IL TULIPANO NERO


Alle preghiere di sua moglie piangente finalmente egli firmò, aggiungendo oltre al suo nome queste due lettere: V. C. (VI COACTUS) che vogliono dire: OBBLIGATO DALLA FORZA. pag. 4.


IL
TULIPANO NERO

PER

ALESSANDRO DUMAS

Prima Versione Italiana
DI GIOVANNI CHIARINI.

Volume Unico.
PARTE PRIMA.

FIRENZE
VINCENZO BATELLI
Editore.


L’editore intende valersi del diritto accordatogli dalla Legge dei 22 Maggio 1840 sulla proprietà letteraria.

Firenze, Tipografia del Vulcano, 1851.



[INDICE]


Omne tulit puntum, qui miscuit utile dulci,

Lectorem delectando, pariterque monendo.

Q. Horat. Flac. De Art. poetic.

Quei che l’utile al dolce accoppia, coglie

Pienamente nel segno, dilettando

E del paro ammonendo il suo lettore.

L’EDITORE AI SUOI LETTORI

Due parole per conto mio a Voi, pregiatissimi soscrittori a questa mia Raccolta Romantica, le quali stieno a testimoniare la mia riconoscenza e il mio intendimento. La prima è piena e sentita; e non potrei con parole esprimerverla, veggendo il favore con cui avete accolto questa mia impresa tipografica, tenue sì per il suo intrinseco, se voglia guardarsi alla scorza, ma forse grande pel suo morale intendimento.

E siccome tutto giorno va ripetendosi che meglio sarebbe chiudere tutte le tipografie, perchè così non si guasterebbe la mente ed il cuore dei creduloni e dei malaccorti, io intendo di mettervi innanzi candidamente le mie idee su questo proposito, per corrispondere in tal guisa al valido soccorso, che mi prestate, aprendovi la stranezza della mia mente, la quale non credo così malata, come tante altre che si stimano sane, a cui più non basterebbe fare ogni anno il viaggio ad Anticira.

Verissimo che sonovi per nostra disgrazia non pochi libri, se vuolsi, dannosissimi non solo allo individuo che ne assapora la lettura, ma all’ordine sociale, cui tendono al dissolvimento. Che vorrebbesi addurre da ciò? Il pio desiderio di dare l’ostracismo a qualsiasi libro, che non fosse di quel dato peso, e misura? Cosa ben difficile a conoscere il peso e la misura delle anime pie, cui esse cambiano a seconda delle loro ardenti aspirazioni. Ma non sarebbe meglio, senza por mente alle stranezze di qualsiasi genere, che ci fosse in ogni Stato un’estesa pubblica istruzione, una educazione morale, la quale per tempo insegnasse a fare distinguere il pane dai sassi, come suol dirsi; ed allora ogni pessima lettura servirebbe viepiù a rinforzare il sentimento del buono e dell’onesto, come i veleni più micidiali servono sovente a ricondurre l’ammalato in piena salute.

Mettiamoci un poco la mano sul cuore, e neghiamo, se siamo da tanto che tutte le vicissitudini, i movimenti, i desiderii, le tendenze attuali non sieno il frutto della voluta privativa della scienza per incatenare con l’anima il corpo? Quando mi si riduce l’uomo allo stato di bruto, bisogna bene che le sue opere concordino con la sua natura, che io chiamerò francamente, brutale, perchè la parola, la quale sola lo distingue dagli esseri non pensanti, ve lo congiunge pel non sviluppo razionale, che così invano Iddio gli avrebbe donato. E le povere masse su questo rapporto troveranno certo misericordia appo Dio, che non vorrà punirle come il servo cattivo del Vangelo, che invece di trafficare il talento datogli dal suo padrone, andò a sotterrarlo: nel nostro caso gli è fatto sotterrare non dalla propria paura di esserne derubato, come il servo del Vangelo, ma dalla paura del padrone, il quale stoltamente crede che il servo lo possa trafficare a di lui danno.

E poi si grida alla canaglia! al fango! Ma, Signori miei, rammentiamoci che il fango in mano di abile e saggio agricoltore, che lo manipoli e lo riduca, diventa il terreno più fertile per ogni genere di raccolta, ed è adatto alla cultura dei fiori i più belli per spoglia, e i più grati per effluvi odorosi. Ditemi un poco, se non fosse il fango, cosa sarebbe l’Egitto? un deserto più mortifero di quello che lo circonda. Ma se i saggi agricoltori con l’industria e con arte non facessero sì di fare quel fango prontamente disseccare e non lo lavorassero, l’Egitto sarebbe una pestifera palude. Il fango del Diluvio, simboleggia saggiamente la Mitologia, procreò uno smisurato serpente, che divorava tutte le nuove generazioni; Apollo, simbolo della scienza educatrice, lo uccise. Non si trascuri l’esempio di Apollo, se non vuolsi che il serpente nato dal fango divori tutti gli ordinamenti sociali.

I popoli educati e istruiti sono stati i più tranquilli e i più morali uomini del mondo. Contatemi tra il popolo ebreo una rivoluzione sociale. Nessuna; perchè tutti erano profondamente istruiti nei doveri religiosi e civili. David era un pastore; si leggano i suoi salmi, e ci faremo un’idea della educazione di tutto il popolo ebreo.

Chi più severi di costume e più leali nel trattare, e più forti nelle armi degli Spartani? L’esercizio giornaliero del corpo, il profondo rispetto pei più vecchi, la venerazione per un Dio supremo, erano il frutto di queste loro virtù famigliari, anzi cittadine.

Nè mi si venga a ricantare, che Licurgo gran legislatore di Sparta avesse proibito ogni lettura ai suoi concittadini. Per quanto sappiamo non si conoscevano altri scritti che quelli del grande Omero; e di questi non solo ne permise la lettura, ma raccomandolla: perchè nella Iliade specialmente di quel divino poeta avvi tutta la scienza tanto sacra che profana, con la quale potevasi informare la mente ed il cuore dei suoi concittadini.

Non mi si gridi: alla croce! se io con questa premessa sembrassi voler concludere, che anco con i Romanzi, ma però morali, e informati da sani principii e aventi per fine una qualche privata o pubblica virtù, si possa educare e istruire. Lungi il sacrilegio del confronto, ma non mi si nieghi l’utilità: l’ombra di Omero, cieca come il Destino e dura come il di lui trono di ferro, nebulosa giganteggia ancora sul mondo pagano, nascondendo il suo capo tra le fitte tenebre della degradata divinità; come l’ombra di Dante caccia la sua lucida fronte negli splendori eterni di un Dio tutto misericordia, mentre tremenda per i rei stringe nella destra il flagello inesorabile della divina giustizia; e solo quest’ultimo, se si avessero avuti degli accorti Licurghi, basterebbe per civilizzare il mondo intero. Ma per intenderlo, per alzarsi seco lui fino al Paradiso, ci abbisogna il soccorso delle scienze teologiche che ci vengono insegnate con la Dottrina del Bellarmino, e il corredo delle scienze umane, la cui porta si apre col Donato e dopo sette anni si chiude col Mancino ai pochi eletti a non intender nulla e a voler di tutto parlare. Ecco la gangrena dell’attuale società.

Ora dunque, che vi è tanta smania di leggere, e leggere specialmente tutti i Romanzi d’oltremonti (non esclusi i giornali, sfacciati Romanzi diurni) mi sono proposto di darne una collezione di Sei, ma però scelti come suol farsi per una collana di opere di morale istruzione, e offrirla ai miei concittadini. La Francia, l’Inghilterra, la Germania mi daranno la loro contribuzione, che però sarà nuova per l’Italia; e già non ho mancato di procurare un nuovissimo Romanzo italiano a questa mia raccolta, il quale di soggetto storico, rammenterà le gesta, i rivolgimenti e i falli dei nostri padri, a insegnamento della presente generazione.

IL TULIPANO NERO

I Un popolo riconoscente.

Il 20 agosto 1672, la città dell’Aya così vispa, così candida, così gaia che sarebbesi detto, tutti i giorni essere domeniche; la città dell’Aya col suo passeggio ombreggiato, co’ suoi grandi alberi inclinati sopra le sue case gotiche, coi larghi specchi de’ suoi canali, nei quali reflettonsi i suoi campanili a cupolette quasi all’orientale; la città dell’Aya, capitale delle Sette Provincie Unite, gonfiò tutte le sue arterie di un flusso nero e rosso di cittadini incalzantisi, affannosi, inquieti, i quali correvano coi coltelli a cintola, il moschetto sulle spalle o il bastone in mano verso il Buitenhof, formidabile prigione di cui ancor oggi mostransi le finestre inferriate, e dove, dopo l’accusa di assassinio portatagli contro dal chirurgo Tyckelaer, languì Cornelio de Witt fratello del gran Pensionario di Olanda.

Se la storia di quel tempo e soprattutto di questo anno, al cui scorcio cominciamo il nostro racconto, non fosse strettamente legata co’ due nomi che citeremo, le poche linee di schiarimento che andiamo a dare, potrebbero sembrar fuori di luogo; ma noi preveniamo sulle prime il nostro lettore benevolo, cui promettiamo di piacere alla prima pagina, e cui parliamo bene o male nelle pagine seguenti, lo preveniamo, che questo schiarimento è indispensabile, tanto alla intelligenza della nostra storia, quanto del grande avvenimento politico da cui questa storia si parte.

Cornelio o Cornelius de Witt, ruward di Pulten, cioè ispettore delle dighe di quel paese, ex-borgomastro di Dordrecht, sua città natale, e deputato agli Stati di Olanda aveva 49 anni, allorchè il popolo olandese, stanco della repubblica, come intendevala Giovanni de Witt gran Pensionario di Olanda, fu preso d’un pazzo amore per lo Statolderato, il quale dal permanente editto, imposto da Giovanni de Witt alle Provincie Unite, era stato per sempre abolito in Olanda.

Come gli è raro che in questi sconvolgimenti capricciosi lo spirito pubblico non veda un uomo di dietro al principio, di dietro alla repubblica il popolo vedeva le due severe figure dei fratelli de Witt, questi Romani dell’Olanda, disdegnosi di piaggiare la velleità nazionale e inflessibili amici di una libertà non licenziosa, e d’una prosperità non strabocchevole, mentrechè dessi vedevano dietro lo Statolderato la fronte bassa, grave e pensierosa del giovine Guglielmo d’Orange, soprannominato da’ suoi contemporanei e passato alla posterità col nome di Taciturno.

I due de Witt maneggiavansi con Luigi XIV, di cui vedevano ingigantire l’ascendente morale su tutta Europa, e ne sentivano l’ascendente materiale sull’Olanda a cagione dei successi della meravigliosa campagna del Reno, illustrata da quell’eroe da romanzo, che chiamavasi conte di Guisa, e cantata da Boileau, campagna che in tre mesi avea abbattuto la potenza delle Province unite.

Luigi XIV era da lunga pezza nemico degli Olandesi, che insultavanlo o motteggiavanlo a tutta possa e quasi continuamente, è vero, per bocca dei francesi rifugiati in Olanda. L’orgoglio nazionale faceane il Mitridate della repubblica. Stava dunque contro ai de Witt l’animavversione, che resulta da una vigorosa resistenza susseguita da un potere reluttante al gusto della nazione e della stanchezza naturale a tutti i popoli vinti, quando sperino che un altro capo possa salvarli dalla rovina e dalla vergogna.

Quest’altro capo, pronto a mostrarsi e prontissimo a misurarsi contro Luigi XIV, che apparve talmente gigante da preludiarne la sua fortuna, gli era Guglielmo principe d’Orange, figlio di Guglielmo II e nipote per mezzo di Enrichetta Stuart di Carlo I re d’Inghilterra, giovine taciturno, la cui ombra abbiamo noi detto apparir già dietro lo Statolderato.

Questo giovine nel 1672 avea ventidue anni. Giovanni de Witt era stato suo precettore, ed avealo allevato col fine di fare di questo antico principe un buon cittadino. Aveagli, amando più la patria che il suo allievo, troncato col perpetuo editto la speranza dello Statolderato. Ma Dio avea deriso queste umane pretensioni, che fanno e disfanno le potenze della terra senza consultare il re del cielo; e pel capriccio degli Olandesi e pel terrore ispirato da Luigi XIV mutava la politica del gran Pensionario e aboliva l’editto perpetuo, ristabilendo lo Statolderato per Guglielmo d’Orange, su cui egli aveva i suoi disegni, nascosti ancora nella profonda oscurità dell’avvenire.

Il gran Pensionario piegossi dinanzi la volontà de’ suoi concittadini; ma Cornelio de Witt fu più recalcitrante, e malgrado le minacce di morte del popolaccio orangista che assediavalo nella sua casa di Dordrecht, rifiutò di firmare l’atto che ripristinava lo Statolderato.

Alle preghiere di sua moglie piangente finalmente egli firmò, aggiungendo oltre al suo nome queste due lettere: V. C. (vi coactus) che vogliono dire: obbligato dalla forza.

Fu per vero miracolo che in quel giorno scampasse dalle mani de’ suoi nemici.

Quanto a Giovanni de Witt quantunque la sua adesione fosse più pronta e più facile al volere dei suoi concittadini, non fugli però più profittevole; avvegnachè fosse qualche giorno dopo vittima di un attentato di assassinio. Ferito da colpi di stile, non morì nonostante di quelle ferite.

Non accontentavansi di sì poco gli Orangisti; la vita dei due fratelli era un ostacolo eterno ai loro progetti. E’ cangiano momentaneamente di tattica, lasciando a un momento prefisso di coronare la seconda per la prima vittima, e si propongono di sacrificare sull’altare della calunnia quello che non avevano potuto spacciare col pugnale.

È cosa ben rara che a un momento prefisso si trovi lì per l’appunto sotto la mano di Dio un grand’uomo per eseguire un’azione grande; ed è per questo che, allorquando dassi per caso tale combinazione provvidenziale, la storia registra all’istante il nome di quest’uomo straordinario e lo raccomanda all’ammirazione della posterità.

Ma allorquando il diavolo si mescola negli affari umani per rovinare una esistenza o rovesciare un impero, egli è ben raro che non abbia lì pronto qualche miserabile, al quale non ha che a sibillare nell’orecchio una parola, perchè costui si metta immediatamente all’opera.

Tal miserabile che in questa circostanza trovossi lì pronto per essere l’agente del malvagio spirito, chiamavasi, come ci pare aver già detto, Tyckelaer chirurgo di professione.

Egli depose, che Cornelio de Witt disperato, come provavalo la sua postilla, per l’abrogazione dell’editto perpetuo, e spumante di rabbia contro Guglielmo d’Orange, aveva dato commissione a un sicario di sbrogliare la repubblica dal nuovo Statolder, e che tal sicario era lui, Tyckelaer, che inorridito alla sola idea dell’azione, che gli si voleva affidare, amava meglio rivelare che commettere un tale delitto.

Ora si giudichi qual baccano si facesse questa nuova di complotto dal partito orangista. Il procuratore fiscale fece arrestare Cornelio nella sua propria casa il 16 agosto 1672; il ruward di Pulten, il nobile fratello di Giovanni de Witt subiva in una sala del Buitenhof la tortura preparatoria destinata a strappargli come al delinquente il più abietto la confessione del suo preteso complotto contro Guglielmo.

Ma Cornelio non era solamente di spirito grande, ma ancora di gran cuore; chè gli era di quella famiglia di martiri che, avendo la fede politica come i loro antichi aveano la religiosa, sorridono ai tormenti, e nella tortura egli recitò con voce ferma e cadenzata secondo il metro la prima strofa del Justum et tenacem di Orazio, niente confessando e stancando di più non solo la forza ma ancora il fanatismo dei suoi carnefici.

I giudici non ostante assolsero da ogni condanna Tyckelaer, e profferirono contro Cornelio una sentenza, che degradavalo da tutte le sue cariche e dignità, condannandolo alle spese del giudizio, ed esiliandolo per sempre dal territorio della repubblica.

Egli era qualche cosa per la soddisfazione del popolo, a’ cui interessi erasi costantemente dedicato Cornelio de Witt, la condanna profferita non solamente contro un innocente, ma pur anco contro un gran cittadino. Pur come si va a vedere, non fu ciò sufficiente.

Gli Ateniesi, che hanno lasciato un’assai bella reputazione d’ingratitudine cedevanla in questo punto agli Olandesi; che contentaronsi di bandire Aristide.

Giovanni de Witt al primo rumore della querela contro suo fratello, erasi dimesso dalla sua carica di gran Pensionario. Era costui in tal guisa degnamente ricompensato della sua devozione al paese; chè portò nella vita privata i suoi nemici e le sue ferite, soli guadagni che vengono in generale ai galantuomini colpevoli di essersi affaticati per la loro patria, obliando se stessi.

In questo frattempo Guglielmo d’Orange attendeva, non senza affrettarne l’avvenimento con tutti i mezzi in suo potere, che il popolo, di cui egli era l’idolo, gli facesse del corpo dei due fratelli i due gradini, di cui aveva bisogno per montare al seggio dello Statolderato.

Ora il 20 d’agosto 1672, come abbiamo detto al cominciare di questo capitolo, tutta la città correva al Buitenhof per assistere all’escita di prigione di Cornelio de Witt, però per l’esilio, e vedere quali tracce avesse lasciato la tortura sul nobile corpo di quest’uomo, che sapeva così bene il suo Orazio.

Ci affrettiamo aggiungere che tutta quella moltitudine, che dirigevasi al Buitenhof, non vi si dirigeva solamente con l’innocente intenzione di assistere a uno spettacolo, ma non pochi tra quella eranvi per eseguire una parte, o piuttosto per adempire un impiego, che trovavano essere stato male disimpegnato. Noi vogliamo parlare dell’impiego di carnefice.

Eranvi accorsi altri, è vero, con intenzioni meno ostili. Per loro soltanto trattavasi di uno spettacolo sempre attraente per la moltitudine, il cui orgoglio istintivo è sodisfatto nel vedere nella polvere colui, che lungamente è stato sul piedistallo.

Questo Cornelio de Witt, quest’uomo senza paura, dicevasi, non era infermo, fiaccato dalla tortura? Non andavasi a vederlo, pallido, sanguinoso, svergognato? Non l’era un bel trionfo per la borghesia ben più invidiosa del popolo, al quale ogni buon borghese del’Aya doveva prender parte?

E poi diceano tra sè gli agitatori orangisti, furbescamente mescolati nella folla, che essi contavano di ben maneggiare come strumento tagliente e contundente ad un tempo; non troverassi dal Buitenhof alla porta della città una benchè piccola occasione per gettare un po’ di fango, anche qualche pietra a quel ruward di Pulten che ha solamente accordato lo Statolderato al Principe d’Orange vi coactus, ma che ha voluto eziandio farlo assassinare?

Senza contare, aggiungevano i feroci nemici della Francia, che diportandosi bene e bravamente all’Aya, non lascerebbesi partire per l’esilio Cornelio de Witt, il quale una volta all’estero rannoderebbe tutti i suoi intrighi con la Francia e vivrebbe con quel grande scellerato di Giovanni suo fratello con l’oro del marchese di Louvois.

Si vede bene che in simili disposizioni li spettatori corrono e non camminano; ed ecco perchè gli abitanti dell’Aya precipitavansi verso il Buitenhof.

Tra quelli, che più correvano con la rabbia in cuore e senza progetto nell’animo era l’onesto Tyckelaer, corteggiato dagli orangisti come un eroe di probità, d’onore nazionale e di carità cristiana.

Quel bravo scellerato raccontava, abbellendoli di tutti i fiori del suo spirito e di tutte le risorse della sua imaginazione, i tentativi messi in opra da Cornelio de Witt contro la sua virtù, le somme che aveagli promesse e l’infernale macchinazione prima preparata per appianare a lui Tyckelaer tutte le difficoltà dell’assassinio.

E ogni frase del suo discorso avidamente raccolta dal popolaccio sollevava grida d’amore entusiasta pel principe Guglielmo, e urli di cieca rabbia contro i fratelli de Witt.

La canaglia malediva i giudici iniqui, il cui decreto lasciava fuggire sano e salvo un sì abominevole delinquente, qual’era lo scellerato Cornelio.

E qualche istigatore ripeteva a voce bassa:

— Parte! ci scappa!

Cui altri rispondevano:

— Un vascello, e un vascello francese, l’attende a Scheveningen; Tyckelaer lo ha visto.

— Bravo Tyckelaer! pernio dei galantuomini! gridava la folla in coro.

— Senza badare, diceva una voce, che nel tempo di questa fuga di Cornelio, l’altro traditore da tre cotte, il suo fratello Giovanni si salverà del paro.

— E i due bricconi vanno a mangiare in Francia il nostro denaro, denaro dei nostri vascelli, dei nostri arsenali, dei nostri cantieri venduti a Luigi XIV.

— Impediamoli la partenza! gridava un patriotto più spinto degli altri.

— Alla prigione! alla prigione! ripetevano tutti.

E a queste grida i paesani correvano più forte; montavansi li schioppi, luccicavano le scuri, foscheggiavano li sguardi.

Niuna violenza però non erasi ancora commessa, e la linea di cavalleria, che guardava l’entrata del Buitenhof stava impassibile, fredda, silenziosa, più minacciante con la sua calma di tutta quella ciurmaglia borghese con le sue grida, con la sua agitazione, con le sue minacce, immobile sotto gli occhi del conte di Tilly capitano della cavalleria dell’Aya, il quale teneva la spada sfoderata, ma con la punta volta all’angolo della sua staffa.

Questo squadrone solo riparo che difendesse la prigione, conteneva con la sua attitudine non solo le masse popolari disordinate e ardenti, ma ancora il distaccamento della guardia paesana, che posta in faccia al Buitenhof per mantenere l’ordine unitamente alla truppa, dava ai perturbatori l’esempio degli urli sediziosi, gridando:

— Viva l’Orange! abbasso i traditori!

La presenza del Tilly e de’ suoi cavalieri era, è vero, un freno salutare a tutti que’ soldati paesani; ma a poco a poco esaltaronsi a quelle stesse lor grida, e, siccome non capivano che puossi aver coraggio senza gridare, imputarono a timidezza il silenzio della cavalleria e fecero un passo verso la prigione, strascinandosi dietro tutta la turba popolare.

Ma allora il conte di Tilly s’avanzò solo loro incontro, e sollevando soltanto la sua spada con ciglia aggrottate:

— Ohe! signori della guardia paesana, chiese, perchè vi avanzate e che desiderate?

I paesani agitarono i loro schioppi, ripetendo le grida!

— Viva l’Orange! morte ai traditori!

— Viva l’Orange! Sia! disse il Tilly, giacchè io preferisco le figure vispe alle figure sgangherate. Morte ai traditori! se lo volete, e molto più sel volete con le sole grida. Gridate quanto vi piace: Morte ai traditori! ma quanto a metterli effettivamente a morte, io son qui per impedirlo e impedirollo certo.

Quindi rivolto a’ suoi soldati:

— Soldati, all’arme! gridò.

I soldati del Tilly obbedirono al comando con una precisione calma, che fece immediatamente indietreggiare i paesani e il popolo non senza confusione da svegliare il sorriso al comandante della cavalleria.

— Via, via, disse con quel tuono motteggiatore proprio solo all’uomo di spada; tranquillizzatevi, o paesani, i miei soldati non daranno fuoco ad uno scodellino; ma voi dal vostro canto non avanzerete un passo verso la prigione.

— Sapete bene, signor officiale, che noi abbiamo dei moschetti? mostrò infuriato il comandante dei paesani.

— Lo vedo bene, per... che voi avete dei moschetti, disse Tilly, chè me li fate balenare davanti agli occhi; ma sappiate del pari che noi abbiamo delle pistole, che mirabilmente colpiscono a cinquanta passi, e che voi non siete che a venticinque.

— Morte ai traditori! gridò la compagnia dei paesani esasperati.

— Veh! ripetete sempre la stessa cosa, borbottò l’officiale, l’è seccante!

E riprese il suo posto alla testa del suo squadrone, intantochè andava aumentandosi il tumulto attorno al Buitenhof.

Nel momento stesso in cui il popolo agognava il sangue di una delle sue vittime, non sapeva che l’altra, come se avesse furia di andare incontro alla sua sorte, traversava la piazza cento passi dietro i gruppi e i cavalli per portarsi al Buitenhof.

Infatti Giovanni de Witt scendeva di carrozza con un domestico e traversava tranquillamente a piedi la corte innanzi alla prigione.

Fecesi innanzi al carceriere, che già conosceva, dicendo:

— Buon giorno, Grifo; vengo a prendere mio fratello Cornelio de Witt, condannato, come tu sai, al bando, per condurlo fuor di città.

E il carceriere specie d’orso, intento ad aprire e chiudere la porta della prigione, avealo salutato e lasciato entrare nell’edifizio, le cui porte erano state dietro lui richiuse.

A dieci passi di distanza aveva incontrato una bella giovinetta dai diciassette ai diciotto anni, in costume frisone, la quale aveagli fatto un grazioso saluto; ed egli prendendola pel mento, aveale detto:

— Buon giorno, mia bella e buona Rosa; come sta mio fratello?

— Oh! signor Giovanni, rispondeva la giovinetta, non è il male che gli è stato fatto, che mi fa paura: il male fatto è passato!....

— Che temi dunque, mia bella ragazza?

— Temo, signor Giovanni, il male che gli si vuol fare.

— Ah! sì, disse il de Witt, il popolo, eh?

— Lo sentite?

— Infatti è molto commosso; ma quando ci vedrà, siccome gli abbiamo noi fatto sempre del bene, forse si calmerà.

— Questa disgraziatamente non è una ragione, mormorò la giovinetta, allontanandosi per obbedire a un cenno imperioso di suo padre.

— No mia ragazza, no; l’è pur troppo vero ciò che tu dici.

Poi continuando il suo cammino:

— Ecco, mormorò, una giovinetta che probabilmente non sa nè leggere nè scrivere, e che riassume la storia del mondo in una sola parola.

E sempre calmo, ma più melanconico che alla sua entrata, l’ex-gran Pensionario continuò il suo cammino verso la stanza del suo fratello.

II I due fratelli.

Come in un dubbio pieno di presentimento l’aveva detto la bella Rosa, mentre Giovanni de Witt saliva la scala di pietra che conduceva alla prigione di Cornelio suo fratello, i paesani facevano il più che potevano per allontanare la truppa del Tilly, che tenevali in soggezione.

Ciò vedendo, il popolo, che molto apprezzava le buone intenzioni della sua milizia, gridava a tutta gola:

— Viva i paesani!

Quanto al Tilly, prudente quanto fermo, parlamentava con quella compagnia popolana sotto le pistole cariche del suo squadrone, spiegandole alla meglio che la consegna datale dagli Stati imponeva di guardare con tre squadriglie la piazza della prigione e le sue entrate.

— Perchè questi ordini? perchè guardare la prigione? gridavano gli orangisti.

— Oh bella! rispose il Tilly, mi domandate d’assalto più di quello che possa sapere. Mi è stato detto: «Guardate» e guardo. Voi che siete una specie di soldati, o signori, dovete sapere che non si domanda il perchè di una consegna.

— Ma v’è stato dato quest’ordine, perchè i traditori possano escire di città.

— Può anch’essere, perchè i traditori sono condannati al bando, rispose il Tilly.

— Ma chi ha dato quest’ordine?

— Li Stati, perdio!

— Tradiscono!

— Quanto a ciò, non me n’intendo niente.

— E voi tradite.

— Io?

— Sì, voi.

— Ah via! signori popolani, intendiamoci un po’ tra noi; chi tradirei? Li Stati? Non li posso tradire, perchè essendo al loro soldo, eseguisco puntualmente la loro consegna.

E molto più, siccome il conte aveva perfetta ragione da non ammettere risposta, i clamori e le minacce raddoppiarono tanto spaventevolmente, che il conte rispondeva con tutta l’urbanità possibile:

— Ma, signori popolani, di grazia smontate i vostri fucili, perchè se per accidente ne scatti uno e ferisca un mio soldato, vi getteremo a terra almeno dugento uomini, con grande nostro dispiacere, ma più con vostro, non essendo ciò nè mia, nè vostra intenzione.

— Dio vi guardi se lo fate, gridarono i popolani, che noi non staremo con le mani a cintola.

— Sì, ma quando facendo fuoco su noi ci uccideste tutti dal primo fino all’ultimo, quelli da noi uccisi non risusciteranno mica.

— Cedeteci dunque il posto, e allora farete atto da buon cittadino.

— Prima di tutto non sono cittadino, disse Tilly, sono officiale, cosa molto differente; e poi non sono olandese, ma francese, cosa differente d’assai. Io dunque non conosco che gli Stati i quali mi pagano; portatemi un loro ordine che io ceda il posto, ed io fo subito un mezzo giro, perchè mi son già molto noiato.

— Sì, sì! gridarono cento voci che moltiplicaronsi all’istante a cinquecento altre. Andiamo al palazzo comunale! andiamo dai deputati! andiamo, andiamo!

— Via, mormorò Tilly vedendo allontanare i più arrabbiati, andate al palazzo comunale, a dimandare una vigliaccheria, e vedrete se vi si accorda; andate amici, andate!

Il degno officiale contava sull’onore dei magistrati, che dal loro canto contavano sull’onore dei soldati, su lui.

— Dite dunque, o capitano, disse all’orecchio del conte il suo primo luogotenente, se i deputati ricusassero a questi arrabbiati ciò che domandano, non sarebbe male, mi pare, che c’inviassero un rinforzo.

Frattanto Giovanni de Witt, che abbiamo lasciato che saliva la scala di pietra dopo la sua conversazione col carceriere Grifo e con sua figlia Rosa, era giunto alla porta della stanza, dove giaceva sopra un materasso suo fratello Cornelio, al quale aveva il fiscale, come abbiamo detto, fatto applicare la tortura preparatoria.

Il decreto di bando era venuto, il quale aveva resa inutile l’applicazione straordinaria della tortura.

Cornelio steso sul suo letto, i polsi slogati, le dita slogate, non avendo niente confessato di un delitto che non aveva commesso, respirava alfine dopo tre giorni di patimenti, sentendo che i giudici, da cui aspettavasi la morte, lo avessero piuttosto voluto condannare al bando.

Corpo energico, anima invincibile, egli avrebbe bene sconcertato i suoi nemici, se avessero potuto nella squallidezza profonda della stanza di Buitenhof veder brillare sopra il suo pallido viso il sorriso del martire, che oblia il fango della terra dopochè ha scorto gli splendori celesti.

Il ruward aveva per la potenza della sua volontà più che per un soccorso reale potuto ricovrare tutte le sue forze, e calcolava quanto tempo ancora le formalità giuridiche lo riterrebbero in prigione.

Era appunto in questo momento che i clamori della milizia paesana uniti a quelli del popolo alzavansi contro i fratelli, minacciando il capitano Tilly, che serviva loro di riparo. Quel frastuono, che veniva a rompersi come un maroso crescente al piè delle muraglie della carcere, saliva fino al prigioniero.

Ma per quanto fosse minacciante quello strepito, Cornelio trascurò d’accertarsene, ovvero non si prese la pena di alzarsi per guardare tra le traverse di ferro della stretta finestra, che dava adito alla luce ed al mormorio esterno.

Egli era tanto assuefatto agli affanni, che gli erano divenuti familiari per abitudine; e di più sentiva con ineffabile diletto la sua anima e la sua ragione così vicine a sbarazzarsi degli impacci corporei, che sembravagli già che l’anima e la ragione distaccate dalla materia le si librassero al disopra come guizza sul focolare quasi estinto la fiamma, che abbandonalo per alzarsi al cielo.

Pensava puranco a suo fratello.

Senza dubbio era il suo appressarsi che, pe’ misteri sconosciuti che il magnetismo ha scoperti in seguito, facevasi così presentire. Al momento stesso in cui Giovanni era così presente alla mente di Cornelio da mormorarne quasi il di lui nome, si aperse la porta, Giovanni entrò e di un passo accelerato venne al letto del prigioniero, che stese le sue braccia scorticate e le sue mani fasciate verso quel glorioso fratello ch’egli era riuscito a sorpassare non pei servigi resi al paese, ma nell’odio che portavangli gli Olandesi.

Giovanni baciò teneramente in fronte suo fratello, e riposò dolcemente sullo strapunto le di lui mani malate.

— Cornelio, povero mio fratello, egli disse, tu soffri molto, non è vero?

— Non soffro più, fratello mio, dacchè ti vedo.

— O mio caro Cornelio, io allora in vece tua soffro in vederti così, te lo accerto.

— Anch’io ho pensato più a te che a me; e mentre che mi torturavano, non ho fiatato che una sol volta per dire: «Povero fratello!» Ma eccoti qui, si dimentichi tutto. Vieni a prendermi, è vero?

— Sì.

— Sono guarito; aiutami ad alzarmi, e tu vedrai, fratello mio, come io cammini bene.

— Non avrai molto a camminare, chè la mia carrozza è al fosso dietro lo squadrone di Tilly.

— Lo squadrone di Tilly? Perchè dunque sono al fosso?

— Ah! si suppone, disse il gran Pensionario con quella sua fisonomia ridente in mezzo alla sua abituale tristezza, che le genti dell’Aya ti vogliano veder partire, e si teme di un po’ di tumulto.

— Di un tumulto? riprese Cornelio, fissando il suo sguardo sul suo fratello imbarazzato; di un tumulto?

— Sì, Cornelio.

— Allora ecco perchè io sentiva quel frastuono, disse come parlando a sè stesso.

Poi rivolgendosi al fratello:

— V’è molta gente sul Buitenhof, eh?

— Sì, mio fratello.

— Ma allora per venir qui....

— Ebbene?

— Come ti hanno lasciato passare?

— Tu sai bene, o Cornelio, che non siamo punto amati, rispose il gran Pensionario con una melanconica amarezza; ho preso per vie traverse.

— Ti sei nascosto, o Giovanni.

— Io aveva disegnato di giungere a te senza perder tempo; ed ho fatto come fassi in politica e in mare, quando si ha il vento contrario: ho bordeggiato.

In questo momento lo strepito salì più furioso dalla piazza alla prigione. Tilly era in dialogo con la guardia paesana.

— Oh! oh! soggiunse Cornelio, tu sei un benaccorto pilota; ma non so se ti basterà l’animo di cavar fuori dal Buitenhof tuo fratello in questa marea e tra’ frangenti popolari con tanta fortuna con quanta guidasti la flotta da Tromp ad Anversa in mezzo ai bassi fondi dell’Escaut.

— Con l’aiuto di Dio, o Cornelio, almeno lo tenteremo, rispose Giovanni; ma prima una parola.

— Di’....

I clamori scoppiarono di nuovo.

— Oh! oh! continuò Cornelio, come sono in collera! Contro te? o contro me?

— Credo contro tutti e due... Io dunque ti diceva, che ci rimproverano gli orangisti tra le altre scempiate calunnie di aver negoziato con la Francia.

— Negale!

— Sì, ma ce lo rimproverano.

— Ma se quelle negoziazioni fossero riuscite, loro avrebbero risparmiato le sconfitte di Rees, d’Orsay, di Wesel e di Reimberga; loro avrebbero fatto evitare il passaggio del Reno, e l’Olanda potrebbe credersi ancora invincibile in mezzo alle sue maree e ai suoi canali.

— È vero, fratello mio, ma è una verità ancora più assoluta che, se in questo momento venisse trovata la nostra corrispondenza col signor di Louvois, per quanto buon piloto io mi sia, non potrei salvare il fragile schifo che è per portare i de Witt e la loro fortuna fuori dell’Olanda. Tale corrispondenza, che proverebbe a persone oneste come io ami il mio paese, e quali sacrifizii personalmente io mi offriva di fare per la sua libertà, per la sua gloria, tale corrispondenza ci perderebbe presso gli orangisti nostri vincitori. Perciò, caro Cornelio, mi giova credere che l’abbiate bruciata prima d’abbandonare Dordrecht per venirmi a raggiungere all’Aya.

— Fratello, rispose Cornelio, la tua corrispondenza col Louvois prova, che sei stato negli ultimi tempi il più grande, il più generoso e il più abile cittadino delle Sette Provincie Unite. Amo la gloria del mio paese; amo soprattutto la tua gloria, o mio fratello, ondechè mi sono ben guardato di bruciarla.

— Allora siamo perduti per questa vita terrestre, disse tranquillamente l’ex-gran Pensionario, appressandosi alla finestra.

— Anzi tutto all’opposto, o Giovanni; e noi avremo a un tempo la salvezza del corpo e la resurrezione della popolarità.

— E allora che cosa hai fatto di quelle lettere?

— Le ho affidate a Cornelius Van Baerle, mio figlioccio, che tu conosci e che dimora a Dordrecht.

— Oh! povero giovine! caro e leale, ei sa, cosa rara, tante e poi tante cose, e non pensa che ai fiori che salutano Dio, e pensa a Dio che fa nascere i fiori! L’hai incaricato di un deposito mortale; così, o fratello, è perduto quel povero e caro Cornelius!

— Perduto?

— Sì, perchè sarà forte, o sarà debole. Se è forte (perchè egli è estraneo a ciò che ci accade; perchè, quantunque sepolto a Dordrecht, quantunque distratto, ed è un miracolo! saprà un giorno o l’altro ciò che ci è accaduto) se è forte, si vanterà di noi; se debole, avrà paura della nostra intimità; se è forte propalerà il segreto; se debole, se lo lascerà prendere. Nell’uno e nell’altro caso, o Cornelio, lui e noi siamo perduti del pari. Perciò, fratello mio, fuggiamo presto, se ci resta ancor tempo.

Cornelio sollevossi sul letto e prendendo la mano di suo fratello, che trasalì al contatto delle fasce:

— E se non ne sapesse nulla il mio battezzato? che credi non abbia io saputo leggere ciascun pensiero nella sua testa, ciascun sentimento nell’anima di Van Baerle? Mi domandi, se gli è forte, se gli è debole? Non è nè l’uno nè l’altro, ma che importa ciò che ci sia? Il forte sta che custodisca il segreto, bene intesi che egli punto lo conosce.

Giovanni si volse sorpreso:

— Oh! continuò Cornelio col suo dolce sorriso, il ruward di Pulten è un politico allevato alla scuola di Giovanni; te lo ripeto, o fratello, Van Baerle ignora la natura e il valore del deposito che gli è stato confidato.

— Presto allora! esclamò Giovanni, giacchè c’è ancora tempo, facciamogli passare l’ordine di bruciare l’involto.

— Per mezzo di chi gli si fa passare?

— Pel mio servitore Craeke, che ci deve accompagnare a cavallo e che è entrato meco nella prigione per aiutarvi a scendere la scala.

— Pensateci, Giovanni, prima di bruciare quei titoli gloriosi.

— Prima di tutto penso, mio bravo Cornelio, che i fratelli de Witt salvino la loro vita per salvare la loro rinomanza. Noi morti, chi ci difenderebbe, o Cornelio? Chi ci avrebbe neppure compreso?

— Credi dunque che trovando quei fogli ci ammazzerebbero?

Giovanni senza rispondere al fratello stese la mano verso il Buitenhof, donde slanciavansi in questo momento degli scoppi di grida feroci.

— Sì, sì, disse Cornelio, intendo bene questi clamori; ma che cosa dicono?

Giovanni aprì la finestra.

— Morte ai traditori! urlava il popolaccio.

— Ora intendi, o Cornelio?

— E i traditori siam noi! disse il prigioniero alzando gli occhi al cielo e ristringendosi nelle spalle.

— Siam noi, ripetè Giovanni de Witt.

— Dov’è Craeke?

— Credo, alla porta della tua stanza.

— Allora fallo entrare.

Giovanni aprì la porta; il fido servitore attendeva difatti sulla soglia.

— Venite, Craeke, e rammentatevi bene di tutto ciò che vi dirà mio fratello.

— Oh! no, Giovanni; non basterebbe il dire, bisogna che disgraziatamente io scriva.

— E perchè?

— Perchè Van Baerle non renderebbe quel deposito, nè lo brucerebbe senza un ordine preciso.

— Ma potrete scrivere? domandò Giovanni alla vista di quelle povere mani tutte bruciate e scorticate.

— Oh! tu vedresti, se avessi penna e inchiostro.

— Ecco almeno un apis.

— Hai punta carta? Perchè qui non mi hanno lasciato niente.

— Questa Bibbia. Strappa la prima pagina.

— Benissimo.

— Ma il tuo scritto sarà inleggibile.

— Su dunque! disse Cornelio riguardando il fratello. Queste dita che hanno resistito alle corde del carnefice, questa volontà che ha spregiato i dolori, vanno a unirsi di un comune sforzo, e, sta’ tranquillo, che la riga sarà scritta senza un solo serpeggiamento.

In effetto, Cornelio prese l’apis e scrisse.

Potevano vedersi sotto la fascia bianca trasparire le goccie di sangue, che la pressione delle dita sull’apis spremeva dalle aperte carni.

Grondava il sudore dalle tempie del gran Pensionario. Cornelio scrisse:

«Caro figlioccio!

«Brucia il deposito, che ti ho confidato, brucialo senza guardarlo, senza aprirlo, affinchè ti sia sconosciuto. Son di tal genere i segreti, che ucciderebbero il depositario. Brucia, e avrai salvato Giovanni e Cornelio.

«Amami, addio.

«20 Agosto 1672.

«Cornelio de Witt.

Giovanni con le lacrime agli occhi asciugò una goccia di quel nobile sangue che aveva macchiato il foglio, lo consegnò a Craeke con un’ultima raccomandazione, e tornò da Cornelio, che il patimento avea reso pallido e quasi presso a svenirsi.

— Ora, diss’egli, quando il bravo Craeke avrà fatto sentire il suo antico fischio di contromastro, essendo già fuori dei gruppi, dal lato opposto del vivaio.... allora partiremo noi.

Non erano passati cinque minuti che un prolungato e vigoroso fischio percosse col suo trillo marinaresco il nero fogliame degli olmi acuminati, e dominò i clamori del Buitenhof.

Giovanni alzò le braccia al cielo per ringraziarnelo.

— Ora, disse, partiamo, o Cornelio.

III L’allievo di Giovanni de Witt.

Mentre che gli urli della folla stivata sul Buitenhof, sempre più crescenti, determinavano Giovanni de Witt a sollecitare la partenza del suo fratello Cornelio, una deputazione di paesani era andata, come si è detto, al palazzo comunale, per dimandare l’allontanamento del corpo di cavalleria del Tilly.

Non v’era molta distanza dal Buitenhof all’Hoog-straat; talchè poteva scorgersi uno straniero, che dal momento in cui era cominciata questa scena ne aveva seguiti i dettagli con una certa curiosità, dirigersi con gli altri, o piuttosto di seguito agli altri, verso il palazzo comunale, per sapere con più sollecitudine ciò che si andasse a fare.

Quello straniero era un uomo molto giovine al più di ventitrè a ventiquattro anni, senza apparente robustezza. Nascondeva — senza dubbio con la ragione di non essere riconosciuto — la sua faccia pallida e allungata dentro un fino fazzoletto di tela di Frigia, col quale incessantemente asciugavasi la fronte bagnata di sudore o le sue labbra ardenti.

L’occhio immobile come quello dell’uccello da preda, il naso aquilino e lungo, la bocca sottile e diritta, aperta o piuttosto tagliata come i labbri di una ferita, costui avrebbe offerto al Lavater, se fosse vissuto in quest’epoca, un soggetto di studi fisiologici, che non sarebbero tornati in gran prò della sua scienza.

Tra la figura del conquistatore e del corsaro dicevano gli antichi, qual differenza ci trovi? quella che trovo tra l’aquila e il falco: la sicurezza o l’inquietudine.

Medesimamente quella fisonomia livida, quel corpo gracile e malaticcio, quel portamento inquieto, mentre andavasene dal Buitenhof all’Hoog-straat accodato a tutto quel popolo urlante, presentava il tipo di un padrone sospettoso o d’un ladro inquieto; e un poliziotto avrebbe certo opinato per l’ultimo, a cagione della premura che costui, del quale ci occupiamo in questo momento, prendeva a nascondersi.

Egli era d’altronde vestito semplicemente e senza armi apparenti; il braccio magro ma nerboruto, la mano scarna ma bianca, sottile, aristocratica, appoggiavasi non al braccio ma alla spalla di un officiale, il quale col pugno sulla spada dal momento in cui il suo compagno erasi mosso e avealo secolui trascinato, aveva osservato tutte le scene del Buitenhof con un interesse facile a comprendersi.

Giunto sulla piazza di Hoog-straat, l’uomo dal viso pallido spinse l’altro dietro un uscio aperto, e fissò l’occhio sul palazzo comunale.

Alle grida forsennate del popolo le finestre dell’Hoog-straat s’apersero, e avanzossi un uomo per parlare con la folla.

— Chi comparisce al balcone? domandò il giovane all’officiale, accennando coll’occhio soltanto l’arringatore, che parlava molto commosso, che più che appoggiarsi, reggevasi al terrazzino.

— Gli è il deputato Bowelt, replicò l’officiale.

— Che uomo è questo deputato Bowelt? lo conoscete?

— Un buonuomo, per quello che so, mio signore.

Il giovine sentendo tale commendatizia del carattere di Bowelt fatta dall’officiale, fece un movimento sì strano di disapprovazione, di scontento sì visibile, che rimarcato dall’officiale affrettossi a soggiungere:

— Così si dice, mio signore. Quanto a me non posso nulla affermare, non conoscendolo personalmente.

— Bravo, replicò colui, che era stato chiamato, mio signore; volevi dire buonuomo, o bravuomo?

— Ah! mio signore, scusatemi; non oserei fare cotale distinzione alla presenza di un uomo che, io lo ripeto a Sua Altezza, non lo conosco che di vista.

— Al fatto, mormorò il giovane; aspettiamo e vedremo.

L’officiale piegò la testa in segno di assentimento e si tacque.

— Se questo Bowelt gli è un bravuomo, continuò l’Altezza, riceve scimunitamente la domanda, che gli fanno questi arrabbiati.

E lo scatto nervoso delle mani sue, che agitavansi suo malgrado sulle spalle del compagno, come avrebbero fatto le dita di un suonatore sulla tastiera di uno strumento, tradiva la sua ardente impazienza sì male mascherata in tali momenti, e specialmente in questo sotto l’aria gelata e scura della sua fisonomia.

Intendevasi allora il capo della deputazione paesana interpellare il deputato, perchè dicesse, dove trovavansi gli altri deputati suoi colleghi.

— Signori, rispose per la seconda volta il Bowelt, vi ripeto che in questo momento io sono solo col signor d’Asperen, e solo non posso prendermi la responsabilità della decisione.

— L’ordine! l’ordine! ripeterono migliaia di voci.

Il Bowelt volle parlare, ma non s’intesero le sue parole, e videsi solo l’agitar delle braccia in disperata maniera.

Perlochè vedendo di non potere farsi intendere, si volse verso la finestra aperta e chiamò l’Asperen; che comparve alla sua volta al balcone, dove fu accolto con grida anche maggiori di quelle, che fosse accolto dieci minuti fa il signor Bowelt.

Tentò ei pure d’arringare la moltitudine; ma ella preferì sforzare la guardia degli Stati, che d’altronde non fece resistenza al popolo sovrano, invece di ascoltare il discorso dell’Asperen.

— Via, disse freddamente il giovine mentre che il popolo internavasi per la porta principale dell’Hoog-straat, parrebbe, o colonnello, che la deliberazione debba aver luogo nell’interno. Andiamo a sentire la deliberazione.

— Ah! mio signore, mio signore, pensateci.

— Perchè?

— Tra quei deputati avvene molti che sono di vostra relazione, basta che uno riconosca Vostra Altezza....

— Sia, purchè non mi possano accusare d’essere l’istigatore di tutto questo. — Hai ragione, disse il giovine, le cui guance arrossirono un istante pel rimorso d’aver mostrato tanta precipitazione nei suoi desiderii; sì hai ragione, restiamo qui, donde li vedremo tornare con l’autorizzazione o senza; e così potremo giudicare della sorte del Bowelt, se sia un bravuomo o un buon uomo, il che molto importa a sapere.

— Ma, disse l’officiale riguardando con meraviglia quello cui dava il titolo di mio signore, ma Vostra Altezza non suppone per un momento, io penso, che i deputati possano ordinare ai cavalieri del Tilly di ritirarsi; non è così?

— E perchè? dimandò freddamente il giovine.

— Perchè se l’ordinassero, sarebbe l’istesso che segnare la condanna a morte di Cornelio e di Giovanni de Witt.

— Lo vedremo, rispose freddamente l’Altezza; Dio solo legge nei cuori umani.

L’ufficiale guardò alla sfuggita la faccia impassibile del suo compagno, e impallidì.

Quell’officiale era a un tempo un buonuomo e un bravuomo.

Dal punto ov’erano rimasti l’Altezza e il suo compagno sentivano il baccano e le petizioni del popolo nelle scale del palazzo comunale.

Quindi s’intese uscire quello strepito e spandersi sulla piazza per le finestre aperte di quella sala col balcone, su cui era comparso Bowelt e d’Asperen, i quali erano rientrati per paura senza dubbio che sospingendoli il popolo non li facesse saltare dal terrazzino.

Poi si videro ombre tumultuosamente passare e ripassare davanti a quelle finestre. La sala delle deliberazioni andava empiendosi.

A un tratto cessa lo strepito; poi ad un tratto raddoppia d’intensità e giunge a tale detonazione da scuoterne dai fondamenti l’edifizio.

Poi finalmente il torrente si precipitò per le gallerie e le scale fino alla porta, da cui videsi sboccare come un uragano.

Alla testa del primo gruppo più che correre volava un uomo orribilmente trasfigurato dalla gioia. Era il chirurgo Tyckelaer.

— L’abbiamo! l’abbiamo! urlò, agitando un foglio per l’aria.

— Hanno l’ordine! mormorò l’officiale stupefatto.

— Ebbene, eccomi convinto, disse tranquillamente l’Altezza. Non sapevate, mio caro colonnello, se Bowelt fosse un buonuomo o un bravuomo. Non è nè l’uno nè l’altro.

Poi continuando senza batter’occhio tutta quella folla, che versavasi a lui davanti:

— Adesso, soggiunse, venite, o colonnello, al Buitenhof; io credo che saremo per vedere uno strano spettacolo.

L’officiale piegossi e seguì senza rispondere il suo padrone.

La folla era immensa sulla piazza e all’entrate della prigione; ma i cavalieri del Tilly contenevanla sempre con la stessa bonomia e molto più con la stessa fermezza.

Bentosto il conte intese il rumore crescente che faceva appressandosi quella massa di uomini, le cui prime ondate scorgevansi precipitantesi con la rapidità della caduta da una cataratta.

Nel tempo medesimo egli scorse il foglio sventolato per l’aria al di sopra delle pugna strette e delle armi luccicanti.

— Ohè! fece alzandosi sulle staffe e toccando col pomo della spada il suo luogotenente, credo che i miserabili abbiano l’ordine.

— Furfanti vili! esclamò il luogotenente.

Difatti era l’ordine, che la compagnia dei paesani ricevette con segni di gioia.