Opere Di Alessandro Manzoni

EDIZIONE HOEPLI


Vol. I.

I
Promessi Sposi

STORIA MILANESE DEL SECOLO XVII
SCOPERTA E RIFATTA
DA
Alessandro Manzoni


Illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali
di GAETANO PREVIATI

E PRECEDUTI DA UNO STUDIO
SU GLI ANNI DI NOVIZIATO POETICO DEL MANZONI
DI
MICHELE SCHERILLO

Milano—ULRICO HOEPLI—Editore


I PROMESSI SPOSI

Alessandro Manzoni

I
Promessi Sposi

STORIA MILANESE DEL SECOLO XVII
SCOPERTA E RIFATTA
DA
Alessandro Manzoni


Illustrati con 40 tavole tratte da disegni originali
di GAETANO PREVIATI

ULRICO HOEPLI
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO


1905



PROPRIETÀ LETTERARIA



Tipografia Umberto Allegretti—Milano, via Orti, 2.

MICHELE SCHERRILLO
GLI ANNI DI NOVIZIATO POETICO
DI
ALESSANDRO MANZONI


INDICE DEI CAPITOLI DEL SAGGIO

I. Pag. [VII]
II. [IX]
III. [XII]
IV. [XVII]
V. [XXIV]
VI. [XXX]
VII. [XXXIV]
VIII. [XXXVIII]
IX. [XLIV]
X. [XLIX]

I.

Chiudendo il Discorso che prepose alla ristampa, per la Biblioteca Italiana del Le Monnier, dei Versi e delle Prose del Parini (1846), Giuseppe Giusti scriveva: «Così la Lombardia perdè il suo poeta; e non poteva cadere in mente, ai cittadini che lo piangevano, di consolarsene col caro aspetto d'un fanciullo di tredici anni che era allora in Milano, e che di lì a poco fu quell'uomo che tutti sanno. Dico di te, Alessandro mio; nè mi sarà imputato a vanità se ti rendo l'onore che t'è dovuto, con quella amorosa dimestichezza che volesti concedermi, della quale mi sento nell'animo un'alta compiacenza, temperata di rispetto e di gratitudine».

Nato a Milano, sul Naviglio di San Damiano—dalle parti dell'antico corso di Porta Orientale—, il 7 marzo 1785, da Pietro Manzoni, di nobile famiglia originaria di Barzio nella Valsassina in territorio di Lecco, e da Giulia, la giovane figliuola primogenita di Cesare Beccaria, il bambino Alessandro era stato mandato a respirare le prime aure vitali in un casolare a poca distanza dalla villa paterna del Caleotto, a Castello sopra Lecco. Il magnifico, vario, tenero paesaggio della mirabile costiera orientale di quell'ultima parte del «ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno»; lo spettacolo superbo di quei «monti sorgenti dall'acque ed elevati al cielo», di quelle «cime inuguali», di quelle «ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti»; l'armonia soave dell'Adda e dei torrenti scroscianti: riempirono l'occhio e l'orecchio di quel bambino, che lì appunto, in quell'angolo remoto e quasi segregato dal resto del mondo, avrebbe, nella balda virilità, immaginata la scena del Romanzo immortale. Anche lui, brianzuolo d'adozione, avrà allora imparato, in quei vergini anni, a distinguere di quei torrenti «lo scroscio, come il suono delle voci domestiche»; e le cime di quei monti si saranno allora impresse pur nella sua mente, «non meno che l'aspetto dei suoi più familiari».

Come non ripensare al Parini, e ai «colli beati e placidi» che cingono il vago Eupili, un po' più là, verso occidente, dietro i Corni di Canzo,

Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid'ale,

quando, nel Romanzo, ascoltiamo l'inno di nostalgia traboccante dall'anima dello scrittore; che sente battere all'unisono il suo col cuore della cara contadina d'Acquate, fiorente di «quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo»; che divide con Renzo la tenera commozione del riudire di tra il fogliame delle alte macchie di pruni, di quercioli, di marruche, la materna voce dell'Adda? «Oh beato terreno», «colli ameni», «clima innocente», aura

Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi
E da limpidi rivi!

Oh «beata gente, vegeta e robusta»,

E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo!

Oh l'inebriante profumo del timo, del croco, della menta selvaggia! Il solenne spettacolo del lago, giacente, nella notte senza vento, liscio e piano, così che parrebbe immobile «se non fosse il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchia di mezzo al cielo»; e il sordo rumore del «fiotto morto e lento» che si frange sulle ghiaie del lido, e «il gorgoglío più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte!».... E lo spettacolo, egualmente solenne, dei monti e del «paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grandi ombre», dove l'occhio esercitato sa distinguere i villaggi, le case, le capanne!... «Quanto è tristo il passo di chi», cresciuto fra tali incanti di natura, in tanta pace d'idillio, «se ne allontana!... Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro».


II.

Di sei anni, Alessandro fu affidato ai padri Somaschi del collegio di Morate: un ridente paese anche questo, in collina, a poca distanza dall'Adda; ma vi manca il lago, e i monti son lontani. Nell'aprile del 1796 mutò collegio, e fu rinchiuso in quel di Lugano; dove insegnava il padre Soave, un instancabile imbastitore di libri scolastici d'ogni genere e novellatore a tempo perso. Il Manzoni non lo ebbe effettivamente a maestro che un giorno solo, in luogo del professore di matematica, infermo; pure, da vecchio narrava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria[1]». Agli altri padri però non gli riusciva davvero di voler bene: eran tutti un po' maneschi, screanzati, ignoranti, venali. Che noia e che stizza vedersi costretto a quella educazione collegialesca e fratesca; a quegli studi tutto meccanici, arretrati, insipidi! Ed egli s'atteggiava a ribelle.

...............Nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
De l'insipida stoppia, il viso torsi
Da la fetente mangiatoia; e franco
M'addussi al sorso de l'Ascrea fontana.

Si sente aria di temporale; e si capisce che anche nel collegio di Merate e in quel di Lugano era penetrato di contrabbando qualche volumetto del Rousseau o qualche volume dell'Alfieri. A buon conto, quel giovanotto era nipote di Cesare Beccaria, e pel grande nonno aveva imparato dalla madre ad avere una venerazione oltre che filiale. Non lo aveva visto che una volta sola: la signora Giulia lo aveva condotto nella casa di via Brera, prima di metterlo in collegio. E il marchese, che non avrà certo indovinato in quel bambino il più insigne scrittore del secolo prossimo a cominciare, s'era accostato a un armadio, per prendere dei cioccolatini e donarglieli. Non ricordava se non questo solo aneddoto, il Manzoni, ma si sentiva fiero del cognome materno. Da giovanotto, nelle lettere agli amici o già compagni di collegio, si compiaceva di aggiungerlo al paterno.

Anzichè, dunque, mortificar il suo spirito in quegli esercizi facchineschi di memoria, il giovanetto si chiudeva, quando nessuno avrebbe potuto impedirglielo, in una stanza remota, e lì leggeva i suoi poeti o invocava per suo conto la Musa. Per buona fortuna, un di quei Padri, più umano cultore delle lettere umane, «invece di darmi le busse come i Prefetti»—narrava il Manzoni,—«vedendo questa mia facilità a compor versi, mi dava le chicche». Un giorno, soggiungeva, «sento bussare all'uscio dai miei compagni, che mi dicono: Apri, camerata; vieni fuori, che abbiamo stabilito di tagliarci le code. Io dapprima risposi: Lasciatemi star quieto. Ma poi ho ceduto, ho aperto, e mi sono lasciato tagliare il codino. È stato un gran delitto, perchè era segno d'idee liberali; e molti anni dopo, morto mio padre, tra le sue lettere ne ho trovata una del Padre rettore del mio Collegio, la quale diceva: «Questa volta la camerata dei mezzanelli me ne ha fatta una di grossa: si son tagliate le code! E quello che più mi dispiace si è di doverle dire, signor Manzoni, che suo figlio è stato uno dei caporioni[2]».—Un altro giorno, dell'agosto (1799), mentre usciva dal solitario ripostiglio, dove era stato a quattr'occhi con la Musa e le aveva recitata a voce alta La caduta pariniana, s'incontrò in un compagno che gli diede la notizia, giunta fresca fresca da Milano, che il Parini era morto. Ne ebbi, ricordava da vecchio il poeta, «una delle più forti e dolorose impressioni della mia vita[3]».

Il Parini, l'abate, il professor Parini: oh questi sì ch'era «scola e palestra di virtù»! Peccato non averlo potuto neanche una volta veder di persona, l'austero vate della cara Brianza, degno, per le sue virtù cittadine e l'alto ideale dell'arte, di stare accanto al fiero Allobrogo,

......che ne le reggie primo
L'orma stampò de l'italo coturno;
E l'aureo manto lacerato ai grandi,
Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili!

E invece, uscito dalle mani di quei Somaschi luganesi, il piccolo ribelle era cascato, alla fine dello stesso anno, in quelle, che non pare sapessero star meglio a posto, dei Barnabiti, che allora tenevano, qui in Milano, il collegio dei Nobili, poi detto Longone, sul Naviglio di Porta Nuova (a pochi passi da quella piazza di San Marco e da quel ponte Marcellino, che aveva traversato, in mezzo alla desolazione della peste, il povero Renzo). Vedendosi «discepolo di tale» cui gli sarebbe parso vergogna esser maestro, egli si volse «ai prischi sommi»;

........o ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente, e ragionar con loro.

E, insieme coi prischi, i sommi moderni, che ad essi s'erano ispirati, e ne continuavano l'opera magnanima col «chiaro esemplo» e con le «veraci carte». Quale e quanto «sdegno», invece, per quei «mille» che usurpavano «il nome che più dura e più onora», portando «in Pindo l'immondizia del trivio, e l'arroganza, e i vizii lor!»


III.

Il Parini era morto, e l'Alfieri «errava muto ov'Arno è più deserto», avendo «sul volto il pallor della morte e la speranza». Rimaneva il Monti; la cui Basvilliana era stata, per mano del boia e per la boriosa insania dei demagoghi, bruciata nella piazza del Duomo. Il giovanotto Manzoni, come farà qualche anno dopo il giovanetto Leopardi, prese a venerarlo.

Il Monti frequentava, con Pietro Verri ed altri egregi, la casa di don Pietro Manzoni; e dicono che un giorno il poeta già celebre andasse a visitare, nel collegio milanese, il novizio che moveva i primi passi. Ad ogni modo, la benevolenza dimostratagli in quei primi passi, rese poi sempre assai indulgente il caposcuola dei romantici italiani verso l'ultimo paladino del classicismo. Riconosceva, sì, con l'usato acume, come al poeta ferrarese mancasse l'arte di sottintendere incitando così la fantasia dei lettori: «aveva bisogno di dir tutto», osservava. Ne ricordava la senile vanità d'infliggere ai visitatori della sua casa la recitazione dei «versi che aveva composti nel giorno», aspettando che glieli lodassero. Ma, povero vecchio, gli voleva bene! Una volta gli manifestò l'intenzione di voler dedicare alla Giulia—la primogenita del Manzoni: «une Juliette», scriveva questi al Fauriel nell'estate del 1819, «dont vous verrez que tout le sérieux se trouve dans le portrait»—la Feroniade. «Oh povera Giulia!», esclamò il Manzoni; «lasciala nella sua oscurità!»—E a proposito della volubilità del pensiero politico dell'autore dei poemetti rivoluzionarii, di quelli napoleonici, e del Ritorno d'Astrea, il Manzoni narrava ai suoi intimi quest'aneddoto. Il Monti «aveva fatto un'istanza all'imperatore Francesco, perchè gli continuasse la pensione che gli aveva assegnata Napoleone; ma di lì a qualche mese se la vide tornar indietro, ed a tergo era scritto, di proprio carattere dell'imperatore: Si rimanda inesaudita la presente istanza, perchè, dalle informazioni prese, questo individuo disse sempre bene di tutti i governi che vi furono nel suo paese». Il povero Monti ingoiò amaro. «E quando, sul finire della sua vita, io andai a trovarlo a Monza, dove allora soggiornava infermiccio, egli mi parlò della sua speranza nella misericordia di Dio; e io gli dissi: Senti, Monti; quello che a te deve aprire le porte del Cielo, è lo smettere quell'odio che porti all'imperatore Francesco[4]».

Alessandro Manzoni a 17 anni.—Disegno del pittore Bordiga.

Ma a quindici anni, quando non si è ancora abbastanza esperti «del mondo e degli vizii umani e del valore» e si pretende invece d'insegnare agli altri, non si peritava, nelle note al poemetto in terzine Il trionfo della Libertà, di chiamarlo «il più gran poeta dei nostri tempi». È vero che più tardi s'affrettò a correggere: «un gran poeta dei nostri tempi»; ma non corresse, in quelle note medesime, l'altra espressione: «il grande emulatore» di Dante. E non lo avrebbe, anche volendo, potuto; giacchè nel testo del poemetto stesso aveva affermato che non solo l'emulo raggiungeva l'atleta, ma talora l'avanzava! Si capisce che fin d'allora la mente del Manzoni—che, in fatto di giudizi letterarii, ebbe sempre i suoi capricci—veniva cedendo alle seduzioni di quel bizzarro ravvicinamento del poeta cuor di leone col rimatore cuor di coniglio, che lo trascinò poi a quell'infelice e ingiustificabile epigramma che tutti ricordano, di parecchi anni dopo[5].

Quel poemetto—che ha bensì titolo e metro, e qua e là, immaginazioni petrarchesche, ma si chiarisce subito esemplato sulla Basvilliana e sulla Mascheroniana, ricordate pur nelle note—si chiude anzi con un inno baldo e generoso al cigno di Ferrara.

O Pïeride Dea,.................

Tu l'ali impenni al Ferrarese ingegno,
Tu co' tuoi divi carmi il vizio fiedi,
E volgi l'alme a glorïoso segno.

Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi, e trapassando pungi
La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.

Tu il gran cantor di Beätrice aggiungi,
E l'avanzi talor
; d'invidia piene
Ti rimiran le felle alme da lungi,

Che non bagnar le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffar ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.

Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.

Ma tu l'invida turba addietro lassi,
E le robuste penne ergendo come
Aquila altera, li compiangi e passi.

Invano atro velen sopra il tuo nome
Sparge l'Invidia, al proprio danno industre,
Da le inquiete sibilanti chiome.

Ed io puranco, ed io Vate trilustre,
Io ti seguo da lungo, e il tuo gran lume
A me fo scorta no l'arringo illustre.

E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso, alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.

Meno enfatici, di fattura più schiettamente neoclassica, sono gli altri versi che tre anni dopo, il 15 settembre 1803, il poeta diciottenne dirigeva al tanto ammirato «canoro spirto». Parla l'Adda, «diva di fonte umil», e invita l'illustre «nato a le grandi de l'Eridano sponde» a venire per qualche giorno agli «ameni cheti recessi» e alle «tacite ombre» della villa del Galeotto. Essa non può vantare «pompa d'infinito flutto o di abitati pin»;

Ma verdi colli e biancheggianti ville
E lieti colti in mio cammin vagheggio,
E tenaci boscaglie a cui commisi,
Contro i villani d'Aquilone insulti,
Servar la pace del mio picciol regno,
E con Febo alternar l'ombre salubri.

È mite e amabile, l'Adda; e non si diletta di «rapir l'ostello e i lavorati campi» agl'industri villani,

nè udir le preci
Inesaudite e gl'imprecanti voti
De le madri che seguono da lungo
Con l'umid'occhio o con le strida il caro
Fan destinato a la lame de' figli,
E la sacra dimora e il dolce letto.
Sol talor godo con l'innocua mano
Piegar l'erbe cedenti, e da le rive
Sveller fioretti per ornarmi il seno
E le trecce stillanti.

Umile sì; pure, «con l'irta alga natía» le splende in fronte il lauro.

................Salve,
Vocal colle Eupilino: a te mai sempre
Rida Bacco vermiglio o Cerer bionda;
Salve, onor di mia riva! A te sovente
Scendean Febo e le Muse eliconìadi,
Scordato il rezzo de l'Ascrea fontana.
Quivi sovente il buon cantor vid'io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello;
O, traendo l'inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella; che di lui temea
L'irato ciglio e il satiresco ghigno,
Ma alfin seguìalo e su le tempie antiche
Fea di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udíilo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo de la prima etade,
O de' potenti maledir l'orgoglio,
Come il genio natio movèalo al canto
E l'indomata gioventù de l'alma.
Or tace il plettro arguto; e ne' miei boschi
È silenzio ed orror!

Chi non ricorda il leggiadro episodio della Mascheroniana (1801; canto IV), in cui l'ombra di Pietro Verri, alla vista dei «placidi colli felici»,

Che con dolce pendio cingon le liete
Dell'Eupili lagune irrigataci,

esclama:

Salvete,
Piagge diletto al Ciel, che al mio Parini
Foste cortesi di vostr'ombre quete,

Quando ei, fabbro di numeri divini,
L'acre bile fe' dolce, e la vestia
Di tebani concenti e venosini?

Invano il futuro narratore dei Promessi sposi cercava, in quei cari luoghi, di risentire la cara voce del poeta eupilino: «le commosse reliquie sotto la terra argute sibilar»; il «plettro arguto» taceva, e negli amati boschi fiancheggianti l'Adda era «silenzio ed orror».Venga dunque lui, il Ferrarese, «a risvegliar, col canto, novo romor Cirreo»:

............A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le immagini e l'estro e il furor sacro
E l'estasi soavi e l'auree voci
Già di sua man rinchiuse.


IV.

Anche a lui adolescente Euterpe aveva fatto qualche carezza:

Me dalla palla spesso e dalle noci
Chiamava Euterpe al pollice percosso
Undici volte.

E appunto, in uno di quei momenti in cui si sentì infiammato dal «furor sacro» o «furor santo» che quella Musa suol destare nel seno de' suoi devoti, il Manzoni scrisse il poemetto, di titolo e forma petrarchesca, Il trionfo della Libertà. Il 20 piovoso, o, per parlare un linguaggio meno repubblicano, il 9 febbraio 1801, era stata firmata la pace di Luneville. Insieme con tutto il mondo liberale, applaudì anche il quindicenne Manzoni, scrivendo quel poemetto. V'inneggia all'aurora d'un'êra novella: son finite le guerre, la Superstizione è stata finalmente sbandita dal mondo, la Libertà procede trionfatrice.

Coronata, di rose e di vïole,
Scendea di Giano a rinserrar le porte
La bella Pace pel cammin del Sole;

E le spade stringea d'aspre ritorte,
E cancellava con l'orme divine
I luridi vestigi de la Morte;

E la canizie de le pigre brine
Scotean dal dorso, e de le verdi chiome
Si rivestian le valli e le colline....

Son mosse e colori montiani. Il novizio cerca la sua forma, ma per ora non sa che calcar le orme altrui. Il modello prossimo è la Mascheroniana; ma ogni tanto spunta il ricordo pur della Basvilliana o degli altri poemetti del fecondo e facondo Ferrarese. La dea Libertà v'è raffigurata

Umilemente altera, ed il decenne
Berretto il crine affrena;

com'è appunto nel Pericolo:

E di Bruto l'insegna è il suo cappello.

E oltre alla forma in generale, e ai tanti particolari d'invenzione e di stile, è montiana perfino l'idea prima, di celebrare in versi quella pace, e di celebrarla a guisa d'un Trionfo. Non so che altri ci abbia pensato; e, per esempio, il Petrocchi non ha rammentato, su quell'avvenimento, se non una lirica del Ceroni. Altro che Ceroni! Quella pace fu cantata dal Monti in persona, in un'ode a strofi saffiche (il metro della pariniana Alla Musa), che ha ispirazione moderna e gusto classico. Di sotto alla patina caduca del frasario mitologico e alle incrostazioni parassitarie della rettorica giacobina, quanta freschezza di sentimento in quest'ode, che fa non a caso ripensare ai Cori manzoniani e a taluna delle più belle poesie del Carducci!

Voi che dell'armi al suono impaurite
Pace invocaste su le patrie arene,
Tenere madri, ardenti spose, uscite:

La dea già viene.

De' suoi bianchi corsieri odo il nitrito,
Sotto l'asse tremar sento la riva.
Fuori uscite: ogni pianto è già finito:

Ecco la diva.

Lungi il loto, o fanciulle, ed il narciso,
Ch'ella non ama delle Parche i fiori:
Date rose e mortelle, e al fiordaliso

Misti gli allori....

Alate strofette; che fan meglio comprendere il paterno compiacimento del provetto poeta, quando, nel lodare i primi tentativi dell'amato novizio, gli scriveva: «I versi che m'hai mandati son belli: io li trovo respiranti quel molle atque facetum virgiliano, che a pochi dettano gaudentes rure camoenae.....; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali».

Quanto a sentimento e impeto patriottico, il figliuolo della Giulia Beccarla non aveva certo bisogno che altri venisse ad insegnarglieli: le idee nuove ed innovatrici, e le dottrine umanitarie e sociali che avevano scosso e scotevano l'antico assetto, eran roba di casa. Il fiero imberbe dubita persino che l'uomo abbia un'anima (c. I):

........s'egli è ver che in noi s'annidi
Parte miglior che de le membra è donna;

e ha sobbalzi e scatti d'un paganesimo così vivace, da fare al libire l'autore degl'Inni e della Morale cattolica (c. II):

Che il celibe Levita ti governa
Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
Chiuder la porta e disserrar superna.

E i Druidi porporati: oh casta, oh santa
Turba di Lupi mansueti in mostra,
Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta!

E il popol reverente a lor si prostra
In vile atto sommesso, e quasi Dii
Gli adora e cole: oh sua vergogna e nostra!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Questi i diletti de l'Eterno sono?
Questi i ministri del divin volere?
E questi è un Dio di pace e di perdono?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

O degenere figlia di Quirino,
Che i tuoi prodi oblïando, al Galileo
Cedesti i fasci del valor latino!

Codeste note antipapali e peggio avevano nutrita e infiammata la letteratura transalpina e cisalpina di prima e dopo la Rivoluzione, dal Voltaire all'Alfieri, dal Montesquieu al Monti. E con quella letteratura il Manzoni era più che affiatato. Il Foscolo, che lo conobbe di quegli anni appunto, lo proclamava «nato alle lettere e caldo d'amor patrio».Ma certi bollori tra giacobini e tribunizii, gorgoglianti qua e colà nel poemetto, tradiscono un fuoco che non è nativo. Sta bene che, negli anni più maturi, il Manzoni dichiari d'avere scritto quei versi «nell'anno quindicesimo» dell'età sua, «non senza compiacenza e presunzione di nome di poeta», e di rifiutarli perchè troppo primaticci; «ma», soggiungeva, «veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei». Ripudiava i versi, «come follia di giovanile ingegno»; legittimava i sentimenti, «come dote di puro e virile animo». Oh, non tutti i sentimenti! Questo, per esempio, che ha suggerito di raffigurare la Libertà con le mani tutte e due ingombre: la destra dal brando, la sinistra dalla scure che troncò il capo di re Luigi (c. I):

Stringe la manca la fatal bipenne,
E l'altra il brando scotitor de' troni....

(imitazione un po' goffa della figurazione montiana, dei due Cherubini sospesi su le penne, ai fianchi del trono dell'Eterno: «Quegli d'olivo un ramoscel tenea, Questi un brando rovente»; nella Mascheroniana, c. II). O quest'altro, che ha consigliato di rappresentar così la Giustizia:

Quinci è Colei, che del comun diritto
Vindice, a l'ima plebe i grandi agguaglia,
Sol disuguai per merto o per delitto;

E se vede che un capo in alto saglia,
E sdegni assoggettarsi a la sua libra,
Alza la scure adeguatrice, e taglia.

Giustizia da Marat, codesta, non da un nipote di Cesare Beccaria!

Dichiarazione premessa al manoscritto del «Trionfo della Libertà».

Tuttavia, la maggior parte del poemetto è tale che s'intende come fin l'autore del Romanzo non potesse che compiacersene. E l'apostrofe alla regione nativa, nel canto IV, pur con tutti gli spunti e pariniani e alfieriani e montiani che vi si potrebbero additare, è già schiettamente manzoniana. Chi non lo sa? La bella utopia repubblicana, classicamente drappeggiata, che era valsa a commuovere, negli anni più propensi all'entusiasmo, poeti e pensatori, dal Montesquieu all'Alfieri, e per un momento anche l'austero cantore del Giorno, non aveva, tradotta dal regno dei sogni in quello della realtà, nulla mantenuto delle sue rosee promesse. A una tirannia decrepita e slombata, se n'era sostituita un'altra, incomposta, intraprendente, procacciante, audace, volgare, perchè d'una moltitudine impreparata, inesperta, incapace, e avida di saziarsi e d'inebriarsi di quei vizi medesimi dei quali era stata fin allora spettatrice e biasimatrice invidiosa. Il Parini n'era morto corrucciato; e Vittorio Alfieri faceva, in quegli ultimi inoperosi anni della sua vita già tanto agitata, «dolce l'ira sua nel suo segreto», preparando agl'Italiani, nel Misogallo, il suo testamento politico.

Il Manzoni insorge, legittimo erede dell'onesto brianzuolo e dell'allobrogo feroce (c. IV).

Ma tu, misera Insubria, d'un tiranno
Scotesti il giogo, ma t'opprimon mille.
Ahi che d'uno passasti in altro affanno!

Gentili masnadieri in le tue ville
Succedettero ai fieri, e a genti estrane
Son le tue voglie e le tue forze ancille.

Langue il popol per fame, e grida: Pane!
E in gozzoviglia stansi o in esultanza
Le Frini e i Duci[6]; turba che di vane

Larve di fasto gonfia e di burbanza,
Spregia il volgo onde nacque e a cui comanda,
A piena bocca sclamando: Eguaglianza!

Il volgo, che i delitti e la nefanda
Vita vedendo, le prime catene
Sospira, e 'l suo tiranno al ciel domanda.

De l'inope e del ricco entro le vene
Succhian l'adipe e 'l sangue; onde Parigi
Tanto s'ingrassa, e le midolle ha piene.

E i tuoi figli? I tuoi figli abbietti e ligi
Strisciangli intorno in atto umile e chino.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tal pasce il volgo di sonanti fole;
Vile! e di patrio amor par tutto accenso,
E liberai non è che di parole....

Vedi quei che sua gloria nei concinni
Capei ripone. Oh generosi spirti,
Degni del giogo estranio e de' cachinni!

Odimi, Insubria. I dormigliosi spirti
Risveglia alfine, e da l'olente chioma
Getta sdegnosa gli Acidalii mirti.

Ve' come t'hanno sottomessa e doma
Prima il Tedesco e Roman giogo, e poi
La Tirannia che Libertà si noma.

Mira le membra illividite, e i tuoi
Antichi lacci; l'armi appresta,
Sorgi, ed emula in campo i Franchi eroi.

E a l'elmo antico la dimessa cresta
Rimetti, e accendi i neghittosi cori,
E stringi l'asta ai regnator funesta.

Come destrier, che fra l'erbette e i fiori
Placido, in diuturno ozio recuba
Sol meditando vergognosi amori,

Scote nitrendo la nitente giuba
Se il torpido a ferirlo orecchio giugno
Cupo clangor di bellicosa tuba,

E stimol fiero di gloria lo pugne,
Drizza il capo, e l'orecchio al suono inchina,
E l'indegno terren scalpe con l'ugne;

Contra i Tiranni sol la cittadina
Rabbia rivolgi, e tienti in mente fiso
Che fosti serva ed or sarai reina.

I Tiranni! L'odio tirannicida era di legato alfieriano. Oh perchè tarda a sorgere un novello Bruto, il quale liberi il mondo dalla turpe e feroce Austriaca, tigre regale, che trucidò, al cospetto del divino golfo di Napoli, l'ammiraglio Caracciolo, Mario Pagano, Domenico Cirillo, Ettore Carafa!

Ahi di Tiranni ria semenza iniqua,
De gli uomini nimica e di natura,
Or hai pur spenta l'empia sete antiqua!

Gonfia di sangue la corrente e impura
Portò l'umil Sebeto, e de la cruda
Novella Tebe flagellò le mura.

Tigre inumana di pietade ignuda,
Tu sopravvivi a' tuoi delitti? Un Bruto
Dov'è? Chi il ferro a trucidarti snuda?

Muoia, perdio, «l'empia tiranna»!

E disperata mora, e a' suoi singulti
Non sia che cor s'intenerisca o pieghi,
E agli strazii perdoni ed agli insulti,

O dal ciel pace a l'empia spoglia preghi;
Ma l'universo al suo morir tripudi,
E poca polve a l'ossa infami neghi.

Ricalcati su modelli alfieriani sono altresì i due sonetti del 1801: quello dove il Manzoni ritrae sè stesso; e l'altro, A Francesco Lomonaco, che si chiude con le famose terzine:

Tal premii, Italia, i tuoi migliori, e poi
Che prò se piangi e 'l cener freddo adori,
E al nome voto onor divini fai?

Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
Pentita sempre e non cangiata mai.

Quest'ultimo sonetto fu il primo componimento che dal Manzoni fosse pubblicato.


V.

Tuttavia, il poetino

Giovin d'anni e di senno, non audace,
Duro di modi ma di cor gentile,

s'avvide, o credette d'avvedersi, che Euterpe non era sincera con lui, e la piantò in asso. In cose d'amore, diceva da vecchio, sont staa semper un imbrojàa! E si lasciò sedurre dal «sospiro» di Erato.

Par proprio di quel tempo l'Ode, squillante di armonie pariniane, che comincia Qual su le cinzie cime. Al poeta giovinetto fu forse ispirata dall'«angelica» fanciulla, della quale confessava d'essersi invaghito «con fortissima e purissima passione» nel 1801, e soggiungeva d'aver rivista a Genova sei anni dopo[7]. Non ancora, vi dichiara, gli occhi suoi erano «dolci»—«dotti», corresse in un'altra copia—«d'amorose lagrime»; e gli occhi di lei, «vincendo di splendor l'emule Vergini», gli si rivolsero «dolcemente gravi». E come «soave» era quella voce!—Non so se anche il «parlar» di costei, «eletto e nitido», cadesse

come di limpide
Acque lungo il pendio lene rumor;

ma chi non risente la grata fragranza catulliana delle odi Il pericolo e Il messaggio, in queste alate strofette, leggiadramente intessute di settenari e d'endecasillabi, e rese più agili dagli sdruccioli non frenati da rime?

Da gl'innocenti sguardi
Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,
Escono accesi dardi,
Non certi men nè di più leve incendio
Se dal fronte scendendo il crine avaro
Dolce fa lor riparo:

Non altrimenti in cielo
Febo sorgendo, di dorate nuvole
A' suoi splender fa velo,
Che vincitor superbi indi sfavillano,
E la terra soggetta in suo viaggio
Tinge di dubbio raggio.

Oh qual tutta di nove
Fatali grazie ride allor che l'invido
Crin col dito rimove,
E doppio appresta di beltà spettacolo
Sul picciol fronte trascorrendo lieve
Con la destra di neve!

Il poeta è stato assalito dal «fanciulletto Idalio», mentre

per le fiorenti
Ascree piagge scorrea, lungo le Aonie
Secrete acque;

e non gli valsero a difesa «gli aspri precetti di Zenon».

Nè vuol ch'io canti, rossa
Di sangue, Italia; onde ancor pochi godono;
Nè di plebe commossa
Le feroci vendette, ed i terribili
Brevi furori, e i rovesciati scanni
De' tremanti Tiranni.

Celebrerà dunque Venere, traente «da' gorghi del paterno Oceano Le rugiadose chiome»,

E il Zeffiro lascivo
Che ne le zone de le incaute vergini
Scherzar gode furtivo,
Onde audaci i pastor maligni ridono,
E a lor la guancia bella e vergognosa
Tinge virginea rosa.

Ma il pudico poeta non ne fece poi più nulla. E si lasciò invescare dall'«amaro ghigno» di quella Musa, che aveva pur allora perduto il principale suo «sacerdote» nel Parini: da Talia.

Nell'ottobre del 1803, in compagnia d'un suo zio paterno e di due altre famiglie milanesi, i Draghi e i Tordarò, era andato a Venezia; dove rimase circa un anno. Che grata impressione ricevette da «quei palazzi così stupendamente variati», da quel dialetto, che è, diceva, «un così felice miscuglio di tronchi, piani e sdruccioli»! (Cara invidia per chi, negli Inni e nell'Ode, avrebbe poi adottati i metri pariniani!). Lo zio e gli altri due, fautori e impiegati dell'Austria, vi erano mal visti; «e siccome Tordarò era brutto bene, i Veneziani fecero quel verso: Due di bestie hanno il nome, un la figura». Ma, soggiungeva, «quanto a me, che fui conosciuto subito per avverso al dominio straniero, si diceva: In presenza di lui si può parlare, perchè non è dei loro». Vi conobbe molti senatori e molte gentildonne: il doge Manin, che «in quell'inverno si lasciò rubare per ben quattro volte il tabarro per via»: Francesco Pesaro, ancor dolente «d'essere stato fischiato allorquando aveva proposto in Senato di armarsi e di unirsi all'Austria contro i Francesi»; e quel Camillo Gritti, in onor del quale il Parini aveva scritto La magistratura. «Io lo trovai una sera», narrò poi il Manzoni, «in una conversazione; e, accostatomi a lui, gli dissi pieno d'entusiasmo: C'è un'ode del Parini fatta per Lei! Ed egli mi rispose che non se ne ricordava bene!» Ritornando, volle soffermarsi un giorno nella «gentil Vicenza»; ma anche qui gli occorse un caso strano. «Entrai», raccontava, «in una bottega da caffè, e uno dei signori che vi erano seduti, s'alzò e venne a me, a chiedermi se io ero nobile, perchè quello era il Caffè dei nobili. Io gli risposi che nel mio paese non c'erano più queste distinzioni; e che se fossi stato nobile prima, non lo sapevo, perchè mi pareva cosa di tanto poca importanza da non curarsene affatto»[8]. (In verità, i Manzoni erano nobili del contado, e possedettero un tempo il feudo onorifico di Moncucco nel Novarese; e quando don Pietro e il fratello canonico don Paolo vennero a stabilirsi a Milano, avevan chiesto d'essere ammessi al patriziato, ma la domanda non era stata accolta, perchè la loro famiglia non era vissuta per oltre cento anni nella città).

Nel soggiorno veneziano, nell'arguta oltre che bella città che fu patria dell'ammirato Goldoni (il Manzoni, da vecchio, esclamava: «E il Goldoni! che ingegno comico! Molière fa ridere, ma talvolta fa odiare i suoi personaggi: Goldoni fa sorridere, e li fa amare[9]») e di Gaspare Gozzi, si sentì dunque nelle grazie di Talia, e snocciolò l'uno dopo l'altro tre Sermoni, che mandava via via agli amici milanesi. Persuaso d'esser nato a far versi, preferiva oramai «notar la plebe con sermon pedestre» al celebrare con «numeri sonanti» le memorande, ma fin troppo memorate, «opre antiche d'eroi» (Serm. III). Non già per «consiglio di maligno petto»; ma

Fatti e costumi
Altri da quei ch'io veggio, a me ritrosa
Nega esprimer Talia. Che se propongo
Dir Penelope fida, e il letto intatto
De l'aspettato Ulisse, ecco a la mente
Feconda l'orto del marito; cui
Non Ilio pertinace o il vento avverso,
Ma il prego mattutino o l'affrettata
Visita de l'amico o il diligente
Mercurio tiene ad ingrassare il censo
De l'erede non suo. L'imprese appena
Tento di Cincinnato e il glorïoso
Ferro alternato alla callosa destra,
O i Legati di Pirro innanzi al duro
Mangiator del magnanimo legume;
Tosto Fulvio rammento, il qual pur jeri
Villano, oggi pretor, poco si stima
Minor di Giove, e spaventar mi crede
Con la forzata maestà del guardo.

Difficile arte però quella del poeta, e non da sfaccendato o da distratto in altre cure. E lo sapeva bene il Parini, il «divo Parini»! (Serm. II).

Quando sull'orme dell'immenso Flacco
Con italico piè correr volevi,
E dei potenti maledir l'orgoglio,
Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne,
Al crin mentito ed a la calva nuca
Facessi oltraggio[10]. Indi è che, dopo cento
E cento lustri, il postero fanciullo,
Con balda cantilena, al pedagogo
Reciterà: Torna a fiorir la rosa.

E anche l'Alfieri lo sapeva, «primo signor de l'Italo coturno»! Ma ora, quanta e quale profluvie di «versi inetti», degna forma di «maldigesta dottrina»! Manca (mancava allora, s'intende!) il gusto della buona poesia; e invece tutti ne voglion giudicare: «o sii tu servo, O duro fabbro, o venda in su i quadrivi Castagne al volgo».

Che dirò dei teatri? . . . . .
Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
Alto minaccia, e la viril sua fiamma
Ad Antigone svela, o con l'armata
Destra l'infame reggia e il ciclo accenna,
Odi sclamar dai palchi:—Oh duri versi!
Oh duro amante! Dal tuo fero labbro
Un ben mio! non s'ascolta. Oh quanto meglio
Megagle ad Aristea, Clelia ad Orazio!—

L'Alfieri è venuto in uggia per la sua austerità ed asprezza. Il dramma che ora piace è quello novissimo—di Francesco Albergati, di Camillo e Carlo Federici, di Giuseppe Foppa, di Giovanni de Gamerra, di Giuseppe Zanoia, di S. A. Sografi, di Giovan Gherardo de Rossi, di Giovanni Greppi, di F. A. Avelloni, di Andrea Willi—che mescola e confonde il riso colle lagrime: un mirabile mostro, il piè destro calzato di coturno, il sinistro di socco, e sul volto una maschera informe, atteggiata a un comico ghigno ma solcata da lagrime e da sangue.

Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima,
Primo signor de l'italo coturno?
Te, ad imparar come si faccia il verso,
De gl'itali Aristarchi il popol manda.
Mirabil mostro in su le ausonie scene
Or giganteggia. Al destro pie' si calza
L'alto coturno e l'umil socco al manco;
Quindi va zoppicando; informe al volto
Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno
Grondan lagrime e sangue.

Che insano entusiasmo, allora, in quel principio di secolo, per simili sconcezze (ogni tempo ha le sue!)...

Allor che al denso
Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
Di voci e palme un suon, che per le cave
Volte rumoreggiando, i lati fianchi
Scote al teatro e fa sostar per via
Maravigliato il passaggier notturno.

Il poeta, nauseato d'un simile schiamazzo, si chiude coi suoi pensieri e coi suoi libri, e medita.

Io, perchè de la plebe il grido insano
Non mi fieda l'orecchio, in questa cella
Mi chiudo, e meco i miei pensieri, e libri
Quanti coll'occhio annoverar tu possa.

Alessandro Manzoni a 20 anni.


VI.

Sennonchè, van bene Parini, Alfieri, Monti; van bene i sorrisi, un po' fuggitivi e civettuoli, di Euterpe e d'Erato, e il ghigno di Talia; ma a buon conto il novizio era quasi in sul limitare del quinto lustro, e non ancora poteva dire d'aver infilata la sua via. E quando l'ombra di Carlo Imbonati impreca contro i poetastri contemporanei:

Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli
Sopravvissuti, oscura e disonesta
Canizie attende!

ei si fa animo, e le chiede:

Deh vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
Dicasi almen: Su l'orma propria ei giace.

E l'Imbonati—che il poeta giovanotto avea sentito largamente lodare

Di retto acuto senno, d'incolpato
Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo;

l'Imbonati, ammiratore fervente di Vittorio Alfieri, e discepolo prima e amico poi di Giuseppe Parini, il quale per lui appunto, si badi, aveva scritto L'educazione—gli traccia un magnifico programma di vita e d'arte. Una vita nuova, che avesse per meta la virtù e fosse per ciò stesso una dura milizia «contra i perversi affratellati e molti»:

Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E a l'onor vano e al lucro; e de le sale
Al gracchiar voto e del censito volgo
Al petulante cinguettio, d'amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma:
Segui tua strada; e dal viril proposto
Non ti partir, se sai.

E un'arte nuova, che sia la sincera e schietta espressione di quella nuova vita:

Sentir, riprese, e meditar: di poco
Esser contento: da la meta mai
Non torcer gli occhi, conservar la mano
Pura e la mente: de le umane cose
Tanto sperimentar quanto ti basti
Per non curarle: non ti far mai servo:
Non far tregua coi vili: il santo Vero
Mai non tradir, nè proferir mai verbo
Che plauda al vizio o la virtù derida.

Al Manzoni, dunque, si schiudeva finalmente la vera sua strada! Più tardi, nel 1823, volendo esporre, nella Lettera a Cesare d'Azeglio sul Romanticismo in Italia, il suo parere circa «il principio generale a cui si possano ridurre tutti i sentimenti particolari sul positivo romantico», proclamerà nettamente «che la poesia, o la letteratura in genere, debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo». E il poeta—il quale aveva già composti gl'Inni sacri e le due tragedie, e da due anni attendeva al Romanzo—determinerà che la poesia «debba per conseguenza scegliere gli argomenti pei quali la massa dei lettori ha o avrà, a misura che diverrà più colta, una disposizione di curiosità e di affezione, nata da rapporti reali, a preferenza degli argomenti pei quali una classe sola di lettori ha una affezione nata da abitudini scolastiche, e la moltitudine una riverenza non sentita nè ragionata, ma ricevuta ciecamente. E che in ogni argomento debba cercare di scuoprire e di esprimere il vero storico e il vero morale, non solo come fine, ma come più ampia e perpetua sorgente del bello, giacchè, e nell'uno e nell'altro ordine di cose, il falso può bensì dilettare, ma questo diletto, questo interesse è distrutto dalla cognizione del vero; è quindi temporario e accidentale. Il diletto mentale non è prodotto che dall'assentimento ad una idea; l'interesse, dalla speranza di trovare in quella idea, contemplandola, altri punti di assentimento e di riposo. Ora, quando un nuovo e vivo lume ci fa scuoprire in quella idea il falso, e quindi l'impossibilità che la mente vi riposi, vi si compiaccia, vi faccia scoperte, il diletto e l'interesse spariscono. Ma il vero storico e il vero morale generano pure un diletto, e questo diletto è tanto più vivo e tanto più stabile, quanto più la mente che lo gusta è avanzata nella cognizione del vero: questo diletto adunque debbe la poesia e la letteratura proporsi di far nascere».

La nuova scuola, propugnata e seguìta, con iscritture teoriche insigni e con capolavori d'arte quali da un pezzo non s'eran più visti in Italia, dal Manzoni; quella scuola che anche presso di noi si disse Romantica, «emancipando la letteratura dalle tradizioni tecniche, disobbligandola, per così dire, da una morale voluttuosa, superba, feroce, circoscritta al tempo e improvvida anche in questa sfera, antisociale dove è patriottica, ed egoistica quando cessa d'essere ostile», tendeva certamente, e nessuno oserebbe affermare che non conseguisse il suo nobile fine, «a render meno difficile l'introdurre nella letteratura le idee e i sentimenti che dovrebbero informare ogni discorso. E dall'altra parte, proponendo, anche in termini generalissimi, il vero, l'utile, il buono, il ragionevole, concorre se non altro con le parole, che non è poco, allo scopo della religione: non la contradice almeno nei termini. Per quanto una tale azione d'un sistema letterario possa essere indiretta», non «la giudicherà indifferente» chi abbia «osservato quanto influiscano sui sentimenti religiosi i diversi modi di trattare le scienze morali, che tutte alla fine appartengono alla religione, quantunque distinzioni e classificazioni arbitrarie possano separanele in apparenza e in parole»; chi abbia «osservato come senza parere di toccare la religione, senza neppur nominarla, una scienza morale prenda una direzione opposta ad essa, pervenga a risultati che sono inconciliabili logicamente con gl'insegnamenti di essa; e come talvolta poi, avanzando o dirigendosi meglio nelle scoperte, essa stessa convinca d'errore quei risultati, e venga così a ravvicinarsi alla religione senza pur nominarla, direi quasi senza avvedersene». Della letteratura, riconsacrata col sistema romantico, doveva avvenire, ed avvenne, come d'altre scienze morali od economiche. I più recenti cultori di queste ultime, mercè «un più attento e più esteso esame dei fatti, e un ragionato cangiamento di principii», hanno scoperta «la falsità e il fanatismo» di canoni puramente filosofici e di «dottrine opposte al Vangelo»; e «sul celibato, sul lusso, su la prosperità fondata nella ruina altrui, sur altri punti pure importantissimi, hanno stabilite dottrine conformi ai precetti ed allo spirito del Vangelo». «S'io non m'inganno», concludeva il Manzoni, «quanto più quelle scienze divengono ponderate e filosofiche, tanto più esse diventano cristiane; e più ch'io considero, più mi pare che il sistema romantico tenda a produrre e abbia cominciato a produrre, nelle idee letterarie, un cangiamento dello stesso genere».

Il Manzoni s'era dunque messo baldanzosamente per la via segnatagli dall'Imbonati, e, avendo oramai quasi superata l'erta, già già toccava la cima. Sul bel cacume del dilettoso monte—paradiso terrestre della letteratura nuova d'Italia—verdeggiano di sempiterna primavera I promessi sposi.


VII.

Occorre tuttavia spendere qualche altra parola intorno al noviziato poetico del Manzoni, e soprattutto intorno a quel Carme dov'ei tracciò così nettamente il programma della vita e dell'arte sua.

Rifacciamoci un po' dall'alto. Il 12 settembre 1782 era rogata, in Milano, la scritta nuziale tra la Giulia Beccaria, giovanetta sui venti anni (era nata il 1762), e il nobile Pietro Manzoni, di quarantasei anni (era nato a Castello sopra Lecco, il 1736); e il 20 ottobre il matrimonio era benedetto, nell'oratorio di casa Beccaria, in via Brera. Alla non piccola differenza dell'età, s'aggiungeva qualche altra ragione che non lasciava augurar bene di quelle nozze. La Giulia era stata varii anni rinchiusa in collegio; intanto che suo padre, rimasto vedovo nell'aprile del 1774, aveva avuto gran fretta di riammogliarsi. Alla giovanetta, vivace di carattere, non poteva garbare la dipendenza dalla matrigna; e le parve dunque d'acciuffar la fortuna quando, mercè la «lodevole destrezza e mediazione» nientemeno che di Pietro Verri, potè divenire la signora Manzoni.

A giudicarne dai ritratti, non si direbbe bellissima; ma tutti che la conobbero, e lasciaron ricordo di lei in lettere non destinate certo alla pubblicità, attestano che essa conquistava l'altrui ammirazione e simpatia col pronto ingegno, la varia coltura, la conversazione amabilissima, l'eloquenza appassionata. Del resto, non so quale altra donna potrebbe presentare alla posterità un passaporto con connotati che equivalgano a quelli, che essa invano sperò il figliuolo lasciasse incidere sul suo sepolcro: «A Giulia, figlia di Cesare Beccaria, madre di Alessandro Manzoni». È vero; ma qualche nobile donna potrebbe non invidiare, anzi compiangere, chi, pur desiderando di perpetuare la memoria del suo orgoglio filiale e materno, non trovò una sola parola da dedicare a un orgoglio meno fortuito. Essa, a buon conto, non potè vantare d'aver provato pur «le gioie infinite e inesprimibili di un altro sentimento, meglio completo, che investe ed abbraccia tutte le qualità della mente e del cuore, perchè esso è insieme passione, orgoglio, ammirazione»[11].

Don Pietro Manzoni non valeva certo, per ingegno e dottrina, nè il suocero nè il figlio; ma un brav'uomo pare che fosse anche lui. Un letterato non era; ma aveva care le lettere e le arti belle, e apriva volentieri la sua casa ai cultori di esse. Suo fratello, che viveva con lui, era monsignore del Duomo, e un brav'uomo egli pure.

I Manzoni eran meglio che agiati; e la Giulia non portava in dote se non 5000 scudi e mille di corredo: uno zio materno le aveva fatto dono di altri mille scudi. Don Pietro aveva meglio mirato alle doti dello spirito e al nome glorioso. L'amore sarebbe dovuto nascer dopo, dalla convivenza. Sennonchè il fanciullo alato, ma cieco, non ritrovò mai la via di San Damiano e la casa al n.º 20, dove quella coppia rimase ad abitare; e dove, due anni e mezzo dopo le nozze, un bambino, punto cieco anzi «divin raggio di mente», apriva gli occhi alla luce. Non aveva attaccate agli omeri alucce apparenti, ma nel piccolo cranio aveva accartocciate ali ben altrimenti poderose. Don Pietro gl'impose il nome di suo padre, Alessandro; e spessissimo andava a Lecco, per sorvegliarne l'allevamento.

Tra quei che frequentavano la casa Manzoni, fu altresì quel figliuolo del conte Giuseppe Maria Imbonati e di donna Francesca Bicetti, che aveva avuto per precettore il Parini; e che, per aver superato—egli, il nipote del dottor Bicetti a cui il poeta aveva diretta l'ode sull'Innesto del vaiuolo—il terribile morbo, meritò la magnifica ode Torna a fiorir la rosa. Giovan Carlo era nato (il 1753; contava dunque circa nove anni più della Giulia) tra le carezze della fortuna e i sorrisi dell'arte. Erede di due case, gl'Imbonati e i Bicetti, per diversa ragione illustri, Pietro Verri ne aveva da Vienna salutato l'avvento con un'ode anacreontica, ricca di lieti presagi se non di pregi poetici. Dalla madre, poi, rimasta vedova quand'egli si trovava sui quindici anni, era stato mandato in un collegio di Roma. E tornatone, qui a Milano conquistò subito fama di virtuoso e di filosofo, la mente e il cuore aperti alle più sane e liberali idee moderne.

A buon conto, per una giovane signora, ch'era avvezza a sentirsi considerata, e a considerar sè medesima, quale un gentile ed olezzante fiore sbocciato in un'aiuola donde e l'Enciclopedia e i libri del Rousseau, del Voltaire, dell'Helvetius, del Montesquieu, del Genovesi, del Filangieri avevano spazzata la nebbia dei pregiudizii sociali e religiosi; per una donna, ch'era conscia ed orgogliosa del gran nome paterno, risonante glorioso per tutta Europa, e che risentiva fortemente in sè stessa i fremiti di quel burrascoso rinnovamento sociale che s'annunziava all'orizzonte con lampi e bagliori sanguigni: per una tal donna, quel giovane Imbonati, immune dei vizii nobileschi flagellati nel Giorno, la fronte redimita degli allori pariniani, ansioso anch'egli del trionfo delle nuove idee, o come non doveva parer l'uomo ideale, quasi il leggendario cavaliere sognato e vagheggiato nella impaziente fantasia? E per lui, pel cavaliere filosofo, la Giulia Beccaria o come non doveva rassomigliare, negli atti e nelle parole, alla donna sognata?

Tutta al volto, ai costumi, alla favella
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima?

Il 23 febbraio 1792, poco più che nove anni dopo ch'era stato giurato, «si ruppe lo comun rincalzo»; e fu pronunziata la sentenza di separazione. Don Pietro pare mettesse tutto il suo miglior volere perchè non avvenissero scandali; e restituì alla Giulia tutta la sua dote, aggiungendovi qualche dono. Tuttavia uno scandalo fu lì lì per iscoppiare, a proposito della dote materna, che la Giulia pretese il padre le consegnasse subito ed intera. (Eran lire 45,000). Il marchese non volle acconsentire; e alla imprudente figliuola riuscì pur troppo facile trovare un Azzecca-garbugli, che s'assunse l'odiosa parte di rappresentar Cesare Beccaria quale un tiranno domestico e un demagogo. Se lo scandalo tribunalesco non dilagò, fu solo perchè un colpo d'apoplessia spezzò il cuore di quel povero padre, a 56 anni, il 28 novembre 1794.

La separazione dei due coniugi fu, non solo da essi, ma da tutti coloro che li avvicinavano, considerata quale un vero e proprio divorzio. Non era quest'antico istituto della Roma repubblicana meglio consentaneo a quelle tali leggi di natura, a cui i contemporanei del Rousseau si mostravan tanto devoti? Va bene, in omaggio alle prescrizioni barbogie della legge scritta, la Giulia aveva scelto per suo nuovo domicilio la casa d'uno zio materno; ma, compiuta questa formalità, chi avrebbe osato di biasimare il suo affetto per l'Imbonati? Forse che l'Alfieri e la contessa d'Albany avean cessato d'accentrare in loro la stima, anzi la venerazione, di tutti i nobili spiriti d'Italia, per la mancanza del visto delle autorità civili od ecclesiastiche alla loro libera unione? «Mia cara Giulia», scriveva alla cognata morganatica una delle sette sorelle Imbonati, «non v'è altro bene nel mondo che due anime che s'incontrino; e le vostre son tali. Prosiegui, mia cara, a render felice chi ti fa felice, e ricevi i miei cordiali ringraziamenti per l'assistenza e le affettuose premure che tieni per il mio caro Imbonati, del quale sento con tanta pena che alle volte soffre nella sua preziosa salute».

Anche don Pietro non dava poi in ismanie. Da quelle nozze si direbbe ch'egli avesse avuto quanto meglio desiderava; e in verità il frutto non poteva esserne nè più prezioso, nè più appetitoso. Con quella collaboratrice valente che glielo aveva procurato, egli si mostrò sempre largo e generoso. In casa, non è presumibile che egli o i parenti o gli amici ne sparlassero, e neanche che esprimessero sentimenti di rancore per l'Imbonati. Molti di quegli amici frequentavano anche la signora Giulia. E ad ogni modo, non sembra che al giovanetto Alessandro giungesse mai l'eco di rancori domestici; chè, vivendo nella casa paterna, egli serbò sempre immutata la sua devozione affettuosa verso la madre, e la stima altissima per l'antico alunno del Parini. Pur quand'era in collegio, e vi riceveva le visite alterne della madre e del padre, nulla par trapelasse dai loro discorsi dell'irreparabile dissidio. Al Monti, che nel settembre 1803 gli scriveva a Lecco: «Presentate al vostro signor padre i miei ringraziamenti e rispetti»; al Monti, di cui egli scriveva in una lettera da Venezia del 24 marzo 1804: «Se Monti vuoi mandarmi il Persio, lo faccia avere, col nome di Dio, a mio padre a Milano»; non si peritava di scriver da Parigi, il 31 agosto 1805: «Io ho sentito veramente il bisogno di scriverti, di comunicare a te la mia felicità, a te che me l'avevi predetta; di dirti che l'ho trovata fra le braccia d'una madre; di dirlo a te, che tanto mi hai parlato di lei, che tanto la conosci. Io non cerco, o Monti, di asciugar le sue lacrime; ne verso con lei; io divido il suo dolore profondo, ma sacro e tranquillo».

E questo dolore, s'intende, era per la morte dell'Imbonati! Del quale il Manzoni medesimo ripiglia a dire, in fin della lettera: «Io non vivo che per la mia Giulia, e per adorare ed imitare quell'uomo che solevi dirmi essere la virtù stessa». E la sua Giulia, ch'era poi la madre, aggiunge due righe al «caro Monti». «Oh voi che lo amate», scrive, «voi che veramente lo conoscete, giacchè poteste proporgli per modello l'adorato mio Carlo, voi misurate l'amore immenso che gli porto, da quell'immenso ancora dolore, sacro, insanabile, che sento e provo per Lui». E continua parlando infocatamente di lui, cioè dell'Imbonati; il quale, a buon conto, aveva in terra usurpato il loco di don Pietro Manzoni, che non vacava «nella presenza del figliuol di Dio», e nemmeno avrebbe dovuto parer vacante al figliuolo di don Pietro stesso e di lei! «Ah! voi non mi direte già di distrarmi nè di consolarmi», soggiungeva donna Giulia nel poscritto al Monti: «voi non potete immaginare che si ardisca tentare di mettere una lacuna nell'eternità, già incominciata per me perchè fissata sopra di Lui».


VIII.

Nel Carme v'è un accenno oscuro a malignazioni e a calunnie[12]. Il Manzoni le disdegnò in Milano, e disdegna ora, a Parigi, d'intrattenerne l'ombra dell'Imbonati.

Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome
Macchiar de' vili, che oziosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro
L'operosa calunnia. A le lor grida
Silenzio opposi, e a l'odio lor disprezzo.
Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
Ond'io lieve men vado a mia salita,
Non li curando.

Chi sa? ma furon forse appunto le «grida» dei maligni, che infastidirono, a lungo andare, anche la Giulia e l'amico suo, e l'indussero a lasciar Milano. Giancarlo, già, pare, infermiccio, dispose, l'ottobre del 1795, di tutta la sua sostanza: ad eccezione di qualche speciale legato, nominava sua erede la Giulia; «e questa mia libera e irrevocabile disposizione», dichiarava per man di notaio, «è per un attestato, che desidero sia reso pubblico e solenne, di que' senti menti puri e giusti, che debbo e sento per detta mia erede, per la costante e virtuosa amicizia a me professata, dalla quale riporto non solo una compiuta sodisfazione degli anni con lei passati, ma un'intima persuasione di dovere alla di lei virtù e vero disinteressato attaccamento quella tranquillità d'animo e felicità, che m'accompagnerà fino al sepolcro». E si misero in cammino. Viaggiarono un po' qua e un po' là per l'Europa; visitarono anch'essi—era un dovere di moda, per gli spiriti ansiosi del rinnovamento politico: si pensi al Montesquieu e all'Alfieri, al Voltaire e al Foscolo, alla Staël e al Baretti!—l'Inghilterra; e finalmente si stabilirono a Parigi. Qui il nome di Beccaria era la più valida delle commendatizie; e i due amici furono accolti e festeggiati nei ritrovi più intellettuali, in casa Condorcet, soprattutto, e alla villa della Maisonnette a Meulan. L'idillio non fu spezzato che dalla morte di Giancarlo, che avvenne il 15 marzo 1805.

In quei giorni appunto si concertava di chiamare a Parigi anche Alessandro, oramai sui venti anni. Dall'ombra dell'Imbonati il poeta si fa dire:

E sai se, quando
Il mio cor ne le membra ancor battea,
Di te fu pieno, e quanta parte avesti
De gli estremi suoi moti....

Ed egli di rimando:

Allor ch'io l'amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime furo; e la dolcezza
De l'esser teco presentia, chi detto
M'avria che tolto m'eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,
Che non saria da gli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.

A compiere quel viaggio ora fu sollecitato dalla madre desolata. Egli corse, e da quella cara e inconsolabile donna udì narrare «sospirando, Come si fa di cosa amata e tolta», di quale «virtù fu tempio il casto petto» dell'amico rimpianto. Il poeta si ricordò in buon punto di Vittorio Alfieri; chè ora egli era tutto Alfieri. All'amico Pagani, ch'era invece tutto Monti, scriveva di questi tempi (18 aprile 1806): «Tu mi parli di Alfieri, la cui Vita è una prova del suo pazzo orgoglioso furore per l'indipendenza, secondo il tuo modo di pensare; e secondo il mio, un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo di cui debba arrossire». E poichè l'Alfieri aveva consacrato all'immacolata memoria dell'amico Francesco Gori, «ignoto ai contemporanei suoi, perchè degni non erano di conoscerlo forse», quel magnanimo Dialogo che intitolò appunto La virtù sconosciuta; su quelle orme, egli, il Manzoni, ricalcò un nobilissimo epicedio, per celebrare la virtù dell'Imbonati, anche essa non affidata ad altre opere o di mano o d'ingegno.

Aveva disperato—troppo presto, in verità—di vedere in terra «un raggio di virtù» (è la parola di moda, tra quegli scrittori neo-classici e neo-repubblicani; ma il Manzoni aveva pur nell'orecchio il petrarchesco: «Però che altrove un raggio Non veggio di virtù, che al mondo è spenta»); ed ecco la madre piangente gliene additava un faro; ma ohimè allora allora spento! Ebbene, sarà mai possibile

che di tal merto pera
Ogni memoria? E di cotanto esemplo
Nullo conforto il giusto tragga, e nulla
Vergogna il tristo?

La mossa è tutta alfieriana. Quando, «al fosco e muto ardere della notturna lampada», all'Alfieri dormente appare, in «un raggiante infuocato chiarore» e diffondendo intorno un «soavissimo odore», l'ombra «del già dolce suo amico del cuore e dell'animo», egli, rifatto un po' dallo spavento, ripiglia:

«Assai cose mi rimaneano a dirti e ad udire da te, quando (ahi lasso me!) per poche settimane lasciarti credendomi, senza saperlo, io l'ultimo abbraccio ti dava. Desolato io ed orbo mi sono da quel giorno funesto; nè altra scorta al ben vivere ed alle poche e deboli opere del mio ingegno mi rimase, se non la calda memoria di tue possenti parole, e di quella tua tanta virtù, di cui nobile ed eccelsa prova al mondo lasciare ti avevan tolto i nostri barbari tempi, l'umil tua patria, un certo tuo stesso forse ben giusto disdegno, ed infine l'acerba inaspettata tua morte».

Il Manzoni procede più immaginoso e colorito: oltre al Dialogo alfieriano, egli ha presente l'episodio dantesco di Brunetto Latini (e ora si studia d'imitar Dante, con devota e tranquilla ammirazione, senza risentire quelle bizzarre insofferenze che lo tormentaron poi), e altresì l'apparizione dell'ombra di Ugone a Goffredo, in quella Gerusalemme liberata (XIV, 1 ss.) che dopo si spassò molto a canzonare (non cessando però dall'appassionarsi pel Grossi e pei suoi Lombardi e le sue novelle in versi!)[13]. E poi, l'arte e la poetica montiana non eran davvero passate senza lasciar traccia sull'arte e sulla sua educazione letteraria. Il Manzoni ha già, od ha ancora, il gusto dei paragoni minuziosi, larghi, quasi d'intere scenette: quali sono in Omero e in Dante, nel Milton e nel Parini; e quali saranno negl'Inni sacri (a ognuno cadrà in mente il masso dal vertice del Natale) e nelle tragedie (basterà ripensare alla rugiada che pugna col sole nel coro d'Ermengarda). Laddove l'Alfieri, nelle tragedie in ispecie, abborre da ogni maniera di paragoni; e questa dura astinenza non contribuisce poco alla durezza e alla magrezza, che tanto i contemporanei del Cesarotti e del Monti gli rimproveravano[14].

Così l'alfieriano Gori come il manzoniano Imbonati si mostran nauseati di quel mondo, in mezzo a cui avevano dovuto vivere; e se pur lo lasciarono con un senso di rammarico, ciò avvenne in grazia di un'unica persona, cara al loro cuore. Più elegiaco e più, direi quasi, umanitario, si mostra l'Imbonati; più tragico e più schiettamente italiano, il Gori. La morte, questi dice, «a me dolse soltanto perchè, senza neppur più vederti negli ultimi miei momenti, io lasciava te immerso fra le tempeste di mille umane passioni»; tuttavia, essa «al mio cuore e pensamento giovava, poichè da tanti sì piccioli e nauseosi aspetti per sempre toglieami». Che vita è la nostra? «Privato ed oscuro cittadino nacqui io di picciola e non libera cittade; e nei più morti tempi della nostra Italia vissuto, nulla vi ho fatto nè tentato di grande: ignoto agli altri, ignoto quasi a me stesso, per morire io nacqui, e non vissi; e nella immensissima folla dei nati-morti non mai vissuti, già già mi ha riposto l'oblio». Si capisce: il Gori è un Alfieri mancato; e non era possibile all'Alfieri ritrarre un personaggio a cui egli non prestasse parte dell'anima sua, o in cui non riproducesse un lato almeno del suo carattere.

Ma per il Manzoni le cose andavan diversamente. Non già che nel poeta del Trionfo della Libertà fosse ora affievolito il sentimento patriottico, anzi il feroce sentimento alfieriano dell'italianità; ma in lui prevaleva, fin d'allora, nella rappresentazione poetica, il rispetto geloso del vero storico. E l'Imbonati gli era sì stato descritto come esemplare d'ogni virtù privata, ma nessuna gran prova, se Dio vuole, aveva egli dato delle sue virtù pubbliche e del suo patriottismo. Era pariniano; e il Parini desiderava con tutta l'anima che i suoi concittadini divenissero sempre più «saggi e buoni», ma, quanto alla forma del governo, non mostrò mai spiccate preferenze. Che l'amministrazione fosse onesta e illuminata, questo a lui sembrava dovesse bastare; nulla curando che le riforme invocate fossero attuate da una tirannia assoluta o da una temperata, da un despota straniero o da uno paesano. Anzi, per lui il Paese finiva al Ticino e al Po; e Roma e Napoli erano un tantino più lontane di Parigi, e Torino e Firenze un po' meno vicine di Vienna!

Quanto a sè, il poeta della Libertà, dell'Adelchi, del Marzo 1821 era e rimase sempre, circa il sentimento e il desiderio dell'unità e indipendenza nazionale, con l'Alfieri: anche quando il suo sentimento umanitario e religioso lo consigliò a divorziare da codesto magnanimo, a proposito dell'odio misogallico ch'ei voleva tener vivo negl'Italiani. In alcuni frammenti, pubblicati postumi, della Morale cattolica, il Manzoni si diede a confutare «con tanto maggior forza quanto maggiore è la riputazione del suo autore», quella «proposizione perversa e assurda» del Misogallo, che proclamava soggetto d'invidia «la barbarie degli antichi» e incalcava «l'odio sistematico contro ventotto milioni d'uomini»: un vero «delirio» codesto, «che non può divenir generale nè durare in un paese dove è stato annunziato il Vangelo». Sennonchè ivi stesso, a proposito del solenne biasimo che il nobilissimo conte infligge alle città italiane che «stoltamente adastiandosi, fanno coi loro piccioli, inutili ed impolitici sforzi, ridere e trionfare gli elefanteschi lor comuni oppressori», il Manzoni s'affrettava a dichiarare: «Tolga il Cielo ch'io cerchi d'indebolire la disapprovazione contro questi miserabili odi municipali!» Gli è che il poeta del Marzo 1821 si sentiva più cattolico che non il paganizzante Alfieri, e dantescamente «cittadino del mondo» oltre che italiano. «Ma bisogna estendere il principio», perciò soggiungeva, «bisogna sentire e ripetere che la somiglianza che ci dà l'essere d'uomo, è ben più forte che la diversità di nazione». E ad ogni modo, il suo sentimento unitario era così vivo ed alfieriano, anche allora, da suggerirgli questa caratteristica osservazione, a proposito della pecoresca concordia e costanza di alcuni stranieri a tacciarci di vizi che non abbiamo: «Forse il vederci riuniti nella condanna ci farà sentire sempre più che siamo fratelli: siamo tutti posti in società di difetti, ebbene è sempre una società; col dare a tutti gl'Italiani lo stesso carattere, per vizioso che egli sia, ci ricordano che abbiamo una patria»[15].


IX.

Il Carme del giovane Alessandro volle essere la consacrazione coraggiosa e la balda apoteosi di quell'episodio domestico, caratteristico d'un tempo in cui le sentimentalità ribelli di Giangiacomo Rousseau eran reputate sicure dottrine d'una nuova morale, e l'unione dell'Alfieri con la D'Albany un memorabile esempio di sfranchimento da vieti pregiudizii. Quel Carme, lo spensierato ammiratore della Vita e delle Rime del fiero Allobrogo volle gettarlo come un guanto di sfida sul viso di quanti osavano sparlare, o sorridere a mezza bocca, della virtù della «pudica sposa» di don Pietro Manzoni così «cara» all'Imbonati. Ma che! Questi era un uomo singolarissimo:

Di retto acuto senno, d'incolpato
Costume, e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo;

un uomo, che ben mostrava d'aver fatto tesoro degli ammaestramenti del Parini camuffato da «Centauro ingegnoso», dacchè «quel più dolce senso» onde s'era piegato ad amare, lo aveva reso «fido amante e indomabile amico».

Il poeta, da vero enfant terrible, non sospetta nemmeno d'arrecar offesa all'altro suo parente, che viveva ancora a Milano, rassicurando quell'intruso, allora morto, dell'imperituro amore di sua madre per lui!

Certo so ben che il duol t'aggiunge e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto.

Il volterriano ridiventa spiritualista per consolare quelle due anime sconsolate! Se non altro il Petrarca sodisfaceva la sua interminabile vanità, quando immaginava che l'anima di Laura, dimentica di tutti i suoi affetti di sposa e di madre fecondissima, gli dicesse in visione:

Te solo aspetto, e quel che tanto amasti
E laggiuso è rimaso, il mio bel velo.

Ma dell'incomodo signor De Sade—il «geloso» della poesia provenzalesca—e della numerosa e perturbatrice sua prole, era naturale, soprattutto naturale, che all'intraprendente canonico importasse poco. Nel caso del Manzoni invece, qualcuno avrebbe potuto pretendere dal pudico ed onesto figliuolo un più guardingo riserbo; almeno, un rispettoso silenzio[16].

Il fatto è che perfin l'Imbonati «mestamente sorride» all'ingenua assicurazione dell'entusiasta Alessandro, e prende coraggio per dichiarargli:

Se non fosse
Ch'io t'amo tanto, io pregherei che ratto
Quell'anima gentil fuor de le membra
Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia;
Chè fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso.

Si direbbero parole d'un Paolo Malatesta, spedito al mondo di là un po' prima dell'altrui Francesca!

Comunque, il Manzoni-Beccaria pare leggesse quel suo Carme prima agl'illustri frequentatori della Maisonnette, che se ne saranno felicitati con la signora Giulia; e poi, nel gennaio del 1806, lo diede a stampare, in Parigi stessa, al Didot. Ne furon tirati soltanto cento esemplari; e uno di essi, in pergamena, fu dal figliuolo offerto alla madre, e da questa poi donato, quasi reliquia domestica, ai nipoti. L'esiguo numero delle copie, scrisse un giornale del tempo, fu «appena sufficiente a destare la pubblica curiosità»; onde il Manzoni, e più forse la madre, procurarono che il Carme venisse ristampato in Milano, nel «fatale giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati». All'amico Pagani, cui commetteva quell'ufficio, Alessandro soggiungeva il 12 marzo: «Mia madre dice che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite». E ancora: «Facendo l'edizione di cui ti ho parlato», scriveva, «vorrei che tu aggiungessi al mio nome un titolo di cui mi glorio, e che mettessi sul frontispizio: Alessandro Manzoni Beccaria». Così, «degnato del secondo nome», gli enfatici amici parigini preferivan chiamarlo; e il Le Brun—quel Ponzio Dionigi Le Brun, del quale il Manzoni ha scritto un elogio, che il simile forse mai non scrisse di altri[17]—, donandogli un suo componimento stampato, vi aveva voluto assolutamente scriver sopra: À M.r Beccaria. C'est un nom trop honorable pour ne pas saisir l'occasion de le porter. Je veux que le nom de Le Brun choque avec celui de Beccaria.

Sennonchè il Pagani o non volle o non era più in tempo per contentarlo; e l'opuscolo portò in fronte: In morte di Carlo Imbonati, versi di Alessandro Manzoni a Giulia Beccaria sua madre. E fu bene; e anzi non s'intende come, volendo mantenere la dedica alla madre, ch'è richiesta dal Carme stesso, se ne potesse già spender prima il cognome. Ma fu male che l'amico zelante aggiungesse di suo capo, nella ristampa milanese, una rumorosa dedica a Vincenzo Monti. Gli diceva:

«Al principe de' poeti moderni è certamente convenevole il sacrare un lavoro poetico di giovane ingegno, che già manda gran luce e riempie gli animi bramosi de' letterati di una ferma speranza che nella nostra Italia non verrà interrotta la solita successione dei buoni cultori delle muse. Nè posso credere che questi versi sieno per riuscirvi discari, sendochè Voi stesso, per amor delle lettere, stimolaste più volte l'autore a deporre quella incomoda timidezza che il tratteneva dal pubblicare alcune delle sue molto belle rime, studiandovi con magnifiche e vere lodi renderlo più giusto conoscitore di sè medesimo. Io li presento al pubblico con nuova edizione, giacchè le poche copie della prima fatta in Parigi non hanno bastato alle molte inchieste di coloro, che il plauso universale facea vogliosi di possederli. Questi voti e questi encomi pare che vestano d'un novello lume di verità il vostro vaticinio; che il Manzoni, il volendo, terrà uno de' più eminenti seggi del Parnaso italiano».

È facile intendere quanto dovesse parere inopportuno, intempestivo, goffo, al Manzoni codesto panegirico amichevole; tanto più che allora, stordito dalle immagini e dalle frasi solenni del Le Brun, egli non era in un momento di vivido entusiasmo pel poeta ferrarese. E meno male se il Pagani si fosse fermato lì! Ma egli continuava imperterrito, parlando ora anche in nome del poeta, quasi questi fosse complice di tutto quel po' po' di chiasso fatto intorno alle sue facoltà poetiche:

«Accettate con animo cortese quest'omaggio che l'editore ed il poeta vi offeriscono con fiducia, e continuate loro la vostra benevolenza».

Il Manzoni ne rimase atterrito; e non solamente lui. Al Pagani scrive da Parigi il 18 aprile:

«Più mi sforzo a rileggere quella dedica, e più cresce la nostra meraviglia. E non soltanto noi due, ma tutti quelli che la vedono ne sono stranamente sorpresi. Io avevo parlato ad un Italiano di questa dedica: egli ne domandò conto ultimamente ad uno che l'ha avuta sotto gli occhi. Quando intese che la dedica era pure in nome del poeta, non lo voleva credere assolutamente. È impossibile! questa è la prima parola di tutti quelli a cui ne parlo. E a voi pare una singolarità la nostra!»

Sembra che il maldestro Pagani, per iscusarsi, tirasse fuori—come Monaldo Leopardi, quando voleva indurre il figliuolo a chiamarsi recanatese nella stampa delle sue opere!—l'esempio dell'Alfieri; che il Manzoni ribatte: «Ebbene, Alfieri dedicò; ma a chi e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore» (il Gori-Gandellini della Virtù sconosciuta!), «a Washington, al popolo italiano futuro, ecc. ecc.». E scrisse un articoletto di protesta, che mandò al Pagani, scrivendogli: «Spero che la ragione, l'amicizia e la delicatezza ti persuaderà di pubblicarlo; ad ogni modo è in te il farne quello che ti pare». Che ne doveva parere al disgraziato amico? Quel che sappiamo di sicuro è che, il 30 maggio, Alessandro gli risponde rasserenato e carezzoso:

«Parco di fogli sgorbiator ben fia Che tu mi chiami; ma non posso credere che nasca in te dubbio intorno alla mia vera, calda, eterna amicizia per te. Del comune dispiacere non se ne parli più. Veggo che il rimedio sarebbe peggiore per te di quello che il male sia stato per me. Piacerai che tu conosca che non a torto io ebbi disgusto del fatto. Nè già mi piace per amore della mia opinione, o per vana pretensione non compatibile coll'amicizia, ma perchè questo mi conferma la rettitudine della tua mente. Vivi dunque sicuro che in nessuna occasione non ne farò mai parola in stampa.... Non so se mia madre, la mia amica, aggiungerà due righe a questa lettera. In ogni caso, ella t'ama in me e con me: ti ama dunque assai. Speriamo non lontano il momento, nel quale io ti riabbraccerò, ella abbraccerà l'amico del suo Alessandro, e per conseguenza il suo».


X.

Donna Giulia aggiunse, se non proprio le «due righe», «una riga», che è questa:

«Caro Pagani, accettate una riga anche da me. Vorrei potervi persuadere che non posso nè stimare nè apprezzare persona più di voi. Non iscrivo leggermente, nè per modo di dire: accettate dunque questi miei sentimenti.

La nostra prolungata lontananza dall'Italia cambia molte circostanze; ma io amerò sempre il primo e vero amico del mio Alessandro, e mi dispongo a consacrare la mia vita a quella che sarà la compagna del mio Alessandro e la madre de' suoi figli.

Addio, ottimo giovane e buon amico: vi scriveremo dalla Svizzera. Se mai andate a Milano quando Zinamini sarà di ritorno, vogliate visitare quella tomba sacra: un vostro puro vale sarà aggradito da Lui, sarà accetto dal mio povero cuore. Non crediate ch'io faccia ad altri questa preghiera».

Era dunque deciso, e autorevolmente, che Alessandro dovesse vincere l'antica sua ripugnanza al matrimonio: antica e, a sentir lui, forte ripugnanza; «aversion», scriveva con nuova ingenuità al Fauriel il 19 marzo 1807, «que le spectacle affreux de la corruption de mon pays avait fait naître, et que la part que je prenais un peu (et voilà ma honte) à cette corruption n'avait fait qu'augmenter». Ripensarono per un momento alla fanciulla da lui conosciuta nel 1801; ma, ohimè!, trovarono ch'era oramai maritata! Il Manzoni stesso così narra il comico episodio, nella lettera or ricordata, del 19 marzo 1807, da Genova, al Fauriel:

«Je vous ai peut-être déjà conté que j'eus dans mon adolescence une très-forte et très-pure passion pour une jeune fille, habitu et vultu adeo modesto, adeo venusto ut nihil supra; passion qui a peut-être épuisé les forces de mon âme pour de semblables émotions. Eh bien! elle est a Gênes, et je l'ai vue. Ma mère, qui avait fondé l'espérance de toute sa vie sur notre union et qui ne la connaissait pas personnellement, l'a vue, et en a été très agitée, car elle est mariée! Ce qui me donne un peu de torture, c'est la pensée que c'est un peu de ma faute que je l'ai perdue, et qu'elle croyait que c'était tout-à-fait ma faute..... Ses parents avaient très-mal agi avec moi, jusqu'à me torcer a m'éloigner de la maison pour conserver ma dignité, et elle a cru que je cessais de la voir par indifférence; mais ma faute a été de ne pas me rapprocher d'elle quand je le pouvais honorablement; mais alors il ne me restali pour elle qu'une profonde vénération que j'aurai toujours».

Alessandro Manzoni al tempo delle nozze.
Miniatura eseguita a Parigi nel 1808.

Il Fauriel, preoccupato delle possibili conseguenze del brutto caso, si diede a consolare il giovane amico, se non altro per quel peu de torture che non aveva saputo nascondere; ma Alessandro lo rassicura, nella lettera dell'8 aprile:

«Au fond, je me trouve bon enfant; et je suis sûr de n'avoir jamais eu un sentiment méprisable. Il faut donc que je vous dise que toutes les belles consolations que vous me donnez à propos de ma passion sont perdues, car je ne me sens pas une forte douleur d'être éloigné de l'angélique Luigina. J'ai repris à son égard les sentiments de vénération, de dévotion, ai je puis m'exprimer comme ça; et ce sentiment est plutôt doux que cuisant. Je ne sais pas même s'il serait plus honorable de souffrir, mais je trouverais indigne de vous en imposer».

Rimesso così il cuore in pace, nell'autunno era più che pronto e disposto ad ospitarvi quella quale che fosse degna compagna, che la madre gli desiderava e ricercava. Nell'ottobre riscrive al Fauriel:

«J'ai une confidence à vous faire: j'ai vu cette jeune personne dont je vous ai parlé, a Milan: je l'ai trouvée très gentille: ma mère qui a parlé avec elle aussi, et plus que moi, la trouve d'un coeur excellent; elle ne songe qu'à son ménage et au bonheur de ses parents qui l'adorent; enfin les sentiments de famille l'occupent toute entière (et je vous dis a l'oreille que c'est peut-être la seule ici). Il y a pour moi un autre avantage qui en est réellement un dans ce pays, au moins pour moi, c'est qu'elle n'est pas noble: et vous savez par coeur le poëme de Parini. Elle est de plus protestante. Enfin, c'est un trésor. Et il me parait enfin que bientôt nous serons trois à vous désirer. Jusqu'à présent la chose n'est pas du tout décidée, et elle-même n'en sait rien. Je crois que je serais en devoir de le faire savoir quand ce sera fait à cet homme estimable dont j'espérais avoir l'alliance[18]. Ainsi faites-moi le plaisir de me donner votre avis là-dessus. Jusqu'à présent c'est très secret.... Ma mère m'interrompt en me disant de vous écrire que la petite dont je vous parlais, parle toujours le français, qu'elle a 16 ans, et qu'elle est simple et sans prétentions. Vous voilà au fait de tout».

La fanciulla gentile che aveva con la sua bontà e la sua modestia saputo attrarre su di sè gli occhi amorevoli di donna Giulia, e per essi quelli di Alessandro, era figliuola del banchiere ginevrino Blondel, nata a Casirate l'11 luglio del 1791. Si chiamava Enrichetta Luigia. E suo padre nel 1804 aveva comperato la casa degli Imbonati in via Marino, sulla cui area nel 1876 poi sorse il teatro che ha il nome del Manzoni. Le nozze avvennero, tra l'assordante ronzío di pettegolezzi vecchi e nuovi, in Milano, il 6 febbraio 1808, benedette dal pastore evangelico G. Gaspare Orelli.

Enrichetta Blondel al tempo delle nozze.
Miniatura eseguita a Parigi nel 1808.

Pochi giorni prima, il 27 gennaio, così Alessandro informava il Fauriel di quanto era per accadere:

«Je vous dirai donc que mon épouse a seize ans, un caractère très doux, un sens très droit, un très grand attachement a ses parents, et qu'elle me paraît avoir un peu de bonté.—Pour ma mère elle a une tendresse si vive et mêlée de respect, qu'elle tient vraiment du sentiment filial; aussi ne l'appelle-t-elle jamais qu'avec le nom de maman.—Vous trouverez sans doute que je suis allé un peu vite, mais après l'avoir vraiment connue, j'ai cru tous le retards inutiles; sa famille est des plus respectables pour l'amitié qui y règne et pour la modestie, la bonté, et tous les bons sentiments.—Enfin je ne doute pas de faire mon bonheur et celui de ma mère, sans lequel il n'y en peut avoir pour moi...... Les prêtres ne veulent pas bénir mon mariage à cause de la différence de religion, et cela donnera encore matière à tant de propos, que nous supporterons jusqu'à ce qu'ils aient commencé a nous ennuyer. Enfin ne vous étonnez pas si nous retournons a Paris avec vous».

E a Parigi difatto tornarono, e vi si stabilirono. Ma colà, il 15 febbraio del 1810, nella cappella privata del conte Marescalchi, ministro degli Affari Esteri del Regno d'Italia, l'abate Costaz, parroco della Maddalena, riconsacrò col rito cattolico l'unione del futuro cantore degl'Inni sacri con la mite Enrichetta, di protestante divenuta cattolica fervente. Il Manzoni—non più brancolante, nella vita, tra l'epicureismo giacobino e volterriano e il paganesimo alfieriano e montiano, e, nell'arte, tra il «furor santo» d'Euterpe e «l'amaro ghigno» di Talia—ritrovava finalmente sè stesso. Oh non l'appassionata e ribelle Giulia Beccaria, pagana ed epicurea, poteva essere la Musa domestica di colui che avrebbe delineate le tenere e leggiadre figure di Ermengarda, d'Antonietta Visconti, di Matilde, di Gertrude, di Lucia! Quella Musa fu invece la donna soave, «la quale insieme con le affezioni coniugali e con la sapienza materna potè serbare un animo verginale». Dolce e pudica creatura, di cui a noi pare di sorprender quasi il suon della voce, quando ascoltiamo le tenerissime parole d'Ermengarda morente:

....Tu eri mio: secura
Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai
Questo labbro pudico osato avrìa
Dirti l'ebbrezza del mio cor segreto.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Lascia ch'io ti rimiri, e ch'io mi segga
Qui presso a te: son così stanca! Io voglio
Star presso a te; voglio occultar nel tuo
Grembo la faccia.....

Caro idillio domestico: da cui nasceranno nove fiorenti figliuoli; e gl'Inni, la Morale cattolica, le due tragedie e il Romanzo immortale.

Milano, nel giugno del 1904.


[I PROMESSI SPOSI]


INDICE DEI CAPITOLI

Introduzione pag. [1]
II. [5]
III. [21]
IV. [47]
V. [61]
VI. [75]
VII. [88]
VIII. [104]
IX. [123]
X. [142]
XI. [162]
XII. [178]
XIII. [191]
XIV. [204]
XV. [219]
XVI. [233]
XVII. [248]
XVIII. [262]
XIX. [275]
XX. [288]
XXI. [301]
XXII. [314]
XXIII. [325]
XXIV. [341]
XXV. [364]
XXVI. [379]
XXVII. [390]
XXVIII. [404]
XXIX. [423]
XXX. [436]
XXXI. [447]
XXXII. [463]
XXXIII. [480]
XXXIV. [498]
XXXV. [517]
XXXVI. [529]
XXXVII. [547]
XXXVIII. [559]

INTRODUZIONE

L'historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perchè togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl'illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d'Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co' loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggi, e trapuntando coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal'argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de' Politici maneggj, et il rimbombo de' bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d'horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezzi d'Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l'amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che, sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l'Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl'Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl'altri Spettabili Magistrati qual'erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d'atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl'huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesochè l'humana malitia per sè sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d'Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne' tempi di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de' luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Nè alcuno dirà questa sij imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto, a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto agl'huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi accidenti....»

—Ma, quando io avrò durata l'eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l'avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?—

Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare.—Ben è vero, dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per tutta l'opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma com'è dozzinale! com'è sguaiato! com'è scorretto! Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e là; e poi, ch'è peggio, ne' luoghi più terribili o più pietosi della storia, a ogni occasione d'eccitar maraviglia, o di far pensare, a tutti que' passi insomma che richiedono bensì un po' di rettorica, ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando, con un'abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch'è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori d'oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m'è venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani.—

Nell'atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perchè, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; molto bella.—Perchè non si potrebbe, pensai, prender la serie de' fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura?—Non essendosi presentato alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l'origine del presente libro, esposta con un'ingenuità pari all'importanza del libro medesimo.

Taluni però di que' fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de' quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all'occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla.

Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto.

Chiunque, senza esser pregato, s'intromette a rifar l'opera altrui, s'espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo modo l'obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per tutto il tempo del lavoro, cercando d'indovinare le critiche possibili e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Nè in questo sarebbe stata la difficoltà; giacchè (dobbiam dirlo a onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due critiche alle mani tra loro, le facevam battere l'una dall'altra; o, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però d'uno stesso genere, nascevan tutt'e due dal non badare ai fatti e ai princípi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d'aver fatto bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia! venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d'un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d'avanzo.


I PROMESSI SPOSI


CAPITOLO PRIMO.

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutte a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talchè non è chi, al primo vederlo, purchè sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendio lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de' due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l'onore d'alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia. Dall'una all'altra di quelle terre, dall'alture alla riva, da un poggio all'altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell'acqua; di qua lago, chiuso all'estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l'acqua riflette capovolti, co' paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra' monti che l'accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d'intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v'era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l'ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell'altre vedute.

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, nè il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, nè a questo luogo nè altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov'era solito d'alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d'un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l'altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all'anche del passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che, nell'intenzion dell'artista, e agli occhi degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme, cert'altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com'era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l'altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L'abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov'era giunto il curato, si poteva distinguer dell'aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull'omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d'ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de' bravi.

Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una bastante de' suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità.

Fino dall'otto aprile dell'anno 1583, l'Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d'Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi.... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno.... ma, senza salario, o pur con esso, s'appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o mercante.... per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri.... A tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima la galera a' renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l'esecuzione dell'ordine. Ma, nell'anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia piena di detti bravi.... tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, nè scemato il numero, dà fuori un'altra grida, ancor più vigorosa e notabile, nella quale, tra l'altre ordinazioni, prescrive:

Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorchè non si verifichi aver fatto delitto alcuno.... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et al tormento, per processo informativo.... et ancorchè non confessi delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia, perchè Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno.

Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente.... (pag. [11]).

All'udir parole d'un tanto signore, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d'un signore non meno autorevole, nè meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell'anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto danno e rovine sieno.... i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente fa contra il ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell'anno 1598, informato, con non poco dispiacere dell'animo suo, che... ogni dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali (bravi e vagabondi), nè di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d'essere aiutati dai capi e fautori loro,.... prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la dose, come s'usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla grida presente, perchè, in luogo di provare la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l'ira sua.... essendo risoluta e determinata che questa sia l'ultima e perentoria monizione.

Non fu però di questo parere l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi che in esso abbonda.... e risoluto di totalmente estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena anch'essa di severissime comminazioni, con fermo proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente eseguite.

Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale, e nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacchè, per questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d'una città; come riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de' bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre dell'anno 1612. In quel giorno l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo, etc. Governatore, etc., pensò seriamente ad estirparlo. A quest'effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta, perchè la stampassero ad esterminio de' bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell'anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc. Governatore, etc. Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s'era trovato costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile avvenimento.

Nè fu questa l'ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell anno 1632, nella quale l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c'era de' bravi tuttavia.

Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui. Perchè, al suo apparire, coloro s'eran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt'e due a un tratto avevan detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s'era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l'altro s'era staccato dal muro; e tutt'e due gli s'avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a sè stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s'avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l'indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell'occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un'occhiata, al di sopra del muricciolo, ne' campi: nessuno; un'altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorchè i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perchè i momenti di quell'incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d'abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che potè, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. «Signor curato,» disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia.

«Cosa comanda?» rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggio.

«Lei ha intenzione,» proseguì l'altro, con l'atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull'intraprendere una ribalderia, «lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!»

«Cioè....» rispose, con voce tremolante, don Abbondio: «cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c'entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi.... e poi, vengon da noi, come s'anderebbe a un banco a riscotere: e noi.... noi siamo i servitori del comune.»

«Or bene,» gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di comando, «questo matrimonio non s'ha da fare, nè domani, nè mai.»

«Ma, signori miei,» replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuoi persuadere un impaziente, «ma, signori miei, si degnino di mettersi ne' miei panni. Se la cosa dipendesse da me,... vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca....»

«Orsù,» interruppe il bravo, «se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, nè vogliam saperne di più. Uomo avvertito.... lei c'intende.»

«Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli....»

«Ma,» interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, «ma il matrimonio non si farà o....» e qui una buona bestemmia, «o chi lo farà non se ne pentirà, perchè non ne avrà tempo, e....» un'altra bestemmia.

«Zitto, zitto,» riprese il primo oratore, «il signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purchè abbia giudizio. Signor curato, l'illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.»

Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grand'inchino, e disse: «se mi sapessero suggerire....»

«Oh! suggerire a lei che sa di latino!» interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce. «A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti.... ehm.... sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in suo nome all'illustrissimo signor don Rodrigo?»

«Il mio rispetto....»

«Si spieghi meglio!»

«....Disposto.... disposto sempre all'ubbidienza.» E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato più serio.

«Benissimo, e buona notte, messere,» disse l'un d'essi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. «Signori....» cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la strada dond'era lui venuto, e s'allontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l'altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s'intenderà meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de' tempi in cui gli era toccato di vivere.

Don Abbondio (il lettore se n'è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que' tempi, era quella d'un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d'esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d'impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l'impotenza de' loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le violenze, e l'astuzia di questi. L'impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest'impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all'apparire delle gride dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione; perchè, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d'esecutori d'ogni genere. Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz'altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l'interesse d'una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch'eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall'offenderle, per amor d'un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi incaricati dell'esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com'eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d'essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de' più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l'incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in vece d'arrischiare, anzi di gettar la vita in un'impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c'era pericolo; nell'opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa.

L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que' tempi, portata al massimo punto la tendenza degl'individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava il vantaggio d'impiegar per sè, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l'impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun'altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere.

Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne' pensieri della propria quiete, non si curava di que' vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perchè non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da' prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un' intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d'inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl'incontrava per la strada, il pover'uomo era riuscito a passare i sessant'anni, senza gran burrasche.

Non è però che non avesse anche lui il suo po' di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que' tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po' di sfogo, la sua salute n'avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v'eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch'egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno almeno un imprudente; l'ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi, declamava contro que' suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d'un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl'impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a quattrocchi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia ne' suoi panni, non accadon mai brutti incontri.

Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato. Lo spavento di que' visacci e di quelle parolacce, la minaccia d'un signore noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch'era costato tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio.—Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrà delle ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche costui è una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli.... ih! E poi, e poi, perduto dietro a quella Lucia, innamorato come.... Ragazzacci, che, per non saper che fare, s'innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e prenderla con me! Che c'entro io? Son io che voglio maritarmi? Perchè non son andati piuttosto a parlare.... Oh vedete un poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l'occasione. Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portar la loro ambasciata....—Ma, a questo punto, s'accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore dell'iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de' suoi pensieri contro quell'altro che veniva così a togliergli la sua pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, nè aveva mai avuto che far con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l'aveva incontrato per la strada. Gli era occorso di difendere, in più d'un'occasione, la riputazione di quel signore, contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e alzando gli occhi al cielo, maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento volte ch'era un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento, gli diede in cuor suo tutti que' titoli che non aveva mai udito applicargli da altri, senza interrompere in fretta con un oibò. Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, ch'era in fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: «Perpetua! Perpetua!», avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena. Era Perpetua, come ognun se n'avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l'occasione, tollerare a tempo il brontolío e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l'età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche.

«Vengo,» rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entrò, con un passo così legato, con uno sguardo così adombrato, con un viso così stravolto, che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero.

«Misericordia! cos'ha, signor padrone?»

«Niente, niente,» rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone.

«Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com'è? Qualche gran caso è avvenuto.»

«Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire.»

«Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute? Chi le darà un parere?...»

«Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino.»

«E lei mi vorrà sostenere che non ha niente!» disse Perpetua, empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare.

«Date qui, date qui,» disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.

«Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto al mio padrone?» disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto.

«Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va.... ne va la vita!»

«La vita!»

«La vita.»

«Lei sa bene, che ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente, in confidenza, io non ho mai....»

«Brava! come quando....»

Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, «signor padrone,» disse, con voce commossa e da commovere, «io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perchè vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l'animo....»

Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo: onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto più d'una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: «per amor del cielo!»

«Delle sue!» esclamò Perpetua. «Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor di Dio!»

«Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?»

«Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor padrone?»

«Oh vedete,» disse don Abbondio, con voce stizzosa: «vedete che bei pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei nell'impiccio, e toccasse a me di levarnela.»

«Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi....»

«Ma poi, sentiamo.»

«Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un sant'uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente....»

«Volete tacere? volete tacere? Son pareri cedesti da dare a un pover'uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe?»

«Eh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perchè lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a....»

«Volete tacere?»

«Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s'accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le....»

«Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate?»

«Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da sè, a rovinarsi la salute; mangi un boccone.»

«Ci penserò io,» rispose, brontolando, don Abbondio: «sicuro; io ci penserò, io ci ho da pensare.» E s'alzò, continuando: «non voglio prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch'io che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader per l'appunto a me.»

«Mandi almen giù quest'altro gocciolo,» disse Perpetua, mescendo. «Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco.»

«Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro.»

Così dicendo, prese il lume, e, brontolando sempre: «una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com'andrà?» e altre simili lamentazioni, s'avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: «per amor del cielo!» e disparve.


CAPITOLO II.

Si racconta che il principe di Condé dormi profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio invece non sapeva altro ancora se non che l'indomani sarebbe giorno di battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose. Non far caso dell'intimazione ribalda, nè delle minacce, e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in deliberazione. Confidare a Renzo l'occorrente, e cercar con lui qualche mezzo.... Dio liberi! «Non si lasci scappar parola.... altrimenti.... ehm!» aveva detto un di que' bravi; e, al sentirsi rimbombar quell'ehm! nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell'aver ciarlato con Perpetua. Fuggire? Dove? E poi! Quant'impicci, e quanti conti da rendere! A ogni partito che rifiutava, il pover'uomo si rivoltava nel letto. Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si rammentò a proposito, che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze;—e, se posso tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho poi due mesi di respiro; e, in due mesi, può nascer di gran cose.—Ruminò pretesti da metter in campo; e, benchè gli paressero un po' leggieri, pur s'andava rassicurando col pensiero che la sua autorità gli avrebbe fatti parer di giusto peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe gran vantaggio sur un giovanotto ignorante.—Vedremo,—diceva tra sè:—egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di mezzo.—Fermato così un poco l'animo a una deliberazione, potè finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate.

Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un momento molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all'idee abituali della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo in quel paragone istantaneo. Assaporato dolorosamente questo momento, don Abbondio ricapitolò subito i suoi disegni della notte, si confermò in essi, gli ordinò meglio, s'alzò, e stette aspettando Renzo con timore e, ad un tempo, con impazienza.

Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al curato, v'andò, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve in quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, rimasto privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l'emigrazione continua de' lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque quell'annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che, da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio, si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de' calzoni, con una cert'aria di festa e nello stesso tempo di bravería, comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglimento incerto e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi gioviali e risoluti del giovinotto.

—Che abbia qualche pensiero per la testa,—argomentò Renzo tra sè, poi disse: «son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che ci troviamo in chiesa.»

«Di che giorno volete parlare?»

«Come, di che giorno? non si ricorda che s'è fissato per oggi?»

«Oggi?» replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima volta. «Oggi, oggi.... abbiate pazienza, ma oggi non posso.»

«Oggi non può! Cos'è nato?»

«Prima di tutto, non mi sento bene, vedete.»

«Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di così poca fatica....»

«E poi, e poi, e poi....»

«E poi che cosa?»

«E poi c'è degli imbrogli.»

«Degl'imbrogli? Che imbrogli ci può essere?»

«Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci nascono in queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io son troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il mio dovere; e poi mi toccan de' rimproveri, e peggio.»

«Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica chiaro e netto cosa c'è.»

«Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un matrimonio in regola?»

«Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa,» disse Renzo, cominciando ad alterarsi, «poichè me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s'è sbrigato ogni cosa? non s'è fatto tutto ciò che s'aveva a fare?»

«Tutto, tutto, pare a voi: perchè, abbiate pazienza, la bestia son io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora.... basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovine; e i superiori.... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne andiam di mezzo.»

«Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare, come dice; e sarà subito fatta.»

«Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?»

«Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?»

«Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis,...»

cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.

«Si piglia gioco di me?» interruppe il giovine. «Che vuol ch'io faccia del suo latinorum?»

«Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi le sa.»

«Orsù!...»

«Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare.... tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi voglio bene io. Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V'è saltato il grillo di maritarvi....»

«Che discorsi son questi, signor mio?» proruppe Renzo, con un volto tra l'attonito e l'adirato.

«Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi contento.»

Renzo (pag. [22]).

«In somma....»

«In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l'ho fatta io. E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati a far molte e molte ricerche, per assicurarci che non ci siano impedimenti.»

«Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?»

«Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi. Non ci sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi le dobbiam fare. Il testo è chiaro e lampante: antequam matrimonium denunciet....»

«Le ho detto che non voglio latino.»

«Ma bisogna pur che vi spieghi....»

«Ma non le ha già fatte queste ricerche?»

«Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico.»

«Perchè non le ha fatte a tempo? perchè dirmi che tutto era finito? perchè aspettare....»

«Ecco! mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni cosa per servirvi più presto: ma.... ma ora mi son venute.... basta, so io.»

«E che vorrebbe ch'io facessi?»

«Che aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno non è poi l'eternità: abbiate pazienza.»

«Per quanto?»

—Siamo a buon porto,—pensò tra sè don Abbondio; e, con un fare più manieroso che mai, «via,» disse: «in quindici giorni cercherò,... procurerò....»

«Quindici giorni! oh questa sì ch'è nuova! S'è fatto tutto ciò che ha voluto lei; s'è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi viene a dire che aspetti quindici giorni! Quindici....» riprese poi, con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio e battendo il pugno nell'aria; e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se don Abbondio non l'avesse interrotto, prendendogli l'altra mano, con un'amorevolezza timida e premurosa: «via, via, non v'alterate, per amor del cielo. Vedrò, cercherò se, in una settimana....»

«E a Lucia che devo dire?»

«Ch'è stato un mio sbaglio.»

«E i discorsi del mondo?»

«Dite pure a tutti, che ho sbagliato io, per troppa furia, per troppo buon cuore: gettate tutta la colpa addosso a me. Posso parlar meglio? via, per una settimana.»

«E poi, non ci sarà più altri impedimenti?»

«Quando vi dico....»

«Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata questa, non m'appagherò più di chiacchiere. Intanto la riverisco.» E così detto, se n'andò, facendo a don Abbondio un inchino men profondo del solito, e dandogli un'occhiata più espressiva che riverente.

Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L'accoglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e impaziente, que' due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d'incontrarsi con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell'accennar sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva l'uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar discorso con essa.

«Buon giorno, Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati allegri insieme.»

«Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo.»

«Fatemi un piacere: quel benedett'uomo del signor curato m'ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi voi meglio perchè non può o non vuole maritarci oggi.»

«Oh! vi par egli ch'io sappia i segreti del mio padrone?»

—L'ho detto io, che c'era mistero sotto,—pensò Renzo; e, per tirarlo in luce, continuò: «via, Perpetua; siamo amici; ditemi quel che sapete, aiutate un povero figliuolo.»

«Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo.»

«È vero,» riprese questo, sempre più confermandosi ne' suoi sospetti; e, cercando d'accostarsi più alla questione, «è vero,» soggiunse, «ma tocca ai preti a trattar male co' poveri?»

«Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perchè.... non so niente; ma quello che vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol far torto, nè a voi nè a nessuno; e lui non ci ha colpa.»

«Chi è dunque che ci ha colpa?» domandò Renzo, con un cert'atto trascurato, ma col cuor sospeso, e con l'orecchio all'erta.

«Quando vi dico che non so niente.... In difesa del mio padrone, posso parlare; perchè mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far dispiacere a qualcheduno. Pover'uomo! se pecca, è per troppa bontà. C'è bene a questo mondo de' birboni, de' prepotenti, degli uomini senza timor di Dio....»

—Prepotenti! birboni!—pensò Renzo:—questi non sono i superiori. «Via,» disse poi, nascondendo a stento l'agitazione crescente, «via, ditemi chi è.»

«Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perchè.... non so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è tempo perduto per tutt'e due.» Così dicendo, entrò in fretta nell'orto, e chiuse l'uscio. Renzo, rispostole con un saluto, tornò indietro pian piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu fuor del tiro dell'orecchio della buona donna, allungò il passo; in un momento fu all'uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto dove l'aveva lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui, con un fare ardito, e con gli occhi stralunati.

«Eh! eh! che novità è questa?» disse don Abbondio.

«Chi è quel prepotente,» disse Renzo, con la voce d'un uomo ch'è risoluto d'ottenere una risposta precisa, «chi è quel prepotente che non vuol ch'io sposi Lucia?»

«Che? che? che?» balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in un istante bianco e floscio, come un cencio che esca del bucato. E, pur brontolando, spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi all'uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa, e stava all'erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave, e se la mise in tasca.

«Ah! ah! parlerà ora, signor curato? Tutti sanno i fatti miei, fuori di me. Voglio saperli, per bacco, anch'io. Come si chiama colui?»

«Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all'anima vostra.»

«Penso che lo voglio saper subito, sul momento.» E, così dicendo, mise, forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino.

«Misericordia!» esclamò con voce fioca don Abbondio.

«Lo voglio sapere.»

«Chi v'ha detto....»

«No, no; non più fandonie. Parli chiaro e subito.»

«Mi volete morto?»

«Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere.»

«Ma se parlo, son morto. Non m'ha da premere la mia vita?»

«Dunque parli.»

Quel «dunque» fu proferito con una tale energia, l'aspetto di Renzo divenne così minaccioso, che don Abbondio non potè più nemmen supporre la possibilità di disubbidire.

«Mi promettete, mi giurate,» disse «di non parlarne con nessuno, di non dir mai...?»

«Le prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito subito il nome di colui.»

A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di chi ha in bocca le tenaglie del cavadenti, proferì: «don....»

«Don?» ripetè Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il resto; e stava curvo, con l'orecchio chino sulla bocca di lui, con le braccia tese, e i pugni stretti all'indietro.

«Don Rodrigo!» pronunziò in fretta il forzato, precipitando quelle poche sillabe, e strisciando le consonanti, parte per il turbamento, parte perchè, rivolgendo pure quella poca attenzione che gli rimaneva libera, a fare una transazione tra le due paure, pareva che volesse sottrarre e fare scomparir la parola, nel punto stesso ch'era costretto a metterla fuori.

«Ah cane!» urlò Renzo. «E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?»

«Come eh? come?» rispose, con voce quasi sdegnosa, don Abbondio, il quale, dopo un così gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto creditore. «Come eh? Vorrei che la fosse toccata a voi, come è toccata a me, che non c'entro per nulla; che certamente non vi sarebber rimasti tanti grilli in capo.» E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d'una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: «avete fatta una bella azione! M'avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch'io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene! E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste...! Per amor del ciclo! Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo un buon parere.... eh! subito nelle furie. Io avevo giudizio per me e per voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia chiave.»

«Posso aver fallato,» rispose Renzo, con voce raddolcita verso don Abbondio, ma nella quale si sentiva il furore contro il nemico scoperto: «posso aver fallato; ma si metta la mano al petto, e pensi se nel mio caso....»

Così dicendo, s'era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire. Don Abbondio gli andò dietro, e, mentre quegli girava la chiave nella toppa, se gli accostò, e, con volto serio e ansioso, alzandogli davanti agli occhi le tre prime dita della destra, come per aiutarlo anche lui dal canto suo, «giurate almeno....» gli disse.

«Posso aver fallato; e mi scusi,» rispose Renzo, aprendo, e disponendosi ad uscire.

«Giurate....» replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la mano tremante.

«Posso aver fallato,» ripetè Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in furia, troncando così la questione, che, al pari d'una questione di letteratura o di filosofia o d'altro, avrebbe potuto durar dei secoli, giacchè ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio argomento.

«Perpetua! Perpetua!» gridò don Abbondio, dopo avere invano richiamato il fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non sapeva più in che mondo si fosse.

È accaduto più d'una volta a personaggi di ben più alto affare che don Abbondio, di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la febbre. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perchè gli si offerse da sè. La paura del giorno avanti, la veglia angosciosa della notte, la paura avuta in quel momento, l'ansietà dell'avvenire, fecero l'effetto. Affannato e balordo, si ripose sul suo seggiolone, cominciò a sentirsi qualche brivido nell'ossa, si guardava le unghie sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con voce tremolante e stizzosa: «Perpetua!» La venne finalmente, con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i «voi sola potete aver parlato,» e i «non ho parlato,» tutti i pasticci insomma di quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di metter la stanga all'uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini, «son servito;» e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo.

Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d'ogni insidia; ma, in que' momenti, il suo cuore non batteva che per l'omicidio, la sua mente non era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e.... ma gli veniva in mente ch'era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti v'entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto non vi potrebb'entrare senza un esame, e ch'egli sopra tutto.... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d'appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell'immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d'alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo.—E Lucia?—Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v'entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de' suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de' santi, pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti, all'orrore che aveva tante volte provato al racconto d'un omicidio; e si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare. Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell'iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un'ombra tormentosa gli passava per la mente. Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n'era informata? Poteva colui aver concepita quell'infame passione, senza che lei se n'avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d'averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al suo promesso!

Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch'era nel mezzo del villaggio, e, attraversatolo, s'avviò a quella di Lucia, ch'era in fondo, anzi un po' fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino. Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzío che veniva da una stanza di sopra. S'immaginò che sarebbero amiche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava nel cortile, gli corse incontro gridando: «lo sposo! lo sposo!»

«Zitta, Bettina, zitta!» disse Renzo. «Vien qua; va su da Lucia, tirala in disparte, e dille all'orecchio.... ma che nessun senta, nè sospetti di nulla, ve'.... dille che ho da parlarle, che l'aspetto nella stanza terrena, e che venga subito.» La fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba d'avere una commission segreta da eseguire.

Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perchè si lasciasse vedere; e lei s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a guisa de' raggi d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch'esse, a ricami. Oltre a questo, ch'era l'ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d'una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand'in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s'accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all'orecchio.

«Vo un momento, e torno,» disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, «cosa c'è?» disse, non senza un presentimento di terrore.

«Lucia!» rispose Renzo, «per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie.»

«Che?» disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, «ah!» esclamò, arrossendo e tremando, «fino a questo segno!»

Lucia (pag. [32]).

«Dunque voi sapevate...?» disse Renzo.

«Pur troppo!» rispose Lucia; «ma a questo segno!»

«Che cosa sapevate?»

«Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli.»

Mentre ella partiva, Renzo susurrò: «non m'avete mai detto niente.»

«Ah, Renzo!» rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch'io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri?

Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all'orecchio, e dallo sparir della figlia, era discesa a veder cosa c'era di nuovo. La figlia la lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l'aspetto e la voce, come potè meglio, disse: «il signor curato è ammalato; e oggi non si fa nulla.» Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di nuovo.

Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l'accaduto. Due o tre andaron fin all'uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero.

«Un febbrone,» rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola, riportata all'altre, troncò le congetture che già cominciavano a brulicar ne' loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne' loro discorsi.


CAPITOLO III.

Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tutt'e due si volsero a chi ne sapeva più di loro, e da cui aspettavano uno schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso: tutt'e due, lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con l'amore diverso che ognun d'essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perchè avesse taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benchè ansiosa di sentir parlare la figlia, non potè tenersi di non farle un rimprovero. «A tua madre non dir niente d'una cosa simile!»

«Ora vi dirò tutto,» rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col grembiule.

«Parla, parla!—Parlate, parlate!» gridarono a un tratto la madre e lo sposo.

«Santissima Vergine!» esclamò Lucia: «chi avrebbe creduto che le cose potessero arrivare a questo segno!» E, con voce rotta dal pianto, raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia d'un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, com'ella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto aveva sentito quell'altro signore rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s'eran trovati ancora sulla strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e l'altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo. «Per grazia del cielo,» continuò Lucia, «quel giorno era l'ultimo della filanda. Io raccontai subito....»

«A chi hai raccontato?» domandò Agnese, andando incontro, non senza un po' di sdegno, al nome del confidente preferito.

«Al padre Cristoforo, in confessione, mamma,» rispose Lucia, con un accento soave di scusa. «Gli raccontai tutto, l'ultima volta che siamo andate insieme alla chiesa del convento: e, se vi ricordate, quella mattina, io andava mettendo mano ora a una cosa, ora a un'altra, per indugiare, tanto che passasse altra gente del paese avviata a quella volta, e far la strada in compagnia con loro; perchè, dopo quell'incontro, le strade mi facevan tanta paura....»

Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si raddolcì. «Hai fatto bene,» disse, «ma perchè non raccontar tutto anche a tua madre?»

Lucia aveva avute due buone ragioni: l'una, di non contristare nè spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto trovar rimedio; l'altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto più che Lucia sperava che le sue nozze avrebber troncata, sul principiare, quell'abbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò che la prima.

«E a voi,» disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol far riconoscere a un amico che ha avuto torto: «e a voi doveva io parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora!»

«E che t'ha detto il padre?» domandò Agnese.

«M'ha detto che cercassi d'affrettar le nozze il più che potessi, e intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che mi sforzai,» proseguì, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, «fu allora che feci la sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di concludere prima del tempo che s'era stabilito. Chi sa cosa avrete pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata, e tenevo per certo.... e questa mattina, ero tanto lontana da pensare....» Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di pianto.

«Ah birbone! ah dannato! ah assassino!» gridava Renzo, correndo innanzi e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del suo coltello.

«Oh che imbroglio, per amor di Dio!» esclamava Agnese. Il giovine si fermò d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: «questa è l'ultima che fa quell'assassino.»

«Ah! no, Renzo, per amor del cielo!» gridò Lucia. «No, no, per amor del cielo! Il Signore c'è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male?»

«No, no, per amor del cielo!» ripeteva Agnese.

«Renzo,» disse Lucia, con un'aria di speranza e di risoluzione più tranquilla: «voi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto lontano, che colui non senta più parlar di noi.»

«Ah Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrà farci la fede di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo maritati, oh allora...!»

Lucia si rimise a piangere: e tutt'e tre rimasero in silenzio, e in un abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva de' loro abiti.

«Sentite, figliuoli; date retta a me,» disse, dopo qualche momento, Agnese. «Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perchè non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d'un uomo che abbia studiato.... so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli.... Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor.... Come si chiama, ora? Oh to'! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia.»

«Lo conosco di vista,» disse Renzo.

«Bene,» continuò Agnese: «quello è una cima d'uomo! Ho visto io più d'uno ch'era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva dove batter la testa, e, dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col dottor Azzecca-garbugli, (badate bene di non chiamarlo così!) l'ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perchè non bisogna mai andar con le mani vôte da que' signori. Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.»

Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l'approvò; e Agnese, superba d'averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell'orto, per non esser veduto da' ragazzi, che gli correrebber dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o, come dicon colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fremendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.

Giunto al borgo, domandò dell'abitazione del dottore; gli fu indicata, e v'andò. All'entrare, si sentì preso da quella suggezione che i poverelli illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto, e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un'occhiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva, se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque Renzo andasse tirando indietro, perchè voleva che il dottore vedesse e sapesse ch'egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna diceva: «date qui, e andate innanzi.» Renzo fece un grande inchino: il dottore l'accolse umanamente, con un «venite, figliuolo,» e lo fece entrar con sè nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del quale eran distribuiti i ritratti de' dodici Cesari; la quarta, coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo, una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s'alzavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che s'accartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè coperto d'una toga ormai consunta, che gli aveva servito, molt'anni addietro, per perorare, ne' giorni d'apparato, quando andava a Milano, per qualche causa d'importanza. Chiuse l'uscio, e fece animo al giovine, con queste parole: «figliuolo, ditemi il vostro caso.»

«Vorrei dirle una parola in confidenza.»

«Son qui,» rispose il dottore: «parlate.» E s'accomodò sul seggiolone. Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del cappello, che faceva girar con l'altra, ricominciò: «vorrei sapere da lei che ha studiato....»

«Ditemi il fatto come sta,» interruppe il dottore.

«Lei m'ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei dunque sapere....»

«Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto, volete interrogare, perchè avete già i vostri disegni in testa.»

«Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perchè non faccia un matrimonio, c'è penale.»

—Ho capito,—disse tra sè il dottore, che in verità non aveva capito.—Ho capito.—E subito si fece serio, ma d'una serietà mista di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra, facendone uscire un suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso poi più chiaramente nelle sue prime parole. «Caso serio, figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e.... appunto, in una dell'anno scorso, dell'attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano.»

Così dicendo, s'alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio.

«Dov'è ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani! Ma la dev'esser qui sicuro, perchè è una grida d'importanza. Ah! ecco, ecco.» La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso ancor più serio, esclamò: «il 15 d'ottobre 1627! Sicuro; è dell'anno passato: grida fresca; son quelle che fanno più paura. Sapete leggere, figliuolo?»

«Un pochino, signor dottore.»

«Bene, venitemi dietro con l'occhio, e vedrete.»

E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a leggere, borbottando a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con grand'espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno:

«Se bene, per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di Feria ai 14 di dicembre 1620, et confirmata dall'Illustriss. et Eccellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, eccetera, fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni, concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contra questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli eccessi, e la malitia, eccetera, è cresciuta a segno, che ha posto in necessità l'Eccell. Sua, eccetera. Onde, col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha risoluto che si pubblichi la presente.

«E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l'esperienza che molti, così nelle Città, come nelle Ville.... sentite? di questo Stato, con tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre, d'affitti.... eccetera: dove sei? ah! ecco; sentite: che seguano o non seguano matrimonii. Eh?»

«E il mio caso,» disse Renzo.

«Sentite, sentite, c'è ben altro; e poi vedremo la pena. Si testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove abita, eccetera; che quello paghi un debito; quell'altro non lo molesti, quello vada al suo molino: tutto questo non ha che far con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia quello che è obbligato per l'uficio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh?»

«Pare che abbian fatta la grida apposta per me.»

«Eh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, e plebei. Non se ne scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benchè siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S. E., per la presente, non derogando, eccetera, ordina e comanda che contra li contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla morte.... una piccola bagattella! all'arbitrio dell'Eccellenza Sua, o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo ir-re-mis-si-bil-men-te e con ogni rigore, eccetera. Ce n'è della roba, eh? E vedete qui le sottoscrizioni: Gonzalo Fernandez de Cordova; e più in giù: Platonus; e qui ancora: Vidit Ferrer: non ci manca niente.»

Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con l'occhio, cercando di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover essere il suo aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si maravigliava.—Che sia matricolato costui,—pensava tra sè. «Ah! ah!» gli disse poi: «vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l'animo di fare, in un'occasione.»

Per intender quest'uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi che, a quel tempo, i bravi di mestiere; i facinorosi d'ogni genere, usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una visiera, all'atto d'affrontar qualcheduno, ne' casi in cui stimasser necessario di travisarsi, e l'impresa fosse di quelle, che richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in silenzio su questa moda. Comanda Sua Eccellenza (il marchese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in caso d'inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale, all'arbitrio di Sua Eccellenza.

Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia bisogno per coprire simili mancamenti e niente di più; avvertendo bene a non eccedere il dovere epura necessità, per (non) incorrere nella pena agli altri contraffacienti imposta.

E parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all'arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, nè capelli più lunghi dell'ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il ciuffo era dunque quasi una parte dell'armatura, e un distintivo de' bravacci e degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi. Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più mitigata, nel dialetto: e non ci sarà forse nessuno de' nostri lettori milanesi, che non si rammenti d'aver sentito, nella sua fanciullezza, o i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto.

...«Ce n'è della roba, eh? E vedete le sottoscrizioni»...(pag. [39]).

«In verità, da povero figliuolo,» rispose Renzo, «io non ho mai portato ciuffo in vita mia.»

«Non facciam niente,» rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. «Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch'io v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch'io sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l'affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sè, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli.... Purchè non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l'umore dell'amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d'attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell'orecchio; perchè, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c'è rimedio anche per quelle. D'ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio; serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr'occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito.»

Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un'attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand'ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: «oh! signor dottore, come l'ha intesa? l'è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io; e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l'hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d'aver visto quella grida.»

«Diavolo!» esclamò il dottore, spalancando gli occhi. «Che pasticci mi fate? Tant'è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?»

«Ma mi scusi; lei non m'ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com'è. Sappia dunque ch'io dovevo sposare oggi,» e qui la voce di Renzo si commosse, «dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest'estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s'era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse.... basta, per non tediarla, io l'ho fatto parlar chiaro, com'era giusto; e lui m'ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo....»

«Eh via!» interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, «eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m'impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria.»

«Le giuro....»

«Andate, vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri giuramenti? Io non c'entro: me ne lavo le mani.» E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. «Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.»

«Ma senta, ma senta,» ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l'uscio; e, quando ve l'ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: «restituite subito a quest'uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.»

Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch'era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un'occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione.

Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe ben parlato de' grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli del dottore, Lucia disse che bisognava veder d'aiutarsi in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma da metter l'opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch'era accaduto. «Sicuro,» disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera; giacchè andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si senti un picchietto all'uscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto: «Deo gratias.» Lucia, immaginandosi chi poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l'imboccatura attortigliata e stretta nelle due mani sul petto.

«Oh fra Galdino!» dissero le due donne.

«Il Signore sia con voi,» disse il frate. «Vengo alla cerca delle noci.»

«Va a prender le noci per i padri,» disse Agnese. Lucia s'alzò, e s'avviò all'altra stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro le spalle di fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e, mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un'occhiata che chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa autorità.

Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: «e questo matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa confusione, come se ci fosse una novità. Cos'è stato?»

«Il signor curato è ammalato, e bisogna differire,» rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa. «E come va la cerca?» soggiunse poi, per mutar discorso.

«Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui.» E, così dicendo, si levò la bisaccia d'addosso, e la fece saltar tra le due mani. «Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto picchiare a dieci porte.»

«Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s'ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto.»

«E per far tornare il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna? L'elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt'anni sono, in quel nostro convento di Romagna?»

«No, in verità; raccontatemelo un poco.»

«Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d'inverno, passando per una viottola, in un campo d'un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole.—Che fate voi a quella povera pianta? domandò il padre Macario.—Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna.—Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, quest'anno, la farà più noci che foglie. Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada,—padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento.—Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perchè andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav'uomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscotere la metà ch'era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de' frati. Que' giovinastri ebber voglia d'andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l'uscio, va verso il cantuccio dov'era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede.... che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perchè, dopo un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento la carità d'un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva tant'olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno; perchè noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi.»

Qui ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia tese e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia, la metteva giù, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi l'abbondante elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in auguri, in promesse, in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s'avviava. Ma Lucia, richiamatolo, disse: «vorrei un servizio da voi; vorrei che diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi faccia la carità di venir da noi poverette, subito subito; perchè non possiamo andar noi alla chiesa.»

«Non volete altro? Non passerà un'ora che il padre Cristoforo saprà il vostro desiderio.»

«Mi fido.»

«Non dubitate.» E così detto, se n'andò, un po' più curvo e più contento, di quel che fosse venuto.

Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la commissione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun si pensi che quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi uomo di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno; ma tale era la condizione de' cappuccini, che nulla pareva per loro troppo basso, nè troppo elevato. Servir gl'infimi, ed esser servito dai potenti, entrar ne' palazzi e ne' tuguri, con lo stesso contegno d'umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chieder l'elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d'esser alle mani tra loro, gl'inzaccherassero la barba di fango. La parola «frate» veniva, in que' tempi, proferita col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini, forse più d'ogni altr'ordine, eran oggetto de' due opposti sentimenti, e provavano le due opposte fortune; perchè, non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione d'umiltà, s'esponevan più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, e dal diverso pensare degli uomini.

Partito fra Galdino, «tutte quelle noci!» esclamò Agnese: «in quest'anno!»

«Mamma, perdonatemi,» rispose Lucia; «ma, se avessimo fatta un'elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora, Dio sa quanto, prima d'aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente....»

«Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto,» disse Agnese, la quale, co' suoi difettucci, era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza.

In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l'ultima trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno.

«Bel parere che m'avete dato!» disse ad Agnese. «M'avete mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli!» E raccontò il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono, e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava d'aver trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come accade a quelli che sono nella sventura e nell'impiccio. «Ma, se il padre,» disse, «non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o nell'altro.»

Le donne consigliaron la pace, la pazienza, la prudenza. «Domani,» disse Lucia, «il padre Cristoforo verrà sicuramente; e vedrete che troverà qualche rimedio, di quelli che noi poveretti non sappiam nemmeno immaginare.»

«Lo spero;» disse Renzo; «ma, in ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo c'è giustizia finalmente.»

Co' dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite, quel giorno era passato; e cominciava a imbrunire.

«Buona notte,» disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva risolversi d'andarsene.

«Buona notte,» rispose Renzo, ancor più tristamente.

«Qualche santo ci aiuterà,» replicò Lucia: «usate prudenza, e rassegnatevi.»

La madre aggiunse altri consigli dello stesso genere; e lo sposo se n'andò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole: «a questo mondo c'è giustizia, finalmente!» Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica.


CAPITOLO IV.

Il sole non era ancor tutto apparso sull'orizzonte, quando il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dov'era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell'Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all'entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s'alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de' monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendii, e nella valle. Un venticello d'autunno, staccando da' rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall'albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta ne' campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d'uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s'incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benchè non avesser nulla a sperar da lui, giacchè un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l'elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de' lavoratori sparsi ne' campi, aveva qualcosa d'ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d'andar a sentire qualche sciagura.

—Ma perchè si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perchè, al primo avviso, s'era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo?—Bisogna soddisfare a tutte queste domande.

Padre Cristoforo. (pag. [49]).

Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s'alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un'astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d'espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso.

Il padre Cristoforo non era sempre stato così, nè sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell'unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e s'era dato a viver da signore.

Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare ch'era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli comparivan sempre nella memoria, come l'ombra di Banco a Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso de' parassiti. E non si potrebbe dire la cura che dovevano aver que' poveretti, per schivare ogni parola che potesse parere allusiva all'antica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne' momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d'aver apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno di que' commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d'un bambino, rispose: «eh! io fo l'orecchio del mercante.» Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone, che s'era rannuvolata: l'uno e l'altro avrebber voluto riprender quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da sè, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto. Ognuno scansava d'incontrar gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n'andò; e l'imprudente o, per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito. Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continue, temendo sempre d'essere schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella professione di cui allora si vergognava, l'aveva pure esercitata per tant'anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la condizione de' tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere e d'esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e giovinetto.

Lodovico aveva contratto abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l'avevano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di vivere non s'accordava, nè con l'educazione, nè con la natura di Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico; perchè gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili. Con questo misto d'inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo, s'era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l'aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l'angherie e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne commettevano alla giornata; ch'erano appunto coloro coi quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d'un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, s'intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un'altra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de' torti. L'impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni; perchè, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più ribaldi; e vivere co' birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più d'una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in pensiero dell'avvenire, per le sue sostanze che se n'andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più d'una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que' tempi, era il ripiego più comune, per uscir d'impicci. Ma questa, che sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione, a causa d'un accidente, il più serio che gli fosse ancor capitato.

Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquant'anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacchè è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, s'avanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta all'alterigia e allo sprezzo. Tutt'e due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. L'altro pretendeva, all'opposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d'andar nel mezzo; e ciò in forza d'un'altra consuetudine. Perocchè, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s'abbattesse in un'altra della stessa tempra. Que' due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse in un tono corrispondente di voce: «fate luogo.»

«Fate luogo voi,» rispose Lodovico. «La diritta è mia.»

«Co' vostri pari, è sempre mia.»

«Sì, se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei.»

I bravi dell'uno e dell'altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il puntiglio de' contendenti.

«Nel mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come si tratta co' gentiluomini.»

«Voi mentite ch'io sia vile.»

«Tu menti ch'io abbia mentito.» Questa risposta era di prammatica. «E, se tu fossi cavaliere, come son io,» aggiunse quel signore, «ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.»

«E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co' fatti l'insolenza delle vostre parole.»

«Gettate nel fango questo ribaldo,» disse il gentiluomo, voltandosi a' suoi.

«Vediamo!» disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.

«Temerario!» gridò l'altro, sfoderando la sua: «io spezzerò questa, quando sarà macchiata del tuo vil sangue.»

Così s'avventarono l'uno all'altro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa de' loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perchè Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell'estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sè, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch'era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono dall'altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que' due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.

«Com'è andata?—È uno.—Son due.—Gli ha fatto un occhiello nel ventre.—Chi è stato ammazzato?—Quel prepotente.—Oh santa Maria, che sconquasso!—Chi cerca trova.—Una le paga tutte.—Ha finito anche lui.—Che colpo!—Vuol essere una faccenda seria.—E quell'altro disgraziato!—Misericordia! che spettacolo!—Salvatelo, salvatelo.—Sta fresco anche lui.—Vedete com'è concio! butta sangue da tutte le parti.—Scappi, scappi. Non si lasci prendere.»

Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne anche l'aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a' birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia. L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: «è un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l'ha fatto per sua difesa: c'è stato tirato per i capelli.»

Lodovico non aveva mai, prima d'allora, sparso sangue; e, benchè l'omicidio fosse, a que' tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d'ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l'impressione ch'egli ricevette dal veder l'uomo morto per lui, e l'uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore. Strascinato al convento, non sapeva quasi dove si fosse, nè cosa si facesse; e, quando fu tornato in sè, si trovò in un letto dell'infermeria, nelle mani del frate chirurgo, (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni convento) che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch'egli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare era d'assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell'infermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, «consolatevi» gli disse: «almeno è morto bene, e m'ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo.» Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti ch'eran confusi e affollati nel suo animo: dolore dell'amico, sgomento e rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo, un'angosciosa compassione dell'uomo che aveva ucciso. «E l'altro?» domandò ansiosamente al frate.

«L'altro era spirato, quand'io arrivai.»

Frattanto, gli accessi e i contorni del convento formicolavan di popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla, e si postò a una certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini e un vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande accompagnamento di bravi; e si misero a far la ronda intorno, guardando, con aria e con atti di dispetto minaccioso, que' curiosi, che non osavan dire: gli sta bene; ma l'avevano scritto in viso.

Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le chiedesse in suo nome perdono d'essere stato lui la cagione, quantunque ben certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo, l'assicurasse ch'egli prendeva la famiglia sopra di sè. Riflettendo quindi a' casi suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente: gli parve che Dio medesimo l'avesse messo sulla strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli manifestò il suo desiderio. N'ebbe in risposta, che bisognava guardarsi dalle risoluzioni precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (ch'era tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse una contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati.

La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti, i quali, per cagion sua, erano in un bell'intrigo. Rimandarlo dal convento, ed esporlo così alla giustizia, cioè alla vendetta de' suoi nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebbe stato lo stesso che rinunziare a' propri privilegi, screditare il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i cappuccini dell'universo, per aver lasciato violare il diritto di tutti, concitarsi contro tutte l'autorità ecclesiastiche, le quali si consideravan come tutrici di questo diritto. Dall'altra parte, la famiglia dell'ucciso, potente assai, e per sè, e per le sue aderenze, s'era messa al punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico chiunque s'attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dell'ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch'eran tutti smaniosi d'aver nell'unghie l'uccisore, o vivo o morto. Ora questo, vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa maniera, un'emenda, s'imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon l'armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che s'era fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir sur un saccone, a viver d'elemosina, poteva parere una punizione competente, anche all'offeso il più borioso.

Il padre guardiano si presentò, con un'umiltà disinvolta, al fratello del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l'illustrissima casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: «è un troppo giusto dolore.» Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che l'uccisor di suo fratello partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che l'altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d'ubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d'impiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione; contento finalmente, e più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava una vita d'espiazione e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma si consolò subito, col pensiero che anche quell'ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo d'espiazione. Così, a trent'anni, si ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo l'uso, lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo.

Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl'intimò che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia lontano, e che partirebbe all'indomani. Il novizio s'inchinò profondamente, e chiese una grazia. «Permettetemi, padre,» disse, «che, prima di partir da questa città, dove ho sparso il sangue d'un uomo, dove lascio una famiglia crudelimente offesa, io la ristori almeno dell'affronto, ch'io mostri almeno il mio rammarico di non poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell'ucciso, e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo.» Al guardiano parve che un tal passo, oltre all'esser buono in sè, servirebbe a riconciliar sempre più la famiglia col convento; e andò diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra Cristoforo. A proposta così inaspettata, colui senti, insieme con la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche compiacenza. Dopo aver pensato un momento, «venga domani,» disse; e assegnò l'ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso desiderato.

Il gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione fosse solenne e clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito presso tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con un'eleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece avvertire in fretta tutti i parenti che, all'indomani, a mezzogiorno, restassero serviti (così si diceva allora) di venir da lui, a ricevere una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo brulicava di signori d'ogni età e d'ogni sesso: era un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti, un moversi librato di gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di rabescate zimarre. Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo vide quell'apparecchio, ne indovinò il motivo, e provò un leggier turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sè:—sta bene: l'ho ucciso in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandolo, questa è riparazione.—Così, con gli occhi bassi, col padre compagno al fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra una folla che lo squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì le scale, e, di mezzo all'altra folla signorile, che fece ala al suo passaggio, seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron di casa; il quale, circondato da' parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria, impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto.

C'è talvolta, nel volto e nel contegno d'un uomo, un'espressione così immediata, si direbbe quasi un'effusione dell'animo interno, che, in una folla di spettatori, il giudizio sopra quell'animo sarà un solo. Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non s'era fatto frate, nè veniva a quell'umiliazione per timore umano: e questo cominciò a conciliarglieli tutti. Quando vide l'offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: «io sono l'omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d'accettarle per l'amor di Dio.» Tutti gli occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s'alzò, per tutta la sala, un mormorío di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e d'ira compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso l'inginocchiato, «alzatevi,» disse, con voce alterata: «l'offesa.... il fatto veramente.... ma l'abito che portate.... non solo questo, ma anche per voi.... S'alzi, padre.... Mio fratello.... non lo posso negare.... era un cavaliere.... era un uomo.... un po' impetuoso.... un po' vivo. Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli più.... Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura.» E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: «io posso dunque sperare che lei m'abbia concesso il suo perdono! E se l'ottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! s'io potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono!»

«Perdono?» disse il gentiluomo. «Lei non ne ha più bisogno. Ma pure, poichè lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti....»

«Tutti! tutti!» gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate s'aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un'umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell'aspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace.

Un «bravo! bene!» scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: «padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d'amicizia.» E si mise per servirlo prima d'ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, «queste cose,» disse, «non fanno più per me; ma non sarà mai ch'io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perchè io possa dire d'aver goduto la sua carità, d'aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono.» Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto d'argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nell'anticamere, per isbrigarsi da' servitori, e anche da' bravi, che gli baciavano il lembo dell'abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della città; d'onde uscì, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato.

Il fratello dell'ucciso, e il parentado, che s'erano aspettati d'assaporare in quel giorno la trista gioia dell'orgoglio, si trovarono invece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. La compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietà e con una cordialità insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era preparato, andando là. Invece di soddisfazioni prese, di soprusi vendicati, d'impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione, la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto commosso, riandava tra sè, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò ch'egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti:—diavolo d'un frate! (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole)—diavolo d'un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m'abbia ammazzato il fratello.—La nostra storia nota espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore fu un po' men precipitoso, e un po' più alla mano.

Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai più provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la sua vita doveva esser consacrata. Il silenzio ch'era imposto a' novizi, l'osservava, senza avvedersene, assorto com'era, nel pensiero delle fatiche, delle privazioni e dell'umiliazioni che avrebbe sofferte, per iscontare il suo fallo. Fermandosi, all'ora della refezione, presso un benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del pane del perdono: ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un ricordo perpetuo.

Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura, gli ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare e d'assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un'occasione d'esercitarne due altri, che s'era imposti da sè: accomodar differenze, e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte, senza ch'egli se n'avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un resticciolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazioni e le macerazioni non avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità combattuta, l'uomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che, secondato e modificato da un'enfasi solenne, venutagli dall'uso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l'aspetto, annunziava una lunga guerra, tra un'indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa, sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva una volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale, che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva.

Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto l'aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente. Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta più sollecitudine, in quanto conosceva e ammirava l'innocenza di lei, era già in pensiero per i suoi pericoli, e sentiva un'indegnazione santa, per la turpe persecuzione della quale era divenuta l'oggetto. Oltre di ciò, avendola consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch'era in lui come ingenita, s'aggiungeva, in questo caso, quell'angustia scrupolosa che spesso tormenta i buoni.

Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre Cristoforo, è arrivato, s'è affacciato all'uscio; e le donne, lasciando il manico dell'aspo che facevan girare e stridere, si sono alzate, dicendo, a una voce: «oh padre Cristoforo! sia benedetto!»


CAPITOLO V.

Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena ebbe data un'occhiata alle donne, dovette accorgersi che i suoi presentimenti non eran falsi. Onde, con quel tono d'interrogazione che va incontro a una trista risposta, alzando la barba con un moto leggiero della testa all'indietro, disse: «ebbene?» Lucia rispose con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse d'aver osato.... ma il frate s'avanzò, e, messosi a sedere sur un panchetto a tre piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: «quietatevi, povera figliuola. E voi,» disse poi ad Agnese, «raccontatemi cosa c'è!» Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il frate diventava di mille colori, e ora alzava gli occhi al cielo, ora batteva i piedi. Terminata la storia, si coprì il volto con le mani, ed esclamò: «o Dio benedetto! fino a quando...!» Ma, senza compir la frase, voltandosi di nuovo alle donne: «poverette!» disse: «Dio vi ha visitate. Povera Lucia!»

«Non ci abbandonerà, padre?» disse questa, singhiozzando.

«Abbandonarvi!» rispose. «E con che faccia potrei io chieder a Dio qualcosa per me, quando v'avessi abbandonata? voi in questo stato! voi, ch'Egli mi confida! Non vi perdete d'animo: Egli v'assisterà: Egli vede tutto: Egli può servirsi anche d'un uomo da nulla come son io, per confondere un.... Vediamo, pensiamo quel che si possa fare.»

Così dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento, come per tener ferme e unite tutte le potenze dell'animo. Ma la più attenta considerazione non serviva che a fargli scorgere più distintamente quanto il caso fosse pressante e intrigato, e quanto scarsi, quanto incerti e pericolosi i ripieghi.—Mettere un po' di vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi al suo dovere? Vergogna e dovere sono un nulla per lui, quando ha paura. E fargli paura? Che mezzi ho io mai di fargliene una che superi quella che ha d'una schioppettata? Informar di tutto il cardinale arcivescovo, e invocar la sua autorità? Ci vuol tempo: e intanto? e poi? Quand'anche questa povera innocente fosse maritata, sarebbe questo un freno per quell'uomo? Chi sa a qual segno possa arrivare?... E resistergli? Come? Ah! se potessi, pensava il povero frate, se potessi tirar dalla mia i miei frati di qui, que' di Milano! Ma! non è un affare comune; sarei abbandonato. Costui fa l'amico del convento, si spaccia per partigiano de' cappuccini: e i suoi bravi non son venuti più d'una volta a ricoverarsi da noi? Sarei solo in ballo; mi buscherei anche dell'inquieto, dell'imbroglione, dell'accattabrighe; e, quelch'è più, potrei fors'anche, con un tentativo fuor di tempo, peggiorar la condizione di questa poveretta.—Contrappesato il pro e il contro di questo e di quel partito, il migliore gli parve d'affrontar don Rodrigo stesso, tentar di smoverlo dal suo infame proposito, con le preghiere, coi terrori dell'altra vita, anche di questa, se fosse possibile. Alla peggio, si potrebbe almeno conoscere, per questa via, più distintamente quanto colui fosse ostinato nel suo sporco impegno, scoprir di più le sue intenzioni, e prender consiglio da ciò.

Mentre il frate stava così meditando, Renzo, il quale, per tutte le ragioni che ognun può indovinare, non sapeva star lontano da quella casa, era comparso sull'uscio; ma, visto il padre sopra pensiero, e le donne che facevan cenno di non disturbarlo, si fermò sulla soglia, in silenzio. Alzando la faccia, per comunicare alle donne il suo progetto, il frate s'accorse di lui, e lo salutò in un modo ch'esprimeva un'affezione consueta, resa più intensa dalla pietà.

«Le hanno detto..., padre?» gli domandò Renzo, con voce commossa.

«Pur troppo; e per questo son qui.»

«Che dice di quel birbone...?»

«Che vuoi ch'io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio non t'abbandonerà.»

«Benedette le sue parole!» esclamò il giovine. «Lei non è di quelli che dan sempre torto a' poveri. Ma il signor curato, e quel signor dottor delle cause perse....»

«Non rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a queste donne: per quel poco che posso, non v'abbandonerò.»

«Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh eh! Eran pronti a dare il sangue per me; m'avrebbero sostenuto contro il diavolo. S'io avessi avuto un nemico?... bastava che mi lasciassi intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse come si ritirano....» A questo punto, alzando gli occhi al volto del padre, vide che s'era tutto rannuvolato, e s'accorse d'aver detto ciò che conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s'andava intrigando e imbrogliando: «volevo dire.... non intendo dire.... cioè, volevo dire....»

«Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l'opera mia, prima che fosse intrapresa! Buon per te che sei stato disingannato in tempo. Che! tu andavi in cerca d'amici.... quali amici!... che non t'avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi di perder Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu che Dio è l'amico de' tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter fuori l'unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure....» A questo punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza perder d'autorità, s'atteggiò d'una compunzione solenne, gli occhi s'abbassarono, la voce divenne lenta e come sotterranea: «quando pure.... è un terribile guadagno! Renzo! vuoi tu confidare in me?... che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?»

«Oh sì!» rispose Renzo. «Quello è il Signore davvero.»

«Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che ti lascerai guidar da me.»

«Lo prometto.»

Lucia fece un gran respiro, come se le avesser levato un peso d'addosso; e Agnese disse: «bravo figliuolo.»

«Sentite, figliuoli,» riprese fra Cristoforo: «io anderò oggi a parlare a quell'uomo. Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie parole, bene: se no, Egli ci farà trovare qualche altro rimedio. Voi intanto, statevi quieti, ritirati, scansate le ciarle, non vi fate vedere. Stasera, o domattina al più tardi, mi rivedrete.» Detto questo, troncò tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e partì. S'avviò al convento, arrivò a tempo d'andare in coro a cantar sesta, desinò, e si mise subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva provarsi d'ammansare.

Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una bicocca, sulla cima d'uno de' poggi ond'è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l'anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi del paese. Dando un' occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere, alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de' fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocativo.

....se quattro creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d'abitanti. (pag. [65]).

Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palazzotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non voleva esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada, chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da grosse inferriate, e quelle del pian terreno tant'alte che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d'un altro.—Regnava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d'abitanti. Due grand'avoltoi, con l'ali spalancate, e co' teschi penzoloni, l'uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l'altro ancor saldo e pennuto, erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi, sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d'esser chiamati a goder gli avanzi della tavola del signore. Il padre si fermò ritto, in atto di chi si dispone ad aspettare; ma un de' bravi s'alzò, e gli disse: «padre, padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini: noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che fuori non era troppo buon'aria per me; e se mi avesser tenuta la porta chiusa, la sarebbe andata male.» Così dicendo, diede due picchi col martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand'inchino, acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l'ospite in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una cert'aria di maraviglia e di rispetto, disse: «non è lei.... il padre Cristoforo di Pescarenico?»

«Per l'appunto.»

«Lei qui?»

«Come vedete, buon uomo.»

«Sarà per far del bene. Del bene,» continuò mormorando tra i denti, e rincamminandosi, «se ne può far per tutto.» Attraversati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all'uscio della sala del convito. Quivi un gran frastono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi. Il frate voleva ritirarsi, e stava contrastando dietro l'uscio col servitore, per ottenere d'esser lasciato in qualche canto della casa, fin che il pranzo fosse terminato; quando l'uscio s'aprì. Un certo conte Attilio, che stava seduto in faccia (era un cugino del padron di casa; e abbiam già fatta menzione di lui, senza nominarlo), veduta una testa rasa e una tonaca, e accortosi dell'intenzione modesta del buon frate, «ehi! ehi!» gridò: «non ci scappi, padre riverito: avanti, avanti.» Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il soggetto di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso, n'avrebbe fatto di meno. Ma, poichè lo spensierato d'Attilio aveva fatta quella gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro; e disse: «venga, padre, venga.» II padre s'avanzò, inchinandosi al padrone, e rispondendo, a due mani, ai saluti de' commensali.

L'uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a tutti) immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto però, per fargli prender quell'attitudine, si richiedon molte circostanze, le quali ben di rado si riscontrano insieme. Perciò, non vi maravigliate se fra Cristoforo, col buon testimonio della sua coscienza, col sentimento fermissimo della giustizia della causa che veniva a sostenere, con un sentimento misto d'orrore e di compassione per don Rodrigo, stesse con una cert'aria di suggezione e di rispetto, alla presenza di quello stesso don Rodrigo, ch'era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d'amici, d'omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero. Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soverchieria, il quale era venuto da Milano a villeggiare, per alcuni giorni, con lui. A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, temperato però d'una certa sicurezza, e d'una certa saccenteria, il signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo, come s'è visto di sopra. In faccia al podestà, in atto d'un rispetto il più puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli, in cappa nera, e col naso più rubicondo del solito: in faccia ai due cugini, due convitati oscuri, de' quali la nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse.

«Da sedere al padre,» disse don Rodrigo. Un servitore presentò una sedia, sulla quale si mise il padre Cristoforo, facendo qualche scusa al signore, d'esser venuto in ora inopportuna. «Bramerei di parlarle da solo a solo, con suo comodo, per un affare d'importanza,» soggiunse poi, con voce più sommessa, all'orecchio di don Rodrigo.

«Bene, bene, parleremo;» rispose questo: «ma intanto si porti da bere al padre.»

II padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo al trambusto ch'era ricominciato, gridava: «no, per bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, nè un creditore insolente, senza aver assaggiate le legna de' miei boschi.» Queste parole eccitarono un riso universale, e interruppero un momento la questione che s'agitava caldamente tra i commensali. Un servitore, portando sur una sottocoppa un'ampolla di vino, e un lungo bicchiere in forma di calice, lo presentò al padre; il quale, non volendo resistere a un invito tanto pressante dell'uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò a mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino.

«L'autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà riverito; anzi è contro di lei;» riprese a urlare il conte Attilio: «perchè quell'uomo erudito, quell'uomo grande, che sapeva a menadito tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d'Argante, prima d'esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio Buglione....»

«Ma questo» replicava, non meno urlando, il podestà, «questo è un di più, un mero di più, un ornamento poetico, giacchè il messaggiero è di sua natura inviolabile, per diritto delle genti, jure gentium: e, senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano. E, non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto....»

«Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario, che non conosceva le prime...?»

«Con buona licenza di lor signori,» interruppe don Rodrigo, il quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti: «rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza.»

«Bene, benissimo,» disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto garbata il far decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre il podestà, più infervorato di cuore nella questione, si chetava a stento, e con un certo viso, che pareva volesse dire: ragazzate.

«Ma, da quel che mi pare d'aver capito,» disse il padre, «non son cose di cui io mi deva intendere.»

«Solite scuse di modestia di loro padri;» disse don Rodrigo: «ma non mi scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col cappuccio in capo, e che il mondo l'ha conosciuto. Via, via: ecco la questione.»

«Il fatto è questo,» cominciava a gridare il conte Attilio.

«Lasciate dir a me, che son neutrale, cugino,» riprese don Rodrigo. «Ecco la storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida, e in risposta dà alcune bastonate al portatore. Si tratta....»

«Ben date, ben applicate,» gridò il conte Attilio. «Fu una vera ispirazione.»

«Del demonio,» soggiunse il podestà. «Battere un ambasciatore! persona sacra! Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione da cavaliere.»

«Sì, signore, da cavaliere,» gridò il conte: «e lo lasci dire a me, che devo intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero stati pugni, sarebbe un'altra faccenda; ma il bastone non isporca le mani a nessuno. Quello che non posso capire è perchè le premano tanto le spalle d'un mascalzone.»

«Chi le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa dire spropositi che non mi son mai passati per la mente. Ho parlato del carattere, e non di spalle, io. Parlo sopra tutto del diritto delle genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani mandavano a intimar le sfide agli altri popoli, chiedevan licenza d'esporre l'ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittore che faccia menzione che un feciale sia mai stato bastonato.»

«Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch'è la vera, dico e sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo....»

«Risponda un poco a questo sillogismo.»

«Niente, niente, niente.»

«Ma ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato è atto proditorio; atqui il messo de quo era senz'arme; ergo....»

«Piano, piano, signor podestà.»

«Che piano?»

«Piano, le dico: cosa mi viene a dire? Atto proditorio è ferire uno con la spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena: e, anche per questo, si possono dar certi casi.... ma stiamo nella questione. Concedo che questo generalmente possa chiamarsi atto proditorio; ma appoggiar quattro bastonate a un mascalzone! Sarebbe bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si direbbe a un galantuomo: mano alla spada.—E lei, signor dottor riverito, in vece di farmi de' sogghigni, per farmi capire ch'è del mio parere, perchè non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, per aiutarmi a persuader questo signore?»

«Io....» rispose confusetto il dottore: «io godo di questa dotta disputa: e ringrazio il bell'accidente che ha dato occasione a una guerra d'ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar sentenza: sua signoria illustrissima ha già delegato un giudice.... qui il padre....»

«È vero;» disse don Rodrigo: «ma come volete che il giudice parli, quando i litiganti non vogliono stare zitti?»

«Ammutolisco,» disse il conte Attilio. Il podestà strinse le labbra, e alzò la mano, come in atto di rassegnazione.

«Ah sia ringraziato il cielo! A lei, padre,» disse don Rodrigo, con una serietà mezzo canzonatoria.

«Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n'intendo,» rispose fra Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore.

«Scuse magre:» gridarono i due cugini: «vogliamo la sentenza.»

«Quand'è così,» riprese il frate, «il mio debole parere sarebbe che non vi fossero nè sfide, nè portatori, nè bastonate.»

I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati.

«Oh questa è grossa!» disse il conte Attilio. «Mi perdoni, padre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo.»

«Lui?» disse don Rodrigo: «me lo volete far ridire: lo conosce, cugino mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica se non ha fatta la sua carovana?»

In vece di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto a sè medesimo:—queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto.

«Sarà,» disse il cugino: «ma il padre.... come si chiama il padre?»

«Padre Cristoforo,» rispose più d'uno.

«Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d'onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile.»

«Animo, dottore,» scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti, «animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo.»

«In verità,» rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al padre, «in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall'impiccio di proferire una sentenza.»

Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate.

Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a suscitare un'altra. «A proposito,» disse, «ho sentito che a Milano correvan voci d'accomodamento.»

Il lettore sa che in quell'anno si combatteva per la successione al ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di Richelieu, sosteneva quel principe, suo ben affetto, e naturalizzato francese: Filippo IV, ossia il conte d'Olivares, comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell'impero, così le due parti s'adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso l'imperator Ferdinando II, la prima perchè accordasse l'investitura al nuovo duca; la seconda perchè gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato.

«Non son lontano dal credere,» disse il conte Attilio, «che le cose si possano accomodare. Ho certi indizi....»

«Non creda, signor conte, non creda,» interruppe il podestà. «Io, in questo cantuccio, posso saperle le cose; perchè il signor castellano spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po' di bene, e per esser figliuolo d'un creato del conte duca, è informato d'ogni cosa....»

«Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri personaggi; e so di buon luogo che il papa, interessatissimo, com'è, per la pace, ha fatto proposizioni....»

«Così dev'essere; la cosa è in regola; sua santità fa il suo dovere; un papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani; ma il conte duca ha la sua politica, e....»

«E, e, e; sa lei, signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? Le cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, per esempio, fino a che segno l'imperatore possa ora fidarsi di quel suo principe di Valdistano o di Vallistai, o come lo chiamano, e se....»

«Il nome legittimo in lingua alemanna,» interruppe ancora il podestà, «è Vagliensteino, come l'ho sentito proferir più volte dal nostro signor castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che....»

«Mi vuole insegnare...?» riprendeva il conte; ma don Rodrigo gli diè d'occhio, per fargli intendere che, per amor suo, cessasse di contraddire. Il conte tacque, e il podestà, come un bastimento disimbrogliato da una secca, continuò, a vele gonfie, il corso della sua eloquenza. «Vagliensteino mi dà poco fastidio; perchè il conte duca ha l'occhio a tutto, e per tutto; e se Vagliensteino vorrà fare il bell'umore, saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le cattive. Ha l'occhio per tutto, dico, e le mani lunghe; e, se ha fisso il chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è, che il signor duca di Nevers non metta le radici in Mantova, il signor duca di Nevers non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù farà un buco nell'acqua. Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale, a voler cozzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il vero, che vorrei rinascere di qui a dugent'anni, per sentir cosa diranno i posteri, di questa bella pretensione. Ci vuol altro che invidia; testa vuol essere: e teste come la testa d'un conte duca, ce n'è una sola al mondo. Il conte duca, signori miei,» proseguiva il podestà, sempre col vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di non incontrar mai uno scoglio: «il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond'è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscon niente. Io posso parlare con qualche cognizion di causa; perchè quel brav'uomo del signor castellano si degna di trattenersi meco, con qualche confidenza. Il conte duca, viceversa, sa appuntino cosa bolle in pentola di tutte l'altre corti; e tutti que' politiconi (che ce n'è di diritti assai, non si può negare) hanno appena immaginato un disegno, che il conte duca te l'ha già indovinato, con quella sua testa, con quelle sue strade coperte, con que' suoi fili tesi per tutto. Quel pover'uomo del cardinale di Riciliù tenta di qua, fiuta di là, suda, s'ingegna: e poi? quando gli è riuscito di scavare una mina, trova la contrammina già bell'e fatta dal conte duca....»

Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Rodrigo, stimolato anche da' versacci che faceva il cugino, si voltò all'improvviso, come se gli venisse un'ispirazione, a un servitore, e gli accennò che portasse un certo fiasco. «Signor podestà, e signori miei!» disse poi: «un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del personaggio.» Il podestà rispose con un inchino, nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perchè tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo riteneva in parte come fatto a sè.

«Viva mill'anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca di san Lucar, gran privato del re don Filippo il grande, nostro signore!» esclamò, alzando il bicchiere.

Privato, chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi, per significare il favorito d'un principe.

«Viva mill'anni!» risposer tutti.

«Servite il padre,» disse don Rodrigo.

«Mi perdoni;» rispose il padre: «ma ho già fatto un disordine, e non potrei....»

«Come!» disse don Rodrigo: «si tratta d'un brindisi al conte duca. Vuol dunque far credere ch'ella tenga dai navarrini?»

Così si chiamavano allora, per ischerno, i Francesi, dai principi di Navarra, che avevan cominciato, con Enrico IV, a regnar sopra di loro.

A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in esclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col capo alzato, con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva molto più che non avrebbe potuto far con parole.

«Che ne dite eh, dottore?» domandò don Rodrigo.

Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: «dico, proferisco, e sentenzio che questo è l'Olivares de' vini: censui, et in eam ivi sententiam, che un liquor simile non si trova in tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e definisco che i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene d'Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza.»

«Ben detto! ben definito!» gridarono, a una voce, i commensali: ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti parlarono della carestia. Qui andavan tutti d'accordo, almeno nel principale; ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. «Non c'è carestia,» diceva uno: «sono gl'incettatori....»

«E i fornai,» diceva un altro: «che nascondono il grano. Impiccarli.»

«Appunto; impiccarli, senza misericordia.»

«De' buoni processi,» gridava il podestà.

«Che processi?» gridava più forte il conte Attilio: «giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli.»

«Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla.»

«Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti.»

Chi, passando per una fiera, s'è trovato a goder l'armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l'altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S'andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com'era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicchè le parole che s'udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli.

Don Rodrigo intanto dava dell'occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d'impazienza nè di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d'essere stato ascoltato. L'avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poichè la seccatura non si poteva scansare, si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene; s'alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s'avvicinò, in atto contegnoso, al frate, che s'era subito alzato con gli altri; gli disse: «eccomi a' suoi comandi;» e lo condusse in un'altra sala.


CAPITOLO VI.

«In che posso ubbidirla?» disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva dir chiaramente, bada a chi sei davanti, pesa le parole, e sbrigati.

Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo, non c'era mezzo più sicuro e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna di quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo, si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò ch'era assai più, i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran presentate alla mente, e disse, con guardinga umiltà: «vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla d'una carità. Cert'uomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un povero curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti. Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel violenza. Lo può; e potendolo.... la coscienza, l'onore....»

«Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo riguardo come il temerario che l'offende.»

Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava di tirare al peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e non dargli luogo di venire alle strette, s'impegnò tanto più alla sofferenza, risolvette di mandar giù qualunque cosa piacesse all'altro di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: «se ho detto cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. Mi corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene; ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto dobbiam tutti comparire....» e, così dicendo, aveva preso tra le dita, e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il teschietto di legno attaccato alla sua corona, «non s'ostini a negare una giustizia così facile, e così dovuta a de' poverelli. Pensi che Dio ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, i loro gemiti sono ascoltati lassù. L'innocenza è potente al suo....»

«Eh, padre!» interruppe bruscamente don Rodrigo: «il rispetto ch'io porto al suo abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo dimenticare, sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di venire a farmi la spia in casa.»

Questa parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale però, col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara, riprese: «lei non crede che un tal titolo mi si convenga. Lei sente in cuor suo, che il passo ch'io fo ora qui, non è nè vile nè spregevole. M'ascolti, signor don Rodrigo; e voglia il cielo che non venga un giorno in cui si penta di non avermi ascoltato. Non voglia metter la sua gloria.... qual gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi a Dio! Lei può molto quaggiù; ma....»

«Sa lei,» disse don Rodrigo, interrompendo, con istizza, ma non senza qualche raccapriccio, «sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli altri? Ma in casa mia! Oh!» e continuò, con un sorriso forzato di scherno: «lei mi tratta da più di quel che sono. Il predicatore in casa! Non l'hanno che i principi.»

«E quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa loro sentire, nelle loro regge; quel Dio che le usa ora un tratto di misericordia, mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo ministro, a pregar per una innocente....»

«In somma, padre,» disse don Rodrigo, facendo atto d'andarsene, «io non so quel che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci dev'essere qualche fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a chi le piace; e non si prenda la libertà d'infastidir più a lungo un gentiluomo.»

Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s'era messo davanti, ma con gran rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per trattenerlo ad un punto, rispose ancora: «la mi preme, è vero, ma non più di lei; son due anime che, l'una e l'altra, mi premon più del mio sangue. Don Rodrigo! io non posso far altro per lei, che pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tener nell'angoscia e nel terrore una povera innocente. Una parola di lei può far tutto.»

«Ebbene,» disse don Rodrigo, «giacchè lei crede ch'io possa far molto per questa persona; giacchè questa persona le sta tanto a cuore....»

«Ebbene?» riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l'atto e il contegno di don Rodrigo non permettevano d'abbandonarsi alla speranza che parevano annunziare quelle parole.

«Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d'inquietarla, o ch'io non son cavaliere.»

A siffatta proposta, l'indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l'uomo vecchio si trovò d'accordo col nuovo; e, in que' casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. «La vostra protezione!» esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull'anca, alzando la sinistra con l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: «la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.»

«Come parli, frate?...»

«Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.»

«Come! in questa casa...!»

«Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch'io vi prometto. Verrà un giorno....»

Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s'aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.

Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell'infausto profeta, gridò: «escimi di tra piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.»

Queste parole così chiare acquietarono in un momento il padre Cristoforo. All'idea di strapazzo e di villania era, nella sua mente, così bene, e da tanto tempo, associata l'idea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d'ira e d'entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d'udir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d'aggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e riceve la grandine come il ciel la manda.

«Villano rincivilito!» prosegui don Rodrigo: «tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a' tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo.»

Così dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se n'andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia.

Quando il frate ebbe serrato l'uscio dietro a sè, vide nell'altra stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro, come per non esser veduto dalla stanza del colloquio; e riconobbe il vecchio servitore ch'era venuto a riceverlo alla porta di strada. Era costui in quella casa, forse da quarant'anni, cioè prima che nascesse don Rodrigo; entratovi al servizio del padre, il quale era stato tutt'un'altra cosa. Morto lui, il nuovo padrone, dando lo sfratto a tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però ritenuto quel servitore, e per esser già vecchio, e perchè, sebben di massime e di costume diverso interamente dal suo, compensava però questo difetto con due qualità: un'alta opinione della dignità della casa, e una gran pratica del cerimoniale, di cui conosceva, meglio d'ogni altro, le più antiche tradizioni, e i più minuti particolari. In faccia al signore, il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato d'accennare, non che d'esprimere la sua disapprovazione di ciò che vedeva tutto il giorno: appena ne faceva qualche esclamazione, qualche rimprovero tra i denti a' suoi colleghi di servizio; i quali se ne ridevano, e prendevano anzi piacere qualche volta a toccargli quel tasto, per fargli dir di più che non avrebbe voluto, e per sentirlo ricantar le lodi dell'antico modo di vivere in quella casa. Le sue censure non arrivavano agli orecchi del padrone che accompagnate dal racconto delle risa che se n'eran fatte; dimodochè riuscivano anche per lui un soggetto di scherno, senza risentimento. Ne' giorni poi d'invito e di ricevimento, il vecchio diventava un personaggio serio e d'importanza.

Il padre Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la sua strada; ma il vecchio se gli accostò misteriosamente, mise il dito alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo a entrar con lui in un andito buio. Quando furon lì, gli disse sotto voce: «padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlarle.»

«Dite presto, buon uomo.»

«Qui no: guai se il padrone s'avvede.... Ma io so molte cose; e vedrò di venir domani al convento.»

«C'è qualche disegno?»

«Qualcosa per aria c'è di sicuro: già me ne son potuto accorgere. Ma ora starò sull'intesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a me. Mi tocca a vedere e a sentir cose...! cose di fuoco! Sono in una casa...! Ma io vorrei salvar l'anima mia.»

«II Signore vi benedica!» e, proferendo sottovoce queste parole, il frate mise la mano sul capo del servitore, che, quantunque più vecchio di lui, gli stava curvo dinanzi, nell'attitudine d'un figliuolo. «II Signore vi ricompenserà,» prosegui il frate: «non mancate di venir domani.»

«Verrò,» rispose il servitore: «ma lei vada via subito e.... per amor del cielo.... non mi nomini.» Così dicendo, e guardando intorno, usci, per l'altra parte dell'andito, in un salotto, che rispondeva nel cortile; e, visto il campo libero, chiamò fuori il buon frate, il volto del quale rispose a quell'ultima parola più chiaro che non avrebbe potuto fare qualunque protesta. Il servitore gli additò l'uscita; e il frate, senza dir altro, partì.

Quell'uomo era stato a sentire all'uscio del suo padrone: aveva fatto bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Secondo le regole più comuni e men contraddette, è cosa molto brutta; ma quel caso non poteva riguardarsi come un'eccezione? E ci sono dell'eccezioni alle regole più comuni e men contraddette? Questioni importanti; ma che il lettore risolverà da sè, se ne ha voglia. Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d'aver dei fatti da raccontare.

Uscito fuori, e voltate le spalle a quella casaccia, fra Cristoforo respirò più liberamente, e s'avviò in fretta per la scesa, tutto infocato in volto, commosso e sottosopra, come ognuno può immaginarsi, per quel che aveva sentito, e per quel che aveva detto. Ma quella così inaspettata esibizione del vecchio era stata un gran ristorativo per lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della sua protezione.—Ecco un filo, pensava, un filo che la provvidenza mi mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza ch'io sognassi neppure di cercarlo!—Così ruminando, alzò gli occhi verso l'occidente, vide il sole inclinato, che già già toccava la cima del monte, e pensò che rimaneva ben poco del giorno. Allora, benchè sentisse le ossa gravi e fiaccate da' vari strapazzi di quella giornata, pure studiò di più il passo, per poter riportare un avviso, qual si fosse, a' suoi protetti, e arrivar poi al convento, prima di notte: che era una delle leggi più precise, e più severamente mantenute del codice cappuccinesco.

Intanto, nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati disegni, de' quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza del frate, i tre rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto d'andarsene ogni momento, per levarsi dalla vista di lei così accorata, e non sapendo staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza, all'aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto; e, quando le parve maturo, ruppe il silenzio in questi termini:

«Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna, se vi fidate di vostra madre,» a quel vostra Lucia si riscosse, «io m'impegno di cavarvi di quest'impiccio, meglio forse, e più presto del padre Cristoforo, quantunque sia quell'uomo che è.» Lucia rimase lì, e la guardò con un volto ch'esprimeva più maraviglia che fiducia in una promessa tanto magnifica; e Renzo disse subitamente: «cuore? destrezza? dite, dite pure quel che si può fare.»

«Verrà un giorno....» (pag. [78]).

«Non è vero,» proseguì Agnese, «che, se foste maritati, si sarebbe già un pezzo avanti? E che a tutto il resto si troverebbe più facilmente ripiego?»

«C'è dubbio?» disse Renzo: «maritati che fossimo.... tutto il mondo è paese; e, a due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino m'ha fatto sollecitare d'andar là a star con lui, che farei fortuna, com'ha fatto lui: e se non gli ho mai dato retta, gli è.... che serve? perchè il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme, si mette su casa là, si vive in santa pace, fuor dell'unghie di questo ribaldo, lontano dalla tentazione di fare uno sproposito. N'è vero, Lucia?»

«Sì,» disse Lucia: «ma come...?»

«Come ho detto io,» riprese la madre: «cuore e destrezza; e la cosa è facile.»

«Facile!» dissero insieme que' due, per cui la cosa era divenuta tanto stranamente e dolorosamente difficile.

«Facile, a saperla fare,» replicò Agnese. «Ascoltatemi bene, che vedrò di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia.»

«Come sta questa faccenda?» domandò Renzo.

«Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d'accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all'improvviso, che non abbia tempo di scappare. L'uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell'e fatto, sacrosanto come se l'avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie.»

«Possibile?» esclamò Lucia.

«Come!» disse Agnese: «state a vedere che, in trent'anni che ho passati in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla. La cosa è tale quale ve la dico: per segno tale che una mia amica, che voleva prender uno contro la volontà de' suoi parenti, facendo in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato, che ne aveva sospetto, stava all'erta; ma i due diavoli seppero far così bene, che lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e furon marito e moglie: benchè la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni.»

Agnese diceva il vero, e riguardo alla possibilità, e riguardo al pericolo di non ci riuscire: chè, siccome non ricorrevano a un tale espediente, se non persone che avesser trovato ostacolo o rifiuto nella via ordinaria, così i parrochi mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e, quando un d'essi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza.

«Se fosse vero, Lucia!» disse Renzo, guardandola con un'aria d'aspettazione supplichevole.

«Come! se fosse vero!» disse Agnese. «Anche voi credete ch'io dica fandonie. Io m'affanno per voi, e non son creduta: bene bene; cavatevi d'impiccio come potete: io me ne lavo le mani.»

«Ah no! non ci abbandonate,» disse Renzo. «Parlo così, perchè la cosa mi par troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste proprio mia madre.»

Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d'Agnese, e dimenticare un proponimento che, per verità, non era stato serio.

«Ma perchè dunque, mamma,» disse Lucia, con quel suo contegno sommesso, «perchè questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo?»

«In mente?» rispose Agnese: «pensa se non gli sarà venuta in mente! Ma non ne avrà voluto parlare.»

«Perchè?» domandarono a un tratto i due giovani.

«Perchè.... perchè, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che veramente è cosa che non istà bene.»

«Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand'è fatta?» disse Renzo.

«Che volete ch'io vi dica?» rispose Agnese. «La legge l'hanno fatta loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto. E poi quante cose.... Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene; ma, dato che gliel abbiate, nè anche il papa non glielo può levare.»

«Se è cosa che non istà bene,» disse Lucia, «non bisogna farla.»

«Che!» disse Agnese, «ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio? Se fosse contro la volontà de' tuoi parenti, per prendere un rompicollo.... ma, contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi fa nascer tutte le difficoltà è un birbone; e il signor curato....»

«L'è chiara, che l'intenderebbe ognuno,» disse Renzo.

«Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa,» prosegui Agnese: «ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che ti dirà il padre?—Ah figliuola! è una scappata grossa; me l'avete fatta.—I religiosi devon parlar così. Ma credi pure che, in cuor suo, sarà contento anche lui.»

Lucia, senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: «quand'è così, la cosa è fatta.»

«Piano,» disse Agnese. «E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che intanto sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da due giorni, se ne sta rintanato in casa? E farlo star lì? chè, benchè sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e scapperà come il diavolo dall'acqua santa.»

«L'ho trovato io il verso, l'ho trovato,» disse Renzo, battendo il pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per il desinare. E seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in tutto e per tutto.

«Son imbrogli,» disse Lucia: «non son cose lisce. Finora abbiamo operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà: il padre Cristoforo l'ha detto. Sentiamo il suo parere.»

«Lasciati guidare da chi ne sa più di te,» disse Agnese, con volto grave. «Che bisogno c'è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, ch'io t'aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte.»

«Lucia,» disse Renzo, «volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l'ora? E di chi è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un po' d'ingegno? No, non mi mancherete. Vado e torno con la risposta.» E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese, con un'aria d'intelligenza, partì in fretta.

Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s'era mai trovato nell'occasione d'assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d'un certo Tonio, ch'era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l'orlo d'un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare. Ma non c'era quell'allegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se l'è meritato con la fatica. La mole della polenta era in ragion dell'annata, e non del numero e della buona voglia de' commensali: e ognun d'essi, fissando, con uno sguardo bieco d'amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d'appetito, che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla taffería di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo: «volete restar servito?» complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quant'altri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse all'ultimo boccone.

«Vi ringrazio,» rispose Renzo: «venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare all'osteria, e lì parleremo.» La proposta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacchè, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. L'invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo.

Giunti all'osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una perfetta solitudine, giacchè la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse a Tonio: «se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno grande.»

«Parla, parla; comandami pure,» rispose Tonio, mescendo. «Oggi mi butterei nel fuoco per te.»

«Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del suo campo, che lavoravi, l'anno passato.»

«Ah, Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni fuori? M'hai fatto andar via il buon umore.»

«Se ti parlo del debito,» disse Renzo, «è perchè, se tu vuoi, io intendo di darti il mezzo di pagarlo.»

«Dici davvero?»

«Davvero. Eh? saresti contento?»

«Contento? Per diana, se sarei contento! Se non foss'altro, per non veder più que' versacci, e que' cenni col capo, che mi fa il signor curato, ogni volta che c'incontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno che quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi in timore che abbia a dirmi, lì in pubblico: quelle venticinque lire! Che maledette siano le venticinque lire! E poi, m'avrebbe a restituir la collana d'oro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta. Ma....»

«Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son preparate.»

«Dì su.»

«Ma...!» disse Renzo, mettendo il dito alla bocca.

«Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci.»

«Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell'e fatto. M'hai tu inteso?»

«Tu vuoi ch'io venga per testimonio?»

«Per l'appunto.»

«E pagherai per me le venticinque lire?»

«Così l'intendo.»

«Birba chi manca.»

«Ma bisogna trovare un altro testimonio.»

«L'ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?»

«E da mangiare,» rispose Renzo. «Lo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprà fare?»

«Gl'insegnerò io: tu sai bene ch'io ho avuta anche la sua parte di cervello.»

«Domani....»

«Bene.»

«Verso sera....»

«Benone.»

«Ma!...» disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca.

«Poh!...» rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto.

«Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio....»

«Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in pace.»

«Domattina,» disse Renzo, «discorreremo con più comodo, per intenderci bene su tutto.»

Con questo, uscirono dall'osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo a render conto de' concerti presi.

In questo tempo, Agnese s'era affaticata invano a persuader la figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, ora l'una, ora l'altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perchè non dirla al padre Cristoforo?

Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili.

Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la ragione d'una cosa, e che s'indurrà poi, con le preghiere e con l'autorità, a ciò che si vuol da lui.

«Va bene,» disse Agnese: «va bene; ma.... non avete pensato a tutto.»

«Cosa ci manca?» rispose Renzo.

«E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li lascerà entrare; ma voi! voi due! pensate! avrà ordine di tenervi lontani, più che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature.»

«Come faremo?» disse Renzo, un po' imbrogliato.

«Ecco: ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per attirarla, e per incantarla di maniera che non s'accorga di voi altri, e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una corda.... vedrete.»

«Benedetta voi!» esclamò Renzo: «l'ho sempre detto che siete nostro aiuto in tutto.»

«Ma tutto questo non serve a nulla,» disse Agnese, «se non si persuade costei, che si ostina a dire che è peccato.»

Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non si lasciava smovere.

«Io non so che rispondere a queste vostre ragioni,» diceva: «ma vedo che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato così. Io voglio esser vostra moglie,» e non c'era verso che potesse proferir quella parola, e spiegar quell'intenzione, senza fare il viso rosso: «io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, all'altare. Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo d'aiutarci, meglio che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie? E perchè far misteri al padre Cristoforo?

La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un calpestío affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e Agnese ebbe appena tempo di susurrare all'orecchio di Lucia: «bada bene, ve', di non dirgli nulla.»


CAPITOLO VII.

Il padre Cristoforo arrivava nell'attitudine d'un buon capitano che, perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non scoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi minacciati, a raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini.

«La pace sia con voi,» disse, nell'entrare. «Non c'è nulla da sperare dall'uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno della sua protezione.»

Sebbene nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del padre Cristoforo, giacchè il vedere un potente ritirarsi da una soverchieria, senza esserci costretto, e per mera condiscendenza a preghiere disarmate, era cosa piuttosto inaudita che rara; nulladimeno la trista certezza fu un colpo per tutti. Le donne abbassarono il capo; ma nell'animo di Renzo, l'ira prevalse all'abbattimento. Quell'annunzio lo trovava già amareggiato da tante sorprese dolorose, da tanti tentativi andati a voto, da tante speranze deluse, e, per di più, esacerbato, in quel momento, dalle ripulse di Lucia.

«Vorrei sapere,» gridò, digrignando i denti, e alzando la voce, quanto non aveva mai fatto prima d'allora, alla presenza del padre Cristoforo; «vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere.... per sostenere che la mia sposa non dev'essere la mia sposa.»

«Povero Renzo!» rispose il frate, con una voce grave e pietosa, e con uno sguardo che comandava amorevolmente la pacatezza: «se il potente che vuol commettere l'ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue ragioni, le cose non anderebbero come vanno.»

«Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perchè non vuole?»

«Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio se, per commetter l'iniquità, dovessero confessarla apertamente.»

«Ma qualcosa ha dovuto dire: cos'ha detto quel tizzone d'inferno?»

«Le sue parole, io l'ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le parole dell'iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile. Non chieder più in là. Colui non ha proferito il nome di questa innocente, nè il tuo, non ha figurato nemmen di conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma.... ma pur troppo ho dovuto intendere ch'è irremovibile. Nondimeno, confidenza in Dio! Voi, poverette, non vi perdete d'animo; e tu, Renzo.... oh! credi pure, ch'io so mettermi ne' tuoi panni, ch'io sento quello che passa nel tuo cuore. Ma, pazienza! E una magra parola, una parola amara, per chi non crede; ma tu...! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo è suo; e ce n'ha promesso tanto! Lascia fare a Lui, Renzo; e sappi.... sappiate tutti ch'io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora, non posso dirvi di più. Domani io non verrò quassù; devo stare al convento tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per caso impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che occorrerà. Si fa buio; bisogna ch'io corra al convento. Fede, coraggio; e addio.»

Detto questo, uscì in fretta, e se n'andò, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gl'impedisse, il giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richiedere il bisogno de' suoi protetti.

«Avete sentito cos'ha detto d'un non so che.... d'un filo che ha, per aiutarci?» disse Lucia. «Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando promette dieci....»

«Se non c'è altro...!» interruppe Agnese. «Avrebbe dovuto parlar più chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo....»

«Chiacchiere! la finirò io: io la finirò!» interruppe Renzo questa volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole.

«Oh Renzo!» esclamò Lucia.

«Cosa volete dire?» esclamò Agnese.

«Che bisogno c'è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli nell'anima, finalmente è di carne e ossa anche lui....»

«No, no, per amor del cielo....» cominciò Lucia; ma il pianto le troncò la voce.

«Non son discorsi da farsi, neppur per burla,» disse Agnese.

«Per burla?» gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta, e piantandole in faccia due occhi stralunati. «Per burla! vedrete se sarà burla.»

«Oh Renzo!» disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: «non v'ho mai visto così.»

«Non dite queste cose, per amor del cielo,» riprese ancora in fretta Agnese, abbassando la voce. «Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand'anche.... Dio liberi!... contro i poveri c'è sempre giustizia.»

«La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile: lo so anch'io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma non importa. Risoluzione e pazienza.... e il momento arriva. Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà...! e poi in tre salti...!»

L'orrore che Lucia sentì di queste più chiare parole, le sospese il pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso lagrimoso, disse a Renzo, con voce accorata, ma risoluta: «non v'importa più dunque d'avermi per moglie. Io m'era promessa a un giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse.... Fosse al sicuro d'ogni giustizia e d'ogni vendetta, foss'anche il figlio del re....»

«E bene!» gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: «io non v'avrò; ma non v'avrà nè anche lui: io qui senza di voi, e lui a casa del....»

«Ah no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi: no, non posso vedervi così,» esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con le mani giunte; mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome, e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquietarlo. Stette egli immobile e pensieroso, qualche tempo, a contemplar quella faccia supplichevole di Lucia; poi, tutt'a un tratto, la guardò torvo, diede addietro, tese il braccio e l'indice verso di essa, e gridò: «questa! sì questa egli vuole. Ha da morire!»

«E io che male v'ho fatto, perchè mi facciate morire?» disse Lucia, buttandosegli inginocchioni davanti.

«Voi!» rispose, con una voce ch'esprimeva un'ira ben diversa, ma un'ira tuttavia: «voi! Che bene mi volete voi? Che prova m'avete data? Non v'ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no!»

«Sì sì,» rispose precipitosamente Lucia: «verrò dal curato, domani, ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.»

«Me lo promettete?» disse Renzo, con una voce e con un viso divenuto, tutt'a un tratto, più umano.

«Ve lo prometto.»

«Me l'avete promesso.»

«Signore, vi ringrazio!» esclamò Agnese, doppiamente contenta.

In mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore protesta di non ne saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta ch'era realmente infuriato contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d'un uomo, nessuno, neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce dall'altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini.

«Ve l'ho promesso,» rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e affettuoso: «ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di rimettervene al padre....»

«Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e farmi fare uno sproposito?»

«No, no,» disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. «Ho promesso, e non mi ritiro. Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non voglia....»

«Perchè volete far de' cattivi auguri, Lucia? Dio sa che non facciam male a nessuno.»

«Promettetemi almeno che questa sarà l'ultima.»

«Ve lo prometto, da povero figliuolo.»

«Ma, questa volta, mantenete poi,» disse Agnese.

Qui l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta d'essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio.

Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le donne gliel'augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a quell'ora, si trattenesse più a lungo.

La notte però fu a tutt'e tre così buona come può essere quella che succede a un giorno pieno d'agitazioni e di guai, e che ne precede uno destinato a un'impresa importante, e d'esito incerto. Renzo si lasciò veder di buon'ora, e concertò con le donne, o piuttosto con Agnese, la grand'operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l'uno ora l' altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò che non poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.

«Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come v'ha detto ier sera?» domandò Agnese a Renzo.

«Le zucche!» rispose questo: «sapete che diavoli d'occhi ha il padre: mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c'è qualcosa per aria; e se cominciasse a farmi dell'interrogazioni, non potrei uscirne a bene. E poi, io devo star qui, per accudire all'affare. Sarà meglio che mandiate voi qualcheduno.»

«Manderò Menico.»

«Va bene,» rispose Renzo; e parti, per accudire all'affare, come aveva detto.

Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch'era un ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e di cognati, veniva a essere un po' suo nipote. Lo chiese ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, «per un certo servizio,» diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione, e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse vedere al padre Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando sarebbe tempo. «Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo....»

«Ho capito,» disse Menico: «quello che ci accarezza sempre, noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino.»

«Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino al convento, non ti sviare: bada di non andar, con de' compagni, al lago, a veder pescare, nè a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, nè a far quell'altro tuo giochetto solito....»

Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle sole.

«Poh! zia; non son poi un ragazzo.»

«Bene, abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta.... guarda; queste due belle parpagliole nuove son per te.»

«Datemele ora, ch'è lo stesso.»

«No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n'avrai anche di più.»

Nel rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che misero non poco in sospetto l'animo già conturbato delle donne. Un mendico, nè rifinito nè cencioso come i suoi pari, e con un non so che d'oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la carità, dando in qua e in là cert'occhiate da spione. Gli fu dato un pezzo di pane, che ricevette e ripose, con un'indifferenza mal dissimulata. Si trattenne poi, con una certa sfacciataggine, e, nello stesso tempo, con esitazione, facendo molte domande, alle quali Agnese s'affrettò di risponder sempre il contrario di quello che era. Movendosi, come per andar via, finse di sbagliar l'uscio, entrò in quello che metteva alla scala, e lì diede un'altra occhiata in fretta, come potè. Gridatogli dietro: «ehi ehi! dove andate, galantuomo? di qua! di qua!» tornò indietro, e uscì dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi, con una sommissione, con un'umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei lineamenti duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi vedere, di tempo in tempo, altre strane figure. Che razza d'uomini fossero, non si sarebbe potuto dir facilmente; ma non si poteva creder neppure che fossero quegli onesti viandanti che volevan parere. Uno entrava col pretesto di farsi insegnar la strada; altri, passando davanti all'uscio, rallentavano il passo, e guardavan sott'occhio nella stanza, a traverso il cortile, come chi vuol vedere senza dar sospetto. Finalmente, verso il mezzogiorno, quella fastidiosa processione finì. Agnese s'alzava ogni tanto, attraversava il cortile, s'affacciava all'uscio di strada, guardava a destra e a sinistra, e tornava dicendo: «nessuno:» parola che proferiva con piacere, e che Lucia con piacere sentiva, senza che nè l'una nè l'altra ne sapessero ben chiaramente il perchè. Ma ne rimase a tutt'e due una non so quale inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una gran parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera.

Convien però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno a que' ronzatori misteriosi: e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare un passo indietro, e ritrovar don Rodrigo, che abbiam lasciato ieri, solo in una sala del suo palazzotto, al partir del padre Cristoforo.

Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero, terrore de' nemici e de' suoi soldati, torvo nella guardatura, co' capelli corti e ritti, co' baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co' cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di ferro; con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto rosso, ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era il distintivo de' senatori, e non lo portavan che l'inverno, ragion per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d'estate); macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue cameriere; di là un abate, terrore de' suoi monaci: tutta gente in somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s'arrovellava, si vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta, l'abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò che chiamava onore; e talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare ancora agli orecchi quell'esordio di profezia, si sentiva venir, come si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, e gli ordinò che lo scusasse con la compagnia, dicendo ch'era trattenuto da un affare urgente. Quando quello tornò a riferire che que' signori eran partiti, lasciando i loro rispetti: «e il conte Attilio?» domandò, sempre camminando, don Rodrigo.

«È uscito con que' signori, illustrissimo.»

«Bene: sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La spada, la cappa, il cappello: subito.»

Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò, portando la ricca spada, che il padrone si cinse; la cappa, che si buttò sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò, con una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi tutti armati, i quali, fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più superbioso, più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non rispondeva. Come inferiori, l'inchinavano anche quelli che da questi eran detti signori; chè, in que' contorni, non ce n'era uno che potesse, a mille miglia, competer con lui, di nome, di ricchezze, d'aderenze e della voglia di servirsi di tutto ciò, per istare al di sopra degli altri. E a questi corrispondeva con una degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva che s'incontrasse col signor castellano spagnolo, l'inchino allora era ugualmente profondo dalle due parti; la cosa era come tra due potentati, i quali non abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per convenienza, fanno onore al grado l'uno dell'altro. Per passare un poco la mattana, e per contrapporre all'immagine del frate che gli assediava la fantasia, immagini in tutto diverse, don Rodrigo entrò, quel giorno, in una casa, dove andava, per il solito, molta gente, e dove fu ricevuto con quella cordialità affaccendata e rispettosa, ch'è riserbata agli uomini che si fanno molto amare o molto temere; e, a notte già fatta, tornò al suo palazzotto. Il conte Attilio era anche lui tornato in quel momento; e fu messa in tavola la cena, durante la quale, don Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parlò poco.

«Cugino, quando pagate questa scommessa?» disse, con un fare di malizia e di scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati via i servitori.

«San Martino non è ancor passato.»

«Tant'è che la paghiate subito; perchè passeranno tutti i santi del lunario, prima che....»

«Questo è quel che si vedrà.»

«Cugino, voi volete fare il politico; ma io ho capito tutto, e son tanto certo d'aver vinta la scommessa, che son pronto a farne un'altra.»

«Sentiamo.»

«Che il padre.... il padre.... che so io? quel frate in somma v'ha convertito.»

«Eccone un'altra delle vostre.»

«Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo. Sapete che sarà un bello spettacolo vedervi tutto compunto, e con gli occhi bassi! E che gloria per quel padre! Come sarà tornato a casa gonfio e pettoruto! Non son pesci che si piglino tutti i giorni, nè con tutte le reti. Siate certo che vi porterà per esempio; e, quando anderà a far qualche missione un po' lontano, parlerà de' fatti vostri. Mi par di sentirlo.» E qui, parlando col naso, e accompagnando le parole con gesti caricati, continuò, in tono di predica: «in una parte di questo mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi, e vive tuttavia, un cavaliere scapestrato, amico più delle femmine, che degli uomini dabbene, il quale, avvezzo a far d'ogni erba un fascio, aveva messo gli occhi....»

«Basta, basta,» interruppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e mezzo annoiato. «Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch'io.»

«Diavolo! che aveste voi convertito il padre!»

«Non mi parlate di colui: e in quanto alla scommessa, san Martino deciderà.» La curiosità del conte era stuzzicata; non gli risparmiò interrogazioni, ma don Rodrigo le seppe eluder tutte, rimettendosi sempre al giorno della decisione, e non volendo comunicare alla parte avversa disegni che non erano nè incamminati, nè assolutamente fissati.

La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo. L'apprensione che quel verrà un giorno gli aveva messa in corpo, era svanita del tutto, co' sogni della notte; e gli rimaneva la rabbia sola, esacerbata anche dalla vergogna di quella debolezza passeggiera. L'immagini più recenti della passeggiata trionfale, degl'inchini, dell'accoglienze, e il canzonare del cugino, avevano contribuito non poco a rendergli l'animo antico. Appena alzato, fece chiamare il Griso.—Cose grosse,—disse tra sè il servitore a cui fu dato l'ordine; perchè l'uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che il capo de' bravi, quello a cui s'imponevano le imprese più rischiose e più inique, il fidatissimo del padrone, l'uomo tutto suo, per gratitudine e per interesse. Dopo aver ammazzato uno, di giorno, in piazza, era andato ad implorar la protezione di don Rodrigo; e questo, vestendolo della sua livrea, l'aveva messo al coperto da ogni ricerca della giustizia. Così, impegnandosi a ogni delitto che gli venisse comandato, colui si era assicurata l'impunità del primo. Per don Rodrigo, l'acquisto non era stato di poca importanza; perchè il Griso, oltre all'essere, senza paragone, il più valente della famiglia, era anche una prova di ciò che il suo padrone aveva potuto attentar felicemente contro le leggi; di modo che la sua potenza ne veniva ingrandita, nel fatto e nell'opinione.

«Griso!» disse don Rodrigo: «in questa congiuntura, si vedrà quel che tu vali. Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo.»

«Non si dirà mai che il Griso si sia ritirato da un comando dell'illustrissimo signor padrone.»

«Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi, come ti par meglio; purchè la cosa riesca a buon fine. Ma bada sopra tutto, che non le sia fatto male.»

«Signore, un po' di spavento, perchè la non faccia troppo strepito.... non si potrà far di meno.»

«Spavento.... capisco.... è inevitabile. Ma non le si torca un capello; e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso?»

«Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a vossignoria, senza toccarlo. Ma non si farà che il puro necessario.»

«Sotto la tua sicurtà. E.... come farai?»

«Ci stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in fondo al paese. Abbiam bisogno d'un luogo per andarci a postare: e appunto c'è, poco distante di là, quel casolare disabitato e solo, in mezzo ai campi, quella casa.... vossignoria non saprà niente di queste cose.... una casa che bruciò, pochi anni sono, e non hanno avuto danari da riattarla, e l'hanno abbandonata, e ora ci vanno le streghe: ma non è sabato, e me ne rido. Questi villani, che son pieni d'ubbie, non ci bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l'oro del mondo: sicchè possiamo andare a fermarci là, con sicurezza che nessuno verrà a guastare i fatti nostri.»

«Va bene! e poi?»

Qui, il Griso a proporre, don Rodrigo a discutere, finchè d'accordo ebbero concertata la maniera di condurre a fine l'impresa, senza che rimanesse traccia degli autori, la maniera anche di rivolgere, con falsi indizi, i sospetti altrove, d'impor silenzio alla povera Agnese, d'incutere a Renzo tale spavento, da fargli passare il dolore, e il pensiero di ricorrere alla giustizia, e anche la volontà di lagnarsi; e tutte l'altre bricconerie necessarie alla riuscita della bricconeria principale. Noi tralasciamo di riferir que' concerti, perchè, come il lettore vedrà, non son necessari all'intelligenza della storia; e siam contenti anche noi di non doverlo trattener più lungamente a sentir parlamentare que' due fastidiosi ribaldi. Basta che, mentre il Griso se n'andava, per metter mano all'esecuzione, don Rodrigo lo richiamò, e gli disse: «senti: se per caso, quel tanghero temerario vi desse nell'unghie questa sera, non sarà male che gli sia dato anticipatamente un buon ricordo sulle spalle. Così, l'ordine che gli verrà intimato domani di stare zitto, farà più sicuramente l'effetto. Ma non l'andate a cercare, per non guastare quello che più importa: tu m'hai inteso.»

«Lasci fare a me,» rispose il Griso, inchinandosi, con un atto d'ossequio e di millanteria; e se n'andò. La mattina fu spesa in giri, per riconoscere il paese. Quel falso pezzente che s'era inoltrato a quel modo nella povera casetta, non era altro che il Griso, il quale veniva per levarne a occhio la pianta: i falsi viandanti eran suoi ribaldi, ai quali, per operare sotto i suoi ordini, bastava una cognizione più superficiale del luogo. E, fatta la scoperta, non s'eran più lasciati vedere, per non dar troppo sospetto.

Tornati che furon tutti al palazzotto, il Griso rese conto, e fissò definitivamente il disegno dell'impresa; assegnò le parti, diede istruzioni. Tutto ciò non si potè fare, senza che quel vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi, s'accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una mezza di là, commentando tra sè una parola oscura, interpretando un andare misterioso, tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si doveva eseguir quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già poco lontana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata a imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la scusa di prendere un po' d'aria, e s'incamminò in fretta in fretta al convento, per dare al padre Cristoforo l'avviso promesso. Poco dopo, si mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, per non parere una compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola, la quale doveva esser portata al casolare, a sera inoltrata; come fu fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso spedì tre di coloro all'osteria del paesetto: uno che si mettesse sull'uscio, a osservar ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere, come dilettanti; e attendessero intanto a spiare se qualche cosa da spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell'agguato ad aspettare.

Il povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al loro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse: «Tonio e Gervaso m'aspettan fuori: vo con loro all'osteria, a mangiare un boccone; e, quando sonerà l'ave maria, verremo a prendervi. Su, coraggio. Lucia! tutto dipende da un momento.» Lucia sospirò, e ripetè: «coraggio,» con una voce che smentiva la parola.

Quando Renzo e i due compagni giunsero all'osteria, vi trovaron quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano della porta, appoggiato con la schiena a uno stipite, con le braccia incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra, facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni. Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava, da una parte e dall'altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce, fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch'era innanzi agli altri, fu li per entrare, colui, senza scomodarsi, lo guardò fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come suole ognuno che abbia un'impresa scabrosa alle mani, non fece vista d'accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l'altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l'apertura lasciata da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa evoluzione, se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de' quali avevan già sentita la voce, cioè que' due bravacci, che seduti a un canto della tavola, giocavano alla mora, gridando tutt'e due insieme (lì, è il giuoco che lo richiede), e mescendosi or l'uno or l'altro da bere, con un gran fiasco ch'era tra loro. Questi pure guardaron fisso la nuova compagnia; e un de' due specialmente, tenendo una mano in aria, con tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora aperta, per un gran «sei» che n'era scoppiato fuori in quel momento, squadrò Renzo da capo a piedi; poi diede d'occhio al compagno, poi a quel dell'uscio, che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e incerto guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne' loro aspetti un'interpretazione di tutti que' segni: ma i loro aspetti non indicavano altro che un buon appetito. L'oste guardava in viso a lui, come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sè in una stanza vicina, e ordinò da cena.

«Chi sono que' forestieri?» gli domandò poi a voce bassa, quando quello tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in mano.

«Non li conosco,» rispose l'oste, spiegando la tovaglia.

«Come? nè anche uno?»

«Sapete bene,» rispose ancora colui, stirando, con tutt'e due le mani, la tovaglia sulla tavola, «che la prima regola del nostro mestiere, è di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne non son curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene: è sempre un porto di mare: quando le annate son ragionevoli, voglio dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon tempo. A noi basta che gli avventori siano galantuomini: chi siano poi, o chi non siano, non fa niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le simili non le avete mai mangiate.»

«Come potete sapere...?» ripigliava Renzo; ma l'oste, già avviato alla cucina, seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle polpette summentovate, gli s'accostò pian piano quel bravaccio che aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: «Chi sono que' galantuomini?»

«Buona gente qui del paese,» rispose l'oste, scodellando le polpette nel piatto.

«Va bene; ma come si chiamano? chi sono?» insistette colui, con voce alquanto sgarbata.

«Uno si chiama Renzo,» rispose l'oste, pur sottovoce: «un buon giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L'altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro: peccato che n'abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L'altro è un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con permesso.»

E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l'interrogante; e andò a portare il piatto a chi si doveva. «Come potete sapere,» riattaccò Renzo, quando lo vide ricomparire, «che siano galantuomini, se non li conoscete?»

«Le azioni, caro mio: l'uomo si conosce alle azioni. Quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare, che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano dall'osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt'altro in testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un morto?» Così dicendo, se ne tornò in cucina.

Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel soddisfare alle domande, dice ch'era un uomo così fatto, che, in tutti i suoi discorsi, faceva professione d'esser molto amico de' galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni. Che carattere singolare! eh?

La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto godersela con tutto loro comodo; ma l'invitante, preoccupato di ciò che il lettore sa, e infastidito, e anche un po' inquieto del contegno strano di quegli sconosciuti, non vedeva l'ora d'andarsene. Si parlava sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate.

«Che bella cosa,» scappò fuori di punto in bianco Gervaso, «che Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno...!» Renzo gli fece un viso brusco. «Vuoi stare zitto, bestia?» gli disse Tonio, accompagnando il titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più fredda, fino alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro un po' di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, pagato il conto da colui che aveva fatto men guasto, dovettero tutti e tre passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte si voltarono a Renzo, come quand'era entrato. Questo, fatti ch'ebbe pochi passi fuori dell'osteria, si voltò indietro, e vide che i due che aveva lasciati seduti in cucina, lo seguitavano: si fermò allora, co' suoi compagni, come se dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due, quando s'accorsero d'essere osservati, si fermarono anch'essi, si parlaron sottovoce, e tornarono indietro. Se Renzo fosse stato tanto vicino da sentir le loro parole, gli sarebbero parse molto strane. «Sarebbe però un bell'onore, senza contar la mancia,» diceva uno de' malandrini, «se, tornando al palazzo, potessimo raccontare d'avergli spianate le costole in fretta in fretta, e così da noi, senza che il signor Griso fosse qui a regolare.»

«E guastare il negozio principale!» rispondeva l'altro. «Ecco: s'è avvisto di qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse più tardi! Torniamo indietro, per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio.»

C'era in fatti quel brulichío, quel ronzío che si sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi in collo i bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai quali facevan dire le divozioni della sera; venivan gli uomini, con le vanghe, e con le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci, si vedevan luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva nella strada barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della raccolta, e sulla miseria dell'annata; e più delle parole, si sentivano i tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il finir del giorno. Quando Renzo vide che i due indiscreti s'eran ritirati, continuò la sua strada nelle tenebre crescenti, dando sottovoce ora un ricordo, ora un altro, ora all'uno, ora all'altro fratello. Arrivarono alla casetta di Lucia, ch'era già notte.

Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure. Lucia era, da molte ore, nell'angosce d'un tal sogno: e Agnese, Agnese medesima, l'autrice del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per rincorare la figlia. Ma, al momento di destarsi, al momento cioè di dar principio all'opera, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e un altro coraggio: l'impresa s'affaccia alla mente, come una nuova apparizione: ciò che prima spaventava di più, sembra talvolta divenuto agevole tutt'a un tratto: talvolta comparisce grande l'ostacolo a cui s'era appena badato; l'immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par che ricusino d'ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa, di star sempre divisa da lui, piuttosto ch'eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: «son qui, andiamo;» quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo nè forza di far difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera.

Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d'attraversarlo: chè s'andava diritto alla casa di don Abbondio; ma scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due promessi rimaser nascosti dietro l'angolo di essa; Agnese con loro, ma un po' più innanzi, per accorrere in tempo a fermar Perpetua, e a impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, s'affacciaron bravamente alla porta, e picchiarono.

«Chi è, a quest'ora?» gridò una voce dalla finestra, che s'aprì in quel momento: era la voce di Perpetua. «Ammalati non ce n'è, ch'io sappia. È forse accaduta qualche disgrazia?»

«Son io,» rispose Tonio, «con mio fratello, che abbiam bisogno di parlare al signor curato.»

«È ora da cristiani questa?» disse bruscamente Perpetua. «Che discrezione? Tornate domani.»