RACCONTI UMORISTICI Vol. II
A. G. CAGNA
RACCONTI UMORISTICI
UN SOLDO
UN’AVVENTURA GALANTE
UNA CROCE MERITATA
LEI VOI E TU
(Saggio di Dialogo)
Vol. II.
MILANO 1873
PRESSO Carlo Barbini EDITORE
Via Chiaravalle N. 9
Sotto la protezione della legge 25 giugno 1865 N. 2337, essendosi adempito a quanto essa prescrive.
Tip. Ditta Wilmant.
UNA CROCE MERITATA STORIA DI TUTTI I GIORNI.
SPROLOQUIO
Fu detto l’istinto essere la legge dei bruti. — Per quanto riserbata sia questa sentenza, e favorevole agli uomini, non cessa però di essere più un complimento che una definizione.
L’istinto, checchè se ne dica è una legge universale. È un torto marcio che si fa alle bestie chiamando istinto le loro naturali tendenze, mentre per l’uomo si distinguono col nome di passioni e manìe.
Tutto è istinto nell’animale in genere; tutte le azioni, tutti i perturbamenti entrano nel dominio di questo autocrate che guida le nostre aspirazioni.
L’istinto spinge l’uomo alla meta, con tanto ardore quanto ne è più difficile l’impresa, e la storia di Pomponio che prendo a narrare, è un esempio che parla molto in favore di quanto sopra.
Manifestazioni d’un genio!
Pomponio sin dalla prima giovinezza tradiva le sue ambiziose tendenze. I suoi genitori erano abbastanza agiati da poter soddisfare a tutti i capricci del ragazzo, il quale prendeva gran gusto nell’appendersi medaglie sul petto, e decorarsi come un generale.
A quindici anni questa sua smania si fece tanto potente da creargli un bisogno, quello d’avere una medaglia d’oro per fregiarsene arbitrariamente.
I genitori invece d’allarmarsi per questa tendenza troppo spiccata, se ne compiacquero invece, parendo ad essi che un giorno o l’altro per la smania di distinguersi, il figlio si azzardasse ad imprese non comuni.
L’idea era buona, ma non si rimarcò che a Pomponio bastava avere una medaglia senza crucciarsi tanto sui mezzi di procurarsela.
A venti anni l’istinto ambizioso di Pomponio prese un notevole sviluppo, e tale da non bastargli più il facile acquisto di una medaglia. Ormai egli aspirava a qualche cosa di più, e si diede con tutta lena alla caccia di un titolo.
Entrò all’università per addottorarsi in leggi, ma dopo sciupato qualche anno, si accorse di non avere gran vocazione per la magistratura.
E sì, che, per bacco, a giudicare dal numero stragrande dei laureati in leggi, non mi sembra tanto straordinario il riuscirvi. La è tanto comoda cotesta strada che financo i ricchi la battono, tanto per poter col titolo di avvocato far velo ai loro placidi ozii. Eppure Pomponio non trovò il fatto suo, e rinunziò alle baraonde universitarie.
Passò un anno meditando sulla carriera che dovesse sciegliere, ma una sera dopo di aver assistito in teatro al trionfo di una commedia nuova, si accorse di avere una pronunciata tendenza per la drammatica.
Ruminò per qualche giorno su cotesta manifestazione spontanea del suo genio, e fattosi convinto della realtà, si ritirò nelle sue camere per meditare nel silenzio la scelta del soggetto di una produzione.
Ma sia che il suo talento mal potesse informarsi alle angustie della scena, o che il suo orgoglio di scrittore lo rendesse incontentabile, dopo quindici giorni non aveva ancor trovato il filo d’un soggetto qualunque.
Si lanciò nel mondo per studiare qualche argomento della vita sociale; frequentò le conversazioni, i balli, i teatri, percorse alberghi, taverne e bettole, ma con poco frutto, e dopo qualche mese non aveva ancora trovato il fatto suo.
— Una sera, passando per una via un po’ remota, in cerca d’inspirazioni, gli ferì l’orecchio un rumore confuso di voci e suoni indistinti, si fermò di botto, e comprese che poco lungi all’ultimo piano di una casa si ballava.
La necessità dà coraggio. Entrò nel portone, vide lumi sulla scala, e salì animoso guidato dal fracasso che ingrossava man mano. — Trovò gente su l’uscio, e chiese di che si trattasse.
— Prometto mia figlia, rispose un vecchiotto dalla faccia allegra.
— Ah! una festa di nozze, credeva... cioè... tante grazie; e s’incamminava via.
— Venga avanti signore, si accomodi, venga a ballare, siam gente alla buona ma...
— Non conosco alcuno, mormorò Pomponio.
— E che importa? fra galantuomini non si fa complimenti, venga con me.
Sì dicendo il vecchio prese Pomponio a braccetto, e lo introdusse in una stanza attigua a quella in cui si ballava.
C’era calca di gente, tutti parenti ed amici degli sposi.
L’allegria non mancava fra quella gente alla buona, si sentiva un chiaccherio assordante. Il vino correva per le tavole, e buona parte dei convitati erano già brilli. L’orchestra era composta di un trombone, un flauto e due violini. Anche i suonatori parevano ubriachi, strepitavano coi loro strumenti in un modo orribile.
Frattanto la folla si accalcava urtandosi, e nel bel mezzo della stanza, fra un crocchio di danzatori furibondi che ballavano come dannati, c’era la sposa, una ragazzona solida con spalle erculee.
Si ballava quella ridda in cui tutti si prendono per mano formando un cerchio, entro cui si alternano a vicenda coppie danzanti con lazzi più o meno leciti. Pomponio passando presso quel cerchio turbinoso, vi fu travolto dentro, ed abbenchè di mala voglia si pose esso pure a dimenar le gambe, tanto per secondare gli sbalzi dei due che lo tenevano per mano.
Il giochetto durava già da una mezz’ora, senza che alcuno pensasse a riposarsi.
I suonatori tiravano dritto che l’era un piacere, e la ridda teneva saldo, animata da urli e sghignazzate. Pomponio era mezzo morto, le chiome scomposte gli cadevano sul viso madido di sudore, pur tuttavia, timido com’era non osava svincolarsi dalle strette dei danzatori. Tratto tratto spiccava sbalzi che erano più tentativi che successi, giacchè le sue gambe si ribellavano a quella fatica inusitata. Oh! quanto costa studiare il mondo, pensava fra sè sospirando, e frattanto volgeva gli occhi supplichevoli a quell’inesorabile trombone che continuava intrepido, con l’aria di mai più finire.
Ad un tratto si udì un grido assordante: evviva la sposa! Questa difatti compariva allora sul limitare della stanza ed in men che dicesi fu anch’essa travolta nel cerchio dei danzatori. Tutti se la baloccavano a vicenda, chi le dava un urtone chi se la premeva al seno in modo da farla schiattare; ma per fortuna la sposa era una tarchiatella di tempra ferrea che resisteva a tutto. Anzi pareva che la vertigine del ballo le svilupasse la forza musculare. Urlava anch’essa e saltellava come un capretto, e se non si trattasse di una donna, direi che la pareva brilla.
Pomponio intanto ballava sempre ed era acconciato in un modo orribile, quando per soprasello gli capitò di esser tratto in lizza dalla sposa che gli aveva buttato le braccia al collo.
Si rassegnò al destino, lanciò uno sguardo disperato al trombone, e si abbandonò nelle braccia di quella nerboruta ragazza, la quale abbenchè assai di lui più piccola, lo baloccava come un ninnolo. La sposina lo faceva saltare in un modo orribile, ora gli balzava al collo e glielo scrollava da scavezzarlo, ora si aggrappava alle falde della sua marsina, cagionandogli lacerazioni. Pomponio trafelante, spossato, metteva fuori un metro di lingua, e schizzava gli occhi dall’orbite.
Inconscio di quel che si facesse, e squilibrato dai mulinelli che gl’imponeva la ballerina, si lasciò cadere quasi morto nelle braccia di lei. Ma ad un tratto si rivenne dal suo svenimento, mercè un potentissimo calcio amministratogli per didietro da un fratello della sposa.
Per un equivoco, si era creduto che Pomponio avesse baciato la ragazza. Egli si volse come per andarsene via da quel vortice. Inutile tentativo, tutti gli furono addosso gridando dalli a questo aristocratico.
Fu per un miracolo che il padre della sposa riuscì a trarlo di là e rimessogli in testa il cappello tutto sdruscito e pesto, lo accompagnò sulla porta augurandogli la felice notte.
Poverino, era tutto a sbrendoli.
Eureka!
La scrivo di cuore questa parola che riassume la gioia di uno scienziato al dileguarsi della nebbia che gli nascondeva un secreto.
— Pomponio, come Galileo, come Archimede, e tanti altri, ebbe finalmente il suo buon momento.
Dopo la salva di percosse ricevute al ballo della sposa, il povero giovane fu per alcuni giorni obbligato al letto per calmare le doglie, e guarir le lividure.
Eppure, malgrado tutto, il povero Pomponio dal suo letto di dolore non pensava che al soggetto della commedia, e cercava nella sua mente qualche episodio della vita per trarne argomento.
Frattanto dopo pochi giorni di riposo fu in grado d’alzarsi e passeggiare per la camera; consultò parecchi libri di novelle, riepilogò tutti i romanzi che aveva letto, ma nulla valse allo scopo.
Un mattino stanco di starsene in casa si decise di uscirne per far una passeggiatina. Discese le scale, e mentre stava per fare il primo passo nella strada, il cane del portinaio gli fu addosso saltellando giocondamente per esprimergli la sua allegrezza.
Pomponio a quella vista mandò un grido di gioia, abbracciò il cane, baciollo teneramente poi risalì di volo le scale, entrò nella sua camera, aperse un cassetto, e trattone un grosso scartafaccio di carta bianca, vi scrisse in cima a caratteri grossi:
L’AMOR DELLE BESTIE
DRAMMA
Il soggetto era trovato!
La gestazione d’un dramma è sempre penosa, nondimeno Pomponio si adoprò con tanto ardore che in un mese il lavoro era terminato.
— Parrà straordinario a taluni, ma la è così: un mese fu più che a sufficienza pel neo-drammaturgo.
Lopez-Vega scriveva una commedia in ventiquattr’ore, e Pomponio che aveva finalmente trovato il filo, potè in breve scrivere sul suo lavoro la parola: Fine.
Osanna, il teatro italiano aveva un lavoro di più da aggiungere alla già splendida corona. Veramente il titolo pare che presti poco soggetto al dramma di Pomponio; e difatti si trattava di un solo episodio tirato e trascinato per cinque atti, ma signori miei, la semplicità è una gran cosa.
Dio fece il mondo con niente, dunque per poco che s’abbia si può fare un dramma.
Il lavoro era bello e pronto, vi mancava solamente una compagnia per recitarlo e Pomponio nella sua ingenuità credette cosa facile il trovare un capocomico disposto in suo favore.
In paese c’erano due compagnie di commedianti, ed un bel mattino il nostro giovane autore si prese sotto il braccio il suo dramma, ed andò difilato a suonare il campanello in casa di uno dei direttori.
Una donna scarmigliata e brodolosa venne all’uscio chiedendo ruvidamente!
— Chi cercate?
— Scusi, signora, mormorò Pomponio, abita il signor Capocomico Rinaldo?
— Sì.
— Ho bisogno di parlargli.
— Ripassi più tardi, non è ancora alzato, rispose la donna disponendosi a chiudere.
— Perdono... madamigella, soggiunse tosto Pomponio, se anche fosse in letto non fa nulla, due sole parole giacchè ho molta premura.
— Allora si degni di aspettare un momento.
La porta fu rinchiusa, e Pomponio se ne rimase sul pianerottolo, non troppo edificato dell’accoglienza ricevuta.
Dopo dieci minuti d’aspetto, la porta venne riaperta, e la stessa donna, collo stesso tono gli disse:
— Venga avanti.
La franchezza di Pomponio era già di molto scemata, e sentivasi in cuore un certo turbamento che lo sconcertava.
Attraversò una stanzuccia tutta in disordine, entrò in quella da letto, e fermandosi sulla soglia col cappello in mano, si rivolse al commediante che stava ancora sotto le coltri, compose la faccia ad un risolino molto imbarazzato e sclamò:
— Scusi signor Capocomico se...
— Niente, niente, rispose l’altro accennandogli di avanzarsi.
Pomponio arrischiò due passi, indi riprese con voce tremante:
— Mi perdoni la libertà, so che ella è tanto buono.
— Al fatto, favorisca di sbrigarsi chè non ho tempo da perdere.
— Eh capisco... studia sempre.
— Già, ma si faccia più vicino; ho un maledetto raffreddore che mi fa sordo.
Pomponio fece altri due passi, ma era tutto convulsione, quando fu proprio presso al letto riprese il filo.
— Dunque, signor Arcibaldo.
— Mi chiamo Rinaldo.
— Ah! è vero... ecco dunque; io ho scritto un dramma.
— Me ne rallegro.
— Grazie... vorrei vederlo rappresentato, epperciò lo portai a lei.
— Ih! Ih! sclamò Rinaldo tirandosi sugli occhi il berretto da notte: bisogna vederlo questo lavoro, si fa tanto presto a scrivere un dramma!
Pomponio restò di stucco; il poverino aveva creduto che l’offerta di un dramma facesse impressione sull’animo di un Capocomico, invece toccava l’opposto. La poesia dell’arte che era già profondamente scossa per la vista di quel primo attore scamiciato e sporco, entrò allora nella fase del più atroce disinganno, il povero Pomponio se ne restò là impalato, confuso, facendo girare fra le mani il suo scartafaccio senza trovar parola di risposta. Infine, con un eroico sforzo disse:
— Volesse avere almeno la compiacenza di leggere questo lavoro.
— Va bene, mettetelo lì sul tavolo; se avrò tempo lo leggerò. Passate poi per sentire il mio parere.
— Grazie. Quando verrò, domani?
— Che diavolo dite, credete forse ch’io abbia nulla da fare? Venite fra una ventina di giorni.
— Sta bene, mormorò Pomponio tirando un sospiro, poscia se ne andò.
Il povero giovinotto aveva il cuore angosciato, ed era a poco per piangere.
Egli non conosceva i commedianti che dal palco scenico, ed aveva quasi creduto che costoro vestissero in casa la porpora e la corona.
La berretta del signor Rinaldo, ed il malarnese di quella donna, avevano soffocato col loro strano contrasto le ingenue credenze del giovane autore.
Trascorsero finalmente quindici giorni che parvero secoli, ed al sedicesimo, Pomponio s’incamminò verso l’abituro del capocomico.
Battevano le 11 quando egli tirava la corda del campanello. La solita donna colla solita toeletta venne ad aprirgli, e lo introdusse nella stanza del signor Rinaldo che terminava allora di vestirsi.
— Buon giorno, signore.
— Oh! sei tu! giovinotto, vieni, vieni innanzi; sei passato per quel tuo lavoro.
— Proprio, rispose Pomponio un po’ mortificato per quel tuono confidenziale del comico.
— Terminai ieri di leggerlo, abbiamo tanto da fare. Figurati tengo una cinquantina di commedie nuove sul mio tavolo, devo trovar tempo di leggerle tutte.
— Ebbene, che le pare?
— Senti amico, io sono schietto. Per un primo lavoro non c’è malaccio, ci sono delle cosettine discrete; ma tu sei all’oscuro dell’intrigo scenico, ti manca la conoscenza dell’effetto, eppoi è lungo, troppo lungo, troppe ripetizioni, e basterebbero due atti invece di cinque. Tuttavia ti ripeto che hai disposizione, ma bisogna fare e far molto.
Pomponio che aveva il cuore pieno di speranze, fu a poco per cadere in deliquio, e se non l’avesse trattenuto l’amor proprio si sarebbe messo a piangere.
Il signor Rinaldo intanto si annodava la cravatta, inconscio delle torture che infliggeva alla sua vittima, e non sentendo alcuna risposta, proseguì a trinciar precetti.
— Bada a me, ragazzo, studia la scena, e ricordati che non basta scarabocchiare della carta per scrivere un dramma. Studiando di buona voglia per qualche anno, potrai far bene. Oh Dio! io non vorrei scoraggiarti, ma ti dico di aver pazienza; scrissi anch’io qualche lavoro e sebbene dell’arte, ho dovuto rassegnarmi camminando adagino, finchè son venuto quello che son venuto.
Infine sai, noi abbiamo un po’ di praticaccia, abbiamo mano in pasta, insomma, oh Dio! io me ne intendo. Ti parlo da padre.
— Dunque, sclamò Pomponio dovrò rifare il mio lavoro?
— No no, il soggetto è puerile, sa del collegiale; bisogna farne tanti finchè si riesca... ed in così dire, gli consegnò lo scartafaccio, e lo accommiatò.
Se Pomponio avesse avuto del coraggio, si sarebbe buttato giù dalle scale per rompersi il collo; ma non era del suo carattere una simile risoluzione. Prese il suo dramma sotto il braccio, e se ne andò a casa mortificato, avvilito come un cane vagante. Giunto nella sua camera gettò il dramma in un cantone, poi si mise a letto, perchè aveva la febbre!
Poverino! egli credette sul serio alla cicalata del Capocomico, e non s’accorse che il suo dramma nonchè leggerlo, colui non aveva neanche slegato.
Un simil genere di critica può parer strano a prima vista, ma per poco che si sappia delle consuetudini odierne, è facile comprendere che le son cose di tutti i giorni.
Io ho più volte sentito dei giudizii così stracchi su certi lavori da individui che passano per gente seria, ed alla fine ho dovuto persuadermi che giudicavano a mosca cieca. C’è un mio amico, un bravo ragazzo che non ha altro difetto, tranne quello di essere avvocato, il quale si crede in obbligo di conoscer tutto, e se gli si domandasse se ha letto i romanzi di Adamo, egli ti spiffera lì su due piedi un giudizio con un coraggio da leone.
Passata la crisi, Pomponio ricuperò un po’ di coraggio, e pensando che forse il signor Rinaldo era stato troppo severo, si gettò nel campo delle ricerche. Il suo dramma passò per mano di cento Capocomici sempre coll’istessa sorte, e quello sciagurato manoscritto viaggiò tutta l’Italia senza trovare un’anima caritatevole che l’accogliesse.
Disperato allora il povero autore, ricorse alla più vile risorsa, a quella di pagare.
I comici, sordi sempre alla voce dell’arte, hanno in cuore una corda sensibilissima che si scuote, agita e freme al suono del danaro.
Pomponio, dunque mediante il pagamento anticipato di cento lire, trovò la compagnia per far recitare il suo parto.
Passo di volo sulle prove che costarono parecchie cene all’autore, e mi limito a dire che un bel giorno comparve sulle cantonate della città nativa di Pomponio un gran manifesto che invitava il pubblico per la rappresentazione del Dramma di un concittadino, col titolo
L’AMOR DELLE BESTIE.
Nemo propheta in patria.
Per tutta quella giornata il povero Pomponio ebbe la febbre dell’impazienza. Il momento decisivo non era lontano, e tutto lasciava sperare bene.
Chi mi sa dire l’onda di speranza che cullava la fantasia del povero autore? egli era certo, certissimo dell’esito, e già sognava una pioggia di fiori sul suo capo, e quel che è più, quella benedetta croce tanto desiderata.
Un’ora prima di cominciare, il teatro era zeppo di spettatori.
La curiosità aveva attirato molti amici e conoscenti dell’autore, e l’avidità di sentire era tanta che non si volle aspettare più oltre, ed il pubblico proruppe in unanime applauso per invocare la sollecitudine.
Si alzò finalmente il sipario fra un’esclamazione generale, e la prima parte del primo atto passò sotto silenzio. L’autore era convulso, febbricitante e trottolava dietro le quinte come uno spiritato.
Il primo atto terminò con una grande risata del pubblico, e certo quell’ilarità non era troppo a proposito, giacchè il dramma accennava allora ad un assassinio.
Una metà del secondo atto passò pure inosservata, ma poco dopo alcuni sbuffi d’impazienza che venivano dalla platea indicavano che il pubblico non s’interessava gran fatto. Però verso la fine dell’atto parve che risorgesse un fil di vita, giacchè s’udirono per la prima volta alcuni fischi che scoppiarono in vari punti dell’uditorio.
La pazienza è virtù dei somari; vero è che bene spesso il pubblico non ischerza in fatto di tolleranza, ma quando per avventura la noia comincia ad assalirlo è impossibile evitare una burrasca. Domandatelo a Pomponio che fu costretto di svignarsela a metà del terzo atto, e buon per lui che se la cavò senza peggio.
Difatti il pubblico dopo di aver sopportato mezza la produzione, non ebbe il coraggio di portar più a lungo la sua sofferenza, ed il fischio che proruppe ad un certo punto fu così spontaneo, unanime, ed arrabbiato, che si credette prudente calar la tela, e troncare la rappresentazione.
Io non tenterò certo di salvare il povero Pomponio, me ne guardi il cielo! Il suo dramma non era cosa sopportabile, e ne fa fede lo stesso titolo, e l’origine della produzione.
Mi prenderò ben guardia di raccontarvi l’argomento per non addossarmi le ire della gente.
Basti sapere che il povero Pomponio invece di trionfo e croce, si ebbe un’apoteosi di fischiate da togliergli la malinconia di scrivere per il teatro.
Non è dunque sì facile diventar cavaliere? A sentir taluni basta un raglio d’asino per procurarsi una croce. Alla malora dunque i maldicenti, poichè infine noi vediamo quanto malagevole sia guadagnarsi questa distinzione. Nossignori non basta esser ciuco per giungere a tanto, e se anche così fosse, che prova? La parte dell’asino è difficile a sostenersi; s’interroghi Lucio Apulejo e si vedrà che farla da somaro, è spesso più arduo che non si pensi.
Nè va pure obliato l’asino di messer Domenico Guerrazzi, che se tutti i cavalieri avessero un briciolo appena del senno di quell’arguto somarello, l’umanità potrebbe andarne lieta.
Per me lo confesso, quando leggo l’orazione funebre che il Casti fa recitare all’asino, penso che se tutti i discorsi di circostanza fossero come quello, sarebbe meno penosa la situazione degli ascoltatori.
Insomma anche farla da asino non è agevol cosa, e trovo che si abusa troppo di questo epiteto applicandolo agli imbecilli.
La catastrofe toccata a Pomponio fu tale, da levargli la mania del teatro, ma non valse a reprimere quella benedetta voglia di diventar cavaliere.
La sola sua costanza si meritava la croce, ma sfortunatamente la fermezza di proposito non è più una virtù in questo secolo del progresso in cui tutto cammina fra le sfumature bizzare d’una varietà senza fine.
Dopo alcuni giorni, smessa la vergogna, il povero drammaturgo si azzardò ad uscire, ma correva a testa bassa come se fosse passato sotto le forche caudine.
La più gran bestialità al giorno d’oggi si è quella di ricredersi di un errore e confessarlo, oggimai ci vuol disinvoltura, e se tutti quelli che fecero fiasco curvassero le spalle sotto il peso della vergogna, il mondo andrebbe tutto a capo chino.
Se lo potessi vorrei tessere tutta intera la storia dell’infaticabile ardore posto in opera da Pomponio per ottenere l’ambita croce; ma tralascio, perchè il lettore assiste pur troppo giornalmente alle fatiche d’Ercole, di tante nullità che si arrampicano in mille guise per poggiare in alto. Dirò solo che il nostro eroe nulla lasciò d’intentato, e che si fece perfino nominare capitano della guardia nazionale.
Il fatto è che a ventotto anni Pomponio si chiamava semplicemente signor Pomponio.
Il desiderio passò quasi allo stato di manìa, il poverino dimagrava a vista d’occhio ed una profonda malinconia lo assalì sì fortemente, che suo padre d’accordo col medico lo consigliò a viaggiare l’Italia per distrazione.
Pomponio si arrese, ed un mattino partì per alla volta di Firenze, ove contava di fermarsi un mese, e poi recarsi a Napoli per passarvi l’inverno.
La forza del Destino.
Quando io penso ai casi fortuiti della vita, alle strane sconfigurazioni dell’azzardo, non so più negare l’influenza del destino.
Si ha bel dire, tutto è caso, ma signori miei, chiamate caso la predestinazione e noi saremo d’accordo.
Si vedono delle cose sorprendenti, accadono nella vita certe mistificazioni che sembrano il risultato d’una tendenza prestabilita. Per me il caso è più maraviglioso delle leggi che regolano il mondo anzi appunto perchè desso è l’antitesi della legge, la negazione dell’ordine naturale, io lo trovo prodigioso.
Il caso che fece fare ad Apelle la spuma colla spugna, e che rivelò a Galileo la teoria dell’isocronismo del pendolo, ha qualche cosa di sì straordinario, che mi stordisce. — Ma torniamo a Pomponio.
Le meraviglie artistiche di Firenze, il delizioso clima, ed il cielo sorridente valsero ben poco a lenire le sofferenze di quell’infelice che già da qualche giorno vagolava per quelle vie terribilmente annoiato.
Aveva colà uno zio, ma tanta era la sua apatia che non si curò neanche di cercarlo.
Verso il tramonto di una bella giornata, Pomponio passeggiava sbadatamente in Lungarno, quando girando gli occhi sui balconi di un elegante palazzina incontrò lo sguardo di una bella signora che stava godendosi lo spettacolo della passeggiata.
— È superfluo estendersi in descrizioni, la signorina in discorso era di una rara bellezza ed aveva un paio d’occhi da ammaliare mezzo mondo. Mi affretto a dichiarare che Pomponio era un discreto giovinotto elegantemente vestito. — Arrogi quel suo pallore che lo rendeva molto interessante, talchè la signorina del balcone, arrestò per qualche tempo lo sguardo sopra di lui. Egli se ne accorse e fu assalito da tanta confusione, che arrossì fin nel bianco degli occhi, ed il suo cuore palpitò fortemente.
Il nostro giovinotto, rapito, entusiasmato da quello sguardo di fuoco, stette a guardare la signora finchè la convenienza lo permetteva, indi, sebbene a malincuore proseguì la sua strada volgendosi di tratto in tratto all’indietro. Camminando in quella guisa colla testa quasi sempre rivolta, non s’avvide di un signore dal grosso ventre che veniva verso di lui con aria molto preoccupata.
Entrambi si urtarono, e con tanta violenza che il cappello di Pomponio rotolò a molti passi lontano.
— Perdono, mormorò egli correndo dietro al suo cilindro.
— Diamine, badi ove manda le gambe! brontolò il grasso signore, ma appena il giovane rialzò la testa, il panciuto mandò una grande esclamazione.
— Pomponio, tu qui?
— Zio, siete voi!
— Oh lascia che t’abbracci, e sì dicendo lo zio senza curarsi di essere sulla pubblica strada, saltò al collo del nipote, che rimase alquanto confuso per quella eccessiva tenerezza.
— Come, birbo! tu sei a Firenze, ed io ne sapeva niente? — Oh Dio.... buono!
— Perdonatemi zio, aveva perduto l’indirizzo.
— E ci sei venuto senza accorgertene.
— Come?
— Io abito in quella palazzina.
— Là dove c’è quella signora?
— Precisamente, siamo vicini e buoni amici.
— Ah zio, conducetemi in casa vostra.
— Andiamo. E zio e nipote prendendosi a braccetto, rifecero la strada, ed entrarono nel portone non senza che però Pomponio lanciasse uno sguardo di soddisfazione alla bella signora, che era stata testimonio della scena.
— Passo di volo su taluni incidenti di nessun rimarco. È facile d’altronde supporre l’argomento della conversazione fra zio e nipote.
Pomponio dopo fatto l’elogio all’appartamento si avanzò timidamente sul balcone, e trovossi a pochi metri distante dalla signora che aveva tanto ammirato.
Arrossì a quella vista, e lo zio che era uomo di mondo, non durò fatica a comprendere.
— Bella signora, n’è vero?
— Oh molto! rispose Pomponio.
— Se ti fermi farai la sua conoscenza... è tanto amabile; in così dire lo zio fece un grand’inchino alla signora.
Pomponio per secondarlo, si scopri il capo, ma lasciò cadere il cappello sulla strada.
— Ohè! sclamò lo zio, mio caro, patisci forse di nervi? poco fa mancò poco che tu mi facessi stramazzare, ora butti il cappello giù dal verone.
— Perdonate zio, la distrazione...
La signora intanto erasi ritirata, forse per uno sfogo d’ilarità. Comunque fosse, è innegabile che Pomponio per un primo incontro aveva già guadagnato terreno.
Se io volessi dir tutto per filo e per segno non la finirei più, ma non essendo di quei cotali che scrivono a un tanto per pagina, così evito amplificazioni inutili.
A che scopo narrare tutte le vicende per le quali il povero Pomponio restò vittima inconsolabile di un amore ardentissimo? L’anima sua aveva finalmente trovato la gemella; non più solitudine, sospironi sparati al vento, non più malinconie, ma strette di mano espressive, sguardi di fuoco, urti di ginocchio, pestate di piedi... con quel che segue.
Non occorre dirlo, l’oggetto di Pomponio era la signora del balcone, la vezzosa vedovella per la quale aveva fiaccato il ventre dello zio e buttato il cappello sulla strada.
Si chiamava Allegra, aveva ventisette anni, una bella faccia, due grand’occhi bruni, una taglia provocante, un piedino d’angelo, una dote di cinquantamila lire, ed una gran voglia di rimaritarsi.
Cospettone! con tanta roba in vetrina non mancano avventori; ed Allegra ne aveva molti, e fra questi un cugino alquanto attempato, ma personaggio importante influentissimo nei circoli diplomatici.
A questo punto mi tocca far violenza alla mia verecondia per vincerla su certi scrupoli che mi inceppano la penna; già si sa che la coscienza non deve far pressione sull’animo dello scrittore, ma io poveraccio non ho ancora quel coraggio civile che è necessario in questi casi.
Mi dà una gran pena questo dover ad ogni tratto sollevare il velo di qualche mistero, ma mio Dio! quelle buon’anime di lettori sono così curiosi! Tant’è, prima dello scrittore il mondo ha già menato la lingua; prima della maldicenza scritta c’è la maldicenza parlata che vola sommessamente di bocca in bocca, ed alla fine scoppia come il colpo di cannone di Don Basilio.
Questa volta però non si tratta di calunnia, ma sibbene d’un fatto che se non si può giurare, si può per altro credere.
La buona gente di Firenze aveva già scagliato la pietra sulla vedovella che si lasciava troppo proteggere dall’influente cugino. Si diceva che costui dalla morte del marito aveva spiegato un’assiduità rimarchevole colla moglie. Furono veduti parecchie volte a spasso nei dintorni della città, fuori di porta, ed infine una cameriera di madama avrebbe confidato al suo damo che il cugino aveva libero accesso nella stanza da letto della signora.
Ci credete voi signori?
Questo scellerato mondo è tanto perfido, che davvero non so come regolarmi, quando lo sento mormorare.
Notisi inoltre che se la vedova si lasciava consolare, era nel suo pieno diritto di farlo. Oh che! perchè il marito muore, dovrà la consorte vestire il lutto eterno? dovrà essa legare la sua gioventù e sacrificarla alle magre reminiscenze di un passato che è passato? No certo. Si piange per un anno, qualche visita al cimitero colla serva, e forti sospiramenti quando si parla del defunto; intanto la vedova ingrassa, e poco dopo passata la furia del dolore di circostanza, si riaprono le sale agli amici del defunto marito, i quali si credono tutti in diritto di dar dei consigli alla vedova.
Oh! l’amicizia. Gli scettici la dicono una parola vana, ed è ancor poco se non la chiamano addirittura un’ipocrisia.
Consolare gli afflitti è uno dei doveri del buon cristiano, ed in fede mia, non saprei trovare opera più generosa e piacevole di quella di asciugare le lagrime ad una giovane vedovella.
Ma andate mo’ a far sfoggio di questi buoni sentimenti, vi rideranno sul muso. Mi ricordo d’aver visto i funerali di un povero marito accompagnato da un corteo di pietosi amici tutti in lagrime, e ricordo ancora che mi sentii profondamente commosso. Uno poi fra gli altri tanti che accompagnavano il feretro, aveva un’aria così addolorata che era una pietà il vederlo. Ebbene, mentre me ne stava pensoso ad osservare, sentii dietro di me il seguente dialogo:
— Veh! il signor B.... che aria afflitta.
— Ah! che ridicolo!
— Che impostore. Figurati che colui fa una corte spietata alla vedova; è l’ombra del suo corpo, e giurerei che presto farà le veci del defunto.
È una birbonata, non è vero? — eppure se io non fossi più che ottimista, ora, dopo passato qualche tempo, sarei tentato di credere che quel briccone avesse ragione.
La signora Allegra, dunque versò le sue lagrime d’obbligo sulla memoria del marito, gli pose in Camposanto una lapide col solito epitaffio: la vedova inconsolabile e desolata vivrà nel lutto eterno... con quel che segue, eppoi fece come fanno tutte le altre.
Cercò di distrarsi, e ridiventò civetta, voglio dire una dama del bel mondo.
Tutto passa quaggiù, tutto finisce in questo basso mondo, e la vedovella riprese ben tosto le sue abitudini, anzi ne contrasse delle altre, frutto del suo stato libero.
Non ci mancava la réclame sulla sua disponibilità; la signora Allegra andava sempre vestita a lutto, ma la gente che mormora trovava in quelle gramaglie più un richiamo che non l’espressione di un dolore. Fin qui io sto col mondo, giacchè il lutto delle signore mi fa sempre l’effetto della quarta pagina d’un giornale.
È facile immaginare che Pomponio fissò la sua dimora in casa dello zio. L’amore aveva operato un vero prodigio, e dopo pochi giorni l’ipocondriaco giovinotto non era più riconoscibile.
— Passava tutta la giornata alla finestra per spiare le mosse della vedova, e quando lo zio gli disse che l’avrebbe presentato a quella signora non seppe trattenersi di dare un calcio alla cagnolina per sfogare la gran gioia. A quella vista lo zio si persuase che la cosa era urgente, e temendo che quegli slanci di allegrezza degenerassero in manìa, lo prese per il braccio, e trascinollo subito in casa della signora.
Il primo colloquio, e le relative cerimonie di presentazione sono sempre cose noiose, e non vale la pena di descriverle. Per altra parte poi nulla vi avvenne d’importante, se si eccettua un po’ di batticuore di Pomponio, e qualche grulleria scivolatagli dal labbro. Passo sulla seconda visita, sulla terza, e su varie altre, e salto addirittura a quindici giorni dopo l’arrivo di Pomponio a Firenze, vale a dire alla quattordicesima visita che egli fece alla vedova.
Oh! l’amore! vengano gli scettici a negarlo, vengano a dirmi che questa corrente elettrica è un sogno dei poeti. Pomponio ed Allegra in quindici giorni erano ubbriachi fradici d’amore.
Sarei quasi tentato di spifferarvi la storia di quell’affetto nato così rapidamente; ciò mi fornirebbe occasione per sfoggiare le mie cognizioni in materia, ma siccome parmi già di sentire gli sbuffi impazienti del lettore, volo... vale a dire, salto altri quindici giorni e mi porto verso il tramonto di quel purissimo amore.
Dissi purissimo, e ciò sembrerà strano, giacchè la purità delle vedovelle si può sempre discutere, tuttavia qui l’espressione fa al caso.
Pomponio non era per nulla uno scapestrato, un altro al suo posto avrebbe finito dove finiscono sempre siffatti intrighi, ma egli tenne duro. I mediocri d’intelligenza sono spesso i più onesti. Ne volete una prova? Pochi giorni dopo il suo arrivo a Firenze egli scrisse alla famiglia dicendo che desiderava ammogliarsi, e chiedeva un consiglio al padre.
Quel buon uomo non desiderava di meglio, ed a volta di corriere rispose al figlio che egli era soddisfattissimo; anzi lo pregava a sollecitare le nozze.
Questa lettera fruttò un bacio a Pomponio. Fu il primo, ve lo posso giurare, giacchè la vedovella seppe sempre tenerlo alla dovuta distanza; ma quando vide la lettera del papà si commosse, pianse, ed abbracciando il suo Pomponio lo baciò teneramente in fronte.
Ah! le vedove sanno ottimamente l’Arte d’amare. Il primo matrimonio è per esse una scuola di perfezionamento, e quando hanno perduto il marito diventano insuperabili negli artifizi amorosi.
Un bacio dato a tempo ne vale cento dati alla rinfusa, come costumano certi innamorati allorchè la buona stella li mette in colloquio intimo.
Evvivano dunque le vedove che sanno farsi desiderare. Mi viene però alla memoria una certa sentenza in versi, che dice:
Oh tu che hai scorse tante dotte carte:
Qual’è l’arte d’amar? — L’amar senz’arte.
Questa laconica risposta tornerebbe tutta a favore degl’ingenui, dunque come sempre avviene c’è ragione per ambe le parti, epperciò mentre ammiro il bacio unico e speculativo delle vedove, batto le mani ai mille che si danno i giovani amanti; e che Dio gliela mandi buona!
L’amore non si discute, o si sente, o non si comprende, e Pomponio che lo sentiva molto fortemente, non indugiò gran fatto ad assecondare il desiderio del padre.
Senza tanti arzigogoli, saltiamo ancora un mesetto, e gli sponsali sono fatti.....
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Qui lascio una lunga fila di puntini che danno fede della mia verecondia nel non voler sollevare il velo di una soavissima luna di miele.
Il sole entra in Capricorno.
«Datemi un punto d’appoggio, ed io vi metto sossopra il mondo» — Così disse il matematico di Siracusa; ma niuno meglio di lui sapeva di domandar l’impossibile.
Ormai si sa per lunga esperienza che tutto ubbidisce a certe leggi inalterabili della natura. Chi nasce cavolo non morrà garofano; e le tendenze degli uomini per far che si faccia non si ponno violare.
Non mi si venga fuori coll’onnipotenza dell’educazione, giacchè per conto mio domanderei l’abolizione del vocabolo onnipotenza il quale esprime una cosa che non esiste.
È provato che Dio stesso non può essere onnipotente perchè non saprebbe fare un circolo quadrato, dunque restiamo d’accordo che le tendenze insite nell’uomo sono immutabili. Anche la luna di miele subisce come tutte le altre le sue fasi di decrescenza, colla sola diversità che quando è tramontata non ritorna più mai sull’orizzonte. Luna fatale!
Il suo splendore durò poco per Pomponio, che dopo qualche mese cominciò ad abituarsi alla felicità, e poscia se l’ebbe di peso.
La vedovella avea dei piccoli grilli, le piaceva d’esser corteggiata, voleva feste, teatri, balli e con che cuore poteva Pomponio presentarsi in pubblico, senza essere nemmeno cavaliere! Ecco il tarlo che rose le sue gioie coniugali.
L’amore aveva assopito solo per poco lo stimolo dell’ambizione, ma passato il fuoco dell’entusiasmo per la moglie, Pomponio ricadde nella sua cupa malinconia.
Con grandissimo rammarico leggeva giornalmente quel foglio malvaceo che è la Gazzetta Ufficiale, e ad ogni nuovo cavaliere annunziato il poverino si sentiva come stretto al cuore.
Oh la croce, egli la voleva, la sognava, e frattanto la sua dolce metà gli ne faceva portare una e ben grossa.
Debbo dirlo perchè si disse, ma io dichiaro come al solito che non credo alle ciarle del mondo. La vedovella convinta d’aver sposato un baggèo, pensò tosto a darsi buon tempo. I sogni ambiziosi del marito le davano agio a fare ciò che le piaceva, e siccome le piaceva un ufficiale di cavalleria, si lasciò spesso accompagnare da costui al teatro, al caffè, e si disse perfino d’averli veduti in una strada di campagna....
Siamo d’accordo che cotesta è un’altra infamia del mondo che vitupera l’innocenza, ma prima di condannare addirittura il mondo, è bene riflettere come talvolta egli non abbia tutta la colpa de’ suoi errori.
La mia nonna, buon’anima, mi diceva:
— Figlio mio, la maldicenza è come un lago, se tu vedi il tranquillo specchio che si turba, è segno che vi è caduto dentro il sassolino. Al fondo di tutte le dicerie, c’è sempre un po’ di vero.»
Non voglio certo disconoscere i savii ammaestramenti di quella buona vecchia, ed ogni qualvolta sento il mondo che mormora, mi rammento sempre la storia del sassolino.
Insomma pigliatela come si trova; se è vero che l’ufficiale se la spassasse romanticamente con Allegra, ci avrà trovato la sua convenienza. In questi casi è prudente sposare la gran massima che dice: le colpe della moglie sono colpe del marito. Tiro innanzi.
Lo sventurato Pomponio struggevasi per ambizione, e dopo appena sei mesi di matrimonio non era più riconoscibile; era sempre preoccupato, distratto, come un banchiere alla vigilia del fallimento. La gente pensava che ei la facesse da uom di spirito, e taluni vedendo che la sua fronte andava facendosi più ampia per lo sfrondarsi dei capelli, osservavano malignamente com’egli covasse qualche protuberanza al cranio.
Ma la provvidenza è grande, e non tardò a sorridere a Pomponio prendendolo sotto le sue pietose ali.
Se vi ricordate, quando la moglie di Pomponio era vedova (Dio che giro di parole!) godeva la protezione di un cugino alto-locato. Costui ebbe una parte attivissima in quel matrimonio, aveva fatto dei grandi regali alla sposa, e quando ella stava per lasciar Firenze ei chiese licenza al marito di darle un bacio.
Era una cosa innocentissima, e se vogliamo anche un onore per Pomponio.
D’allora in poi Allegra mantenne sempre un discreto carteggio col cugino di Firenze, ed un giorno ricevette da lui una lettera in cui le notificava la sua nomina ufficiale ad un consolato estero. Inoltre per post-scriptum eravi che appena sbrigati alcuni affari, egli passerebbe a salutarla prima d’abbandonar l’Italia.
Allegra comunicò la lieta novella a Pomponio, il quale sentì slargarsi il cuore per la gioia. È facile comprendere che un barlume di speranza era riapparso nell’animo suo, facendo egli gran calcolo sull’influenza del cugino diplomatico.
Una sera stando chiuso nella camera da letto e mentre la moglie già si spogliava, Pomponio prese a dire:
— Senti Allegra. Se viene il cugino bisognerà pensare a dargli un conveniente alloggio.
— Certo.
— Non si canzona mica un personaggio così.
— Oh, disse la moglie, non pigliarti tanti fastidi, già lo sai, egli è fatto alla buona.
— Tutto va bene, ma bisogna fargli l’onore che si merita. Si fermerà molto?
— Chissà! Secondo l’urgenza, può darsi anche che non si fermi più di un giorno.
— Ne sarei dolentissimo.
— Ed io pure, è tanto tempo che non lo vediamo!
— Tanto più, mormorò Pomponio, tanto più che aveva un certo progetto in mente...
— Che progetto?
— Oh Dio, un’inezia, massimamente se tu t’impegni in mio favore.
— Puoi dubitarne! Di’ pure.
— Già lo sai, Allegra mia, io sono piuttosto ambizioso.... tutto per te; mi piacerebbe farti fare bella mostra nel mondo. Non già che io ci tenga gran fatto a corte cose, sono minuzie, tuttavia non si può negare che un titolo fa sempre qualche effetto in società.
— Ma spiegati meglio, sclamò Allegra piantando due occhioni addosso al marito.
— Ecco... cioè, il cugino è molto influente al ministero, e se mercè il suo intervento potessi guadagnarmi una croce...
— Ah! vorresti esser cavaliere!
— Ecco, rispose Pomponio, ed arrossì fin sulla punta del naso a tal segno che la moglie se non rise fu perchè ebbe pietà di quella miseria.
— Per farti cavaliere occorre un titolo.
— Qual titolo migliore esser suo cugino!
Allegra si fece alquanto seria, e stette fissando di sottocchi il marito che appunto allora si aggiustava la berretta da notte. Aveva una figura stolida, messa assai bene in rilievo da una tinta di timidezza che apparivagli ogni qualvolta si trovava in colloquio intimo colla moglie...
— Dunque Allegra mia, hai pensato?
— La signora aggrottò le ciglia, guardò il marito con un’aria di superiorità quasi sprezzante, e rispose seccamente con una sola parola che poteva essere una rivelazione.
— Vedremo! — Io spero che non ti dirà di no... ti vuol tanto bene.
— Se dipenderà solamente da lui.
— Basta che ei lo voglia, è un affar fatto. La danno a tanti la croce e si può ben compiacere un cugino. È da qualche tempo che ho quest’idea, ma tu mia cara mi tieni in gran soggezione. Infine se sono ambiziosetto è per te sola, capisci che se io sarò cavaliere tu diventi donna...
— D’altri, mormorò Allegra fra i denti voltando le spalle al marito che poco dopo si addormentò sognando la realtà delle sue speranze.
Dopo tanto, sfido io il lettore se avrà cuore ancora di scagliar la pietra su quella povera donna. È vano sofisticare sui doveri del matrimonio quando trattasi d’avere alla cintola un marito di quella fatta. Io sono sincero, e dico francamente che in simili casi come in tanti altri metto le infedeltà coniugali nella schiera dei più sacrosanti doveri.
Ognuno ha quello che si merita, ci vuole una testa apposta perchè vi possano germinar le corna; e qui mi arresto con un’altra osservazione. Le corna non mi sembrano troppo a proposito per raffigurare la posizione sociale di certi mariti.
Oh perchè non mettervi invece delle corna le orecchie? Starebbero assai più acconcie. Narra la favola che Atteone per aver veduto Diana al bagno fu dannato a portar sulle cervice il blasone dei cervi... sin qui sta bene, ma qui non ci trovo relazione col becco dei mariti. Atteone s’ebbe le corna in pena d’aver visto, mentre i mariti le hanno appunto perchè non ci vedono niente. Cito il fatto puro e semplice, ma per conto mio me ne lavo le mani, e poichè ci vogliono le corna, prendo il mondo co’ suoi usi, e tiro dritto.
— Mi preme unicamente di stabilire che madonna Allegra era quasi in diritto, per non dire in dovere, di seminare sul capo del marito quei nobili fregi. Veniamo al punto, cioè al giorno in cui doveva arrivare il cugino. La fu una vera baraonda in casa di Pomponio, si trattava di assegnare una camera degna dell’ospite, ed infine dopo discussi cento progetti, Pomponio aderì a quello della moglie che volle il cugino in una camera prossima alla sua.
La dabbenaggine alla prova.
Il cugino fu d’una esattezza diplomatica, ed arrivò proprio col convoglio fissato.
Pomponio e la moglie erano ad aspettarlo, nè qui è caso di rimestare tutte le galanterie del ricevimento.
Due righe per il ritratto del nuovo personaggio.
Era oltre la quarantina, ma pareva assai più giovane. Portamento franco e spigliato proprio delle persone avvezze al vivere del gran mondo. Una figura discreta, occhio penetrante; era insomma un bel uomo degno al tutto di far capo ad una legazione.
Pomponio lo pressava lo stringeva fra mille gentilezze, e quando seppe che il cugino si fermava qualche giorno in casa sua, non ebbe più limite alla gioia.
Dopo cena il cugino si dichiarò stanco, e chiese di ritirarsi; Pomponio lo accompagnò nella sua camera, e ritornando poscia alla moglie le rinnovò la solita raccomandazione.
All’indomani il cugino non aveva ancora aperto gli occhi che si vide parato innanzi Pomponio inchinevole e sorridente; a pranzo poi il nostro diplomatico doveva schermirsi in mille modi per non fare delle indigestioni. Era insomma una specie di tirannia esercitata a furia di gentilezze, ma il cugino ne aveva a macca delle cortesie del marito, tanto più che costui lo perseguitava siffattamente che non ci era mezzo di abboccarsi da solo colla cugina. Si sa, i parenti hanno sempre alcuna cosa a dirsi.
Allegra, vedendo che un tale stato di cose non poteva più oltre durare, e pressata sempre dal marito per l’affare della croce, gli rispose un giorno:
— Capirai, caro mio, che fino a quando tu starai ai fianchi del cugino, non potrò mai aprir bocca. Non sono queste cose che si possano dire su due piedi; lasciaci in libertà per qualche ora, e parlerò per te.
Pomponio non domandava di meglio, ed una sera, manifestando desiderio d’andare al teatro, lasciò la felicenotte alla moglie ed al cugino e se n’andò....