Che giorno è? — chiese.
— Che giorno è? — fece eco Casey. — E come posso saperlo? Ieri sera ho dimenticato di scrivere nel mio diario.
— Parlo sul serio. Dovrebbe mancare poco alla festa del Ringraziamento.
— Bene! Ho sentito dire che nelle prigioni moderne passano il tacchino.
— Il giorno del Ringraziamento era la data stabilita per le nozze.
Casey cominciava a capire. — Ci sono! — esclamò, accostandosi alla scrivania. — L’orgasmo mi rode addirittura.
— Siete certo che Phyllis vi avesse chiesto di sposarla?
— Ve l’ho già detto, a meno che non abbia sognato tutto.
— I cinquemila dollari no di certo. Se Phyllis avesse finto di sposare qualcun altro, e cioè voi, avrebbe evitato il matrimonio con Lance Gorden, capite?
Maggie parve molto soddisfatta di sé, ma Casey era dubbioso. — Evitato? — fece eco, incredulo. — Volete dire che c’è una donna a cui Lance ripugna quanto a me?
— Perché no? Quei tipi sani e robusti soffocano il nostro complesso materno. Del resto, Phyllis Brunner non stava fuggendo da qualche cosa? Quando venne qui stava scappando, ma qualcuno la rintracciò e se la portò via. Chi vi dice che ieri pomeriggio non stesse scappando altrettanto affannosamente?
— E che lo stia facendo tuttora?
— È possibile.
— Ma perché?
— È questo il punto.
Casey rifletteva. In vita sua aveva sempre opinato che tutto debba avere una ragione di essere, ed ora questa sua convinzione veniva avvalorata. Cercava di ricordare il comportamento di Phyllis, e se al bar Nuvola aveva l’aspetto di una persona che fugge da qualcosa. Nulla. Gli riusciva soltanto di vedere due strani occhi obliqui e di sentire il profumo pungente dei suoi capelli. Però era un’idea, e a questo punto valeva la pena di seguire a fondo qualsiasi idea.
— Siete una brava ragazza — concluse. — E non fosse che per questo credo che vi permetterò di schierarvi dalla mia parte.
— Benone! — ribatté Maggie. — Accolgo un vagabondo ubriaco perché non muoia di congelamento e mi trovo immischiata fino al collo in un omicidio. Quanto credete che durerà la nostra alleanza con quella lingua lunga di un barista a zonzo?
— Ho un fisico molto comune e mi camufferò. Per prima cosa, potreste andare a comprarmi un bel cappello che non ricordi la moda della California.
— E poi?
“Poi…? Bisogna che mi accerti” pensava Casey. “Potrei essere un assassino, uno sposo, o un palo involontario, o magari tutte e tre le cose. Ma devo accertarmene.”
— In questa stagione fa troppo freddo per giocare a tennis — osservò. — Chissà come occupa i suoi pomeriggi quel biondo atleta?
6
Sotto la pioggia, Casey Morrow portava un cappello nuovo e teneva il capo chino, con il bavero dell’impermeabile rialzato. Avrebbe potuto notare che infiniti sosia lo sorpassavano frettolosi su ogni lato, e invece si sentiva vistoso come un esquimese nel deserto. Ricercato dalla polizia, e per quali reati Dio solo lo sapeva. Gli sarebbe stato facile convincersi della inutilità di questa spedizione, o almeno posporla finché la stampa si fosse calmata, ma non esisteva un posto dove nascondersi. Anche lo studio di Maggie era un indirizzo pericoloso, e l’attesa sarebbe stata un vero calvario. Quando svoltò finalmente nel porticato degli Uffici Brunner, gli pareva di avere inghiottito un’elica in movimento. C’era da aspettarsela che Gorden avrebbe avuto il suo ufficio in vicinanza di quelli del futuro suocero.
Lo studio pareva uno scenario di Hollywood prima del periodo di economia: sala a pannelli di legno verniciato, un tappeto paragonabile a un folto prato, e al di là delle finestre al diciassettesimo piano il lago e il cielo si fondevano in una squisita sfumatura grigiastra. Ancor più squisita la bionda prosperosa seduta dietro un tavolo col ripiano di vetro che fungeva da scrivania. Più squisita, ma non meno gelida.
— Il signor Gorden non c’è e non è atteso. Tutti gli appuntamenti per la giornata sono stati disdetti.
Le parole le uscivano di bocca come fosse stata una telescrivente, nonostante il suo aspetto tutt’altro che meccanico.
— Non ho un appuntamento — spiegò Casey. — Volevo soltanto vedere il signor Gorden.
— Lo so, dite tutti così.