IL CONTE DI MONTE-CRISTO
IL CONTE
DI
MONTE-CRISTO
DI
Alessandro Dumas
Volume Unico
NAPOLI
PER FRANCESCO ROSSI
Trinità Maggiore, num. 6
—
1850
IL CONTE
DI
MONTE-CRISTO
DI
ALESSANDRO DUMAS
I. — MARSIGLIA — L’ARRIVO.
Il 28 Febbraio 1815 la vedetta della Madonna della guardia dette il segnale della nave a tre alberi il Faraone che veniva da Smirne, Trieste e Napoli. Come è d’uso, un pilota costiere si partì tosto dal porto, e passando vicino al castello d’If, recossi a bordo del naviglio fra il capo di Morgiou, e l’isola di Rion. Quindi, come parimente è uso, la piattaforma del forte San Giovanni si ricoprì di curiosi; poichè è sempre un avvenimento di grande importanza a Marsiglia l’arrivo di un bastimento, soprattutto poi quando questo sia stato come il Faraone, costrutto, attrezzato, stivato nei cantieri della vecchia Phocée, ed appartenga ad un armatore della città. Frattanto il naviglio avanzava; aveva felicemente superato lo stretto formatosi da qualche scossa vulcanica fra l’isola di Calasareigne e quella di Jaros; ed oltrepassato Pomègue, procedeva col suo gran corpo sotto le tre gabbie in relinga, ma tanto lentamente, e con andamento sì tristo, che i curiosi, con quell’istinto che presagisce le disgrazie, l’un l’altro si domandavano quale infortunio fosse accaduto a bordo. Ciò non pertanto gli esperti alla navigazione riconoscevano che se un qualche accidente era avvenuto, questo non sarebbe stato al materiale del bastimento, poichè se procedeva lentamente lo faceva peraltro con tutte le condizioni di un naviglio eccellentemente governato. La sua ancora era gettata, i pennoni di bompresso abbassati, e vicino al pilota che si prestava a dirigere il Faraone nella stretta entrata del porto di Marsiglia, stava un giovinotto di rapido gestire, che con occhio vivo invigilava ciascun movimento del naviglio, e ripeteva ogni ordine del pilota. La vaga inquietezza che commoveva la folla aveva particolarmente turbato uno degli accorsi alla spianata di San Giovanni, di modo che egli senza attendere l’entrata del bastimento nel porto, saltò in una barchetta, ordinando di vogare avanti al Faraone, cui raggiunse rimpetto all’ansa di riserva. Il giovine marinaio vedendo giungere quest’uomo, lasciò il suo posto a lato del pilota, e venne col cappello in mano, ad appoggiarsi al parapetto del bastimento. Era costui un giovine di vent’anni circa, alto, snello, con occhi neri, e capelli color dell’ebano. Vi si scorgeva in tutta la persona quell’aspetto di calma e di risoluzione degli uomini avvezzi fin dalla loro infanzia a lottare coi perigli.
— Ah! siete voi, Dantès? gridò l’uomo dalla barca; che è mai accaduto, e perchè quest’aria di tristezza sparsa su tutto il bordo?
— Una gran disgrazia, signor Morrel, rispose il giovinotto, una gran disgrazia particolarmente per me. All’altezza di Civitavecchia abbiamo perduto il bravo Capitano Leclerc.
— Ed il carico? domandò vivamente l’armatore.
— È giunto a buon porto, sig. Morrel, e sono persuaso che sotto questo riguardo voi sarete contento. Ma il povero Capitano Leclerc....
— Che gli è dunque accaduto? domandò l’armatore con un aspetto notabilmente rallegrato.
— È morto.
— Caduto in mare?
— No, signore, morto di una febbre cerebrale in mezzo ad orribili patimenti. — Poi volgendosi verso l’equipaggio.
— Olà eh! disse egli, ciascuno al suo posto per l’ancoraggio. L’equipaggio ubbidì. Nel medesimo momento gli otto o dieci marinari che lo componevano si slanciarono chi sulle scotte, chi sui bracci, e chi infine agl’imbrogli del trinchetto e delle altre vele. Il giovine marinaio gettò uno sguardo non curante al cominciamento della manovra, e vedendo che si eseguivano i suoi ordini, ritornò al suo interlocutore.
— E come accadde adunque questa disgrazia? continuò l’armatore riprendendo la conversazione al punto in cui il giovine marinaio l’aveva interrotta.
— Ahimè! nel modo più imprevisto. Dopo un lungo colloquio col comandante del porto, il Capitano Leclerc abbandonò Napoli molto turbato: in capo a ventiquattro ore fu colto dalla febbre, e tre giorni dopo era morto. Noi gli abbiamo resi gli ordinarii funerali, ed ora riposa decentemente avviluppato in una branda con una palla da 36 ai piedi ed una alla testa all’altezza dell’Isola del Giglio; ne riportiamo alla vedova la croce d’onore e la spada. Ov’era il fastidio, continuava il giovinotto con un sorriso malinconico, di fare per dieci anni la guerra agl’Inglesi per arrivare poi a morire come tutti gli uomini nel suo letto!
— Peccato! che volete, Edmondo? riprese l’armatore che sembrava consolarsi sempre più, siamo tutti mortali, e bisogna pure che i vecchi cedano il posto ai giovani; senza di ciò non vi sarebbe più avanzamento, ed al momento che voi mi assicurate che il carico...
— È in buono stato sig. Morrel, ve ne assicuro. Ecco un viaggio che io vi consiglio di non iscontare per 25mila franchi di guadagno. — Poi come era passata la Torre Rotonda:
— Lesti a caricare le vele dei pennoni, il flocco e la bregantina, — comandò il giovine marinaio. L’ordine venne eseguito quasi colla stessa celerità che sur un bastimento da guerra. — Ammaina, e carica in ogni luogo! — All’ultimo comando tutte le vele si abbassarono, ed il naviglio si avanzò in un modo quasi insensibile, non camminando più che per l’impulso ricevuto. — Ora se voi volete salire, sig. Morrel, disse Dantès, vedendo l’impazienza dell’armatore, ecco qui il vostro scrivano Danglars che esce dal suo camerino, e che vi darà tutte le notizie che potete desiderare; quanto a me bisogna che invigili l’ancoraggio e che metta la nave a lutto. — L’armatore non se lo fe’ ripetere due volte, afferrò una gomena che gli gettò Dantès, e con una sveltezza che avrebbe fatto onore ad un uomo di mare, salì gli scalini inchiodati sporgenti sul fianco del bastimento, mentre che l’altro, ritornando al suo posto di secondo, cedeva la conversazione a colui che aveva annunziato sotto il nome di Danglars, il quale uscendo dal suo gabinetto si avanzava in fatto verso l’armatore. Il sopraggiunto era un uomo di 25 a 26 anni di figura molto cupa, ossequioso verso i suoi superiori, insolente coi sottoposti, cosicchè oltre il suo ufficio di computista, che è di per se stesso un motivo di avversione pei marinari, egli era tanto malveduto dall’equipaggio, quanto al contrario Dantès n’era amato.
— Ebbene? sig. Morrel, disse Danglars, voi sapete già la disgrazia, n’è vero?
— Sì, sì povero capitano Leclerc! era un bravo ed onest’uomo.
— E soprattutto un eccellente uomo di mare, invecchiato fra il cielo e l’acqua, come si conviene ad un uomo incaricato degli affari di una casa così importante, come la casa Morrel e Figlio.
— Ma, disse l’armatore tenendo gli occhi rivolti a Dantès che cercava il punto del suo ancoraggio, ma mi sembra che non faccia d’uopo essere tanto vecchio marinaio quanto voi dite, Danglars, per conoscere ben bene il suo mestiere. Ecco il nostro amico Edmondo che fa il suo, e mi sembra in vero che non ha bisogno di chiedere consigli ad alcuno.
— Sì, disse Danglars gettando su Dantès uno sguardo obliquo in cui balenò un lampo d’odio, sì, questi è giovane, e perciò non teme di nulla. Appena morto il capitano, egli assunse il comando senza consultare alcuno, e ci ha fatto perdere un giorno e mezzo all’Isola d’Elba invece di ripiegare direttamente a Marsiglia.
— Quanto al prendere il comando del naviglio, disse l’armatore, era suo dovere come secondo; quanto al perdere un giorno e mezzo all’Isola d’Elba, egli ha fatto male, a meno che il naviglio non avesse avuto qualche avaria da riparare.
— Il naviglio stava bene come sto io, e come desidero che voi stiate sempre, signor Morrel, e questa giornata e mezzo fu perduta per un capriccio, pel solo piacere di andare a terra.
— Dantès, disse l’armatore volgendosi verso il giovinotto, venite qui.
— Perdono, signore, disse Dantès; io sarò da voi fra un momento. — Poi indirizzandosi all’equipaggio: — Date fondo! diss’egli. L’ancora cadde, e la catena scorse con rumore.
Dantès restò al suo posto, malgrado la presenza del pilota, fino a che fu compita questa manovra, dopo di che: — Abbassate la fiamma a mezz’albero, disse; la bandiera in derno, incrociate le antenne!
— Voi vedete, disse Danglars, egli si crede, sulla mia parola, di già Capitano.
— E lo è difatto, disse l’armatore.
— Sì, sig. Morrel, salva la vostra sottoscrizione e quella del vostro socio.
— Diamine! perchè non lo lascerem noi a tal posto? disse l’armatore, egli è giovine, lo so bene, ma mi sembra atto alla bisogna, e molto esperimentato nel suo mestiere.
Una nube passò sulla fronte di Danglars.
— Perdono, sig. Morrel, disse Dantès avvicinandosi, ora che il bastimento è ancorato, eccomi ai vostri ordini. Voi mi avete, cred’io, chiamato?
Danglars fece un passo indietro.
— Io voleva domandarvi il perchè vi siete fermato all’Isola d’Elba.
— Lo ignoro io stesso: fu per eseguire un ultimo comando del Capitano Leclerc, che morendo mi aveva confidato un plico pel gran Maresciallo Bertrand.
— Avete voi dunque veduto il gran maresciallo, Edmondo?
— Sì. — Morrel si guardò attorno e tirò da un canto Dantès.
— E come sta l’Imperatore, domandò egli vivamente.
— Bene, per quanto ne ho potuto giudicare coi miei propri occhi.
— Avete veduto adunque anche l’Imperatore?
— Egli entrò dal Maresciallo mentre vi era io.
— E gli avete parlato?
— Cioè, fu egli che parlò a me, disse Dantès sorridendo. Mi fece delle interrogazioni sul bastimento, sul tempo della partenza da Marsiglia, sul viaggio che avea fatto, e sul carico che portava. Io credo che se questo fosse stato vuoto, e che io ne fossi stato il padrone, la sua intenzione sarebbe stata quella di farne acquisto. Ma io gli dissi che non era che un semplice secondo, e che il bastimento apparteneva alla casa Morrel e figlio. «Ah! diss’egli, io la conosco. I Morrel sono armatori di padre in figlio ed ho conosciuto un Morrel, che serviva con me nello stesso reggimento quando era di guarnigione a Valenza».
— È vero! gridò l’armatore tutto contento. Era Policar Morrel, mio zio, che divenne capitano. Dantès, direte a mio zio che l’Imperatore si è risovvenuto di lui, e vedrete piangere il vecchio brontolone. Andiamo, andiamo, continuò l’antico armatore battendo amichevolmente la mano sulla spalla del giovinotto; voi avete fatto bene ad eseguire le istruzioni del capitano Leclerc, e di fermarvi all’Isola d’Elba quantunque se si sapesse che voi avete consegnato un plico al Maresciallo e parlato coll’imperatore, ciò potrebbe mettervi in rischio.
— Come volete voi che ciò avvenga? disse Dantès: io non so neppure ciò che ho portato, e l’Imperatore non mi ha fatto che quelle interrogazioni che avrebbe dirette a chiunque. Ma perdono! riprese Dantès, ecco la Sanità e la Dogana che giungono: Voi permettete, n’è vero?
— Fate fate, mio caro Dantès.
Il giovinotto si allontanò, ed a misura ch’egli si allontanava, Danglars si accostava. — Sembra, diss’egli che abbia addotto buone ragioni sulla sua sosta a Porto Ferrajo?
— Eccellenti, mio caro Danglars.
— Ah! tanto meglio rispose questi, poichè è sempre cosa dispiacevole di vedere un camerata che non fa il proprio dovere.
— Dantès ha fatto il suo, rispose l’armatore, e non v’è nulla che dire. Fu il capitano Leclerc, che gli ordinò questa sosta.
— A proposito del capitano Leclerc, vi ha egli rimessa una sua lettera?
— A me? no. Ne aveva egli dunque?
— Io mi credeva che oltre il piego, il capitano Leclerc gli avesse confidata questa lettera.
— Di qual piego intendete voi parlare?
— Di quello che Dantès ha depositato nel passar da Porto Ferrajo.
— E come lo sapete?
Danglars arrossì. — Io passava davanti la porta del capitano che era socchiusa e vidi rimettere a Dantès il piego e la lettera.
— Egli non me ne ha parlato, disse l’armatore, ma se ha questa lettera me la consegnerà.
Danglars riflettè un istante: — Allora, sig. Morrel, vi prego, di non parlare di ciò a Dantès; mi sarò ingannato.
In questo momento il giovinotto fece ritorno. Danglars si allontanò. — Ebbene? mio caro Dantès siete libero? domandò l’armatore.
— Sì, o signore, ho dato alla Dogana la lista delle vostre mercanzie, e quanto alla consegna, essa avea inviato col pilota costiere un uomo al quale ho rimesso le mie carte.
— Voi dunque non avete più nulla a far qui?
Dantès gettò uno sguardo rapido intorno a sè. — No, qui tutto è in ordine.
— Potete dunque venire a pranzo con noi.
— Scusatemi, signor Morrel, ve ne prego, ma la prima mia visita la debbo a mio padre. Non sono però meno riconoscente all’onore che mi fate.
— È giusto, Dantès, so che siete un buon figlio.
— E...., domandò Dantès con una certa esitazione, sta bene mio padre, per quel che voi ne sappiate?
— Io credo di sì, quantunque non l’abbia veduto.
— Sì, egli si tiene ritirato nella sua cameretta.
— Ciò prova per lo meno, che non ha avuto bisogno di nulla durante la vostra assenza.
Dantès sorrise. — Mio padre è altiero, o signore, e quand’anche egli fosse stato sprovveduto di tutto, non si sarebbe rivolto a chiedere cosa alcuna a chicchessia, eccetto che a Dio.
— Ebbene! dopo questa prima visita, noi calcoliamo su voi.
— Scusatemi di nuovo, sig. Morrel, ma dopo questa prima visita, io ne ho un’altra che non mi sta meno a cuore.
— Ah! è vero, Dantès, dimenticava che vi è ai Catalani qualcuno che deve aspettarvi con non minore impazienza di vostro padre. È la bella Mercedès. (Dantès arrossì). Ah! ah! disse l’armatore, non sorprende più ch’ella sia venuta tre volte a domandare le notizie del Faraone. Perbacco! Edmondo voi non siete da compiangere, avete una graziosa amica.
— Ella non è mia amica, è mia fidanzata.
— Qualche volta è tutt’uno, disse ridendo l’armatore.
— Ma non per noi, rispose Dantès.
— Andiamo, andiamo! non voglio trattenervi di più. Voi avete fatto sufficientemente bene i miei affari, e debbo lasciarvi l’agio di fare i vostri. Avete voi bisogno di danaro?
— No, signore, io ho tutti i miei stipendi del viaggio, cioè quasi tre mesi di paga.
— Voi siete un giovinotto regolato, Edmondo!
— Aggiungete che ho un padre povero, sig. Morrel.
— Sì, sì, so che siete un buon figliuolo! andate dunque a vedere vostro padre. Io pure ho un figlio, e non saprei perdonarla a colui che dopo tre mesi di viaggio lo trattenesse lontano da me.
— Dunque voi permettete? disse il giovinotto salutandolo.
— Sì, non avete altro a dirmi?... Il Capitano Leclerc non vi ha dato morendo alcuna lettera per me?
— Gli sarebbe stato impossibile di scrivere; ma ciò mi ricorda che io avrei un congedo di qualche giorno a domandarvi.
— Per prender moglie?
— Per primo... poi per andare a Parigi.
— Bene! bene! voi prenderete il tempo che vorrete, Dantès. Non si occuperanno meno di sei settimane per iscaricare il bastimento, e non rimetteremo in mare prima di tre mesi. Sarà però d’uopo che vi troviate qui fra tre mesi. Il Faraone, continuò l’armatore battendo sulla spalla del giovine marinaio, non potrebbe mettere alla vela senza il suo Capitano.
— Senza il suo Capitano! esclamò Dantès cogli occhi sfavillanti di gioia. Ponete ben mente a ciò che mi dite, poichè voi vi fate mallevadore delle più segrete speranze del mio cuore; avreste voi intenzione di nominarmi Capitano del Faraone?
— Se io fossi solo, vi stenderei la mano, mio caro Dantès, e vi direi: è fatto, ma io ho un socio, e voi sapete l’antico proverbio Italiano: che ha un padrone chi ha un compagno; la metà della faccenda però è fatta, per lo meno, poichè sopra due voti, voi ne avete di già uno. Fidatevi di me per aver l’altro, ed io farò quanto potrò di meglio.
— Oh! Sig. Morrel, esclamò il giovine marinaio stringendo colle lagrime agli occhi le mani dell’armatore; vi ringrazio in nome di mio padre e di Mercedès.
— Va bene! va bene, Edmondo, vi ha un Dio in cielo per la brava gente; andate a vedere vostro padre e Mercedès; poi ritornate da me.
— Non volete voi che vi riconduca a terra?
— No, grazie, rimango a regolare i miei conti con Danglars. Siete voi rimasto contento di lui durante il viaggio?
— Secondo il senso che voi date a questa interrogazione; se si tratta come buon camerata, no, perchè io credo ch’egli non m’ami: dal giorno in cui ebbi la debolezza, in conseguenza di una contesa che avemmo assieme, di proporgli che ci fermassimo dieci minuti all’Isola di Monte-Cristo per terminarla, proposizione che io ebbi torto di fargli e che egli ebbe ragione di rifiutare; se poi è come scrivano che mi fate questa domanda, credo che non vi sia nulla a dire, e sarete contento del modo con cui ha fatto il suo dovere.
— Ma, domandò l’armatore, se voi foste Capitano del Faraone, conservereste Danglars con piacere?
— Capitano, o secondo, rispose Dantès, avrò sempre i più grandi riguardi per coloro che possederanno la confidenza dei miei armatori.
— Andiamo, andiamo, Dantès, vedo bene che siete un bravo giovinotto su tutti i riguardi. Non voglio più a lungo trattenervi; andate, poichè siete sulle spine.
— A rivederci, sig. Morrel, e mille ringraziamenti.
Il giovine marinaio balzò nella lancia, andò a sedersi a poppa e ordinò di approdare alla Cannebière. Due marinai si piegarono tosto sui loro remi e la barca fuggì con quella rapidità che è possibile in mezzo alle mille barche, le quali ingombrano quella specie di angusta strada che conduce fra due file di navigli, dall’entrata del porto allo scalo d’Orléans. L’armatore sorridendo lo seguì cogli occhi fino alla spiaggia, lo vide saltare sui gradini dello scalo e perdersi tosto in mezzo alla folla variopinta, che dalle cinque del mattino alle nove della sera ingombra questa famosa strada della Cannebière, i cui Phocéens moderni sono tanto orgogliosi, che dicono con la più gran serietà del mondo e con quell’accento che imprime tanto carattere a ciò che dicono «Se Parigi avesse la Cannebière, sarebbe una piccola Marsiglia.» Rivolgendosi, l’armatore vide Danglars, che in apparenza sembrava attendere i suoi ordini, ma che in fatto seguiva come lui il giovine marinaio collo sguardo. V’era però grandissima diversità nella espressione di questo doppio sguardo diretto sul medesimo individuo.
II. — IL PADRE ED IL FIGLIO.
Lasciamo Danglars, alle prese col genio dell’odio, cercare di gettare contro il suo camerata qualche maligna supposizione all’orecchio dell’armatore, e seguiamo Dantès, che dopo aver percorsa la Cannebière in tutta la sua lunghezza, prende la contrada Nouaille, entra in una piccola casa sita alla sinistra dei viali di Meillan, sale i quattro piani di una scala oscura e attenendosi con una mano al mantegno, comprime coll’altra i battiti del cuore, e si arresta davanti una porta socchiusa, che lascia vedere fino al fondo una piccola camera: in essa stava il padre di Dantès. La notizia dell’arrivo del Faraone non era ancor giunta al vecchio che salito sur una cassa, era occupato a piantare delle cannucce sopra cui adattava con mano tremante alcuni nasturzi misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della finestra. Ad un tratto si sentì circondare il corpo da due braccia, ed una voce ben conosciuta gridare dietro a sè: — Mio padre! mio buon padre. Il vecchio gettò un grido e si volse; poi vedendo suo figlio, si lasciò cadere tra le braccia di lui tremante e pallido.
— Che avete dunque o padre? sareste voi ammalato?
— No, mio caro Edmondo, mio figlio, mio caro figlio, no: ma io non ti aspettava, e la gioia, la sorpresa di rivederti così all’improvviso... Dio, Dio... mi sembra di morire...
— Coraggio! rimettetevi, o padre. Sono io, io stesso. Si dice sempre che la gioia non nuoce; ed è perciò che sono entrato così senza farvi preparare; guardatemi, sorridetemi in vece di osservarmi con occhi spaventati. Io ritorno e noi saremo felici.
— Ah! tanto meglio, o figlio, riprese il vecchio. Ma in qual modo possiamo noi essere felici? tu adunque non mi abbandoni più? Vediamo, raccontami le tue fortune.
— Che il signore mi perdoni, disse il giovinotto, di allegrarmi di una fortuna che faccio col lutto di una famiglia: ma il cielo m’è testimone che io non l’ho desiderato! Essa mi giunge, ed io non ho forza di affliggermene. Il bravo Capitano Leclerc è morto, ed è probabile che colla protezione del Sig. Morrel, io vada al suo posto... Capitano a venti anni! con cento luigi di stipendio ed una parte nello interesse! non è ciò più di quel che poteva sperare un povero marinaio come sono io!
— Sì, figlio mio, sì, infatto questa è una felicità.
— E perciò io voglio che col primo denaro che avrò voi abbiate una casetta con un giardino per piantare le vostre clematidi, i nasturzi ed il caprifoglio. Ma che avete padre? si direbbe che state male!
— Pazienza, pazienza, non sarà nulla.
E le forze mancando al vecchio, cadde rovescioni in addietro.
— Via, via, disse il giovinotto, un bicchiere di vino, vi rianimerà. Dove conservate il vino?
— No grazie, non lo cercare, io non ne ho bisogno, disse il vecchio cercando di trattenere il figlio.
— Lasciate fare, lasciate fare, o padre, indicatemi il luogo.
Ed aprì due o tre armadi.
— È inutile... disse il vecchio, non vi è più vino....
— Come non vi è vino, disse Dantès impallidendo a sua volta, e guardando alternativamente le guance smunte ed increspate del vecchio, e gli armadi vuoti. Come! non vi è più vino! sareste voi restato privo di denaro, o padre?
— Io non son rimasto privo di nulla, dappoichè tu sei qui.
— Frattanto, balbettò Dantès, asciugandosi il sudore che freddo gli colava dalla fronte, io vi aveva però lasciato 200 fr. son tre mesi partendo.
— Sì, sì Edmondo, è vero. Ma tu avevi dimenticato nel partire un piccolo debito col vicino Caderousse, egli me lo ha ricordato, dicendomi che se io non pagava per te, egli andava a farsi pagare dal Sig. Morrel. Allora tu comprendi, per tema che ciò non ti facesse torto... ho pagato io per te.
— Ma, esclamò Dantès, il mio debito con Caderousse era di 140 fr.; e voi li avete pagati sui 200 fr. che vi ho lasciati.
Il vecchio fece un segno affermativo colla testa.
— Dimodochè voi avete vivuto, per tre mesi con soli 60 fr.
— Tu sai quanto poco mi abbisogni e mi basti.
— Oh! mio Dio! padre mio perdonatemi, gridò Edmondo gettandosi ai piedi del buon vecchio.
— Che fai tu mo?
— Ah voi mi avete squarciato il cuore! — Nulla! tu sei qui, disse il vecchio sorridendo, ora tutto è dimenticato, se stai bene.
— Sì io son qui; eccomi con un bell’avvenire e con qualche poco di danaro. Prendete o padre, diss’egli, prendete e inviate subito qualcuno a cercare qualche cosa. — E vuotò sulla tavola la borsa che conteneva una dozzina di monete d’oro, cinque o sei scudi da cinque fr. e qualche poco di moneta minuta. Il viso del vecchio si annuvolò. — Di chi è quel danaro?
— Mio, tuo, di entrambi, prendi, compra delle provvisioni, sii felice, domani ve ne sarà dell’altro.
— Adagio, adagio, disse il vecchio sorridendo, colla tua permissione io farò uso della tua borsa, ma con moderazione, mentre le persone che mi vedessero fare grandi provviste direbbero che io era obbligato ad aspettare il tuo ritorno per farle.
— Fate come vi aggrada, ma prima d’ogni altro provvedetevi di una persona di servizio. Non voglio più che usciate solo. Io ho del caffè e dell’eccellente tabacco di contrabbando in una cassetta in fondo alla stiva; voi l’avrete domani. Ma... zitto; sento arrivare qualcuno.
— Sarà Caderousse che avendo saputo il tuo arrivo viene a darti il ben venuto.
— Bene, ecco altre labbra che dicono diversamente da ciò che pensa il cuore; ma non serve, mormorò Edmondo; egli è un vicino che ci ha altra volta reso un servigio; che sia il ben venuto. — Di fatto al momento in cui Edmondo terminava la frase a voce bassa, si vide comparire la testa nera barbuta di Caderousse sul limitare della porta.
Era costui un uomo di 25 a 26 anni, aveva fra le mani un po’ di panno che nella sua qualità di sartore si accingeva a tramutare nei paramani di un abito.
— Ah! eccoti dunque di ritorno, Edmondo! disse con l’accento marsigliese più pronunciato, e con un largo sorriso che gli scopriva dei bellissimi denti, bianchi come l’avorio.
— Come vedete, vicino Caderousse, e pronto a servirvi in qualunque cosa, rispose Dantès, mal dissimulando la sua freddezza, nel fare questa offerta.
— Grazie, grazie, fortunatamente non ho bisogno di nulla, anzi gli altri hanno qualche volta bisogno di me (Dantès fece un movimento d’impazienza); non dico ciò per te o giovinetto; ti prestai del denaro, tu me lo hai reso, ciò si pratica fra buoni vicini e noi siamo pari.
— Non si è mai pari con quei che ci han favorito, disse Dantès, mentre, allorquando non si deve loro più danaro, loro si deve la riconoscenza.
— E a che parlare di ciò? Ciò che è passato, è passato; parliamo del tuo felice ritorno o giovinotto. Io era andato sul porto per ritrovare da accompagnare del panno color marrone, allora quando ho incontrato l’amico Danglars. «— Tu a Marsiglia? — Sì, io stesso, rispose egli. — Io ti credeva a Smirne? — Io potrei ancora esservi mentre vengo di là — E Edmondo ov’è egli, il bravo giovinotto? — Certamente presso suo padre» mi rispose Danglars ed allora io sono venuto per avere il piacere di stringere la mano ad un amico.
— Questo buon Caderousse, disse il vecchio, ci ama molto.
— Certamente vi amo e vi stimo ancora, molto più che gli uomini onesti sono tanto rari... ma sembra che tu ritorni ricco, continuò il sartore, volgendo uno sguardo bieco sull’oro e sull’argento che Dantès aveva posato sulla tavola.
Al giovine marinaro non sfuggì il lampo di cupidigia che rischiarò gli occhi neri del suo vicino. — Eh! mio Dio, disse con non curanza, questo danaro non è mio, aveva manifestato a mio padre il timore che nella mia assenza gli fosse mancato qualche cosa ed egli per rassicurarmene ha vuotata la sua borsa sulla tavola. Andiamo padre, rimettete il vostro danaro nel tiratoio, a meno che il vicino Caderousse non ne abbia a sua volta bisogno, nel qual caso è sempre a sua disposizione.
— No, giovinotto, disse Caderousse, io non ho bisogno di niente, e grazie a Dio il proprio stato mantiene l’uomo; conserva il tuo danaro, che non se ne ha mai di troppo; ciò non toglie che io ti sia obbligato della tua offerta come se ne avessi approfittato.
— Era di buon cuore, disse Dantès.
— Non ne dubito. Ebbene, eccoti dunque di bene in meglio col signor Morrel, furbo che sei.
— Il sig. Morrel ha sempre avuto molta bontà per me.
— In questo caso tu hai avuto torto a ricusare il suo pranzo.
— Come! ricusare il suo pranzo? riprese il vecchio; egli dunque ti aveva invitato a pranzo?
— Sì, padre mio, rispose Edmondo sorridendo della meraviglia che cagionava a suo padre l’eccessivo onore di cui si credeva il soggetto.
— E perchè dunque? dimandò il vecchio.
— Per ritornare più presto vicino a voi, mio padre, rispose il giovinotto, aveva gran fretta di vedervi.
— Ciò però avrà dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel, soggiunse Caderousse; e quando uno aspira a divenir capitano, ha torto di non far la corte al suo armatore.
— Io gli ho spiegata la causa del mio rifiuto, rispose Dantès, e sono certo che egli l’ha intesa.
— Ah! per diventar capitano bisogna accarezzare un poco più i suoi padroni.
— Io spero di divenire capitano anche senza di ciò.
— Tanto meglio, ciò farà piacere ai tuoi vecchi amici. Io so che vi è qualcuno laggiù dietro alla cittadella S. Nicola che ne sarà molto contento.
— Mercedès? disse il vecchio.
— Sì, padre mio, rispose Dantès, e colla vostra permissione, ora che vi ho veduto, ora che so che voi state bene, che avete tutto ciò che vi abbisogna, vi chiederei il consenso di fare una visita ai Catalani.
— Va figlio mio! va! disse il vecchio Dantès, e Dio benedica te nella tua donna, come benedisse me nel figlio!
— Sua donna! disse Caderousse, voi andate tropp’oltre, papà Dantès: ella non lo è ancora, io credo.
— No, ma, secondo ogni probabilità, rispose Edmondo, ella non tarderà molto a divenirlo.
— N’importa, disse Caderousse, hai fatto bene a sbrigarti.
— E perchè ciò?
— Perchè la Mercedès è una bella giovinetta, e le belle giovinette non mancano d’innamorati, quella particolarmente, la seguivano a dozzine.
— Davvero! disse Edmondo con un sorriso sotto il quale traspariva un’ombra d’inquietudine.
— Oh sì! riprese Caderousse, e anche belle proposte capisci tu? diventi capitano, e si guarderà bene da rifiutarti.
— Ciò equivale al dire, disse Dantès con sorriso che mal dissimulava la sua inquietudine, che se io non diventassi capitano...
— Eh! eh! fece Caderousse.
— Via, via, disse il giovinotto, io ho migliore opinione che voi delle donne in generale, e di Mercedès in particolare, e sono convinto che diventi o no capitano, ella mi resterà egualmente fedele.
— Tanto meglio! disse Caderousse, egli è sempre una buona cosa che i giovinotti, quando si maritano, siano forniti di buona fede, ma non serve, credimi Dantès, corri ad annunziarle il tuo arrivo, ed a metterla a parte delle tue speranze.
— Vi vado, disse Edmondo, che abbracciò suo padre, salutò con un cenno di testa Caderousse, e partì.
Caderousse restò un altro momento, poi prendendo congedo dal vecchio Dantès, discese a sua volta, e andò a raggiunger Danglars che lo aspettava all’angolo della strada Senac.
— Ebbene! disse Danglars, l’hai tu veduto?
— L’ho lasciato ora.
— Ti ha egli parlato della sua speranza di divenir capitano?
— Egli ne parla come se lo fosse digià.
— Pazienza! mi sembra che si solleciti un po’ troppo.
— Diavolo! sembra che il posto gli sia stato promesso dallo stesso sig. Morrel.
— Dimodochè egli sarà molto contento?
— Cioè, egli è molto insolente; mi ha di già offerti i suoi servigi come se fosse un personaggio d’importanza; e del denaro in prestito come se fosse un banchiere.
— E tu avrai ricusato?
— Certamente, quantunque io avessi potuto accettare, atteso che sono stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete bianche ch’egli ha toccato: ma ora Dantès non avrà più bisogno d’alcuno divenendo capitano.
— Baie! disse Danglars, egli non lo è ancora; ed in fede mia sarebbe una bella cosa se nol fosse più, Caderousse; altrimenti non vi sarebbe modo di potergli parlare.
— Se noi lo vogliamo veramente, disse Danglars, egli resterà ciò che è, e forse diventerà ancor meno di quel che è.
— Che dici tu?
— Niente, parlo a me stesso. È egli sempre innamorato della Catalana?
— Innamorato pazzo; ora è andato da lei. Ma o mi sbaglio, o avrà dei dispiaceri da quella parte.
— Spiegati! ciò è più importante di quel che credi. Tu non ami certamente Dantès?
— Io non amo gli arroganti.
— Ebbene dimmi allora ciò che sai relativamente alla Catalana.
— Io non so niente di positivo, ho veduto soltanto cose che mi fanno credere, come ti diceva, che il futuro capitano avrà dei dispiaceri nei dintorni della via delle Vieilles-Infirmeries.
— Che hai tu veduto? Via, dimmi.
— Ebbene, ho veduto che tutte le volte che Mercedès entra in città, è sempre accompagnata da robusto e minaccioso Catalano dagli occhi neri, la pelle rossa, molto scuro, ardentissimo, e ch’ella chiama mio cugino.
— Ah! davvero, e credi tu che costui le faccia la corte?
— Lo suppongo; che diavol’altro vuoi che faccia un giovinotto di ventun’anno ad una bella ragazza di diciassette?
— E tu dici che Dantès è andato ai Catalani?
— Egli è uscito di casa sua poco prima di me.
— Se noi andiamo dalla medesima parte, ci fermeremo all’osteria della Réserve dal papà Panfilo e mentre staremo bevendo un bicchier di vino di Lamalgue, attenderemo notizie.
— E chi ce le porterà?
— Noi saremo sulla strada, e vedremo bene sul viso di Dantès ciò che sarà avvenuto.
— Andiamo, disse Caderousse; ma sei tu che paghi?
— Certamente, rispose Danglars. E tutti e due s’incamminarono con passo rapido verso il luogo indicato. Giunti colà si fecero portare una bottiglia e due bicchieri. Il papà Panfilo aveva veduto passare Dantès, che non erano dieci minuti. Certi che Dantès era ai Catalani, si assisero sui banchi di verdura nascente ai piedi delle piante di sicomori sui rami delle quali gli uccelli salutavano i primi giorni della primavera.
III. — I CATALANI.
A cento passi dal luogo ove i due amici, collo sguardo all’orizzonte e l’orecchio all’erta, vuotavano lo spumoso vino di Lamalgue s’innalzava dietro il monticello nudo ed arido pel sole e pel maestrale, il piccolo villaggio dei Catalani.
In un bel giorno, una colonia misteriosa partì dalla Spagna, e venne ad approdare alla lingua di terra che abita oggidì: giungeva non si sa da dove, e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che capiva il provenzale, domandò alla Comune di Marsiglia quel promontorio ignudo ed arido, sul quale essi avevano, come gli antichi marinari, ritirati i loro navigli. La domanda fu accordata, e tre mesi dopo si elevava un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che erano stati tirati a terra da questi Zingari. Il villaggio costrutto in un modo bizzarro e pittoresco, di stile metà moresco, metà spagnuolo, è quello che in oggi si vede abitato dai discendenti di quegli uomini, che parlano la lingua dei loro padri. Dopo tre o quattro secoli essi sono ancora rimasti fedeli a questo piccolo promontorio, sul quale caddero a guisa di uno stormo di uccelli di mare, senza immischiarsi in niente alla popolazione marsigliese, maritandosi fra di loro, e conservando gli usi e costumi della loro madre patria, come ne hanno conservata la favella. Fa d’uopo che i nostri lettori ci seguano a traverso l’unica strada di questo villaggio ed entrino con noi in una di queste case, alle quali per di fuori il sole ha dato il bel colore di foglia secca, particolare ai monumenti del paese, e al di dentro uno strato di tinta gialla che forma l’unico ornamento della Posadas spagnuola. Una bella giovinetta coi capelli neri come il lustrino, cogli occhi vellutati come quelli della gazzella stava ritta ed appoggiata ad un assito, sfrondando tra le sue dita profilate con un disegno antico una innocente erica di cui strappava i fiori, e gli avanzi della quale erano già sparsi sul terreno; inoltre le sue braccine, nude fino al gomito, modellate su quelle della Venere d’Arles, fremevano con una specie d’impazienza febbrile, ed ella batteva la terra col piede agile, e curvato in modo da fare apparire la forma pura e superba della gamba serrata da una calza di cotone rosso ad angoli grigi e azzurri. A tre passi da lei assiso sur una cassa cui dondolava con un movimento rozzo, appoggiando il suo gomito ad un vecchio mobile tarlato, stava un robusto giovinotto di 20 a 22 anni che la guardava con un’aria da cui si scorgeva l’interno combattimento tra l’inquietudine ed il dispetto. I suoi occhi interrogavano; ma lo sguardo fermo e fisso della giovinetta, dominava il suo interlocutore. — Vediamo, Mercedès, diceva il giovine; fra poco sarà Pasqua; ecco un’epoca propizia ad un matrimonio.
— Io vi ho risposto le cento volte, Fernando, e bisogna per verità che siate nemico di voi stesso, per rinnovarmi questa interrogazione.
— Ebbene! ripetetelo ancora, ve ne supplico, affinchè io giunga a crederlo, ditemi per la centesima volta che voi ricusate il mio amore che aveva l’approvazione di vostra madre; fate ben comprendere che vi prendete giuoco della mia felicità, e che la mia vita e la mia morte sono un nulla per voi. Ah! mio Dio! mio Dio! aver sognato per dieci anni di essere vostro sposo, Mercedès, e perdere questa speranza, unica meta della mia vita!
— Non sono però stata io, che abbia giammai incoraggiata questa speranza, Fernando, rispose Mercedès; voi non avete una sola lusinga a rimproverarmi, che io abbia usata a vostro riguardo; vi ho sempre detto: «Io vi amo come un fratello; ma non esigete giammai da me altra cosa che quest’amicizia fraterna, poichè il mio cuore è dato ad altri.»
— Sì, lo so bene, Mercedès, rispose il giovine, voi vi siete gloriata a mio riguardo del merito crudele della franchezza. Ma dimenticate però che esiste fra i Catalani una sacra legge che ordina di maritarsi fra loro.
— Voi v’ingannate Fernando, non è una legge, è un’abitudine, ecco tutto; e credetemi non vi giova invocare questa abitudine in vostro favore. Voi siete entrato nella coscrizione, la libertà che vi si lascia non è che una semplice tolleranza. Da un momento all’altro potete essere richiamato al servizio militare, ed una volta soldato, che farete voi di me, di me povera orfanella, trista, senza beni, che in tutto possiede una capanna quasi in rovina, alla quale sono attaccate alcune reti usate, miserabile eredità lasciata da mio padre a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno ch’ella è morta, pensate o Fernando che io vivo quasi di pubblica carità. Qualche volta voi fingete che io vi sia utile, e ciò per avere il diritto di dividere la vostra pesca meco; io accetto perchè voi siete il figlio del fratello di mio padre, perchè noi siamo stati allevati insieme, e più ancora sopra tutto perchè vi cagionerei troppo dispiacere s’io ricusassi. Ma io ben capisco che questo pesce che vado a vendere e dal quale ritraggo il danaro per comprare la canape che filo è un’elemosina.
— E che importa! Mercedès? Così povera e sola come siete, mi convenite assai più che la figlia del più superbo armatore o del più ricco banchiere di Marsiglia. A noi che abbisogna? una donna onesta ed atta alle faccende domestiche. Ove potrei io ritrovar meglio di voi sotto questi rapporti?
— Fernando, rispose Mercedès scuotendo la testa, si diviene abili alle faccende domestiche; ma non si può guarentire di restare oneste allora quando si ama un altro uomo che non è suo marito. Contentatevi della mia amicizia; poichè ve lo ripeto, ciò è quanto posso promettervi, ed io non prometto, che quel che sono sicura di mantenere.
— Sì, lo comprendo, voi sopportate pazientemente la vostra miseria, ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedès, amato da voi, io tenterò la fortuna, voi mi porterete felicità, ed io diverrò ricco. Io posso estendere il mio stato di pescatore, posso entrare come commesso in un banco, io stesso posso diventar negoziante.
— Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernando, voi siete soldato, e se restate ancora ai Catalani, gli è perchè non v’è guerra; restate adunque pescatore, non fate dei sogni che vi farebbero riuscire ancora più terribile la realtà, e contentatevi della mia amicizia, dacchè non posso darvi altro.
— Ebbene, voi avete ragione Mercedès, io sarò marinaro; avrò in vece del costume dei padri nostri, che voi disprezzate, un cappello inverniciato, una camicia a righe ed una veste blu colle ancore sui bottoni; non è egli così che bisogna essere vestito per piacervi?
— Che intendete di dire? domandò Mercedès, vibrandogli uno sguardo imperioso; io non vi capisco.
— Voglio dire Mercedès, che voi non siete così inflessibile e crudele con me, se non perchè attendete qualcuno che va così vestito; ma quello che voi aspettate è forse incostante, e se pur non lo è, il mare lo è per lui.
— Fernando, gridò Mercedès, io vi credeva buono; mi sono ingannata; voi avete un cuore cattivo invocando ad aiuto della vostra gelosia la collera di Dio. Ebbene! sì, non vi nascondo nulla, io aspetto, io amo quello che voi dite, e s’egli non ritorna, in vece di accusare questa incostanza che voi invocate, io dirò che egli è morto amandomi.
Il giovine Catalano fece un gesto di rabbia.
— Io vi capisco Fernando; voi vi rivarreste con lui perchè io non vi amo; voi incrocereste il vostro coltello catalano contro del suo pugnale. Ma ciò, a che servirebbe? a perdere la mia amicizia se rimaneste vinto, a vederla cambiata in odio se vincitore. Credetemi, il muovere contesa con un uomo, è un cattivo mezzo per piacere alla donna che lo ama. No, Fernando, voi non vi lascerete trasportare da così perversi pensieri; se non mi potete avere a moglie, vi contenterete di avermi ad amica ed a sorella. D’altronde, soggiunse ella cogli occhi commossi e bagnati di lagrime, aspettate Fernando; voi lo avete detto or ora: il mare è perfido e sono già quattro mesi che egli è partito: ed in quattro mesi ho contato molte burrasche!
Fernando restò impassibile. Egli non cercò di asciugare le lagrime che scorrevano sulle guance di Mercedès, e ciò non pertanto avrebbe dato una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lagrime che colavano per un altro; si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò davanti a Mercedès, coll’occhio cupo, e coi pugni fortemente serrati. — Vediamo, Mercedès, diss’egli, anche una volta rispondete... avete voi ben risoluto?
— Io amo Edmondo Dantès, disse freddamente la giovinetta, e niun altro fuorchè Edmondo sarà il mio sposo! e l’amerò finchè avrò vita.
Fernando chinò la testa scorato, e cacciò fuori un sospiro che sembrò un gemito; poscia ad un tratto alzando la fronte, coi denti serrati e le narici socchiuse:
— Ma s’egli è morto! diss’egli.
— S’egli è morto, io morrò.
— Ma se egli vi obblia?
— Mercedès, gridò una voce esultante al di fuori della capanna.
— Ah! sclamò la giovinetta arrossendo di gioia, esultante d’amore, tu vedi bene ch’egli non mi ha dimenticato; poichè eccolo qua... E si slanciò verso la porta che aprì gridando:
— A me, a me, Edmondo, eccomi qui! — Fernando pallido e fremente dette addietro come fa un viaggiatore alla vista di un serpente, ed urtando nella sua cassa vi ricadde a sedere. Edmondo e Mercedès erano vicini l’uno all’altro. Il sole ardente di Marsiglia che penetrava per l’apertura della porta, gli inondava di un torrente di luce. Sulle prime essi non videro nulla di ciò che li circondava, una felicitò immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle parole interrotte che sono lo slancio della più viva gioia, e sembrano accostarsi all’espressione del dolore. Ad un tratto Edmondo si accorse della figura cupa di Fernando che si designava nell’ombra, pallida e minacciosa; per un movimento di cui egli stesso non si sarebbe forse dato ragione, il Catalano teneva la mano sul coltello posto alla cintura. — Perdono, disse Dantès inarcando a sua volta le sopracciglia, non aveva osservato che eravamo in tre. Poi rivolgendosi a Mercedès domandò: — Chi è questo signore?
— Egli sarà il vostro migliore amico, mentre è egualmente il mio, è mio cugino, è mio germano, egli è Fernando, è finalmente l’uomo che dopo voi, Edmondo, amo di più in questa terra.
Edmondo, senza abbandonare Mercedès stese, con un movimento di cordialità, la mano al Catalano. Ma Fernando lungi dal corrispondere a questo gesto amichevole, restò muto ed immobile come una statua. Allora Edmondo portò il suo sguardo scrutatore, da Mercedès commossa e tremante a Fernando cupo e minaccioso. Questo solo sguardo gli fece tutto comprendere. La collera gli salì alla fronte. — Io non avrei saputo venire con tanta fretta da voi, Mercedès, per ritrovarvi un nemico.
— Un nemico! esclamò Mercedès, con uno sguardo corrucciato rivolto al suo cugino: un nemico presso di me, dici tu, o Edmondo? Se io credessi ciò, ti prenderei sotto il braccio e me ne andrei a Marsiglia abbandonando questa casa per non riporvi mai più il piede. (L’occhio di Fernando lanciò un baleno). Se ti accadesse disgrazia, mio Edmondo, continuò ella col medesimo implacabile sangue freddo il quale provava a Fernando che la giovinetta aveva saputo leggere fino al più profondo de’ suoi sinistri pensieri, se ti accadesse qualche disgrazia, io salirei sul capo di Morgiou e mi getterei sugli scogli colla testa in avanti. (Fernando divenne spaventosamente pallido). Ma tu t’inganni, Edmondo, continuò ella, tu qui non hai nemici: qui non vi è che Fernando mio fratello, che ti stringerà la mano come ad un amico di cuore. A queste parole la giovinetta fissò il suo sguardo imperioso sul Catalano, il quale come se fosse stato affascinato da questo sguardo, si accostò lentamente a Edmondo, e gli stese la mano. Il suo odio pari ad un flutto impotente quantunque furioso, veniva ad infrangersi contro l’ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena toccata la mano di Edmondo, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva, e slanciandosi fuori della capanna, correndo come un insensato, ed intrecciandosi le mani nei capelli gridava: — Oh chi mi libererà da quest’uomo: me infelice! me infelice!
— Eh! Catalano! ehi Fernando, ove corri tu? disse una voce. — Il giovinotto si arresta ad un tratto, guarda a sè d’intorno e riconosce Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie. — Eh! disse Caderousse, perchè non vieni tu qui? hai tu dunque tanta fretta da non avere il tempo di dire buon giorno agli amici?
— Particolarmente quando essi hanno ancora una bottiglia quasi piena davanti, soggiunse Danglars. Fernando guardò quei due uomini con occhi da ebete e nulla rispose.
— Sembra affatto stordito, disse Danglars urtando col suo nel ginocchio di Caderousse, sarebbe egli possibile che ci fossimo sbagliati, e che Dantès trionfasse in opposizione a quanto abbiam preveduto?
— Diavolo bisogna vedere, disse Caderousse, e volgendosi verso il Catalano. — Ebbene, non ti risolvi tu? — Fernando asciugò il sudore che gli colava dalla fronte, entrò lentamente sotto il pergolato, la cui ombra sembrava rendere un po’ di calma ai suoi sensi, e la freschezza un po’ di sollievo al suo corpo spossato.
— Buon giorno, diss’egli, voi mi avete chiamato, n’è vero? E fu piuttosto un cadere che un assidersi sur una delle panche che circondavano la tavola.
— Io ti ho chiamato perchè tu correvi come un pazzo, e perchè ho avuto paura che ti buttassi in mare, disse ridendo Caderousse. Che diavolo! quando uno ha degli amici, non è solo per offrir loro un bicchiere di vino, ma ancora per impedir loro di bere tre o quattro pinte di acqua.
Fernando mandò un gemito simile ad un singulto, e lasciò cadere la testa su i suoi due pugni incrociati sulla tavola.
— Ebbene! vuoi tu che te lo dica Fernando? rispose Caderousse, intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente del popolo, cui la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia; tu mi hai l’aria di un amante sconfitto. Ed accompagnò questo scherzo con una forte risata.
— Baie! rispose Danglars, un giovinotto come costui, non è fatto per essere disgraziato in amore; tu ti burli di lui, Caderousse.
— Niente affatto, non senti come sospira? Coraggio, coraggio, Fernando, disse Caderousse, alza in alto il naso e rispondici. Non è civiltà il non rispondere agli amici che vi domandano come va la salute.
— La mia salute va bene; disse Fernando serrando le pugna, ma senza alzar la testa.
— Ah! vedi tu Danglars, disse Caderousse occhiando l’amico, ecco qua come sta l’affare: Fernando che vedi qui, buono e bravo Catalano, uno dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza che si chiama Mercedès: ma disgraziatamente sembra che la bella ragazza dal canto suo sia innamorata del secondo del Faraone, e siccome il Faraone è entrato oggi stesso nel porto, tu capisci?...
— No, io non capisco niente, disse Danglars.
— Il povero Fernando, avrà ricevuto il suo congedo.
— Ebbene! e poi? disse Fernando alzando la testa e guardando Caderousse come chi cerchi qualcuno con cui sfogare la sua collera. Mercedès non dipende da alcuno, n’è vero? Ella dunque è ben libera di amare chi vuole.
— Ah! se tu la prendi così, disse Caderousse, è un altro affare; io ti credeva un Catalano, e mi era stato detto che i Catalani non eran tali da lasciarsi impunemente metter da banda da un rivale, aggiungendo che particolarmente Fernando era un uomo terribile nella sua vendetta.
Fernando sorrise di pietà.
— Un innamorato non è mai terribile, diss’egli.
— Povero giovinotto, riprese Danglars fingendo di compiangerlo col più profondo sentimento dell’anima, che vuoi? non si aspettava di vedere ritornare Dantès così presto; forse lo credeva morto, forse infedele, e che so io? Queste cose sono tanto più sensibili quanto più ci accadono all’impensata.
— In fede mia! disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino di Lamalgue cominciava a fare il suo effetto; in ogni modo Fernando non è il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dantès: non è vero, Danglars?
— Sì, ed oserei quasi dire che ciò gli porta disgrazia.
— Ma non importa, soggiunse Caderousse versando un bicchiere di vino a Fernando, e riempiendo il proprio per la ottava o decima volta, mentre che Danglars aveva appena assaggiato il suo; non importa, frattanto egli sposa Mercedès, la bella Mercedès; almeno egli ritorna per ciò.
In questo mentre Danglars fissava uno sguardo scrutatore per iscoprire il cuore del giovinotto sul quale le parole di Caderousse cadevano come piombo liquefatto. — E quando si faranno le nozze? dimandò.
— Oh! non sono ancor fatte, mormorò Fernando.
— No, ma esse si faranno, disse Caderousse, tanto è vero quanto che Dantès sarà capitano del Faraone, n’è certo Danglars?
Danglars abbrividì a questo colpo inatteso, e si volse a Caderousse di cui studiò i lineamenti per scorgervi, se questo colpo era stato premeditato; ma egli non lesse che l’invidia su quel viso fattosi di già quasi stupido dall’ubbriachezza. — Ebbene! disse egli riempiendo i bicchieri, beviamo dunque alla salute del capitano Edmondo Dantès, marito della Catalana! Caderousse portò il bicchiere alla bocca, e con una mano appesantita lo tracannò d’un fiato. Fernando prese il suo e lo stritolò al suolo.
— Eh! eh! eh! disse Caderousse, che vedo là, sull’alto del promontorio, nella direzione dei Catalani? Guarda tu Fernando che hai miglior vista della mia; io credo di cominciare a vedere doppio, e tu sai che il vino è traditore... non sono i due amanti che passeggiano tenendosi vicini vicini?... Il Cielo mi perdoni! essi non si credono da noi veduti, eccoli!
Danglars non perdeva di vista alcuna delle angosce che soffriva Fernando, il cui viso si scomponeva visibilmente.
— Gli conoscete voi Fernando? diss’egli.
— Sì, rispose questi con sorda voce, sono Edmondo e Mercedès.
— Ah! vedete, disse Caderousse, io gli aveva riconosciuti! Ohe! Ohe! la bella ragazza! venite un po’ per di qua; e diteci quando si faranno le nozze, poichè Fernando si è ostinato a non volercelo dire.
— Vuoi tacere! disse Danglars, simulando di ritenere Caderousse, che colla tenacità dell’ubbriaco si sforzava di piegarsi fuori del pergolato. Cerca di tenerti dritto, e lascia gl’innamorati amarsi tranquillamente. Guarda Fernando, e prendi esempio da lui, ch’è uomo ragionevole.
Forse Fernando, ridotto agli estremi, e, punto da Danglars come il toro dai giostratori, stava per islanciarsi, perchè si era già alzato e sembrava raccogliersi in sè stesso per iscagliarsi innanzi al suo rivale; ma Mercedès, ridente e accorta, alzò la bella testa e fece brillare il suo limpido sguardo. Allora Fernando si ricordò la minaccia ch’ella aveva fatta di morire se Edmondo morisse, e ricadde scorato sul suo sedile.
Danglars guardò successivamente quei due uomini l’uno stupito dall’ubbriachezza, l’altro dominato dall’amore. — Io non trarrò niente da questi imbecilli, mormorò: ed ho gran paura di essere qui fra un ebbro ed un poltrone. Ecco un invidioso che si ubbriaca di vino mentre dovrebbe farlo di fiele; ecco un amante imbecille al quale vien tolta l’innamorata di sotto al naso, e che si contenta di piangere e lamentarsi come un fanciullo, e ciò nonostante ha gli occhi fulminanti come gli Spagnuoli, i Siciliani e i Calabresi, i quali sanno vendicarsi così bene: egli ha i pugni che infrangerebbero la testa ad un bove non diversamente dalla mazza del macellaio! Senza più dubbio il destino di Edmondo la vince; egli sposerà la giovinetta, sarà fatto capitano e si riderà di noi, ammenochè... Un sinistro sorriso, si spiegò sulle labbra di Danglars. Ammenochè io non vi prenda parte. — Olà! continuava a gridare Caderousse per metà alzato e coi pugni sulla tavola, olà! Edmondo, tu non vedi adunque gli amici, o sei diventato già tanto superbo da non poter parlar loro? — No, mio caro Caderousse, rispose Dantès, io non sono superbo, io sono felice, e la felicità accieca, cred’io, assai più della superbia. — Oh! ecco una bella spiegazione, disse Caderousse. Ehi! buon giorno, madama Dantès.
Mercedès salutò con gravità.
— Questo non è ancora il mio nome, diss’ella, e nel mio paese è di cattivo augurio chiamare le ragazze col nome del loro fidanzato prima che sien maritate. Vi prego adunque di chiamarmi Mercedès.
— Bisogna perdonare al buon vicino, disse Dantès, egli si sbaglia di poco. — Dunque le nozze si faranno quanto prima, Dantès? disse Danglars salutando i due giovani. — Il più presto possibile, signor Danglars: oggi si parlerà del tutto con mio padre, e domani o dopo domani al più tardi il pranzo degli sponsali, qui alla Réserve; io spero che gli amici vi saranno, e ciò vuol dire che voi siete invitato, sig. Danglars, e che tu o Caderousse non mancherai. — Fernando, disse Caderousse ridendo, Fernando, sarà invitato anch’egli? — Il fratello della mia sposa è pure mio fratello, disse Edmondo, e sì Mercedès come io saremmo molto dispiacenti che si allontanasse da noi in questa occasione.
Fernando aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse in gola, e non potè articolar parola.
— Oggi gli accordi, domani o dopo domani gli sponsali!... che diavolo! capitano, avete molta fretta.
— Danglars, rispose Edmondo sorridendo, vi dirò ciò che Mercedès diceva or ora a Caderousse, non mi date un titolo che non mi appartiene, anche ciò mi sarebbe di cattivo augurio.
— Scusate, rispose Danglars, io dunque diceva semplicemente che avete molta fretta. Che diavolo! Noi abbiamo tempo, il Faraone non metterà alla vela che fra tre mesi.
— Si ha sempre fretta di esser felici, poichè quando uno ha sofferto lungamente, si ha pena a credere alla felicità. Ma non è il solo egoismo che mi fa operare in tal modo; fa d’uopo che io vada a Parigi.
— Ah davvero! a Parigi, è la prima volta che vi andate, Dantès? — Sì. — Vi avete affari? — Non per conto mio, un’ultima commissione del nostro capitano Leclerc da adempire; capirete, Danglars, che è cosa sacra. D’altra parte, state tranquillo io non prenderò che il tempo necessario per la gita e pel ritorno. — Sì, sì, capisco, disse ad alta voce Danglars, poi soggiunse abbassando la voce, fra sè: — A Parigi, senza dubbio, per rimettere al suo indirizzo la lettera che gli consegnò il capitano. Ah! perbacco! questa lettera mi fa nascere un’idea, un’eccellente idea, perbacco! ah! sig. Dantès, amico mio, tu non hai ancora dormito a bordo del Faraone nella cella n. 1. Poi volgendosi a Edmondo che già si allontanava. — Buon viaggio, gli gridò dietro. — Grazie, rispose Edmondo voltando la testa, ed accompagnando questo movimento con un gesto amichevole.
Dopo di che i due amanti continuarono la loro strada lieti e tranquilli come due eletti che salgono al cielo.
IV. — Il COMPLOTTO.
Danglars seguì Edmondo e Mercedès collo sguardo finchè i due amanti furono spariti da uno degli angoli del porto San Nicola; poi rivolgendosi, s’avvide che Fernando era ricaduto sulla sua panca pallido e fremente, nel mentre che Caderousse balbettava le parole di una canzone da osteria. — Ecco qua, disse Danglars a Fernando, un matrimonio, che sembra non formi la felicità di tutto il mondo. — Anzi, che fa la mia disperazione. — Voi dunque amate Mercedès? — Da che la conobbi l’amai; l’ho sempre amata! — E voi state là a strapparvi i capelli in luogo di cercare un rimedio alla cosa? che diavolo! io non credeva che fosse questo il modo in cui operano quei della vostra nazione. — Che volete che io faccia? domandò Fernando. — E che so io? è forse cosa che mi riguarda? non sono io l’innamorato di Mercedès, ma voi. — Io voleva pugnalar l’uomo, ma la donna mi ha detto che se avveniva disgrazia al suo fidanzato, ella si sarebbe uccisa. — Baie! queste son cose che si dicono sempre, e non si fanno mai. — Signore, voi non conoscete Mercedès; quando ella ha minacciato, esegue.
— Imbecille! mormorò Danglars; che ella si uccida o no a me poco importa, purchè Dantès non diventi capitano. — E prima che Mercedès muora, soggiunse Fernando coll’accento di una ferma risoluzione, morirei io stesso. — Questo si chiama amore! disse Caderousse con una voce sempre più avvinata: o questo è vero amore, o io non lo so più conoscere. — Vediamo, disse Danglars, voi mi sembrate un gentil giovinotto, e io vorrei, che il diavolo mi porti! togliervi d’impaccio; ma...
— Sì, sì, disse Caderousse, vediamo il modo. — Mio caro, soggiunse Danglars, tu sei per tre quarti ubbriaco, termina la bottiglia e lo sarai del tutto. Bevi e non mischiarti di ciò che noi facciamo, perchè a noi abbisogna di aver libera la testa. — Io ubbriaco? disse Caderousse, eh via, io delle tue bottiglie ne beverei altre quattro, se sono più grandi di una boccetta da acqua di Colonia!.. Papà Panfilo, vino!... E per aggiungere la prova alla proposizione, Caderousse battè col suo bicchiere la tavola.
— Voi dunque dicevate?... riprese Fernando aspettando con impazienza il seguito della frase interrotta. — Che diceva io? non me ne sovvengo. Questo ubbriacone di Caderousse mi ha fatto perdere il filo delle idee. — Ubbriaco quanto tu vorrai. Tanto peggio per quelli che hanno paura del vino! ciò è perchè hanno qualche cattivo pensiero e temono che il vino glielo tolga dal cuore. E Caderousse si mise a cantare gli ultimi versi di una canzone molto in voga a quei tempi: Bevon acqua soltanto i malvagi. — Il diluvio la prova ne fu.
— Voi dicevate, signore, riprendeva Fernando, che mi vorreste levar di pena; ma aggiungeste...
— Sì, aggiungeva che per levarvi di pena, basta che Dantès non sposi quella che voi amate, ed il matrimonio può benissimo non effettuarsi anche senza che Dantès muora.
— La morte sola può separarli, disse Fernando.