I TRE
MOSCHETTIERI VOL. I.


I TRE
MOSCHETTIERI

DI
Alessandro Dumas

VERSIONE
DI ANGIOLO ORVIETO.

VOL. I.

Napoli,
GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE
Strada Trinità Maggiore nº 27
1853


TIPOGRAFIA DI G. PALMA



[INDICE]


CAPITOLO I. I TRE REGALI DEL SIGNOR D'ARTAGNAN PADRE

Il primo lunedì del mese d'aprile 1625 il borgo di Méung ove nacque l'autore del Romanzo della Rosa, sembrava esser in una così completa rivoluzione, come se gli ugonotti vi fossero venuti a fare una seconda Rochelle. Molti borghigiani vedendo correre le donne lungo la strada maestra, sentendo i fanciulli gridare sul limitare delle porte, si sollecitavano ad indossare la corazza, equilibrando il loro portamento alquanto incerto col mezzo di un moschetto o di una partigiana, o dirigendosi verso l'osteria del Franc-Meunier, davanti alla quale si affrettava ed ingrossava di minuto in minuto, un gruppo compatto, rumoroso e pieno di curiosità.

In quei tempi i timori panici erano frequenti, e pochi erano quei giorni che passavansi senza che una città o l'altra non registrasse nei suoi archivj qualche avvenimento di questo genere. Vi erano i signori che guerreggiavano fra di loro; v'era il re che faceva la guerra al suo ministro; vi era la Spagna che faceva la guerra al re. Quindi, oltre a queste guerre sorde o pubbliche, secrete o patenti vi erano ancora i ladri, i mendicanti, gli ugonotti, i lupi ed i lacchè che facevano la guerra a tutti, spesso contro i signori e gli ugonotti, qualche volta contro il re, ma mai contro il ministro e lo spagnuolo. Ne resultò dunque da questa presa abitudine, che nel suddetto lunedì del mese d'aprile 1625, i borghigiani sentendo il rumore, e non vedendo nè la banderuola gialla e rossa, nè la livrea del duca di Richelieu si precipitarono dalla parte dell'albergo del Franc-Meunier.

Là giunto, ciascuno potè vedere e riconoscere la causa di questo rumore.

Un giovane... tracciamo il suo ritratto con un colpo di penna: figuratevi Don Chisciotte di diciotto anni, Don Chisciotte senza giubba, senza usbergo e senza corazza; Don Chisciotte rivestito con un sajo di lana, il di cui colore blu si era trasformato in un miscuglio incomprensibile di fondo di vino e di azzurro celeste. Il viso era lungo e scuro; gli zigomi delle guance sporgenti, segno d'astuzia; i muscoli mascellari enormemente sviluppati; contrassegno infallibile dal quale si riconosce il Guascone anche senza il berretto, ed il nostro giovane portava un berretto ornato con una specie di piuma. L'occhio aperto e intelligente, il naso rivolto, ma disegnato con precisione; troppo grande per essere un fanciullo, troppo piccolo per essere un uomo, e che un occhio un poco esercitato avrebbe preso per il figlio di un affittajuolo in viaggio se non avesse avuto una lunga spada, che appesa ad un pendaglio di pelle, batteva nelle polpe del suo proprietario quando egli era in piedi, e sul pelo arricciato della sua cavalcatura quando era a cavallo.

Poichè il nostro giovane aveva una cavalcatura, e questa cavalcatura era anzi così rimarchevole che venne rimarcata di fatto; era un ronzino di Béarn, della età di dodici in quattordici anni, colla pelle gialla, senza crini alla coda, ma non senza vesciconi alle gambe, e che sebbene camminasse con la testa più bassa dei ginocchi, cosa che rendeva inutile l'applicazione della martingala, faceva ancora le sue otto leghe il giorno con tutto il comodo suo. Disgraziatamente le nascoste qualità di questo cavallo, erano così bene nascoste sotto il suo strano pelo e sotto la sua incongrua camminata, che in un tempo in cui gli uomini si distinguevano dai cavalli, l'apparizione del suddetto ronzino a Méung, ove era entrato da circa un quarto d'ora per la porta del Beaugency, produsse una sensazione il di cui disfavore giunse fino al suo cavaliere.

E questa sensazione era riuscita tanto più penosa al giovane d'Artagnan (così chiamavasi il don Chisciotte di questo altro Rosinante) che egli non si nascondeva la parte ridicola che gli procurava una simile cavalcatura, per quanto fosse buon cavaliere. Fu per questo che egli aveva sospirato molto quando accettò il dono che a lui ne fece il sig. d'Artagnan padre; egli non ignorava che questa bestia valeva almeno venti lire. È vero però che le parole con cui fu accompagnato il dono non avevano prezzo.

«Figlio mio, aveva detto il gentiluomo guascone, in quel puro dialetto di Béarn di cui Enrico IV non potè mai arrivare a disfarsi, figlio mio, questo cavallo è nato nella casa di vostro padre, sono oramai tredici anni, esso vi è sempre rimasto per tutto questo tempo, lasciatelo morire tranquillamente ed onoratamente di vecchiaja, e se voi fate qualche campagna con lui, abbiategli quei riguardi che avreste per un vecchio servitore. Alla corte, continuò il sig. d'Artagnan padre, se pure avreste l'onore di andarvi, onore al quale la vostra vecchia nobiltà vi dà del resto non pochi diritti, sostenete degnamente il vostro nome di gentiluomo, che è stato portato degnamente per più di cinquecento anni dai vostri antenati, tanto per voi, che per la vostra famiglia e per i vostri amici. Non sopportate mai niente se non ciò che viene dal ministro, o dal re. È per il solo suo coraggio, intendetelo bene, per il solo suo coraggio che un gentiluomo in oggi può fare la sua carriera. Chiunque trema anche per un secondo, lascia fuggirsi l'occasione, che precisamente durante questo secondo la fortuna gli presentava. Voi siete giovane e dovete essere coraggioso per due ragioni: la prima è perchè siete guascone, la seconda è perchè voi siete mio figlio. Non schivate le occasioni, e cercate le avventure. Io vi ho fatto imparare a maneggiare la spada; voi avete un garetto di ferro, un pugno di acciajo, battetevi, a tutti i conti; battetevi, tanto più che i duelli sono proibiti, e che per conseguenza è necessario un doppio coraggio per battersi. Figlio mio, io non ho a darvi che quindici scudi, il mio cavallo ed i consigli che avete ascoltati. Vostra madre vi aggiungerà la ricetta di un certo balsamo che ella ha avuto da una zingara, e che ha una virtù miracolosa per guarire tutte le ferite che non hanno colpito il cuore. Traete profitto da tutto, e vivete felice e per lungo tempo.

«Non ho più che una sola parola da aggiungere, ed è un esempio che io vi propongo; non il mio, poichè io non sono mai comparso alla corte, e non ho mai fatto che le guerre di religione come volontario: io voglio parlarvi del signor de Tréville, che era in altri tempi mio vicino, e che ha avuto l'onore di giuocare col re Luigi XII, che Iddio conservi, fin da quando era fanciullo. Qualche volta i loro giuochi degeneravano in battaglie, in queste battaglie il re non era sempre il più forte. I colpi che egli ne ricevette procacciarono molta stima ed amicizia al signor de Tréville. In seguito il signor de Tréville si battè ancora con altri, nel suo primo viaggio a Parigi cinque volte; dopo la morte del fu re, fino alla maggiorità del giovine, senza contare le guerre e gli assedi, sette volte; e dopo questa maggiorità fino al giorno d'oggi, forse cento volte! così ad onta degli editti, delle ordinanze, dei decreti, eccolo Capitano dei moschettieri, vale a dire capo di una legione di Cesari di cui il re fa gran conto, e che è temuta dal ministro che, come ognun sa, non teme molte cose. Di più il signor de Tréville guadagna dieci mila scudi per anno; egli è dunque un gran signore. Egli però ha cominciato come voi; andate a fargli visita con questa lettera, e regolatevi a seconda del suo esempio, per fare come ha fatto lui.»

Dopo le quali parole il signor d'Artagnan padre cinse a suo figlio la sua propria spada, lo baciò teneramente sopra ambedue le guance e gli dette la sua benedizione.

Nel sortire dalla camera paterna, il giovane trovò sua madre che lo aspettava colla famosa ricetta di cui, pe' consigli che abbiamo testè riportati, doveva necessariamente avere spesso necessità d'impiegarla. Gli addii furono da questa parte più lunghi e più teneri di quello che lo erano stati dall'altra parte, non già perchè il signor d'Artagnan non amasse suo figlio, che era la sola sua progenitura, ma il sig. d'Artagnan era un uomo, e avrebbe considerato come indegno di un uomo il lasciarsi trasportare dalla sua emozione, nel mentre che la signora d'Artagnan era donna, e di più era madre. Ella pianse abbondantemente, e, diciamolo a lode del signor d'Artagnan figlio, per quanti sforzi facesse onde restar saldo come doveva esserlo un futuro moschettiere, la natura la vinse, e fu sforzato a versare lagrime, di cui egli giunse con grande stento a nasconderne la metà.

Nello stesso giorno il giovine si mise in viaggio, munito dei tre regali paterni che si componevano, come dicemmo, di quindici scudi, del cavallo e della lettera per il sig. de Tréville come si crederà bene, i consigli erano stati dati per un di più al disopra del mercato.

Con un simile vade-mecum, d'Artagnan si ritrovò, tanto pel morale che per il fisico, una copia esatta dell'eroe di Cervantes, al quale noi lo abbiamo così felicemente paragonato, allorchè il nostro dovere di storico ci ha imposto la necessità di delinearne il ritratto. Don Chisciotte prendeva i molini a vento per giganti, e le mandrie di montoni per armate; d'Artagnan prese ciascun sorriso per un insulto, e ciascuno sguardo per una provoca. Ne resultò che egli ebbe sempre il pugno stretto da Tarbes fino a Méung, e che uno per l'altro portò la mano al pomo della spada almeno dieci volte il giorno; tuttavolta, il pugno non discese sulla mascella di alcuno, e la spada non sortì dal suo fodero, non già che la vista del mal avventurato ronzino giallo non facesse comparire il sorriso sulla faccia di coloro che passavano, ma siccome al disopra del ronzino tentennava una spada di rispettosa lunghezza, e che al disopra di questa brillava un occhio feroce, piuttosto che superbo, quelli che passavano reprimevano la loro ilarità, o se la ilarità aveva il sopravvento sulla prudenza, cercavano almeno di ridere da una parte soltanto, come le maschere antiche, D'Artagnan dimorò dunque maestoso e intatto nella sua suscettibilità, fino a quella malaugurata città di Méung.

Ma là, mentre discendeva da cavallo alla porta del Franc-Meunier senza che alcun oste, cameriere o palafreniere venisse a prendere le redini al montatore, d'Artagnan scôrse da una finestra socchiusa del pian terreno un gentiluomo di alta statura e di belle sembianze, quantunque col viso alquanto increspato, il quale parlava con due persone, che sembravano ascoltarlo con attenzione. D'Artagnan credè naturalmente, secondo la sua abitudine, di essere l'oggetto della conversazione, ed ascoltò. Questa volta d'Artagnan non si era sbagliato che per metà, non si trattava di lui, ma del suo cavallo. Il gentiluomo sembrava enumerare ai suoi uditori tutte le sue qualità, e poichè, come si disse, gli uditori sembravano avere una grande attenzione al narratore, davano in risate ad ogni momento. Ora, siccome bastava un mezzo sorriso per svegliare l'irascibilità del giovane, si comprenderà facilmente quale effetto dovesse produrre in lui una ilarità così rumorosa.

Ciò non ostante d'Artagnan volle sulle prime rendersi conto della fisonomia dell'impertinente che si burlava di lui. Fissò il suo sguardo orgoglioso sullo straniero; e riconobbe un uomo dai quaranta ai quarantacinque anni, con gli occhi neri e penetranti, un colorito scurito, un naso fortemente accentato, e un pajo di baffi neri tagliati a perfezione: egli era vestito di un sajo e di un giacco da caccia violetto colle rivolte dello stesso colore, senz'altro ornamento che le aperture ordinarie dalle quali usciva la camicia. Questo giaco e questo sajo, quantunque nuovi, sembravano spiegazzati come gli abiti di viaggio tenuti lungamente chiusi nel porta-mantello. D'Artagnan fece tutte queste osservazioni colla rapidità dell'osservatore il più scrupoloso, e senza dubbio per un sentimento istintivo che gli diceva, che questo sconosciuto doveva avere una grande influenza sulla sua vita avvenire.

Ora, siccome al momento in cui d'Artagnan fissava lo sguardo sul gentiluomo dal sajo violetto, il gentiluomo faceva sul ronzino bearnese una delle sue più sapienti e profonde dimostrazioni, i suoi uditori scoppiarono in una risata, ed egli stesso, contro la sua abitudine, lasciò visibilmente errare, se si può dir così, un pallido sorriso sulle sue labbra. Questa volta non vi era più alcun dubbio: d'Artagnan era realmente insultato. Così, pieno di questa convinzione, si calcò il berretto sugli occhi, e, cercando di copiare qualcuna di quelle posizioni di corte che aveva osservate in Guascogna presso dei signori viaggiatori, egli si avanzò con una mano sulla guardia della spada, e coll'altra appoggiata sul fianco. Disgraziatamente, a misura che egli si avanzava, la collera lo accecava sempre più, e in luogo del discorso degno e sostenuto che aveva preparato per formulare la sua provoca, egli non trovò più all'estremità della sua lingua che una grossolana personalità, che fu da lui accompagnata con un gesto furioso.

— Che! signore, gridò egli, signore! che vi nascondete dietro lo sportello? sì, voi, ditemi dunque un poco di che cosa ridete, e noi rideremo assieme!

Il gentiluomo ricondusse lentamente gli occhi dal cavallo al cavaliere, come se fosse abbisognato qualche tempo per capire che così strane parole erano a lui indirizzate; quindi, allorchè non potè più averne alcun dubbio, i suoi sopraccigli si aggrottavano leggermente, dopo una sufficiente pausa, con un accento d'ironia e d'insolenza impossibili a descrivere, egli rispose a d'Artagnan.

— Io non parlo con voi, signore.

— Ma parlo ben io con voi, gridò il giovane esasperato da questo miscuglio d'insolenza e di buone maniere, di convenienza e di disprezzo.

Lo sconosciuto lo guardò ancora un istante col suo leggero sorriso; e, ritirandosi dalla finestra, sortì lentamente dall'osteria per venirsi a piantare in faccia al cavallo, alla distanza di due passi da d'Artagnan. Il suo portamento tranquillo, e la sua fisonomia scherzosa avevano raddoppiato l'ilarità di coloro coi quali parlava, e che erano rimasti alla finestra.

D'Artagnan, vedendolo arrivare cavò più di un piede della sua spada fuori del fodero.

— Questo cavallo è decisamente, o piuttosto è stato nella sua gioventù pomellato in oro, riprese lo sconosciuto, continuando le investigazioni incominciate e indirizzandosi a' suoi uditori della finestra, senza sembrare di fare alcuna attenzione alla esasperazione di d'Artagnan, che pure frapponevasi fra lui ed essi. Questo è un colore conosciuto in botanica, ma fino adesso molto raro nei cavalli.

— V'ha tale che ride del cavallo che non oserebbe ridere del padrone! gridò l'emulo furioso di de Tréville.

— Io non rido spesso, signore, riprese lo sconosciuto, come voi potete persuadervene da voi stesso dall'aspetto del mio viso; ma io voglio conservare il privilegio di poter ridere quando mi piace.

— Ed io gridò d'Artagnan, io non voglio che si rida quanto mi dispiace.

— Davvero, signore? continuò lo sconosciuto più calmo che mai. Ebbene! è perfettamente giusto.

E girando su' suoi calcagni si disponeva a rientrare nell'osteria per la gran porta, sotto la quale d'Artagnan nel giungere aveva rimarcato un cavallo già insellato.

Ma d'Artagnan non era di tal carattere da lasciare in tal modo un uomo che aveva avuta l'insolenza di burlarsi di lui. Cavò interamente la sua spada dal fodero, e si mise a perseguirlo gridando:

— Voltatevi, voltatevi dunque signor motteggiatore, che io non abbia a battervi per di dietro!

— Batter me! disse l'altro girando sui talloni e guardando il giovane con tanta meraviglia quanto era il disprezzo. Andiamo dunque, mio caro, voi siete un pazzo!

Quindi a mezza voce, e come se avesse parlato a se stesso.

— È cosa dispiacente, continuò egli, bella recluta per Sua Maestà, che cerca da tutte le parti dei bravi per completare i suoi moschettieri!

Terminava appena, che d'Artagnan gli stendeva un così furioso colpo di punta, che, s'egli non avesse fatto prestamente uno sbalzo in addietro, è probabile che avrebbe scherzato per l'ultima volta. Lo sconosciuto vide allora che la cosa oltrepassava lo scherzo, cavò la sua spada, salutò il suo avversario, e si mise gravemente in guardia. Ma nello stesso tempo i suoi due uditori, accompagnati dall'oste, piombarono sopra d'Artagnan con gran colpi di bastone, di paletta e di molle. Ciò fece una diversione così rapida e così completa all'attacco, che l'avversario di d'Artagnan, nel mentre che questi si voltava per far fronte a quella grandine di colpi, rimetteva nel fodero la sua spada colla massima precisione, e, da attore, ritornava spettatore del combattimento, parte di cui si disimpegnava colla consueta sua impassibilità, mentre ciò non ostante brontolava:

— Venga la peste a questi Guasconi! rimettetelo sul suo cavallo color d'arancio, e ch'egli se ne vada.

— Non prima di averti ucciso! gridò d'Artagnan, mentre faceva fronte il meglio che poteva, senza rinculare di un passo, ai suoi tre nemici, che lo maltrattavano di colpi.

— Ancora un'altra Guasconata! mormorò il gentiluomo. Sull'onor mio, questi Guasconi sono incorreggibili. Continuate dunque la danza, poichè egli vuole assolutamente ballare. Quando sarà stanco, egli dirà che ne ha abbastanza.

Ma lo sconosciuto non sapeva ancora con qual genere di testardo aveva a che fare: d'Artagnan non era l'uomo da domandare mai grazia. Il combattimento continuò dunque ancora qualche secondo: finalmente, d'Artagnan spossato lasciò sfuggirsi la spada, che un colpo di bastone aveva troncata in due pezzi. Un altro gli colpì la fronte, e lo rovesciò quasi nello stesso tempo tutto insanguinato, e quasi svenuto.

Fu in questo momento che da tutte le parti si accorse al luogo della scena. L'oste, temendo uno scandalo, trasportò coll'ajuto del suo servitore il ferito in cucina, ove gli furono usate alcune cure.

In quanto al gentiluomo, egli era ritornato a prendere il suo posto alla finestra, e guardava con una certa impazienza tutta quella folla, che sembrava destargli una contrarietà nel rimanere in quel luogo.

— Ebbene come va quell'arrabbiato? riprese egli voltandosi al rumore che fece la porta nell'aprirsi, indirizzandosi all'oste che veniva ad informarsi della sua salute.

— È sana e salva vostra Eccellenza? domandò l'oste.

— Sì, perfettamente sano e salvo, mio caro oste, e sono io che vi domando come va quel giovane.

— Va meglio, disse l'oste, egli è del tutto svenuto.

— Davvero? fece il gentiluomo.

— Ma prima di svenirsi, egli ha radunate tutte le sue forze per chiamarvi, e per sfidarvi chiamandovi.

— Ma dunque è il diavolo in persona, questo malandrino! gridò lo sconosciuto.

— Oh! no, Eccellenza; non è il diavolo, riprese l'oste con una smorfia di disprezzo, perchè durante il suo svenimento noi lo abbiamo perquisito, e nel suo fagottino non ha che una camicia, e nella sua borsa non ha che undici scudi, cosa però che non gli ha impedito dire mentre cadeva in svenimento, che se una simile cosa fosse accaduta a Parigi voi ve ne sareste pentito sull'atto, nel mentre che qui voi non ve ne pentirete che più tardi.

— Allora, disse freddamente lo sconosciuto, è qualche principe del sangue travestito.

— Io vi dico questo, mio gentiluomo, riprese l'oste, affinchè voi stiate sulle difese.

— Nella sua collera, ha egli nominato nessuno?

— Sì, egli batteva sulla saccoccia, e diceva noi vedremo ciò che il signore de Tréville penserà di questo insulto fatto al suo protetto.

— Il signor de Tréville? disse lo sconosciuto divenendo attonito; batteva sulla sua tasca pronunciando il nome del signor de Tréville?... Vediamo, mio caro oste, mentre che il giovane era svenuto, voi non sarete stato, ne son ben certo, senza guardare in questa saccoccia. Che cosa v'era?

— Una lettera indirizzata al signor de Tréville, capitano dei moschettieri.

— Davvero?

— La cosa è come ho l'onore di dirvela, eccellenza.

L'oste che non era dotato di una grande perspicacia, non notò l'espressione che le sue parole avevano impresso nella fisonomia dello sconosciuto. Questi lasciò il parapetto della finestra sul quale era sempre rimasto appoggiato colla punta del gomito, e aggrottò il sopracciglio come un uomo inquieto.

— Diavolo! mormorò egli fra' i denti; Tréville mi avrebbe egli inviato questo Guascone? questi è molto giovane! ma un colpo di spada è un colpo di spada, qualunque sia l'età di quello che lo dà, e si ha minor diffidenza in un ragazzo che in tutt'altro, basta molte volte un debole ostacolo per mandare a terra un gran disegno.

E lo sconosciuto cadde in una riflessione che durò qualche minuto.

— Vediamo, oste, diss'egli, non mi sbarazzerete voi da questo frenetico? in coscienza, ora non posso ucciderlo, e ciò non ostante aggiunse egli con una espressione freddamente minacciosa, ciò nonostante egli m'incomoda. Ov'è egli?

— Nella camera di mia moglie al primo piano, ove è medicato.

— I suoi arredi e il suo sacco sono con lui? ha egli seco il suo sajo?

— Tutto ciò, al contrario, è disotto in cucina. Ma poichè v'incomoda questo giovane pazzo...

— Senza dubbio. Egli cagiona nella vostra osteria uno scandalo al quale non saprebbero resistere le persone oneste. Salite nella vostra stanza, fatemi il conto e avvertite il lacchè.

— Che il signore ci vuole lasciare di già?

— Voi lo sapete bene, poichè vi aveva dato l'ordine di fare insellare il mio cavallo. Non sono io forse stato obbedito?

— Certamente e, come vostra Eccellenza ha potuto vederlo, il suo cavallo è sotto la porta grande già apparecchiato per partire.

— Sta bene, allora fate quanto vi ho detto.

— Che! disse a se stesso l'oste avrebbe egli forse paura di quel ragazzo?

Ma un colpo d'occhio imperativo dello sconosciuto venne a tagliar corto, egli salutò umilmente e sortì.

— Non bisogna che Milady[1] si accorga di questo furbo, continuò lo straniero: ella non deve tardare a giungere; ella è già in ritardo. Decisamente val meglio che io monti a cavallo, e che vada ad incontrarla... Se potessi soltanto sapere ciò che contiene quella lettera indirizzata a Tréville!

E lo sconosciuto, borbottando si diresse verso la cucina.

In questo mentre l'oste, che non dubitava che fosse la presenza del giovane che scacciava lo sconosciuto dalla sua osteria, era risalito da sua moglie, e aveva ritrovato d'Artagnan padrone finalmente dei suoi sensi. Allora, facendogli comprendere che la polizia potrebbe fargli un cattivo partito per aver cercato contesa con un gran signore, poichè, secondo il parere dell'oste, lo sconosciuto non poteva essere che un gran signore, egli lo determinò, ad onta della sua debolezza, ad alzarsi e a continuare il suo viaggio. D'Artagnan mezzo sbalordito, senza sajo, e colla testa tutta ammaliata di fasce, si alzò adunque, e sollecitato dall'oste, cominciò a discendere; ma giungendo in cucina, la prima cosa di cui s'accorse fu del suo provocatore, che parlava tranquillamente appoggiato allo sportello di una pesante carrozza alla quale erano attaccati due grossi cavalli normanni.

La sua interlocutrice, la di cui testa compariva incorniciata dalla portiera, era una donna dai venti ai ventidue anni. Noi abbiamo già detto con quale rapidità d'investigazione d'Artagnan abbracciava una intiera fisonomia; egli dunque vide a primo colpo d'occhio che la donna era giovane e bella. Ora questa bellezza lo colpì tanto più, inquantochè essa era perfettamente straniera ai paesi meridionali che fino allora erano stati abitati da d'Artagnan. Era una pallida e bionda signora, coi capelli arricciati cadenti sulle spalle, con grandi occhi blu languenti, colle labbra rosee e colle mani d'alabastro; ella parlava con molta vivacità allo sconosciuto.

— Per tal modo, il ministro m'ordina... diceva la signora.

— Di ritornare sull'istante in Inghilterra, e di prevenirlo direttamente se il duca lasciasse Londra.

— E in quanto alle mie istruzioni? domandò la bella viaggiatrice.

— Esse sono racchiuse in questo pacco, che voi non aprirete che giunta all'altra parte della Manica.

— Benissimo; e voi cosa fate?

— Io? io ritorno a Parigi.

— Senza gastigare questo insolente ragazzo? domandò la dama.

Lo sconosciuto stava per rispondere, ma al momento in cui apriva la bocca, d'Artagnan, che aveva tutto inteso, si slanciò sulla soglia della porta.

— È questo insolente ragazzo che gastiga gli altri, gridò egli, e spero bene che questa volta quello che egli deve gastigare non gli scapperà, come la prima volta.

— Non gli scapperà? riprese lo sconosciuto aggrottando il sopracciglio.

— No, davanti una donna, voi non oserete fuggire, lo presumo.

Pensate, gridò Milady vedendo il gentiluomo portare la mano alla sua spada, pensate che il più piccolo ritardo può perdere tutto.

— Voi avete ragione, gridò il gentiluomo; partite dunque dalla vostra parte, io parto dalla mia.

E salutando la dama con un segno di testa, si slanciò sul suo cavallo nel mentre che il cocchiere della carrozza frustava la sua pariglia. I due interlocutori partirono dunque al galoppo, allontanandosi ciascuno da una parte opposta della strada.

— E le vostre spese? vociferò l'oste, in cui l'affezione per il suo viaggiatore si cambiava in uno sdegno profondo, vedendo ch'egli si allontanava senza saldare il suo conto.

— Paga gaglioffo, gridò il viaggiatore, sempre galoppando, al suo lacchè, il quale gettò ai piedi dell'oste due o tre monete d'argento, e si mise a galoppare dietro al suo padrone.

— Ah! vile, ah! miserabile, ah! falso gentiluomo gridò d'Artagnan slanciandosi dietro il lacchè.

Ma il ferito era troppo debole ancora per sopportare una simile scossa. Appena egli ebbe fatto dieci o dodici passi, sentì un tintinnio alle orecchie, fu preso da un rivolgimento, una nube di sangue passò avanti i suoi occhi, e andò a cadere nel mezzo della strada gridando sempre:

— Vile! vile! vile!

— Egli di fatti è ben vile, mormorò l'oste avvicinandosi a d'Artagnan, cercando con questa adulazione di raccomodarsi col povero giovane, come l'airone della favola colla sua lumaca della sera.

— Sì, ben vile, mormorò d'Artagnan, ma ella, ben bella!

— Chi ella? domandò l'oste.

— Milady, balbettò d'Artagnan.

E si svenne una seconda volta.

E lo stesso, disse l'oste: io ne perdo due, ma mi resta questo, che almeno son sicuro, di trattenere qualche giorno. Sono sempre undici scudi guadagnati.

Noi sappiamo che undici scudi formavano precisamente la somma che restava nella borsa di d'Artagnan.

L'oste aveva contato sopra undici giorni di malattia ad uno scudo il giorno; ma egli aveva contato senza il viaggiatore; l'indomani, alle cinque del mattino, d'Artagnan si alzò, discese egli stesso in cucina, domandò, fra gli altri ingredienti la di cui nota non è giunta fino a noi, del vino, dell'olio, del ramerino, e, con la ricetta di sua madre alla mano, si compose un balsamo col quale si unse le sue numerose ferite rinnovellando le sue compresse da se, e non volendo ammettere l'intervento di alcun medico. Mercè senza dubbio all'efficacia di questo balsamo della zingara, e forse anche mercè all'assenza di ogni medico, d'Artagnan si ritrovò in piedi fin dalla stessa sera, e quasi guarito l'indomani.

Ma al momento di pagare questo ramerino, questo olio e questo vino, sole spese del giovane che aveva osservata la dieta la più assoluta; nel mentre che al contrario il cavallo giallastro, al dire almeno dell'oste, aveva mangiato tre volte più che non si sarebbe potuto supporre ragionevolmente dalla sua struttura, d'Artagnan non ritrovò più nella sua saccoccia che la piccola borsa di velluto rapato, unitamente agli undici scudi che conteneva; ma in quanto alla lettera diretta al sig. de Tréville, ella era sparita.

Il giovane cominciò dal cercare questa lettera con una gran pazienza, girò e rigirò venti volte le sue saccocce, e i suoi saccoccini, frugò e rifrugò nel suo sacco, aprendo e richiudendo la sua borsa; ma allorquando egli fu convinto che la lettera non potevasi ritrovare montò in un terzo accesso di rabbia, che poco mancò non gli facesse aver bisogno di un nuovo consumo di vino e dell'olio aromatizzati, poichè, vedendo questa giovane testa riscaldarsi e minacciare di romper tutto nello stabilimento se non si ritrovava quella lettera, l'oste si era già provveduto di uno spiedo, sua moglie di un manico di scopa, e il servitore di uno di quei bastoni che avevano servito così bene l'antivigilia.

— La mia lettera di raccomandazione, o per bacco, io v'infilo tutti come tanti ortolani.

Disgraziatamente una circostanza sola si opponeva a ciò che il giovane potesse compiere la sua minaccia: ed era, come lo abbiamo detto, che la sua spada era stata spezzata nella sua prima lotta, cosa che egli aveva del tutto dimenticato. Ne resultò, che allorquando d'Artagnan volle, in fatti, sguainarla, egli si trovò puramente e semplicemente armato di un tronco di spada di circa otto o dieci pollici di lunghezza, che l'oste aveva con ogni cura rimesso dentro al fodero. Quanto al resto della lama, l'oste l'aveva destramente riposta colla idea di farne un coltello da cucina.

Questo disinganno non avrebbe però trattenuto probabilmente il nostro giovane focoso, se l'oste non avesse riflettuto che il reclamo che gli veniva diretto dal viaggiatore, era perfettamente giusto.

— Ma, al fatto, diss'egli abbassando il suo spiedo, ov'è questa lettera?

— Sì, dov'è questa lettera? grido d'Artagnan. Primieramente io vi avverto che questa lettera è per il signor de Tréville, e bisogna ch'ella si trovi, o se non si trova, egli saprà bene farla ritrovare.

Questa minaccia compiè d'intimidire l'oste. Dopo il re ed il ministro, il signor de Tréville era l'uomo il di cui nome fosse il più spesso ripetuto dai militari ed anche dai borghesi. Vi era pure il padre Giuseppe, è vero; ma il suo nome non era mai pronunziato che a bassa voce, tanto era il terrore che inspirava il frate grigio, come veniva chiamato il confidente del ministro.

Così, gettando il suo spiedo lungi da se, e ordinando a sua moglie di fare altrettanto del suo manico di scopa, e ai suoi servitori dei loro bastoni, egli dette pel primo l'esempio mettendosi egli stesso a cercare la lettera perduta.

— Questa lettera racchiude forse qualche oggetto prezioso? domandò l'oste dopo un momento di ricerche inutili.

— Senza dirlo, lo credo bene! gridò il Guascone, che calcolava su questa lettera per fare il suo cammino per la corte; ella conteneva la mia fortuna.

— Dei buoni sulla Spagna? domandò l'oste inquieto.

— Dei buoni sulla tesoreria particolare di Sua Maestà, rispose d'Artagnan, che, contando di entrare al servizio del re mercè quella raccomandazione credeva poter fare senza mentire questa risposta quantunque un poco azzardata.

— Diavolo! fece l'oste disperato del tutto.

— Ma non importa, continuò d'Artagnan colla sua indifferenza nazionale, non importa, il denaro non è niente: questa lettera è il tutto. Avrei amato meglio perdere mille doppie di quello che perdere la lettera.

Egli non arrischiava di più se avesse detto venti mila, ma un certo pudore giovanile lo trattenne.

A un tratto un lampo di luce colpì in un subito lo spirito dell'oste, che si dava al diavolo, non trovando niente.

— Questa lettera non è perduta, gridò egli.

— Ah! fece d'Artagnan.

— No, ella vi è stata presa.

— Presa! e da chi?

— Dal gentiluomo d'ieri, egli discese in cucina dove stava il vostro sajo. Egli è rimasto solo. Scommetterei che è stato lui che l'ha rubata.

— Voi credete? riprese d'Artagnan poco convinto, poichè sapeva meglio di qualunque altro l'importanza del tutto personale di quella lettera, e non vi vedeva niente che potesse tentare la cupidigia. Il fatto è che nessuno dei viaggiatori presenti avrebbe guadagnato nel possedere quel foglio.

— Voi dite dunque, riprese d'Artagnan, che supponete questo impertinente gentiluomo?...

— Io vi dico che sono sicuro, continuò l'oste; allora quando gli ho annunziato che vostra signoria era il protetto del signor de Tréville, che voi avevate una lettera per questo gentiluomo, egli è sembrato molto inquieto, mi ha domandato ove era questa, ed è disceso immediatamente in cucina ove sapeva essere il vostro sajo.

— Allora egli è il mio ladro, rispose d'Artagnan; io ne farò le mie lagnanze col sig. de Tréville, ed il sig. de Tréville farà le sue dimostrazioni al re. Cavò quindi maestosamente due scudi dalla sua borsa, li dette all'oste, che l'accompagnò coi cappello in mano fino alla porta, rimontò sulla sua cavalcatura gialla, che lo condusse senza alcun accidente alla porta sant'Antonio di Parigi, ove il suo proprietario lo vendè per tre scudi con che era molto bene pagato, attesocchè d'Artagnan l'aveva molto stancato nell'ultima tappa. Così il birocciajo al quale d'Artagnan lo cedè, mercè le nove lire suddette, non nascose al giovane che gli dava questa somma esorbitante soltanto per la originalità del colore della pelle.

D'Artagnan entrò dunque in Parigi a piedi, portando il suo piccolo fagotto sotto il braccio camminando fino a tanto che ebbe ritrovato una camera ammobiliata che convenisse alla tenuità delle sue risorse. Questa camera era una specie di mezzanino, ritrovata nella strada Fossoyeurs, vicino al Luxembourg.

Subito dopo data la caparra, d'Artagnan prese possesso del suo alloggio, passò il restante della giornata a cucire al suo sajo e a' suoi calzoni dei passamani, che sua madre aveva staccati da un sajo quasi nuovo del signor d'Artagnan padre, e che gli aveva regalati sotto Sigillo; quindi andò alla riviera della Ferraille a far rimettere la lama della sua spada, poscia ritornò al Louvre per informarsi, dal primo moschettiere che ritrovò, dove era situato il palazzo del signor de Tréville, che era nella strada del Vecchio Colombajo, vale a dire precisamente nelle vicinanze della camera presa in affitto da d'Artagnan; circostanza che gli parlava di un felice augurio pel successo del suo viaggio. Dopo di che, contento del modo con cui si era condotto a Méung, senza rimorsi del passato, confidando nel presente e pieno di speranze nell'avvenire, andò a letto e dormì il sonno del bravo.

Questo sonno, ancora tutto provinciale, lo portò fino alle nove del mattino, ora nella quale si alzò per portarsi da questo famoso signore de Tréville, il terzo personaggio del regno giusta il giudizio paterno.

CAPITOLO II. L'ANTICAMERA DEL SIGNOR DE TRÉVILLE

Il signor de Troisville, come si chiamava ancora la sua famiglia in Guascogna, o il sig. de Tréville, come anch'egli aveva finito per chiamare se stesso a Parigi, aveva realmente cominciato come d'Artagnan, vale a dire senza un soldo, ma con quel fondo di audacia, di spirito e di testardaggine che fa sì, che il più povero gentiluomo guascone riceve spesso di più nelle sue speranze dall'eredità paterna, che il più ricco gentiluomo perigordino o berissone non ne riceve in realtà. Il suo coraggio insolente, la sua fortuna anche più insolente in tempi in cui i colpi piovevano come la tempesta, lo avevano tirato alla sommità di quella scala difficile, che si chiama il favore della corte, e della quale egli aveva montati a quattro a quattro gli scalini.

Egli era l'amico del re, il quale onorava molto, come ognun sa, la memoria di suo padre Enrico IV. Il padre del signor de Tréville lo aveva così fedelmente servito nelle sue guerre contro la lega, che in mancanza di denaro contante, cosa che mancò in tutta la sua vita al Bearnese, il quale pagava costantemente i suoi debiti colla sola cosa che non aveva mai bisogno di comprare, vale a dire collo spirito: che in mancanza di denaro contante, dicevamo noi, egli lo aveva autorizzato, dopo la resa di Parigi, a prendere per stemma un leone d'oro posante sopra una sbarra, con questa divisa: Fidelis et fortis. Era molto per l'onore, ma era poco per viver bene. Per tal guisa, quando morì l'illustre compagno del grande Enrico, lasciò per unica eredità al signor figlio la sua spada e la sua divisa. Mercè questo doppio dono, ed un nome senza macchia che lo accompagnava, il signor de Tréville fu ammesso nella casa del giovane principe, in cui si servì tanto bene della sua spada, e fu tanto fedele alla sua divisa, che Luigi XIII, che era una delle buone spade del suo regno, aveva l'abitudine di dire che, s'egli avesse un amico che si dovesse battere, lo consiglierebbe a scegliersi per padrino prima lui, poscia de Tréville, e forse anche prima di lui.

Luigi XIII aveva dunque un vero attaccamento per de Tréville, attaccamento regio, attaccamento egoista, è vero, ma che ciò non pertanto era un vero attaccamento. Fu perchè in quei disgraziati tempi si aveva gran cura di circondarsi d'uomini della tempra dei de Tréville. Molti potevano prendere per divisa l'epiteto di forte che formava la seconda parte del motto del suo stemma, ma ben pochi gentiluomini potevano reclamare l'epiteto di fedele che ne formava la prima parte. De Tréville era uno di questi ultimi; era una di quelle rare organizzazioni, colla intelligenza obbediente come quella di un alunno, con un valore cieco, coll'occhio rapido, la mano pronta, ed a cui l'occhio non era stato dato che per vedere se il re era malcontento di qualcuno, e la mano per percuotere questo qualcuno che dispiaceva, un Besme, un Maurevers, un Poltrot, de Merè, in fine un Vitry. A de Tréville fino allora non era mancata che un'occasione, ma egli la appostava, e si riprometteva di afferrarla bene pei suoi tre capelli se mai fosse passata alla portata della sua mano. Così Luigi XIII fece de Tréville capitano dei suoi moschettieri, i quali pel loro attaccamento, o piuttosto per il loro fanatismo, eran a Luigi XIII ciò ch'erano gli ordinarj ad Enrico III, e ciò che la guardia scozzese era a Luigi XI.

Dal suo lato, e sotto questo rapporto, il ministro non era rimasto addietro al re. Quando vide la formidabile scelta di cui si circondava Luigi XIII, questo secondo, o per meglio dire questo primo re di Francia, aveva anch'egli voluto avere la sua guardia. Egli ebbe dunque i suoi moschettieri, come Luigi XIII aveva i propri, e si vedevano queste due potenze rivali scegliere pel loro servigio, da tutte le parti della Francia ed anche dagli stati stranieri, gli uomini i più celebri pei loro gran colpi di spada. Così Luigi XIII e Richelieu quistionavano spesso la sera mentre giuocavano agli scacchi, in rapporto al merito dei loro servitori. Ciascuno vantava la proprietà ed il coraggio dei suoi, e mentre decretavano formalmente contro i duelli e le risse, li eccitavano in secreto a venire alle mani, e provavano un vero dispiacere, od una gioja immoderata per la vittoria dei loro. Così almeno raccomandano le memorie di un uomo che si trovò in qualcuna di queste disfatte e in molte di queste vittorie.

De Tréville aveva preso il lato debole del suo padrone, ed era a questa destrezza ch'egli doveva il lungo e costante favore di un re, che non ha lasciato la fama di essere stato troppo fedele alle sue amicizie. Egli faceva mettere in parata i suoi moschettieri davanti ad Armando Duplessis, con un'aria beffarda che non faceva che arricciare per la collera i baffi grigi del ministro. De Tréville intendeva ammirabilmente la guerra di quell'epoca, in cui; quando non si viveva alle spese del nemico, si viveva alle spese dei propri compatriotti: i suoi soldati formavano una legione di diavoli a quattro, indisciplinati per tutti fuorchè per lui.

Sfrenati, avvinacciati, scorticati, i moschettieri del re, o piuttosto quelli del signor de Tréville, si spandevano per le osterie, per le passeggiate, nei giuochi pubblici, gridavano forte, arricciandosi i baffi, facendo suonare le spade, urtando con voluttà le guardie del ministro quando le incontravano, e cavando quindi le spade in piena strada con mille motteggi; uccisi qualche volta, ma sicuri sempre in questo caso d'essere compianti e vendicati; uccidendo spesso, e sicuri allora di non ammuffare in prigione, perchè il signor de Tréville era sempre là per reclamarli. Per tal modo il signor de Tréville era lodato in tutti i tuoni, cantato per tutte le canzoni da questi uomini che l'adoravano, e che, per quanto fossero tutti gente da sacco e da corda, tremavano davanti a lui come altrettanti scolari davanti al loro maestro, obbedendo alla più piccola parola, e pronti a farsi ammazzare per lavare il più piccolo rimprovero.

Il signor de Tréville aveva fatto uso di questa leva potente prima pel re e per gli amici del re, quindi per se stesso e per i suoi amici. Del resto in nessuna memoria di quel tempo, che ha lasciate tante memorie, non si vede che questo degno gentiluomo sia mai stato accusato neppure dai suoi nemici, ed egli ne aveva tanti, sia fra gli uomini di penna che fra quelli di spada, in nessun luogo si vede, diciamo noi che questo degno gentiluomo sia stato notato d'essersi fatto pagare la cooperazione de' suoi. Con un raro ingegno d'intrigo; che lo rendeva uguale ai più forti intriganti, egli era rimasto onest'uomo. Più ancora, a dispetto dei grandi ostacoli che sfiancano, e degli esercizi penosi che affaticano, egli era divenuto uno dei più galanti scorridori delle stradelle, uno dei più fini damerini, uno dei più lampiccati parlatori della sua epoca; si parlava delle buone avventure di de Tréville, come vent'anni prima si era parlato di quelle di Bassompierre, e non era dir poco. Il capitano dei moschettieri era dunque ammirato, temuto ed amato, ciò che costituisce l'apice delle umane fortune.

Luigi XIV assorbì tutti i piccoli astri della sua corte nel suo vasto splendore; ma suo padre, sole pluribus impar (non uguale per tutti) lasciò il suo splendore personale a ciascuno dei suoi favoriti, il suo valore individuale a ciascuno dei suoi cortigiani. Oltre l'udienza mattinale l'alzata del re e quella del ministro, si contavano a Parigi allora più di duecento piccole alzate, quella di de Tréville era una delle più frequentate.

Il cortile della sua abitazione, posta nella strada del Vecchio Colombajo, rassomigliava ad un campo, e ciò fin dalle sei ore della mattina nell'estate, e dalle otto ore nell'inverno. Da cinquanta a sessanta moschettieri, che sembravano colà radunarsi per offrire un numero piuttosto imponente, vi passeggiavano sempre, armati come in istato di guerra, e pronti a tutto. Lungo quelle spaziose scale; sul solo pianerottolo di una delle quali la nostra moderna civilizzazione fabbricherebbe una casa intera, ascendevano e discendevano i sollecitatori di Parigi, che correvano dietro un favore qualunque, i gentiluomini di provincia, avidi di essere arruolati, ed i lacchè guerniti di tutti i colori, che venivano a recare al signor de Tréville i messaggi dei loro padroni. Nell'anticamera sopra lunghi panchetti circolari riposavano gli eletti, cioè quelli ch'erano stati chiamati. Il mormorio là era continuo dalla mattina alla sera, nel mentre che il signor de Tréville, nel suo gabinetto contiguo a questa anticamera, riceveva le visite, ascoltava le lagnanze, dava i suoi ordini, e, come il re dalla sua loggia del Louvre, non aveva che a mettersi alla finestra per passare la rivista degli uomini e delle armi.

Il giorno in cui si presentò d'Artagnan l'assemblea era imponente, particolarmente per un provinciale che veniva dalla sua provincia: è vero che questo provinciale era guascone, e che soprattutto in quell'epoca i compatrioti di d'Artagnan godevano della riputazione di non lasciarsi facilmente intimorire. In fatti, una volta che erasi superata la porta massiccia, incavigliata con lunghi chiodi dalla testa quadrangolare si cadeva in mezzo ad una folla d'uomini d'arme che s'incrociavano nel cortile interpellandosi, o querelandosi, o giuocando fra loro. Per aprirsi liberamente un passaggio in mezzo a tutti questi flutti tempestosi, bisognava essere ufficiale, gran signore o bella donna.

Fu dunque in mezzo a questa mischia, e a questo disordine che il nostro giovane si avanzò col cuore palpitante, accomodando la sua lunga spadaccia parallela alle sue magre gambe, tenendo una mano all'orlo del suo feltro con quel mezzo sorriso da provinciale imbarazzato che vuol fare il disinvolto. Appena aveva oltrepassato un gruppo, allora respirava più liberamente; ma capiva che si rivolgevano per guardarlo, e per la prima volta in vita sua d'Artagnan, che, fino a quel giorno, aveva avuta molta buona opinione di se stesso, si riconobbe ridicolo.

Giunto alla scala, fu ancora peggio; sui primi scalini vi erano quattro moschettieri, che si divertivano al seguente esercizio, nel mentre che dieci o dodici altri dei loro camerati aspettavano sul piano che venisse il loro turno per prendere parte attiva alla partita.

Uno di essi situato sullo scalino superiore, colla spada alla mano, impediva, o meglio, fingeva d'impedire agli altri tre di salire.

Gli altri tre giuocavano di scherma contro di lui colle loro spade, e con grandissima agilità. D'Artagnan sulle prime suppose che quello spade fossero fioretti: egli credè che fossero bottonati: ma riconobbe ben tosto da certe graffiature, che ciaschedun'arma, al contrario, era molto bene affilata ed appuntata, e a ciascheduna di queste graffiature, non solo gli spettatori, ma ancora gli attori ridevano come matti.

Colui che in quel momento occupava lo scalino teneva in rispetto i suoi assalitori maravigliosamente. Era stato fatto cerchio intorno ad esso. La condizione portava che a ciascun colpo il toccato lasciasse la partita, perdendo il suo giro d'udienza a profitto del toccatore. In cinque minuti tre furono sfiorati, uno alla mano, l'altro al mento, l'altro all'orecchia, dal difensore dello scalino, che non fu per niente toccato, sveltezza che secondo le convenzioni gli valse tre turni in suo vantaggio.

Per quanto fosse difficile non già ad essere, ma a volersi maravigliare, questo passatempo però maravigliò il nostro giovane viaggiatore: egli aveva veduto nella sua provincia, in quella terra ove si scaldano così prestamente le teste, un poco più di preliminare ai duelli, e la guasconata di questi quattro giuocatori gli parve la più forte di tutte quelle che aveva udito fino allora anche in Guascogna. Egli credette di essere trasportato nei famosi paesi dei giganti, ove Gulliver andò in seguito, ed ebbe così gran paura; e ciò nonostante non era ancora al termine, gli rimaneva il pianerottolo e l'anticamera.

Sul pianerottolo non si batteva più; si raccontavano delle storie di donne, e nell'anticamera delle storie di corte. Sul pianerottolo d'Artagnan arrossì; nell'anticamera, egli fremette. La sua immaginazione svegliata e vagabonda, che, in Guascogna lo rendeva terribile alle giovani cameriere, qualche volta anche alle giovani padrone, non aveva mai sognato, neppure nei suoi momenti di delirio la metà di quelle meraviglie amorose, e il quarto di quelle furberie galanti, rialzate dai nomi i più conosciuti, ed abbellite dai dettagli i meno velati. Ma se il suo amore per i buoni costumi ricevette in sul pianerottolo un cozzo, il suo rispetto pel ministro fu scandalizzato nell'anticamera. Là a sua gran sorpresa, d'Artagnan intese criticare ad alta voce la politica che faceva tremare l'Europa, e la vita privata del ministro, che tanti alti personaggi erano stati puniti di aver solo tentato di approfondare. Questo grand'uomo, riverito dal signor d'Artagnan padre, serviva di argomento di risa ai moschettieri del signore de Tréville, chi rideva sulle sue gambe cagnesche, e sul suo dorso inarcato; qualcun altro contava le novelle sulla signora d'Aiguillon, sua amica, e la signora di Combalet sua nipote, nel mentre che gli altri combinavano delle partite contro i paggi e le guardie del duca-ministro, tutte cose che sembravano a d'Artagnan tante mostruose impossibilità.

Però, quando il nome del re interveniva qualche volta ad un tratto e all'improvviso in mezzo a tutti questi motteggi ministeriali, una specie di mordacchia chiudeva per un momento tutte quelle bocche derisorie, si guardavano con esitazione intorno, e sembrava temessero l'indiscrezione della porta del gabinetto del signor de Tréville; ma ben presto una allusione riconduceva il discorso sul ministro, e allora le risa si rinnovavano sopra ciascuna delle sue azioni.

— Certamente, ecco qua persone che saranno tutte messe alla Bastiglia, o impiccate, pensò d'Artagnan con terrore, ed io, senza alcun dubbio, con loro, poichè dal momento che io gli ho ascoltati ed intesi, sarò ritenuto per un loro complice. Che direbbe il mio sig. padre, che mi ha tanto raccomandato il rispetto pel ministro, se egli mi sapesse in società con simili pagani?

Così come ognuno non ne dubiterà, anche senza che lo dica, d'Artagnan non osava abbandonarsi alla conversazione; soltanto egli guardava ad occhi spalancati; ascoltava ad orecchie tese, tendendo avidamente i suoi cinque sensi per non perder nulla, e malgrado la sua confidenza nelle raccomandazioni paterne, egli si sentiva portato dai suoi gusti e trascinato dai suoi istinti a lodare piuttosto che a biasimare le cose inaudite che colà accadevano.

Frattanto, siccome egli era del tutto estraneo alla folla dei cortigiani del sig. de Tréville, e che questa era la prima volta che lo si vedeva in quel luogo, vennero a chiedergli ciò che desiderava. A questa domanda, d'Artagnan si nominò con molta umiltà, si appoggiò al titolo di compatriota, e pregò il cameriere che era venuto a fargli questa interrogazione di domandare per lui al signor de Tréville un momento d'udienza, domanda che questi promise di fare, con tuono da protettore, a tempo e luogo.

D'Artagnan, rimessosi alquanto dalla sua prima sorpresa, ebbe dunque il comodo di studiare un poco i costumi e le fisonomie.

Il centro del gruppo il più animato era un moschettiere di alta statura, di figura altera, con un bizzarro costume che attirava su lui l'attenzione generale. Pel momento egli non portava la casacca d'uniforme, che, del resto, non era assolutamente obbligatoria in quest'epoca di meno libertà ma d'indipendenza più grande, ma un giustacuore blu cielo, alquanto scolorito e rapato, e sopra quest'abito una magnifica bandoliera, ricamata in oro, e che risplendeva come le scaglie di cui si ricuopre l'acqua ad un gran sole. Un lungo mantello di velluto cremisi cadeva con grazia dalle sue spalle, scoprendo soltanto davanti la splendida bandoliera, alla quale era attaccata una gigantesca spadaccia.

Questo moschettiere montava in quel momento la guardia, si lamentava di essere raffreddato, e di tempo in tempo tossiva con affettazione. Per questo egli aveva preso il mantello, a quanto diceva, e nel mentre che parlava colla testa alta, arricciandosi sdegnosamente i baffi, ammiravano con entusiasmo la bandoliera ricamata, e d'Artagnan lo faceva più che alcun altro.

— Che volete! diceva il moschettiere, è di moda; è una pazzia, lo so bene, ma, è di moda. D'altronde bisogna bene impiegare in qualche cosa i danari della propria legittima.

— Ah! Porthos! gridò uno degli astanti, non tentare di farci credere che questa bandoliera ti venga dalla generosità paterna: essa ti sarà stata regalata da quella dama velata colla quale io t'incontrai l'altra domenica, verso la porta Sant-Onorato.

— No, sul mio onore, parola da gentiluomo, io l'ho comprata da me stesso, e coi miei propri denari, rispondeva colui che era stato indicato sotto il nome di Porthos.

— Sì, come io ho comprato, disse un altro moschettiere, questa borsa nuova, con ciò che il giorno innanzi vi aveva messo la mia amica.

— In verità, disse Porthos, e la prova ne è che l'ho pagata dodici doppie.

L'ammirazione raddoppiò, quantunque continuasse ad esistere il dubbio.

— È vero, Aramis? fece Porthos voltandosi verso un altro moschettiere.

Quest'altro moschettiere formava un perfetto contrasto con quello che lo interrogava, e che lo aveva chiamato col nome di Aramis: era un giovine di ventidue o ventitre anni appena, colla fisonomia ingenua e docile, l'occhio nero e dolce, colle guance rosee e vellutate come una pesca d'autunno; i suoi baffi sottili, si disegnavano sul suo labbro superiore in linea perfettamente dritta; le sue mani sembravano temere lo abbassarsi per timore che le vene s'inturgidissero troppo, e di tratto in tratto si pizzicava l'estremità delle orecchie per mantenerle di un incarnato tenero e trasparente. Per abitudine egli parlava poco e lentamente, salutava molto, rideva senza rumore mostrando i suoi denti che erano bellissimi, e di cui, come di tutto il resto della persona, sembrava prendere grandissima cura. Egli rispose con un segno di testa affermativo alla interpellazione del suo amico.

Questa affermativa sembrò aver troncati tutti i dubbi sul conto della bandoliera, si continuò dunque ad ammirarla, ma non se ne parlò più, e per una di quelle bordeggiate rapide del pensiero, la conversazione ad un tratto passò sopra un altro argomento.

— Che pensate voi di ciò che racconta lo scudiero di Chalais? domandò un altro moschettiere senza interpellare direttamente alcuno, ma indirizzandosi al contrario a tutti.

— E che cosa racconta egli? domandò Porthos con tuono altero.

— Egli racconta di aver trovato a Brusselle Rochefort, l'anima dannata del ministro, travestito da cappuccino; questo maledetto Rochefort, mercè questo travestimento ha infinocchiato il signor Laiques come un vero imbecille.

— Come un vero imbecille, disse Porthos! Ma la cosa è poi sicura?

— Mi fu raccontata da Aramis, rispose il moschettiere.

— Davvero?

— E voi lo sapete bene, Porthos, disse Aramis, io l'ho raccontato a voi pure jeri, non ne parliamo dunque più.

— Non ne parliamo più! ecco la vostra opinione disse Porthos. Non ne parliamo più! Peste, come concludete presto! Come, il ministro fa spionare un gentiluomo; fa intercettare la sua corrispondenza da un traditore, un brigante, fa, coll'ajuto di questo spione e mercè questa corrispondenza, tagliar la testa a Chalais, sotto lo stupido pretesto ch'egli ha voluto uccidere il re e maritare la regina con Monsieur; nessuno sapeva una parola di quest'enimma: voi ce lo significaste jeri con grande stupore di tutti, e quando noi siamo ancora sbalorditi da questa notizia, voi oggi venite a dirci: non ne parliamo più!

— Parliamone dunque, vediamo, poichè voi lo desiderate, riprese Aramis con pazienza.

— Questo Rochefort! gridò Porthos, se fosse stato lo scudiero del povero Chalais, passerebbe con me un brutto momento.

— E voi, voi passereste un tristo quarto d'ora col duca Rosso, riprese Aramis.

— Ah! il duca Rosso, bravo, bravo, il duca Rosso! rispose Porthos battendo le mani, ed approvando con la testa. Il duca Rosso al nostro ministro, è un epiteto grazioso. Io diffonderò la parola, mio caro, siate tranquillo. Ha molto spirito, questo Aramis! che disgrazia che voi non abbiate potuto seguire la vostra vocazione, mio caro! che delizioso abbate sareste diventato!

— Oh non è che un ritardo momentaneo, riprese Aramis, un giorno io lo sarò; voi sapete bene, Porthos, che io continuo a studiare la teologia per questo.

— Egli farà come dice, riprese Porthos, egli lo farà o presto o tardi.

— Presto, disse Aramis.

— Egli non aspetta che una cosa per decidersi del tatto, e per riprendere la sua sottana che è appesa dietro il suo uniforme, riprese il moschettiere.

— E che cosa aspetta? domandò un altro.

— Egli aspetta che la regina abbia dato un erede alla corona di Francia.

— Non scherziamo su questo argomento, signori, disse Porthos, grazie a Dio la regina è ancora in età da poterlo dare.

— Si dice che il signor di Buckingham sia in Francia, riprese Aramis con un sorriso beffardo che dava a questa frase, così semplice in apparenza, un significato sufficientemente scandaloso.

— Aramis, amico mio, per questa volta voi avete torto, interruppe Porthos, e la vostra smania di dire cose spiritose vi trascina sempre al di là dei limiti; se il signor de Tréville, vi sentisse, voi vi trovereste male di aver parlato così.

— Volete voi darmi una lezione, Porthos? gridò Aramis, nell'occhio dolce del quale si vide passare un baleno.

— Mio caro, siate moschettiere o abbate; siate o l'uno o l'altro, ma non l'uno e l'altro, riprese Porthos. Athos ve lo ha detto ancora l'altro giorno, voi mangiate a tutte le rastelliere. Ah! non c'inquietiamo, io ve ne prego; ciò sarebbe inutile: voi sapete bene che questo è convenuto fra voi, Athos e me. Voi andate dalla signora d'Aiguillon, e le fate la vostra corte; voi andate in casa della signora di Bois-Tracy, la cugina della signora de Chevreuse, e passate per essere grandemente nelle buone grazie della dama. Oh! mio Dio, non confessate la vostra fortuna, non vi si chiede il vostro secreto. Si conosce la vostra discrezione. Ma poichè possedete questa virtù, che diavolo! fatene uso sul conto di Sua Maestà. Si occupi chi vorrà del re e del ministro; ma la regina è sacra, e se qualcuno ne parla, che ciò sia in bene.

— Porthos, voi siete pieno di pretese come Narciso. Io ve ne prevengo, rispose Aramis, voi sapete che odio la morale, eccetto che quando ella è fatta da Athos. In quanto a voi, mio caro, voi avete una troppo magnifica bandoliera per essere molto versato in morale. Io sarò abbate quando mi converrà, frattanto io sono moschettiere, e in questa qualità, io dico ciò che mi piace, e in questo momento mi piace di dirvi che voi m'impazientite.

— Aramis!

— Porthos!

— Eh! signori! signori! si gridò intorno ad essi.

— Il signor de Tréville aspetta il signor d'Artagnan, interruppe il lacchè aprendo la porta del gabinetto.

A questo annunzio durante il quale la porta rimase aperta, ciascuno si tacque, e in mezzo al silenzio generale, il giovane guascone traversò l'anticamera in una parte della sua lunghezza, ed entrò dal capitano dei moschettieri, felicitandosi di tutto cuore di sfuggire così a proposito alla fine di questa bizzarra contesa.

CAPITOLO III. L'UDIENZA

Il signor de Tréville era sul momento di molto cattivo umore; ciò non ostante, salutò gentilmente il giovane, che s'inchinò fino a terra, ed egli sorrise nel ricevere il suo complimento, in cui l'accento bearnese gli ricordava ad un tempo la sua gioventù ed il suo paese, doppia rimembranza che fa sorridere l'uomo in tutte l'età. Ma avvicinandosi quasi subito all'anticamera, e facendo a d'Artagnan un segno con la mano come per chiedergli il permesso di terminare con gli altri prima d'incominciare con lui, egli chiamò tre volte, alzando di più la voce a ciascheduna volta, di modochè egli percorse tutti i suoi intermedj fra l'accento imperativo e l'accento irritato.

— Athos! Porthos! Aramis!

I due moschettieri coi quali abbiamo già fatta conoscenza, e che corrispondevano ai due ultimi di questi tre nomi, lasciarono subito il gruppo di cui facevano parte, e si avanzarono verso il gabinetto, la di cui porta si richiuse dietro ad essi tosto che ne ebbero oltrepassato il limitare. Il loro portamento, benchè non fosse del tutto tranquillo, nonostante eccitò, per la sua disinvoltura piena ad un tempo di sommissione, l'ammirazione di d'Artagnan che credeva in questi uomini tanti semidei, e nel loro capo un Giove Olimpico armato di tutti i suoi fulmini.

Quando i due moschettieri furon entrati, quando la porta fu chiusa, quando il mormorio ronzante della anticamera fu ricominciato, mormorio al quale senza dubbio aveva dato nuovo alimento la chiamata che era stata fatta; quando finalmente il signor de Tréville silenzioso, e col sopracciglio aggrottato, ebbe per tre o quattro volte misurata la lunghezza del suo gabinetto, passando ciascheduna volta davanti a Porthos e Aramis instecchiti e muti come alla parata, si fermò ad un tratto in faccia a loro, e investendogli dalla testa ai piedi con uno sguardo irritato:

— Sapete ciò che mi ha detto il re, gridò egli, e ciò niente più tardi di jeri a sera? lo sapete voi, signori

— No, risposero dopo un momento di silenzio i due moschettieri, no, signore, noi lo ignoriamo.

— Ma io spero che voi ci farete l'onore di dircelo, aggiunse Aramis, col tuono il più gentile, e colla più graziosa riverenza.

— Mi ha detto che d'ora in avanti egli recluterà i suoi moschettieri fra le guardie del ministro.

— Fra le guardie del ministro! e perchè questo? domandò vivamente Porthos.

— Perchè egli vede bene che il suo vinello ha bisogno di essere ingagliardito dal miscuglio di un vino buono.

I due moschettieri diventarono rossi fino nel bianco dell'occhio. D'Artagnan non sapeva più ove si fosse, ed avrebbe voluto essere cento piedi sotto terra.

— Sì, sì, continuò il sig. de Tréville animandosi sempre più, sì, e Sua Maestà aveva ragione, perchè egli è vero che i moschettieri fanno una trista figura alla corte, il ministro raccontava jeri sera al giuoco del re, con un'aria di condoglianza che mi dispiacque assai, che il giorno avanti questi dannati moschettieri, questi diavoli a quattro, ed egli calcava su queste parole con un accento ironico che mi dispiacque ancor più; questi scialacquatori, aggiunse egli guardandomi col suo occhio da gatto tigre, avevano fatto tardi sulla strada Ferou, in un'osteria, e che una pattuglia delle sue guardie, ho creduto che egli mi andasse a ridere sul naso, era stata costretta di arrestare i perturbatori, capperi! Voi dovete saperne qualche cosa! arrestare dei moschettieri! voi vi eravate, voi altri; non vi difendeste, siete stati riconosciuti, ed il ministro vi ha nominati. Ciò accade per colpa mia, sì, per colpa mia, poichè sono io che faccio la scelta dei moschettieri. Vediamo, voi, Aramis, perchè diavolo mi avete domandata la casacca quando voi sareste stato così bene sotto la sottana? Vediamo, voi, Porthos, non avete voi una bella bandoliera d'oro peraltro che per attaccarci una spada di paglia? Athos! io non vedo Athos: dove è egli?

— Signore, rispose tristamente Aramis, egli è malato, gravemente malato.

— Malato, gravemente malato, voi dite? e di qual malattia?

— Si teme che possa essere il vajuolo, signore, rispose Porthos, volendo mischiare a sua volta una parola nella conversazione, cosa che sarà dispiacente, perchè certissimamente gli guasterà il viso.

— Malato del vajuolo! ecco ancora un'altra gloriosa storia che mi raccontate, Porthos! malato del vajuolo alla sua età! non può essere!... sarà ferito senza dubbio, fors'anche ucciso... Ah! se io lo sapeva!... Capperi! signori moschettieri io non intendo che si vadano ad affollare così i luoghi cattivi, che si facciano delle questioni sulla strada, che si menino sciabolate nei crociali delle vie. Io non voglio infine che si dia argomento da ridere alle guardie del ministro che sono composte di brava gente, tranquilla, destra, che non si mettono mai nel caso di essere arrestate, e che d'altronde, ne sono sicuro, essi non si lascerebbero arrestare! essi amerebbero meglio di morire al loro posto di quello che fare un passo in addietro. Salvarsi, sbaragliarsi, fuggire, questo è buono per i moschettieri del re!

Porthos e Aramis fremevano di rabbia. Essi avrebbero volentieri strangolato il sig. de Tréville, se in fondo a tutto ciò non avessero scorto che era il grande amore che portava loro che lo faceva parlare in tal guisa. Essi battevano il piede sul tappeto, si mordevano le labbra fino al sangue, e stringevano con tutta la loro forza la guardia della loro spada. Al di fuori si era intesa la chiamata, come abbiamo detto, Athos, Porthos e Aramis, e si era indovinato, dall'accento della voce del sig. de Tréville, che egli era pienamente in collera. Dieci teste curiose si erano appoggiate alla porta, e impallidivano pel furore: perchè le loro orecchie incollate alla porta non perdevano una sillaba di tutto ciò che si diceva, nel mentre che le loro bocche ripetevano a peso, ed a misura le parole insultanti del capitano a tutta la popolazione dell'anticamera. In un istante, dalla porta del gabinetto fino alla porta di strada, tutto il palazzo fu in ebollizione.

— Ah! i moschettieri del re si fanno arrestare dalle guardie del ministro! continuò il sig. de Tréville furioso internamente quanto i suoi soldati, ma dicendo a scatti le sue parole, e vibrandole una ad una per così dire come tanti colpi di stiletto nel petto dei suoi uditori. Ah! sei guardie del ministro arrestano sei moschettieri di Sua Maestà! Capperi! io ho fatta la mia risoluzione. Io vado di corsa al Louvre: io domando la mia dimissione di capitano del re, per chiedere un posto di sottotenente nelle guardie del ministro. E se egli mi rifiuta, cappita! io vado a farmi frate.

A queste parole il mormorio dell'esterno divenne un'esplosione; dappertutto non si sentiva che giuramenti e bestemmie. I cappita! le morti di tutti i diavoli! s'incrociavano per l'aria. D'Artagnan cercava una tenda dietro la quale potersi nascondere, e si sentiva una volontà smisurata di cacciarsi sotto la tavola.

— Ebbene! mio capitano, disse Porthos fuori di se, la verità è che noi eravamo sei contro sei, ma noi siamo stati presi alla traditora, e primachè noi avessimo avuto il tempo di cavare le nostre spade due dei nostri erano già morti e Athos gravemente ferito, non valeva niente di più. Poichè voi lo conoscete, Athos; ebbene! capitano, egli ha tentato due volte di rialzarsi e due volte è ricaduto. Però noi non ci siamo arresi, no! ci hanno trascinati a forza. Cammin facendo noi ci siamo salvati. In quanto ad Athos, fu creduto morto, e fu lasciato tranquillamente sul campo di battaglia, non credendo che valesse la pena di trasportarlo. Ecco la storia. Che diavolo! capitano, non si possono vincere tutte le battaglie. Il gran Pompeo ha perduto quella di Farsaglia, e il re Francesco I, che, a quanto ho inteso dire, era coraggioso quanto un altro; però ha perduto quella di Pavia. Ed io ho l'onore di assicurarvi, che ne ho ammazzato uno colla sua propria spada, disse Aramis, perchè la mia fu spezzata alla prima parata. Ucciso o pugnalato, signore, come più vi piace.

— Io non sapeva questo, riprese il signor de Tréville con un tuono un poco più raddolcito. Il ministro aveva dunque esagerato, a quanto sembra.

— Ma di grazia, signore, continuò Aramis, che vedendo il suo capitano rappacificarsi, azzardava una preghiera, di grazia, signore, non dite che Athos pure è ferito; egli sarebbe alla disperazione se questa cosa giungesse alle orecchie del re, e siccome la sua ferita è delle più gravi, attesochè dopo avere attraversata la spalla essa penetra nel petto, sarebbe a temersi...

Nel medesimo istante la portiera si alzò, e una nobile e bella, ma spaventosamente pallida testa comparve sotto la frangia.

— Athos! gridarono i due moschettieri.

— Athos! ripetè lo stesso de Tréville.

— Voi mi avete chiamato, signore, disse Athos a de Tréville con una voce indebolita ma perfettamente calma, voi mi avete chiamato, a quanto mi hanno detto i nostri camerati, ed io mi affretto di venire a sentire i vostri ordini: eccomi, signore, che volete da me?

E a queste parole il moschettiere, in tenuta irreprensibile, cinghiato come era di costume, entrò con passo fermo nel gabinetto. Il sig. de Tréville commosso fino al fondo del cuore per questa prova di coraggio, si precipitò a lui incontro:

— Io era in vena di dire a questi signori, aggiunse egli, che io proibisco ai miei moschettieri di esporre la loro vita senza necessità, perchè la brava gente è cara al re, e il re sa che i suoi moschettieri sono la più brava gente della terra. La vostra mano, Athos.

E senza aspettare che il nuovo arrivato rispondesse a questa prova di affezione, il signor de Tréville afferrò la sua mano destra, e gliela strinse con tutte le sue forze, senza accorgersi che Athos, per quanto fosse grande l'impero che aveva su di se stesso, lasciò sfuggirsi un movimento di dolore, e impallidì ancor più, cosa che si sarebbe potuta credere impossibile.

La porta era rimasta socchiusa, tanto avea prodotta sensazione l'arrivo di Athos, di cui, ad onta del segreto, era da tutti conosciuta la sua ferita. Un urlo di soddisfazione accolse le ultime parole del capitano, e due o tre teste, trascinate dall'entusiasmo, apparvero sotto l'apertura della portiera. Senza dubbio, il sig. de Tréville stava per reprimere con risentite parole questa infrazione alle leggi dell'etichetta, allorquando sentì ad un tratto la mano di Athos incresparsi sotto la sua, e fissando gli occhi sul di lui viso si accorse che stava per svenire. Nel medesimo istante Athos, che aveva raccolte tutte le sue forze per resistere al dolore, fu vinto da questo, e cadde sul pavimento come se fosse morto.

— Un chirurgo! gridò il sig. de Tréville. Il mio, quello del re, il migliore! un chirurgo! oh capperi! il mio bravo Athos muore.

Alle grida del sig. de Tréville tutti si precipitarono nel suo gabinetto senza che egli pensasse a chiudere la porta ad alcuno, ciascuno si adoperava intorno al ferito. Ma tutto questo adoprarsi sarebbe stato inutile se il richiesto dottore non si fosse ritrovato nello stesso palazzo; egli fendè la folla, si avvicinò ad Athos sempre svenuto, e siccome questo rumore e questo movimento lo incomodavano gravemente, egli domandò per prima cosa, e come la più urgente, che il moschettiere fosse trasportato in una camera vicina. Il sig. de Tréville aprì tosto una porta mostrando la via a Porthos e ad Aramis, che trasportarono il loro camerata sulle loro braccia. Dietro a questo gruppo camminava il chirurgo, e dietro il chirurgo si richiuse la porta.

Allora il gabinetto del sig. de Tréville, questo luogo ordinariamente tanto rispettato, divenne momentaneamente una succursale dell'anticamera. Ciascuno discorreva, perorava, parlava ad alta voce, giurava, sacramentava, mandava il ministro e le sue guardie a tutti i diavoli.

Un istante dopo, Porthos e Aramis rientrarono; il chirurgo ed il sig. de Tréville soltanto erano rimasti presso il ferito. Finalmente il sig. de Tréville rientrò egli pure. Il ferito aveva ripreso l'uso dei sensi; il chirurgo dichiarava che lo stato del moschettiere non aveva niente che potesse allarmare i suoi amici, e che la sua debolezza era puramente e semplicemente cagionata dalla perdita del sangue.

Quindi il sig. de Tréville fece un segno colla mano, e ciascuno si ritirò, eccetto d'Artagnan, che non dimenticava di dovere avere udienza, e che, colla tenacità di Guascogna, era rimasto allo stesso punto.

Allorquando tutti furono sortiti, e che la porta fu chiusa, il sig. de Tréville si ritrovò solo in faccia al giovane. L'avvenimento che era accaduto gli aveva in qualche modo fatto perdere il filo delle sue idee. Egli s'informò dunque di ciò che voleva da lui l'ostinato sollecitatore. D'Artagnan pronunziò allora il suo nome, ed il sig. de Tréville riordinando ad un tratto la memoria del passato col presente, si ritrovò al corrente della situazione.

— Perdono, diss'egli, sorridendo, perdono, mio caro compratriota, io vi aveva del tutto dimenticato. Che volete! un capitano non è che un padre di famiglia sopraccaricato di una maggior responsabilità di quella dei padri di famiglia ordinarj. I soldati sono figli grandi; ma siccome mi sta a cuore che gli ordini del re siano eseguiti, e soprattutto quelli del ministro...

D'Artagnan non potè dissimulare un sorriso. Da questo sorriso il signor de Tréville giudicò che egli non aveva a che fare con uno stupido, e venendo direttamente al fatto, cambiando d'improvviso il discorso:

— Io ho amato molto il vostro signor padre, disse egli. Che posso fare io per suo figlio? fate presto, il mio tempo non è mio.

— Signore, disse d'Artagnan, nel lasciare Tarbes e nel venire qui, io mi proponeva di domandarvi, in rimembranza di quell'amicizia che voi non avete perduta di mente, una casacca da moschettiere; ma dopo tutto ciò che vedo da due ore, capisco che un tal favore sarebbe enorme, e temo di non meritarlo.

— Questo è un favore di fatto, o giovane, rispose il sig. de Tréville; ma egli può non essere tanto forte in vostro riguardo quanto voi lo credete o fate sembianza di crederlo. Tuttavia una decisione di Sua Maestà ha preveduto questo caso, ed io vi annunzio con dispiacere che non si riceve più alcuno nei moschettieri senza aver fatto un'antecedente prova in qualche campagna in certe azioni singolari, o di due anni di servizio in un reggimento meno favorito del nostro.

D'Artagnan s'inchinò senza risponder parola. Egli si sentiva ancor più avido d'indossare l'uniforme di moschettiere dappoichè vi erano tante difficoltà da sormontare.

— Ma, continuò de Tréville, fissando nel suo compatriota uno sguardo penetrante che si sarebbe detto che egli voleva leggere fino al fondo del suo cuore, ma, in favore di vostro padre, mio antico compagno, come vi ho già detto, io voglio fare qualche cosa per voi, giovane. I nostri cadetti di Bearn non sono ordinariamente ricchi, e io dubito che le cose sieno grandemente cambiate dopo la mia partenza dalla provincia. Voi dunque non ne dovete aver troppo, per vivere, del danaro che avete portato con voi.

D'Artagnan si raddrizzò con aria orgogliosa, che voleva dire che egli non domandava la elemosina a nessuno.

— Sta bene, giovane, sta bene, continuò de Tréville, io conosco quell'aria; io sono venuto a Parigi con quattro scudi in saccoccia, e mi sarei battuto con chiunque mi avesse detto che io non era abbastanza ricco per comprare il palazzo del Louvre.

D'Artagnan si raddrizzò sempre più: con la vendita del suo cavallo, egli cominciava la sua carriera con quattro scudi di più che il sig. de Tréville non aveva incominciata la sua.

— Voi dovete dunque, diceva io, aver bisogno di conservare quello che avete, per quanto grande ne sia la somma; ma voi dovete aver bisogno ancora di perfezionarvi negli esercizi che convengono ad un gentiluomo. Fin d'oggi io scriverò una lettera al direttore dell'Accademia Reale, e cominciando da domani voi sarete ricevuto senza alcuna retribuzione. Non rifiutate questo piccolo vantaggio. I nostri gentiluomini i meglio nati ed i più ricchi qualche volta lo sollecitano senza poterlo ottenere! Voi imparerete la cavallerizza, la scherma ed il ballo; voi vi farete delle buone conoscenze, e di tempo in tempo verrete a vedermi per dirmi a che punto siete, e se io posso fare qualche cosa per voi.

D'Artagnan per quanto fosse estraneo ai costumi della corte, s'accorse della freddezza di questo ricevimento.

— Ahimè! signore, diss'egli, oggi, m'accorgo bene di qual danno mi sia la mancanza della lettera di raccomandazione che mio padre mi aveva data per voi.

— Infatti, rispose il sig. de Tréville, io mi meraviglio che voi abbiate intrapreso un così lungo viaggio senza questa scorta necessaria, nostra sola risorsa, a noi altri Bearnesi.

— Io l'aveva, signore, e, grazie a Dio, in buona regola, ma me l'hanno perfidamente rubata.

Egli raccontò tutta la scena di Méung, dipinse il gentiluomo sconosciuto con tutti i suoi più piccoli dettagli, e il tutto con un calore e una verità che si riconciliarono il sig. de Tréville.

— Ecco ciò che è strano, disse quest'ultimo meditando, voi dovete aver parlato di me ad alta voce?

— Sì, signore, senza dubbio io ho commesso questa imprudenza; ma che volete! un nome come il vostro doveva servirmi di scudo sulla strada. Giudicate se io me ne sono servito per mettermi al coperto!

L'adulazione allora era molto in moda, ed il sig. de Tréville amava l'incenso come un re, o come un ministro; egli non potè dunque, impedirsi dal sorridere con una visibile soddisfazione; ma questo sorriso scomparve ben presto, e ritornando a se stesso ed all'avventura di Méung.

— Ditemi, continuo egli, questo gentiluomo non aveva una leggera cicatrice sulla tempia?

— Sì, come la fa la sfioratura di una palla.

— Non è egli un uomo di bel portamento?

— Sì.

— Di alta statura?

— Sì.

— Pallido di colorito, e bruno di pelo?

— Sì, sì: è lui. Come accade, signore, che voi conoscete quest'uomo? Ah! se io lo ritrovo, e lo ritroverò, io vi giuro, fosse ancora nell'inferno...

— Egli aspettava una donna? continuò de Tréville.

— Egli almeno è partito dopo avere per pochi istanti parlato con la donna che aspettava.

— Voi sapete qual era l'argomento della loro conversazione?

— Egli le consegnò un pacchetto, dicendole che questo pacchetto conteneva le istruzioni, e le raccomandava di non aprirlo che a Londra.

— Questa donna era inglese?

— Egli la chiamava Milady.

— È lui, mormorò de Tréville, è lui! io lo credeva ancora a Brusselle.

— Oh! signore: se voi sapete chi è quest'uomo, gridò d'Artagnan, indicatemelo, ditemi chi è, dove sta, ed allora vi tengo sciolto da tutto, anche dalla vostra promessa di farmi entrare nei moschettieri, perchè prima d'ogni altra cosa io voglio vendicarmi.

— Guardatevi bene, giovane! gridò de Tréville; se voi, al contrario, lo vedete venire da una parte della strada, passate dall'altra; non andate ad urtare contro un simile scoglio, egli vi tritolerebbe come un vetro.

— Ciò non m'impedisce, disse d'Artagnan, che se io mai lo ritrovo...

— Frattanto, rispose de Tréville, io vi consiglio di non cercarlo: questo è il consiglio che posso darvi.

Ad un tratto de Tréville si fermò colpito da un subitaneo sospetto. Questo grand'odio che sì altamente manifestava il giovane viaggiatore per quest'uomo, che, cosa poco verosimile, gli aveva rubata la lettera di suo padre, quest'odio non poteva nascondere qualche perfidia? Questo giovane non potevagli essere stato inviato dal ministro? Non poteva egli venire per tendergli un qualche laccio! Questo preteso d'Artagnan non poteva egli essere un qualche emissario del ministro che si cercava di introdurre in sua casa, e che si voleva porre al di lui fianco per sorprendere la sua confidenza, e per perderlo più tardi, come ciò era stato praticato le mille volte? Egli guardò d'Artagnan più fissamente ancora questa seconda volta di quello che non avesse fatta la prima. Egli fu mediocremente rassicurato da quella fisonomia sfavillante di spirito astuto e di umiltà affettata.

— Io so bene che egli è Guascone, pensò egli, ma egli può esserlo tanto per me che pel ministro. Vediamo, mettiamolo alla prova. Amico mio, gli disse lentamente, io voglio, come al figlio del mio antico amico, poichè ritengo vera la storia di questa lettera perduta, io voglio, diceva, riparare alla freddezza che voi avete rimarcata nella mia accoglienza, e scuoprirvi i segreti della nostra politica. Il re ed il ministro sono i migliori amici, tutte le apparenti dissensioni non sono che per ingannare gli stupidi. Io non pretendo che un compatriota, un bel cavaliere, un bravo giovane, fatto per gli avanzamenti, sia ingannato da tutte queste simulazioni e cada come uno stupido sul vischio, a somiglianza di tanti altri che vi si sono perduti. Pensate bene che io sono affezionato a questi due padroni che tutto possono, e che giammai le mie serie dimostrazioni non avranno altro scopo che quello del servizio del re e del ministro, uno dei più illustri genj che la Francia abbia prodotti. Ora, giovane, regolatevi su ciò, e se voi avete, sia per famiglia, sia per relazioni, sia per istinto ancora, qualcuna di queste inimicizie contro il ministro, tali che noi vediamo scoppiare nei nostri gentiluomini, ditemi addio, e lasciamoci. Io vi ajuterò in mille circostanze, ma senza attaccarvi alla mia persona. Io spero che la mia franchezza, in tutti i casi, vi farà diventare mio amico, perchè voi siete qui il solo giovane a cui io abbia parlato come faccio.

De Tréville diceva a se stesso:

— Se il ministro mi ha mandato questo giovine volpe, egli non avrà certamente mancato, egli che non sa a qual punto lo esecro, di dire al suo spione che il miglior mezzo di farmi la corte è quello di dirmi il peggio di lui; così malgrado le mie proteste il furbo compare mi risponderà certamente ch'egli ha in orrore il ministro.

Accadde però altrimenti di ciò che si aspettava de Tréville; d'Artagnan rispose colla più grande semplicità.

— Signore, io vengo a Parigi con intenzioni del tutto uguali. Mio padre mi ha raccomandato di non soffrire niente che dal re, dal ministro e da voi ch'egli stima i tre primi personaggi della Francia.

D'Artagnan aggiungeva il signor de Tréville agli altri due, come si può ben conoscere, ma egli pensava che questa aggiunta non doveva guastar niente.

— Io dunque ho la più gran venerazione pel ministro, ed il più profondo rispetto per li suoi atti.

— Tanto meglio per me, signore, se voi mi parlate, come voi lo dite, con franchezza, perchè allora mi farete l'onore di stimare questa rassomiglianza di gusti; ma se voi avete avuta qualche diffidenza, altronde ben naturale, io m'accorgo di perdermi nel dire la verità; ma tanto peggio, voi non per questo lascerete di stimarmi, e questa è la cosa che più d'ogni altra mi sta a cuore in questo mondo.

Il signor de Tréville fu sorpreso all'ultimo punto. Tanta penetrazione e tanta franchezza finalmente gli cagionavano ammirazione, ma non gli toglievano del tutto i suoi dubbi, più questo giovane era superiore agli altri giovani, più era da temersi s'egli si sbagliava. Non ostante egli strinse la mano di d'Artagnan dicendogli:

— Voi siete un onesto giovane, ma in questo momento io non posso fare per voi che quello che or ora vi ho detto. La mia abitazione vi sarà sempre aperta. Potendo voi chiedere di me ad ogni ora, e per conseguenza afferrare tutte le occasioni, potrete ancora in seguito ottenere ciò che ora desiderate.

— Vale a dire, signore, ripreso d'Artagnan, che voi aspetterete ch'io me ne sia reso degno? Ebbene! siate tranquillo, aggiunse egli colla familiarità d'un Guascone, voi non aspetterete lunga pezza.

E salutò per ritirarsi come se oramai il restante non lo riguardasse.

— Ma aspettate dunque, disse il sig. de Tréville fermandolo: io vi ho promesso una lettera pel direttore dell'Accademia. Sarete voi tanto fiero da non accettarla, mio giovane gentiluomo?

— No, signore, disse d'Artagnan, e vi garantisco che questa non andrà come l'altra: io la custodirò tanto bene che, ve lo giuro, essa sarà rimessa al suo indirizzo, e disgraziato colui che tentasse d'inviolarmela!

Il signor de Tréville sorrise a questa fanfaronata, e lasciando il suo giovane compatriota nel vano della finestra ove si trovavano, ed ove avevano parlato assieme, andò a sedersi ad una tavola, e si pose a scrivere la promessa lettera di raccomandazione. In questo tempo, d'Artagnan che non aveva niente di meglio da fare, si mise a battere una marcia contro i cristalli, osservando i moschettieri che se ne andavano gli uni dopo gli altri, e seguendoli collo sguardo fino a che fossero scomparsi dai suoi occhi voltando all'angolo della strada.

Il signore de Tréville, dopo avere scritta la lettera, la sigillò, e alzandosi si avvicinò al giovane per consegnargliela: ma nel momento stesso in cui d'Artagnan stendeva la mano per riceverla, il signor de Tréville fu meravigliato di vedere il suo protetto fare un sussulto, arrossire di collera e slanciarsi dal gabinetto gridando:

— Ah! per tutti i diavoli! egli non mi sfuggirà questa volta.

— E chi è questo? domandò il sig. de Tréville.

— Lui il mio ladro! rispose d'Artagnan. Ah! traditore!.

Ed egli disparve.

— Che diavolo di pazzo! mormorò il sig. de Tréville. A meno che però, questo non sia un modo furbo di schivarsi, vedendo che gli è mancato il colpo!

CAPITOLO IV. LA SPALLA D'ATHOS, LA BANDOLIERA DI PORTHOS, ED IL FAZZOLETTO D'ARAMIS

D'Artagnan furioso aveva traversata l'anticamera in tre salti, e slanciandosi sulla scala contava di scenderne gli scalini a quattro, a quattro, allorchè trasportato dalla sua corsa, andò colla testa bassa ad urtare contro un moschettiere che sortiva dal signor de Tréville per una porta secreta, e urtandolo di faccia contro una spalla, gli fece mandare un grido, o piuttosto un urlo.

— Scusatemi, disse d'Artagnan tentando di riprendere la sua corsa, scusatemi, ma ho fretta.

Appena aveva egli disceso la prima scala, che una mano di ferro lo prese per la sua sciarpa e lo fermò.

— Voi avete fretta! gridò il moschettiere pallido come un lenzuolo, sotto questo pretesto voi mi urtate, voi mi dite «scusatemi» e voi credete che ciò basti? niente affatto, giovane mio. Credete voi, perchè oggi avete inteso il signor de Tréville parlarci un poco cavallerescamente, che ci si possa trattare com'egli ci parla? Disingannatevi, compagno: voi non siete il sig. de Tréville.

— In fede mia replicò d'Artagnan, che riconobbe Athos, che, dopo la medicatura fatta dal chirurgo, ritornava alla sua stanza: in fede mia non ho fatto a posta, e non avendolo fatto a posta, ho detto «scusatemi». Mi sembra dunque che sia abbastanza. Vi ripeto però, e questa volta forse è troppo, che in parola d'onore: ho fretta, moltissima fretta. Lasciatemi dunque, io vi prego, e lasciatemi andare ove ho che fare.

— Signore, disse Athos lasciandolo, voi non siete educato. Si vede che voi venite di lontano.

D'Artagnan aveva già discesi alcuni scalini, ma all'osservazione di Athos si fermò sull'atto.

— Per bacco! signore! diss'egli per quanto io venga di lontano, non sarete certamente voi che mi darete una lezione di educazione ve ne prevengo.

— Forse sì, disse Athos.

— Ah! se io non avessi tanta fretta, gridò d'Artagnan, a se non corressi dietro a qualcuno....

— Signor dalla fretta, voi mi troverete senza correre, intendete voi.

— E dove, se vi piace?

— Vicino ai Carmelitani-Scalzi.

— A qual'ora?

— Verso il mezzogiorno.

— Verso il mezzogiorno, sta bene, vi sarò.

— Procurate di non farmi troppo aspettare, poichè vi prevengo che a mezzogiorno e un quarto sarò io che correrò dietro a voi, e nella corsa vi taglierò le orecchie.

— Buono disse d'Artagnan, vi sarò dieci minuti prima del mezzogiorno.

— E si rimise a correre come se il diavolo lo trasportasse, sperando di ritrovare ancora il suo sconosciuto, chè il suo passo tranquillo non doveva averlo condotto molto lontano.

Ma alla porta di strada Porthos parlava con un soldato di sentinella. Fra i due parlatori vi era precisamente lo spazio per un uomo. D'Artagnan credè che questo spazio gli fosse sufficiente, e si slanciò per passare come una freccia fra loro due. Ma d'Artagnan aveva fatto il suo conto senza il vento. Mentre stava per passare, il vento s'ingolfò nel lungo mantello di Porthos, e d'Artagnan venne a dare diritto nel mantello. Senza dubbio Porthos aveva delle ragioni per non abbandonare questa parte essenziale del suo vestito, perchè invece di lasciare andare il lembo che teneva, lo tirò a se, di modo che d'Artagnan, si avvolse nel velluto per un movimento di rotazione che si spiega per la resistenza dell'ostinato Porthos.

D'Artagnan, sentendo giurare il moschettiere, volle sortire per disotto al mantello che lo accecava, e cercò l'uscita fra le pieghe. Egli soprattutto temeva di avere lesa la freschezza della magnifica bandoliera che noi conosciamo; ma aprendo timidamente gli occhi, si ritrovò col naso appoggiato fra le due spalle di Porthos, cioè precisamente sulla bandoliera. Ahimè! come la maggior parte delle cose di questo mondo, che non hanno per esso che l'apparenza, la bandoliera era d'oro davanti, e di semplice pelle di bufalo per di dietro. Porthos da vero gaudente com'era, non potendo avere una intera bandoliera d'oro, ne aveva almeno la metà: si comprendeva allora la necessità del raffreddore, e l'urgenza del mantello.

— Cospetto! gridò Porthos, facendo tutti gli sforzi per sbarazzarsi di d'Artagnan che gli bulicava nel dorso voi siete dunque arrabbiato per gettarvi in tal modo sulle persone!

— Scusatemi, disse d'Artagnan ricomparendo sotto la spalla del gigante, ma io aveva fretta, io corro dietro un tale...

— È forse per caso, che voi vi dimenticate degli occhi quando correte? domandò Porthos.

— No, rispose d'Artagnan piccato, e mercè i miei occhi, io vedo eziandio quello che non vedono tutti gli altri.

Porthos, comprendesse o non comprendesse, fatto sta, che si lasciò trasportare dalla sua collera.

— Signore, vi prevengo che voi vi farete staffilare, se strofinate in tal guisa i moschettieri.

— Staffilare! signore, disse d'Artagnan, la parola è dura.

— È quella che conviene ad un uomo abituato a guardare in faccia ai suoi nemici.

— Ah! per bacco, lo so bene io che voi non volterete le spalle ai vostri.

Ed il giovane incantato della sua malizia, si allontanò ridendo a gola piena.

Porthos colla schiuma per la rabbia fece un movimento per precipitarsi sopra d'Artagnan.

— Più tardi, più tardi, gridò questi, quando voi non avrete più il vostro mantello.

— A un'ora adunque, dietro il Luxembourg.

Ma nè nella strada che aveva percorsa, nè in quella che poteva scorgere collo sguardo per intero, egli non vide alcuno. Per quando lo sconosciuto fosse andato lentamente, aveva però sempre guadagnata strada, o forse ancora poteva essere entrato in qualche casa. D'Artagnan s'informò di lui da tutti quelli che incontrava; discese fino al traghetto, rimontò per la strada della Senna, e la Croce-Rossa; ma niente, assolutamente niente. Ciò non ostante questa corsa gli fu profittevole in questo senso, cioè che mentre il sudore inondava la sua fronte, il suo cuore si raffreddava. Egli si mise allora a riflettere sugli avvenimenti ch'erano accaduti; essi erano numerosi e nefasti; erano appena undici ore della mattina, e già la mattinata gli aveva attirata la disgrazia del sig. Tréville, che poteva benissimo ritrovare non molto cavalleresca la maniera con la quale lo aveva lasciato. Inoltre, egli aveva accaparrati due buoni duelli con persone capaci ciascuno di uccidere tre d'Artagnan; con due moschettieri infine, cioè con due di quegli esseri ch'egli stimava tanto, e ch'egli metteva col suo pensiero e col cuore, al di sopra di tutti gli altri uomini.

La congiuntura era trista. Sicuro di essere ucciso da Athos, si capirà che il giovane non s'inquietava molto di Porthos. Per tanto, siccome la speranza è l'ultima cosa che si estingue nell'uomo, giunse a sperare ch'egli potrebbe sopravvivere, con ferite orribili, bene inteso, a questi due duelli, e, nel caso di sopravvivenza, egli si fece per l'avvenire i seguenti rimproveri:

— Che testa senza cervello, che uomo stupido, ch'io sono! questo bravo e disgraziato Athos era ferito precisamente nella spalla contro la quale io ho battuto la testa a guisa di un becco. La sola cosa che mi sorprende si è che non m'abbia ucciso sull'atto: egli ne aveva il diritto, ed il dolore che io gli ho procurato deve essere stato atroce. In quanto a Porthos, oh! in quanto a Porthos, in fede mia, è più curiosa.

E suo malgrado il giovane si mise a ridere, guardando ciò nonostante se questo riso isolato, e senza causa agli occhi di quelli che lo vedevano ridere, non fosse stato per offendere qualcuno che passava.

— In quanto a Porthos è più curiosa; ma io però, non per questo, sono un meno miserabile stordito. E dove mai uno si può gettare in tal guisa sulla gente senza neppur dirgli guardati? no! e si va a guardare così sotto il mantello per vedervi ciò che non vi è? egli mi avrebbe perdonato se io non gli avessi parlato di quella maledetta bandoliera, con parole coperte, è vero, ma coperte molto bene! Ah! maledetto Guascone ch'io sono! anderò a fare lo spiritoso nella padella da friggere. Andiamo, d'Artagnan, amico mio, continuò egli parlando a se stesso con tutta l'amenità che credeva doversi, se tu la scappi, cosa che è poco probabile, bisognerà in avvenire essere di una gentilezza perfetta. D'ora innanzi bisognerà che ti ammirino, che ti citino come un modello. L'essere previdente e gentile non è viltà. Guarda piuttosto Aramis: è la dolcezza e la grazia in persona. Ebbene! si è mai pensato nessuno di dire che Aramis è un vile? no, certamente, e d'ora innanzi io voglio modellarmi su di lui. Ah! eccolo precisamente.

D'Artagnan camminando, e parlando da solo, era giunto a pochi passi del palazzo d'Aiguillon, e davanti a questo palazzo egli aveva veduto Aramis parlare allegramente con tre gentiluomini della guardia del re. Dal suo canto, Aramis aveva veduto d'Artagnan, ma siccome egli non dimenticava che era stato davanti a questo giovane, che il signore de Tréville si era lasciato trasportare nella mattina, e che un testimonio dei rimproveri che i moschettieri avevano ricevuto non gli era in alcun modo aggradevole, fece sembiante di non vederlo. D'Artagnan, al contrario, tutto intento ai suoi piani di riconciliazione e di cortesia, si avvicinò ai quattro giovani facendo loro un gran saluto accompagnato dal più grazioso sorriso. Aramis inchinò leggermente la testa, ma non sorrise affatto. Tutti e quattro, del resto, interruppero nel medesimo istante la loro conversazione.

D'Artagnan non era così stupido da non accorgersi ch'egli v'era di troppo; ma egli non era ancora assuefatto ai costumi del bel mondo per sapersi togliere con disinvoltura da una falsa posizione, come in generale è quella di un uomo che è venuto a mischiarsi con gente ch'egli conosce appena, e in una conversazione che non gli riguarda. Egli cercava in se stesso un mezzo di fare la sua ritirata il meno goffamente che era possibile, allorchè rimarcò che Aramis aveva lasciato cadere il suo fazzoletto, e per una inavvertenza senza dubbio, vi aveva messo sopra il piede; il momento gli parve giunto di riparare alla sua posizione; egli si abbassò, e coll'aria la più graziosa che potè ritrovare, tirò il fazzoletto dal disotto del piede del moschettiere, per quanto questi facesse sforzo per ritenerlo, e gli disse nel consegnarlo:

— Io credo, signore, che questo sia un fazzoletto che avreste dispiacere a perderlo.

Il fazzoletto era in fatti riccamente orlato, e portava una corona ed uno stemma in un angolo. Aramis arrossì eccessivamente e strappò piuttosto che prese il fazzoletto dalle mani del Guascone.

— Ah! ah! gridò una delle guardie; dirai tu ancora, secreto Aramis, che tu non sei nel favore della signora di Bois-Tracy, quando questa graziosa dama ha la gentilezza di prestarti i suoi fazzoletti?

Aramis lanciò a d'Artagnan uno di quegli sguardi che fanno comprendere ad un uomo che egli si è acquistato un nemico mortale; quindi riprendendo il suo tuono affabile:

— Voi vi sbagliate, signori, diss'egli, questo fazzoletto non è mio, e non so perchè il signore ha avuto a fantasia di rimetterlo a me piuttosto che a uno di voi, e per prova di ciò che io lo dico, ecco il mio nella mia saccoccia.

A queste parole, egli cavò il proprio suo fazzoletto molto elegante e di fina battista, quantunque fosse molto costosa in quell'epoca, ma fazzoletto senza ricami, senza arme, e ornato di una sola cifra; quella del suo proprietario.

Questa volta d'Artagnan non disse parola, egli aveva riconosciuta la sua goffaggine. Ma gli amici d'Aramis non si lasciarono convincere dal suo negare; e uno di essi indirizzandosi al giovane moschettiere con una serietà affettata:

— Se la cosa è così, diss'egli, come tu pretendi, io sarò sforzato, mio caro Aramis, di domandartelo, perchè, come tu sai, Bois-Tracy è uno dei miei intimi, ed io non voglio che nessuno abbia a farsi un trofeo cogli effetti di sua moglie.

— Tu domandi ciò male, rispose Aramis, e mentre riconosco la giustizia della reclamazione in quanto al fondo, io la rifiuterò in quanto alla forma.

— Il fatto è, azzardò timidamente d'Artagnan, che io non ho veduto sortire il fazzoletto dalla tasca del signor Aramis. Egli vi aveva il piede sopra, ecco tutto; ed ho pensato che avendovi il piede sopra, il fazzoletto fosse suo.

— E voi vi siete sbagliato, mio caro signore, rispose freddamente Aramis, poco sensibile alla riparazione.

Poi, volgendosi verso quella guardia che si era dichiarata l'amico di Bois-Tracy:

— D'altronde, continuò egli, io rifletto, mio caro intimo di Bois-Tracy, che io sono suo non meno tenero amico di quello che puoi esserlo tu stesso, di modo che a tutto rigore questo fazzoletto può essere egualmente sortito dalla tua saccoccia che dalla mia.

— No, sul mio onore, gridò la guardia di Sua Maestà.

— Tu hai giurato sul tuo onore, ed io sulla mia parola, ed allora vi sarà evidentemente uno di noi due che mentirà. Prendi, facciamo meglio, Montaran, prendiamone ciascuno una metà.

— Del fazzoletto?

— Sì.

— Perfettamente, gridarono le altre due guardie, il giudizio del re Salomone. Decisamente, Aramis, tu sei pieno di saggezza.

I due giovani scoppiarono dalle risa e, come si crederà bene, l'affare non potè avere nessuna conseguenza. In capo ad un istante la conversazione cessò, e le tre guardie ed il moschettiere, dopo di essersi cordialmente stretta la mano, voltarono; le tre guardie da una parte, e Aramis dall'altra:

— Ecco il momento di fare la mia pace con questo galantuomo, sì disse a se stesso d'Artagnan, che si era tenuto in disparte durante l'ultima parte di questa conversazione; e, con questo buon sentimento ravvicinandosi ad Aramis che si allontanava senza fare attenzione a lui:

— Signore, gli disse, io spero, che voi mi scuserete.

— Ah! signore, interruppe Aramis, permettetemi di farvi osservare che in questa circostanza voi non avete mai agito come doveva farlo un uomo galante.

— Che! signore, voi supponete...

— Io suppongo, signore, che voi non siete un imbecille, e che voi sapete bene, quantunque veniate dalla Guascogna, che non si tiene un piede sopra un fazzoletto da tasca senza il suo perchè. Che diavolo! Parigi non è già selciato di battista.

— Signore, voi avete torto di cercare di umiliarmi, disse d'Artagnan, in cui il naturale litigioso cominciava a parlare più alto che le risoluzioni pacifiche. Io sono di Guascogna è vero, e, poichè voi lo sapete, io non avrò bisogno di dirvi che i Guasconi sono un poco rozzi, dimodochè quando si sono scusati una volta fosse ancora di una sciocchezza, essi sono convinti che hanno già fatto la metà di più di quello che non dovevano.

— Signore, ciò che vi ho detto, rispose Aramis, non è per muovervi contesa. Grazie a Dio! io non sono uno spadaccino, e non essendo moschettiere che provvisoriamente, io non mi batto che allora quando vi son costretto, e sempre ancora con una gran ripugnanza. Ma questa volta l'affare è grave, perchè ecco qui una donna compromessa per cagione vostra.

— Per causa vostra, dovete dire! gridò d'Artagnan.

— Perchè avete voi avuto la goffaggine di rendermi questo fazzoletto?

— Perchè avete avuto voi quella di lasciarlo cadere?

— Io l'ho detto, e lo ripeto, questo fazzoletto non è sortito dalla mia tasca.

— Ebbene! voi avete mentito due volte, signore! perchè io ve l'ho veduto sortire.

— Ah! voi la prendete su questo tuono, signor Guascone? ebbene io vi insegnerò a vivere!

— Ed io vi rimanderò alla vostra abbazia, signore abate! degnatevi, se vi piace, e sull'istante.

— No; se vi piace, mio bello amico, no qui almeno: Non vedete voi che noi siamo dirimpetto al palazzo d'Aiguillon, il quale è pieno di creature del ministro? chi mi dice che non sia il ministro che vi ha incaricato di procurargli la mia testa? ora io ho un ridicolo trasporto per la mia testa, atteso che mi sembra ch'ella sia adattatissima alle mie spalle. Io voglio dunque uccidervi, siate tranquillo, ma uccidervi dolcemente, in un luogo chiuso e coperto, là ove voi non possiate vantarvi con alcuno della vostra morte.

— Io mi vi adatto, ma non vi fidate troppo, e portate con voi il vostro fazzoletto, che vi appartenga o no; forse avrete l'occasione di servirvene.

— Il signore è Guascone? domandò Aramis.

— Sì, ma il signore non mi fissa l'appuntamento per prudenza.

— La prudenza, signore, è una virtù molto inutile al moschettiere, ma indispensabile nelle altre condizioni, e siccome io non sono moschettiere che provvisoriamente, ho cura di rimanere prudente. A due ore io avrò l'onore di aspettarvi al palazzo del sig. de Tréville.

— Là io v'indicherò il luogo opportuno.

I due giovani si salutarono, quindi Aramis si allontanò risalendo la strada che conduceva al Luxembourg, nel mentre che d'Artagnan, vedendo che l'ora si avanzava, prendeva la strada dei Carmelitani-Scalzi dicendo fra se stesso:

— Decisamente io non ne posso uscire, ma almeno se io sarò ucciso, lo sarò da un moschettiere.

CAPITOLO V. I MOSCHETTIERI DEL RE, E LE GUARDIE DEL MINISTRO

D'Artagnan non conosceva nessuno a Parigi. Egli andò dunque all'appuntamento d'Athos senza condur seco un padrino, risoluto di contentarsi di quello che avrebbe scelto il suo avversario. D'altronde la sua intenzione era formale di fare cioè al bravo moschettiere tutte le scuse convenienti ma senza debolezza, temendo che resultasse da questo duello ciò che resulta sempre dispiacente in un affare di questo genere, quando un uomo giovane, e vigoroso si batte con un avversario ferito e debole: vinto, egli raddoppia il trionfo del suo antagonista; vincitore, è accusato di prevaricamento e di facile audacia.

Del resto, o noi abbiamo male esposto il carattere del nostro cercatore di avventure o il nostro lettore ha già dovuto rimarcare che d'Artagnan non era un uomo ordinario. Così, mentre ripeteva a se stesso che la sua morte era inevitabile, egli non si rassegnava punto a morire dolcemente, come un altro, meno coraggioso e meno moderato di lui, avrebbe fatto nel suo posto. Egli rifletteva ai diversi caratteri di quelli coi quali doveva battersi, e cominciò a veder più chiaro nella sua situazione. Egli sperava, mercè le scuse leali che si riserbava, di farsi un amico in Athos, la di cui aria di gran signore, e la fisonomia austera gli erano molto aggradite. Si lusingava di far paura a Porthos coll'avventura della bandoliera, che poteva, se non era ucciso sull'atto raccontare a tutti, racconto che, spinto destramente all'effetto, doveva coprire Porthos di ridicolo; finalmente in quanto al circospetto Aramis, non aveva una gran paura, e, supponendo che egli potesse giungere fino a lui, s'incaricava di spedirlo bene e meglio, o almeno di ferirlo sul viso, come Cesare aveva raccomandato di fare ai soldati di Pompeo, di guastare cioè per sempre quella bellezza di cui andavano superbi.

In seguito, vi era in d'Artagnan quel fondo irremovibile di risoluzione che avevan deposto nel suo cuore i consigli di suo padre, consigli, la di cui sostanza era: non tollerare niente da nessuno fuorchè dal re, dal ministro e dal sig. de Tréville. Egli volò dunque piuttostochè camminò verso il convento dei Carmelitani Scalzi o meglio Deschaux, come si dicevano in quell'epoca, specie di fabbricato senza finestre, circondato da prati aridi, succorsale del Prato dei Chierici, e che serviva d'ordinario agli incontri delle persone che non avevano tempo da perdere.

Allorchè d'Artagnan giunse in vista del piccolo terreno vago, che si estendeva ai piedi di questo monastero, Athos lo aspettava da cinque minuti soltanto, e mezzogiorno suonava. Egli dunque era puntuale come la Samaritana, ed il più rigoroso esigente in rapporto ai duelli non poteva avere niente da dire.

Athos, che soffriva sempre crudelmente della sua ferita, quantunque fosse stata medicata di nuovo dal chirurgo del sig. de Tréville, si era assiso sopra una riva, e aspettava il suo avversario con quel contegno pacifico, e quell'aria dignitosa che non l'abbandonavano mai. All'aspetto di d'Artagnan, egli si alzò, e fece gentilmente qualche passo incontro a lui. Questi, dal suo canto si presentò al suo avversario con il cappello in mano e la sua piuma trascinante fino a terra.

— Signore, disse Athos, io ho fatto prevenire due dei miei amici che mi serviranno da testimonj, ma questi due amici non sono ancora giunti. Io mi meraviglio ch'essi ritardino: questa non è la loro abitudine.

— Io non ho testimonj, signore, disse d'Artagnan, perchè, giunto da jeri soltanto a Parigi, non vi conosco altri che il sig. de Tréville, al quale sono stato raccomandato da mio padre, che ha l'onore di essere qualche poco fra i suoi amici.

Athos riflettè un istante.

— Voi non conoscete che il sig. de Tréville? domandò egli.

— Sì, signore, non conosco che lui.

— Ma; continuò Athos, parlando metà a se stesso e metà a d'Artagnan, ma se io vi uccido avrò l'aria di essere un mangiatore di ragazzi!

— Non troppo, signore, rispose d'Artagnan con un saluto che non era privo di dignità; non troppo, poichè mi fate l'onore di cavare la spada contro di me con una ferita di cui dovete essere molto incomodato.

— Incomodato moltissimo, sulla mia parola, e voi mi avete fatto un male del diavolo, io debbo dirlo; ma io adoprerò la mano sinistra, è la mia abitudine in simili circostanze. Non crediate dunque che io vi faccia una grazia, io mi batto egualmente con entrambe le mani, anzi voi avrete lo svantaggio: un mancino è sempre incomodo a quelli che non ne sono prevenuti. Mi dispiace dunque di non avervi fatto parte prima di questa circostanza.

— Voi veramente siete, signore, disse d'Artagnan inchinandosi di nuovo, di una cortesia di cui io vi sono al più alto grado riconoscente.

— Voi mi confondete, rispose Athos con la sua aria da gentiluomo; parliamo dunque di altra cosa, io vi prego a meno che ciò non vi dispiaccia. Ah! per bacco, quanto mi avete fatto male! la spalla mi brucia.

— Se voi vorreste permettermi... disse d'Artagnan con timidezza.

— Che cosa, signore?

— Io ho un balsamo miracoloso per le ferite, un balsamo che mi è stato dato da mia madre, e del quale io stesso ho fatto la prova.

— Ebbene?

— Ebbene, io sono sicuro che in meno di tre giorni questo balsamo vi guarirà; e in capo a tre giorni, quando voi sarete guarito, ebbene! signore, avrò sempre per un grande onore di essere il vostro uomo.

D'Artagnan disse queste parole con una semplicità che faceva onore alla sua cortesia, senza offendere menomamente il suo coraggio.

— Per bacco! signore, disse Athos, ecco una proposizione che mi piace; non che io l'accetti, ma essa sa di gentiluomo da una lega. Era in tal modo che parlavano e facevano i prodi del tempo di Carlomagno, sui quali ogni cavaliere dovrebbe cercare di modellarsi. Disgraziatamente non siamo più ai tempi del grande imperatore, noi siamo ai tempi di un ministro, e di qui a tre giorni si saprebbe, per quanto fosse ben custodito il segreto, si saprebbe, diceva, che noi dobbiamo batterci, e si opporrebbero al nostro combattimento. Ma che questi signori non vengono dunque?

— Se voi avete fretta, signore, disse d'Artagnan ad Athos colla stesso semplicità che un momento prima gli aveva proposto di differire il duello a tre giorni, se voi avete fretta, che vi piaccia di spedirmi subito, voi non vi prendete pena, io ve ne prego.

— Ecco un'altra proposizione che mi piace, disse Athos, facendo un grazioso segno di testa a d'Artagnan, questa non è da uomo senza cervello, è un colpo sicuro di un uomo di coraggio. Signore, io amo la gente della vostra tempra, e io credo che se noi non ci ammazziamo l'uno con l'altro, ritroverò più tardi un vero piacere nella vostra conversazione. Aspettiamo questi signori, io vi prego, io ho tutto il tempo, e ciò sarà più in regola. Ah! eccone qui uno, io credo.

Infatti all'estremità della strada Faugirard cominciava a comparire il gigantesco Porthos.

— Che! gridò d'Artagnan, il vostro primo testimonio è il sig. Porthos?

— Si; vi dispiacerebbe forse?

— No, menomamente.

— Ecco il secondo.

D'Artagnan si voltò dalla parte indicata da Athos, e riconobbe Aramis.

— Che! gridò egli con un accento ora più maraviglioso della prima volta, il vostro secondo testimonio è il sig. Aramis?

— Senza dubbio, non sapete voi che giammai ci si vede l'uno senza l'altro, e che ci chiamano nei moschettieri, nelle guardie, alla corte e in città, Athos, e Porthos, e Aramis, o i tre inseparabili? dopo ciò, siccome voi giungete da Dax o da Pau...

— Da Tarbes, disse d'Artagnan.

— Vi è permesso d'ignorare questo dettaglio, disse Athos.

— In fede mia, riprese d'Artagnan, voi siete ben chiamati, signori, e la mia avventura, se ella farà qualche rumore, proverà almeno che la vostra unione non è fondata sui contrasti.

In questo mentre, Porthos si era avvicinato, aveva salutato con la mano Athos; quindi, voltandosi verso d'Artagnan, era rimasto meravigliato.

Diciamolo di passaggio, egli aveva cambiata la bandoliera e lasciato il suo mantello.

— Ah! ah! fece egli, che cosa è questo?

— È con il signore che io mi batto? disse Athos mostrando con la mano d'Artagnan, e salutandolo con lo stesso gesto.

— È con lui che io pure mi batto? disse Porthos.

— Ma a un'ora soltanto, rispose d'Artagnan.

— Ed io pure mi batto col signore, disse Aramis, avvicinandosi anch'egli sul terreno.

— Ma soltanto a due ore, disse d'Artagnan con la medesima calma.

— Ma a proposito di che ti batti tu Athos? domandò Aramis.

— In fede mia non lo so molto bene, egli mi ha fatto male alla spalla; e tu Porthos?

— In fede mia, io mi batto perchè mi batto, rispose Porthos arrossendo.

Athos che non perdeva niente, vide passare un fino sorriso sulle labbra del Guascone.

— Noi abbiamo avuto una piccola discussione sulla toletta, disse il giovane.

— E tu Aramis? domandò Athos.

— Io mi batto per un punto di filosofia, riprese Aramis, facendo un segno a d'Artagnan col quale lo pregava di tenere segreta la causa del suo duello.

Athos vide passare un secondo sorriso sulle labbra d'Artagnan.

— Veramente disse Athos.

— Sì, sopra una sentenza di Platone, sulla spiegazione della quale non ci siamo d'accordo, disse il Guascone.

— Decisamente egli è un uomo di spirito, mormorò Athos.

— Ed ora che voi siete riuniti, signori, disse d'Artagnan, permettetemi di farvi le mie scuse.

Alla parola scuse, una nube passò sulla fronte d'Athos, un sorriso altero sfiorò sulla labbra di Porthos, e un segno negativo fu la risposta d'Aramis.

— Voi non mi capite, signori, disse d'Artagnan rialzando la sua testa, sulla quale cadeva in quel momento un raggio di sole che ne indorava le linee fine ed ardite; io vi domando scusa nel caso che io non potessi soddisfare il mio debito con tutti e tre; poichè il sig. Athos ha il diritto di ammazzarmi per il primo, cosa che toglie molto del suo valore al vostro credito, sig. Porthos e che rende quasi nullo il vostro, sig. Aramis. Ed ora, signori, io ve lo ripeto, scusatemi, ma soltanto di questo, e in guardia!

A queste parole, e col gesto il più cavalleresco che si potesse vedere, d'Artagnan sfoderò la spada.

Il sangue era salito alla testa di d'Artagnan, e in quel momento avrebbe cavata la spada contro tutti i moschettieri del regno, come ora lo faceva contro Athos, Porthos e Aramis.

Era mezzogiorno e un quarto. Il sole era al suo zenit, e la posizione scelta per essere il teatro del duello si ritrovava esposta a tutto il suo ardore.

— Fa molto caldo, disse Athos, cavando anch'egli la sua spada, e pure non mi saprei levare il sajo, perchè, anche poco fa ho sentito che la mia ferita mandava sangue, e temerei d'incomodare il signore facendogli vedere del sangue che non fosse cavato da lui.

— È vero, signore, disse d'Artagnan; è cavato da un altro o è cavato da me: io vi assicuro che vedrò sempre con gran dispiacere il sangue di un così bravo gentiluomo; io mi batterò dunque col sajo come voi.

— Andiamo, andiamo, disse Porthos, non fate tanti complimenti, e pensate che noi aspettiamo la nostra volta.

— Parlate per voi solo, Porthos, quando volete dire simili incongruenze, interruppe Aramis. In quanto a me, io ritengo le cose che questi signori si dicono per molto ben dette, e affatto degne di due gentiluomini.

— Quando volete, signore, disse Athos mettendosi in guardia.

— Aspettava i vostri ordini, disse d'Artagnan incrociando il ferro.

Ma le due spadazze erano appena incrociate, che una squadra di guardie del ministro, comandata dal sig. de Jussac, si mostrò all'angolo del convento.

— Le guardie del ministro! gridarono ad un tempo Porthos e Aramis. La spada nel fodero, signori! la spada nel fodero!

Ma era troppo tardi; i due combattenti erano stati veduti in una posizione che non permetteva di dubitare delle loro intenzioni.

— Olà! gridò Jussac avanzandosi verso di loro e facendo segno ai suoi uomini di fare altrettanto; olà! moschettieri? e degli editti, che facciamo?

— Le signore guardie sono molto generose, disse Athos pieno di rancore, perchè Jussac era stato uno degli aggressori dell'antivigilia. Se noi vi vedessimo battere, io vi garantisco che noi ci guarderessimo bene dall'impedirvelo. Lasciateci dunque fare, e voi ci avrete piacere senza prendervi incomodo.

— Signore, disse Jussac, è con gran dispiacere che io vi dichiaro che la cosa è impossibile. Il nostro dovere prima di tutto: rimettete dunque le vostre armi, e seguiteci.

— Signore, disse Aramis, parodiando Jussac, sarebbe con grandissimo piacere che noi obbediremmo al vostro grazioso invito, se ciò dipendesse da noi; ma disgraziatamente la cosa è impossibile; il signor de Tréville lo ha a noi proibito. Continuate dunque la vostra strada, che è ciò che voi potete fare di meglio.

Questa celia esasperò Jussac.

— Noi dunque vi caricheremo, diss'egli; se voi disobbedite.

— Essi sono cinque, disse Athos a mezza voce, e noi non siamo che tre; noi saremo anche una volta battuti, e ci abbisognerà morire qui poichè io dichiaro, che io non tornerò a ricomparire davanti al mio capitano dopo essere stato vinto.

Questo solo momento bastò a d'Artagnan per prendere il suo partito: era questo uno di quegli avvenimenti che decidono della vita di un uomo, era una scelta da farsi fra il re ed il ministro, e fatta la scelta bisognava perseverare. Battersi, voleva dire disobbedire alla legge, voleva dire arrischiare la sua testa, voleva dire diventare ad un sol tratto il nemico di un ministro più potente del re stesso, ecco ciò che travide il giovine, e diciamolo a sua gloria, egli non esitò un secondo. Voltandosi adunque verso Athos ed i suoi amici:

— Signori diss'egli, io aggiungerò, se il permettete qualche cosa alle vostre parole. Voi avete detto che non siete che in tre, ma mi sembra che noi siamo in quattro.

— Ma voi non siete dei nostri, disse Porthos.

— È vero rispose d'Artagnan, io non ho l'abito, ma ho l'anima. Il mio cuore è di moschettiere, lo sento bene, signore, e questo mi guida.

— Allontanatevi, giovane, gridò Jussac, che senza dubbio dai gesti e dalla espressione del suo viso aveva indovinato il disegno di d'Artagnan. Voi potete ritirarvi, noi vi acconsentiamo, salvate la vostra pelle, e andate presto.

D'Artagnan non si mosse.

— Decisamente voi siete un bravo giovane, disse Athos, stringendo la mano a d'Artagnan.

— Andiamo, andiamo, prendiamo un partito, riprese Jussac.

— Vediamo, dissero Porthos e Aramis, facciamo qualche cosa.

— Il signore è pieno di generosità, disse Athos.

Ma tutti e tre pensavano alla gioventù di d'Artagnan, e temevano la sua inesperienza.

— Noi non saremmo che tre, e fra questi un ferito, più un ragazzo, riprese Athos, e ciò nonostante si dirà che noi eravamo quattro uomini.

— Sì, ma rinculare! disse Porthos.

— È difficile, riprese Athos.

— È impossibile, disse Aramis.

D'Artagnan comprese la loro irresoluzione.

— Signori, provatemi pure, disse egli, ed io vi giuro sul mio onore, che non voglio muovermi di qui se noi siamo vinti.

— Come vi chiamano, mio bravo? disse Athos.

— D'Artagnan, signore.

Ebbene! Athos, Porthos, Aramis e d'Artagnan, in avanti! gridò Athos.

— Ebbene! vediamo, signori, vi decidete voi, a battervi? gridò per la terza volta Jussac.

— È fatto, signori, disse Athos.

— E qual partito prendete? domandò Jussac.

— Noi avremo l'onore di darvi la carica, rispose Aramis alzando con una mano il suo cappello e cavando con l'altra la spada.

— E voi volete resistere? gridò Jussac.

— Per bacco! ciò vi fa meraviglia.

E i nove combattenti si precipitarono gli uni sugli altri con una furia, che non escludeva una certa tattica. Athos prese un certo Cabusac favorito del ministro; Porthos ebbe Biscarrat, e Aramis si vide in faccia due avversarj.

In quanto a d'Artagnan, egli si trovò lanciato contro lo stesso Jussac.

Il cuore del giovane guascone gli batteva in un modo da rompergli il petto, non già di paura, grazie a Dio, egli non ne aveva neppur l'ombra, ma di emulazione; egli si batteva come una tigre in furore, girando dieci volte intorno al suo avversario, e cambiando venti volte le sue guardie ed il suo terreno. Jussac era, come si diceva allora, ingordo di lama ed aveva molta pratica; ciò non ostante aveva tutta la pena del mondo a difendersi contro un avversario agile e svelto, che si scartava ad ogni momento dalle regole ricevute, attaccando da tutte le parti ad un tempo, e con tutto ciò difendendosi e riparando i colpi come un uomo che porta un gran rispetto alla sua epidermide. Finalmente questa lotta finì col far perdere la pazienza a Jussac. Furioso di esser tenuto in scacco da colui che aveva guardato come un ragazzo, egli si riscaldò e cominciò a far degli sbagli. D'Artagnan, che in mancanza di pratica aveva una profonda teoria, raddoppiò di agilità. Jussac, volendo finirla portò un colpo terribile al suo avversario fendendo al fondo; ma questi parò di prima, e mentre che Jussac si rialzava, e strisciando come un serpente sul suo ferro, gli passò la sua spada attraverso al corpo. Jussac cadde come un masso.

D'Artagnan gettò allora un colpo d'occhio inquieto e rapido sul campo di battaglia.

Aramis aveva già ucciso uno dei suoi avversari, ma l'altro lo stringava d'appresso. Però Aramis era in buona situazione e poteva ancora difendersi.

Biscarrat e Porthos si erano dati dei colpi forati. Porthos aveva ricevuto un colpo di spada attraverso il braccio e Biscarrat uno attraverso la coscia. Ma siccome nè l'una nè l'altra di queste ferite erano gravi, non facevano che battersi con maggiore accanimento.

Athos, ferito di nuovo da Cabusac impallidiva a vista d'occhio, ma non rinculava di un piede; egli aveva soltanto cambiata la mano alla spada e si batteva con la sinistra.

D'Artagnan secondo le leggi del duello di quell'epoca, poteva soccorrere qualcuno; e mentre cercava con lo sguardo quale dei suoi compagni aveva più bisogno del suo ajuto egli si accorse di un colpo d'occhio di Athos. Questo colpo d'occhio era di una sublime eloquenza. Athos sarebbe morto piuttosto che domandar soccorso; ma egli poteva guardare, e con lo sguardo domandava un appoggio. D'Artagnan lo indovinò, fece uno sbalzo terribile, e piombò sul fianco di Cabusac, gridando.

— A me, signora guardia, io vi uccido! Cabusac si voltò ed era tempo. Athos, che si sosteneva solo per il suo gran coraggio, cadde sopra un ginocchio.

— Per bacco! gridò egli a d'Artagnan, non lo ammazzate, giovane io ve ne prego: ho un vecchio affare da finire con lui, quando sarò guarito e starò bene. Disarmatelo soltanto; legategli la spada. Così. Bene! benissimo!

Questa esclamazione era strappata ad Athos dalla spada di Cabusac che saltava venti passi da lui lontana. D'Artagnan e Cabusac si slanciarono assieme, l'uno per riprenderla, l'altro per impadronirsene; ma d'Artagnan più svelto arrivò il primo, e vi mise un piede sopra.

Cabusac corse a quella guardia ch'era stata uccisa da Aramis, s'impadronì della sua spadaccia, e volle ritornare sopra d'Artagnan; ma sul suo cammino si incontrò in Athos che durante la pausa d'un istante, che gli aveva accordata d'Artagnan, aveva ripreso lena e che, per timore che d'Artagnan gli uccidesse il suo nemico, voleva ricominciare il combattimento.

D'Artagnan capì che sarebbe stato un disgustarsi Athos non lo lasciando fare. In fatti, qualche secondo dopo, Cabusac cadde colla gola trapassata da un colpo di spada.

Nel medesimo istante Aramis appoggiava la sua spada contro il petto del suo avversario rovesciato, per costringerlo a domandare mercede.

Restavano Porthos e Biscarrat. Porthos battendosi faceva mille fanfaronate, domandando a Biscarrat che ora poteva essere, e gli faceva i suoi complimenti sulla compagnia che aveva ottenuta suo fratello nel reggimento Navarra: ma sempre sforzando non guadagnava niente. Biscarrat, era uno di quegli uomini di ferro che non cadono se non che morti.

Ciò non pertanto bisognava finirla. Poteva sopraggiungere una ronda e prendere tutti i combattenti feriti e non feriti, realisti e ministeriali. Athos, Aramis e d'Artagnan, circondarono Biscarrat, e gli intimarono d'arrendersi. Quantunque solo contro tutti, e con un colpo di spada che gli traversava una coscia, Biscarrat voleva far fronte: ma Jussac che si era alzato sul gomito gli gridò d'arrendersi. Biscarrat era un Guascone come d'Artagnan, egli fece il sordo e si contentò di ridere, e fra due parate trovare il tempo di fare un segno per terra colla punta della sua spada:

— Qui, diss'egli, qui morrà Biscarrat, solo di quelli che sono con lui.

— Ma essi sono quattro contro di te: finiscila, io te l'ordino.

— Ah! se tu lo ordini, allora è un'altra cosa, disse Biscarrat, siccome tu sei il mio brigadiere, io debbo obbedire.

E facendo un salto in addietro, spezzò la spada contro il suo ginocchio, e per non renderla, ne gettò i pezzi per disopra al muro del convento, ed incrocio le sue braccia fischiando una canzone ministeriale.

La bravura è sempre rispettata anche fra nemici: i moschettieri salutarono Biscarrat colle loro spade, e le rimisero nel fodero. D'Artagnan fece altrettanto, quindi aiutato da Biscarrat, il solo che fosse rimasto in piedi, portò sotto il portico del convento Jussac, Cabusac e quello fra gli avversari d'Aramis che non era che ferito. Il quarto, come lo abbiamo detto, era morto. Quindi suonarono la campanella, e portando seco quattro spade su cinque, s'incamminarono ebbri di gioia verso il palazzo del sig. de Tréville.

Si vedevano intrecciati, occupare tutta la larghezza della strada, chiamando ciascun moschettiere che incontravano, di modo che alla fine divenne una marcia trionfale. Il cuore di d'Artagnan nuotava nell'ebbrezza; egli camminava fra Athos e Porthos stringendoli teneramente.

— Se io non sono ancora un moschettiere, diss'egli ai suoi nuovi amici oltrepassando la porta del palazzo del sig. de Tréville, almeno eccomi ricevuto come alunno, non è vero?

CAPITOLO VI. SUA MAESTÀ IL RE LUIGI DECIMOTERZO

L'affare fece un gran rumore; il sig. de Tréville sgridò molto ad alta voce i suoi moschettieri, ma si congratulò con loro sotto voce, e siccome non vi era tempo da perdere per prevenire il re, il sig. de Tréville si sollecitò di andare al Louvre. Era già troppo tardi, il re era racchiuso col ministro, e fu detto al sig. de Tréville, che il re era occupato e non poteva ricevere in quel momento. La sera il signor de Tréville, venne al giuoco del re. Il re guadagnava, e siccome Sua Maestà era molto avara, così era di un eccellente umore, e scoperse di lontano il sig. de Tréville.

— Venite qui sig. capitano, diss'egli, venite che io vi sgridi; sapete voi che il ministro è venuto da me a farmi delle lagnanze sui vostri moschettieri? e ciò con una tale emozione che questa sera il ministro è malato: e che! ma sono diavoli a quattro, gente da forca i vostri moschettieri!

— No, sire, rispose de Tréville, che vide al primo colpo come la cosa andava a piegare, no, tutto al contrario, essi sono buone creature, docili come gli agnelli, e che non hanno altro desiderio, io me ne faccio garante, che quello di non cavare la spada dal fodero, che pel servizio di Vostra Maestà. Ma che volete? le guardie del ministro sono senza posa a muover loro lite, e anche per l'onore del corpo, quei poveri giovani sono costretti a difendersi.

Ascoltate il sig. de Tréville! disse il re, ascoltatelo! Non si direbbe che egli parla di una comunità di frati? In verità, mio capitano, ho volontà di togliervi il vostro brevetto e di darlo a madamigella de Chemerault, alla quale ho promesso un abbazia. Ma non crediate già che io voglia credere così alla vostra parola. Mi si chiama Luigi il Giusto, sig. de Tréville, e or ora noi lo vedremo.

— Ah! è perchè mi fido a questa giustizia, sire, che io aspetterò pazientemente e tranquillamente il comodo di Vostra Maestà.

— Aspettate dunque, signore, aspettate dunque, disse il re, io non mi farò attendere lungamente.

Infatti, la sorte si cambiava, e siccome il re cominciava a perdere quello che aveva vinto, non era dispiacente di ritrovare un pretesto per fare, che ci si passi l'espressione da giuocatore di cui, noi lo confessiamo, non conosciamo l'origine, per fare Carlomagno. Il re si alzò dunque dopo un istante, e mettendosi in saccoccia il denaro che era avanti a lui, la maggior parte del quale era vinto al giuoco:

— Vieuville, diss'egli, prendete il mio posto; bisogna che io parli al sig. de Tréville per un affare di importanza. Ah!... io aveva ottanta luigi avanti a me. Mettete voi pure la medesima somma, affinchè quelli che hanno perduto non abbiano a lamentarsi. La giustizia prima di ogni altra cosa.

Poi rivolgendosi verso il sig. de Tréville, e conducendolo nel vano di una finestra.

— Ebbene! signore, continuò egli, voi dite che sono state le guardie del ministro che hanno mosso lite ai vostri moschettieri?

— Sì, come fanno sempre.

— E come è andata la cosa? vediamo: perchè voi lo sapete, mio caro capitano, bisogna che un giudice ascolti ambedue le parti.

— Ah! mio Dio! nel modo il più semplice ed il più naturale. Tre dei miei migliori soldati, che Vostra Maestà conosce di nome, e di cui ella più di una volta ha apprezzato i servigi, e che hanno, io posso affermarlo al re, molto a cuore il loro servigio; tre dei miei migliori soldati, diceva, i signori Athos, Porthos e Aramis, avevano combinata una partita di piacere con un cadetto di Guascogna; che io aveva loro raccomandato la stessa mattina. La partita doveva aver luogo a San Germano, io credo, e si erano dati l'appuntamento ai Carmelitani scalzi, allorchè fu guastata dal sig. Jussac, e dai signori Cabusac, Biscarrat e altre due guardie, che certamente non si trovavano là così in numerosa compagnia senza cattive intenzioni contro gli editti.

— Ah! ah! voi mi ci fate pensare, disse il re; senza dubbio essi erano là per battersi fra di loro stessi.

— Io non accuso nessuno, sire, ma lascio a Vostra Maestà l'apprezzare ciò che potevano andare a fare cinque uomini armati in un luogo così deserto come lo sono le vicinanze dei Carmelitani.

— Sì, voi avete ragione, de Tréville, voi avete ragione.

— Allora, quando essi hanno veduto i miei moschettieri, essi hanno cambiato d'idea, ed hanno dimenticato la loro contesa particolare per l'odio che portano al mio corpo; perchè Vostra Maestà non ignora che i moschettieri, che sono tutti pel re, e per nessun altro che pel re, sono i nemici naturali delle guardie che sono soltanto pel ministro.

— Sì, de Tréville, sì, disse il re, malinconicamente, ed è cosa ben trista, credetemi, di vedere, in tal modo due partiti in Francia, due teste al regno; ma tutto ciò finirà, de Tréville, tutto ciò finirà. Voi dite dunque che le guardie hanno mossa contesa ai moschettieri?

— Io dico che è probabile che le cose siano andate così, ma io non ne giuro, sire. Voi sapete quanto sia difficile a conoscere la verità, ammeno chè non si sia dotato di quell'ammirabile istinto che fa chiamare Luigi XIII il Giusto...

— E avete ragione, de Tréville; ma essi non erano soli i vostri moschettieri, vi era con loro un ragazzo?

— Sì, sire, e un uomo ferito, dimodochè tre moschettieri del re, fra i quali un ferito, e un ragazzo, non solo hanno tenuto testa a cinque delle più terribili guardie del ministro, ma ancora ne hanno messe quattro a terra.

— Ma questa è una vittoria! gridò il re tutto raggiante, una vittoria completa!

— Sì, sire, tanto completa quanto quella del ponte di Cè.

— Quattro uomini, fra i quali un ferito e un fanciullo, dite voi?

— Un giovinotto appena. Il quale anzi si è condotto così bene in questa occasione, che io mi prenderei la libertà di raccomandarlo a Vostra Maestà.

— Come si chiama?

— D'Artagnan, sire. Questi è figlio di uno dei miei più antichi amici, il figlio di un uomo che ha fatto col re vostro padre, di gloriosa memoria, la guerra dei partigiani.

— E voi dite che si è condotto bene questo giovane? raccontatemi de Tréville; voi sapete che io amo i racconti di guerre e di combattimenti.

E il re Luigi XIII, rialzò con orgoglio i suoi baffi appoggiandosi sull'anca.

— Sire, riprese de Tréville, come ve l'ho detto, il sig. d'Artagnan è quasi un ragazzo; e siccome egli non ha l'onore di essere moschettiere, era in abito di borghese: le guardie del ministro, riconoscendo la sua giovinezza, e di più che non apparteneva al corpo, lo invitarono a ritirarsi prima di dare l'attacco.

— Allora, voi vedete bene, de Tréville, interruppe il re, che sono stati essi che hanno attaccato.

— È giusto, sire; così non vi è più alcun dubbio; essi a lui intimarono di ritirarsi, ma egli era moschettiere di cuore, e tutto per Vostra Maestà: così dunque egli rimase coi sig. moschettieri.

— Bravo il giovane! mormorò il re.

— Infatti, egli dimorò con essi, e Vostra Maestà ha in lui un così forte campione, che fu egli stesso che dette a Jussac quel terribile colpo di spada che mette tanto in collera il ministro.

— Fu lui che ferì Jussac? gridò il re; lui, un fanciullo! questo, de Tréville, è impossibile.

— Eppure è così, come ho l'onore di dire a Vostra Maestà.

— Jussac! una delle migliori lame del regno!

— Ebbene! sire, egli ha ritrovato il suo maestro.

— Io voglio vedere questo giovane, de Tréville, io voglio vederlo, e se se ne può far qualche cosa, ebbene! noi ce ne occuperemo.

— Quando sarà che Vostra Maestà si degnerà di riceverlo?

— Domani a mezzogiorno, de Tréville.

— Lo condurrò io solo?

— No, conducetemeli tutti quattro assieme. Io voglio ringraziarli tutti in una volta. Gli uomini affezionati sono rari, de Tréville, e bisogna ricompensare la devozione.

— A mezzogiorno, sire, noi saremo al Louvre.

— Ma! per la piccola scala, de Tréville, per la piccola scala. È inutile che il ministro sappia...

— Sì, sire.

— Voi capite, de Tréville, un editto è sempre un editto; in fin dei conti il battersi è proibito.

— Ma questo incontro, sire, sorte del tutto dallo condizioni ordinarie del duello; è una rissa, e la prova si è che essi erano cinque guardie del ministro contro i miei tre moschettieri ed il sig. d'Artagnan.

— È giusto, disse il re, ma non importa, de Tréville. Venite pure per la piccola scala.

De Tréville sorrise. Ma siccome era già molto l'avere ottenuto che questo fanciullo si rivoltasse contro il suo maestro, egli salutò rispettosamente il re, e con pieno contento prese congedo da lui.

Fin dalla stessa sera, i tre moschettieri furono avvisati dell'onore che loro accordava il re. Siccome essi conoscevano da lungo tempo il re, non ne furono molto riscaldati, ma d'Artagnan, colla sua immaginazione guascona, vi vide venir la sua fortuna, e passò la notte facendo sogni d'oro. Così dall'ott'ore del mattino egli era presso Athos.

D'Artagnan ritrovò il moschettiere già vestito e pronto a sortire. Siccome non avevano l'appuntamento dal re che a mezzogiorno, egli aveva fatto il progetto con Porthos e Aramis di andare a fare una partita alla palla in un recinto situato vicino alle scuderie del Luxembourg. Athos invitò d'Artagnan a seguirli, e malgrado la sua ignoranza in questo giuoco a cui non aveva mai giuocato, questi accettò, non sapendo che fare del tempo dalle nove ore del mattino, che appena erano, fino al mezzogiorno.

I due moschettieri erano già arrivati e giuocavano assieme.

Athos, che era molto forte in tutti gli esercizi del corpo passò con d'Artagnan dalla parte opposta, e li sfidò. Ma al primo movimento che provò, quantunque giuocasse con la mano sinistra, capì che la sua ferita era ancora troppo recente per permettergli un simile esercizio. D'Artagnan rimase dunque solo, e siccome dichiarò ch'egli era inesperto per sostenere una partita in regola, si continuò soltanto a inviarsi delle palle senza tener conto del giuoco! Ma una di queste palle lanciate dal pugno ercolino di Porthos, passò così da vicino al viso di d'Artagnan, che egli pensò che se invece di passargli da un lato, lo avesse colto in faccia, la sua udienza era perduta, attesochè sarebbe stato probabilmente nell'assoluta impossibilità di presentarsi al re. Ora, siccome da questa udienza, nella sua immaginazione guascona, dipendeva tutto il suo avvenire, egli salutò gentilmente Porthos e Aramis, dichiarando, che egli non riprenderebbe la partita, che allora quando fosse in istato di tener loro testa, e ritornò a prender posto nella galleria vicino alla corda.

Disgraziatamente per d'Artagnan, fra gli spettatori si ritrovava una guardia del ministro, il quale tutto riscaldato ancora dalla sconfitta dei suoi compagni accaduta il giorno innanzi soltanto, si era promesso di afferrare la prima occasione per vendicarla; egli credè dunque che questa occasione fosse venuta, e indirizzandosi al suo vicino:

— Non è da maravigliarsi, disse egli, che questo giovinetto abbia paura di una palla, egli senza dubbio è un alunno dei moschettieri.

D'Artagnan si voltò come se fosse stato morso da un serpente, e guardò fissamente la guardia che aveva detto una così insolente proposizione.

— Per bacco! riprese questi arricciandosi insolentemente i baffi, guardatemi quanto volete, mio piccolo signore; io ho detto ciò che ho detto.

— E siccome quello che voi avete detto è troppo chiaro perchè le vostre parole abbiano bisogno di una spiegazione, rispose d'Artagnan a bassa voce, io vi pregherei a seguirmi.

— E quando? domandò la guardia con la stessa insolenza.

— Subito, se vi fa piacere.

— E sapete voi chi sono io?

— Io? Lo ignoro completamente, e non me ne inquieto punto.

— Voi avete torto, perchè se sapeste il mio nome, non avreste forse tanta fretta.

— Come vi chiamate voi?

— Bernajoux, per servirvi.

— Ebbene! sig. Bernajoux, disse tranquillamente d'Artagnan, io vado ad aspettarvi sulla porta.

— Andate, signore, io vi seguo.

— Non abbiate troppa fretta, signore, che non si accorgano che noi sortiamo assieme, voi capirete che, per quello che andiamo a fare, molta gente c'incomoderebbe.

— Sta bene, rispose la guardia maravigliata che il suo nome non avesse prodotto verun effetto sul giovinetto.

Infatti, il nome di Bernajoux era conosciuto da tutto il mondo, eccettuato il solo d'Artagnan, forse perchè era uno di quelli che figuravano il più spesso nelle risse giornaliere, che tutti gli editti del re e del ministro non avevano potuto reprimere.

Porthos e Aramis erano tanto occupati della loro partita, e Athos li guardava con tanta attenzione che essi non videro neppure sortire il loro giovane compagno, il quale, come aveva detto alla guardia del ministro, si fermò sulla porta: un istante dopo questi discese anch'egli. Siccome d'Artagnan non aveva tempo da perdere per cagione dell'udienza del re, che era fissata per il mezzogiorno, girò gli occhi intorno a sè, vedendo che la strada era deserta:

— In fede mia, signore, disse egli al suo avversario, è una fortuna per voi, quantunque voi vi chiamate Bernajoux, di non avere a fare che con un alunno dei moschettieri, però siate tranquillo, io farò il meglio che potrò. In guardia!

— Ma, disse colui che d'Artagnan provocava in tal modo, mi sembra che il luogo sia mal scelto, e che noi staremmo assai meglio dietro l'Abbazia S. Germano nel Prato dei Chierici.

— Ciò che voi dite è pieno di buon senso, rispose d'Artagnan; disgraziatamente io ho poco tempo da perdere, avendo un appuntamento per il mezzogiorno preciso. In guardia adunque, signore, in guardia!

Bernajoux non era uomo da farsi ripetere due volte un simile complimento. Nel medesimo istante la sua spada brillò nella sua mano, e piombò con un fendente sul suo avversario che, mercè la sua gran giovinezza, egli sperava intimidire.

Ma d'Artagnan avea fatto il suo noviziato nel giorno innanzi, e ancora tutto fresco della sua vittoria, e gonfio del suo futuro favore, era risoluto di non dare addietro di un passo: per tal modo i due ferri si ritrovarono impegnati sino alla guardia, e siccome d'Artagnan si teneva fermo al suo posto, fu il suo avversario che fece un passo di ritirata. Ma d'Artagnan approfittò del momento, e in questo movimento, in cui il ferro di Bernajoux deviava dalla linea, egli disimpegnò il suo, andò a fondo, e toccò l'avversario in una spalla. Subito d'Artagnan a sua volta fece un passò in addietro e rialzò la sua spada; ma Bernajoux gli gridò che non era niente, e andando a fondo ciecamente su lui, s'infilzò da se stesso. Però, siccome non cadeva, siccome non si dichiarava vinto, ma rompeva soltanto dalla parte del palazzo del signor della Trémouille, al servizio del quale egli aveva un parente, d'Artagnan ignorando egli stesso la gravità dell'ultima ferita che il suo avversario aveva ricevuta, lo stringeva vivamente dappresso, e senza dubbio lo avrebbe finito con una terza ferita, allorchè il rumore che si innalzava dalla strada essendosi esteso fino al giuoco della palla, due degli amici della guardia che lo avevano inteso cambiare qualche parola con d'Artagnan, e che lo avevano veduto sortire in seguito di queste parole, si precipitarono con la spada alla mano fuori del recinto del giuoco e piombarono sul vincitore. Ma tosto Athos, Porthos e Aramis comparvero alla lor volta, e al momento in cui le due guardie attaccarono il giovane camerata li costrinsero a voltarsi. In questo momento, Bernajoux cadde, e siccome le guardie erano due soltanto contro quattro, essi si misero a gridare: «a noi, palazzo della Trémouille»; a queste grida tutti quelli ch'erano nel palazzo sortirono precipitandosi sui quattro compagni, che dalla loro parte si posero a gridare: «a noi moschettieri!»

Questo grido era ordinariamente inteso, perchè si sapeva che i moschettieri erano nemici del ministro, ed erano amati per l'odio che portavano al ministro. Così le guardie delle altre compagnie che non appartenevano al Duca Rosso, come lo aveva chiamato Aramis, prendevano generalmente parte in questa specie di contese per i moschettieri del re. Di tre guardie della compagnia del signor des Essarts che passavano, due vennero in aiuto dei quattro compagni, nel mentre che l'altro corse al palazzo del sig. de Tréville gridando: «a noi moschettieri! a noi!» Come d'ordinario, il palazzo del signor de Tréville era pieno di soldati di quest'arma, che accorsero in soccorso dei loro camerati. La mischia divenne generale, ma la forza era pei moschettieri. Le guardie del ministro e le genti del sig. della Trémouille, si ritirarono nel palazzo, di cui chiusero le porte in tempo appena per impedire che i loro nemici non vi facessero un'irruzione insieme con loro. In quanto al ferito, fin dal principio era stato trasportato, e come si disse, in condizioni molto cattive. L'agitazione era al suo colmo fra i moschettieri ed i loro alleati, e già si dibatteva se, per punire l'insolenza, che avevano avuta i domestici dei signor della Trémouille, di fare una sortita sui moschettieri dei re, si dovesse mettere il fuoco al suo palazzo. La proposizione sarebbe stata accettata, messa in esecuzione con entusiasmo se fortunatamente non battevano le undici ore: d'Artagnan ed i suoi compagni si ricordarono della loro udienza, e siccome loro avrebbe rincresciuto che si fosse fatto un sì bel colpo senza di loro, essi giunsero a calmare le teste; si contentarono adunque di gettare qualche sasso contro le porte, ma le porte resistettero, ed allora si stancarono. D'altronde, quelli che dovevano essere risguardati come i capi dell'intrapresa avevano da qualche istante lasciato il gruppo, e s'incamminavano verso il palazzo del sig. de Tréville, che li aspettava, ed era già al corrente di questa nuova bravata.

— Presto, al Louvre, diss'egli, al Louvre senza perdere un momento, e procuriamo di vedere il re prima che egli sia prevenuto dal ministro; noi gli racconteremo la cosa come una conseguenza dell'affare di jeri, e le due passeranno insieme.

Il signor de Tréville, accompagnato dai quattro giovani si incamminò verso il Louvre, ma, a gran sorpresa del capitano dei moschettieri, gli fu annunziato che il re era andato alla caccia del cervo nella foresta di S. Germano. Il signor de Tréville si fece ripetere due volte questa notizia, ed a ciascheduna volta i suoi compagni videro il suo volto imbruttirsi.

— È forse da jeri, domandò egli, che Sua Maestà aveva il progetto di fare questa caccia?

— No, Eccellenza, rispose il cameriere, è stato il gran cacciatore che questa mattina è venuto ad annunziare, che in questa notte si era relegato un cervo a sua disposizione. Sulle prime ha risposto che non vi sarebbe andato, quindi non ha potuto resistere al piacere che gli prometteva questa caccia, e dopo pranzo è partito.

— E il re ha egli veduto il ministro? domandò il sig. de Tréville.

— Sì, secondo tutte le probabilità, rispose il cameriere, perchè questa mattina ho veduto i cavalli alla carrozza del ministro, ho domandato dove andava, e mi fu risposto: a S. Germano.

— Noi siamo stati prevenuti, disse il sig. de Tréville. Signori, io vedrò il re questa sera, ma in quanto a voi non vi consiglio di azzardarvici.

L'avviso era troppo ragionevole, e soprattutto veniva da un uomo che conosceva troppo bene il re, perchè i quattro giovani tentassero di contraddire il signor de Tréville. Gli invitò dunque a rientrare ciascuno alle loro stanze e di aspettare le sue notizie.

Rientrando nel suo palazzo, il sig. de Tréville pensò che bisognava prender data portando querela pel primo. Egli inviò uno dei suoi domestici al signor della Trémouille con una lettera nella quale egli lo pregava di metter fuori di casa sua le guardie del ministro, e di rimproverare le sue genti dell'audacia che avevano avuta di fare una sortita contro i moschettieri. Ma il signor della Trémouille, di già prevenuto dal suo scudiero, di cui come si sa, Bernajoux era il parente, gli fece rispondere che non spettava nè al signor de Tréville, nè ai moschettieri il lamentarsi, ma al contrario a lui, al quale i moschettieri avevano battuti e feriti i domestici, ed avevano voluto bruciare il palazzo. Ora siccome la dissensione fra questi due signori avrebbe potuto durare lungo tempo, dovendo naturalmente sostenere ciascuno la sua opinione, il signor de Tréville pensò ad un espediente che aveva per iscopo di finire tutto: ed era di andare egli stesso dal sig. della Trémouille.

Egli si portò adunque subito al di lui palazzo, e si fece annunziare.

I due signori si salutarono gentilmente, perchè se non v'era amicizia fra di loro, vi era almeno stima. Entrambi erano uomini di coraggio e di onore, e siccome il signor della Trémouille, protestante, vedeva raramente il re, non era di alcun partito, egli in generale non apportava alcuna prevenzione nelle sue relazioni sociali. Questa volta, ciò non ostante, il suo ricevimento, quantunque gentile; fu più freddo dell'ordinario.

— Signore, disse de Tréville, noi crediamo di avere a lamentarci l'uno dell'altro, e sono venuto io stesso perchè assieme rischiariamo questo affare.

— Volentieri, rispose della Trémouille; ma vi prevengo che io sono bene informato, e che tutto il torto sta dalla parte dei vostri moschettieri.

— Voi siete un uomo troppo giusto e troppo ragionevole, signore, disse de Tréville, per non accettare la proposizione che vengo a farvi.

— Dite, signore, io ascolto.

— Come sta il signor Bernajoux, il parente del vostro scudiero?

— Male, signore, molto male. Oltre il colpo di spada che egli ha ricevuto nel braccio, e che non è altrimenti pericoloso, egli ne ha ancora raccolto uno che gli traversa il polmone, di modo che il medico ha ben poche speranze.

— Ma il ferito ha conservato l'uso delle sue facoltà?

— Perfettamente.

— Parla egli?

— Con difficoltà, ma parla.

— Ebbene! signore, portiamoci da lui, scongiuriamolo nel nome di quel Dio davanti al quale egli andrà forse a comparire, di dire la verità, io lo prendo per giudice nella sua propria causa, signore, e ciò che dirà io lo crederò.

Il signor della Trémouille riflettè un istante, quindi, siccome era difficile il poter fare una proposizione più ragionevole, egli accettò.

Entrambi discesero nella camera ove era il ferito. Questi vedendo entrare i due nobili signori che venivano a fargli visita, tentò di sollevarsi sul suo letto, ma egli era troppo debole e spossato dallo sforzo che aveva fatto, ricadde quasi senza conoscenza.

Il signor della Trémouille si avvicinò a lui, e gli fece aspirare dei sali che lo richiamarono alla vita. Allora il signor de Tréville, non volendo che si potesse accusare di avere influito sul malato, invitò il signor della Trémouille a interrogarlo egli stesso.

Ciò che aveva preveduto il de Tréville, accadde. Posto fra la vita e la morte, come lo era Bernajoux, non ebbe neppure l'idea di tacere un momento la verità, e raccontò ai due signori esattamente le cose tali quali erano accadute.

Era tutto ciò che voleva il sig. de Tréville; egli augurò a Bernajoux una pronta convalescenza: prese congedo dal signore della Trémouille, rientrò al suo palazzo; e fece tosto avvertire i quattro amici ch'egli gli aspettava a pranzo.

Il signor de Tréville riceveva sempre una buonissima compagnia, s'intende tutta anti-ministeriale. Si capirà dunque che la conversazione si aggirò tutta, durante il pranzo, sulle due sconfitte che avevano provate le guardie del ministro. Ora, siccome d'Artagnan era stato l'eroe di queste due giornate, fu sopra di lui che caddero tutte le congratulazioni, che Athos, Porthos e Aramis gli abbandonarono, non solo da buoni camerati, ma da uomini che avevano avuto abbastanza elogi alla loro volta per lasciargli libera la sua.

Verso le sei ore, il signor de Tréville annunciò che egli era obbligato di andare al Louvre; ma siccome l'ora dell'udienza accordata da Sua Maestà era passata, in luogo di reclamare l'entrata dalla piccola scala, egli si pose coi quattro giovani nell'anticamera. Il re non era ancora ritornato dalla caccia. I nostri giovani aspettavano da una mezz'ora appena, immischiati alla folla dei cortigiani, allorchè tutte le porte si aprirono, e fu annunziato il re.

A questo annunzio d'Artagnan si sentì fremere fino alla midolla delle ossa. L'istante che doveva seguire, secondo tutte le probabilità, doveva decidere del resto della sua vita. Così i suoi occhi si fissarono con angoscia sulla porta per la quale doveva entrare Sua Maestà.

Luigi XIII comparve, camminando pel primo; era in abito da caccia ancora tutto polveroso, portava due grandi stivali, ed aveva il frustino in mano. Al primo colpo d'occhio d'Artagnan giudicò che lo spirito del re era in tempesta.

Per quanto fosse visibile questa disposizione in cui trovavasi Sua Maestà, essa però non impedì ai cortigiani di porsi in linea sul suo passaggio, nelle anticamere reali. Meglio vale ancora essere veduto con occhio sdegnato di quello che non essere veduto dei tutto. I tre moschettieri non esitarono dunque un momento, e fecero un passo in avanti, nel mentre che d'Artagnan al contrario restò nascosto dietro di loro; ma quantunque il re conoscesse personalmente Athos, Porthos, e Aramis, egli passò davanti a loro senza parlargli, e come se non gli avesse mai veduti. In quanto al sig. de Tréville, allorchè gli occhi del re si fermarono un istante su di lui, egli sostenne questo sguardo con tanta fermezza, che fu il re che dovè pel primo divergere la vista; dopo ciò, Sua Maestà, brontolando, rientrò nel suo appartamento.

— Gli affari vanno male, disse Athos sorridendo, e noi questa volta non saremo fatti cavalieri.

— Aspettate dieci minuti, disse il signor de Tréville, e se in capo a dieci minuti voi non mi vedrete sortire, ritornate al mio palazzo, perchè sarà inutile che voi aspettiate più lungamente.

I quattro giovani attesero dieci minuti, un quarto d'ora, venti minuti, e vedendo che il signor de Tréville non ricompariva, essi sortirono molto inquieti per quello che poteva accadere.

Il signor de Tréville entrato coraggiosamente nel gabinetto del re aveva ritrovato Sua Maestà di cattivissimo umore, seduto sopra un sofà, battendosi gli stivali col manico del frustino, cosa che non gli aveva impedito di domandargli con tutta la più gran flemma del mondo le notizie della sua salute.

— Cattive, signore, cattive, rispose il re; io mi annoio.

Era infatti la peggiore malattia di Luigi XIII, e sovente prendeva uno dei suoi cortigiani, lo attirava ad una finestra, e gli diceva: il signor tale, annojamoci insieme.

— Come! Vostra Maestà si annoja! disse il signor de Tréville. Non si è preso oggi il divertimento della caccia?

— Bel divertimento, signore! tutto degenera, sull'anima mia, e io non so se sia il selvaggiume che non ha più aria, o i cani che non hanno più naso. Noi lanciammo un cervo di dieci anni, noi lo inseguimmo per sei ore, e quando fu vicino a tenere, quando San Simone metteva già il corno alla bocca per suonare la presa, crac! tutta la muta volta di banda, e si trasporta sopra un cerviatto di due anni. Voi vedrete che io sarò obbligato di renunciare alla caccia di corsa, come ho già renunciato alla caccia di volo. Ah! sono un re ben disgraziato, signor de Tréville: io non aveva più che un girifalco, ed è morto jeri l'altro.

— In fatti, sire, io comprendo la vostra disperazione, e la disgrazia è grande; ma mi sembra che vi resti ancora un buon numero di falconi, di sparvieri, e di moscardi.

— E non un uomo per istruirli; i falconieri se ne vanno, non vi son più che io che conosca l'arte della caccia. Dopo di me tutto sarà finito, e si anderà a caccia colle trappole, col vischio, coi lacci. Se io avessi ancora il tempo di fare degli allievi! ma sì, il ministro è là che non mi lascia un istante di riposo, che mi parla della Spagna, che mi parla della Germania, che mi parla dell'Inghilterra! ah! a proposito del ministro, signor de Tréville, io sono malcontento di voi.

Il signor de Tréville aspettava il re a questa caduta. Egli conosceva il re da lungo tempo: egli aveva compreso che tutti i suoi lamenti non erano che una prelazione, una specie di eccitazione per incoraggiare se stesso, e che egli era finalmente giunto al punto dove voleva arrivare.

— E in che sono io tanto disgraziato per dispiacere a Vostra Maestà? domandò il signor de Tréville fingendo la più alta meraviglia.

— È così che voi disimpegnate la vostra carica, signore? continuò il re senza rispondere direttamente alla domanda del signor de Tréville: è forse per questo che io vi ho nominato capitano dei miei moschettieri, perchè essi assassinassero un uomo, commovessero un quartiere, e volessero bruciar Parigi senza che voi me ne diceste una parola? ma del resto, continuò il re, senza dubbio mi affretto troppo ad accusarvi, senza dubbio, i perturbatori sono in prigione, e voi ora venite ad annunziarmi che è stata fatta giustizia.

— Sire, rispose tranquillamente il signor de Tréville, io vengo a domandarvela.

— E contro chi? gridò il re.

— Contro i calunniatori! disse il signor de Tréville.

— Ah! eccone una nuova, riprese il re. Mi direte voi ora che quei tre dannati di moschettieri, Athos, Porthos, Aramis, e il vostro cadetto di Bearn, non si sono gettati come tanti furiosi sul povero Bernajoux, e non l'hanno maltrattato in modo tale che a quest'ora è più che probabile che sia per rendere l'anima a Dio? mi direte voi ora ch'essi non hanno fatto l'assedio al palazzo del duca della Trémouille, e ch'essi non volevano bruciarlo? cosa che non sarebbe stata una gran disgrazia in tempo di guerra, atteso che quello è un nido di ugonotti, ma che in tempo di pace è un tristissimo esempio. Dite, vorrete voi negarmi tutto ciò?

— E chi ha fatto a Vostra Maestà un così bel racconto? domandò tranquillamente il signor de Tréville.

— Chi mi ha fatto un così bel racconto, signore e chi volete voi che sia, se non è quello che veglia quando io dormo, che lavora quando io mi diverto, che guida tutto al di dentro e al di fuori del regno, in Francia, come in Europa?

— Sua Maestà vorrà parlare di Dio, senza dubbio, disse il signor de Tréville, perchè io non conosco che Dio, che sia così possente al disopra di Vostra Maestà.

— No, signore, io voglio parlare del sostegno dello Stato, del mio servitore, del mio solo amico, del ministro.

— Non vi è che un solo uomo infallibile, a quanto c'impone di credere la nostra fede, su questa terra, e la sua infallibilità non si può estendere a nessun altro.

— Dunque voi volete dire ch'egli m'inganna? volete voi dire ch'egli mi tradisce? allora voi lo accusate. Vediamo, dite confessatelo francamente, voi lo accusate?

— No, sire, ma io dico che egli inganna se stesso; io dico che è male informato, io dico che egli ha troppa fretta nell'accusare i moschettieri di Vostra Maestà, pei quali egli è ingiusto, e che non è stato ad attignere le sue informazioni da buone sorgenti.

— L'accusa viene dal duca della Trémouille, dal duca stesso: che risponderete voi a questo?

— Io potrei rispondere, sire, ch'egli è troppo interessato nella questione per potere essere un testimone imparziale; ma lungi di là, sire, io conosco il duca per un leale gentiluomo, io me ne riporterò a lui, ma a una sola condizione, sire.

— Quale?

— Che vostra Maestà lo faccia venire qui, lo interroghi, ma ella stessa a quattr'occhi, senza testimoni, e che io riveda Vostra Maestà subito che avrà veduto il duca.

— Sì! fece il re, e voi vi riportate a ciò che dirà il signore della Trémouille?

— Sì, sire.

— Voi accetterete il suo giudizio?

— Senza dubbio.

— E voi vi sottometterete alle riparazioni che egli esigerà?

— Interamente.

— La Chesnaye! fece il re, la Chesnaye!

Il cameriere di confidenza di Luigi XIII che stava sempre alla sua porta, entrò.

— La Chesnaye, disse il re, che si mandi sul momento stesso a cercare il signore della Trémouille; io voglio parlargli questa sera.

— Vostra Maestà mi dà la sua parola ch'ella non vedrà alcuno oltre il signore della Trémouille e me?

— Non vedrò alcuno, fede da gentiluomo.

— A dimani, sire, adunque.

— A dimani, signore.

— A qual ora, se piace a Vostra Maestà?

— All'ora che voi vorrete.

— Ma venendo troppo presto io temo di svegliare Vostra Maestà.

— Di svegliarmi! forse che dormo io? io non dormo più, signore; qualche volta sogno, ecco tutto. Venite dunque di buon mattino quando volete, a sette ore; ma guai a voi, se i vostri moschettieri sono colpevoli?

— Se i miei moschettieri sono colpevoli saranno rimessi nelle mani di Vostra Maestà che ordinerà di loro, secondo che più le aggrada. Vostra Maestà esige ella qualche altra cosa di più? comandi, io sono pronto ad obbedire.

— No, signore, no: non è senza una ragione che mi chiamano Luigi il Giusto. A dimani dunque, signore, a dimani.

— Che Dio guardi Vostra Maestà!

Per poco che dormisse il re, il signor de Tréville dormì ancor meno; egli aveva fatto prevenire fin dalla stessa sera i suoi tre moschettieri ed il loro compagno, di ritrovarsi da lui a sei ore e mezzo del mattino. Egli li condusse con sè senza affermar loro niente, senza prometter niente, e non nascondendo che il loro favore, ed anche il suo dipendeva da un colpo di dadi.

Giunto ai piedi della scala, egli li fece aspettare. Se il re era sempre irritato contro di loro, essi si allontanerebbero, senza essere veduti; se il re acconsentiva a riceverli, non vi avrebbe voluto che farli chiamare.

Giungendo nell'anticamera particolare del re, il signor de Tréville trovò la Chesnaye, che gli disse che la sera non avevano ritrovato il duca della Trémouille nel suo palazzo, ch'egli era rientrato troppo tardi per potersi presentare al Louvre, ch'egli era giunto da pochi momenti e che allora parlava col re.

Questa circostanza piacque moltissimo al sig. de Tréville, che in questo modo fu fatto certo che un'intervenzione straniera non si sarebbe intromessa fra la deposizione del duca della Trémouille e lui.

Infatti dieci minuti erano appena scorsi, che si aprì la porta del gabinetto del re, e che il sig. de Tréville ne vide sortire il duca della Trémouille, il quale venendo direttamente a lui gli disse:

— Signor de Tréville, Sua Maestà mi ha mandato a chiamare per sapere come sono accadute le cose di ieri mattina, al mio palazzo. Io gli ho detto la verità, cioè che la colpa è stata delle mie genti, e che era pronto a farvene le mie scuse. Poichè vi trovo, accettatele, e vogliate tenermi sempre per uno dei vostri amici.

— Signor duca, disse de Tréville, io era così pieno di confidenza sulla vostra lealtà, che non ho voluto presso Sua Maestà altro difensore che voi stesso. Io non mi sono ingannato, e vi ringrazio di avermi provato che esiste ancora un uomo di cui possa dire senza sbagliarmi ciò che ho detto di voi.

— Sta bene, sta bene! disse il re che aveva ascoltato tutti questi complimenti stando fra le due porte; soltanto ditegli, de Tréville, poichè pretende di essere uno dei vostri amici, che io pure vorrei essere fra i suoi, ma che egli mi trascura, e che sono oramai tre anni che non l'ho veduto, e che non lo vedo che quando lo mando a chiamare. Ditegli ciò per parte mia, poichè queste sono cose che un re non può dire da se stesso.

— Grazie, sire, grazie, disse il duca, ma che Vostra Maestà creda bene che non sono quelli, io non dico ciò per il sig. de Tréville, che non sono quelli che ella vede a tutte le ore del giorno, quelli che le sono i più affezionati.

— Ah! voi avete inteso ciò che ho detto, tanto meglio, duca, meglio! disse il re avanzandosi sulla porta. Ah! siete voi, de Tréville, dove sono i vostri moschettieri? io vi ho detto ieri l'altro di condurmeli, perchè non lo avete fatto?

— Essi sono da basso, sire, e col vostro permesso la Chesnaye anderà a dir loro di salire.

— Sì, sì, ch'essi vengano subito; sono in breve le otto, ed io a nove ore aspetto una visita. Andate, signor duca, e ricordatevi sopra tutto di ritornare. Entrate de Tréville.

Il duca salutò, e sortì. Al momento in cui apriva la porta i tre moschettieri e d'Artagnan condotti da la Chesnaye, comparvero sull'alto della scala.

— Venite, miei bravi, disse il re, venite; io ho da sgridarvi.

I moschettieri si avanzarono inchinandosi, d'Artagnan gli seguiva.

— Come diavolo! continuò il re, voi quattro in due giorni avete messo fuori di combattimento sette guardie del ministro! questo è troppo, signori, questo è troppo. Con questi conti, il ministro sarà obbligato di rinnovare la sua compagnia in tre settimane, ed io sarò costretto di fare applicare gli editti in tutto il loro rigore. Uno per accidente, pazienza; ma sette in due giorni, io lo ripeto è troppo, grandemente troppo.

— Perciò, sire, vostra Maestà vede ch'essi vengono, pentiti e contriti per fare le loro scuse.

— Benchè pentiti e contriti, hum! fece il re, io non mi fido delle loro facce ipocrite, vi è particolarmente laggiù una figura da Guascone... venite qui, signore.

D'Artagnan che comprese essere il complimento indirizzato a lui, si avvicinò prendendo l'aspetto il più disperato.

— Ebbene, che dite voi dunque che questi è un giovane? un ragazzo, signor de Tréville, un vero ragazzo. Ed è stato lui che ha dato un così rozzo colpo di spada a Jussac?

— E gli altri due colpi di spada a Bernajoux.

— Davvero?

— Senza contare, disse Athos, che se non mi avesse liberato dalle mani di Cabusac, io certamente non avrei l'onore di fare in questo momento le mie umilissime riverenze a Vostra Maestà.

— Ma questo Bearnese è dunque un vero demonio, ventegris! sig. de Tréville, come avrebbe detto mio padre. In questo mestiere si devono per forza consumare molti sai, e per forza spezzare molte spade. Ora i Guasconi sono sempre poveri, non è vero?

— Sire, io debbo dire che non sono ancora state ritrovate delle miniere d'oro nelle loro montagne, quantunque il Signore dovrebbe far questo miracolo in ricompensa del modo con cui hanno sostenuto le pretese del re vostro padre.

— Che è quanto dire che sono stati i Guasconi che hanno fatto re me pure, non è vero de Tréville, perchè io sono figlio di mio padre. Ebbene alla buon'ora, io non dico di no. La Chesnaye andate a vedere se, frugando in tutte le mie saccocce, voi trovate quaranta doppie, e se le trovate portatemele. E ora vediamo, giovane, una mano sulla coscienza e raccontatemi lo accaduto.

D'Artagnan raccontò l'avventura del giorno innanzi con tutti i suoi particolari; in che modo non avendo potuto dormire per la gioia che avrebbe provato nel vedere Sua Maestà, egli era arrivato presso i suoi amici tre ore prima dell'udienza; in che modo essi erano andati assieme al giuoco della palla, e come nel timore che aveva manifestato di ricevere una palla sul viso, egli era stato messo in ridicolo da Bernajoux, il quale per poco non aveva pagato colla perdita della vita le sue villanie, e che il sig. della Trémouille non aveva alcuna colpa per la sortita che fu fatta dal suo palazzo.

— È così mormorò il re; è precisamente così che mi è stata raccontata la faccenda dallo stesso duca. Povero ministro! sette uomini in due giorni e dei più cari; ma basta così, signori; voi vi siete presa la vostra rivincita della strada Ferou, ed anche al di là; voi dovete esser soddisfatti.

— Se Vostra Maestà lo è, disse de Tréville, noi lo siamo.

— Sì io lo sono, aggiunse il re, prendendo un pugno d'oro dalla mano di Chesnaye e mettendolo in quella di d'Artagnan; eccovi diss'egli, una pruova della mia soddisfazione.

A quell'epoca le idee d'orgoglio che sono in uso ai nostri giorni, non erano ancora alla moda. Un gentiluomo riceveva del denaro dalla mano del re, e non ne rimaneva menomamente umiliato. D'Artagnan adunque si mise le quaranta doppie in saccoccia senza fare alcuna osservazione, ed anzi ringraziò grandemente Sua Maestà.

— Basta! disse il re guardando l'orologio a pendolo basta! perchè sono le otto e mezza, ritiratevi; io ve l'ho già detto, aspetto qualcuno a nove ore. Grazie del vostro attaccamento, signori. Io posso contarvi non è vero?

— Oh! sire, gridarono ad una sola voce i quattro compagni, noi ci faremo tagliare a pezzi per Vostra Maestà.

— Bene, bene; ma restate intieri, ciò val meglio, e così mi potrete essere più utili. De Tréville aggiunse il re a mezza voce nel mentre che gli altri si ritiravano, siccome voi non avete posti vacanti nei vostri moschettieri, e che d'altronde per entrare in questo corpo noi abbiamo deciso che sia necessario un noviziato, situate questo giovane nella compagnia delle guardie del sig. des Essarts, vostro cognato. Ah per bacco de Tréville, io mi rallegro delle boccacce che farà il ministro, egli sarà furioso, ma per me è lo stesso; io faccio uso dei miei diritti.

E il re salutò con la mano de Tréville che sortì, e andò a raggiungere i suoi moschettieri, che stavano dividendosi con d'Artagnan le sue quaranta doppie.

E il ministro, come lo aveva detto Sua Maestà, fu effettivamente furioso che per otto giorni non intervenne al giuoco, cosa che non impediva al re di fargli la più buona cera del mondo e di chiedergli con la voce la più accarezzante tutte le volte che lo incontrava:

— Ebbene sig. ministro come va quel povero Bernajoux, e quel povero Jussac, che sono delle vostre guardie?

CAPITOLO VII. L'INTERNO DEI MOSCHETTIERI

Allorquando d'Artagnan fu fuori del Louvre e che consultò i suoi amici sull'uso che dovea fare della sua parte delle quaranta doppie, Athos gli consigliò di ordinare un buon pranzo alla Pigna, Porthos di prendere un lacchè, e Aramis di farsi un'amica conveniente.

Il pranzo fu eseguito lo stesso giorno, e il lacchè era stato fornito da Porthos. Era uno di Piccardia che il glorioso moschettiere aveva accaparrato il giorno stesso nel mentre che sul ponte della Tournelle faceva dei cerchi sputando nell'acqua. Porthos aveva preteso che questa occupazione era la pruova di una organizzazione riflessiva e contemplativa, e lo aveva condotto senz'altra raccomandazione. L'imponente aspetto di questo gentiluomo, per conto del quale egli si credeva impegnato, aveva sedotto Planchet, che tale era il nome del giovane di Piccardia, e fu in sua casa una leggera contesa quando vide che il posto era già preso da un altro confratello chiamato Mousqueton, e allorchè Porthos gli significò il suo stato di famiglia, quantunque grande, non gli permetteva di tenere due domestici, e che gli abbisognava di entrare al servizio di d'Artagnan. Però allorchè assistè al pranzo dato dal suo padrone, e che quando pagava lo vide cavare un pugno d'oro di saccoccia credè assicurata la sua fortuna, e ringraziò il cielo di esser caduto nelle mani di un simil Creso, egli perseverò in questa opinione fin dopo il festino, cogli avanzi del quale egli riparò a molte e lunghe astinenze. Ma le chimere di Planchet svanirono nella sera facendo il letto al suo padrone. Il letto era solo nell'appartamento, che si componeva di un'anticamera e di una camera da dormire. Planchet dormì nell'anticamera sopra una coperta tolta dal letto di d'Artagnan, e di cui d'Artagnan fece senza per l'avvenire.

Athos dal canto suo aveva un cameriere che era stato allevato al suo servizio in un modo tutto particolare, e che si chiamava Grimaud. Egli era molto silenzioso questo degno signore. Ben inteso, noi parliamo di Athos.

Da cinque o sei anni che egli viveva nella più profonda intimità con i suoi compagni, Porthos e Aramis, questi si ricordavano di averlo veduto sorridere spesso, ma giammai lo avevano inteso ridere. Le sue parole erano corte ed espressive, dicendo sempre ciò che voleva dire e niente più; nessuna galanteria, nessun ricamo arabesco. La sua conversazione era un fatto senza alcun episodio. Quantunque Athos avesse appena trent'anni e avesse una gran bellezza di corpo e di spirito, nessuno sapeva se avesse un'amica. Giammai egli parlava di donne. Soltanto non impediva che se ne parlasse avanti a lui, quantunque fosse facile il vedere che questo genere di conversazione, al quale egli non prendeva parte che per dire parole amare e osservazioni misantropiche molto disaggradevoli. La sua riserva, la sua selvatichezza, il suo mutismo ne formavano quasi un vecchio: egli dunque aveva abituato Grimaud, per non derogare alle sue abitudini, ad obbedirlo sopra un semplice gesto, o sopra un semplice muover di labbra. Non gli parlava che nelle circostanze le più interessanti: qualche volta Grimaud, che temeva il suo padrone come il fuoco, nel mentre che mostrava un grande attaccamento alla sua persona ed una gran venerazione al suo genio, credeva di aver capito perfettamente ciò che egli desiderava, si slanciava per eseguire gli ordini ricevuti e faceva precisamente il contrario. Allora Athos si stringeva nelle spalle, e senza andare in collera bastonava Grimaud. In quei giorni parlava alcun poco.

Porthos, come si è potuto vedere, aveva un carattere tutto opposto a quello di Athos: non solo egli parlava molto, ma ad alta voce; poco gl'importava del resto: bisognava rendergli questa giustizia, che fosse o no ascoltato, egli parlava per il piacere di parlare, e per il piacere di sentirsi; parlava sopra tutte le materie eccetto che di scienze, protestando su questo argomento il suo odio inveterato che portava fin dall'infanzia agli scienziati. Egli aveva minore aria di gran signore di Athos, e il sentimento della sua inferiorità su questo soggetto lo aveva, nel principio della loro amicizia, reso spesse volte ingiusto contro questo gentiluomo, che allora si era sforzato di superare col lusso del suo abbigliamento. Ma con la sua semplice casacca da moschettiere, e nient'altro che pel modo col quale portava la testa in addietro ed il piede in avanti, Athos prendeva nel medesimo istante il posto che gli era dovuto e relegava il fastoso Porthos nel secondo rango. Porthos se ne consolava riempiendo l'anticamera del sig. de Tréville e i corpi di guardia del Louvre col rumore delle sue buone fortune, fortune di cui Athos non parlava mai, e nel momento, dopo esser passato dalla nobiltà di toga alla nobiltà di spada, dalla cittadina alla baronesca, non si trattava niente meno per Porthos, che di una principessa straniera che gli voleva un bene enorme.

Un antico proverbio dice: «tale è il padrone tale è il servitore». Passiamo adunque dal cameriere d'Athos al cameriere di Porthos, da Grimaud a Mousqueton.

Mousqueton era un Normanno al quale il suo padrone aveva cambiato il nome pacifico di Bonifazio in quello infinitamente più sonoro e più bellicoso di Mousqueton. Egli era entrato al servizio di Porthos colla condizione di essere vestito ed alloggiato soltanto, ma in un modo magnifico; egli non reclamava che due ore il giorno per andare ad un'industria che doveva bastare a provvederlo degli altri suoi bisogni. Porthos aveva accettato il contratto; e la cosa andava a meraviglia. Egli faceva tagliare a Mousqueton dei saj dai suoi abiti vecchi, e dai suoi mantelli di rimonta, e consacrarli, mercè un sartore molto intelligente che rimetteva a nuovo questi vestiti voltandoli, e la di cui moglie era in sospetto di far discendere Porthos dalle sue abitudini aristocratiche. Mousqueton faceva un ottima figura andando dietro al suo padrone.

In quanto ad Aramis, di cui noi crediamo avere sufficientemente esposto il carattere, carattere del resto che, come quello dei suoi compagni, noi potremo seguire nel suo sviluppo, il suo lacchè, che si chiamava Bazin, mercè la speranza che aveva il suo padrone di entrare un giorno negli ordini, era sempre vestito di nero, come lo esigeva il suo futuro carattere. Costui era di Berry, di trentacinque ai quaranta anni; docile, pacifico, che si occupava a leggere opere pietose, distrazione che gli accordava il suo padrone, facendo un pranzo strettamente per due, di pochi piatti ma eccellenti. Del rimanente egli era muto, cieco sordo e di una fedeltà a tutta pruova. Ora che noi conosciamo, almeno superficialmente i padroni e i servitori, passiamo agli alloggi che ciascheduno di essi occupava.

Athos abitava Strada Ferou a due passi dal Luxembourg; il suo appartamento si componeva di due piccole camere ammobiliate con molta proprietà in una casa guernita, la di cui albergatrice, ancor giovane e veramente bella, gli faceva inutilmente gli occhi dolci. Qualche rimasuglio di un grande splendore passato, spiccava qua e là sui muri di questo modesto alloggio; era per esempio, una spada riccamente damascata, che rimontava all'epoca di Francesco I, e la di cui sola impugnatura incrostata di pietre preziose, poteva valere dugento doppie, e che ciò non ostante nei momenti della più grande ristrettezza, Athos non aveva mai acconsentito nè ad impegnare, nè a vendere. Questa spada aveva attirato da lungo tempo la ambizione di Porthos. Porthos avrebbe dato dieci anni della sua vita per possedere quella spada.

Un giorno che egli aveva un appuntamento con una duchessa, tentò eziandio di chiederla in imprestito ad Athos. Athos senza dir niente, vuotò le sue saccocce, riunì tutti i suoi gioielli, borse, spinette, catene d'oro, e offrì il tutto a Porthos: ma in quanto alla spada gli disse, ella era sigillata al suo posto, e non doveva lasciarlo che allora quando il suo padrone lascerebbe egli stesso il suo alloggio. Oltre questa spada, vi era ancora un ritratto rappresentante un signore del tempo di Enrico III, vestito con la più grande eleganza, e che portava l'ordine dello Spirito Santo, e questo ritratto aveva con Athos certe rassomiglianze di linee, certe similitudini di famiglia che indicavano che questo gran signore, cavaliere degli ordini del re, era un suo antenato. Finalmente un magnifico bauletto colle stesse armi in oro che portava la spada ed il ritratto formava il centro del camminetto che faceva orribilmente scomparire tutto il resto della mobilia. Athos portava sempre la chiave di questo bauletto con se. Ma un giorno egli l'aveva aperto davanti a Porthos, il quale aveva potuto assicurarsi che questo bauletto non conteneva che lettere e carte; lettere senza dubbio amorose, e carte di famiglia.

Porthos abitava un appartamento molto vasto e di una apparenza sontuosissima. Strada del Vecchio Colombajo. Ciascheduna volta che egli passava con qualche amico davanti alle sue finestre, a una delle quali Mousqueton stava sempre in gran-livrea, Porthos alzava la testa e la mano, e diceva ecco la mia dimora. Ma mai si faceva trovare in casa, mai invitava nessuno a salire, e nessuno poteva farsi un'idea delle ricchezze reali che racchiudeva quella sontuosa apparenza.

In quanto ad Aramis, egli abitava un piccolo alloggio, composto di un gabinetto, di un salotto da mangiare e di una camera da dormire, la qual camera, situata come il resto dell'appartamento al pian terreno, guardava sopra un piccolo giardino fresco, verde, ombroso e impenetrabile agli occhi de' vicini.

In quanto a d'Artagnan, noi sappiamo come era alloggiato, ed abbiamo già fatta conoscenza col suo lacchè, mastro Planchet.

D'Artagnan che era molto curioso di sua natura, come del resto sono tutte le persone che hanno il genio dell'intrigo, fece tutti gli sforzi per sapere chi erano al vero, Athos, Porthos e Aramis, perchè sotto questi nomi di guerra, ciascuno dei giovani nascondeva il suo nome di gentiluomo; Athos particolarmente, che riconosceva per un gran signore alla distanza di una lega. Si indirizzò adunque a Porthos per essere informato sopra Athos e Aramis, e s'indirizzò ad Aramis, per conoscere Porthos.

Disgraziatamente Porthos stesso nulla sapeva della vita del suo silenzioso camerata che ciò che ne aveva traspirato. Si diceva che egli aveva avute gran disgrazie nei suoi affari amorosi, e che un orribile tradimento aveva avvelenata per sempre la vita di questo galantuomo. In che consisteva questo tradimento? tutti lo ignoravano.

In quanto a Porthos, eccettuato il suo vero nome che il sig. de Tréville soltanto sapeva, come pure quello dei due camerati, la sua vita era facile a conoscersi. Pieno di vanità e di indiscrezione, si vedeva attraverso a lui come attraverso ed un cristallo, la sola cosa che avrebbe potuto far sbagliare l'investigatore sarebbe stata che si fosse creduto tutto quel bene che egli diceva di se stesso.

In quanto ad Aramis, mentre aveva l'aspetto di non avere alcun secreto, era un giovane tutto ripieno di misteri, poco rispondendo alle interrogazioni che a lui si facevano su gli altri, e deludendo quelle che gli si facevano su lui stesso. Un giorno d'Artagnan dopo averlo lungamente interrogato su Porthos, ed avere saputo il rumore che correva sulla buona fortuna del suo moschettiere con una principessa, volle saper pure che cosa doveva credere sulle avventure amorose del suo interlocutore.

— E voi mio caro compagno, gli disse egli, voi che parlate delle baronesse, delle contesse e delle principesse degli altri?

— Perdono, interruppe Aramis, io ho parlato perchè Porthos ne parla egli stesso, perchè egli ha vociferate avanti a me tutte queste belle cose. Ma credetemi bene, mio caro d'Artagnan, che se io le avessi da una altra sorgente o me le avesse confidate egli stesso, egli non avrebbe potuto avere un amico più secreto di me.

— Io non ne dubito, riprese d'Artagnan, ma infine mi sembra che voi pure siate molto familiare con gli stemmi, testimonio ne sia un certo fazzoletto orlato, al quale io debbo l'onore della vostra conoscenza.

Aramis questa volta non s'inquietò, ma prese l'aspetto suo più umile, e rispose affettuosamente.

— Mio caro, non dimenticate lo stato che un giorno voglio abbracciare, e che io fuggo tutte le occasioni mondane. Questo fazzoletto che voi avete veduto non mi era stato confidato, ma era stato dimenticato da uno dei miei amici. Io ho dovuto raccoglierlo per non compromettere lui e la dama che egli ama. In quanto a me io non ho, e non voglio avere amiche, seguendo in ciò l'esempio giudiziosissimo di Athos, che non ne ha più che me.

— Ma che diavolo! voi non siete ancora frate, siete un moschettiere.

— Moschettiere provvisoriamente, come dice il ministro, moschettiere, e contro mia voglia, ma uomo devoto nel fondo del mio cuore: credetemi. Athos e Porthos mi hanno incastrato qua dentro per tenermi occupato; ebbi alcune difficoltà al momento di compiere i miei desiderii, una piccola difficoltà con... ma ciò non vi può interessare, ed io vi faccio perdere un tempo prezioso.

— Niente affatto, ciò anzi m'interessa moltissimo, gridò d'Artagnan, e pel momento non ho cosa alcuna da fare.

— Sì, ma io ho le mie preci da dire, rispose Aramis, quindi alcuni versi da comporre, che mi ha domandato la signora d'Aiguillon; in seguito devo passare nella strada S. Onorato, per comprare del rossetto per la sig. de Chevreuse: voi vedete, mio caro amico, che se voi non avete fretta, io ne ho moltissima.

E Aramis, stese affettuosamente la mano al suo giovane compagno, e prese da lui congedo.

D'Artagnan non potè, per quanta pena si desse, saperne di più su i suoi amici. Egli prese adunque il partito di credere nel presente tutto ciò che si diceva del passato, sperando rivelazioni più sicure e più estese dall'avvenire. Frattanto egli considerò Athos come un Achille, Porthos come un Aiace, e Aramis come un Giuseppe.

Del resto la vita dei quattro giovani era gioconda. Athos giuocava e sempre disgraziatamente. Però egli non domandava mai in prestito un soldo ai suoi amici, quantunque la sua borsa fosse sempre a loro disposizione; e quanto egli aveva giuocato sulla parola, faceva sempre risvegliare il suo creditore a sei ore del mattino per pagargli il suo credito della sera innanzi. Porthos aveva delle sfuriate, quei giorni, se egli guadagnava. Lo si vedeva insolente e splendido; se egli perdeva, scompariva completamente per alcuni giorni, dopo i quali ricompariva col viso smunto e la fisonomia allungata, ma con dei denari in saccoccia. In quanto ad Aramis, egli non giocava mai. Era il più cattivo moschettiere ed il più insulso convitato che si potesse vedere. Egli aveva sempre bisogno di travagliare; qualche volta in mezzo ad un pranzo, quando ciascuno nel trasporto del vino e nel calore della conversazione, credeva che vi fosse ancora qualche ora da restare a tavola, Aramis guardava il suo orologio, si alzava con un grazioso sorriso, e prendeva congedo dalla società, adducendo per scusa di dovere andare da un professore di filosofia per discutere sul valore di alcune sentenze. Altre volte egli ritornava al suo alloggio per scrivere una tesi, e pregava i suoi amici di non distrarlo. Frattanto Athos sorrideva con quel grazioso sorriso melanconico, che tanto siedeva bene sulla sua nobile figura, e Porthos beveva e giurava che Aramis non si sarebbe mai fatto frate.

Planchet, il cameriere di d'Artagnan, sopportò nobilmente la buona fortuna. Egli riceveva trenta soldi il giorno, e per un mese egli ritornava all'alloggio gaio come un piccione e affabile col suo padrone. Quando il vento dell'avversità cominciò a soffiare nell'economia domestica della strada dei Fossoyeurs, vale a dire quando le quaranta doppie del re Luigi XIII furono terminate o poco meno, cominciarono i lamenti che Athos trovava nauseabondi, Porthos indecenti, e Aramis ridicoli. Athos consigliò dunque a d'Artagnan di licenziare il mariuolo. Porthos voleva che prima fosse bastonato, e Aramis pretendeva che un padrone non dovesse ascoltare che i complimenti a lui diretti.

— Ciò vi è ben facile a dire, riprese d'Artagnan, a voi, Athos, che gli proibite di parlare, e che per conseguenza non avete mai degli alterchi con lui: a voi, Porthos, che menate un treno magnifico e che siete un idolo per il vostro cameriere, Mousqueton: a voi finalmente, Aramis, che sempre distratto dai vostri studi filosofici, inspirate un profondo rispetto al vostro servitore Bazin, uomo dolce e affettuoso; ma io che sono senza consistenza e senza risorse, io che non sono ancora nè moschettiere, nè guardia, che dovrò fare per inspirare l'affezione, il terrore o il rispetto a Planchet?

— La cosa è grave, risposero i tre amici; è un affare dell'interno; accade dei servitori ciò che accade delle donne, bisogna metterli fin dal primo momento sul piede in cui si desidera che restino. Rifletteteci dunque.

D'Artagnan riflettè, e risolse di percuotere Planchet in via di provvisione, cosa che fu eseguita colla coscienza che d'Artagnan metteva in tutti gli affari, poi dopo averlo ben bastonato, gli proibì di lasciare il suo servizio senza il suo permesso!

— Perchè, soggiunse, l'avvenire non può mancarmi, io aspetto inevitabilmente tempi migliori. La tua fortuna adunque è fatta se tu resti con me, e io son troppo buon padrone per non lasciarti sfuggire la fortuna accordandoti il congedo che tu mi domandi.

Questa maniera d'agire incusse molto rispetto ai moschettieri per la politica di d'Artagnan. Planchet fu egualmente preso dall'ammirazione e non parlò più di andarsene. La vita dei quattro giovani era divenuta comune; d'Artagnan che non aveva alcuna abitudine, che giungeva dalla sua provincia e cadeva in mezzo ad un mondo tutto nuovo per lui, prese tosto le abitudini dei suoi amici. Si alzavano verso le sei ore nell'estate, andavano a prendere la parola d'ordine e l'andamento degli affari dal signore de Tréville. Quantunque d'Artagnan non fosse moschettiere, ne faceva il servizio con una puntualità ammirabile; egli era sempre di guardia, perchè teneva sempre compagnia a quello dei suoi tre amici che la montava. Era conosciuto alla caserma dei moschettieri; e tutti lo ritenevano per un buon camerata. Il sig. de Tréville, che lo aveva apprezzato col primo colpo d'occhio e che gli portava una vera affezione, non cessava di raccomandarlo al re.

Dal canto loro i tre moschettieri amavano moltissimo il giovine camerata. L'amicizia che univa questi quattro uomini, e il bisogno di vedersi tre o quattro volte il giorno, sia per affari, sia per un duello, sia per un divertimento li faceva incessantemente correre l'uno dietro l'altro come ombre, e s'incontravano sempre gli inseparabili che si cercavano dal Luxembourg alla piazza S. Sulpicio, o dalla strada del Vecchio-Colombaio al Luxembourg. Frattanto le promesse del sig. de Tréville tenevano la loro strada. Un bel giorno, il re comandò al sig. Capitano des Essarts di prendere d'Artagnan come cadetto nella sua compagnia delle guardie. D'Artagnan indossò sospirando quell'uniforme, che egli avrebbe voluto, a prezzo di dieci anni della sua esistenza, cambiare colla saccoccia di moschettiere. Ma il sig. de Tréville promise questo favore dopo un noviziato di due anni, noviziato che del resto, poteva essere accorciato se l'occasione si presentava per d'Artagnan di rendere qualche importante servigio al re, o di fare qualche azione rumorosa. D'Artagnan si ritirò su questa promessa, e il giorno dopo cominciò il suo servizio.

Allora toccò il turno ad Athos, a Porthos ed ad Aramis di montare la guardia con d'Artagnan ogni qual volta egli era di guardia. La compagnia del sig. Cav. des Essarts prese così quattro uomini invece di uno, il giorno che prese d'Artagnan.

CAPITOLO VIII. UN INTRIGO DI CORTE

Frattanto le quaranta doppie di Luigi XIII, come tutte le cose di questo mondo, dopo avere avuto un principio, avevano avuto un fine, e dopo questo fine i quattro compagni erano caduti in angustie. Sulle prime Athos aveva sostenuto per qualche tempo l'associazione coi suoi proprii denari, Porthos gli tenne dietro, e mercè una di quelle disperazioni alle quali si erano abituati, egli aveva per quasi quindici giorni ancora sovvenuto ai bisogni di tutti, in fine era arrivata la volta d'Aramis che si era disimpegnato di buona grazia, e che era pervenuto, diceva egli, vendendo qualche libro di filosofia a procurarsi alcune doppie.

Allora si ebbe ricorso, come d'ordinario, al sig. de Tréville, che fece qualche anticipazione sul soldo, ma queste anticipazioni non potevano condurre molto avanti tre moschettieri, che avevano già dei conti arretrati, e una guardia che non ne aveva ancora.

Finalmente, quando si vide che si andava a restar senza del tutto, si riunì con un ultimo sforzo otto o dieci doppie che Porthos giocò. Disgraziatamente egli era in cattiva vena, egli perdè tutto, e più venticinque doppie sulla parola.

Allora l'angustia divenne miseria; si videro gli affamati seguiti dai loro lacchè correre le strade ed i corpi di guardia, annasando presso i loro amici del di fuori tutti i pranzi, che potevano ritrovare, poichè, seguendo il consiglio di Aramis, si doveva nella prosperità seminare dei pranzi a dritta e a sinistra, per andarne raccogliendo qualcuno nella disgrazia.

Athos fu invitato quattro volte, e ciascheduna volta condusse seco i suoi amici coi lacchè. Porthos ebbe sei occasioni e ne fece egualmente godere ai suoi camerati: Aramis ne ebbe otto. Era un uomo, come si è già potuto scorgere, che faceva poco rumore e molte faccende. In quanto a d'Artagnan, che non conosceva alcuno nella capitale, non trovò che una colazione di cioccolatte in casa di un prete del suo paese e un pranzo da un trombetta delle guardie. Egli condusse la sua armata in casa del prete, al quale venne divorata la sua provvisione di due mesi; e presso il trombetta, e che fece delle meraviglie; ma come diceva Planchet, non si mangia sempre che una volta, anche quando si mangia molto.

D'Artagnan dunque si ritrovò umiliato di non aver potuto provvedere che un pasto e mezzo, perchè la colazione del prete non poteva calcolarsi che un mezzo pasto, da offrirsi ai suoi compagni in cambio dei festini che si erano procurati Athos, Porthos ed Aramis. Egli si credeva a carico della società, dimenticando, nella sua buona fede giovanile che egli aveva nudrito questa società per un mese, e il suo spirito preoccupato si mise a travagliare attivamente. Egli riflettè che questa coalizione di quattro uomini, giovani, coraggiosi, intraprendenti e attivi doveva avere un altro scopo che quello delle passeggiate oziose, delle lezioni di scherma e dei lazzi più e meno spiritosi.

Infatti, quattro uomini come loro, quattro uomini affezionati gli uni agli altri dalla borsa fino alla vita, quattro uomini che si sostenevano sempre, non rinculando mai, eseguendo isolatamente o collettivamente le risoluzioni prese in comune; quattro bravi che minacciavano i quattro punti cardinali, o che, se si voltavano verso un sol punto, dovevano inevitabilmente, sia sotterraneamente, sia in pieno giorno, sia colla mina, sia colla breccia, sia colla furberia, sia colla forza aprirsi un cammino verso lo scopo che si erano prefissi per quanto ben difeso o per quanto lontano egli si fosse. La sola cosa che meravigliava d'Artagnan era che i suoi compagni non avessero ancora pensato a questo.

Egli vi pensava seriamente, crivellandosi il cervello per trovare una direzione a questa forza unica moltiplicata quattro volte, colla quale egli non dubitava che, come la leva che cercava Archimede, non si fosse giunto a sollevare il mondo, allorchè fu dolcemente battuto alla sua porta. D'Artagnan risvegliò Planchet, e gli ordinò di andare ad aprire.

Che da questa frase: d'Artagnan risvegliò Planchet, il lettore non vada a pensare che fosse notte, o che il giorno non fosse ancora spuntato: quattro ore dopo il mezzogiorno suonavano in quel momento. Due ore prima, Planchet era venuto a domandare da pranzo al suo padrone, il quale gli aveva risposto col proverbio: «chi dorme pranza». E Planchet pranzava dormendo.

Fu introdotto un uomo di aspetto molto semplice e che aveva l'aria d'un borghese.

Planchet per frutti, avrebbe voluto sentire la conversazione; ma il borghese dichiarò a d'Artagnan che ciò che aveva a dirgli era importante e confidenziale, e che desiderava rimanere a quattr'occhi con lui.

D'Artagnan congedò Planchet, e fece sedere il suo visitatore.

Vi fu un momento di silenzio; durante il quale i due uomini si guardarono come per fare una esordiente conoscenza; dopo di che, d'Artagnan s'inchinò in segno che egli ascoltava.

— Io ho inteso parlare del sig. d'Artagnan, giovane molto bravo, disse il borghese, e questa riputazione di cui gode a giusto titolo mi ha deciso di confidargli un secreto.

— Parlate, signore, parlate, disse d'Artagnan che per istinto annasò qualche cosa di avvantaggioso.

Il borghese fece una novella pausa quindi continuò:

— Io ho mia moglie che tiene la biancheria della regina, signore, e che non è priva nè di bellezza, nè di saggezza. Mi si fece sposarla, sono ormai dieci anni, quantunque ella non avesse che un piccolo capitale, poichè il sig. de Laporte, il porta-mantello della regina, è suo padrino e la protegge.

— Ebbene, signore? domandò d'Artagnan.

— Ebbene! riprese il borghese, ebbene! signore, mia moglie mi è stata rapita ieri mattina quanto sortiva dalla camera di lavoro.

— E da chi è stata rapita vostra moglie?

— Io non ne so niente sicuramente, ma ho sospetto su qualcuno.

— E chi è questa persona di cui sospettate?

— Un uomo che la perseguitava da lungo tempo.

— Diavolo!

— Ma volete voi che io ve la dica, signore? continuò il borghese: io sono convinto che vi è meno amore che politica in tutto ciò.

— Meno amore che politica! riprese d'Artagnan con un'aria molto riflessiva, e che cosa sospettate voi?

— Io non so se debba dirvi ciò che sospetto...

— Signore, vi farò osservare che io non vi ho domandato assolutamente niente. Siete voi che siete venuto, siete voi che avete detto che avete un secreto da confidarmi. Fate dunque quello che più vi accomoda, siete ancora in tempo di ritirarvi.

— No, signore, no, voi avete la ciera di un onesto giovane, e io avrò confidenza in voi. Io credo adunque che non sia per cagione dei suoi amori che mia moglie è stata arrestata, ma a cagione di quelli di una dama più grande di lei.

— Ah! ah! sarebbe forse a cagione degli amori della signora di Bois-Tracy? fece d'Artagnan, che volle aver l'aria, rimpetto al suo borghese, di essere al corrente degli affari della corte.

— Più alta, signore, più alta.

— Della signora d'Aiguillon?

— Più alta ancora.

— Della signora de Chevreuse?

— Più alta, molto più alta!...

— Della?

D'Artagnan si fermò.

— Sì, signore, rispose tanto sottovoce, che appena si potè intendere, il borghese spaventato.

— E con chi?

— Con chi può essere, se non è col Duca de?...

— Il duca de...?

— Sì, signore, rispose il borghese dando alla sua voce un'intonazione ancor più sorda.

— Ma voi come sapete tutto ciò?

— Ah! come lo so io?

— Sì, come lo sapete voi? non fate mezze confidenze, o... voi capite.

— Io lo so da mia moglie, signore, da mia moglie stessa.

— Che lo sa... da chi?

— Dal sig. de Laporte. Non vi ho detto che ella era la figlioccia del sig. de Laporte, l'uomo di confidenza della regina? Ebbene, il sig. de Laporte l'aveva messa vicino a Sua Maestà, perchè la nostra povera regina avesse almeno qualcuno con cui confidarsi, abbandonata come ella è dal re, spiata come ella è dal ministro, tradita come ella è da tutti.

— Ah! ah! ecco che si spiega, disse d'Artagnan.

— Ora, mia moglie è venuta che sono quattro giorni, signore; una delle condizioni era che ella dovesse venirmi a vedere due volte la settimana; perchè ho avuto l'onore di dirvi, mia moglie mi ama molto; mia moglie è dunque venuta, e mi ha confidato che la regina in questo momento aveva grandi timori.

— Veramente?

— Sì; il ministro a quanto pare, la incalza e la perseguita più che mai, egli non può perdonarle la storia della sarabanda. Voi sapete la storia della sarabanda?

— Per bacco se la so! rispose d'Artagnan che non ne sapeva niente affatto, ma che voleva aver l'aria di essere al corrente.

— Di modo che ora non è più l'odio, è la vendetta.

— Davvero?

— E la regina crede?

— Ebbene! che cosa crede la regina?

— Ella crede che sia stato scritto al sig. duca de Buckingham in nome suo.

— In nome della regina?

— Sì, per farlo venire a Parigi, e una volta venuto a Parigi, per attirarlo in qualche laccio.

— Diavolo! ma vostra moglie, mio caro signore, che cosa ha che fare con tutto questo.

— Si conosce la sua affezione per la regina, e si vuole allontanarla dalla sua padrona, o intimorirla per avere i secreti di Sua Maestà, o sedurla per servirsi di lei come di una spia.

— È probabile, disse d'Artagnan; ma l'uomo che l'ha rapita, lo conoscete voi?

— Vi ho detto che credo di conoscerlo.

— Il suo nome?

— Non lo so; quello che so soltanto si è che egli è una creatura del ministro, la sua anima dannata.

— Ma voi lo avete veduto?

— Sì, un giorno mia moglie me lo ha mostrato.

— Ha egli nessuna singolarità alla quale si possa riconoscerlo?

— Oh certamente; è un signore di alta statura, di pelo nero, di colorito pallido, coll'occhio penetrante, i denti bianchi, ed una cicatrice alla tempia.

— Una cicatrice alla tempia! gridò d'Artagnan, e con essa denti bianchi, occhio penetrante, però nero, questi è il mio uomo di Méung.

— È il vostro uomo, dite voi?

— Sì, sì, ma ciò non fa niente alla cosa. No, io mi sbaglio, ciò anzi semplifica di molto la cosa: se il vostro uomo è pure il mio, farò due vendette con un colpo solo, ecco tutto; ma dove il raggiungerò quest'uomo?

— Non ne so niente.

— Non avete presa alcuna informazione sulla sua dimora?

— Nessuna; un giorno che io riconduceva mia moglie al Louvre, egli sortiva quando essa entrava, e me lo fece vedere.

— Diavolo! diavolo! mormorò d'Artagnan tuttociò è bene incerto. Da chi avete saputo il rapimento di vostra moglie?

— Dal signor de Laporte.

— Vi ha dato qualche dettaglio?

— Egli non ne aveva alcuno.

— E voi non avete saputo niente altro?

— Sì, ho ricevuto...

— Che?

— Ma io non so se commetta una grande imprudenza...

— Voi ritornate ancora come prima; però io vi farò osservare che ora è troppo tardi per ritornare indietro.

— Così io non mi ritiro, per bacco! gridò il borghese giurando per riscaldarsi la testa. D'altronde, fede di Bonacieux...

— Voi vi chiamate Bonacieux? interruppe d'Artagnan.

— Sì, questo è il mio nome.

— Voi diceste adunque, fede di Bonacieux! perdonate se io vi ho interrotto, ma mi sembrava che questo nome non mi fosse nuovo.

— È possibile, signore. Io sono il vostro padrone di casa.

— Ah! ah! fece d'Artagnan sollevandosi per metà, e inchinandosi. Ah! voi siete il signor proprietario della casa?

— Sì, signore, sì. E siccome da tre mesi che voi siete in casa mia, e che distratto, senza dubbio dalle vostre grandi occupazioni, avete dimenticato di pagarmi l'affitto, siccome, dico, io non vi ho tormentato un istante, ho pensato che voi avreste riguardo alla mia delicatezza.

— Come è; mio caro signore Bonacieux, riprese d'Artagnan, credete che io sono pieno di riconoscenza per un simile procedere, e che, come ve l'ho detto, se posso esservi utile in qualche cosa...

— Vi credo, signore, vi credo e come stava per dirvi, in fede di Bonacieux, ho tutta la mia confidenza in voi.

Il borghese cavò un foglio di saccoccia, e lo presentò a d'Artagnan.

— Una lettera! fece il giovane.

— Che ho ricevuta questa mattina.

D'Artagnan l'aprì, e siccome il giorno cominciava a declinare, egli s'avvicinò alla finestra. Il borghese lo seguì.

«Non cercate affatto vostra moglie» lesse d'Artagnan, «ella vi sarà resa quando non si avrà più bisogno di lei. Se voi fate la più piccola dimostrazione per ritrovarla, siete perduto.»

— Ecco ciò che vi è positivo continuò d'Artagnan; ma dopo tutto, questa non è che una minaccia.

— Sì, ma questa minaccia mi spaventa, signore; io non sono affatto uomo di spada, ed ho paura della Bastiglia.

— Hum! fece d'Artagnan, ma l'affare si è che pure io ho minor desiderio della Bastiglia di voi. Se non si trattasse che di un colpo di spada, vada pure.

— Però, signore, io aveva calcolato su voi in questa occasione.

— Sì?

— Vedendovi incessantemente circondato da moschettieri, con un aspetto molto guerriero, e riconoscendo che questi moschettieri erano quelli del sig. de Tréville, e per conseguenza nemici del ministro, io aveva pensato che voi e i vostri amici, nel rendere giustizia alla nostra povera regina, sarete ben contenti di fare un cattivo giuoco allo stesso ministro.

— Senza dubbio.

— E poi aveva pensato che, dovendomi voi tre mesi di affitto, di cui io non vi ho mai parlato...

— Sì, sì, voi mi avete di già addotta questa ragione, e io la trovo eccellente.

— Che più, fino a tanto che voi mi farete l'onore di restare in casa mia, non vi parlerò mai dell'affitto venturo...

— Benissimo!

— Aggiungete a ciò, sevi fosse bisogno, contava offrirvi una cinquantina di doppie, se contro ogni probabilità, voi vi ritrovaste in questo momento in qualche angustia...

— A meraviglia; ma voi dunque siete ricco, mio caro signor Bonacieux?

— Ho tutti i miei comodi, signore, questa è la parola; ho riunito qualche cosa, come sarebbero due o tre mila scudi di rendita nel commercio delle mercerie, e soprattutto mettendo qualche fondo sull'ultimo viaggio del celebre navigatore Giovanni Mocquet, di modo che voi capirete, signore... ah! ma... gridò il borghese.

— Che? domandò d'Artagnan.

— Che vedo io là?

— Dove?

— Sulla strada, dirimpetto alle vostre finestre, nel vano di quella porta: un uomo inviluppato nel suo mantello.

— È lui gridarono ad un tempo d'Artagnan ed il borghese, avendo riconosciuto il loro uomo.

— Ah! questa volta, gridò d'Artagnan saltando alla sua spada, questa volta egli non mi fuggirà.

E cavando la sua spada dal fodero si precipitò fuori dell'appartamento.

Sulla scala egli incontrò Athos e Porthos che venivano a visitarlo. Essi si scostarono; d'Artagnan passò fra di loro come una freccia.

— E che! dove corri tu così? gridarono in una volta i due moschettieri.

— L'uomo di Méung! riprese d'Artagnan, e disparve.

D'Artagnan aveva più di una volta raccontato ai suoi amici la sua avventura con lo sconosciuto come pure l'apparizione della bella viaggiatrice, alla quale questo uomo aveva sembrato confidare una così importante missione. Il parere di Athos era stato che d'Artagnan avesse perduto la sua lettera nell'osteria. Un gentiluomo, secondo lui, e al ritratto che d'Artagnan aveva fatto dello sconosciuto questi non poteva essere che un gentiluomo; un gentiluomo doveva essere incapace di commettere la bassezza di rubare una lettera.

Porthos non aveva veduto in tutto ciò che un appuntamento amoroso dato da una dama ad un cavaliere, o da un cavaliere ad una dama, che era stato disturbato dalla presenza di d'Artagnan e del suo cavallo giallo.

Aramis aveva detto che questa sorta di cose misteriose, valeva meglio il non approfondirle.

Essi compresero dunque dalle poche parole sfuggite a d'Artagnan, di quale affare si trattava, e siccome pensarono che dopo aver raggiunto il suo uomo, o dopo averlo perduto di vista, d'Artagnan avrebbe finito col ritornare in casa, continuarono la loro strada.

Allorchè entrarono nella camera di d'Artagnan, la camera era vuota; il proprietario, temendo le conseguenze dell'incontro che senza dubbio avrebbe avuto luogo tra il giovane e lo sconosciuto, aveva, in conseguenza dell'esposizione ch'egli stesso aveva fatta del suo carattere, giudicato che era cosa prudente il ritirarsi.

CAPITOLO IX. D'ARTAGNAN SPIEGA CARATTERE

Come lo aveva preveduto Athos e Porthos, in capo ad una mezz'ora d'Artagnan rientrò. Questa volta pure egli non aveva ritrovato il suo uomo, che come per incanto era scomparso. D'Artagnan aveva corso colla spada alla mano tutte le strade circonvicine, ma non aveva ritrovato nessuno che rassomigliasse a quello che egli cercava, quindi n'era venuto a ciò da cui doveva forse cominciare, e che era di battere alla porta contro la quale lo sconosciuto stava appoggiato; ma inutilmente egli per dieci o dodici volte di seguito aveva fatto risonare il metallo, nessuno gli aveva risposto; ed i vicini, che attirati dal rumore, erano accorsi sul limitare della loro porta, lo avevano assicurato che quella casa, di cui del resto tutte le aperture erano chiuse, era da sei mesi completamente inabitata.

Nel mentre che d'Artagnan correva le strade e batteva alle porte, Aramis aveva raggiunto i suoi due compagni, di modo che ritornando in casa, d'Artagnan aveva ritrovata la riunione al suo completo.

— Ebbene? dissero assieme i tre moschettieri, vedendo entrare d'Artagnan col sudore sulla fronte e la figura sconvolta dalla collera.

— Ebbene! gridò questi gettando la sua spada sul letto, bisogna che quest'uomo sia il diavolo in persona, egli è scomparso come un fantasma, come un'ombra, come uno spettro.

— Credete voi alle apparizioni? domandò Athos a Porthos.

— Io? non credo che a ciò che ho veduto, e siccome non ho mai veduto apparizioni, così non vi credo.

— In ogni caso, uomo o diavolo, corpo od ombra, illusione o realtà, quest'uomo è nato per la mia dannazione, poichè la sua fuga ci fa andare a vuoto un affare superbo, signori, un affare nel quale vi erano cento doppie da guadagnare, e fors'anche più.

— In qual modo? dissero in una volta Porthos e Aramis.

In quanto ad Athos, fedele al suo sistema di mutismo, si contentò d'interrogare d'Artagnan con lo sguardo.

— Planchet, disse d'Artagnan al suo domestico, che passava in questo momento la testa per la porta non ben chiusa cercando di sorprendere qualche brano della conversazione, discendete dal mio proprietario, sig. Bonacieux, ditegli d'inviarci una mezza dozzina di bottiglie di vino di Beaugency; è quello che io preferisco.

— E che! voi avete dunque credito aperto col vostro padrone di casa? domandò Porthos.

— Sì rispose d'Artagnan, da oggi in poi, e state tranquilli, se il suo vino è cattivo noi gli manderemo a cercarne dell'altro.

— Bisogna usare, e non abusare, disse sentenziosamente Aramis.

— Io ho sempre detto che d'Artagnan era la testa forte di noi quattro, fece Athos, che dopo avere emessa questa opinione, alla quale d'Artagnan rispose con un saluto, ricadde subito nel suo consueto silenzio.

— Ma in fine vediamo, che cosa c'è? domandò Porthos.

— Sì, disse Aramis, confidateci tutto, mio caro amico, a meno che l'onore di qualche dama non si trovi interessato in questa confidenza, nel qual caso farete meglio a conservarla per voi.

— Siate tranquilli, rispose d'Artagnan, l'onore di nessuna persona avrà a lamentarsi in ciò che io vi dirò.

E allora egli raccontò parola per parola ai suoi amici tutto ciò che era accaduto fra il suo padron di casa e lui, ed in qual modo l'uomo che aveva rapita la moglie del degno proprietario era lo stesso col quale aveva avuto contesa nell'osteria di Francesco Meunier.

— Il vostro affare non è cattivo, disse Athos, dopo avere gustato il vino da conoscitore, e indicato con un segno di testa che lo trovava buono, e si potrà ricavare da questo bravo uomo una cinquantina o una sessantina di doppie. Ora, resta a sapersi se cinquanta o sessanta doppie valgano la pena di arrischiare quattro teste.

— Ma fate attenzione, gridò d'Artagnan, che vi è una donna in quest'affare, una donna elevata, una donna che si minaccia senza dubbio, che forse si mette a tortura e tutto ciò perchè ella è fedele alla sua padrona.

— State in guardia, d'Artagnan, state in guardia, disse Aramis, voi vi riscaldate un poco troppo, a mio avviso, sulla sorte della signora Bonacieux. La donna è stata sempre la rovina degli uomini, ed è da lei che ci vengono tutte le miserie.

Athos, a questa sentenza d'Aramis aggrottò il sopracciglio, e si morse le labbra.

— Non è punto della signora Bonacieux che m'inquieto, gridò d'Artagnan, ma della regina, che il re abbandona, che il ministro perseguita, e che vede cadere, le une dopo le altre, le teste di tutti i suoi amici.

— Perchè ama ella tutto ciò che noi detestiamo di più a questo mondo, gli Spagnuoli e gl'Inglesi?

— La Spagna è la sua patria, rispose d'Artagnan, ed è cosa semplicissima che ella ami gli Spagnuoli, che sono figli della stessa sua terra. In quanto al secondo rimprovero che voi le fate, ho inteso dire che ella amava, non già gl'inglesi, ma un Inglese.

— Eh in fede mia, disse Athos, bisogna convenire che questo Inglese è ben degno di essere amato. Io non ho mai veduto un aspetto più grande del suo.

— Senza contare che nessuno si sa abbigliare come lui, disse Porthos. Io era al Louvre il giorno in cui ha seminate le sue perle, e per bacco! io ne ho raccolte due che ho vendute dieci doppie l'una. E tu, Aramis, lo conosci tu?

— Tanto bene quanto voi, signori, perchè io era uno di quelli che lo hanno arrestato nel giardino d'Amiens, ove mi aveva introdotto il sig. de Putange, lo scudiere della regina. Io era al seminario in quell'epoca, e l'avventura mi parve crudele pel re.

— Cosa che non m'impedirebbe, disse d'Artagnan, se io sapessi dov'è il duca di Buckingham, di prenderlo per la mano, e di condurlo vicino alla regina, e non fosse altro che per fare arrabbiare il ministro, poichè il nostro vero, il nostro solo, eterno nemico, signori, è il ministro, e se possiamo ritrovare il modo di giuocargli un qualche giuoco crudele, vi confesso che vi impegnerei volentieri la mia testa.

— E, riprese Athos, il merciaio vi ha detto, d'Artagnan, che la regina temeva che si fosse fatto venire Buckingham sotto un falso avviso?

— Ella ne ha paura.

— Aspettate dunque, disse Aramis.

— Che cosa? domandò Porthos.

— Continuate pure. Io cerco a richiamarmi alcune circostanze.

— Ed ora io son convinto, disse d'Artagnan, che il ratto di questa donna della regina si concatena agli avvenimenti di cui parliamo, e fors'anche alla presenza del signor de Buckingham in Parigi.

— Il Guascone è pieno d'idee, disse Porthos con ammirazione.

— Amo molto sentirlo parlare, disse Athos, il suo dialetto mi diverte.

— Signori, riprese Aramis, ascoltate questo.

— Ascoltiamo Aramis, dissero i tre amici.

— Ieri, io mi trovava presso un dotto filosofo, che ho qualche volta consultato per i miei studii.

Athos sorrise.

— Egli abita un quartiere deserto, continuò Aramis; i suoi gusti, la sua professione lo esigono. Ora al momento che io sortiva di casa sua... qui Aramis si fermò.

— Ebbene! domandarono i suoi uditori al momento che sortivi di casa sua?...

Aramis parve fare uno sforzo sopra se stesso, come un uomo che, in pieno corso di una bugia, si vede fermato da un qualche ostacolo imprevisto, ma gli occhi dei suoi tre compagni erano fissi su lui, le loro orecchie erano tese, e non vi era più modo d'indietreggiare.

— Questo filosofo ha una nipote, continuò Aramis.

— Ah! egli ha una nipote? interruppe Porthos.

— Dama molto rispettabile, disse Aramis.

I tre amici si posero a ridere.

— Ah! se voi ridete, o se voi dubitate, riprese Aramis, voi non ne saprete niente.

— Noi siamo credenti come tanti maomettani, e muti come catafalchi, disse Athos.

— Dunque continuo, riprese Aramis. Questa nipote qualche volta viene a vedere suo zio; ora, ella ieri vi si trovava nel medesimo tempo che me, per caso, ed io mi offersi per condurla alla sua carrozza.

— Ah! la nipote del filosofo ha una carrozza? interruppe Porthos, che aveva per uno dei suoi più gran difetti una grande incontinenza di lingua; bella conoscenza, amico mio!

— Porthos, riprese Aramis, vi ho già fatto osservare più d'una volta che voi siete molto indiscreto, e che ciò vi nuoce con le donne.

— Signori, signori! gridò d'Artagnan, che intravedeva la fine dell'avventura, la cosa è seria, cerchiamo dunque di non scherzare, se lo possiamo. Continuate, Aramis, continuate.

— Ad un tratto un uomo grande, bruno coi modi di gentiluomo... a voi, del genere del vostr'uomo, d'Artagnan.

— Forse sarà lo stesso; disse questi.

— È possibile.... Aramis continuò, si avvicinò a me, accompagnato da cinque o sei uomini che lo seguivano a dieci passi di distanza, e col tuono il più gentile:

— «Signor duca» mi disse egli «e voi, signora,» continuò indirizzandosi alla dama che io aveva sotto il braccio.

— La nipote del dottore?

— Silenzio dunque Porthos, disse Athos, voi siete insopportabile!

— Favorite di salire in questa carrozza, e ciò senza tentare la più piccola resistenza, senza fare il più piccolo rumore.

— Egli vi aveva preso per Buckingham! gridò d'Artagnan.

— Credo, rispose Aramis.

— Ma quella donna? domandò Porthos.

— Egli l'aveva presa per la regina! disse d'Artagnan.

— Precisamente, rispose Aramis.

— Il Guascone è il diavolo! gridò Athos, non gli sfugge niente.

— Il fatto è, disse Porthos, che Aramis è della statura; ed ha qualche cosa del portamento del bel duca; ma però mi sembra che l'abito da moschettiere...

— Io aveva un enorme mantello, disse Aramis.

— Nel mese di luglio? diavolo! fece Porthos; forse che il tuo filosofo teme che tu non sia riconosciuto?

— Comprendo ancora, disse Athos, che la spia si sia lasciata illudere dal portamento, ma il viso...

— Io aveva un gran cappello, disse Aramis.

— Oh! mio Dio, gridò Porthos, quante precauzioni per studiare filosofia!

— Signori, signori, disse d'Artagnan, non perdiamo il nostro tempo a celiarla; dividiamoci, e cerchiamo la moglie del merciaio; questa è la chiave dell'intrigo.

— Una donna di così infima condizione! voi credete, d'Artagnan? disse Porthos, allungando le labbra con disprezzo.

— È la figlioccia di de Laporte, il cameriere di confidenza della regina. Non ve l'ho io detto; signori? e d'altronde questo forse potrebbe essere un calcolo di Sua Maestà di aver cercato i suoi appoggi così in basso. Le alte teste si vedono di lontano, ed il ministro ha buona vista.

— Ebbene! disse Porthos, stabilite prima il premio col merciaio, e che sia un buon premio.

— È inutile, disse d'Artagnan, poichè io credo che s'egli non ci paga, noi saremo ben pagati da un'altra parte.

In questo momento un rumore precipitato di passi rimbombò nelle scale, la porta si aprì con fracasso, e il disgraziato merciaio si slanciò nella camera ove si teneva il consiglio.

— Ah! signori, gridò egli, salvatemi in nome del cielo, salvatemi! vi sono là quattro uomini che vengono ad arrestarmi: salvatemi!

Porthos e Aramis si alzarono.

— Un momento, gridò d'Artagnan, facendo loro segno di rimettere nel fodero le spade per metà cavate: un momento, qui non c'è bisogno di coraggio, ma di prudenza.

— Però, gridò Porthos, noi non lasceremo...

— Voi lascerete fare a d'Artagnan, disse Athos; egli è, io lo ripeto, la testa forte di tutti noi, ed io, per conto mio, io dichiaro che l'obbedisco. Fa ciò che vuoi d'Artagnan.

In questo momento apparvero quattro guardie alla porta dell'anticamera, e vedendo quattro moschettieri in piedi con la spada al fianco, evitarono ad inoltrarsi maggiormente.

— Entrate, signori, entrate, gridò d'Artagnan, voi siete qui in casa mia, e noi qui siamo tutti servitori fedeli del re e del ministro.

— Allora, signori, voi non vi opporrete alla esecuzione degli ordini che noi abbiamo ricevuti? domandò quello che sembrava il capo della squadra.

— Al contrario, signori, noi anzi vi presteremo mano forte se il bisogno lo esige.

— E che cosa è dunque questo? brontolò Porthos.

— Tu sei uno stupido, disse Athos, silenzio!

— Ma voi mi avete promesso... disse a bassa voce il povero merciaio.

— Noi non vi possiamo salvare che restando liberi, rispose rapidamente e a bassa voce, d'Artagnan, e se noi facciamo atto di difendervi, noi saremo arrestati con voi.

— Mi sembra, però...

— Venite, signori, venite, disse ad alta voce d'Artagnan, io non ho nessun motivo per difendere il signore. Io l'ho veduto oggi per la prima volta, e vi dirà ancora egli stesso in quale occasione, per venire a reclamare il prezzo del mio affitto. È vero, sig. Bonacieux? rispondete!

— È la verità, gridò il merciaio, ma il sangue non vi dice...

— Silenzio su di me e su i miei amici, silenzio sulla regina soprattutto, oppure voi perderete tutti senza neppur salvar voi. Andate, andate, signori, conducete quest'uomo.

E d'Artagnan spinse il merciaio tutto stordito fra le mani delle guardie, dicendogli:

— Voi siete un briccone, mio caro: voi venite a domandare del danaro a me! a un moschettiere! in prigione! signori, anche una volta, conducetelo in prigione e custoditelo sotto chiave il più lungamente che sia possibile ciò mi darà il tempo per pagarlo.

Gli sbirri si confondevano in ringraziamenti e conducevano la loro preda.

Al momento che essi discendevano, d'Artagnan battè sulla spalla del capo.

— E non berrò alla vostra salute e voi alla mia? disse egli riempiendo due bicchieri di quel vino di Beaugency, che egli aveva dalla liberalità del sig. Bonacieux.

— Sarà un onore per me, disse il capo degli sbirri, e io accetto con riconoscenza.

— Dunque alla vostra, signore, come vi chiamate?

— Bois renard.

— Sig. Bois renard!

— Alla vostra, mio gentiluomo... come vi chiamate, se vi piace!

— D'Artagnan.

— Alla vostra salute sig. d'Artagnan!

— E sopra tutto questo, gridò d'Artagnan come trasportato dal suo entusiasmo, a quella del re e del ministro.

Il capo degli sbirri avrebbe forse dubitato della sincerità di d'Artagnan se il vino fosse stato cattivo; ma il vino era buono, e ne fu convinto.

— Ma che diavolo di villania avete voi fatta? disse Porthos allora quando il bargello in capo ebbe raggiunto i suoi compagni, e che i quattro amici si ritrovarono soli. Per bacco! quattro moschettieri lasciarsi arrestare un disgraziato che viene a gettarsi in mezzo a loro gridando aiuto! un gentiluomo bere con uno sbirro!

— Porthos, disse Aramis, Athos ti ha prevenuto che tu sei uno stupido, ed io pure sono del suo avviso. D'Artagnan tu sei un grand'uomo, e quando tu sarai nel posto del sig. de Tréville, io ti domanderò la tua protezione per farmi avere un'Abbazia.

— Ah! io mi ci perdo, disse Porthos, voi approvate ciò che ha fatto d'Artagnan?

— Lo credo bene, per bacco! disse Athos; non solo io approvo ciò che egli ha fatto, ma me ne congratulo.

— E ora, signori, disse d'Artagnan senza darsi la pena di spiegare la sua condotta a Porthos, tutti per uno, e uno per tutti; questa è la nostra divisa non è vero?

— Però!... disse Porthos.

— Stendi la mano e giura! gridarono ad un tempo Athos e Aramis.

Vinto dall'esempio e brontolando a bassa voce, Porthos stese la mano, e i quattro amici ripeterono con una sola voce la formula dettata da d'Artagnan:

«Tutti per uno, uno per tutti».

— Sta bene; che ciascuno ora si ritiri in casa sua, disse d'Artagnan, come se non avesse fatto in vita sua altra cosa che comandare; e attenti, poichè da questo momento eccoci alle prese col ministro.

CAPITOLO X. UNA TRAPPOLA DA SORCI DEL SECOLO XVII

L'invenzione della trappola non data dai nostri giorni; da che le società, nel costituirsi, ebbero inventata una polizia qualunque, questa polizia a sua volta inventò le trappole.

Siccome forse i nostri lettori non si sono ancora famigliarizzati col gergo della strada di Gerusalemme, e che questa è la prima volta, dopo quindici anni, che noi scriviamo, che noi impieghiamo questa parola applicata a questa cosa, spieghiamo loro cosa è una trappola da sorci.

Quando, in una casa qualunque, si è arrestato un individuo sospetto di un delitto qualsiasi, si tiene secreto l'arresto; si pongono quattro o cinque uomini in imboscata nella prima camera; si apre la porta a tutti quelli che battono, la si richiude dietro di loro, e si arrestano; in questo modo, in capo a due o tre giorni, si ha nelle mani quasi tutte le persone famigliari dello stabile.