LA
GUERRA DEI PIRATI
E
LA MARINA PONTIFICIA
DAL 1500 AL 1560

PER IL

P. ALBERTO GUGLIELMOTTI

DELL'ORDINE DEI PREDICATORI,
TEOLOGO CASANATENSE.


VOLUME PRIMO.

FIRENZE.
SUCCESSORI LE MONNIER.

1876.

INDICE DEL VOLUME PRIMO.

[Proemio] Pag. 1
[Libro Primo.] — Capitano Lodovico del Mosca, cavaliere romano (1500-1503) 3
[Libro Secondo.] — Capitano Baldassarre da Biassa, gentiluomo genovese (1503-1513) 57
[Libro Terzo.] — Capitano Paolo Vettori, marchese della Gorgona (1513-1526) 125
[Libro Quarto.] — Capitano Andrea Doria, dei signori di Oneglia (1526-1533) 271
[Libro Quinto.] — Capitano Bernardo Salviati, cavaliere di Malta e priore di Roma (1533-1534) 335
[Libro Sesto.] — Capitano Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara dal 1534 al 1548. Parte prima (dal 34 al 37) 391
[Note]

PROEMIO.

Gli Storici latini hanno chiamato Piratica la guerra combattuta sul mare da Pompeo il Grande contro gli schiavi della Cilicia, ribelli alle leggi ed alla maestà del popolo romano; ed ora sono io che penso attagliarsi dirittamente al mio proposito l'esempio e l'aggiunto medesimo per distinguere il presente dagli altri miei lavori, e per compendiarne a un tratto l'unità. All'epoca che ormai tocca la presente narrazione, tutto il corpo dei nostri marini nella difesa della civiltà e della religione dispiegano e mantengono costante e principale l'assunto di reprimere gli attentati della grande pirateria musulmana, divenuta gigantesca a pubblico danno del popolo cristiano, durante il periodo de' sessant'anni, pe' quali adesso dovremo trascorrere: per ciò questa parte della mia storia, come è singolarmente intesa a seguire passo passo i fasti dei maggiori Capitani nel tempo e nello scopo prescritto, così vuole starsene da sè; e insieme vuole mantenere il legame di prima origine e di finale intendimento cogli altri miei volumi. In somma lo scritto sulla guerra dei pirati, secondo sua entità individua, e, presso che non dissi personale, tratta a nome suo dei fatti suoi; e come membro di maggior famiglia prenderà il posto nell'ordine convenevole tra gli antecessori e i susseguenti, e formerà insieme cogli altri volumi una sola storia della Marina e del suo svolgimento in ogni parte, tenuto sempre fermo l'addentellato sulla marina romana. Di questa, tra tutte a me più nota e più vicina, ho potuto meglio da cima a fondo studiare le vicende; ed essa, comecchè di ogni altra infino ad ora la più negletta, continuerassi nel servigio delle più avventurose, e nella risoluzione dei problemi storici, tecnici e filologici, dovunque occorra cessare oscurità e dubbiezze pel vasto argomento. I nomi degli Orsini, dei Salviati, degli Sforza, e di altrettali campioni, che daranno il titolo agli otto libri seguenti, entrano mallevadori intorno alla importanza del subbietto: il quale per questo non si resterà sempre circoscritto negli angusti termini delle nostre spiagge, ma a buon diritto anderà cercando anche da lungi le imprese navali di maggior momento più che altri in genere non penserebbe oggidì, e certamente più che taluno non vorrebbe consentire, se non fossevi condotto e ritenuto dalla pienezza delle testimonianze, donde è la forza del mio discorso. Gli estratti degli scrittori contemporanei, e i documenti degli archivi, non per lusso, ma per necessità introdotti nel testo e nelle note, faranno di scusare le altrui ricerche, di togliere le difficoltà, di chiarire i fatti: e l'abbondanza delle prove mi confido di vedere dai lettori non tanto menata buona, quanto efficace a sdebitarmi pur di qualche negligenza nelle scritture mie per la distrazione perpetua della mente verso le cifre e le citazioni delle altrui. Non mi dilungo nel proemiare: ringrazio i benevoli, riconosco i favorevoli, osservo i critici; e del resto nel corpo della storia, quando il destro me ne verrà maggiormente spontaneo ed evidente, darò miglior conto delle mie ragioni, e volgerò come si deve risposte proporzionali alla cortesia delle domande.

Di Roma, alla Minerva,
Casa generalizia dei Domenicani,
31 dicembre 1875.

p. Alberto Guglielmotti, o. p.

LIBRO PRIMO.
Capitano Lodovico del Mosca,

cavaliere romano.

[1500-1503.]

SOMMARIO DEI CAPITOLI.

[I.] — Introduzione. — Origine della pirateria musulmana. — La grande pirateria. — I maggiori pirati del cinquecento ammiragli dell'Impero e sovrani nell'Africa. — Ragioni e titolo di questi due volumi.

[II.] — L'anno del giubileo (1500). — Disegni di crociate contro i Turchi. — Il capitan Lodovico del Mosca e la guardia del mare. — Il capitano Mutino. — Costruzione di galere in Civitavecchia (1501).

[III.] — Compra di artiglierie, e documento. — Durano le bombarde. — I carri di munizione al triplo delle bocche da fuoco. — I tromboncini di marina. — La Metraglia.

[IV.] — Sotto colore di crociata i Francesi a Metellino e gli Spagnuoli alla Cefalonia (1501). — Lustre, non mine. — Le due armate danno in Italia, cacciano re Federigo, pigliano il Regno, che resta alla Spagna.

[V.] — Cesare Borgia. — La marineria nelle guerre intestine (maggio 1501). — Assedio di Piombino. — Il Mosca piglia l'Elba e la Pianosa. — L'Appiano fugge. — Il Borgia, tornato da Capua, entra in Piombino e lo fortifica (agosto 1501). — Suoi architetti, il Sangallo e Leonardo.

[VI.] — Viaggio di Papa Alessandro (febbrajo 1502). — Sei galèe, due galeoni, ed altri legni. — La rôcca di Palo e di Civitavecchia. — Il palazzo del Vitelleschi a Corneto. — Le provvigioni di Castro. — Navigazione a Piombino (febbrajo 1502).

[VII.] — All'Elba per due giorni. — Ritorno, tempesta, e disagi per quelle maremme. — All'Argentaro. — Il Deflusso alla spiaggia di Corneto, e la Deriva. — Rifugio a Portercole. — Ritorno in Roma (marzo 1502).

[VIII.] — Morte del capitano Mosca (29 marzo 1502). — Funebri onori. — Lapida. — Continuazione dell'anno e del libro sotto il nome dello stesso Capitano.

[IX.] — Armamento contro i Turchi, sei galèe di Civitavecchia, due di Ancona, altre assoldate in Venezia (aprile 1502). — Giacopo da Pesaro e Angelo Leonini: Documenti. — Congiunzione dei nostri coi Veneziani.

[X.] — Il capitano Cintio Benincasa e i suoi antenati. — Portolani e cartografi anconitani. — La declinazione della Bussola segnata primamente da loro. — Lettere e risposte (luglio 1502).

[XI.] — L'isola e fortezza di Santamaura. — Il salto di Saffo. — Presidio di milizia regolare e di pirati.

[XII.] — Piano di attacco. — La divisione romana nel canale. — Battute dodici galeotte di pirati. — Occupato il ponte e il borgo. — Investita la piazza (23 agosto).

[XIII.] — I Veneziani dall'altra parte a chiudere il circuito. — Il soccorso ributtato da quattro galèe romane. — Proposizioni di resa, e rotta di pirati. — Occupata la piazza e il castello (29 agosto).

[XIV.] — Lettera del nostro Commissario. — Ritorno del capitano Cintio. — Dissidî dei principi cristiani. — Notizie dell'espugnazione. — Parte principale sostenuta dai Romani (15 settembre).

[XV.] — Considerazioni sulla offensiva. — Sfratto dal mare all'armata nimica. — Scelta del punto d'attacco in terra. — Divisioni convergenti. — Marcia di fronte. — Vantaggio sui passi coll'artiglieria dal mare. — Ciascuno al suo posto.

[XVI.] — Differenza tra corsaro e pirata. — E tra milizia regolare e piratica. — La forca ai pirati.

[XVII.] — Le fortificazioni nuove di Santamaura. — Ingegneri di Roma e di Venezia. — Fortezze di nuova forma nel principio dell'arte nuova.

[XVIII.] — Tutti contro il Turco, a parole. — Disegni sopra Costantinopoli, resi vani dalle guerre dei Francesi e degli Spagnuoli nel Regno. — La mina a Castel dell'Uovo: ripetizione dall'originale e primitivo magisterio del Martini. — Morte di Alessandro VI, e precipizio di Cesare Borgia (18 agosto 1503).

LIBRO PRIMO.
CAPITANO LODOVICO DEL MOSCA,
CAVALIERE ROMANO.
[1500-1503.]

I.

I. — Facendomi a scrivere della guerra piratica, combattuta sul mare pel continuato periodo di sessant'anni, anche dai nostri capitani, con grande dimostrazione di virtù, ed altrettanto splendore di nobili ammaestramenti, mi bisogna alla prima ricordare come per gli stessi principî fondamentali del Corano gli Islamiti di ogni luogo e di ogni tempo si sono messi alle guerre di invasione, ed alle guerre di piraterìa. L'abominio contro la civiltà del Vangelo, la propagazione della loro setta colla spada, e la cupidigia dell'altrui, dovevano senz'altro menare i seguaci di Maometto nella Siria, nell'Egitto, nella Grecia, nell'Ungheria, nella Polonia, sotto Buda e sotto Vienna, alle battaglie campali ed agli assedî; e similmente gli stessi principî avevano a spingere la bordaglia moslemica per tutti i mari sbrigliatamente ai ladronecci. Costoro, contro dei quali adesso in specialtà avremo a fare, sulle riviere marittime in privati conventicoli adunavansi, sceglievano a libito i condottieri, costruivano legni da corso, metteansi al remo e alle armi, entravano sui passi, ed ora coll'arte, ora cogli inganni, ora colla violenza ghermivano quanto lor si parava dinanzi, bastimenti, merci, danaro, persone, e tutto facevan proprio e divideansi nei loro paesi, in parti proporzionali alla ribalderia di ciascuno. Scendevano ancora soppiatti nelle nostre campagne, tramavano insidie ai grandi personaggi; come a papa Leone per le campagne Laurentine, al duca di Savoja sulle coste di Villafranca, al grammaestro Lilladamo sulla via di Rodi, ed alla celebre Giulia Gonzaga nella villa di Fondi. Ad ogni modo davano sul bestiame, sulla gente del contado, massime se femmine o fanciulli. Di qua tra noi lacrime, incendî, rovine mettevano; di là nei loro serragli prede sempre maggiori menavano: tanto che non era nell'Africa così misera cittaduzza, che non avesse tre, cinque e più migliaja di Cristiani in durissima schiavitù condotti a mercato dai ladroni. I quali senza legge, senza patenti, senza tribunali, senza pietà, contro il giure di natura e delle genti, persecutori perpetui tanto dei nemici che degli amici, non erano solamente corsari, come alcuni dicono adesso, sì veramente pirati e ladroni di mare, come gli chiamavano i popoli e gli scrittori di allora; se ne togli quei pochi di Francia e di Venezia, che per diversi rispetti di pace o di alleanza, costretti talvolta a dissimulare, davan loro del corsaro, e non intendevano di meno parlare di pirati, descrivendone le opere ladre. L'evidenza dei fatti rimena al giusto il significato della lusinghiera parola[1].

Non dico per questo che la piraterìa sia uscita improvvisa e tutta armata dal centro del secolo decimosesto: anzi pei fatti e pei principî che ho posti qui ed altrove, si può facilmente intendere quanto pertinace e quasi congenita abbia a dirsi cotesta magagna in tutte le razze musulmane, tanto che non si è mai potuta totalmente estirpare nel Mediterraneo, se non di fresco colla presa di Algeri: nondimeno è pur noto nella storia, e qui meglio si vedrà, che la principale epoca della grande piraterìa corse terribile nel mezzo del secolo decimosesto, quando ai ladroni fu dato salire sui troni di Barberia e diventare ammiragli di Costantinopoli. Cotesta grandezza sul capo di coloro che pubblicamente infestavano il mare per proprio mestiere, non si incontra costante in verun altro tempo, nè prima, nè poi; ma solamente nel periodo dove siamo per entrare col nostro discorso. Vedremo gli stessi Imperatori ottomani, nella briga di sottomettere l'Africa settentrionale, e di cacciarne le antiche dinastie degli Arabi, portare innanzi costoro ugualmente rapaci e bugiardi a danno dei Cristiani, che degli Islamiti. Pensate uomini arcigni e scalzi, colle mani incallite sul remo e col dorso incurvato sotto al fardello, i quali nondimeno levano lo sguardo e le speranze infino ai troni: essi si chiamano Camalì, Curtògoli, Gaddalì, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli, Oruccio, Barbarossa, Moràt, Dragutte, Scirocco, Luccialì; surti tra le brutture della plebe, qualcuno rinnegato, altri fellone, e tutti schiume di ribaldi, che nel secolo decimosesto avranno a essere sovrani di Algeri, di Tunisi, di Tripoli, di Tagiora, di Alessandria, e delle isole maggiori dallo Jonio alle Gerbe; ed oltracciò tutti ammiragli o comandanti di squadra nell'armata dell'imperio ottomano. Pensate che contro a costoro, sovente nelle piccole avvisaglie e talora nei grandi fatti d'arme, coi nostri capitani ed alleati avremo a sostenere durissima lotta per salvare la civiltà cristiana dalla barbarie moslemica, e così farete ragione al titolo e all'argomento del presente volume.

La fortuna nei sessant'anni non ci fu sempre propizia. Sei volte noi affrontammo le maggiori forze dei nemici; e con tre splendide vittorie ottenute presso alle muraglie di Corone, di Tunisi, e di Afrodisio, toccammo tre grossi rovesci nelle acque della Prèvesa, di Algeri, e delle Gerbe; e saremmo rimasti lì colla peggio, se non fosse venuta dappoi la settima giornata di Lepanto a rilevarci. Dirò dei grandi e dei piccoli successi, tirando fuori anzi tutto i particolari meno conosciuti dei capitani di Roma, col nome dei quali divido in otto libri la mia storia. Ma non intendo tanto strettamente tenermi contro i pirati, che non abbia a riferire qua e là gli altri fatti attenenti alle nostre marine, e allo svolgimento dell'arte nautica e militare, e similmente ai viaggi lontani ed alle guerre vicine, sieno desse state gloriose o no. Pesami l'incontro di nojose brighe, proprio nei primi decennali del mio racconto: nè ciò tolgasi a mal grado il lettore, che io non potevo cominciare dove mi tornasse meglio, ma donde ho lasciato nei miei libri del Medio èvo; e non posso ora narrare a libito, ma devo mettere in ordine gli avvenimenti come seguono, secondo il tempo. Andiamo innanzi con franchezza, chè ogni cosa provvedutamente verrà al suo punto; e l'argomento principale, a grado a grado rilevandosi, campeggerà tra gli accessorî, che non si potevano omettere senza sconcio. Basta di ciò: e per menomare il fastidio di chi legge e di chi scrive valga la varietà intorno all'unico subbietto, e lo stile rispondente alla materia. Andremo talora a basse vele sul margine del lido, e ci gitterem talvolta in alto mare sulla cresta dei marosi, come ci menerà la fortuna, seguendo sempre per filo il nostro cammino.

II.

[1500.]

II. — Eccoci all'anno secolare del giubileo, quando gli spirituali propositi, e i religiosi pensamenti, e le visite ai santuarî di Roma, rinfocolavano in ogni parte del mondo cristiano gli antichi disegni delle crociate, a propria difesa contro le perpetue infestazioni dei Musulmani. I naviganti, i pellegrini, e chiunque andava e veniva da lontane parti per le vie del mare, più frequentate allora delle vie di terra, diceva lo sgomento e le molestie patite dai pirati; e tutti speravano nell'alleanza proposta ai principi cristiani da papa Alessandro.

Le speranze parevano toccare alla certezza, niuno potendosi persuadere che non si dovesse venire ai ferri per una impresa tanto necessaria, e da tutti desiderata, alla quale dicevano volersi mettere col massimo delle forze i sovrani di Francia e di Spagna; oltre agli Ungheri ed ai Polacchi, che già con grand'animo combattevano contro le orde di Bajazet, ed oltre ai Veneziani che nei mari di Levante più che mai valorosamente difendevano dal medesimo tiranno i loro possedimenti. Le cose erano tanto innanzi nei congressi di Roma, che papa Alessandro spediva il diploma di capitano generale dell'armata cristiana al grammaestro di Rodi e cardinale di sant'Adriano, Pietro d'Aubusson, uomo di gran valore e di sommo accorgimento[2]: ed il futuro maestro delle cerimonie papali componeva la formola delle orazioni da recitare nella distribuzione delle Croci, e nella benedizione del comune stendardo della lega[3].

I trattati della spedizione generale contro i Turchi correvano per le corti lontane e pei tempi futuri sopra quei fondamenti che in breve vedremo; e insieme insieme crescevano le provvisioni vicine per assicurare le spiagge e per reprimere le minute infestazioni dei pirati. La squadra della guardia, ordinata fin dall'anno precedente con quei capitoli che altrove ho pubblicati, pel concorso grandissimo dei pellegrini in quest'anno, aveva ricevuto rilevante incremento: quanto al numero era salita dai tre ai dodici legni; ciò è dire tre galèe, tre brigantini, tre fuste, due galeoni, e una baleniera[4], la cui comparsa vedremo tra poco nelle acque dell'Elba; e quanto alle persone, era venuto al supremo comando, come uomo di maggior fiducia, il capitano Lodovico del Mosca, cavaliere romano, di antica e nobile famiglia, ora estinta: giovane di alti spiriti e di molta perizia nelle cose del mare, cui nulla sarebbe mancato per farci rivedere in tutta la chiarezza il pristino vigore del sangue romano, se avesse potuto vivere più lungamente in tempi migliori[5]. Il Mosca col suo collega Lorenzo Mutino si tenne tutto l'anno in crociera dall'Argentaro al Circèo, e per le isole vicine di Toscana e di Napoli, ad assicurare i passi dei naviganti verso Roma, quanto durò sulla spiaggia romana il movimento dei pellegrini. Niun disastro nell'annata: anzi tutela dei viaggiatori, e abbondanza delle cose necessarie alla vita nei porti dello Stato e negli alberghi di Roma. Il nome del Mosca era temuto dai barbari; e la virtù del Mutino onorata dai Romani, che vollero ascriverlo alla nobiltà, e pareggiarlo al collega[6].

Oltracciò il capitano del Mosca davasi gran faccenda negli apprestamenti della spedizione generale; e metteva in costruzione sul cantiere di Civitavecchia sei galèe, come principio di quelle venti che papa Alessandro aveva promesso mandare di sua parte nella guerra di Oriente. Ecco in prova un documento inedito e breve[7]:

«Addì undici di gennajo mille cinquecento e uno. Avendo il Santissimo padre e signor nostro comandato che si paghino mille ducati d'oro in oro di Camera al signor Lodovico del Mosca ed a Mutino di Moneglia, prefetti della guardia sulla spiaggia o marina romana, per metter mano alla costruzione di alcune galèe da essere unite insieme coll'armata della santa romana Chiesa contro i Turchi, come si ritrae dalla cedola di nostro Signore, registrata nella cancelleria della Camera apostolica al libro intitolato Diversorum, foglio cennovantasei; così i predetti Lodovico e Mutino personalmente costituiti innanzi alla Camera apostolica, spontaneamente ec., hanno promesso a nostro Signore, e alla detta Camera, ed a me Notajo ec., di spendere i medesimi ducati mille bene e diligentemente nell'opera delle galèe, e di darne buona ragione al bisogno ogni volta che ne siano richiesti; ed hanno giurato secondo la formola camerale, sotto le pene consuete, di eseguire ciò che nella predetta cedola si contiene ec. Presenti nella detta Camera Pietro Chioma, e Bernardo foriere di palazzo, insieme ai Cursori per testimonî. Genesio di Fuligno.»

III.

III. — E per non tornare a salti sopra questa materia delle costruzioni e degli armamenti, qui adesso dirò che per la diligenza del capitan Lodovico si ebbero prestamente le sei galèe fornite di tutto punto nel porto di Civitavecchia[8]; e appresso furono comperate a vilissimo prezzo per tredici mila ducati tutte le artiglierie che il re Federigo, fuggendo dal Regno, aveva raccolte in Ischia; a dire che valevano più di cinquanta mila. I due Capitani se le tirarono a bordo presso la riva dell'isola, e le condussero su pel Tevere alla ripa di Roma, donde poscia le avviarono per Campodifiore a Castel Santangelo. Gli spettatori lungo il passaggio noverarono trentasei bombarde maggiori col seguito di ottanta carri; alcuni tratti da cavalli, altri da bufali: tiri a scempio, a coppia, a quattro, e a sei[9]. Due carri pieni di schioppetti per le barche; nove carri con circa quaranta bombardelle, messe a tre, quattro e sei per carro: dodici con ventiquattro bombarde ordinarie, altrettanti carri per le dodici bombarde grosse; trentasette carri con palle di ferro, tre con polvere; e cinque finalmente con nitro, verrettoni, e pallette mescolatamente. Artiglieria bellissima, di lavoro eccellente, e di gran forza, scortata da duemila uomini d'ordinanza, oltre ai manipoli che andavano avanti, e tra carro e carro, e alla coda.

Dunque al principio del cinquecento si avevano pur care, e si stimavano ancora ad alto prezzo le antiche bombarde e bombardelle; e questo sia ricordo dell'ultimo periodo: da qui innanzi avremo cannoni calibrati al peso della palla di ferro. Dunque i carri da trasporto sorpassavano del triplo il numero delle bocche da fuoco di grosso e di mediocre calibro: e quindi nel traino di guerra, anche al tempo di Carlo VIII, il numero dei carri doveva superare due o tre volte quello delle artiglierie da fazione: tanto che leggendo per quei tempi cencinquanta carri, si ha a intendere una quarantina di pezzi, col seguito di tre carri di munizioni per ciascuno, con qualche altro di rispetto. Valga il documento del Burcardo a confermare le avvertenze del maggiore Angelucci.

Passando alle cose navali, abbiamo qui gli schioppetti per le barche, che avevano a essere archibusi sulle forcelle, corti di canna e larghi di bocca; come tuttavia si mettono alle bande dei piròscafi o delle barche armate quelle minute armi da fuoco, che diciamo petrieri a coda, o vero tromboncini di marina. Finalmente le pallette alla rinfusa, poste mescolatamente negli ultimi carri delle munizioni, fannomi pensare alla metraglia, di che ho dato il primo esempio nell'anno 1453[10]. Ripeto Metraglia, termine tecnico, di comune uso e legittimo tra i nostri soldati, i quali lasciano come stanno in altro senso le voci Scaglia, Cartoccio, e simili. Le quali voci, tuttochè nitide ed eleganti, non esprimono il concetto della voce Metraglia, cioè quella quantità collettiva di pallette, di ferro battuto, di numero e peso determinato, che si mettono insieme nel pezzo per battere il nemico con molti projetti ad ogni tiro. La voce è registrata dal Grassi, e dal Fanfani; ed ha esempî del Colletta, del Giordani, e di più altri. Il Guerrazzi[11] ha voluto scrivere coll'i, Mitraglia; ed a punto per questa mitra, calcata infino agli occhi, non ha potuto vederne l'etimologia; ed ha lasciato che altri la supponesse di origine francese; laddove il Gassendi e lo Jal (francesi ambedue), ce la rimandano qua, facendola derivare dal latino Mittere[12]. Anzi meglio (per la desinenza non latina, ma tutta propria della lingua italiana, in aglia) possiamo noi ridurla al verbo Mettere, come a dire Metteraglia; la qual voce, al pari delle nostrane Pedonaglia, Nuvolaglia, ed altrettali, esprimono l'accozzaglia di più oggetti simili, messi insieme a formare un tutto collettivo: e così Metraglia per una certa quantità di projetti simili messi insieme, come se fossero un projetto solo. L'Angelucci ha pubblicato un documento, dove è scritto precisamente Mettraglia[13]. Dunque questa sarà etimologia ragionevole, e voce necessaria per esprimere cosa diversa dalla Scaglia in tritumi, dalle Ghiande allungate, dalle Pallette elementari, e dai Grappoli tropologici; e così per distinguere il contenente dal contenuto; cioè i projetti dalle Ceste, Lanterne, Cuffie, Cartocci, Sacchetti, e Tonnelli che li contenevano, secondo le espressioni spesso ricordate con lodevole proprietà anche dagli antichi bombardieri.

IV.

IV. — Con tanti armamenti, e con sì larghe promesse dei principali sovrani della cristianità, pareva che si sarebbero fatte imprese segnalate in Oriente contro i Turchi nell'anno presente. Luigi XII, re di Francia e signore di Genova, aveva allestito grossa e bella armata di galere e di navi, sotto la condotta del conte Filippo di Cleves Ravenstein: ma costui senza intendersi nè coi Veneziani, nè col Legato di Rodi, entrato nell'Arcipelago, fece soltanto le viste di mettersi in guerra contro la casa ottomana; assaltò Metellino, dètte batteria senza profitto, e rese il bordo a ponente, perdendo nel viaggio la nave ammiraglia, dove esso stesso navigava; e poco dopo un altro de' suoi maggiori vascelli, con quasi tutta la gente[14].

Similmente l'armata di Ferdinando, detto il Cattolico, re di Spagna, prese le vie di levante sotto il governo di Consalvo di Cordova, chiamato il gran Capitano. Questi si unì co' Veneziani alla Cefalonia, dove l'armata di san Marco e le fanterie sbarcate in terra stringevano di assedio il castello principale dell'isola; e là ostentò le stesse apparenze, tiri di cannoni, scorrerie di soldati, assalti di marinari. Se non che poco si trattenne, e sempre sur un'àncora di leva, pronto a salpare e a volgersi indietro, secondo le secrete istruzioni della sua corte. Perciò non mette conto confutare quei pochi che, seguendo il Giovio, gli attribuiscono fatti stupendi e specialmente una mina colla polvere da bombarda[15]. Piaggerie gioviali, di che non fanno motto i contemporanei, nè gli storiografi ufficiali di Venezia e di Spagna[16].

Filippo e Consalvo sotto il vessillo della santa crociata coprivano biechi intendimenti: non a danno dei Turchi, sì dei Cristiani, dei parenti, degli amici, tramavano insidie[17]. Essi maneggiavano doppio trattato: fingere la guerra contro i Turchi, distendere nello Jonio grandi forze, addormentare Federigo re di Napoli, coglierlo alla sprovvista, cacciarlo dal trono, e dividersi il Regno. Alla Francia, Napoli, Terra di Lavoro ed Abbruzzi; alla Spagna, Calabria e Puglia. Le due armate navali, nel momento convenuto, dettero dentro a sostenere gli eserciti di terra, presero ogni cosa, cacciarono il Re, fecero gazzarra. Ma poi, nata questione a chi dei due si dovesse la Capitanata, si azzuffarono tra loro intorno alla preda: e dopo molti scontri finalmente i Francesi colla peggio furono al tutto cacciati dal Regno, e le due Sicilie per tre secoli restarono provincie di Spagna. Quando riscontro nelle storie sì fatte vergogne, imposture, tradimenti e soperchierie, resto allibbìto. Non dico di più: stimo i miei lettori, e son certo della loro virtù nel patire e nel tacere[18]. Ne avrem bisogno, e andiamo innanzi.

V.

[Maggio 1501.]

V. — Per questi tempi era in Roma gonfaloniere della Chiesa, e supremo governatore delle armi, Cesare Borgia; uomo già tanto conosciuto, che non fa di mestieri spendere parole a ritrarre i lineamenti della sua laida e crudele natura[19]. Congiunto a real principessa del sangue di Francia, sostenuto dal suocero e dal padre, investito del ducato di Romagna, sottomessa la plebe de' tirannetti sotto al giogo di maggior tirannia, agognava a crescere sempre più di potenza e di stati. Esso gittava le armi romane nel vortice incerto delle guerre intestine, donde non avevano a uscire se non col sacco di Roma. Insomma il Borgia, sotto certi pretesti, che a tali uomini non mancano mai, deliberò di fare conquiste in Toscana; e di menarvi dall'altra parte il Capitano della marineria, secondo la forma del capitolo decimoquinto, intorno alla guardia del mare, già da me nei libri precedenti pubblicato[20]. L'impresa di Toscana io non per vanto, ma per necessità, devo inserire; perchè nulla manchi alla storia mia, e al tempo stesso si veda come all'ombra di tristo padrone intristisce la generazione dei servi.

Già prima di movere, il Valentino aveva dato voce anche esso di apparecchiarsi per terra e per mare contro i Turchi; e la buona gente di ogni paese tanto meglio aggiustavagli fede, quanto maggiormente tutti desideravano la stessa cosa. Se non che Cesare da Faenza, valicato l'Appennino alla uscita d'aprile con settemila fanti ed ottocento uomini d'arme, scendeva in Toscana appresso a certi fuorusciti fiorentini, per opera dei quali sperava che avessero a nascere novità nel paese, da rivolgere poscia a suo profitto. Ma poichè Luigi XII, il quale per l'acquisto di Milano e di Genova tanta parte aveva nelle cose d'Italia, ebbe spiegata la protezione sua verso il popolar reggimento di Firenze, e fatto divieto al Valentino di molestarlo, costui per non dire di averci rimesso di riputazione passando di là senza niuno acquisto, se ne andò a danni di Giacopo d'Appiano signore di Piombino. Prestamente occupò Sughereto, Scarlino, Baratto, e le altre terre del contado: e quindi pose il campo sotto alla piazza principale, dove il Signore si era ridotto col nervo delle sue genti, risoluto ad ostinata difesa.

[Giugno 1501.]

Allora Cesare chiamò da Civitavecchia la squadra del Mosca per bloccare Piombino dalla parte di mare, sì che ai difensori venisse meno ogni speranza di soccorso[21]. All'entrante di giugno Lodovico uscì dal porto di Civitavecchia con sei galere, tre brigantini, due galeoni, e duemila fanti di sbarco; i quali prima di tutto si rivolsero all'Elba, isola di molta importanza per le miniere e pei porti; isola di rifugio nel nostro secolo a un imperatore spodestato. Di colà cacciò i ministri e le guardie dell'Appiano, pose presidio nelle terre, e prese il castello e l'isola della Pianosa: indi strinse più da presso Piombino. Saviamente il celebre architetto Simone del Pollajolo agli otto di giugno scriveva di Firenze a Lorenzo Strozzi, pel quale murava il notissimo palazzo, dicendo[22]: «Il Valentino con duemila è ito nell'Elba; molti dichono che fugge i Francesi, io per me credo che vada a pigliar l'isola, considerato che Piombino non può aver soccorso se non dall'Elba.» Sottile e giusta riflessione, schizzata di volo in una letterina, donde si pare quanto stesse bene a Simone il nomignolo del Cronaca.

[Agosto 1501.]

Ciò non pertanto il signor Giacopo con gran cuore e con maggior bravura tennesi più che due mesi a difendere la terra, e dall'altra parte i Borgiani a batterla, e il cavalier Lodovico sempre innante col suo naviglio a sforzarla. Nel qual tempo il Valentino, senza mai sciogliere l'assedio nè per terra nè per mare, seguì con parte de' suoi l'esercito francese alla conquista dì Napoli; e sfogate in Capua quelle sue tanto conte crudeltà e libidini, tornò con Vitellozzo Vitelli e Giampaolo Baglioni a stringere maggiormente l'espugnazione. Allora l'Appiano persuaso di non potersi più lungamente sostenere, e abbandonato dai vicini, che avrebbero potuto ajutarlo, pensò fuggirsi celatamente verso la Francia per non venire a niun trattato con un uomo, cui la fama pubblica e l'evidenza dei fatti davano taccia di solennissimo traditore[23].

[Sett. dic. 1504.]

Uscitone il Signore, la guarnigione si arrese al duca Valentino; il quale volse tutto lo studio a fornire il nuovo stato d'armi sufficienti tanto a difenderlo, quanto ad accrescerlo, venendone il destro, con qualche altro lembo di Toscana, specialmente dalla parte di Pisa: ed in oltre fece ripararne le fortificazioni per opera (come si deve pensare) del suo architetto ordinario, Antonio Giamberti da Sangallo[24]; e certamente coll'assistenza di Leonardo da Vinci[25], che in quel passaggio di Toscana era divenuto suo familiare, architetto, ed ingegnere militare.

VI.

[17 febbrajo 1502.]

VI. — Nè a ciò contento, per quietare i popoli e per mostrare grandiosità e fermezza, volle menare colà papa Alessandro; dove io, costretto dalla evidenza e notorietà del fatto, devo seguirlo. Ma in questo terrommi da parte colla mia navicella a vele basse e piombinando del continuo, per non urtare in veruno scoglio, secondo le migliori carte marine, e il parere di eccellenti e accreditati piloti[26].

Giovedì diciassette di febbrajo di buon mattino Alessandro uscì di Roma a cavallo col Duca, e con quell'accompagnamento maggiore che loro si conveniva: sei cardinali, Pallavicino, Orsino, Cosenza, Sanseverino, D'Este e Borgia; sette vescovi, gli oratori dei principi, il tesoriero, il secondo cirimoniere, sei cantori della cappella, e tutta la famiglia così del Papa come dei cardinali, e di quegli altri signori, cencinquanta persone. La prima notte si posarono a Palo nel castello di casa Orsina. Dopo il desinare del dì seguente, tutti di nuovo a cavallo per la via Aurelia, e la sera in Civitavecchia; dove Alessandro e il Duca alloggiarono nella Rocca, e gli altri qua e là per le case della terra.

[19 febbrajo 1502.]

Nel porto sorgeva pavesata a festa la squadra navale per scortare i viaggiatori e per traghettarli all'Elba ed a Piombino: sei galèe nuove, altrettanti legni minori, e due galeoni di alto bordo colle masserizie, e co' cavalli. Alla testa il capitan Lodovico del Mosca, e sottesso gentiluomini e cavalieri di paraggio, e gran rinforzo di fanterie borgiane[27]. Per supplimento alle ciurme, ed a rinforzo del palamento, non avendo schiavi maomettani, il Valentino aveva fatto mettere al remo quasi tutti i carcerati di Roma, e una grossa brigata di oziosi e di vagabondi tolti alle strade e alle bettole della città; di che venne biasimo anche al Mosca. Il sabato seguente sull'ora di vespro le galèe sfilavano in parata verso la fossa di Corneto, e la corte cavalcava alla volta della stessa città, dove giugnevano la sera per riposare nel palazzo del fu cardinale Giovanni Vitelleschi. Questo insigne capolavoro di architettura, murato nella prima metà del quattrocento, esiste ancora: e quantunque non mai condotto a compimento, fa di sè nobilissima mostra per ricca magnificenza e squisita leggiadria. Chiunque sente il bello dell'arte non può essere che non lo riguardi sempre con maggiore ammirazione e diletto. Bellissima la fronte principale, grandiosa la corte e il portico interno, ricca la decorazione delle finestre e delle cornici, graziosi e delicati i fregi scolpiti di rilievo sul travertino. Monumento importante per la storia delle arti, non conosciuto quanto si merita, perchè fuor di mano in piccola città. Il capitano Sacchi ne' suoi Ricordi determina l'epoca del lavoro nel 1439, tace il nome dell'architetto[28], nè ho potuto saperne di più da quegli egregi coltivatori delle memorie patrie che sono monsignor Domenico Sensi, e conte Pietro Falzacappa.

Divisava Alessandro partirsi di Corneto la sera della domenica, dirigendosi a Castro, città vescovile poscia distrutta, e voleva alla spiaggia di Montalto imbarcarsi verso Piombino. Ne fa fede la lettera seguente[29]: «Ai Toscanesi, salute ec. Essendoci noi partiti di Roma a fine di pigliare alcun conforto per sollievo dello spirito affaticato, e volendo visitare la città di Piombino, ci troviamo questa sera in Corneto, e passeremo il prossimo lunedì per la nostra città di Castro. Ma perchè sentiamo dire che colà patiscono carestia di biade, e che al contrario la città vostra ne abbonda, noi per tenore delle presenti, e per quanto avete cara la nostra grazia, ed evitar volete la nostra indignazione, vi imponiamo che dobbiate con ogni cura e sollecitudine mandare alla suddetta città di Castro orzo e fieno quanto si può; e similmente pane e ogni altra maniera di vettovaglia, tanto che per le ore antimeridiane del predetto giorno di lunedì tutto sia in punto nella stessa città. Così voi sarete per fare a noi cosa grata, altrimente grandissimo dispiacere. Di Corneto, 19 febbrajo 1502, del nostro pontificato anno decimo.»

[21 febbrajo 1502.]

Le provvigioni di Toscanella saranno servite solamente al cardinal di Cosenza, ai cerimonieri, ed a pochi altri, mandati avanti l'istesso giorno per la via di terra a preparare splendido ricevimento nel punto di arrivo; chè tutta la corte, dopo il vespro della domenica venti di febbrajo, entrarono nelle galèe alla spiaggia di Corneto, e la mattina seguente al tocco del mezzodì, sparando a festa le maggiori bombarde, con gran gazzarra di trombe e di tamburi, discesero alla riva di Piombino[30]. Pensate luminarie, giuochi, suoni, e danze menate dalle genti di quel luogo; e pensate liberalità, grazie, e doni, ricevuti.

VII.

[25 febbrajo 1502.]

VII. — Io seguo il Mosca, che a' venticinque di buon mattino si rimette alla vela, e trasporta Alessandro, Cesare, e la corte all'Elba, distante circa dieci miglia da Piombino[31]. Dopo un'ora, traversato il canale co' venti di Levantescirocco a mezza nave, entra nel sicurissimo seno di Portoferrajo, donde i viaggiatori passano quel giorno e il seguente in feste e in visite, alle borgate e ai luoghi vicini, specialmente alle inesauste miniere del ferro. La sera del sabato ventisei tornano tutti a Piombino, e finalmente il martedì primo di marzo prendono congedo per tornarsene a Roma. Alessandro coi sei cardinali, i prelati e la famiglia sulla Capitana; Cesare per sua maggior comodità sulla Padrona, e gli altri si allogano sui diversi legni, tra la consueta gazzarra degli spari e dei suoni, pensandosi a gran diletto navigare.

[1-5 marzo 1502.]

Ma il mese di marzo, che tutti sappiamo stravagante più d'ogni altro nell'anno, entrava proprio di quel giorno a confondere le vane speranze: e lo Scirocco regnante nel Tirreno, che si era infino a lì tenuto maneggevole, cresceva furioso, e più che mai contrario al ritorno. Gran vento, grosso mare, dirotta pioggia; cielo scuro, orizzonte ristretto e vergato per ogni parte dai fili spessi ed obbliqui dell'acqua a vento. In somma tetra prospettiva, adombrata dal fosco colore che pigliano le vele sempre che siano bagnate. Archeggiavano e prueggiavano di piccole bordate: ma certi ormai di non avanzare nel viaggio, e risoluti di non voler tornare indietro a Piombino, gittavansi stentatamente nei ridossi deserti di quelle maremme: prima nel golfo della Follonica, poi alla cala del Forno, dove passavano tre giorni senza riposo e senza conforto. Intanto le provvigioni, che non erano fatte per sopperire a lungo, cominciavano a mancare; nè si poteva far cucina. Di che smagati i cortigiani, e conquisi dallo spavento, dal disagio e dal digiuno, cadevano ammalati; e qualcuno in compendio ne moriva. Tutti soffrivano, e più d'ogni altro il Mosca, non essendoci persona che da lui non volesse qualcosa d'impossibile; ed egli di notte e di giorno, all'acqua e al vento, in mezzo a tutti in faccenda. Finalmente senza dir verbo, faceva risolutamente salpare i ferri, e con tutto lo sforzo dei remi, e qualche scossa di vela nel momento opportuno, pigliava rifugio a Santostefano sulla bocca dello stagno d'Orbetello la sera del cinque; menandosi appresso la brigata tanto avvilita, che niuno si ardì toccare tromba o tamburo, nè dar voce, nè ammettere visita o invito dei terrazzani, per non lasciarsi vedere in quello stato.

Il dì seguente cedeva alquanto la furia del vento, ma non del mare: ed Alessandro, smanioso di levarsi al più presto da tanto travaglio, ordinava la partenza, e cresceva lo schianto. Imperciocchè doppiato l'Argentaro, e venuti all'altura di Corneto, non potevano accostarsi a terra: anzi per quanto incalzassero di remo, di vela, e di manovra, e vie più facessero di spingere i legni a riva; di tanto il mare fluttuante ricacciavali indietro[32]. Fenomeno non raro, nè ignoto ai marini e agli idraulici, diverso dal tormentoso sussulto dei colpi riverberati dalle risacche; e propriamente chiamato Deflusso: il quale si produce in certe condizioni di lido, quando il mare gonfio, sollevato sulle battigie, e incalzato continuamente dai flutti seguenti sotto un angolo di obliquità (come nel caso nostro dalla furia sinistra dello Scirocco), perduto l'equilibrio e l'oscillazione, ricade fuggendo dal lato di minor resistenza; e indi in poi piglia natura di corrente straordinaria, che mena i galleggianti nella sua direzione con violenza proporzionale alla massa e velocità del deflusso medesimo. Entrati adunque i nostri legni nella zona della detta corrente, dopo lunghi ed inutili sforzi delle misere ciurme, vedendosi sempre più andar lungi in deriva, presero il partito di rendere il bordo, e di poggiare per rifugio a Portercole. Nel qual tragitto corsero come perduti, imbarcando da poppa, e talvolta anche da prua, tanto mare, che non fu passeggiero alcuno che non si tenesse spacciato. Solo il Valentino, prima di virare, saltando sopra un grosso palischermo con quattordici robusti rematori, riuscì ad afferrare la spiaggia: e solo Alessandro tornandosi addietro mantenne l'aria intrepida, seduto in un seggiolone di scarlatto, e segnandosi in fronte ad ogni colpo di mare.

A bello studio ho scritto Deriva, parlando qui avanti dei nostri bastimenti, menati a ritroso dalla corrente del mare: e quando mi accaderà altrimenti alcun trasporto violento per causa di vento laterale, dirò Scarroccio. Vocaboli diversi di cose differenti: ambedue tecnici, nostrani, e necessarî; che non si vogliono nè confondere per sinonimi, nè rifiutare per forestieri, come taluno ha tentato. La Crusca registra al mascolino il Derivo, esprimente il Derivare intransitivo, cioè l'Andar giù come il rivo, il Discendere, il Deviare: però i marinari chiamano con proprietà di lingua Deriva, quella Anomalia di trasporto oltre o fuori del rombo assegnato che soffre nella navigazione un bastimento menato dalla corrente del mare. L'etimologia sprizza evidente dal Rivo, perchè le correnti marine vanno come i fiumi; e l'effetto si pare quel desso, in ambedue i casi, di spingere in giù, di ritardare in su, e di volgere da lato i galleggianti, o inerti o semoventi, secondo la risultante delle diverse forze e direzioni. Il fenomeno presso alle ripe è visibile pel rilievo dei punti fermi: ma in alto mare, il flutto, la scia, il bastimento, e tutto va dalla stessa parte; e non puoi addartene coi sensi, ma devi seguire l'invisibile carro di Nettuno con risultamenti proporzionali alla direzione e velocità della corrente e della rotta, sommate, sottratte o composte, secondo l'angolo. Qui approdano gli studî del Maury in America, del Cialdi in Italia, e di altri maestri a gara in ogni parte. Onde cresce a maggior importanza l'intendimento di questa voce, alla quale mi ha condotto la stessa corrente che respinse i reduci dal lido di Tarquinia, e ricacciolli a Portercole.

[11 marzo 1502.]

Vi giunsero la sera dello stesso giorno sei di marzo: e non vedendo segno vicino di miglior fortuna, volsero le spalle al mare. Tutti quelli che sentivansi in forza di cavalcare seguirono Alessandro per le medesime strade, donde erano venuti: gl'infermi in gran numero restarono negli alberghi lungo la via, e i viaggiatori senza le consuete accoglienze rientrarono in Roma agli undici del mese[33]. Navigazione certamente straordinaria, che dette da dire alla gente: e non pochi si fecero lecito di salire fino ai superni consigli, pensando e scrivendo che in quel modo si fosse voluta ricordare la caducità delle cose mondane a chiunque dimenticata l'avesse.

VIII.

[29 marzo 1502.]

VIII. — Per conseguenza abbiamo ora a compiangere la immatura morte di quegli che più d'ogni altro era stato messo a tortura. Il capitano del Mosca, rimenata la squadra in Civitavecchia, se ne venne a Roma, e ai ventinove dell'istesso mese sull'ora di terza morissi nella ancor fresca età di anni trentasei, mesi dieci e giorni cinque. Uno scrittore contemporaneo ci ricorda l'ultima sua comparsa, dicendo[34]: «Lodovico del Mosca, cavaliero romano, e capitano delle galèe di Nostro Signore, il quale aveva jeri sull'ora di terza terminato il corso di sua vita, fu portato oggi in chiesa, vestito di una sopravveste nuova di broccato sopra un farsetto di velluto violetto tutto di nuovo; una bella spada sul petto, sproni d'oro alle calcagna, e quattro anelli gemmati nelle dita. Innanzi alla bara sessanta doppieri di cera bianca, e appresso molti amici e compagni d'arme in gramaglie. Passò il convoglio dalla sua casa, che è presso al chiassetto della parrocchia di santo Stefano in Piscinula, girando pel rione fino a Campodifiore, indi alle case de' Capodiferro, e appresso per la Regola entrò nella parrocchiale, dove il morto fu seppellito col farsetto, la sopravveste, la spada, gli speroni, ed uno anello nel dito, toltine gli altri tre. Ebbe accompagnamento onorevole più che alcun altro signore da molti anni a questa parte. Egli aveva fatto testamento il giorno avanti, alla presenza dei suoi genitori. Tra l'altre cose ordinando di essere sotterrato colle vestimenta e distintivi predetti, e a lume di sessanta doppieri. Rogato l'atto, chiamò il mercante presso al letto, e fecegli tagliare quattro canne di velluto violetto pel suo vestire; ed una canna di broccato d'oro per la sopravveste, da esser messa col suo corpo nella sepoltura. Per memoria dei posteri i genitori vi posero una pietra colla iscrizione che così riproduco, come si legge nel Galletti, e nell'autografo più antico di Teodoro Amayden intorno alle nobili famiglie romane, gelosamente conservato nella nostra Casanatense[35]:

«A Lodovico del Mosca, cavaliere romano, capitano della navale armata pontificia, che dopo onorati servigi nella questura dell'erario pubblico e nel dicastero della penitenzieria apostolica, mostrando a chiare prove il pristino vigore del sangue romano, in quei durissimi tempi che tutt'intorno per terra e per mare fremevano l'armi, da Alessandro sesto pontefice massimo nominato comandante supremo della marina, espugnato Piombino, sottomessa l'Elba, condotto in quei luoghi l'istesso Pontefice, nel fiore delle speranze sue e di ogni altro, e specialmente del Popolo romano, oppresso dall'avversità morissi li ventinove di marzo dell'anno di salute 1502. Visse anni trentasei, mesi dieci, giorni cinque. Evangelista e Francesca genitori infelicissimi al figlio dolcissimo e benemerito posero.»

La mestizia, compagna indivisibile di qualunque dipartita, mi torna ora più acerba nel dire l'estremo vale al primo Capitano venutomi innanzi nel primo libro. E, poichè altrimenti non potrei crescergli onoranza, mi sarà concesso dedicare al suo nome la continuazione del libro medesimo, senza mutarne il titolo. Tanto più che le imprese migliori seguono nel corso dell'istesso anno per opera dei compagni, dei navigli e degli ufficiali addestrati da lui.

IX.

[Aprile 1502.]

IX. — Squilla dunque un'altra volta sulle marine del Tevere la tromba di giusta guerra contro Turchi e pirati: ed io là mi volgo, dove i cavalieri di Rodi e i Veneziani già combattono contro il nemico comune, aspettando alle armi loro incremento di riputazione e di conforto dalle armi di Roma. Papa Alessandro, memore delle promesse, intima la partenza alle sei galere tornate dall'Elba col capitano Lorenzo Mutini, ne spedisce altre due venute di Ancona col capitano Cintio Benincasa; e pel compimento di maggior numero manda a Venezia quello stesso Angelo Leonini, vescovo di Tivoli, che dalla prima gioventù erasi mostrato destro e valente in simili maneggi, come altrove si è detto[36]. In somma tredici galere, alcuni brigantini, dumila cinquecento fanti delle bande borgiane, e per commissario straordinario Giacopo da Pesaro, vescovo Pafense, infino a tanto che non ne desse il comando al cardinale grammaestro di Rodi[37].

La corte di Roma, tenace delle antiche costumanze, ritorna all'antico: e dopo la morte di un capitano laicale sostituisce due ecclesiastici. Un vescovo per commissario, e un cardinale per comandante; come si usava nel Medio èvo, massime nelle imprese contro infedeli. Era l'uso del tempo, non solamente in Roma, ma in ogni altra parte d'Europa: e cesserà la maraviglia chi sappia come in Francia infino ai tempi di Luigi XIV v'avea vescovi e cardinali per capitani di vascelli e di galèe e di armate navali, largamente ricordati sopra autentici documenti dello storiografo più recente della marina francese[38].

Il vescovo Giacopo da Pesaro di gran nascita tra i Veneziani, e di non minore esperienza nelle cose del mare, fresco di età, di bell'aspetto e prode, a chi ne cerca si mostra tuttavia quasi vivo per mano di Tiziano ritratto in una tavola di altare nella chiesa dei Frari a Venezia, genuflesso innanzi a san Pietro, e da lui fisamente riguardato con occhio affettuoso in grazia dei servigi resi alla causa del cristianesimo[39]: si mostra altresì scolpito in bianco marmo nel mausolèo della famiglia con una sentenziosa iscrizione che lo ricorda vissuto per anni ottantuno, come si dice di Platone: e più anche al nostro proposito si mostra negli annali ecclesiastici pel diploma di papa Alessandro, che qui traduco nel nostro volgare dal testo latino pubblicato nell'opera del Rainaldo[40]: «Al venerabile fratello, Giacopo vescovo di Pafo, nuncio e commissario nostro, salute ec. Alessandro papa sesto ec. — Avendo noi per difesa della cristianità deliberato di mandare la nostra armata navale contro i Turchi oppressori e nemici del nome cristiano, ci bisogna un prefetto che ne prenda il carico, e la conduca al diletto figliuolo nostro Pietro di sant'Adriano, diacono cardinale e grammaestro dell'ospedale di san Giovanni gerosolimitano; personaggio già sopra questa guerra, per consiglio dei venerabili fratelli nostri, Cardinali di santa romana Chiesa, eletto e costituito Legato nostro e della Sede apostolica coll'autorità di governare e provvedere alla detta armata. Or dunque, sperando bene di te e della tua prudenza, destrezza e prontitudine nell'eseguire fedelmente gli ordini nostri, ti abbiamo nominato nuncio e commissario della armata medesima al fine di reggerla, e di condurla all'istesso cardinale Legato e di rassegnargliela da parte nostra, e di seguirlo nelle spedizioni che vorrà fare. Intanto tu avrai facoltà di comandare, di mettere e togliere gli ufficiali, di punire i delinquenti, e di fare ogni altra cosa necessaria ed opportuna al predetto fine, secondo che richiede l'onor nostro e della santa Sede, e insieme il buon governo e condotta della stessa armata. Laonde per autorità apostolica, a tenore delle presenti ti facciamo, nominiamo, e deputiamo nuncio e commissario per eseguire i già detti ordinamenti, ec. Dato a Roma, presso san Pietro, addì venti d'aprile dell'anno 1502, del nostro pontificato anno decimo.»

[Luglio 1502.]

Prese le lettere, Giacopo navigò difilato all'isola del Cerigo, dove erano ad aspettarlo cinquanta galèe di Venezia sotto Benedetto da Pesaro suo fratello; più tre galere di Rodi, comandate dal cavalier di Scalenghe; e quattro di Francia col capitano Prégeant de Bidoux, cavaliere gerosolimitano, chiamato dai nostri Piergianni, uomo assai noto nella storia del suo paese, per essere stato dei primi a rilevare colà le arti marinaresche[41]. Piergianni voleva in breve tornarsene a ponente, i Gerosolimitani dovevano proseguire verso Rodi, e i Veneti, già padroni del mare per averne cacciato il nemico, divisavano congiungersi coll'armata di Roma per gittarsi improvvisamente sull'isola di Santamaura, e toglierla dalle mani dei Turchi. Avrebbe voluto Giacopo, secondo gli ordini di papa Alessandro, condursi oltre fino a Rodi, e rassegnare il naviglio e le genti al cardinale Legato: ma stretto dalle preghiere e dalle ragioni dei Signori veneziani, ebbe per bene di compiacerli e di restarsi con loro, non inviando altri al Grammaestro che il capitano Cintio Benincasa con una sola galèa per fare le sue scuse e portargli le lettere che da Roma e dal Cerigo gli si mandavano.

X.

X. — Cintio nobile anconitano, come tutti sanno, specialmente nella sua patria, dove tuttavia si mantiene nell'antico splendore la famiglia dei marchesi Benincasa, era cavaliero destro e valente tanto nelle armi quanto nelle lettere; capitano, oratore e poeta di chiara fama; accetto nelle corti dei principi, feudatario del re d'Ungheria; ed uomo (secondo la tempra delle nostre città marittime) atto ad ogni cosa onorata e forte. Nelle arti marinaresche poi eccellentissimo per tradizione dei suoi maggiori, tra i quali primeggia Grazioso Benincasa, autore di un Portolano composto nel 1435, non sopra altre carte, ma (come egli stesso scrive) tratto dal vero, toccato colle mani e veduto cogli occhi. Portolano in dieci o dodici esemplari autografi tutti bellissimi, che si conservano ancora negli scrigni di Ancona, e di altre biblioteche in Europa; noverandoci anche quello di Andrea, figlio di Grazioso, custodito nella biblioteca di Ginevra. Non mi dilungo, quantunque richiesto, appresso agli antichi portolani, e molto meno appresso alle carte marine dei secoli passati, perchè è impossibile trattarne a dovere senza il sussidio delle figure e delle tavole, che non rilevano a' miei editori. Valgami il desiderio di saperle una volta tutte raccolte e riprodotte a facsimile in grandioso Atlante per soddisfare alle ricerche degli studiosi ed alle citazioni degli scrittori. Allato alle tavole del vecchio Torcello, e dell'Anonimo posseduto dal Luxoro; allato a tanti altri cartografi genovesi e veneziani non disgraderà la comparsa del Crescentio di Roma, e dei Benincasa d'Ancona; e con essi entrerà quel Freduccio che primo segnò nel 1497 la declinazione della bussola; e quel Bonomi, parimente anconitano, che offerì ai Colonnesi la carta portata da Marcantonio vincitore a Lepanto[42].

Ma frattanto il capitano Cintio era giunto in Rodi, ed aveva presentato al Grammaestro le lettere di papa Alessandro, del commissario Giacopo, e del generale Benedetto. Le prime contenevano scuse per l'anno passato e speranze pel presente. Il Commissario scriveva di essersi congiunto al Cerigo coll'armata, e aver dovuto cedere alle pressantissime istanze del Generale di restarsi con lui per dargli mano nell'impresa imminente, come udirebbe a voce dal messaggiero. Finalmente il Generale con due lettere, confermando le cose scritte dal Commissario, aggiugneva che volendo questi a ogni modo andare a Rodi, non aveva altrimenti lasciato di farlo che per le grandi preghiere dello stesso scrivente, cui non sembrava nè onesto nè utile perdere il migliore tempo in distrazioni e viaggi di complimenti, quando si avevano eccellenti opportunità di combattere, come secretamente gli verrebbe riferito dal Capitano di Ancona e dai suoi Cavalieri.

Il Grammaestro, udite le relazioni di Cintio, lodavane il bel garbo; e ponendogli innanzi ricca collana di oro da portare sul petto per amor suo, gli consegnava le risposte. Al Papa diceva di spedire forze maggiori, e di procurare il concorso efficace delle grandi potenze: al Commissario di attendere con buona licenza e di grande animo all'impresa divisata: e al Generale, le stesse cose ripetendo, aggiungeva buoni consigli, notizie recenti, e offerte amplissime di sè e dell'Ordine suo[43].

XI.

[Agosto 1502.]

XI. — Mentre queste lettere di andata e di ritorno solcavano il mare Carpazio, Veneti e Romani movevano verso lo Jonio col disegno di abbassare l'orgoglio del terribile pirata Camalì Aichio, che faceva da principe nell'isola di Santamaura; e da quel centro con molti bastimenti sottili infestava le riviere e i naviganti dell'Adriatico e dello Jonio.

Fra le sette isole possedute lungamente dai Veneziani, che non ha guari formavano stato indipendente sotto la protezione dell'Inghilterra, ed ora stanno insieme col regno di Grecia, non ultima di grandezza e di popolazione avvisiamo l'isola di Santamaura, chiamata altresì Leucade; e specialmente ricordata nelle storie pel salto che dicono quindi abbia fatto da una rupe nel mare la poetessa Saffo, tradita dal giovanetto Faone: salto che per lungo tempo a gara ripetevano gli amanti disperati della Grecia e di Roma, pensandosi di spegner pure nella scossa repentina delle gelide acque il fuoco ardente della passione. L'isola si prolunga da presso alle coste dell'Epiro, proprio rimpetto alla provincia dell'Acarnania; non essendovi di mezzo altro che un canale di dieci miglia, angusto altrettanto che lungo, e nella estremità superiore verso borea tanto sottile, da farci supporre che nei secoli più remoti sia stata congiunta da quella parte l'isola al continente. Ma nel tempo della nostra impresa, come al presente, essa era ed è circondata per ogni lato dal mare, quantunque nella parte più ristretta, sopra bassi fondi, ed a cavaliere di alcune isolette o scogli vi sia stato gittato un ponte che sbarra il canale, mette l'isola in comunicazione colla terraferma, e mena di fronte alla metropoli, donde tutta l'istessa isola piglia il nome. Questa città così posta, e con buoni sorgitori attorno, è stata sempre piazza di molta importanza per chiunque guerreggia nello Jonio, e più o meno fortificata secondo i tempi. Nel principio del secolo decimosesto ell'era ricinta in giro di grossa e buona muraglia, fiancheggiata da massicci torrioni, munita di molta artiglieria, e maggiormente assicurata da un castello di pianta quadrilunga, protetto da cinque grandi torri rotonde, e da quattro piccole torri quadrate. Intorno alle scarpate della piazza e del castello fossi profondissimi, allagati dal mare; e aperto alle spalle sur una penisola il borgo, abitato da pescatori e da povera gente[44].

XII.

[23 agosto 1502.]

XII. — Volendo pertanto il General veneziano, e il Commissario nostro, da ogni lato circondare la piazza, dove per l'abbarramento del ponte non potevano spiegare in giro l'armata, fermarono di procedere con due divisioni convergenti da un lato e dall'altro al medesimo punto obbiettivo: sì che la divisione romana colla prua a borea per didentro, fin dove è più angusto il canale tra il continente e l'isola, tagliasse le comunicazioni colla terraferma, e togliesse ogni via di sortita e di soccorso al presidio: allo incontro la divisione veneziana, per di fuori a largo mare, fino al porto di Demata, investisse la piazza e battessela dall'altra banda.

Era il ventitrè d'agosto, e il Commissario nostro colle dodici galere romane, favorito dai venti australi, infilava rapidamente tra la terraferma e l'isola; oltrepassava lo Scorpione, il Drepano, la punta delle Torrette, il forte Sangiorgio; ed entrava nel grande stagno presso la estremità del canale, dove si tenevano in posta dodici galeotte di pirati. Costoro, già sugli avvisi, speravano poter cogliere l'armata nostra sprovveduta, o almeno conquidere i legni ad uno ad uno, come venissero a sfilare dall'angusto passaggio. Ma i Romani altrettanto animosi che guardinghi, sempre col piombino in acqua, tenendosi stretti tra loro in due linee di fronte, al primo comparire dei nemici, poggiarono tutti insieme sopra di loro, arrancando con tale impeto, e fulminando con tanta furia di cannonate, che tutte le galeotte volsero in fuga alla spiaggia; e i pirati gittandosi a guazzo fuggirono, lasciando i dodici legni abbandonati in potere dei vincitori[45].

Non per questo i nostri marini indugiarono punto in festa o in bottino: anzi provvidamente seguirono la vittoria. E poichè niuno più poteva togliere dalle loro mani la preda, tirarono innanzi, ruppero il ponte, appostarono quattro galèe alla terraferma per impedire i soccorsi; e sbarcando sull'isola un migliajo di fanti, investirono la piazza dal lato meridionale, e occuparono il borgo. La sera dello stesso giorno, coperti dalle case, ponevano l'alloggiamento vicino al castello, e ne tagliavano l'acquedotto. Prosperi successi per terra e per mare dove è accertata la direzione.

XIII.

[29 agosto 1502.]

XIII. — Il Generale dei Veneziani, che doveva dall'opposta banda consentire all'assalto improvviso, giunse coi venti australi in capo all'isola, fino alle piagge dei Pineti; ma non potè orzare tanto da accostarsi alla piazza: però in tutto quel giorno fu costretto tenersi largo sulle volte. Ma la dimane, favorito dalla brezza notturna, sbarcò la fanteria con alcuni pezzi di grosso calibro, e prese a battere in breccia il castello. Quindi da ogni parte più e più vigorosa l'oppugnazione. Quei di dentro, quattrocento assappi, cento giannizzeri, e duemila terrazzani, quasi tutti pirati, disperatamente rispondevano all'urto e alle percosse sempre più incalzanti dei Cristiani. E dalla parte dell'Epiro, affacciatosi il soccorso di mille cavalli con qualche nervo di fanti, spediti dal governatore di terraferma, furono talmente più volte frustati e rifrustati a metraglia dalle quattro galere romane, che gran ventura ebbero di potersi salvare con disperatissima fuga, e di non farsi più rivedere alla testa del ponte.

Questa cacciata abbassò l'orgoglio del presidio, composto di gente riottosa e discorde. I quali vedendo di non potersi a lungo sostenere, e sfiduciati omai del soccorso, dopo sette giorni di batteria, e già aperta la breccia, uscirono tumultuariamente sulla porta per trattare la capitolazione: chiedevano salva la vita e le sostanze di tutti, dappoichè la piazza e il castello più salvare non potevano. Nondimeno in quella che i capitani delle due parti dibattevano la forma dei capitoli, volendo specialmente il Generale veneziano ricevere a giusti patti i soldati regolari del presidio, e lasciare fuori della legge a sua discrezione i pirati; costoro, infelloniti quasi più contro i compagni che contro i nemici, presero ad altercare, mostrandosi pronti ad ogni eccesso. Pensate le milizie borgiane e marcoline se potevano tollerare in sul viso minacce e millanterie di pirati! Al primo lampo d'indignazione sprizzato dalla mano d'un fante incollerito, tutti gli altri dettero dentro, sforzarono il passo, ed ebbero di presente la terra e il castello. Così addì ventinove d'agosto venne in poter dei Cristiani la fortezza di Santamaura, dove il nostro Commissario scioglieva le catene a gran numero d'infelici pugliesi, siciliani e calabresi che gemevano in dura schiavitù; e il Generale veneziano di presente faceva appiccare ai merli per la gola o tagliare a pezzi i più tristi pirati di quel luogo; tra i quali l'istesso Camalì Aichio, detto dai Turchi Kamàl-raìs[46]. Tal sia del primo.

XIV.

[15 Settembre 1502.]

XIV. — Jacopo il commissario, scrivendo al cardinal Legato in Rodi, narra distesamente questi successi: e perchè nella lettera si contengono particolari importanti alla marineria, io non posso nè devo lasciare di riprodurla qui per esteso, come si legge nelle colonne del Bosio: avvertendo però che Sopraccomito era il titolo che si dava al comandante di un naviglio, quando non si diceva Capitano se non di squadra, o di armata. I Veneziani, più d'ogni altro tenaci, ne hanno mantenuto l'uso, anche nel secolo decimosesto. La voce è formata da Comito, primo ufficiale della marinaresca, e da Sopra in significato di eccellenza, come dire superiore degli ufficiali e genti di una galèa o nave. La voce Ammiraglio, derivata dall'arabo Al-Emir, principe dell'armata navale, fecesi nostrana al tempo delle Crociate, colle varianti di Almirante, Almiraglio, ed Armiraglio, che si leggono nei secoli decimoterzo e decimoquarto: ma nel decimosesto niuno dei grandi in Italia ha avuto questo titolo, nè anche Andrea Doria; e il grado supremo esprimevasi col dire Capitan generale. Anzi in Venezia la voce Ammiraglio era venuta tanto giù da non significare altro se non il primo Nostromo dell'armata, o del porto, dell'arsenale[47]. Ecco la lettera[48]:

«Reverendissimo ecc. Hier sera che fu a' quattordici del presente ritornò Francesco Cintio anconitano sopraccomito a salvamento con la galera pontificia, e bacio le mani alla S. V. R.ma de' favori e delle cortesie usategli. V. S. è prudentissima et haverà molto bene compreso quanto grande sia il buon animo di Sua Santità, e quanto ella sia stata defraudata delle speranze, delle promesse, e della fede datale dalli potentati cristiani, che unitamente contro le cose turchesche intervenir dovevano. Questo procede, Reverendissimo Signore, dalle differenze nate tra loro, onde non può la Santità Sua adempiere ciò che a V. S. R.ma significato haveva, in far concorrere et intervenire i potentati suddetti, e tutti i fedeli popoli cristiani a questa santa speditione. Ma poichè contro ogni speranza restano le cose dei Cristiani così fredde et addormentate, come V. S. R.ma può molto bene comprendere; e che Sua Beatitudine resta con infinito dispiacere e rammarico di non poter adempire l'ardentissimo suo desiderio in reprimere le forze di questi cani turchi, non vedo io in ciò altro rimedio che pregare la divina clemenza, alla quale ogni creatura è sottoposta, che si degni illuminare le menti e muovere i cuori dei Principi cristiani.

»Delle galèe apostoliche io non ne ho ricevute se non tredici; e siamo già si può dire nel verno: nè tengo speranza alcuna delle altre che mancano al compimento delle venti. Le tredici sono stipendiate solamente per quattro mesi, che spirano per tutto ottobre; nè a me sarebbe lecito preterire i limiti et il termine statuitomi da Sua Santità, senza altro suo espresso comandamento.

»L'armata di Francia non è venuta: e si crede che, per le differenze nate tra lui et il re di Spagna per conto del regno di Napoli, non verrà altrimenti. Le quattro galere del capitan Prejanni francese[49] sono partite tredici giorni sono da Santamaura, per andare al soccorso del re di Francia; essendosi il detto Capitano partito subito che intese che i Francesi erano in arme contro Spagnoli nel detto regno di Napoli.

»L'armata veneziana, ed io con essa, fummo ai ventitrè del passato a Santamaura, nido di corsali turchi[50], che facevano mille danni: e con l'ajuto di Dio ai ventinove del medesimo pigliammo la terra et il castello con seicento Turchi, e molte femine et fanciulli. Il magnifico Generale fece tagliare a pezzi i corsali, facendo prigioni i giannizzeri ed altri soldati. Abbiamo liberati molti Cristiani schiavi.

»Questa felice vittoria in gran parte attribuir si deve all'armata apostolica, la quale era dalla banda dove erano più di mille cavalli turchi ben armati con buon numero d'infanteria turchesca, che più volte tentarono di soccorrere Santamaura; e con le nostre artiglierie pontificie glielo abbiamo proibito, con morte di molti di loro.

»E perchè il magnifico Generale ha risoluto di fortificare il castello di Santamaura, non si potrà assentare di qua; anzi sarà necessario (dopo che avrà fatto le debite provvisioni), che lasci qui da quindici galere per ajutare la fabbrica e la fortificatione. Onde V. S. R.ma può considerare che egli rimarrà con poche galere: e conseguentemente la S. V. R.ma resta defraudata delle promesse e della fede datale, e della speranza di vedere unite insieme e di comandare alle galere del Papa, del re di Francia, e di questa repubblica veneziana. Oltrechè noi non siamo in tale stato da fare l'onorata et utile impresa, alla quale V. S. R.ma proposto havea di condurci. Resta solamente che Ella si degni accettare il mio buon animo; e che mi favorisca di farne fede alla Santità di Nostro Signore con sue lettere.

«Dall'isola di Santamaura, nella galera capitana del Sommo Pontefice, a' 15 settembre 1502. — Giacopo da Pesaro, Com.º»

XV.

[Ottobre 1502.]

XV. — Non mi crederei di avere pienamente soddisfatto al mio debito, se pei fatti ora narrati, e pei documenti prodotti non venissi alle conseguenze, onde il magisterio della storia discende alla pratica utilità. Però devo segnalare la tattica dei nostri antichi marini: i quali senza gran fatto smarrirsi nelle astruserie dell'analisi, come oggi dicono della scienza, risolvevano a colpo sicuro i più ardui problemi della milizia navale, e non fallivano alla meta.

Eccoli pigliare guerra offensiva contro i Turchi sul mare; e primamente volgere tutte le forze contro l'armata nemica per isbrattarla dal campo, senza pensare sul principio nè ad isole nè a castelli. Questa è semplicissima teoria, e di gran momento: tuttochè non sempre osservata da altri. Col nemico vicino e grosso, le isole non si pigliano; ma in quella vece si toccano le busse a doppio tra terra e mare: essendo impossibile tentare piazza ben difesa e non patire avaria nell'armamento e perdita nella gente, intanto che il navilio del nemico resta intatto, e può sempre a suo vantaggio piombare improvvisamente e opprimerti lacero e stanco.

Dunque gli antichi coi fatti e colle parole dicevano: prima di tutto cerca l'armata nemica, e sfidala a battaglia. Se accetta, devi contare di averla vinta, posto che tu imprenda a ragione guerra offensiva con forze sufficienti. Se il nemico non accetta, suo peggio: chè dovrà tenersi vituperato agli occhi propri ed altrui, con quell'effetto morale di abbattimento, che pareggia e talvolta supera una disfatta. Nell'uno e nell'altro caso ti rendi padrone del campo. Così nel fatto presente i Veneziani fin dal principio della guerra avevano costretto l'armata turchesca a sgombrare dallo Jonio, ed a ritirarsi dietro alle guardie dei Dardanelli. Quindi divenuti padroni del mare potevano a scelta tentare l'espugnazione di questo o di quel castello o isola, che loro tornasse meglio, senza temere altro impaccio.

Sopraggiunta l'armata romana al Cerigo nel mese di luglio, i capitani alleati appuntano tra tutte la piazza di Santamaura, la cui importanza ancor si mantiene, come una delle chiavi dell'Adriatico e dello Jonio; e dove tutti i dominatori, fino al primo Napoleone e al ultimo Palmerston, han tenuto l'occhio e il presidio. Gli alleati formano due divisioni di tutta l'armata, perchè non si può altrimenti circuire la piazza: ma vanno spediti e convergenti allo stesso punto; corrono co' venti medesimi a un tempo verso borea sulle due parallele; gli uni di dentro per le coste orientali, gli altri di fuori per le occidentali; e spargono da ogni parte lo sgomento nel cuore del presidio. Ben possono andar sicuri, tanto congiunti che divisi, perchè non v'ha armata nemica appresso per attaccarli a ritaglio.

Il nostro Commissario entra improvvisamente nel canale, procede serrato in battaglia con ordine di fronte, secondo l'uso perpetuo dei legni militari muniti di rostro e di artiglierie sulla testa: dico artiglierie d'ogni genere, antiche o moderne, da corda o da fuoco. Alla vista delle galeotte piratiche, egli non dispiega le file, nè si perde in giravolte e ritortole (come altri farebbe, incaponito nel metodo eccezionale dei vascelli a vela); ma dritto ed abbrivato corre a investire: con che obbliga il nemico alla fuga, e piglia sulla spiaggia tutto il suo navilio. Nè qui si arresta: anzi procede oltre allo scopo principale, rompe le comunicazioni tra il continente e l'isola, occupa il ponte, si alloggia nel borgo, investe dalla sua parte la piazza; e appostatosi dì prua in terra colle artiglierie di quattro galèe, impedisce ogni movimento dei nemici, e ricaccia sempre indietro le migliaja dei cavalli e dei fanti che cercano rompere le linee dell'assedio. Dove è da notare il gran vantaggio delle batterie navali per la difesa dei passi in litorale aperto o di piano inclinato; perchè esse possono incrociare i fuochi e spazzare da ogni parte la campagna, senza correre pericolo di essere prese d'assalto, come non di raro avviene alle batterie, tuttochè ben difese, sulle colline.

Dall'altra parte la prima divisione corre coi venti del secondo quadrante fino all'altura della piazza, indi orza a raso, e non potendosi prolungare contro vento, tanto da presso archeggia, che alla prima brezza favorevole della notte mette in terra le genti e le artiglierie, munisce le trincere, apre la breccia, e in pochi giorni costringe alla resa il castello, e piglia tutta l'isola. Effetti sicuri di cause ordinate, quando è posto l'uomo certo alla cosa certa, e quando ciascuno fa a dovere la parte sua.

XVI.

XVI. — Venendo ai capitoli, voglionsi distinguere le condizioni diverse del presidio: altri i patti convenienti ai giannizzeri ed alle milizie regolari; altri i patti ai pirati, contuttochè chiamati corsari. Dove torna acconcio notare la enormità del confondere queste due voci, capitalmente diverse, quantunque date per identiche, e diffinite l'una per l'altra anche dalla Crusca, e dai seguaci. Non tutti i naviganti sono corsari, nè tutti i corsari sono pirati: convengono nel genere rimoto del correre; chè naviganti, pirati, e corsari tutti corrono sul mare; ma si distinguono per le diverse ragioni de' corsi loro: e le differenze si hanno a cavare non tanto dalle scritture private dei letterati, quanto dalle sentenze dei pubblicisti e della giurisprudenza marittima, cominciando dal classico Consolato del mare. Corsaro propriamente dicesi Colui, che, quantunque privata persona, nondimeno (autorizzato con lettere patenti dal suo governo) comanda un bastimento armato, e corre il mare contro i nemici del paese, in tempo di guerra, a suo rischio e guadagno. Per estensione dicesi pur corsaro o corsale il bastimento e l'equipaggio. Essi portano la bandiera nazionale, sono soggetti alle leggi dello stato, hanno tribunali che ne giudicano i fatti e le prede: devono essere rispettati dai neutri, possono rifugiarsi nei loro porti; vincitori o vinti godono sul mare le medesime guarentigie che il diritto di natura e delle genti accorda ai comandanti e persone dei corpi franchi in terra. Al contrario i pirati si pareggiano in tutto cogli assassini: Compagnia di ribaldi senza altra legge che il libito, uniti insieme per rubare sul mare, senza bandiera, o vero con bandiere bugiarde, senza rispetto di pace o di tregua, senza patenti, senza tribunali: pubblici nemici di tutti, peste e flagello dei mari.

Or di che tempra fossero quei cotali delle dodici galeotte e del castello, si fa manifesto dalle forche, assegnate non a tutti i prigionieri, ma a loro soltanto; perchè essi soli in ogni tempo, o di guerra o di pace o di tregua, rubavano e infestavano i mari per mestiero e pertinace costume ladronesco. Erano dunque veri pirati, e non corsari. Per tali gli ebbero i giannizzeri, che nella difesa li provarono riottosi; par tali i vincitori che, avutili prigioni, li fecero a pezzi; per tali, senza equivoci, gli avranno i miei lettori.

XVII.

XVII. — Presa l'isola, si pensa subito a mantenere e a fortificare il castello della capitale: perciò un distaccamento di quindici galere, come dire buon numero di gente ai lavori; di ufficiali a dirigerli, di ciurme ad eseguirli, di soldati a difenderli. Duolmi non trovare nome di ingegnere; perchè essendo già da cinque lustri inventata la nuova maniera di fortificare, ed oltre alle due scuole del Sangallo e del Martini surta pur la scuola mista con Basilio e con Leonardo, come altrove ho detto e dirò, doveva naturalmente svolgersi l'arte medesima nella guerra viva, nell'assedio e nella difesa delle piazze, e nei loro risarcimenti. Indi si potrebbe forse dimostrare che le opere a cantoni di nuova maniera, le teste del ponte, e i tre rivellini fiancheggiati intorno al vecchio castello, tanto dalla parte dell'isola, che di terraferma, come si vedono delineati nelle carte del cinquecento e del seicento[51], sono stati primamente imbastiti di terra e di fascine nel 1502 dagli ingegneri che le armate di Venezia e di Roma in quel tempo non lasciavano mai di aver con loro in qualsivoglia spedizione. Dovevano probabilmente essere tra i Veneziani gli allievi Urbinati del Martini, dell'Amoroso, di Ciro; perchè il Senato dalla Romagna e dalla Marca traeva il nervo delle sue fanterie; e già sentivano della nuova maniera i primi Savorgnani, Girolamo Genga, e quel Basilio della Scola che era stato sopra l'artiglieria di Carlo VIII e dei Signori veneziani, e aveva poco anzi fatto modelli di fortezza in nuova forma[52]. Tra le genti di Roma dovevano essere ingegneri della scuola Sangallesca; perchè in quel tempo di tanta ricchezza e concorrenza di maestri si raunava in Roma attorno al Valentino per amore o per forza il fiore dei grandi artisti, come Antonio Giamberti, Leonardo da Vinci e i loro seguaci; per opera dei quali in questi tempi avevano a rafforzarsi con opera di nuova maniera il castello di Santangelo, le rocche di Nettuno e di Civitacastellana, e le due fortezze di Bologna e di Perugia. Qualcuno degli allievi di cotesti maestri deve aver diretto i nuovi lavori a Santamaura. Fia bene averlo notato per quei riscontri che col tempo e con altri documenti potranno venirci innanzi.

Finalmente dal contesto e dalle esplicite dichiarazioni del nostro Commissario, secondo la lettera diretta al Grammaestro, apertamente si rileva come tutti allora volevano dare al Turco e ai pirati; e come pur tutti si scusavano di non poterlo fare. Niuno taceva la necessità di spegnere l'incendio, questi lo diceva a quello, e ciascuno ne lasciava il carico all'altro. Il mondo sempre a un modo: ostacoli, impotenze, e scuse non mancano mai a chi ne cerca; e la buona volontà sempre di mezzo. Che dubbi? Tutti hanno ragione. E per tanta sovrabbondanza di ragioni in ogni tempo sono cresciuti, durano e dureranno i disordini.

XVIII.

[1503.]

XVIII. — Nel vero l'acquisto di Santamaura avrebbe potuto riscaldare le pratiche della lega, e dar campo al Grammaestro, almeno nell'anno seguente, di eseguire il suo divisamento: ciò era condurre l'armata del Papa, di Francia, di Venezia, e di Spagna a Costantinopoli, mentre Bajazet era impigliato ai confini estremi ed opposti del suo imperio nelle guerre cogli Ungheresi e co' Persiani. Poteasi a un tratto cessare dal cristianesimo la calamitosissima peste e il vituperosissimo servaggio. Ma Consalvo di Cordova allora allora rompeva la tregua e assaltava i Francesi, volendo cacciarli al tutto dal Regno; allora l'Italia da un capo all'altro andava sossopra, e allora volavano le famose mine contro il castello dell'Uovo, condotte secondo i principî del nostro Francesco di Giorgio Martini, ingegnere sanese; alle quali, checchè ne abbia altri congetturato[53], è impossibile assegnare lui stesso come direttore, perchè era già morto l'anno avanti del mese di gennajo, nella sua villetta della Volta a Fighille, come pur da venti anni sopra sicuri documenti il Milanesi ha dimostrato[54].

Bisogna tuttavia notare che delle mine al castello dell'Uovo nel 1503 si è fatto gran rumore di maraviglie e di scritture, perchè eseguite dagli stranieri, tuttochè non fossero altro che copie: al contrario tanto poco si è detto della prima mina originale, allumata quivi stesso in Napoli otto anni avanti contro Castelnovo da un italiano, che infino a jeri si dubitava dell'inventore e dell'esecutore. Sorte comune di tutti quasi i nostri successi domestici. Ma ora gli è tempo di mettere la cosa a certezza colla testimonianza dei contemporanei: essendo oramai evidente che la prima mina, condotta con principî tecnici, e di efficace operazione, e con pieno successo, brillò il venerdì ventisette novembre 1495 contro la cittadella o mastio di Castelnovo in Napoli, tenuto dai Francesi di Carlo VIII, ed assalito da Ferdinandino di Aragona, durante il breve risorgimento della sua Casa[55]. Certo altresì l'ingegnere nella persona del celebre Francesco di Giorgio Martini, scrittore di quell'importantissimo Trattato di architettura civile e militare che fu pubblicato dal professor Carlo Promis. Il quale Martini più volte era stato richiesto dell'opera sua dai principi Aragonesi, e certamente nell'assedio di Castelnuovo serviva di ingegnere maggiore al giovane re Ferdinando, come ne fa fede lo Spannocchi, oratore dei Senesi in corte di Roma, per una lettera pubblicata dall'Angelucci[56]; e per lungo discorso il contemporaneo Vannoccio, ed altri[57]. Dunque il Narciso toscano del Giovio, celebre macchinatore di opere ammirabili, maestro di lavori sotterranei, che offerì l'opera sua al re Ferdinandino per espugnare Castelnovo di Napoli, fu senza dubbio il nostro Francesco[58]; il quale oltracciò nelle sue tavole lasciò disegni bellissimi delle mine, certamente finiti prima del cinquecento tre.

[18 agosto 1503.]

In mezzo ai rumori delle mine e delle armi, nazionali e straniere, morissi a' diciotto d'agosto papa Alessandro, precipitò Cesare Borgia, Giacopo d'Appiano riprese Piombino, tutti gli altri tornarono alle case loro: e per quel che riguarda i successi della nostra marina devo chiudere il primo libro dicendo che i Veneziani, costretti a fare la pace col Turco, seppero dare buon conto di Santamaura per ricuperare in cambio la Cefalonia che avevano perduta[59].

LIBRO SECONDO.
Capitano Baldassarre da Biassa,

gentiluomo genovese.

[1503-1513.]

SOMMARIO DEI CAPITOLI.

[I.] — Giulio II, e i suoi capitani di mare. — Baldassarre, Giovanni e Antonio da Biassa (novembre 1503).

[II.] — Disegni di Giulio e accentramento. — Il sistema feudale, i baroni, e le città libere. — Mossa contro i Bentivogli e i Baglioni. — Le due fortezze di Bramante e del Sangallo (1506).

[III.] — Le città di Romagna in mano ai Veneziani. — Ingegneri e capitani di papa Giulio (1507). — Gita a Civitavecchia per la pietra angolare della fortezza (dicembre 1508). — Propositi colà coll'Ambasciatore veneziano.

[IV.] — Costruzione di sei galere in Ancona. — Capitani anconitani. — Breve di Giulio (15 gennaio 1509). — Altro Breve, e termine della costruzione nell'anno medesimo.

[V.] — Mosse e intendimenti diversi degli alleati di Cambrè (giugno 1509). — Molestie dei pirati nella Liguria. — Ruine nel Tirreno. — Una delle nostre galèe presa dai pirati (agosto 1509). — Trofei di bandiere in Africa. — La sorte delle sei galere perdute.

[VI.] — La guerra di Ferrara. — L'armata navale dei Veneziani sul Po. — Ponte di barche e ridotti alle due teste. — Scorrerie nel ducato, e pericolo di Ferrara (21 dicem. 1509). — Provvisioni del duca e batterie coperte dietro gli argini.

[VII.] — Si apre il fuoco la mattina (22 dicembre 1509). — Rotta dell'armata veneziana. — Acquisto di quindici galèe e di altri legni e prigioni. — Il ritorno militare, e i palischermi.

[VIII.] — I Veneziani chiedono la pace. — Capitoli e convenzioni sulla libertà del mare (20 febbrajo 1510).

[IX.] — Rottura coi Francesi. — Fatti d'arme in Lombardia e alla Mirandola. — Condizioni di Genova sotto i Francesi. — Giulio move l'armi per cacciarli (giugno 1510).

[X.] — Armamenti e fuorusciti in Civitavecchia. — Sei galèe romane, e diciassette veneziane. — I nostri bloccano Genova. — Le Caracche. — Posizioni del blocco (luglio 1510).

[XI.] — Ordinanza del capitano Piergianni per rompere il blocco. — Giuoco delle barche armate e dei legami. — Ritirata dei nostri. — L'arte antica e i suoi pregi. — La tattica secondo gli emergenti. — Vantaggi degli assalitori. — Discapito di chi non può muovere in ordine di battaglia.

[XII.] — Le artiglierie usate in queste fazioni (luglio 1510). — Origine del cannone, e perchè chiamato Pezzo. — Nomi arbitrarî delle artiglierie nei primi tempi. — Forme e composti diversi, ed a più canne. — Magnificenza degli ornati. — Criterio logico del nuovo ordinamento a multipli. — I tre generi, e le specie subalterne delle artiglierie.

[XIII.] — Ritorno e armamento maggiore sopra Genova. — Rassegna alla foce del Tevere. — Donativo. — Giulio s'imbarca ad Ostia, scende in Civitavecchia, e va in Lombardia. — Le due armate a Portovenere. — Combattimento sotto vela su due linee parallele. — Ardimento di Giano Fregosi. — Ritirata (settembre 1510). — Genova caccia i Francesi.

[XIV.] — Capitoli col capitan Giovanni da Biassa per la guardia del mare contro i pirati (15 settembre 1511).

[XV.] — Considerazioni sui capitoli. — Forza delle galèe e dei brigantini. — Soldi, razioni, specchio.

[XVI.] — Tassa del due per cento. — Servigio di guerra, di dogana, e di polizia. — Freno alle rappresaglie. — Metodo per duplicare la forza dell'armamento. — Rifacimento dei danni. — Proibizione dei noli. — Amici e nemici. — Malfattori al remo. — Missioni straordinarie.

[XVII.] — Concilio di Laterano. — Richieste dei padri, e trattati di lega contro i Turchi. — Documento (3 maggio 1512). — Apparecchi per la spedizione. — Morte di papa Giulio (21 febbraio 1513). — Fine del Biassa.

LIBRO SECONDO.
CAPITANO BALDASSARRE DA BIASSA,
GENTILUOMO GENOVESE.
[1503-1513].

I.

[Novembre 1503.]

I. — Morto papa Alessandro Borgia, e in men d'un mese andatogli appresso Pio III dei Piccolomini, salì al supremo seggio nel primo giorno di novembre dell'anno medesimo il cardinal Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, e vescovo Ostiense, che si fece chiamare Giulio II. Più volte nei libri precedenti ho parlato di lui: e senza ripetere a sazietà ciò che tutti sanno, mi terrò ora contento a considerare l'applicazione del marzial suo genio alle cose del mare.

Fin dal principio chiamò capitano dell'armata navale, ed intimo consigliere nelle marittime bisogne, Baldassarre da Biassa, prode uomo, di antica famiglia genovese, della quale ora non resta discendenza; ma soltanto nella riviera occidentale della Spezia, tra Marinasco e Pegazzano, il castello di originaria pertinenza chiamato Biassa; e nel blasone ligure presso a quel nome resta lo stemma segnato con un lione rampante in campo d'azzurro, sotto corona di marchese. Baldassarre, veterano della naval milizia, affine dei Fregosi, discendente di valorosi marini, e benemerito del cardinal Giuliano della Rovere per averlo trafugato da Ostia a Savona, quando pericolosi frullavano i risentimenti borgiani, fu da lui medesimo (divenuto papa) largamente riconosciuto e nominato capitano del mare[60]. Modesto titolo, che in quei tempi scusava i più sonanti dei moderni ammiragli, e portava pari grandezza e maggiore autorità. Il capitano del mare, comandante supremo, nominava e toglieva gli ufficiali, faceva giustizia, a niuno cedeva eccetto al sovrano, e intorno alla sua persona adunava cinquanta o sessanta gentiluomini o capitani veterani, che formavano la sua casa militare. Insieme con questi mettete Giovanni, figlio e successore di Baldassarre, come vedremo[61]; metteteci Antonio della stessa famiglia[62]; e poi Lorenzo degli Egidi, gentiluomo civitavecchiese[63]; e tre nobili anconitani, Gabrio Bonarelli, Galeazzo Fanelli, Melchiorre Acquieri[64]; e i due Mutini, Lorenzo e Girolamo[65]; e avrete in compendio, secondo il tempo, lo stato maggiore della marina.

Con questi campioni papa Giulio si andava preparando alle imprese già di lunga mano meditate, infino a tanto che duravano i fastidî continui dei segni e contrassegni per ricuperare le rôcche del Valentino; e più anche i fastidî delle guerre ancor vive tra Francesi e Spagnoli nel Regno. Col suo da Biassa, ora sulle galèe, ora sul bucintoro, navigava all'occasione pel Tevere e pel Tirreno ad Ostia e a Civitavecchia: mirava a Genova, attendeva il tempo opportuno, e faceva grande assegnamento sulla marina per venire a capo dei suoi divisamenti. Il Bembo, solenne conoscitore del Papa e delle sue tendenze, con un solo tratto di penna e da gran maestro scolpisce uno dei principali caratteri dell'animo di lui, non avvertito da altri: ciò è dire che l'unico diletto di Giulio, per riposo di stanchezza, era spaziare sur una barca pel mare[66]. Paride de Grassi, prefetto delle cirimonie, non ha omesso alcune volte di registrarne le navigazioni, specialmente quando si terminavano sul Tevere alla basilica di san Paolo, e gli andavano all'incontro i Cardinali[67].

II.

[1506.]

II. — L'ardente animo di papa Giulio, in quelle traversate, grandiosi e forti disegni mulinava: ed anzi tutto ricuperare gli stati della Chiesa romana, sbrattare dalle grandi città gli ostinati ribelli, e ridurre le provincie a più stretto legame colla capitale.

Ciò che Cesare Borgia aveva principiato con frode ed a privato vantaggio, voleva Giulio alla scoperta e per pubblico beneficio compiere. Trent'anni di cardinalato, e lunga esperienza nei grandi affari veduti, uditi, e trattati, davangli convincimento di giustizia nelle sue intenzioni: e per la dignità dello Stato, e per la quiete de' popoli, pensava non dover più oltre tollerare l'oltracotanza dei baroni. Allora gli Estensi di Ferrara, i Bentivogli di Bologna, gli Ordelaffi di Forlì, i Manfredi di Faenza, i Riari di Cesena, i Malatesta di Rimini, gli Sforzeschi di Pesaro, gli Uffreducci di Fermo, i Varani di Camerino, i Vitelli di Castello, i Baglioni di Perugia, i Feltreschi di Urbino, i Colonnesi, gli Orsini, i Conti, i Savelli, i Gaetani, i Capizzucchi, i Cesarini, i Farnesi per tutta la campagna romana, erano in continui tafferugli tra loro e cogli altri, a pubblico danno. Principati, ducati, baronie, repubbliche, comuni, quel che volete: ma sempre più o meno dipendenti da Roma, sempre attenenti a quello Stato che era venuto nel dominio dei Pontefici. Errore sofistico sarebbe chiamare assolutamente indipendenti le predette o qualunque altra città o provincia dal Tronto al Po, e dall'Argentaro al Circèo: errore il non volerle comprese nel dominio della storia pontificia. Impossibile distruggere il fatto, in quanto tale. Sarebbe pure ingiustizia chiamare indistintamente tiranni tutti i baroni o cittadini che vi dominavano. La maggior parte non erano tali di origine, avendo ricevuto dagli stessi Pontefici dei tempi passati le investiture a titolo di feudo o di vicariato; e spesso la condotta militare, includente la ricognizione baronale e il consentimento dei popoli, donde traevano le milizie: e in quanto al modo del governare, essi procedevano come gli altri principi maggiori e minori del tempo loro. Ma il sistema feudale aveva ormai finito il corso, e doveva dar luogo alle esagerazioni del biasimo, seguace perpetuo d'ogni forma dismessa: doveva esser seguìto dalla monarchia assoluta, di che Ferdinando spagnuolo aveva fatto piantare il primo tipo nel Regno per mezzo di Consalvo; tipo perfezionato dappoi per gli studî di Carlo V in ogni altra parte del vecchio e del nuovo mondo.

I tempi dunque volgevano propizî ai disegni di Giulio: il quale come ebbe veduto quietare le armi di Francia e di Spagna, mosse da Roma per l'impresa di Perugia e di Bologna, contro ai Baglioni e ai Bentivogli. Occupò fortemente le due città, riformò lo stato, e fece disegnare due fortezze per mantenerlo. Alla Bolognese, presso porta Galliera, pensò il Bramante, che ne fece il disegno, e ne commise l'esecuzione a Giulian Leno, architetto romano, suo domestico ed erede[68]. Se ne ignora la forma: ma deve essere stata solamente imbastita di fascine e di terra, perchè non guari dopo i Bolognesi la distrussero in due giorni.

Per la fortezza di Perugia fu chiamato da Arezzo Antonio, il vecchio, da Sangallo, ingegnere militare dei Fiorentini; il quale sull'altipiano rimpetto alla cattedrale, alla piazza, e al corso, molto acconciamente pel sito di quei dirupi, disegnò la pianta secondo le regole dell'arte nuova, già da lui stesso osservate in Roma, in Nettuno, e in Civitacastellana. Secondo il primitivo disegno del primo Antonio la rôcca fu condotta a compimento dal secondo Antonio, detto il giovane, nel pontificato di Paolo III[69]. I cartoni dell'uno e dell'altro, che ho visti nella Galleria di Firenze, potranno supplire alle memorie del tempo futuro: perchè la fortezza dopo il 1860 è stata totalmente disfatta e rasata. Antonio il giovane prese nome più dello zio, come questi superò la fama del fratello, perchè l'uno e l'altro vissero più tempo dopo Giuliano, quando l'arte della fortificazione, per tante occasioni propizie, e per tanti ingegni eccellentissimi, ogni giorno progrediva; ma quanto al merito dell'invenzione, Giuliano è stato e sarà sempre il maestro del fratello e dei nipoti e di quanti altri vennero dappoi.

III.

[1507.]

III. — Assettate le cose di Bologna e di Perugia, tornossene Giulio in Roma ai ventisei di marzo del 1507, col pensiero di andare oltre nell'assunto, e di ritogliere ai Veneziani Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza: le prime due già da molto tempo perdute, e le altre cascate di mano a Cesare Borgia nella ultima catastrofe. Perciò dovette entrare in molti maneggi, e trattati, e spedizioni, e guerre; nelle quali lo servirono i migliori ingegneri di quella e di ogni altra età, come Bramante, Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Andrea da Sansovino; ed i capitani più eccellenti, come Marcantonio Colonna seniore, Francesco M. della Rovere, Alfonso da Este, Lodovico Pico, Francesco da Gonzaga, Giovanni Sassatelli, Raniero della Sassetta, Lucio Malvezzi, e Renzo da Ceri. Forte e sicuro dell'appoggio e delle opere di tali uomini, si dette a trattare la famosa lega di Cambrè, secondo le particolari vedute sue.

[Dicembre 1508.]

E, come se non avesse altri pensieri pel capo, s'imbarcò a Ripa sul bucintoro[70], e se ne andò a Civitavecchia, dove voleva murare una buona fortezza per la difesa del porto e della città[71]. Pose esso stesso colle sue mani la prima pietra addì quattordici dicembre del 1508, che fu principio a quel nobile edificio militare, disegnato da Bramante, che tuttavia si ammira, e del quale farò altrove più largo discorso.

Fra i grandi personaggi, che in quella occasione seguirono il Papa in Civitavecchia, vuolsi annoverare Giorgio Pisani ambasciatore di Venezia, il quale aveva dal Senato pressantissime commissioni di por mente a tutto ciò che potesse nella romana curia succedere, di tener l'occhio ai maneggi, di chiarire i sospetti, e di conseguire l'investitura delle quattro città controverse. Ed egli spiando diligentemente ogni luogo ed ogni tempo opportuno per venire a capo di negozio tanto difficile, finalmente un giorno, che tutti colà vedevano Giulio col capitano da Biassa e cogli altri ufficiali delle galèe scendere in terra del consueto bucintoro bellissimo e della passeggiata intorno al porto ed alla prossima marina sommamente lieto, non si lasciò fuggire l'opportunità; ed entrò apertamente nel discorso di Romagna, sperando in quella larghezza di cuore trovare la via per giugnere all'intento[72].

Quando precipitò la casa Borgia, e il duca Valentino in un giorno perse lo stato, i Veneziani avevano tolto dalle mani di costui Rimini e Faenza: e volendone mantenere l'acquisto, supplicavano Giulio che, come già da Cardinale aveva consigliato il Senato a liberare quelle città dal crudelissimo tiranno, così da Pontefice permettesse loro di ritenerle agli stessi patti di feudo e di vicariato, con che il Borgia le aveva tenute. Nel qual discorso, e col medesimo esempio dell'istesso Borgia, contrapponendo Giulio alla caducità di piccolo principe la tenace fermezza di potente repubblica; e quindi la facilità di ricuperare una volta dall'uno, e la malagevolezza di riavere mai nulla dagli altri; conchiudeva non poter acconsentire alla domanda. Ma al tempo stesso (toccando pur di altre differenze occorrenti tra Roma e Venezia, specialmente intorno a Ravenna, a Cervia, ed alla libertà del mare) si lasciò andare a promettere la concessione di Faenza e di Rimini in feudo a quel gentiluomo veneziano cui volesse il Senato presentarle; tanto che la repubblica potesse di fatto avere quelle città; e la romana Chiesa almeno in apparenza non perderle. Tutto inutile: Giorgio, dicendo non esser costume della veneta repubblica far principi i suoi cittadini, rifiutò l'offerta, e non fece motto di ciò nè al Senato nè al collega Giovanni Badoaro, restatosi infermo per quei giorni in Roma. Così per negligenza dell'ambasciatore in un punto di tanta importanza si trovò Venezia a un pelo dal precipizio: e gli uomini ebbero da apprendere come uno stato pieno di ricchezza e di riputazione, dopo essere per dieci secoli sempre cresciuto di potenza e di dominio, poteva in un sol giorno essere quasi totalmente rovinato. Proprio allora gli alleati di Cambrè pubblicavano i capitoli e le convenzioni di quasi tutta l'Europa contro Venezia[73].

IV.

[15 gennajo 1509.]

IV. — Giulio tornato in Roma sul bucintoro per la via del mare e del fiume; aspettandosi di lunghe e fortunose guerre, anche nell'Adriatico, considerate le brighe dei Veneziani; e volendo tenersi pronto alla spedizione contro i Turchi, di che esso pure ed ogni altro sentiva la necessità; indusse gli Anconitani a costruire sei galèe, promettendo di mettere per capitani sopra tre delle medesime gli ambasciatori della città che allora stavano in corte, cioè Gabrio Bonarelli, Galeazzo Fanelli, e Melchiorre Acquieri. Il Breve di papa Giulio, che per essere inedito volgarizzo col testo latino a fronte, diceva così:[74] «Ai figli diletti, Anziani e Consiglieri, della nostra città d'Ancona, Giulio papa II. — Diletti figliuoli salute ecc. Dappoichè ci è stato concesso dalla divina bontà quello che noi sempre abbiamo desiderato e ricerco; ed oramai i principi cristiani, tolto via ogni fomite di contenzione, sono venuti tra loro a concordia, tanto che finalmente possiamo sperare di poterci volgere più che mai forti e con possente armata contro la perfidia dei Turchi e degli altri nemici del nome cristiano; volendo noi andare innanzi a ogni altro coll'opera e coll'esempio, quando si tratta di spedizione pietosa altrettanto che necessaria, abbiamo deliberato di apparecchiare poderosa armata navale. Sapendo per tanto che in cotesta città nostra di Ancona, specialmente diletta, si possono costruire eccellenti galèe, vogliamo che intanto ne siano cominciate sei sotto la vostra direzione. Il governo delle tre prime galèe abbiamo già assegnato di nostra spontanea volontà ai diletti figliuoli, oratori vostri appo noi, Gabriele de' Bonarelli cavaliere, Galeazzo de' Fanelli, e Melchior Acquieri, uomini prodi e che ci sembrano attissimi a tale ufficio. Vi esortiamo dunque con paterno affetto a mettere tutta la vostra cura e diligenza nella predetta costruzione, e noi penseremo alle spese. Perchè intanto l'opera proceda spedita e voi abbiate il danaro occorrente al taglio dei legnami, vogliamo e comandiamo al diletto figlio Niccolò Calcagni, tesoriero in cotesta provincia nostra della Marca, che di presente vi conti cinquecento ducati d'oro. Di più espressamente comandando, ordiniamo ai diletti figli, uomini e popoli delle nostre terre di Montesanto, di Santelpidio, di Civitanova, e di Castelfidardo, che a voi ed ai vostri ministri benignamente permettano tagliare e trasportare pei loro territorî e distretti il legname necessario alla costruzione delle nominate galèe; messa onninamente da parte ogni scusa e contradizione.»

«Dato a Roma addì quindici di gennajo 1509, del nostro pontificato anno sesto. — Sigismondo»[75].

Gli Anconitani pigliarono a volo la bella occasione che loro s'offriva: ed istruiti altresì dalle lettere private degli ambasciatori capirono il gran conto dell'armamento e della fabbrica, secondo l'interesse della città, del porto, del commercio e della navigazione, come tra poco vedremo. Nell'anno medesimo le sei galèe erano fatte, varate, e in punto di ogni cosa, tranne il corredo mobile; di che non avevano ricevuto nè istruzione nè danaro[76]. Perciò l'istesso Giulio alla fine dell'anno, di nuovo encomiando la diligenza degli Anconitani, ordinava il fornimento degli attrezzi e del corredo; e spediva danaro, come dalla lettera seguente, che per la sua importanza nell'istesso modo qui pubblico[77]:

«Ai figli diletti, eccetera. Pei discorsi del diletto figliuolo Galeazzo Fanelli, concittadino ed oratore vostro (più volte e sempre volentieri da noi veduto ed udito), e insieme per le relazioni del venerabile fratello Antonio arcivescovo Sipontino, generale uditore della Camera, testè tornato d'Ancona, abbiamo inteso il procedere delle fortificazioni di cotesta città nostra, e delle galèe da voi per ordine nostro costruite. Gratissime le notizie dell'uno e dell'altro: e noi approviamo pienamente e lodiamo la vostra diligenza e sollecitudine. Ma perchè poco sarebbe l'avere ben cominciato opere degne, se non si facesse di condurle poscia a perfezione con pari diligenza e premura, noi confidando sempre nella vostra prontezza e sollecitudine vi commettiamo di provvedere al fornimento delle dette galèe con tutti quegli attrezzi e corredi che fanno al navigare; cioè vele, remi, áncore, antenne, alberi, ed armamenti; e tutto col minor dispendio e la maggiore celerità possibile; perchè, come il bisogno ne venga, noi ce ne possiamo immediatamente servire. Sarà nostro pensiero somministrarvi il danaro: e intanto, perchè possiate meglio eseguire le nostre commissioni, abbiamo già scritto al diletto figlio Tesoriero di cotesta nostra provincia che vi paghi a vista mille ducati d'oro della nostra Camera a conto delle spese; e appresso liberalmente vi manderemo quel che sarà necessario.

«Dato a Roma, presso san Pietro sotto l'anello del Pescatore, addì quattro dicembre 1509, del nostro pontificato anno settimo. — Sigismondo.»

V.

[Giugno 1509.]

V. — Mentre questi armamenti si facevano con gran pressa in Ancona, altrettanto rapide correvano le spedizioni da Roma e da Civitavecchia, come portava l'accesso di Giulio alla lega di Cambrè; e l'impetuosa indole di lui, che avrebbe voluto ogni cosa pensata e fatta a un tempo solo. Tutto verso Romagna e verso Lombardia, dove squillavano già da più parti le trombe contro Venezia. Massimiliano imperatore voleva togliersi dal viso la vergogna della cacciata poc'anzi sofferta, e contava unire all'imperio il Friuli, Verona, Treviso, Vicenza, e Padova: Lodovico di Francia consentiva con lui per annettere al Milanese Crema, Cremona, Brescia, e Bergamo; Ferrante spagnuolo per riscuotere Brindisi, Trani, Otranto, e Monopoli; il duca di Savoja per ottenere il reame di Cipro; il Papa per ricuperare Ravenna, Cervia, Faenza, e Rimini; i Fiorentini per assicurarsi il dominio di Pisa; e il duca di Ferrara per arrotondare i suoi confini d'Oltrepò. La congrega di tanti competitori, con intendimenti così diversi, non poteva durare più d'un anno; e i Veneziani facevano assegnamento sulla rivalità dei nemici per sostenersi: non così però che nel primo impeto della guerra, concorrendo da ogni parte tanta gente contro di loro soli, non perdessero a un tratto quasi tutto lo stato di terraferma.

Io non seguirò l'esercito di Francia alla battaglia della Ghiaradadda, nè le schiere imperiali dentro Padova, nè le bande roveresche intorno a Ravenna; perchè non devo torcere lo sguardo dai navigli e dalle acque dell'Adriatico e del Tirreno, dove in quest'anno occorrono due fatti assai diversi presso al Tevere di Roma, e sul Po di Ferrara. Comincio dal primo.

[Agosto 1509.]

I Barbareschi tra le nostre discordie e le continue guerre intestine crescevano d'arte e di ardire; e non trovando contrasto, venivano da padroni sulle riviere d'Italia. L'anno precedente avevano saccheggiato la Liguria, menando preda di sostanze e di schiavi da ogni parte, specialmente dal Diano, grossa terra di quella riviera, dove gli abitanti collo stormo dei paesi vicini erano a pena riusciti a sollecitare la ritirata dei nemici, senza poterne ricuperare nè roba nè persona[78]. In quest'anno i medesimi pirati, come i nomadi dell'Africa che mutano cogli armenti le pasture dopo aver consumato le erbe dei prati, finchè non siano ricresciute, facevano accolta di rapina sulle maremme di Toscana e di Roma, avventurandosi sino alla foce del Tevere presso Ostia. Erano colà alla guardia due galèe del Biassa, tutte fiacche e dimesse per aver mandato le migliori fanterie al campo di Ravenna, e però esposte a perdita quasi necessaria. Non mi richiedete il numero dei nemici, nè l'arte del mostrarsi in pochi, nè gli agguati dei molti, nè il combattimento dei sorpresi: i contemporanei non toccano i particolari di questo fatto; ed io vorrei ignorarlo, e presso che non dissi cancellare ogni memoria delle due galere. Vi basti questo: una fuggita, e l'altra presa[79].

Così i Romani impararono a calcare le vie di Algeri rasati, scalzi, e incatenati: così i pirati, che avevano già raccolto nell'Africa le bandiere delle altre nazioni, e dei monarchi maggiori della cristianità, poterono ridurre a compimento l'araldica collezione degli stemmi, aggiugnendo a suo luogo anche la bandiera papale. Dove mi bisogna notare che, sopra cencinquanta e più legni nemici in questi sessant'anni della guerra piratica presi dai nostri marini e dalla loro brigata, ne abbiamo perduti solamente sei. La galèa del Biassa nel mare di Ostia, la capitana del Vettori l'anno diciotto nel canal di Piombino, la sensile del Divizi il trentotto alla Prèvesa, e la generalizia colle due conserve dell'Orsino il sessanta alle Gerbe. Della prima e dell'ultime due, mai più novella: in somma tre perdute per sempre, e tre ricuperate. Quella del Vettori dopo un anno rimenata a Civitavecchia da Andrea Doria, quella del Divizi ripresa alla Capraja da Gentil Virginio dopo tre anni, e la generalizia dell'Orsini riconquistata dopo undici anni per mano di Ruggero degli Oddi alla battaglia di Lepanto.

VI.

[21 dicembre 1509.]

VI. — Intanto i Veneziani, da ogni parte compressi, sdrucivano con tutto l'impeto della indignazione contro il duca di Ferrara: nemico più vicino, debole, ed odioso[80]. Avendogli già preso ed arso Comacchio, divisavano percuoterlo della stessa o peggior rovina dentro Ferrara, col concorso dell'esercito dalla parte di terra, e dell'armata di galere, di navi e di barche pel Po. E quantunque alcuni senatori volessero dissuadere la intramessa dei navigli nelle acque interne; e tra gli altri si dichiarasse contrario il capitano Angelo Trevisani, dicendo che per le molte fortificazioni piantate dal Duca sulle ripe del fiume, e per la magrezza delle acque non si poteva rimontarlo tanto addentro senza grave pericolo; nondimeno prevalendo negli altri l'opinione della propria possanza navale, e non avendo altrove come impiegarla, il Senato ordinò allo stesso Trevisano di eseguire gli ordini, e di assalire gli stati del Duca pel fiume con diciotto galere, sei navette, ed altri legni minori.

Il Trevisano venne nel Po per la bocca delle Fornaci; ed abbruciata Còrbola, predando il paese intorno, salì il fiume infino al Lagoscuro; e mandò oltre un grosso corpo di cavalleggieri, che per terra lo accompagnavano, a scorrere le campagne sulla riva sinistra dall'Occhiobello al Ficheruolo. Esso coll'armata, non potendo passare avanti, si fermò in mezzo al fiume dietro l'isoletta di qua della Polesella; luogo distante undici miglia da Ferrara, e molto acconcio a travagliarla; dove voleva aspettare l'esercito di terra che prosperamente procedeva da quella parte, ricuperata Montagnana, e quasi tutto il Polesine di Rovigo. Intanto allestiva il bisognevole ai vegnenti: gittava un ponte di barche per assicurare il passo ai fanti e ai cavalli, e con grandissima prestezza muniva le teste del ponte medesimo con due ridotti molto forti sulle opposte ripe del Po.

Erasi il Duca adoperato inutilmente ad impedire la costruzione e l'afforzamento del ponte: e di ciò esso, e i capitani suoi, e i Romani e i Francesi venutigli di soccorso, stavano in gran pensiero; parendo a ciascuno che la città di Ferrara non fosse in quel modo senza pericolo[81]. E chi un partito, chi un altro proponendo, finalmente gli stessi Ferraresi per la perizia loro dei luoghi e del fiume facilmente ponevano il modo di sgominare l'armata, il ponte, e i ridotti dei nemici: cose da principio sembrate difficilissime.

Pertanto il ventuno di dicembre il duca Alfonso, e con lui il fratello Ippolito cardinale da Este, i Trotti, i Mori, i Guidi, i Bagni, gli Ariosti, i Tassoni, la nobiltà e il popolo ferrarese, e insieme i capitani di Roma e di Francia, assaltarono a furia il ridotto bastionato di verso Ferrara. Non che pensassero di poterlo espugnare al primo attacco, ma solamente volevano costringere i Veneziani a chiudervisi dentro, ed a lasciare sgombro l'argine circostante del fiume, per coprire liberamente gli agguati dietro certe risvolte che non potevano essere dal ridotto nè battute, nè viste. Poi nella notte, forato l'argine a fior d'acqua in più luoghi, secondo il divisamento del Cardinale (molto ingegnoso e intendente di queste faccende), distesivi buoni panconi d'olmo e di rovere, e fatte a dovere le piatteforme e le troniere, vi condussero celatamente le migliori artiglierie della munizione ducale, che n'avea di bellissime, gittate da' più eccellenti fonditori di quel tempo, massime dagli Alberghetti[82]; e stettervi quieti apparecchiandosi alla fazione della dimane.

VII.

[22 dicembre 1509.]

VII. — Il giorno del ventidue, per tempissimo, stavano le genti e le batterie dagli alleati, sopra e sotto all'armata nemica, coperti dagli argini, coi pezzi studiosamente livellati, e le munizioni pronte: nè i Veneziani sospettavano punto di quanto nella notte si era apparecchiato contro di loro, quando a un cenno del Duca, smascherate le trombe delle cannoniere, si aprì il fuoco. Piombò l'attacco tanto improvviso, e con tal vigore crebbe via via, che (quantunque i Veneziani subitamente riscossi non cessassero di rispondere) in men d'un'ora l'armata nemica fu rotta. Alcuni legni in fiamme, altri in fondo, il Trevisano sur un palischermo in fuga, la capitana tutta forata in deriva e indi a tre miglia sommersa; il presidio dei ridotti in precipitosa ritirata, il ponte distrutto; quindici galèe, tre navi grosse, e molte minori sottomesse; duemila morti, tremila prigioni: perdita di soli quaranta collegati[83].

Così terminossi in una giornata d'inverno la guerra di Ferrara per battaglia anfibia in terra e in acqua, fluviale e marina; donde Giulio seppe cavare gran frutto a beneficio degli stessi Veneziani, e riuscì finalmente a diffinire la intricata e strana questione della libertà del mare. Per questo mi sono fermato sul Po, e mi ci trattengo ancora infino a compiuto racconto, spettatore del marzial trionfo dei Ferraresi e del Duca. Di che Lodovico Ariosto, quantunque assente in quel giorno correndo per le poste ambasciatore straordinario del Duca a chiedere i soccorsi di Roma, ci ha lasciato ricordo nel classico poema, dove canta le glorie della sua patria innanzi all'istesso sovrano, cui dirige il discorso[84]. Procedevano a remo sul fiume otto galèe, prescelte tra le meno guaste, colle armi in mostra, e le bandiere nemiche in forma di trofeo: seguivano appresso i barconi del ponte disfatto, tutti pieni di prigionieri disarmati, e attorno fuste e brigantini di guardia colle milizie vittoriose. Il duca Alfonso vestito di tutt'arme, e sopravi lo strascico della clamide sovrana, sfoggiava dalla poppa della galèa dei Marcelli; e il cardinale Ippolito modestamente sopra una barchetta ordinaria, senza intromettersi negli onori della vittoria, dimostrava coi fatti di cederla tutta al fratello. Le trombe squillavano marziali armonie, e l'artiglieria rinforzava il concerto della pubblica esultanza vivamente espressa dalle altissime acclamazioni dei popoli accalcati sulle due ripe, o concorrenti appresso ai vincitori sopra burchi, scafe, gondole, battelli, lancioni, caicchi, sandali, schifi, in somma sopra palischermi d'ogni maniera.

Ritorno volontieri alla voce Palischermo, perchè mi credo onorato di parlare e di scrivere la lingua di Dante e di Colombo, anzichè accattare stranezze dalla Senna e dall'Ebro. I documenti del secolo decimoterzo, i classici, i giurisperiti, i viaggiatori, l'Ariosto, il Pulci, il Botta, il Carena, tutti ripetono Palischermo: tanto che se v'ha nella lingua d'Italia tecnico vocabolo di marineria da ogni uomo ricevuto, gli è proprio desso. Bel termine e vivo nella nostra lingua soltanto; la quale ci conserva, specialmente nelle cose del mare, le originali tradizioni dei Pelasghi. Secondo le radici arcaiche esprime la pluralità degli scalmi (πολύς σχαλμός); e secondo le italiche esprime pala e scalmo, cioè remo e caviglia. In somma risponde al supremo concetto di genere universale, tanto necessario nel discorso ordinato e diffinitivo: e comprende con una sola voce ogni maniera di piccoli legni assegnati principalmente a camminare coi remi, e a non dilungarsi troppo dal lido o dai navili grandi, pel servigio dei quali sono fatti e condotti. Sotto questo supremo genere entrano i subalterni, come dire palischermi marini, lacustri, e fluviali; e le diverse specie da caccia, da pesca, da lavori idraulici; e le diverse qualità di lusso, di salvamento, di milizia, con tutti i loro nomi particolari e distinti, come altrove ho notato, perchè si vegga la ricchezza e proprietà della marinaresca nomenclatura italiana, onde siam francati dalla miseria e dalla vergogna di accattare altrove[85]. Mi hanno risposto dicendo, che oggidì i marinari non costumano più la voce Palischermo; e in vece usano dire Imbarcazione. Grammercè di tali novelle, Signore, chiunque tu sii ostinato a stravolgere le voci con manifesto neologismo, e servile imitazione straniera, in senso non mai conosciuto dai nostri scrittori accreditati. Fa senno, vieni alla prova, rimetti in onore i termini nostrani; e presto presto vedrai i marinari averli più cari e ripeterli meglio che non le stranezze puntellate dall'abuso. Tutti sanno facilmente acconciarsi al bene, anche nel parlare: e gli stessi marinari ne forniscono luminosa prova, dismessa alla buon'ora tutta una congerie di vociacce, come tutti sappiamo. Essi han lasciato in specie il barbaro Canotto; tu in genere di' altrettanto della stravolta Imbarcazione, e vivi contento[86].

VIII.

[20 febbrajo 1510.]

VIII. — Per la giornata di Ferrara (nella quale di poco o di nulla s'intromise) crebbe tanto la riputazione di Giulio, che i Veneziani deliberarono volersi a ogni patto e subito pacificare con lui. Egli altresì da sua parte, chè in fondo non amava l'intramessa degli stranieri nelle cose d'Italia, e non voleva il totale abbassamento di quei Signori, volentieri dètte orecchio alle proposte; le quali immantinente tennero occupati i negoziatori dell'una e dell'altra parte: tanto che un mese dopo la battaglia tutto era fatto. Il Pontefice riceveva nella sua grazia i Veneziani, questi restituivano le città di Romagna, e insieme pubblicavano i capitoli della loro concordia. Ne' quali capitoli Giulio, tenendo conto di ciò che doveva aver promesso agli Anconitani, cavava fuori solenne dichiarazione, sommamente importante alla storia marinaresca, onde a gran trionfo della giustizia, anche per mutuo consenso delle parti, finalmente era riconosciuta la libertà del mare. Questo accordo, come troncò il corso a tante miserie e a tante guerre, così sia di compimento al largo discorso che ne ho fatto nella mia storia del Medio èvo; e venga qui volgarizzato alla lettera, dall'originale latino. Nojoso documento nella forma, nel contesto e nelle continue minutissime riprese, impugnazioni e riserve: dalle quali tuttavia ciascuno può meglio comprendere le cavillazioni con che tale libertà era impugnata a discapito pubblico, specialmente delle città marittime della Marca e della Romagna. Eccone il tenore[87]:

«Capitolo decimo. Similmente gli Oratori veneti a nome del Doge e del Senato, come sopra, hanno promesso e si sono obbligati per tutto il tempo futuro in perpetuo di non impedire mai più nè frastornare direttamente o indirettamente, sotto qualunque pretesto o ragione, i sudditi tutti e singoli immediatamente soggetti della santa romana Chiesa, o vero delle città, castella, terre e luoghi di ogni denominazione della stessa romana Chiesa, insieme coi loro cittadini, abitatori, e popoli: similmente dicono di non impedire i sudditi mediatamente soggetti alla medesima Chiesa che tengono città, castella e luoghi d'ogni maniera in feudo o in vicariato, insieme coi loro vassalli, cittadini, contadini, abitatori e popoli delle già dette città, terre, castelli e luoghi, tanto della Marca d'Ancona, che della Romagna, compresa eziandio la città di Ferrara col suo territorio e distretto, così che le persone di tutti i predetti luoghi, e i navigli d'ogni maniera, e le merci d'ogni specie possano navigare liberamente, speditamente, e senza niuna gabella, pedaggio, imposizione, spesa, estorsione, esigenza, o pagamento; ma in quella vece al tutto franchi possano andare per acqua in qualsivoglia parte così dell'Adriatico, come di ogni altro mare, e per le acque dolci. Anzi più gli Oratori veneti, come sopra, hanno promesso di lasciar sempre a tutti i predetti la navigazione libera, senza mai mettere impedimento alle persone, alle merci, alle sostanze in niun modo nè sotto alcun colore o causa, nè anche sotto il pretesto della guardia e custodia del mare, alla quale (in quanto si oppone alle predette promesse) hanno specialmente ed espressamente rinunciato; nè pure sotto pretesto di visitare le merci, o di rivedere i registri e le scritture in qualunque modo esistenti nei predetti navigli o presso gli stessi naviganti, ancorchè si allegasse il sospetto che le merci, le sostanze e ogni altra cosa espressa avanti potesse appartenere in tutto o in parte ad altre persone che non fossero soggette al Pontefice romano.»

Tante parole per togliere gli abusi, per troncare le dispute, e per stabilire il gran teorema della libertà del mare[88]!

IX.

[Maggio 1510.]

IX. — In quella che papa Giulio si pacificava coi Veneziani, rompevasi coi Francesi e co' Tedeschi; non essendosi costoro collegati con lui, come ho detto, se non per togliere alla Repubblica ogni possedimento di terraferma, e per allargare ciascuno le sue fimbrie in Italia: quindi nè gli uni nè gli altri potevano adesso patire di vedere in qualche modo assicurato il dominio veneto all'ombra e sotto la protezione della possanza papale. I quali umori, ingrossati da altre non meno torbide sorgenti, quest'anno medesimo ruppero in aperte ostilità, volsero a rovescio lo scacchiero, e presto furono veduti gli alleati di Giulio pigliare l'armi contro di lui.

In questo secondo periodo della guerra si rialzò la fortuna di Venezia: i popoli di terraferma, stanchi dell'insolenza straniera, richiamarono san Marco; e le milizie papali, condotte dal celebre Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino e nipote di Giulio, insieme con Marcantonio Colonna, antenato del Trionfatore, congiuntesi alle milizie veneziane capitanate dal notissimo Lorenzo Orsini, detto comunemente dai soldati, per ragione del feudo, Renzo da Ceri, affrontarono le schiere di Francia guidate da Carlo d'Amboisa e da Giangiacopo Trivulzio. I Papalini espugnarono per ingegno di Bramante la Mirandola, i Veneziani toccarono sul Po qualche altro rovescio, e più cose notevoli successero, secondo la grandezza dei prodi capitani che ho qui avanti nominati. Ma tutto questo, come negozio dal mio divisamento troppo lontano, metto da parte; dovendomi rivolgere al mare insieme coll'armata verso Genova.

Era la città di Genova da lungo tempo in gran turbamento per civili discordie, ora commosse dai popolani contro i nobili, ora dagli stessi nobili tra loro divisi; i quali tutti per sostenersi gli uni contro gli altri avean perduto insieme la libertà, chiamando padroni di fuori. Prima si eran posti all'obbedienza del duca di Milano, poi del re di Francia: ed avendo Lodovico XII per questi tempi in dominio anche il maggior ducato di Lombardia, si trovavano i Genovesi aggiogati insieme all'istesso carro di Parigi e di Milano. Ora sembrando dalla parte di terra troppo ristrette le ostilità contro i Francesi, Giulio papa ligure divisò portar loro la guerra anche sul mare; non solo per diversione, ma più colla speranza di prosciogliere la sua patria dal giogo straniero. Laonde spinse dalla Macra alla Spezia Marcantonio Colonna con grosso nervo di fanti e di cavalli; e chiamò da Varese un corpo di quasi diecimila Svizzeri, perchè urtando alle spalle i Francesi dalla parte di Milano, corressero difilati a congiungersi al Colonna sotto Genova.

X.

[Luglio 1510.]

X. — Principalissimo fondamento per ottenere il fine aveva ad essere l'armata navale dal capitan da Biassa allestita nel porto di Civitavecchia, intorno alla quale si raccoglievano le migliori milizie di Roma, e quasi tutti i fuorusciti genovesi con Ottaviano e Giano Fregosi, con Girolamo e Niccolò Doria, ed altrettali uomini di quella potenza e seguito che tutti sanno. Costoro montavano tutti insieme sopra le sei galèe di papa Giulio; e appresso ne traevano undici di Venezia sotto il governo di Girolamo Contarini, sopracchiamato il Grillo[89]. Qui adesso mi si offrono diversi successi, e belli esempi di tattica navale, tutti del caso nostro, che narrerò con quei particolari che ci han conservato le scritture dei contemporanei.

Il Biassa a prima giunta occupò Chiavari, Rapallo, e Sestri che sono le migliori città e terre della Liguria orientale; poi condusse l'armata innanzi al porto di Genova, promettendosi che i partigiani di dentro farebbero rumore, secondo la consueta lusinga dei fuorusciti. Ma in quella vece cupo silenzio nell'interno della città, e gente desta alle difese e alle batterie intorno alle mura era a vedere; perchè al primo annunzio degli armamenti di Civitavecchia, i Francesi ed i loro partigiani (come poi si seppe) avevano introdotte molte milizie, ed altre continuamente ne chiamavano di Lombardia, e gran gente dalla riviera occidentale. Oltracciò era entrato nel porto Piergianni, cavalier di Rodi e capitano del re con sei galèe, e sei di quelle grosse navi che, per lo più usate nel traffico, prima dai Genovesi, poi dagli Spagnoli e Portoghesi, chiamavansi Caracche[90]. La voce deriva dal Càrabo dei Pelasghi: e rimenata dai nostri cronisti antichi, trapassa nel diminutivo a Caravella[91]. Con questi presidî, imbrigliata la città contro ogni movimento interno, non restava agli assalitori altro partito se non bloccarla dalla parte del mare ed affamarla: chè essendo in luogo sterile, e difficile a ricevere altronde che dal mare le vittuaglie, contavano trenta giorni di blocco per costringere la piazza alla resa.

Perciò il Biassa, praticissimo di quella riviera, persuase al Grillo di mettersi seco alla guardia presso il porto dal lato orientale in un senetto, chiamato allora la Fossa di Villamarina, dove era buon sorgitore, riparato dalle tempeste e dai nemici per un lungo ed ampio scanno di bassi quasi a fior d'acqua, innanzi al quale dovevano necessariamente frangere le onde, e dovevano arrestarsi i navigli vegnenti dal largo. Dunque le sei galèe di Roma e le undici di Venezia entrarono in quella insenata dalla banda di levante, dieron fondo, posero le vedette sui monti, e si tennero presti a uscir fuori per ghermire qualunque naviglio si fosse voluto avvicinare al porto. Questa stallìa non saprei dire con qual nome sia oggidì espressa dai Genovesi; nè posso dalla mia memoria, nè dalle relazioni degli amici dedurre la permanenza del seno e del banco[92]: ma rispetto al fatto che narro non è possibile nè a me ne ad altri il dubitare, perchè espressamente descritto da quel gran capitano e sommo tattico del suo tempo, nipote di papa Giulio, che aveva mano in queste faccende e ne sapeva tutto il filo e tutti i punti; dico di Francesco Maria della Rovere duca d'Urbino, dal quale ricavo le qualità e i nomi dei luoghi, come stavano allora[93].

XI.

XI. — Se non che il capitano Piergianni coi Genovesi del suo partito, non volendo perdere la città, nè lasciarsi bloccare, uscì fuori alla testa delle sei galèe e delle sei caracche, risoluto di sloggiare il Biassa dalla formidabile posizione e levare sè stesso di angustia. E sapendo egli pure dello scanno e degli ostacoli al suo procedimento, tenne questo modo. Innanzi alle caracche pose le galèe per rimburchio, e innanzi alle galèe mandò le sei barche maggiori per attacco; ciascuna barca con un pezzo da trenta sulla prua: caracche, galèe, e barche a sei righe, in tre file, tutte legate tra loro con lunghissimi gherlini intugliati, tanto che ogni legno potesse condurre, ed essere a un bisogno condotto dagli altri[94]. Ciò fatto Liguri e Francesi sulle barche con buon remeggio e il piombino alla mano, si accostarono fin quasi sullo scanno, e aprirono il fuoco co' sei pezzi da trenta contro il gruppo delle galèe ormeggiate, facendo loro gran danno, specialmente nei posticci e nel palamento.

Non mica che il Grillo e il Biassa e quegli altri caporioni stessero colle mani alla cintola, che anzi rispondevano a cannonate furiosamente. Ma presto si avvidero che per essere le barche piccoli legni, e sempre in moto sul mare, difficilmente si poteva offenderli. Provaronsi allora ad uscir fuori per fianco: ma le caracche a cavaliere sul callone dell'acqua piena, tempestando con lunghe colubrine e con doppi cannoni da cento libbre di palla, vittoriosamente difendevano le barche: nè a petto di quella grossa artiglieria potevano contrastare le galere nostre uscendo ad una ad una coi corsieri comuni da cinquanta[95]. In somma il Grillo e il Biassa dovettero filare costa costa per tirarsi fuori dal pozzo; e dovettero tornare indietro senza conchiudere nulla, anzi afflitti da molti danni. Il capitano di Francia assai rispettosamente seguilli alla coda. Toccaron gli uni e gli altri all'Elba: il Biassa a Lungone, Piergianni al Ferrajo. Poi dalla punta diforana dell'Argentaro questi rese il bordo verso Genova, e gli altri continuando la bordata ripararono nel porto di Civitavecchia[96].

Quando udirai contar maraviglie dell'arte moderna, mettiti in guardia: e senza misconoscere i miglioramenti che a grado a grado si svolgono, ripensa al passato, cercane le notizie, e troverai sempre più che comunemente non pensano i prosuntuosi del tempo presente. Le Piramidi, il Colossèo, il Partenone, il Panteon non si fanno più; e le opere d'arte degli Etruschi e dei Greci si studiano ancora. Ma senza andar tanto lungi, eccoti nel principio del cinquecento dalla parte di Piergianni e de' Genovesi tali palischermi che efficacemente entravano in lizza con pezzi da trenta, cioè di quell'istesso calibro, del quale si compone l'armamento ordinario nelle batterie dei vascelli a tre ponti che ancora restano negli arsenali d'Inghilterra e di Francia. Pensa altresì la grandezza e forza delle caracche che issavano a bordo que' cotali palischermi, e metteanli in coverta presso a cannoni doppi da cento libbre di palla in ferro, di che dirò a parte qui appresso. Intanto vedi artifizio nella distribuzione delle forze sopra tre linee, secondo la pescagione dei legni, per accostarli sicuramente al bersaglio; e vedi teoria di convergenza e di unione per mezzo di quei cánapi che tenevano diciotto navigli di specie diversa in un sol corpo atto a offendere alla testa e alla coda; ed a resistere compatto da sè; e a portar soccorso in ogni membro quantunque lontano, secondo gli eventi. Vedi pur quei gherlini distesi tra le file a grande distanza, i quali impedivano ancora al nemico l'entrar di mezzo e il tagliar fuori una partita dall'altra: sistema di legami che in alcuna circostanza potrebbe tornare con molto vantaggio anche adesso.

Dalla parte del Grillo e del Biassa possiamo notare la scelta di eccellente posizione pel blocco: vicino alla città, rimpetto alla bocca del porto, dietro allo scanno, al riparo delle tempeste del mare e degli insulti dei grossi navigli. Ciò non pertanto tornarono colla peggio, e ciò per due precipui difetti. Primo, perchè nella insenata falliva loro il maggiore requisito di stazione militare, ciò è dire lo spazio sufficiente da uscir fuori in ordine di battaglia. Secondo, perchè accettarono il combattimento fermi sull'àncora, non curando i vantaggi che naturalmente secondano l'impeto dell'assalitore, e gli mettono quasi la metà della vittoria nelle mani. Dovevano uscir subito al largo, e non fidare troppo nei ripari, e nella inerzia della massa immobile. Chi sta sciolto e libero può andare dove e quando vuole, e da quella parte e in quel modo che più gli talenta confondere l'avversario accoccolato e poltro.

XII.

XII. — Ora non posso passarmi dei progressi dell'artiglieria, per quel che ne dice a proposito di questi fatti marinareschi il nostro autore. Parlando del Biassa, del Grillo e di Piergianni egli distingue cannoni da trenta, da cinquanta, e da cento; e indica il calibro ragguagliato al peso della palla di ferro. Dunque non più bombarde o bombardelle, secondo ciò che ho detto nel Medioèvo. Veniamo al cannone.

In principio il cannone era la parte posteriore della bombarda, dove si metteva la polvere e il coccone: poscia allungato diveniva artiglieria compiuta, e manteneva il nome di Pezzo. Se ne facevano dei grandi e dei piccoli d'ogni maniera, e li chiamavano basilischi, aspidi, dragoni, sagri, falconi: nomi spaventevoli di uccelli rapaci, di bestie imaginarie, di mostri favolosi. In somma più che trenta tra specie e varietà che ricordo qui in ordine di grandezza: basilisco, dragone, possavolante, serpentino, colubrina, cacciacornacchi, aspido, girifalco, sagro, pernice, pellicano, sagretto, falcone, falconetto, smeriglio, ribadocchino, cerbottana, saltamartino: oltracciò le artiglierie di canna corta; cioè bastardi, rebuffi, crepanti, veratti, aquile, mojane, cortane, vugleri, tarabusti; e le molte varietà denominate dagli uffici speciali, onde dicevansi spacciafossi, spazzacampagne, traditori, trabucchi, redèni, forlini, e più altri nomi che uscivano dall'arbitrio dei fonditori, e dei capitani, come ne dice per questi tempi l'Ariosto[97].

Arrogi il composto di ciascuna di queste forme coll'altra; e più le artiglierie di molte canne unite insieme, che chiamavano organi: pezzi fusi con due o tre anime, o con più camere giranti attorno a una tromba sola per moltiplicare i colpi, e si dicevano cannoni composti o compagni; di che abbiamo i disegni nel Valturio di Rimini, e nelle cartelle di Leonardo all'Ambrosiana; e abbiamo i campioni nei musei di Europa. Tra i quali niuno ch'io sappia novera un vecchio cannone da ventiquattro che ho veduto all'arsenale di Tophanè in Costantinopoli, di tromba aperta ad entrambe le estremità, e alla culatta una gran ruota massiccia e girante dietro la tromba, in guisa da presentarle successivamente dodici incamerature cavate nell'istesso massiccio della gran ruota, capaci di altrettante cariche, e però di dodici colpi in punto.

Intanto le arti belle, già risorte, piaceansi adornare di nobili disegni le terribili bocche da fuoco: fiori, fogliami, festoni, corone, delfini, figure d'uomini e di animali, stemmi e imprese di squisito lavoro si spiegano e s'intrecciano sulle maniglie, sulle gioje, sulle fascie, e sui bottoni de' pezzi; tanto da renderli preziosi anche come monumenti delle arti del disegno, e degni di stare nei musei allato alle statue e alle sculture.

Appresso il criterio filosofico si applica, a toglier via la confusione, i ghiribizzi, e l'arbitrio; e forma ordinatamente sopra norme stabili i generi e le specie. Primo genere il cannon prototipo, lungo venti bocche a palla di ferro da libbre cinquanta; e gli si dà l'aggiunto di Cannone intiero, ordinario, comune: tutti gli altri a un bel circa multipli o summultipli del primo. Onde cannon doppio da cento, mezzocannone da ventiquattro, quarto cannone da dodici, ottavo cannone da sei. Neglette le piccole differenze, come si usa delle frazioni.

Secondo genere i cannoni di canna lunga, che pigliano nome di Colubrine: e tra queste l'ordinaria o comune di trentadue bocche, traente palla da libbre trentadue. Indi coi multipli la doppia da sessantaquattro, la mezza da sedici, la terza da dieci, e la quarta da otto; senza contare le straordinarie di bocche quaranta, e le bastarde di ventisei.

Terzo genere i cannoni di canna corta, da due a otto bocche, che pigliano nome di mortaj e di petrieri per scaraventare palle cariche, carcasse, scaglie, ferracci, e catene.

Le specie subalterne e le varietà traevano dalle forme e condizioni accessorie, e le esprimevano con aggiunti diversi: onde cannoni colubrinati o serpentini dicevano i più lunghi di canna al di sopra delle venti bocche in calibro di misura. Gli altri dicevano bastardi, sottili, rinforzati, poveri o ricchi di metallo, reali, seguenti, incamerati, lisci o rigati. Davano altresì aggiunti diversi secondo l'ufficio: e nomavano cannoni da campo che ora diciamo da campagna; cannoni da batteria, che ora diciamo da breccia; e cannoni da muro, che ora diciamo da piazza e costa.

Questo valga per chiarire tutta insieme la nuova nomenclatura che mano mano ci verrà innanzi nella storia e nei documenti, secondo il metodo fin qui tenuto. Penso di spiegare da me le ragioni del mio racconto, e di scusare le altrui postille. Penso a Tito Livio (mi si perdoni l'altezza del paragone) che se avesse creduti necessarî i discorsi degli altri sopra le sue Deche, egli avrebbe fatti da se i commentarî; e certamente meglio, rispetto alle sue intenzioni.

XIII.

[Agosto 1510.]

XIII. — Intanto il capitano di Roma e quel di Venezia, rimenando indietro Marcantonio Colonna, i due Fregosi, i due Doria e gli altri, venivano in Roma con lieta faccia accolti da Giulio, il quale volle averli tutti insieme alla mensa, e farli partecipi de' suoi disegni; dimostrando loro come senza perdersi d'animo fermato aveva di ripigliar subito subito e con maggior gagliardìa quella impresa medesima. Imperocchè niente avvilito, anzi più ardente e sdegnoso per la repulsa, armava anche esso in Civitavecchia cinque caracche e una galeazza da contrapporre alle nemiche di alto bordo; e faceva racconciare le galèe, e scriveva soldati per opera di Francesco Ghiberti, allora chierico di Camera e commissario dell'armata. In somma a mezzo agosto chiamò tutti alla mostra sulla foce del Tevere, dove esso stesso montato sul suo bucintoro volle personalmente rassegnar le caracche ad una ad una, e poi la galeazza, e appresso nove galere del Biassa, e diciassette di Venezia. Indi per dimostrazione di contentezza fece distribuire alle genti in donativo straordinario sedici botti di vino, trentadue buoi, settantaquattro montoni, e pan fresco in buon dato. Finalmente imbarcatosi sulla capitana del Biassa al centro di tutto lo squadrone romano e veneziano, colle navi grosse appresso, navigò sino all'altura di Civitavecchia[98]. Di là licenziò l'armata con molti augurii all'impresa di Genova, verso la quale al tempo stesso scendevano dall'Appennino le fanterie del Sassatelli, spintevi in fretta da Bologna: ed esso, venuto in terra, montava a cavallo dirigendosi verso Viterbo, ed oltre per Bologna e pel campo, dove si combatteva ugualmente contro i Francesi, e si preparava l'espugnazione della Mirandola[99].

[Sett. 1510.]

Altresì i ministri di Francia, consapevoli dei movimenti che da terra che da mare facevano i Papalini e i Veneziani, non lasciavano cosa alcuna opportuna alla difesa per mare e per terra. E già Piergianni colle sue caracche e colle galèe de' Genovesi era uscito al confine incontro ai vegnenti, aspettandoli nelle acque di Portovenere. Le due armate si incontrarono sotto vela con venti maneggevoli, e presero subito a combattere da lungi con grande strepito di cannonate: ma sempre da lungi, perchè si temevano a vicenda, nè l'uno ardiva investire l'altro. Anzi il Biassa e il Grillo avevano fermo di non avventurarsi a battaglia di esito incerto, per non perdere il frutto che speravano più facilmente conseguire dalle pratiche dentro alla città. Perciò continuarono la rotta sempre innanzi, e sempre sparando dalla destra contro Piergianni che seguiva costeggiando verso terra, e continuamente rispondeva dalla banda sinistra, tanto, che giunsero insieme alla vista di Genova. Colà il Biassa principalmente voleva dimostrare la costanza nella impresa, e far sentire a quel popolo lo strepito delle artiglierie, e riscuoterlo, e dargli a vedere qualche tratto di bravura. A un suo cenno Giano Fregosi, il più caldo dei fuorusciti, con una saettìa di gran remeggio e piena di gente scorse due volte innanzi alla città, fecesi sempre più presso al porto, e col suo ardire costrinse i nemici a crescergli la fiducia di entrarvi dentro. E in sul fatto cacciovvisi di mezzo, correndo lunghesso il molo e tentando a gran voce gli animi dei Genovesi; finchè preso di mira dai castelli tra un nembo di fuoco e di ferro, assicurato nondimeno dalla velocità del suo legno, potè ritirarsi senza danno. Allora soltanto il Biassa virò di bordo, e volse verso Civitavecchia senza che il nemico osasse più molestarlo[100].

[Ottobre 1510.]

Piegando oramai la stagione al verno, i Veneziani presero congedo, e ne andarono afflitti dalle tempeste per l'Adriatico, dopo perdute cinque galèe nello stretto di Messina. Ma Giulio e il Biassa restarono tanto minacciosi, e dieron sì lungamente da fare ai Francesi, e tanta parte del loro fuoco posero in petto ai partigiani, che finalmente ai venti di giugno del 1512 i Genovesi levato il rumore, e cacciato il presidio straniero, ripigliarono le forme consuete del loro governo, e chiamarono Giano Fregosi doge della patria.

XIV.

[15 settembre 1511.]

XIV. — Ora ripigliando l'argomento principale e la difesa della spiaggia romana contro i pirati, passiamo a considerare i fatti di papa Giulio anche intorno a questa necessità sempre crescente nel suo tempo. Tutto inteso a mantenere l'alleanza dei Veneziani, e la fiducia dei Genovesi, non licenziò le galèe già costruite in Ancona, nè le altre trovate in Civitavecchia; anzi aggiunsevi più due galèe e due brigantini in isquadra specialmente deputata alla guardia del Tirreno con certi capitoli che gli rendevano facile la duplicazione del numero e lieve la spesa. I quattro legni dovevano formare squadra permanente in arme per la guardia delle marine, senza escludere i legni maggiori, tenuti di riserva al bisogno straordinario, come si usa anche adesso. Pei meriti del capitan Baldassarre chiamò a questo speciale servigio Giovanni suo figlio, il quale, tuttochè giovane, godeva riputazione di esperto e valoroso marino. Il tenore delle convenzioni risulta dall'istrumento della condotta, che ora pubblico nel nostro volgare col testo originale a fronte, come fo sempre che mi si offrono documenti importanti ed inediti[101].

«Capitoli del Capitano delle galèe. In nome di Dio, così sia. — Anno mille cinquecento undici, indizione decimaquarta, giorno quindici di settembre, e del pontificato del santissimo in Cristo padre e signor nostro Giulio per divina provvidenza papa secondo, anno ottavo. A tutti sia manifesto e palese pel presente istrumento pubblico che gl'infrascritti sono patti, convenzioni e capitoli, fatti, fermati, contratti e stabiliti, tra il reverendo padre e signore Lorenzo Fieschi, vescovo Ascolano, vicecamerlengo, nella reverenda Camera apostolica luogotenente del reverendissimo signor cardinale di san Giorgio, Raffaele vescovo Ostiense, camerlengo; coll'intervento presenza e volontà dei reverendi padri P. Orlandi, vescovo eletto di Mazara e tesorier generale di nostro Signore; e più Ferdinando Ponzetti, decano dei seguenti chierici di Camera, cioè dire Filippo di Siena protonotario, Lorenzo Pinzi datario, Francesco Armellini, e Giovanni Botonti da Viterbo, insieme nel luogo dell'udienza congregati, e sugli interessi della Camera consultanti e deliberanti in nome e vece del prefato santissimo Padre e della sua Camera, per ordine speciale dell'istesso nostro Signore, espresso coll'oracolo della viva voce intorno a questo contratto: stando essi tutti i predetti da una parte, ed il signor Giovanni da Biassa dall'altra parte, ciascuno per sè stesso agente stipulante e capitolante intorno e sopra la guardia del mare e della spiaggia romana e per solenne contratto convenuti nei singoli capitoli che seguono, cioè:

«1. Il predetto reverendo Signore, vicecamerlengo e luogotenente, per volontà consenso e nome, come sopra, ha condotto il prefato signor Giovanni da Biassa alla guardia di tutta la spiaggia romana, da Terracina a monte Argentaro, con due galèe ciascuna di venticinque banchi, e due brigantini ciascuno di quindici banchi, con che in cadauna galèa abbiano a essere almeno cinquanta, e in ogni brigantino almeno trenta uomini liberi, atti a naval combattimento, oltre ai marinari ed oltre alla ciurma necessaria: e questa condotta avrà a durare due anni prossimi futuri, e poscia a beneplacito di nostro Signore, da cominciare il giorno della mostra alla foce d'Ostia, o dove ordinerà la Santità sua: il qual beneplacito non si intenderà rinnovato altrimenti che per quattro mesi, se prima le parti non avranno manifestato la volontà di recedere dal contratto.

»2. Similmente il predetto reverendo Signore, vicecamerlengo e luogotenente, nel nome come sopra, ha promesso all'istesso Giovanni per lo stipendio suo e della sua gente dare e consegnare tutti gli emolumenti del Dritto, cioè la riscossione del due per cento imposto già per la medesima guardia nel modo che al presente sempre si riscuote, e secondo gli ordinamenti fatti dalla Camera sopra questa materia, il qual Diritto fin da ora ha rassegnato al medesimo, perchè decorra in suo favore dal dì che farà la mostra, tanto che possa riscuoterlo a suo piacimento: oltre al quale stipendio non potrà mai chiedere altra mercede.

»3. Similmente il predetto reverendo Signore vicecamerlengo e luogotenente, per volontà e nome come sopra, ha concesso all'istesso Giovanni, qualora egli possa avere nelle mani alcun frodatore che trae grano dai luoghi o porti soggetti mediate ed immediatamente alla Chiesa senza la bolletta e senza la permissione del doganiero sopra le tratte, o del suo legittimo sostituto, così che apparisca non avere egli pagato la tratta medesima secondo le leggi della dogana, in tal caso sia lecito all'istesso Prefetto toglier via il detto grano e l'una metà ritenerla per sè, l'altra fedelmente consegnare alla Camera: e questo valga similmente per ogni altra cosa, sostanza o merce che mai troverà trafugata di contrabbando.

»4. Similmente ha promesso e conceduto al nominato Prefetto in sua balìa tutti e singoli pirati, ladroni e infestatori del mare, con tutti i loro navigli, beni e sostanze dovunque li potrà trovare, assalire, sottomettere, e tenere. E se per avventura alcun di loro inseguito dall'istesso Prefetto verrà a rifugiarsi nei porti o luoghi dello Stato, dovranno gli ufficiali ed uomini di quei luoghi pigliarli e rimettergli al Prefetto, sì che gli abbia in sua potestà ed arbitrio.

»5. Similmente il predetto r. Sig., come sopra, ha offerto e promesso al Prefetto ogni conveniente soccorso e favore per tutte le terre e per tutti i luoghi soggetti alla santa romana Chiesa contro chiunque ardisse molestare lui e la sua gente: ordinando fino da ora a tutti e singoli ufficiali e persone dei detti luoghi che ad ogni richiesta del Prefetto medesimo debbano assisterlo coi favori e soccorsi convenienti.

»6. Similmente il nominato reverendo Signore vicecamerlengo e locotenente come sopra, ha concesso allo stesso Prefetto che se egli darà la caccia ad alcun pirata, ladrone o infestatore, e se costoro fuggendo troveranno ricetto in alcun porto o luogo fuori dello Stato, così che egli non possa avergli in mano, anzi gli sia fatta resistenza dalla gente di quel luogo, allora sia lecito a lui mettersi alle rappresaglie, che fin d'ora gli sono concesse tanto che sia fatta la restituzione compensativa ai naviganti lesi dagli stessi pirati e infestatori. Nondimeno dovrà prima dare le prove del ricetto concesso a coloro, e dell'impedimento opposto al suo procedere; e non potrà in effetto esercitare le rappresaglie se non gliene venga dalla Camera apostolica concessa la facoltà pel caso speciale. In ogni modo tutto quello che il Prefetto in forza di rappresaglia avrà toccato o sarà venuto in sue mani, che in mare che in terra, dovrà fedelmente rassegnare alla Camera per rifarne i danni a chi li ha patiti.

»7. Dall'altra parte il nominato signor Giovanni prefetto ha promesso custodire, difendere e guarentire la detta spiaggia romana dalla detta città di Terracina fino al detto monte Argentaro con due galere e due brigantini di sua proprietà, ben armati come sopra, contro tutti e singoli pirati, ladroni, invasori e malviventi; e difendere insieme le persone tutte e singole coi loro navigli, legni, beni, roba, e merci, nell'accesso e nel recesso, sia dell'alma città di Roma, sia di ogni altro luogo mediate o immediate a lei soggetto.

»8. Similmente ha promesso lo stesso Prefetto pagare del suo ogni danno o ruberia che potrà succedere mai in qualunque parte del predetto mare, eziandio che esso non fosse presente in quel luogo, posto che sia nei termini e confini prefissi da qualunque lato: qualora però i pirati e ladroni non abbiano maggior numero di galere, di brigantini e di gente, così che a punto per la inferiorità sua non possa il Prefetto prudentemente assaltarli, combatterli e perseguitarli. In somma circa la riparazione dei danni egli non potrà presumere altra scusa, meno quella della forza maggiore; la quale eccezione tuttavia dovrà essere provata innanzi alla Camera, al cui giudizio sarà lasciata la deliberazione e decisione sopra la verità del caso eccezionale.

»9. Similmente il prenominato Prefetto ha promesso a questo effetto mantenere due galèe ciascuna di venticinque banchi, e due brigantini ciascuno di quindici banchi, tutto di sua proprietà, pognamo da lui costruiti o comprati; nelle quali galèe, oltre alla ciurma necessaria hanno a essere cinquanta uomini, e in ciascun brigantino trenta uomini bene armati ad uso di mare, con cannoni, balestre, partigiane, ronconi, spuntoni, ramponi, rotelle, targoni, ed ogni altro armamento, arme e munizione necessaria ed opportuna ad offesa e a difesa: ed il numero dei detti uomini almeno sempre pieno, e le persone ben armate, ed atte, sperimentate e pratiche del mestiero.

»10. Similmente ha promesso e si è obbligato a dare la mostra dei legni e delle genti in ogni luogo e quantunque volte sia richiesto da sua Santità o dalla Camera.

»11. Similmente ha promesso mettere in terra cinquanta uomini o più ad ogni richiesta di nostro Signore o della Camera.

»12. Similmente egli ha promesso e si è obbligato che se alcuno dei naviganti nel predetto mare resterà mai per mala sorte preso o depredato dai pirati corsali o malviventi, o dai medesimi in qualunque modo offeso, depredato o impedito, sia nella persona o nelle sostanze o nei bastimenti, esso Prefetto piglierà con ogni diligenza il carico di perseguitare i nemici, e sarà suo debito strappar loro dalle mani la preda, ricuperare le cose perdute, renderle ai padroni, e scortarli a luogo sicuro, senza pretensione di prezzo o di mercede. Altrimenti se così non facesse, salvo il legittimo impedimento, ha promesso e si è solennemente obbligato a favore di chiunque abbia patito danno dai predetti pirati o da altri invasori, di rilevarli senza danno di suo danaro, e di soddisfarli fino ad intiera compensazione delle perdite sofferte. Perciò la Camera apostolica resterà immune e onninamente libera dal detto peso, eccettuato il caso della forza maggiore, come negli altri capitoli addietro si contiene, e della quale si deve dare la prova innanzi alla congregazione Camerale.

»13. Similmente il Prefetto si è obbligato sotto pena di due mila ducati, durante la condotta, di non far traffico colle galere nè co' brigantini; e di non trasportare derrate o mercanzie di qualunque specie e da qualunque luogo a qualsivoglia parte; e di non pattuire mai dei predetti legni alcun nolo.

»14. Similmente ha promesso e si è obbligato, tanto di estate che d'inverno, avere per sua stazione il porto di Civitavecchia, o le foci del Tevere, o gli altri porti e luoghi dello Stato nel mare predetto, cioè intra Terracina e l'Argentaro, perchè sempre più pronto abbia a trovarsi, dovendo resistere agli invasori dei detti luoghi, e difendere chiunque concorre all'alma città di Roma, o da quella e dagli altri luoghi predetti si parte.

»15. Similmente sarà tenuto il detto Capitano ad ogni richiesta di nostro Signore, o della Camera, mostrare le sue galere e brigantini presso alle foci del Tevere, dove indicherà sua Beatitudine, così armati e corredati come li ebbe, sotto pena di ducati diecimila, alla quale saranno obbligati espressamente anche i suoi mallevadori.

»16. Similmente ha promesso e si è obbligato di non togliere cosa alcuna ai naviganti, nè esso, nè alcuno della sua gente e brigata, quantunque offerta in dono, altrimenti sia punito ad arbitrio della Camera.

»17. Similmente ha promesso e si è obbligato di tenere gli amici di sua Santità e della santa romana Chiesa per amici suoi, ed i nemici per inimici di qualunque stato, grado e preminenza essi siano.

»18. Similmente sua Santità ha promesso al Prefetto di fargli consegnare gli uomini condannati a morte dai tribunali dello Stato ecclesiastico; e la scelta nel modo che ordinerà nostro Signore. Costoro presi e consegnati saranno messi al remo per un anno soltanto nelle predette galèe, se pure non fosse altrimenti prescritto dalla volontà di nostro Signore.

»19. Similmente il predetto Capitano o sia Prefetto, nel caso che a lui fossero prestate le galèe e i brigantini dalla santità di nostro Signore o dalla Camera predetta, ha promesso e si è obbligato di doverli restituire ogni volta che gli verranno richiesti da sua Santità o dalla Camera, sì veramente che li renda integri ed illesi nello stato medesimo che esso li avrà ricevuti per la detta guardia in prestanza. Ciò non pertanto, se nel tempo della restituzione, come sopra, durerà tuttavia la sua condotta, si è obbligato ed ha promesso sostituire subito due altre galèe e due brigantini di sua proprietà, comprati o costruiti da lui, atti sempre, armati, e corredati come sopra è detto.

»20. Similmente il predetto Capitano ha promesso e si è obbligato di dare sufficiente malleveria sopra banchieri per la somma di mille cinquecento ducati d'oro; e quelli esauriti, dovrà rinnovare e ripetere la malleveria a giudizio della Camera per la stessa somma, che resterà sempre in deposito per l'osservanza degli obblighi suoi, e pel rifacimento dei danni a chi ne ha patiti, secondo la sentenza della Camera in forma spedita e stragiudiziale.

»21. Similmente se durante la condotta avverrà mai che il Prefetto sopraddetto sia spedito con ordini della santità di nostro Signore in altra parte fuori dei confini della spiaggia romana, allora egli non sarà tenuto a risarcire danni di niuno, ancorchè succedessero per causa della assenza del medesimo Prefetto o Capitano e della missione straordinaria: purchè il Capitano chiaramente dimostri alla Camera il mandato della predetta destinazione.

»22. Similmente i nominati signori, Vicecamerlengo e Chierici presidenti, per compiere l'armamento di una delle due galèe, fiacca di palamento, hanno promesso al lodato Capitano centoquaranta ducati d'oro di Camera per lo stipendio di un sol mese a settanta marinari o rematori da essere uniti cogli altri ottanta ch'egli ha già pronti; e ciò infino a che sia fatta la permutazione del sostituire ai medesimi i condannati a morte, o vero infino a che egli abbia preso pirati come sopra da metterli al remo; i quali come saranno sottentrati dovrà cessare lo stipendio a proporzione del numero delle persone riformate.

»Che.... eccetera. — Fatto in Roma nella casa del reverendo padre e signore Ferdinando Ponzetti, decano della predetta Camera, nell'anno, mese, giorno, indizione, e pontificato come sopra. Presenti i venerabili uomini signori Giovanni Falèt e Giovanni Emerich, chierici della diocesi di Albi e Tolosa, testimonî.

»Melchior di Campagna, notajo rogato.

»Giovanni da Biassa, nobile genovese, prefetto e capitano generale dell'armata di galèe e brigantini della S. R. C. per la guardia della spiaggia romana.

»Sicurtà per ducati cinquecento, Bart. Doria.

»Per altri cinquecento, Sebastiano Sauli, genovese.

»Per altri cinquecento, Agostino Chigi di Siena.»

XV.

[1512.]

XV. — Il primo strumento di questo genere, stipulato alla fine del secolo decimoquinto, sotto Alessandro VI, dai capitani Mosca e Mutino, ho già pubblicato nella mia storia del Medio èvo; e sopra vi ho fatto tal commentario quale allora occorreva per la qualità di quei tempi e del mio lavoro. Ora devo continuarmi nello stesso metodo: e lasciando da parte la descrizione delle galèe e dei brigantini, largamente già svolta in altri libri; e similmente passando oltre su quei capitoli che nell'uno e nell'altro strumento tornano identici, voglio considerare le mutazioni introdotte in un secolo di avanzata civiltà, e dopo dodici anni di esperienza; perchè meglio si veda lo svolgimento tecnico e amministrativo, insieme cogli usi e colle costumanze marinaresche.

Vengano dunque per ordine i capitoli, spicchino tra l'altre ove sono le notizie utili alla storia, e vadano i confronti infino al secolo precedente. Nel principio si determina la forza materiale dei navigli, dicendo galèe di venticinque banchi: dove sta la parte pel tutto, secondo l'uso del tempo; perché dai venticinque banchi (come dal pentecòntoro primitivo) uscivano per le due bande cinquanta remi lunghi, onde si calcolava la forza e la grandezza d'una galèa, come oggidì si valuta quella dei piròscafi pel numero dei così detti cavalli. Gli uomini da combattere tornano fissi nel numero di cinquanta, che coi marinari, colle maestranze, e cogli ufficiali, formano un cencinquanta, ed altrettanti rematori; in somma trecento persone per ogni galèa. Ma i brigantini, legni minori di soli quindici banchi, dovevano essere forniti di trenta remi tra le due bande, di trenta rematori, di trenta soldati, e insieme cogli ufficiali e coi marinari avere in circa novanta persone. I quali per loro bravura si credevano tanto sufficienti ad ogni prova contro pirati malviventi e frodatori, che a numero pari non dubitavano punto di riuscire superiori a qualunque nimico: obbligati in caso contrario a far le spese di ogni danno proprio ed altrui.

Il documento presente determina soltanto i numeri, senza entrare nella qualità e negli uffici di ciascuno; e senza stabilire le competenze del soldo, vestito e vitto: segno che rispetto a ciò le parti si rimettono alle mutue convenzioni degli arrolati col capitano, o alla consuetudine vigente. Di che se alcuno volesse sapere, e talvolta potrebbe anche averlo necessario per ragioni di confronto e di costumi, noterò in breve ciò che risulta dai documenti del tempo vicino se non simultaneo al Biassa. Di vestiario ognuno faceva da sè con certa uniformità relativa, perchè semplice[102]: berrette e cappelli piumati, farsetti e giubboni di velluto, bandoliere e cinturini di cuojo, cappotti e cappucci a becchetto. In caso di combattimento o di mostra tanto i soldati che i marinari allacciavansi la corazzina e il morione[103]. La guardia facevano colla spada e colla picca, e traevano le armi d'asta, gli archibugi, le fiaschette e le forcine dall'armeria del naviglio. Dalla càneva del penése pigliavano la giornaliera razione. Questa Razione si mantiene da tre secoli sempre viva, si legge nei documenti toscani del cinquecento, nei bandi granducali per le milizie, nei contratti e inventarî romani, ed è registrata dal Falcone, perchè necessaria, non essendo lo stesso vitto e razione. Quello esprime provvisione necessaria al vivere, nutrimento, cibo; ma razione aggiugne di più il modo ragionevole del distribuirlo, secondo la proporzione dei gradi, perchè non si dava uguale a tutti; ma a chi parte scempia, a chi parte avvantaggiata, a chi doppia, a chi quadrupla. La distribuzione ordinaria pel sostentamento di un uomo libero chiamavasi Parte, si valutava a due scudi mensuali, e si componeva quotidianamente di una pinta di vino, due libbre di biscotto, tre once di minestra, una libbra di carne fresca, o mezza di salata, o di pesce o di cacio; più aceto, olio e sale: tutt'insieme due scudi, come in alcun luogo dimostrerò. Ai fanti, ai provieri, ai semplici marinari una sola razione; e costoro dicevansi di parte scempia: ai marinari avvantaggiati o di prima classe, metà più; e dicevansi di parte e mezza: alle maestranze e agli ufficiali parte doppia; e così di seguito, sempre alla ragione di scudi due per parte: salvo a ciascuno il diritto di toccarla in derrata o in danaro al predetto ragguaglio. Antichissimo costume: mi ricorda Vegezio nella primitiva milizia romana chiamare Duplari, quelli che toccavano a doppio la vittuaglia[104]. I soldi rispondevano al pregio alto della moneta in quei tempi, e al basso delle opere e delle derrate; e correvano dai due ai quindici scudi per mese, secondo lo specchietto che inserisco qui appresso, perché si vegga a un batter d'occhio il numero delle persone, i titoli degli ufficî, e la spesa particolare e collettiva di ogni mese per ciascuna galèa semplice: salvo sempre il crescere di gente e di soldi nella capitana, e il crescere similmente nelle sensili per le occorrenze di rinforzo straordinario. Salvo pure il diminuire di gente, di soldi e di razioni nel tempo del riposo invernale: riposo, per la stessa indole della lingua comune (donde a ragione uscì la voce Sciopero) chiamato per la bocca dei marinari Scioverno. Agli esempî sopperiscono i documenti toscani, gli statuti cavallereschi di santo Stefano, e l'uso di tutti gli altri porti d'Italia, dove dicesi Sciovernare e Scioverno, in senso di riposare e di riposo disarmato nella darsena durante il verno. Metto gli ufficiali in ordine di dignità secondo il costume romano, e mi tengo al minimo dei numeri, riducendo ogni cosa alla più chiara e semplice espressione che per me si possa derivare dai complicatissimi documenti che cito.

SPECCHIO

dei Soldi e delle Razioni agli Ufficiali, Gente di capo, Marinari, e Soldati in una galèa del Secolo XVI.

Numero TITOLO. SOLDO
mensuale
RAZIONE
cotidiana
Singol. Collett. Singol. Collett.
Scudi Scudi Parti Parti
1 Capitano 15 15 4 4
3 Nobili di poppa 4 12 2 6
1 Padrone 6 6 2 2
1 Comito 5 5 2 2
1 Piloto 4 4 2 2
1 Cappellano 4 4 2 2
2 Bombardieri 3 6 2 4
2 Sottocomiti 3 6 2 4
2 Consiglieri pilotini 3 6 2 4
1 Scrivano 3 3 2 2
14 Marinari di parte e mezza 3 42 1,5 21
14 Marinari di parte scempia 2 28 1 14
8 Compagni timonieri 3 24 1,5 12
1 Aguzzino 5 5 2 2
1 Maestro d'ascia 3 3 2 2
1 Calafato 3 3 2 2
1 Barilajo 3 3 2 2
1 Barbiere cerusico 3 3 2 2
6 Fanti di maestri 2 12 1 6
8 Provieri 1 8 1 8
2 Mozzi » » 0,5 1
1 Sergente 5 5 2 2
4 Caporali 4 16 1,5 6
10 Soldati vantaggiati 3 30 1,5 15
35 Soldati comuni 2 70 1 35
123 322 164

Per queste ragioni si consegnava al padron della galèa buona scorta di danaro; e nei depositi metteansi le provvigioni in buon dato da sopperire al bisogno, secondo la qualità del viaggio: specialmente biscotto, farine, vino, olio, aceto, carnesecca, animali da macello, polli, uova, cacio, tonnina, sardelle, riso, pasta, fave, legumi e sale, che in tutte le note di quei tempi ritornano[105].

XVI.

XVI. — Nel secondo capitolo si conferma il diritto del due per cento sulle merci: il qual diritto (al pari di ogni altra imposizione temporanea) impiantato una volta per ragioni eccezionali sotto Innocenzo VIII, si vede non cader più: anzi crescere col commercio e colla sicurezza del navigare, tanto che, riconosciuta la sufficienza dello stesso provento, si toglie al Capitano ogni speranza di toccare altronde stipendio maggiore. L'incremento della rendita medesima risulta dal fatto: che in principio bastava solo per mantenere una galèa, poi per due brigantini e una fusta, ed ora per due galere e due brigantini.

Possiamo raccogliere dal testo del secondo, e di più altri capitoli, la squadra di Giovanni rispondere all'ordine di triplice servigio, contro nemici, frodatori e malviventi; ciò è dire alle fazioni di guerra, di dogana e di polizia; conforme all'uso di ogni paese per quel tempo. Uso che dura tuttavia, dovunque sia minuta la forza della guardia, e ristretto il territorio da guardare.