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COMMEDIE DEL CINQUECENTO
A CURA DI IRENEO SANESI
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI—EDITORI—LIBRAI
1912
PROPRIETÁ LETTERARIA
GENNAIO MCMXII—30148
I TRE TIRANNI
DI AGOSTINO RICCHI
A LO ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO SIGNORE
IPPOLITO IL CARDINAL DE' MEDICI
AGOSTINO RICCHI
Se la eterna Maestá a le ostie, ai tempii ed a le statue piú che ai cori, agli animi ed a la fede riguardasse, quelli che a pena porgere agli altari suoi le picciole immagini ponno, disperando de le celesti grazie, di porgerli i fidi voti si rimarrebbero. Ma perché il grande Iddio piú gode de la fervida volontá dei cori che de la gonfiata superbia dei doni, ciascuno a la somma bontá ricorso, lá dove il freddo poter manca, supplisce con il caldo volere: ne la guisa che, ne lo offerire al gran vostro nome il primo parto del mio ancora acerbo ingegno, faccio io; rendendomi certo che stenderete in accettarlo la sacra destra con quella istessa natia clemenza con la quale il grande Artaserse abbassò la real bocca, l'acqua pura gustando che con le ruvide mani il semplice pastore rozzamente gli porse. E perché lo eccelso re vie piú si umiliò in ber l'anima che insieme con le onde del fiume il boscareccio uomo gli diede che nel ricevere i preziosi doni dei potenti signori non soleva, ancora l'Altezza Vostra si umilierá nel prendere il core che insieme con queste mie prime fatiche gli offerisco non altrimenti che si faccia in accettare gli alti poemi che i chiari prencipi de le sacre scuole de le lettere, in ciascun luogo, in ogni tempo ed a tutte le ore, li consacrano. Né si creda però che io sí temerario fossi che a voi, che obbietto degli onori siete, per onorarvi inviassi l'opra che io come in poco spazio di tempo forse con poca esperienza d'arte feci, ancora che a Dio, a cui né crescere né scemare si può di gloria, veggiamo, non misurando la grandezza sua, cantare inni, ardere incensi ed accender lumi; anzi perché (sí come le cose poste ne' tempii, per vili che sieno, di indegne degnissime diventano), essendo al magnanimo Ippolito consecrata, di bassa e negletta venga dagli uomini pregiata: ché, per tenere sculto ne la sua picciola fronte il pregiato nome vostro, i pellegrini spiriti che vi adorano la solleveranno con la medesima fortuna che dal tempo abbattuta colonna, per la riverenza de l'antico titolo che in essa si legge, si solleva. E se a me di ciò punto vien di onore, non altrimenti lo estimerò che soglino li umili sacerdoti i fumi degli odorati incensi e gli altri onori di che essi participano, ricognoscendo tutto da colui che è cagione in loro di tali grazie.
Di Ferrara, a li XXV di luglio M.D.XXXIII.
PERSONE
GIRIFALCO vecchio
PILASTRINO parasito
ORGILLA fante di Girifalco
SIRO }
TIMARO } servi di Crisaulo
CRISAULO nobile
FILENO servo di Crisaulo
FILOCRATE giovane
CALONIDE madre di Lúcia
LÚCIA figliuola
EPARO lavoratore
LISTAGIRO parasito
FRONESIA fante di Lúcia
ARTEMONA roffiana
COMPAGNI di Filocrate
DEMOFILO vecchio socero di Calonide.
ARGUMENTO
Girifalco ama Lúcia e da Listagiro e Pilastrino accorti parasiti n'è beffato e punito. Ancor di questa preso Crisaulo nobil, per astuzia d'una roffiana e d'una sua fantesca (che Filocrate giovan quale amava li trasser de la mente, ond'ei impazzò, e si partí romito), la si gode sotto uno inganno d'oro, con parole di volerla sposar. Tornato in questo Filocrate di Spagna, in vece altrui, pensandosi d'aver ne le man Lúcia, si giace con la fante; qual poi sposa, quando Crisaulo, sol da Amor costretto, oltre ogni suo voler, si sposa Lúcia e insieme con Calonide sua socera congiunge Girifalco, giá beffato.
PROLOGO
MERCURIO.
Giove, che vive e regna suso in cielo, come voi qui (la sua mercede) in terra, m'avea mandato qui per i lamenti ch'escono ognor qua giú da le gran mandre dei filosofi nudi e dei poeti; i quai, giá incominciati, or piú che mai spessi e piatosi al ciel passando a schiere, ne turban sí che m'avean commesso, tutti a una voce, ch'io venga a pregarvi e persuader che, per nostra quiete, per vostra gloria e per piatá, vogliate dar fine a tai miserie ond'essi ogni ora, discacciati e mendici e disperati, minaccian sotterrare i nostri onori. E però quegli onde ciascuno ha vita aría voluto ch'io vi protestassi, quando non provediate ai lor bisogni, che, senza alcun rispetto, lasceria cadervi a dosso lo sdegno Aretino: a cui diè forza fulminare i nomi nel modo ch'egli suol talor per ira fulminar l'alte torri. Ma, trovato certi ch'ora qui voglion recitare una comedia per vostro diporto, per non mescolar cose altro che allegre, lascerò questo ufficio. E perché un certo parasito, ch'avea da parlar prima, sorbito ha Bacco in modo che sta in dubbio s'egli è nel nostro mondo o in quel d'altrui, hanno voluto che da parte loro io venga a dirvi quel che intenderete, se m'ascoltate alquanto. Alti e cortesi spettator degni, una comedia nova (nova, dico, non mai piú vista o letta o in alcun degli antichi ritrovata) vi apporto, piena di giuochi e d'amore: il cui tittol, per oggi, sará in vece di quel che s'avria a dirvi in argumento de l'istoria, perché voglio esser breve. Son tre superbi e potenti signori c'han de la vita nostra in mano il freno e la governan come piace a loro. E perché spesso, anzi il piú de le volte, non giustamente in noi s'incrudeliscono, onde ci vien disnor, disagi e morti, l'autor di questa, che vorria mostrarvi la natura di loro, i loro effetti, li finge in tre persone che di pari contendeno ad un fine; e cosí volse chiamarla I tre tiranni. E questi sono, come vedrete, Amor, Fortuna ed Oro. Ma, perché ben sappiate la sua mente, gli è piaciuto scostarsi cosí alquanto dal modo e da l'usanze degli antichi: ché, dove han sempre usato essi che il caso e tutto quel che pongono in comedie possa essere in un tempo o in un dí solo, questi ora vuol che la presente scena, sicondo che richiede la sua favola, servi a piú giorni e notti in fine a uno anno. E, benché si potesse aperto dire che gli è così piaciuto, ha pur in vero qualche ragione in sé: perché, sí come si vive or con la vita del dí d'oggi e non di quegli che fûrno giá un tempo, e son vari i costumi, pare onesto con questi le poesie, le prose, i versi, li stili e l'uso ancor del recitare, sicondo i tempi, si mutino e innovino. Né vi offendano i nomi inusitati, perché, per adattargli a le persone e loro uffici, gli ha tratti dal greco: e questo dice dei latini antichi essere usanza; e in ciò gli ha seguitati. Io vi direi piú cose da sua parte; ma il tempo passa. Questa qui è Bologna. Chi 'l crederá ch'oggi in sí picciol luogo si sia ristretta? E pur è con effetto: e in modo tal che sí superba e grande forse non fu mai Troia, Atene o Roma. Qui sta Crisaulo nobile; e qui Lúcia; qua Girifalco; e di lá Pilastrino. Eccol che viene in qua. Se sta in cervello, potrete intender da lui meglio il tutto. Siate sempre felici.
ARGUMENTO
PILASTRINO parasito.
Buona vita, insieme con la pace di Marcone, caso che vi fermiate con silenzio. Ma io sono il bel pazzo a creder ch'ora tante cicale e tanti cicaloni s'acquetin per mio dire. Orsú! Ciarlate, ciarlate forte, ch'io dirò cantando il Verbum caro o 'l Chirielleisonne. Anzi, vo' dir, poi che non è peccato, O pecorar, quando anderastú al monte o vero il Ritornando da Bologna, La scarpa mi fa male in ponta o pure La vedovella quando dorme sola. Mi vien voglia di dire ad alta voce il Mal francioso di Stracin da Siena; ma so che tutti lo sapete a mente come il Pater e l'Ave e l'a b c. Orsú! Farete tanto che a la fine vi lascerò di pian come ser Zughi. Par quasi che non sappia quel c'ho a dire. Son costor che da ogni ora, qua di dietro, mi stanno a festucar ch'io mi ricordi non so che d'argomento o serviziale o cristeo. Madonne, e voi, messeri, io vel farei, s'io fossi uno speziale sí come sono un bel cacapensieri in campo azzurro. Ma vi voglio dire di me, se a sorte non mi cognosceste. Io sono un uomo, come voi vedete. E mia madre fu donna da bon tempo. E, avendo un giorno tolto una satolla di biroldi e di trippe, venne pregna di me, com'ho poi inteso; ed in quel mese mi fe' in cucina a piè del focolare: ond'io la maledico mille volte, ch'ella si morí in quello ben pasciuta ed io sto sempre per morir di fame e so ch'è sol per qualche suo peccato. Ond'io volli, una volta, farmi frate per viver lieto e non durar fatica; e comperai i zoccoli e 'l cordone (la cappa me la dava un mio parente): ma, pensando ai digiuni ch'essi fanno, mi risolvei diventar parasito acciò che il corpo non mi bestemmiasse a petizion de l'anima da poca che non mangia e non bee e non si vede e vuol, la sciocca, mille cacherie per gire in paradiso a far la ninfa o ver la sposa. Or lasciamo andar questo; e ritorniamo al da ben Pilastrino (che così mi dimando) c'ha piú fede ne' tordi e nel buon vino e nel pan bianco che i frati al campanel del refettorio. E certo, se vivesse oggi Margutte, mi adoreria sí come adoro lui: massimamente s'egli mi vedesse pelare e rassettare a la moderna le donne, le matrone e le massare et utriusque sexus fine ai vecchi. Ma di che vi ridete? de' miei fatti? Ridiam pur tutti. Io riderò de' vostri. Ah! ca! ca! Quanti augei perdegiornata! Oh! co! co! co! Quanti cameleonti che si pascon di vento! altri in amore, fiutando le duchesse e le reine (poi van con una slandra in Fiaccalcollo a menarsi l'agresto a tutto pasto); altri in sperar d'aver l'entrate grandi, mangiando in interessi il ben futuro. Quanto fariano il meglio a provedere di pagar tutto quello c'hanno in dosso a chi fatto ne l'ha credenza; e poi rappattumarsi con la sua signora che, per basciargli tuttavia la borsa, gli fa gir di pecunia a la leggera! Ma son giá di proposito sí uscito che non so a che fine io vi favello né ciò ch'avea da fare in questo luogo. Sí, sí! Me ne ricordo: l'argomento. Assettatevi tutti ben, ch'io possa mettervel tutto ne la fantasia, pel buco de l'orecchio, come s'usa. Fermi! Aspettate, ch'ora ci va dentro. Oh! Gli è 'l gran caldo! In fin, queste borsette, per parlare in linguaggio veniziano, non son mia arte; e, non vi entrando tutto il brodo d'esse, non si fa nigotta. Quanto meglio campeggia Pilastrino ne la santa illustrissima cucina, dando pro tribunal sentenze giuste del cappon lesso e del fagiano arrosto, del mangiar bianco e di quel sapor nero che si cava de l'uva e di quel verde che si trae de l'erbette fiorentine! Oh com'io son ben dotto in ordinare le buone gattafure genovesi! Oh! Io ne fo il bel guasto, per mia grazia! Cosí di queste nostre bolognesi. Risolviamla pur qui. Celi celorum altro non è, secondo il mio giudizio, che 'l mangiar bene e il ber solennemente. Non niego giá che il far quella faccenda non mandi altrui piú sú che mona luna. Tamen un pasto buon pontificale mi dá la vita. E, se ne l'altro mondo si facesse talvolta colazione, la morte mi faria poca paura; ma, quand'io penso che non vi si mangia e non vi si bee mai, divento matto. Oh Dio! Abbia pietá di Pilastrino! Non dico che mi mandi in purgatorio. Ficchimi pur ne l'inferno e nel limbo, ché, pur ch'io mangi talor duo bocconi e bea un ciantellin di malvagía ne incaco Ferraone e Satenasso. E quel poltron di Lucifero porco facciami come vuol, se ben volesse farmi in pasticci o in brodo o in gelatina. Ma, per parer ch'io non parlo col vino, vorria contarvi pur di questi pazzi: di Girifalco vecchio; e di Crisaulo; e quello scimonito di Filocrate ch'al fin si mangia, in cambio di perdice, la carne de la madre di san Luca tutto l'anno avocata dei tinelli. So ben ch'io sono inteso. Io giá non dico che la fante non sia una buona robba; ma basta che li parve essere ai ferri con Lúcia ch'era stata giá cagione ch'egli aveva mandato il senno in poste. Di Calonide taccio, c'ho rispetto di mentovare invano una sua pari che digiuna l'avvento. Or la vedrete entrare in nozze come una donzella (cosa da empir di risa gli orinali) insieme con la figlia, ch'oramai creggio che senta tentationem carnis. State attenti, vi prego, senza strepito; ché qui non vi si chiede né danari né altro che vi debba dispiacere. Un'altra volta comandate a noi. Ora questa è la cena: io volli dire la scena. E questo intorno è 'l Coliseo dove sedete. Chi è stato a Roma sa quel ch'egli è… Oh come mi rodeva! Una rogna canina! Ma tacete. Ecco il vecchio. Ei vien via col suo portante. Oh che cera d'amante! O dio Cupido, hai pur poca faccenda a travagliarti con simil manigoldi! Se non pare il Testamento vecchio e l'Imprincipio! Parla con seco istesso. Sará forza legarlo, inanzi agosto, a la senese. Voglio udir ciò ch'ei dice, qui da canto. Or di' sú, mestolon, cancar ti venga!
ATTO I
SCENA I
Girifalco si lamenta d'Amore. Pilastrino lo ammonisce schernendolo; e, non potendo ultimamente mangiar seco la mattina, si fa dar danari per comprar da cena e promettegli di menar l'altro parasito il quale gli aveva giá fatto credere che fosse negromante.
GIRIFALCO vecchio, PILASTRINO parasito, ORGILLA fante.
GIRIFALCO. Va' sempre stenta! Caca gli occhi e 'l sangue in gioventú per non esser mendico quand'altri è vecchio! Or vedi come, al fine, tutto è niente; ché qui mai non puote l'anima aver riposo in fin che dura con la carne congiunta.
PILASTRINO. Oh bel dettato! Gli è bene un buon boccon, se la è congiunta con la mostarda; ma vuole esser porco di pochi mesi. Oh! Parti che 'l vecchione ragioni anch'egli de bene vivendo? Piace anche a me.
GIRIFALCO. Deh! taci ivi, ti prego, o parla piano; ch'oggi ho poca voglia di cianciar teco.
PILASTRINO. Tu sei pur lunatico, Girifalco: perdonimmi i tuoi anni. Deh guarda che natura! Or si lamenta, or tace e fa il balordo, or ride, or piange, or ciancia fuor di modo e si rallegra e infuria; che talora ho meraviglia ch'un che pratica teco, in otto giorni, nol fai impazzir. Che sí che ancor ti veggio, un tratto, negromante? uomo composto di sciatiche e catarri e d'avarizia, d'ira e d'amore.
GIRIFALCO. Abbimi compassione.
Vedi pur com'io sto; lasciami alquanto
sfogar, ch'io moro.
PILASTRINO. Possa sfogar tanto
che ne rimanga agghiacciato per sempre.
Non restar giá per me.
GIRIFALCO. Sempre ho stentato; né mai mi ho tolto un'ora di buon tempo, in questa vita, per non stentar sempre. Ed or che l'etá mia richiederebbe qualche riposo e d'animo e di corpo, cosí dentro mi sento travagliato, inquieto e confuso che desio talor la morte come cosa dolce. Ma non vorrei esser posto in sacrato, se non pensassi fare, anzi quel punto, vendetta e strazio di quella frittella che n'è cagione.
PILASTRINO. E che pensi di fare? se Dio ti guardi, come ha fatto i denti, ancor la vista.
GIRIFALCO. Se mai viene il tempo…
Non vo' dire altro.
PILASTRINO. Forniscel di dire. Che la farai, come ti vien dietro, morir forse in sul buco? Oh guarda volto da far morir le donne di martello! Che sia impalato!
GIRIFALCO. A chi dici «impalato»?
PILASTRINO. Ho detto che mi tira omai 'l palato; e tu mi pasci qui pur di parole. Saresti appunto buon, per la cappella che si fa al Baracane, per un santo in su l'altare o per un di quei voti con le man giunte; ché non mangi o béi ma vivi d'aere.
GIRIFALCO. Lascia: berem poi. Anima mia, tu mi fai pur gran torto. E poi per chi? Per un morto di fame, un furfantello, un ladro, un giocatore, un plebeo. Ma guardati, Filocrate; ché, a' miei dí, mai nessun mi fece ingiuria che non mi vendicassi. Vatti sposa: e to' per donna qualche ruffianaccia per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio. Rinego il dí che mi battezza. Ca! ahi! In mal punto. Ah!
PILASTRINO. Dá' giú, ch'io 'l voglio, il cuore. Che fai? Par che rineghi anche il battesmo. O Girifalco, tu sei diventato un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio e mostri esser saputo!
GIRIFALCO. Io son perduto
piú lá che ora. Vo' chiamare il diavolo.
Diavol!
PILASTRINO. Di' forte, ché non ti può udire.
Sú! che ti porti presto.
GIRIFALCO. Che hai detto?
PILASTRINO. Che? non m'hai forse inteso? Che ti porti dov'è colei che ti può dar salute e tòr d'angoscia.
GIRIFALCO. Aimè! che sarò morto prima ch'io n'esca.
PILASTRINO. Va'. Se non moro io in questo mezzo, sará forse troppo presto per te.
GIRIFALCO. Non vorrei esser nato prima ch'esser cosí.
PILASTRINO. Fai grande errore a dir tal cose. Oh! Se 'l sapesse Lúcia, e che direbbe de la tua incostanza? Ché debbi pur saper che amano i vecchi perché son fermi e potenti a durare a le lor dolci pene; ove noi altri reggiam di rado. E l'aspettare ancora non ti debbe esser grave perché sai ch'un tesoro sí fatto non s'acquista in un mese o in uno anno. Ma puon caso che n'aspettassi ancora venticinque e poi l'avessi. Non saria il tuo meglio? ché allor forse saresti un'altra volta tornato giovan, come ancor giá fosti, e piú atto a l'amor ch'ora non sei. Non perder la speranza.
GIRIFALCO. E che? Saremmo forse come leggiam de la fenice, noi innamorati?
PILASTRINO. Tu sol sei fra tutti fenice. Gli altri li vo' dir pipioni. Ma, s'Amor non si muta di costume, tengo scorciare a sí vecchia fenice con l'ali il volo. Di fiere piú brave ho giá domato.
GIRIFALCO. E perché son dannato? Ve' ladroncel! Non so che mi ritiene che non ti lasci un pugno, che tu veda le stelle a mezzo dí.
PILASTRINO. Non so vedere altrimenti le stelle a mezzo giorno se non sotto la botte; ma son certo che non le vedrò giá sotto la tua, subbio e telare, a mille opre d'aragna ch'ivi tesse la muffa per vestirne gli amici de l'aceto e del vin guasto. Resta con Dio. So dir che sei persona d'aver teco de' topi e de le mosche in compagnia. E da lor sei fuggito, così sei largo!
GIRIFALCO. Deh! non ti partire.
E dove, Pilastrino? Una parola
odi, se vuoi.
PILASTRINO. Non giá da quello orecchio.
Di': che ti manca?
GIRIFALCO. Cávali la cappa.
Non odi, Orgilla? Vo' che desni meco,
se non ti è grave.
ORGILLA. Or che se l'ha cavata, il briacon, mio danno, se ogni mese non ci torna a veder. Parti governo, questo, di casa? Mi morrei se, un tratto, non gli pesto a mio modo quel mostaccio. Mettiam pur fuor la frasca.
PILASTRINO. Orsú, madonna! Bisogna che abbi compassione un poco al messere ancor tu, poi che tu vedi come sta il poverin.
ORGILLA. La mala pasqua, e presso che non dissi, che vi venga a tutt'e dui! Forse che non s'arrabbia per casa, poi, di questa massarizia e non rugnisce? Saria manco male se spendesse o comprasse della robba, poi che vuol fare il grande.
PILASTRINO. Oh! Di' ben forte che non v'è da mangiar; ma intanto cuoci quello che c'è.
ORGILLA. Vien qua, vecchio insensato. Tu sai pur che costui non mangia rape cotte giá di tre dí né di pan cotto minestra, come farai tu stamane; né bee meschiati.
PILASTRINO. Io mi turo gli orecchi. Tra voi gridate e menate le mani, pur ch'io panebri.
ORGILLA. Tu tirerai in fallo, Pilastrin, questa volta, ché la carne rimasta è in beccaria. Che vuoi ch'io cuoca? le miei mutande?
PILASTRINO. Giá denno essere arse, se l'hai portate un dí, ché 'l vostro fuoco non cuoce o scalda.
GIRIFALCO. Pilastrin mio caro, tu vedi. Tornerai da me stasera, ché compreremo una libbra di lonza per fare arrosto; e poi, con quel guazzetto che fa l'Orgilla, vo' che noi sguazziamo. E mena l'indiano.
PILASTRINO. Hai ben pensato.
E che ci arem da cena?
GIRIFALCO. Non t'ho detto?
PILASTRINO. Non t'ho inteso.
GIRIFALCO. Una libbra di buon porco.
PILASTRINO. A incominciare. E poi infra pasto?
GIRIFALCO. Quello non basterá? Tu se' pure, oggi, strano! Non t'empierebbe….
PILASTRINO. E sí! Dici da vero? Tu vuoi tener me a cena con un'oncia di carne e con guazzetti? Tu mi vuoi far ridere, oggi. Or veggio ben che Amore qualche volta ti trae del seminato. E poi sei vecchio. Dammi a me i danari, ché comprerò da cena onestamente. E non esser sí scarso.
GIRIFALCO. Ecco i danari.
Piglia quel che bisogna. O Pilastrino,
ferma un poco. Che fai? Non c'è moneta?
Questi quatrini… Sta'.
PILASTRINO. Non dubbitare:
ti porterò l'avanzo. Io voglio andare
a cercar di colui.
GIRIFALCO. Non v'è a bastanza?
Odi un poco.
PILASTRINO. Sí ben; ma lassa. Io vado caminando a le porte, or ch'è passato il mercato, se trovassi qualcosa e spender poco. Non uscir di casa. Torno con lui stasera.
GIRIFALCO. Ecco, or costui mi vuol brugiar di qualche bolognino con queste parolette: ché son fatti come 'l tizzone. Ma son bene allegro, se mena il negromante. Entrerò in casa: ché mi par di sentire un ventarello non molto sano.
SCENA II
Siro servo, non introdotto in altro luogo che in questo, parlando con Timaro, apre e dá lume a la favola: e questo è costume degli antichi comici.
SIRO. TIMARO servi.
SIRO. Or veggio il lor cervello. Innamorati? Che sia maladetto quel giorno traditor che incominciai a servir mai nessun! ché non mi manca da starmi a casa mia ben da mio pari e sto a straziarmi dietro a questi cani che tengon servitori come gli osti le bestie da vettura; e 'l dí non basta, ché ancor s'ha a star la notte or qua, or lá per lor capricci. Che sia strutto Amore e chi lo fe', chi 'l pruova e chi gli crede! Io mai nol vidi.
TIMARO. È Siro che ragiona.
Lasciamili accostar. So che camina!
O Siro, aspetta.
SIRO. Che vai tu cercando,
Timaro?
TIMARO. Sono uscito de la strada per venirti dietro, ché sentiva bastemmiar non so che.
SIRO. Sí, ch'io bastemmio qualche volta me stesso; ché non posso omai durar con questo insopportabile, quasi ho detto, poltron.
TIMARO. Che c'è di nuovo?
SIRO. Ultimamente non m'ha minacciato di fare e dire, s'io non truovo modo ch'esca di questi affanni?
TIMARO. O dágli il modo.
SIRO. E come?
TIMARO. Che s'appicchi per la gola!
SIRO. Or non ho punto voglia di scherzare. E' nol potrebbe fare altri che Dio che l'ami, se non l'ama.
TIMARO. Sa bene egli se l'ama o no.
SIRO. Non fosse egli piú vivo! Io l'ho cercato: ch'è piú d'otto giorni che non mi fermo mai, né dí né notte, sol per saper di questo; e truovo al fine ch'ella l'ha in odio sopra ogni altra cosa. E questo è la cagion. L'ha sempre amata un Filocrate giovin, qual si dice che se la sposi in breve. Ora il padrone vorria impedir che questo non seguisse. E, per esser chi egli è ed ella vile, vorria poterla avere a posta sua. A che bisognerebbe che mutasse l'animo, prima, in disamar chi ella ama; e poi si fesse tal che sí grande odio rivolgesse in amore; e poi la madre, ch'è la piú saggia donna, intera e santa di questa terra, consentisse a questo: il che non potria far, penso, un reame. E giá mille altri han lasciato l'impresa, sol per esser la madre quel ch'ella è. Potria forse anco star; ché non è 'l primo miracol ch'abbia fatto, a' miei dí, l'oro. Ma non voglio che mai per mezzo mio faccia tal roffiania.
TIMARO. Farei ancor peggio, per il padron, pur ch'ei mel comandasse. Che ne puoi perder tu?
SIRO. Quello c'ho al mondo, servendo un fuor di senno e disperato. Ma ascolta. Non è solo. Girifalco vecchio, sí avaro, anch'egli è in questo ballo (ed era sí stimato!): ché un Listagiro con Pilastrino e certi buon compagni l'han messo sú ch'ella gli muor dietro. E fangli far l'amor seco ogni giorno: cosa da smascellare. E, perché mai non la vede, gli dicon che 'l difetto vien c'ha poca veduta. E 'l moccicone è giá venuto a tale, in questa giostra, di cosí scarso, che gli tran canóni che ne portano il sangue. E va pensando che Pilastrino, un tratto, il peli e strini fine in su l'osso. Specchiati in quel nome. Da l'altro canto mi par sí vedere che 'l padrone (e Dio voglia ch'io mi menti) faccia con colei tanto che la sposi. Che ti parria di questo?
TIMARO. Io non mi curo. Sia come vuol. Non ho di questi impacci; non penso tanto inanzi e mi contento di questa vita: ben mangiare e bere e gire a spasso, portato c'ho sú, talor, come acqua e legne e governato ben la mia stalla e spazzato la casa e netto gli usuvigli di cucina, le secchie e i caldaroni e, alcuna volta, supplito anche ai bisogni de le fanti che non mi lascian viver.
SIRO. Sí, t'ho inteso.
Tu la discorri bene.
TIMARO. Io me ne vado di lungo a casa (m'hai tenuto un pezzo), ché 'l padron non gridasse.
SIRO. A posta tua. Questi stan ben con queste simil gente che sopportan com'asini venduti; o ver gli adulatori. Io mi risolvo di non vi tornar piú; ch'omai son chiaro ch'ogni or ne sarei a peggio, ché Fileno (perché dice a suo modo) è seco il totum. Io sarei sempre schiavo.
SCENA III
Crisaulo batte il servitore e biasma forte con
Pilastrino l'avarizia; e, incominciandosi a doler d'Amore,
Pilastrino lo lascia.
CRISAULO nobile, FILENO, TIMARO servi, PILASTRINO.
CRISAULO. Basta. Ho inteso.
Ma parti che ci torni?
FILENO. Eccol, per Dio.
Contava i passi; or corre.
CRISAULO. Io son disposto…
A che sei stato tanto, manigoldo?
Ho voglia di…
TIMARO. Signore, ho corso sempre.
Questo è 'l resto di tutto il fornimento,
d'infuor la sella che non è fornita.
S'avrá stasera.
CRISAULO. Hai piú tu di bisogno del baston che non ha di te la stalla. Canaglie! ché non passa per la strada civette o olocchi o per l'aere augelli che non voglin vederli.
TIMARO. È pure stato il maestro che m'ha fatto indugiare questo poco: ché non voleva darmi quegli avanzi del drappo e stava a dire che non è usanza e che none sta bene a un vostro pari; e quasi bastemmiava. Son ladri: sempre voglion sopra i pregi di quel d'altrui.
CRISAULO. Ah vigliacco, poltrone! Questi sono gli onor? Vo' che tu impari per l'altre volte.
TIMARO. Oimei, padron! Son morto.
CRISAULO. Ti vo' spezzar quella testa balorda.
Chi te l'avea commesso?
TIMARO. Oh gramo a me!
CRISAULO. S'io vi ritorno…
TIMARO. Oimei, che ho rotto gli ossi!
Morrò in duo dí.
PILASTRINO. Oh! co! Non piú, Crisaulo. Oh! co! Crepo di rise. Gli farai smaltire i sughi, con quelle sopposte che gli hai fatto nel viso da sedere. Cosí si smuove il corpo ai manigoldi che vogliono, a dispetto del padrone, far massarizia: ma la medicina non val niente, se non si continova piú d'una volta il giorno. To', poltrone! Come fa il morto!
CRISAULO. Corre e va' riportali. E di tua bocca di' che t'ho punito di tanta villania: se non, con altro la farem che con calci.
TIMARO. Ben, messere. Che ti possa esser mozza quella gamba, prima ch'io ti riveggia!
PILASTRINO. O va' pur via. So che ti sentirai di quelli schiaffi, per otto giorni almeno, a cavalcare. Se avessi istaman fatto colazione, non avrei sí goduto. O guarda dove si truova esser condotto un gentiluomo! Ché lasci ogni anno cento pezzi d'oro per non dar luogo agli spirti che sempre biasmano altrui; ed or, per quattro soldi, avrá dato da dire a tutta piazza, quest'ignorante. Ma che! Non importa: perché sei cognosciuto da ciascuno per l'uom che sei.
CRISAULO. Ho sempre da natura avuto questo, che d'alcuna cosa non mi son dilettato quanto avere il mondo tutto e, se fosse possibile, l'inferno amico. E quegli che altra via tengono, essendo nobili di sangue e di gran facultá, debbiam chiamargli animai brutti. Avarizia malnata, d'ogni altro mal radice! O pien d'inganni, fraudi, ruine e morti, oro, tiranno fatto di quello a cui ti fe' suggetto chi tutto fe'! Come può tanto errore fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso che chi piú n'ha piú stenta e manco gode. Ché nol fuggiamo?
PILASTRINO. Ogni uom sa predicare; e tanto piú di quel che poi non crede. Certo è che l'oro è cosí maladetto che alcuno esser non può mai, in fin che n'ha, contento o riposato. Ma vorrei veder pigliare, un tratto, a chi 'l cognosce qualche rimedio.
CRISAULO. E questo è 'l colmo appunto del nostro errar: ché lo veggiamo aperto; né in alcun modo ne vogliamo uscire o rimanerne.
PILASTRINO. Tu non neghi, adunque, essere in grande errore?
CRISAULO. Errore. Ah quanto fòra 'l meglio esser nato in vil capanne, talora, e in boschi che ne l'alte case! Chi nol pruova nol sa.
PILASTRINO. Cosí sarebbe piú felice 'l mio stato assai che 'l tuo; ché non mi truovo un soldo.
CRISAULO. Senza dubbio.
PILASTRINO. È meglio, adunque, che cangiam gli stati e le fortune. E tu sarai contento sempre nel mio: e sí lieto e felice e senza alcun pensier che non vorresti, quando lo provi poi, per tutto il mondo non l'aver fatto. Ed io, in cambio tuo, torrò questi tuoi affanni.
CRISAULO. E che potresti cangiar se non que' panni e quella pelle? o 'l vizio orrendo che non potrá mai mancare in te? poi sai che non possiamo, per noi stessi, cangiar stato e fortuna: ché s'appartiene al ciel.
PILASTRINO. Ti vo' insegnare. Avremmo prima a tramutar la robba: verbi gratia, la tua fa' che sia mia. Tu voglio che ti chiami Pilastrino; ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo, non sol muterai nome, ma costumi, stato e natura; e forse ancor la mente. Proviam, se tu nol credi.
CRISAULO. Io ti ringrazio; ché è buono il tuo consiglio: ma non voglio ch'oggi ne venda a me.
PILASTRINO. Ah! ca! ca! ca!
Non ti si può appicare oggi niente
di questa mia dottrina. Io me ne vado.
Qui non si busca.
CRISAULO. Sta', non ti partire;
fermati un poco.
PILASTRINO. Non posso indugiare.
CRISAULO. E che buona facenda?
PILASTRINO. Un'altra volta, se riesce, tel dirò; ché penso, un tratto, uscir d'esti pedocchi. Non dir nulla, ché vo' ch'abbiam da rider per cent'anni, se mi vien fatta.
CRISAULO. Non vo' sapere altro. Guarda pur di non far qualche trabalzo che te n'abbi a pentir. Di poi quel giorno, non mi sai dir niente di colei? Tu sei pur negligente!
PILASTRINO. Ora non posso
dirt'altro, c'ho da fare in fine a sera.
Ma vo' che sappi la piú bella berta
ch'io tramo adesso.
CRISAULO. Non lo vo' sapere.
Attende ad altro, e forse ti fia 'l meglio.
Ier la vidi duo volte a la fenestra.
Felice giorno!
PILASTRINO. Ed io piú di sei volte
la vidi, dopo bere; e l'abbracciai.
Chi è piú felice?
CRISAULO. Aimè! Vita infelice, quando fia 'l dí che fuor di tanti affanni ti scorga Amor, che giá condotta a tale t'ha in poco tempo ch'altro omai non resta in tuo conforto che la morte istessa o di lei la speranza?
PILASTRINO. Oh! co! T'ho inteso. Addio; fa' pur da te. Questi incomincia, pur come suole, a noverar le stelle e gli animali e le donne e le piante; i sassi e i monti e l'acque e 'l cielo e l'aere dimanderá crudeli; e la fortuna e la sua sorte iniqua e ingiuriosa; troverá tutti i santi, al fine, in fraude; e vorrá far vendetta. Io voglio andare a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna, fin che giunga la sera, anch'io a gridare con le mezzette.
CRISAULO. Aimè! Dolce mia luce, quando mai resterai di tôrti in gioco questa mia miser'alma? e quando avranno mai fin tante passioni? e le cocenti fiamme fian spente? e quando fia mai vinta da pietá cosí dura altera mente? o di me sazia quella cruda voglia? Certo, non mai; ché la mia sorte è tale ch'io sempre peni. Ma lascia, ché, in breve, forse questa mia man ti fará lieta di tanto desiderio e fia disciolta l'alma d'esta prigion.
FILENO. Fornisce, un tratto. Che cosa è questa, tanto lamentarsi e rinnegar la fé? che tanti stinchi? tante prigion? Chi ti sentisse, certo, giudicherebbe ch'aspettassi or ora acerba morte. Hai pur questo tuo pecco, come le donne, di voler morire d'ogni picciola cosa e avere in cima, come lo sputo, il pianto. Se non fosse ch'io troppo t'amo e del tuo mal m'incresce, in fine al cuore avrei or con fatica ritenuto le risa. È pur vergogna tanta viltá.
CRISAULO. Dico che n'ho per sette de' buon consigli. Ma questo non basta: ché bisogna pazienza; di che i santi mancan talora.
FILENO. Eh! va': l'hai per costume questo voler morire. E poi per chi? Una fraschetta, che, chi la strizzasse tutta, non n'usciria tanto di buono che te n'ungessi un'unghia.
SCENA IV
Filocrate viene a parlare a Calonide; e riman seco di
sposar Lúcia di corto.
CALONIDE madre, FILOCRATE giovane,
LÚCIA figliuola, GIRIFALCO.
CALONIDE. Chi è giú?
FILOCRATE. Io sono. Aprite.
CALONIDE. Aspettami, figliuolo.
FILOCRATE. Non mi par giá cangiata. Oh! Dio volesse che non ci avesse visto! Iddio ti guardi, madre. Quanto m'allegro di vederti cosí di buona voglia! ch'istanotte non ho dormito mai, del dispiacere ch'ebbi, perché pensai che ci vedesse Demofilo, iersera.
CALONIDE. Anzi, ci vide: e me ne dimandò; ma tanto seppi bene acconciarla che poi non disse altro. E di qui presi occasion d'entrare ne' fatti tuoi; e, per fartela breve, tanto ho saputo ben dir mal di te che, d'uomo che ci fu giá sí ritroso, or n'è contento e l'ha rimessa in me. Che faremo ora?
FILOCRATE. E che! Va' che n'usciamo. Questo è stato ben fatto: aver disposto la cosa seco. Orsú, madre! Ora è fatta. Porgimi qui la man; ti do mia fede di non mancare; e cosí fa' tu a me. Quando farem le nozze?
CALONIDE. Ora, a tua posta: ché a me non manca se non provedere a certe cosarelle; poi, del resto, possiam farlo istasera. Ma indugiamo ancor duo giorni perché a lui non paia che siam corrivi. E tu fa' che non manchi. A te ne sto.
FILOCRATE. Perché? non è giá fatta?
CALONIDE. È fatta, sí, ma vo' veder le nozze: ché non vo' star piú in questo struggimento, ché importa troppo; e lo starne sospesa non è sicuro.
FILOCRATE. Io sono a le tuoi voglie; altro non bramo. Ma vorrei che anch'ella mi toccasse la mano.
CALONIDE. Oh! S'è per questo,
anco s'ha da far ben. Dálli la mano.
Orsú! A chi dico?
FILOCRATE. Quando fia mai l'ora per me tanto felice che, legati d'eterno nodo, di tante fatiche e tanti stenti al fin mi sia concesso cogliere i dolci frutti? Aimè! ch'io temo, sí come mi cognosco al tutto indegno d'un tal tesor, che non mi sia negato da la mia sorte.
CALONIDE. Lascia andar da canto queste tuoi leggerezze. Ora attendiamo che si dia fine. E poi vo' che tu pigli, figliuolo, per potervi mantenere sempre nel grado vostro con onore, qualche onesto esercizio; ed io giá mai non ti son per mancar.
FILOCRATE. Lo voglio fare. E son restato in fine a questo giorno perché, mercé di lei, cosí inquieto era di mente che ad altro pensare non mi poteva dar che a dimostrarle quanto fosse 'l mio amore. E ancor la veggio tanto esser de le suoi rare bellezze superba e altera che non par si degni accettarmi per suo.
CALONIDE. Taci, figliuolo. Or non vo' dir piú in lá: ché, se sapessi gl'intrinsechi di lei, forse altrimenti ti parrebbe col ver; ché tutta notte m'abbraccia e bascia e spesso ancor, se 'l giorno non ci sei stato. In fine, ancora in sogno ti chiama e piange e meco si lamenta con dir che tu non l'ami; e ben talora c'è che fare appagarla.
LÚCIA. Oh che bugie!
Non è giá vero.
CALONIDE. Cosí fosse manco in tuo servigio come è da vantaggio di quel ch'io dico. Ma ben sai che poi non staria bene a lei essere ardita e parlar come me. Ma sia pur certo che d'affezion ti avanza.
FILOCRATE. Lúcia, è vero?
LÚCIA. Che cosa?
FILOCRATE. Quanto ha detto, qui, tua madre.
LÚCIA. Ha detto cose assai.
FILOCRATE. Non ti ricordi?
Che tu ami tanto me quant'amo io te.
Ma non lo credo.
LÚCIA. Tu non sei cristiano,
se tu credi sí poco. E perché questo
non creder, sí?
FILOCRATE. Perché vedrei gli effetti,
se cosí fosse. Or che rispondi a questo?
Non ti fare insegnar.
LÚCIA. Faccia mia scusa
la fanciullezza mia, ché inver non so
darti risposta.
CALONIDE. E che vuoi che risponda? che non ha mai parlato con alcuno quanto or con te. Ve', ve'! Dimmi, Filocrate. Chi è quel vecchio? che ogni dí lo veggio passar di qua.
FILOCRATE. Piú presto di', ci impazza: ché, secondo che ho inteso, è innamorato costí di Lúcia e la torria per moglie. Guardalo, un tratto. Oh! gli è 'l buon capitale! Felice quella donna che l'avrá! ché è tutto robba.
CALONIDE. Oibbò! ibbò! ibbò!
Che è quel ch'io sento? E quel vecchio pelato
e gottoso vuol tôr donna ancor egli?
Si li vuol dar. Te ne contenti, Lúcia?
Guarda che bella cera!
LÚCIA. Par lo sposo
de la madre de' vecchi.
CALONIDE. Io dico il padre
de' guattari che sono innamorati.
Non si può bussicar, tanto è pasciuto!
M'ha cosí cera che debbe esser nato
a la luna mancante.
FILOCRATE. Eh! Il poverino non fu mai savio. Oh! Senti che si spurga. Gli è caduto il cimurro: avria bisogno de la scuffia de l'asino. Ah! ca! ca! Bella cosa ch'è un pazzo!
CALONIDE. Orsú! Va' via, ché non pensasse mal: ché sai com'oggi si vive al mondo.
GIRIFALCO. Io son mezzo aggirato. Mi parve pur veder lá non so chi; ed or si fugge; e sento in qua romore. Qualche quistione è nata. Meglio è ch'io ritorni in dietro, che non ritrovassi quel che non vo cercando.
SCENA V
Pilastrino porta a Orgilla da cena abbondantissimamente e commette che ordini per la sera; e, volendo ella saper la cagion di ciò, si parte. Ed ella chiama Eparo lavoratore ivi a caso per farsi aiutare: il che dimostra l'avarizia di Girifalco che non teneva famigli.
PILASTRINO, ORGILLA, EPARO villano.
PILASTRINO. Orgilla! o Orgilla!
ORGILLA. E che vuoi, Pilastrin?
PILASTRINO. To' questa robba.
Non morrem giá di fame.
ORGILLA. Oh! Oh! Puon mente. Ve' quanta robba! Oimè! Mi faccio il segno. Che vòl dir questo? È forse dodici anni che sono in questa casa e sí ti giuro che non ne ho visto mai per la metá. Dimmi, di grazia.
PILASTRINO. Non è tempo, adesso.
Fa' d'aver cura a questo, che stasera
ogni cosa sia cotto.
ORGILLA. Oh! S'io gli cuoco,
ch'io caschi morta, se prima non dici
la cosa come sta.
PILASTRINO. Tu vuoi ch'io 'l dica?
In casa s'ha da fare un par di nozze.
Bastiti questo.
ORGILLA. Seheh! Dimmi il vero.
PILASTRINO. Attende qui.
ORGILLA. Di grazia, dimmi il tutto.
PILASTRINO. Nol saperai, se non m'attendi prima.
Incomincia qui. Sú!
ORGILLA. Mezzi i pollastri arrosti e mezzi lessi e questa carne a l'ordinario e mezzi anco i pipioni faremo arrosto e gli altri in un tegame, da far solo a l'odor levare i morti, come so fare.
PILASTRINO. Iddio ti benedica. Tu sei saccente piú de la metá ch'io non pensava. L'altre cose tutte rimetto in te.
ORGILLA. Che vuoi far lí da canto di quel fagian?
PILASTRINO. Lo voglio di mia mano governare istasera: e imparerai un modo onde potrai fare al messere mangiarsi, un tratto, in cambio di lasagne, i suoi stivali. Come torna, digli che aspetti in casa; ché avrò il negromante stasera meco.
ORGILLA. E tu vai, Pilastrino?
Che m'hai promesso?
PILASTRINO. Nulla.
ORGILLA. Ah sciagurato! Tornaci pure a cena. O vecchio matto, dove hai lasciato andare il tuo cervello? dove è 'l tuo senno? Ho visto cento pazzi da incatenar che non farian mai quello che fai or tu in vecchiezza. Ma Dio voglia che non sia qualche tratto di costoro di mala sorte. Eparo! o Eparo!
EPARO. Ben?
ORGILLA. Ben fostú mézzo, sciocco!
EPARO. Ben, madonna:
che ti manca?
ORGILLA. Non altro se non quello
che hai tu e non ho io.
EPARO. Non so che m'av'é che questi pagni frusti qui di nogona ed una capannuccia a ca' e l'asina di mia moiera. Egghi negotta ancora che sia per ti?
ORGILLA. Sí ben che c'è; quell'asina di tua mogliera.
EPARO. Mò non g'ho di quella a far negotta é, ché l'è del suoccio. Li faccio ben le spese e la somezo e la governo ancor; ma l'è di lui. Maidò, non g'ho da fare é.
ORGILLA. O cappachione, si vede pur che sei nato villano, c'hai piú dura la pelle de la testa e de la fronte che non han le bestie. Vo' farti scorto.
EPARO. E perché? Non ti intendo, se Dio m'aida.
ORGILLA. Perché spuntar fuora non ti posson le corna de la testa. E pur sei becco.
EPARO. Parla ch'io t'intenda; ché non son becchi ne' nossi paesi, se non quegghi che ammontan le bestiuole. I galli e le galline ancora l'hanno; ma non l'ho é.
ORGILLA. Ascolta, anima mia.
Che vuol dir che tu sei sí grossolano?
Vo' che tu venga a girarmi l'arrosto
di qua in cucina.
EPARO. E che tanto cianciare
e berlingar? Dimmi se vuoi covelle,
ché vo' spazzar la ca'.
ORGILLA. Possi morire,
se tu vedesti mai camicia a donna.
Bufalo, e 'n questo mondo a che sei buono?
Va', sta pur con le capre.
EPARO. Vagghi ti; ché non sei buona se non da sbelare e non sai che ti voglia.
ORGILLA. Guarda razza di matto scempio! Vorrei venir teco ad esser tua mogliera a casa tua. Te ne contenti?
EPARO. N'ho d'avanzo n'una é. Che credi, se ben siam grossi di pagni, che siam poi asen? ché non è bastante ad una donna sol tutto un comuno di nossi pari; e tu vuoi ch'in mia parte n'ava dò o tre! La non ti verrá fatta, Orgilla me.
ORGILLA. Orsú! Va' tra' de l'acqua; e porta sú tutt'oggi de le legna; tramuta quei pietron che sono a basso; e fa' netto il terrestre e la cantina com'uno specchio. Or vanne, bufalaccio! Si voglion gli animali adoperare solo a quel che son buoni.
EPARO. Ben, madonna.
SCENA VI
Torna Fileno da casa di Artemona roffiana e racconta piú cose strane che v'ha veduto.
FILENO, CRISAULO.
FILENO. Addio, vecchiona. Parti che ne facci a dritto ed a traverso? E poi al padrone porta mille ciancette e vuol che creda che questa sia la prima che ha venduto e quel che fa sol faccia per servirlo, come intera e da bene!
CRISAULO. Ecco Fileno. Ringraziato sia Dio. Che nuove porti? che t'ha risposto? verrá qui istasera? ha fatto nulla?
FILENO. Non l'ho ancor trovata; ch'era, m'han detto, andata fuori al monte a cercar di certe erbe. Ho ben lasciato che venghi, come giunge.
CRISAULO. A chi parlasti?
FILENO. A quei di casa, ché v'era una corte che l'aspettava. Io so che quella strega ha tutte le virtú cardinalesche e l'arti liberali. Mi ricorda, quand'entro in quella casa, de l'inferno, a quel ch'ivi si vede.
CRISAULO. Che dirai? T'intendo ben. Sei stato fino a sera lá, con qualche carogna che ha per casa, ed or vuoi far la scusa.
FILENO. Io non lo niego. Ma non son giá carogne; ché, a la fede, c'è di bei visi.
CRISAULO. Tanto avestú fiato.
FILENO. Vo' che vi venga, un tratto, e che tu veda l'opre belle che fa questa tua arpia. Il collo torto, il volto consumato, quegli occhi lagrimosi accompagnati con l'abito fratino e i paternostri che sempre biascia inganneriano il tempo che inganna ognuno.
CRISAULO. Di' che cosa è questa, se lo sai dire.
FILENO. Io te ne dirò parte. Tu vedi prima una casaccia antica fatta al tempo de l'arca; e poi le stanze fantastiche, affummate; e, per la casa, vecchie sciancate che paion Creonte; ed una infinitá di fanciullette che tien (come faremmo noi i capponi sotto la cesta) perché venghin belle. E, quando poi son grasse e da qualcosa, le vende, le trabalza e con danari ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno il lor proprio esercizio: una pesta ossa e piú cose bizzarre; una crivella le polveri e sementi; un'altra l'erbe mette ne le strettoie e cava il sugo; questa fa medicine; un'altra unguenti, penso, da gambaracci e simil cose; una è in lavar la trementina; e l'altra, falserá sollimato e, con salnitro e solforo, fará puzzar la casa. E vedi poi, d'intorno, mille fatte di lambicchi e campane da stillare, bocce di vetro le piú contrafatte del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe, orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole. Per le fenestre fiori, erbe e sementi, radici, zucche, zucchelle e pignatte, laveggi, pignattini e speziarie e cose strane. E ci vedrai d'augelli piú membra; e piú animali scorticati; e pelle e grassi e sangui come inchiostro; unghie e capei morti.
CRISAULO. Io son giá sazio.
Non mi dir piú, ti prego.
FILENO. Odi ancor questa. Oggi vidi stillare a una campana che è fatta appunto com'un uom che s'abbia le man miso in su' fianchi; che credetti morir di rise. V'era cinque o sei di quei visi affummati intorno al fuoco, che parean le donzelle di Vulcano giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra passando, vidi in una gran caldaia il piú schifo belletto, che a la prima mi fe' voltar lo stomaco a vederlo, ove dicevano esser perle e gioie, oro e coralli. Poi ne vidi un altro d'un'altra fatta, che v'era ammarcito un mondo d'uova e colombi favacci e teste di castroni e pilpistrelli e piú grassi e biturri e piú pastocchi che qualche volta.
CRISAULO. Sú! Fornisse, un tratto.
Fa' che si ceni. Che ora può essere?
FILENO. È passato di poco un'or di notte.
Entriamo in casa.
SCENA VII
Venendo di notte Filocrate a la posta a Lúcia e non vedendola, si pensa che una pignata, ove era steso un fassoletto, sia essa e non li voglia rispondere: onde se ne parte tutto pien di sdegno. Pilastrino, in questo, cercando Listagiro, si imbatte a veder tutto quello che fa Filocrate; ed apre piú la cosa e mostra che la cena si indugerá a l'altra sera per non aver trovato Listagiro.
FILOCRATE solo, FRONESIA fante a la fenestra, PILASTRINO.
FILOCRATE. E ch'io mi sia ingannato non può giá star; ché questa è pure appunto l'ora che m'ordinò. Vo' ritornare un'altra volta. Vincer pur devrebbe la lunga servitú, la mia pazienza sí cruda mente. Visch'! visch'! isch! Oh! Eccola; è venuta. Pensai bene: ché, s'io non ritornava, forse ch'ora s'andava al letto; c'ha la scuffia in testa. Guarda come riluce! T'ho aspettato qui, giá tre ore. Io non credo che pensi a me, se non a caso; e, per quai merti, o qual mio fallo, mi sei sí crudele? Ci debbe esser di nuovo qualche amante che ti de' tôr di mente la mia fede, l'amor, la servitú che tanto tempo hai visto in me.
FRONESIA. Chi sento giú? È Filocrate.
Ma con chi parla?
FILOCRATE. Prego che mi dica
la cagion del tuo indugio perché dentro
giá 'ncominciava a sentir tanto sdegno
che forse anco avrei preso de' partiti.
Non vo' dire altro.
FRONESIA. Odi. Costui vaneggia.
Oh! Va', ché tu m'hai pien del tuo cervello.
Parla con l'aere.
FILOCRATE. Tu non mi rispondi, Lúcia? A chi dico? E' non sta però bene far tanto strazio di chi sai che t'ama piú che la vita propria. Aimè, che torto! Lúcia, ti prego, attende a quel ch'io dico. Non mi lasciare andar cosí istasera beffato a casa, ch'io ti do mia fede che te ne pentirai.
FRONESIA. Oh! co! co! Parla a una testaccia, che v'ho steso sopra un fassoletto.
FILOCRATE. Aspetto ancora alquanto,
se ti muove piatá.
FRONESIA. Puoi aspettare.
Chi nasce matto non guarisce mai.
Il mal tuo non è a lune.
FILOCRATE. Deh! Se mai ti venne in cuor del mio lungo servire poco ricognosciuto e de la fede e di quanto per te giá mai soffersi amando e di giá tanti spesi giorni ne' tuoi servigi render qualche cambio, mostrami tutto in questo; e fammi grazia d'una parola.
FRONESIA. Ve' che bella predica! Cosa appunto da lui, oh! far l'amore a una pignata e voler convertirla con sí belle parole!
FILOCRATE. Aimè! che in vano prego un sasso, una tigre e mi querelo. Altronde porti i miei lamenti il vento; ch'io mi risolvo al tutto di cangiarmi di sentimento, poi che piace al cielo. La prima non è giá, ma ben fia forse l'ultima. Sí, che ancor ne piangerai!
FRONESIA. Oh! Sta', ché si scorruccia. Voglio andare, ch'io creperei. Tratterrò in tanto Lúcia, ché non venisse a sorte a la fenestra e guastasse la torta. Oh! co! co! co!
FILOCRATE. Abbi speranza in donne! abbi in lor fede! credeli il paternostro! Ahi reo costume! Chi tanto ha posto in voi di falso e vano? tanto di crudo, iniquo, acerbo ed empio? Chi vi ci fa suggetti? Ma che! Forse la sorte mia, perché non peni sempre, sempre non mi ritrovi in quello errore in che ora sono e perché n'esca un tratto, sí mi governa. Assai mi fia acquistato, questa sera, d'aver l'empia natura cognosciuto di voi. Prometto a Dio, per l'avenir, come foco e veleno e mortal peste, di fuggirvi sempre. Troppo era lieto de la mia fortuna che, sovr'ogni altra cosa desiata, ti m'avea dato. Ma cognosco or chiaro che tutto era a la mia futura vita amaro tòsco; perché, alfin, tai frutti si ricoglie di voi e di tai fiori tai fronde e rami suol vostra radice produr fra noi. Pianta empia, rea, mal nata! Che 'l ciel la sterpi. Ma di Giove l'ira a tanta iniquitá punire è tarda. Venga almen, poi, cosí grave e focosa che n'arda anca il terren con le radici. Voglio, prima, di questo consigliarmi con Sofomide mio. E, se ci è via che la possa lasciar, che a l'onor mio, mancando, non mancassi, anzi morire son risoluto che mi ponga in casa un drago tal, sí velenosa vipera m'allevi in seno.
PILASTRINO. Io sono stato un'ora a sentir questo pazzo. Che può avere? Tanti lamenti e tante bravarie! Debbe esser, certo, a la fenestra Lúcia, ché fa lo squartator; Vo' fare anch'io l'amore. È quella? Sta'. Non è? È pur dessa. Dico non è, potta de la fortuna! ch'è, credo, una pignata. Oh! co! co! co! Io so che l'è col manico. La voglio puor fra le cose del piovano Arlotto: come quell'altra che fece Listagiro per uscir di prigion; che si fe' morto e, quand'il portâr fuori a sotterrarlo, se ne fuggí, pestato prima il volto a un di quegli sbirri che 'l portavano con un gran pugno. Or veggio ben che Amore fa travedere appunto a questi sciocchi come fa 'l vino a me. La vo' contare in piú di cento luoghi, anzi ch'io dorma. Io lancio de la fame; ché ho cercato quest'altro parasito tutto il giorno. Or mi risolvo che non è possibile che ceniamo istasera. E che 'l vecchione impari, un tratto, a fare a la civetta in terzo con duo mastri di rapina! Forza è che l'indugiamo un dí vantaggio per farla netta; ché a trovar Listagiro non basteria 'l piú valente pilotto che guardi carta. Io so che in Pizzimorti non è stato oggi; e ancora in Fiaccalcollo né in Gattamarcia non è capitato. Sempre che abbiam da far qualche bel tratto par che intravenga questo. Fia forse ito verso 'l tinel del cardinal de' Medici a cortegiare il cuoco. Oh! Quel signore devria adorar ciascun, poi che senz'esso ogni virtú mendicherebbe un pane, come soleva, nunc et usque in seculi. Io mi muoio di fame; ed ho pensato di stendermi in fin lá, dove, se 'l truovo, scroccherò prima anch'io, poi daremo ordine a questo offizio per diman da sera. Lasciami caminar, perché a la mensa beati primi.
ATTO II
SCENA I
Artemona viene, in sul far del giorno, a parlare a Crisaulo e li trae di mano un'altra soma di farina e prometteli, sotto scusa di andare a stender camicie, di parlare a Lúcia.
ARTEMONA roffiana, TIMARO, CRISAULO.
ARTEMONA. Ta, ta. Saran tutti a letto.
Piace anche a me 'l dormir.
TIMARO. Chi batte giú?
ARTEMONA. Amici. Apri: son io.
TIMARO. Pare una donna.
E chi sei tu che vai cosí a quest'ora?
Oh brutta vecchia! Se non par la strega
che vadi in corso!
ARTEMONA. Dimmi: ove è Crisaulo?
TIMARO. E che buona faccenda? qualche polli, cosí a buon'ora?
ARTEMONA. Quel che vuoi, speranza. Non mi fare indugiar, ché non è ora da star per via.
TIMARO. Non dubitar, figliuola,
ché non sarai rubbata.
ARTEMONA. Oh! Basterebbe
perder l'onor.
TIMARO. Che? la verginitá?
Se tu non perdi quelle che hai venduto…
che son piú d'un million.
ARTEMONA. Dissi l'onore.
TIMARO. Oh! l'onor c'hai struziato a mille amanti e mille donne. Credo ch'omai d'altro puoi perder poco.
ARTEMONA. Tu non l'hai chiamato.
Di' che son io, ché mi spedirá, forse.
TIMARO. Eccol che viene. Arruffati, barbuta.
ARTEMONA. Dio ti facci contento.
CRISAULO. E te meschina, donna maestra di non dir mai vero e vender ciancie.
ARTEMONA. E perché dici questo?
Ancor io non ti intendo.
CRISAULO. Son ben tante
quelle che tu ci fai che con fatica
te ne puoi ricordar; senza mille altre.
Ove m'hai fatto ultimamente andare,
che aspettai tanto e non vi fu persona?
Che vuoi ch'io pensi?
ARTEMONA. Oh! Di cotesto sai che non tel dissi certo; ma pensava, secondo che m'avea detto la fante, che la vi andasse. Non ci ho colpa alcuna. Dio sa'l cuor mio. Oh se tu fossi, figlio, quel ch'io ti prego ognor!
CRISAULO. Non è in proposito.
E poi fai 'l grande meco.
ARTEMONA. Odi. Ti giuro sopra l'anima mia che appunto or ora son giunta a casa: ché da lune in qua non mi son mai partita (io tel vo' dire) d'un monastero; ch'una mia compagna mi ci ha tenuto a lavar certi panni del padre confessoro. Oh paradiso! Biat'a lor che v'andranno!
CRISAULO. Io non ricerco i tuoi travagli. Dimmi se facesti di quella mia.
ARTEMONA. Sí, sí. Lasciami dire. Da poi ch'io ti trovai v'ho messo mano; e 'l dí dopo, in bel modo, feci a Lúcia, ridendo, cenno di voler parlarli. Ella non s'è mostrata in alcun modo né di qua né di lá, ché sta in sul savio per amor de la madre; ma dimane la coglierò in soquadro, se crepasse. Voglio tre o quattro de le tuoi camicie piú belle per lavarle; e con degli altri panni le stenderò ne la sua altana. E lascia che a la prima non li parlo, che farò qualche ben.
CRISAULO. Non ti dico altro se non che quanto mai ce n'è bisogno: ché so ben come sto. Fa' di servirmi e serviti di me.
ARTEMONA. Ti vo' contare. Quella farina, ch'è forse otto giorni che mi mandasti a casa, il mio figliuolo, quel maritato, venne, non ier l'altro, quand'io non era in casa, e se la prese dicendo che n'ha piú di me bisogno. Ond'io son senza; e, per trattare or questa tua impresa, non lavoro o faccio niente; e cosí non guadagno: onde conviene alfin ch'io stenti. Di darti fastidio a me ne incresce. Abbimi per iscusa che 'l bisogno mi fa forse far quello che non feci mai piú.
CRISAULO. Basta. T'ho inteso. Timaro, fa' portare a questa donna, a casa, un'altra soma di farina; e, se vuole ancor altro qui di casa, dálli quello che vuole.
ARTEMONA. Oimè meschina! Vivrò mai tanto che mi sia concesso rendere in cambio di sí larghi doni, non parole, ma fatti? E forse tali che tu sempre cognosca tanto bene non aver fatto, se ben poverina, a donna ingrata. Certo, ch'io non posso, almeno in render le debite grazie, scioglier parola.
CRISAULO. Non grazie o parole. Fa' ch'io sol veda, lá dove bisogna, parole e fatti; ché so ben c'hai l'arte e la lingua da far muovere un sasso, non ch'una donna.
ARTEMONA. Vo' che sian gli effetti
che provin l'arte, l'amore e la fede.
Resta con Dio.
CRISAULO. Fa' di tenermi a mente.
Va'. La accompagna tu per fine a casa,
Timaro.
TIMARO. Ben, signor. Son de le nostre, se séguiti cosí. Vecchia scanfarda, sará ben forza ch'io ti cavi gli occhi, se non sei onesta piú nel dimandare per l'avenir. Ti farò lavorare, se vòi viver crestosa. Oh! Parti bella? Sgomborarmi la casa con le some! Fa' conto di venir piú regolata; ché, per Dio vero…
SCENA II
Lúcia si lamenta di Filocrate e manda la fante a cercarlo.
LÚCIA, FRONESIA.
LÚCIA. Aimè, caro Filocrate! Son pur passati giá tre giorni interi e non ti veggio. Ove son le promesse che cosí caldamente, tante volte, a mia madre ed a me festi di tôrmi e sempre amarmi? Di quante lusinghe, quante false parole e quanti inganni son sempre pieni, omini senza fede! Quante son quelle che nel fin rimangono da voi ingannate! Ahi quante crude morti! quante passion portiam per creder troppo! Non posso desiar di te vendetta; né, potendo, vorria: perché piú quella sopra di me verria che a te medesmo, quando la ti venisse. Sol ti prego che vogli aver di sí dogliosa vita qualche pietade.
FRONESIA. Io te l'ho detto sempre che non bisogna fare in lor disegno mai di fermezza; ché son fatti appunto come le foglie e, con modi e parole e, come dicon, con lor servitú, trattengon tutte. E, s'avesser con mille commoditá, tutte gli son padrone; tutte li fan morir. Poi, vedi, al fine, i portamenti lor mostran l'amore e il lor poco cervello.
LÚCIA. Orsú, Fronesia! Voglio che vadi a dimandar di lui in qualche luogo e che non torni a casa se non me ne dái nuova interamente. E pregal quanto puoi da parte mia ch'io li vorrei parlar.
FRONESIA. Mi metto in via. E lascia fare a me, ché non è un'ora ch'io l'ho parlato. Ma tu, se madonna gridasse, sappi trovar qualche iscusa. Ed io son qui in un punto.
LÚCIA. Va', sorella: e sappi far.