Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano at http://www.braidense.it/dire.html)

ADOLFO ROSSI

NEL PAESE DEI DOLLARI

(Tre anni a New-York)

IN APPENDICE:

ALBERTO MARIO A NEW-YORK

MILANO

MAX KANTOROWICZ, Editore

VIA ALESSANDRO MANZONI, 5 1893

Proprietà letteraria riservata

Tipografia degli Operai (Soc. coop.)—Corso Vitt. Em., 12-14-16

Nel libro Un italiano in America, pubblicato nel 1892 dai fratelli Treves, dopo aver raccontato i viaggi e i casi occorsi ad un ragazzo spensierato, che ero io, prima sulla costa atlantica e poi nel lontano ovest nord-americano, narravo come fossi stato invitato a tornare a New-York per assumere la direzione del Progresso Italo-Americano.

E chiudevo il volume con queste parole:

«Feci le valigie, presi il treno quel giorno medesimo e tornai alla metropoli dove mi fermai più di tre anni, fino a quando, cioè, la nostalgia mi richiamò in patria.

«Di quegli ultimi miei tre anni d'America molte cose avrei da dire; ma il racconto è già diventato troppo lungo, e sarà bene, per non abusare della pazienza dei lettori, troncarlo qui. Parlerò forse in un altro libro della vita giornalistica americana e delle impressioni che si provano tornando in Italia dopo aver vissuto per qualche anno negli Stati Uniti.»

Le pagine che seguono sono appunto i ricordi di quell'ultimo triennio passato nell'isola di Manhattan su cui sorge New-York.

ADOLFO ROSSI

I.

La forca.

Angelo Cornetta era un povero e ignorante suonatore d'organetto, nativo di Serre di Persano, in provincia di Salerno, il quale in età di ventiquattro o venticinque anni era emigrato in America, come fanno tanti. Sei o sette anni dopo egli conviveva a New-York con una irlandese che un giorno si ammalò e che prima di morire all'ospedale lo accusò di averla orribilmente maltrattata.

Non essendo risultato bene dal processo se quella donna era morta di whiskey—il cognac nord-americano—o di bastonate, Cornetta fu condannato a due anni di reclusione nel penitenziario di Sing-Sing. Stava scontando la pena quando una mattina attaccò lite con un altro prigioniero e lo uccise.

Durante il secondo processo io, che dirigevo l'unico giornale italiano quotidiano esistente allora nell'America del Nord, andai a trovare Cornetta nel carcere di White Plains, a trenta miglia da New-York, bello e tranquillo paese circondato da ridenti colline e formato di casette bianche e di gaie palazzine sepolte nella verdura.

È una strada pittoresca, che si percorre in un'ora coi treni della New-York and Harlem R. R., in prossimità del fiume Hudson, il Reno d'America; s'incontrano allegri villaggi, s'attraversano boschetti di pini appiedi dei colli, si respira un'aria purissima.

Introdotto subito nel carcere con quella premura cortese con cui negli Stati Uniti si ricevono i reporters, cominciai col domandare al detenuto la causa della sua condanna nel penitenziario di Sing-Sing.

—Vi dirò la verità—mi rispose.—Io vivevo da qualche tempo con una irlandese, la quale formava la mia disperazione. Giravo tutto il santo giorno a suonare e alla sera tornando a casa, trovavo quella donna ubbriaca. Ella spendeva in liquori i denari che io guadagnavo. Una notte aveva bevuto tanto che, quando rincasai, al primo rimprovero che le feci diventò furiosa e si mise a gridare come un'ossessa. Il vicinato, tutto sottosopra, chiamò un policeman, il quale la fece portare all'ospedale, dove essa morì quella notte stessa. Allora mi arrestarono e accusarono me di averne causata la morte.

—Ma voi non la maltrattavate quando si ubbriacava?

—Ecco: io ebbi molti diverbi con quella donna. L'ho sempre rimproverata di consumare in liquori tutti i miei risparmi, ma non sono io che l'ha fatta morire: furono le bevande che la uccisero.

—Tuttavia vi hanno condannato,

—Sì, a due anni di prigione che stavo terminando di scontare a
Sing-Sing, quando avvenne la lite con Daniel Cash.

—Come andò?

—Mancavano due mesi soli per finire la condanna, quando per la mia buona condotta fui mandato dai guardiani nella cucina dello stabilimento a sbucciar patate insieme con un prigioniero americano, di origine irlandese: il Cash. Costui mi odiava e specialmente dopo che un mio connazionale, certo Mangano, aveva ucciso nella stessa prigione un negro, mi colmava di ingiurie e chiamava noi altri italiani porci e sudici. Quella mattina io non mi sentivo bene e gli dissi: «Cash, sono mezzo ammalato, e non posso lavorare: vorrei tornare nella mia cella e buttarmi sul letto.» Egli mi rispose: «Lavora, lavora, italiano, se non vuoi che ti getti in faccia queste patate.» Gli replicai: «Guardatene!» Egli, allora, si avvicinò, e, dandomi uno schiaffo, disse: «Credi forse di farmi paura perchè sei italiano?» Acciecato dalla rabbia, esasperato dagli insulti e dallo schiaffo, io gli scagliai una tazza sulla testa. L'irlandese mi si gettò addosso e col coltello mi menò un colpo che parai, riportando una leggera ferita alla mano destra. Guardate. (E mostrò la mano che conservava la cicatrice.) Appena vidi il sangue, brandii io pure il coltello e glielo ficcai nel cuore. Dico la verità, io: perchè negare?

—Erano lunghi quei coltelli?

—No, erano i coltellucci con cui si mondavano le patate. Anzi non avrei mai creduto di poter con uno di quelli causare una ferita mortale.

La County Jail, cioè la prigione della contea in cui Cornetta stava rinchiuso a White Plains, era un edifizio quadrato di tre piani, in pietra grigia. Le quattro muraglie esterne, che invece di finestre avevano alcune strette feritoie, formavano una specie di cinta coperta della vera prigione di due piani, che sorgeva di dentro, come un edifizio affatto separato dal tetto e dai muri che lo circondavano.

Cornetta si trovava al secondo piano, in una cella di quattro metri su tre, nella quale non penetrava che una luce scialba, e che conteneva un materasso appeso a due catene, un piccolo water closet in un angolo, un secchio d'acqua, un bicchiere di latta e una tavoletta infissa nel muro, ad uso di scaffale, su cui giaceva un polveroso volume del Nuovo Testamento: sulla parete di fronte alla porta erano incollati i ritratti di Lincoln e di Arthur.

Cornetta aveva un viso solcato da brutte rughe, la carnagione giallastra e gli occhi chiari, senza espressione: era di statura ordinaria e mentre prima si sbarbava e teneva i capelli tagliati corti, durante il secondo processo se li era lasciati crescere alla nazarena.

Prima della sentenza si mostrava fermamente convinto che non sarebbe stato condannato a morte.

—A morte, io?—diceva sbarrando gli occhi. Ma giammai! Non sapete che —ho tirato a colui per difendermi? Non capite che stavo per uscir di —prigione quando avvenne la lite? No, no: chiunque nei miei panni —avrebbe fatto altrettanto. Dovevo farmi ammazzare come una pecora? —Potevo subire in pace tutti gli insulti di cui quell'uomo mi —colmava?

Quando sentì che era stato condannato a morte, montò su tutte le furie: tentò da principio di suicidarsi tagliandosi la gola con un pezzo di ferro acuminato che aveva strappato dalla porta della cella; ma, sorpreso nell'atto, non si produsse che una leggera ferita. Allora egli annunziò la sua determinazione di voler sfuggire alla forca lasciandosi morir di fame. E per cinque giorni non si cibò e invano i custodi lo tentarono presentandogli dei piatti appetitosi. Lo si dovette nutrir per forza.

Man mano che si avvicinava il giorno fatale, la ragione di Cornetta vacillava. Il condannato ora piangeva e implorava le guardie di salvarlo, ora rideva e diceva che dovevano metterlo in libertà.

Quando mancavano sei giorni soli a quello fissato per l'esecuzione, io andai a rivederlo, insieme con un suo conoscente e benefattore, il negoziante Aliano di New-York.

Cornetta appariva tutto cambiato e non ci riconobbe. Mentre la prima volta s'era confessato reo, quel dì negava tutto.

—Vi apparecchiate dunque al gran passo?—disse Aliano.

—Che passo?—fece Cornetta stralunando gli occhi.

—Eh! l'avvocato vostro tenta gli ultimi sforzi per salvarvi; ma c'è ben poca speranza: è meglio che vi rassegniate e che vi prepariate.

—Ma che prepararmi!—gridò drizzandosi e torcendosi le mani.—Io non devo morire: sono innocente!

—Eppure fareste molto meglio se vi preparaste da uomo e da cristiano.

—Mio caro Antonio—piagnucolò Cornetta, asciugandosi col fazzoletto le lagrime che non uscivano—io ti giuro che sono innocente; io non aggio ucciso alcuno.

—Mi dispiace di sentirvi parlare così: vi credevo più franco e più forte.

—Come?—disse il condannato, cambiando improvvisamente tuono e maniere.—Voi venite dunque a trovarmi per insultarmi? Invece di difendermi, voi prendete la parte dei miei assassini? Se continuate a dire che sono reo, vi faccio arrestare!

E mostrò i pugni al buon Aliano, con uno sguardo feroce.

Aliano, persuaso che il disgraziato aveva l'intelletto turbato, gli offrì una manata di sigari. Cornetta li rifiutò con piglio sdegnoso e villano. Stavamo per uscire, quando il direttore del carcere, Duffy, sottosceriffo ci disse:

—Domandatategli un po', if you please, che cos'è quella lettera che ha ricevuto giorni fa.

—Quella lettera?-esclamò Cornetta.—Non voglio mostrarla. Nessuno deve sapere ciò che contiene.

—Come?—disse il Duffy.—Io non voglio misteri. Ho in consegna quest'uomo, ne sono responsabile e devo vedere quella lettera appunto perchè la cela.

Invitato reiteratamente a porgerla, Cornetta rifiutò. Allora il Duffy, pezzo d'uomo grande e robusto, chiamò due suoi dipendenti, aprì la porta ed entrò nella cella.

—Volete dare quella lettera, sì o no?—chiese per l'ultima volta.

—No—fece Cornetta risolutamente.

Duffy afferrò il condannato e lo gettò sul letto. Gli altri due uomini lo presero per le gambe e lo tennero fermo. Cornetta si dibatteva urlando. Duffy lo frugò, trovò la lettera e ce la porse.

Era una lettera ancora chiusa, proveniente da New-York. L'aprimmo. Un amico scriveva a Cornetta che aveva saputo la sua condanna e che gli dispiaceva di non poterlo andar a salutare per la difficoltà di ottenere il permesso. Nient'altro.

Tutto era già pronto, per l'esecuzione e stava per rizzarsi la forca, quando, qualche giorno dopo la nostra visita, il Comitato giudiziario del Senato avvertì che la Legislatura aveva approvato un bill, il quale stabiliva che se un condannato, come aveva fatto Cornetta, si appellava al General Term, si doveva sospendere l'esecuzione fino a che la Corte del suddetto General Term non avesse esaminato il caso e preso una decisione in proposito.

L'esecuzione, quindi, era stata sospesa: ma ben presto si venne a sapere che la legge citata, la quale emendava alcuni articoli del codice criminale dello Stato di New-York, non era valida nel caso di Cornetta, perchè votata ed approvata dopo il processo e la condanna del Cornetta stesso. L'esecuzione, perciò, non poteva essere rimandata. Ma, viceversa, fu accordata una dilazione, essendo sorta una questione sull'effetto retroattivo della nuova legge.

E intanto, con queste alternative di vita e di morte, il condannato si trovava in uno stato orribile e diventava completamente pazzo.

Infatti, quando il 5 aprile veniva condotto davanti al giudice della Corte Oyer and Terminer di White Plains per sentirsi confermare la sentenza, portava in mano un piccolo crocifisso che teneva rivolto verso il giudice, e richiesto se aveva qualche cosa da opporre, pronunziava in italiano, fra pianti e sospiri, un discorso sconclusionato che non aveva nulla da fare col processo.

Solo quando il giudice gli disse che doveva essere giustiziato il giorno 11 maggio successivo:

Me not die!—esclamò il prigioniero col suo orribile inglese.—Io non morirò!

E mostrò al giudice il crocifisso. Si dovette usare la forza per farlo uscire: tirava calci, mordeva sceriffo e policemen con ferocia bestiale, facendo fuggire tutti gli astanti impauriti.

Legato e rinchiuso nella cella, ora dava in terribili smanie, imprecando contro lo sceriffo e rifiutando di cibarsi; ora stava sdraiato, immobile sul letto, e ricusava i conforti religiosi mentre continuava a tener sempre con sè il crocifisso.

Nelle ultime settimane s'era messo in testa che l'11 maggio, giorno fissato per l'esecuzione, egli doveva essere messo in libertà. Appariva così evidente che con tutte quelle lungaggini lo sciagurato era impazzito, che alcune caritatevoli persone pregarono lo sceriffo Horton di affidare ad una commissione medica l'esame delle condizioni mentali del condannato. Lo sceriffo acconsentì, ma incaricò della perizia i due medici del paese, i quali visitarono Cornetta quella sera stessa e lo dichiararono sano!

Intanto ai preti, che lo invitavano a pensare a Dio, Cornetta rispondeva:

—Non sono cattolico, io: sono democratico.

Alla vigilia dell'esecuzione io tornavo a White Plains insieme coi reporters dell'Herald, del Sun, del Times e del World. Nel cortile della County Jail, fra il carcere e la Court House, vicino a un ponticello che unisce i due edifizi e che si chiama dei sospiri, sorgeva la forca senza palco: le solite tre travi, due verticali e una di traverso; una forca alta sedici piedi e larga dodici, con un contrappeso di ferro pesante 275 libbre. Varie persone entravano ed uscivano liberamente dal cortile ed esaminavano con curiosità il patibolo.

Lo sceriffo ci permise di vedere il Cornetta, ma non volle che alcuno gli parlasse. Appena lo salutammo, il condannato, pallido, cogli occhi stravolti, si affacciò alle sbarre della porta e ci guardò fissi: non mi riconobbe.

—Come va, Angelo?—gli dissi in italiano.

Egli salutò col capo, fu agitato da un tremito nervoso e strinse convulsivamente i ferri della porta. Davanti alla cella stavano seduti due uomini, le guardie della morte.

Il padre Giulio, un prete cattolico, ci raccontava che quel giorno aveva parlato due ore con Cornetta, ma non era riuscito a convincerlo che all'indomani doveva morire. Il condannato s'era fitto in mente che invece del 10 quel giorno era l'11 maggio e affermava che doveva essere messo in libertà.

E quando il prete lo esortava a pensare all'anima, rispondeva:—Mi confesserei, padre, se dovessi essere giustiziato, ma io invece devo essere posto in libertà.

—Insomma—ci diceva il padre Giulio—non ha la coscienza dell'orribile posizione in cui si trova e temo che domani mattina la scena dell'impiccagione debba riuscire raccapricciante.

—Ella è persuaso, padre, che il disgraziato sia veramente impazzito?

—Sì, e credo che lo stesso sceriffo ne sia convinto, ma ha dovuto rimettersi al giudizio superficiale dei due medici che non parlano l'italiano e che non capivano perciò quello che Cornetta diceva.

Ritornammo al carcere verso mezzanotte. Ci dissero che il condannato aveva passata la serata abbastanza tranquillamente e che dormiva, sicuro di essere liberato all'indomani.

Il villaggio era tranquillo e la notte stupenda.

* * *

La mattina dell'11 maggio, siccome si era annunziato che l'esecuzione avrebbe avuto luogo di buon'ora, entrammo pochi minuti dopo le sei nel cortile del carcere, dove s'erano già radunate quasi cento persone, le quali facevano circolo intorno, alla forca.

Il boia, certo Stephen Marshall, un ometto grasso, prese una scala, l'appoggiò al patibolo, salì, si mise a cavallo della trave orizzontale e infilò nel buco la corda; una corda nuova, provvista di un anello di ferro da una parte e assicurata dall'altra al contrappeso. Poi discese e ne provò la solidità attaccandovisi, dondolandosi e sorridendo con compiacenza.

Il cielo era nuvoloso; minacciava di piovere. Continuava a entrar gente, e alle sette c'erano nel cortile quasi quattrocento persone, mentre la sera innanzi lo sceriffo aveva detto che trattandosi di un pazzo come il Cornetta, non avrebbe accordato più di cinquanta permessi.

Quella gente fumava, rideva e chiacchierava ad alta voce, tanto che pareva di essere a un mercato, o in attesa di uno spettacolo di Barnum. Uno dei presenti era già completamente ubbriaco di whiskey, traballava e salutava lo sceriffo dicendogli: Helloo, Bill! E lo sceriffo gli stringeva cordialmente la mano.

Mentre il cortile riempivasi di questo pubblico da circo equestre, il Cornetta si alzava. Nella sua cella, invece degli abiti ordinari, trovò una camicia di bucato con cravatta di seta nera e un abito nero completo.

Quando le guardie gli dissero che doveva indossare quei panni nuovi, la sua faccia si rischiarò.

—Ah! ve lo dicevo io—esclamò—che oggi dovevo essere condotto alla Court House e messo in libertà. Vedete, è il giudice che mi manda questo magnifico vestito. Che bravo giudice: lo voglio baciare.

E si vestì adagio, con cura, assaporando tutto il piacere di mettersi dopo tanto tempo degli abiti nuovi.

Appena giunsero il padre Giulio e più tardi il padre Edgerton, egli li salutò e ripetè loro le stesse parole. Inutilmente il prete cattolico e il ministro protestante, ciascheduno alla sua volta, tentarono di richiamare in sè l'infelice e di fargli riflettere che quella era l'ultima sua ora; egli sorrideva loro sul viso con aria di compassione e non mostrava altro che l'impazienza di essere accompagnato davanti al giudice.

La sentenza di morte gli era stata letta alla vigilia, in italiano e in inglese, senza che egli la comprendesse, cosicchè quella mattina lo sceriffo e le guardie non avevano altro da annunziare al condannato che l'ora dell'esecuzione; e lo fecero; ma il Cornetta protestò che mentivano e dichiarò che li avrebbe fatti arrestare!

Allora lo lasciarono nella sua illusione e, visto che era quieto, gli permisero di uscire dalla cella e di aspettare nel corridoio il momento fatale.

Frattanto entrarono nel cortile il capitano Mangin con cinque policemen che si disposero intorno alla forca, facendo fare un po' di largo: altri nove policemen erano di guardia all'esterno della prigione. Il boia salutava alcuni amici vicino alla forca. Da una tasca gli usciva un pezzo del laccio destinato al Cornetta.

Pochi minuti prima delle sette e mezzo giunsero gli undici deputati sceriffi della Contea e furono introdotti nel carcere. Allora il capo sceriffo s'affacciò al cancello di ferro che dava sul cortile e chiamò il boia e il suo assistente. Erano le sette e mezzo precise.

Il boia, il suo aiutante, il carceriere e altri due robusti sottocarcerieri si avvicinarono a Cornetta nel corridoio interno della prigione e gli dissero di star fermo, perchè gli dovevano legar le braccia.

Appena Cornetta vide le corde, diventò giallo in viso, stralunò gli occhi, strinse i pugni, diede un urlo e minacciò chiunque gli si accostava. I cinque uomini gli si gettarono simultaneamente addosso: due gli afferrarono le braccia, due le gambe, e il quinto, il boia, s'accingeva a legargli i gomiti insieme dietro la schiena; ma il condannato gridava, si torceva come un serpente e tentava di mordere come un cane idrofobo. Altri cinque uomini dovettero intervenire e Cornetta fu legato da dieci persone.

Egli diceva con voce altissima e lamentevole:

—Ma che fate? Che fate? Sono democratico, io! Nessuno può condurmi alla morte. Ah! lasciatemi…

Appena fu domo e legato, il boia trasse di tasca il laccio e glielo accomodò intorno al collo, aggiustando il nodo scorsoio sotto un orecchio: poi gli mise in capo il cappuccio nero, lasciandogli però scoperto il viso.

Cornetta, livido, esausto, guardò, sentì, singhiozzò e gemette: nelle confuse parole che gli uscivano dalla gola c'era insieme come il pianto di un bambino, l'angoscia di uno che trema e ha paura, la rabbia di chi vorrebbe resistere ed è impotente.

Appena gli fu messo il laccio al collo vi fu un istante in cui stette immobile fissando il boia e gli astanti. Che cosa passò per la mente dell'infelice in quel momento? Forse ebbe un lucido intervallo, durante il quale si vide irremissibilmente perduto. Ma fu un lampo e tornò subito a piangere e a dibattersi furiosissimamente.

Tutto ciò avvenne in meno di quattro minuti. Alle sette e trentaquattro minuti precisi si riaprì la porta del carcere e in mezzo al più profondo silenzio dei presenti Cornetta apparve fra le braccia di quattro uomini che lo trascinavano a stento.

La forca distava dalla porta del carcere quattro passi soli. Il condannato vi fu portato sotto di peso, senza che i suoi piedi toccassero terra, mentre si dibatteva e urlava:

—No, no, che fate? Che fate? Ah! Ah!

Giunti i quattro uomini sotto la corda, in meno che non lo si dice il boia calò il cappuccio sul viso del condannato, attaccò il laccio all'anello, battè il piede destro per terra, e a quel segno, tagliata dall'assistente la corda che sosteneva il peso, tac: la massa di ferro cadde sopra un materasso e Cornetta venne tirato su, a sei piedi da terra.

Uno degli astanti più vicini alla forca stramazzò svenuto.

Il corpo nero del condannato pendette, rivolto verso l'occidente, il collo si allungò e le mani si raggrinzarono. Si fermò immobile qualche secondo e poi fu tutto agitato da una terribile contrazione; le gambe si allungarono e tremarono parecchie volte: poi tutto finì.

Il collo di Cornetta diventò prima paonazzo, quindi livido e finalmente nero: le mani bianche. I medici gli sbottonarono il gilè, accostarono l'orecchio al petto, ma non dissero dopo quanti secondi precisi Cornetta era spirato: il cadavere fu staccato dalla corda e deposto nella cassa dopo quattordici minuti.

La giustizia americana era soddisfatta: aveva strozzato un pazzo furioso.

II.

La danza dei milioni.

Quella orribile esecuzione era stata uno dei primi spettacoli a cui avevo dovuto assistere nella mia qualità di giornalista negli Stati Uniti: mi fece, naturalmente, una tristissima impressione.

—Ma si può impiccare un pazzo?—dicevo alla sera in una famiglia italiana stabilita da ventiquattro o venticinque anni a New-York.—Che modo è questo di amministrare la giustizia? Si fissa la data dell'esecuzione, poi si accorda una dilazione, si perdono settimane su settimane e il condannato impazzisce.

E dopo aver descritto la scena, domandavo:

—Quando si è visto che un condannato ha perduto la ragione, deve essere permesso in un paese civile di impiccarlo?

—E che cosa avreste voluto che si facesse?—m'interruppe uno degli interlocutori, un giovane mio amico di ventidue anni, figlio di genitori italiani, ma nato negli Stati Uniti.—Metterlo in un manicomio, curarlo perchè guarisse e, appena il disgraziato avesse riacquistato l'uso della ragione, condurlo sulla forca in tutta la pienezza dei suoi sentimenti? Dal momento che qui si mantiene la pena di morte, che in Italia dite di aver abolito, ma che conservate ancora nell'esercito, e posto che Cornetta era stato condannato a morte, fra il giustiziarlo col cervello sconvolto e il giustiziarlo con le idee ben chiare e ordinate, mi pare anzi più umano l'averlo soppresso quando non capiva nulla.

—Infatti Cornetta aveva la fissazione che oggi doveva essere liberato. Ma dovreste considerare che pazzo significa malato moralmente. Se un condannato, supponiamo, alla vigilia dell'esecuzione, fosse malato fisicamente, avesse il tifo o qualche cosa di simile che gli impedisse di alzarsi dal letto, lo si impiccherebbe? Io non capisco come voi americani o americanizzati trattiate i pazzi come i malvagi sani. Se vi fu mai un assassino col cervello guasto era certo l'uccisore del presidente Garfield, Guiteau, affetto da mania religiosa, che si credeva inviato da Dio e che in prigione sorrideva dolcemente contemplando nel soffitto il seggio di gloria e l'aureola luminosa che l'attendevano nella Nuova Gerusalemme. Ora neppure per Guiteau si volle riconoscere che un manicomio era più opportuno della forca.

—Ah! sì, il manicomio! Se non si sbrigavano a impiccarlo, sarebbe stato linciato!

—Eh! già: ricordo che vi fu perfino uno, il sergente Mason, che gli tirò una revolverata mentre lo conducevano dal carcere al tribunale. E appena fu fissato il giorno dell'esecuzione, quanti cittadini si offrirono di sostituire il boia! Fu spedita a Washington una vera collezione di corde per il collo di Guiteau; le signore americane mandarono una cappa nera, filettata di rosso con le loro mani, per incappucciare il condannato! E il dì dell'impiccagione fu giorno di gioia in tutta l'Unione. Alla mattina, di buon'ora, in diverse città, Guiteau veniva anticipatamente impiccato in effigie da una folla entusiasta. Ve ne ricordate? I birrai distribuivano gratis lager-beer ed ale per celebrare l'esecuzione dell'assassino presidenziale che saliva il patibolo gridando con voce ferma e inspirata: Gloria, gloria, alleluia!

—Ebbene?—fece il giovane italo-americano—e non è meglio sbarazzarsi di simili pazzi più presto che si può? I buoni yankees credono che non valga la pena di mantenerli in un carcere o in un manicomio: sarebbero denari spesi molto male.

—Oh! volete finirla con questi lugubri discorsi?—saltò su a dire in inglese, perchè l'italiano lo parlava con imbarazzo, la signorina Mary, sorella del mio amico, nata essa pure a New-York, una giovane diciottenne molto colta e intelligente, che studiava nel Normal College.—Se parlaste un po' invece del gran ballo in costume che darà domani W. K. Vanderbilt, uno dei più famosi milionari newyorkesi, nella sua residenza di Fifth Avenue, lo splendido palazzo la cui sola costruzione costò cinque milioni di dollari?

—Io ho potuto procurarmi un biglietto—disse il fratello.—Venite anche voi—continuò rivolgendosi a me—coll'invito che avrà ricevuto il vostro giornale: così dopo domani sera avremo cose più allegre da raccontare a mia sorella e ai miei genitori.

—Da parecchi giorni—seguitò la signorina Mary—non si parla d'altro. Si dice che sarà una festa di cui non si è veduta mai l'uguale nella metropoli; che il ballo storico dato a New-York qualche anno fa da Augusto Belmont non reggerà al confronto con questo di Vanderbilt, il quale servirà a dimostrare l'enorme progresso della società nordamericana in fatto di buon gusto e di eleganza. Si citano le grosse somme prodigate in fiori e si assicura che i milleduecentocinquanta invitati vedranno splendori degni del conte di Montecristo e delle Mille e una notte.

La signorina Mary m'aveva messo addosso una grande curiosità e la sera appresso non mancai di recarmi alla gran festa con suo fratello.

Alle dieci e mezzo centinaia e centinaia di carrozze cominciavano ad arrivare davanti alla reggia di Vanderbilt e ne uscivano dame e cavalieri vestiti di ricchissimi costumi di tutte le epoche, dai colori smaglianti, carichi di gioielli, di collane, d'anelli preziosissimi. Man mano che giungevano, le coppie salivano il principesco scalone sovra il quale le statue e i busti di pietra di Caen guardavano in basso con quella stupida tranquillità che Mark Twain attribuiva alle mummie egiziane; imboccavano i vasti corridoi illuminati da migliaia di candele di cera ed entravano negli sfarzosi saloni.

Per la maggior parte degli invitati l'ingresso nel palazzo Vanderbilt tutto decorato internamente in istile gotico medioevale e rénaissance costituiva un vero avvenimento: a New-York sono ben rari gli interni artisticamente lavorati. Era la prima volta che uno sfoggio reale di ricchezza architettonica veniva gettato in faccia all'high-life della città.

Un artista avrebbe condannato la soverchia ornamentazione delle sale e notato che se tutte indistintamente le pareti non fossero state dipinte a quadri, l'insieme ci avrebbe guadagnato. Ma gli intervenuti non erano tipi da preoccuparsi di ciò: per essi anzi la confusione degli stili e l'eccesso degli ornamenti davano maggior pregio al palazzo; si accorgevano di questo solo, che la ricchezza era buttata là a piene mani e ne rimanevano sbalorditi.

E passando dall'esame delle sale a quello di loro stessi, gli invitati, anzichè ai costumi, badavano prima di tutto ai milioni di dollari che erano rappresentati al ballo,

—Vogliamo provare a fare il conto?—diceva uno in un gruppo.—Cominciamo dal padrone di casa. W. K. Vanderbilt, venticinque milioni di dollari; suo fratello più giovane, due; gli Astor, duecento; Russel Sage, sessantacinque; Josè Navarro, dieci; Cyrus Field, quindici; George Pulmann, venti; i Lorillard, quaranta; i Belmont, quindici; D. O. Mills, dieci; la signora Stevens, otto; gli Iselin, la famiglia Fish, Sidney Dillon e Henry Clews, dieci milioni di dollari per ciascheduno; i Goelet, venticinque…

—Senza contare—aggiunse uno—i patrimoni da cinque milioni di dollari, come quelli di Horace Porter, di Galloway, di J. B. Houston, di Livingstone, dei Schermerhorn, e trascurando tutti quei gentlemen che valgono quattro, tre, due, un milione di dollari.

—E pensare—osservò il mio amico—che quasi tutta questa gente lavora e commercia sempre, e che nei loro negozi di Broadway domani possiamo comperare due metri di tappeto o un'oncia di tabacco! Vedete là quella signora alta, magra, col naso rosso? È una milionaria anch'essa, che va in persona a esigere i fitti delle sue case e bestemmia peggio di un facchino del porto.

Quella aristocrazia nord-americana non era che una congrega di giuocatori di borsa, di speculatori, di mercanti arricchiti; ebbene, cosa curiosa, la maggioranza dei costumi indossati rappresentava la nobiltà storica europea: erano tutti re e regine, imperatori e imperatrici, principi, duchi, conti e marchesi; Enrichi VIII e conti di Guisa; Franceschi I e Marie Antoniette; cardinali Mazzarino e regine Elisabette; Marie di Borgogna e Marie Stuarde; Luigi XV e Kings Lear; Don Carlos e Luigi XII; Enrichi IV e Carli IX: pochissimi i vecchi Knickerbockers, cioè i veri nobili americani, le famiglie blasonate d'Europa emigrate sulla costa dell'Atlantico quando gli attuali Stati Uniti erano colonie inglesi.

In mezzo a quella strana ricerca della nobiltà del vecchio mondo una circostanza mi colpì: Arthur, allora presidente della repubblica, passò quasi inosservato nella festa; ottennero un maggior successo di curiosità certe rose fresche, che costavano dieci lire l'una.

W. H. Vanderbilt, padre del padrone di casa, arrivò tardi, ed evitando la folla salì inosservato al secondo piano del palazzo. Me lo additò il mio amico, facendomi notare come le spalle del vecchio milionario apparissero più curve del solito e come i di lui occhi sembrassero inquieti.

—Chissà—mi diceva il fratello di Mary—che egli non tema di vedere la figura arcigna di suo padre, il rozzo barcaiuolo di Staten-Island, guardare con sarcasmo queste pompe; o chissà che non pensi al fratello suicida, o non deplori l'acquisto forzato della Nickel Plate Railroad, che in un giorno solo creò sei milionari. Forse si augura semplicemente che la sua puledra prediletta, Maud S., la cavalla più veloce che si conosca, vinca anche alle corse di domani. Comunque sia, quest'uomo che vale (come si dice) duecentotrenta milioni di dollari d'oro, cioè millecentocinquanta milioni di lire italiane, è di cattivo umore e non mostra di divertirsi.

* * *

Meno di cinquant'anni fa non si aveva idea a New-York di tante ricchezze.

Da una curiosa statistica, pubblicata nel 1846 negli uffici del Sun, si rileva che allora il più ricco americano del Nord era John Jacob Astor, che possedeva per circa venticinque milioni di beni stabili a New-York. Venivano quindi i patrimoni di Van Rensealeur, valutato dieci milioni, e di William B. Astor, cinque. La lista dei cittadini e dei patrimoni valutati ciascuno mezzo milione o meno d'un milione conteneva appena quarantacinque nomi.

Allora non si parlava nè di Bennett, nè di Cyrus Field, nè di Jay Gould, nè di Russel Sage. Dopo il 1846, la maggior parte di coloro che trovavansi nella lista, sono diventati molto più ricchi, essi o i loro discendenti; ma nel frattempo si formarono altre fortune enormi, la cui origine è meravigliosa quanto la nascita di Minerva dal cervello di Giove.

I soli patrimoni riuniti di Jay Gould e di Vanderbilt costituiscono più del doppio delle ricchezze, di tutti i milionari e mezzo milionari della metropoli di cinquant'anni fa.

—Come mai—domandavo quella notte al mio amico uscendo dal ballo—hanno potuto questi individui accumulare tanto rapidamente ricchezze così enormi?

Non era difficile la risposta: con le speculazioni più arrischiate, con la frode e con le corruzioni. La vita di tutti i re della Borsa e dei magnati ferroviari americani, non è che una storia di imbrogli. È impossibile mettere insieme dal nulla, con mezzi onesti e in pochissimi anni, simili sostanze. Il più meschino dei predetti magnati delle ferrovie è molto più ricco dell'opulento ed arrogante Marco Crasso, la cui fortuna veniva considerata la più colossale della Repubblica Romana.

I fondatori delle dinastie reali degli Asburgo, degli Hohenzollern e via dicendo erano briganti o soldati di ventura, ma almeno arrischiavano continuamente la vita per la fama e per la fortuna. La nuova aristocrazia americana, invece, ha sostituito la scaltrezza al coraggio, la frode e le arti della corruzione nella politica ai pericoli del campo di battaglia.

La maggior parte di questi milionari si sono insomma arricchiti ingannando il pubblico e corrompendo le persone alle quali il popolo aveva affidata la legislazione degli Stati e della Nazione.

—Certe operazioni di Borsa—mi diceva il mio amico, pratico di Wall Street—sono così immorali che quando si verificarono ultimamente alcuni grossi fallimenti, avendo la stampa gridato allo scandalo, il governo ordinò una inchiesta sui corners e sui futures.

—Che cosa significano queste parole?

—Sono colpi di mano che gli speculatori più furbi e più pratici fanno a danno dei piccoli capitalisti: sono nuovi imbrogli non preveduti dai codici. Il Comitato incaricato dell'inchiesta credette bene di cominciare le sue investigazioni chiedendo informazioni e schiarimenti ai giuocatori più famosi e fortunati, a Vanderbilt, Gould e Hatch, tre colossi di Wall Street, la trinità che impera sulla Borsa di New-York. Figurarsi se costoro, che s'ingrassano di corners e di futures, hanno dato al Comitato risposte tali da provocare una legge contro le loro speculazioni!

—Mi pare che sia come se un agente di polizia incaricato di una investigazione sulle gesta di una banda di briganti, si rivolgesse per avere spiegazioni ai capi della banda stessa!

—Precisamente. I milionari interrogati risposero scherzando. Essi sapevano che l'inchiesta sarebbe finita in nulla. Gli speculatori, che rovinano spesso tante famiglie, che riducono tanti giuocatori a farsi saltare le cervella, sono gente fuori delle leggi. Basta pensare che le ferrovie degli Stati Uniti sono valutate sei miliardi di dollari e che meno di una ventina di individui amministra a suo talento più della metà di questo immenso capitale. Non c'è da meravigliarsi se questi signori spadroneggiano anche nei tribunali. Le amministrazioni stesse degli Stati si trovano alla loro mercè, poichè nella maggior parte degli Stati i loro impiegati sono abbastanza numerosi per eleggere i pubblici funzionari. Venti dei principali direttori di strade ferrate se si coalizzano possono decidere delle principali elezioni per mezzo degli impiegati di cui regolano i voti.

—Vedo, pur troppo, che tutto il mondo è paese.

—Sapete come fa spesso il presidente o uno dei principali azionisti di una società di ferrovie o di altre imprese per assicurarsi il voto del Consiglio amministrativo? Col mezzo di uno speciale servizio di polizia segreta, egli si procura un archivio nel quale è documentata la vita di ciascun membro del Consiglio stesso. Siccome quasi tutti questi signori speculatori all'ingrosso hanno qualche magagna sulla coscienza, venuto il giorno in cui si ha bisogno del loro voto, se qualcheduno è contrario, riceve all'improvviso la visita di un misterioso dectetive, il quale gli dice: «Domani dovete dare il vostro voto al tale progetto: se non lo farete saranno pubblicate queste interessanti notizie di cui vi rilascio copia.» E gli consegna un manoscritto in cui il ricattato trova esattamente narrati con nomi e date certi fatti che lo riguardano, che egli credeva ignorati da tutti e che divulgati causerebbero scandali e processi.

—Sembrano fantasie da romanzo!

—Eppure vi assicuro che queste sono cose comuni in Wall Street e che molti milionari sono legati in tal modo come schiavi ai carri di speculatori milionari più astuti di loro. Vedete: quando Jay Gould e altri pezzi grossi come lui si recano alla Borsa, sono sempre pedinati da parecchie guardie in borghese che non li lasciano un minuto senza sorveglianza. Gould e compagni si sono straordinariamente arricchiti usando tali arti e riducendo alla disperazione tante persone, che temono di trovare ad ogni angolo di strada qualcheduna delle loro vittime con un revolver in mano.

* * *

Eppure la vita di alcuni di questi briganti della Borsa e del monopolio ci presenta un esempio meraviglioso di attività, di ingegno, di audacia e di perseveranza.

Ecco qui, per esempio, brevemente, quella di Jay Gould, il colosso delle finanze nord-americane.

Egli nacque miserabile, nel 1836, in Roxbury, Stato di New-York, da una famiglia di contadini che possedeva poche vacche, e la sua prima occupazione fu quella di aiutare le sorelle a pascolare e mungere le bestie. A quattordici anni disse a suo padre che non amava la vita dei campi e che voleva partire per procurarsi una buona educazione e cercar fortuna.

Il padre lo lasciò libero di fare a modo suo e il ragazzo, andatosene, trovò in una vicina città di provincia un fabbro ferraio il quale acconsentì di dargli vitto ed alloggio, purchè nelle ore in cui era libero dalla scuola gli tenesse i libri di bottega.

A quindici anni il futuro milionario diventava commesso in un piccolo negozio in cui doveva fare di tutto: servire gli avventori, badare ai conti, spolverare e scopare il locale. Il suo lavoro cominciava alle sei del mattino e finiva alle dieci di sera. Siccome però aveva una grande passione per la matematica, si alzava alle tre e studiava fino all'ora di aprir bottega.

Ben presto ne seppe tanto da ottenere la patente di agrimensore e si mise, per venti scudi al mese, come assistente al servizio di un ingegnere incaricato di rilevare le mappe della Ulster County. Questi lo mandò in campagna a eseguire certe misure e a tracciare dei disegni, dicendogli di prendere a credito lungo la strada ciò che gli abbisognava: egli lo avrebbe seguito a pochi giorni di distanza e si sarebbe incaricato di pagare.

Jay Gould partì, ma il terzo giorno essendosi presentato in una osteria, non trovò credito nè per il pranzo nè per l'alloggio: gli fu detto che il suo padrone aveva fallito tre volte ed era pieno di debiti per tutto il paese.

Gould, che non aveva un centesimo, continuò la strada molto mortificato: a un certo punto si buttò sull'erba e si mise a piangere dirottamente; ma ben presto si vergognò e decise d'andare avanti.

Poco distante trovò una fattoria dove una buona donna gli offrì del pane e del latte: stava per partire ringraziando, quando la contadina gli domandò se sapeva disegnare una meridiana. Il giovane rispose di sì e fece immediatamente quanto gli veniva richiesto. Col dollaro che gli diede la massaia per tale lavoro, pagò il pane e il latte; poi proseguì contento il suo cammino: aveva trovato un'industria lucrosa.

Così continuò tutta l'estate a girare per la contea, rilevando le sue mappe e pagando le sue spese col disegnar meridiane sulle case di campagna. Verso la fine del giro, l'ingegnere fallì per la quarta volta e Gould perdette tutto il suo stipendio, sul quale non aveva mai ricevuto un soldo di acconto: ma da tale fallimento cominciò la sua fortuna.

Due ricchi ingegneri furono incaricati di continuare il lavoro delle mappe, e, conoscendo la capacità di Gould, gliene affidarono la cura, accordandogli una parte d'interesse nell'operazione. Gould, poi, assunse simili lavori per altre contee, e in breve tempo mise da parte cinque mila dollari.

Con questa somma si associò con un conciatore di pelli, e i suoi affari prosperarono in modo che quando sopraggiunse la crisi economica del 1857 egli ebbe credito abbastanza per comperare tutte le azioni della piccola ferrovia Rutland-Washington, cadute al dieci per cento, senza sborsare un soldo.

Sotto la sua abile amministrazione la ferrovia prese un nuovo sviluppo; egli la estese fino a metterla in comunicazione con la linea Rensslaer-Saratoga, ed avendone così aumentato enormemente l'importanza ed il valore, rivendette al 120 per cento le azioni comperate al dieci: e realizzò una somma vistosissima.

D'allora in poi Gould non s'occupò d'altro che di comperare, vendere e costruire ferrovie: e la sua fortuna continuò ad accrescersi con rapidità vertiginosa. Avendo danari alla mano in un'epoca di terribile disagio economico, potè fare ciò che volle; tutti i possessori di azioni ferroviarie, stretti dal bisogno, minacciati di bancarotta ad ogni istante, vendevano a rotta di collo, pur di avere il danaro per far fronte ai loro impegni. Così pochissimi poterono attraversare la crisi senza naufragare; molti finirono col farsi saltar le cervella.

Fu in tale occasione che Jay Gould comperò al quindici per cento tutte le azioni della Union-Pacific, rappresentanti una somma enorme al valore nominale. Quando le rivendette valevano il centoventi ed erano ricercatissime. Un simile aumento, è giusto riconoscerlo, non si doveva solo alla cessazione della crisi, ma anche all'abilità, alla pratica, al colpo d'occhio di Jay Gould in affari ferroviari. Una linea passiva diventava presto produttiva nelle sue mani; le azioni considerate prima quasi prive d'ogni valore, salivano sempre sotto la sua direzione a prezzi superiori a quelli d'emissione, e in tal modo Gould non investì mai i suoi capitali senza almeno triplicarli: qualche volta li decuplicò.

Col medesimo successo egli si è dedicato negli ultimi anni anche alla costruzione di linee telegrafiche e alla speculazione sulle azioni delle medesime. Fece da principio costruire la linea Atlantic and Pacific perchè fosse una rivale della Western Union; ma vedendo che la concorrenza tornava più rovinosa a lui che alla Western, seppe adoperarsi con tanta scaltrezza che la Western acconsentì a consolidarsi, come si dice nel gergo della Borsa, colla Atlantic and Pacific, si rialzarono le tariffe, e il pubblico dovette sottomettersi a pagare tutto ciò che gli si chiese.

Per dare un'idea della tenacia di questo milionario, basti l'aneddoto seguente. Quando fu operata la fusione delle due grandi compagnie or ora nominate, Gould credeva che un suo intimo amico, il generale Eckert, sarebbe stato nominato direttore dell'unione delle compagnie stesse. Invece non lo fu, e allora Gould volendo ad ogni costo che il suo amico si trovasse alla testa di quella grande amministrazione, si mise a costruire una nuova linea, la American Union, e ne affidò la direzione al generale Eckert. Dopo poco tempo, come doveva accadere, l'American Union, entrò nel consorzio delle altre due compagnie e il generale Eckert fu nominato direttore delle tre linee consolidate.

Io ebbi occasione di conoscere Jay Gould all'epoca di un grande sciopero dei telegrafisti della colossale compagnia Western Union, sciopero che durò parecchie settimane con danno gravissimo del commercio, del pubblico, della compagnia e degli scioperanti.

I telegrafisti sostenevano giustamente che la fusione delle linee telegrafiche (negli Stati Uniti queste non sono nelle mani dello Stato) e di gran parte delle ferroviarie, levando la concorrenza che prima esisteva fra esse, rendeva pochi individui (direttori delle gigantesche compagnie monopolizzatrici) arbitri assoluti tanto di fissare la paga giornaliera delle molte migliaia d'uomini e di donne che erano al loro servizio, come di imporre ai privati e al commercio quei prezzi che essi volevano pei trasporti e per le comunicazioni.

Il pubblico era in favore degli scioperanti e sperava che questi l'avrebbero spuntata, perchè non si credeva possibile che la Compagnia potesse sostituire subito un numero così grande di esperti impiegati. Durante lo sciopero il servizio telegrafico sulle linee della Western era fatto in modo così lento che conveniva meglio servirsi della posta anzichè del telegrafo e sembrava che i reclami e l'indignazione del pubblico avrebbero dovuto forzare i monopolisti a capitolare. Invece accadde il contrario. La Compagnia, enormemente ricca, fece orecchie da mercante ai lamenti della popolazione ed aspettò che gli impiegati ribelli fossero costretti ad arrendersi per fame.

Quando i poveretti ebbero esauriti i fondi loro e quelli delle associazioni per sostenere lo sciopero, dovettero curvare la fronte e tornare al lavoro alle stesse condizioni di prima.

Questo fatto provocò un'inchiesta. Un comitato di senatori dello Stato fu incaricato di vedere quanto di vero e di fondato vi fosse nei lamenti della classe lavoratrice, e quali fossero i rimedi che, senza offendere le leggi nè i diritti individuali di chicchessia, si potessero adottare per impedire che poche persone o corporazioni giungessero ad accumulare nelle loro mani la maggior parte dei capitali del paese e diventassero in tal modo padroni di imporre la loro volontà, non solo al numeroso personale da essi dipendente, ma anche all'intiera popolazione.

Jay Gould, W. H. Vanderbilt, Cyrus Field, Russel Sage e pochi altri rappresentanti il monopolio causa dello sciopero, furono interrogati. Per tutta spiegazione, Jay Gould raccontò al Comitato e ai reporters presenti la sua storia e quella della sua fortuna, come furono brevemente riassunte in questo capitolo. In quanto poi all'ultimo conflitto fra capitale e lavoro, egli emise delle opinioni che non nutriva certamente quando batteva le campagne per disegnar mappe e meridiane. Disse, per esempio, che qualora si elevasse il salario degli operai e degli impiegati, i capitalisti e fabbricanti troverebbero maggior convenienza nel far eseguire i loro lavori altrove: non aggiunse però se egli sarebbe andato a costruire ferrovie o linee telegrafiche in Europa.

Concluse il suo interrogatorio con questa bella trovata: le grandi corporazioni finanziare non sono monopolii, perchè non impediscono ad alcuno di formarne altre consimili!

In occasione di quello sciopero vi fu una interessante polemica. Qualche giornale espresse l'opinione che non costituendo gli scioperanti che una minima parte del pubblico, non avevano alcun diritto di far danno a tutto il pubblico. Se non piaceva loro di lavorare per la Western Union, potevano cambiare. Dal momento che le ferrovie ed i telegrafi devono essere sempre al servizio del pubblico, bisogna che gli impiegati pensino a questa necessità prima di entrare a lavorare per le compagnie ferroviarie o telegrafiche.

C'è questa differenza, rispondevano i giornali difensori degli scioperanti, che le Società telegrafiche ricevono dal pubblico grandi e speciali vantaggi, e necessariamente devono avere verso il pubblico speciali obbligazioni: mentre invece gli impiegati, nulla ricevendo dal pubblico, nessuna obbligazione devono avere. Vengono pagati dalle Società, non sono responsabili che verso le Società, non hanno da trattare per il loro lavoro che con le Società.

In altre parole, la questione non era fra gli impiegati e il pubblico, ma fra gli impiegati e le compagnie che sono una minima frazione del pubblico. Il pubblico era davanti al fatto che gli impiegati volevano essere pagati discretamente e che le Società volevano pagare troppo poco. A chi la responsabilità?

—Non si può ammettere—venne fuori a dire la New-York Tribune—che da un momento all'altro un comitato di scioperanti possa alzare audacemente la mano e guastare, se non rompere del tutto, il delicato organismo di una grande impresa nella quale esso non ha alcun interesse personale.

—Che non abbiano alcun interesse si fa presto a dirlo—replicarono in coro quasi tutti gli altri giornali, amici e difensori delle classi lavorataci—eppure gli uomini che compongono questo comitato rappresentano qualche cosa; essi rappresentano venti mila operai, come il Consiglio della Western Union rappresenta alcuna migliaia di azionisti; essi rappresentano il loro pane quotidiano e quello dei loro compagni, come gli amministratori rappresentano il loro dividendo e quello dei loro cointeressati.

—Voi—disse allora la New-York Tribune—siete colpevoli di una vergognosa indifferenza verso gli interessi commerciali del vostro paese.

—Gli interessi commerciali di chi?—esclamarono i telegrafisti.—Noi pure siamo dei commercianti e vendiamo il nostro lavoro alle Società telegrafiche. Nei giorni passati trovammo che il nostro lavoro non veniva pagato abbastanza e lo togliemmo dal mercato. E ciò facemmo per favorire i nostri interessi, poichè nel commercio ognuno cerca innanzi tutto il proprio tornaconto. Il pubblico non ci ha accordato nulla e nulla noi dobbiamo al pubblico, come non gli devono nulla i calzolai o i muratori. Tutti i nostri doveri sono verso i nostri padroni e il pubblico non può ritenere che i padroni responsabili di una interruzione di servizio causata da una contestazione a proposito di salari.

Dopo lunghe e inutile trattative con la Compagnia, lo sciopero era cominciato una mattina, dietro un segnale telegrafico convenuto, dato da un giovane telegrafista dell'ufficio centrale, nello stesso minuto, i ventimila impiegati avevano abbandonato tutti il loro posto.

Ora, durante quella lotta, mentre il servizio rimaneva sospeso, io dovetti notare che lo Stato non si sognò mai di intervenire in qualsiasi modo; si lasciarono tenere tutti i comizi che si vollero e se ne tennero da migliaia di cittadini non telegrafisti anche contro la Compagnia, alla quale fu detto che coi suoi lauti guadagni poteva pagar meglio la sua gente.

Molti fili telegrafici vennero tagliati da ignoti amici dei telegrafisti, ma la Western Union non chiese alla polizia l'arresto dei capi scioperanti e non pensò di ritenere i suoi impiegati responsabili dei guasti.

III.

Gli alimenti nervosi.

La signorina Mary mi dava sulla voce ogni volta che io dicevo male degli Stati Uniti e mi rimproverava di fermarmi a considerare solamente i difetti del paese. Dopo il ballo di Vanderbilt facemmo una grande discussione. Ma prima di continuare il racconto bisogna ch'io presenti ai lettori la signorina Mary.

Vi sono degli stranieri che, visitando gli Stati Uniti e osservando la grande libertà che godono e in cui sono allevate le fanciulle, notando la differenza dei culti e delle idee nelle signore, rilevando la vita che conducono molte, le quali non pensano che a divertirsi con le amiche e a visitare i magazzini di mode, s'affrettano a scrivere ai loro amici:

—Le signore nord-americane sono belle, spiritose, disinvolte, ma noi altri del vecchio continente non le piglieremmo per ispose.—

Giudizi superficiali. Negli Stati Uniti non si può parlare di una donna americana tipo, come si potrebbe fare in Europa della russa o dell'inglese, perchè nell'Unione, e specialmente nelle grandi città della costa atlantica, si trova nelle donne una varietà di tipi e di caratteri straordinaria.

Vi sono le donne nate nell'America del Nord da americani ricchi o poveri, vi sono quelle nate da genitori europei, vi sono quelle sbarcate negli Stati Uniti da bambine; e ciascuna di esse, secondo la razza, la nazionalità e la famiglia da cui è uscita, e secondo l'educazione avuta, presenta una fisionomia speciale, un tipo che più o meno si scosta da quello delle altre.

In generale è vero che le ragazze non crescono negli Stati Uniti come nel vecchio continente, sempre attaccate alle gonnelle della mamma; sono più franche, più ardite, più coraggiose; escono sole di casa e vanno pei fatti loro senza bisogno di farsi accompagnare; e nondimeno riescono spose e madri che non hanno nulla da invidiare alle nostre, anzi curano di più l'educazione pratica, la pulizia e l'igiene dei figli, e sono più amanti del comfort della casa.

La signorina Mary, nata a New-York da genitori italiani emigrati poco dopo il matrimonio (suo padre era un distinto architetto), aveva diciassette anni. Di statura ordinaria, possedeva bellissime forme, aveva i capelli e gli occhi grandi e neri e la carnagione un po' pallida, come quella di quasi tutte le donne nate a New-York: era intelligentissima e studiosa, e frequentava i corsi dell'ultimo anno del principale collegio normale della città come studente libera.

I genitori, cresciuti nella religione cattolica, lasciavano ai figli la scelta delle loro credenze. Mary era libera pensatrice, e, senza alcuna affettazione, senza sparlar mai della fede altrui, alla domenica assisteva alle conferenze che sul libero pensiero facevano a New-York gente di gran talento, come il prof. Adler.

Sebbene la sua famiglia fosse di agiata condizione, attendeva molto volentieri al disbrigo delle faccende domestiche. Sapeva cucire e ricamare magnificamente, ma era anche buona cuoca. Solo ogni tanto l'assalivano delle velleità da bambina. Quando fioccava la neve, indossava improvvisamente il waterproof e correva in istrada a farsi tirare in una piccola slitta dal fratello minore e a baloccarsi insieme con alcune amiche.

Non assumeva mai quelle arie sentimentali che hanno spesso le fanciulle d'Europa appena arrivate alla pubertà; era anzi allegra, vivacissima, e si abbandonava sovente a risate rumorose che mettevano in mostra i suoi bellissimi denti.

Si recava alle lezioni del collegio sola, come tutte le compagne, coi suoi bravi libri sotto il braccio, viaggiando nell'Elevated Railroad, la strada ferrata che attraversa la città. Vestiva con buon gusto senza civetteria ed amava i fiori, ma preferiva i confetti.

Quando io la conobbi non sapeva forse ancora esattamente ciò che fosse l'amore. Probabilmente ne sentiva già il bisogno senza volerlo e fra un capitolo della breve storia degli Stati Uniti e un problema aritmetico, intravvedeva qualche paio d'occhi neri e di baffetti nascenti. Forse non ci aveva ancora pensato e il giorno in cui avesse trovato la cosidetta incarnazione dell'ideale sotto le forme di un bel giovinotto, avrebbe perduto gli ultimi giocondi vestigi della fanciullezza e il suo carattere avrebbe subito qualche modificazione, come avviene in tutte le giovinette quando il loro cuore s'apre per la prima volta all'ignoto dio.

Intanto rideva e studiava, e i suoi giorni trascorrevano lieti e sereni.

—Ebbene?—mi disse quando ci rivedemmo dopo il ballo di Vanderbilt.

—Ohimè!—feci io—dove sono andati i tempi semplici e patriarcali di
Washington e di Franklin?

—La costituzione della nostra repubblica dice però ancora oggi che nessun titolo di nobiltà sarà concesso dagli Stati Uniti.

—Sì, voi non avete principi, duchi, marchesi, conti o baroni. Molte giovani ricche acquistano un titolo col mezzo del matrimonio; ma, all'infuori di quelle che si vendono a un nobile spiantato straniero per sentirsi dire contesse o marchese e farsi ricamare una corona sul fazzoletto, non potete vantarvi di avere neppure un meschino cavalierato come quello che viene conferito in Inghilterra a mercanti di candele arricchiti o a sarti in voga, le cui mogli hanno l'ambizione di essere chiamate my lady.

—E dunque?

—Con tutto ciò avete anche voi la vostra aristocrazia. La ricchezza guadagnata, non importa come, prende il posto del merito o del sangue turchino. Come nessuno domanda da noi se gli antenati di un conte abbiano rubato del bestiame, così qui nessuno chiede se il padre d'una milionaria abbia rubato delle ferrovie. Ho veduto da Vanderbilt che quando un americano conta le sue ricchezze a centinaia di milioni, prende il suo posto alla testa della società, precisamente come il duca di Norfolk ha la precedenza, nella sua qualità di primo duca e conte, alla Corte d'Inghilterra. Ho veduto a quel ballo che, per appartenere all'aristocrazia americana, una signora può avere le mani rosse, la pelle ruvida, la voce rauca, i modi più volgari, ma deve essere molto ricca e vestire sfarzosamente. Allora può entrare nella migliore società e ricevere gli omaggi del mondo americano.

—Queste sono eccezioni—fece la signorina Mary.

—Sì, ma quando in un paese la coltura e la virtù non contano nulla e tutto è l'oro, visto che col danaro solo si ottiene quello che si vuole, si fanno pazzie per cercare di arricchirsi rapidamente. L'altro giorno un medico mi diceva che è incredibile la quantità di morfina che si usa a New-York per lavorare con attività febbrile.

—Questo è vero, pur troppo.

—Il caffè, il the, il tabacco, mi raccontava, e tutti gli altri alimenti nervosi, narcotici ed eccitanti di cui si contentavano finora gli uomini, non hanno più alcun effetto sopra i nervi malati di moltissimi nostri giovani. Essi ricorrono all'oppio e alla morfina. Cominciano coll'iniettarsi piccole dosi di quest'ultima quando hanno l'emicrania, l'insonnia o il mal di denti, e poi finiscono per prenderne tutti i giorni, aumentandone la quantità, vivendo in uno stato di benessere fattizio, sparito il quale si sentono spossati, malinconici, tristissimi. Quel medico mio amico conosce parecchi di questi infelici i quali hanno la pelle delle braccia tutta bucherellata dall'ago con cui si fanno le iniezioni. Un giorno gliene capitò uno in ufficio, pallido, cogli occhi semispenti. Lo pregò di dargli della morfina, ne prese una fortissima dose sottocutanea e gli confessò: «Non avevo più denaro per comprarne, e non posso più vivere senza questo narcotico.»

—È proprio così—appoggiò Giorgio, il fratello di Mary.—Abusano degli alimenti nervosi coloro specialmente che lavorano col cervello: vi sono giornalisti e pubblicisti che ricorrono all'oppio per trovare l'energia e la forza d'ingegno che non hanno; scrivono con maggior facilità sotto l'influenza della droga asiatica, ma finiscono poi col logorarsi le cellule e diventano ben presto incapaci di fare quello che facevano prima di ricorrere all'oppio.

—Guai—disse il signor Antonio, l'architetto padre di Mary e di Giorgio—se l'emigrazione non versasse sulla costa atlantica dei veri torrenti di sangue fresco e sano!

—Gli americani—continuò Giorgio—sono il popolo più nervoso che esista. I costumi, le faccende politiche, finanziarie, sociali ed intellettuali contribuiscono a mantenerli in uno stato di eccitabilità permanente. Noi (essendo nato qui posso parlare in plurale) abbiamo la sensibilità dei francesi senza la loro elasticità, la serietà del temperamento inglese senza la sua flemma; come razza siamo trascuratissimi per tutto ciò che riguarda le abitudini sistematiche della vita. La maggior parte dei decessi succede relativamente fra i giovani, e la causa deve ricercarsi nell'esaurimento del sistema nervoso. Quando abbiamo spinto a forza i nostri nervi nello stato cronico di un'incessante e dolorosa irritabilità, allora cominciamo «a medicarci». E ricorriamo sempre a casaccio a certi narcotici (io pure mi lasciai tentare dalla morfina e mi ci volle una gran fatica a smettere per quanto il vizio non fosse in me radicato), a certi eccitanti della cui natura poco o nulla sappiamo. Se non ci sembra di soffrire sotto i loro effetti, ne soffrirà la prossima generazione.

—Avete notato—riprese il signor Antonio—il tipo uniforme che vanno prendendo i giovani americani della classe media? Sono per lo più magri, dal collo sottile, dalle mani e dai piedi lunghi…

—Chicago feet!—interruppe Mary ridendo, alludendo all'opinione corrente a New-York che gli americani dai piedi più lunghi siano quelli di Chicago.

—Pare—continuò il signor Antonio—che dalla mescolanza delle razze emigrate nell'America del Nord stia per uscire una razza nuova. È stato notato che dopo la seconda generazione il yankee mostra segni del tipo indiano; più tardi la pelle diventa secca, il colore vermiglio delle guancie sparisce e dà luogo, negli uomini, ad una tinta terrosa, e nelle donne ad una livida pallidezza. La testa diventa più piccola, rotonda e persino acuminata; si osserva un grande sviluppo degli zigomi; le fosse temporali si fanno più profonde, più massiccie le mascelle, e gli occhi giacciono in occhiaie incavate e molto vicine: le ossa lunghe si allungano, specialmente nelle membra superiori…

—Tant'è vero—interruppe nuovamente Mary che in nessun altro paese, —neppure in Inghilterra, che è tutto dire, si fabbricano guanti dalle —dita lunghe come negli Stati Uniti.

—Il clima—seguitò il signor Antonio—deve forse entrare per qualche cosa nella formazione di questo nuovo tipo e nella fretta nervosa degli americani del Nord. Ne possiamo far fede noi europei, che diventiamo qui più attivi e irritabili, che cambiamo professione con tanta facilità e che acquistiamo il mutabile istinto girovago, la febbre degli affari e delle cose nuove. Eppure, a parte il clima, gli alimenti nervosi e la vita che conducono, io sono persuaso che una causa della magrezza dei giovani nord-americani sia il loro genere di alimentazione. Da noi (il signor Antonio era oriundo milanese e conservava il culto del patrio risotto) si fanno dei pasti regolari, abbondanti, si mangiano delle buone minestre fatte col brodo, dei pollastri e della carne, e si beve del buon vino; qui si fanno delle refezioni che sembrano apparecchiate per bambini: fettoline di pane spalmate di burro, piattini dolci, piattini di riso con lo zucchero, piattini di verdura, acqua ghiacciata e the o caffè alla mattina, a mezzogiorno, alla sera e prima di andare a letto. Non hanno di buono che il roast-beef. Se dite ad un popolano di scegliere fra un beefsteak da venticinque soldi e un pezzo di pasticcio dolce da dieci soldi, vi lascerà il beefsteak e si rassegnerà ai fish balls (polpette di pesce) per godersi l'home made pie (pasticcio di mele cotte o d'altre frutta conservate).

—Nella mia qualità di newyorkese—osservò Giorgio—io devo farvi notare che per la razza, non può prendersi come modello la città di New-York, la quale sopporta la maggior parte dei danni e gode la minima parte dei vantaggi dell'emigrazione europea. Gli emigranti che hanno qualche soldo, passano e vanno nell'interno: qui, nel porto, restano i miserabili e i viziosi. Il 25 per cento rimane e il resto procede oltre. New-York è stata giustamente paragonata ad un filtro, attraverso il quale si purifica il fiume dell'emigrazione nel suo corso verso l'ovest.

—Avete mai veduto New-York—mi domandò la signorina Mary—in tutta la sua lunghezza percorrendola coll'elevated railroad dal Battery Park fino ad Harlem? È una gita molto interessante: vi sono da vedere delle cose curiose, ignorate dagli stranieri. La faremo insieme dopodomani, che è domenica?

—Con vivissimo piacere—risposi, desideroso com'ero di studiare la grande città.

* * *

Dopo la China, l'America del Nord è oggi il paese dove si fuma la maggior quantità di oppio. Secondo le statistiche della dogana di San Francisco, dopo il 1879 gli Stati Uniti hanno cominciato ad importare ogni anno dalle 140 alle 150 mila libbre d'oppio preparato, per le quali l'amministrazione delle gabelle incassa da 880 a 900 mila scudi di tassa.

Fino a pochi anni addietro l'oppio si fumava liberamente negli Stati dell'Unione, ma, dopo essersi accorte dei danni che produceva, le autorità fecero chiudere tutte le sale chinesi dove si fumava la droga perniciosa. Tuttavia si continua a fumare egualmente in segreto e il vizio va diffondendosi.

A San Francisco, a New-York e nelle altre principali città della repubblica, malgrado il divieto della polizia, esistono sale clandestine pei fumatori eleganti e luoghi sotterranei per la gente poco denarosa, dove per un dollaro o due nei posti migliori, e per cinquanta soldi nei più bassi, si può abbandonarsi allo snervante letargo.

Il peggio si è che i chinesi si servono spesso dell'oppio per condurre nelle loro spelonche molte ingenue ragazze, le quali finiscono poi col non tornare più ai loro genitori, per darsi completamente alla mala vita.

Un giorno si trovò in Pell Street, a New-York, una cantina dove le fanciulle dai dieci ai venti anni venivano indotte a entrare da qualche donna loro conoscente già corrotta; là, dopo alcune pipe d'oppio, perduta la ragione, le disgraziate si abbandonavano al primo capitato.

Una volta gustato l'oppio, dopo aver superato le prime nausee, le infelici non hanno più la forza di astenersene, e, anche condotte a casa dai loro parenti, fuggono alla prima occasione per procurarsi i piaceri inebbrianti della droga fatale.

Il signor O'Brien, presidente di un Comitato costituitosi per fare la guerra ai ridotti dei fumatori d'oppio, mi raccontava che questi andavano prosperando e crescendo in modo spaventevole. I chinesi, non solo pagavano fitti enormi, ma, per entrare in possesso di un nuovo locale, sborsavano forti indennità agli inquilini, i quali, naturalmente, le accettavano e andavano a stare in un altro quartiere, lasciando così il posto libero ad una nuova sentina di corruzione.

Quando io mi trovavo a New-York non passava quasi settimana senza che i giornali registrassero o la scoperta di un nuovo salon o i casi toccati alla gente annoiata e disutile che si dà all'uso della droga chinese. Eccone qualche saggio.

Una sera un giovane americano entrò in una sala pei fumatori d'oppio in Bowery. Quando si svegliò, s'accorse che durante il sonno gli erano stati rubati i cento dollari che aveva in tasca. Contemporaneamente s'avvide della presenza di una donna che giaceva addormentata sul sofà accanto al suo. Sospettò che essa fosse la ladra e la denunziò alla polizia. Ma la donna, che era una pallida giovanetta, ammise di essere un'arrabbiata fumatrice d'oppio, respingendo però l'accusa di furto. E siccome i denari rubati non si trovarono nelle sue tasche, si dovette rilasciarla libera.

Una notte, il capitano di polizia Petty essendosi assicurato che, all'ultimo piano della casa N. 8 Pell Street, un certo Ah Foo, chinese, teneva un ridotto pei fumatori d'oppio, vi entrò con alcuni agenti e fece arrestare quanti vi si trovavano, cioè il padrone, la moglie e quindici fumatori.

Di questi ultimi, tre erano donne di malaffare, sei uomini chinesi e sei bianchi, fra cui un attore del teatro di Union Square. Quasi tutti gli arrestati avevano indosso una piccola bottiglia d'oppio; uno teneva un limone la cui scorza era bucata in vari punti per saturarlo d'oppio. Sul tappeto giacevano molte pipe e una provvista di oppio da fumare, che il capitano raccolse e portò seco come corpi di reato.

Un'altra notte il dottor Cowles notificava alla polizia che in un vasto fabbricato, al N. 98 Mott Street, vi erano due appartamenti che servivano da ridotti pei fumatori d'oppio. Erano tenuti da chinesi, rimanevano chiusi tutto il giorno e si aprivano alle sette di sera. Nelle ore tarde vi entravano donne giovani, signorilmente vestite, e molti chinesi. La cosa continuava già da parecchi mesi.

Oltre che nei ridotti segreti, si era trovato modo di fumare l'oppio anche nelle pubbliche vie. In certe botteghe si vendevano in eleganti scatolette delle piccole sigarette fatte col tabacco più fino esposto al fumo dell'oppio ardente sopra un braciere, finchè si era impregnato ben bene degli effluvi della droga. I vecchi fumatori usano scientemente tali sigarette allo scopo di poter abbandonarsi alla loro passione in pubblico senza destar sospetti.

Un giorno avevo deciso di entrare in un Opium Saloon a fumare il narcotico famoso per provarne e descriverne le sensazioni. Ma ne fui dissuaso con una semplice osservazione.

—La prima volta—mi si disse—non sentireste piacere di sorta; l'oppio, anzi, vi causerebbe nausee ed emicrania. Se per abituarvi lo fumaste poi a piccolissime dosi, aumentandole volta per volta, non provereste da principio alcuna sensazione piacevole, e quando poi foste arrivato a gustarlo, sareste perduto. Diventereste un vizioso incorreggibile e non vi curereste più di analizzare l'ebbrezza.

Per queste ragioni non ho mai provato a fumare una sola pipa d'oppio e mi contentai di interrogare qualche magro e pallido fumatore, ottenendone risposte molto laconiche.

—È impossibile—mi disse un giovane, vittima del vizio fatale—parlarvi dell'effetto che fa l'oppio. È come se un cieco nato domandasse ad uno che ci vede che cos'è la luce. È tutto un mondo nuovo che mi si schiude davanti quando ho fumato; sotto l'influenza del narcotico possiedo tutto quello che un uomo può desiderare; e quando mi sveglio, mi sento così fiacco, la vita reale mi sembra tanto meschina e noiosa, che non vedo il momento d'immergermi nuovamente nel letargo.

—Ma non pensate che vi rovinate il corpo, che vi logorate il cervello, che diventate una mummia e v'accorciate la vita?

—E che m'importa? Non vi sono molti che se si sentissero offrire un patrimonio colossale a patto di dover morire dopo otto o dieci anni di una vita da nabab, accetterebbero con entusiasmo? Ebbene, nello stesso modo io preferisco vivere pochi anni nelle ebbrezze che mi procura l'oppio, di quello che passare una vita ordinaria, regolare ed insipida. The opium is the key of paradise! (L'oppio è la chiave del paradiso!)

Così i fumatori non ignorano che dopo il periodo dei godimenti viene un momento in cui il narcotico non produrrà loro che degli spasimi; sanno che allora raddoppieranno, triplicheranno, moltiplicheranno le dosi per non averne in compenso che il delirio e la morte; ma non si curano dell'indomani.

La maggior parte, invece di fare confessioni umilianti ai profani, negano il loro vizio. Una sera, ricordo, un giovane che cercava la sorella fuggita di casa da alcuni giorni, accompagnò la polizia in una retrobottega di Mott Street. Là, distesi per terra sulle stuoie, c'erano dieci o dodici chinesi e cinque o sei donne bianche, fra le quali la sorella del giovane.

Parte fumavano l'oppio, parte ne erano già inebriati e dormivano. La stanza era piena d'un fumo che tramandava un odore forte ed acre.

Condotta dal fratello alla stazione di polizia, la giovane negò freddamente di essere una fumatrice disse che, condotta da un'amica, visitava per la prima volta un opium eden per semplice curiosità.

Dopo pochi giorni fuggiva nuovamente di casa per non tornarvi mai più.

IV.

Il riposo festivo.

Ma una delle cose che mi sorprese di più nell'America del Nord, paese che è considerato il più libero e più pratico del mondo, fu di veder conservate ancora negli statuti di alcuni Stati certe leggi puritane, quacchere, ridicole, odiose, medioevali, che fanno ai pugni con le idee e con le consuetudini moderne.

Alcuni articoli di quegli statuti di origine inglese, sono assolutamente contrari ad ogni principio di libertà, allo spirito medesimo della costituzione americana; eppure non furono ancora aboliti. La maggior parte delle leggi più assurde caddero in disuso, ma non in tutti gli Stati. In quelli dell'Est specialmente, sulla costa atlantica, si ritrovano nei codici delle disposizioni degne di un governo teocratico.

Ecco un saggio di queste leggi che ricordano quelle di Cromwell.

Nel codice penale di New-York la bestemmia è punita di multa e prigionia. È considerata come bestemmia la semplice evocazione del nome di Dio o di Gesù Cristo in senso profano, cioè in ogni altra circostanza che non sia la preghiera o il rito ecclesiastico.

È ugualmente punita di multa e prigionia la violazione della festa. Il codice dice:

—Ogni occupazione mondana, sia di piacere, sia di speculazione, è proibita alla domenica: in tal giorno, non solo ogni luogo di divertimento dovrà rimaner chiuso, ma la misura sarà estesa ad ogni negozio piccolo o grande, non esclusi quelli per gli oggetti di prima necessità. È fatta eccezione per quelle case, come gli alberghi, dove la merce si consuma sul luogo stesso, per le farmacie, pei venditori di latte, carne e pesce, i quali però non devono tener aperto il negozio che fino alle nove del mattino.—

Lo stesso codice così punisce il suicidio:

—Colui o colei che tenta di togliersi la vita, è passibile d'una condanna a due anni di carcere e a mille lire di multa, mentre chi presta mano al suicidio di un'altra persona si rende colpevole di omicidio in primo grado.—

Per il duello c'è questo gingillo:

—Chiunque si batte in duello, sia che lo scontro venga seguito da morte o no, sarà punito con la pena da due a dieci anni di carcere e perderà il diritto di occupare per tutta la vita alcuna carica pubblica, civile o militare.—

Gli articoli più strani, tuttavia, sono quelli sul riposo della domenica. Eccoli testualmente:

—Ogni sorta di lavoro servile è proibito nel primo giorno della settimana, eccettuati i casi di necessità pubblica.

Ogni sorta di tiro a segno, la caccia, la pesca, le corse di cavalli, i trattenimenti musicali, i giuochi e ogni genere di pubblici esercizi, passatempi o rappresentazioni, sono proibiti nel primo giorno della settimana, come pure è proibito qualunque rumore che disturbi la quiete di tal giorno.

La violazione di questa legge sarà punita col carcere, da uno a cinque giorni, e con la multa, da uno a dieci dollari. Le merci esposte in vendita verranno sequestrate a beneficio dei poveri. Chi contravvenisse alla proibizione delle rappresentazioni teatrali et similia pagherà cinquecento dollari di multa e perderà la licenza.—

Gli articoli di questo codice erano a poco a poco caduti in disuso: si osservava solo apparentemente quello che impone la chiusura delle birrerie durante la domenica; anche tale disposizione si violava continuamente dai birrai, dagli osti e dai liquoristi, tenendo chiusa la porta davanti delle botteghe e socchiusa quella di dietro, d'accordo coi policemen.

Ma, verso la fine del 1882, vi fu un risveglio di puritanismo, e col I° dicembre di quell'anno il codice penale di New-York venne rimesso in vigore in tutta la sua forza. Ciò significava che, alla festa, non si poteva comperar un sigaro, nè un caffè; che tutte le botteghe dovevano esser chiuse; che qualunque lavoro era proibito; che per le strade non si vedevano nè vetture, nè omnibus, nè carri dei tramways, nè vagoni dell'Elevated.

Non dimenticherò mai la prima domenica che passai sotto la restaurazione di quel codice.

Uscito di casa alle otto di mattina, secondo il solito, cercai coll'occhio, nelle vie deserte, un lustrascarpe. Vana ricerca. Gli innumerevoli italiani, negri e americani che hanno il loro deschetto e la sedia in quasi tutte le cantonate, erano irreperibili. Anche il lustrare le scarpe è un'opera servile, proibita dalla legge.

Soltanto dopo una mezz'ora all'angolo della 22^a strada e dell'ottava Avenue, scoprii, sulla soglia di una porta, un povero ragazzo irlandese col viso paonazzo, che, in attitudine sospetta, celava sotto la giacca la sua scatola di lustrascarpe.

Mi accostai a quel povero ribelle e gli chiesi se aveva il coraggio di violare la legge.

Egli si guardò intorno e non vedendo alcun policeman, s'inginocchiò mormorando:

Hurry up, boss! (Facciamo presto, principale!).

—Che cosa pensi della nuova Sunday law? (legge della domenica)—gli domandai.

—Penso—rispose—che io sono un povero orfano e che devo mangiare anche alla domenica.

Uno stivale era già lucidato alla bell'e meglio e il ragazzo s'accingeva a lustrare anche il secondo, quando comparve improvvisamente sulla cantonata un policeman, col suo bravo club (bastone corto) in mano.

Io non potei trattenere una risata, ma il policeman si accostò con aria minacciosa e disse al ragazzo spaventato:

Boy, tu vuoi proprio che t'arresti? È la seconda volta che stamane ti colgo in contravvenzione. A casa subito: se ti vedo ancora, ti conduco alla Station House.

—Lascerete almeno che finisca le mie scarpe!—osservai io.

—No—interruppe severamente l'ufficiale di polizia.—Ringraziatemi se vi lascio andare per la vostra strada; osservate la legge!

Con uno stivale lucido e l'altro no, andai verso la bottega del mio barbiere: era chiusa e sulla porta stava scritto tanto di closed. Mi avvicinai alle porte di parecchie altre; tutte chiuse egualmente. Mi rassegnavo a passar la festa con la barba da fare, quando bussando per l'ultima volta all'uscio della bottega di un barbiere tedesco vidi un occhio al buco di una tendina abbassata. Quando quell'occhio si convinse che non ero nè un policeman, nè un detective, una voce mormorò:

—Entrate per la porticina laterale.

Tre barbieri, alla luce del gas, stavano radendo tre persone, cogli usci chiusi a chiave, silenziosamente. Parevano malfattori in atto di commettere qualche brutto delitto. Di lì a qualche minuto un policeman bussò, ma nessuno gli rispose. Soltanto il padrone bestemmiava fra i denti e diceva:

—Ho cinque figli da mantenere, io. Senza il guadagno della domenica mattina, potrei chiudere durante il resto della settimana.

Quella mattina un cittadino veniva arrestato ai Five Points mentre si faceva radere e condotto in prigione con mezza barba fatta e l'altra guancia insaponata, insieme col barbiere.

Il direttore della sala dei concerti «Koster and Bial's» che volle provare a dare una rappresentazione con un programma sul quale era scritto:—A beneficio dell'Ospedale tedesco—dovette prestare una cauzione di cinquecento dollari per non essere arrestato, e lo spettacolo venne interrotto. Lo stesso accadde all'Alcazar.

Prima di mezzogiorno una cinquantina di persone si trovavano alla Corte di Polizia, accusate di violazione della legge domenicale. Nel sedicesimo distretto erano stati arrestati due lustrascarpe negri. Quattro barbieri sorpresi mentre lavoravano segretamente e condotti subito davanti al giudice, ebbero un bel dire che se non sgobbavano alla festa perdevano la maggior parte dei loro guadagni, e invano protestarono ricordando che perfino ai tempi della Santa Inquisizione fu fatta un'eccezione pel lavoro dei barbieri: dovettero pagare quattro dollari di multa per ciascheduno.

Un episodio buffo. A mezzogiorno un tedesco usciva con un canestro coperto sotto il braccio dalla porta laterale di una birraria di Houston Street. Essendo proibito di comperare alla domenica qualunque cosa, anche il pane, un policeman lo fermò e gli chiese:

—Che cosa avete in quella cesta?

Il tedesco, che aveva un boccale di birra, rispose prontamente:

—Un gatto arrabbiato che vado ad annegare nel fiume. È anche questo un lavoro proibito dal codice?

Alla domenica successiva si rinnovarono le medesime scene. Non solo i saloons grandi e piccoli, ma anche i principali alberghi della metropoli vennero attentamente sorvegliati e alcuni di essi, come l'Astor House, sospesero totalmente la vendita delle bevande spiritose, rifiutandone perfino alle persone alloggiate nella casa.

Nei vari quartieri della città si eseguirono più di cento arresti, per lo più di uomini e di ragazzi colti mentre uscivano dalle porte di servizio dei Lager Beer Saloons con qualche pinta di birra. Quelli fra i contravventori che vennero arrestati al mattino poterono prestare una cauzione e tornare a casa nello stesso giorno; ma coloro che si lasciarono prendere ad ora tarda dovettero passare la notte nelle Station Houses in attesa che la Corte di polizia si riunisse il giorno appresso.

La terza domenica si ebbe un omicidio. Il policeman John W. Smith era stato mandato in giro, vestito in borghese, alla scoperta di qualche violatore della legge domenicale. Per la solita porticina laterale egli entrò nella birraria di un certo Patrick Reagan in Madison Street e, senza farsi conoscere, domandò un bicchiere di salsapariglia che gli fu servito dal padrone stesso.

Poco dopo entrarono tre avventori i quali chiesero tre schooners (grandi bicchieri di birra). Mentre il Reagan spillava il liquido da un barile, il policeman travestito si bagnò un dito sotto il rubinetto del barile stesso, e, portatolo alla bocca e assicuratosi che la bevanda versata era realmente birra, dichiarò senz'altro il birraio in arresto. In prova della sua autorità gettò sul banco la placca metallica che è il distintivo degli addetti alla polizia.

Il Reagan prese la placca e gliela scagliò sulla testa, dicendo che non si curava di tutte le spie della città: quindi, levando di sotto al banco una vecchia sciabola (il birraio apparteneva ad una di quelle associazioni militari che costituiscono la guardia nazionale), si avventò contro il policeman. Questi lo prese di mira col revolver, fece fuoco e lo ferì mortalmente al petto. Il Reagan spirò poco dopo, mentre gli venivano amministrati gli ultimi sacramenti.

Questo omicidio, accaduto per causa di una legge la cui applicazione richiedeva un odioso spionaggio, provocò un grido di protesta da parte del pubblico, e i giornali si misero alla testa dell'agitazione.