GARIBALDI E MONTEVIDEO

GARIBALDI E MONTEVIDEO

DI ALESSANDRO DUMAS

VERSIONE ITALIANA

MILANO — DALLA TIPOGRAFIA DI F. MANINI 1859.

AGLI EROICI DIFENSORI DI MONTEVIDEO

Alessandro Dumas.

Prefazione.

Quando l'ombre della più fiera tirannide infestavano ogni contrada Italiana, e gemeva incatenato il pensiero, ed i santi aneliti di Patria e di Libertà conduceano al patibolo, un nostro concittadino dava sdegnoso le spalle alla terra del servaggio, e ne' vergini lidi d'America innalzava fiammeggiante e temuto il vessillo della Libertà. E noi, vigilati da birri e oppressi dalla somma dei mali, che quattro secoli di tirannia traggon seco, tendevamo pur fiduciosi l'orecchio al magico nome di Garibaldi, e la storia de' suoi trionfi ci inebriava di animose speranze. Parve alla per fine giunto il dì del riscatto — e il gran Battagliero di Montevideo toccò la sacra terra d'Italia. Il suo valore parve ivi addoppiarsi: le sue imprese di Luino e di Roma a tutti son note: Garibaldi salvò faccia all'Europa l'onore delle armi italiane.

Sinistrati i nostri destini, e cacciato dalla sua terra natale, Egli ricalcò le vie dell'esilio, e trovò nelle contrade, che noi chiamiam barbare, ospitali accoglienze. Ma Egli, prode come Scipione, vive in terra straniera povero come Fabrizio e Cincinnato, e le contingenze in cui versa, son tali da sollevare un grido di sconoscenza contro i suoi ingrati fratelli, se Garibaldi potesse mandar mai altro grido che d' Indipendenza e Libertà.

In una sua lettera che Egli scrive ad un amico di Genova noi vi leggiamo queste parole, che diamo senza comenti. «Se alle volte per inaspettato evento potessero i miei figli abbisognare del necessario, io ti scongiuro ad impegnare, o vendere la mia spada, dono dell'Italia.» E più sotto alludendo alla speranza di procacciare colla sua industria una onorata sussistenza alla sua famiglia — «A difetto poi l'alte non temo, e l'umili non sprezzo imprese — e la mia destra è capace ancora di stringere un ferro per il mio paese — od un remo per alimentare i miei bimbi.»

Quest'Uomo, che ogni giorno in America poneva a repentaglio la sua vita in difesa d'una libera causa, e che pur non avea con che accendere un lumicino in sua casa — quest'Uomo che in Roma non prese mai soldo, e che il dì prima dell'entrata de' Galli rifiutò 20 mila scudi romani inviatigli dal marchese Constabili ministro delle finanze della Repubblica, geme ora nelle più afflitte fortune e nel disagio d'ogni bene più necessario alla vita. E noi suoi fratelli di patria, e d'amor nazionale, non manderemo una voce che lo consoli, non spargeremo d'un fiore il suo amarissimo esilio?

Egli è ben noto come la Stampa, inspirata dai feroci nemici dell'Italia, nulla abbia omesso per gittare la menzogna e lo scherno su quest'uomo generoso, chiamandolo condottiero e capitano di ventura. Ma le voci dei pochi venduti al potere ebbero solenne mentita nella testimonianza d'illustri intelletti, i quali ammirati del valore e della virtù di Garibaldi levarono a cielo il suo nome, e l'additarono al mondo come uno de' più strenui campioni della causa de' Popoli. Fra questi scrittori meritamente primeggia Alessandro Dumas, nome ben caro alle lettere, il quale quasi a riprovazione de' tristi, che tentarono macchiare del loro fango il sacro capo del Prode, volle tributare agli eroici difensori di Montevideo il libro che noi presentiamo.

Le pagine che il gran Romanziere consacra all'Eroe di Sant'Antonio e del Salto sono una protesta che la generosa Francia scaglia contro le turpitudini e le calunnie della stampa austriaca. — In esse il lettore italiano vedrà sviluppato il primo atto della grande Epopea della vita di Garibaldi, di cui il second'atto fu Roma, ed oggi s'inizia il terzo con più ampia e più completa gloria.

Capitolo Primo

Al viaggiatore che viene d'Europa su quelle navi che i primi abitanti di quel paese scambiarono per case volanti, prime ad aprirsi allo sguardo, dopo il grido del marinaio in vedetta che annunzia la terra, son due montagne. L'una di mattoni, che è la cattedrale, la chiesa-madre, la matriz, come la si chiama; l'altra poi di massi e verdura, su cui s'innalza un faro, vien detta il Cerro.

Quindi quanto più si avvicina, egli scorge dietro le torri della cattedrale, le di cui cupole in porcellana scintillano al sole, alla destra del faro che siede sul monticello onde si domina la vasta pianura, egli scorge gl'innumerevoli miradores (belvedere) dalle forme bizzarre, quasi corona delle case, che bianche e rosse, porgono nei loro terrazzi un dolce convegno la sera; poi al piede del Cerro, i saladeros (vasti edifizii a salar carni); poi sulla riva della baja, le ridenti quintas (case di campagna) orgoglio e delizia degli abitanti, che nei giorni festivi traggono in folla al miguelete[1] alla aguada[2], all' arroyo seco (ruscello secco)!

Poscia se avviene che si getti l'áncora fra il Cerro e la Città dominata per ogni dove dalla gigantesca Cattedrale, quasi Leviátan tra flutti di case; se il palischermo armato di sei rematori rapidamente vi caccia alla riva; se durante il giorno si scorgono presso quelle incantevoli quintas gruppi di donne vestite all'ammazzone e di cavalieri; se al cader della sera attraverso i veroni, da cui escono torrenti di luce e d'armonia, si odono i concerti dei pianoforti, i lamenti delle arpe, i trilli delle quadriglie o le meste note delle romanze, cagione di questi incanti è Montevideo, la vice-regina di quel gran fiume d'argento, di cui Buenos-Ayres si tien la regina, e che si scarica nell'Atlantico con uno sbocco di ottanta leghe.

Primo Giovanni Dias de Solis scoprì nel 1516 la costa ed il fiume della Plata; ed avendo la sentinella in vedetta, alla vista del Cerro gridato, montem video! ne toccò il nome alla città, della cui storia si dà per noi un rapido schizzo.

L'audacia di Solis, che per aver da un anno scoperto il Rio-Janeiro, volle, lasciate nella baja due delle navi, avventurarsi sulla terza nell'imboccatura del fiume, ebbe a costargli la vita. Tratto in inganno dai segni d'amicizia degli Indiani, diè in un'imboscata, per cui, fatto a pezzi, venne arrostito e mangiato sulle rive d'un ruscello, che in memoria di questo orribile misfatto, ritiene tuttora il nome di arroyo (ruscello) di Solis.

Quest'orda d'Indiani antropofagi, valorosi figli della primitiva tribù dei Charruas[3], signoreggiava il paese del pari che all'estremo continente gli Uroni ed i Sioux. Riuscita vana ogni prova agli Spagnuoli per sottometterli, fu necessità fondar Montevideo tra continui attacchi di giorno e di notte, e, grazie a questa resistenza, Montevideo, che ha appena cent'anni di vita, è una delle più moderne città del continente americano.

Da ultimo, sullo scorcio del passato secolo, sorse un uomo che a questi naturali signori della costa, diè una guerra di sangue e d'esterminio. Nei tre ultimi combattimenti, serrate le donne ed i figli in mezzo alle schiere, come gli antichi Teutoni, caddero tutti senza dar addietro d'un passo. Monumento di questa suprema disfatta, il viaggiatore che tien dietro alle tracce della civiltà, Dea che segue il cammino del sole d'oriente ad occidente, vede ancor oggi, ai piedi dell' Acegua biancheggiare gli ossami degli ultimi Charruas.

Il nuovo Mario, vincitore di questi Teutoni novelli, era il comandante della campagna, Giorgio Pacheco, padre del generale Pacheco y Obes in missione per Montevideo presso il governo francese.

Ma questi aveva a combattere più gagliardi nemici e meno facili degli Indiani, come quelli che avvalorava non una fede religiosa che venía meno di giorno in giorno, sibbene un materiale interesse che andava a mille doppi crescendo. Dessi erano i contrabbandieri del Brasile, che dai selvaggi distrutti ricevevano tale eredità di vendetta.

Ora essendo il sistema proibitivo prima base del commercio spagnuolo, una guerra ostinata tra il comandante della campagna ed i contrabbandieri che ora per frode, ora per forza tentavano introdurre sul territorio di Montevideo le loro stoffe e il loro tabacco era conseguente necessità. La lotta fu dunque lunga, disperata, mortale. Mentre Don Giorgio Pacheco, uomo di forze erculee, di figura gigantesca e singolare perspicacia, tenea per fermo averli se non distrutti (impossibile), allontanati dalla città, essi di bel nuovo comparvero più vigorosi, più destri, più compatti sotto il freno di una volontà unica, potente, coraggiosa.

Quale la causa di questa ostinatezza del nemico?

Le spie mandate a tal uopo dal Pacheco, ritornarono con un sol nome sulla bocca; Artigas!

Era questi un giovine dai venti ai venticinque anni, di cuore come un vecchio spagnuolo, destro come un Charrua, sveglio come un Gaucho[4]. Egli tenea delle tre razze, se non il sangue, lo spirito.

La lotta fu allora singolarissima; da una parte la scaltrezza del contrabbandiere prestante di gioventù e vigoria; dall'altra la potenza del vecchio Pacheco, cui forse venía meno, se non la forza, il volere. Durò per quattro o cinque anni la guerra, in cui Artigas sempre battuto, non vinto, parea riprendesse nuovo vigore, ritornando all'attacco. Finalmente l'uomo della città si ristette, e pari a un antico romano che dell'orgoglio facea sacrifizio sull'altar della patria, rassegnava i suoi poteri al governo spagnuolo proponendo in sua vece Artigas, capo della campagna, come il solo che potesse frenare il contrabbando. La Spagna accettò; e come un bandito romano, fatta la sommissione al papa, passeggia ammirato le città, di cui poco anzi era il terrore. Artigas entrò trionfalmente in Montevideo a riprendere l'opera d'esterminio del suo predecessore. Diffatti nel giro d'un anno i contrabbandieri eran dispersi. Ciò avveniva nel 1782 al 1783. Artigas, in allora dell'età di 27 o 28 anni, vive tuttodì a 93 anni in una piccola quinta del Presidente del Paraguay. Quest'uomo bello, coraggioso e fortissimo, segna l'epoca d'una delle tre potenze che signoreggiarono Montevideo.

Don Giorgio Pacheco era il tipo di quel valore cavalleresco del vecchio mondo, che traversò i mari con Colombo, Pizzarro, Vasco di Gama.

Artigas, l'uomo della campagna, rappresentava il partito nazionale che tiene del portoghese e dello spagnolo; quello cioè degli stranieri alla terra americana restati Portoghesi e Spagnoli dal loro soggiorno in città, i cui costumi avevano l'impronta di queste nazioni.

Il terzo tipo, la terza potenza, che è il flagello delle città e delle campagne, vien detto il Gaucho.

In Francia si dice falsamente Gaucho l'uomo che vive in quelle vaste pianure, in quelle immense steppe che si estendono dalle rive del mare al versante orientale delle Ande. Fu il capitano Head inglese che primo introdusse l'errore di confondere il Gaucho coll'abitante della campagna, che ne sdegna non pur la somiglianza, benanco il confronto.

Il Gaucho può dirsi il boemo del nuovo mondo; poichè privo di beni, di casa, di famiglia, non ha che il suo poncho (mantello), il suo cavallo, il suo coltello, il suo lazo (laccio), e le sue Bolas[5]. Il suo coltello è la sua arma, il suo lazo e le sue Bolas l'industria.

Artigas fu dunque salutato con grida da tutti, se ne togli i contrabbandieri, comandante della campagna. Reggeva ancora tal carica allo scoppiar della rivoluzione del 1810, per cui cadde il dominio spagnolo nel Nuovo-Mondo.

Il moto cominciato nel 1810 a Buenos-Ayres, non cessò che in Bolivia alla battaglia d'Ayacucho nel 1824.

Le forze insurrezionali comandate dal generale Antonio José de Sucre, sommavano a 5000 uomini. Reggeva le truppe spagnole in numero di 11,000 il generale José de Laserna, ultimo vicerè del Perù. Come si vede non si combatteva ad armi eguali; i patrioti difettanti di munizioni da fuoco e da bocca avevano un sol cannone; temporeggiati, s'arrendevano; attaccati, vinsero. Primo venne alle mani il generale patriota Alejo Cordova; avanti! gridò a' suoi mille cinquecento soldati, innalzando il cappello sulla sua spada. Richiesto, se al passo ordinario, o al passo di carica dovea investirsi il nemico, al passo della vittoria rispose. La sera l'armata spagnola era prigioniera di quelli che aveva a sua discrezione il mattino.

Le simpatie d'Artigas per la rivoluzione lo avean messo alla testa del movimento della campagna; veniva ora egli a rassegnare a Pachecho il suo comando, come ei prima aveva fatto con lui, quando una sorpresa fatta sul vecchio generale nel suo alloggio di casa blanca nell'Uruguay, da una mano di soldati spagnoli, ne lo distolse. Però ei non si ristette, e cacciati in poco tempo gli Spagnoli da tutta la campagna, di cui s'era fatto signore, li ridusse alla sola città di Montevideo, che per essere, dopo San-Juan-d'Ulloa, la città più fortificata d'America, poteva frenare le irrompenti forze nemiche. Quivi spalleggiati da un'armata di 4,000 uomini, erano convenuti tutti i partitanti di Spagna. A questa piazza pose l'assedio Artigas sostenuto dall'alleanza di Buenos-Ayres. Se non che un'armata portoghese venuta in ajuto agli Spagnoli, fe' sbloccar Montevideo. Ma nel 1812 il generale Rondeau per que' di Buenos-Ayres, e Artigas per quei di Montevideo, unite le loro forze, tornarono all'impresa. Dopo un assedio di 23 mesi, la capitale della futura Repubblica orientale, venne per capitolazione in potere degli assedianti agli ordini del generale in capo Alvear.

Come Artigas non tenesse più il supremo comando è facile a dirsi. Dopo venti mesi d'assedio, e tre anni trascorsi in mezzo agli uomini di Buenos-Ayres e di Montevideo, le disparità di usi e costumi, dirò quasi di sangue, comechè prima semplici cause di dissenzioni, aveano gradatamente preso l'aspetto di un odio inveterato. Fu allora che Artigas si ritirò come Achille nella propria tenda, o meglio portatala seco, cercò un asilo in quelle immense pianure ben note al giovane contrabbandiere.

Di tal guisa Alvear alla capitolazione di Montevideo era generale in capo dei Portennos.

Di tal nome vengon chiamati nel paese gli uomini di Buenos-Ayres; mentre all'opposto diconsi Orientali que' di Montevideo. Ecco ciò che li distingue.

L'uomo di Buenos-Ayres già da 300 anni fissato nel paese, dimenticò, dopo un secolo, le tradizioni della madre patria, la Spagna; ed essendo i suoi interessi attaccati alla terra che abita e lavora, è egli ora più americano, di quello non lo fossero gli Indiani cacciati da lui. Per opposto l'uomo di Montevideo, che occupa solo da un secolo il paese, non ha punto scordato ch'egli è spagnolo; al sentimento della nuova nazionalità, unisce le tradizioni della vecchia Europa, cui tende per civilizzazione, mentre l'uomo della campagna di Buenos-Ayres rientra gradatamente nella barbarie. Origine di queste così svariate tendenze è forse lo stesso paese.

La popolazione di Buenos-Ayres disseminata in lande immense, avendo per tetto mal costrutte capanne, lontane fra loro, in un paese tristissimo, difettante d'acqua e di legna, contrae dall'isolamento, dalle privazioni e dalle distanze, un carattere tetro, insocievole, barbaro; i suoi istinti tengono dell'indiano selvaggio delle frontiere del paese, da cui riceve le piume di struzzo, mantelli per i cavalli e legno per lancie, oggetti tutti d'un paese, in cui la civiltà europea non ha penetrato, scambiandoli coll'acquavite e col tabacco che gli Indiani poi recano in quelle immense pianure dei Pampas donde presero il nome, o cui forse diedero il loro.

La popolazione di Montevideo occupa invece un paese bellissimo, irrigato da ruscelli, intersecato da valli. Se non ha le immense foreste dell'America del Nord, può nelle sue amenissime valli riposarsi all'ombra del Quebracho dalla corteccia di ferro, dell' Ubajè dai frutti d'oro, del Sauce dai ricchi rami. Le case, le ville, le tenute, come che a poco tratto le une dalle altre, forniscono agli abitanti comodi alloggi e sanissimi cibi; quindi il suo carattere franco ed ospitale ritrae della civiltà europea che il mare le reca sulle ali del vento.

Tipo ideale della perfezione per il Gaucho di Buenos-Ayres è l'indiano a cavallo; per quelli della campagna di Montevideo è l'uomo d'Europa. II primo si reputa il più elegante d'America; facile all'ira e alla calma, vince in fantasia il suo rivale; diffatti Varela e Lafinur, Dominguez e Marmol poeti Portennos nacquero a Buenos-Ayres.

Il secondo invece è più calmo e più fermo nei suoi progetti, nelle sue risoluzioni; se il Gaucho crede superarlo in eleganza, egli si tien primo in coraggio. Fra i suoi estri poetici brillano i nomi d'Hidalgo, di Berro, di Figueroa, di Juan-Carlos Gomez.

Non è meraviglia, se pur la donna di Buenos-Ayres pretende al vanto di bellissima tra le donne dell'America meridionale, dallo stretto di Lemaire al fiume dell'Amazzoni.

Sono prime tra queste le signore Augustina Rosas, Pepa Lavalle e Martina Linche. Però se la donna di Montevideo non è tanto incantevole, la purezza delle sue forme, le sue mani, i suoi piccioli piedi, la dicono di Siviglia o Granata: ha insomma quel non so che di piacevole che vince di gran lunga la perfezione. Montevideo annovera con orgoglio Matilde Stewart, Nazarea Rucker e Clementina Batle, come tipi di sangue scozzese, sangue alemanno, sangue catalano.

Eravi dunque nei due paesi rivalità di coraggio e di eleganza tra gli uomini; di bellezza e di grazia tra le donne; rivalità d'ingegno nei poeti, veri ermafroditi sociali, perchè irritabili come uomini, capricciosi al pari delle donne, e malgrado questo, ingenui talvolta come fanciulli.

Da tutto ciò, fra Artigas ed Alvear, fra gli uomini di Montevideo e di Buenos-Ayres, era conseguente non solo una separazione, non solo un odio, sibbene una guerra. E per la guerra contro quelli di Buenos-Ayres, seppe giovarsi di tutti gli elementi opposti, l'antico capo dei contrabbandieri, poco curandosi dei mezzi, coll'unico fine di cacciar dal paese i Portennos. Messosi quindi alla testa dei boemi di America, Gauchos, con quanto aveva di risorse il paese, bandì la guerra santa; cui non potè reggere nè l'armata di Buenos-Ayres, nè il partito spagnolo, che ben s'avvedeva il ritorno di Artigas a Montevideo, essere la sostituzione della forza brutale all'intelligenza.

Nè mal s'apponeano costoro. Uomini prima erranti, barbari, disordinati, ora riuniti in un corpo d'armata sotto il generale Artigas, fatto dittatore, segnarono un'epoca che ricorda il sanculottismo del 93. Montevideo vide allora succedere il regno dell'uomo dai piè nudi ai fluttuanti calzoncillos[6], alla chiripa[7] scozzese, al lacero poncho, e al cappello abbassato sull'orecchio e assicurato dal barbijo[8].

Scene inaudite, bizzarre, talvolta terribili funestarono allora la città, e costrinsero le prime classi della società all'impotenza d'azione. Artigas allora, meno la ferocia e più il coraggio, fu quello che è Rosas al presente.

La sua dittatura, per quanto fosse una calamità, fu però brillante e nazionale. Ne son prova le sue vittorie contro quei di Buenos-Ayres, che ei vinse in ogni attacco, e la resistenza ch'ei durò ostinatissima all'armata portoghese che nel 1815 invase il paese.

Pretesto a tale invasione furono il disordinato reggimento d'Artigas e la necessità di salvare i popoli vicini dal pericolo di questo contagio. Le classi illuminate, desiderose di porre un freno all'anarchia, affrettavano coi voti una vittoria che sostituisse la dominazione portoghese ad un potere che strascinava seco la licenza e la brutale tirannia della forza materiale. A questo doppio nemico Artigas contese il terreno per ben quattr'anni. Vinto alfine, dopo quattro battaglie in campo aperto o piuttosto battuto alla spicciolata, si ritirò nell'Entre-Rios, dall'altra parte dell'Uruguay; ove, quantunque fuggitivo, serbavasi grande la potenza del suo nome. Se non che Ramirez, suo luogotenente, tratti a rivolta tre quarti de' suoi fedeli, movendogli contro, gli tolse ogni speranza di riscossa e lo costrinse a sortir dal paese, in cui, nuovo Anteo, parea riprendesse vigore toccando la terra.

Allora Artigas disparve, pari ad un turbine che dopo aver seminato di rovine e desolazioni il suo passaggio si scioglie e svapora; e si ritirò nel Paraguay, ove, or son due anni, lo vide un nostro amico, nell'età di 93 a 94 anni, nel pieno esercizio di quasi tutte le sue forze e delle sue facoltà intellettuali.

Dopo la sua caduta, la dominazione portoghese vi gettò ferme radici sino al 1825, epoca in cui Montevideo e tutti i possedimenti portoghesi in America, passarono al Brasile.

Occupata dunque Montevideo da una forza di 8,000 uomini ne parea rassodato il possesso all'imperatore, quando un Orientale (egli è di questo nome che noi chiamiamo gli uomini di Montevideo), che proscritto, avea stanza in Buenos-Ayres, raccolti trentadue suoi compagni nell'esilio, giurava con essi affrancare la patria o morire. Preso il mare su due piccoli schifi, questo pugno d'audaci prendeva terra all'Arenal-Grande.

Il loro capo Don Juan Antonio Lavelleja, già stretto di segrete intelligenze con un proprietario del paese, mandava a chiederlo dei cavalli all'impresa, secondo il convenuto. Costui rispondeva: ogni cosa essere scoperta, i cavalli derubati, unica via di salute a Lavalleja e consorti mettersi al mare e riafferrar Buenos-Ayres. Ma egli fermo nel suo nobil concetto, rimandati i battellieri, prendea possesso co' suoi compagni il 19 aprile delle terre di Montevideo in nome della libertà.

Al domani la piccola truppa, fatta una requisizione di cavalli, cui aveano acceduto i proprietari, marciava alla volta della capitale, quando venne incontrata da duecento cavalieri, quaranta dei quali erano Brasiliani, gli altri Orientali. Lavalleja, comechè avesse modo di evitare lo scontro, si fa loro innanzi, ma prima di venire alle mani, richiese d'un abboccamento il comandante Giuliano Laguna suo antico fratello d'armi.

— Che chiedete, e a che venite? dissegli questi.

— A liberar Montevideo dello straniero, rispose Lavalleja. Se siete per me, unitevi meco. Se contro di me, rendetevi o preparatevi alla pugna.

— Rendere le armi mi è ignoto sinora, nè, spero, alcuno potrà insegnarmelo.

— Dunque allora, in rango coi vostri, e vediamo qual'è la causa di Dio.

— Subito, riprese Laguna, e spronato il cavallo, raggiunse i suoi.

Ma spiegato il vessillo nazionale di Lavalleja, i centosessanta Orientali passarono a lui, e i Brasiliani vennero suoi prigionieri.

Allora la sua marcia in Montevideo fu un vero trionfo e la Repubblica Orientale, proclamata dal volere di tutto un popolo entusiasmato, ebbe nome tra le nazioni.

Frattanto alto levavasi la fama di tale che dovea più tardi essere il terrore della federazione Argentina.

Dopo breve tratto dalla rivoluzione del 1810, un giovane dai quindici ai sedici anni, lasciava la città di Buenos-Ayres e prendea la campagna; l'aspetto avea scuro, il passo concitato.

Questo giovane era Juan Manuel Rosas. Perchè egli, ancor fanciullo fuggisse il tetto paterno, e riparasse alla campagna, è orribile a dirsi. Quegli che un giorno dovea volgere le armi contro la patria, avea levato le mani sulla madre e perciò la maledizione paterna lo cacciava dalla casa che lo aveva visto bambino.

Un tale avvenimento non ebbe eco in mezzo allo svolgersi di più vitali interessi. Ora mentre la gioventù correva alle armi sotto la bandiera dell'indipendenza, egli perduto nelle immense foreste davasi alla vita del Gaucho, ne adottava il vestire e i costumi, diventava insomma un de' più destri nel domar cavalli, e nel maneggio del lazo e delle bolas, talchè al vederlo lo avresti scambiato per un uomo della campagna, per un vero Gaucho d'origine.

Rosas accomodavasi dapprima in qualità di peon (giornaliere) in un estancia[9]; fu quindi capataz (capo de' giornalieri), poi mayordomo (agente); in quest'ultimo stato governava le proprietà della possente famiglia Anchorena, principio delle sue grandi ricchezze.

Essendo ora nostro disegno tratteggiare il carattere di Rosas in ogni sua parte, vediamo qual fosse la disposizione del suo spirito, nello avvicendarsi di tanti casi.

S'era egli trovato in Buenos-Ayres nei prodigi della rivoluzione contro la Spagna; in quel tempo l'uomo di cuore domandava un nome ai campi di battaglia, l'uomo di genio cercava la gloria nel reggimento della pubblica cosa. Avido di fama, vedeasene Rosas preclusa ogni strada, come quegli che non avea il coraggio della battaglia, nè il senno del governo. I gloriosi nomi di Rivadavia, di Pasos, d'Aguero come ministri; di San Martin, di Balcarce, di Rodriguez, di Las Heras come guerrieri, lo scuotevano nell'orrore della sua solitudine, e fermentavangli in cuore un tesoro d'odio per quella città che per tutti aveva un trionfo, ma non per lui.

Fin da quest'epoca Rosas sognava e preparava l'avvenire. Errante nei pampas[10], confuso tra i Gauchos, divideva le miserie del povero; ora lusingando le antipatie dell'uomo della campagna, lo aizzava contro l'uomo della città; ora contando sul numero, gli additava facile al primo cenno assoggettar la città, che sì lungamente lo avea tenuto schiavo. Ottenuto così l'impero sugli abitanti delle pianure, lascia Rosas la sua solitudine.

Insorte nel 1820 le truppe di Buenos-Ayres contro il governatore Rodriguez, un reggimento di milizie della campagna, i colorados de las Conchas (i rossi delle Conchas) entra nella città il 5 ottobre, agli ordini d'un colonnello. Era Rosas. Ma venute il domani queste a conflitto con quelle della città, il colonnello era scomparso; un violento male di denti, cessato colla lotta, lo allontanava, suo malgrado, dalla mischia. L'entrata di Rosas a Buenos-Ayres può dirsi l'unica sua impresa guerriera.

Vinti gl'insorti della città, Rivadavia nominato ministro dell'interno, afferra le redini del potere. Quest'uomo, figlio della rivoluzione, ricco d'immensa erudizione, frutto de' suoi lunghi viaggi in Europa, era caldo del più ardente e più puro amore di patria. Nell'intento di recare in America i frutti della civiltà europea, fallì nei mezzi d'applicazione in un popolo ancor tardo e fanciullo; volle essere insomma all'America ciò che fu Pietro I alla Russia; ma privo degli stessi elementi, ove quegli riuscì, ei venne manco, sebbene avrebbe potuto riescire dissimulando; ma invece ferì gli uomini nelle loro abitudini, che spesso sono una nazionalità. Schernì i costumi americani, prese a disprezzo la chaqueta (giacchetta) e la chiripa dell'uomo della campagna, e simpatizzando nello stesso tempo per il costume europeo, venne a perdere a gradi a gradi la sua popolarità e il potere.

Malgrado di tutto questo, molte furono le istituzioni che lasciò in dote alla patria. Il suo governo fu dei più prosperi a Buenos-Ayres. Fondò università e licei, introdusse nelle scuole il mutuo insegnamento. Chiamò i sapienti e gli artisti d'Europa, e n'ebbero le arti e le scienze incremento; per lui infine Buenos-Ayres fu chiamato nella terra di Colombo, l'Atene dell'America del Sud.

Sorvenuta la guerra del Brasile nel 1826, Buenos-Ayres soccorse alla nazione con ogni sorta di sacrifizi. Assorbite le finanze, disordinata l'amministrazione, indebolito il governo, nacquero i torbidi. Cresceano intanto coi diversi interessi, varie le opinioni tra gli abitanti della campagna e della città. Levatasi Buenos-Ayres a tumulto, la campagna in massa assalì la città, e fe' Rosas suo capo, centro del potere. Eletto egli nel 1830 governatore, malgrado l'opposizione della città, tenta riconciliarsi con essa. Spogliati i selvaggi costumi del Gaucho, come il serpente fa della pelle, finge rifarsi uomo della città. Ma essa resiste, e la civilizzazione sdegna perdonare a un traditore che è passato sotto la bandiera della barbarie. Se avviene ch'egli si mostri in abito militare, è un chiedere sommesso in qual campo di battaglia abbia Rosas guadagnato il suo grado; se parla in qualche convegno, si domanda ove abbia appreso un simile stile; se arriva in una tertulìa (conversazione serale) le donne segnandolo a dito, lo chiamano il Gaucho mascherato. In breve, Rosas è fatto segno dovunque ai pungenti epigrammi, per cui i Porténnos godono alta la fama.

Questa lotta mortale al suo orgoglio durò tutti i tre anni del suo reggimento, e quando cesse il potere, coll'odio nell'anima e il fiele nel cuore, fatto certo che tra sè e la città era impossibile un componimento, cacciossi di bel nuovo nei suoi fedeli Gauchos, e nelle sue Estancias, di cui era il signore, ma col fermo proposito di rientrare, quando che fosse, dittatore in Buenos-Ayres, come Silla in Roma colla spada in una mano, la fiaccola nell'altra.

A tal fine egli richiese il governo d'un comando dell'armata che movea contro i selvaggi Indiani. Il governo che lo temeva, avvisando di allontanarlo coll'accedere al suo desiderio, gli diè tutte le truppe di cui gli era fatto disporre, dimentico che correva a rovina accrescendo le forze di Rosas.

Costui trovatosi a capo dell'armata, promossa una rivoluzione a Buenos-Ayres che lo chiamò al potere, non volle accettarlo che a quelle condizioni, che la forza armata del paese in sue mani poteva imporre, e rientrò in Buenos-Ayres dittatore assoluto, cioè con toda la suma del poder público; colla somma del pubblico potere.

Fu sua prima vittima il governatore generale Juan Ramon Balcarce, uomo distinto nella guerra dell'indipendenza, e tra i capi del partito federale di cui Rosas si diceva il sostegno. Nobil di cuore e d'una fede nella patria ardentissima, credendo pure le intenzioni di Rosas, s'era molto adoperato alla sua fortuna. Egli morì proscritto; e quando il suo cadavere ripassò la frontiera, la famiglia non potè, per divieto di Rosas, rendergli non solo i pubblici onori d'un governatore, ma neppure gli estremi uffici dovuti al cittadino.

Il vero potere di Rosas ebbe dunque principio nel 1833. Gli istinti crudeli, che procacciarongli poi una celebrità di sangue, non mostraronsi in piena luce nei primi tempi del suo governo, se ne togli la fucilazione del maggior Montero, e dei prigionieri di San Nicolò. Non è però a tacersi che avvenivano in quel torno alcune morti oscure e inaspettate, che la storia registra severa in lettere di sangue nel libro delle nazioni. Diffatti scomparvero due capi della campagna di cui Rosas potea temer la potenza; morirono del pari in quei giorni Arbolito e Molina. È forse in tal modo che perivano i due consoli che accompagnavano Ottavio alla battaglia d'Azio.

Ora ci corre debito far più intima conoscenza con Rosas già dittatore, e che nondimeno tocca appena la soglia di quel potere, che non gli fuggirà più dalle mani.

Nel 1833 Rosas ha trentacinque anni, di aspetto europeo, di biondi capelli, di colorito bianchissimo, di occhi azzurri, porta soltanto la barba tagliata all'altezza della bocca. Bello il suo sguardo se fosse dato giudicarlo, avendo per costume volgerlo a terra anche in faccia agli amici, ch'egli conosce avergli sempre nemici. Dolce la voce, e all'uopo, insinuante la parola; d'animo vigliacco e ferocemente astuto: proclive alle mistificazioni, ne faceva suo scopo esclusivo prima ch'ei s'occupasse di cose più serie; ora gli è una distrazione e nulla più. Come si vedrà da questi due esempi, le sue mistificazioni erano brutali, come il suo carattere che accoppia la scaltrezza alla ferocia.

Una sera invitato a commensale un amico, nascosto il vino destinato alla cena, lasciò solo sulla mensa una bottiglia di quel Leroy, alla cui fama non manca che l'esser nato al tempo di Molière. L'amico, gustato il liquore e trovatolo abbastanza piacevole, ne votò la bottiglia lungo la cena, mentre Rosas non prese che acqua. Nella notte l'amico ebbe quasi a morirne. Rosas ne rise molto, e se quegli fosse morto ne avrebbe, fuor di dubbio, riso moltissimo.

Era suo passatempo, allorchè veniva a lui qualche pueblero (abitante della città), costringerlo a salire i più sfrenati cavalli, e la sua gioia era maggiore, se più grave la caduta del cavaliere.

Nel governo poi tra i più difficili affari, erano suoi consiglieri i giullari e i buffoni. Nell'assedio di Buenos-Ayres nel 1829, avea quattro di questi infelici presso di sè; creatili monaci, erasene, di privata autorità, costituito priore; e li chiamava fray Bygûa, fray Chaja, fray Lechusa, e fray Biscacha[11]. Amava pure immensamente i confetti, ed aveane nella sua tenda d'ogni maniera, nè con minore affetto li amavano i frati. Or come spesso avveniva che ne mancasse buon numero, Rosas chiamava i fratelli a confessione. Sapendo essi qual premio la menzogna aspettasse, il reo confessava, che spogliato all'istante degli abiti, venia vergheggiato da' suoi compagni.

Tutti conoscono in Buenos-Ayres, Eusebio il molatto di Rosas, cui un giorno di pubblica festa, prese il talento di fare per lui, ciò che madama Dubbarry faceva a Lucienne del suo negro Zamore; ed Eusebio vestito degli abiti del governatore ebbe a ricevere gli omaggi delle autorità al luogo del suo signore.

Costui dunque notissimo, lo ripetiamo a Buenos-Ayres, fu vittima d'un capriccio terribile, come solo Rosas può averne. Chiamatolo a sè, accusandolo capo d'una cospirazione per pugnalarlo, ordinò si arrestasse malgrado le sue proteste di devozione. I giudici, cui bastava l'accusa di Rosas, per non inquietarsi se Eusebio era colpevole o no, condannarono l'infelice alla pena del capo. Preparatosi all'estremo supplizio, si confessò e fu tradotto sul luogo dell'esecuzione, ove aspettavalo il carnefice co' suoi ministri. Allora quasi per incanto, comparve Rosas e dicendo al meschino, presso a morir di paura, che sua figlia Manuelita presa d'amore per lui, voleva sposarlo, lo graziò!

Manuelita al dì d'oggi è sui vent'otto o trent'anni; se non può dirsi una donna bella, è, ciò che val meglio, una piacevol persona, di figura distinta, di tatto profondo, capricciosa come un'europea.

Come figlia di Rosas, fu fatta segno alle calunnie. La dissero erede dei feroci istinti del padre e dimentica, come quelle figlie di imperatori romani, dell'amore filiale per un amore più tenero e meno cristiano.

Niente di più falso. Manuelita è rimasta zitella per molte ragioni; Rosas talvolta sente il bisogno d'essere amato, e sa che l'unico su cui possa contare, è l'amor di sua figlia; d'altronde nessuna potente famiglia di Buenos-Ayres cercò di congiungersi col dittatore. Infine è pur da notarsi che Rosas ne' suoi sogni di regno crede veder l'avvenire di Manuelita fecondo di nozze più aristocratiche di quelle abbia diritto a pretendere in questo momento.

Manuelita non è punto crudele; è anzi noto a tutti coloro cui non offende amore di parte, che dessa è un freno continuo alla collera del padre, sempre pronta ad irrompere. Fanciulla ancora, strappava le grazie da Rosas con un mezzo stranissimo. Spogliato quasi degli abiti il molatto Eusebio, ordinava gli mettessero la sella e le briglie come un cavallo: addattati poi a' suoi piccioli piedi andalusi i speroni del Gaucho, gli saliva sul dorso, e amazzone strana, venía su questo bucefalo umano davanti a suo padre, che ridendo dei capricci della fanciulla, accordavale la grazia richiesta.

Ora poi che tai mezzi non hanno più l'antico prestigio, ella circonda suo padre, quasi sorella di misericordia, di cure incessanti. Studiato il di lui cuore, ne conosce le vanità più secrete che lo tormentano; ora indugiando, ora chiedendo, riesce talvolta ad ottenere, e se è vera l'intimità che le appongono, noi oseremmo quasi asseverare, che il suo delitto è non solo scusabile agli occhi di Dio, ma potrà tenerle luogo d'una virtù.

Manuelita è la regina e insieme la schiava del tetto domestico; essa governa la casa, presta a suo padre le più tenere cure, ed incaricata di tutte le relazioni diplomatiche, può dirsi il vero ministro degli affari esteri di Buenos-Ayres.

Diffatti per la tertulìa di Manuelita, ora Manuela, ma a cui suo padre dà sempre il nome d'infanzia, deve l'agente straniero far la sua diplomatica entrata presso di Rosas.

Nella sua terlulìa Manuela si rappresenta come entusiasta del padre. Ivi, senza che cada in dubbio ad alcuno, si uniforma agli avvisi del dittatore; e colle grazie della gioventù, e colla poca importanza politica, che si suol dare ad una bocca ridente e a due begli occhi, avviluppa lo straniero in tal guisa che a gran fatica egli può sciorsene.

Infine del pari che Rosas è un essere eccezionale e diviso dalla società, Manuelita è una strana creatura, che, incognita a tutti, passa solitaria su questa terra, lungi dall'amore degli uomini e della simpatia delle donne.

Infelice! essa sola può dire quanto è sventurata e quante lacrime versa quando Iddio le chiede conto delle sue colpe, ed ella chiede conto a Dio de' propri dolori.

Rosas ha pure un figlio, di nome Juan, di nessun peso nel sistema politico del padre. Egli è un giovane d'aspetto comune, minore d'un anno o due di Manuelita; privo di nome può dirsi non avrà mai che quello che viene dai triviali amori e da corrotti costumi.

Capitolo Secondo

Giunto al sommo del potere, fu cura di Rosas spegnere la federazione. Lopez, autore di questa, caduto malato, va a Buenos-Ayres sull'invito di Rosas che lo vuole presso di sè. Lopez muor di veleno. Quiroga, capo della federazione, sfuggito per incanto a venti sanguinosi combattimenti, il cui coraggio e fortuna son proverbiali, muore assassinato. Cullen, mente della federazione, governatore di Santa-Fè per una rivoluzione suscitata da Rosas, gli è dato nelle mani dal governatore di Santiago. Cullen muor fucilato.

Quanto v'ha di più alto nel partito federale corre le istesse fortune de' più sommi in Italia sotto i Borgia; e a mano a mano Rosas adoperando le istesse mene di Alessandro VI e suo figlio Cesare, pervenne a dominare la Repubblica Argentina, la quale sebbene ridotta a perfetta unità, continua nel titolo specioso di federazione.

Ora occorre di dare alcun cenno dei personaggi da noi nominati, evocando un istante i loro accusatori fantasmi; tanto più che vi ha in tutti questi uomini una tal quale primitiva selvatichezza che merita se ne faccia caso. E per cominciare dal generale Lopez, un solo aneddoto ci darà contezza non tanto di lui, sibbene ancora degli uomini che trattava. Egli reggea Santa-Fè e contava in Entre-Rios un suo personale nemico, il colonnello Ovando, che in seguito ad una rivolta fu tradotto a lui prigioniero. Il generale era a mensa e ricevendo con oneste accoglienze Ovando, l'invitò ad assidersi seco e si stabilì fra essi un colloquio come in due convitati ne' quali l'eguaglianza delle fortune comandi la più perfetta ed egual gentilezza. Se non che a mezzo il desinare, Lopez interrompendosi a un tratto: Colonnello, disse, s'io fossi caduto in vostro potere come voi nel mio e ciò fosse avvenuto nell'ora dei cibi, che avreste voi fatto? — Io vi avrei invitato a sedere alla mia tavola, come voi faceste con meco. — Sì, ma dopo il convito? — V'avrei fatto fucilare. — Son soddisfatto che una tale idea v'abbia balenato alla mente, essendo pure la mia; voi sarete fucilato all'alzarvi di tavola. — Debbo io levarmi di subito, o proseguire il mio pranzo? — Oh! continuate, Colonnello, non v'è poi molta urgenza. Continuarono adunque, gustarono caffè e liquori, dopo di che disse Ovando: — Credo che questo sia il tempo. — Vi ringrazio, rispose Lopez, di non aver atteso ch'io ve lo rammemorassi. Indi, chiamato un soldato, — La squadra è pronta? dimandò — Sì, mio generale, rispose costui. Allora voltosi a Ovando, — Addio, Colonnello, gli disse — Addio, rispose, non è lunga la vita nelle guerre come le nostre. E salutandolo, sortiva. Cinque minuti dopo una fucilata alla porta di Lopez, gli annunziava che il colonnello Ovando non era più.

In quanto a Quiroga, egli era un uomo della campagna al pari di Rosas. Un tempo, sergente nell'armata di linea contro gli Spagnuoli, s'era poi ritirato alla Rioja, suo paese natale. Fatto per le interne discordie signor del paese, appena ebbe la somma del potere, si cacciò a tutt'uomo nella lotta delle varie fazioni della repubblica, e per queste fe' per la prima volta sentire il suo nome all'America.

Nello spazio d'un anno Quiroga era la spada del partito federale; nessuno ebbe al pari di lui ad ottenere più felici successi col solo suo valor personale, talchè il prestigio del suo nome potea dirsi supplisse a un esercito. Cumulata nel calor della mischia intorno a sè la somma dei pericoli, gettava allora il suo grido di guerra e impugnata la lunga lancia, sua arma prediletta, volgeva in fuga anche i più coraggiosi.

Quiroga, anzichè crudele, era feroce; ma d'una ferocia magnanima, generosa; d'una ferocia non di tigre, ma di leone. Infatti il colonnello Pringles, suo giurato nemico, è fatto prigione, poscia assassinato. L'assassino agli ordini di Quiroga, che nella speranza d'un premio, gli vien narrando il delitto, è fucilato.

Un bel giorno i suoi soldati, memori dell'accaduto, traggongli innanzi due ufficiali nemici fatti allora prigioni. All'invito di disertare la propria bandiera, l'uno rifiuta, l'altro consente.

— Orsù dunque, disse a quest'ultimo, a cavallo, andiamo a veder fucilare il vostro compagno. — Egli obbedisce, e lungo la via vien novellando con Quiroga, di cui già si crede aiutante di campo, mentre in mezzo ai soldati il povero condannato va tranquillamente alla morte. Giunti sul luogo, Quiroga ingiunge all'ufficiale che si rifiutò al tradimento, di mettersi in ginocchio. Ma dopo il comando, pronti! fermandosi:

— Orsù, disse a lui che si tenea già per morto, voi siete un prode, ecco il cavallo del signore, partite.

E colla mano accennava al cavallo del rinnegato.

— Ed io? chiedeva egli.

— Tu non ne hai mestieri, chè sei presso a morire.

Nulla valsero i preghi dell'amico reso alla vita; pochi minuti dopo era morto.

La gloria di batter Quiroga era serbata al generale Paz, il Fabio americano, uomo per virtù e illibatezza specchiatissimo. Due volte ei ne distrusse le armate nei terribili combattimenti della Tablada e d'Oncativo. Ma fatto prigioniero il general Paz a cento passi dalla sua armata per la caduta del suo cavallo, Quiroga opponendo alla tattica e strategia di queste allora nascenti repubbliche, un indomito coraggio ed una volontà di ferro, fu invincibile.

Cessata la guerra tra i federali e gli unitari, volle Quiroga visitare le interne provincie. Nel ritorno assalito a Barranca-Jaco da una mano di trenta assassini, una palla che traversò la vettura, in cui era soffrente, lo colse nel petto. Quantunque ferito a morte, pallido, grondante sangue, potè sollevarsi ed aprir la portiera. Alla vista dell'eroe rizzato in piedi e quasi cadavere, gli assassini si diedero alla fuga. Ma Santos-Perez lor capo trattosi innanzi a Quiroga, che caduto gli abbracciava i ginocchi e lo fissava nel viso, l'uccise, mentre gli altri assassini tornavano a dar compimento al misfatto. Furono i fratelli Reinafi che reggeano Cordova, braccio di questa spedizione d'accordo con Rosas. Ma egli riparatosi in una macchia onde non esser visto, potè, prese le parti dell'innocente, farli arrestare e condannare e fucilare.

Ora di Cullen. Nato egli in Ispagna, abitava la città di Santa-Fè, ove strettosi con Lopez, ne era venuto il ministro e il consigliere. L'influenza che ebbe ad esercitare nella repubblica argentina dal 1820 al 1833, epoca della sua morte, lo rese uomo d'alto rilievo. Le oneste accoglienze di Cullen per Rosas, quando proscritto nel dì della sventura riparò a Santa-Fè, non ebbero potenza di cancellare dalla mente del futuro dittatore, che Cullen volea tornare la repubblica argentina sotto l'impero delle leggi; seppe però, protestando eterna amicizia, nascondere l'empio disegno.

Chiamato Cullen, per la morte di Lopez, al governo di Santa-Fè, datosi con ogni studio a migliorar la provincia, lungi dal dirsi nemico del blocco francese, esternava le sue simpatie per la Francia, come leva potente alle sue idee di civiltà. Rosas allora, coll'appoggio e concorso delle truppe, gli suscitò una rivoluzione, in cui vinto Cullen fu costretto a riparar presso Ibarra suo amico governatore della provincia di Santiago dell'Estero. Dichiarato Cullen selvaggio unitario, si proposero trattative da Rosas per averlo in sue mani, che lunga pezza tornarono vane. Teneasi quindi Cullen sicuro riposando sulla fede del giuramento d'Ibarra, allorchè ad un tratto inaspettatamente arrestato da' suoi soldati, fu condotto a Rosas. Egli intesane la venuta, ordinava si fucilasse a mezza strada, poichè, scriveva egli al nuovo governatore di Santa-Fè, il suo processo era fatto da' suoi stessi delitti. Cullen avea gentili maniere e cuore bennato; l'influenza che esercitò su di Lopez fu sempre rivolta al perdono ed è sua gloria se il generale Lopez, a fronte delle preghiere di Rosas, non condannò all'estremo supplizio alcuno dei prigionieri fatti nella campagna del 1831, che mise in sua balìa i capi più importanti del partito unitario. Di frivola istruzione, di mediocri talenti, avea però l'esterno d'un uomo eminentemente civilizzato.

Con tali mezzi spenti gli eroi del partito federalista, Rosas, povero d'ogni gloria militare, divenne il solo uomo importante della repubblica argentina e il signore assoluto di Buenos-Ayres. Avuto nelle mani il potere, cominciò le vendette contro le classi elevate, che non ebbero per lui che disprezzo. Godea mostrarsi tra gli uomini più aristocratici ed eleganti, quasi discinto, e sempre indossando la chaqueta. Ai balli presieduti da sua moglie e sua figlia, cui non intervenivano che carrettieri e macellai e la più vile bordaglia, ei fu visto aprir la festa danzando con una schiava e sua figlia con un Gaucho.

Nè qui s'arrestò il suo odio contro la nobil città. Proclamato il principio, chi non è con me è contro di me, chiunque non gli andasse a sangue, venia qualificato selvaggio unitario, nome per cui venia meno ogni diritto alla libertà, alla proprietà, alla vita, all'onore.

A secondare praticamente queste teorie, ebbe vita sotto gli auspici di Rosas la famosa società di Mas-Horca, che suona Ancora forche, composta d'uomini più abbietti, di bancarottieri e di assassini. A questa veniano affigliati per comando superiore, il capo della polizia, i giudici di pace, tutti infine i preposti all'ordine pubblico; di tal maniera che quando un cittadino minacciato in sua casa di saccheggio o assassinio dai membri della società, ricorreva al braccio della giustizia, tornava inutile ogni reclamo; niuno facea fronte a tali violenze, poco monta venissero fatte in pien meriggio, o nel colmo della notte; era una fatalità che bisognava subire.

E a comprovar coll'esempio, in quei giorni era moda degli eleganti di Buenos-Ayres portar la barba e collare; ma col pretosto che tagliata in tal guisa formasse la lettera U, e significasse unitario; la società, arrestati questi infelici, con coltelli poco taglienti tagliava loro la barba che cadeva unita a pezzi di carne, abbandonava quindi la vittima alla più vile feccia del popolo, che lieta spettatrice dello spettacolo, lo prolungava talora sino alla morte.

Usavano in quell'epoca le donne del popolo intrecciare ai capegli un nastro rosso, chiamato monno[12]; un bel giorno la società convenuta alle porte delle chiese maggiori, ne fregiò con catrame bollente il capo delle infelici che ne erano prive. Un abito, un fazzoletto, un nastro che accenasse al bleu od al verde era tale delitto, perchè la donna che se ne adornava fosse nuda bastonata sulla pubblica strada. Nè l'ingegno, la fama, o la fortuna erano scudo al bisogno; un semplice indizio faceva temere del sommo pericolo.

Ora mentre gli uomini più distinti dell'alta classe, fatta segno alle vendette di Rosas, cadeano vittime d'una prepotente violenza, veniano a centinaja imprigionati tutti gli altri cittadini, le opinioni dei quali non fossero in armonia con quelle del dittatore o osteggiassero i calcoli della sua futura politica. Ignoti a tutti tranne che Rosas che l'ordinava, la causa dell'arresto, venia pure dichiarato inutile il giudizio; così le numerose non interrotte fucilazioni davano luogo a nuovi prigioni. Le tenebre proteggevano il delitto; e la città destavasi esterefatta al rumore di questi tuoni notturni che la decimavano. Il mattino poi raccolti tranquillamente dai carrettieri della polizia i corpi degli assassinati per le strade e dei fucilati nelle carceri, venian tutti questi cadaveri anonimi cacciati in un gran fosso alla rinfusa, negate perfino ai congiunti delle vittime l'uffizio supremo. Queste scene di sangue avean luogo tra le risa e lo sghignazzare atroce dei carrettieri che, recise le teste dei cadaveri, e messe in un paniere, le offrivano al popolo, che, chiuse le case fuggiva inorridito, e gridavano all'uso dei venditori di frutta:

— Ecco le belle pesche unitarie! chi compra le pesche unitarie?

Allora poi il calcolo tenne dietro alle barbarie, la confisca alla morte; creare interessi inseparabili dai propri, mostrare ad una classe della società la fortuna dell'altra, dicendole: è tua, fu trovata necessità di regno. Da quel punto sulle rovine degli antichi proprietari di Buenos-Ayres, s'elevarono le rapide e disoneste ricchezze degli odierni parteggianti di Rosas.

Toccò Rosas il sommo della ferocia, cui non osò sognare alcun tiranno, cui non soccorse la fertile mente di Nerone e di Domiziano, col divieto al figlio di vestire a corrotto per il padre morto da lui. La legge fu proclamata ed affissa in Buenos-Ayres; e v'era ben donde, chè ogni famiglia aveva un caro da piangere.

Per tale tirannide si commossero gli stranieri e principalmente i Francesi, co' quali Rosas si fea lecito ogni eccesso. La nota pazienza di Luigi-Filippo toccò all'estremo e ne venne il primo blocco francese.

Ma le alte classi della società così dileggiate presero a fuggir Buenos-Ayres e volsero lo sguardo sullo Stato orientale, ove quasi tutta la proscritta città venne a cercare un asilo.

Allora la polizia di Rosas fe' ogni sua possa; punì per legge di morte l'emigrazione, e vista ciò tornar vano, si volle circondare l'estremo supplizio co' tormenti più atroci, ma l'odio e il terrore inspirato da Rosas era più forte delle sue pene, e l'emigrazione cresceva ogni giorno. Alla fuga d'un'intera famiglia bastava un battello; su questo si cacciavano alla rinfusa padre, madre, figli, fratelli e sorelle, e lasciando ogni loro fortuna approdavano allo Stato Orientale, tenendo per tutta ricchezza gli abiti che avevano indossati. Nè alcuno ebbe a pentirsi di avere sperato nella ospitalità del popolo orientale. Dessa fu grande e generosa quale di antica repubblica e come il popolo argentino dovea aspettarsi da amici, o meglio da fratelli, che tante volte aveano combattuto sotto le stesse bandiere contro gli Inglesi, gli Spagnuoli e i Brasiliani, nemici comuni e stranieri, però meno crudeli di questo nemico figlio della stessa terra.

Gli Argentini giungevano a torme, e toccata la terra veniano dai premurosi abitanti raccolti, come meglio ne aveano agio dai mezzi di fortuna e dall'ampiezza delle abitazioni. Di nulla allora patiano difetto questi infelici, che riconoscenti si davano tosto al lavoro, onde gli ospiti loro ne fossero alleviati, e così potessero soccorrere ai nuovi fuggenti. A tal fine gli uomini più comodi si accingevano ai più bassi mestieri dando loro tanto più lustro, quanto più alto era il loro stato sociale.

Di tal fatta i nomi più celebri della repubblica argentina brillarono nell'emigrazione. Lavalle, la più valorosa spada della sua armata; Florencio Varela, il suo più bel genio; Aguero, tra suoi primi uomini di Stato; Echaverria, il Lamartine della Plata; Vega, il Bajardo dell'armata delle Ande; Guttierez, il felice cantore delle glorie nazionali; Alsina, il grande avvocato e l'illustre cittadino, primeggiano tra gli emigrati; come pure Saenz Valiente, Molino Torres, Ramos Megia, i ricchi proprietarii; come anche Rodriguez, il vecchio generale delle armate dell'indipendenza e delle armate unitarie, e Olozabal uno tra i più prodi di quell'armata delle Ande, di cui Vega, come dicemmo, era il Bajardo. Scopo alla crudeltà di Rosas era tanto l'unitario che il federista, se poteva essere di ostacolo alla sua dittatura. Ora devesi all'ospitalità accordata a' suoi nemici, l'odio immenso che Rosas nutre per lo Stato Orientale.

All'epoca in cui or si fa cenno, era a capo della Repubblica il generale Fructuoso Rivera. Costui è un uomo della campagna al paro di Rosas e Quiroga. Differisce dal primo per le sue tendenze alla civilizzazione. Come uomo di guerra e come capo di fazione non ha eguali in valore e in generosità. Da trent'anni che ebbe tanta parte nelle commozioni politiche del suo paese fu sempre primo a correre all'armi, quando s'intese il grido di guerra allo straniero.

Nella rivoluzione contro la Spagna, egli fe' getto delle sue fortune, essendo per lui il dare, bisogno irresistibile; anzichè generoso, egli è prodigo. E Dio fu pur tale verso di lui. Gentil cavaliere (nel senso della parola spagnuola, che comprende il soldato e il gentiluomo), di bruno colore, di alta figura, di sguardo acuto, di cortesi maniere, trascina gli astanti col fascino d'un gesto a lui solo concesso. Per tali doti fu l'uomo più popolare dello Stato Orientale; ma è forza pur dirlo, non vi fu chi più male di lui reggesse le finanze d'un popolo. Come la propria, sprecò le fortune del paese, non già per sè, ma perchè uomo pubblico ritenea le generose maniere dell'uomo privato. Però al tempo in cui si ragiona non appariva ancora un tale dissesto. Rivera sul primo della sua presidenza, erasi circondato degli uomini sommi del paese. Obes Herrera, Vasquez, Alvarez, Ellauri, Luiz, Eduard Perez governavano con lui la cosa pubblica e con questi non poteva fallire a quel bel paese, progresso, libertà ed incremento.

Obes, primo tra gli amici di Rivera, tenea del carattere antico; il suo patriottismo, i suoi talenti, la sua profonda istruzione lo fanno annoverare tra i grandi Americani.

Morì proscritto, vittima tra i primi del sistema di Rosas nello Stato orientale.

Luiz Edouard Perez, l'Aristide dello Stato orientale, repubblicano severo, caldo patriotta, consacrò la vita sua lunga alla virtù, alla libertà, alla patria.

Vasquez, uomo di talento e d'istruzione, fe' le prime sue armi all'assedio di Montevideo contro la Spagna, e chiuse i suoi giorni nell'assedio attuale, avendo sempre bene meritato del paese.

Herrera, Alvarez ed Ellauri cognati di Obes non furono secondi ad alcuno. Essi appartengono come prodi guerrieri, non solo allo Stato orientale, ma sibbene all'intera causa americana; e i loro nomi saranno per sempre sacri alla terra di Colombo che dal capo d'Orno si stende allo stretto di Barrow.

Ora un governo che aveva a capi uomini di tempra siffatta, ebbe naturalmente a signoreggiare lo slancio nazionale, quando per la Repubblica orientale, venne l'ora di combattere a viso aperto il sistema di Rosas. Così, mentre il popolo soccorreva pietoso a tanti infelici, il governo sceglieva i sommi tra questi, ed assoldava i guerrieri argentini dichiarati traditori da Rosas, onorandoli con ogni maniera di cure e rispetto. Ed a ciò potentemente dava opera la stampa, che libera nello Stato orientale, metteva in luce i delitti di Rosas, facendolo segno all'esecrazione universale.

È quindi facile il comprendere, come la vendetta di Rosas si addensò sul capo di Rivera, primo tra' suoi nemici, e sul paese ch'egli reggeva; però, forte nell'alimentarla, era debole poi nel metterla in atto. Si limitò dunque ad una guerra sorda, favorendo con ogni maniera la rivoluzione scoppiata nel 1832 contro Rivera, e questa fallita, non si tenne ancora per vinto.

La presidenza di Rivera cessava nel 1834. Succedevagli il generale Manuel Oribe per l'influenza di Rivera stesso che vedeva in lui un amico al proprio sistema, e lo avea prima d'ora creato generale e ministro della guerra.

Oribe appartiene alle prime famiglie del paese, per la cui difesa, dopo il 1811, combattè sempre da prode. Egli è di poco spirito, e corta intelligenza; ne è prova l'alleanza di Rosas che egli abbracciò a tutta possa, alleanza che trae a rovina quell'indipendenza da lui stesso propugnata più volte.

Come generale è di nessuna capacità; le sue violente passioni lo fanno crudele, mentre come privato è uomo dabbene. Come amministratore fu miglior di Rivera, nè per lui crebbe il debito pubblico. Però su di lui pesa la rovina dello Stato orientale. Obliando che ad esser capo di parte, non basta il volerlo, sdegnò d'unirsi alla causa nazionale che aveva per capo Rivera, e volendo fare da sè, eccitò diffidenza e sospetto; onde atterrito, si gettò un bel giorno nelle braccia di Rosas. Il paese n'ebbe sentore dalla guerra che il governo moveva all'emigrazione argentina, e come forte era l'odio al sistema di Rosas, s'unì a Rivera quando egli nel 1836 si mise alla testa d'una rivoluzione contro di Oribe. Questi però, spalleggiato dall'armata rimasta fedele e dagli aiuti di Rosas, potè sino al 1838 rimuovere il pericolo che lo premea d'ogni lato.

Qui cade in acconcio rettificare un errore troppo comune. Si crede generalmente, che all'influenza de' Francesi debbasi la caduta di Oribe, mentre ebbe a soli nemici gli Orientali. Il suo potere fu distrutto alla battaglia di Palmar, ove tra' suoi nemici non si contava un solo straniero, mentre egli cadde in mezzo a loro; e n'è certa prova, essersi trovato, dopo la capitolazione della città di Paysandu, un intero battaglione argentino in questa città. Ora gli Argentini sono stranieri allo Stato Orientale del pari che gli uomini del Chili o dell'Inghilterra.

Oribe rinunziò al potere officialmente davanti alle Camere, e chiestone alle stesse il permesso, lasciò il paese. Ciò fatto Rosas lo costrinse a protestare contro tale rinuncia, e, cosa inaudita in America, egli lo riconobbe per capo del governo d'un paese a lui pure vietato. Era, come se Luigi Filippo esule avesse dato un vicerè alla Repubblica francese. Si rise a Montevideo di questa follia del dittatore, che intanto si preparava a mutare il riso nel pianto, e ne fu conseguenza naturale la guerra tra le due nazioni, che dura dal 1838.

Riafferrato il potere, Rivera appoggiò con ogni sua possa il blocco francese, e n'ebbe soccorsi d'uomini e di danaro contro il nemico comune. In tali strettezze avrebbe Rosas facilmente inchinato l'animo alle esigenze europee quando l'arrivo dell'ammiraglio Mackau nel 1840 diè luogo al trattato che porta il suo nome, per cui si rialzò la potenza di Rosas già presso al tramonto e sola nella lotta durò la Repubblica orientale. Così si combattè diversamente fino al 1842 quando l'armata orientale toccò la disfatta di Arroyo-Grande. In questo intervallo, una gran parte della Repubblica argentina, fidando sul poter della Francia, erasi contro di Rosas levata a guerra eroica e nazionale. Ma questa lotta ineguale avea cresciuto il numero dei patriotti argentini martiri della crudeltà del dittatore.

Intanto, vinta la battaglia d'Arroyo-Grande, l'armata di Rosas, forte di 14,000 uomini, si gettò sul territorio dello Stato Orientale. A questo torrente erano unico argine 600 soldati agli ordini del generale Medina, e 1,200 reclute sotto il generale Pacheco y Obés, allora colonnello, che riunitesi insieme sotto il fuoco dell'avanguardia nemica presero a capo il generale Rivera, cui si congiunsero 4 o 5 mila volontarii accorsi al pericolo.

Allora si vide, miracolo stupendo, 6,000 uomini disordinati e quasi inermi, disputarsi palmo a palmo il terreno all'armata di Rosas. Costretti a marciare per contrade incendiate dal nemico, questi eroici difensori della patria, raccolsero tutte le fuggenti famiglie e tra immensi pericoli ne protessero la ritirata a Montevideo, ove cercò un asilo quasi tutta la popolazione della campagna.

Il primo febbraio 1843 l'armata orientale ordinatasi sulle alture di Montevideo vide il nemico; ma lungi dal riparare in città, cui raccomandò le protette famiglie, chieste armi e munizioni, si gettò alla campagna onde provvedere alla guerra, dicendo ai cittadini: difendetevi e contate sopra di noi!

Capitolo Terzo

Wright, l'autore dell' Assedio di Montevideo, esponendo la situazione nella quale si trovò la Repubblica orientale dopo la battaglia dell'Arroyo-Grande, chiude quella lugubre narrazione con queste tristi parole: «Il sole di dicembre, tuffando i suoi raggi nell'Oceano, ne lasciò:

  • Battuti al di fuori,
  • Senza armata,
  • Senza soldati anche nell'interno,
  • Senza materiale di guerra,
  • Senza danaro,
  • Senza rendite,
  • Senza credito.»

E questo quadro non era esagerato.

Il generale Rivera era allora il capo della Repubblica. E noi dando un giudizio imparziale su di lui come su tutti gli uomini che abbiamo cercato di tratteggiare, giudicio che apparterrà alla posterità — perchè nei giudicii politici e letterarii la distanza equivale ai tempi e fa il presente imparziale come l'avvenire — noi abbiamo detto in quale compassionevole stato avesse ridotte le finanze del paese.

Per ciò poi che riguarda l'armata, essa risentivasi delle false idee che aveva sulla guerra il generale Rivera, delle quali diremo l'origine.

Rivera aveva fatto le sue prime armi sotto Artigas, il quale non era un generale, ma un capo di fazione. Le sue battaglie consistevano in sorprese e colpi di mano. Allievo di tal maestro, Rivera ne trattava in egual modo la guerra, benchè gli affari e gli uomini avessero cambiato di aspetto.

Alcuni ufficiali, patriotti intelligenti, tentarono di far mutare tale sistema a Rivera, credendo che la sua maniera di combattere fosse un sistema e non una pratica; ma per quanto ascendente potettero prendere su di lui, dovettero accontentarsi d'introdurre, e a gran fatica, pochi ed isolati miglioramenti che non facevano che vieppiù appalesare il difetto del partito a cui si atteneva. L'armata quindi restò quale il suo capo la voleva; indisciplinata, senza ordine, senza unità, vera armata d'avventurieri — quale infine era sotto Artigas, meno Artigas.

Componevasi essa di due piccoli battaglioni di fanteria formati intieramente di negri e di qualche migliaio di cavalieri, che lasciando vuote le squadre anche negli accampamenti militari, non correvano sotto la bandiera che nei giorni del pericolo. Aveva un considerevole materiale d'artiglieria leggiera, ma il personale di quest'arme si conduceva come quello della cavalleria; il servizio dello stato maggiore come quello dell'armata potea dirsi nullo essendo anche frammezzo ai comandanti superiori, uomini cui sarebbe riuscito malagevole il comandare una manovra.

Le diverse divisioni dell'esercito confidate a comandanti generali patian difetto esse pure d'una organizzazione militare. Invano avresti cercato un arsenale da guerra su tutto il territorio della repubblica. E siccome a nessuno cadeva in pensiero che la repubblica potesse toccare una disfatta, questa avvenendo sarebbe stata irreparabile.

Montevideo poi già da molto non era più città di difesa; le sue mura erano state atterrate fino dal 1833. Il governo che vi aveva stabilito residenza era composto di uomini deboli, capaci sì di fare il loro dovere nelle circostanze ordinarie, ma incapaci di forti risoluzioni in caso disperato.

Ora la condizione di Montevideo era terribile. Alla nuova della perdita della battaglia d'Arroyo-Grande, la popolazione fu come colta da fulmine e tutti i patriotti curvarono il capo, mentre che gli amici di Oribe, cioè i partigiani dello straniero, apersero l'animo alle speranze e cospirarono apertamente per Rosas per distruggere così la Repubblica orientale.

Allora alcuni uomini di patriottismo e d'azione che trovavansi a Montevideo spinsero il governo a energiche misure per la difesa della città. E fu per essi che si decretò un'armata di riserva nominando a comandarla il generale Paz rifugiato in Montevideo, che si chiamarono alle armi tutti gli uomini dai 14 ai 50 anni, che si affrancarono gli schiavi onde farli soldati; ma tutte queste misure avevano l'impronta della debolezza ed erano perciò spoglie d'ogni autorità. Esse venivano dettate non con quella fede sincera nella possibilità della difesa, fede che avrebbe fatto la loro forza, ma chiaramente per salvare la responsabilità di quelli che le dettavano e che sostituivano così l'agitazione all'attività, la febbre all'energia; e fin d'allora le risorse dell'autorità furono esauste, e il governo si vide male obbedito, perchè non rispettato.

Fu da mezzo il campo che s'alzò il primo vero grido di guerra contro l'armata nemica e quel grido venne dal comandante generale del dipartimento di Mercédès, dal colonnello Pacheco y Obes.

Appena il disastro d'Arroyo-Grande fu conosciuto, il colonnello Pacheco y Obes, non ricevendo consiglio che dal suo patriottismo, prese sul momento le misure le più energiche per organizzare una forza militare. Prima ancora del governo egli aveva colla sola sua autorità individuale proclamato la libertà degli schiavi, cassando con un sol frego di penna questa grande quistione che si dibatte da un secolo in Europa e innanzi a cui si ritrae da sessant'anni il governo degli Stati-Uniti.

Il distretto di Mercédès comprendeva tre piccole città dai due ai tremila abitanti ciascuna. Pacheco fatta una leva in massa inreggimentò i cittadini, li armò, li disciplinò, creò fabbriche d'armi, e senz'altre risorse in fuori di quelle che egli seppe trarre dal patriottismo del paese al quale egli fece appello, venti giorni dopo la battaglia d'Arroyo-Grande, si presentava alla sua volta in campo con 1,200 uomini armati ed equipaggiati, che ebbero l'onore di scambiare coi soldati di Rosas i primi colpi di fucile che furono tratti per la santa difesa del paese.

I suoi caldi e risoluti proclami, la sua fede nel trionfo della causa nazionale rialzarono l'entusiasmo accasciato, e siccome era chiaro che un uomo che agiva in tal modo doveva sperare, — ognuno sperò. Ecco poi come s'esprime il giornale officiale di Montevideo del 31 dicembre del 1842 parlando della condotta del colonnello Pacheco y Obes.

«Noi sappiamo di offendere la modestia del prode capo del distretto di Mercédès; ma come tacersi mentre ogni giorno mostrasi ai nostri occhi un nuovo segno della sua incessante attività, della sua nobile coscienza, della sua alta capacità? Il colonnello Pacheco y Obes ci prova che noi abbiamo alla circostanza uomini d'azione, di consiglio e di governo atti a salvare la patria».

Così pensavano di lui tutti i patriotti dello Stato orientale. Dappertutto questi domandavano un cambiamento di governo e l'opinione pubblica chiamava a prendere parte al potere il colonnello Pacheco y Obes.

Il generale Rivera cedette al voler del paese, e prima di partire per l'armata nominò un nuovo ministero di cui facea parte Pacheco y Obes per la guerra e marina, Santiago Vasquez per l'estero e l'interno, e Francesco Munnoz per le finanze. Il 3 febbraio 1843, il nuovo ministero entrò in funzioni; fu chiamato ministero Pacheco y Obes, e devesi alle pronte misure dei primi giorni della sua esistenza, l'incredibile difesa di Montevideo.

Questo ministero agiva sotto la direzione del presidente del senato che teneva la presidenza della Repubblica in assenza del generale Rivera. Il nome di questo magistrato era Joaquin Suarez, uno dei più ricchi proprietarii dello Stato orientale, l'uomo tra' più onorati di questo popolo cui egli ha consacrata tutta la sua vita. Ora egli tiene il posto di presidente, essendo successo a Rivera, il cui tempo legale era spirato col 1 marzo 1843.

II 16 febbraio del medesimo anno l'armata nemica comandata da Oribe si presentava davanti Montevideo nella certezza di entrarvi senza trar colpo o al più di averla con un colpo di mano. Ma nel tempo che era trascorso dalla sua installazione, il nuovo governo aveva fatto di Montevideo una piazza di guerra capace d'arrestare i vincitori d'Arroyo-Grande.

Tutti gli uomini atti a portare le armi erano stati inreggimentati, e nessun riguardo era scusa al proprio dovere. Niuna eccezione fu ammessa. Il ministro della guerra dettava i decreti e s'incaricava egli stesso di farli eseguire; e tutti sapevano che nulla valeva ad arrestare la sua volontà di ferro.

Fu in questo frattempo che si riorganizzarono i battaglioni di guardia nazionale che da sett'anni renderono tanti segnalati servigi alla città stretta d'assedio. Fu allora che egli scelse a comandanti di queste masse improvvisate codesti uomini, stranieri fino allora alla guerra, che nel seguito sono divenuti tanti eroi e che noi chiamiamo: Lorenzo Batlle, Francisco Tage, José Maria Munnoz, José Solsona, Juan Andres Gelly y Obes, e Francisco Munnoz. Tutti erano negozianti od avvocati al principio dell'assedio. Tutti sono in oggi colonnelli, e mai le nobili insegne di questo grado furono portate più nobilmente. Francisco Munnoz è morto. Tutti gli altri quasi per miracolo vivono ancora, perchè in tutti i giorni di questo lungo assedio furono veduti in mezzo al pericolo provocare la morte che li rispetta.

I corpi di linea, alla testa dei quali figuravano pure uomini nuovi, furono riorganizzati e messi sotto gli ordini di Marcelino Sosa, l'Ettore di questa nuova Troia, di César Diaz, di Manuel Pacheco y Obes, e di Juan Antonio Lezica. E tutti questi altri nomi che citiamo sono già istorici, e sarebbero nomi immortali se avessero a cantore un altro Omero.

Sosa è morto e noi racconteremo e la sua morte d'eroe e alcune delle sue gesta, che rendendolo il terrore dell'armata nemica, gli hanno conquistata l'ammirazione della città assediata.

Presentemente è il colonnello Cesare Diaz che regge l'armata. Uomo di grandi talenti, gode la riputazione da nessuno contestata d'essere il miglior tattico d'infanteria che si trovi fra le due armate.

Il colonnello Batlle, attuale ministro della guerra e delle finanze, è presso a poco sui trent'anni; la natura gli è stata più che prodiga; essa l'ha fatto bello, prode, spiritoso, d'ingegno; infine uno di quegli uomini il cui avvenire è destinato a risplendere nella futura istoria d'America. Fu egli che con un pugno d'uomini sorprese nel 1846 le forze che assediavano la Colonia e che la battè completamente obbligandoli a levare l'assedio. E tanto valore mostrato da questa giovane armata messa su d'improvviso è ascritto in parte al generale José Maria Paz, che ne era duce, primo tra i migliori maestri nell'arte della guerra, mentre d'altra parte vi contribuivano con tutte le loro forze ed il loro sangue gli Argentini rifugiati a Montevideo, formatisi in legione per la difesa del paese che aveva dato loro l'ospitalità.

Vennero pure eletti capi molti stranieri che in certa guisa stavano a rappresentanti delle idee di libertà e di progresso non del tutto spente nel mondo e che non hanno per anco trovato una nazione in cui possano mettere profonde radici. Tra questi capi che concorsero alla difesa di Montevideo e che saranno ricompensati dei loro sacrificii, non solo dalla riconoscenza d'una città, ma d'una nazione, primeggia Giuseppe Garibaldi.

Giuseppe Garibaldi, proscritto d'Italia perchè aveva combattuto per la libertà, proscritto dalla Francia dove aveva voluto combattere per la stessa causa, proscritto da Rio-Grande per avere contribuito alla fondazione di quella Repubblica, venne ad offrire i suoi servigi a Montevideo. Noi cercheremo di far conoscere ai nostri contemporanei sotto i rapporti tanto fisici che morali quest'uomo potente, che nessuno ha potuto attaccare che colla calunnia.

Garibaldi è un uomo sui 40 anni, di mezzana statura abbastanza proporzionata, con lunghi capelli biondi, occhi cilestri, e col naso, la fronte ed il mento greco; può dirsi tipo di vera bellezza. Porta lunga la barba; il suo vestire ordinario è una redingota stretta al corpo ed abbottonata senza alcun'insegna militare. Le sue mosse sono preziose, la sua voce armonica, somiglia ad un canto. Nello stato normale di vita sembra piuttosto un uomo di calcolo che d'immaginazione; ma se intende le parole d'indipendenza e d'Italia, allora egli si scuote come un vulcano, getta fiamme e spande la sua lava. Giammai fu visto, se non nella pugna, indossare armi; venuto il momento, snudata la spada che prima gli viene alle mani, ne getta il fodero e si caccia contro il nemico.

Nel 1842 fu nominato comandante della flottiglia; egli sostenne poco dopo nel Paranà un combattimento accanito contro forze superiori tre volte alle sue, ma veduta di poi l'impossibilità di resistere, fece naufragare, noi non diremo le sue navi, ma le sue barche, appiccandovi fuoco; e ritirandosi alla testa del suo equipaggio sul territorio della repubblica presentossi uno dei primi per la difesa di Montevideo.

Il ministro della guerra Pacheco y Obes, comprese il proscritto. Questi due uomini non ebbero che a vedersi per intendersi e strinsero fin dal primo abboccamento una di quelle amicizie assai rare nell'epoca attuale.

Montevideo, stretta d'assedio dalla parte di terra, venne pure bloccata dalla flottiglia di Rosas. Il ministro della guerra volle allora organizzare sul mare una resistenza eguale a quella che egli aveva improvvisata per terra, e benchè la Repubblica non disponesse che di piccoli bastimenti, aiutato da Garibaldi, egli venne a capo di realizzare il suo progetto. Prima ancora di due mesi quattro piccoli bastimenti, portanti la bandiera orientale, prendevano il mare e combattevano le forze marittime di Rosas, comandate da Brown. Questi quattro bastimenti dovevano portare i nomi di Suarez, Munnoz, Vasquez e Pacheco y Obes; ma Pacheco cangiò il nome del suo legno in quello di Libertà. I due più forti tra questi, che erano quelli di Suarez e Libertà, portavano ciascheduno due cannoni, gli altri due non ne avevano che un solo. Allora si vide il singolare spettacolo d'una lotta nella quale 60 marinai, 4 barche e 6 pezzi di cannone andavano ad attaccare 4 bastimenti con 100 pezzi di grosso calibro e più di 1000 uomini d'equipaggio. Garibaldi n'era comandante, e la sua voce ben conosciuta al nemico tuonava, nella pugna, comandando la morte, assai più forte de' propri cannoni.

Ora, a chi fosse vago di conoscere quale soldo ricevesse in premio della sua vita esposta tutti i giorni, quest'uomo che i giornali francesi hanno chiamato un Condottiero, e che fummo lieti di trovare a Roma perchè egli dasse colla sua eroica difesa il ridicolo a questa spedizione, noi lo diremo.

Nel 1843, Don Francisco Agell, uno tra i più rispettabili negozianti di Montevideo, s'indirizzava al colonnello Pacheco y Obes per dargli contezza che nella casa di Garibaldi, nella casa del capo della legione italiana, del comandante della flotta nazionale, dell'uomo sempre pronto a versare il proprio sangue per Montevideo, in quella casa non s'accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato — unica cosa sulla quale contava Garibaldi per vivere colla sua famiglia — non erano comprese le candele. Il ministro della guerra mandò per mezzo del suo aiutante di campo, José Maria Torres, cento patacconi (500 franchi) a Garibaldi; ma egli, presa solo la metà della somma, restituì l'altra onde fosse recata ad una vedova ch'egli indicava e che, a suo parere, versava in maggiori strettezze.

Cinquanta patacconi (250 franchi) ecco l'unica somma che Garibaldi ha ricevuto dalla repubblica nel corso dei tre anni che la difese[13].

Come parte di bottino, spettavagli un giorno la somma di mille patacconi, cioè 5,000 franchi. Il ministro delle finanze, fatto invito a Garibaldi di toccar quella somma, ebbe alla sua lettera d'avviso tale una risposta, che stimò opportuno ragguagliarne il suo collega, il ministro della guerra. Allora Pacheco y Obes, come amico di Garibaldi, s'incaricò di chiamarlo a sè onde capacitarlo. Venuto a lui Garibaldi, col suo cappello bianco rasato, i suoi stivali in pezzi, ad informarsi di ciò che volesse il ministro; appena sentì di ciò che era questione, poco mancò non si stizzisse col suo amico quasi gli fosse stato straniero; e a lui che instava togliesse quella somma almeno per la legione italiana, Garibaldi rispose: «La legione non pensa diversamente da me, tenete ciò per i poveri della città[14]

Egli conosceva a fondo i generosi esuli che aveva sotto i suoi ordini, perchè nel medesimo anno il generale Rivera avendogli fatto dono di parecchie leghe di terreno e di qualche migliaia d'armenti, ricevuti a capo del suo stato-maggiore i titoli di proprietà dal colonnello Don Augusto Pozolo, e interrogata cogli occhi tutta la sua legione, li stracciò dicendo: «La legione italiana dà la sua vita a Montevideo, ma essa non la scambia con terre e bestiami; ella dà il suo sangue in cambio d'ospitalità e perchè Montevideo combatte per la sua libertà.»

Nel 1844 un'orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta a bordo della quale stavano parecchie famiglie, tra le quali quella dei sigg. Carril che andava a Rio-Grande; la goletta stava affidata ad una sola áncora avendo perdute le altre; informato del pericolo Garibaldi si getta in una barca con sei de' suoi marinai, porta seco un'altra áncora, e la goletta è salvata.

L'8 febbraio 1846 il generale Garibaldi, alla testa di 200 Italiani, viene attorniato da 1,200 uomini di Rosas comandati dal generale Servando Gomez, fra i quali sono 400 d'infanteria. Che farà Garibaldi? Forse ciò che avrebbe fatto il più coraggioso in tale frangente, mettersi in luogo a meglio secondar la difesa? No certo. Garibaldi e i suoi 200 legionarii attaccano i 1,200 soldati di Rosas, e dopo cinque ore di combattimento accanito, l'infanteria è distrutta, la cavalleria demoralizzata si ritira dal combattimento, e Garibaldi resta padrone del campo di battaglia.

Sempre il primo al combattimento, Garibaldi lo era egualmente a raddolcire i mali che portava la guerra. Se talvolta compariva nelle sale del ministero, era per chiedere la grazia d'un cospiratore, o soccorsi a qualche infelice; ed all'opera di Garibaldi, Don Miguel Molina y Haedo, condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita nel 1844. A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi di Rosas, e lo rilascia in libertà con tutti i suoi compagni fatti con lui prigionieri. A Ytapevy mette in fuga il colonnello Lavalleja, la cui famiglia resta in suo potere; egli forma a questa famiglia una scorta composta di prigionieri stessi e la rinvia al colonnello Lavalleja con una lettera tutta cortesia e generosità.

Noi lo ripetiamo ancora una volta, in tutto il tempo che Garibaldi fu a Montevideo, egli visse, in un colla sua famiglia, nella più estrema povertà. Egli non ebbe mai abiti diversi da quei del soldato, e molte volte i suoi amici si appigliarono a sutterfugii onde sostituire a' suoi laceri panni, un nuovo vestito. Scrivete a Montevideo, signori pubblicisti, che avete trattato Garibaldi da condottiero e d'avventuriero, scrivete agli uomini del governo, scrivete ai negozianti, scrivete alle persone del popolo, e voi sentirete che mai un uomo fu più universalmente stimato ed onorato di Garibaldi in questa repubblica di cui voi repubblicani predicate l'abbandono. Ma è vero che il governo che ha abbandonato la causa dell'Alemagna per il re Guglielmo, l'Austria e l'Italia per l'Imperatore Francesco, Napoli e la Sicilia per il re Ferdinando, questo stesso governo ci può ben predicare l'abbandono di Montevideo e l'alleanza di Rosas. Ma ponete un istante Garibaldi l'uomo che egli calunnia in faccia a Rosas che egli esalta, e giudicate.

Ora che per noi si è detto alcun che del primo, l'ordine vuole si vegga ciò che facesse allo stesso tempo il secondo.

Noi leggiamo negli stessi rapporti fatti a Rosas dai suoi officiali ed agenti; nè ci dimentichiamo queste tavole di sangue, pubblicate dall'America del Sud e sulle quali, come una madre addolorata del presente ed una dea vendicatrice dell'avvenire, ella ha registrato diecimila assassinii.

Il generale Don Mariano Acha, che serve nell'armata nemica a Rosas, difendeva San-Juan, ma il 22 agosto del 1841 è costretto ad arrendersi dopo 48 ore di resistenza; Don Josè Santos Ramirez, officiale di Rosas, trasmette allora al governatore di San-Juan il rapporto officiale di quell'avvenimento. Si trova in esso questa frase scritta testuale: — Tutto è in nostro potere, ma col perdono e colla garanzia per tutti i prigionieri, tra loro si trova un figlio di La Madrid. — Pubblicisti dell'Eliseo, prendete il N. 3067 del Diario de la Tarde[15] di Buenos-Ayres, del 22 ottobre 1841, ed a comparazione del rapporto officiale di José Santo Ramirez, che dichiara il perdono e la garanzia della vita a tutti i prigionieri, voi potrete scrivere dall'altro lato questo paragrafo.

«Desaguadero, 22 settembre 1841.

»Il preteso selvaggio unitario, Mariano Acha è stato decapitato ieri, e la sua testa esposta agli sguardi del pubblico.

» Firmato Angelo Pacheco.»

Quest'Angelo Pacheco è un cugino del generale Pacheco y Obes, ma che segue, come si vede, una strada differente da quello. Voi avete letto sul rapporto di Santos Ramirez anche la frase: tra loro, cioè fra i prigionieri, v'ha un figlio di La Madrid. Ebbene aprite la Gaceta Mercantile, N. 5703, del 21 aprile 1842 e vi troverete questa lettera scritta da Nazaro Benavidès a don Juan Manuel Rosas:

«Mira florès, in marcia, 7 luglio 1842.

«Nei miei dispacci precedenti io vi ho detto i motivi per i quali io riteneva il selvaggio Ciriaco La Madrid (figlio del Peloso); ma sapendo che quest'ultimo s'è indirizzato a parecchi capi della provincia per trascinarli alla defezione, io ho fatto, al mio arrivo a Rioja, decapitare il primo come pure il selvaggio unitario, Manuel-Julian Frias, nativo di Santiago.

» Segnato: Nazaro Benavidès.»

Il generale Don Manuel Oribe, colui che gli organi di Rosas chiamano l' illustre, il virtuoso Oribe, ha comandato per qualche tempo le armate di Rosas, incaricato di sottomettere le Provincie argentine. Una delle sue divisioni disfece, il 15 aprile 1842, sul territorio di Santa-Fè, le forze comandate dal generale Juan Pablo Lopez. Nel numero dei prigionieri si trovò il generale Don Apostol Martinez. Leggete il bullettino del fatto d'arme, pubblicato a Mendoza, questo bullettino contiene una lettera segnata dall'illustre e virtuoso Oribe; essa è indirizzata al generale Aldao governatore della provincia:

«Dal quartier generale delle Barrancas de Coronda, il 17 aprile 1848.

» ...... Trenta e tanti morti e parecchi prigionieri, fra i quali il preteso generale selvaggio Juan Apostol Martinez, al quale è stata tagliata ieri la testa, ecco il risultato di questo fatto onorevole per le nostre armi federali. Io mi congratulo con voi di questo glorioso successo e mi dico vostro servitore devoto

» M. Oribe.»

Già che abbiamo nelle mani questa Gaceta Mercantile, apriamo il N. 5903, alla data del 20 settembre 1842, e noi vi troveremo un rapporto officiale di Manuel-Antonio Saravia, impiegato nell'armata d'Oribe. Questo rapporto contiene una lista di diciassette individui, fra i quali un capo battaglione ed un capitano che furono fatti prigionieri a Numayan e subirono il castigo ordinario della PENA DI MORTE.

Giacchè parliamo dell' illustre e virtuoso Oribe, ci sosterremo alquanto; noi troviamo il suo nome nel N. 3067 del Diario de la Tarde del 22 ottobre 1841 in occasione della battaglia di Monte-Grande, di cui egli ha fatto il rapporto; in questa relazione officiale si leggono le linee seguenti:

«Quartier generale al Ceibal, 14 settembre 1841.

»Fra i prigionieri s'è trovato il traditore selvaggio unitario ex-colonello Facundo Borda, che fu giustiziato sull'istante medesimo unitamente ad altri sedicenti officiali tanto di cavalleria che d'infanteria.

» M. Oribe.»

Un traditore dà nelle mani di Oribe il governatore di Tucuman ed i suoi officiali: ed egli, l' illustre, il virtuoso dà quella nuova a Rosas in questi termini:

«Quartier generale di Metan, 3 ottobre 1841.

»I selvaggi unitarii che mi ha consegnato il comandante Sandeval, e che sono: Marcos, M. Avellaneda preteso governatore di Tucuman, colonnello J. M. Vilela, capitano José Espejo ed il luogotenente in primo, Leonardo Sosa, sono stati sul momento giustiziati, nella forma ordinaria, ad eccezione d'Avellaneda, cui ho ordinato di tagliare il capo per essere esposto agli sguardi del pubblico sulla piazza di Tucuman.

» M. Oribe.»

Ma Oribe non è il solo luogotenente di Rosas che sia incaricato delle esecuzioni del dittatore, vi è pure un certo Maza che gli organi di Rosas si sono dimenticati di qualificare l'illustre ed il virtuoso, e che non per tanto merita questo doppio titolo, come si può vedere in questa lettera inserita nel numero 5483 della Gaceta, in data del 6 dicembre 1841.

«Catamarca, il 29 del mese di Rosas 1841.

A Sua Eccellenza il sig. Governatore D. Cl. A. Arredondo.

»Dopo oltre due ore di fuoco, e dopo avere passato a fil di spada tutta la fanteria, anche la cavalleria è stata messa alla sua volta in rotta, ed il capo solo fuggì per il Cerro d'Ambaste con trenta uomini; presentemente lo si insegue, e la sua testa sarà bentosto sulla piazza pubblica, come vi sono già quelle dei pretesi ministri Gonzales y Dulce, e d'Espeche.

» Firmato M. Maza.»

»Viva la federazione!»

Lista nominativa dei selvaggi unitarii sedicenti capi ed officiali, che sono stati giustiziati dopo il fatto del 29.

«Colonnello: Vincente Mercao.

»Comandanti: Modesto Villafane, Juan Pedro Ponce, Damosio Arias, Manuel Lopez, Pedro Rodriguez.

»Capi di battaglione: Manuel Rico, Santiago de La Cruz, Josè Fernandes.

»Capitani: Juan de Dios Ponce, José Salas, Pedro Araujo, Isidoro Ponce, Pedro Barros.

»Aiutanti: Damasio Sarmiento, Eugenio Novillo, Francisco Quinteros, Daniel Rodriguez.

»Luogotenente: Domingo Diaz.

« Firmato M. Maza.»

E giacchè siamo a Maza, continuiamo, dopo verremo a Rosas.

«Catamarca, 4 novembre 1841.

»Vi ho già scritto che qui noi abbiamo messo in rotta completa il selvaggio unitario Cubas, che era inseguito e che noi avremmo avuto presto la testa del bandito.

»Infatti è stato preso, al Cerro di Ambaste, nel proprio letto; di conseguenza la testa del detto brigante Cubas è esposta sulla piazza pubblica di questa città.

» Dopo il fatto. Si sono presi diciannove officiali che seguivano Cubas. Non fu loro dato quartiere; il trionfo è stato completo, neppur uno c'è sfuggito.

» Firmato A. Maza.»

Guardiamo di volo nel Boletin de Mendoza, n. 12, una frase scritta in una lettera diretta dal campo di battaglia d'Arroyo-Grande e indirizzata al governatore Aldao dal colonnello D. Geronimo Costa.

«Noi abbiamo fatti prigionieri più di cento cinquanta capi ed officiali, che furono giustiziati sull'istante.»

Ho promesso di parlare di Rosas; debbo tener parola.

Quando il colonnello Zelallaran fu ucciso, si portò la sua testa a Rosas; questi passò tre o quattro ore a rotolarsela fra i piedi e sputarvi sopra. Sa che un altro colonnello, compagno d'arme di quello, è prigioniero, pensa subito di farlo fucilare, ma poi cambia di parere, in luogo della morte lo condanna alla tortura e comanda che il prigioniero per tre giorni resti due ore a guardare quella testa mozza posta sopra d'un tavolo.

Nel 1833, Rosas faceva fucilare in mezzo alla piazza San-Nicolas una parte dei prigionieri dell'armata del general Paz. Fra quelli si trovava il colonnello Videla, antico governatore di Saint-Louis. Al momento del supplizio il figlio del condannato gli si getta fra le braccia; separateli, dice Rosas; ma il ragazzo si afferra a suo padre; allora, fucilateli tutti e due, dice Rosas; ed il padre ed il figlio cadono morti stretti nelle braccia l'uno dell'altro.

Nel 1834, Rosas fece condurre su di una piazza di Buenos-Ayres ottanta indiani prigioni, ed in pieno giorno, su quella piazza, davanti a tutti, li fece scannare a colpi di baionetta.

Camilla O'Gorman, giovane di diciott'anni, d'una delle prime famiglie di Buenos-Ayres, viene sedotta da un prete di ventiquattr'anni. Lasciano tutti e due Buenos-Ayres rifugiandosi in un piccolo villaggio di Corrientes, nel quale, dicendosi maritati, aprono una specie di scuola. Corrientes cade in potere di Rosas; il giovane vien riconosciuto da un prete e denunciato a Rosas colla sua compagna; ambidue sono ricondotti a Buenos-Ayres, dove senza nessun giudicio, Rosas ordina che sieno fucilati.

— Ma dite a Rosas che Camilla O' Gorman è incinta di otto mesi.

— Battezzate la pancia, risponde Rosas, se volete salvare l'anima di quel fanciullo; e battezzato il ventre, Camilla O' Gorman viene fucilata: tre palle attraversano i bracci dell'infelice madre che per un movimento naturale, ella aveva stesi per proteggere suo figlio.

Ora, come avvenne che la diplomazia si fece nemica di Garibaldi, e amica di Rosas? Egli è che l'Inghilterra una volta imponeva a tutti la sua volontà.

Capo Quarto

Tornando ora a Montevideo, da cui ci allontanarono un poco Achille e Tersite, abbiam già detto, come il 3 febbraio 1843 non vi fosse denaro, nè viveri, nè depositi, nè materiali di guerra. In quel giorno il ministro della guerra chiedeva a quel delle finanze quali fossero le risorse onde organizzar la difesa, e ne avea per tutta risposta, potersi reggere a stento sino al ventesimo giorno.

— E quanto tempo resistettero gli Spagnuoli nel primo assedio? gli chiedeva di nuovo.

— Ventitrè mesi, rispose il ministro delle finanze, ed erano in migliore situazione di noi.

— Ebbene, noi terremo per ventiquattro, disse Pacheco y Obes; vergogna a noi, se ciò che fecero gli stranieri per la tirannide non lo potremo noi a difesa della libertà.

Montevideo resiste da ben sett'anni!

Egli è però vero che il primo decreto del ministro della guerra diceva:

— La patria è in pericolo! —

— Il sangue e l'oro dei cittadini appartiene alla patria. —

— Chi ricuserà alla patria il suo oro o il suo sangue, sarà punito di morte. —

Benchè le molli abitudini di Montevideo fossero d'inciampo a tali misure, e che gli individuali interessi levassero alta la voce, pure tutti i cittadini, niuno eccettuato, ebbero a contribuire col loro sangue e denaro. E primo il ministro della guerra ne fe' l'applicazione sulla propria famiglia. L'armata nemica era alle porte di Montevideo, e mancava tuttora una ambulanza ai futuri feriti delle battaglie future.

Il colonnello Pacheco y Obes, visitando la famiglia, che fuggita la campagna, avea riparato in città, s'accorse che l'edifizio occupato per essa, si prestava ad ospitale; e chiamate a sè le sorelle, annunzia loro la necessità di abbandonare la casa.

— Ma la nostra madre ammalata sarà senza tetto!

— Oh! s'aprirà una porta in Montevideo ad ospitare la madre del ministro della guerra.

Diffatti la madre e le due sorelle fuggitive sono raccolte, e l'armata assediata ha un ospedale.

Due giovani cugini germani del ministro, ed uno tra' suoi teneri amici che volevano sotto l'egida dell'amicizia e del sangue eludere il decreto, sono per ordine del ministro strappati alle loro case e condotti all'armata.

La famiglia del generale Rivera, presidente della Repubblica orientale, aveasi, in onta alla legge, riservato due schiavi, tenendosi sicura all'ombra del potere e del nome. Ma il colonnello Pacheco y Obes recatosi in persona dal generale Rivera, affrancati i due schiavi, li fe' soldati.

Don Luis Baëna, negoziante tra' primi della città, convinto di tener pratiche col nemico, viene secondo la legge condannato dal tribunal militare alla fucilazione. Allora i commercianti stranieri convenuti per impetrarne la grazia, conoscendo le strettezze del pubblico tesoro, offrono in riscatto la somma di L. 300,000 a vestire l'armata. Proclivi al perdono erano gli altri membri del governo, solo il colonnello Pacheco reclamando l'applicazion della legge:

— Se la vita d'un uomo potesse riscattarsi coll'oro, diss'egli, l'erario per quanto povero riscatterebbe quella di Baëna, ma la vita d'un traditore non si riscatta mai. E Baëna vien fucilato.

Di tal modo procedea la difesa tanto dal lato morale, se così è lecito esprimersi, che dal fisico.

In allora Montevideo non avea che una linea di fortificazioni appena tracciata, difesa da soli cinque cannoni. Antichi pezzi d'artiglieria, che per essere inutili, serviano a riparo delle strade, furono estratti; e collocati sui carri, e improvvisata una fonderia, e una fabbrica di polvere, la linea delle fortificazioni in poco d'ora ridotta a termine, potè ricevere cento cannoni; molti de' quali però nel mietere largamente le vite dell'inimico, erano talvolta fatali agli artiglieri che ne aveano il governo.

A datare dal 16 febbraio fu d'uopo mettere in campo questa armata di giovani coscritti, in cui vedevi confuso il ricco signore al povero operaio, l'uomo di lettere allo schiavo restituito alla libertà, a fronte d'un esercito di veterani superbi degli antichi trionfi e forti del terrore che la loro barbarie incuteva. E pure tale prodigio ebbe a compirsi, poichè reggevali in guerra il generale Paz; alla cui lunga esperienza, e sommi talenti, e nobile patriottismo, era dato ottenere insperati successi.

Nè dal suo canto venia meno l'opera del ministro della guerra, che co' suoi forti partiti, colle sue infuocate parole, e colla fede immensa nell'onor nazionale, aveva trasfuso nell'armata uno slancio potente. Di tal modo l'esercito severamente disciplinato alle scaramuccie, alle fazioni, ai combattimenti d'ogni giorno, divenne in breve un pugno d'eroi. E noi diciamo ogni giorno, e ci giova ripeterlo perchè difficile a credersi, sì, ogni giorno si veniva alle mani, e la città ogni giorno si intratteneva, come Troia, d'un eroico fatto de' suoi difensori, o d'una barbara azione de' suoi nemici. Così la difesa traea nuovo vigore dal doppio fomite dell'entusiasmo e dell'odio.

Delle crudeltà dell'armata assediante, necessità vuole che per noi si tenga ancora parola, perchè incredibili, e perchè sappia l'Europa a quali uomini è riservata l'America del Sud, se sventuratamente Montevideo, ultimo propugnacolo della civiltà, fia che cada nelle lor mani.

Giammai dagli assedianti fu graziato del capo un sol prigioniero, e felice colui che moriva senza torture.

Si svolga per poco la storia dell'assedio di Montevideo; e si legga alla pagina 101 la dichiarazione di Pedro Toses capitano nell'armata d'Oribe, fatta davanti la polizia di Montevideo.

Egli dichiara:

Non ricordare il numero dei prigionieri fatti dalle truppe di Rosas alla battaglia de l'Arroyo-Grande; sapere bensì, perchè testimonio oculare, che fu mozzato il capo a cinquecento cinquantasei uomini. «Si conduceano le vittime a venti a venti, nude, colle mani legate: ed ogni drappello tenea dietro uno strangolatore. Giunti sul luogo destinato al supplizio i prigionieri, fattili ad uno ad uno inginocchiare, loro si squarciava la gola.»

Tanto si facea per il comune dei martiri, ma gli officiali superiori otteneano terribili distinzioni.

Pedro Toses asserisce aver visto mettere a morte il colonnello Hinestrosa; spogliato degli abiti, fu da prima mutilato. Un tale supplizio era sino a' dì nostri solo retaggio degli Abissinj. Mozzategli poi le orecchie, gli venne a pezzi strappata la carne, finchè il suo corpo non fu che una piaga: allora i soldati del battaglione di Rincon lo stremarono a colpi di baionetta, e per farne dono al lor capo ne trasser la pelle.

Aggiunge poi (senza dettagli sulla di lui morte) che seconda vittima fu il luogotenente colonnello Leon Berutti.

Che il colonnello Mendoza fu strangolato;

Che il maggiore Stanislas Alonzo venne ucciso a colpi di bastone;

Che il maggiore Giacinto Castillo, il capitano Martinez, e il sottotenente Luigi Lavagna furono fatti a brani;

Che il luogotenente Arismendi, pria mutilato, fu strangolato;

Che il luogotenente Acosta spogliato vivo, morì gridando: Viva la libertà;

Infine che il luogotenente Gomez fu strangolato, del paro che il sottotenente Cabrera y Carillo.

A tali enormezze si erano abbandonati gli assedianti, nella speranza, che inorriditi a simile macello i difensori di Montevideo sarebbero venuti meno all'impresa. Ma si ingannavano a partito, poichè fatti accorti che venendo alle mani di Rosas era vano lo sperar grazia, compresero la necessità di battersi sino alla morte.

Ma questi nuovi soldati ora combattendo in imboscate, o in terreni accidentati, o dietro le fortificazioni non aveano peranco provato al nemico di quanto fossero capaci in campo aperto. Il ministro della guerra prese a sciogliere questo problema.

A tale effetto, la notte del 10 marzo 1843 ei si recava con una divisione ai piedi del Cerro, e l'undici quella parte d'armata che assediava questa fortezza era completamente battuta.

Il 10 giugno 1843 e il 28 marzo 1844 le armi di Montevideo capitanate sempre dal ministro della guerra trionfavano delle forze nemiche; e in questa giornata il generale Angel Nunnez, circondato dai cadaveri di molti tra' suoi soldati, moriva sul campo di battaglia. Egli, il più prode degli officiali di Rosas, era un traditore, poichè sui primi dì dell'assedio, abbandonata l'armata orientale, erasi dato in braccio al dittatore.

In questo stesso terreno il generale Paz batteva il 26 febbraio 1844 una divisione nemica; e il 24 aprile dello stesso anno vi avea luogo tra le due armate un lungo combattimento indeciso; e finalmente il 30 settembre, 100 cavalieri di Montevideo sotto il colonnello Flores, vi battevano 500 cavalieri nemici.

Di tal modo l'infausto nome del Cerro venia mutato in quello di campo fortunato.

Ora nel mentre che Montevideo sentia tuttodì quasi alle porte tuonare il cannone nemico, la città porgeva agli occhi delle nazioni lo spettacolo ammirando dell'unione nel pericolo, dell'unità nella costanza. Gli uomini tutti di cuore eransi fatti attorno al governo e lo appoggiavano in ogni maniera a misura de' propri mezzi con un patriottismo, di cui forse l'istoria non ricorda un esempio secondo.

È dolce per noi il nominar qui, onde sappiano che son noti all'Europa, Francisco J. Munnoz, Andres Lamas, Manuel Herrera y Obes, Julian Alvares, Alexandro Chucarro, Luis Penna, Florencio Varela, Fermin Ferreira, Francisco Agell, Joaquin Sagra, Juan Miguel Martinez; cittadini tutti di Montevideo, che saranno cittadini del mondo in quel giorno che tutti i popoli saranno fratelli in una repubblica universale.

Lamas, allorchè Pacheco y Obes entrò al ministero, fu scelto a prefetto di Montevideo, e diè prova di una attività straordinaria e d'un patriottismo ardentissimo. Uomo di rari talenti e d'immensa istruzione, va annoverato tra' primi poeti dello Stato Orientale. Egli tenne poi il ministero delle finanze, ed ora è rappresentante della repubblica al Brasile.

Noi abbiam detto come la famiglia del colonnello Pacheco y Obes si fosse ricoverata a Montevideo, e come la stessa fortuna avessero seguito gli abitanti della campagna. Meglio di quindicimila persone eran fuggite innanzi al nemico, di nulla altro curanti che della propria salvezza. Era dunque debito del governo fin dal principiar dell'assedio soccorrere ai bisogni di tante infelici famiglie, e assicurare un pane ai poveri della città; talchè più di 27 mila persone veniano alimentate e vestite dal pubblico tesoro.

Erasi pure provvisto agli ospedali, e la famiglia del Pacheco y Obes, come abbiam detto, cedeva la propria casa a cotal fine. I letti che vi sommavano a più di mille, concessi dalle famiglie più agiate, erano segno alle cure d'una pietà che sentia di magnificenza. I farmacisti fornivano gratis i medicamenti, i medici prestavano senza compenso la loro opera, mentre le signore, organizzate in associazione di carità, vegliavano pietose al letto dell'ammalato.

Nei giorni felici di Montevideo, all'epoca delle cavalcate che noi descrivemmo, allorchè i musicali concerti si diffondeano dalle case e per le strade, le sue tertulias gareggiavano in brio con quelle di Lisbona, di Madrid, di Siviglia, e i modi gentili, e la franca ospitalità degli abitanti formavano l'ammirazione degli europei, che in questa vergine terra rinvenivano il lusso e la coltura del vecchio mondo.

Ora invece durante l'assedio nei convegni serali era unica cura preparare filacce, e il conversare comune erano i combattimenti, le azioni eroiche, e i feriti del giorno.

Le grandi sciagure partoriscono le grandi virtù; e ne die' prova il dottore Fermin Ferriera, uno dei medici più distinti che vanti l'America.

Abbandonata, sui primi dì dell'assedio, la sua clientela, si consecrò al servizio degli ospedali e dei poveri. Da quel punto ei non ebbe riposo; avresti detto che questo uomo, spogliato quasi l'umana natura, non patisse difetto di cibo e di sonno. Sempre al letto dei malati e dei feriti li curava con amore di padre. Ridotto all'estremo, venduto per vivere ogni suo avere, nonchè i gioielli della moglie, parea che la miseria avvivasse il suo patriottismo. Ora chirurgo in capo dell'armata, e presidente dell'assemblea dei notabili, si trova, al paro di tutti i difensori di Montevideo, nelle maggiori strettezze.

E come se ogni cosa dovesse ritrarre l'impronta da tanto amore alla patria, l'assedio di Montevideo, epoca di stenti e miserie, ha visto nascere i più belli de' suoi stabilimenti di pubblica utilità.

Il ministro della guerra, Pacheco y Obes, fondò gli ospedali militari civili, e la casa degli invalidi, creò primo le pubbliche scuole, organizzò la società di mutuo soccorso.

Lamas, il capo politico, diè i nomi alle strade della città, e diè vita all'istituto istorico e geografico.

Herrera y Obes, ministro dell'interno, creò l'università.

Ad istanza di Bernardina Rivera, le signore eressero la società di beneficenza sotto il nome di Società delle signore orientali.

Anche durante l'assedio si coniò la prima moneta della Repubblica. Lamas ne ebbe il pensiero, e il ministro della guerra offerti gli argenti suoi e della famiglia e degli amici, fe' poscia appello al patriottismo del popolo che non fu sordo alla chiamata; e coll'aureo incensorio del sacerdote diè perfino lo sperone d'argento del cavaliere.

La moneta battuta a Montevideo portava queste sole parole: — Assedio di Montevideo.

Di tal modo la capitale della Repubblica orientale con un atto d'indipendenza individuale protestava contro gli attacchi di Rosas alla pubblica indipendenza.

Un fatto, taciuto sinora da noi, e che avrebbe dovuto aver gran peso nella nostra politica, era l'essere Montevideo una città quasi francese; poichè tra i suoi cinquantamila abitanti, ben ventimila appartenevano alla Francia. Ora costoro stretti alla popolazione per interessi di commercio e famiglia, era impossibile fossero stranieri agli eventi, e accettata la causa della patria adottiva, presero con ardore le armi alla difesa.

A tutto questo si aggiungevano le antipatie che dal 1839 erano nate tra i Francesi e i soldati di Buenos-Ayres. In allora autorizzati dal governo avean tolto le armi contro Echagüe, che poi venne da Rivera distrutto. Così, per gli antichi rancori verso i nostri compatriotti, si udiano i soldati di Rosas gridare agli avamposti di Montevideo:

«Che fanno dunque i Francesi che altre volte si armarono a vane comparse? perchè non armansi adesso che si combatte davvero?»

Malgrado tali parole la popolazione francese restò neutrale.

Ma una lieve favilla bastava ad accender gran fiamma. Essa venne dalla circolare d'Oribe, del primo aprile, in cui lagnandosi dei torbidi suscitati dagli stranieri, minaccia di considerarli quai selvaggi unitarii, ove non siano prudenti a nascondere le loro simpatie.

Levossi un grido di sdegno all'insolente provocazione, i Francesi corsero alle armi e s'organizzarono in legione; legione sacra, che sostenne, malgrado il governo, l'onor della Francia; legione invitta, che seppe resistere al fuoco ed alle seduzioni, e che ora spunta un'arme più terribile di quelle di Rosas, la calunnia dei giornali francesi.

La legione conta già ben sett'anni di vita; al suo nascere provvide da per sè stessa al vestito ed alle armi, nè toccò mai soldo, e lontana 3 milla leghe dalla patria, involta nella miseria oggimai a tutti comune, scalza e cenciosa, coperta di cicatrici, come la propria bandiera, va fiera della sua nudità per le vie di Montevideo, il cui abitante saluta il francese come fratello e lo venera come difensore.

E di vero, non v'ha palmo di terra nell'immensa linea di circonvallazione che difende Montevideo, che non sia bagnato di sangue francese; e sappianlo i ministri e il governo che gli ha abbandonati, più di mille de' nostri sono caduti a datar dall'origine della legione francese a questo giorno.

Il colonnello Thiébaut, antico uffiziale dell'armata imperiale, è capo di questa legione, e il colonnello Brie, già negoziante distinto, ora prode soldato, tiene il comando dei cacciatori baschi; il tenente colonnello Des Brosses, il dottore Martin de Moussy, e quasi tutti i francesi stabiliti a Montevideo ebbero parte nel formare questa legione.

Noi sappiam che a taluni è di niun prezzo l'ingiuria, di grandissimo invece la lode; noi diremo a costoro: Rosas ha versato l'oro a piene mani onde provocare la diserzione. Ebbene! da sette anni, un sol uomo ha disertato, ei si chiama Pelabert. Comandante del primo battaglione, fe' l'estremo d'ogni sua possa per trascinarlo con sè, e non ebbe al delitto che soli due complici.

Tre traditori in tremila uomini! ébberne più gli Spartani che contarono un fuggitivo sovra trecento.

Alla formazione della legione francese tenne dietro quella degli Italiani scossi alla voce di Garibaldi, avido di avventure e di pericoli.

Un nuovo campo si apriva a lui, che già comandante della flotta nazionale, sentiasi scosso dai colpi del cannone che tuonava alla campagna; e fu visto così lo stesso giorno governare il proprio naviglio, marciare alla baionetta alla testa d'un battaglione d'infanteria, e caricare in mezzo alla cavalleria uno squadrone nemico.

Ma il sospiro d'Italia gli giungeva sull'aure del Mediterraneo, e allora tutto cessò per lui; solo un sacro dovere poteva rimuoverlo dal compire un sì nobile sacrifizio.

A canto di Garibaldi brilla un nome illustre nella legione italiana. È quello di Francesco Anzani, uomo di sommo coraggio e di severi costumi da paragonarsi agli antichi. Mai non fu visto in Montevideo che in mezzo a' soldati, vestito come essi, dividendo i loro cibi, sognando la libertà di Italia, combattendo per quella del Nuovo-Mondo. La libertà era la speranza, il sospiro della sua vita.

Quando nel 1847 Garibaldi lasciò Montevideo, con un centinaio de' suoi legionarii per venire a combattere in Italia, Anzani gravemente infermo volle a ogni costo imbarcarsi, e moriva tre giorni dopo il suo arrivo in Italia, pensando all'indipendenza della patria, per cui Garibaldi allora dovea combattere inutilmente, tenendo l'occhio però a quell'avvenire che oggi finalmente si è maturato.

Capitolo Quinto

L'ordine degli avvenimenti ci ha per poco allontanati dall'armata di Rivera, che lasciata Montevideo, non era rimasta inoperosa.

Il nemico, forte di 6,000 fanti e 900 cavalieri, avea messo l'assedio alla città; sulle traccie di Rivera erasi spedito il resto delle sue forze. Allora ebbe principio una lotta ammirabile, dovendo Rivera co' suoi talenti, colla conoscenza de' luoghi, col coraggio de' suoi soldati, forte appena di 5,000 cavalieri, tenere a bada un nemico che contava 6,000 uomini di cavalleria, un battaglione di fanti, ed una batteria di cannoni.

Ma per colmo di sventura la marcia di Rivera si facea di giorno in giorno più faticosa e più grave, essendochè i paesani impediti di rifugiarsi a Montevideo, traevano a lui numerosi, facendo così del suo piccolo esercito una tribù, che negli ultimi tempi contava da ben quattrocento carri ingombri di donne e fanciulli, oltre un numero maggiore di fuggitivi, che privi dei mezzi di trasporto tenean dietro all'armata a piedi o cavallo.

Come una tal gente inabile alta guerra, d'inciampo negli accampamenti, di ritardo nelle marcie, li esponesse a un totale esterminio, era noto a Rivera e a' suoi soldati, che nullameno fedeli a un tal dovere, durarono nella lotta due anni in cui sempre battuti, non vinti, rendeano le vittorie del nemico peggiori d'una sconfitta.

Venne infine Rivera completamente battuto nella funesta giornata di Paso de la Paloma; tali però erano i mezzi di quest'uomo, tale era l'aura popolare che lo circondava, tanto insomma l'amor della patria che infiammava gli orientali tutti, che la vittoria di Solis gli rese quel prestigio ch'egli aveva per un tratto perduto.

Ma Urquisa alla testa di 4,000 uomini venne a trar d'impaccio il nemico, e sconfisse Rivera a Malbajar ed a Aréquita, il quale ad onta di tali rovesci, volle il 28 marzo 1845 nelle pianure d'India-Muerta presentar la battaglia ad Urquisa.

Le forze erano eguali d'entrambe le parti. Avanti di venire alle mani, il generale Rivera comandò che i carri che trasportavano le donne e i fanciulli si avvicinassero alle frontiere del Brasile, per guadagnarle nel caso d'una sconfitta. Si perdè la battaglia, e fu così salva questa errante tribù, insieme a una parte dell'esercito stesso.

Da quel giorno famiglie ed esercito hanno stanza in Rio-Grande; nè le reiterate promesse di Rosas ebbero peranco il potere di far loro traversar la frontiera che li divide dalla patria. Tanto è l'odio inspirato da Rosas, che al suo dominio preferiscono l'esilio e la miseria.

L'armata della campagna, distrutta alla battaglia d'India-Muerta, avea fatto più del dovere, lasciando sul campo i tre quarti delle sue forze. Questi gloriosi combattimenti vennero illustrati dal sangue di tanti martiri, e l'istoria del popolo orientale ricorderà con amore i nomi d'Aguar, di Silva, di Cuadra, di Blanco e di Luna che primi tra' capitani di quest'armata caddero per la indipendenza della patria. E la storia fedele dirà pure che i disastri toccati non vanno attribuiti alla truppa od a' capi, sibbene al solo generale Rivera, che mai volle organizzar militarmente le sue forze, ed a uomini disciplinati fece una guerra non di soldato, ma d'avventuriere.

Dopo la battaglia d'India-Muerta, allorchè il resto dell'esercito passò la frontiera di Rio-Grande, un solo tra i capi, cui la morte in patria era certa, sdegnò trar la vita in esilio. Egli era il tenente colonnello Brigido Silveira. Con una mano di prodi decisi a morire con lui volle continuare la lotta, e ritiratosi nel distretto di Maldonado[16] traendo partito dal terreno ineguale, cominciò una guerra d'imboscate, e di attacchi notturni, cui il nemico non si attendeva.

Da quel punto non vi fu distaccamento dell'armata di Oribe, non vi fu avanguardia che si avventurasse alla campagna, che non venisse attaccata da questi infaticabili soldati cui era nota ogni sua mossa. Quando poi infuriava la tempesta, Brigido Silveira, cogliendo il destro dal cozzar degli elementi, si cacciava persino tra le tende nemiche a levare il suo grido di guerra.

Indarno Oribe a dar la caccia a questi prodi spingeva tremila de' suoi cavalieri ora stretti in un corpo, ora divisi a drappelli. Due lunghi anni durarono a sterminarli, non però d'un sol colpo, ma quando dal primo all'ultimo caddero tutti, solo Brigido Silvera miracolosamente sorvisse, ed ebbe modo di rientrare in Montevideo, ove vive tuttora.

La battaglia di Balbajar, anteriore a quella d'India-Muerta, avea luogo nel gennajo del 1844. Un pugno di cinquecento uomini, sfuggiti al disastro, concepito il progetto di aprirsi una strada sino a Montevideo, giunse inatteso dietro le linee dell'assedio, le ruppe, e sui cadaveri nemici entrò trionfante nella fortezza del Cerro.

Alla testa di questi prodi erano i colonnelli Flores ed Estibao, che presentatisi al governo colle spade alla mano ancor tinte di sangue, «l'armata, dissero, della campagna è battuta, e noi, incerti se potrà rialzarsi, siam venuti a dividere la sorte dei difensori di Montevideo.»

E per vero fu provvidenziale un tale rinforzo, poichè la guarnigione scemata ogni giorno non poteva rimettersi, mentre il nemico tenea da Buenos-Ayres sempre nuovi aiuti di truppe.

Diffatti le file dei difensori di Montevideo erano diradate di molto, sommando a più di tremila i soldati che erano caduti, coi colonnelli Sosa, Torres, Neira e buon dato d'altri capi e ufficiali.

Sosa, che ben a ragione può dirsi l'Ettore della nuova Troia, era un di quegli uomini per cui non esistono pericoli di sorta. Al pari di Nelson, potea chiedere, non a dodici, ma a trenta anni: che cosa è la paura? Lo avresti detto disceso dagli antichi Titani, nulla essendovi per lui d'impossibile.

Fu visto un giorno con soli quattordici cavalieri attaccare ben cento Baschi spagnuoli e metterli in fuga.

Fu visto altra volta in mezzo a quattordici cavalieri che gli erano sopra, certi di farlo prigione, aprirsi strada una uccidendone due, e ritornare al corpo onde era stato disgiunto.

Un altro giorno che aveasi a fronte un distaccamento nemico, il capo di Sosa avendo esternato il desiderio di alcuni schiarimenti che solo potea dare un prigioniero, Sosa cacciatosi sopra il nemico, afferrò il primo uomo che gli venne fatto di raggiungere, e messolo a traverso sul cavallo lo presentò a lui dicendo:

«Ecco, mio colonnello, ciò che voi avete richiesto.»

Così parea che la morte rispettasse quest'uomo che seco lei avea tanta dimestichezza.

Diffatti un giorno uno dei più prodi uffiziali dell'armata nemica incontratosi con Sosa nel caldo della mischia, appunta contro di lui la sua pistola e fa fuoco. Ma il colpo non parte, ed egli invece cadde trafitto da Sosa.

Conversando una volta con cinque de' suoi soldati presso d'un bosco di frutti, diè in un agguato che gli tese il nemico nel bosco vicino. I suoi cinque soldati cadono a terra dai colpi di fucile tratti a un quarto di tiro, solo Sosa rimase illeso. Egli allora invece di darsi alla fuga o battere in ritirata, si caccia nel bosco, e cinque minuti dopo ne sorte sano e salvo colla spada insanguinata.

Le prodezze di Sosa erano il soggetto del conversare d'ogni brigata in città, come del pari egli era il terrore del nemico.

Perciò il giorno 8 febbraio 1844, fu giorno di lutto per Montevideo. Essendo egli in tal dì agli avamposti, fu colpito come Turenne e come Brunswick da una palla di cannone; ma non cadde com'essi da cavallo, quantunque per la ferita perdesse quasi tutte le viscere. Scese a terra dicendo a' suoi soldati: «Io credo d'esser ferito.» Ma fatto accorto che non solo era ferito, ma ferito a morte; Amici, diss'egli, io mi muoio, ma voi, voi restate a difendere e salvare la patria.

La nuova ne giunse alla città quasi portata dal colpo di cannone che avealo ferito. Il ministro fu a vedere il morente, la cui faccia era appena suffusa d'un leggiero pallore. Al vederlo, sollevatosi alquanto, gli stese la mano, e gli diè conto dell'operato con una sì tranquilla serenità da non parere toccasse al suo fine. Ascoltavalo il ministro a capo chino, come quei che in Sosa perdeva non solo un de' più prodi capitani dell'esercito, sibbene uno de' suoi più teneri amici.

La voce di Sosa venne meno d'un tratto. Egli era morto. L'armata tutta vestì il lutto, non per comando, ma per potente bisogno del cuore; essendochè a ciascuno parea colla sua morte aver perduto un fratello o un amico.

A tanta virtù era poca la riconoscenza degli uomini, onde il governo non fe' che emanare il seguente decreto:

Ministero di Guerra e Marina.

Montevideo, 10 febbraio 1844.

Il governo non dee ricompense a quei che combattono per la patria; essi non fanno che il debito loro; ma deve alla gloria nazionale l'onorare i nobili fatti a pro della Repubblica, eternando la memoria dei valorosi, e circondandoli della riconoscenza generale, che è la più bella corona dell'eroe.

Per tale motivo, memore che il colonnello Marcellino Sosa, morto il giorno 8 di questo mese, ha consacrato con eroica abnegazione tutta la sua vita al servizio della patria; ch'ei fu in guerra primo tra i prodi, in pace cittadino integerrimo; che in ogni tempo bene meritò della patria;

Il governo ha deciso e decreta:

Art. 1. Il primo reggimento di cavalleria della guardia nazionale prenderà in avvenire il nome di reggimento Sosa, e porterà queste parole nella sua bandiera: Marcellino Sosa, prode tra i prodi. La patria lo perdè l'8 febbraio 1844.

Art. 2. Non si provvederà mai al grado di colonnello di questo reggimento, in cui Marcellino Sosa figurerà come colonnello effettivo, dovendo la di lui famiglia toccare gli appuntamenti cui egli ha diritto, ed ove questa non li riceva in uniformità della legge del 12 marzo 1829, saranno devoluti alla casa degli invalidi dell'armata.

Art. 3. . . . . . . . .

Art. 4. Quando l'esercito che assedia la capitale sarà distrutto, la spoglia di Sosa sarà recata al luogo in cui fu ferito, e s'innalzerà alle spese del tesoro un monumento semplice che porti il suo nome, il giorno della sua morte e le sue estreme parole:

Compagni, salvate la Patria!

Firmato; Suarez; Pacheco y Obes.

Il ministro della guerra disse le lodi del gran cittadino. Involto della bandiera del suo squadrone, Sosa fu chiuso nella tomba della famiglia Pacheco y Obes. Tra coloro che ne portarono la salma al sepolcro, era il colonnello Tajes, che dall'armata è ora tenuto in quel pregio che prima Sosa.

Sosa era un bell'uomo grande, robusto, eccellente cavaliere, d'una generosità eguale al coraggio. Cavalcava di solito un superbo cavallo nero, la cui bardatura era tutta d'argento. Nell'ora poi della pugna, si spogliava dell'uniforme, e rimboccate le maniche, impugnata la spada o la lancia lo avresti detto un eroe d'Omero, od un paladino del secolo di Carlomagno.

Così era egli circondato da degni e prodi soldati, avvegnachè ogni giorno dell'assedio di Montevideo sia una pagina di gloria per i capi degli assediati.

Ieri, era il colonnello Munnoz che con un pugno di ottanta uomini attaccava una posizione fortificata e 400 soldati i quali devono la libertà ai rinforzi sopraggiunti.

Oggi è il colonnello Solsona che con un battaglione resiste a tutta l'ala dritta nemica. Tra coloro che combattono sotto i suoi ordini, sono i tre suoi fratelli; l'uno de' quali, il capitano Miguel, ferito alla testa da un colpo di fucile cade per terra; ma rialzatosi afferra uno schioppo, e continua a battersi, quasi non fosse caduto che per raccogliere un'arma.

Domani, Lezica e Batlle che al Pantanoso con soli 300 soldati resistono a cinque battaglioni nemici.

Quindi il maggior Carro che con trenta dragoni attaccando trecento nemici, resta con vent'otto de' suoi sul campo di battaglia.

Poscia il colonnello Tajes che alla testa di ottanta uomini distrugge il secondo reggimento di Rosas; e il colonnello Vilagran, che nell'età di sessantacinque anni, alla testa di pochi cavalieri carica ogni giorno il nemico, sempre in numero quattro volte maggiore. Onde può dirsi a ragione che Montevideo sarebbe salva, se a tanto avesse bastato l'abnegazione e il coraggio.

Nel giugno del 1844, il generale Paz, chiamato al comando delle armi di Corrientes, lasciò Montevideo. Allora il colonnello Pacheco y Obes unitamente al ministero della guerra prese il comando delle truppe e giunse a dominare il nemico che in due brillanti fatti d'arme ei batteva.

Era quindi facile a credersi che la lotta toccasse al suo termine, e a ciò conseguire apprestavasi una battaglia finale, quando l'8 ottobre, un accidente imprevisto mutò la faccia alle cose, ed ebbero origine le sventure di Montevideo.

Sulla piccola squadra governata da Garibaldi, aveano, a di lui insaputa, cercato ricovero due disertori brasiliani. Ora l'ammiraglio del Brasile che avea nelle acque di Montevideo quattro corvette, senza previo riclamo, mosse verso la squadriglia orientale, con una goletta seguita da molte imbarcazioni. Giunto a tiro di pistola, gettata l'áncora, intimò si rendessero i due disertori, minacciando far fuoco ad un rifiuto.

Inteso un tale procedere, il ministro della guerra rese noto agli altri membri del governo: portarsi egli stesso a bordo della squadra a provvedere all'onor nazionale, rispondere di tutto, nè potersi transigere colle brutali esigenze del brasiliano. Ma venuto a bordo ebbe l'ordine dal governo di rilasciare i due disertori, e, cosa strana, un tale ordine gli fu intimato da un officiale d'ordinanza dell'ammiraglio brasiliano. Egli vi si rifiutò, e insistendo il governo, diè la sua dimissione, dichiarando ad un tempo che non lascierebbe il suo posto, se prima le forze nemiche non cessassero dal minaccioso contegno. Ritiratisi allora, Pacheco y Obes mise piede a terra.

Il governo accettava la dimissione del ministro della guerra, perchè antiche ire tra il colonnello e il generale Rivera veniano dagli amici di quest'ultimo suscitate, sì perchè le rozze maniere del primo aveano ferito alcuni membri del governo, e specialmente coloro che vili interessi moveano ad accostarsi a Rivera il quale, come dicemmo, facea getto del pubblico denaro.

L'armata, istrutta della dimissione del colonnello Pacheco y Obes, prese le armi e si ribellò. Per ben tre giorni fu un'ansia incessante in Montevideo di vedere l'orrendo spettacolo d'un governo rovesciato dalla forza militare. Pacheco y Obes che avea le simpatie del soldato, seppe resistervi, e sortito dal paese ritirossi a Rio-Janeiro. Egli rese immensi servigi alla sua patria, e fu de' più caldi alla difesa di Montevideo; l'odio che gli portano i nemici del paese, è un titolo incontestabile alla riconoscenza de' buoni cittadini.

Giunto al potere, era stato suo primo studio introdurre la probità nell'amministrazione, stabilire in principio i diritti della nazione ai sacrifici d'ogni cittadino, distruggere infine, coltone il destro dalle condizioni di Montevideo, le personali influenze, e sostituirvi l'imparziale impero delle leggi.

Intorno a lui avea fatta corona un'eletta di uomini nuovi zelanti d'amore al paese; onde venne meno il potere del generale Rivera, potere che riebbe alcuni momenti di vita alla caduta del colonnello Pacheco y Obes dopo la rivoluzione di aprile; ma che dovette cedere all'eccellenza del sistema dell'ex-ministro della guerra.

Nulladimeno, è duopo convenirne, il colonnello Pacheco y Obes spinse troppo oltre le sue idee di riforma, o non ne colse il tempo opportuno; poichè essendo Rivera il vero capo del partito nazionale, non doveasi attaccare la di lui influenza, nel momento stesso che durava la guerra contro il dominio straniero; ond'è che, lui caduto, ne nacque la divisione e lo scompiglio. D'altra parte l'estrema ostinatezza del carattere del colonnello Pacheco y Obes che mai non piegava a consigli, staccò da lui molti uomini egregi, che ebbero poi tanta parte alla sua caduta. Ma egli ebbe sempre l'amore del popolo e la riconoscenza del soldato in premio delle cure operose nel migliorarne la sorte.

Il ritiro del colonnello Pacheco y Obes segnò la decadenza della difesa. Avendo egli costituito un'autorità forte cui tutto cedeva e obbediva, questa, dopo lui, venne ad essere raccolta da uomini deboli, e mancò così quella mano potente che avea dato l'impulso alla pubblica cosa. La guerra si continuò allora fiacca, non vigorosa, lo stesso entusiasmo per la difesa venne meno, e per colmo di sventura, quattro mesi dopo l'armata di Rivera fu distrutta a India-Muerta.

Gli orientali erano allora soli all'impresa, e la nuova d'una tale sconfitta, che toglieva ogni speranza di trionfo, fu quasi un colpo di fulmine agli assediati.

Il ministero che in tali frangenti si fè attorno al vecchio presidente Suarez era composto di Vasquez, di Bausa, e di Santiago Sayago. Mosso da nobile inspirazione, smessa ogni idea di una capitolazione, che pareva inevitabile, fè un appello all'armata, ed esposto lo stato delle cose, le ordinò di combattere o morire.

«Noi non possiamo scendere a patti col nemico, diceva la nota officiale al comandante, e noi dobbiam dunque, se non puossi la nazionalità, salvare almeno l'onor del paese.»

Scosso l'esercito a queste parole, comprese ciò che doveva alla patria, e si accingeva ad una battaglia estrema, disperata, quando i legni, che recavano la nuova dell'intervento anglo-francese, gettarono l'áncora innanzi a Montevideo. Gli incaricati delle due nazioni instavano presso il governo a procrastinare, impegnando la fede, che la Francia e l'Inghilterra non domandavano che il tempo necessario ad imporre ed esigere la pace da Rosas; che nel caso d'un rifiuto del dittatore, Montevideo avrebbe le due nazioni alleate.

Il governo si arrese, e l'armata rientrò nei quartieri, e da quest'epoca, 5 aprile 1845, la Repubblica orientale aspetta indarno si compiano le fatte promesse.

Per ben cinque volte fu presentato a Rosas un ultimatum con minaccia di annientarlo ove si ponesse sul niego; altrettante egli rispose con maggiore insolenza. Un tale insulto non fu vendicato, e la Repubblica orientale, costretta all'inazione, sfinita da inutili e lunghi sacrifizi, ha toccato l'estremo delle sventure politiche e della miseria privata.

Egli è vero altresì che al primo rifiuto di Rosas le potenze mediatrici risposero con fatti che accennavano alla volontà ferma di proteggere Montevideo. Le forze anglo-francesi penetrarono nel Paranà, Buenos-Ayres fu stretta di blocco, Rosas fu battuto ad Obligado dagli alleati che si internarono nel Paraguay.

Si soccorse anche con mezzi al governo orientale, che richiamato Pacheco y Obes al comando dell'esercito, erasi posto in grado di riprendere vigorosamente la guerra. Già prima d'ora una divisione agli ordini di Garibaldi e di Batlle veniva mandata ad occupare Colonia, e fortificare il Salto, posizione importante, che, per essere vicina alle frontiere del Brasile, era un punto d'appoggio e di rannodamento agli emigrati, un migliaio dei quali aveano a poco a poco ingrossate le file dell'armata nazionale.

Invano il nemico tentò con ogni mezzo scacciare Batlle dalla Colonia, Garibaldi dal Salto, il numero cesse al valore.

Stretto da tutta l'armata d'Urquisa avanti di essersi fortificato, Garibaldi sostenne per ben sei ore un attacco in cui 4000 uomini irruppero disperatamente contro 500 soldati, e vennero con perdite enormi respinti. Mosse più tardi Servando Gomez all'assedio della città. Ma Garibaldi, anzichè aspettarne l'assalto, veniva di continuo ad attaccarlo, ed ogni sortita era per lui una vittoria. Da ultimo ebbe luogo il celebre fatto di S. Antonio, in cui 200 Italiani stettero a fronte in aperta campagna contro 1200 soldati di Servando Gomez, tra' quali contavansi 500 fanti. Abbiamo già tenuto parola di questa giornata, in cui dopo cinque ore di combattimento Garibaldi perdeva la metà delle sue forze, e il nemico 400 uomini. Padrone del campo di battaglia dopo un'ora di sosta e di disfida, si ritirava con tutti i feriti al Salto. In premio di tanto valore, la legione italiana ha la dritta nell'armata orientale.

In quel torno il governo innalzava al grado di generali Pacheco y Obes e Garibaldi, che sdegnosi di ricompensa, piegarono ciò nondimeno alla volontà degli amici.

Intanto Pacheco y Obes dava opera alla riorganizzazione dell'esercito, e dividealo in due corpi; era scopo dell'uno vegliare alla difesa di Montevideo; egli alla testa dell'altro tener la campagna, unirsi a Garibaldi, e reggere la somma della guerra. Sventuratamente Rivera tornò a Montevideo; la rivoluzione d'aprile 1846 scoppiò, per cui Pacheco y Obes chiesta la sua dimissione ebbe a successore Rivera.

Il quale partito per la campagna, ottenne sul bel principio felici successi: ma si trovava alla testa di un'armata che avea rotto ogni vincolo di disciplina, e di cui un battaglione si ribellava al primo sinistro. Egli volea disarmarlo; era appunto il momento che il nemico movea grosso a vendicare le toccate sconfitte. Rivera non accettò la battaglia, e s'internò nel paese; fu di bel nuovo battuto, riparò a Maldonado; e in tal modo vennero meno la preconcette speranze di salvare il paese.

La rivoluzione d'aprile fu l'ultimo lampo della popolarità di Rivera; l'ultimo tentativo de' suoi partigiani è la sola macchia della difesa di Montevideo, poichè in quel giorno nefasto si sparse il sangue dei più generosi propugnatori della Repubblica.

Le terribili scene del capitanato del porto lascieranno una ricordanza indelebile a Montevideo. In uno di questi tumulti, il colonnello Giacinto Estibao venne assalito da 800 ribelli. Egli non era uomo da arrendersi e lottò per due ore. Tutti i suoi fidi gli caddero al fianco, ed ei restò solo con un aiutante di campo. Allora, grondanti sangue dalle molte ferite, guadagnarono un terrazzo, ove dopo una resistenza inaudita, disperata, ambedue furono uccisi.

Estibao veniva a buon diritto tenuto in conto tra i più begli ingegni della Repubblica Orientale. Giovane, prode, scrittore elegante, di ottimo cuore, d'una fede inconcussa nel bello e nel buono, eran per lui nomi vani la doppiezza, la menzogna, il tradimento. Egli era fratello d'armi al generale Pacheco y Obes. Nella lotta che per lui fu l'estrema, gli ammiragli francese ed inglese lo persuasero, onde salvarlo, a lasciare il suo posto, essendovi a poca distanza un distaccamento di 300 marinai delle due nazioni. Ma Estibao rispondeva: «il generale mi troverà vivo o morto al posto che mi ha assegnato.»

Quando più non gli restavano che 8 soldati superstiti, uno di questi avvicinatosi a lui, colonnello, gli disse, noi non possiam più resistere. Allora egli, comecchè già avesse rotto il braccio diritto, afferrata colla mano sinistra la canna della sua pistola, schiacciò col calcio la testa a quest'uomo che non sapeva, che quando non si potea più resistere, bisognava morire.

Si pianse pure in quel giorno a Montevideo la morte del maggiore Bedia, giovane di belle speranze, prode officiale, che, le ore tolte alla guerra, consecrava allo studio; talchè all'età di 24 anni potea dirsi matematico eccellente.

Egli avea cinque fratelli tutti soldati. Il maggiore, Gioachino, era luogotenente colonnello, e comandava in secondo l'artiglieria orientale alla battaglia d'Arroyo-Grande.

Allorchè sinistrarono le sorti della giornata, gli artiglieri volsero in fuga. Condottogli da un soldato il cavallo, invece di profittarne, lo ferì della spada. Il cavallo, strappato il freno, fuggì mandando per dolore acutissimi nitriti. Allora, come l'infanteria nemica irrompeva a masse compatte, fattosi presso ad un cannone ancor carico, vi mise il fuoco, e tirò così l'ultimo colpo della giornata. In quel punto egli cadeva di venti colpi di baionetta.

Gli altri quattro superstiti fratelli hanno fama di prodi e intelligenti ufficiali. L'un d'essi comanda uno squadrone d'artiglieria a Montevideo.

Nello stesso giorno la Repubblica perdeva pure il capitano José Batlle, fratello del colonnello, giovane di merito sommo.

Capo Sesto

I disastri del generale Rivera fruttarono un cangiamento di governo, o meglio una reazione contro il di lui sistema. Il ministero si organizzò definitivamente, come è al dì d'oggi. Gli uomini che lo compongono, seguaci delle idee di riforma del generale Pacheco y Obes, amministrarono rettamente la pubblica cosa; e può dirsi a ragione che su di essi pesò più grave l'incarico della difesa, poichè, esausti gli elementi di vita della Repubblica, e costretti ad una cieca dipendenza dal governo francese, piegarono alle promesse della Francia di Luigi Filippo, che mai tenne fede.

Così, dopo sett'anni di resistenza, la miseria di questo popolo infelice è venuta all'estremo. Non v'ha famiglia che non viva nelle maggiori strettezze, avendo anche i più ricchi venduto a vil prezzo ogni loro fortuna; talchè tutti indistintamente gli abitanti traggono l'esistenza dalla pubblica annona.

Il vecchio presidente Suarez ha dato ogni suo avere; i due suoi ministri vivono, come l'ultimo cittadino, del pane del soldato. Essi vivono, in mezzo a tanta miseria, col dolore di non poterla alleviare, vedendo esauriti i mezzi della difesa, e vicino il trionfo dell'inimico. Essi soffrono come gli altri, primi a darne l'esempio, consolati da una sola speranza, che nel giorno in cui cadrà Montevideo, la vendetta di Rosas pesando terribile sul loro capo, risparmierà quello de' proprii concittadini.

Il sussidio mensile di 180,000 franchi che il governo francese paga a Montevideo, anzichè un sollievo alle pubbliche gravezze, si è fatto un dolore, una vergogna; poichè gli agenti di Luigi Filippo a ciò incaricati lo rendono amaro ai bisognosi con ogni maniera di dileggio e di scherno. Onde può dirsi, che presso costoro soltanto, le illustri imprese, i nobili sacrifizi, l'eroico patriottismo degno dell'antichità, per cui si immortalarono i difensori di Montevideo, non abbiano valore di sorta.

Montevideo, avanti l'assedio, contava 60,000 abitanti; ora son ridotti a meno di 24,000. La maggior parte della popolazione, meno i Francesi, abbandonò la città, e i pochi rimasti, ebbero a provare la fame, la peste e la miseria. Questi tre flagelli, e i quotidiani combattimenti diradarono il numero degli abitanti. Ma giammai popolo alcuno durò con maggiore costanza e virtù nell'impresa, per quanto sia il danno che ne venga ad ogni classe di cittadini. Già da gran tempo il suo commercio è cessato. I possidenti videro a poco a poco ogni loro proprietà dileguarsi; il proletario cerca invano da lunga pezza il lavoro. Ogni uomo è soldato od uffiziale: ora nè all'uno nè all'altro vien retribuito stipendio di sorta. Le donne poi hanno in cura i feriti, e rattoppano gli abiti della truppa, mentre i vecchi vegliano alla sicurezza interna della città, e i ragazzi, quando tuona il cannone, lasciate le scuole, provvedono di cartucce i combattenti. Un giorno nel 1844, una donna si presentava al ministro della guerra, e mostrando un garzone che traea per mano, gli disse: «Oggi mio figlio compie i quattordici anni dalla legge richiesti; io ve lo presento, affinchè egli serva la patria come i suoi quattro fratelli son morti per essa».

Tutti conobbero a Montevideo questa madre spartana, la signora Carrea, che perduti tre figli nello istesso combattimento, dicea quasi morta dal dolore: Perchè non ho altro figlio da offerire alla patria?

Noi abbiamo, tra mille, accennati soltanto questi due fatti, poichè, se gli uomini in que' tristissimi giorni diedero prova di coraggio e di abnegazione, le donne furono sublimi per virtù e per sacrifizi. Non vi fu tra esse chi nell'ora del pericolo abbia distolto il padre, il marito, il figlio o l'amante dal prendervi parte; tanto più che da ogni punto della città si faceano sentire i colpi di quei combattimenti d'ogni giorno, in cui tutte le famiglie contavano un congiunto. Allora lo straniero che si trovava a Montevideo potea credersi all'assedio di Sparta. Ogni donna, madre o sposa, era una Lacedemone. Tu le vedevi salir sui terrazzi, fissi gli occhi con ansia sul campo di battaglia, pallide, ma tranquille e rassegnate attendere le novelle, che spesso erano una terribile sciagura.

Cessata la pugna, i messi spediti dai superstiti percorrendo la città distribuivano ad ogni famiglia la sua parte di dolore. Talvolta a vece d'un messo giungeva a casa una lettiga, su cui morto o morente tornava insanguinato colui che ne era il sostegno.

Non v'è quasi famiglia a Montevideo, che nel lungo assedio non abbia vestito il lutto; ma non vi fu sventura, per grande che fosse, che abbia fatto venir meno il patriottismo della donna. Coloro che erano prime per fortuna e posizione sociale, lo furono pure per coraggio e per sacrifizi.

Questa donna, all'incesso regale, pallida e vestita a nero, che muore all'ospedale delle Signore-Orientali, è Cypriana Munnoz; è la moglie di Francisco Joaquin Munnoz, uno dei fondatori della nazionalità orientale; è la madre di Francisco Munnoz, luogotenente-colonnello, morto per la patria; è la madre di Josè Maria Munnoz, uno dei più distinti colonnelli dell'armata; è la madre ancora di due altri difensori di Montevideo.

All'ospedale tu la vedrai curare i feriti del battaglione di suo figlio; entrare poi nella casa della vedova e dell'orfano per rendergli un istante la madre perduta; parlare calde parole al soldato per infiammarne il coraggio, all'uomo di Stato consigliandolo a forti propositi; e se in questo affaticarsi in opere di carità e di sacrifizio, il cannone tuona, la madre non tremerà per il figlio, ma la cittadina per le sorti della patria.

Quando una nazione ha nel suo seno simili donne, gli uomini che combattono sotto i lor occhi diventano eroi.

Ma a queste scene di dolore e di patriottismo che noi esponiamo all'Europa il governo di Luigi Filippo risponderà: ma la Francia protegge Montevideo! Sì, a Montevideo agonizzante la Francia recita le preghiere dei morti. L'intervento della Francia nella Plata portò frutti maggiori di questi inutili soccorsi ai feriti a morte?

Sovra il magnifico fiume che bagna ad un tempo Buenos-Ayres e Montevideo sventola il vessillo della Francia. Ma alla vista di questo vessillo, che l'Italia, che Napoli, Milano e Venezia hanno abituato a tale orrendo spettacolo, i prigionieri della città sono sgozzati; gli stessi Francesi che dividono la sventura di Montevideo, mutilati, martoriati gettano nell'ultima agonia un grido di maledizione a questa bandiera infedele. Infine alla vista del vessillo francese, i nemici di Montevideo col dileggio e lo scherno sulle labbra appongono a delitto alle vittime che essi immolano, lo aver creduto alle promesse della Francia.

Il governo di Luigi Filippo chiese a Rosas ben quattro volte la pace, ed ottenne un insultante rifiuto che la Francia allora ingoiava d'accordo coll'Inghilterra, e questa pativa tranquillamente una tale vergogna perchè nelle sue mire politiche segnava il decadimento dell'influenza francese nell'America del Sud.

Invano allora i difensori di Montevideo domandavano alle due potenze di sciogliere la contesa ad ogni partito; poichè non avendo nè la pace, nè la guerra, la città legata a questo bugiardo intervento, vedea a poco a poco sfumare gli elementi della difesa, senza la speranza di cercare salute in una battaglia ultima, disperata.

A colorire un tale procedere il governo di Luigi Filippo metteva in campo gli accordi fatti coll'Inghilterra; ma questa cessò dall'intervento per la rivoluzione del 1848, e la Francia repubblicana fè sola sventolare la sua bandiera sulle rive della Plata.

A questa grande novella ripresero animo i difensori di Montevideo.

E di vero come supporre che la giovane Repubblica non si mostrasse a loro riguardo forte e leale? Qual dubbio sugli uomini arrivati al potere, che dal 1830 accusavano sui giornali e colle proteste Luigi Filippo di prostituire l'onore della Francia?

Montevideo era dunque risorta alle speranze dell'avvenire, quando sullo scorcio del 1848 la città fu scossa da una lieta novella. L'ammiraglio Le Prédour, comandante le forze navali della Francia nella Plata, erasi presentato al governo dichiarando, aver ricevuto ordine di rendersi a Buenos-Ayres onde proporre a Rosas la pace; non essere, diceva, trattative diplomatiche, ma un ultimatum delle volontà della Francia.

La partenza dell'ammiraglio teneva dietro a tale dichiarazione, e ad ogni istante si aspettava il ritorno. Ma si attese per quattro mesi il ritorno dell'ammiraglio Le Prédour!

Seppesi alfine che questo ultimatum avea preso sembianza di trattativa. Il governo di Montevideo protestò altamente, ma non cessarono per ciò i negoziati con Rosas. Intanto si pose in opera ogni modo onde la popolazione francese abbandonasse l'assediata città: si diceva pubblicamente che la Francia proteggerebbe Montevideo, mentre si gettava sordamente lo scoramento nel popolo, la diffidenza verso i ministri, la defezione nell'armata.

Ma, come sempre, Montevideo non rispose alle speranze de' suoi nemici. Eppure la città non avea, sino allora, versato in maggior pericoli: la divisione avea messo radici nelle file de' suoi difensori. Pacheco y Obes volea si protestasse contro la piega che le trattative avean preso; volea, che malgrado la presenza dell'ammiraglio Le Prédour a Buenos-Ayres, si rompesse la guerra con tutti i mezzi di cui potea disporre il paese.

Herrera y Obes, ministro degli affari esteri, credea opportuno attendere il risultato delle trattative e a lui accedeva il presidente e i negozianti della città. Del parere di Pacheco y Obes erano l'armata ed il popolo.

Il colonnello Battle, che seguia le parti del generale Pacheco y Obes, diè la sua dimissione da ministro della guerra; e forte era il timore di tristissimi fatti, quando ad un tratto ricomparve a Montevideo l'ammiraglio Le Prédour portatore del suddetto trattato.

Questo trattato, in cui Montevideo viene sacrificata, e che assicura il trionfo di Rosas, ebbe potere di riunire nella comune sventura i difensori di Montevideo.

L'ammiraglio tentò imporlo alla città, minacciando di ritirarle l'appoggio della Francia, ove trovasse ostacolo la sua volontà. Ma il governo rispondea energicamente e degnamente, essere piuttosto deciso a seppellire la città sotto le proprie rovine.

Per tale rifiuto, il trattato fu rimesso alla Francia, e il generale Pacheco y Obes fu incaricato di tutelare a Parigi gli interessi della Repubblica Orientale, e di ottenere uno scioglimento qualunque all'interminabile questione della Plata.

Giunto in Francia, il generale parlò forti, e, qual di soldato, severe parole. Egli disse alla Francia: Montevideo è il centro della vostra prosperità commerciale nell'America del Sud. Se lo chieggono i vostri interessi, soccorrete a Montevideo; nel caso contrario, lasciatela in balìa dei proprio destino: poichè val meglio morire d'un colpo che soffrire la crudele agonia, cui da cinque anni ci condanna il vostro impotente intervento.

Il generale mostrò ciò che toccherebbe alla Francia, cadendo Montevideo. Provò i delitti di Rosas, provò l'incompatibilità di questi colla civilizzazione e colla vita futura dell'America. Ad onta di tutto ciò si ripresero nuove trattative appoggiate da una mano di soldati impotenti a sostenere la dignità della Francia, e che saranno, per la loro impotenza, testimoni dolorosamente impassibili dei nuovi soprusi di Rosas.

Un tal partito, noi lo ripetiamo, della Francia repubblicana, che nulla parve togliere alla politica della Francia monarchica, deve ferire al cuore Montevideo, la cui fioca voce in faccia ad una grande nazione come la Francia, non fu da sett'anni, ancora tanto potente da metter fine a' suoi lunghi dolori. Forse verrà un giorno, e certo è vicino, in cui la disperazione porrà un termine a questa eroica difesa, e allora Montevideo scomparirà dalla faccia della terra; allora, alla fama di questa caduta, che giungerà sino in Europa, e farà battere di simpatia più d'un cuore, si dirà:

Non è nulla; continuate il vostro buon sonno, è una città che è caduta.

E s'inganneranno a partito. Montevideo non è soltanto una città, è un simbolo; non è solo un popolo, è una speranza; è il simbolo dell'ordine, è la speranza della civiltà. Caduta Montevideo, ultimo asilo dell'umanità nell'America meridionale, un potere antisociale stenderà la sua ombra dalla vetta delle Ande alle rive dell'Amazzoni, distruggendo per lungo tempo, se non eternamente, l'opera di Colombo fecondata per quattro secoli dall'incubazione europea. Gli uomini che, sotto Rosas, seminano sui loro passi la distruzione, e apportano la barbarie, sono il simbolo di quegli Indiani, che, impugnata la lancia, respingevano dalle sponde dell'America coloro che dal vecchio mondo portavano loro la luce dell'Oriente; coloro che dietro le smantellate mura di Montevideo pugnano contro Rosas, sono invece i rappresentanti delle idee di umanità e civilizzazione che il soffio europeo fè germogliare nel Nuovo-Mondo.

FINE

NOTE

1 . Miguelete . — Ruscello che scorre due leghe distante da Montevideo le cui rive sono sparse di amene case di campagna. 2 . Aguada . — Spiaggia di mare ove poco distante sorgono alcuni casolari che ad una certa lontananza sembrano un piccolo paese. 3 . Charruas . — Sono una razza d'indiani che vivevano anticamente nella campagna orientale. 4 . Gauchos si chiamano i nati alla campagna, cui solo mestiere è l'aver cura degli animali sparsi pei campi. Talvolta si appropria anche questo nome ad una persona rozza ed incolta. 5 . Il lazo , di cui si serve il gaucho per prendere gli animali, è formato di lunghe liste di cuoio intortigliate a modo di fune. II gaucho montato sul suo cavallo prende di mira una bestia qualunque, sia toro, sia cavallo, la insegue colla maggior velocità, slancia così correndo il suo laccio e fa cadere a terra l'animale, che resta preso o per le gambe o per la testa. Tale è la destrezza che ha il gaucho nel gettare il laccio, che raro è non colga nel segno. Talvolta poi si serve d'un altro ordigno chiamato Bolas , formalo questo d'una lunga corda di cuoio che sulla cima si divide poi in tre capi, della lunghezza ciascuno di circa tre palmi. All'estremità d'ogni capo vi è attaccata una bola , ossia pallottola di legno, fasciata di cuoio. Le bolas colpiscono anche a maggiore distanza del lazo ed in mano dei gauchos sono un'arma potentissima. Il famoso general Paz, di cui si parla nel presente libro, con le bolas venne rovesciato da cavallo da un gaucho e fatto quindi prigioniero. 6 . I gauchos portano per calzoni una specie di mutande di tela, che si chiamano calzoncillos . 7 . Chíripa è quel fazzoletto che i gauchos si legano alla cintura a mo' di grembiale. 8 . Quel cordone per lo più di seta nera, che serve ad assicurare il cappello sotto il mento, si chiama barbijo . 9 . Estancia si dice quell'area di terreno in cui i proprietarii tengono i loro bestiami. Alcune di queste stanze contengono più di centomila animali. 10 . Pampas si chiamano quei popoli ancora oggigiorno incolti, che abitano la campagna di Buenos-Ayres. 11 . Fray Bigiia , Fray Chajà ecc . — Questi sono nomi proprii di volatili di America; quelli di Lechusa e Biscacha corrispondono ai nostri di Civetta e Becaccia. 12 . Le donne argentine sono obbligate dal dittatore Rosas a portare in testa un nastro di color rosso detto Mono per distintivo federale, e guai a quella che tralasciasse di metterselo, essa verrebbe bastonata in pubblica strada. Agli uomini poi è prescritto un nastro pure di color rosso con il ritratto di Rosas, col motto: vivan los federales; mueran los selvages unitarios — Rosas o Muerte . Tale nastro lo portano all'occhiello della chaqueta (giacchetta), foggia di vestito prescritto dal dittatore indistintamente per tutte le classi di persone. 13 . Ecco a questo proposito che cosa dice di GARIBALDI il generale Pacheco: Le géneral GARIBALDI placé a Montevideo à la tête d'une legion QUI N'A JAMAIS REÇU UN SOU DU PAYS QU'ELLE DEFENDAIT , a été le soldat le plus subordonné, l'ami le plus prononcé de l'ordre et le defenseur le plus ardent de la liberté; car c'est pour la liberté et la civilisation que l'on combat à Montevideo . 14 . Tutti gli stranieri fanno giustizia alla rigidezza dei principii di GARIBALDI , Lord Howden, ministro inglese, inviato per la pacificazione delle Repubbliche della Plata, nella tornata dei Pari in Londra del mese di luglio 1849 pronunciava queste solenni parole: «Il presidio di Montevideo era quasi per intero composto di Francesi e d'Italiani, ed era comandato da un uomo cui son felice di poter rendere testimonianza che solo era disinteressato fra una folla d'individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento . Intendo parlare d'un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle nostre simpatie per gli avvenimenti straordinarii accaduti in Italia, del generale GARIBALDI . 15 . Diario de la tarde . — Giornale della sera. 16 . Maldonado è una delle città che si trovano nel territorio della Repubblica Orientale, ed ha porto di mare come Montevideo che ne è la capitale.