IL FALCO
ALESSANDRO VARALDO
La Marea
IL FALCO
(CRONACA DEL 1796)
MILANO — ROMA
EDIZIONI A. MONDADORI
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda
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Copyright by Alessandro Varaldo 1922
IV. MIGLIAIO
A
Dario Niccodemi
A. V.
Tum meae (si quid loquar audiendum)
Vocis accedet BONA PARS; et, «o Sol
Pulcher! o laudande!» canam, recepto
Caesare felix.
Orazio — Carm. IV, 2
PREFAZIONE
“Multa incredibilia vera,
multa credibilia falsa”.
Frequentez vous les bouquinistes?
Queste parole, di colore forse oscuro per la comune dei lettori mi apparvero all'aprir che feci un volumetto attinto in una cassetta di rivenditor di libri usati.
Amo i viaggi di avanscoperta nelle bottegucce buie spesso e ingombre e impregnate di quel caratteristico odor di muffa dei vecchi libri, bottegucce pudicamente celate in vecchie strade, o nel doppio fondo ermetico dei cortili: amo tuffar le mani fra le cartapecore spesso taglienti, le pelli umide e i fogli molli, macchiati le più volte di quella specie di giallume lebbroso, che si è convenuto di chiamar il mal sottile dei libri. È fra i diletti più cari non d'un sapiente — che monsignor Gesù ne scampi! — ma di un curioso di sapienza, chè il libro è tutto, poichè tutto racchiude e compendia. Ora appunto questo viaggio nelle bottegucce dei rivenditor di libri usati si chiama bouquiner, secondo il grande dizionario dell'Accademia Francese, riassunto da un curioso amante di libri, Carlo Nodier, bibliotecario dell'Arsenale e accademico, in un vocabolario manuale che i fratelli Firmin Didot, librai editori, divulgarono:
Bouquiner — chercher de vieux livres, des livres d'occasion;
Bouquineur — celui qui aime à bouquiner;
Bouquiniste — celui qui achète et revend des vieux livres.
Comprenderete adesso perchè quelle parole di colore oscuro — forse — mi fermarono. Scossi lo strato di polvere veneranda, che ammantava il libercolo, maneggiandolo alla marinara, sottovento, perchè la polvere non coprisse me, che rispetto la vecchiaia sì, ma senza entusiasmo quando si tratti di strati polverizzati di ragnatele annose. Nel battere il volume, delicatamente, vi prego di crederlo, ne sbirciai il frontespizio.
“Les Francs — Taupins — Histoire du temps de Charles VII, 1440, par P. L. Jacob Bibliophile, membre de toutes les Académies”.
L'edizione era del Meline di Bruxelles, formato piccolo, ornata sulle due copertine d'una vignetta rappresentante un beffroi. Se ne trovano ancora di tali volumi qualche volta: apparvero in lunga serie e compresero tutto il movimento romantico dopo il Renduel e il Gosselin: caratteri precisi, nel gusto gotico, curati fino allo scrupolo: chi sa che magnifici principeschi correttori di bozze in quel tempo!
Il bibliofilo Jacob — al secolo P. L. Lacroix — fu in quel fiorire del romanticismo un paziente studioso, intabarrato d'artista: l'opera sua non ha il valore della Cronaca di Carlo IX, o di Cinq-Mars, di Nostra Signora di Parigi e nemmeno di Isabella di Baviera. Ma come fedeltà pittoresca le sorpassa ancora, forse. Preso a modello Walter Scott, si diè cura di ambientare e di arredare i suoi racconti (probabilmente il Manzoni nel creare la sua teoria lo ricordò spesso) con una precisione di particolari (come fra noi, cinquant'anni dopo, l'ingiustamente dimenticato Edoardo Calandra) che raggiungevano la meticolosità. Oggi ad esempio cambia ad ogni stagione la moda: in allora — prendiamo il 1440 — mutava secondo il capriccio di un principe o di una gran dama che possedesse qualche pizzico di fantasia; e non la moda soltanto delle vesti, ma delle armi, dell'else, e delle iscrizioni sulle lame, dei gioielli, de' bei modi di società, di quanto insomma aveva attinenza alla persona. Forse un gentiluomo campagnolo poteva nel 1446 portare pugnale con impugnatura borchiata ad aspra invenzione d'orafo peregrino del 1435: non era ammissibile che un cortigiano la ostentasse. Descrivere in modo sommario un abbigliamento, una corazza, un giustacuore ricamato, l'equipaggiamento di una cavalcatura non era permesso: la fedeltà storica e l'amore del pittoresco non lo permettevano. Vediamo a prova, fra noi, come Tomaso Grossi fa parlare un armaiuolo, e come il dottor Carlo Varese descrive un cavaliere italiano errante al tempo di Marignano. Ma io vi parlavo dei Francs-Taupins e del Bibliofilo Jacob: orbene credete che non me ne allontano.
Spolverato il volume l'aprii, ed ecco a inchiodarmi curioso una prefazione: L'histoire et le roman historique. Naturalmente l'autore parla di Walter Scott: ed è naturale. Al principio del secolo scorso il grande romanziere scozzese ha esercitato un'enorme influenza nella letteratura europea e nord-americana. Si può dire che l'ha dominata. E dichiariamolo subito: influenza benefica, salvataggio, rinnovazione, resurrezione: Walter Scott, fu, si può dire, il Cristo della letteratura.
La dominazione d'un'idea in un'epoca non è mai duplice: quando prevale la politica decade la letteraria. Napoleone è l'esempio tipico. Rotto l'impero della forza fisica ecco risorgere quello della forza intellettuale.
La Francia non è mai rifiorita letterariamente come dopo una disfatta: ad esempio dopo il '70. Ed a maggior ragione vinto l'impero e distrutto, fiorisce il romanticismo che fu, si può dire, la salvezza della letteratura non soltanto francese. Walter Scott dominò così da capitanare discepoli come Balzac (se ne vanta lo stesso autore degli Chouans: vedi Illusioni Perdute) come Hugo, come Dumas, come Merimée, come il Barante, lo storico dei duchi di Borgogna, e come il nostro bibliofilo Jacob, astro minore artisticamente, stella di prima grandezza come coscienza d'antiquario, e fedeltà di particolari cronologici. Influenza benefica ripeto, poichè il romanziere, che prendeva a maestro lo scozzese, imparava due grandi verità che ogni scrittore, il quale pretenda raccontare, dovrebbe avere impresse dinanzi agli occhi: la coscienza dei particolari, l'ausilio della fantasia.
Ed eccoci all'Assente.
Parlo della Fantasia.
La miseria letteraria d'oggigiorno, e l'Italia in fatto di miseria letteraria non ischerza, è dovuta all'Assente, a Madonna Fantasia, la decima musa, che s'è chiusa nella torre d'avorio, sdegnosamente, regale fuoruscita, e senza la quale purtroppo, non c'è salvezza! Oggi non si sa più raccontare.
Il male francese del naturalismo ha tutto infestato. L'esempio deleterio di Emilio Zola ha tutto inquinato. Si bandì la crociata contro la fantasia. Il romanziere non ha che da guardarsi intorno, e descrivere quello che vede. È un escursionista munito di Kodak. Non si costruisce più il romanzo, basta incominciarlo, introdurre due o tre personaggi, farli parlare e qualche volta muovere, infilzare cronaca spicciola su cronaca spicciola, sommariamente, e qualche volta sbadigliare sopra una teoria politica o sociale malamente digerita o annusata su qualche articolo di fondo.
Il giorno infausto in cui Emilio Zola aprì il famoso libro di Claudio Bernard, fonte di tutta la sua sapienza e si pompeggiò, come d'un vestito da veglione, della teoria determinista e si documentò, la strada facilona fu aperta. Che divennero la minuziosa ricerca di Gustavo Flaubert (sono le minuzie che fanno la perfezione, diceva Michelangelo), la precisione e la proprietà dei Goncourt, ed il colore di Alfonso Daudet, davanti alle centomila copie dell'Assommoir? Madonna Fantasia fu scacciata come una serva infedele. Ed il pontefice del naturalismo (?) poteva scrivere in uno degli articoli che periodicamente mandava a un giornale russo, Le Messager de l'Europe, articoli raccolti poi nel volume Les romanciers naturalistes, queste parole di cui non si sa se lamentare più l'ignoranza o l'impudenza “Ce qui je saisis moins c'est la profonde admiration de Balzac pour Walter Scott.... Il est très curieux de voir le fondateur du roman naturaliste (?) se passionner ainsi pour l'écrivain bourgeois, qui a traité l'histoire en romance. Walter Scott n'est qu'un arrangeur habile...”
Come del resto poteva comprendere una passione, o semplicemente un entusiasmo di Balzac, il naturalista (?) Emilio Zola?
Il male fu che la foga bruta iconoclasta prese la letteratura, che trovò una così facile strada aperta: la composizione del romanzo come un muro a secco, o meglio come un terrapieno od uno sterro in cui non si sa quello che si mette o dove si mette tutto quello che capita sottomano.
La fantasia fu così bandita, come può essere bandita la moneta d'oro da chi non possiede che la valuta cartacea.
Il perchè è semplice.
Chi possiede il dono meraviglioso della fantasia è un narratore per eccellenza, narratore come Schahrazade, come i poeti epici da Omero all'Ariosto, come i novellieri nostri di Toscana, come Walter Scott. È colui che nel canto del fuoco intrattiene fino a tarda notte, finchè non siano spente le ultime braci e consumati i rami resinosi negli anelli, corti principesche o veglie di popolo: chi possiede la fantasia sa costrurre un edificio di racconto senza annoiar mai, ma tenendo ben desta e vigile e fresca l'attenzione anche — e specialmente — se descrive una contrada o un mobile o un manto o un'elsa o uno strumento: chi possiede la fantasia fa vivere verbalmente e non si accontenta d'accatastar marionette di gesso o di fango sopra un'asse mal sicura: chi possiede la fantasia insomma è colui che solo ha diritto di narrare e di essere ascoltato.
Ecco perchè Onorato di Balzac, signore della Fantasia, si inchinava a Walter Scott ed ecco perchè il marionettista da fiera che si inorgogliva d'una coltura occasionale fatta sopra un libro mal compreso di Claudio Bernard non lo poteva capire. Ma chi possiede la fantasia è un gran signore e non si accontenta di una facile vittoria sopra un borgo di villani: va in Terrasanta, nel regno del Prete Gianni, e piange quando sente che non potrà conquistar la luna. Ma chi possiede la fantasia ama il pittoresco e costruisce pittorescamente, e narra con tutte le risorse che la decima musa gli fornisce.
Ma chi possiede la decima musa osserva l'undicesimo comandamento: non annoiare.
Dov'è oggi? Ahimè! oggi la Fantasia è assente.
Parlo dell'Italia, chè gli scrittori Inglesi e un nuovo manipolo di francesi, oggi se ne gloriano. Ed Eça de Queiroz, oggi, basta ad illuminare una nazione che par brancolare nel buio, soltanto perchè agita la face della fantasia.
* * *
Siamo lontani, non è vero dal Bibliofilo Jacob? Forse. Ne siamo lontani se ci frulla per il capo d'aprire un libro, oggi, un libro italiano. Pare che gli scrittori montino in cattedra e si camuffino da retori politici, o da predicatori sociali. Si gonfiano, rane di Esopo, convinti di avere una missione morale: vogliono esser detti gli storici del costume, i cronisti dell'evoluzione, piccoli Villani che vantano una ricchezza culturale da banchieri del dopoguerra e credono in buona pace d'aver qualche cosa da dire per salvare, o ammaestrare o indirizzare l'umanità. Per conto mio ripeto un verso di Alfredo De Musset:
Il mio bicchiere è piccolo ma io bevo nel mio bicchiere.
Voglio raccontare solamente, semplicemente, come la bella tradizione nostrana mi ha mostrato da messer Giovanni Boccaccio ad Alessandro Manzoni, voglio raccontare come se parlassi a una comitiva da tener desta, voglio raccontare avendo per divisa l'undecimo comandamento, raccogliendo le belle memorie della mia terra e porgendole all'orecchio del benigno lettore: Me lo insegnò messer Torquato:
.................. asperso
di soave liquor l'orlo del vaso
Ed avrò dinanzi per esempio fedele i narratori felici, che, pur minuziosamente descrivendo luoghi cose e persone, hanno allietato generazioni intere, compagni ed amici inestimabili e cari, sempre vivi, poichè non si vive che nella gratitudine di chi resta.
Ed ogni mattina al sorgere del sole nel sedermi al mio tavolo da lavoro con gioia, eleverò una preghiera all'Assente, perchè sia Presente.
Milano, Aprile del 1922.
PROLOGO CRONACA DEL 1794
L'anno 1794, cominciato con una crescente agitazione sul litorale e per le vallate, avea ridotta la città di Ventimiglia ad una pericolosa anarchia. Le riforme e le vittorie della grande rivoluzione, la fuga del Re di Piemonte, le contese dei partiti nobiliari, che si disputavano le redini della città, apersero un adito a quel borghese vento di Fronda, ringagliardito dal concorso popolare, che, in modo tanto irruento, distrusse o trascinò, abbattè o domò, quanto si opponeva al suo cammino.
Le guerre di successione avevano esaurito quello che una libertà comunale ed una dominazione di ferro s'erano studiate d'accumular di resistenza e di orgoglio: un Governo borghese di Magnifici finì per distruggere l'orma, forse feudale, ma potente, d'una gloriosa autonomia. Sicchè alle prime avvisaglie della rivoluzione e della discesa del generale Massena, coloro, che i nobili sprezzantemente chiamavano la canaglia, drizzarono l'albero della libertà sormontato dal berretto frigio, ed obbligarono le più nobili dame a ballarvi intorno. Pochi si ribellarono ai santi diritti di ballo del popolo: tre soltanto resistettero e furono il conte Luca Lascaris, il nobile Camillo Altariva, ed il duca Almerico di Nervia.
Abitavano i castelli aviti posti fra Mentone e Bordighera ove si asserragliarono da prima con forse duecento partigiani, sperando con una guerriglia di opporsi all'invasione sul litorale, come l'imprendibile fortezza di Saorgio si sarebbe opposta fra le prealpi.
Subito le intenzioni dei nobili signori parvero mirabilmente riuscire: la città cedette ed il generale Arena si ritirò senza aver ottenuto il chiesto passaggio libero per l'esercito della Repubblica.
Ma il pericolo maggiore di Massena si avvicinava con troppa celerità: L'Altariva che aveva ottenuto il comando in capo dei insorti, fece distruggere un lungo tratto della via della Cornice, per impedire il transito delle pesanti artiglierie francesi e poi, lasciando che la città si disbrigasse come poteva meglio, sicuro di Saorgio difesa dal Saint-Amour, si ritirò a seguitare le ostilità sullo sbocco della vallata del Nervia.
La sera del sei di Aprile, che incombeva triste e nuvolosa e pesante sulle colline e sul mare, lo sorprese accampato sopra uno sprone di collina, alle porte del comune di Camporosso, che si sospettava di fellonia e ch'era necessario sorvegliare.
Nell'attendamento non si udiva alcun rumore: le scolte vegliavano ed i fuochi erano spenti.
Camillo Altariva giaceva per terra avvolto in un ampio mantello: era a testa scoperta e s'appoggiava al cubito. Non si distinguevano per il crepuscolo bigio che gli occhi lucenti e grifagni e l'impugnatura d'oro della spada. Il Nervia tranquillamente russava coperto pure da un mantello.
Presso di lui, seduto sopra un tamburo, il conte Luca Lascaris, esile e fine come una giovinetta, elegantemente vestito di un abito a coda attillato e di calzoni di pelle bianca, intrecciava sul cappello rotondo un nastro d'oro che dovea sostenere la coccarda bianca della reazione. Calzava stivaloni lucidi dalle risvolte bianche e portava gli speroni d'oro. L'alto colletto, avvolto con più d'un giro dalla cravatta ampia di merletto, usciva da un panciotto ricamato, sotto il quale spuntava il calcio d'argento d'una lunga pistola. Piccole mani e piccoli piedi e spiovente capigliatura: pareva una travestita eroina cavalleresca. Taceva assorto nella sua frivola occupazione di personalità del mondo elegante, come se fosse dietro un paravento presso la bella marchesa di Spigno, per la quale si diceva sospirasse in segreto.
Si prolungava il silenzio: non giungeva che a quando a quando il rumore volontario che facevano le scolte urtando fucile e spada per provar più a sè stesse che agli altri di vigilare.
Ad un tratto sotto la collina, fra gli ulivi, per ben tre volte si udì, troncato subito, il grido riconoscibile della civetta. Un soldato che giaceva presso il Nervia alzò il capo destandolo col movimento lieve ed ascoltò: poi ad un cenno dell'Altariva, allo stesso modo rispose tre volte.
I tre signori s'erano alzati ed attendevano: così, di fronte, una differenza notevole appariva fra di loro: per quanto d'effeminato, di delicato, di fragile mostrava il Lascaris, altrettanto di robustezza di forza e di fierezza risaltava dall'Altariva e dal Nervia. Il secondo pareva padre del primo ed aveva forse qualche anno di meno.
Come il canto della civetta si ripetè per tre volte ancora, avanzarono fino ad un breve spianato che finiva la collina ed attesero.
Una mano di cavalieri che saliva lo sprone a briglia sciolta si fermò ad un comando e colui che li precedeva, uno scherano del Nervia, chiamato il Seborga, s'inchinò profondamente gridando:
— Per il Re!
L'Altariva ed il Lascaris a mezza voce risposero:
— Per il Re!
Ed il Nervia interrogò invece:
— Che notizie porti?
— Cattive, signor duca — rispose il Seborga.
— Che ti caschi la lingua!.... — incominciò i Lascaris.
Ma l'Altariva lo interruppe:
— Conte, le brutte notizie ci sono state sempre compagne da che la guerra ebbe principio: non può esser colpa del Seborga se continuano.
— Sicuro che la colpa non è mia, signore, ed il signor duca mio padrone sa che sono abituato a guardare il fuoco nemico. Così tutti avessero fatto sempre come me.
— E chi non l'ha fatto? — domandò il Lascaris.
— Saint-Amour, signor conte.
— Saint-Amour?
— Posso giurarlo. Il generale Massena girando la città si mostrò all'improvviso davanti a Saorgio, senza che potessero giocar le nostre artiglierie: Saorgio è francese e la strada è libera per Massena. Il comandante Saint-Amour non ebbe neppur gli onori delle armi.
Nessuno fiatò: i soldati cercarono i rosari.
— Ma non c'era che un sentiero — mormorò il Nervia — qualcuno dunque li guidò?
— Sì, padrone — rispose il Seborga — qualcuno che abbiamo colto con le mani nel sacco.
— Ah! ah! Prigionieri?
L'Altariva ch'era rimasto sopra pensieri interloquì.
— Se le notizie del Seborga sono vere, noi siamo perduti. E non possiamo dubitare delle sue parole. Massena sarà padrone della vallata domani, forse questa notte. Non ci rimane che una via di scampo: il mare e il rifugio in Sardegna.
— Ma la città? — gridò il Lascaris.
— La città non fugge. Ritorneremo.
Saltò in sella e tutti l'imitarono.
— Incendiate il bosco! — brevemente ordinò.
Alcuni uomini l'obbedirono.
— Ma i prigionieri? — fece osservare il Seborga.
— Legateli ad un albero, morranno di fame.
— Ed arrostiranno graziosamente — aggiunse il Nervia lisciando mollemente la criniera del cavallo.
— Non li volete interrogare, signore?
— A che pro? Non hai detto di averli trovati con le mani nel sacco?
— Sicuro — confermò il Seborga — si vantavano di avere insegnato il valico agli azzurri e avevano centomila franchi d'assegnati nelle tasche.
— Dunque basta, legali ad un albero!
S'avanzarono due cavalieri che portavano in groppa ciascuno un corpo legato: scaricati e sciolti, apparvero una vecchia e un fanciullo, che si gettarono in ginocchio appena liberi.
La vecchia donna potè appena articolare la parola pietà che il fanciullo cadde all'indietro come un cencio.
Allora si gettò sul piccolo corpo con un grido rauco.
— Non abbiamo fatto nulla, ve lo giuro, per la Madonna benedetta di Lampedusa. Due soldati ci hanno chiesto per dove si passava e l'abbiamo indicato a quei poveri giovani morti di freddo. Non è far del male indicare una strada, miei buoni signori!
Mentre parlava pensò forse al denaro che le avevano sequestrato: lo credette ingente e n'ebbe paura.
Vedeva due soldati spogliare il tronco d'un olivo: temette di dover essere impiccata. Raddoppiò gli urli della rauca voce stanca.
— Pietà! Pietà!
S'accorse di non essere ascoltata: si trascinò presso il Lascaris e gli abbracciò le ginocchia.
— Se abbiamo fatto del male è mia la colpa, solamente mia: salvate il ragazzo ch'è innocente, ve lo giuro, che non mostrò la strada ai soldati. Sono io che li accompagnai. È così giovane, mio buon signore, ed è così duro morire quando si è giovani! È innocente come Nostro Signore sulla Croce. Non importa se mi farete morire; io sono vecchia....
— Taci, strega! — mormorò un soldato respingendola col calcio del fucile.
Ma gettò un urlo di dolore alla scudisciata del Lascaris, che s'intromise:
— Siamo gentiluomini, Altariva, siamo cristiani, Nervia! Perchè incrudelire sopra una vecchia e un bimbo?
La donna indovinò l'aiuto.
— Ah! mio buon signore, che la Madonna vi tenga la sua santa mano sul capo.
— Lascaris — gli rispose a mezza voce l'Altariva — pensa che i francesi domani saccheggieranno il tuo castello, che i tuoi furono obbligati a fuggire in esilio....
Non finì, chè l'altro senza più far parola, bruscamente, con una strappata di briglia sparve di galoppo dall'altura. E per lungo tempo udì ancora gli urli della donna, che bastavano soli a destar nella notte illune gli echi della vallata. Poi non li udì più, con le proprie orecchie, ma sibbene attraverso la voce del Nervia che bestemmiava:
— Per la croce di Dio! Mettetele il bavaglio!
E allora gli giunse l'imprecazione:
— Maledetti!.... Maledetti i vostri figli!...
Non altro. Rabbrividì, mentre il bosco parve d'un tratto una sola fiamma.
Un sordo galoppo lo seguì. L'Altariva e il Nervia giungevano a briglia sciolta con i soldati.
— Che ha urlato? — chiese ai sopraggiunti il Lascaris con la voce un po' incerta.
L'Altariva ebbe la parola tronca da un tremito.
— Lasciate, conte: è cornacchia, e conviene che gracchi.
A sua volta il Nervia mormorò:
— Forse era meglio un colpo di pistola, ma la polvere è preziosa.
L'Altariva arrestò d'improvviso il cavallo.
— Seborga, fa suonar la sosta!
I soldati si fermarono.
— Nervia, Lascaris, conviene dividerci. Io tenterò di rientrare in città: per voi la salvezza del mare. Non ribellatevi, voglio così; mi avete giurato obbedienza.
La piccola truppa si divise in due silenziosamente: i tre gentiluomini si abbracciarono.
— Chiunque di noi, amici — continuò l'Altariva — giungerà salvo dal Re, gli ricordi che fummo fedeli sino alla morte. Addio!
S'alzarono tre possenti gridi che la vallata accolse con gli echi sonori.
— Altariva, per il Re!
— Lascaris, per il Re!
— Nervia, per il Re!
E sparvero nella notte. Il sonito ferrato dei cavalli, il rumore delle armi urtate sopravvissero ancora, poi s'allontanarono, tacquero.
Il silenzio riprese possesso della notte per la vallata.
Solo brillava l'incendio come un faro.
CRONACA DEL 1796
I.
Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò sul breve piazzale dominante la discesa ripida verso il mare. Comandava Emanuele Embriaco, fuoruscito genovese, che s'era voluta concedere la voluttà d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata del Nervia con i sessanta uomini concessigli dal marchese di Spigno aveva, non per solo capriccio di condottiere avventuroso, impunemente bravata la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto per oltrepassare, col pretesto di dover riconoscere le terre a settentrione sulla catena che costeggia il Roia ed adempiere un incarico della Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte.
Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate.
Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero l'ordine di cominciar l'ascesa.
Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe, sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce imperiosa, brevemente. E seguì il drappello.
Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi. Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano: gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo.
Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini, anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento.
Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè, alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè, al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido, vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza al marchesato.
Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada, il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa.
Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino.
— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio.
Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle trincee con gli uomini.
L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava tangibilmente.
— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino.
L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di sè.
Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato sulla baionetta il salvacondotto.
— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente.
— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E pensò: — Prudenza ad ogni modo.
Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero.
Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al vento del crepuscolo.
Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì nell'interno un sùbito comando:
— Fuoco!
Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria.
II.
Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante della breve collina, gridò:
— Olà del forte! Olà del forte!
Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia, fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri disarmati.
Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso.
D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le selci dure e gli echi dell'archivolto.
— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante!
Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto, era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi.
Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il nome di Senza-dio, non perchè professasse le teorie d'ateismo che cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del pollice della mano destra: senza-dito quindi, ma poichè dito in genovese è pronunciato dio, quel nomignolo, come succede spesso per nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato.
Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino, indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio.
— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora — da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista? Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne prego. E fate presto!
Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate.
— Signora marchesa, incominciò.....
Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe irosamente e sarcasticamente.
— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio. Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze quando vi si permette di parlare ad una dama.
Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca.
— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi: Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero mi possa neppur attraversare il capo....
— Ed allora perchè?....
Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei.
— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è un agguato questo!
Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia.
— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi, quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco, su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova!
L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido al mare tra i faggi i pini e gli olivi.
L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una grande confidenza la cavalcatrice:
— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio personale....
Ed alzandosi poi alteramente:
— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo.
S'inginocchiò di nuovo.
— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella signora, vantarsi di avervi retta la staffa.
Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro, avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò:
— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di arrestarlo! Dunque si leghi! Olà!
Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i due.
— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano, giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur vostra vicina!
E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del cavallo, alzò lo scudiscio.
— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al castello.
— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone, mordendosi fino al sangue il labbro inferiore.
— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello. Sgombrate!
E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e dai bravi di Bracciodiferro.
Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi, seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo sotto l'egida possente del feudale gonfalone.
III.
La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte Luca, uscito per la caccia.
L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato agli ospiti ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando furono soli, ed il fuoruscito, spogliatosi della rude casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in una soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso di confidenza l'avventuriero e tentennò il capo.
— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o che vuoi?
— Magnifico signore, vorrei la sicurezza.
— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il fuoruscito osservando all'intorno le forti muraglie del castello, della cui resistenza e solidità facevano testimonianza i profondi vani delle finestre.
— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente il Ricciuto. — Affè mia, preferirei essere all'aria aperta con la mia brava carabina sulla spalla, e trovarmi anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone. Qui mi par d'essere in trappola.
— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio barbagianni spennacchiato!
— Vedo giusto, signor conte!
— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi dire di veder giusto, quando la stessa Marchesa madre mi ha offerto ospitalità?
— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte figlio.
— Che vuoi dire?
— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi la politica fa spesso esser di diverso parere moglie e marito, come i Marchesi di Spigno possono dimostrare e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, come nel caso nostro, vedono diversamente.
— Tu parli per enigmi, Ricciuto!
— Io parlo per verità. Non ricordate forse, signor conte, che se la Marchesa di Spigno tiene per il Re di Piemonte, il marito apertamente parteggia per le nuove idee venute di Francia?
— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di Spigno, qui! Sono lontani, per volontà di Dio!
— Non molto, signor conte: la bella Marchesa Fiorina di Spigno, in altri tempi, assai recenti del resto, fece gli occhi dolci al conte Luca Lascaris, che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, nè, pare, sfortunato.
— Va bene! Lo so! E con questo?
— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa di Spigno, degna di ben più alti cuori, si sarebbe abbandonata ad un amoretto annacquato col giovine cugino senza un ragione tanto più forte quanto più nascosa?
L'Embriaco ascoltava interessato.
— E cioè?
— E cioè di guadagnare alla causa del Re di Piemonte il conte Lascaris: il Re di Piemonte ha un grande amico in queste riviere....
S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello nero e solitario sopra una scogliera presso il mare.
— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare anche il conte Lascaris, le nuove idee di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a Torino.
— E tu credi?
— Io nulla credo: quando si tratta di una donna bella ed astuta come la marchesa Fiorina, non si può dubitare: è certo.
— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? In questo caso sono salvo. —
Il Ricciuto rise sotto il mento.
— Lo credete, padrone?
— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani.
— Io non lo credo però!
— Perchè?
— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse a rompere con la Serenissima apertamente: se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor conte; si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè la Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, e con ragione, il conte Lascaris darà del fumo negli occhi alla Serenissima, consegnandovi al Borzone. Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge, pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il conte Lascaris farà palese la sua buona fede di amico della Repubblica e cospirerà poi con tutta sicurtà.
L'Embriaco preoccupato osservò:
— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già avvenuta?
— Non può essere avvenuta! Il messaggero non cammina come noi!
— Secondo te, dunque io sarei perduto....
— Certamente.... a meno che....
— A meno che?
— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina e Luca Lascaris.
L'Embriaco si alzò:
— Che dovrei dunque dire a Luca?
— Nulla dire, signor conte, mostrare!
— Mostrar che cosa?
— Una lettera della marchesa di Spigno.
I due si guardarono.
— E tu credi che....
— La bella marchesa di Spigno è troppo gran dama per degnarsi di scrivere.... firma soltanto ed ancora con una tal quale disinvoltura che la rende illegibile. Così.
Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno ed un fascio di fogli, il Ricciuto, con bella sicurezza, tracciò un ghirigoro che l'Embriaco osservò arrossendo.
— È proprio la firma di Fiorina!
— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive da erudito e legge il signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... ecco qui tutto il suo sapere.
L'Embriaco esitava. L'altro proseguì:
— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli del fortino?
L'Embriaco non rispose.
— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle mani di un Borzone! A Genova ne riderebbero della grossa.
In quella, un suon di corno giunse da lontano.
— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto.
Il suon di corno risuonò più vicino.
— Decidetevi dunque: volete?
Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia d'una risoluzione impellente, mormorò:
— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei affari, ti prego.
IV.
Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece annunziar presso l'ospite.
L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino.
— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari vostro....
L'Embriaco non lo interruppe.
— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui la vostra presenza.
— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate asilo?
— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi vieta di ricevere i suoi nemici.
— E così mi consegnerete al Borzone?
— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di Dio!
L'Embriaco chinò il capo.
— Quando dovrò uscire dal castello?
— A piacer vostro, signor conte!
— Subito allora.
Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava, giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed amava d'eguale amore armi e profumi.
— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama.
Il Conte Lascaris trasalì.
— Un incarico per me?
— Per voi. Date ordine che ci lascino soli.
Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala. L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni parola, continuò:
— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi.
Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona. Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed arrossì violentemente.
— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese.
— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri. Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me.
— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa.
Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del consueto.
— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza — l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena.
Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli occhi in viso all'ospite.
— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera?
— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non avrei potuto consegnarvi.
— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris.