CHIOSE
ALLA CANTICA DELL’INFERNO
DI DANTE ALIGHIERI SCRITTE
da
JACOPO ALIGHIERI

pubblicate per la prima volta
in corretta lezione con riscontri
e fac-simili di
codici, e precedute
da una indagine
critica per
cura di

JARRO (G. Piccini)

MCMXV
IN FIRENZE = R·BEMPORAD
& FIGLIO, EDITORI


INDICE


ALLA MAESTÀ
DEL RE VITTORIO EMANUELE III

Sire,

In un’opera, che rimarrà immortale, come la saviezza e la bontà da Voi già dispiegate, durante il Vostro regno, la Maestà Vostra ha dimostrato quanto Le stieno a cuore gli studi della erudizione, e come sia convinta, dopo certe sapienti, lunghe indagini, debba, da ogni sforzo di dottrina, derivar un nuovo civile incremento.

Nel nome di Dante l’Italia rafferma la sua gloria di madre d’ogni alta cultura e però, con libero pensiero, con omaggio devoto, ho voluto offrire al Sovrano che, sin da’ suoi giovani anni mostrò intelletto infiammato del sapere, questo studio di schietta italianità.

Della Vostra Augusta Maestà

Dev.mo Obbed.mo Suddito
Enrico Bemporad
EDITORE

Firenze, 1º settembre 1914.

PREFAZIONE

PER la prima volta si pubblicano, corrette nel testo, ridotte alla lor vera lezione, e sottoposte ad indagine critica, rivendicate, con validi argomenti, al suo autore le Chiose alla prima Cantica della Divina Commedia, scritte da Jacopo, figlio di Dante Alighieri.

E c’è da meravigliarsi che fosse lasciato così negletto un testo prezioso per la ermeneutica dantesca: uno fra i più antichi commenti del sublime poema, e che contiene una interpetrazione nuova, con singolarissimo intendimento, per la prima volta or da noi messo in rilievo. E non accade l’insistere su la importanza di tale sottile interpetrazione circa le allegorie della Divina Commedia, se si riflette che Jacopo può averla udita, raccolta dalle stesse labbra del padre.

Ma procediamo per ordine.

Furono, sino ad oggi, raccolte in copia notizie risguardanti i figliuoli di Dante Alighieri, ma non si è ancora appurato, tali notizie essendo sovente incompiute, qual de’ figliuoli fosse il primogenito, o Pietro, o Jacopo. Forse, Pietro è da reputarsi il maggiore, poichè, mentre il padre avea preso stabile dimora in Ravenna, egli era già investito di due benefici ecclesiastici[1]. E ciò si ritrae da una sentenza del Cardinale Bertrando del Poggetto:—sentenza, da cui s’apprende che Pietro si rifiutò di pagare le procuragioni dovute al Cardinale, ed è del 4 gennaio 1321: otto mesi innanzi la morte di Dante. E i benefici doveano essere stati a Jacopo ottenuti dalla moglie di Guido Novello da Polenta.[2] Allorchè il padre ebbe bando da Firenze, nel 1302, i figliuoli rimasero nella città con la madre, stretti d’angustie, ridotta la famiglia a scarso, sottil tenore di vita. Dopo la battaglia di Monteaperti, per l’atto di condanna del novembre 1315, anche i figliuoli son cacciati in bando (Dantem Allagherii et filios): non già perchè avessero compiuto gesta contro la saldezza della Repubblica, ma per effetto della legge spietata che accomunava nella condanna de’ ribelli eziandio i lor figliuoli, che avesser tocco i quindici anni. Sbanditi dalla patria, si rincontravano col padre su la via dell’esilio; ed egli amorevolmente li accolse e li ebbe seco prima a Verona, poi a Ravenna. Nè ci soccorrono documenti a chiarirci del tempo da essi trascorso col padre: ben sappiamo che in Ravenna si trovavano alla morte di lui e, con l’aiuto di Ser Pier Giardini, misero a ordine, devotamente, i manoscritti lasciati dal divino poeta.

Rileviamo dal Boccaccio che gli ultimi tredici Canti del Paradiso andaron smarriti per circa otto mesi e furono, per ventura, dopo assidue, insistenti ricerche, trovati. E già se ne disperava al segno che Jacopo, il più acceso negli studii letterarii, avea formato il disegno di supplire egli alla mancanza. Lieti per la preziosa recuperazione, volsero l’animo a significare la gratitudine degli esuli verso Guido Novello da Polenta, allora podestà per i bolognesi, e ch’era stato agli esuli fiorentini generoso di ospitalità. E fecer disegno, e il posero in atto, di offrire a quel Signore la prima copia integra della Divina Commedia, accompagnata da un Sonetto e da un Capitolo, scritti da Jacopo a dilucidare in quali e quante parti è diviso e suddiviso il grande Poema.

Di lì a breve tratto (nel settembre 1322) i due figli dell’Alighieri, scaduta la signoria de’ Polenta, lasciavan Ravenna. E, nel 1323, nel 1324, Pietro era in Firenze. Come gli desse l’animo di tornare nella città donde era stato sì aspramente cacciato, non sappiamo al certo; ma non ci è conteso il supporre ch’egli facesse questo pensiero: era stato sbandito unicamente come figliuolo dell’Alighieri e, morto il padre, non veniva a mancar la ragione del suo bando? Tanto più che nella sentenza di condanna non era neppure specificato il nome di lui. Questo egli, forse, credeva, ma andava errato. Nel bando era pur segnata la sua condanna di morte: e, sovrappreso da timori, sollecitato da consigli, prima che contro di lui si risollevassero gli odii, si sguinzagliasser le invidie, e il malanimo sì aspro e operoso contro il padre, si dannò da sè a nuovo esilio e si ritrasse in Verona, ove fu giudice del Comune e Vicario del Podestà.

Morì nel 21 aprile 1364 in Treviso ed ivi ebbe sepoltura in Santa Margherita degli Eremitani, oltre il Sile.


Nel 1325 la Signoria di Firenze concedeva perdonanza a’ cittadini mandati in bando e, dava loro balìa, salvo a’ ribelli, di tornar in patria, se assentissero di pagar una certa quota su la ammenda, della quale erano stati colpiti. Jacopo di Dante volle approfittar di quella congiuntura e rifarsi fiorentino. Fu allora ordinata una pratica per appurare se egli dovesse avvantaggiarsi delle larghezze concesse: e fu deciso in suo prò e ciò, verosimilmente, per un garbuglio di legulei, poichè nella sentenza di condanna, secondo abbiamo toccato più sopra, era accennato a’ «figliuoli di Dante» senza specificarne i nomi.

Tuttavia, egli non prese stanza in Firenze, ma riparò a Fiesole ove, nel 1326, ebbe i primi ordini ecclesiastici. Nè si attutivano gli odii contro di esso, aizzati da’ nemici del padre. Acchetate le parti de’ Bianchi e de’ Neri, si era formata un’unica parte, schiettamente guelfa: ma non s’erano acchetati i rancori verso coloro, che avean macchinato contro l’ordine, la ragione dello Stato e fra essi Dante primeggiava: acerbo, implacato riprensore de’ costumi de’ suoi concittadini; disfogatore, senza tener modo, delle sue ire contro personaggi e famiglie, cui non aveva il suo focoso risentimento risparmiato alcun vitupero e che aveva dannato a perpetuo dileggio, ad una infamia insanabile. Donde l’acuta avversione de’ Donati che non sapean perdonare neppure alla sua memoria. I genii sono, generalmente, importuni: prendono troppo posto nel mondo, appaiono invasori, sono dominatori, loro malgrado. Egli era stato, e con spiccatissimi tratti, e quasi a studio, importuno a molti.

E costoro si sfrenavano sempre in calunnie contro il poeta, aveano in dispetto il suo Libro divino, che s’ingegnavano tener nella oscurità (da cui i secoli l’hanno rivendicato) credevano poter spengere quella fiamma, che dovea essere una tra le luci più vive del civile consorzio. Alla divulgazione della Divina Commedia fu contrapposto in Firenze ogni ostacolo, con subdoli espedienti, o recisi pareri: coloro che il poeta aveva percossi, o sfiorati della sua folgore; coloro ch’egli aveva collocati, con scherni sublimi, nelle sue bolgie infernali, urlavano come dannati contro di lui. La morte del poeta non li placava: sentivano che la loro onta dovea essere immortale. Il poema, combattuto a Firenze, era già letto, comentato, diffuso, suscitava ammirazioni in altre città d’Italia, per esempio a Bologna; nella patria del fiero ghibellino rafforzava, perpetuava le inimicizie. Un comentatore, contemporaneo d’Jacopo, esclama: Universus et totus infernus florentinis noscitur esse plenus. E a cotale esclamazione fa seguire i nomi di circa una trentina di ragguardevoli fiorentini, che in varii cerchi infernali son dal poeta allogati.

Se è lecito trar paragoni tra uomini e tempi, tanto diversi, Dante fu tra molti de’ fiorentini suoi contemporanei in disgusto, come furono, nel decorso secolo, fra gl’inglesi Giorgio Byron, e fra i tedeschi Enrico Heine: e ciò per lo stesso motivo, per la sanguinosa satira de’ loro compatriotti, per aver flagellato ove credeano fosse buono e degno l’assestar colpi.

Un’idea dell’accanimento de’ nemici di parte contro il poeta è da rilevarsi dallo stesso opuscolo di un suo contemporaneo, il frate Vernani, da noi ripubblicato e tradotto dal latino, nel quale l’autore del De Monarchia è chiamato «ignorante» e dipinto, scusate se è poco, com’uomo di mal’affare. Già il qualificativo di «barattiere» del quale egli gratificò sì copiosamente altrui era stato, con fermezza, aggiunto al suo nome.

E, scomparso il poeta dalla scena del mondo, il livore non posava, nè stava pago di scatenarsi contro l’opera di lui, anzi inveleniva contro il figliuolo Jacopo. Costui traeva alquanto al vanitoso, era di una sfolgorata ambizione, ma aveva culto, quasi religioso, per l’ingegno del padre: e non si ristava dall’adoperarsi alla divulgazione della Commedia. Infatti, fra il 1330 e il 1340 appaiono scritti un gran numero di Codici danteschi fiorentini, non pochi fregiati con lo stemma degli Alighieri, ed è agevole l’inferirne che a tanta copia di codici, oltre l’attrattiva esercitata dall’opera su le menti degli amici, non dovessero essere estranei il fervore, lo zelo di Jacopo.

Tale amore filiale faceva acuire a’ pertinaci nemici del poeta le lor vendette. E nel 1335 fu riaperta la pratica contro Jacopo e si pose innanzi, di nuovo, il dubbio, se a lui fosse lecito rimanere in Firenze, senza offesa delle leggi.

Ma l’esito di questa seconda pratica non ci è noto: pur abbiam documento che, negli anni 1341-42, egli si trovava un’altra volta lontano dalla sua città natale. E menò vita assai avventurosa. Fu, nel 1342, reintegrato nel possesso de’ beni paterni. E narreremo di lui qualche tratto ben singolare. Da giovane, insieme col fratello, avendo voluto rendersi prete, ricevette gli ordini, e si era pur dato tutto alle cose dell’anima e avea scritto versi su la Morte, che gli accattaron favor popolare per la sincerità della loro ispirazione. E nel 1341 e ’42 godeva la prebenda di un canonicato, in quel di Verona: procacciatagli, è da farsi congettura, dal fratello Pietro. Giunto all’età matura venne in desiderio di tor moglie: e poco stette in tal proposito, chè fu condannato per mancata promessa di matrimonio e per non aver restituito la dote, che aveva, alla chetichella, arraffata.

Si sa che venne a morte prima del 1350; manca ogni data più precisa.


Il Boccaccio chiama i due fratelli Alighieri «dicitori in rima». E già conosciamo di Pietro una Canzone morale contro a’ Pastori: una Canzone per Papa Giovanni XXII e per l’Imperatore Lodovico. Di Jacopo, oltre il sonetto a Guido da Polenta, il Capitolo, in questo volume riprodotto, e che contiene un sì abile, fedel riassunto della Commedia e i versi su la Morte, di cui toccammo più sopra. Di Jacopo si è pur conservato un sonetto, indirizzato a Paolo dell’Abbaco e un poemetto intitolato Dottrinale, in cui egli si atteggiò a dare insegnamenti di Cosmologia.

Ond’io da mia natura,
non per troppa scrittura
ardisco a tale impresa,
però ch’io ho difesa
dalla mia compagnia
d’avere Astrologia,

Acciò che sia palese
per ciaschedun paese
del sito italiano
da presso e da lontano
l’esser dell’universo,
dirò a verso a verso.

Nel nome del Signore
ch’è superno motore
che mi concede gratia
sì ch’io possa far satia
di verità la gente
et futura et presente....

Che piagnendo mi dice
che sua vera radice
quaggiù non è intesa
da que’ che l’han compresa:
anzi le par travolta
e tra bugie ravvolta.

Ond’ella se ne duole,
e riparar si vuole
forse col mio ingegno,
bench’i’ non ne sia degno,
a voler ch’io ripeti
filosofi e poeti....

Ond’io volto a Levante,
Jacopo di Dante,
incomincio mia boce
col segno della croce,
che mi conceda tale,
ch’io faccia un Dottrinale.

Ma i due figliuoli di Dante furono tutt’e due commentatori della Commedia: Pietro di tutto il poema, Jacopo non andò oltre la prima Cantica. A Jacopo, mentre ebbe dimora in Firenze, molti dovean far capo per richiederlo di spiegazioni su i passi più ardui. Ed è curioso che il possessore di un antichissimo codice scrivesse in margine ove non s’intendeva: Jacobe, facias declarationem. In una tra le varie stesure dell’Ottimo è riferita, col nome di Jacopo, una chiosa, mentre altre, numerosissime, di leggeri riconoscibili per la singolarità del dettato, vi si leggono senza che ne sia accennata la provenienza.

Nel codice Palatino 313, che contiene grandissima parte del Comento di questo figlio di Dante, sebbene spesso le sue chiose sien corrotte e alterate, interposte ad altre d’indole e di dettato differenti, quasi ogni chiosa è segnata della sigla Jac (Jacopo). Al Commento, contenuto nel Codice laurenziano XC. Sup. 124 si attribuiva maggior credito, poichè vi si notava il figliuolo di Dante averlo trascritto di sua mano, e fin nel secolo decimosesto la dichiarazione di Jacopo fu con diligenza ricercata.

Siamo nel settecento, al ravvivamento degli studi danteschi. Il Commento di Jacopo fu conosciuto dal Pelli, dal Melius, che non vi assegnarono molta importanza e soltanto nel 1848 un gentiluomo inglese, lord Vernon, insigne per promovimento dato agli studi della classica letteratura italiana, tenero, rispettoso di ogni gloria nostra, più che non fossero in quel tempo molti italiani, lo dava in luce a sue spese.

Ma, contro il divisamento del nobile signore, la pubblicazione riusciva assai imperfetta, quasi inutile per i troppi errori accumulativi, per difetto di critica indagine. L’edizione, di soli cento esemplari, potè esser nota a pochi eruditi: ed ormai è a dirsi introvabile. Però di questa edizione e della nostra discorreremo, con più larghezza, altrove.

I pochi, cui riuscì ad aver contezza di queste Chiose non vi trovaron ciò che, senza fondamento, si ripromettevano di attingervi.

Avevano in animo di ritrarre dalle Chiose di Jacopo ragguagli di fatti storici avvenuti al suo tempo, notizie curiose su i personaggi satireggiati, o lodati, nel poema. Non tenner conto che a Jacopo riusciva ben disagevole l’aver di nuovo ricetto, come sbandito, nella patria e ottenere la restituzione de’ beni paterni. Gli approdava, dunque, il tenersi lontano da ogni causa di dissidii cittadineschi, il dissimulare, anzi, menare il buon per la pace e non andare stuzzicando vespai. Si stava contento alla esposizione delle principali allegorie del poema.

Male erano ispirati coloro che alle Chiose dello scrittore, cui era consigliata tanta prudenza, chiedevano, come oggi si dice, le indiscrezioni di uno stemperato cronista. La forma delle Chiose apparisce un po’ grezza, ispida se vuolsi, con l’arida impronta di altre prose scolastiche in quel tempo: vi ricorron penose circonlocuzioni, i periodi vanno alquanto intralciati, v’è una certa sconnessione e spesso la sintassi è zoppicante. Ciò, specialmente, nella prima versione. E da tali sconci molti furono turbati e sentenziarono che non si trattava di un lavoro originale, ma bensì di una cattiva traduzione dal latino. Altri sollevarono dubbi perfino su la autenticità di tale scrittura.

Ma un uomo di gran sapere, lo Scheffer-Boichorst, fu il primo a dimostrare di quanto rilievo fosse il breve Commento e vi rivolse l’attenzione degli studiosi. Egli pose in chiaro l’analogia che è fra alcuni brani del Commento e il Capitolo di Jacopo, intitolato Divisione: e analogia di sostanza e di dettato. Tale Capitolo si riscontra, o solo, o insieme con l’altro Capitolo di Busone da Gubbio in molti codici della Commedia, e in modo da formar quasi parte integrale del poema. La stessa intima relazione col Commento ha il Dottrinale di Jacopo, come accennò nel 1890 il dottissimo dantista Fr. Roediger, e vi sono pure strette attinenze col Sonetto indirizzato a Guido da Polenta. E se ne può trarre la conclusione che chi aveva scritto quelle rime fosse pur l’autore del Commento.

E, poichè queste somiglianze ricorrono anche in certi vocaboli singolari e costrutti piuttosto ricercati, si corrobora, in favor del volgare, la questione circa la lingua in cui, originariamente, furon scritte le Chiose.

Restava però sempre da dire. E nel 1903 il prof. Luiso tentava mandare a rifascio l’edificio, appena eretto, in onore del nostro autore. Egli brandiva, qual arma formidabile a spulezzar via quanto era stato, con dottrina, accumulato il Codice Laurenziano (XC, Sup. 114) già ben noto, da tempo, ai colti nella ermeneutica dantesca, e che reca la notizia che il figlio di Dante lo fece «co le sue mani»: forse perchè la prima chiosa che vi si legge è traduzione del principio delle Chiose di Jacopo. Per assegnare ad Jacopo il commento latino, contenuto in questo Codice, si credette necessario, anzitutto, di recare al niente le Chiose, andate sin’allora sotto il nome di lui.

Ma peccato che il valentuomo, il quale si avventava ad una sì temeraria risoluzione, non credesse opportuno darsi la briga di mettere a raffronto i due testi. Con questo piccolo avvedimento si sarebbe chiarito che la chiosa italiana è assai più precisa e più nitida della latina e il preteso volgarizzatore non merita di essere tanto svilito.

Ed era pur da procedere, se non erriamo, al raffronto fra altre chiose che offrono, nel codice Laurenziano (XC, Sup. 114) spiccati riscontri con quelle volgari di Jacopo: ad esempio la chiosa su Amfiarao, ove il figlio di Dante cita Stazio «nel suo Thebaidos», mentre il compilatore del Commento contenuto nel codice Laurenziano XC, Sup. 114, dice «Stazius secondo Thebaidos» prendendo forse il suo di Jacopo per una abbreviazione[3].

Ma, senza poterci offrire un testo latino che risponda in tutto alle Chiose volgari, e i due testi son molto dissimili, salvo in qualche chiosa che hanno a comune, il censore si dette a rifrustare nel commento volgare i latinismi e, sin il vocabolo leno gli sa di latino e non gli sovviene che leno significa arrendevole e in questo senso non solo spesso si trova nelle scritture del trecento, ma e’ corre pur oggi, qual moneta di buon conio, nella lingua parlata.

Un altro dotto, Michele Barbi, sventò tali censure e con la virtù della sua dialettica, n’ebbe facil vittoria.

Che, se non bastasse il por mente alle intime affinità tra le Chiose e le altre opere di Jacopo, sarebbero ancor da accennare i brani e vocaboli che son recati nelle Chiose dalla Divina Commedia e dal Convivio. E ciò non avrebbe potuto derivarsi da un testo latino, nè sarebbe occorso ad un volgarizzatore sciatto ed imperito.

Ed al Luiso doveva saltare agli occhi tale difficoltà: egli che, con tanto accorto giudizio, rimette (7º capitolo) nel testo delle Chiose le parole senno umano, invece di sermo umano che offrono i due manoscritti: e la correzione risponde perfettamente alle parole senni umani (nell’Inferno, VII, 81). Ed è, senza dubbio, la genuina lezione, come risulta anche dal codice Ashburnhamiano 833, dove questa chiosa è citata col nome di Jacopo.

Se nel suo Commento è qualche latinismo si spiega con l’aver egli dovuto ricorrere sovente ad interpretazioni latine antecedenti alla sua opera; ma lo stile artificioso, strano è eguale dal principio alla fine: stile tutto proprio d’uno scrittore, e che non può essere stato calcato su un preteso originale latino. Secondo noi, rispetto alla lambiccatura del dettato nel Commento vi è, forse, una spiegazione nel fatto che Jacopo, il quale era vanitoso, e sentiva orgoglio d’esser figlio di Dante, abbia creduto imitare il padre, o inalzarsi, eleggendo uno stile artificioso e usando vocaboli e modi nuovi, giusta l’esempio paterno. Ma di Dante mancavano al figlio il genio poderoso, il gusto e gli studii profondi: studii, in cui si era fatto molto innanzi il figlio Pietro, ma nel quale l’arte del dire non pareggiò la dottrina. Jacopo credè supplire alla coltura con la felice natural disposizione dell’ingegno: ed ebbe studio più di stranezze che di eleganze: e si persuase venir in opinione con ostentati artifici. E non sai s’e’ riesca più bizzarro, o più risibile in quella sua solenne sicumèra con cui si atteggia ad insegnare a tutti i principii della Cosmologia «per sua natura» così e’ dice, non per troppa scrittura. Per natura egli vuol significare ingegno, intellettualità. E di ciò pur si ha riscontro nelle prime terzine del suo Capitolo:

O voi che siete dal verace lume
alquanto illuminati nella mente,
ch’è sommo fructo de l’alto volume,

perchè vostra natura sia possente
più nel veder l’esser dell’universo,
guardate a l’alta Commedìa presente.

E si mettano a riscontro con questi versi il Sonetto a Guido da Polenta e le linee onde muovon le Chiose.

«Acciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo illustre filosofo Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si possa gustare per coloro in cui il lume naturale alquanto risplende senza scientifica apprensione, io, Jacopo, suo figliuolo ecc.».

Insomma siccome egli è intellettuale, ma senza troppa «scrittura» così scrive anche nel linguaggio nativo (in prosa materiale)[4] per quelli che sono di mente lucida, ma senza «scientifica apprensione». E chi riflette a quanti autori occorrono per illustrare la Divina Commedia sarà preso da meraviglia nell’avvenirsi a vederne citati nelle Chiose pochissimi: Omero, Aristotile, Orazio, Virgilio, Lucano, Ovidio, Tito Livio, Boezio, Terenzio, la Bibbia, tra i quali si debbon escludere Omero e Aristotile, Terenzio e Boezio che, per varie ragioni, egli certamente non ebbe fra mano e forse anche alcuni altri, che soleva citare di rimbalzo.

In generale, non va oltre alla sommaria citazione delle sue fonti; e suol dire «secondo i poeti, secondo le poetiche scritture» le storie di Antenore e d’altri[5].

Vuolsi pur ammettere che Jacopo abbia preso a prestito un certo numero de’ suoi racconti, delle sue esposizioni da altri scrittori sincroni. Così, ad esempio, nel tratto ove parla delle Furie, per il significato delle quali si richiama a’ soliti «poeti»: ed una parte di questa Chiosa proviene da Lattanzio, l’altra da Sant’Isidoro: e il tutto si legge in altro Commento dantesco del tempo, ove non pur son menzionati i detti autori, ma se ne riferiscon quasi testualmente le parole.

Pur tuttavia le Chiose del nostro furon tenute in conto quale opera d’un figliuolo di Dante e fin che non le surrogarono Commenti più ampii e diffusi a tutto il Poema.

A noi delle Chiose pervennero soltanto due copie nel testo integrale e due frammenti.


L’importanza del lavoro di Jacopo non è da ricercarsi nella quantità e qualità del materiale d’erudizione e di raffronto, di cui disponeva, bensì nella esposizione, ch’ei fa con tanta evidenza, della struttura del Poema e nella dimostrazione omogenea e continua delle sue allegorie, ciò che non si riscontra in alcuno degli antichi commentatori. E, se afferma nel Proemio di voler dimostrare parte del profondo ed autentico intendimento della Commedia, ciò si riferisce essenzialmente al contenuto allegorico.

Però lascia in disparte la descrizione dello stato delle anime dopo la morte, con i loro martìri, e le loro gioie, quale resulta dal senso letterale del testo; muove dal concetto che si debba ravvisar nel Poema un Trattato di filosofia morale in cui si dimostrano «le qualitadi della generazione umana»: la prima, quella de’ viziosi mortali, chiamandola Inferno; la seconda quella dei penitenti, il Purgatorio; e la terza quella dei perfetti, il Paradiso «a dimostrare la beatitudine loro e l’altezza dell’animo congiunta con la felicità, senza la quale non si discerne il Sommo Bene.»

Jacopo, dunque, reca tutto alla vita attuale e, astraendo dal magnifico dramma, dalle situazioni, dalle figure che il poeta ha scolpito sì di forza, suggeritegli dalle tradizioni popolari e chiesastiche, e considerandole quali mezzi atti a muovere la immaginazione, ci rivela il loro intimo significato, magistralmente nascosto dal poeta sotto il colore di una visione d’oltre tomba.

Gli orribili, tremendi castighi dell’Inferno si riducono a sofferenze insite nei vizii stessi e derivanti dallo stato morboso in cui si trovano i contravventori alla legge divina: le consolazioni del Purgatorio ad aspirazioni verso la libertà; le beatitudini del Paradiso alle sodisfazioni del vivere in purezza e conforme a’ dettami della celeste Bontà. Alle ardenti fantasie dantesche subentra un arido schema di filosofia morale: alle esaltazioni estetiche, procurateci dalle immortali bellezze del Poema, è sostituito lo scopo pratico di «dare correzione e lode a chi n’è degno.»

Il concetto di Jacopo ci ravviva e ravvalora la dichiarazione del soggetto del Poema, contenuta nella Epistola di Dante a Cangrande: Homo prout, merendo aut demerendo per arbitrii libertatem justitiae praemianti aut punienti obnoxius est e, come causa finale, removere viventes in haec vita de statu miseriae et producere ad statum felicitatis.

Simili concetti sono pur espressi nei Commenti di Pietro Alighieri e di Guido da Pisa: e l’uno e l’altro ne trasser forse l’ispirazione dalla lettera a Cangrande, ma nell’uno e nell’altro non con la continuità, la pertinacia onde Jacopo vi si attenne.

E vediamolo all’opera: scrutiamo nella sostanza del suo nuovo commento.

Dante, nell’età di trentatrè, o trentaquattro anni, si trovava smarrito nella selva oscura, o voglia dirsi smarrito tra le molte genti offuscate dalla ignoranza; già la sua mente era irradiata dal fulgore della intellettuale verità, quando fu affrontato dalle tre fiere: la lonza, il leone, la lupa: simboli de’ tre vizii prevalenti, o fondamentali: lussuria, superbia e avarizia. Allo smarrito si para innanzi Virgilio, cioè l’effetto della umana ragione, che lo campa dalla lupa insaziabile e proferisce il vaticinio della prossima venuta del veltro, cioè d’una costellazione migliore della presente e onde sarà trasfusa la pace negli animi angustiati. Lo invita poi a seguirlo qual messaggero delle tre donne celesti: Beatrice, simbolo della Sacra Scrittura; la gentil donna interpretata la profonda mente della Deità; e Lucia, la grazia di Dio.

Il corto andar alla felicità non è possibile all’uomo, «attratto tanto dalla dolcezza de’ vizii quanto dall’altezza delle virtù». Occorre prima avere una esatta conoscenza delle une e degli altri.... Riconosciuto poi, mercè la Ragione, che le allettative de’ vizii hanno, in fondo, dell’amaro, l’uomo si deciderà a seguire le virtù, che gli assicurano vera felicità.

Così Dante, guidato dalla Ragione, si avvia alla contemplazione de’ viziosi: e prima si abbatte ne’ vili, ma guarda e passa, non si curando di loro che non fanno al suo proposito. Son morsi, punzecchiati da vili insetti, simboleggianti la nullaggine, l’acuta inanità del loro pettegolezzo, della disutile loro ciarla: e corron dietro ad una insegna, senza che ad alcun di loro dia il cuore di sopravanzar gli altri. È la turba de’ meschini, nè buoni, nè rei, senza valore per la contemplazione de’ vizii, cui vuol darsi il poeta.

Discende poi il primo de nove gradi, ond’è composto l’Inferno, dove son allogati coloro, che non ebber battesimo e gli antichi valorosi, che vivono senza speme, in disìo, come dice Jacopo, per il loro non colpevole difetto.

Comincia dal secondo grado dell’Inferno la caterva dei viziosi, che si estende dal secondo al quinto, ove han posto gl’incontinenti. E, mentre nel primo le anime sono imbarcate dal demonio Caron, del secondo troviamo guai motore e giudice il demonio Minos. Il continuo agitarsi dei lussuriosi corrisponde alle inquietudini amorose, perchè come dice Jacopo, l’effetto di ogni peccato è degnamente pena dell’operante.

Terzo grado: i golosi. Motore il demonio Cerbero, le cui tre bocche simboleggiano i tre appetiti. Pena: le infermità, le gotte, le podagre, che si accumulano in siffatti peccatori. E, sia detto qui di volo, nel suo tipo del goloso, in Ciacco, il poeta raffigura uno tra gli uomini cui attribuisce la maggiore intelligenza nel suo tempo, e lo interroga con curiosità, poichè molto si aspetta dal dire di quell’uomo raffinatissimo, in cui riconosce somma autorità e previdenza dell’avvenire.

Quarto grado: Avari e prodighi. Motore, il demonio Pluto (posto qui da Dante probabilmente per la somiglianza tra Pluto e il vocabolo greco Plutos). Pena: infinito affaticare così nel ritenere come nello sparnazzare.

Quinto grado: Iracondia e Accidia. Motore, il demonio Flegias. Pena: la affuocata irruenza degl’iracondi e degli accidiosi, la occulta e finta irata voglia.

Arriva al sesto grado, cioè al peccato della malizia: la eresia, protetta dalle Furie, che raffigurano il «malo pensamento» il dischiesto (sconveniente) parlare, come dice Jacopo e la malvagia e infuriata operazione. La città è chiusa in mura, che sembran di ferro, per la segretezza della eresia. È impossibile avervi adito senza la esperienza della mente che, simboleggiata dal messo del cielo, gli vien in aiuto, aprendogli le porte. Le Furie son cinte di serpenti, a indicar il trascorrere d’un pensiero in altro e per la proprietà di fredda e velenosa malizia degli eretici. Per la gran diversità delle eresie, diverse arche tramischiate di fiamme per dimostrare l’ardente fermezza degli eretici nelle loro credenze.

Col settimo grado i bestiali: motore il Minotauro: o, come si scrive in certe rubriche, Hominotauro: qualità umana unita alla bestiale.

I bestiali sono compartiti in tre classi:

1.ª Quelli che fanno forza, violenza altrui in cosa o in persona. I centauri raffigurano i correnti pensieri bestiali.

2.ª Quelli che se stessi offendono personalmente, o realmente. Personalmente i suicidï, trasformati in sterpi, poichè de’ tre animati: vegetabile, razionale e sensitivo loro è rimasto soltanto il primo. Le Arpie raffigurano le tristi ricordanze. Realmente, gli scialacquatori, sparnazzatori delle loro sostanze. Ignudi, perchè si spogliavano delle loro sostanze: perseguitati da nere e bramose cagne, a indicare la oscurità, i triboli della indigenza.

3.ª Coloro che sforzano la natura, cioè Iddio, e la lor qualità è suddivisa in tre classi: quelli che bestemmiano Iddio; quelli che peccano in lussuria contro la natura; gli usurai.

Ottavo grado: i fraudolenti. Motore, Gerione che accoglie in sè tre qualità: uomo, serpente e scorpione.

Dieci bolgie: i lusinghieri, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, mali consiglieri, seminatori di scandalo, falsari. I simoniaci han volto le piante de’ piedi in su per lo ritroso loro affetto, sommettendo le spirituali dovizie della misericordia alle terrestri ricchezze.

Commentando il ventesimo Canto della prima canzon dei «sommersi» Jacopo espone che gl’indovini hanno ritroso il viso per la loro ritrosa operazione. Gl’ipocriti della sesta bolgia portan cappe dorate di fuori per una singolare etimologia della parola «ipocrisia»: da ipo (hippo!) quod est supra e kresis (chrepsos): quod est aurum.

Eccoci a’ ladroni della settima bolgia: essi sono spartiti in tre categorie: quelli che non ne hanno l’abito continuo, senza alcun determinamento del sì o del no; subito fanno e si pentono dopo: quelli che di continuo sono adusati ad arraffare: e, infine, quelli che non continuamente rubano, con determinato volere del sì o del no, ma soltanto parandosi la occasione ne prendon diletto.

La nona bolgia è spartita in due: gli scismatici e i seminatori di scandali. I falsatori dell’ultima bolgia son compartiti in tre classi: realmente, personalmente e quelli che falsificano le monete.

Eccoci al nono grado che accoglie i traditori, e vi son posti a guardia i giganti, simboli della «iniqua superbia nella qualità frodolenta». Come la «superbia passa oltre il dovere della natura, così i giganti oltre il dovere di grandezza e di possa.» I traditori son divisi in quattro classi: Caina, quelli che tradiscono i loro carnali e parenti, e sono raffigurati nell’algore di ghiacci, a significare la freddezza dell’animo loro, privo d’ogni naturale calore: Antenora, color che tradiscono lor genti in patria: Tolomea, quelli che servono e tradiscono chi li adopera.

E abbiam negletto, nel nostro riassunto, altre allegorie delle pene assegnate ai peccatori; allegorie tutte aggiustate su la medesima traccia già esposta, poichè vi si riflettono sempre le naturali conseguenze caratteristiche per ogni specie di viziosi.

Non sembra che Jacopo abbia mai esteso ad altra Cantica del Poema il suo Commento, sebbene verso la fine delle Chiose si legga: «Siccome nelle chiose del seguente libro si conta».

E non accadrebbe dire che il Luiso cita un passo, riferentesi al Paradiso, e che dal chiaro erudito è tenuto per un brano del Commento della Seconda Cantica. Ma quel brano non è del figliuolo di Dante: non è altro, se non una delle rubriche, onde son preceduti i singoli Canti delle Tre Parti della Commedia, e si trovano, ora in latino, ora in volgare in numerosissimi manoscritti, che furono eziandio divulgati più volte per la stampa.

Le Chiose di Jacopo non recano alcuna data e, per questo rispetto, non si può, neppure approssimativamente, accertare il tempo in cui furono scritte.

L’unico modo a scuoprir il posto, che loro spetta nella ermeneutica dantesca, è da ottenersi nello scrupoloso esame del loro contenuto, in un paziente raffronto fra esse e altri Commenti sincroni. Tali raffronti lunghi e minuziosi, non entrerebbero però ne’ termini imposti a questa Prefazione.

Ma ci contenteremo di qualche osservazione succinta.


Dal passo sul veltro si ricava che Jacopo confuta l’opinione di altri, che vollero vedere nel veltro, o un personaggio di nazione gentile, o anche di bassa estrazione. Egli l’una e l’altra ipotesi ribatte come non conformi alla intenzione del poeta. E pur sembra che, nel parlar di Alberigo dei Manfredi, si rivolga contro altri, i quali allegarono che l’anima del frate non poteva essere posta nell’inferno, essendo egli ancora vivo.

Abbiamo già accennato agli scarsi studi d’Jacopo e a’ pochi mezzi, ch’egli possedeva per risalir direttamente alle fonti, valersi di materiali utili alla erudita interpetrazione del poema.

Non siamo sicuri che pur dove accenna, in termini generali, alle sue fonti, citando nomi d’autori, egli li abbia veramente consultati. Così non può aver trovato nella Bibbia certi ragguagli, che asserisce; come pure non può aver letto «in Ovidio, o negli altri poeti» che Cerbero era «alcuno così nominato che più in cotal vizio (la golosità) si resse»; nè in Omero che Chirone «fu crudelissimo e bestiale in tutte sue operazioni, ecc.». Abbiam pur menzionato il fatto che per due chiose allegoriche dove Jacopo non cita alcun nome, e che son di Lattanzio e Isidoro, da altro commentatore sincrono, non pur son richiamati i nomi degli autori, ma riprodotte le lor testuali parole.

A ridurla a oro, è evidente che Jacopo si serviva di altre esposizioni del poema ove trovava materiali a lui acconci. Non si può, dunque, consentire col ch. Rocca, che volle metter le Chiose a capo di tutti i commenti, supponendole scritte nel 1325, anteriori, quindi, d’un anno al Commento di Ser Graziolo, cancelliere bolognese, il più antico sin ora conosciuto.

Il Rocca basa la sua ipotesi, specialmente, su le identità della Chiosa allegorica circa le tre bocche di Cerbero.

E noi crediamo pregio dell’opera il riprodurre integralmente la Chiosa di Ser Graziolo e quella di Jacopo.


Ser Graziolo: «Questo Cierbero è uno demonio preposto in questo terzo Cerchio a tormentare l’anime; il quale, siccome si truova, è uno cane infernale, e ha tre teste; e neentemeno in questo presente capitolo punisce il vizio della gola. Per questo Cierbero che ha tre teste propriamente si figura l’appetito della gola, il quale si divide in tre parti: in qualità, in quantità e in quanto continovo. L’appetito della qualità si è desiderare buoni cibi e non curare della quantità d’essi; l’appetito della quantità si è desiderare molti cibi e molto mangiare, e non curare della qualitade d’essi. L’appetito del quanto continovo si divide in quanto contiovo e quanto partito (discreto). L’appetito del quanto contivo si è desiderare continovamente di mangiare; l’appetito del quanto partito si è desiderare per spazii di tempi.»

Jacopo di Dante: «Per lo detto demonio l’appetito della gola si considera, che in ciò gl’induce; il quale con tre gole figurativamente è formato, siccome per tre modi cotale appetito per loro si possiede: de’ quali l’uno è di quantità, l’altro è di qualità, il terzo è di quanto continovamente. In quel di quantità comunalmente d’ogni cibo assai si desidera gustare; in quel di qualità particularmente di cose elette, non curandosi di quantità. Il terzo, il quanto continovo, in due modi diviso si contiene: cioè il quanto continovo e il quanto discreto. Il quanto contiovo è continovo esser goloso, e il quanto discreto è alquanto esser goloso e alquanto non essere.»


Or si dice, ma non è un bene apporsi, che la Chiosa è bene a suo luogo nel Commento di Jacopo, poichè essenzialmente allegorico: dà stupore nella esposizione di Graziolo che non contiene se non rarissime allegorie.

L’argomento sta proprio a martello? E non poteva Jacopo, che già aveva tolto a presto chiose allegoriche da Guido da Pisa, averne preso un’altra, che gli andava a genio, a Ser Graziolo? Il singolare è che tal chiosa contiene un errore, in cui son caduti e l’uno e l’altro scrittore. Chè, mentre gli appetiti, simboleggiati dalle tre bocche di Cerbero, dovrebbero essere tre, in realtà vi si parla di quattro. I due primi sono la qualità e quantità dei cibi, cioè mangiar bene e mangiar molto e tu supporresti, di leggeri, che terza dovesse essere la qualità con la quantità riunita, cioè mangiar bene e molto. Ma non così divisavano gli antichi commentatori, mettendo come terzo appetito un «quanto continuo». Ed ecco qui è ora l’errore.

Questo «quanto continuo» si suddivide, alla sua volta, in «quanto continuo» e «quanto discreto»: cioè «quanto partito» come traduce le parole di Ser Graziolo un volgarizzatore trecentista del Commento del bolognese.

Ed oltre alla contradizione de’ quattro appetiti corrispondenti alle tre bocche di Cerbero, vi è ancora un’altra difficoltà, poichè appar evidente che il «quanto discreto» non potrà essere una suddivisione del «quanto continuo». Quindi, a fil di logica, suppone il valoroso Rocca si debba correggere in modo che la quantità si divida in due parti, cioè la quantità discreta e la quantità continua, secondo ben afferma, del resto, Ser Graziolo, poichè la «quantità discreta» è mangiar molto per spazii di tempi (per intervalla temporum) e la «quantità continua» è l’aver sempre l’appetito desto e trovarsi disposto al mangiare.

E l’errore nel testo latino di Ser Graziolo si spiega facilmente così: che invece di scrivere appetitus quantitatis abbia ripetuto appetitus quanti continui, che aveva scritto poco discosto, mentre non si spiega nel testo di Jacopo, che dice: il terzo, cioè il quanto continovo.

Ma la questione si ingarbuglia sempre più. Guido da Pisa, che aveva trovato la Chiosa nel Commento di Ser Graziolo, fraintendendo le parole per intervalla temporum, cioè «per spazii di tempi» aveva difformato l’ultimo inciso così: Quantum vero discretum est et aliquando multum et aliquando parum et procurare et comedere.

A ciò sono in tutto rispondenti le parole di Jacopo: «Alquanto discreto è alquanto esser goloso e alquanto non essere». Per il vocabolo alquanto, traduzione dal latino aliquando è evidente che Jacopo deriva la sua Chiosa dalla esposizione di Guido da Pisa, che l’aveva trovata nel Commento di Ser Graziolo. E la serie cronologica di questi Commenti è forse da porsi in tal modo:

1.º Ser Graziolo (1324).

2.º Guido da Pisa (fra il 1325 e 26).

3.º Jacopo Alighieri (dopo il 1326).

Tutti e tre non vanno col loro Commento oltre la Cantica dell’Inferno. Solo Jacopo sembra avesse in intendimento di chiosare anche la Cantica del Purgatorio, ma non si ha notizia, fin ora, che il recasse in atto.


Concludiamo: noi non abbiamo risparmiato cure in questa pubblicazione e crediamo aver gettato ampia luce su un punto, sì controverso, della nostra storia letteraria.

Nelle indagini, nella cura del testo, nel raffronto dei varii codici, fu a noi guida sapiente il dott. Fr. Roediger, maestro nella più eletta erudizione della nostra letteratura e fra i pochissimi stranieri assolutamente padroni del linguaggio nostro.

E chiunque vorrà far paragone della nostra edizione con la precedente, scarsa di notizie, e tanto errata nel testo, e pur da tempo esaurita, potrà ben dire che queste Chiose potean, sin ora, considerarsi come inedite. E la lode de’ buoni, e discreti, sarà il massimo guiderdone alla nostra non lieve fatica.

Jarro.

NOTE:

[1] Guerrini e Ricci.

[2] Il codice che contiene la notizia: Jacobe, facias declarationem è il laurenziano XLII, 15.

[3] La storia di Amfiarao è riportata da Stazio nel 7-8 libro.

[4] Il maggior numero de’ codici offre la lezione materiale. Volendola sostenere sarebbe da immaginare ch’egli contrapponga alla forma poetica della sua Divisione e ad altre sue dichiarazioni in versi del Poema le sue Chiose scritte in prosa materiale.

[5] Aggiunge, di solito: favoleggiando; vocabolo che adopera anche per la Bibbia e nel parlar di Elia e di Eliseo.

FAC-SIMILE DEL CODICE BARBERINIANO

SONETTO
di Jacopo di Dante a Guido da Polenta.

Acciò che le bellezze, signor mio,
Che mia sorella nel suo lume porta,
Abbian d’agevolezza alcuna scorta
Più in color in cui porgon disìo,

Questa Divisïon presente invio,
La qual di tal piacer ciascun conforta;
Ma non a quelli c’han la luce morta,
Chè ’l ricordar a lor serìa oblìo.

Però a voi, ch’avete sue fattezze
Per natural prudenza abituate,
Prima la mando che la correggiate,

E s’ella è digna, che la commendiate:
Ch’altri non è che di cotai bellezze
Abbia, sì come voi, vere chiarezze.

Factus fuit per Jacobum filium Dantis et per ipsum missus ad magnificum et sapientem militem Dominum Guidonem de Polenta, anno millesimo trecentesimo vigesimo secundo die primo mensis Aprilis[6].

NOTE:

[6] Così nel Cod. Parig. it. 538 (De Batines, N. 414). Il Trivulziano XVI: «Sonectus iste cum divisione predicta missus fuit per Jacobum filium Dantis Allaghierij ad magnificum et sapientem militem Dominum de Polenta, anno domini MCCCXXIJ, indictione die prima mensis Madij», cf. il Cod. Grumelli di Bergamo: «Questo canto fece il figliuolo di Dante, contiene tutta la materia della Commedia e mandato a Messer Matteo da Polenta», e il Cod. Cavriani, (De Batines, 244).

CODICI

1.—Cod. Laurenziano XL. 10, del 300, scritto a 2 colonne. Contiene in principio il testo del Poema, con la rubrica in rosso: «Inchomincia la chomedia di dante allighieri di firenze, nella quale tratta delle peni (sic) e punimenti de vizij e de meriti et premij de la virtu. Comincia il chanto primo de la prima parte, la quale si chiama inferno; nel quale capitolo fa l’autore proemio a tutta l’opera». Finito il Poema, la sottoscrizione: «Qui finisce la chonmedia di dante alleghieri di fiorenza. Lode e grazie n’abbi iddio.» Segue il Capitolo di Busone da Gubbio, e quindi il «Proemio di achopo figluolo di dante aleghieri sopra la Commedia». (È il noto Capitolo, ossia la Divisione).

Finalmente il Commento: «Libro primo. Chiose di achopo figluolo di dante Allighieri sopra alla chommedia». Terminato il Commento: «Conpiute sono le chiose de l’ynferno di achopo di dante». Per essere discretamente corretto, mi sono servito di questo manoscritto per il testo. In caso di lacune o di lezioni evidentemente erronee abbiamo ricorso ai codici che indichiamo, come pure ad altri manoscritti che recano qualche brano delle nostre Chiose, come, per es., il codice Poggiali 313 e l’Ashburnham. 832.

2.—Il Codice Poggiali Vernon, della fine del 300, che oltre ai Commenti di ser Graziolo, Guido da Pisa, Benvenuto da Imola, racchiude anche le Chiose di Jacopo. Esso servì alla prima stampa del Commento, sebbene scorretto per modo che moltissimi passi rimangono a dirittura privi di senso. L’editore aggiunse, a piè di pagina, le varianti del Laurenziano XL, 10, ma con parecchie inesattezze.

3.—Il frammento Barberiniano-Vaticano XLV, 101 (ant. 1729), di sole 4 carte, aggiunte al Commento latino di Pietro di Dante. È anche esso del 300. Lo pubblicò il Crocioni nel Bullettino della Società filologica romana, N.º IIII, p. 70 e sgg., dove si legge pure il testo del

4.—Frammento di una sola carta, inserito nel cod. Riccardiano 1414, e scoperto dal Morpurgo. Contiene pochi passi dei Capit. XIV e XV. È del 300.

Questi codici sono ben diversi l’uno dall’altro, ciascuno di essi offre lacune che non si riscontrano negli altri. Una certa parentela si nota fra il Laur. XL, 10 e il codice Vernon-Poggiali. Rimane però escluso che l’uno possa esser copiato dall’altro.

PROEMIO
D’Jacopo Figliuolo di Dante Aleghieri
sopra la Commedia

O voi che siete nel verace lume
alquanto illuminati nella mente,
ch’è sommo frutto de l’alto volume,
Perchè vostra natura sia possente
più nel veder l’esser dell’universo,
guardate all’alta commedia presente
Ella il dimostra, e ’l simile e ’l diverso
dell’onesto piacere, il nostro oprare
e la cagione che ’l fa o bianco o perso.
Ma perchè più vi debbia dilettare
della sua intenzione entrar nel senso,
come è divisa in sè vi vo mostrare.
Tutta la qualità del suo immenso
o vero intendimento si divide
prima in tre parti senz’altro dispenso.

La prima viziosa dir provide,
però che prima più ci prende e guida,
e già Enea con Sibilla il vide.
E questa i nove gradi fa partida,
sempre di male in peggio, infino al fondo
dov’el maggior peccato si rannida;
Con propria allegoria formata in tondo,
sempre scendendo e menomando il cerchio,
come conviensi all’ordine del mondo.
Sopra da questi nove per soperchio,
sanza trattare di lor, fa dirisione
di que’ che sono nel mondo sanza merchio.
Poscia nel primo, sanza altra ragione
che d’ordine di fe, mostra dannati
quei ch’ànno la innocente offensione,
E quei che son più dal voler portati
per lor disij che da ragione umana,
son nel secondo per lei giudicati.
Nel terzo quella colpa ci dispiana
con propii segni ch’è del gusto inizio,
da cui ogni misura istà lontana.
E quelle due opposizioni in vizio
nel quarto fa parer per giusto modo,
che rifiutò il buon Roman Fabrizio.
Nel quinto l’altre due che son nel nodo
del mal incontanente, ci fa certi,
con accidioso ed iracondo brodo.
E quei che son dalla malizia esperti
co lor credenze eretiche e fiammace
nel sesto dona lor simili merti.
Seguendo la bestial voglia fallace,
nel settimo la pon, diviso in tree:
la prima violenza in altrui face
E la seconda offende pure a see,
la terza verso Iddio porge dispregio
e Soddoma e usura con essa ee
Nell’ottavo conchiude il gran collegio
della semplice froda, che non taglia
però la carta al fedel privilegio.
E questo in diece parti cerne e vaglia:
ruffiani, lusinghieri e simonia
e chi di far fatture si travaglia,
Barattieri e ipocreta resia,
ladroni e frodolenti consiglieri,
scommetitori di scismatica via,
Con quei che fanno scandal volentieri,
falsator d’ogni cosa in fare e ’n dire,
figurandogli a modo aspri e leggieri,
Nel nono quella froda fa seguire
che rompe fede ed in quattro il diparte:
lo primo chiama Caym a tradire.
Quei che la patria tradiscono o parte,
nel secondo gli mette in Antenora;
e nel terzo chi serve e fa tale arte,
Chiamando Tolomea cotal dimora,
e il quarto Giudecca, che riceve
ciascun che trade chi ’l serve e onora.
Quello il fondo d’ogni vizio greve
de lei, chiamato inferno e figurato;
e qui fo punto per parlar più breve.

Nella seconda parte fa beato,
purgando per salir infino al sito
che fu al nostro antico poco a grato.
Ed à in otto parti ancor sortito
cotal salir in forma d’un bel monte,
ma fuor di loro in cinqu’è dipartito,
Però che cinque cose turba il ponte
over la scala da ire a purgarsi:
cioè diletto, violenza ed onte.
Onde convien di fuor da set[t]e starsi,
con questi infino al termine lor posto
i nigligenti o uffizial trovarsi.
Nel primo ci dimostra esse[r] disposto
prima a purgarsi sotto gravi pesi
quel superbir che ’n noi s’accende tosto.
E propiamente nel secondo à lesi
gl’invidiosi con giusta vendetta,
nel terzo gl’iracondi fa palesi,
Nel quarto ristorar fa con gran fretta
l’amor del bene iscemo, e dentro al quinto
con gran sospiri gli avari saetta.
E l’appetito nostro à si distinto
quel che soperchia dentro al sesto giro,
che ’l vero è quasi da tal forma vinto.
Nell’infiammato settimo martiro
ermafrodito, Sodoma e Gomorra
cantar dimostra il lor aspro disiro.
E poi di sopra, per ch’altri vi corra,
della felicità dimostra segni
a chi la sua scrittura non aborra.
Ma ora, per seguire i suoi contegni
dir mi conviene dell’opera divina,
e voi assottigliate i vostri ingegni.

La terza parte con alta dottrina
in nove parti figurando prende,
simili al ben che da essi declina.
La prima con quella vertù risplende
che con freddezza d’animo a eccellenza,
che carità di spirito s’intende.
E la seconda celestial semenza
al governo del mondo cura e guarda,
secondo il senso de la sua sentenza.
La terza par che in foco d’amore arda
e la quarta risplenda tanta luce
che sapienzia a suo rispetto è tarda.
La quinta che feroce ardire adduce
tanta vertute e forza corporale
che solo il militar prende per duce
D’ogni grandezza e animo reale
La sesta par che al suo parere imprenti
la mente dove sua vertute cale;
E la settima par che si contenti
a castitate in sacerdotal manto;
e ciò dimostran bene suoi argomenti
Diversamente d’ogni abito santo
l’ottava, e d’ogni ben fa esser madre
per la vertù ch’ell’à in sè cotanto;
La nona in sè conchiude come padre
mobile più ciascun moto celeste,
e qui l’enchiude sincere e leggiadre.
Poscia di sopra a tutte quante queste
vede l’essenza del primo fattore,
che l’universa macchina si veste.
I’ lei discerne del nostro colore,
per dimostrar che sola nostra vista
sensibil può vedere il suo amore
Però vedete omai quanto s’aquista
studiando l’alta fantasia profonda
dalla qual Dante fu comico artista.
Vedete ben come il suo dir si fonda
nel bene universal per nostro exemplo,
acciò che i’ noi il mal voler confonda.
Mettete l’affezione a tal contemplo,
non vi smarrite per lo mal cammino
che ci distoglie dall’etterno templo,
Nel quale e’ fu smarrito pellegrino,
finchè dal ciel no gli fu dato aita,
la qual gli venne per voler divino
Nel mezzo del camin di nostra vita.

LIBRO PRIMO


Chiose
d’Jacopo, figliuolo di Dante Alighieri
sopra alla “Commedia”

A ciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo illustre filosofo e poeta Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si possa gustare per coloro in cui il lume naturale alquanto risplende sanza scientifica apprensione, io Iacopo suo figliuolo per maternale prosa dimostrare intendo parte del suo profondo e autentico intendimento, incominciando in prima a quello che ragionevolmente pare che si convegnia, cioè che suo titol sia, e come partito, e la qualità delle parti, procedendo poi ordinatamente la disposizione di lui, secondando il testo. Il cui ordine brievemente così comincio che, secondo quello che ciertamente appare in quattro stili ogni autentico parlare si conchiude, de’ quali: ¶ Il primo tragedia è chiamato, sotto ’l quale, particularmente d’architettoniche magnificenze si tratta, si come Lucano e Virgilio, nell’Eneidos. ¶ Il secondo, commedia, sotto il quale generalmente, e universalmente si tratta di tutte le cose, e quindi il titol del presente volume procede. ¶ Il terzo, satira, sotto il quale si tratta in modo di riprensione, siccome Orazio. ¶ Il quarto, e ultimo, elegia, sotto il quale d’alcuna miseria si tratta, si come Boezio. La cui divisione procedendo in cotale modo permane, che principalmente si divide in tre parti, delle quali la prima figurativamente Inferno si chiama, la seconda Purgatorio, e la terza e l’ultima Paradiso. La prima in nove parti, cioè gradi, si divide, de’ quali il settimo in tre; l’ottavo in diecie e ’l nono in quattro. ¶ Ancor si divide la seconda in sette gradi ordinati, e in due extraordinati, l’uno superiore, e l’altro inferiore si divide. Il quale inferiore in cinque parti ancora è diviso. La terza e l’ultima in due[7] sanz’altra divisione si divide, delle quali generalmente l’allegorica qualità avegniachè per più propio secondo l’ordine del volume recitare si convegna, non di meno quì per questo proemio dichiarerò parte de’ suoi principii per abbreviarmi più nelle seguenti cose, dicendo ch’el principio delle intenzioni del presente autore è di dimostrare di sotto alegorico colore le tre qualitadi dell’umana generazione. ¶ Delle quali la prima considera de’ viziosi mortali, chiamandola Inferno, a dimostrare che ’l mortale vizio opposito alla altezza della vertù siccome suo contrario sia. Onde chiaramente s’intende che il luogo determinato de’ rei è detto Inferno, per lo più basso luogo e rimosso[8] dal cielo. ¶ La seconda considera di quegli che si partono da’ vizi per procedere nelle virtudi, chiamandola Purgatorio, a mostrare la passione dell’animo che si purga nel tempo ch’è mezzo dall’uno operare all’altro. E perchè dal partirsi dalle vertù a l’entrar ne’ vizî spazio non ha di tempo, però no gli si oppone opposita qualità, chè sanza mezzo di tempo è fatto vizioso chi si parte da virtù per procedere ne’ vizij, chè dove non è tempo non è passione. ¶ La terza e l’ultima considera degli uomini perfetti, chiamandola Paradiso, a dimostrare la beatitudine loro, e l’altezza dell’animo congiunto con la felicità, sanza la quale non si discerne il Sommo Bene. E così figurando per le parti sopradette, come conviensi, sua intenzione procede, la quale per più chiarezza simigliantemente mi conviene seguitare, dichiarando, dove bisognia quella parte del libro prendendo per titolo che a ciò si conviene. Nel quale incominciando così procedo:

NOTE:

[7] Il cod. B e il Parigino nove: lezione forse preferibile.

[8] Cod. B remoto.

Comincia il Primo Capitolo

Nel mezzo del camin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva iscura
Chè la diritta via era ismarrita

IN questo cominciamento del libro, siccome proemio, significa l’autore la quantità del tempo suo nel quale egli era quando il lume della verità gli cominciò prima a raggiare nella mente, avendo infino allora dormito col sonno della notte continua, cioè nell’oscurità della ignoranza, mostrando che fosse nel mezzo del camin di nostra vita; per lo quale si considera il vivere di trentatre, o vero di trentaquattro anni, secondo quello che del più e del meno e del comunale appare e simigliantemente quel c’appare del vivere[9] e del morire di Cristo, il quale, per essere perfetto in tutte sue operazioni il mezzo comprese. Nel quale essendo s’avide ch’egli era in una oscura selva, dove la dritta via era smarrita. Per la quale, figurativamente, si considera la molta gente che nella oscurità dell’ignoranza permane, con la quale è impossibile di procedere per la via dell’umana felicità, chiamandola selva, a dimostrare che differenza non sia da loro sensibile e razional suggietto al vegetabile solo. Onde propriamente di cotal gente selva d’uomini si può dire come selva di vegetabili piante.

Tanta e amara che poco è più morte
Ma per trattar del ben ch’io vi trovai
Dirò dell’altre cose ch’io v’ho scorte.

❡ Per questo bene di che egli trattare intende il dichiarare al mondo la passione de’ rei e la gloria de’ buoni si considera, la qualità loro secondando per dare correzione e lode a chi n’è degnio.

Io non so ben ridir com’io v’entrai,
Tant’era pien di sonno in su quel punto
Che la verace via abbandonai.

❡ Naturalmente a ciascuno è gnoto della detta selva l’entrata per lo principio puerile, nel quale si dorme l’affetto di ciascuna inpressione.

Ma quando fu’ a pie’ d’un colle giunto,
Là dove terminava quella valle,
Che m’avea di paura il cor conpunto.

❡ Essendosi raveduto dell’essere istato nella bassezza della detta ignoranza, la quale figurativamente quì valle si chiama, l’animo suo al pie’ d’un colle incontanente pervenne, per lo quale l’altezza dell’umana felicità si considera, la quale coll’intelletto de’ raggi del sole coperta la vide, cioè della chiarezza dell’intellettuale verità, con la quale dirittamente si guida chi co’ lei si rimira.

Allor fu la paura un poco queta
Che nel lago del cor m’era durata
La notte ch’io passai con tanta pieta.

❡ Ritrovandosi nel cominciamento di cotanto bene, la paura della notte ch’avea passato, cioè del tempo in che nella ignoranza era stato, alquanto gli fu sollevata per la speranza che già nell’intelletto la sopradetta chiarezza gli dava.

Così l’animo mio, ch’ancor fuggiva
Si volse in dietro a rimirar lo passo
Che no lasciò già mai anima viva.[10]

❡ Per questo passo, al quale egli qui si rivolse la sopra detta viziosa e ignorante vita, figurativamente si considera, la qual non lascia aver vita d’alcuna vertuosa fama dietro a la morte, a chi di lei fia impresa.

Ecco quasi al cominciar dell’erta
Una lonza legier e presta molto
Che di pel maculata era coperta.

❡ Cominciando coll’animo a salire su pe la detta altezza, mostra che tre bestie gli si parassero dinanzi per isturbarlo, per le quali figurativamente si conprendono i principali tre vizii più contrarii a bene operare dell’animo, de’ quali il primo è lussuria, formandola in lonza, però che come lei è macchiata di molti e diversi colori, sì come di molti e diversi piaceri e di simigliante umidità e superflua caldezza disposta. ¶ Il secondo superbia in forma di leone figurata, la cui significazione apertamente si vede. ¶ Il terzo avarizia, formata in lupa, a significazione di sua bramosa e infinita voglia, sì come per lei tra gli altri animali di ciò golosamente sembianza vede e di ciascuna mostrando a cotale salire come grande è l’offesa.

Tempo era del principio del mattino
E ’l sol montava su con quelle stelle
Ch’eran co lui, quando l’amor divino
Mosse di prima quelle cose belle.

❡ Essendo occupato nell’animo da’ sopradetti vizii alcuna cagione di speranza, l’ora del tempo gli dava e la dolce stagione e della fiera la gaetta[11] pelle, immaginando che la chiarezza del felice lume gli avea incominciato a raggiare nella mente nel principio del dì sì come in principio di luce e fine d’oscurità, essendo il sole in compagnia colle stelle dell’ariete, con le quali, secondo la divina scrittura era acconpagnato, quando in prima ebber moto, però che si vedeva con l’universo in uno medesimo tempo accordante: Per lo quale si segue che fosse di primavera ne’ dì del suo mezzo Marzo. E simigliantemente, immaginando alla vaghezza della gaetta pelle, pensando che la naturale par che conceda, che dove più è valore più cotal fuoco s’accenda, avegna che ciò non si debba accettare se non come vizio.

Mentre ch’io ruinava in basso loco
Dinanzi agli occhi mi si fu offerto
Chi per lungo silenzio parea fioco

❡ Ritornando con l’animo nell’usato luogo, cioè nell’ignoranza per la forza de’ detti tre vizi, l’effetto dell’umana ragione dinanzi agli occhi della mente gli apparve, dal quale è compreso indizio e forza di procedere per la via dell’umana felicità; il quale effetto, figurativamente, nel detto luogo ingnorante, in forma di colui che più nella ragione umana poetando si stese, compone cioè di Vergilio, dal quale per tutto il cammino che a lei s’appartiene figurativamente sì come da essa, per questo libro prende sua guida.

Molti son gli animali a cui s’ammoglia,
E più saranno ancor in fin ch’el veltro
Verrà che la farà morir con doglia[12]

❡ Con ciò sia cosa che, per volere di Dio, ciascuno animale da’ corpi celestiali, cioè dalle stelle, abito[13] e forma comprenda; però il loro effetto così qui è da entrare che, secondo quello che visibilmente appare, la presente umana età più della cupidità dell’avarizia che d’altra impressione aver mostra e questo è quello che nelle presenti parole se tocca, diciendo che pur crescier debbia infin che suo corso trascorra e poi venir meno ragionevolmente sì come ella comincia per la continua e velocissima variazione delle stelle. ¶ Per la quale definizione, che figurativamente qui veltro si chiama, la seguente impressione di lei si considera, la quale esser conviene virtudiosa, perchè dala presente ciascun vizio dipende, chiamandola veltro per contrario della presente, ch’è lupa. La cui nazione serra tra feltro e feltro, considerando cioè tra cielo e cielo. Ver è che per certi diversa intenzione sopra ciò si contiene, dicendo che ’l detto veltro debbia essere alcuno virtudioso che per suo valore da cotal vizio rimova la gente approvando ch’altro che di gentil nazione non possa essere. ¶ Onde per abbattere cotale opinione, cioè che così di vile come di gentile non possa essere, qui per contrario solamente tra feltro e feltro così si consente, si come tra vile e vile, però ch’è drapo di vile condizione, avegnia che la intenzione del presente autore a questa ultima però non consente.

NOTE:

[9] Dalla parola che alla parola vivere togliamo dal codice B.

[10] Il cod. B legge persona.

[11] Il cod. L gaeta, il cod. B gaecta.

[12] Il cod. B legge invece di con, di doglia.

[13] Il cod. B animo.

Comincia il II Capitolo

Lo giorno se n’andava, e l’aire bruno
Toglieva gli animai che sono in terra
Dalle fatiche loro e io sol uno

ESSENDOSI esaminato e provveduto con la ragione umana, cioè con Virgilio, qui in questo principio del secondo capitolo si fa cominciamento d’entrare nella sopradetta qualità prima degli uomini, cioè nell’inferno, significando che fosse nella fine del dì, e nel cominciamento dela notte, a figurare la scurità dell’ignoranza, la quale prima ragionevolmente gli conviene mostrare, però che prima e più all’umana generazione è accostante.

Tu dici che di Silvio il parente
Corrutibile ancora ad immortale
Secolo andò e fu sensibilmente

❡ Temendosi di non potere fornire quel che già cominciato era nell’animo suo con Virgilio di quel che tratta nell’Eneide del padre di Silvio, cioè di Enea, si ragiona non vogliendo simigliante operazione agguagliare a lui, si come dell’andata che figurativamente con Sibilla per lui all’inferno si fece, pensando all’effetto del suo gran processo, si come principio e padre di Roma, nel quale la Chiesa e l’Imperio inizio fece, e simigliantemente al vas d’eletione, cioè a san Paolo, il qual poi per cotal modo, figurativamente per l’inferno si mise per dar conforto e correzione alla cristiana fedel gente. Onde a così grande due cagioni considerando, la sua imposibile quasi gli pare.

Io son Beatrice che ti faccio andare
Vegnio del luogo ove tornar desìo
Amor mi mosse che mi fa parlare

❡ Per conforto della detta temenza qui per Virgilio la cagion che lui mosse si conta, di Beatrice dicendo la qual per tutto questo libro la divina scrittura s’intende, si come perfetta e beata.

Donna è gentil nel ciel che si compiange
Di questo impedimento ov’io ti mando
Si che duro giudicio lassù frange

❡ Figurativamente per questa gentil donna la profonda mente della deità si considera, della quale ogni essere procede; per lo quale suo rotto giudicio che qui si ragiona, il trarre l’abito mortale dell’ignorante giudicio per farlo de vertù grazioso s’intende, chiamando cotale grazia Lucia si come grazia di dio, la quale per suo volere si move al soccorso di ciascuno che dall’ignoranza si parte.

Lucia nimica di ciascun crudele
Si mosse e venne al luogo dov’io era
Che ivi sedea con l’antica Rachele.

❡ Si come nella Bibbia si contien Jacob pare che due sirocchie insieme per sue mogli avesse, cioè Lia e Rachele, per la cui continenza figurate sono alla vita attiva e alla contemplativa; delle quali per la contemplativa la seconda, cioè Rachele si considera. Onde per la contemplatione della teologia, cioè della divina scrittura, allato di lei, si come simile permanendo si pone.

Non odi tu la pietà del suo pianto,
Non vedi tu la morte ch’el combatte
Sulla fiumana onde il mar non à vanto

❡ Per questa fiumana la viziosa e ignorante operazione del mondo s’intende, la quale Acheronte si chiama, cioè sanza allegrezza interpetrata, si come principale fiume de’ quattro infernali che nelle infrascritte chiose si contano.

E venni a te così com’ella volse;
Dinanzi a quella fiera ti levai
Che del bel monte il corto andar ti tolse

❡ Qui si consideri che non sia possibile a salire all’umana felicità a niuno, cosi l’effetto de’ vizi, come delle virtudi ignorante, avendo solamente alcuno indizio di virtù; però che tanto di sopra detti vizi è l’amara dolcezza, e specialmente dell’avarizia che di ciò lo sturba, onde sanza operarlo ciascun vizio come le virtudi conoscere si dee. Per la quale cosa, figurativamente, il presente autore a dimostrare le virtudi e’ vizii s’induce, per dare al mondo correzione ed esempio.

Comincia il III Capitolo

Per me si va nella città dolente,
Per me si va nell’eterno dolore,
Per me si va tra la perduta gente

IN questo cominciamento del capitolo il prencipio dell’entrare ne’ vizi si significa, trovandosi sanza serrame una porta, sopra la quale le proposte parole si contengono. Per la quale la vaghezza puerile, più tosto disposta sanza serrame alla viziosa dolcezza che alla chiarezza delle virtudi si considera. Ma più propio parlando il cominciamento d’ogni vizioso operare della gente significa, nel quale conservandosi ogni speranza di vedere il sommo bene, cioè Iddio, lasciar si conviene, chiamandosi cotale essere città dolente per propietà de’ suoi posseditori; la quale dolore eterno si può dire si come opposito del paradiso ch’è vita eterna. ¶ E perchè la natura del mondo, cioè Iddio perfine di vedere lui all’umana generazione ha dato, però è perduta la presente qualità del suo essere chiama, si come nemica e fallace del proposito del suo circustante fattore.

Ed egli a me: questo misero modo
Tegniono le anime triste di coloro
Che visser sanza fama e sanza lodo

❡ In tre qualitadi convien di necessità essere disposta e divisa l’umana generazione, l’una ad essere buona e l’altra rea, e la terza a non esser buona ne rea. Tra le quali questa ultima, si come nemica delle virtù e de’ vizij dentro alla detta porta e fuori delle nove parti cioè gradi nell’inferno sortiti, si pone con numero e quantità infinita per dimostrare che l’altre due nel mondo di numero vinca e ch’ella da mosconi e da vespe e da simiglianti animali sia trafitta, a dimostrare i suoi vilissimi e piccioli intendimenti, i quali finalmente di vilissimi effetti siccome vermini poi sono ricolti. E ch’ella dietro a certa insegna velocissima corra a dimostrare la miseria comune di lei che la guida, però che niun di lei particolarmente a tanto cuore che sopra agli altri s’inducesse, sarebbe. E così questa innumerabile qualità figurativamente per se sola si pone.

Poscia ch’io n’ebbi alcun riconosciuto
Vidi e conobbi l’ombra di colui
Che fecie per viltà il gran rifiuto

Per più conoscenza qui d’alcuno della presente qualità si ragiona, il quale essendo papa di Roma, e nominato Cilestrino, per viltà di cuore temendo altrui rifiutò il grande ufficio apostolico di Roma.

Ed ecco verso noi venir per nave
Un vecchio bianco per antico pelo
Gridando: guai a voi, anime prave

❡ Veduta la detta qualità de’ miseri, nella prima de’ viziosi mortali qui si procede, mostrandosi che prima si giugniesse ad un gran fiume al primo infernal grado circustante, sopra ’l quale con grandissimo affetto di passare fossero innumerabili anime, e come per uno vecchio tutte eran passate. Sopra la quale allegoria, ora cominciando sottilmente, ora è da considerare, e in prima che la essenza di tutta la qualità rea figurativamente in forma d’una ritonda fossa in su l’ambito della terrestre spera, immaginata si pone ampia di sopra per circonferenza di.... miglia e appuntata di sotto; la quale punta, il centro dell’universo in sè ritenga, compartendola in nove parti, cioè gradi, l’uno sotto l’altro circostantemente degradando sì come nove qualità di peccati, le quali secondo la lor gravezza e più e meno lontani dal cielo, cioè dal sommo bene, ordinatamente sortisce. La cui allegoria nelle parti, cioè nelle chiose di ciascuno, ordinatamente si dimostreranno. E cominciando principalmente a questo primo, così di lui per principale cosa[14] posto si considera, la quale si come men grave, la innocente puerile, e di coloro che virtudiosamente vivettero innanzi alla cristiana fede sintende. La cui figurata pena solamente di non avere isperanza di vedere Iddio si concede, a dimostrare la loro non colpevole colpa fuor dell’accesso fedele, per cui cotale speranza si taglia, chiamandosi linbo, si come superna stremità di tutto l’inferno. Il cui detto circostante fiume, nominato Acheronte, il cominciamento e ’l passo delle viziose operazioni s’intende, simigliantemente il vecchio che sopra lui le passa, nominato Carone, all’affetto che nella presente amara dolcezza gli induce e si figura, il quale così per loro affettuosamente si mostra, a dimostrare negli uomini il pronto e acceso desìo di pervenire alla sopradetta amara dolcezza dei vizij.

NOTE:

[14] Il cod. B copia: colpa?

Comincia il IV Capitolo

Ruppemi l’alto sonno nella testa
Un grande tuono sì ch’io mi riscossi
Come persona che per forza è desta

ESSENDOSI dentro al detto fiume passato, qui in questo capitolo la detta qualità del presente primo grado si dimostra, ecome per cominciamento il trono di tutti i peccati nella memoria sonnolente, non usa a somigliante esercizio, gli percosse.

Dimmi, maestro mio, dimmi signore,
Comincia’ io, per volere esser certo
Di quella fede che vince ogni errore

❡ Per fare alcuno ricordamento sopra la fede nella resurrezione di Cristo in cotal modo di ciò qui si risponde, contando coloro che della presente eterna dannazione per suo vittorioso piacere furono estratti.

Venimmo al piè d’un nobile castello,
Sette volte cerchiato d’alte mura,
Difeso intorno d’un bel fiumicello

❡ Con ciò sia cosa che nel presente primo grado ciascuno altro ch’è da sè innocente si conceda di molti filosofi e uomini di bontade famosi qui per esempio si fa menzione, a’ quali figurativamente alcuno lume è dato a dimostrare la chiarezza della scienza e della bontà, la quale con tutto che sieno dannati col piacer di Dio e del mondo gli alluma, figurandogli in sito verde a dimostrare il viver di lor fama, essendo morti. E un nobile e forte castello di sette mura cerchiato, un fiumiciello per lo quale la filosofica e poetica scienza figurativamente s’intende; della quale e’ si vestiro. Di cui le sette mura le sette liberali arti significano, le quali di necessità essere convengono circostante al filosofico e poetico intelletto. La cui circostante difesa il detto fiumiciello si contiene; per lo quale l’operare delle mondane e viziose dilettazioni si considera, le quali del non entrare nel presente castello sono cagione.

Io vidi Elettra con molti compagni
Tra quai conobbi Ettore ed Enea
Cesare armato cogli occhi grifagni

❡ Veduto ed esaminato l’essere del presente castello di molti suoi abitanti, per esempio del mondo, nominandogli qui si ragiona, incominciandosi in prima a coloro che la bontà sanza scienza seguirono, e specialmente al suo più antico principio, il quale fu Elettra figliuola del re Atlante d’Africa, e moglie del re Dardano, il qual fu principio di re e della casa di Troia, seguitando negli altri ordinatamente, come nel presente testo si contiene. ¶ Ettore fu figliuolo de’ re Priamo di Troia, il quale finalmente da Achille nell’esercito de’ greci a Troia combattendo, fu morto. ¶ Enea fu figliuolo d’Anchise della casa di Troia e antico principe di Roma, come nelle sue storie per Virgilio si conta. ¶ Cesare fu romano, vocato Giulio, e primo imperadore di Roma. ¶ Cammilla fu una vergine di Tiria, la quale gran tempo signoreggiando, Italia resse, e finalmente morta conbattendo colla gente d’Enea nelle contrade di Puglia. ¶ Pantaselea fu donna e reina del regno femminoro, la quale essendo con grande cavaleria di donne in aiuto de’ troiani, venuta da’ greci finalmente fu morta. ¶ Il re Latino fu re d’Alba e di Puglia e padre di Lavinia, la qual fu terza moglie d’Enea. ¶ Bruto fu romano e padre di Lucrezia, per la quale essendo da Sesto figliuolo di Tarquino re di Roma carnalmente sforzata, da lui, cioè da Bruto, il detto Tarquino col figliuolo, col volere del popolo di Roma di fuori, a furore fu cacciato. ¶ Giulia fu figliuola di Cesare e prima moglie di Pompeo romano. ¶ Marzia fu di Roma e moglie di Catone, dal quale per sua vechiezza vivendo ad Ortenso romano per moglie la diede. ¶ Cornelia fu figliuola di ..... di Roma e seconda moglie di Pompeo. ¶ Saladino fu ..... e soldano di Babilonia, il quale, e i quali sopradetti uomini e donne, come di sopra si conta, di molta bontà ebber grazia, dietro a’ quali procedendo e più la vista inalzando, cioè a più perfetti iscienziati intelletti, il maestro di coloro che sanno, cioè Aristotile, nel più degno luogo si vede, dinanzi al quale molti altri filosofi secondo la loro facoltà propinqui gli stanno, la cui notizia assai chiara qui nel testo procede.

Comincia il V Capitolo

Così discesi del cerchio primaio
Giù nel secondo che men luogo cinghia
E tanto più dolor[e] che punge a guaio

DIMOSTRATA la qualità del primo grado infernale, in quella del secondo qui si procede, la quale di coloro in cui la ragione umana all’abituato talento della lussuria è sottomessa, si considera; la cui essenza nella seguente chiosa, figurativamente, si contiene, seguitandosi qui nella disposizion di Minos, il qual, per motore nel presente grado e giudicatore degli altri si pone. La cui figurata allegoria in cotal modo permane che si come in ciascuno uomo naturalmente delle sue mali operazioni è coscienza contradicente giudicandosi sè stesso propiamente e più e meno lontano del sommo bene, cioè da Dio, secondo la colpa commessa, così qui il detto Minos giudicatore delle colpe in lei si figura, giudicando e approvando con certa sua coda, a dimostrare, che solamente con la fine di ciascuno sia più propio il giudizio, si come negli animali e nell’altre cose ella generalmente è fine. E perchè di sè medesimo più che di niun’altro e più propio il giudizio, però cotale coscienza, nominata Minos, figurativamente in questo secondo grado principalmente si pone. La quale, nel sopra detto grado non si concede, perchè non è di qualità di colpa commessa; e col sopra detto nome chiamandola, a similitudine d’alcun Re di Creta, nominato Minos, il quale anticamente fu di tanto giusto giudizio abituato, che per ciascun pagano si credea che nello inferno finalmente giudicator divenisse.

Io venni il luogo d’ogni luce muto
Che mugghia come fa mar per tempesta
Se da contrari venti è combattuto

❡ Si come l’effetto di ciascun peccato degniamente è pena dell’operante, così qui in questa seconda qualità e nell’altre simigliante l’effetto delle fatte operazioni si concede: la pena in questo cotale figurativamente si sostiene, che alcuna fortuna di vento, percotendosi insieme sanza alcuno riposo, gli porti. Per la quale si considera la veloce voglia di coloro in cui, ardendo la lussuria vince, i quali da desiderosi piaceri di lor voglie sanza posa niuna d’uno in altro, e là e qua sono guidati; tra’ quali d’alquanti antichi e moderni per esempio degli altri, nelle seguenti chiose procedendo si conta.

La prima di color di cui novelle
Tu vuo’ saper, mi disse, quelli allotta
Fu inperadrice di molte favelle

❡ Semiramis fu moglie del re Nino, la quale, dietro alla morte di lui, gran tempo in paesi d’Asia e d’Africa con sì grande abito di lussuria resse, che per legge cotale volontà appagare a ciascuno lecito fece vogliendo di sè medesima cotale biasimo torre.

L’altr’è colei che s’uccise amorosa
E ruppe fede al cener di Sicheo,
L’altr’è Cleopatras lussuriosa.

❡ Questa che amorosa sè uccise fu Didone moglie de’ re Sicheo di Cartagine, la quale, dietro alla morte di lui sopra il suo cenere di non accompagnarsi con altro uomo, secondo l’usanza, promise. Per la cui caldezza di lussuria, finalmente ad Enea troiano, essendo arrivato alla detta terra, carnalmente per moglie si diede. Ond’ei partito per venire in Italia, ed ella aspettandolo, per dolore del suo non tornare, sè stessa ucise. ¶ Cleopatras fu moglie del re Tolomeo d’Egitto, amica di Cesare, poi che della prigione del fratello liberata, lo trasse, essendo morto Pompeo. E poi fu moglie d’alcuno nipote di Cesare nominato Marcantonio, il quale essendo dallo imperadore Ottaviano cacciato per mare, finalmente fu morto. Per lo quale dolore ella simigliantemente fuggiendo, due velenosi serpenti al petto si pose, da’ quali così la morte innamorata prese.

Elena vidi per cui tanto reo
Tempo si volse e vidi il grande Achille
Che con amore alfine combatteo

❡ Elena fu moglie de’ re Menelao di Grecia, la quale fu tolta per Paris figliuolo del re Priamo di Troia, per cui finalmente la detta terra per li Greci deserta rimase. ¶ Achille fu figliuolo de’ re Peleo d’Atilia, detta Civita di Creti, il quale, essendo a Troia nell’oste de’ Greci con certi compagni per fare alcuna pace della morte d’Ettore, da quei dentro fu falsamente fidato, dovendo torre Polisena figliuola de’ re Priamo, di cui egli era vago, per moglie, e dare Andromaca, cioè la moglie ch’era stata d’Ettore, a Pirro suo figliuolo. Nel quale trattamento in alcun tempio di Troia, essendo per vendetta d’Ettore da’ fratelli a tradimento fu morto. ¶ Paris fu figliuolo del detto re Priamo, il quale tolse e fece le sopradette cose. ¶ Tristano fu figliuolo de’ re Meliadusse di Logres, e finalmente morto da re Marco suo zio per cagione della bionda e bellissima Isotta, come nel leggere della Tavola Rotonda si conta.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
E cominciai: Francesca, i tuoi martiri
A lagrimar mi fanno tristo e pio

❡ Essendosi degli antichi infino a qui ragionato, di due modernamente si segue, de’ quali l’un fu una donna nominata monna Francesca figliuola di messer Guido da Polenta, cioè Guido vecchio da Polenta di Romagna, e della città di Ravenna, e l’altro Paolo d’i Malatesti da Rimini, la quale essendo del fratello del detto Paulo moglie, il quale ebbe nome Gianni Isciancato, carnalmente con lei usando, cioè col detto suo cognato, alcuna volta insieme, dal marito fur morti.

Comincia il VI Capitolo

Al tornar della mente che si chiuse
Dinanzi alla pietà d’i due cogniati
Che di tristizia tutto mi confuse

IN questo sesto capitolo, seguentemente, la qualità del terzo grado si dimostra, la quale di coloro si considera che nell’appetito della gola sanza alcun freno si producono; la cui essenza figurativamente cotal si consente che a lei gragniuola acqua tinta e neve continuamente piova, appuzzando il sito, che ciò figurativamente riceve, e che per un demonio con tre gole crudelmente sia vietata. Per la quale piova figurativamente si considerano gl’infermi accidenti di superflui umori che nelle carni de’ detti golosi continuo piovono sì come malattie di fianchi e di gotte e di podragre e di simiglianti effetti. ¶ E simigliantemente per lo detto demonio l’appetito della gola si considera che in ciò gl’induce. Il quale con tre gole, figurativamente, è formato, si come per tre modi cotale appetito per lor si possiede. De’ quali l’uno è di quantità, l’altro è di qualità, e il terzo di quanto continuo: il quale di quantità comunalmente d’ogni cibo assai si disidera gustare. Il quale di qualità, particularmente di cose elette, non curandosi di quantità è ’l terzo cioè il quarto, continuo in due modi diviso si contiene, cioè il quanto continuo e il quanto discreto. Il quanto continuo è continuo esser goloso, il quanto discreto è alquanto goloso e alquanto non essere. Il qual demonio, si come motore del grado presente, Cerbero figurativamente si chiama a derivazione d’alcuno così nominato, che più in cotal vizio si resse, secondo che per Ovidio o per gli altri poeti si conta. Tra’ quali golosi d’alcuno nelle seguente chiose per notizia degli altri nominando si conta.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco
Per la dannosa colpa della gola
Come tu vedi alla pioggia mi fiacco

❡ Per dar notizia d’alcuno della presente qualità qui d’alcuno fiorentino nominato Ciacco si fa menzione, il quale nel presente vizio fu molto corrotto, e perchè della memoria in nuove fantasie fu sottile predicendo le cose future, per qui però lui significando di Firenze così si predice come nel presente testo apertamente s’intende[15].

NOTE:

[15] V. P. aggiunge: Cierbiro, cioè divoratore di carne.

Comincia il VII Capitolo

Pape satan pape satan Aleppe
Cominciò Pluto colla boce chioccia
E quel savio gentil che tutto seppe.

PROCEDENDOSI, la gravezza delle viziose colpe in questo capitolo, quella del quarto grado, cioè dell’avarizia e della prodigalità, si dimostra. La quale, figurativamente, in volgere certi pesi colla forza del petto si pone riscontrandosi insieme a due punti del cerchiato sito e rimproverandosi l’uno coll’altro l’effetto di loro opposite colpe. Sopra la quale Pluto demonio per motore si contiene. La cui allegoria in cotal modo permane. ¶ Che, con cio sia cosa che di ciascuna operazione il mezzo, virtù si consideri, di ragione le stremità sue, cioè il troppo e ’l poco deon essere vizij, però del temporale spendio le sue, cioè avarizia e prodigalità, qui contrarie egualmente sono messe. Per lo quale sopra detto affaticare del volgere i pesi l’infinito affaticare dell’animo, così ne’ ritenere come nello scialacquare si significa. Per la cui contrarietade figurativamente qui nelle due stremità del diviso cierchio contrariamente si scontrano, rinproverandosi, contrarie, si come nemiche, delle quali per lo sopra detto motore il male volere che l’operazione a simigliante effetto produce si considera, sopra le cui proposte parole cotal dispositione si ritegna. ¶ In prima che pape è avverbio ammirativo, Satan nome propio d’alcun diavolo, cioè d’alcun male volere; Alep in lingua ebrea e in latina A, e altri dissero alpha, però si come principio della scrittura, la quale in sè tutto contiene figurativamente qui si dice Alep, cioè Iddio, si come principio di tutto l’universo, maravigliandosi dell’essere del presente autore.

Come fa l’onda là sopra Cariddi
Che si frange con quella in cui s’intoppa
Così convien che qui la gende riddi

❡ Per comparazione della presente qualità, qui del contrario percuotere delle marine onde, che nella riviera di Calavra a rimpetto l’isola di Cicilia tra certi scogli si fa, che si chiama Cariddi, si ragiona, il quale per lo ritenere del crescere e del discrescere della marina che fa la detta isola dal levante al ponente addiviene.

Maestro, diss’io lui, or mi di’ anche:
Questa fortuna, di che tu mi tocche,
Che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?

❡ Perchè dalle cose tenporali l’avarizia e la prodigalità si derivano però qui di ragionare accade di quella divina voglia, che, dando e togliendo a cui le piace, il distribuisce. Sopra la quale naturalmente così si consideri che, si come la divina mente prende ministra e guida nella sua qualità ciascun cielo si come da Angeli ed Arcangeli e da’ Principati e dagli altri seguenti, così alle qualitadi Inferiori da lei simigliantemente son date, tra le quali quella de’ beni temporali fortuna si chiama, la qual dà e toglie il suo reggimento a cui le piace, contra la quale il senno umano riparando non è possente. E perchè continuamente l’umana generazione nascendo si rinnovella però di necessità conviene che suo dominio d’uno in altro tramuti. La cui voglia subita e occulta come serpente tra erba permane, onde sanza ragione di lei s’abiasima a cui togli però che già da lei dalla sua grazia assentita, la qual di necessità, come detto di sopra, d’uno in altro distribuita si segue.

Or discendiamo omai a maggior pieta
Già ogni stella cade che saliva
Quando mi mossi e il troppo star si vieta

❡ Qui l’ora del tempo così significa, vogliendosi nel quinto infernal grado discendere, dicendo ch’ogni stella cadeva, nel cominciamento della sera di loro intrata saliva, per la quale si segue che già la mezzanotte corresse, però che ogni stella s’intende salire dall’orientale orizzonte al meridionale cerchio e poi discendere infino all’occidentale orizzonte. ¶ Nel quale quinto grado scendendosi, alcuna fontana con acqua turbata e bogliente si trova, la quale il cominciamento della seguente colpa significa, e del secondo fiume infernale che Stige si chiama, cioè tristizia. Il quale, figurativamente, per lo quinto presente grado s’impadula, nel quale propiamente la colpa dell’iracundia e dell’accidia si conserva, mostrandosi di ciascuna per suo segno la propietade, si come degli iracondi la bogliente e palese rabbia, e delli accidiosi la occulta e tinta irata voglia; delle quali per più notizia si come delle stremità di temperanza nella dimostrazione del nascimento dell’ira così si procede, che, secondo la speculativa e natural verità, ira e desiderio di vendetta d’alcuna ricevuta ingiuria, nascendo d’un vizio, che arroganza si chiama, il cui suggetto è reputarsi d’essere migliore e più possente che l’essere non porta, della quale due dispetti iracundi finalmente nascono de’ quali l’uno è semplice, e l’altro contumelioso. Il semplice, vedendo alcuno immaginarsi d’esser tenuto da lui vile o cattivo non essendovi la cagione del dovere e il contumelioso essere ingiuriato da alcuno in sua presenza personalmente, ovvero per parole rapportate da lui, per la quale arroganza l’altezza della torre del presente grado si considera, e i detti due dispetti le fiammelle che appresso, figurativamente, si pongono, come nel seguente capitolo si conta.

Comincia lo VIII Capitolo

Io dico, seguitando, che assai prima
Che noi fussimo al piè dell’alta torre
Gli occhi nostri n’andâr suso alla cima

SEGUITANDOSI la qualità del presente quinto grado, in questo principio del canto l’altezza dell’arroganza figurativamente si mostri e le fiammelle de’ suoi ardenti dispetti, e come per un demonio si governa e ministra il presente iracundio ed accidioso pantano, per lo quale figurativamente s’intende l’abito e ’l volere iracundo ed accidioso, il quale alla vendetta dei suoi dispetti velocissimo corre, chiamando Flegias per similitudine d’alcuno così nominato, in cui cotali vizij più che in altrui compresi furono e abituati secondo quello che per ..... si conta; la qual digressione qui ed altrove per troppa materia non si consente. Fra’ quali accidiosi e iracundi operanti, d’alcuno nelle seguenti chiose per esempio degli altri si conta.

Tutti gridavano: a Filippo Argenti
Al fiorentino spirito bizzarro
In sè medesimo si mordea co’ denti

❡ Perchè di ciascuna qualità per più certezza la similitudine bisogna, però in questa e nell’altre d’alcuna si fa minzione, nelle quale qui un cavaliero fiorentino, nominato Messer Filippo Argenti degli Adimari si trova, il quale iracundissimamente vivendo si resse.

Lo buon maestro disse: Omai figliuolo
S’appressa la città ch’ha nome Dite
Con gravi cittadini e ’l grande stuolo

❡ Si come per Aristotile nell’Etica si contiene, in tre disposizioni la infernal qualità è partita, delle quali la prima incontinenza si chiama, la seconda malizia, e la terza bestialità. Per la incontinenza le quattro sopradette colpe s’intendono, dalle quali è possibile partirsi, onde così apertamente figurate in questo inferno in prima si contengono. Ma perchè dalla malizia e dalla bestialità è impossibile il partirsi, però figurativamente il cerchio di lor sito Murato di ferro si mostra, a figurare la fermezza continua dell’animo loro, chiamandola città di Dite, cioè città di peccato interpetrata nelle quale più contrarie alla natura le colpe digradando procedono che nelle sopradette incontinenti, dalle quali partendosi qui in lei si procede.

Chiuser le porte que’ nostri aversari
Nel petto al buon segnor che fuor rimase
E rivolsesi a me con passi rari

❡ Qui la chiusa voglia de’ maliziosi principalmente si dimostra, a ciò che di loro non si palesino li orribili peccati ne’ quali per sè sola la ragione umana per notizia non puote entrare sanza la sperienza dell’animo, si come nel seguente capitolo si conta.

Comincia il IX Capitolo

Quel color che viltà nel cor[16] mi pinse,
Vedendo il duca mio tornare in volta
Più tosto dentro il suo novo ristrinse

ASPETTANDOSI d’entrare nella presente città in questo cominciamento del capitolo con temenza sopra le dette parole, così si ragiona, immaginandosi che tali colpe si fosser lasciate cercare, procedendo che in dietro tornando in loro si come vizioso finalmente il terrebbero.

Ver è ch’altra fiata qua giu fui
Congiurato da quella Ericon cruda
Che richiamava l’ombra[17] a’ corpi suoi

❡ Eripthon fu una donna vecchissima femmina delle parti ....., di cui anticamente a’ corpi morti per suo congiuramento tornare si credeva, la quale da Virgilio, alcuna volta, favoleggiando così pare che toccasse.

Dove in un punto furon dritte ratto
Tre furïe infernal di sangue tinte
Che membra femminine aveano e atto

❡ Per queste tre furie, secondo i poeti, ira cupidità e voloptà in vizioso modo usate si considerano, si come ira in offensione, la quale usare si dee in familiaria correzione. ¶ Cupidità in avarizia la quale usare in necessario procuramento de’ bisogni si dee, e voloptà in lussuria la quale a fine di procreazione di figliuoli legittimamente si dee usare. Per le quali l’animo umano in ciò disposto in furia e in percussione permane, onde così figurativamente sono disposte qui per principio e chiamate, e secondo i pagani in forma di tre femmine co’ capegli serpentini, così s’appellano cioè, ira cupidità e voloptà nel sopradetto modo usate. Ma, secondo quello che nel presente libro si contiene, prendendo il soggetto delle dette parole, così è da considerare, che si come ciascuna qualità corporale e operazione, secondo i pagani, à per suo motore alcuna Idea, così le scellerate maliziose e bestiali operazioni hanno tre idee cioè Aletto, Tesifoni e Megera, per le cui interpetrazioni chiaramente s’intendono le tre qualità da cui generalmente ciascuno male si muove, cioè mal pensamento, dischiesto[18] parlare e malvagia e furibonda operazione delle quali Aletto [im]pausabile[19] cioè mal pensamento interpetrato s’intende. Thesifo dischiesto parlare e Megera iniqua e furibonda operazione. Le quali figurativamente sopra l’entrata della presente città si concedono, a significare il pianto e la difesa loro contra la correzione, e la propietà simigliante che nell’abito degli eretici si contiene, le quali, sì come per diverse immaginative e pensieri si conserveno, così figurativamente cinte di diversi serpenti, e specialmente il luogo determinato della memoria, figurano, a significare il trascorrere d’un pensiero in altro, che per lor si produce, che, simigliante al moto di serpenti, subito si concede e alla propietà di loro fredda e velenosa malizia.

E quei che ben cognobbe le meschine
Della reina dello eterno pianto
Mi disse: guarda le feroci Erine

❡ Secondo quello che per Ovidio e per gli altri poeti favoleggiando si tratta, la reina dello eterno pianto, la luna s’intende, riducendola nel nome di colei che Dite prese nell’isola di Cicilia cogliendo suoi fiori, la quale Proserpina si chiama. Onde così nominata, reina dello inferno s’intende, si come Dite, cioè Lucifero, Re; della quale ancille e principii di tutto suo seguito sono come nella sopradetta chiosa si conta. E riducendola negli altri suoi due nomi quando Luna si chiama in cielo si considera, e quando Diana in luoghi salvatichi e diserti si come in selve o boschi, idea si intende; per li quali tre detti suoi nomi in alcun luogo Trivia si chiama, le cui allegorie tra l’altre in loro essere si prendano.

Vegnia Medussa si ’l farenn di smalto
Dicevan tutte rimirando in giuso
Mal non vegniammo in Teseo l’assalto

❡ Medussa, secondo le favole d’Ovidio fu delle parti di ponente e figliuola d’alcuno nominato Forco e serocchia di Sten e di Euriale, la quale per sua bellezza Nettuno, Iddio del mare, esendone vago, carnalmente nel tempio di Pallade, idea di sapienza, a suo piacere la tenne. Del quale oltraggio non possendosi vendicare di Nettuno Pallade, perchè, come ella, era Idio, di Medusa cotal vendetta ne fece, che ciascuno suo capello per sua fattura in serpente divenne e che chi la vedea diventava di pietra. La cui allegoria chiaramente s’intende, che fallando nel mare, cioè nelle mondani operazioni contro al dovere di sapienza, sanza alcun senso di ragione si permane, si come pietra. La quale così nelle dette parti dimorando e guastando la gente che lei rimirava, alcun virtudioso delle parti d’oriente, nominato Persio, con alcuno suo ingegno di specchio per non vederla con gli occhi, tagliandole il capo, finalmente l’uccise. La cui testa così crinata, appiccandolasi di dietro a sua cintura, nelle parti d’oriente tornandosi addusse, chiamandola Gorgone, cioè appetito di peccato. Onde figurativamente le dette furie per paura di non essere corrette, ond’elle perdan posseditori per correzione d’alcuno virtudioso, così chiamandolo dicono incontro al presente autore, acciò che voglioso del peccato diventi, si che in ciò più non proceda, rinproverandosi per lui l’assalto che fece Teseo a’ vizij infernali, si come per ....., favoleggiando, si contiene, del qual non fecer vendetta, sì che altri non si fosse più messo in simigliante cammino. La cui storia in cotal modo permane.

Vid’io più di mille anime distrutte
Fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
Passava Stige colle piante asciutte

❡ Però che sanza la sperienza della mente nella qualità dell’effetto malizioso e bestiale, come in quel della incontinenza non si può entrare, qui figurativamente si pone che per lei la cittade presente, cioè qualità, al presente autore sia aperta. La quale vegniendo colla sinistra dinanzi al viso se fatica, a dimostrare che nella sinistra operazione al presente proceda, e che ciascuna anima le si fuga dinanzi, a dimostrare il naturale volere che in ciascuno la conoscenza in altrui delle sue mali operazioni. La quale propiamente messo di Dio si considera per la correzione che di lei si procede.

Che giova nelle fata dar di cozzo
Cerbero nostro, se ben si ricorda
Ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo?

❡ Per lo ricalcitrare che qui di diavoli si contiene, cioè degli affetti maliziosi alla beatitudine delle vertù, cioè dell’autore, il sopradetto messo celestiale contro a loro così ne ragiona, rammentando quello che per Teseo alcuna volta fu fatto loro, specialmente al demonio Cerbero, si come di sopra nella sua chiosa si conta.

Hanno i sepulcri tutt’i’ luogo varo
Così facievan quivi d’ognie parte
Salvo che ’l modo v’era più amaro

❡ Essendosi entrato nella presente qualità maliziosa, cioè nel sesto infernale grado, nel quale la colpa della resia si concede, così sua qualità figurata si pone, che, si come per molte e diverse credenze, fuor di quella cattolica della deità si contiene, così qui figurativamente arche mischiate di fuori e dentro di fiamme si concedono, a dimostrare l’ardente fermezza dell’animo nelle dette credenze, tra le quali d’una, per esenpio, dell’altre così si ragiona, che, tra gli altri filosofi, ne fu uno nominato Epicuro, il quale credette che, morto il corpo, fosse morta l’anima. Onde ciascuno di tale intenzione seguace nella sua arca s’intende, si come nella sua credenza con lui s’intende, e simigliantemente nell’altre credenze ciascun seguace nella sua arca si pone, chiamandole resiarche, cioè principali di loro credenze, nelle quali simile con simile così son sortiti.

NOTE:

[16] La volgata: di fuor.

[17] L’ombre.

[18] P. 313 disonesto (?), abbiamo pure dischiesto per sconvenevole, inopportuno, non richiesto.

[19] Impausabile. Isidoro Etim VIII, II.

Comincia il X Capitolo

Ora sen va per un segreto calle
Tra ’l muro della terra e gli martiri
Lo mio maestro e io dopo le spalle

IN questo cominciamento del decimo canto, la qualità dell’eretica credenza presente si dimostra, nominandone alcun de’ seguaci del detto Epicuro come nelle seguenti chiose si contiene.