[Indice generale] e [Nota di trascrizione] in calce al libro.
COLLEZIONE
DI
OPERE INEDITE O RARE
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA
PUBBLICATA PER CURA
DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA
NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA
BOLOGNA
Presso Gaetano Romagnoli
1868.
COLLEZIONE
DI
OPERE INEDITE O RARE
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA
PUBBLICATA PER CURA
DELLA R. COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA
NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA
REGIA TIPOGRAFIA.
IL
LIBRO DI SIDRACH
TESTO INEDITO
DEL SECOLO XIV
PUBBLICATO
DA
ADOLFO BARTOLI
GIÀ COMPILATORE DELL'ARCHIVO STORICO ITALIANO
SOCIO DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA,
L'UMBRIA E LA MARCHE
PARTE PRIMA
(TESTO)
BOLOGNA
Presso Gaetano Romagnoli
1868.
ALL'ECCELLENZA
DEL SIGNOR COMMENDATORE
CONTE
LUIGI CIBRARIO
MINISTRO DI STATO, SENATORE DEL REGNO
PRIMO SEGRETARIO DI S. M.
PEL GRAN MAGISTERO DELL'ORDINE MAURIZIANO
EC. EC. EC.
Eccellenza,
Mi tengo ad onore che possa venire intitolato a Vostra Eccellenza questo volume, il quale, come documento di molte opinioni popolari del medio evo, sarà forse da considerare non affatto inutile alle discipline storiche, e riuscirà, spero, bene accetto agli studiosi della lingua italiana.
So di offerire cosa troppo men che proporzionata al merito della Eccellenza Vostra; ma siami scusa presso a Lei il desiderio che ebbi di dare il Sidrach in custodia ad un nome illustre, e di attestare publicamente la mia riverenza allo scrittore che gli italiani da molti anni amano e venerano.
Della E. V.
Devotissimo Servitore
ADOLFO BARTOLI.
[AVVERTENZA PRELIMINARE]
Noi stiamo in isperanza che questo Libro di Sidrach non vorrà parere indegno di comparire tra le pubblicazioni a cui dà opera la nostra Commissione pe' Testi di lingua, sia come scrittura del secolo decimoquarto, sia come opera ch'ebbe ad essere nei tempi di mezzo ricercata e letta avidamente in Francia, in Italia ed in altre parti di Europa. Forse questo nome di Sidrach, sotto il quale amò di nascondersi lo scrittore, potrebbe ricordarci quel Sirach, padre di Gesù, reputato autore dell'Ecclesiastico, che i Greci chiamarono Sapienza o Panaretos di Gesù figliuolo di Sirach. Infatti noi troviamo che al nostro libro, in molti codici e in istampe del quattrocento, fu dato il titolo di Fontana di tutte le Scenze; e un manoscritto dell'Ambrosiana ne chiama l'autore Iesu Sidracho [(1)]. Ma che che di ciò possa credersi, è fuori di ogni dubbio che lo scrittore di esso libro sperò, con impostura forse non rara a' suoi tempi, nome ed onore di profeta nel mondo; e facendo fascio di ogni erba, pur di darsi per illuminato da sapienza divina, compose una di quelle enciclopedie, ch'erano al medioevo in ammirazione e in amore, e che a noi rimangono come viva e parlante effige di esso. Sidrach di tutto parla, ogni questione risolve, dà a ogni domanda, come che sia, una risposta, facendo mescolanza continua delle cose più diverse, passando da un capitolo di misticismo illibato ad un altro di oscenità stravagante, insegnando al suo re una sapienza, ch'è a noi spesso documento irrecusabile della grossezza di quei tempi. Il libro di questo profeta contiene molto di teologia e di asceticismo: nè mancagli assai di politica, di storia, di medicina, di fisica, di cosmografia; nè un trattato dell'arte astrologica e delle virtù miracolose delle pietre e dell'erbe: imbandigione sontuosa degli errori e dei pregiudizi del medioevo. Quando ai secoli XII e XIII si cominciò a sentire il desiderio e il bisogno di divulgare quelle cognizioni, le quali erano state fino a quel tempo privilegio di pochissimi, vennero composti certi libri, quasi enciclopedie, dove, con più o meno di chiarezza e d'ordine, si raccolse tutto ciò che sapevasi intorno a Dio, alla natura ed all'uomo. La Francia ebbe così l'Imagine del Mondo, il Lucidario, il Breviario d'amore, e, massima fra tutte, l'opera famosa del Bellovacense; l'Inghilterra, i due poemi di Filippo di Thaun e il trattato di Alessandro di Neckam; l'Italia, il Tesoro di Brunetto Latini. Ma pochi tra questi si paiono tanto popolarmente divulgati quanto il Sidrach, del quale esistono codici francesi, provenzali, italiani ed inglesi; e parecchie edizioni fatte in Francia ed in Inghilterra nei secoli quindicesimo e sedicesimo; di maniera che non sono molte le biblioteche d'Europa a cui manchi o un manoscritto o una stampa di esso. Che significa ciò? Perchè ebbero a dilettarsi così nella lettura di questo libro, non solamente l'età di mezzo, ma i secoli posteriori? Come degnò appressare le labbra a questa fontana di acque torbide e lotose il dotto cinquecento? Una delle ragioni che possono spiegare un tal fatto ci pare che sia l'essere stato il libro di Sidrach tenuto quasi come un manuale dell'arte astrologica e dell'arte magica. Non è alcuno che ignori quanto cara fosse al medioevo quella scenza che le leggende narravano insegnata a Cam dagli angeli ribelli. Ma che meraviglia non ebbero dunque a provare le genti, quando nel Sidrach, operatore di prodigi, convertitore di miscredenti, profeta ispirato da celeste virtù, lessero che un angiolo stesso di Dio erasi fatto maestro in astrologia al prediletto Jafet? Questo dovea certo parere come una santificazione della scenza degli astri, la quale era posta così accanto alla teologia; ed anche quasi una canonizzazione della magia, se ne facea professione e ne dava insegnamenti un tale uomo, il quale abbondava in ogni maniera di sapienza più che umana. Tutto il medioevo farneticò dietro gli astrologi e i magi; perchè ogni cosa che avesse del meraviglioso, del fantastico, del soprannaturale, dell'impossibile piacque a quelle immaginazioni ardenti, a quei fervidi cuori; e non il volgo solo, ma anco gli uomini grandi parteciparono fatalmente all'indole morale di quei secoli, ai quali pareva sola ricchezza desiderabile e sola non colpevole sapienza, la fede. Inutile sarebbe parlar qui dell'astrologia, insegnata dal Sidrach chiaramente ed apertamente. Ma questo profeta ed astrologo fece egli veramente anco professione di magia? Di ciò ne è diviso non possa dubitarsi da chi legga i capitoli che discorrono le virtù prodigiose delle pietre e dell'erbe, le quali danno ai muti la favella, la vista ai cechi, fanno vedere le stelle di giorno; obbligano a dire in sogno i propri fatti più riposti e segreti; procacciano odio od amore; sono buone a guarire de' farnetichi, a non annegare nell'acqua, e via discorrendo. Quanto poi non avanzano ed eccedono le pietre in miracolosa virtù! Con lo zaffiro, ad esempio, può l'uomo uscire dalla prigione più vigilantemente guardata; e colla amatista otterrà dal proprio signore tutto che gli piaccia di chiedere. L'onice darà sogni che dicano ciò onde i morti abbisognano; chi abbia sopra di sè calcedonia, sarà parlatore di grande eloquenza; chi dal lato sinistro porti diamante, non potrà, cadendo da cavallo, farsi alcun male, e non commetterà peccato nè d'ira nè di lussuria. Altre pietre ti salveranno da morte subitanea, e se vecchio, ti renderanno forza vigorosa di giovinezza, e ti saranno rimedio ad ogni veleno. Preziosissime notizie dovevano invero esser queste agli uomini de' secoli medioevali; e se i dotti potevano leggere alcune di queste favole o in Dioscoride o in Teofrasto o in Plinio o in Alberto Magno od in altri, chi non sapesse di greco e di latino, nel Sidrach trovava quanto gli bisognasse; e leggendo in un libro di tanta santità era sicuro dalla paventata dannazione dell'anima. Perchè è bene da ricordare come due magie avesse il medioevo: una puramente diabolica, nella quale agli dei del paganesimo si sostituirono i demoni; l'altra, quasi una medicina ed una chimica magica, la quale deriva dalla forza delle piante, degli animali, delle pietre e dei corpi celesti. Chi ignora quello che fossero all'arte magica le erbe, i beveraggi e gli unguenti? Già, per tacere d'altri più antichi, Plinio, pur dichiarando la sua dotta incredulità, parlò dell'erbe buone ad avere figliuoli di bellezza e bontà singolari, a rendersi invisibili, a vincere i nemici, e ad ottenere altri effetti stupendissimi. Anche oggi gli arabi dicono di avere bevande che fanno cantare e ballare ed essere eloquenti; e gli indiani credono che un'erba possa farli mutare in figura di bestia, e che un'altra insegni a scoprire i tesori nascosti [(2)]. Tutti ci ricordiamo di quel filtro magico o beveraggio d'amore de' romanzi cavallereschi. Questa medicina magica, che è tuttora in uso presso alcuni popoli barbari, fu nel medioevo tenuta in altissima venerazione. E per essa forse acquistarono fama di negromanti Gerberto (il quale in progresso fu fatto volare in aria in compagnia del diavolo), Ruggero Bacone ed Alberto Magno, a cui si attribuirono i curiosi libri de virtutibus herbarum e de virtutibus lapidum, che possono essere considerati appunto come trattati di questa magia naturale di cui parliamo, e che è professata dal Sidrach. Innocua magia, la quale anco delle cose sante fece spesso suo strumento, confondendosi col misticismo, di modo che fabbricò, non solamente unguenti, ma anco orazioni buone ad effetti molto miracolosi [(3)]; e che durò lungamente, come può vedersi dalla Physognomonica e da altri libri del Porta.
Nel Sidrach però, oltre i capitoli di magia naturale, sono anche insegnamenti di medicina, i quali danno rimedi per la lebbra, per la volatica, per il male dello stomaco e del fegato, per istagnare il sangue della piaga e per altro. Nel che noi non vorremo troppo meravigliarci di certe strane ricette che troviamo, come la merda de' bachi da seta mescolata con sciloppo per guarire il fegato riscaldato; e la merda del cavallo mescolata col grasso del porco per ingrassare; e gli scarafaggi bruciati e bolliti nel lardo per la lebbra. Oltre poi la parte che riguarda i rimedi, leggiamo ancora altri insegnamenti di medicina: dove parlasi del corpo dell'uomo, del sangue, del parto, della pazzia, delle varie complessioni; ed in ciò sentiamo le dottrine di Galeno e quelle degli Arabi, spesso travisate e male spiegate, come di chi, non essendo scenziato, parla di cosa che solamente in confuso conosce. Così un'altra qualità viene ad aggiungersi al Sidrach, santo, astrologo e mago, per renderlo caro all'evo di mezzo; ciò è l'essere considerato il suo libro come un trattato di medicina popolare. Ed ognuno può agevolmente intendere per quali stretti legami nella mente dello scrittore questa si congiungesse all'astrologia ed alla magia, le quali non furono appunto in origine altro che degenerazioni della medicina.
Ancora ci è diviso che a divulgare questa fontana di tutte le scenze dovessero contribuire altre ragioni. Riducendoci a memoria ciò che fosse l'asceticismo del medio evo, o spietato nel maledire a tutti gli affetti della terra, o goffo arido bamboleggiante nelle sue mistiche contemplazioni, troveremo che il Sidrach è veramente più savio di molti altri; e mentre si piace nelle astruse sottigliezze teologiche, ricordasi spesso anche del mondo, insegnando cose che dovevano riuscire gradite al cuore di chi lo leggeva. Così, se potè parer santo dimenticare i parenti e ricusar loro ogni amore, eccovi nel Sidrach il precetto di amarli e d'aiutarli; e se la demenza umana fecesi adoratrice della povertà, predicando fonte di ogni male la ricchezza, il Sidrach vi dirà che anche la ricchezza è buona a qualche cosa, e che deve essere pregiata; facendo poi questa bella distinzione tra l'uomo ricco e il gentile: «gentilezza è potere e larghezza e vecchia possessione d'avolo e di bisavolo. L'uomo che ha grande potere ed è villano del suo corpo, sappiate che quelli non è gentile, anzi è ricco» [(4)]. Quale scrittore mistico del medio evo avrebbe scritto tali parole? Ed esse non potrebbero per avventura esserci indizio che lo scrittore di questo libro, prima d'invaghirsi del mestier di profeta, amasse di frequentare le corti, forse cantando di donne e d'armi e d'amori? Perchè anco alle donne (così velenosamente maledette dai mistici) è largo qualche volta di affetto il nostro Sidrach; ed una allusione noi troviamo nel suo libro alla gaia scenza, e certi precetti di galateo che ce lo fanno parere uomo nè ruvido nè troppo dato al fervore degli anacoreti. Tutto ciò dovea piacere ai secoli di mezzo; e ogni maniera di gente avea di che sodisfare nel Sidrach al proprio desiderio. Onde esso divenne quasi sorgente a cui attinsero molti scrittori; e noi lo troviamo citato in parecchi libri, in compagnia di Aristotile, di Catone, di Salomone, di San Tommaso, come, ad esempio, nel Fiore di Virtù, e nel Trattatello della natura e virtù delle pietre preziose [(5)].
Resterebbe che parlassimo ancora di molte altre cose che leggonsi in questo volume; alcune delle quali stranissime, come sarebbe, che la gioia e il dolore derivano dal mangiar bene o male; che le stelle cadenti sono colpi di fuoco dati dagli angeli buoni agli angeli ribelli, che dimorano nell'aria; che Iddio ha fatto la notte perchè l'uomo dorma, se no avrebbe fatto tutto giorno; che l'erba più degna è il grano; e la più degna pietra è la macina del grano; che il dormire è la più saporita cosa che sia; che la vigna da Noè piantata di giorno fa il vino rosso, e quella che piantò di notte, il bianco. Ma da quel poco che siamo andati sin qui esponendo ci sembra che sieno a sufficienza indicate le ragioni che ebbero a rendere questo libro così divulgato e popolare nel medio evo. Onde più utile sarà che passiamo a vedere in che luogo e in che secolo esso sia stato scritto.
I più antichi codici del Sidrach sono in francese ed in provenzale: i Franchi sono spesso ricordati, come la più forte e la più gloriosa gente del mondo. Questo solo basta a renderne certi che lo scrittore fu un francese, il quale compose l'opera sua o nella lingua d'oïl o in quella d'oc. Non sappiamo per quale ragione il Le Clerc supponga che l'autore del Sidrach fosse un ebreo; e che l'opera, quale fu stampata nei secoli XV e XVI, sia una imitazione amplificata del primitivo lavoro [(6)]. Nè meno possiamo intendere come da lui si giudichi incerto il tempo nel quale il libro fu scritto. Prendiamo brevemente in esame il Prologo, identico in tutti i codici che abbiamo veduto. Quivi si narra come il prezioso volume, posseduto già da un principe di Soria, poi smarrito, appresso venuto alle mani di un greco arcivescovo di Samaria, fosse portato in Ispagna, dove fu tradotto di greco in latino; e come al re di Spagna lo chiedesse in prestanza il re di Tunisi, il quale fecelo tradurre in saracinesco. Da Tunisi n'ebbe notizia Federigo imperatore, il quale mandò un frate di Palermo, che lo ritraducesse in latino e glie lo portasse. Alla corte di Federigo videlo un filosofo di Antiochia, che copiatolo, lo mandò al patriarca della sua patria; e da Antiochia un chierico portollo in Tolletta. Questi viaggi, queste traduzioni e ritraduzioni del libro, a noi sembrano un'arte dallo scrittore usata a fine di dare all'opera sua maggior valore, facendo credere che la fosse già stata tenuta in gran pregio da re da imperatori da patriarchi. E l'indizio più chiaro della favola sta nel principio del racconto, dove è detto che in origine questo libro ci «venne d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani a uno grande uomo, che lo volle ardere per lo consiglio del diavolo; e Iddio non volle che ardesse» [(7)]. Ma senza tener conto di ciò che può essere piaciuto di narrare all'ambiziosa fantasia dello scrittore, resta pur sempre che in questo prologo è chiaramente ricordato Federigo II imperatore. Oltre ciò, al Cap. LI parlasi dei frati minori e dei frati predicatori. E finalmente negli ultimi capitoli dell'opera, in mezzo alla confusione di racconti guasti dalla tradizione o dalla fama, si accenna evidentemente ai fatti della quarta Crociata, e forse ad alcuno della sesta. Lo scrittore del libro è adunque posteriore alla prima metà del secolo decimoterzo; e siccome possiamo molto ragionevolmente supporre che gli ultimi fatti di cui parla sieno gli ultimi veduti o conosciuti da lui, così non saremo fuori del vero argomentando ch'egli abbia compilata la sua opera nei primi anni dopo il 1250; tanto più che essa verso gli ultimi del secolo ci si mostra già largamente divulgata. Se Pietro Venerabile all'anno 1140 cita il libro di Sirach [(8)], egli allude senza dubbio, non alla compilazione del Sidrach, quale è ne' codici francesi del secolo XIII e XIV, ma probabilmente a qualche altro lavoro fatto sull'Ecclesiastico, e del quale potrebbe essere quasi una seconda redazione ed anche una amplificazione il Sidrach nostro. Ma questa non è che una congettura; la quale forse da accurate indagini sui manoscritti francesi potrebbe essere chiarita.
Dei molti codici del Sidrach daremo in altro luogo una bibliografia, la quale studieremo di rendere meno incompiuta che per noi si possa [(9)]. Qui intanto occorre dire de' manoscritti che hanno servito alla presente edizione; ed anzi tutto del francese (COD. RICCARDIANO N.o 2758, indicato nelle note C. F. R.). Dai caratteri paleografici questo codice apparisce del secolo XIV, e noi siamo di credere che debba averlo copiato un italiano, il quale non fosse nella lingua d'oïl più che mezzanamente istruito [(10)]. Onde spesso accade di trovare parole delle quali non intendesi e neppure può essere indovinato il senso; le regole della grammatica non sono osservate; e molte voci appariscono scritte a seconda della pronunzia italiana. Chi voglia, può certificarsi di questo ne' brani di esso codice, i quali ci è accaduto di dover recare in nota; ma a prova più larga della nostra opinione ne piace riprodurre qui un tratto maggiore del manoscritto, trascrivendo senza correzione nessuna:
«Le vin si est une preciousa chosse et digne et si est salu dou cors et de l'arme et per vin se peut sauver son cors de molt de enfermites. Et per vin peut hom sauver s'arme de mout de pechies. Ensi com le vin est salu dou cors et de l'arme, ausi est in perdicione dou cors et de l'arme. Car per vin peut hom perdre son cors et s'arme legieremente. Le vin si est per le sages chi le boivent atemprement et a raison et ne font nul daumage ne a eaus ne a la gens; a celes genz vaut miaus a boivre le vin che l'aigue. E as fos chi le boivent folement si boivent le sens o le vin et perdent leur sens et luent la gens et les robent o se tuent ou ce laissent tuer per leur sollement boivre le vin. A cil lor vaut miaus boivre l'aigue che le vin, et le vin n'est mie fait por tel gens nive leur est ne droit ne leyaus ...... Les rois et les seignors dovient estre premiers leyaus de lor cors et de lor iugemens. Apres si doivent estre ardis et prous et vailans de leur cors. Apres doivent estre large et donans. Apres si doivent estre as mauvais et as outraious fiers et durs, ivians a tous a chascun selonc sa deserte a droit et a raison, ia soit ce che il soient nigie a mort et a taglier membres. Se les rois et les seignors sont leyaus de lor cors et de lor parole il font aplaisir a Dieu et honorer a leur seignor; et si sont sages et porveans, il le doivent bien estre, et por ce che luer gens pregnent essample diaus et che il soient tels ce il sa gens et donant itels doivent nestre......
Il y a bons chevaus ases par le monde et biaus. Mais cheval doit avoir en lui IIII choses longues et IIII cosses cortes et IIII chosses larges. Premierement doit avoir le biau cheval en lui lonc col et longues giambes et longe sengle et longe coe. Et si doit avoir en lui large groppe et large boche et large nariles. Et si doit avoir en lui cort pasteron et cort dois et cortes oriles et corte coe, non pas le pel mais la propriete de la car et de l'os.»
Sarebbe affatto superfluo che noi ci facessimo a dimostrare particolareggiatamente agli studiosi della lingua d'oïl non essere questo il buon francese del secolo quartodecimo, il quale scorre proprio elegante fluido efficace sotto la penna di molti poeti e prosatori, tanto più elegante, pare a noi, in quei primi secoli, che oggi non sia. E senza volere far paragone del francese di questo Codice Riccardiano con quello, a modo di esempio, corrottissimo e in tante parti non decifrabile, di Niccolò da Casola, e neppure con quello di Martino da Canale, pur non è dubbio che anche il francese del Sidrach non apparisca guasto ed errato. Tra le illustrazioni che faranno seguito al presente volume sarà ancora uno studio su molti codici francesi delle biblioteche italiane, e su quelli specialmente di cui non dettero saggio nè il Keller nè l'Heyse [(11)]. Ivi apparirà manifesto come in Italia si scrivesse e si copiasse il francese nei secoli XIII e XIV; e come dagli errori del testo altri errori derivassero nelle traduzioni che allora si fecero, ai quali è da aggiungere ancora i molti e stranissimi che dalla conoscenza scarsa della lingua derivavano. Da ciò dovrà essere chiaro ad ognuno come quei nostri antichi volgarizzamenti abbiano bisogno di un raffronto continuo coll'originale, se voglionsi dare scritture alle quali il senso non manchi, e che possano giovare alla storia della lingua. Che cosa è, come lo possediamo nelle stampe, quel Tesoro di Brunetto Latini, del quale, fino dal 1816, desiderava il Giordani (e anch'oggi dovrebbe desiderarlo) il testo italiano ridotto alla vera lezione e accompagnato col suo originale francese? Che cosa sarebbe il Sidrach, se pubblicato sui codici italiani soli, senza le correzioni e le illustrazioni che dal paragone col francese derivano? Nè crediamo sia buona e saggia la opinione, che pure oggi alcuni sostengono, essere da sfatare come inutilissime ed anzi dannose le traduzioni de' primi secoli della lingua. Le quali, se anco non fossero parte della storia delle nostre lettere, e se non ci fossero documento della cultura di quei tempi, rimarrebbero sempre alla lingua importantissime, e indispensabili a chi vorrà e saprà, quando che sia, fare che all'Italia non manchi un glossario della sua lingua, comparata colle altre lingue uscite dalla sorgente latina. Sappiamo non in tutte le traduzioni del duecento e del trecento potersi ammirare una uguale eccellenza di dettato; ma da ciò stesso usciranno utili considerazioni; e, ad ogni modo, il traduttore meno garbato d'allora, potrà sempre essere maestro di proprietà nell'arte, a noi, che non possediamo e non amiamo più nessun'arte, e pare che consigliatamente studiamo di imbarbarire la nostra povera lingua. Non vogliamo parlare delle traduzioni dal latino, nè dire quanto le lettere nostre abbiano potuto ricevere di utilità da' volgarizzamenti di Virgilio, di Livio, di Sallustio, di Ovidio; delle Vite de' Santi Padri, de' Morali di papa Gregorio, e di altri non pochi, tutti elegantissimi. Ma, e le traduzioni de' romanzi di cavalleria, chi si assicurerà di affermare che furono inutili alla lingua ed alla letteratura? Forse perchè in esse troviamo la forma francese? Ma in che si differenzia dunque questa forma francese dall'italiana, nel secolo tredicesimo? Chi si provasse a tradurre parola a parola una poesia o una prosa francese di quel secolo, avrebbe una buona e spesso elegante scrittura italiana; come eleganti sono quasi tutti i nostri romanzi cavallereschi, de' quali i più non sono che letterali volgarizzamenti. A volere però che utili riescano quelle traduzioni, occorre che le sieno raffrontate col testo, sia per correggere gli errori, sia per chiarire i passi più oscuri, sia ancora per mostrare che nelle origini il francese e l'italiano amarono la stessa giacitura di parole e lo stesso temperatissimo stile; come anch'oggi, sventuratamente, pare che amino e l'uno e altro, rinnegando la loro origine, slanciarsi senza regola nelle stranezze e nelle metafore più ardite e più goffe, senza pure serbare quel decoro, che almeno al seicento non mancava.
Dopo il Codice francese 2758, ci siamo giovati assai del CODICE RICCARDIANO 1930 (indicato nelle note C. R. 1.) Esso appartiene senza dubbio ai primi del secolo XIV, ed avrebbe per molti titoli meritato preferenza sugli altri, se non fosse di una redazione soverchiamente abbreviata, contenendo appena la terza parte dei capitoli degli altri codici; onde non avrebbesi avuto da esso un giusto concetto di quello che sia l'opera del Sidrach. Il traduttore è spesso elegante; e noi lo giudichiamo senese dalle forme de' verbi essare, scrivare, aombrarà, vivare ec., che leggonsi costantemente nel Ms. [(12)]. A molti luoghi (come dalle note apparisce) il testo di questo codice corregge quello degli altri, ed è poi sempre nella forma più proprio e più accurato. L'abbreviazione va crescendo quanto più il traduttore volge al fine del suo lavoro; e sembra come uomo preso dalla noia, il quale, avendo cominciato colla intenzione di fare un volgarizzamento, a poco a poco riducesi ad abbreviare, e poi salta addirittura molti capitoli, e termina col far cosa quasi originale. Noi non possiamo astenerci da riferire qui alcuni degli ultimi capitoli di questo Codice, li quali ci sembrano, nella loro brevità, bellissimi:
Che ène il mare?
Quelli scrisse: abbracciamento del mondo, termine coronato, albergo delli fiumi, fontana della pioggia dell'acqua.
Che ène Iddio?
Iddio è mente immortale, allegrezza senza disdegno forma incomprensibile, occhio senza sonno, luce e bene che contiene tutte le cose.
Che ène il sole?
Il sole ène occhio del cielo, cierchio del caldo, isplendore senza abbassare, ornamento del die, dividitore della notte et del die tutto tempo.
Che ène la luna?
La luna si ène porpore del cielo contraria del sole, nemica de' ma' fattori, consolamento de' viandanti, dirizzamento de' navicanti, segno di sepultura, larga di rugiada, agura di diviamento di tempi e delle tempeste.
Che ène l'uomo?
L'uomo ène mente incarnata, fantasima del corpo, aguardatore della vita, servente della morte, romeo trapassante et oste forestiere del luogo, anima di fatiga, abitatore di picciolo tempo.
Che ène amico?
L'amico ène nome desiderevole, refugio delle aversità, biatitudine senza abandono.
Che ène richezza?
Richezza ène peso d'oro e d'argento, ministra di rangole, diletto senza allegrezza, invidia da non satiare, desiderio da non compire, bocca grandissima, concupiscenza invisibile.
Che ène povertà?
Povertà è bene odiato, madre della santità, ritrovatrice del savere, mercantia senza danno, possedimento senza calunnia, prosperità senza sollecitudine.
Che ène sonno?
Sonno ène 'magine della morte, riposo delle fatiche, talento degl'infermi, aspettamento di morte.
Che ène morte?
Morte ène sonno eternale, paura delli ricchi, desiderio delli povari, cacciatrice di vita, risolvimento di tutti.
Che ène parola?
Parola ène manifestamento d'animo.
Che ène il corpo?
Il corpo ène magione dell'anima.
Che ène forte?
Forte ène 'magine d'animo.
Che sono li occhi?
Li occhi sono guida del corpo, vasello del lume, mostratori dell'animo.
Che ène cielabro?
Cielabro ène guardia della memoria.
Che ène il fegato?
Il fegato ène guardia del caldo.
Che ène il quore?
Il quore ène movimento della vita.
Il fiele ène movimento dell'ira.
Che ène milza?
La milza ène albergo dell'allegrezza e desiderio.
Che ène lo stomaco?
Lo stomaco ène quoco delli cibi.
Che sono le ossa?
L'ossa sono fermezza del corpo.
Che sono li piedi?
Li piedi sono mobile fondamento.
Che ène il vento?
Vento ène turbamento d'aria, siccità di terra et movimento d'acque.
Che sono li fiumi?
Li fiumi sono corso che non viene meno, pascimento del sole et bagnamento della terra.
Che ène amistà?
Amistà ène aguaglianza d'amici.
Che ène fede?
Fede ène meravigliosa certezza di cosa non saputa.
Fra i due Codici, RICCARDIANO 1475 (indicato nelle note C. R. 2.) e MEDICEO LAURENZIANO, PLUTEO LXI, 7, siamo stati incerti assai quale meritasse preferenza per la stampa. L'uno e l'altro della seconda metà del secolo quartodecimo, conformi nella lingua, identici nella redazione. E se abbiamo preferito il Mediceo Laurenziano è stato perchè, dopo un minuto e paziente raffronto, abbiamo veduto che l'amanuense di questo codice era incorso meno spesso in errore che non quello del Riccardiano; e forse non sarebbe difficile provare che il Manoscritto della Biblioteca Riccardi fu copiato da quello della Laurenziana. Nonostante però esso Codice 1475 ci è stato di un grande aiuto, a correggere, a supplire, a raddirizzare il senso, a spiegare l'oscurità di molti periodi; poichè non si vuole dissimulare che il Codice Laurenziano non sia troppo spesso di lezione errata e stranamente confusa.
Di aiuto non meno prezioso ci è stata un'antica edizione del Sidrach, che si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze (sezione Palatina), e che ha questo titolo: MIL QUATRE VINGTZ ET QUATRE DEMANDES, AVEC LES SOLUTIONS ET RESPONSES A TOUS PROPOZ, OEUVRE CURIEUX ET MOULT RECREATIF, SELON LE SAIGE SIDRACH. — Paris par maistre Pierre Vidove, MDXXXI. (Indicato nelle note T. F. P.).
Venendo a dire del modo onde questa stampa è condotta, noteremo solo come sia stato nostro intendimento di riprodurre con la più scrupolosa esattezza il Codice, nella sua ortografia e lessigrafia, parendoci che, se questa regola si seguisse costantemente nelle impressioni delle antiche scritture, molto se ne agevolerebbero gli studi (che restano in gran parte da farsi in Italia) sulle origini e sulla storia della lingua nostra. Nelle note ci siamo studiati di chiarire il senso d'una parola o di una frase con varianti di altri codici, ogni volta che ciò è stato possibile, sembrandoci questo il modo migliore di commento, come quello che pone sotto gli occhi del lettore una forma diversa, e lo lascia libero nel suo giudizio. Ci siamo poi qualche volta allargati a commentare alcune parole del testo francese, quando ciò potesse avere importanza per l'italiano. Non abbiamo richiamato l'attenzione del lettore sopra tutte le parole che potevano meritarla, essendo che ciò sarà fatto nel Glossario delle voci italiane e francesi degne di nota, che troverà il suo luogo nella seconda parte di questo volume.
Il quale, venendo ad accrescere il numero dei nostri testi di lingua, parrà forse a molti cosa affatto inutile, essendo oggi rivolti a ricerche troppo più alte gli ingegni, per avere agio e tempo di pensare anche a quegli studi dell'arte, che furono già tanto cari ai nostri antichi, e che procacciarono pure qualche onore all'Italia. Oltre di che i tempi odierni professano teorie di letteratura così nuove, che riesce spesso molto difficile intenderle a chi abbia educata la mente ai vecchi principii dell'arte italiana. Ed oggi vediamo ancora un'antica questione, che pareva risoluta, sorgere di nuovo; e sentiamo, dopo sette secoli di letteratura, mettere in dubbio se esista una lingua italiana. Concedasi a me, nato e vissuto sempre in Toscana, una modesta parola su questo argomento. Si ricercano i mezzi per diffondere l'uso della buona lingua, ed a ciò rispondesi anzi tutto che per buona lingua s'ha da intendere la fiorentina. Perchè dunque il fiorentino è chiamato la buona lingua? Non sapremmo a questa domanda trovare che una sola risposta. Quando un dialetto parlato passa ad essere scritto, e se ne fa mezzo o strumento di una letteratura, allora esso diventa predominante sugli altri dialetti della stessa famiglia, acquista un titolo quasi di signoria legittima e incontrastata, e noi siamo soliti di chiamarlo non più dialetto ma lingua. Su ciò mi sembra che non possa cadere dubbio alcuno. Il dialetto del Lazio, quando fu scritto, diventò quella che noi diciamo lingua classica di Roma. I missionari che in regioni selvagge sono riusciti a ridurre in iscrittura uno de' cento dialetti parlati, hanno tosto veduto che quel dialetto acquistava una supremazia letteraria, vincendo gli altri che rimanevano come barbari gerghi [(13)]. Poniamo che la letteratura siciliana del secolo XIII non fosse stata spenta col regno glorioso degli Svevi, e il dialetto siciliano avrebbe preso qualità e autorità di lingua scritta, e quindi di dialetto signoreggiante. La Francia vide due dei suoi dialetti passare dalla forma parlata alla scritta, ed ebbe per conseguenza la lingua e la letteratura d'oïl, la lingua e la letteratura d'oc. Se dunque la buona lingua, la lingua classica non è che un dialetto, il quale, reso stabile per mezzo della scrittura, acquista questo titolo, questa qualità, questo privilegio, domandasi come al dialetto fiorentino possa attribuirsi tale supremazia. La nostra lingua scritta è forse il fiorentino? E gli scrittori senesi, pisani, pistoiesi, aretini hanno scritto tutti il dialetto di Firenze, o non piuttosto quello delle loro città? E gli scrittori delle altre città d'Italia hanno preso ad esempio i fiorentini soli o tutti i toscani? Strettamente affini tra loro, fratelli legati da vincoli di somiglianza cosiffatta, che appena ad occhio espertissimo riesce scorgerne le tenui differenze, è facile spiegarsi come tutti i dialetti toscani diventassero lingua scritta, pur rimanendo predominanti il fiorentino ed il senese, non per altra ragione che Firenze e Siena ebbero un numero di scrittori maggiore delle altre città. Ma questa del fiorentino o toscano non è, a nostro credere, la questione principale. Concediamo pure che per buona lingua s'avesse da intendere la fiorentina sola; resterebbe sempre a vedere se si possa stendere l'uso di un dialetto a fine di distruggere gli altri. Una lingua scritta è per sè stessa cosa necessariamente artificiale: «la vita reale e naturale del linguaggio è riposta nei suoi dialetti» [(14)], i quali di continuo lo alimentano, lo arricchiscono, lo invigoriscono, e sono come una grande sorgente d'acqua che irrigando un campo impedisce alle erbe di intisichire e seccarsi. Spenti o trasformati i dialetti, la lingua scritta manca di vita, e passa nel numero di quelle che chiamiamo lingue morte. Fosse pure possibile con mezzi umani distruggere tutti i dialetti d'Italia, lasciando vivo il solo fiorentino; certo è che in breve giro di anni noi non avremmo più della lingua nostra, vivace, multiforme, potente, che un miserabile avanzo, a cui lentamente verrebbe a mancare ogni forza: l'albero verdeggiante e robusto si tramuterebbe in tronco decrepito e marcio. E per estendere l'uso della buona lingua parlata, si propone di compilare un vocabolario di essa lingua, o sia dialetto, di Firenze. Ma un vocabolario dell'uso vivo di un dialetto a che gioverebbe praticamente? È noto che tutti i dialetti tendono per loro natura a trasformarsi continuamente, non rimanendo stabile che quella parte di essi che è fatta patrimonio della lingua scritta. L'uso d'oggi potrebbe dunque non essere più l'uso di domani; e si potrebbero additare come vive forme, che fossero già anticate. Di più ancora, i dialetti letterari sono soggetti a decadere; ed è questa pure una delle leggi che la scenza del linguaggio ha riconosciuto per vera. Come dunque di questo dialetto, sequestrato da tutti gli altri, farebbesi con profitto un vocabolario? A chi ed a che cosa profitterebbe esso? Che aggiungerebbe al vocabolario della lingua scritta? Non sarebbe per avventura più utile domandare, come poter rendere intelligibile a tutti la lingua italiana, vale a dire la lingua della letteratura d'Italia? Ed a rendere intelligibile questa lingua non sarebbe forse prima e indispensabile condizione che tutti gli italiani sapessero leggerla? Finchè avremo tanti milioni d'uomini che non conoscono l'alfabeto, si può pensare ai mezzi di estendere l'uso della buona lingua? Quando tutti sapranno leggere, allora scegliete abili maestri, allora divulgate buoni dizionari della lingua, allora ponete nelle mani ai fanciulli grammatiche ben fatte, semplici, facili, non come quelle, barbarissime, che oggi sciupano miserabilmente i cervelli dei nostri poveri bambini; allora procacciate che si pubblichino libri che il popolo possa leggere e intendere. Avrete sempre i dialetti; ma a poco a poco tutti intenderanno e parleranno anche la lingua; non la lingua fiorentina o toscana, ma l'italiana; quella lingua che se ha vocaboli toscani, ha una struttura grammaticale italiana; quella lingua che vive rigogliosa, perchè si alimenta delle forme di tutti i suoi dialetti, e che, veramente, in tutte le città apparisce, in nessuna riposa.
E qui è ben tempo che noi prendiamo commiato dal lettore cortese. Al quale diremo per ultimo come, quando ci accingemmo a questa non facile pubblicazione del Sidrach, fosse nostra intenzione di far seguitare al volume del Testo un volume di Illustrazioni, nel quale dovea comprendersi, oltre la Bibliografia, il Saggio dei Codici francesi e il Glossario delle voci, anche un discorso sugli errori popolari del medio evo, e un confronto tra le varie enciclopedie di quel tempo: uno studio sulle traduzioni italiane dal francese nei secoli XIII e XIV, ed un altro sulla influenza che la letteratura francese e provenzale (e specialmente le leggende, le novelle e i poemi) esercitarono nei due secoli anzi detti sulla letteratura italiana. Questo non ci sarebbe parso lavoro affatto inutile in Italia, la quale appena ora comincia a indagare criticamente le origini della sua letteratura. Se non che, mandati dall'altrui volontà in paese dove i libri sono pochissimi, lontani da ogni centro di cultura letteraria, senza aiuti e senza conforti, come por mano o dar compimento a lavori di erudizione? E così hanno dovuto rimanere interrotti quegli studi, già con tanto amore intrapresi, con tanti sudori proseguiti; e la seconda parte del Sidrach comparirà senza ciò che avrebbe forse potuto essere meno sgradito al lettore. Non vogliamo fare vani lamenti; ma solamente ci sia permesso dire che a coloro i quali amano gli studi, e vivono anzi solo di essi, potrebbersi non ricusare quei riguardi e quegli incoraggiamenti che sono necessari a condurre a fine qualche cosa di utile. Chi ha percorsa la faticosa via dello studio può intendere da quanto acerbo e profondo dolore ci sieno dettate queste parole!
A' 20 di Maggio 1868.
ADOLFO BARTOLI.
[(1)] Cod. segnato I. 68. Inf. (Sec. XV). Comincia: «In nomine domini eterni amen. Qua chomenza el pruolegho ella lezenda del libro del venerabelle astrolagho Iesu Sidracho».
[(2)] Cf. MAURY, Mag. et Astr., cap. IV.
[(3)] Vedine alcuni esempi strani nel libretto pub. dal sig. G. Amati, Ubbie, Ciancioni e Ciarpe, Bologna, Romagnoli.
[(4)] Cap. LV.
[(5)] Nel Fiore di Virtù è chiamato ora Jesus Sidrac, ora Jesus Sirac, ora Sirac; e questo può confermare quello che abbiamo supposto della confusione tra Sidrac e Sirac.
[(6)] Hist. Litt. de la France, XXIII, pag. 294.
[(8)] Hist. Litt. de la Fr. loc. cit.
[(9)] Vedi PARTE II, Bibliografia dei Codici e dei Testi a stampa del Sidrach. Vogliamo fin d'ora dichiararci riconoscentissimi al Sig. Principe Don Baldassarre Boncompagni di Roma, per le molte notizie da esso forniteci per questa Bibliografia.
[(10)] Che l'amanuense fosse un italiano, anco da questo si prova, che alla fine del codice è scritto, dello stesso carattere del rimanente: Finito libro referamus gratias. Xpo.
[(11)] Romvart, Beiträge zur Kunde Mittelalter. Dichtung auf Italiänischen Biblioth. Mannheim, 1844. — Romanische Inedita auf Italiänischen Biblioth. Berlin, 1856.
[(12)] È curioso a notarsi che in un Codice di cui trovasi indicazione nel Catalogo della Biblioteca Heberiana, Sidrach è detto filosofo e strologo di Siena.
[(13)] Cf. MAX MÜLLER, Scienza del linguaggio.
[(14)] MAX MÜLLER, op. cit.
IL
LIBRO DI SIDRAC
La provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento del mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali, alle quali egli à promesso di dare lo paradiso [(15)], se per loro non rimane; e vuole [(16)] ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè le genti possano [(17)] meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e' possano pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia di Dio fu istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo infino [(18)] al tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo i vizii [(19)] che allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi sono altressì salvi, come egli furono; e quelli che contrario feciono, ebono lo contrario, perciò che trapassarono lo comandamento di Dio e de' suoi ministri che allora erano. Lo giorno della sua rexuressione dimorarono in inferno, e furono riconfermati per tutti tenpi, e non furono delli compagni [(20)] de' ministri del figliuolo di Dio, perciò che non feciero gli suoi comandamenti. Lo giudicamento del nostro Signore, ciò fu quando mandò il diluvio [(21)], non fu per altra cosa, se non per abondanzia de' peccati, che allora erano per l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe e la moglie e figliuoli colle loro mogli abitavano in terra, incominciarono [(22)] a fare e a stabilire lo comandamento di Dio, secondo l'usagio [(23)]. Iddio diè loro la perfezione di cresciere e multiplicare; uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di gieneratione in gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio, siccome Noe loro padre facea [(24)]. E Idio per la sua misericordia [(25)] volle mostrare lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet, figlio [(26)] di Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima ingenerazione, lo quale ebe nome Sidracho [(27)], lo quale Sidracho fue pieno di tutte le scienzie [(28)] che furono dal cominciamento del mondo insino al suo tenpo. Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni DCCCXLVII; e anche seppe, come piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla fine del mondo. Questo Sidrac Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la forma della sua sancta trinitade, [(29)] acciò ched e' fosse anunziatore [(30)] all'altre [(31)] genti che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta che dimostrò la forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di Dio, a uno re miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo [(32)]. Mostrogliele per convertirlo [(33)] alla fede di Dio padre onipotente, perciò che questo re adorava prima gl'idoli [(34)]; e alla fine egli lo convertì, lui e altra assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da Dio di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete e delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose terrene e tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà [(35)] per innanzi.
Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato chiegendo questo Sidrach allo re Trattabar [(36)], però che Sidrach era filosafo di questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio ch'egli avea di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a contare le cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore modo che noi sapremo, colla grazia di Dio [(37)]. Lo re Botoczo richiese lo filosafo molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo che ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò [(38)] a diritto e a ragione, di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e feciene fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo libro [(39)]. E questo libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani, dopo la morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che questo uomo da indi a certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del diavolo [(40)]; e Idio non volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani d'uno re ch'avea nome Mandriano [(41)]; e poi venne alle mani d'uno grande prencipe [(42)] de' cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea nome Marna [(43)]; e sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra al fiume Giordano. Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo la venuta del nostro Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli fosse perduto di tutto in tutto [(44)], si venne al podere [(45)] d'uno buono uomo greco [(46)], che fu arcivescovo di Fabastora [(47)], che all'antico tenpo si chiamava Samaria. E quello arcivescovo avea nome Iovazil [(48)], il quale fu [(49)] buono cristiano, e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito [(50)]; e l'arcivescovo lo mandò in Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e portò con seco quello libro, e alla fine morì in Tolletta [(51)]. E questo libro [(52)] dimorò colà uno grande tenpo. E poi venne la chiericeria [(53)] in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo traslataro di grecesco in gramatica [(54)]. E lo re di Spagnia udì parlare di questo libro, e ordinò ch'egli l'ebbe [(55)], e tennelo molto caro [(56)]. E lo re di Tunisi [(57)] che a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi anbasciadori di questo libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per liberale gratia, gli mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare di gramatica in francesco [(58)], e si gliele mandò [(59)]. Ora venne che al tenpo che lo 'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo leggieva, e usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi quistioni che facea alle genti, e per le buone risposte [(60)] che facea di ciò che altri lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel tenpo nella corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi [(61)], vedendo tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel suo tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di Tunisi, che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di Tunisi gli mandò a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse grammatica e 'l saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore, ch'avea nome frate Ruggieri [(62)] di Palermo. Quelli lo traslatò di saracinesco in gramatica: onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro, e molto lo tenne caro. Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto savio, lo quale avea nome Codici Pisolatico [(63)], ed era d'Antioccia [(64)], e fu molto amato dallo 'nperadore. E quando egli udì parlare di questo libro, si pensò molto com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al camarlingo [(65)] dello 'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo privatamente, che niuno lo sapea. E da indi a certo tenpo Codici [(66)] folosafo lo mandò in donamento [(67)] al patriarca Uberto d'Antioccia [(68)]. Quando il patriarca l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo della sua vita. Egli avea uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di Leone [(69)]; questi exenprò [(70)] questo libro, e andossene in Tolletto. In questo modo rivenne indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti buoni libri, de' quali ciascuno [(71)] no gli puote avere [(72)]. Da qui innanzi noi non sapiamo alle cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma preghiamo Idio lo creatore, ch'egli possa venire alle mani di tali genti, ch'egli lo possano ritenere e intendere, alla salvatione dell'anima e del corpo [(73)].
Al tenpo dello re Botozo del Levante, re d'una grande provincia che è tra Persia [(74)] e India (la qual provincia si chiama Botenes, [(75)] lo quale re ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni [(76)]), e' voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare [(77)] uno suo nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e avea nome re Garabo [(78)]. Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre per edificare una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la torre fu cominciata a grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita del giorno, ma la mattina trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re lo vide, fu molto dolente, e tostamente fece ricominciare lo lavorio di capo [(79)]. E l'altra mattina ogni cosa [(80)] si trovò abattuto, e lo re di ciò molto s'adirò. Questo gli avenne ciascuno giorno, bene sette mesi. E lo re Botoczo, vegendo questo, fece ragunare tutti i suoi savi, e domandò in qual modo potesse fare lavorare in quella sua torre e in quella città, che ella non rovinasse. E sopra quella domanda, gli fu dato consiglio che egli mandasse cercando per tutti gl'indovini e astrolaghi della sua terra. E lo re ordinò siccome coloro gli dissono; e fra venticinque giorni furono venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ. Lo re Botozzo gli ricievette a grande gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al quarto giorno se gli fece venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire dinanzi a me, per farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re di tutto lo Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e' ci [(81)] à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire sotto me, e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra, per poterlo meglio guerregiare [(82)]; e io incominciava una torre per edificare la città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può conpiere, e ciò che si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova abattuto [(83)]. Laonde io ne sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le novelle andranno al mio nimico, che io non posso conpiere una città in sua terra. E per questo i' ò mandato caendo [(84)], per avere il vostro consiglio: ond'io vi priego tutti comunalmente, che voi mi diate tale consiglio, che io possa conpiere questa città; e io vi prometto, per lo mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene: chè, se tutto il mondo fosse mio, io non avrei tale allegreza, come vendicarmi dello re Gharabo. Quando lo re Botozo ebe finita sua diceria [(85)], si rispuosono tutti i savi comunalmente ad una boce, e dissono: messere, noi faremo tal cosa che a voi tornerà onore e gioia, e vendetta del vostro nimico; e non vogliamo avere termine più che XL dì, per aoperare la nostra arte, e vogliamo istare tutti in uno luogo [(86)]. Quando lo re udì questo, fu molto allegro; e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta verdura, e comandò che fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato ciò che adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare la loro arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi [(87)]. Quando lo re lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con grande gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce e dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia [(88)], chè 'l vostro intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna, ed a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo [(89)], e allora fate cominciare la torre, e noi vi saremo [(90)]. Quando lo re udì questo, ne fu molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo giorno del termine, egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare, egli cominciarono a grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo giorno lavorarono. Quando venne la notte e' savi feciono stare grande luminaria, per guardia della torre, e gli uomini con questa luminaria vi rimaseno a guardare [(91)], e lo re coll'altra gente s'andarono a dormire con grande allegreza. E quando venne la mattina trovarono abattuto tutto lo lavorio, in terra, e la novella andò allo re; e quando lo re lo 'ntese ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e quando vide lo lavorio abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i savi dinanzi da lui, e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi non sepono che si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò in tale luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete [(92)] infino che la città non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non potea fare per arte, nè per ingegnio [(93)] nè per niuno modo conpiere una torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo. Noi abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra terra, e sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto conpiere una torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo dicendo che, se voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi lascieremo fondare la torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli ne fu molto cruccioso, e fece tagliare la testa allo anbasciadore che la recava; e poi fece gridare uno bando [(94)] nella sua terra, che chiunque gli sapesse dare consiglio da conpiere la città, egli gli darebe la sua figliuola per moglie, e mezo il suo tesoro, e questo giurerà sopra lo suo idio. E dopo questo bando, a dieci giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e disse: messere lo re, io sono venuto a voi per darvi consiglio di conpiere questa vostra torre, che voi avete inpresa a fare; e io non voglio vostra figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi giurerete di farmi alcuno bene. Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo re gli giurò sopra lo suo idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo vecchio disse: mandate allo re Trattabar [(95)], per lo libro suo della strologia, che fu di Noe, nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del suo Idio, che quello libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore [(96)]. Noe ebe tre figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è da mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello libro venne da uno re in altro [(97)], tanto che venne alle mani dello re Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac [(98)], perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia. Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza, e fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che dicea così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra signoria, re Trattabero, come signore e amico [(99)]. Mandianvi pregando che voi facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi mandiamo pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di Noe, conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente. Lo messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere [(100)]. E egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne potesse avere, tornerebe al mondo grande prode [(101)]. E lo mio padre si mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo del suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a capo egli, ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che sia nel Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola che contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo, del vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è [(102)] al vostro comandamento. Noi vi mandiamo lo libro e Sidrac nostro filosafo. E cavalcò tanto [(103)] che giunse al palagio del re Botozo.
Quando lo re Botozo vide questo, egli ricevette lo libro e Sidrac con grande allegreza, e cominciò a contare a Sidrac lo suo bisogno, e dissegli come gli era incontrato. E Sidrac gli rispuose, e disse: messere, questa terra è incantata, e niuna forteza vi si potrà fare, se gli incantamenti non si disfanno; e io ò tale consiglio, che io gli disfarò. E lo re ebe di ciò grande allegreza, e molto lo pregò che pensasse sopra questo fatto. E Sidrac rispuose: messere, noi troveremo in questo libro del mio signore, che fu prima di Noe, che uno agnolo del suo Idio gli avea insegniata una montagna e una contrada della profonda India, la quale si chiama la montagna verde del corbo; là ove Noe mandò lo corbo, per iscoprire la terra, al tenpo del diluvio; e egli trovò carogna, e egli si puose sopr'essa [(104)]. Quella montagna è lunga quattro giornate e larga tre, e su v'abita una gente che sono a nostra fazione [(105)] di corpo, ma lo volto [(106)] loro ànno facto a maniera di cane. Quella montagnia è presso allo regno femminoro [(107)], là ove uomo non puote vivere; e si à in quella montagna dodici migliaia di maniere d'erbe: le quattro milia fanno profitto, e l'altre quattro milia fanno danno [(108)], e l'altre quattro milia non fanno nè prode nè danno. E anche v'à dodici maniere d'acqua, che si ragunano in uno luogo dodici volte l'anno, e abeverano [(109)] tutta la terra e tutte quelle erbe. E se voi volete andare in su quello monte per avere di quelle erbe, voi potrete fare de' vostri nimici quello che voi vorrete, e sì conpierete vostro disio. Quando lo re intese Sidrac, si ne fu molto allegro; e disse che, se dovesse perdere tutto quello ch'egli à, sì conviene ch'egli abia dell'erbe di quella montagna. E al terzo giorno montò a cavallo colla sua gente, e misesi a cammino; e tanto cavalcaro, che al decimo giorno fu a piè della montagna. E gli volti de' cani si misono a difendere la loro terra, e sconfissono lo re Botozo malamente; e poi anche risalirono, e furono sconfitti alla montagnia. E i volti de' cani un'altra volta saliro la montagna. E lo re iscese a terra della montagna, e mandò per soccorso; e gli venne grande aiuto. E poi per grande forza e vigore sconfissono i volti de' cani, e uccisono molti di loro. E poi si riposarono otto giorni, e alla per fine ebono la terra. Lo re Botozo era miscredente, e non credea nel suo Criatore, anzi credea e adorava gl'idoli. Sidrac credeva e adorava Idio padre onipotente, che fatto l'aveva, e osserva gli suoi comandamenti. E lo re Botozo facea portare, là ovunque [(110)] andava, l'idoli [(111)], ciascuno in su grande sedia: e sì erano d'oro e d'argento; e una idola [(112)] v'era, ch'era adornata di grande riccheze, e era posta a sedere più alta che niuna dell'altre. Lo re fece aparecchiare bestiame, per fare sacrificio agli suoi idoli, e avea fatti suoi padiglioni; e là entro tenea questi idoli, spezialmente nel suo. E poi prese Sidrac per la mano, e menollo allo suo padiglione, con grande compagnia di gente; e poi comandò che uno montone fosse recato; e recato che fu, e egli prese uno coltello, e dicollò lo montone dinanzi al grande idolo; e ciascuno della sua gente, secondo che avea lo podere, uccidea una bestia, e gittavala [(113)] d'intorno a quelle ydole; e poi l'ardevano tutto. Per questo modo faceano sacrificio agl'idoli. E Sidrach che vide questo, forte se ne maravigliò, e molto ne fu dolente. E lo re lo fece chiamare, e disse: Sidrac, fa sacrificio al mio iddio, ch'è buono e ricco. E Sidrac rispuose con grande cruccio, e disse: messere, non farò; anzi farò sacrificio al mio Idio, ch'è possente sopra tutti, e è creatore del cielo e della terra, e è quelli che fece Adamo e Eva, e tutte l'altre cose che ci sono. E quando lo re udì dire questo, egli ne fu molto crucciato, e disse: che di' tu del mio idio? Dico, disse Sidrac, ch'egli è malvagio; e è dimonio che v'à legato [(114)], voi e la vostra giente, e per voi distruggiere; e se voi mi vorrete credere, voi no gli crederrete; anzi lo farete disfare; chè idio ch'è fatto per mano d'uomo, non si dee adorare nè credere. E lo re avendolo inteso, ne fu molto crucciato, avendo udito tanto dispregiare lo suo idolo. Allora se lo fece recare davanti con grande cruccio, e disse a Sidrac: come ài [(115)] tu dispregiato così ricco idio e così bello come questo? Perchè non si dee adorare e credergli? E Sidrac gli rispuose: certo a cotale idio non è da adorare nè da onorare; me' [(116)] è da ontare e da vituperare [(117)]. Ma lo mio Idio, che creò lo cielo e la terra e l'altre cose che sono, si dee adorare e onorare, lo suo nome sacrificare [(118)]. Lo re Botozo fu molto crucciato, e disse: che è lo tuo Idio? E egli rispuose: lo mio Iddio è criatore del cielo e della terra. E lo re disse: come è egli fatto e di che? Certo, disse Sidrac, lo mio Iddio è una ispirituale sustanzia, e sì è di sì gran biltà [(119)], che angeli che risplendono sette cotanti che 'l sole di biltade, tutto tenpo disiderano lui vedere [(120)]. E lo re si crucciò molto forte, e fece venire due degli suoi savi, per disputare con Sidrac. E incominciarono a mostrargli la loro miscredenza. E Sidrac tutti gli vincieva di loro quistionare, e tuttavia mostrava loro la potenzia di Dio padre onnipotente. E li miscredenti dissono: vedi lo tuo Idio altressì come noi vegiamo lo nostro? Sidrac rispose, si [(121)]. Allora dissono gli miscredenti: priega lo tuo Idio, e noi pregheremo lo nostro, e ciascuno faccia la sua preghiera. E poi gli miscredenti recarono incenso, e incensarono lo loro iddio; e poi feciono orazione, e dissono così: Noi vi preghiamo che voi non sofferiate che Sidrac per li suoi incantamenti vinca [(122)] la nostra credenza. E allora parlò lo diavolo dentro dall'idola, e disse ad alta boce: prendete quello incantatore Sidrac, e tagliatelo in quattro pezzi, veggendo tutti quelli dell'oste. E Sidrac avea isguardato [(123)] lo cielo, e fatto questa preghiera che io conterò: Signore Idio, che se' Iddio d'Adamo e d'Eva e di Noè e mio, che formasti cielo e terra, io credo in voi e nella vostra podestà; io vi priego che voi degniate di mostrare vostra potenzia, veggente questi miscredenti [(124)], e che lo diavolo non abia podere, là ove lo vostro nome sia nominato. E li miscredenti che udirono lo comandamento del che diavolo, che dentro all'idola era [(125)], che 'l teneano per loro idio, sì se ne mossono [(126)] ben cinquanta degli uomini, per prendere Sidrac. E incontanente discese da cielo una folgore, e percosse in su quello ydolo che teneano per loro iddio, e arselo a modo di cienere [(127)]; e così arsono gli uomini ch'erano iti per prendere Sidrac. E lo dimonio si partì dell'idola, faccendo sì grande grida, ch'egli ispaventò tutti quelli che là erano. E quando lo re vide questo, fu di ciò molto crucciato, vedendo arso lo suo iddio e la sua gente; e comandò che Sidrac fosse preso, e legate le mani e piedi, e che fosse ben guardato. E dopo questo, dimorarono in su quella montagnia da otto giorni, e non sapeano che si fare in su quella montagna, come quelli che vedeano lume cogli occhi, e erano ciechi della mente. Lo re Botozo pensò quello che egli avesse a fare, e conobe in suo proponimento che, s'egli non avesse il consiglio di Sidrac, ch'egli era isconsigliato [(128)]. Allora fece ragunare tutti i suoi savi, e loro domandò consiglio. Disse lo re: signori, quelli che ci à condotto insino a qui, per lo cui senno noi ci siamo venuti, àe molto fallato, e beffato lo nostro iddio e arso e confuso; e non sapiamo [(129)] se questo si fosse adivenuto per forza d'arte o per lo suo iddio [(130)]; ma, in qualunque maniera sia, noi pure abiamo perduto lo nostro iddio e la sua grande ricchezza; però vi priego che voi guardiate quello che noi abiamo a fare in questo istrano paese, ove noi siamo. Quando lo re ebe finita sua diceria, e li savi cominciarono a consigliare lo re. L'uno dicea: facciamo onore [(131)] a questo incantatore Sidrac, tanto che noi abiamo fornita la nostra bisognia, e potrenci vendicare de' nostri nimici: chè sanza lui non potremo noi fare nulla; e farello ardere e a mala morte poscia morire, come fecie lo nostro [(132)] iddio, lo quale egli à così distrutto; e poi ritorneremo nella nostra terra. E chi dava uno consiglio e chi dava un altro. Egli s'acordarono tutti al primo consiglio. E poi lo re mandò dieci delli suoi savi a Sidrac, là ove egli era legato e guardato, come detto è, e sì gli dicono: Sidrac, lo re ti manda comandando che tu ubidisca i suoi comandamenti, e elli ti perdonerà quello che tu ài fatto verso lo suo idio. E Sidrac rispuose, e disse che di quello non gli chiedeva perdonanza; e poi anche disse: ditegli che, se egli vuole ch'io compia lo suo servigio, ch'egli si creda in Dio padre onipotente, creatore del cielo e della terra, e ubidisca i suoi comandamenti; e io gli mosterrò chiaramente le potentissime e le graziosissime cose del cielo. E gli messaggi tornarono al re, e si gli dissono la risposta di Sidrac; e lo re di ciò fue molto crucciato, e comandò che fosse lasciato istare così legato in prigione X giorni. E in capo di X giorni lo re gli mandò quelle medesime parole [(133)] di prima. Sidrac simigliantemente come di prima gli rispuose. E quando lo re vide che non poteva altro fare, e egli e la sua gente era isconsigliato [(134)], che niuno perfetto consiglio non aveano, se Sidrac non vi fosse, si mandò per lui, e fecelo diliberare de' legami. E Sidrac venne a lui, e disse: voi m'avete fatto venire qui dinanzi a voi, non so perchè cagione neanche, che in verità, per lo mio Idio vero del cielo, ch'è possente sopra tutte le cose e sopra gli tuoi idii e sopra tutto lo mondo, ch'io gli ò fatto una promessa: che per me nè per lo mio consiglio lo tuo bisogno non sarà facto, nè per dono nè per parole che tu mi sapi dire o fare; anzi ti lascierò perire, te con tutta tua gente, in su questa montagnia, e non avrai aiuto nè consiglio, nè chi [(135)] te lo sappia dare, se non il solo Idio; e, se a lui piace, egli ti darà il consiglio, o per me, ch'io ti consigli io, o per altrui che a lui piaccia. E se di tutto questo tu vuogli iscampare, tu e la tua gente, e avere lo tuo disio, sì ti conviene credere in Dio del cielo, e ubidire i suoi comandamenti, e disfare e rinegare i tuoi idii, i quali sono alberghi e abitacoli del diavolo, il quale Idio cacciò di cielo per lo suo argoglio [(136)]. Quando lo re Botozo udì tanto dispregiare e avilire i suoi idii, cui egli tanto amava e onorava, sì gli disse, per grande cruccio: tu non mi saprai tanto i miei idii avilire, che io allo tuo perciò creda, se di lui o da lui alcuna certezza non ne veggio, apertamente. Ciò ti mosterrò io bene, disse Sidrac. E lo re disse: ora lo mi mostra, e io crederò nel tuo Iddio. E Sidrac si trasse uno poco in disparte, e riguardò verso il cielo, e fece questa preghiera: Messere Domenedio, piatoso padre e udevole [(137)], criatore del cielo e della terra, che creasti cielo e terra e acqua, e creasti gli angioli dentro dal cielo, e a loro donasti biltà e sapienzia e allegreza e spirito sanza corpo [(138)], messere, quelli malvagi si innorgoglirono e rubelloronsi da voi; per la loro cupidenzia [(139)] seguitarono Setanasso; e la vostra umiltà disciese in terra, e formaste tutte le cose corporali, e l'altre che ci sono, e formasti Adamo di terra, e gli donasti spirito di vita; e poi formasti Eva della sua diritta costa; priegoti che mi debi mandare, per la tua santa pietade, la tua sancta grazia, sicchè io possa vinciere lo nemico crudele, e fare tornare questi miscredenti allo tuo sancto nome. Quando egli ebe finita la sua preghiera, e un angelo disciese da cielo, e venne a lui e disse: Sidrac, Iddio à udita la tua preghiera, sicchè tu confonderai lo nimico e lo suo podere; e la grazia di Dio è isciesa in te, sicchè tu saprai mostrare a questi miscredenti dal cominciamento del mondo infino alla venuta del verace profeta figliuolo di Dio; e anche saprai mostrare infino alla venuta del falso profeta figliuolo di Satanas; e anche saprai mostrare infino alla fine del mondo. Piglia uno vasello [(140)] di terra, e asettalo [(141)] in su tre legni, al nome della sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Idio [(142)]; e enpi lo vasello d'acqua, e poi vedrai la vertude di Dio, e mostralo a questi miscredenti. E allora l'agnolo si partì. E Sidrac venne verso lo re, e disse: messere lo re, io vi mosterrò la potenzia del mio buono Idio. E lo re disse, con grande cruccio: mostralomi, che voglio vedere s'egli è migliore che 'l mio. E Sidrac fece recare uno vasello di terra, e fecielo enpiere d'acqua, e si lo puose [(143)] in su tre legni [(144)], siccome l'agnolo gl'insegnò. E incontanente vide l'onbra della santa trinitade, ed una boce si gridò ad alti [(145)], e disse: re Botozo, guarda nell'acqua del vasello, e vedrai lo verace Idio, re di tutto il mondo. E lo re venne con grande ira, e riguardò nell'acqua, e vide l'onbra della santa trinitade, padre e figlio e spirito sancto, in una sedia [(146)], e gli angeli cantando e glorificando lo padre e lo figliuolo e lo spirito sancto. Era lo figliuolo col padre, e tutti e tre erano uno [(147)]. Quando lo re vide questo, ebene grande allegreza, e parveli [(148)] essere in gloria. E allora disse lo re: Sidrac, io credo nel tuo Iddio, e in quello ch'è di lui e fu e sarà; ma io ti priego che tu mi dichi come egli sono tre. Disse Sidrac: messere, questa è la sancta trinitade, ed è padre, figlio e spirito sancto, e sono tre persone e uno Idio. Disse lo re: come conversan'eglino insieme? Messere, disse Sidrac, come lo sole, ch'e tre cose in uno: la prima è la sustanzia, la seconda è lo chiarore, la terza è lo calore. La proprietà, cioè la sustanzia, si è lo padre, e la chiarità si è lo figliuolo, e lo calore si è lo sancto spirito. Queste sono tre cose in una; altressì possono essere tre in uno Idio. Quando Sidrac ebe tosto detta questa ragione, molto piacque allo re, e ebene grande allegreza, e gridò ad alta boce: Io adoro e credo nello Idio di Sidrac, padre e figlio e sancto spirito, tre persone in uno Idio [(149)], e sancta trinitade. Quando ebe questo detto, la sua gente se ne crucciò molto, e giurarono tutti la morte di Sidrac; e consigliaronsi una partita [(150)] insieme, e dissono: lo nostro re à perduto lo senno, e Sidrac lo 'ncantatore l'à ingannato, e àgli fatto rinegare lo suo buono iddio, e di suo padre e di suo avolo. E vennono a lui e dissono: male ài fatto; la tua gente è malamente crucciata [(151)] verso di te, di quello che voi avete fatto, e creduto a quello incantatore Sidrac; chè gli suoi incantamenti ànno disfatto lo tuo buono idio; e te à fatto rinegare i tuoi buoni idii, del tuo padre e del tuo avolo. E lo re rispuose e disse: io ò lasciato la bruttura e preso lo fino oro [(152)]; che lo mio padre e li miei anticessori e io avavamo malvagio Idio; ma Sidrac m'à mostrato lo chiarore del mondo; e insino a qui ò avuto ria credenza; e da ora inanzi io non avrò altro Idio, se non colui che creò lo cielo e la terra; e, se a lui piace, nella sua credenza voglio vivere e morire, e lui voglio adorare e sacrificare, e non altro Idio che lui. Di questa risposta si crucciò molto la gente sua, che d'intorno a lui erano; e tornarono indrieto, e consigliaronsi insieme d'avere savi che quistionassono con Sidrac; e elessono quattro, i più savi uomini dell'oste, che lo mattassero [(153)], acciò che lo re tornasse alla sua credenza. E vennono allo re, dissono che voleano disputare con Sidrac. E lo re di ciò molto si contentò, e Sidrac. E allora cominciarono a disputare insieme, e dimostravano la loro miscredenza; e Sidrac mostrò loro la potenza di Dio, e come fece lo cielo e la terra e lo sole e la luna e tutte l'altre cose ch'al mondo sono; sicchè coloro non si poteano difendere da lui; ma disono: se il tuo Idio è così buono e leale come tu di', bei questo bicchiere pieno di veleno aguto, che noi abiamo fatto recare. E Sidrac istese la mano, e prese il bicchiere, e disse: io beo questo bicchiere pieno di veleno aguto [(154)], al nome del mio Idio che creò lo cielo e la terra. E bevvelo, e incontanente ch'egli l'ebbe bevuto, dimorò più fresco e più chiaro [(155)] che prima; e tutti quegli che lo vidono, di ciò assai si maravigliarono. E lo re ebe di ciò grande allegreza; più perfettamente amò Idio onipotente. E incontanente disciese di cielo un fuoco con folgore [(156)], sopra quelli quattro savi, e abattegli morti incontanente. Quando gli altri videro questo, incominciarono a dire l'uno all'altro: se lo Iddio di questo uomo non fosse buono e leale, egli non sarebbe iscanpato di quello veleno, anzi sarebe incontanente morto, nè costoro non sarebono arsi. Ma perchè furono folli, diceano male del suo Iddio, si ne fece questa maraviglia. E la maggior parte della gente, e spezialmente del popolo minuto, si convertirono a Dio. E lo re diventò più fermamente più credente in Dio. Quando lo diavolo vede che à ricevuto sì grande inganno [(157)] per Sidrac, si cominciò a gridare altamente, per li idoli [(158)], che v'erano ancora, da nove o dieci, che non erano ancora disfatti, e diceano: re Botozo, cattivo, che ài fatto tu? ài creduto i detti e gl'incantamenti di Sidrac, el [(159)] grande incantatore; tu ài lasciato noi, e noi lascieremo te; e le tue [(160)] offerte giammai non riceveremo, e li tuoi beni distrugeremo, e le tue bestie uccideremo, e li tuoi nimici sopra te manderemo; del tuo reame a tua onta ti caccieremo, e gli tuoi figliuoli e gli tuoi parenti perderai, e a grande dolore ti faremo morire. E se tu vorrai iscanpare, sotto i piedi degli tuoi cavagli [(161)] fa incontanente ardere lo incantatore, che t'à tracto [(162)] della nostra buona credenza; e fa ronpere quello vasello; e quell'acqua che v'è dentro falla [(163)] gettare sotto i piedi de' cavagli [(164)], ch'è tutta incantata di grandi incantamenti; e gli tre legni fa ardere, chè Sidrac incantatore della credenza sancta e degna di tuo padre e di tuo avolo e delli tuoi anticessori ti vuole levare; e lo capo a lui fa tagliare. Quando lo re Botozo e la sua gente udirono questo, egli si maravigliarono molto di ciò; e Sidrac, che gli vide essere ismagati [(165)], fu molto adirato, e dissegli: re Botozo, la tua credenza abbi in Dio fermamente, e guarda che lo ingegno [(166)] del diavolo non ti sormonti [(167)]; chè per lo padre del cielo, cioè Idio, io isconfonderò lo diavolo e lo suo podere. Allora prese Sidrac una iscure [(168)], e disse agli demoni che dentro v'erano: io vi caccierò per la potenzia di Dio padre onnipotente. E comincia a dare della scure per l'idoli, e tutti quanti gli ruppe. Quando i diavoli vidono che non vi poteano più dimorare, partironsi, e feciono uno romore sì grande [(169)], che tutta la gente si spaventò. Allora venne uno tuono per la terra, per lo 'ngegno [(170)] del nimico, che parve loro che tutta la terra dovesse profondare; [(171)] e cominciò a balenare e a tonare e a piovere sì forte, che tutta la contrada allagava, e pareva che la terra dovesse allagare [(172)]. Quando lo re e la sua gente videro questo [(173)], forte si maravigliarono [(174)]; e Sidrac disse: messer lo re, non vi isgomentate, chè la forza di Dio del cielo è maggiore che lo 'ngegno del diavolo, e confortatevi che [(175)], se a Dio piace, voi vedrete incontanente la grazia di Dio sopra voi e sopra coloro che in lui crederanno. E incontanente disciese uno angiolo da cielo, con grande luminaria [(176)], e disse: Sidrac, piglia dell'acqua di quello vasello, e gittane a quattro cantoni del padiglione [(177)], al nome della sancta trinità; e piglia l'uno di quegli legni, e picchia [(178)] l'uno sopra l'altro per lo padiglione, al nome di Dio onipotente; e allora si confonderà il diavolo. Allora si partì l'agnolo, e Sydrac [(179)] fece lo suo comandamento; e in quella ora medesima la tenpesta rimase, e incontanente disciese un altro agnolo da cielo, con una ispada di fuoco in mano, e fedì lo diavolo, e confondello, e arse tutte l'idole. Quando gli altri che non erano ancora convertiti vidono questo miracolo di Dio, si convertirono tutti a lui. Lo re ebbe di ciò grande allegreza, e molto ringraziò Iddio e lo suo padre [(180)]. E poi domandò Sidrac quello che significavano gli tre legni [(181)] e lo vasello e l'acqua che v'è dentro, e quella ch'egli gittò ne' quattro canti del padiglione, e gli due legni che tu battesti l'uno contro l'altro. E Sidrac disse: messere, io vel dirò: la significazione di ciò che voi m'avete domandato volentieri vel dirò, colla grazia di Dio: gli tre legni significano la sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Dio [(182)]. Lo vasello della terra significa lo mondo, lo quale è sostenuto dalla sancta trinità [(183)]. L'acqua che v'è dentro significa lo figliuolo di Dio, che verrà nella Vergine, e prenderà in lei corpo, e serà salvazione del mondo e degli suoi amici, e confusione del diavolo e del suo podere e della sua credenza e degli suoi amici. E quello prezioso corpo, che 'l figliuolo di Dio prenderà nella vergine Maria, morirà nella crocie, e sarà messo in terra, siccome quella acqua fu messa dentro a quello vasello di terra. E per quello crucificamento [(184)] e morte diliberrà Adamo e gli suoi parenti del podere del diavolo. Quella acqua che io gittava ne' quattro canti del padiglione, significa [(185)] che 'l figliuolo di Dio sarà battezzato [(186)] in acqua, e sarà [(187)] novella legge. I quattro cantoni significano quattro buoni uomini, che saranno al tenpo del verace profeta figliuolo di Dio, e saranno de' suoi disciepoli, e scriveranno lo suo detto e lo suo comandamento e li suoi miracoli; e saranno allevati e cresciuti [(188)] per li quattro elementi [(189)] del mondo; e per quelle iscritture confonderà lo diavolo e lo suo podere. I due legni ch'io battei l'uno coll'altro per lo padiglione, significano i santi uomini che saranno disciepoli del figliuolo di Dio verace profeta; e andranno per l'universo mondo, e chiameranno le genti che saranno perdute per la loro miscredenza; e convertirannole [(190)] alla fede del verace profeta figliuolo di Dio, e sì gli salveranno [(191)]. Quando lo re udì questo dire a Sidrac, piacquegli molto, e ebene grande allegreza; sì si affermò più nella credenza di Dio adorare, e credette [(192)] nel suo nome perfettamente. E volle che Sidrac gli dischiarasse di belle quistioni, che avea volontà che dischiarate gli fossono, e non trovava niuno uomo che gli sapesse dire, se non Sidrac. Le quali quistioni furono nel torno di 565. E lo re domandò Sidrac e disse:
[(15)] Abbiamo corretto col C. R. 2. Il C. L. ha: „le quali egli ha promesso di dare loro il paradiso.„
[(16)] Volle C. R. 2.
[(17)] Sapesseno C. R. 2.
[(18)] Insine C. R. 2.
[(19)] ... qui ensegnoient les gens a vivre selon leur usages; et tous ceulx qui maintiendront leurs usaige, ec. C. F. R. — che insegnavano vivere alle genti li vizi che allora erano, e tucti quelli che manteneano le loro uzanze, ec. C. R. 2. — Ci sembra evidente che sia qui usato vizii per vezzi (usi, consuetudini), due parole che hanno comune la loro origine in vitium lat.
[(20)] Nella compagnia C. R. 2.
[(21)] Le jugement de nostre Segnor dou deluge il ne fu per autre cose, etc. C. F. R. Da causa, ant. fr., cause, cose.
[(22)] habitarono in terra e cominciarono C. R. 2.
[(23)] uzanza C. R. 2.
[(24)] Et Deu les beney; et leur dona la beneixion de croistre et de multiplier lor decedence qui ot nom Iafem de generation en generation, si maintindrent la loy de Deu ce que lor pere Noe tenoit. C. F. R. — E Idio diede loro la perfectione di crescere e di multiplicare il mondo uno de' figliuoli di Noe, che ebbe nome Giafet, di generatione in generatione, che di lui nacquero quelli che mantennero la fede di Dio, sì come Noe loro padre l'avea. C. R. 2.
[(25)] Meraviglia C. L. — Abbiamo corr. col C. F. R. e col C. R. 2.
[(26)] Figliuolo C. R. 2.
[(27)] Sydrac C. F. R. — Sidracha C. R. 2.
[(28)] le quel enpli le monde de toutes sciences de savoir toutes les coses. C. F. R.
[(29)] Cestui Sidrac Deu le deigna de mostrer per sa grace la forme de la soe sainte trinite. C. F. R. — E questo Sidrach Idio si degnò per sua gratia e misericordia di mostralli la forma della sua santa trinità. C. R. 2.
[(30)] Nontior C. F. R.
[(31)] Il C. R. 2. ha qui e sempre: autre.
[(32)] Boctus C. F. R. — Bottus C. R. 2.
[(33)] Convertire C. L. Abbiamo corretto col C. F. R. e col C. R. 2.
[(34)] Gl'idoli sordi e mutoli C. R. 2.
[(35)] Conteremo. C. R. 2.
[(36)] Trataber C. R. 2. — Al C. F. R. manca.
[(37)] per la gratia di Dio nostro signore Jesu Xpo e della sua madre madonna sancta Maria C. R. 2. Qui nel C. R. 2. è una divisione di capitolo, e ciò che segue è intitolato così: Coma lo re Botus domanda Sidrach di quistioni.
[(38)] glie le dispianò C. R. 2.
[(39)] per la qual cosa gli piacque molto, e sì ne fecie questo libro C. R. 2.
[(40)] par la trait dou deable C. F. R. Potrebbe leggersi ancora par l'atrait; e corrisponderebbe meglio alla traduzione italiana.
[(41)] Madiano C. R. 2. — Madiam C. F. R.
[(42)] Prine C. F. R. Se non è errore per prince, potrebbe intendersi nel senso che ha il vb. primer. Nell'ant. fr. si trova prin, per prim, prime.
[(43)] Manan C. R. 2. — C. F. R.
[(44)] Traduzione litterale del franc. dou tout en tout, che significa affatto, interamente. Trovasi pure du tot en tot, des tot en tot. F. Burguy, Gram. II, 329.
[(45)] Padre C. R. 2., che è certo errore, legg. nel C. F. R. poeir.
[(46)] Grison C. F. R.
[(47)] Sabastra C. R. 2. — Sabaste C. F. R.
[(48)] Dionasile C. R. 2. — Ayo vacileo C. F. R.
[(49)] Abbiamo corr. col C. R. 2. Il C. L. ha lo al.
[(50)] Demetrio C. R. 2.
[(51)] et si fu a Tolette martures et mors. C. F. R. Martures da marturiare.
[(52)] Manca questo libro al C. L.: abbiamo supplito col C. R. 2.
[(53)] Chiericia C. R. 2. — Clergie C. F. R.
[(54)] de gresois en latin. C. F. R.
[(55)] e ordinò tanto che lo ebe C. R. 2.
[(56)] le tint en gran chierte por les belles demandes que il trouva en lui C. F. R. Corr. cherte e cf. Burguy, Gramm., e Littré, Dictionn. Il C. R. 2.: tennelo molto caro per le belle cose che su v'erano scripte.
[(57)] lo re Amomeni di Tunisi C. R. 2. — Emir el Momenim C. F. R.
[(58)] Saracinesco C. R. 2. — Sarazinois C. F. R.
[(59)] Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per titolo: Come lo 'mperadore Federigo mandò per questo libro allo re di Tunisi.
[(60)] respontioni C. R. 2.
[(61)] maraviglionsi C. R. 2. — merveilloyent C. F. R.
[(62)] Ogier C. F. R.
[(63)] Todia filosafo C. R. 2. — Todre le phylosophe C. F. R.
[(64)] Antiochia C. R. 2.
[(65)] Camberlain C. F. R. Il prov. camarlenc, chamarlenc, è quello che noi chiamiamo oggi ciamberlano, nell'ant. fr. chambellanc, chamberlens, ufficiale della camera. Manca camarlingo, in questo significato, alla Crusca.
[(66)] Teodia C. R. 2.
[(67)] le manda en present C. F. R.
[(68)] Antiochia C. R. 2.
[(69)] Abbiamo corr. col C. R. 2. — Il C. L.: Alleone.
[(70)] Assemprò C. R. 2. — contecrist C. F. R., errore che forse potrebbe essere corr. in contr'escrsit, contrescrist, nel senso che ha contrefaire, reproduire, par imitation, quelque chose. Varie forme ebbe questo vb. al t. p. nell'ant. fr. escrit, escript, escristrent.
[(71)] ciasquiduno C. R. 2.
[(72)] De quoy cest livre cascun ne le pot mie avoir C. F. R. De quoy (de coi, d'où vient que) è mal tradotto per de' quali. E il senso torna meglio secondo il testo francese, facendo punto dopo buoni libri. Anche il C. R. 2. ha: non lo possono avere.
[(73)] Nuova divisione di capitolo nel C. R. 2. dove ciò che segue ha per titolo: Siccome lo re Bottus cominciò la ciptà e ongni vuolta era disfacta, onde fece venire tucti li filozafi et i savi.
[(74)] Persia la grande C. R. 2. — Perce la grant. C. F. R.
[(75)] Bocteriensa C. R. 2. — Boctoriens C. F. R.
[(76)] avint que cil roy Boctus apres la mort de Noe de CVIII. et XLVII ans voloit ec. C. F. R.
[(77)] guerdoier C. F. R., che potrebbe essere errore per guerroier o per guarder.
[(78)] Guarahap C. F. R.
[(79)] da capo tostamente C. R. 2. — de richief mout austivement C. F. R. De richief corr. de rechief, re-chief, re chef. Austivement sarebbe forse errore per vistement, che nell'ant. fr. trovasi per prontamente, tostamente?
[(80)] Manca ogni cosa al C. L.; abbiamo supplito col C. R. 2.
[(81)] che C. L. — Abbiamo corr. col C. R. 2.
[(82)] gueroyer C. F. R.; e ciò conferma l'errore di guerdoyer.
[(83)] la nocte è abactuto e messo in terra C. R. 2. — le demain se treuve tout abatu C. F. R.
[(84)] Noi crediamo che da cherere, siasi fatto cherendo, cheiendo, e quindi, pel cambiamento dell'e in a, caiendo, caendo. E lo stesso cambiamento riscontrasi nell'ant. fr. del Berry, ove in luogo di chercher si disse charcher. Cf. Jaubert, Gloss., supplément.
[(85)] Discorso; e in questo senso manca alla Crusca.
[(86)] Qui nel C. R. 2. è un'altra divisione di capitolo, intitolato: Si come li Savj disseno ch'aveano veduto come la torre si compierebe.
[(87)] voleano venire dinanzi da lui C. R. 2. — voloyent venir per devant lui C. F. R.
[(88)] faites vos bon corage C. F. R.
[(89)] Abbiamo preferita la lezione del C. R. 2. Il C. L. ha: a quindici dì della luna allora che noi comincieremo, il punto e direllovi (direnlovi), e allora ec. Nel C. F. R.: et a tel jor passant a XVI jors de la lune, alore che nos conmanderons et au point, feres comencer, ec.
[(90)] vi saremo presenti C. R. 2.
[(91)] Ci è sembrata migliore la lez. del C. R. 2. Nel C. L.: vi misero a guardare.
[(92)] Vogliamo notare che il C. F. R. ha: vos de la ne istres; perchè istre è una delle forme più rare del vb. issir. Trovasi ist, uscì e istroit, uscirebbe, nel Romans de Brut: Et Brutus ist de son agait. — Corinéus s'an istroit; vol. I. pp. 14, 48.
[(93)] È propriam. trad. del franc. engien, engin.
[(94)] fist aler la crie C. F. R.
[(95)] Trattabero C. R. 2.
[(96)] Noe le grand C. F. R.
[(97)] Così il C. R. 2., preferibile alla lez. del C. L.: venne di mano di re in altro.
[(98)] Sidrach C. R. 2. — Sydrac C. F. R.
[(99)] Io re Bottus mando altamente salute alla vostra signoria e amico carissimo C. R. 2.; e meglio il C. R. 1.: a vostra signoria, re Trattabar, come a signore ed amico.
[(100)] suoi lectere C. R. 2.