ADOLFO ALBERTAZZI

VECCHIE STORIE D'AMORE

BOLOGNA

DITTA NICOLA ZANICHELLI

(Cesare e Giacomo Zanichelli)

MDCCCXCV.

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Proprietà letteraria.

BOLOGNA, TIPI ZANICHELLI, 1895.

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Le passioni umane non mutano: mutano i costumi e le attitudini dello spirito nelle passioni e le sembianze dei fatti umani. A questo intesi. Per questo divagai con fantasia indulgente in quella che mi parve verità di costumi e della vita senza timore di riuscire un novellista immorale.

E mando il libro a chi, se n'udrà lode non di volgo, penserà sorridendo: io volli che fosse scritto.

A. A.

Mantova, 15 febbraio 1895.

INDICE

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[pg!1]

[I.]

«Con donne si dee contare di cose d'allegrezza e di cortesia e d'amore....»

[pg!2]

[pg!3]

[IL VALLETTO OSTINATO]

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[pg!5] Il castellano di Ripalta s'era allevato con amore un valletto di nome Ugo e con desiderio, esercitandolo a cavalcare e ad armeggiare, attendeva il giorno che lo armerebbe cavaliere. Né di quel bene del sire pe 'l valletto ingelosiva madonna Ginevra, poiché la giovinezza di lei fioriva sterile ed il ragazzo, tenuto quasi in conto di figlio, le risparmiava i rimbrotti del marito.

Madonna viveva lieta; e l'amore del marito, le cacce e il conversare colle sue donne e cogli ospiti, le divagavano la vita uguale e solitaria del castello non meno che le faccende casalinghe cui essa accudiva umilmente, con fanciullesca mutabilità. Cosí, come rideva quando le galline, che al solo vederla chiocciando e sbattendo le ali le correvano dietro, si disputavano in frotta avida e litigiosa [pg!6] il becchime che gettava loro, rideva se a diporto il palafreno saltasse imbizzarrito o adombrato, o se nell'arazzo da rammendare le riuscisse peggio che lo strappo il rattoppo: mentre cuciva presso la finestra dalla quale scorgeva l'ampio paesaggio a basso e d'intorno, ella cantava e i villani, giú nella valle, udivano limpide e schiette le cadenze della sua bella voce.

Gioconda natura! Per essa madonna Ginevra era amata dai servi, quantunque fosse anche temuta perché gli occhi del sire vedevano tutto con gli occhi di lei e perché ogni capriccio di lei diventava la volontà del sire: solo Ugo il valletto la serviva baldanzoso e sicuro, e quando fallava sapeva vincerne lo sdegno fingendosi egli sdegnato e mesto; ond'ella finiva con immergergli le dita tra i capelli folti, per ridere. Ugo allora si divincolava e la guardava in un'occhiata.

Veramente molte cose erano permesse ad Ugo: poteva arrampicarsi su per gli alberi dell'orto a inzepparsi di frutta; poteva ordire le piú strane burle al vecchio maggiordomo o assestare un pugno allo scudiero che gli minacciava un pugno; [pg!7] poteva spiare, dietro una porta, l'ancella che si stava spogliando; ché, accusato alla padrona, la padrona rideva, e accusato al padrone, il padrone taceva.

Ma quand'ebbe compiuti i quindici anni il valletto parve mutare costume, e il signore notò lo studio di lui a imitarlo affinché nessuno, neppure madonna Ginevra, lo considerasse ancora un ragazzo. E Ugo sentiva egli stesso mutarsi; sentiva una smania di cose nuove, d'altri svaghi, d'altri luoghi, d'altri pensieri, mentre la vita e la natura che fervevano attorno a lui gli rivelavano cose sconosciute e gli suscitavano sensazioni nuove. E mentre la forza sensuale si sviluppava in lui e per l'istintiva penetrazione della pubescenza egli imparava da tutta la natura il segreto dell'amore umano, quel desiderio peranche indefinito gli avvolgeva il cuore di una insolita tristezza e tenerezza. Amava, già amava, e non sapeva chi amasse e non sapeva d'amare.

Ma risalendo un giorno dalla valle al castello (era di fitto meriggio e sotto la sferza del sole il mondo dormiva un sonno mortale) Ugo a un [pg!8] tratto udí cantare lontana e dall'alto, simile ad un'allodola, madonna Ginevra; e a un tratto l'imagine incerta del suo desiderio e de' suoi sogni acquistò ai suoi occhi sembianza e forma di persona viva: madonna Ginevra!

La sera nel porgere, avanti cena, l'acqua alle mani della padrona, al valletto tremavano le mani; ed egli se n'accorse, ma non chinò lo sguardo perché egli amava da uomo; senza paura, amava, e senza vergogna.

Quante consolazioni nell'avvenire la sua mente innamorata ebbe allora da fantasticare! E secondando i ricordi delle storie, che gli avevano raccontate a veglia, di cavalieri fatti eroi per gloria delle loro dame, e invidiando a sé stesso i pochi anni che gli mancavano alla piena giovinezza, s'imaginava vincitore di tornei in cui madonna l'assisteva sorridendo, o difensore e salvatore di madonna Ginevra in un notturno assalto di nemici.

Per altro, quell'ardore e il compiacimento di quell'ardore patirono presto il freddo dell'ignara incuranza di madonna, la quale aveva [pg!9] due grand'occhi solo per vedere, non per osservare; e poiché egli non fallava piú, tal cura e tal forza metteva nel servirla, essa non aveva neppur piú ragione d'immergergli le dita tra i capelli.

Sino a quando la dama avrebbe ignorate le sue pene?

Co 'l volgere dei mesi l'affetto di lui s'andò come condensando a modi piú virili, di guisa che la sua fantasia ubbidendo ai richiami e cedendo agli impeti dei sensi riscaldati dal primo e precoce calore della gioventú, l'abituava a desiderare nella bella donna le delizie corporali e le gioie della colpa: a poco a poco egli perdette la baldanza, il coraggio, la fede del suo amore; e il timore lo prese che il sire ne scoprisse il segreto e l'intenzione. — Passarono dei mesi; passò un anno. Ma quanto piú gli diminuiva la speranza, tanto piú cresceva in lui la bramosia di essere presto soddisfatto.

Madonna Ginevra era sempre bella e fresca: rosa fresca in tutta la sua bella fioritura. E come spesso, dopo la cena, Ugo sorprendeva afflitto [pg!10] certe occhiate desiose del marito a lei! Con che travaglio percepiva negli occhi e nel riso di madonna gli assensi e le promesse! — Il desiderio sensuale, non piú vago e dimesso ma deciso e tempestoso, affaticava l'animo del valletto non piú riposato nei primi propositi; e il pensiero di rimettersi al futuro gli diveniva un ritegno insufficiente e un'attesa intollerabile. Già si sentiva morire d'amore; avrebbe alla prima buona circostanza rivelata alla dama la sua passione pietosa e sconsolata.

Un mattino, montando il suo cavallo migliore e seguito da scudieri in nuove vesti, il sire di Ripalta partí per un torneo. Quantunque era quello il giorno aspettato dal valletto con penoso e lungo desiderio, tuttavia appena il sire fu scomparso al basso del colle tra le macchie, egli, nell'imminenza della sua felicità se l'assistesse la fortuna, o del suo ultimo malanno se madonna non volesse ascoltarlo o mancasse a lui il coraggio d'ottenere ascolto, provò un turbamento grande di paura. Pensava: «Prima di notte le dirò tutto. Le dirò il bene che le voglio. Ma come comincerò?»

[pg!11] E il sole cadeva ch'egli non aveva ancora trovato il modo acconcio per incominciare. Ma quando, a sera, s'accorse che la padrona era entrata nelle sue stanze, non piú dubitando salí, s'introdusse guardingo, spinse francamente quella porta.

Madonna Ginevra, già sciolti i capelli e un po' discinta, sedeva su la cassapanca: alzati, al rumore, gli occhi sonnacchiosi, riconobbe Ugo e componendosi la veste in fretta, tra sorpresa e sorridente disse: — Vieni, vieni. Che vuoi? Ad Ugo, rinfrancato, venne súbito in mente la dimanda che s'era proposto di far dopo e raccolto che ebbe il fiato bastevole a non restare a mezzo: — Madonna — chiese —, se chierico o cavaliere, borghese o valletto, non importa chi, amasse da gran tempo una bella donna, damigella o dama, contessa o regina, non importa chi, e non avesse cuore di dirglielo, sarebbe savio o stolto?

La dimanda piacque a madonna, lieta nonostante l'assenza del marito, e per burlarsi del ragazzo gli rispose: — Sarebbe stolto. Anche un valletto, purché fosse bello e valente come [pg!12] te, dovrebbe parlare. Chi ama non sia vile; e ogni donna, anche una regina, n'avrebbe almeno almeno compassione.

Ugo con tutta l'anima bevve le parole buone ed esclamò: — Madonna Ginevra, ecco colui! Colui sono io! Quanto ho patito per voi! Aiutatemi, madonna!

La dama non rise; non credé che il ragazzo volesse burlarsi egli di lei perché gli scorse la passione in faccia, e indispettita d'essersi lasciata cogliere e offesa dall'audacia del valletto, gli gridò: — Ah, ma tu sei matto! Che vai cicalando con le tue fole? Che so io de' tuoi amori? Che cosa mi hai chiesto? Che cosa t'ho risposto? Vattene, vattene! Oh come godrà il sire quando glielo dirò! Vattene!

Stordito, gli occhi spalancati e disperati, Ugo non si mosse; pure, nel tumulto della mente, ebbe forza di cercare in un'idea la suprema invocazione alla pietà della dama, l'affermazione estrema del suo amore e una minaccia quasi di vendetta all'acerbità di lei, e disse: — Voi mi sgridate cosí e la colpa è vostra, che m'avete ferito cosí. [pg!13] Perché non mi uccidete? In fe' di Dio, io non mangerò piú finché non mi avrete accontentato; — e con un'angoscia che pareva lo strozzasse uscí di là.

Madonna Ginevra rise forte e pensò: «Oh che cosa gli è venuto in mente a quel ragazzo?»; e, nello spogliarsi, guardandosi, rise e ripeté: «Che cosa gli è venuto in mente?»; poi si distese sotto le lenzuola e, come il marito era lontano, s'addormentò senz'altro pensiero, co 'l riso su le labbra.

Ugo invece, che se avesse pianto avrebbe sfogato tosto il suo rovello, per non piangere si dimenò a lungo per il letto e non riuscí a chiudere occhio prima d'essersi convinto che la prova la quale si era imposta era degna d'un cavaliere innamorato, se era prova che gli metteva in pericolo la vita. Ma al risvegliarsi, la mattina, ebbe fatica e quasi pena a riandare il fatto della sera innanzi; capí d'aver commessa un'imprudenza; credé fino d'aver commesso un grosso errore, fino un'azione puerile; e si provò a dimenticare. Non poteva: in che guisa comparire al cospetto di madonna? E l'amore gli dié ragione; gli rinfocolò [pg!14] la fantasia; gli fece parere eroica la deliberazione presa. Né si levò da letto; e quando furono a cercarlo disse: — Ho un gran peso qua — e segnava lo stomaco —; non posso piú mangiare.

Il giorno dopo madonna chiese del valletto. — Non ingola nulla — risposero; né egli cedette ad alcuna preghiera o ammonizione. E il terzo dí una serva gli portò una tazza di latte appena munto, spumante, che faceva voglia, e un'altra un ovo ancora caldo, ma egli chiudeva gli occhi e rifiutava; e anche, tardi, il maggiordomo fu a trovarlo e gli porse, dondolandolo per il gambo, un grappolo d'uva primiticcia con acini neri e grossi, vellutati da una bianca nebbiolina, tra altri ancora rossi ed in agresto. Egli lo divorò un momento con gli occhi, resistette e lo respinse.

Allora il maggiordomo venne dove madonna Ginevra, che quel giorno non cantava, ricuciva un vecchio saio, e mentre egli ordinava alcune cose per la stanza, quasi fra sé, disse:

— Tornerà il sire; ma non staremo allegri.

— Perché? — chiese con simulata indifferenza la padrona.

[pg!15] Rispose l'altro: — Ugo morirà: non gli va giú un granello d'uva.

Madonna Ginevra arrossí; si levò, e si recò alla cameruccia del valletto.

Stava il valletto con le pálpebre abbassate perché nel languore dell'inedia tutto ondeggiava dinanzi al suo sguardo; e aveva il viso stanco e smorto smorto. Trasalí ai passi leggeri di madonna, riconoscendola.

— Valletto Ugo, dormi? — ella chiese dolcemente. Egli disse: — Per Dio, madonna, abbiate mercede di me!

A che essa inacerbita di nuovo da tanta ostinazione: — Da me non avrai mai grazia nella maniera che domandi. Questa è la tua ricompensa al bene che ti vuole il sire? È questo l'amore che gli porti? Tornerà....

— Oh se tornasse! — sospirò Ugo, insensato piú che ardito.

E la dama: — Tornerà e s'arrabbierà, e ti romperà le ossa!

— Ma non mangerò — conchiuse Ugo.

La dama uscí co 'l proposito di dire ogni cosa [pg!16] al marito a pena fosse giunto; se non che, mentre cuciva, cominciò a temere che egli la rimproverasse d'avere tentata per capriccio e accarezzata in qualche modo la folle passione del valletto: e a nascondergli la verità non la rimprovererebbe di non averlo sovvenuto con un medico e con medicine e con premure? Non iscorgeva mezzo per disimpacciarsi, quand'ecco s'udí il corno in lontananza e uno scudiero venne ad annunziare che il castellano arrivava in compagnia di piú ospiti.

«Chi sa — rifletté madonna Ginevra — che a vedere il padrone non lo domi la vergogna? Indurrò il sire a impaurirlo.» E quando nel tinello, dove su la tavola, imbandita co 'l piú ricco vasellame, fumavano le vivande, il sire chiamò Ugo, la moglie disse a lui: — È a letto da tre giorni, e non vuole piú toccar cibo. Provatevi voi a rimettergli il giudizio.

Il marito volle andare a vederlo, ed essa lo seguí.

— Che hai? — domandò il sire entrando.

Ugo rispose: — Un peso qua, alla bocca dello stomaco; e non mi va giú niente.

[pg!17] — Non è vero! — ribatté súbito la dama. — Non è vero! Per il male che ha potrebbe mangiare. — Poi rivolta ad Ugo disse: — Ora io dirò al sire perché digiuni da tre giorni. Mangerai?

— Voi potrete ben dire. Io non mangerò — rispose quegli che raccoglieva gli spiriti a vincere, morendo, la battaglia; e il signore, cui piacque quella risposta cosí franca e cui dava sospetto l'aria misteriosa della moglie, già incolpava la moglie d'alcun torto verso Ugo. Ma Ginevra aggiunse:

— Il giorno che partiste, a sera, osò entrare nella mia camera mentre mi spogliavo... —; onde il sire capí come il torto era proprio del ragazzo e — Perché? — le domandò impaziente. E la dama in vece tornò a chiedere al valletto: — Mangerai?

Il valletto, che era risoluto di morire, negò co 'l capo, sospirando. — Io mi spogliavo — proseguí la dama — e lui venne da me, tutto strano, a domandarmi Imaginate!

— Insomma! — fece il sire.

— Mangerai? — ripeté la dama per l'ultima volta; e per l'ultima volta — No! — ripeté forte [pg!18] Ugo che teneva fissi gli occhi negli occhi di madonna. La quale allora per dir tutto, e tuttavia a stento, riprendeva: — Mi richiese...; — ma il marito senza piú badarle, come nella reticenza comprendesse quanto imaginava, con collera scosse il braccio del valletto e gli gridò bieco: — Che cosa le chiedesti?

Ugo tacque. Da' suoi occhi traspariva una volontà virile che l'amore rendeva ineluttabile: disperato amore, piú forte della morte; e madonna Ginevra ammirando tale fermezza minacciosa insieme e supplichevole e temendo a un punto stesso per sé e pe 'l valletto l'ira del marito che minacciava con quasi brutale veemenza, vinta dalla pietà, dall'ammirazione e forse dall'amore (quel ragazzo era un bel giovane) concepí un'idea provvida e sagace.

— Mi chiese — rispose ella — il vostro falcone pellegrino, che non dareste né a conte, né a principe, né ad amico; e, per averlo, s'è impuntato a digiunare.

Alle parole della donna il credulo marito contenne l'ira; anzi rise e disse: — Oh! se il tuo [pg!19] male è questo, non voglio che tu ne muoia. Mangia, mangia, valletto; e avrai il falcone. — Ed uscí.

Ma la donna prima d'andarsene si fece piú presso ad Ugo, che la speranza aveva ravvivato e colorito in faccia, e disse rapida, giuliva:

— Già che il sire ti vuol contento, anch'io ti vorrò contento. — E meglio che con le parole promise sorridendo con uno sguardo lungo e tenero come una carezza.

Ugo, dunque, mangiò. Ed ebbe il falcone.

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[IL LEARDO]

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[pg!23]

I.

Nella notte, tra 'l gracidare delle rane e lo stridere dei grilli, gli amanti, che la fossa divideva, mescevano brame molte e piú promesse in lieve suono di parole, come di sospiri.

Essa stava a una finestra del castello; egli di qua dalla fossa, al margine ultimo. Cosí ogni notte, perché ser Lapo, l'avaro signore del Farneto, non consentiva l'amore della figlia con quel povero cavaliere che era Raimondo di Santelmo; e all'albeggiare Raimondo inforcava il suo fido e bel leardo, e Giovanna lo accompagnava con gli occhi intenti finché egli spariva per il bosco.

La boscaglia in quell'ora si svegliava e l'indefinita letizia della vita universale al far del giorno invadeva l'animo del cavaliere co 'l canto degli uccelli, l'odore delle erbe e degli alberi, la frescura [pg!24] dell'aria: sussurravano le foglie, stormivano le rame, cinguettavano le passere, chioccolavano i merli, strillavano le gazze: murmuri, palpiti, fremiti; voci e canti ed inni: un inno concorde e solenne di gioia e di grazie della natura universa al sole ed all'amore.

Il cavaliere non affrettava il cavallo. E le sembianze dell'amata, mal certe al suo sguardo durante il colloquio, allora gli s'avvivavano nell'imaginativa sí che rivedeva piú bella la donna; le parole di lei risonavano al suo orecchio piú dolci e piú distinte e, come voleva la letizia dell'ora, egli, che di lei non aveva per anche tócca una mano, ne sognava l'intero possesso con ingannevole gaudio. — Oh le morbide guance di rosa e le carni gigliate e fresche!

Ma la notte, traversando la boscaglia alla volta di Farneto, un'ambascia grave gli pesava su l'animo, e quanto piú disperava di un lieto fine al suo amore tanto piú ardeva dal desiderio di rivedere almeno e di riudire Giovanna cosí, di furto, la notte. E mentre cercava tra le fronde spesse la vista delle stelle, scorgeva delle ombre [pg!25] nere che passavano tra i rami dei cerri e delle querce: delle streghe, che l'accompagnavano con mala intenzione, male augurando, sommessamente, al suo povero amore; sommessamente.

Egli rideva forte, e gli avessero pure additato, le streghe, la chiocciola d'oro dai pulcini tutti d'oro, la quale, al dire della gente, si trovava dentro il bosco, ch'egli avrebbe ben saputo rapirgliela, al demonio!

Poi con desiderio intenso e disperato di Giovanna affrettava il leardo per un sentiero che era segnato dalle sole orme del leardo e che lo guidava al suo amore piú presto e di nascosto.

[pg!26]

II.

Giovanna del Farneto tanto desiderava per marito Raimondo di Santelmo quanto questi desiderava lei per moglie; e se Raimondo si doleva della sua sorte e minacciava di penetrare nel castello, essa, per gran paura che le fosse ucciso (giorno e notte vigilavano le guardie a custodia del ponte: fonda e larga era la fossa, alta la cinta e ferrate le finestre) gli si prometteva ancora e gli si raccomandava di fidare in lei. Poi una notte lo consigliò cosí:

— Mio padre non vuol maritarmi a voi perché non siete ricco; vorrebbe se quel vostro zio di Monveglio vi donasse delle sue terre: andate dunque dallo zio a pregarlo che finga donarvi delle sue terre, e noi, sposati che saremo, gliele renderemo secondo patto giurato e stipulato. — Piacque il consiglio al cavaliere, il quale, il dí appresso, cavalcò alla volta di Monveglio.

Vi giunse che era tardi, e trovò lo zio molto lieto, come uno che ha cenato bene e cenando [pg!27] ha bevuto vino buono, di quello che rischiara la mente, ravviva lo spirito e intenerisce il core.

— Che volete, mio bel nipote? — domandò. E intesa la richiesta, rispose súbito: — Sí sí, faremo questo patto; e parlerò io a ser Lapo del Farneto, che m'è vecchio amico. — Poi strizzando gli occhi: — Ma di' — chiese —, è molto bella la figliola di ser Lapo?

Raimondo rispose: — Innamorai di lei per udita, e quando la vidi non me ne pentii. Voi la vedrete.

[pg!28]

III.

Mentre ser Lapo del Farneto numerava delle monete lucenti, che sembravano esser state battute allora allora, e accarezzandole cogli occhi le ammucchiava su la tavola, uno scudiero avvertí la scolta che il signore di Monveglio veniva a trovare il castellano. All'annuncio messer Lapo si alzò puntando le mani sui bracciali del seggiolone, e con quanta fretta gli era consentita dalle deboli forze e dai malanni che gli intorpidivano le membra ripose il tesoro nella cassapanca e diede l'ordine: — Ben venga il vecchio amico!

I due, in rivedersi dopo tanti anni, dissimularono entrambi la sorpresa di un sentimento maligno: d'invidia il signore di Farneto perché egli, scarno, smorto e male in gambe, scorse rubesto, rubizzo e grasso quello di Monveglio; di gioia questi per confronto del suo stato con quello dell'amico. Ma Lapo chiamò la figliola, bramoso che l'altro gli invidiasse almeno un bene ch'egli non aveva; e il signore di Monveglio, vedendo la bella [pg!29] giovane, con gli occhi gaudenti ne scoprí le carni gigliate e fresche; sentí di essa una súbita concupiscenza; dimenticò il nipote e quindi lo ricordò, ma per tradirlo.

— Voi avete una fortuna, che non ho io — disse a ser Lapo quando Giovanna fu uscita. — Che mi valgono i quattrini a me? — Indi chiese: — La maritate?

Arcigno in viso, con tonò aspro, ser Lapo rispose: — Essa è bella, savia e d'alto lignaggio: a chi volete che la dia? — E si dolse del tempo presente, quando non era piú cavaliere degno di sua figlia. — Ma io — aggiunse l'avaro —, non voglio dotarla prima di morire.

Allora parlò il signore di Monveglio, e parlò in guisa che l'altro lo comprese disposto a prendere una moglie senza dote. — Ma non sono piú giovane — lamentava il signore di Monveglio.

— Mia figlia è savia — ribatté ser Lapo. E fu conchiuso il parentado.

Durante la cena i vecchi amici discorsero della loro giovinezza, ilare e rubicondo l'uno, l'altro sempre scuro e sempre astioso. Neppure a ripensare [pg!30] la letizia della sua giovinezza ser Lapo poteva ridere, quasi una colpa o sciagura della virilità amareggiandogli la vecchiaia piena d'acciacchi lo rimordesse fino d'essere stato giovane. Pure dimandava anch'egli — Vi ricordate? —, e narrava bei fatti anch'egli: i due vecchi narravano fatti di liberalità e di cortesia e biasimavano il tempo presente. Ma di quei due uno era traditore e l'avaro, l'altro, era di tale coscienza che non rideva mai.

Questi, dopo la cena, chiamò la figliola e — Sei sposa — le disse; e accennando all'amico: — Messere è il tuo sposo —; e quegli stringendo la mano della giovane timida e confusa non sentí quant'era fredda.

[pg!31]

IV.

Corse la fama che la bella Giovanna del Farneto andava in moglie al vecchio sire di Monveglio; e la gente compiangendo la donzella ne ignorava tutta la sventura, ignorava che il suo dolore era quale il segreto dolore di Raimondo di Santelmo.

Le nozze s'annunciavano magnifiche. A un'abbazia a mezza strada tra Monveglio ed il Farneto, alla quale d'ogni parte dovevano convenire i parentadi degli sposi, si sarebbe celebrato il matrimonio una mattina presto; e messer Lapo, che non poteva girare e cavalcare, avrebbe attesi gli sposi nel castello al convito delle nozze.

Magnifiche le nozze; ma neppure la solenne circostanza fece liberale messer Lapo, e per non spendere nei cavalli che recassero le parenti e i servi di scorta alla figliuola, egli mandò attorno qua e là a domandarne in prestito. Di che avuta notizia Raimondo di Santelmo desiderò che il suo buon leardo, già ignaro testimone del suo amore [pg!32] lungo e sfortunato, fosse testimone a Giovanna anche del dolore e della fede sua richiamandole il ricordo di lui per ogni passo del cammino doloroso; e inviò un valletto a chiedere di grazia a messer Lapo che disponesse a palafreno della sposa il suo cavallo. — È quieto — disse il valletto — e la porterà soavemente.

Messer Lapo acconsentí. E la mattina delle nozze, quando avanti giorno le fantesche vestivano la povera Giovanna e gli scudieri allestivano gli altri cavalli per la compagnia, e in tutto il castello era un affaccendarsi rumoroso e gaio, il leardo fu condotto da Santelmo. Al lume dei torchi, per la finestra della sua stanza, messer Lapo vide partire la compagnia, e guardò a lungo la figliola, la quale gli parve bella e bene adorna; ma non porse attenzione a come fosse bello e bene adorno anche il leardo che la portava ambiante, dolcemente.

La cavalcata procedeva triste. I primi raggi del sole si spegnevano in una nuvolaglia biancastra e nell'aria plumbea non si moveva una foglia di tutto quel bosco entro cui la strada penetrava [pg!33] perdendosi nel fondo fitto; non un uccello cantava allegro; e la sposa sentiva cosí enorme il peso della sua sventura che non aveva forza di piangere e le mancava il respiro. La cavalcata procedeva triste. Nel cielo, sopra, la nuvolaglia si addensava a poco a poco e dinanzi l'aria si rabbuiava sempre piú, quasi annottasse: però alcuno della scorta, interrogato il tempo, proponeva di tornare indietro.

— Siamo a mezzo viaggio: avanti! — dissero gli altri. E la sposa, smarrita nel suo dolore enorme la considerazione delle cose, non vedeva e non udiva; non udiva che ripercuotersi nel cuore il passo uguale del leardo: Raimondo! Raimondo! Raimondo!

Già un rombo sordo passava per le nuvole imminenti: cavalieri e dame incitarono destrieri e palafreni e con paura tentavano di ridere. — Povera sposa! L'acquazzone la coglieva per la strada! — Infatti l'intemperie cominciò a risolversi in gocce grosse e rade e poi in un'acqua dirotta, crosciante, fragorosa. Nel fondo livido i lampi guizzavano e s'inseguivano tra gli alberi [pg!34] che al bagliore parevano mostri sbigottiti, e il tuono, dentro quel cielo e dentro quel bosco era il rotolare d'un traino infernale.

Finalmente con strepito di schianto repentino un fulmine stridette e scoppiò da presso ed il leardo spaventato prese la corsa d'una furia: corse cosí, non piú veduto, un lungo tratto della strada; poi, non piú veduto, balzò dalla strada oltre un rio e dietro un sentieruolo obbliquo; e la sposa, avvinghiata alla criniera, cieca di terrore sembrava tendesse lo sguardo ad un abisso nel quale s'aspettasse di precipitare.

Quanto camminò il leardo traverso la boscaglia? D'improvviso Giovanna riacquistando la vista delle cose si scorse fuori del bosco, sotto il cielo terso e luminoso e davanti a un piccolo castello bianco e solatio. Il leardo nitrí. Dal castello uno scudiero guardò e riconobbe il leardo; guardò il sire del luogo, Raimondo di Santelmo, e riconobbe Giovanna; e poiché fu abbassato il ponte lestamente, Giovanna cadde dal cavallo nelle braccia di Raimondo.

Ma lo scudiero aveva a pena dato da mangiare [pg!35] al cavallo madido di pioggia e di sudore che il sire venne nella stalla e comandò: — Salta in groppa e corri dal proposto di Sestale: che per nessuna cosa al mondo manchi di essere qua prima di notte.

Né era ancora notte quando, mentre le genti del Farneto e di Monveglio ricercavano tuttavia pe 'l bosco la donzella, il signore del Farneto e il signore di Monveglio appresero che madonna Giovanna, in cospetto di Dio e del prete di Sestale, era divenuta moglie a Raimondo di Santelmo.

«Mi sta bene» disse quel di Monveglio; ma l'altro bestemmiò Iddio e la sorte e la figliola. E piú tardi, imparando il fatto del leardo, «Maledetto quel cavallo! — gridò con rabbia —. Per lui ho rinnegata la figliola e lascierò al diavolo la mia roba.»

Ser Lapo, la notte, nei sogni torbidi osservava un cavallo furioso con sópravi la figlia traverso il bosco, e la visione e l'impressione dei sogni perdurandogli nella mente turbata e affievolita, egli ripeteva spesso anche di giorno: — Ah quel cavallo! quel cavallo!

[pg!36]

V.

Un giorno d'autunno, in tanto che madonna Giovanna e una fantesca distendevano il bucato al sole, arrivò di corsa a Santelmo uno scudiero del Farneto. — Madonna — disse —, messer Lapo sta male e vuol vedervi. — Ciò udito madonna Giovanna affollò lo scudiero d'inchieste e Raimondo fece sellare il leardo.

Presero per via piú breve il sentiero occulto che l'amore di Raimondo aveva tracciato dentro il bosco. E andando, con l'anima in pena, la donna si raffigurava il padre morente nella camera ove egli era rimasto lieto un mattino ad attenderla sposa e poi in un tormentoso abbandono era rimasto dei mesi ad aspettare la morte; lo rivedeva quale l'aveva veduto un giorno fanciulla portare di peso dai servi entro la stessa camera, il volto contraffatto e gli occhi gonfi e sanguigni, brutto, pauroso; e a secondare cosí con la fantasia commossa il ricordo lontano, sentiva quasi un conforto risalendo piú addietro nelle memorie della puerizia, [pg!37] quando per virtú della sua gaja innocenza quetava le ire del padre, ne raddolciva le asprezze e ne dissipava forse i truci disegni: su 'l castello gravavano leggende di misteri foschi. Essa, con la visione precisa dalle cose infantili, ricorreva ora per le camere ampie fredde e sonore; nella corte chiusa da muraglie umide; nell'orto incolto; sotto il porticato conventuale; attorno la cinta tutta screpolata e macchiata di licheni e di muschi, e chiamava il padre con strilli di terrore e di gioia; ed egli con un pallido sorriso l'accoglieva nelle sue braccia.

Ma ora egli moriva e forse era già morto senza averla riveduta, dopo averla invocata e attesa invano: forse era già morto! Ella guardò il marito che le veniva appresso pensoso e silenzioso.

Sotto i piedi del leardo crepitavano le foglie secche. Nel bosco era una tristezza lugubre.

————

Giunti che furono al castello madonna Giovanna corse dove ser Lapo, adagiato sopra un seggiolone e sorretto da guanciali, traeva a stento il respiro [pg!38] presso un'ampia finestra. Il suo aspetto non era piú quello di un tempo e non era quello che la figliola s'era raffigurato: nel viso esangue traspariva la sofferenza di un micidiale dolore per gran tempo raccolto e protratto, ma l'anima, che aveva conteso il corpo alla morte e per brev'ora aveva vinto, quasi purificata dalla contesa e dalla vittoria gli effondeva nel viso esangue una luce nuova di bontà e di pietà. Gli occhi non piú irosi e torvi guardarono con dolcezza placida, a lungo; poi dalle labbra raggricciate e livide uscirono finalmente parole miti e generose. E messer Lapo, che aveva perdonato a' suoi figli, volle vedere Raimondo, e riconoscendolo disse: — Muoio.

Seguí un silenzio d'alcuni minuti, eterno, e rotto soltanto dai singhiozzi della figliola e dal gorgoglioso respiro del padre. Poi questi, quasi vaneggiasse o afferrasse in una riflessione estrema un'estrema ricordanza, balbettò ancora: — Quel cavallo.... quello....

O era l'ultima volontà di ser Lapo? Ordinando di condurre nella corte, sotto la finestra, il leardo, madonna Giovanna indovinava essa l'ultima volontà [pg!39] di ser Lapo? — Poco dopo il leardo raspava giú nella corte, e la figlia china su 'l padre — È là — disse tendendo la mano verso il cavallo.

Il vecchio alzò le pálpebre ed abbassò uno sguardo dalla finestra; lo vide e parve che sorridesse: ma le pálpebre non ricaddero sopra le pupille spente.

— Padre! — gridò la donna.

Il sire di Farneto, morto, pareva che sorridesse. [pg!40]

[pg!41]

[LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D'AQUINO]

[pg!42]

[pg!43] La corte di Carlo primo d'Angiò, dopo la strage di Tagliacozzo e poscia che da un colpo di scure fu troncata l'adolescente baldanza di Corradino di Svevia, fioriva di nobili donne e baroni e cavalieri e splendeva in magnificenza di conviti, danze, tornei e feste mai piú vedute.

Ad una di tali feste messer Bertramo d'Aquino, che tra i cavalieri del re aveva lode di singolare valore e cortesia, conobbe la moglie di messer Corrado, suo amico di molti anni, la quale era bellissima donna e si chiamava Fiola Torrella; e cominciando egli súbito a vagheggiarla, in breve se ne innamorò di guisa che non poteva pensare ad altro. E giacché madonna Fiola, non per freddezza di natura o per amor del marito o per sincerità di virtú, ma per diffidenza degli uomini [pg!44] e timore di scandalo e troppa stima di sé medesima, gli si mostrava aspra e fiera, messer Bertramo si perdeva ogni dí piú nel desiderio di lei e per lei giostrava, faceva grandezze, vinceva ogni altro cavaliere in gentilezza e liberalità.

Tutto invano: madonna era sorda alle sue ambasciate; gli rinviava lettere e doni; non gli rivolgeva pure uno sguardo. Ond'egli, che oramai non sperava piú nulla, nulla piú le chiedeva; e non sentendo alcun bene se non in vederla, triste e sconsolato, ma sempre con destrieri nuovi e mirabili, passava tutti i giorni sotto alle finestre di lei e ogni volta poteva vederla la salutava umilmente: essa moveva altrove i begli occhi.

Un amico, il quale vantava grande esperienza in conoscer le donne, confortava Bertramo: — O madonna ha un altro amante, ciò che non sembra da credere, o finirà con innamorarsi di voi —. E Bertramo per mezzi sottili ebbe certezza che Fiola non aveva altro amante; ma ella non cedeva, anzi diveniva piú rigida; sí che quell'amico esperto assai delle donne avrebbe dovuto ricredersi se la fortuna, impietosita delle angoscie del [pg!45] cavaliere, non avesse trovata una strana via per aiutarlo.

Certo giorno messer Corrado condusse la moglie e una gaia compagnia di cavalieri e di dame alla caccia del falcone in una villa che aveva poco lungi da Napoli; e poi che con loro fu stato in piú parti senza molta fortuna, giunto a una valletta, la quale pareva fatta dalla natura per cacciarvi, disse tutto allegro: — Ora vedrete se il mio sparviero sa spennacchiare! — Presto i cani si misero in traccia delle starne e levandone un bracco un fitto drappello, egli fe' il getto e gridò: — Guardate! — Lo sparviero, che era ben destro, scese di furia sulle starne frullanti e le disperse; una ghermí e stracciò e inseguí le altre, come un soldato valoroso che piombi sopra una schiera di nemici e abbattutone uno fughi e persegua i rimanenti.

— Come Bertramo d'Aquino, mio capitano, a Tagliacozzo — disse messer Corrado; e per dar ragione del confronto tra il suo caro sparviero e l'amico assai caro, narrò di questo le belle prodezze [pg!46] quando l'avea veduto irrompere impetuoso nel furor della mischia.

— Certo — aggiungeva — non è alla corte e fuori chi uguagli Bertramo in piacevolezza di parlare, grazia di modi e generosità e magnificenza d'animo; e anche il re gli vuole gran bene. — E di Bertramo proseguiva a narrare piú geste e vicende.

Madonna Fiola ascoltava attenta il marito e le lodi al cavaliere, che aveva posto ardentissimo amore in lei, le pungevano l'animo di compiacenza, quasi lodi fatte alla sua bellezza, se la sua bellezza aveva potuto accendere senza misura uomo cosí perfetto; e come le lusinghe della vanità nelle donne possono tutto, anche piegare a sensi miti le piú proterve, ella rivolgeva nel pensiero quante pene aveva sostenute Bertramo; quanto acerba noncuranza gli aveva dimostrata, e le pareva d'aver fatto male.

Potenza d'Amore! Essa già sentiva che meglio che una durezza superba e una fredda virtú soddisfaceva il suo orgoglio l'innalzare a sé il piú ammirato dei cavalieri, senza piú timore alcuno [pg!47] d'abbassarsi a lui; e nella esuberante sua giovinezza già serpeva un desiderio vago di consolazioni nuove e di nuove gioie suscitate e acuite, per lo spirito e per i sensi, dalla forza della passione e dalla fatalità della colpa. Perché era fatale che amasse Bertramo d'Aquino, se fino a quel giorno inutilmente aveva voluto resistergli. Tutto quel giorno pensò a lui; né sí tosto fu di ritorno a Napoli che si pose al balcone bramosa che egli, come soleva, passasse di là a riguardarla; e con suo conforto lo vide giungere all'ora usata. Ratteneva il bizzarro puledro e per quetarlo gli palpava il collo scorso da un tremito: salutò la dama, la quale smorta e palpitante risalutò e parve sorridere, e a lui s'allargò il cuore e chiarí la faccia in súbita allegrezza.

Cosí Bertramo fu pronto a scrivere una lettera a madonna Fiola scongiurandola di commuoversi a misericordia e di procurargli agio a parlarle; e n'ebbe risposta: a lei era grato l'amore di lui, ma per l'onor suo e del marito ella non poteva promettere e concedere cosa che le chiedesse. Riscrisse egli assicurandola che voleva [pg!48] solo parlarle e che in ciò solo poneva la salvezza della sua misera vita; ed ebbe risposta: venisse, ma a parlare soltanto, una prossima sera (e Fiola diceva quale) in cui Corrado, di ritorno da una caccia lontana e faticosa, sarebbe andato a dormire per tempo.

————

Ecco finalmente la sera del convegno; limpida sera estiva. Bertramo s'era dilungato assai fuori della città quasi ad affrettare, ad incontrare l'ora invocata e troppo lenta a discendere; e quando le ombre confusero le cose e le stelle si specchiarono nel mare pensò: — Di già Fiola m'aspetta —; ma non tornò a dietro, ma sentí vivo il piacere d'essere atteso, egli che dell'attesa aveva patita tutta la pena. Pure il maligno compiacimento fu breve e se ne dolse; rivolse il cavallo e gl'infisse gli sproni nei fianchi: via, di aperto galoppo e di piena gioia, come all'assalto!

Intanto Fiola, visto che ebbe il marito addormentato nel profondo sonno della stanchezza, consegnò due lenzuoli di tela finissima alla piú fida delle sue donne, che andasse a distenderli [pg!49] su 'l molle letticciòlo composto entro una casupola in fondo al giardino per riposarvi nel tempo piú caldo; ed essa corse a socchiudere la porta dalla quale doveva entrare l'amante. Ascoltò: nessuno. Allora dalle aiuole e dalle macchie si die' a raccogliere le piú belle rose e strappandone i gambi riponeva le corolle e i petali freschi in un cestello che recava al braccio: anche vi metteva fragranti vainiglie e gelsomini, e quando il cestello fu colmo lo porse alla fante e le disse: — Spargi questi fiori su le lenzuola e acconcia ogni cosa; e poco dopo che messere sarà venuto, fanne cenno d'entrare. — E stette ad attendere.

Ma alla mente di lei, che con la fantasia si spingeva da un pezzo a pregustare le voluttà del suo dolce amore, balenò a un tratto il dubbio non stesse per cadere nella vendetta di messer Bertramo, il quale troppo duramente e troppo lungamente aveva fatto soffrire; non dovesse, se messer Bertramo mancasse per inganno al convegno, esser fatta gioco di lui. E se egli non aveva l'animo che suo marito le avea dipinto, non poteva ella, con acerbo dolore e vergogna, divenire [pg!50] la favola non solo di lui, ma de' suoi amici e di tutta la città, ella, la virtuosa donna di messer Corrado? Onde si vedeva accomunata dalla colpa e dallo scherno a quante dianzi spregiava, e si doleva d'esser caduta dalla sua casta fierezza e malediceva al mal concepito affetto.

Ma ascoltò: — Eccolo! —; e rapida e lieta fu incontro al cavaliere che entrava e gli aperse le braccia sorridendo e sospirando: — Ben venuta l'anima mia, per cui sono stata tanto in affanno!

Messer Bertramo la strinse forte: — Mercé dunque del suo grande amore; pietà, o madonna Fiola, dei suoi lunghi travagli! — Le parole di lui erano ardenti non meno che gli sguardi di lei; e a lui pareva che ella avesse una luce intorno il capo biondo, e a lei sembrava ch'egli fosse ebbro d'amore.

Sedettero sotto un arancio fiorito scambiando piú baci che motti, e come Fiola pensava — Or ora la fante ci dà il segno d'entrare —, messer Bertramo, il quale nelle avide strette la sentiva tutta desiosa e del suo bel corpo indovinava i [pg!51] segreti mal difesi dalla veste sottile, poco piú tempo attendeva a godere del piacere ultimo e sommo. Ma meravigliandolo assai una tale accondiscendenza in Fiola, egli volle conoscere prima da lei perché fosse stata tanto rigida seco e qual cagione l'avesse indotta da poco a dargli un conforto sí grande.

Ella rispose: — Io non v'amava; ma mio marito, un giorno che eravamo alla caccia insieme con molti cavalieri e gentildonne, osservando un nostro bravo falcone precipitare addosso a una brigata di starne e scompigliarle tutte, si sovvenne di voi e disse che come il falcone alle starne aveva visto far voi ai nemici nella battaglia. E ricordò le prove del vostro valore e di voi asseriva che nessuno poté mai superarvi in cortesia e liberalità. Allora io ammirando l'animo vostro mi pentii subitamente d'avervi fuggito quasi mala cosa, e ora vi dono co 'l mio cuore tutta me stessa.

Udite le parole della donna, messer Bertramo stette alquanto silenzioso e raccolto in sé medesimo per improvvisa concitazione di pensieri e d'affetti diversi; poi, con uno sforzo che parve [pg!52] e fu supremo, perché egli rifiutava il bene non di quella sera, ma della sua giovinezza, ma della sua vita, si levò in piedi e disse:

— Non sarà mai ch'io offenda vostro marito se egli mi ama cosí e se ha tanta fede in me! E tolte di seno alcune bellissime gioie, le porse alla donna pregandola di serbarle per sua memoria, e aggiunse: — Per memoria di voi, voi datemi ora un ultimo bacio.

Madonna Fiola Torrella turbata molto, chi sa se per nuova ammirazione dell'animo nobilissimo del gentiluomo o piú tosto per vivo rammarico del perduto piacere, lo baciò sulla bocca, e messer Bertramo, senza piú toccarla, le disse addio e partí.

[pg!53]

[II.]

«Sempre alla lussuria séguita dolore e penitenza....»

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[LA SALVAZIONE DI FRA' GERUNZIO]

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[pg!57] Da una cella nel monastero di Pentula frate Gerunzio guardava in basso, lontano, sotto un chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico, né poteva pregar bene Iddio; e interrompeva piú volte le preci rituali con preci sue, angoscioso e lamentevole.

— Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo, perché lasci cieca l'anima mia? Perché tu, che risuscitasti Lazzaro e il figliolo della vedova, non risusciti a te l'anima mia? Perché dai miei occhi non sgorgano lagrime degne di grazia come le lagrime del ladro e dell'adultera e io perdo, senza che tu m'aiuti, l'anima mia? Non mi abbandonare, Signore! Fa, Signore, ch'io oda la tua voce, la stessa mia voce nelle mie orazioni; fa che io le senta, che io senta nell'anima le mie colpe come tu su la fronte le spine de' Farisei! —

[pg!58] Da una torre di Gerico, la città degli amori e delle rose, una schiera di colombi levò il volo e delineò nell'alto il giro della città; ma alla veduta di quella tenue candida fila nel cielo azzurro e di quel cielo azzurro il monaco Gerunzio rimase intimidito quasi a un ammonimento, muto quasi a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.

Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere, vide una femmina nuda. Come lucide le chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido! Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà d'una dea: era piena di grazia e rideva, tutta nuda.

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Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio. La notte, nelle lunghe tenebre e nei brevi sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi, nefandi, e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza, di nausea, di esecrazione per quella sua carne che in guerra collo spirito riusciva a vincere finché alla prima luce e serenità mattutina, quando sembra che la divinità si ridesti in cuore [pg!59] agli uomini, egli non pregasse e si dolesse e appassionasse; ma quando il sole diffondeva il calore e la vita nel mondo, ecco apparirgli altre, ben altre visioni, limpide, affascinanti, gioiose; ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere giovinette nella prima coscienza ed esperienza delle impudicizie maschili; audaci etère sapienti d'ogni voluttà carnale; indulgenti matrone nella piena bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era certo lo spirito della concupiscenza che opprimeva la sua volontà sorprendendola nel sonno e nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso di bene cercava star tutto intento a sé stesso, quale era la strana forza a cui l'arbitrio suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio della virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza imaginativa del cervello, l'istinto che l'impugnava e trionfava; e perciò pregava Iddio cosí affannosamente e sinceramente. Invano. E una volta, in disperazione, la testa fra le mani, si mise a ragionare in questo modo:

— Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei [pg!60] padri in elemosine e convertii le pietre preziose in pane per i poveretti: campi e palazzi, cavalli meravigliosi e vesti di seta che movevano ad invidia i poveri e a gelosia i compagni, tutto vendetti a soccorso di orfani e vedove, di piagati e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria e salute in estenuati ed infermi; e perché mi dicevano bello, digiunai e imbruttii. A tutto feci rinuncia, e adesso vorrei distormi da questa mia carne, che non contengono flagellazioni e disagi, e rendere il mio spirito a Dio. Dio, accogli il mio spirito che si riposi in te! —

Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto perverso — Non vuole? — disse —. E sia cosí! — Uscí dal cenobio; si spogliò della tonaca; indossò vesti e pelli, e con l'apparenza di un onesto pastore si diresse alla volta di Gerico.

————

Difficile via, un sentiero sopra e tra monti scoscesi; ma nessuna fatica, anche piú grande fatica, avrebbe mortificate le membra di frate [pg!61] Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso avrebbe potuto oramai frenarne il passo il pensiero lo sguardo, ed egli affrettava alla volta di Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano pareva il mare e il Carit argento limpido sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro il dorso delle montagne, si contenevano a vista minore, non brillando meno di gioia, perché da tutto, da un granito e da un salgemma che scintillasse coi colori dell'iride; da un fiore rosso che rompesse il verde cupo delle ginestre; da un uccello di varie tinte che levasse il volo frusciando, i suoi occhi ricevevano e recavano all'anima avvivata e accesa il senso della natura e della vita. E il suo pensiero, già buio nella tribolazione dell'intima battaglia e breve e pauroso nelle racchiuse idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in quell'ampia e lieta libertà del mondo, e si estendeva e rafforzava: nell'attività dei nervi e dello spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e dalle vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere e roso dalla bramosia vana della propria dissoluzione, sembrava d'un tratto rifiorire, ritemprarsi [pg!62] di nuovo sangue e inebbriarsi d'aria e di luce come di un vitale liquore. Nell'aperta considerazione delle cose sparivano i terrori della sua mente; s'era svestito del cilicio, ma anche si svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata e traviata la fantasia; ubbidiva allo stimolo dei sensi, ma presentiva il benessere che verrebbe a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa, necessaria e umana colpa, la quale andava a commettere.

Scendeva — le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l'anima nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa, splendida, in un letto d'erba e d'anemoni, rose, viole e narcisi!

Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano, meravigliosi giganti, su le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno specchio [pg!63] convesso temprato d'oro. La città di Erode, distrutta due volte e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta: «Maledetto nel cospetto del Signore l'uomo il quale imprenderà di riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol minore!»

Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò allegro in Gerico.

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Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre, rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da [pg!64] un arpicordo e cantava con voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante, gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi — vieni! — osservò innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi, per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno perché scorgeva la femmina che l'aveva chiamato: Vieni!

Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un pezzente, ma l'altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba prolissa dell'uomo: — vero — disse —, o pastore, che tu hai buona moneta?

Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina un ridere osceno.

Il monaco tese le braccia.

————

Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s'impiaga d'improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli s'imbiancano [pg!65] su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere le vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che deve gridare: — l'immondo! l'immondo! —; perciò il Signore commise a Mosé che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in polvere fino le pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell'ira divina.

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Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí germogliarsi su la pelle, súbito, dalla pianta dei piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna: si vide; e la meretrice urlò: — L'immondo! l'immondo! — Ma allora Gerunzio non ebbe piú innanzi [pg!66] a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che gli scioglieva la caligine dell'anima, gl'illuminava il cuore e il pensiero colla verità oltremondana, lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e le mani tranquillo, sereno, sublime, disse a voce alta:

— Questo castigo, Dio, è la mia salvazione!

[pg!67]

[DIO LO VUOLE!]

[pg!68]

[pg!69] Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il capo al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s'addormentò. Riccardo la sentiva cosí dormire; la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un trepido senso di pietà: il suo spirito riagitato da un sentimento piú antico e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore gli deprimeva dentro, già tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e fatali.

Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al passaggio a cui il principe Edoardo d'Inghilterra e il conte di Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli [pg!70] aveva compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare a combattere i nemici della fede. Ma egli pensava che non poteva partire, per la sua donna.

Per le donne di Antiochia vendute all'incanto, per i fanciulli ceduti schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.

Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia e in Nazareth e sparsi al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé e di Safad erano morti trucidati tutti ad uno ad uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.

Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad brillava, la notte, una luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, già in terrasanta, incontro a Maometto cantavano:

Vexilla Regis prodeunt:

Fulget Crucis mysterium

[pg!71] Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore del corpo: alla salute dell'anima non voleva pensare. Pensava. Quando, ecco parergli che il buio della camera s'estendesse senza limiti, enorme come quello dei ciechi, e ch'egli, fuori di sé, vi smarrisse la coscienza corporea: quando, ecco nella nera oscurità balenare una luce viva da una croce di fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi luminose anch'esse: — Dio lo vuole! Va!

La moglie si destò atterrita al terrore di lui ed egli, tornato in sé medesimo, affannosamente le diceva della miracolosa visione. — Io ho paura di Dio — egli diceva —. Mi bisogna andare in questo passaggio —. Ma la donna tacque, e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si dolse che non per sí breve letizia ella aveva sofferto tanto nel suo lungo ed avversato amore e tante rampogne soffriva ogni giorno dal parentado ricco e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere, essa fu queta e persuasa alla volontà divina, e toltosi un anello di dito lo diede a Riccardo dicendo:

[pg!72] — Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell'amor nostro se con il mio dolore potrà crescere in me. —

Riccardo abbracciò la donna.

II.

Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi nono era già morto. Invano il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!, perché il re di Sicilia conchiuse una tregua, levò l'assedio da Tunisi e affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.

Ma non tornarono essi i guerrieri d'Inghilterra; e per recar innanzi i vessilli della croce tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o avvelenati dal miele dai frutti e dalle erbe che ne ristoravano a pena la fame. A Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che un popolo d'inermi. E bisognò [pg!73] che ritornassero: senza gloria di geste, senza ricordi e speranza d'imprese generose, tornare! Tornare senza aver tócca una ferita combattendo! Cosí Edoardo d'Inghilterra, colpito di pugnale e a tradimento in San Giovanni d'Acri, non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione, fuggí di Terrasanta.

E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni d'Acri fu pure Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento dalla malattia, Riccardo dovette procacciarsi il pane con umili fatiche. Egli temeva non rivedere mai piú la sua donna lontana.

San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche la piú bella città della Siria: una città lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone erano magnifici, con vetriate che riflettevano il sole: príncipi e re coronati e gemmati passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di [pg!74] Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni, e nelle piazze protette contr'il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose e superbe. I chierici stessi smarrivano Dio tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono dei compagni che erano stati ricordevoli solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che Cristo dormisse affinché trionfasse la gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia divina; e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli oscurò, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l'affetto, che aveva posposto alla fede, risorse allora a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione propizia. Perciò, e perché non temeva piú Iddio, si diede a trafficare per vie non lecite e a [pg!75] prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia, in tanta cupidigia, quell'affetto buono di cui solo nutriva il cuore e il pensiero lo conteneva in una delle antiche virtú, una sola: viveva casto. Egli guardava religiosamente l'anello della sua donna.

III.

Un giorno, e non seppe né dove né come, Riccardo perdette l'anello; e n'ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo poté darsi pace di questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo perdette anche la tenacia e la virtú del ricordo, ed il freno di sé. Meditò l'adulterio a pena s'avvide che la moglie d'un suo amico e compagno di traffici lo adocchiava proterva; e, avendo agio a praticarsi, dopo poco e facilmente essi s'intesero fra di loro.

Quando, nell'abbraccio dell'adulterio, ecco che dalla attitudine disonesta e incomposta di quella donna il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere [pg!76] la moglie nella sommissione vergognosa e pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridestò vivo, preciso, sensibile tutto che della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò repugnando; e di meraviglia la donna rise, salace. Ma Riccardo riudiva la moglie raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello, e nello spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla fede antica di Dio, egli ebbe anche l'allucinazione dell'antico portento: — Torna a Dio ed in patria. Va!

Cosí quella voce che l'aveva ammonito con visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva ora, oscura nell'animo, e sembrava che gli dicesse quest'altre parole: — Se la tua donna potrà riconoscerti e ti sarà rimasta fedele, Dio t'avrà perdonato. — Riccardo fuggí dalla donna e recatosi da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probità conosciuta, l'impegnò a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male acquistate: né di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne [pg!77] piú del bisogno ad imbarcarsi in una nave che quel giorno stesso salpava da Acri.

IV.

Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria; ma ha la schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore che già lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo viaggio ristando qua e là a domandare elemosina e sospinge lo sguardo in cerca delle sue montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca infuocata immutabile. Egli cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a frusti il pane della carità. Egli cammina, cammina.

Finché l'occhio non vaga piú per luoghi mai visti, ma corre ai monti nativi che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi laceri e le membra corrose dal [pg!78] male; assidua scòrta, la morte. Egli cammina, cammina.

Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle ridente nel sole ed il paese bianco tra il verde: in capo al paese il castello paterno. Anche un'ora. Non piú stanchezza, non male: mormora a costo la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, non teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in un sogno; e l'intento dell'animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per l'erta al castello.

Nell'androne è una turba di miseri ai quali ad uno ad uno la dama fa la carità con atto umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre nella cura pietosa e sorride: il pellegrino muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate Dio che mi torni Riccardo!

Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta a Riccardo e s'avvia; ma l'ignoto mendico [pg!79] con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia, e al grido del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d'amore vedendo il marito cadere, corpo morto, riverso. [pg!80]

[pg!81]

[DISPERAZIONE]

[pg!82]

[pg!83] Di tre vergini, che in una casa presso la chiesa di Rumello vivevano sole nella religione, la piú giovane superava le due altre co 'l fervore della sua fede. Ancora bambina, orfana di genitori nobili, l'avevano condotta seco le due altre e allevata fuori del mondo nel timor di Dio; ed essa era cresciuta fanciulla serbando la mente pura e l'animo semplice nella severa e sincera abitudine della devozione. Neppure le turbò il pensiero lo sviluppo dell'adolescenza: che se talvolta le espressioni dei concetti mistici e quei discorsi delle compagne intorno le nozze con Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano nell'imaginativa a suscitarle il sospetto e quasi la sensazione del significato proprio, súbito ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto [pg!84] moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva, irradiato della sua luce eterea e sublime, l'anima d'ogni vergine degna delle sue nozze: la Madonna benediceva sorridendo e sorridevano tutti intorno, tra i concenti di musiche arcane, i santi e i cherubini.

Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni mirifiche, il giorno, ora l'esaltavano a strane gioie ed ora l'umiliavano con dolore acerbo. Nel gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva a Dio e sentiva l'anima sua dilatarsi, rifulgere, come dissolversi per la grazia del divino amore; e s'abbandonava, inebriata, al rapimento sovrumano.

Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le pareva piú lungi, troppo lungi, da lei; e per fuggire alle tenebre imminenti l'anima sua provava il desiderio d'uscire dalla carcere corporea, di tornare là ond'era venuta al mondo e dove Dio l'attendeva, purificata da l'umano patire, con infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi libera e lieta dalla terra? Non era ancora degna di morire: il suo sposo troppo piú di lei [pg!85] aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli occhi desiosi Egli aveva faticato sotto il peso della croce e sanguinato da orribili ferite e pianto; essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né poteva bagnare l'anima nel sangue dell'agnello, né provare entro la carne gli spasimi del Crocefisso: mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso nel sole che calava con un fulgore sanguigno all'orizzonte.

————

Ma un giorno di festa all'oratorio della chiesa cantarono alcuni valenti cantori. Dal luogo nel quale stava, non veduta, la vergine non vedeva persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio vago, l'udibile silenzio della folla ristretta che prega e che ascolta; e salivano a lei ondate d'incenso, di caldo e quasi palpiti di vita. Ripreso, il canto si devolveva grande e solenne senz'avere in sé modo alcuno che non convenisse a glorificare Iddio; pure una voce tra le altre del coro piú alta e piú snella la distraeva suscitandole come la pena [pg!86] d'un'antica sciagura — e non sapeva quale — ridesta e confortata in una dolcezza di ricordo indefinito, o, piú tosto, il presentimento d'una pena prossima cui già tardasse una consolazione attesa — e non sapeva quale. Senza che pensasse: non madre, non parenti, nessuno, altro che Dio!, ella sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel suo cuore vuoto.

E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra il murmure delle voci e delle opere, le giunse un canto d'uomo e credé riconoscere il cantore dell'oratorio. La voce dell'uomo non piú tenuta ai modi lenti e fermi della salmodia seguiva il vario ritmo della canzone, cosí dolce ad udire che la vergine l'ascoltò per afferrarne ogni parola: parole d'amore, soavi, fervide, mirabili vennero a lei, oltrepassarono e si dileguarono lontano nel rumore torbido, lasciandole ora un'impressione definita di meraviglia e di sbigottimento perché da esse aveva compreso espandersi al sole e all'aria libera tutta la felicità piena e baldanzosa della vita umana; perché aveva veduto il giovane che cosí cantava. Sbigottita, ella non si ritrasse [pg!87] quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta da lui; meravigliata, non si ritrasse quando s'accorse ch'egli lodava in lei la bellezza della donna amata e l'attendeva e la cercava e la sollecitava ad osservare in lei medesima la bellezza della donna amata. E finalmente una forza, una smania piú valida della sua volontà la spinse, avvolta di lusinghe e non piú inconscia della colpa, nell'inganno. Quando, finalmente, poté vederlo vicino, quell'uomo, udirlo vicino, essa soggiacque.

————

Co'l disgusto dell'azione brutale ricevuta in sé le rimase uno stupore amaro: erano quelle le segrete voluttà dei sensi? quello l'irresistibile segreto dell'amore? Poi ebbe la vergogna della nudità che fu conosciuta e si conobbe; della carne che sentí la carne; della verginità svelata a forza e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero dell'ulteriore castigo che alla colpa sarebbe conseguito visibile nel suo corpo, del castigo ultimo [pg!88] che alla morte del corpo sarebbe conseguito all'anima sua.

Prese ad odiare sé stessa piú di chi l'aveva soggiogata. Ma non la paura della pena le era pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire; non l'odio di sé, per cui avrebbe voluto distruggersi: non bastava. In ogni momento de' suoi tristi giorni il pensiero del peccato commesso le cadeva su l'anima come la goccia su la pietra che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva come un peso che cresceva cresceva a soffocarla. Le sue labbra perdevano la voce e il cuore le veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi privi di lagrime e di luce, insensibile, l'ammiravano le compagne; n'ammiravano la perfezione dell'umiltà e della fede.

E non bastava. Ella doveva scorgere in sé tutto il male dell'anima sua, considerarlo senza piú rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare, ella stessa, con sottile indagine, la propria [pg!89] colpa: — Peggio dell'adultera: l'adultera manca alla fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste. Peggio della meretrice: la meretrice avanti di darsi a tutti gli uomini non si diede vergine a Dio. Peggio del ladro: essa aveva rubato a Dio un'anima, la sua. Peggio dell'assassino: Dio aveva ferito, Dio!

E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi alla pena vigile e continua; si lasciava strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che aveva segnato del suo sangue il cammino per andare a lui, che aveva quetato il dolore dell'adultera e perdonato al ladrone e perdonato alla Maddalena, diviso dal suo pensiero per sempre si celava dentro di lei vendicatore assiduo e perenne e la mordeva, la rodeva, la consumava, spietato, lentamente. La ragione le veniva meno. Presso lei, invisibile, chi rideva cosí? Chi parlava?

— Per serbare la verginità Agnese sostenne d'essere esposta alle sozzure del lupanare e non fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la nudità agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a trascinare nel postribolo Lucia di Siracusa.

Un demone la derideva da presso, invisibile.

[pg!90] — Regina, per serbare la verginità, patí la stretta d'un cerchio di ferro e gli strappi di tanaglie infuocate. Orsola e le sue compagne furono trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono vergini.

Il demone ghignazzava, allegro.

— A perdere la virginità Petronilla preferí morire d'inedia; Domitilla fu bruciata viva.

Ghignazzava il demone.

— Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....

E il demone le fu sopra, l'avvinse, l'invase, si contorse entro di lei mugghiando per la sua bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti: ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca emetteva una schiuma bianca.

Intanto le compagne piangevano e dicevano: — O spirito malvagio, pártiti da questa serva di Dio!

Ma essa nella convulsione urlò:

— Impura! io sono impura!

[pg!91]

[III.]

«Qui d'aventur velt traiter

il n'en doit nule entralaisser

qui bonne soit à raconter....»

[pg!92]

[pg!93]

[AGNESINA]

Sec. XIII.

[pg!94]

[pg!95]

I.

Guglielmo Berlinghieri e Rinaldo Imberali erano accesi l'uno e l'altro, ma piú il secondo, d'una bella giovane che aveva nome Agnesina ed era figliola d'una ricca e savia donna di Firenze. Guglielmo, in cambio del suo amore riceveva sorrisi e lusinghe, e Rinaldo invece irrisioni e dispetti; e l'Agnesina che non amava niente Rinaldo s'innamorava senza misura di Berlingieri.

Ciò suole avvenire; ma Rinaldo Imberali si consumava per la ventura altrui e la propria infelicità, e per il pensiero della fanciulla, non meno trista che bella, smarriva i desideri e la fiducia dell'età sua e fino la voglia di vivere; e sembrava perdere anche la salute e la mente. Onde i suoi comprendendo che il figlio, quantunque piú smemorato nei dí che non vedeva la giovane, dal [pg!96] vederla traesse sempre esca nuova alla fiamma e nuova ferita alla piaga, pregarono un amico, a lui caro e fedele, di condurlo a un suo luogo vicino a Firenze. Colà Rinaldo mostrò di acquetarsi il giorno nelle caccie e nei diporti, ma la notte inforcava di nascosto il cavallo e per accostarsi al suo tormento vagava intorno la città. Ne scorgeva una porta aperta? Egli v'entrava ansioso e angoscioso a cercarvi la nota casa.

Avvenne frattanto che l'Agnesina si crucciò con la madre, la quale, scoperti i segni e le risposte di lei a Guglielmo e temendone, la teneva rinchiusa, e tanto s'infastidí del rigore materno che per mezzo della fantesca avvertí l'amante di voler fuggire con lui. E la fantesca aggiunse: — A notte fatta voi verrete a cavallo; ella sarà pronta su l'uscio e si getterà in groppa: è leggera e sa ben cavalcare.

Guglielmo rispose che di ciò era lieto; e su 'l far della notte due suoi amici andarono per lui alla porta della città affinché non la serrassero e affinché, se bisognasse, potessero dargli aiuto e accompagnarlo con i loro cavalli nella fuga; ed [pg!97] egli, al tempo che gli parve opportuno, passò dalla casa dell'Agnesina. Ma la fanciulla, impedita dalla madre che non dormiva, non era per anche discesa, e neppure quando il cavaliere tornò a passare; e il cavaliere credé aver troppa fretta e si dilungò per la via.

Allora allora l'Agnesina poté correre a basso; e indi a poco, palpitante e giuliva, udí accostarsi un cavallo. Non era Guglielmo Berlinghieri; era Rinaldo Imberali, il quale scorrendo come di solito presso a Firenze, veduta quella porta aperta, di null'altro in pensiero che del suo amore s'era incamminato per la buia contrada. L'Agnesina disse: — Son qui! —; e a Rinaldo nell'udire quel motto e nell'osservare quell'ombra bianca nell'oscurità, che gli faceva cenno della mano, sembrò di sognare: spinse il cavallo all'uscio della casa e colse in groppa, co 'l braccio, l'Agnesina.

Rinaldo punse il cavallo. Alla porta, i compagni di Guglielmo, aspettando che l'amico, secondo l'accordo, si fermasse a chiamarli, non guardarono a chi trascorreva cosí in fretta e in silenzio.

[pg!98]

II.

Il cielo era stellato, ma la strada, lontano dalla città e da ogni casolare e campo, saliva ai monti e s'internava tra due falde boschive e dense come in una notte cupa.

Il cavallo, benché valido, accortosi del doppio peso, rallentava il galoppo e sbuffava; e tuttavia Rinaldo Imberali lo feriva degli sproni perché salvasse il suo amore: l'Agnesina, che impaurita chiudeva gli occhi e sentiva la frescura ventarle i capelli, con le braccia stringeva piú forte il petto del giovane; e il cuore di lui palpitava sotto la destra di lei. Egli, quando a quando, rivolgeva il viso e le susurrava su 'l capo: — Anima mia! — ed ella taceva rabbrividendo; ma a un punto l'Agnesina sospirò: — Guglielmo! —, e Rinaldo comprese d'improvviso e allibí. Tacque: non sarebbe stato da stolto perdere ciò che per sorte aveva in suo potere? «Saprò trovare sí buone parole — pensava — che m'ascolterà e l'avrò [pg!99] in pace prima di giorno; ma dove andremo?»; mentre essa, che non ardiva domandargli «Dove ci fermeremo?», si fidava tutta nel cuore che sentiva battere sotto la sua mano.

La strada, dopo che i fuggitivi ebbero corso forse dieci miglia, risaliva erta per una folta e fosca abetaia, dove a Rinaldo parve di poter riposare; ed ivi ristando legò il destriere a un abete; poi, prese una mano della fanciulla e, senza piú velare la voce, le disse: — Qui, anima mia, saremo sicuri —. Alle parole di lui l'Agnesina vide che non era Guglielmo e con un grido di spavento, quasi riconoscesse un suo mortale nemico, riconobbe Rinaldo. Rinaldo si mise a supplicarla dicendo: — Agnesina, ascoltatemi e non temete di me; ma alla fanciulla s'annodarono in gola parole e singhiozzi, finché copertasi con le mani il volto in atto di vergogna e sciagura, proruppe in pianto.

— Ascoltatemi — supplicava Rinaldo fuori di sé medesimo, perché temeva di perdere la nuova speranza. — Voi mi chiamaste; io credetti che alla fine v'avesse presa pietà di me e voleste [pg!100] darmi la maggior consolazione che uomo provasse mai al mondo. Solo a mezza strada mi diceste: «Guglielmo», e io m'accorsi dell'inganno; ma allora che cosa potevo, che cosa dovevo fare? Ricondurvi alla madre? Questo farò adesso, se voi volete, e tosto che il cavallo abbia riavuto il respiro; io vi ricondurrò, ma la madre, adesso come allora, v'accoglierà con sospetti e n'avrete rimbrotti e castigo.

Oh quanto l'Agnesina piangeva duramente senza dare ascolto a Riccardo! Il quale proseguiva:

— La colpa non è stata mia, non vostra, non di Berlinghieri: è stata della mia fortuna, che mi ha condotto alla vostra casa prima di Guglielmo e ora mi fa vedervi cosí! E voi credete che chi vi vuole tanto bene potrebbe lasciarvi in simile guaio se potesse consolarvi un poco?

L'Agnesina, ascoltando Rinaldo, piangeva sempre duramente.

E Rinaldo, tuttavia concitato e tremante, continuò a maledire la sorte per cui egli, anzi che rallegrarsi, doveva affliggersi dell'avere in sua mano la donna desiderata: ma poiché la fanciulla [pg!101] non si quetava, egli riprese a dire delle parole savie.

Diceva con voce tenera: — Io non vi offenderò mai, Agnesina. Voi, che non avete uguali in bellezza, siete uguale nell'onestà ad ogni altra piú gentil donna di Firenze ed io conosco che Guglielmo mi sopravanza in valore e cortesia e che meritava tutto da voi. Ma quando ce ne torniamo, neppure Guglielmo vorrà persuadersi che io non vi abbia tócca; e se la madre vi scaccerà, e se Guglielmo non vi crederà, dove andrete voi, a chi vi affiderete voi?

L'Agnesina piangeva meno duramente, meravigliata delle oneste parole del giovane; e questi se ne avvide e il conforto che ne ricevette lo rimise nella concitazione di prima.

— Crudele vicenda di tre! — diceva —. Ma dei tre io non avrò pace mai piú; io stolto, che vi voglio bene come Guglielmo; e voi, non per voi ma per Guglielmo, seguitate a piangere!

E le chiedeva perdono di quel suo amore quasi di un'azione cattiva: le diceva i molti disagi, le lunghe notti insonni, i gravi martíri patiti [pg!102] per lei, e gli sdegni dei suoi e gli scherni dei compagni e i giochi e le feste che volentieri aveva obliati per lei, fino a consumarsi per lei l'anima e il corpo. Ma l'Agnesina pareva ascoltare un'altra voce che le discorresse nel petto. L'ammoniva l'altra voce di non trarre a morte Rinaldo; a pensare ch'egli non aveva altra colpa che di amarla molto e che colpevole era piuttosto Guglielmo, il quale dimentico o falso non s'era trovato a prenderla fuggente di casa; a considerare come bel giovane fosse pure Rinaldo e in che onore la tenesse: perché non raccogliere il piacere che da tempo la sua giovinezza le prometteva, perché rimanere lagrimosa e confusa quando alla lieve sventura non era rimedio? Ond'ella passò il rovescio della mano sui grand'occhi molli di pianto. Ma Rinaldo, cieco e disperato di potere piegarla, irrompeva in queste aspre parole:

— Meglio farei ad ucciderti perché altri non abbia mai ciò che altri ti avrebbe súbito tolto; pure io voglio che tu veda e creda a che mi hai ridotto. Or dunque tu salirai su 'l cavallo, che è docile, e andrai dove piú ti piacerà, ed io lascerò [pg!103] qui il mio corpo, carne buona per i corvi e per i lupi.

Cosí dicendo toglieva dalla cinta il pugnale; ma l'Agnesina lo rattenne inorridita e gridò: — Rinaldo, non fate!

Rinaldo rimase sospeso guardandola come uomo che sia fra la vita e la morte, come anima che dubiti fra il paradiso e l'inferno; e l'Agnesina, a cui Guglielmo Berlinghieri era del tutto uscito dalla memoria, gli gettò le braccia al collo vergognosa e sorridente e piena di desiderio e di grazia.

Quando furono stanchi del piacere, s'addormentarono stretti l'uno all'altra; e sognarono d'essere cosí, stretti l'uno all'altra.

III.

Guglielmo Berlinghieri era tornato e ritornato piú volte alla casa dell'amante meravigliandosi del lungo e strano ritardo, finché dalla casa udí delle grida e dei gemiti, e per chiarirsi dell'accaduto [pg!104] s'arrestò dinanzi la porta. La madre dell'Agnesina, insospettita per lo scalpitío frequente del cavallo di Guglielmo e levatasi, aveva scoperta la fuga della figliuola; e la fantesca, che aveva udito da un pezzo la corsa del primo cavallo, scese anch'essa le scale, quasi ignara di tutto, e al veder Berlinghieri solo presso l'uscio cominciò anch'ella a piangere, a gridare tradimento! aiuto! corri corri!, e a dire quel che sapeva. Da che Guglielmo capí presto che il rapitore non poteva essere se non l'Imberali; e corse alla porta della città per richiedere e rimproverare i compagni. Costoro risposero:

— Vedemmo un cavallo passare di trotto e non potemmo conoscere chi vi fosse sopra. Saranno lontani, ma la via è questa. — E per quella via cavalcarono tutti e tre.

Quando giunsero all'abetaia, la luna, in ultimo quarto, era in mezzo al cielo. Guglielmo vide súbito il destriero di Riccardo e i tre pervennero tosto ove il lume della luna, fra i rami e le foglie, tremava sui due amanti felici. Alla vista i compagni ammiccarono e Guglielmo afferrò il pugnale; ma [pg!105] l'uno disse: — Berlinghieri non ferirà un cavaliere che dorme —, e l'altro, anche piú cortese, disse: — Noi non consentiremo mai che tu faccia paura a una fanciulla che giace cosí tranquilla —. E l'uno e l'altro fermarono per le briglie i loro cavalli ad un tronco; poi, come quelli che non provavano angoscia di gelosia e si sentivano tutti rotti per la corsa sfrenata, coricatisi su l'erba fresca a riposare, dopo poco, tant'alta era la quiete del luogo, s'addormentarono. Ma Guglielmo, legato egli pure il cavallo a un abete, si sedé con piú desiderio di vendicarsi che di dormire, e guardava la bella giovane dormire cosí, e avrebbe voluto ricuperarla. Se non che nessuno sa convincersi del proprio danno, ed egli voleva anche convincersi dell'innocenza di lei: forse ella aveva respinto l'amante con promesse mendaci, e nella speranza di chi la liberasse era stata presa dal sonno. E allora perché dormiva Rinaldo e dormiva con faccia gioiosa? No: la colpa della fanciulla pareva manifesta; ma essa era una povera fanciulla e degna di scusa. Degno invece di un'acerba vendetta era Rinaldo Imberali; e quale migliore vendetta dell'aspettare che l'Agnesina, [pg!106] risvegliandosi già pentita del fallo, corresse nelle braccia di lui, Berlinghieri? Veramente ella poteva anche opporsi all'amore antico, e con che scorno per lui, Berlinghieri! Ma Guglielmo ricordava le prove di quell'amore, e incredulo, quasi non vedesse ciò che vedeva, pensò che fingerebbe di dormire anche lui per sorprendere gli atti dell'Agnesina al ridestarsi e attendere ch'ella piú facilmente, perché non rimproverata, minacciata o pregata, tornasse a lui. Però dié tregua ai pensieri, e a poco a poco — tant'alta era la quiete del luogo — a quel suo affanno; a poco a poco sentí la stanchezza e sentí il ristoro di quel letto d'erba fresca e molle; e gli si annebbiavano i pensieri, e gli sembrava che la ragione lo aiutasse. A che penar tanto e tanto faticare per una fanciulletta senza giudizio? Non lo chiamavano belle donne a Firenze desiderose di lui? Non era da pazzo correr dietro a dei pazzi? E non era meglio dormire davvero?

La stanchezza..., l'alta quiete del luogo..., l'erba fresca...; e Guglielmo Berlinghieri non ebbe piú forza di rilevare le pálpebre.

[pg!107]

IV.

Alla brezza dell'alba l'Agnesina sospirò e a pena aprí gli occhi meravigliata di non trovarsi alla sua camera, nel suo lettuccio, scorse quelli che dormivano lí da presso. E Rinaldo, al muoversi di lei desto anch'egli, scorse i nemici e trasse l'arme; ma riflettendo ristette e disse:

— Perché li offenderei se non hanno offeso noi? E per non offenderli, come impediremo che ci inseguano e ci raggiungano?

Allora l'Agnesina gli tolse il pugnale di mano, gli fe' cenno di tacere e leggera leggera, quasi un'ombra, corse ai cavalli degl'inseguitori e ne recise le redini; indi tornò da Rinaldo, che era già in sella, e via entrambi su 'l loro veloce cavallo. Scossi dal rumore della fuga e liberi e ricordevoli piú della stalla che dei padroni, gli altri destrieri balzarono uno qua uno là: balzò in piedi Guglielmo, al rumore, gridando, e i compagni, fregati che s'ebbero gli occhi, la prima cosa che [pg!108] videro furono le corregge recise; né seppero che si dire. Guglielmo tutto smarrito e pieno di rabbia quando riebbe la voce disse:

— Troveranno scampo e io non potrò piú vendicarmi di Rinaldo e della sua druda!

A cui l'uno dei compagni:

— Piú ho da dolermi io che non riavrò mai il mio cavallo, cosí buon sangue ha nelle vene e cosí buone le gambe!

Ma il secondo, il quale era miglior filosofo e di ingegno piú arguto, rise e conchiuse:

— E piú di voi mi dolgo io, perché d'ora in avanti non potrò tener fede a donna alcuna s'ella non sia prima innamorata d'altri e non fugga meco per sbaglio!

[pg!109]

[LA FANTASIMA]

Sec. XIV.

[pg!110]

[pg!111] Ogni vecchio marito di moglie giovane vivrebbe d'angoscia senza il conforto della religione; e messer Tonio degli Albizeni pregava molto e consumava molto tempo in esercizi spirituali, sí che, nelle ore che gli rimanevano da star con la moglie, il giorno non s'avvedeva di nulla e la notte non si risentiva di nulla. Il mondo diceva che madonna Lisa non era guardinga e che le fiammeggiavano negli occhi le voglie non sazie; ch'essa tutta cascante di vezzi trescava con questo o con quello e che poco schifiltosa variava troppo gli amori; ma messer Tonio bandiva i sospetti con le orazioni e raccomandava al Cielo la virtú di madonna: giorno e notte, nella sua camera, egli manteneva accesa una piccola lampada dinanzi un'imagine sacra; e, mallevadore il prete [pg!112] cui talvolta aveva espressi i suoi dubbi, quella luce valeva a garantirgli l'incolumità del talamo. Infatti nella stanza nuziale madonna Lisa non aveva peccato mai: a pianterreno c'era una camera da dormire, una camera in cui messer Tonio ospitava gli amici e in cui egli non aveva messo piú piede da quando s'era sparsa la voce che ci si vedevano gli spiriti maligni. Madonna Lisa non temeva gli spiriti, anzi non di rado li chiamava lei là dentro; pure come il marito s'impauriva leggendo nelle vite de' santi padri le descrizioni delle orride forme assunte dal demonio per spaventare gli anacoreti e vincerne la resistenza in Dio, e recitava spesso delle giaculatorie che lo difendessero dagli spettri, madonna Lisa biascicava con lui senza ridere le giaculatorie contro gli spettri.

In quel tempo era tornato a Forlí un giovane di nome Guido Morlaffi, il quale allo studio in Bologna piú tosto che a discutere il giure aveva appreso a donneare e a burlare i mariti gelosi.

Di persona bella e gagliarda e di cervello balzano e sagace, in tali arti era divenuto maestro [pg!113] con poca fatica; e con meno fatica raccontando ai compagni le sue gaie vicende, che i compagni narravano di qua e di là, agli occhi delle donne di Forlí diveniva piú celebre che s'avesse avuta in testa tutta la glossa d'Irnerio.

Ora, madonna Lisa degli Albizeni voleva esser delle prime a esaminare come messer Guido si fosse addotrinato in Bologna; né il suo era desiderio difficile da esaudire. Già egli la vagheggiava; ed ella incontrandolo per via lo guardava come persona a cui si è pensato piú volte: alla finestra l'attendeva mostrando d'attenderlo e gli sorrideva con gli occhi. Poi al sorriso degli occhi accompagnò il sorriso delle labbra; poi rispose con segni: ella vedeva, ella capiva; e sospirava.

Guido Morlaffi cominciò dunque a scriverle delle lettere tutte miele e tutte fiori, quali s'imparavano solo a Bologna; e le gettava per la finestra; senza fallare. A cui, per bocca d'una servicina, la quale aveva istruita meglio a queste che alle altre faccende, madonna Lisa rispose che essa non aveva pace, tanto ardeva di lui, ma che il marito le stava sempre tra i piedi: ciò perché le [pg!114] donne perbene debbono far parere gelosi e feroci i mariti anche quando sono com'era messer Tonio.

— Appena potrà, mi manderà a chiamarvi — assicurava la servicina. E un giorno venne a dire a messer Guido: — Messer Tonio ha paura degli spiriti, e voi?

— Dove sono? — domandò il Morlaffi.

Rispose l'altra: — In una stanza dove il sere non entra mai e dove madonna vi farà entrare questa notte a pena che il sere dormirà.

Messer Guido sospettò un inganno e chiese:

— Oh!, e madonna non ha paura lei?

— Non l'avrà con voi.