I TRE
MOSCHETTIERI VOL. II.


I TRE
MOSCHETTIERI

DI
Alessandro Dumas

VERSIONE
DI ANGIOLO ORVIETO.

VOL. II.

Napoli,
GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE
Strada Trinità Maggiore nº 27
1853


TIPOGRAFIA DI G. PALMA



[INDICE]


CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO XVI.

Il re tutto contento s'informò se il ministro era ancora al Louvre, gli fu risposto che sua Eccellenza aspettava gli ordini di Sua Maestà nel gabinetto di lavoro.

Il re si portò subito da lui.

— Prendete, duca, gli disse, voi avevate ragione, e sono io che aveva il torto, tutto lo intrigo è politico, ed in questa lettera non si tratta menomamente di amore. Al contrario, si parla molto di voi.

Il ministro prese la lettera e la lesse con la più grande attenzione; quindi, quando fu al termine, la rilesse una seconda volta.

— Ebbene! Vostra Maestà, disse egli, vede fin dove giungono i miei nemici. Voi siete minacciato da due guerre se non mi dimettete. Nel vostro posto in verità, sire, io cederei a così potenti istanze, e dal canto mio io mi ritirerei dagli affari riguardandolo come una vera fortuna.

— E che cosa dite voi dunque, duca?

— Io dico, sire, che la mia salute si consuma in queste lotte eccessive e in questi eterni lavori. Io dico che, secondo tutte le probabilità io non potrò sostenere le fatiche dell'assedio della Rochelle, e che vai meglio che nominiate a comandarlo o il sig. de Condè o il signor Bassompierre, o finalmente qualche uomo valoroso che sia del suo mestiere il dirigere una guerra, e non me, che sono uomo di penna e di gabinetto, e che sono continuamente distolto dalle mie occupazioni per applicarmi a cose per le quali non ho attitudine. Voi ne sarete più felice nell'interno, sire, e non dubito che ne sarete più grande all'estero.

— Sig. duca, disse il re, io vi capisco. Siate tranquillo; tutti quelli che sono nominati in questa lettera saranno puniti come meritano, e la regina ancora.

— Che dite mai, sire, il cielo mi guardi che la regina avesse da provare il più piccolo dispiacere per cagione mia; ella mi ha sempre creduto un suo nemico, sire, quantunque Vostra Maestà possa far testimonianza che io ho sempre sostenuto calorosamente il suo partito, anche contro voi. Oh se ella tradisse Vostra Maestà sul punto dell'onore, allora sarebbe altra cosa, ed io sarei il primo a gridare: «nessuna grazia, sire, nessuna grazia per la colpevole!» Fortunatamente non vi è nulla, e Vostra Maestà ne ha acquistata una nuova pruova.

— È vero, signor ministro, e voi, come sempre, avete ragion; la regina però non merita meno tutta la mia collera.

— Siete voi sire, che, siete incorso nella sua, e veramente quando ella si lamentasse seriamente di Vostra Maestà, io la compatirei; Vostra Maestà l'ha trattata con un rigore..!

— È così che io tratterò sempre i miei nemici ed i vostri, duca, per quanto sieno posti in alto, e qualunque sia il pericolo che io possa incorrere a trattarli severamente!

— La regina è mia nemica, ma non è la vostra, sire; al contrario, ella è sposa affezionata, sottomessa e irreprensibile; lasciatemi adunque, sire, intercedere per essa presso Vostra Maestà.

— Che ella si umilii allora, e che per la prima ritorni a me.

— Al contrario, sire, datele esempio; voi avete avuto il primo torto, poichè siete stato voi che avete sospettato della regina.

— Io ritornare pel primo? disse il re; giammai!

— Sire ve ne supplico.

— D'altronde; come potrò io ritornare pel primo?

— Facendo una cosa che voi sapete esserle aggradevole.

— E quale?

— Date una festa di ballo; voi sapete in che modo la regina ami il ballo; io vi garantisco che il suo mal umore cederà ad una simile attenzione.

— Ma, ministro, voi sapete che io non amo tutti questi piaceri mondani.

— La regina ve ne sarò tanto più grata, perchè ella sa la vostra antipatia a questi piaceri; d'altronde, questa sarà per lei una bella occasione per adornarsi di quei superbi puntali di diamanti che voi le regalaste nel giorno della sua festa, e di cui ella non ha ancora avuto una occasione di metterseli.

— Noi vedremo, duca, noi vedremo, disse il re, che nella sua gioia di ritrovar la regina colpevole di un delitto di cui si curava poco, e innocente di quello che temeva molto, era tutto disposto a riaccomodarsi con essa: noi vedremo, ma sul mio onore! voi siete troppo indulgente.

— Sire, disse il duca, lasciate il rigore ai vostri ministri; l'indulgenza è una virtù da re; usatene, e voi vedrete che ve ne troverete contento.

Dopo di che il ministro, sentendo l'orologio suonare le undici ore, s'inchinò profondamente, domandando congedo al re per ritirarsi, e supplicandolo di rappacificarsi con la regina.

Anna, che in seguito della cattura di quella lettera, aspettava un qualche rimprovero, fu molto meravigliata di vedere nell'indomani il re, fare vicino a lei, dei tentativi di riaccomodamento. Il suo primo movimento fu repulsivo, il suo orgoglio di donna e la sua dignità di regina, erano stati così crudelmente offesi, che ella non poteva riconciliarsi di primo tratto, ma vinta dai consigli delle sue dame, assunse finalmente l'aspetto di cominciare a dimenticare. Il re approfittò di questo primo momento di ritorno, per notificarle che egli contava di dare in breve una festa di ballo.

Una festa di ballo era una cosa tanto rara per la povera Anna, che a quest'annunzio, come lo aveva pensato il ministro, l'ultima traccia del suo risentimento disparve, se non dal suo cuore, almeno dal suo viso. Ella domandò in qual giorno avrebbe avuto luogo, ma il re rispose che su questo punto egli se la sarebbe intesa col ministro. Infatti, ciascun giorno domandava al ministro in qual epoca avrebbe avuto luogo questa festa, ed il ministro, sotto un qualunque pretesto, differiva di stabilirla; in tal modo passarono dieci giorni.

L'ottavo giorno dopo la scena che abbiamo raccontata, il ministro ricevette una lettera col bollo di Londra, che conteneva soltanto queste parole:

«Io li ho, ma non posso lasciare Londra, attesochè sono senza danari; inviatemi 500 doppie, e quattro o cinque giorni dopo averle ricevute, io sarò a Parigi».

Il giorno stesso in cui il ministro ricevette questa lettera, il re gl'indirizzò la solita domanda.

Richelieu contò sulle punte delle dita, a disse fra se stesso:

— Ella giungerà, dice, quattro o cinque giorni dopo aver ricevuto il denaro; mi abbisognano quattro o cinque giorni per mandarlo, quattro o cinque giorni a lei per ritornare, il che fa dieci giorni; ora aggiungiamo le eventualità dei venti contrarii, dei sinistri accidenti, delle debolezze della donna, e fissiamo a dodici giorni.

— Ebbene! signor duca, disse il re, avete voi calcolato abbastanza?

— Sì, sire; oggi noi siamo ai venti di settembre, i consoli della città danno una festa di ballo il tre di ottobre. Ciò converrà a meraviglia, perchè così voi non avrete l'apparenza di fare una riconciliazione con la regina.

Quindi il ministro aggiunse.

— A proposito, sire, non dimenticate di dire a Sua Maestà il giorno innanzi la festa, che voi desiderate vedere come le si adattano i puntali di diamanti.

CAPITOLO XVII. L'INTERNO DELLA FAMIGLIA BONACIEUX

Era la seconda volta che il ministro ritornava col re sull'argomento dei puntali di diamanti. Luigi XIII fu dunque scosso da questa insistenza, e pensò che questa raccomandazione nascondesse un qualche mistero.

Più di una volta il re era stato umiliato dal ministro, la di cui polizia, senza esser giunta a quel grado di perfezione in cui è ora la polizia moderna, era eccellente, ed era istruito più di lui stesso di ciò che passavasi nella propria sua famiglia. Egli sperò adunque, in una conversazione con Anna, di ricavare qualche schiarimento e di ritornare in seguito presso Sua Eccellenza con un qualche segreto che il ministro sapesse o non sapesse, cosa che nell'uno e nell'altro caso lo rialzava infinitamente agli occhi del suo ministro.

Egli andò dunque a ritrovare, la regina, e l'abbordò con nuove minacce contro quelle che la circondavano. Anna abbassò la testa lasciò scorrere il torrente senza rispondere, sperando che finalmente si fermerebbe. Ma non era a questo a cui voleva giungere Luigi XIII; Luigi XIII voleva una discussione, dalla quale scaturisse uno schiarimento qualunque, convinto che il ministro nascondeva qualche segreto, e lo minacciava di una di quelle terribili sorprese che tanto sapeva far bene Sua Eccellenza. Giunse alla meta colla sua persistenza nell'accusare.

— Ma gridò Anna stanca di questi incerti attacchi, ma, sire, voi non mi dite tutto ciò che avete nel cuore. Che ho dunque fatto? sentiamo dunque, qual delitto ho commesso? È impossibile che Vostra Maestà faccia tutto questo rumore per una lettera scritta a mio fratello.

Il re attaccato a sua volta in un modo così diretto, non seppe che rispondere. Egli pensò esser giunto il momento di fare quella raccomandazione, che il ministro si era raccomandato che fosse fatta soltanto la vigilia della festa.

— Signora, disse egli con maestà, fra giorni vi sarà ballo nel palazzo di città; io intendo che, per fare onore ai nostri bravi consoli, voi vi presentiate in abito di cerimonia, e soprattutto che vi adorniate di quei puntali di diamanti, che io vi regalai nel vostro giorno onomastico. Ecco la mia risposta.

La risposta era terribile. Anna credè che Luigi sapesse tutto, e che il ministro, avesse ottenuto da lui questa lunga dissimulazione di sette o otto giorni, che del resto era nel suo carattere. Ella divenne eccessivamente pallida, appoggiò sopra una mensola la sua mano, di una ammirabile bellezza, e che allora sembrava una mano di cera, e guardando il re con occhi spaventati, non rispose una sillaba.

— Voi intendete, signora? disse il re, che godeva di questo imbarazzo in tutta la sua estensione, ma senza indovinarne la causa; voi intendete?

— Sì, sire, intendo, balbettò la regina»

— Comparirete voi a questo ballo?

— Sì.

— Coi vostri puntali?

— Sì.

Il pallore della regina aumentò ancora, se era possibile; il re se ne accorse, e ne godè con quella fredda crudeltà che formava una delle parti cattive del suo carattere.

— Allora tutto è convenuto, disse il re, ed ecco tutto ciò che aveva a dirvi.

— Ma in che giorno avrà luogo questo ballo? domandò Anna.

Luigi XIII sentì per istinto che non doveva rispondere a questa domanda, essendo stata fatta dalla regina con una voce quasi da moribonda.

— Prestissimo, signora, disse egli; ma io non mi ricordo precisamente la data del giorno; io la domanderò al ministro.

— È dunque il ministro che vi ha annunziata questa festa? gridò la regina.

— Sì signora, rispose il re maravigliato: ma perchè mi fate questa domanda?

— È lui che vi ha detto d'invitarmi a comparirvi con quei puntali?

— Come sarebbe a dire, signora?

— È lui, sire, è lui!

— Ebbene! che importa che sia stato o lui od io? vi è forse un qualche delitto in questo invito?

— No, sire.

— Voi verrete, allora?

— Sì, sire.

— Sta bene, disse il re ritirandosi, sta bene, io vi conto.

La regina fece una riverenza, meno per etichetta, di quello che, perchè le sue ginocchia le si piegarono sotto.

Il re parve incantato.

— Io sono perduta, mormorò la regina, perduta, poichè il ministro sa tutto, e fu lui che spinse il re, che ancora non sa niente, ma che lo saprà ben presto. Io sono perduta! mio Dio! mio Dio! mio Dio!

Ella s'inginocchiò sopra un cuscino, e pregò colla testa nascosta fra le sue braccia palpitanti.

La sua posizione infatti era terribile. Buckingham era ritornato a Londra, la signora de Chevreuse era a Tours. Più sorvegliata che mai, la regina sentiva sordamente che una della sue damigelle la tradiva senza saper dire quale. Laporte non poteva più lasciare il Louvre, ella non aveva un'anima al mondo di cui fidarsi.

Così, in presenza dell'infortunio che la minacciava, e del suo abbandono in cui si ritrovava, ella scoppiò in singhiozzi.

— Non posso dunque esser buona a niente per Vostra Maestà? disse ad un tratto una voce piena di dolcezza e di pietà.

La regina si voltò vivamente, poichè non v'era a sbagliarsi sulla espressione di questa voce: era un'amica che parlava così.

Infatti a una delle porte che mettevano all'appartamento della regina apparve la bella sig. Bonacieux: ella era occupata ad accomodare le biancherie nella guardaroba di un gabinetto, allorchè era entrato il re; ella non aveva potuto sortire; ed aveva inteso tutto.

La regina mandò un grido vedendosi sorpresa, poichè nel suo turbamento non aveva riconosciuto sulle prime la giovane che le era stata data da Laporte.

— Oh! non temete niente, signora, disse la giovane giungendo le mani e piangendo ella stessa per le angosce della regina; io sono qui anima e corpo per Vostra Maestà, e per quanto io sia lontana da lei, e per quanto sia inferiore la mia posizion, io credo di aver ritrovato il modo di togliere di pena Vostra Maestà.

— Voi! o cielo! voi! grido la regina, ma vediamo guardatemi in viso. Io sono tradita da tutte le parti, posso io fidarmi di voi?

— Oh! signora, gridò la giovane cadendo in ginocchio; oh! sull'anima mia, io sono pronta a morire per Vostra Maestà!

Questo grido era sortito dal più profondo del cuore, e come pel primo, non v'era da ingannarsi.

— Sì, continuò, la sig Bonacieux, sì, qui vi sono dei traditori, ma sull'anima mia, io vi giuro che nessuno è più affezionata di me a Vostra Maestà. Questi puntali che il re vi domanda, voi li avete dati al duca di Buckingham, non è vero? questi puntali erano chiusi in un piccolo bauletto di legno rosa che egli teneva sotto il suo braccio? Non è così la cosa? mi sbaglio io forse?

— Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò la regina a cui i denti si sbattevano per lo spavento.

— Ebbene! questi puntali, continuò la sig. Bonacieux, bisogna riaverli.

— Sì, senza dubbio, è necessario gridò la regina, ma, come fare, come giungervi?

— Bisogna inviare qualcuno al duca.

— Ma chi?... chi?... di chi fidarmi?

— Confidatevi in me, signora, concedetemi questa fortuna, o mia regina, e io ritroverò il messaggiero.

— Ma bisognerà scrivere!

— Oh! sì. È indispensabile. Due parole della mano di Vostra Maestà e il vostro sigillo particolare.

— Ma queste due parole sono la mia condanna: il divorzio: l'esilio!

— Sì, se esse cadessero in mani infami! ma io garantisco che queste due parole saranno consegnate al suo indirizzo.

— Oh! mio Dio! bisogna dunque che io affidi la mia vita, il mio onore, la mia riputazione alle vostre mani!

— Sì! sì, signora, è necessario, ed io salverò tutto!

— Ma in che modo? ditemelo almeno?

— Mio marito è stato rimesso in libertà, che sono due o tre giorni; io non ho avuto ancora il tempo di rivederlo. Egli è un bravo ed onest'uomo che non ha nè odio nè amore per nessuno. Egli farà dunque tutto ciò che potrà, e rimetterà la lettera di Vostra Maestà all'indirizzo che gli verrà indicato, senza neppur sapere che ella viene da Vostra Maestà.

La regina prese ambe le mani della giovane con uno slancio di passione, la guardò come per leggere nel fondo del suo cuore, e non vedendo che sincerità nei suoi belli occhi, l'abbracciò teneramente.

— Fa così, gridò ella, e tu mi avrai salvata la vita, tu mi avrai salvato l'onore.

— Oh! non esagerate il servizio che ho la fortuna di rendervi; io non ho niente da salvare a Vostra Maestà, che è soltanto la vittima di perfidi complotti.

— È vero, è vero, figlia mia, disse la regina, tu hai ragione.

— Datemi adunque questa lettera, signora, il tempo stringe.

La regina corse ad una piccola tavola sulla quale vi era carta, calamaio e penne; ella scrisse due righe; sigillò la lettera col suo sigillo, e la rimise nelle mani della signora Bonacieux.

— Ed ora, disse la regina, dimentichiamo una cosa molto necessaria.

— E quale?

— Il denaro.

La sig. Bonacieux sorrise.

— Sì è, vero, disse ella, io confesserò a Vostra Maestà che mio marito...

— Tuo marito non ne ha, tu vuoi dire?

— Non è così, egli ne ha, ma è molto avaro, questo è il suo difetto. Però Vostra Maestà si tranquillizzi, noi troveremo il mezzo.

— Il fatto è che io pure non ne ho, disse la regina (quelli che leggeranno lo memorie della signora de Monteville non si maraviglieranno di questa risposta), ma aspetta.

Anna corse al suo scrigno.

— Prendi, disse ella, eccoti un anello di un gran valore a quando mi si assicura: questo mi fu dato da mio fratello re di Spagna, esso è mio e posso disporne. Prendi questo anello e ricavane del denaro, e che tuo marito parta.

— Fra un'ora voi sarete obbedita.

— Tu vedi l'indirizzo, aggiunse la regina, parlando così a bassa voce che appena si poteva intendere quello che diceva: a Milord di Buckingham, Londra.

— La lettera sarò rimessa a lui stesso.

— Generosa fanciulla! gridò la regina Anna.

La sig. Bonacieux baciò le mani della regina, nascose il biglietto nel suo busto, e disparve con la leggerezza di un uccello.

Dieci minuti dopo ella era in casa sua. Come lo aveva detto alla regina, non aveva più riveduto suo marito da dopo che era stato messo in libertà, ella dunque ignorava il cambiamento che si era in lui operato in rapporto al ministro, cambiamento operato dalla lusinga e dal denaro di Sua Eccellenza, e che dopo era stato corroborato da due o tre visite del conte de Rochefort, divenuto il migliore amico di Bonacieux, al quale aveva fatto credere, senza molta pena, che nessun reo sentimento avea cagionato il ratto di sua moglie, ma che era stata semplicemente una precauzione politica.

Ella ritrovò il sig. Bonacieux solo: il povero uomo rimetteva a grande stento un poco d'ordine alla sua casa in cui aveva ritrovati quasi tutti i mobili poco meno che tritolati, e tutti gli armadi poco meno che vuoti, non essendo la giustizia una di quelle tre cose, che vengono indicate dal re Salomone, che non lasciano dietro di se alcuna traccia del loro passaggio. In quanto alla serva, ella si era data alla fuga dopo l'arresto del suo padrone. Il terrore aveva invaso la povera donna, al punto che ella non si era fermata dal correre da Parigi fino in Borgogna suo paese natio.

Il degno merciaio, subito dopo il ritorno in casa sua, aveva dato parte a sua moglie del suo felice ritorno, e sua moglie gli aveva risposto col rallegrarsene, e col dire che il primo momento che avesse avuto di libertà, non avrebbe mancato ai suoi doveri e lo avrebbe consagrato per intero a fargli una visita.

Questo primo momento si era fatto aspettare cinque giorni, ciò che, in ogni altra circostanza, sarebbe sembrato troppo lungo a mastro Bonacieux; ma egli aveva, nella visita fatta al ministro; e nelle visite che gli faceva Rochefort, ampio argomento di riflessione, e, come ognun sa, il tempo passa presto quando si ha a che cosa riflettere.

Tanto più le riflessioni di Bonacieux erano tutte color di rosa. Rochefort lo chiamava il suo amico, il suo caro Bonacieux, e non si stava dal dirgli continuamente che il ministro faceva il più gran calcolo di lui. Il merciaio si vedeva già sul sentiero degli onori e della fortuna.

Dal suo canto la sig. Bonacieux aveva riflettuto, ma, bisogna dirlo, a tutt'altra cosa fuorchè all'ambizione; suo malgrado i propri pensieri avevano avuto per motore costante il bello e bravo giovane che sembrava tanto innamorato. Maritata a diciotto anni col sig. Bonacieux, avendo sempre vissuto in mezzo agli amici di suo marito, poco suscettibili d'inspirare un sentimento qualunque ad una giovane che sentiva il cuore più elevato della sua posizione, la sig. Bonacieux era rimasta insensibile alle seduzioni volgari; ma in quell'epoca particolarmente, il titolo di gentiluomo aveva una grande influenza sulla borghesia, e d'Artagnan era gentiluomo, di più portava l'uniforme dello guardie, che dopo l'uniforme dei moschettieri era il più apprezzato dalle donne. Egli era, noi lo ripetiamo, bello giovane e avventuroso, parlava d'amore come uomo che sa amare ed ha sete di farsi amare, vi era assai più di ciò che abbisognava per far girare una testa di ventitre anni, e la sig. Bonacieux era precisamente in questa felice età della vita.

I due sposi abbenchè non si fossero veduti da più di otto giorni, e che per una settimana fossero accaduti grandi avvenimenti, si videro con una certa preoccupazione; ciò nonostante il sig. Bonacieux manifestò una gioia reale, e si avanzò incontro alla moglie a braccia aperte.

La signora Bonacieux gli presentò la fronte a baciare.

— Parliamo un poco, diss'ella.

— Come? disse Bonacieux maravigliato.

— Sì, senza dubbio, io ho una cosa della più alta importanza da comunicarvi.

— Decisamente, anch'io ho alcune serie interrogazioni da indirizzarvi. Spiegatemi un poco il vostro rapimento, ve ne prego.

— Non si tratta di ciò in questo momento, disse la sig. Bonacieux.

— E di che cosa si tratta adunque? della mia prigionia?

— Io la seppi il giorno stesso, e siccome voi non eravate colpevole di alcun delitto, siccome non eravate complice d'alcun intrigo, siccome in fine non sapevate niente, che avesse potuto compromettere nè voi nè alcun altro, non ho dato a quest'avventura quell'importanza che meritava.

— Voi ne parlate con molta indifferenza, signora, riprese Bonacieux, piccato del poco interesse che gli testimoniava sua moglie; sapete voi che io sono stato sepolto un giorno e una notte in una segreta della Bastiglia?

— Un giorno e una notte si passano presto: lasciamo adunque la vostra prigionia, e veniamo a ciò che mi conduce a voi.

— Come? ciò che vi conduce a me, non è dunque il desiderio di vedere un marito da cui siete stata divisa per otto giorni? domandò il merciaio punto sul vivo.

— Primieramente è questo, quindi un'altra cosa.

— Parlate.

— Una cosa del più alto interesse, dal quale dipende forse la nostra futura fortuna.

— La nostra fortuna ha molto cambiato di fisonomia, dopochè non vi ho veduta, signora, e non mi farebbe meraviglia che qui a qualche mese mi facesse invidiare da molti.

— Sì, particolarmente se voi volete seguire le istruzioni che sono per darvi.

— A me?

— Sì, a voi. Vi è una buona e santa azione da fare, signore, e nello stesso tempo da guadagnare molto danaro.

La signora Bonacieux, parlando di danaro a suo marito, lo prendeva pel suo lato debole.

Ma un uomo, fosse pure un merciaio, allora quando aveva discorso dieci minuti con un duca de Richelieu, non era più lo stesso uomo.

— Molto denaro da guadagnare, disse Bonacieux allungando le labbra.

— Sì, molto.

— Quanto, presso a poco?

— Mille doppie, forse.

— Ciò che avete a chiedermi, è dunque una cosa grave?

— Sì.

— Che cosa bisogna fare?

— Voi partirete sull'istante; io vi consegnerò una carta di cui non vi priverete sotto alcun pretesto, e che rimetterete in proprie mani.

— E per dove, debbo partire?

— Per Londra.

— Io! per Londra! su via, voi scherzerete; io non ho affari a Londra.

— Ma altri hanno bisogno che vi andiate.

— E chi sono questi altri? Io vi avverto, che non faccio niente alla cieca, e che io voglio sapere, non solo a che cosa mi espongono, ma ancora per chi mi espongono.

— Una persona illustre v'invia, una persona illustre vi aspetta; la ricompensa sorpasserà i vostri desiderii: ecco tutto ciò che posso promettere.

— Altri intrighi!, sempre intrighi! io non me ne fido ora, ed il ministro mi ha illuminato su ciò.

— Il ministro! gridò la signora Bonacieux, avete veduto voi il ministro?

— Egli mi ha fatto chiamare, rispose orgogliosamente il merciaio.

— E voi vi siete arreso al suo invito? imprudente che siete!

— Io debbo dirvi, che non ne aveva la scelta, tra il potermi arrendere o non arrendere, poichè era tra due guardie. Egli è altresì vero che allora non conosceva Sua Eccellenza, e se avessi potuto dispensarmi da quella visita sarei stato molto contento.

— Egli dunque vi ha maltrattato? vi ha fatto delle minacce.

— Egli mi ha steso la mano, e mi ha chiamato suo amico; suo amico! capite bene, signora? io sono l'amico del gran ministro.

— Del gran ministro!

— E avreste forse delle difficoltà su questo titolo, signora?

— Io non ho niente da opporre, ma io vi dico che il favore di un ministro, è un'effimera cosa, e che bisogna esser pazzo per attaccarsi ad un ministro; vi sono dei poteri al disopra del suo, e che non sono fondati sul capriccio di un uomo o sulla riuscita di un avvenimento: è a questi poteri che bisogna attenersi.

— Ne sono afflitto, signora, ma io non conosco altro potere che quello del grand'uomo, che ho l'onore di servire.

— Voi servite il ministro?

— Sì, signora, e come suo servitore io non vi permetterò che vi intrighiate in complotti contro la sicurezza dello stato, e che serviate gl'intrighi di una donna che non è francese, e che ha il cuore spagnuolo. Fortunatamente il gran ministro è là, il suo sguardo vigilante sorveglia e penetra, fino nel fondo del cuore.

Bonacieux ripeteva parola per parola una frase che aveva sentita dire dal conte de Rochefort; ma la povera donna che aveva calcolato sopra suo marito, e che, in questa speranza, aveva risposto di lui alla regina, non fremè meno del pericolo nel quale abbisognava gettarsi, che della impotenza nella quale si trovava. Ciò non ostante, conoscendo la debolezza, e soprattutto l'avarizia di suo marito, ella disperò di condurlo ai suoi fini.

— Ah! voi siete ministeriale, signore, gridò ella; ah! voi servite il partito di quelli che maltrattano vostra moglie, e che insultano alla vostra regina?

— Gl'interessi particolari non sono niente dirimpetto agl'interessi generali. Io sono per quelli che salvano lo stato, disse con enfasi Bonacieux.

Questa era un'altra frase del conte de Rochefort che egli aveva ritenuta a memoria, e che trovava l'occasione di situare.

— E sapete voi che cosa è lo stato di cui voi parlate, disse la signora Bonacieux, stringendosi nelle spalle. Contentatevi di essere un borghese senza alcuna furberia, e voltatevi dalla parte che vi offre maggiori vantaggi.

— Eh! eh! disse Bonacieux, battendo sopra un sacchetto colla pancia arrotondata che rese un suono argentino; che dite voi di questo, signora predicatrice?

— Da dove viene questo denaro?

— Voi non lo indovinate?

— Dal ministro?

— Da lui, e dal mio amico, il conte de Rochefort.

— Il conte di Rochefort! non fu lui che mi rapì.

— Può darsi, signora.

— E voi ricevete del danaro da quest'uomo?

— Non mi avete voi detto, che questo rapimento era semplicemente politico?

— Sì; ma questo rapimento aveva per iscopo di farmi tradire la mia padrona, di strapparmi, col mezzo delle torture; delle confessioni che potevano compromettere l'onore, e fors'anche la vita della mia augusta padrona.

— Signora, riprese Bonacieux, la vostra augusta padrona è una perfida Spagnuola, e ciò che fa il gran ministro è tutto ben fatto.

— Signore, disse la giovane sposa, io sapeva che eravate un imbecille, ma non sapeva che voi foste un infame.

— Signora, disse Bonacieux che non aveva veduto mai in collera sua moglie, che indietrava davanti all'ira coniugale; signora, che cosa dite?

— Io dico, che voi siete un miserabile! continuò la signora Bonacieux, vedendo che ella riprendeva il sopravvento su suo marito. Ah! voi v'intrigate di politica ministeriale ancora! Ah! voi vi vendete anima e corpo al demonio pel denaro!

— No, ma al ministro.

— Che è la stessa cosa! gridò la giovane sposa; chi dice Richelieu, dice Satanasso!

— Tacete, signora, tacete, potreste essere intesa.

— Sì, voi avete ragione, e io sarei vergognosa per voi della vostra vigliaccheria!

— Ma che cosa esigete voi dunque da me? vediamo.

— Io ve l'ho detto: che partiate sull'istante, signore; che compiate lealmente la commissione di cui mi degno di incaricarvi: e a questa condizione io dimentico tutto, io perdono tutto; vi è di più (ella gli stese la mano) io vi rendo la mia amicizia.

Bonacieux era poltrone ed avaro, ma egli amava sua moglie; ne fu intenerito. Un uomo di cinquant'anni non tiene lungamente la collera con una moglie di ventitre. La sig. Bonacieux s'accorse che egli esitava.

— Andiamo, siete voi deciso? diss'ella.

— Ma, mia cara amica, riflettete dunque un poco a ciò che esigete da me; Londra è lontana da Parigi, molto lontana, e la commissione di cui voi mi incaricate, non è forse priva di pericoli.

— Che importa? voi li saprete evitare.

— Sentite, signora Bonacieux, disse il merciaio, sentite, decisamente io rifiuto: gl'intrighi mi fanno paura, io ho veduto la Bastiglia. Byrron! la Bastiglia è spaventosa! al solo pensarvi mi viene la pelle d'oca. Sono stato minacciato della tortura. Sapete voi che cosa è la tortura? sono cunei di legno che vi vengono piantati fra le gambe fino a che si spezzano le ossa? no, decisamente, io non andrò. Eh! per bacco! e chè non vi andate voi stessa! poichè in verità io credo di essermi fin qui sbagliato sul conto vostro: io credo che voi siate un uomo, ed anche dei più arrabbiati!

— E voi siete una donna, una miserabile donna, stupida e imbestialita. Eh! voi avete paura, ebbene! se voi non partite sull'istante medesimo, per ordine della regina, vi farò mettere in quella Bastiglia che voi tanto temete.

Bonacieux cadde in una profonda riflessione; pesò maturamente le due collere nel suo cervello, quella del ministro e quella della regina; quel del ministro la superò enormemente?

— Fatemi arrestare per ordine della regina, disse egli; ed io porterò i miei reclami a Sua Eccellenza.

Sul momento, la sig. Bonacieux vide che ella aveva corso troppo, e fu spaventata di essersi tanto avanzata. Ella contemplò un istante con terrore quella figura stupida per una risoluzione invincibile, come quella degli stolti che hanno paura.

— Ebbene! sia! diss'ella. Forse in fin del conto avete ragione; un uomo ne sa molto più di una donna in politica, e voi particolarmente, sig. Bonacieux, che avete parlato col ministro. E frattanto è cosa ben dura aggiunse ella, che mio marito, ch'è l'uomo sulla di cui affezione io credeva di poter contare, mi tratti così aspramente: e non voglia soddisfare ad un mio capriccio.

— Egli è che i vostri capricci possono condurre molto avanti, riprese Bonacieux trionfante, e io non me ne fido.

— Io dunque vi rinunzierò, disse la giovane sospirando; sta bene, non ne parliamo più.

— Se almeno voi mi diceste qual cosa doveva io andare a fare a Londra, riprese Bonacieux, che si ricordava un poco troppo tardi che Rochefort gli aveva raccomandato di sorprendere i segreti di sua moglie.

— È inutile che voi lo sappiate, disse la giovane sposa, ora che una diffidenza instintiva la respingeva in addietro: si trattava di una bagattella come ne desiderano le donne; di una compra sulla quale vi era molto da guadagnare.

Ma più la giovane sì difendeva, più al contrario Bonacieux pensò che il segreto che ella si ricusava di confidargli era importante. Egli risolse dunque di correre sull'istante dal conte di Rochefort e di dirgli che la regina cercava di un messaggiero per mandarlo a Londra.

— Perdono, se io vi lascio, cara la mia sig. Bonacieux, disse egli; ma non sapendo che voi sareste venuta a vedermi, aveva preso un appuntamento con uno dei miei amici. Io ritorno all'istante, e se voi volete aspettarmi soltanto un mezzo minuto, subito che avrò finito con questo amico, ritornerò a prendervi, e siccome comincia a far tardi, vi ricondurrò al Louvre.

— Grazie, signore, rispose la sig. Bonacieux; voi non siete abbastanza bravo per essermi utile a qualche cosa, e io me ne ritornerò al Louvre tutta sola.

— Come vi piacerà, signora Bonacieux, riprese il merciaio. Vi rivedrò io presto?

— Senza dubbio; nella settimana prossima, lo spero, il mio servizio mi lascerà qualche ora di libertà, ed io ne approfitterò per tornare a mettere in ordine i nostri altari, che devono essere alcun poco scomposti.

— Sta bene; io vi aspetterò... voi non siete meco in collera?

— Io! neppure per sogno.

— Fra breve dunque ci rivedremo?

— Fra breve.

Bonacieux baciò la mano alla sua moglie, e si allontanò rapidamente.

— Andiamo, disse la sig. Bonacieux allorquando suo marito ebbe chiusa la porta di strada e che si trovò del tutto sola, non mancava altro a quest'imbecille che di diventare ministeriale! ed io che aveva garentito alla regina, io che aveva promesso alla mia povera padrona... A mio Dio! mio Dio! ella mi prenderà per una di quelle miserabili di cui formicola il palazzo, e che sono state messe vicino a lei per spiarla! Ah! sig. Bonacieux io non vi ho mai amato molto: ma, ora è ben peggio! io vi odio, e sulla mia parola, voi me la pagherete.

Al momento in cui ella diceva queste parole, un colpo battuto al soffitto le fece alzare la testa, e una voce che giunse a lei attraverso il piancito le diceva:

— Cara signora Bonacieux, apritemi la piccola porta del corridoio, e discendo da voi.

CAPITOLO XVIII. L'AMANTE ED IL MARITO

— Ah! signora, disse d'Artagnan, entrando per la porta che gli venne aperta dalla giovane, permettetemi di dirvelo, voi avete un gran tristo marito.

— Voi dunque avete inteso la nostra conversazione? domandò prestamente la signora Bonacieux, guardando d'Artagnan con inquietudine.

— Tutta intera.

— Ma in che modo? mio Dio!

— Per mezzo di un processo conosciuto da me, per mezzo del quale intesi pure la conversazione animata che voi aveste con gli sbirri del ministro.

— E che cosa avete voi capito di ciò che noi dicevamo?

— Mille cose; primieramente che vostro marito è uno stupido ed un imbecille; fortunatamente, quindi, che voi siete imbarazzata, cosa di cui sono molto contento, perchè ciò mi mette nell'occasione di offrirvi i miei servigi, e Dio sa se io sono pronto a gettarmi nel fuoco per voi; che la regina ha bisogno di un uomo coraggioso, intelligente e affezionato che faccia per lei il viaggio di Londra. Io ho almeno due delle tre qualità che vi abbisognano, ed eccomi qua.

La signora Bonacieux non rispose, ma il suo cuore batteva di gioia, e una segreta speranza brillò ai suoi occhi.

— E qual guarentigia mi darete voi, domandò ella, se io acconsento a darvi questa commissione?

— Il mio amore per voi. Vediamo, dite, ordinate: che cosa bisogna fare.

— Mio Dio! mio Dio! mormorò la giovane sposa, debbo io confidarvi un simile segreto, signore? Voi siete quasi un fanciullo.

— Andiamo, io vedo che vi abbisogna qualcuno che vi garantisca per me.

— Io confesso che ciò mi tranquillizzerebbe assai.

— Conoscete voi Athos?

— No.

— Porthos?

— No.

— Aramis?

— No, chi sono questi signori?

— Moschettieri del Re. Conoscete voi il sig. de Tréville loro capitano?

— Oh! sì, quello lo conosco, non di persona ma per averne sentito più volte a parlare dalla stessa regina, come di un valoroso e leale gentiluomo.

— Voi non temete che egli possa tradirvi pel ministro, non è vero?

— Oh! no certamente.

— Ebbene! rivelategli il vostro segreto e domandategli se per quanto questo sia importante, prezioso, terribile, se voi potete confidarmelo.

— Ma questo non è un mio segreto, ed io non posso rivelarlo in tal modo.

— Voi però eravate per confidarlo al signor Bonacieux, disse d'Artagnan con dispetto.

— Sì, come si confida una lettera alla fenditura di un albero, all'ala d'un colombo, al collare di un cane.

— Eppure voi vedete che io vi amo.

— Lo dite voi.

— Io sono un galantuomo!

— Lo credo.

— Io sono coraggioso!

— Oh! di questo ne sono sicura.

— Allora mettetemi alla pruova.

La signora Bonacieux guardò il giovane, ritenuta da un'ultima esitazione. Ma vi era un tale ardore nei suoi occhi, una tale persuasione nella sua voce che ella si sentì trascinata a fidarsi di lui. D'altronde ella si trovava in una di quelle circostanze in cui abbisogna rischiare tutto per tutto. La regina era egualmente perduta per una troppo grande confidenza. Poi, confessiamolo, il sentimento involontario che ella provava per questo giovane protettore la decise a parlare.

— Ascoltate, disse ella. Io mi arrendo alle vostre proteste. Ma vi giuro, davanti a quell'Ente che mi ascolta, che se voi mi tradiste e che i miei nemici mi perdonassero, io mi ucciderei accusandovi della mia morte.

— Ed io vi giuro sul mio onore, signora, disse d'Artagnan, che se io sono preso nell'adempiere gli ordini che voi mi date, io morirò prima di fare o dire niente che possa compromettere qualcuno.

Allora la giovane sposa gli confidò il terribile segreto, il cui caso glie ne aveva rivelata una parte, dirimpetto alla Samaritana.

Questa fu la loro mutua dichiarazione di amore.

D'Artagnan rispondeva di gioia e di orgoglio. Il segreto che possedeva, la donna che egli amava, la confidenza e l'amore facevano di lui un gigante.

— Io parto, diss'egli, io parto sul momento.

— Come! voi partite! gridò la signora Bonacieux; e il vostro capitano?

— Sull'anima mia, voi mi avete fatto dimenticare tutto, cara Costanza; sì, avete ragione, mi abbisogna un congedo.

— Anche un ostacolo! mormorò la signora Bonacieux con dolore.

— Oh! questo, gridò d'Artagnan dopo un momento di riflessione, io lo supererò, siate tranquilla.

— In che modo?

— Anderò questa sera stessa a ritrovare il sig. de Tréville, che incaricherò di chiedere per me questo favore al suo cognato, il sig. des Essarts.

— Ora un'altra cosa.

— Che? domandò d'Artagnan, vedendo che la sig. Bonacieux esitava a continuare.

— Voi non avete forse denaro?

— Forse è un di più, disse d'Artagnan, sorridendo.

— Allora, riprese la sig. Bonacieux aprendo un armadio, e cavando da quest'armadio il sacchetto che una mezz'ora prima suo marito accarezzava tanto amorosamente, prendete questo sacchetto.

— Quello del ministro! gridò, scoppiando dalle risa d'Artagnan, che, come ognuno si ricorderà, mercè i quadrelli levati, non aveva perduto una sillaba della conversazione fra il merciaio e sua moglie.

— Quello del ministro, rispose la sig. Bonacieux; voi vedete che egli si presenta con un aspetto molto rispettabile.

— Per bacco! gridò d'Artagnan, sarà una cosa doppiamente divertente, il salvare la regina col denaro di Sua Eccellenza.

— Voi siete un amabile e grazioso giovane, disse la sig. Bonacieux. Credete che Sua Maestà non sarà punto ingrata.

— Oh! io sono già grandemente ricompensato, gridò d'Artagnan, io vi amo, voi mi permettete di dirvelo; questa è già una felicità più grande di quello che io osava sperare.

— Silenzio! disse la sig. Bonacieux rabbrividendo.

— Che?

— Si parla nella strada.

— Questa è la voce...

— Di mio marito. Sì, sì la riconosco!

D'Artagnan corse alla porta, e mise il catenaccio.

— Egli non entrerà prima che io sia partito, disse egli, e quando sarò partito, voi gli aprirete.

— Ma io pure dovrei esser partita. E se io son qui, come potrò giustificare la mancanza del danaro?

— Voi avete ragione, bisogna sortire.

— Sortire? in che modo? se noi sortiamo egli ci vedrà. Allora bisogna salire nelle mie stanze.

— Ah! gridò la sig. Bonacieux, voi mi dite ciò in un modo che mi fa paura.

La sig. Bonacieux pronunciò queste parole con una lacrima sugli occhi. D'Artagnan vide questa lacrima, e commosso, intenerito, si gettò alle sue ginocchia.

— Nelle mie stanze, diss'egli, voi sarete sicura come in un tempio, io ve ne do la mia parola di gentiluomo.

— Partiamo, diss'ella, io mi fido a voi, amico mio.

D'Artagnan ritirò con precauzione il catenaccio, e tutti e due, leggieri come due ombre, sguizzarono dalla porta interna del corridoio, salirono senza rumore la scala, ed entrarono nella camera di d'Artagnan.

Una volta in casa sua, il giovane per maggior sicurezza barricò la porta, quindi si avvicinarono alla finestra, e, da una fenditura dello sportello, videro il sig. Bonacieux che parlava con un uomo in mantello.

Alla vista dell'uomo in mantello, d'Artagnan fece uno sbalzo e, cavando per metà la sua spada, si slanciò verso la porta.

Era l'uomo di Méung.

— Che volete fare? gridò la sig. Bonacieux, voi vi perderete.

— Ma ho giurato di ammazzare quest'uomo, disse d'Artagnan.

— La vostra vita è consacrata in questo momento, e non vi appartiene più. In nome della regina, io vi proibisco di gettarvi in nessun pericolo che sia estraneo al vostro viaggio.

— E in nome vostro non mi ordinate niente?

— In nome mio, disse la sig. Bonacieux con una viva emozione, in nome mio io ve ne prego. Ma ascoltiamo, mi sembra che essi parlino di me.

D'Artagnan si avvicinò alla finestra, ed accostò l'orecchio.

Il sig. Bonacieux aveva riaperta la sua porta, e vedendo l'appartamento vuoto, era ritornato all'uomo del mantello, che per un istante aveva lasciato solo.

— Ella è partita, diss'egli, ella sarà ritornata al Louvre.

— Ne siete voi sicuro che ella non abbia dubitato sulle intenzioni colle quali siete sortito?

— No rispose Bonacieux con disinvoltura, è una donna troppo superficiale.

— Il cadetto delle guardie è in casa?

— Io non lo credo; come voi vedete, le sue finestre sono chiuse, e non si vede brillare nessun lume dalle fessure.

— È lo stesso, bisogna assicurarsene.

— In che modo.

— Andando a bussare alla sua porta.

— Lo domanderò al suo cameriere.

— Andate.

Bonacieux entrò in casa sua, passò per la stessa porta che aveva dato passaggio ai due fuggitivi, salì al piano di d'Artagnan e bussò.

Nessuno rispose. Porthos per fare maggior figura in quella sera aveva preso ad imprestito Planchet. In quanto a d'Artagnan egli non aveva certamente volontà di dare segni di esistenza.

Al momento in cui le dita di Bonacieux risuonarono sulla porta, i due giovani sentirono balzare i loro cuori.

— Non vi e nessuno in casa, disse Bonacieux.

— Non importa, entriamo pure nel vostro appartamento, noi saremo sempre più sicuri che sul limitare di una porta.

— Oh! mio Dio! mormorò la signora Bonacieux, noi non sentiremo più niente.

— Al contrario, disse d'Artagnan, noi sentiremo meglio.

D'Artagnan alzò i tre o quattro quadrelli che facevano della sua camera un altro orecchio di Dionigi, stese un tappeto per terra, si mise in ginocchio e fece segno alla sig. Bonacieux di inchinarsi come faceva lui verso l'apertura.

— Siete voi sicuro che non vi sia alcuno? disse lo sconosciuto.

— Io ve ne garantisco, disse Bonacieux.

— E voi pensate che vostra moglie...

— Sia ritornata al Louvre.

— Senza parlare con alcun'altra persona che con voi?

— Io ne sono sicuro.

— Questo è un punto importante, capite voi?

— In tal modo, la notizia che io ho portata è dunque di valore?...

— Grandissimo, mio caro Bonacieux, io non ve lo nascondo.

— Allora il ministro sarà contento di me?

— Io non ne dubito.

— Grand'uomo che è il ministro!

— Siete voi sicuro che nella sua conversazione, vostra moglie non abbia pronunziato alcun nome proprio?

— Io non lo credo.

— Non ha ella nominato nè la sig. de Chevreuse, nè il sig. de Buckingham, nè la sig. de Vernel?

— No, ella mi ha detto soltanto che voleva inviarmi a Londra per servire agl'interessi di una illustre persona.

— Ah! traditore! mormorò la sig. Bonacieux.

— Silenzio! disse d'Artagnan prendendole una mano che ella gli abbandonò senza pensarvi.

— Non importa, continuò l'uomo del mantello, stato voi siete un gonzo per non aver finto di accettare la commissione; voi avreste la lettera; lo stato che viene minacciato, sarebbe salvo, e voi...

— Ed io?.

— Ebbene, voi, il ministro vi avrebbe dato le patenti di nobiltà.

— Ve lo ha egli detto?

— Sì, io so che voleva farvi questa sorpresa.

— Siate tranquillo, riprese Bonacieux; mia moglie mi adora, e siamo ancora in tempo.

— Imbecille! mormorò la sig. Bonacieux.

— Silenzio! disse d'Artagnan stringendole sempre più forte la mano.

— In che modo siamo ancora in tempo? riprese lo uomo dal mantello.

— Io ritorno al Louvre, domando la sig. Bonacieux, le dico che vi ho riflettuto, riannodo l'affare, ottengo la lettera, e corro dal ministro.

— Ebbene, andate, presto; io ritornerò quanto prima per sapere il resultato della vostra dimostrazione.

Lo sconosciuto sortì.

— Infame! disse la sig. Bonacieux, indirizzando anche questo epiteto a suo marito.

— Silenzio! ripetè d'Artagnan stringendo anche più forte la mano.

Un urlo terribile interruppe allora le riflessioni dì d'Artagnan e della sig. Bonacieux. Era suo marito che, essendosi accorto della sparizione del suo sacchetto, gridava al ladro.

— Oh! mio Dio! disse la sig. Bonacieux, egli metterà a soqquadro tutto il quartiere.

Bonacieux gridò per lungo tempo; ma siccome simili grida, atteso la loro frequenza, non attiravano alcuno nella strada dei Fossoyeurs, e che d'altronde la casa del merciaio era da qualche tempo in cattivo nome, vedendo che nessuno veniva, sortì continuando a gridare, e s'intese la sua voce che si allontanava nella sua direzione della strada di Bacco.

— E ora che egli è partito, tocca a voi di allontanarvi, disse la sig. Bonacieux; coraggio, ma soprattutto, prudenza, e pensate che vi siete dedicato tutto alla regina.

— A lei e a voi! gridò d'Artagnan. Siate tranquilla, bella Costanza, io ritornerò degno della sua riconoscenza; ma ritornerò pur degno del vostro amore?

La giovane sposa non rispose che col vivo rossore che colorò le sue guance. Alcuni istanti dopo anche d'Artagnan sortì, avvolto anche egli in un gran mantello che si ripiegava cavallerescamente sopra il fodero di una lunga spada.

La sig. Bonacieux lo seguì cogli occhi, e con quel lungo sguardo di amore con cui la donna accompagna l'uomo che sente di amare; ma quando ebbe voltato all'angolo della strada, ella cadde in ginocchio, e giungendo le mani:

— Ohi mio Dio! disse ella, proteggete la regina, e proteggete me pure.

CAPITOLO XIX. PIANO DI CAMPAGNA

D'Artagnan si portò direttamente dal sig. de Tréville. Egli aveva riflettuto che in pochi minuti il ministro sarebbe avvertito da quel dannato di quello sconosciuto, che sembrava essere il suo agente, e pensava con ragione che non vi era un istante da perdere.

Il cuore del giovinotto era ricolmo di gioia. Una avventura che offriva ad un tempo gloria da acquistarsi e danaro da guadagnarsi, si presentava a lui, e per primo incoraggiamento veniva accostato ad una donna che egli adorava. Questa combinazione faceva dunque quasi di primo colpo, per lui, più di quello che egli non avrebbe osato di domandare alla provvidenza.

Il signor de Tréville era nel suo salotto col suo ordinario corteggio di gentiluomini. D'Artagnan che era conosciuto come un familiare della casa, andò diritto al suo gabinetto, e lo fece prevenire che egli lo aspettava per una cosa d'importanza.

Erano appena scorsi cinque minuti, quando entrò il sig. de Tréville. Al primo colpo d'occhio, e dalla gioia che si dipingeva sul suo viso, il degno capitano comprese che accadeva effettivamente qualche cosa di nuovo.

Lungo la strada, d'Artagnan si era domandato a se stesso se si sarebbe confidato al sig. de Tréville, o se gli poteva chiedere soltanto di accordargli carta bianca per un affare secreto. Ma il sig. de Tréville era sempre stato così buono con lui, era tanto affezionato al re e alla regina; odiava così cordialmente il ministro che il giovane si risolse dirgli tutto.

— Voi mi avete fatto chiamare, mio giovane amico? disse il sig. de Tréville.

— Sì, signore, disse d'Artagnan, e voi mi perdonate, lo spero, di avervi incomodato, quando voi saprete di qual cosa importante si tratta.

— Allora dite che io vi ascolto

— Si tratta niente meno, disse d'Artagnan abbassando là voce, che dell'onore, e forse della vita della regina.

— Che cosa dite? domandò il sig. de Tréville girando lo sguardo attorno per assicurarsi se erano veramente soli, riportandogli occhi interrogatori su d'Artagnan.

— Io dico, signore, che la combinazione mi ha reso padrone di un secreto...

— Che voi custodirete, lo spero, giovane, sulla vostra vita.

— Ma io debbo confidarmi a voi, signore perchè voi solo potete aiutarmi nella commissione che ho ricevuta da Sua Maestà.

— Questo segreto è vostro?

— No, signore, questo è segreto della regina.

— Siete voi autorizzato da Sua Maestà di confidarmelo?

— No, signore, poichè al contrario mi e stato raccomandato il più profondo mistero.

— E perchè dunque volevate tradirlo in faccia mia?

— Perchè, io ve l'ho detto, senza di voi, io non posso niente, e temo che mi ricusiate la grazia che io vengo a domandarvi, se non sapete con quale scopo io ve la domando.

— Conservate il vostro segreto, giovane, e ditemi ciò che desiderate.

— Io desidero che otteniate, dal sig. des Essarts, un congedo di quindici giorni.

— Quando?

— In questa stessa notte.

— Voi lasciate Parigi?

— Vado in missione.

— Potete voi dirmi ove?

— A Londra.

— Vi è qualcuno che abbia interesse perchè non arriviate alla vostra meta?

— Il ministro, io credo, darebbe tutto al mondo per impedirmi di riuscire.

— E voi partite solo?

— Io parto solo.

— In questo caso, voi non arriverete a Rondy; sono io che ve lo dico, fede di Tréville.

— In che modo?

— Vi si farà assassinare.

— Allora sarò morto nel fare il mio dovere.

— Ma la vostra missione non si adempirà.

— È vero, disse d'Artagnan.

— Credetemi, continuò de Tréville, nelle intraprese di questo genere, bisogna andare in quattro per arrivarne uno.

— Ah! voi avete ragione, signore, disse d'Artagnan; ma voi conoscete Athos, Porthos ed Aramis, e voi sapete se io posso disporre di loro.

— Senza confidar loro il segreto che io non ho voluto sapere?

— Noi ci siamo giurati, una volta per sempre, confidenza cieca, e attaccamento a tutta pruova. D'altronde voi, potete dir loro che avete ogni confidenza in me, e non saranno più increduli di voi.

— Io posso inviare a ciascuno di loro un congedo di quindici giorni, ecco fatto: ad Athos, che soffre sempre della sua ferita, perchè vada alle acque di Forges; a Porthos e ad Aramis, per seguire il loro amico che non vogliono abbandonare in un così doloroso stato. L'invio dei loro congedi sarà una pruova che io autorizzo il viaggio.

— Grazie, signore, voi siete buono cento volte.

— Andate dunque sul momento a cercarli, e che tutto si eseguisca in questa notte. E primieramente, scrivetemi la vostra istanza pel signore des Essarts, forse avete una spione alle vostre calcagne, e la vostra visita, che in questo caso è già conosciuta dal ministro, sarà in tal modo legittimata.

D'Artagnan formulò questa domanda, ed il signor de Tréville, nel riceverla fra le sue mani, lo assicurò che avanti le due ore dopo la mezzanotte i quattro congedi sarebbero al rispettivo domicilio dei viaggiatori.

— Abbiate la bontà di mandare il mio all'alloggio d'Athos, disse d'Artagnan. Io temerei, ritornando in casa mia, di fare qualche sinistro incontro.

— Siate tranquillo. Addio e buon viaggio. A proposito... disse il signor de Tréville richiamandolo.

D'Artagnan ritornò in addietro.

— Avete voi del denaro?

D'Artagnan fece risuonare il sacchetto che portava in saccoccia.

— Abbastanza? domandò il sig. de Tréville.

— Trecento doppie.

— Basta! con queste si va in capo al mondo; andate dunque.

D'Artagnan salutò il signor de Tréville che gli stese la mano, d'Artagnan la strinse a lui con rispetto misto a riconoscenza. Da che egli era giunto a Parigi, non aveva avuto che a lodarsi di quest'uomo eccellente, che aveva sempre ritrovato degno, leale e grande.

La sua prima visita fu per Aramis, egli non era più ritornato in sua casa da quella famosa sera in cui aveva seguito la signora Bonacieux. Vi era di più: rare volte aveva veduto il moschettiere, e ciascheduna volta che lo aveva riveduto aveva creduto notare una profonda tristezza impressa nel suo viso.

Quella sera ancora, Aramis vegliava cupo ed astratto; d'Artagnan gli fece alcune interrogazioni su questa malinconia prolungata; Aramis se ne scusò con la difficile interpretazione di un passo di filosofia di Demostene che era obbligato di scrivere in latino per la successiva settimana, e ciò lo teneva molto preoccupato.

Siccome i due amici parlavano già da qualche tempo, un servitore del signor de Tréville entrò portando un plico sigillato.

— Che cosa è questo? domandò Aramis.

— Il congedo che il signore ha domandato, rispose il lacchè.

— Io? io non ho mai domandato congedi.

— Tacete e prendete, disse d'Artagnan; e voi, amico mio, eccovi una mezza doppia per il vostro incomodo. Voi direte al signor de Tréville che Aramis lo ringrazia sinceramente e di cuore. Andate.

Il lacchè salutò fino a terra e partì.

— Che significa questo? domandò Aramis.

— Prendete tutto ciò che vi abbisogna per un viaggio di quindici giorni, e seguitemi.

— Ma in questo momento non posso lasciare Parigi senza sapere...

— Che cosa sia avvenuto di lei? continuò d'Artagnan.

— Chi? riprese Aramis.

— La donna ch'era qui, la donna del fazzoletto ricamato.

— Chi vi ha detto che qui v'era una donna? disse Aramis divenendo pallido come la morte.

— Io l'ho veduta.

— E voi sapete chi ella è?

— Almeno credo di dubitarne.

— Ascoltate, disse Aramis, poichè voi sapete tante cose, sapreste dirmi ove sia andata questa donna?

— Io presumo ch'ella sia ritornata a Tours.

— A Tours! Sì, è lei; voi la conoscete! Ma in che modo ritornata a Tours senza dirmi niente!

— Perchè ha avuto timore di essere arrestata.

— E perchè non mi ha scritto?

— Perchè ha temuto di compromettervi.

— Sì, è per questo, d'Artagnan, voi mi rendete la vita. Mi credeva ingannato, tradito; sarei stato tanto felice di poterla rivedere! Io non poteva credere che ella avesse arrischiata la sua libertà per me, eppure per quale altra causa sarebbe ella ritornata a Parigi?

— Per la stessa causa che oggi ci fa partire per l'Inghilterra.

— E qual è questa causa? domandò Aramis.

— Un giorno voi la saprete, ma pel momento bisogna che io conservi la stessa riserva che voi avete conservata per la nipote del dottore.

Aramis sorrise, perchè si ricordò un certo racconto fatto una sera ai suoi amici.

— Ebbene! dunque, dappoichè ella ha lasciato Parigi, e che voi ne siete sicuro, d'Artagnan, niuna cosa più mi trattiene, ed io sono pronto a seguirvi. Voi diceste che noi andiamo...?

— Da Athos, pel momento, e se voi volete venire, vi prego ancora di sollecitare, poichè noi abbiamo già perduto abbastanza tempo. A proposito, prevenite Bazin.

— Bazin viene dunque con noi? domandò Aramis.

— Forse: in ogni modo è bene ch'egli ci segua fino ad Athos.

Aramis chiamò Bazin, e dopo avergli ordinato di venirlo a raggiungere in casa di Athos, partiamo, diss'egli prendendo il suo mantello, la sua spada e le sue pistole, e aprendo con molta galanteria alcuni tiratori per vedere se mai vi avesse smarrito qualche doppia. Quindi quando fu ben sicuro che questa ricerca era inutile, egli seguì d'Artagnan chiedendo a se stesso come mai poteva accadere che il giovane cadetto delle guardie sapesse tanto bene quanto lui chi era quella donna alla quale egli aveva accordata ospitalità; e sapesse meglio di lui che ne era avvenuto.

Soltanto, nel sortire, egli pose una mano sulla spalla di d'Artagnan, e fissandolo collo sguardo:

— Voi non avete parlato con alcuno di questa donna? diss'egli.

— Ad anima vivente.

— Neppure ad Athos e a Porthos?

— Non ho detto loro una parola.

— Alla buon'ora.

E tranquillizzato su questo punto importante, Aramis continuò la sua strada con d'Artagnan, ed entrambi giunsero ben presto alla casa d'Athos.

Essi lo ritrovarono che con una mano teneva il suo congedo e coll'altra una lettera del sig. de Tréville.

— Sapreste voi spiegarmi che cosa significa questo congedo e questa lettera che ho ricevuta in questo momento? E Athos lesse:

«Mio caro Athos, acconsento volentieri, poichè la vostra salute lo esige assolutamente, che voi vi riposiate per quindici giorni. Andate a prendere le acque di Forges, o qualunque altra più convenga, e ristabilitevi prontamente.

«Vostro affezionatissimo.

Tréville.»

— Ebbene! questo congedo e questa lettera significano che bisogna seguirmi, Athos.

— Alle acque di Forges?

— O in un qualche altro luogo.

— Pel servizio del re?

— Del re o della regina: non siamo noi servitori delle Loro Maestà?

In questo momento entrò Porthos.

— Per bacco! diss'egli, eccone una delle nuove; da quando in qua, nei moschettieri, si accordano dei permessi ai soldati senza ch'essi li domandino?

— Da quando vi sono degli amici che li domandano per loro.

— Ah! ah! disse Porthos, sembra che qui vi sia qualche cosa di nuovo?

— Sì, noi partiamo, disse Aramis.

— Per qual paese? domandò Porthos.

— In fede mia, non so niente, disse Athos, domandatelo a d'Artagnan.

— Per Londra, signori, disse d'Artagnan.

— Per Londra! gridò Porthos; e che cosa andiamo noi a fare a Londra?

— Ecco quello che io non posso dirvi, signori, e bisogna che abbiate confidenza in me.

— Ma per andare a Londra ci vuol del danaro, aggiunse Porthos, ed io non ne ho.

— Neppur io, disse Aramis.

— Neppur io, disse Porthos.

— Ne ho io, riprese d'Artagnan, cavando di saccoccia il suo tesoro, e deponendolo sulla tavola. Prendiamone settantacinque per cadauno, ed è quanto basta per andare a Londra e per ritornare. D'altronde siate tranquilli, noi non vi giungeremo tutti a Londra.

— E perchè?

— Perchè secondo tutte le probabilità, vi sarà qualcuno di noi che rimarrà per la strada.

— È dunque una campagna che noi intraprendiamo?

— È delle più pericolose, ve ne avverto!

— Va bene! ma poichè noi corriamo il rischio di farci uccidere, disse Porthos, vorrei almeno sapere per chi arrischiamo.

— Tu non ne saprai di più, disse Athos.

— Però, disse Aramis, io sono del parere di Porthos.

— Il re ha forse l'abitudine di rendervi dei conti? No; egli vi dice soltanto: «signori, si dovranno battere in Guascogna o nelle Fiandre; vadano a battersi.» E voi andate. Perchè? Voi non ci pensate neppure a domandarlo.

— D'Artagnan ha ragione, disse Athos; ecco i tre congedi che ci vengono mandati dal sig. de Tréville, ed ecco trecento doppie che ci vengono non so da chi. Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono d'andare. La vita valesse la pena di fare tante interrogazioni? D'Artagnan, io sono pronto a seguirvi.

— Ed io pure, disse Porthos.

— Ed io pure, disse Aramis. Tanto più che non sono mal contento di lasciare Parigi. Io ho bisogno di distrazione.

— Ebbene! voi avrete delle distrazioni, signori, siate tranquilli! disse d'Artagnan.

— Ed ora, quando partiamo noi? disse Athos.

— Subito, disse d'Artagnan, noi non abbiamo un minuto da perdere.

— Olà! Grimaud, Planchet, Mousqueton, Bazin! gridarono i quattro giovani chiamando i loro quattro lacchè! date il grasso agli stivali, e conducete i cavalli all'alloggio.

Infatti ciaschedun moschettiere lasciava al palazzo generale, come una caserma, il suo cavallo e quello del suo lacchè.

Planchet, Grimaud, Mousqueton, e Bazin partirono in tutta fretta.

— Ora stabiliamo il piano di campagna, disse Porthos. Dove andremo noi per il primo?

— A Calais, disse d'Artagnan; è la linea più diretta per giungere a Londra.

— Ebbene disse Porthos, ecco il mio parere.

— Parla!

— Quattro uomini che viaggiano assieme sarebbero sospetti, d'Artagnan darà a ciascun di noi le nostre istruzioni. Io partirò avanti per la strada di Boulogne, per esplorare il cammino; Athos partirà due ore dopo, per la strada d'Amiens; Aramis ci seguirà per quella di Noyon; in quanto a d'Artagnan, egli partirà per quella strada che vorrà, cogli abiti di Planchet, nel mentre che Planchet ci seguirà vestito alla d'Artagnan con l'uniforme delle guardie.

— Signori, disse Athos, il mio parere si è che non convenga in modo alcuno l'immischiare i lacchè in simili affari. Un segreto può essere tradito da dei gentiluomini, ma questo è un caso, nel mentre che è sempre venduto dai lacchè.

— Il piano di Porthos mi sembra impraticabile, disse d'Artagnan, molto più che ignoro io stesso quali istruzioni potrei darvi. Io sono portatore di una lettera, ecco tutto. Io non ho, e non posso fare tre copie di questa lettera, mentre essa è sigillata; bisogna dunque, a mio avviso, viaggiare in compagnia. Questa lettera è qui in questa saccoccia, (e mostrò la saccoccia ove teneva la lettera). Se io resto ucciso, uno di voi la prenderà, e continuerete la strada; se egli rimane a sua volta ucciso, toccherà ad un altro l'incaricarsene, e così di seguito, purchè un solo giunga: questo è tutto quanto abbisogna.

— Bravo d'Artagnan! il tuo parere è anche il mio, disse Athos. D'altronde bisogna essere conseguenti; io vado a prendere le acque, voi mi accompagnerete; invece delle acque di Forges vado a passare le acque di mare; io sono libero. Se vorranno arrestarci, io mostrerò la lettera del sig. de Tréville, e voi mostrerete i vostri congedi; se verremo attaccati, noi ci difenderemo; e se saremo giudicati, noi sosterremo che non avevamo altre intenzioni che di tuffarci un certo numero di volte nel mare; avrebbero troppo poco da fare nell'attaccare quattro uomini isolati, nel mentre che quattro uomini riuniti formano una truppa; noi armeremo i quattro lacchè di pistole e di moschetti; se ci verrà inviata contro un'armata, noi daremo battaglia, ed il sopravvivente, come lo ha detto d'Artagnan, porterà la lettera.

— Ben detto! gridò Aramis; tu non parli spesso, Athos, ma quando parli sei come un Demostene. Adotto il piano d'Athos; e tu Porthos?.

— Io pure, disse Porthos, se piace a d'Artagnan che porta la lettera; è naturalmente il capo dell'impresa; che egli decida, e noi eseguiremo.

— Ebbene! disse d'Artagnan, io decido che noi adottiamo il piano d'Athos, e che partiamo tra una mezz'ora.

— Adottato! risposero in coro i tre moschettieri.

E ciascuno allungò la mano verso il sacchetto, prese le 75 doppie e fece i suoi preparativi per partire nell'ora convenuta.

CAPITOLO XX. VIAGGIO

A due ore dopo la mezzanotte i nostri quattro avventurieri sortirono da Parigi per la barriera di S. Dionigi; fino a che fu notte, essi rimasero muti; loro malgrado subivano l'influenza della oscurità e dappertutto vedevano delle imboscate.

Ai primi raggi del giorno le loro lingue si sciolsero; col sole ritornò l'allegria; era come il giorno innanzi di una battaglia, gli occhi ridevano ma il cuore batteva, e sentivano che la vita, che forse stavano per lasciare, in fin dei conti, era qualche cosa di buono.

Del resto, l'aspetto delle carovana era dei più formidabili: i cavalli neri dei moschettieri, il loro portamento marziale, quell'abitudine di squadrone che fa camminare regolarmente questi nobili compagni del soldato, avrebbero tradito il più stretto incognito. I lacchè li seguivano, armati fino ai denti.

Tutto andò bene fino a Chantilly ove giunsero olle otto ore del mattino. Bisognava far colezione. Discesero davanti un albergo che si raccomandava con la sua grande insegna rappresentante S. Martino nell'atto di dare la metà del suo mantello ad un povero. Ingiunsero ai lacchè di non levare la sella ai cavalli e di tenersi pronti a partire immediatamente.

Entrarono nella sala comune e si misero a tavola.

Un gentiluomo che giungeva allora dalla strada Dammartin era assiso a quell'istessa tavola e faceva colezione. Egli intavolò la conversazione sulla pioggia e sul bel tempo; i viaggiatori risposero; egli bevè alla loro salute, i viaggiatori corrisposero alla sua gentilezza.

Ma al momento in cui Mousqueton venne ad annunziare che i cavalli erano pronti, e in cui si alzarono da tavola; lo straniero propose a Porthos di bere alla salute del ministro. Porthos rispose che egli non domandava di meglio, purchè lo straniero a sua volta avesse bevuto alla salute del re. Lo straniero gridò che non conosceva altro re che il ministro. Porthos lo chiamò ubriaco; lo straniero cavò la spada.

— Voi avete fatto una sciocchezza, disse Athos; ma non importa, adesso non bisogna dare addietro; uccidete quest'uomo e venite a raggiungerci il più presto che potete.

E tutti e tre rimontarono a cavallo e partirono a briglia sciolta, nel mentre che Porthos prometteva al suo avversario di perforarlo con tutti i colpi conosciuti nella scherma.

— È uno! disse Athos, in capo a cinque minuti.

— Ma perchè quest'uomo ha attaccato Porthos piuttosto che qualunque altro di noi? domandò Aramis.

— Perchè Porthos, parlando a più alta voce di noi, è stato preso pel capo, disse d'Artagnan.

— Io ho sempre detto che questo cadetto di Guascogna era pozzo di saggezza, mormorò Athos.

E i nostri viaggiatori continuavano la loro strada.

A Beauvais si fermarono due ore, tanto per rinfrescare i cavalli, che per aspettare Porthos. In capo a duo ore, siccome Porthos non giungeva, e neppure nessuna notizia di lui, si rimisero in cammino. Ad una lega da Beauvais, in un luogo ove la strada si ritrovava chiusa fra due rialti, incontrarono otto o dieci uomini, che, approfittando della strada che non era selciata, avevano l'aspetto di lavorare scavando dei fori e praticando delle rotaie fangose.

Aramis, temendo di infangare i suoi stivali in questa mota artificiale, li apostrofò con rozzezza. Athos volle trattenerlo, ma era troppo tardi. Gli operai si misero a beffeggiare i viaggiatori, e colla loro insolenza fecero perdere la testa fin anche al freddo Athos, che spinse il suo cavallo contro di loro.

Allora ciascuno di questi uomini dette addietro fino ad un fosso e vi prese un moschetto nascostovi; ne resultò che i nostri sette viaggiatori furono alla lettera passati per le armi. Aramis ricevette una palla sulla spalla e Mousqueton un'altra palla che penetrò nelle parti carnose che sono sottoposte ai reni. Il solo Mousqueton però cadde da cavallo, non già perchè fosse gravemente ferito, ma siccome non poteva vedersi la sua ferita, credè senza dubbio di essere rimasto ferito più pericolosamente di quello che lo era.

— Questa è una imboscata, gridò d'Artagnan, non bruciamo una miccia e andiamo.

Aramis quantunque ferito, si afferrò alla criniera del suo cavallo che lo trasportò con gli altri. Quello di Mousqueton li aveva raggiunti e galoppava da solo al suo rango.

— Questo ci servirà per un cavallo di cambio, disse Athos.

— Avrei amato meglio avere un cappello di cambio, disse d'Artagnan; il mio è stato portato via da una palla. È una fortuna, in fede mia, che non vi tenessi la lettera dentro.

— Ma essi uccideranno il povero Porthos quando passerà, disse Aramis.

— Se Porthos fosse sulle sue gambe, a quest'ora ci avrebbe raggiunti, disse Athos. Io sono persuaso che sul terreno l'ubbriaco avrà perduta l'ubriachezza.

E galopparono ancora due ore, quantunque i cavalli fossero così stanchi che era a temersi che non si riducessero ben presto inetti al servizio.

I viaggiatori avevano presa una strada traversa operando in questo modo di non essere disturbati; ma giunti a Creve-Coeur, Aramis dichiarò che non poteva andare più avanti. Infatti, era stato necessario tutto il coraggio che egli nascondeva sotto i suoi modi gentili per giungere fin là. Ad ogni istante egli impallidiva, ed erano obbligati di sostenerlo sul suo cavallo; fu fatto discendere alla porta dell'osteria, gli si lasciò Bazin, che del resto in una scaramuccia era più imbarazzante che utile, e ripartirono nella speranza di andare a dormire ad Amiens.

— Per bacco! disse Athos, quando si rimisero in via, siamo ridotti a due padroni, e a Grimaud e Planchet, per bacco! io non sarò più il loro buffone, e vi rispondo che non mi faranno aprire la bocca nè cavare la spada fino a Calais. Io giuro...

— Non giuriamo disse d'Artagnan, galoppiamo, se tutta volta i nostri cavalli vi acconsentano.

E i viaggiatori piantarono gli speroni nel ventre dei loro cavalli, che, in tal modo stimolati vigorosamente, ritrovarono ancora delle forze. Giunsero ad Amiens a mezzanotte, e discesero all'albergo del Giglio d'Oro.

L'oste aveva la ciera del più onesto uomo della terra; egli ricevette i viaggiatori, tenendo con la mano il suo candeliere, e coll'altra il suo berretto di cotone: voleva alloggiare i due viaggiatori ciascuno in una camera separata, disgraziatamente queste due camere erano alle due estremità opposte dell'albergo. D'Artagnan e Athos ricusarono; l'oste rispose che non ne aveva altre degne delle Loro Signorie, ma i viaggiatori dichiararono che avrebbero dormito in una camera comune, ciascuno sopra un materasso che si sarebbe gettato per terra. L'oste insistè, i viaggiatori tennero fermo, e bisognò fare a modo loro.

Essi avevano disposti i loro letti e barricata la porta per di dentro, quando fu battuto alla finestra del cortile; essi domandarono chi era, e riconobbero la voce dei loro camerieri ed aprirono.

Infatti, erano Planchet e Grimaud.

— Grimaud basterà per far la guardia ai cavalli, disse Planchet, se questi signori lo permettono, dormirò a traverso la porta, in questo modo saranno sicuri che nessuno giungerà fino a loro.

— E sopra che cosa dormirai tu? disse d'Artagnan.

— Ecco il mio letto, rispose Planchet.

E mostrò un fascio di paglia.

— Vieni dunque, disse d'Artagnan, tu hai ragione; la figura dell'oste non mi persuade, essa è troppo graziosa.

— Neppure a me, disse Athos.

Planchet montò per la finestra, s'installò a traverso la porta, nel mentre che Grimaud andò a chiudersi nella scuderia, assicurando che alle cinque del mattino egli e i cavalli sarebbero pronti.

La notte fu passata assai tranquillamente, è vero che verso le due ore dopo mezzanotte fu tentato di aprir la porta, ma siccome Planchet si svegliò con un sussulto gridando: chi va là? fu risposto che si erano sbagliati, e si allontanarono.

Alle quattro della mattina s'intese un gran rumore nelle scuderie, Grimaud aveva voluto svegliare i mozzi di stalla, e questi lo bastonarono. Quando fu aperta la porta si vide il povero lacchè privo di sensi, con una ferita in testa prodotta da un colpo di manico di forca.

Planchet discese nel cortile, volle insellare i cavalli, ma i cavalli avevano le zampe attrappate per la stanchezza. Quello di Grimaud soltanto, che il giorno innanzi aveva viaggiato per cinque o sei ore senza cavaliere, avrebbe potuto continuare la strada, ma, per un errore inconcepibile, il chirurgo veterinario, che era stato mandato a chiamare, a quanto sembrava per salvar il cavallo dell'albergatore, aveva cavato sangue a quello di Grimaud.

Ciò cominciava a diventare allarmante: tutti questi accidenti successivi potevano essere opera del caso, ma potevano eziandio essere il frutto di un complotto. Athos e d'Artagnan sortirono, nel mentre che Planchet andava ad informarsi nelle vicinanze se vi fossero stati tre cavalli da vendere. Alla porta vi erano due cavalli insellati, freschi e vigorosi. Quest'era quanto occorreva. Fu chiesto ove erano i padroni, e risposero ch'essi avevano passata la notte nell'osteria, ed allora stavano regolando i conti coll'albergatore. Athos discese per pagare la spesa, nel mentre che d'Artagnan e Planchet stavano sulla porta della strada; l'oste era in una camera bassa ed oscura, fu pregato Athos d'entrarvi.

Athos entrò senza alcuna diffidenza, e cavò due doppie per pagare. L'oste era solo, assiso davanti al suo scrittoio, uno dei cassetti del quale era per metà aperto. Prese il danaro che gli presentava Athos, lo voltò e rivoltò fra le sue mani, e ad un tratto gridando che era oro falso, dichiarò che avrebbe fatto arrestare lui e i suoi compagni come falsi monetarii.

— Birbo! disse Athos andandogli sopra, io ti taglierò le orecchie!

Ma l'oste si chinò, cavò dal cassetto due pistole, e puntandole contro Athos, chiamò soccorso.

Nello stesso istante quattro uomini armati fino ai denti entrarono dalle porte laterali e si gettarono sopra Athos.

— Io sono preso! gridò Athos con tutta la forza dei suoi polmoni; al largo d'Artagnan, sprona!

E lasciò andare due colpi di pistola.

D'Artagnan e Planchet non lo fecero ripetere due volte: essi staccarono i due cavalli che aspettavano alla porta, vi saltarono sopra, vi piantarono gli speroni nel ventre, e partirono alla gran carriera.

— Sai tu cosa sia accaduto ad Athos? domandò d'Artagnan a Planchet correndo.

— Ah! signore, disse Planchet, ne ho veduti cader due ai suoi due colpi, e mi è sembrato vedere a traverso l'invetriata ch'egli battagliava con gli altri due.

— Bravo Athos! mormorò d'Artagnan. E quando penso che bisogna abbandonarlo!... Del resto forse aspettano noi a dieci passi di qui. Avanti! Planchet, avanti! tu sei un bravo uomo.

— Ve l'ho detto, signore, rispose Planchet, i Piccardi si conoscono nell'usarli; d'altronde io sono qui nel mio paese, e ciò mi dà eccitamento.

Ed entrambi spronando a più potere, giunsero a Saint-Omer d'un sol tratto. A Saint-Omer fecero prender fiato ai cavalli, tenendo le briglie infilate alle braccia, per paura d'accidente, e mangiarono un tozzo di pane colle mani, entrambi in piedi sulla strada, dopo di che ripartirono.

A cento passi dalle porle di Calais il cavallo di d'Artagnan stramazzò, e non vi fu mezzo di farlo risorgere, il sangue gli sortiva dal naso e dagli occhi; restava quello di Planchet, ma il suo si era impiantato, e non v'era modo di farlo smuovere.

Fortunatamente, come abbiamo detto, essi non erano che a cento passi dalla città, essi lasciarono i due cavalli sulla strada maestra, e corsero al porto.

Planchet fece osservare al suo padrone un gentiluomo che sembrava molto affaccendato. Aveva egli i suoi stivali coperti di polvere, e s'informava se poteva passare sull'istante in Inghilterra.

— Niente sarebbe più facile, rispose il padrone di un bastimento pronto a mettere alla vela; ma questa mattina è giunto l'ordine di non lasciar partire nessuno senza un permesso espresso del ministro.

— Io ho questo permesso, disse il gentiluomo cavando di saccoccia il foglio: eccolo.

— Fategli fare il visto dal governatore del porto, disse il padrone, e datemi la preferenza.

— Dove posso ritrovare ora il governatore?

— Alla sua campagna, a un quarto di lega dalla città: osservate, si vede di qui ai piedi di quella piccola collina, quel tetto acuminato.

— Benissimo! disse il gentiluomo.

E, seguito dal suo lacchè, prese la via della casa di campagna del governatore.

D'Artagnan e Planchet seguirono il gentiluomo a cinquecento passi di distanza.

Una volta fuori di città, d'Artagnan affrettò il passo, e raggiunse il gentiluomo mentre stava per internarsi in un bosco.

— Signore, diss'egli, voi mi sembrate molto stimolato dalla fretta?

— Non si può esserlo di più.

— Io ne sono afflittissimo, perchè, essendo io pure affrettato, voleva pregarvi di farmi un favore.

— Quale?

— Di lasciarmi passare pel primo.

— Impossibile! disse il gentiluomo. Io ho fatto sessanta leghe in quarantaquattro ore, e bisogna che domani prima del mezzogiorno io sia a Londra.

— Io pure ho fatta la stessa strada in quarant'ore, e bisogna che domattina alle dieci io sia a Londra.

— Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato pel primo, e non passerò pel secondo.

— Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato il secondo, e devo passare pel primo.

— Servizio del re! disse il gentiluomo.

— Servizio di me stesso! disse d'Artagnan.

— Ma questa che mi movete è una cattiva contesa, mi sembra.

— Per bacco! e che cosa volete che sia?

— Cosa desiderate?

— Volete saperlo?

— Certamente.

— Ebbene! io voglio l'ordine che voi portate per potervi imbarcare, atteso che io non l'ho, e me ne abbisogna uno.

— Presumo che voi vogliate scherzare?

— Io non ho scherzato mai.

— Lasciatemi passare.

— Voi non passerete.

— Mio bravo giovane, io vi spaccherò la testa. Olà! Loubin, le mie pistole.

— Planchet, disse d'Artagnan, incaricati del servo, ch'io m'incarico del padrone.

Planchet fatto ardito dalla prima intrapresa, saltò sopra Loubin, e siccome era forte e vigoroso, lo rovesciò coi reni contro terra, e gli mise un ginocchio sul petto.

— Fate il fatto vostro, signore, io ho fatto il mio.

Vedendo questo, il gentiluomo cavò la spada e andò a fondo su d'Artagnan; ma egli aveva un forte antagonista.

In tre secondi d'Artagnan gli caricò tre colpi di spada, dicendo a ciaschedun colpo:

— Uno per Athos, uno per Porthos ed uno per Aramis.

Al terzo colpo il gentiluomo cadde come un masso.

D'Artagnan lo credè morto, o per lo meno svenuto, e si avvicinò a lui per levargli l'ordine, ma al momento in cui stendeva il braccio per fregarlo, il ferito, che non aveva lasciata la sua spada, gli portò un colpo di punta nel petto dicendogli:

— Ed uno per voi.

— Ed uno per me! all'ultimo, il buono! gridò d'Artagnan furioso, inchiodandolo in terra con un quarto colpo di spada nel ventre.

Questa volta il gentiluomo chiuse gli occhi e si svenne.

D'Artagnan frugò nella saccoccia ove aveva veduto mettere l'ordine pel passaggio e lo prese. Esso era a nome del conte Wardes.

Quindi gettando un ultimo sguardo sul bel giovane, che aveva appena venticinque anni, e che lasciava là giacente, privo di sentimenti e forse morto, mandò un sospiro su quello strano destino che conduce gli uomini a distruggersi l'un l'altro per l'interesse di persone che loro sono sconosciute, e che spesso non sanno nemmeno che esistono.

Ma fu ben presto tolto da queste riflessioni da Loubin, che mandava degli urli, e chiamava con tutte le sue forze soccorso.

Planchet gli applicò la mano sulla gola, e la stringeva con tutta la forza.

— Signore, diss'egli, fino a che lo terrò stretto a questo modo, egli non griderà, ne sono ben sicuro ma subito che lo lascerò ritornerà a gridare. Io lo riconosco per un Normanno, e i Normanni sono ostinati.

In fatti per quanto fosse stretto, Loubin cercava di filare la voce e mandare un suono.

— Aspetta! disse d'Artagnan, e prendendo il suo fazzoletto, glielo mise intorno alla bocca.

— Ora, disse Planchet, leghiamolo ad un albero.

La cosa fu fatta coscienziosamente. Quindi fu tirato il conte de Wardes vicino al suo domestico, e siccome la notte sopraggiungeva, ed il ferito ed il legato erano a molti passi internati nel bosco, era evidente che dovevano restar là fino all'indomani.

— Ed ora, disse d'Artagnan, andiamo al governatore.

— Ma voi siete ferito, mi sembra, disse Planchet.

— Non è niente, occupiamoci del più interessante, quindi penseremo alla mia ferita, che del resto, non mi sembra molto pericolosa.

Ed entrambi s'incamminarono a gran passi verso la campagna del degno funzionario.

Fu annunziato il sig. conte de Wardes.

D'Artagnan fu introdotto.

— Avete voi l'ordine firmato dal ministro? disse il governatore.

— Sì, signore, rispose d'Artagnan; eccolo.

— Ah! Ah! egli è in regola, ben raccomandato, disse il governatore.

— È semplicissimo, rispose d'Artagnan, io sono uno dei suoi più fedeli.

— Sembra che sua Eccellenza voglia impedire a qualcuno di passare in Inghilterra?

— Sì, ad un certo d'Artagnan, un gentiluomo bearnese che è partito da Parigi con tre de' suoi amici con l'intenzione di trasferirsi a Londra.

— Lo conoscete voi personalmente? domandò il governatore.

— Chi?

— Questo d'Artagnan.

— A meraviglia.

— Datemi i suoi connotati.

— Niente di più facile.

E d'Artagnan uno per uno descrisse tutti i connotati del conte de Wardes.

— È egli accompagnato? domandò il governatore.

— Sì, da un cameriere chiamato Loubin.

— Si veglierà sopra essi, e se si giunge a metter loro le mani addosso, Sua Eccellenza può restar tranquilla; essi saranno ricondotti a Parigi sotto buona scorta.

— E agendo così, signor governatore, disse d'Artagnan, voi diventerete benemerito del ministro.

— Lo rivedrete voi al vostro ritorno, signor conte?

— Senza alcun dubbio.

— Ditegli, vi prego, che io sono un suo vero servitore.

— Io non mancherò.

E contento di questa assicurazione, il governatore fece il visto al lascia-passare, e lo rimise a d'Artagnan.

D'Artagnan non perdè tempo in inutili complimenti, salutò il governatore, lo ringraziò e partì.

Una volta fuori, egli e Planchet presero la corsa, e, facendo un lungo giro, evitarono il bosco e rientrarono per un'altra porta.

Il bastimento era sempre pronto a partire; il padrone aspettava sul porto.

— Ebbene? diss'egli scorgendo d'Artagnan.

— Ecco il mio lascia-passare col suo visto, disse questi.

— E quell'altro gentiluomo?

— Egli non partirà per oggi, disse d'Artagnan; ma siate tranquillo, io pagherò il passaggio per noi due.

— In questo caso, partiamo, disse il padrone.

— Partiamo, ripetè d'Artagnan.

Ed egli con Planchet saltò nella lancia; cinque minuti dopo essi erano a bordo.

Ed era tempo; non avevano fatto mezza lega in mare, che d'Artagnan vide brillare une luce e intese una detonazione.

Era il colpo del cannone che annunziava la chiusura del porto.

Venne tempo di occuparsi della sua ferita, fortunatamente, come lo aveva pensato d'Artagnan, non era affatto pericolosa; la punta della spada aveva incontrata una costa e aveva strisciato lungo l'osso; di più la camicia si era subito attaccata alla carne e appena aveva sparso qualche goccia di sangue.

D'Artagnan era spossato dalla fatica: gli fu steso una materassa sul ponte, vi si gettò sopra e si addormì.

L'indomani alla punta del giorno egli si ritrovò a tre o quattro leghe soltanto dalle coste d'Inghilterra; la brezza era stata debole tutta la notte e avevano potuto camminare.

A due ore il bastimento gettava l'ancora nel porto di Douvres.

A due ore e mezzo d'Artagnan metteva piede sul suolo d'Inghilterra, gridando:

— Finalmente eccomi qui!

Ma questo non era il tutto, bisognava giungere a Londra. In Inghilterra la posta era ben servita. D'Artagnan e Planchet presero ciascuno un polledro; un postiglione corse davanti a loro; in quattro ore essi giunsero alle porte della capitale.

D'Artagnan non conosceva Londra; d'Artagnan non sapeva una parola d'inglese, ma egli scrisse il nome di Buckingham sopra un pezzo di carta e ciascuno gli sapeva indicare il palazzo del duca.

Il duca era alla caccia a Windsor col re.

D'Artagnan domandò il cameriere di confidenza del duca, che avendolo accompagnato in tutti i suoi viaggi, parlava perfettamente il francese: gli disse che giungeva da Parigi per affare in cui trattavasi della vita o della morte, e che abbisognava che parlasse sull'istante col suo padrone.

La confidenza con la quale parlava d'Artagnan convinse Patrizio, che questo era il nome di questo ministro. Egli fece insellare due cavalli e s'incaricò di condurre la giovane guardia. In quanto a Planchet era stato tolto dalla sua cavalcatura intirizzito come un giunco. Il povero servitore era al termine delle sue forze; d'Artagnan sembrava di ferro.

Si giunse al castello, e si chiesero le informazioni: il re e Buckingham erano alla caccia del falcone nelle paludi poste a tre leghe di là.

In venti minuti furono al luogo indicato. Ben presto Patrizio intese la voce del suo padrone che chiamava il suo falcone.

— Chi debbo io annunziare a milord duca? domandò Patrizio.

— Quel giovane che una sera gli mosse contesa sul Ponte Nuovo, in faccia alla Samaritana.

— Questa è una singolare raccomandazione!

— Voi vedrete che ella vale quanto un'altra.

Patrizio mise il suo cavallo al galoppo, raggiunse il duca, e gli annunziò, nei termini che abbiamo detto, che un messaggiero lo aspettava. Buckingham riconobbe d'Artagnan sull'istante, e dubitando che accadesse qualche cosa in Francia, di cui gli si faceva pervenire la notizia, egli non prese che il tempo di domandare ove era quello che portava, e avendo riconosciuto da lontano l'uniforme delle guardie, mise il suo cavallo al galoppo, e venne direttamente incontro a d'Artagnan. Patrizio per discrezione si tenne in disparte.

— Non è già accaduta nessuna disgrazia alla regina, gridò Buckingham, esponendo tutto il suo pensiero, e tutto il suo amore in questa interrogazione.

— Io non lo credo; però credo che ella corra qualche gran pericolo, da cui Vostra Grazia soltanto può toglierla.

— Io? gridò Buckingham. E che! sarei io tanto felice per esserle buono a qualche cosa? parlate! parlate!

— Prendete questa lettera, disse d'Artagnan.

— Questa lettera? e chi mi manda questa lettera?

— Sua Maestà, a quanto credo.

— Sua Maestà! disse Buckingham impallidendo in modo che d'Artagnan temette che fosse per sentirsi male.

E ruppe il sigillo.

— E che cosa è questo strappo? disse egli mostrando a d'Artagnan un punto in cui era forata a giorno.

— Ah! ah! disse d'Artagnan, una sgraffiatura.

— Giusto cielo! che leggo! gridò il duca. Patrizio resta qui, o piuttosto raggiungi il re ovunque ei sia, e dì a Sua Maestà che io lo supplico umilmente a scusarmi; ma che un affare della più alta importanza mi chiama a Londra. Venite, signore, venite.

Ed entrambi ripresero al galoppo la strada della capitale.

CAPITOLO XXI. LA CONTESSA DI WINTER

Lungo tutta la strada, il duca si fece mettere al corrente da d'Artagnan, non di tutto ciò che era accaduto, ma di tutto ciò che d'Artagnan sapeva. Ravvicinando tutto che sentiva sortire dalla bocca del giovane colle sue rimembranze, potè farsi un'idea abbastanza esatta di una posizione, sulla gravità della quale del resto la lettera della regina, per quanto corta ed esplicita fosse, gli dava la misura. Ma ciò che soprattutto io maravigliava, era che il ministro, interessato grandemente che questo giovane non mettesse piede in Inghilterra, non fosse giunto a fermarlo sulla via. Fu allora dietro la manifestazione di questa meraviglia, che d'Artagnan gli raccontò le prese precauzioni, e come, mercè la divozione, dei suoi tre amici, che aveva sparsi insanguinati sulla strada, egli era giunto a esserne sortito con un sol colpo di spada, che aveva trapassato il biglietto della regina, e che aveva reso al sig. Wardes con una così terribile moneta. Mentre ascoltava questo racconto fatto con la più grande semplicità, il duca guardava di tratto in tratto il giovane con aria meravigliata, come se non avesse potuto comprendere in che modo tanta prudenza, tanto coraggio e tanta devozione potessero collegarsi con un viso che non indicava ancora venti anni.

I cavalli andavano come il vento, e in pochi minuti furono alle porte di Londra. D'Artagnan aveva creduto che, entrando nella città, il duca avrebbe rallentato la corsa del suo, ma non andò così; egli continuò la strada di gran carriera, poco inquietandosi di rovesciare quelli che incontrava nel suo passaggio. Infatti, traversando la città, accaddero due o tre accidenti di questo genere, ma Buckingham non voltò nemmeno la testa per guardare che cosa era accaduto a quelli che aveva cacciati sottosopra. D'Artagnan lo seguiva in mezzo a certe grida che rassomigliavano molto a maledizioni.

Entrando nel cortile del palazzo, Buckingham saltò da cavallo, e senza inquietarsi di ciò che poterà avvenire di lui, gli gettò le briglie sul collo, e si slanciò sulla scalinata. D'Artagnan fece altrettanto con un poco più d'esitanza per questi nobili animali, di cui egli aveva potuto apprezzare il merito; ma egli ebbe la consolazione di vedere che tre o quattro camerieri si slanciavano dalle cucine e dalle scuderie, e si impadronivano tosto delle loro cavalcature.

Il duca camminava così rapidamente, che d'Artagnan appena lo poteva seguire. Egli traversò successivamente diversi saloni di una tale eleganza, che i più gran signori di Francia non ne avevano neppure un'idea, e giunse finalmente in una camera da dormire che era un miracolo di buon gusto ad un tempo e di ricchezza. Nell'alcova di questa camera, era una porta nascosta sotto la tappezzeria, che il duca aprì con una piccola chiave d'oro, che egli portava al collo, sospesa ad una catena dello stesso metallo. D'Artagnan per delicatezza era rimasto indietro, al momento in cui Buckingham oltrepassava il limitare di questa porta, egli si voltò, e vedendo l'esitazione del giovane:

— Venite, gli disse, e se voi avrete la felicità di essere ammesso alla presenza di Sua Maestà, le direte ciò che avete veduto.

Incoraggiato da questo invito, d'Artagnan seguì il duca che chiuse la porta dietro a lui.

Allora tutti e due sì trovarono in un piccolo gabinetto tappezzato di seta di Persia e broccato d'oro. Al disotto di un magnifico baldacchino sormontato dalla corona reale e da piume bianche e rosse, stava il ritratto di Anna regina di Francia, grande al naturale, e così perfettamente rassomigliante, che d'Artagnan mandò un grido di sorpresa nello scorgerlo; si sarebbe detto che la regina stava per parlare.

Sotto il ritratto, e sopra un dado ricoperto con magnificenza, era il bauletto che racchiudeva i puntali di diamanti.

Il duca si avvicinò con quel rispetto e divozione, che avrebbe usata per cosa santa, quindi aprì il bauletto.

— Prendete, gli disse, cavando da quello un grosso nastro di fettuccia blu tutta risplendente di diamanti, prendete ecco questi preziosi puntali, coi quali aveva fatto giuramento di essere sepolto. La regina me li aveva dati, me li prende, sia fatta la sua volontà in tutte le cose.

Quindi si mise a baciare gli uni dopo gli altri questi puntali da cui stava per separarsi per sempre. Ad un tratto mandò un grido terribile.

— Che avviene? domandò d'Artagnan con inquietudine, e che vi accadde, milord?

— Vi è che tutto è perduto! gridò Buckingham diventando pallido come un cadavere; mancano due di questi puntali, non ve ne sono più che dieci.

— Milord gli ha forse perduti, o crede che gli sieno stati rubati?

— Mi sono stati rubati, riprese il duca, ed è il ministro che ha fatto fare il colpo. Osservate, guardate la fettuccia che li sosteneva, che è stata tagliata con le forbici.

— Se milord potesse sospettare chi ha commesso il furto... forse la persona gli ha ancora fra le mani.

— Aspettate, aspettate! gridò il duca. La sola volta che io ho messo questi puntali è stato ai ballo del re à Windsor, otto giorni or sono. La contessa de Winter, con la quale era in collera, mi si è accostata in questo ballo. Questo accomodamento è stato una vendetta di donna gelosa. Da quel giorno io non l'ho più riveduta. Questa donna è una agente del ministro.

— Ve ne sono dunque in tutto il mondo? gridò d'Artagnan.

— Oh! sì, sì, disse Buckingham stringendo i denti per la collera; sì, è un terribile competitore. Ma frattanto, quando avrà luogo questo ballo?

— Lunedì prossimo.

— Lunedì prossimo! cinque giorni ancora? vi è più tempo di quello che ci abbisogna. Patrizio! gridò il duca aprendo la porta di questa specie di santuario, Patrizio!

Il suo cameriere di confidenza comparve.

— Il mio gioielliere e il mio segretario!

Il cameriere sortì con una prontezza ed un silenzio che provavano l'abitudine che egli aveva contratta di obbedire ciecamente e senza replica.

Ma quantunque fosse stato il gioielliere il primo chiamato, il primo a comparire fu il segretario.

Era naturale, egli abitava nel palazzo. Trovò Buckingham assiso davanti una tavola nella sua camera da dormire, che scriveva alcuni ordini di sua propria mano.

— Sig. Jackson, gli disse, portatevi sul momento dal Lord-Cancelliere, e ditegli che io lo incarico della pronta esecuzione di questi ordini. Io desidero che sieno promulgati nell'istante medesimo.

— Ma, mio signore, se il Lord-Cancelliere mi interroga sui motivi che possono avere indotto Vostra Grazia ad una misura così straordinaria, che cosa risponderò io?

— Che tale è stata la mia volontà, e che io non rendo conto a nessuno della mia volontà.

— Dovrà esser questa la risposta da trasmettersi anche a Sua Maestà, riprese sorridendo il segretario, se per caso Sua Maestà avesse la curiosità di sapere perchè nessun vascello può più sortire dai porti della Gran Brettagna?

— Voi avete ragione, signore, riprese Buckingham, in questo caso egli dirà al re che io ho deciso la guerra, e che questa misura è il primo atto di ostilità contro la Francia.

Il segretario s'inchinò e partì.

— Per questo lato eccoci tranquilli, disse Buckingham voltandosi verso d'Artagnan. Se i puntali non sono già partiti per la Francia essi non vi arriveranno che dopo di voi.

— In che modo?

— In questo momento ho dato la proibizione a tutti i bastimenti che si trovano nei porti di Sua maestà di partire senza un particolare permesso, e neppure un solo avrà il coraggio di alzare l'ancora.

D'Artagnan guardò con stupore quest'uomo che impiegava nel servizio dei suoi amori tutto l'illimitato potere di cui era rivestito dalla confidenza del re. Buckingham vide, dalla espressione della fisonomia del giovane, ciò che passava nel di lui pensiero, e sorrise.

— Si, disse egli, sì, è Anna la mia vera regina, per una di lei parola io tradirei il mio paese, tradirei il mio re. Ella mi ha domandato di non mandare ai protestanti della Rochelle i soccorsi che io aveva loro promessi, ed io l'ho fatto. Io manco alla mia parola, ma non importa, obbedisco al suo desiderio, ma sono stato pagato largamente della mia obbedienza, alla quale devo il suo ritratto.

D'Artagnan ammirò quel debole filo e qualche volta sconosciuto, dal quale dipendono i destini di un popolo e la vita degli uomini.

Egli era nel più profondo di queste riflessioni allorquando entrò il gioielliere: questi era un Irlandese dei più abili nell'arte sua, e che confessava egli stesso di guadagnare seimila lire all'anno col duca de Buckingham.

— Signor O'Reilly, gli disse il duca conducendolo nel gabinetto, guardate questi puntali di diamanti, e dite quanto costano l'uno.

L'orefice gettò un colpo d'occhio sul modo elegante con cui erano legati, calcolò l'uno per l'altro il valore dei diamanti, e senza alcuna esitazione:

— Mille e cinquecento doppie l'uno, milord, rispose egli.

— Quanti giorni ci vogliono per far due puntali come questi? vedete ne mancano due.

— Otto giorni, milord.

— Io li pagherò tremila doppie l'uno, ma mi abbisognano per dopo domani.

— Milord li avrà.

— Voi siete un uomo prezioso, sig. O'Reilly, ma questo non è tutto, questi puntali non possono essere confidati ad alcuno, bisogna quindi che sieno fatti nel mio palazzo.

— Impossibile, milord, non vi sono che io che li possa fare in modo da non accorgersi della differenza tra i nuovi ed i vecchi.

— Così, mio caro sig. O'Reilly, voi siete mio prigioniero, e da quest'ora, quando anche voleste sortire dal mio palazzo non lo potreste più! adattatevi adunque. Nominatemi quelli fra i vostri garzoni di cui avete bisogno, e ditemi gli utensili che vi devono portare.

Il gioielliere conoscendo il duca, sapeva che era inutile ogni osservazione, si adattò quindi fino da quel momento alla sua situazione.

— Mi sarà permesso di avvertire mia moglie? domandò egli.

— Sì, e vi sarà anche permesso di vederla, mio caro sig. O'Reilly; la vostra prigionia sarà dolce, e siccome ogni incomodo vuole un compenso, così, ecco un buono di mille doppie, oltre il prezzo dei puntali, per farvi dimenticare la noia che vi procuro.

D'Artagnan non poteva rimettersi dalla sorpresa che gli cagionava questo ministro, che rimescolava a piene mani uomini e milioni.

In quanto all'orefice, scriveva a sua moglie inviandole il buono di mille doppie, e incaricandola in contracambio d'inviargli il suo miglior giovane di negozio e un assortimento di diamanti di cui le indicava il peso ed il titolo, e una lista d'utensili che gli erano necessari.

Buckingham condusse l'orefice nella camera che gli venne destinata, e che in capo ad una mezz'ora fu trasformata in un'officina. Mise quindi una sentinella a ciascheduna porta, con proibizione di lasciare entrare chi che siasi, ad eccezione del suo cameriere Patrizio. È superfluo l'aggiungere ch'era assolutamente proibito all'orefice ed al suo lavorante di sortire sotto alcun pretesto.

Regolata questa bisogna, il duca ritornò a d'Artagnan.

— Ora, mio giovane amico, gli disse, l'Inghilterra è vostra; che volete, che desiderate?

— Un letto, rispose d'Artagnan; ciò è pel momento, ve lo confesso, la cosa di cui ho maggiore bisogno.

Buckingham assegnò a d'Artagnan una camera attigua alla sua. Egli voleva conservare il giovane presso di sè, non già perchè diffidasse di lui, ma perchè desiderava aver qualcuno con cui parlare incessantemente della regina.

Un'ora dopo fu promulgato in Londra l'ordine di non lasciar sortire dai porti nessun bastimento diretto per la Francia, e neppure il pacchebotto delle lettere. Agli occhi di tutti, questa era una dichiarazione di guerra fra i due regni.

Il giorno dopo, a undici ore, i due puntali di diamanti erano compiuti ed imitati così esattamente, e così perfettamente uguali, che Buckingham non potè distinguere i nuovi dai vecchi, e che vi sarebbero rimasti ingannati anche i più esercitati in simili materie.

Egli fece subito chiamare d'Artagnan.

— Prendete, gli disse, ecco i puntali di diamanti che siete venuto a domandarmi, e siate mio testimonio, che io ho fatto tutto quel che il potere umano poteva fare.

— Siate tranquillo, milord; io dirò quello che ho veduto; ma Vostra Grazia mi consegua i puntali senza il bauletto?

— Il bauletto vi sarebbe d'impiccio; d'altronde il bauletto mi è tanto più prezioso in quanto che non mi rimane altro. Voi direte che l'ho conservato.

— Eseguirò la vostra commissione parola per parola.

— Ed ora, rispose Buckingham guardando fissamente il giovane, in qual modo mi appareggerò con voi?

D'Artagnan arrossì fino al bianco degli occhi. Vide che il duca cercava un mezzo di fargli accettare qualche cosa, e l'idea che il suo sangue e quello dei suoi compagni gli venisse pagato dall'oro inglese, gli ripugnava in un modo straordinario.

— Intendiamoci bene, milord, riprese d'Artagnan, e pensiamo bene alle cose avanti, affinchè poi non si abbia a dar luogo al disprezzo. Io sono al servizio del re e della regina di Francia, e faccio parte della compagnia delle guardie del conte des Essarts, che unitamente a suo cognato, il conte de Tréville, sono in particolar modo attaccati alle Loro Maestà. Tutto quello che ho fatto fu per la regina, e niente affatto fu per Vostra Grazia. Vi è ancor più, ed è che forse non avrei fatto niente di tutto questo se non si fosse trattato di rendermi aggradito ad una tale, che è la mia dama, nello stesso modo che la regina è la vostra.

— Sì, disse il duca sorridendo, e credo ancora di conoscere chi è questa tale, ella è...

— Milord, io non l'ho nominata, interruppe con vivacità il giovane.

— È giusto disse il duca. È dunque a questa persona, che io debbo essere riconoscente del vostro interessamento?

— Voi lo diceste, milord, poichè precisamente, in questo momento che si tratta della guerra, vi confesso, che nella Vostra Grazia io non vedo che un Inglese, e per conseguenza un nemico, che sarei ben molto più contento d'incontrarvi sul campo di battaglia che nei corridoi del Louvre, e nel parco di Windsor: ciò però, del rimanente, non m'impedirà di eseguire a puntino la mia missione e di farmi ammazzare, se abbisogna, per compierla; ma, lo ripeto a Vostra Grazia, senza ch'ella abbia personalmente a ringraziarmi di ciò, più di quello che io faccio per me in questo secondo incontro, che di ciò che già feci per lei nel primo.

— Noi diciamo: «fiero come uno Scozzese» mormorò Buckingham.

— E noi diciamo: «fiero come un Guascone» rispose d'Artagnan. I Guasconi sono gli Scozzesi della Francia.

D'Artagnan salutò il duca e si dispose a partire.

— Ebbene voi ve ne andate così e per dove? e come?

— È vero.

— Diamine! i Francesi non dubitano di niente?

— Aveva dimenticato che l'Inghilterra è un'isola, e che voi ne siete il re.

— Andate al porto, domandate del brich il Juno, consegnate questa lettera al capitano; egli vi condurrà in un piccolo porto, ove certamente non siete aspettato, ed ordinariamente non approdano che piccoli legni pescherecci.

— E questo si chiama?

— San Valerio; ma aspettate: giunto là, voi entrerete in un cattivo albergo senza nome, e senza insegna, una vera bettola da marinari, voi non potete sbagliare, non ve n'è che una.

— Quindi?

— Voi direte all'oste: forward.

— Che vuol dire?

In avanti: è la parola d'ordine. Egli vi darà un cavallo insellato, e v'indicherà la strada che dovete tenere. In tal modo voi ritroverete quattro ricambi lungo la via. Se a ciascheduno d'essi volete lasciare il vostro indirizzo di Parigi, i quattro cavalli vi seguiranno; voi ne conoscete già due, e mi è sembrato che li abbiate saputi apprezzare come amatore; sono quelli che montavamo: credete a me, gli altri non sono a loro inferiori. Questi quattro cavalli sono bardati da campagna. Per quanto siate fiero, non rifiuterete d'accettarne uno, e di fare accettare gli altri tre ai vostri tre compagni; questi saranno per farci la guerra. Il fine scusa i mezzi, come dite voi altri Francesi, non è vero?

— Si milord, io accetto, disse d'Artagnan, e se piace a Dio, noi faremo buon uso del vostro regalo.

— Ora, la vostra mano, giovinetto; ben presto noi torneremo ad incontrarci sul campo di battaglia; ma frattanto, noi ci lasciamo buoni amici, lo spero.

— Sì, milord, ma colla speranza di divenir nemici ben presto.

— Siate tranquillo, io ve lo prometto.

— Io conto sulla vostra parola, milord.

D'Artagnan salutò il duca, e si diresse prontamente verso il porto.

Dirimpetto alla Torre di Londra egli ritrovò l'indicato bastimento rimise la sua lettera al capitano che la fece vidimare dal governatore del porto, e mise tosto alla vela.

Cinquanta bastimenti erano di partenza e aspettavano.

Nel passare vicino ad un di essi, d'Artagnan credè riconoscere la donna di Méung, quella stessa che lo sconosciuto gentiluomo aveva chiamata Milady, che egli, d'Artagnan, aveva ritrovata così bella, ma mercè la corrente del fiume, e il buon vento che spirava, il suo naviglio andava così presto che in capo a pochi istanti non fu più alle viste.

Il giorno dopo, verso le nove del mattino fu approdato a S. Valerio.

D'Artagnan si diresse sull'istante verso l'albergo indicato, e lo riconobbe alle grida che ne sortivano: si parlava della guerra tra l'Inghilterra e la Francia, come di una cosa vicina e indubitata, e i marinari gaudenti facevano gozzoviglia.

D'Artagnan trapassò la folla, si avanzò verso l'oste, e pronunciò la parola forward. Sull'istante l'oste gli fece segno di seguirlo, sortì con lui da una porta che dava nel cortile, lo condusse nella scuderia, ove lo aspettava un cavallo già insellato, e gli domandò se aveva bisogno di qualche altra cosa.

— Ho bisogno di conoscere la strada che devo seguire, disse d'Artagnan.

— Andate di qua a Blangy e da Blangy a Neufchatel. A Neufchatel entrate nell'albergo dell'Orsa d'Oro, date la parola d'ordine all'oste e voi troverete come qui un cavallo insellato.

— Debbo io pagare qualche cosa? domandò d'Artagnan.

— Tutto è pagato, disse l'oste, e largamente. Andate adunque e che Dio vi accompagni.

— Amen, rispose il giovane partendo al galoppo.

Quattr'ore dopo era a Neufchatel.

Egli seguì strettamente le istruzioni ricevute; a Neufchatel, come a San Valerio, trovò un cavallo insellato che lo aspettava; volle trasportare le pistole dalla sella che lasciava a quella su cui montava, ma i fondi erano già provvisti di eguali pistole.

— Il vostro indirizzo a Parigi?

— Caserma delle guardie, compagnia des Essarts.

— Bene, rispose questi.

— Che strada devo prendere? domandò a sua volta d'Artagnan.

— Quella di Rouen; ma voi lascerete la città sulla vostra destra. Voi vi fermerete nel piccolo villaggio d'Econes, non vi è che un albergo, lo Scudo di Francia. Non lo giudicate dall'apparenza; esso avrà nelle sue scuderie un cavallo uguale a questo.

— La stessa parola d'ordine?

— Esattamente.

— Addio, padrone.

— Buon viaggio, mio gentiluomo. Avete voi bisogno di qualche cosa?

D'Artagnan fece segno con la testa di no e riprese la sua strada di tutta carriera. A Econes si ripetè la stessa scena: ritrovò un oste egualmente gentile, un cavallo fresco e riposato, lasciò il suo indirizzo come aveva fatto, e ripartì colla stessa velocità per Pontoise. A Pontoise; cambiò per l'ultima volta di cavallo e a nove ore entrò di galoppo nel cortile del palazzo del sig. de Tréville.

Egli aveva fatto quasi sessanta leghe in dodici ore.

Il signor de Tréville lo ricevette come se in quella mattina lo avesse già veduto; soltanto nello stringergli la mano un poco più fortemente dell'ordinario, gli annunziò che la compagnia del sig. des Essarts, era di guardia al Louvre e che egli poteva andare al suo posto.

CAPITOLO XXII. IL BALLO DELLA MERLAISON

L'indomani non vi era altro discorso in tutta Parigi che del ballo che i signori consoli della città davano al re e alla regina, e nel quale le Loro Maestà dovevano danzare il famoso ballo della merlaison, che era il ballo prediletto del re.

Da otto giorni si facevano tutti i preparativi nel palazzo della città per questa solenne serata. I falegnami della città avevano innalzato dei palchetti sui quali dovevano rimanere le dame invitate; lo speziale della città aveva somministrato dugento torce di cera bianca per guernire le sale, cosa che per l'epoca era un lusso inaudito; finalmente venti violini erano stati avvisati, e il prezzo che loro veniva accordato era il doppio dell'ordinario, attesochè, dice il rapporto, essi dovevano suonare tutta la notte.

Alle dieci ore del mattino il sig. della Coste, portabandiera delle guardie del re, seguito da due caporali e da diversi arcieri del corpo, andò a chiedere al cancelliere della città, chiamato Clemente, tutte le chiavi delle porte, delle camere, e degli uffizii della città; ciascuna di esse portava un bigliettino che doveva servire a farla riconoscere, e da quel momento il signor della Coste fu incaricato sulla guardia di tutte le porte e di tutte le entrate.

A undici ore venne a sua volta Hallier, capitano delle guardie conducendo seco una cinquantina di arcieri, che ripartirono subito nel palazzo della città ai posti che loro vennero indicati.

A tre ore giunsero due compagnie delle guardie, l'una francese e l'altra svizzera. La compagnia delle guardie francesi era composta, metà di uomini del sig. Hallier, e metà di uomini del sig. des Essarts.

A sei ore della sera, cominciarono a entrare gli invitati. A misura che essi entravano, erano disposti nella gran sala sui palchetti preparati.

A nove ore giunse la signora prima-presidente. Siccome essa era, dopo la regina, la più ragguardevole della festa, fu ricevuta dai signori della città e situata nel palco dirimpetto a quello che doveva occupare la regina.

A dieci ore, furono allestiti i trattamenti di confetture pel re nella piccola sala di fianco alla chiesa di S. Giovanni, dirimpetto alle stoviglie d'argento della città, che erano custodite da quattro arcieri.

Subito dopo, i signori consoli, vestiti dei loro abiti di drappo, e preceduti dai dieci sergenti, ciascuno dei quali teneva in mano una torcia, andarono incontro al re, che ritrovarono ai primi gradini, ove il prevosto dei mercanti gli fece il suo complimento, dandogli il benvenuto, complimento al quale Sua Maestà rispose scusandosi per esser venuto così tardi, ma gettando tutta la colpa sul ministro, che lo aveva trattenuto fino alle undici ore a parlare di affari di Stato.

Sua Maestà, in abito di cerimonia, era accompagnato da Sua Altezza Reale Monsieur[1], dal conte de Soissons, dal gran-priore, dal duca de Longueville, dal duca d'Elbeuf, dal conte d'Arcourt, dal conte della Roche Guyon, dal sig. de Liencourt, dal sig. de Baradas, dal conte de Cremail e dal cavaliere de Souveray.

Ciascuno rimarcò che il re aveva l'aspetto tristo e preoccupato.

Un gabinetto era preparato pel re, un altro per Monsieur. In ciascuno di questi gabinetti erano deposti gli abiti da maschera. Altrettanto era stato fatto per la regina e per la signora presidente. I signori e le dame del seguito delle Loro Maestà, dovevano mascherarsi due per due in altrettante camere preparate a tale effetto.

Prima di entrare nel gabinetto, il re si raccomandò di esser tosto avvisato quando giungeva il ministro.

Una mezz'ora dopo l'entrata del re, s'intesero nuove acclamazioni, queste annunziavano l'arrivo della regina. I consoli rinnovarono ciò che avevano già fatto, e, preceduti dai sergenti, si avanzarono incontro alla loro illustre invitata.

La regina entrò nella sala: si notò che, come il re, ella aveva l'aspetto tristo e molto affaticato.

Nel momento medesimo che ella entrava, il cortinaggio di una piccola tribuna, che fino allora era rimasta chiusa, si aprì e si vide comparire la testa pallida del ministro vestito da cavaliere spagnuolo. I suoi occhi si fissarono su quelli della regina ed un sorriso di terribile gioia passò sulle sue labbra: la regina non aveva i puntali di diamanti.

Ad un tratto il re comparve col ministro ad una delle porte della sala. Il ministro gli parlava a bassa voce, ed il re era pallidissimo.

Il re ruppe la folla, e, senza maschera, con i nastri del suo saio appena allacciati, si avvicinò alla regina, e con voce alterata:

— Signora, le disse, perchè dunque, in grazia, non portate voi i vostri puntali di diamanti, quando sapete che avrei aggradito di vederveli?

La regina girò lo sguardo intorno a se, e vide, dietro il re, il ministro che sorrideva con un sorriso diabolico.

— Sire, rispose la regina con voce alterata, perchè, in mezzo a così gran folla, temeva non accadesse qualche infortunio.

— E voi avete avuto torto! signora. Io vi ho fatto questo regalo perchè ve ne abbigliaste. Io vi dico che voi avete avuto torto.

E la sua voce era tremante per la collera; tutti guardavano ed ascoltavano con meraviglia, non intendendo niente di ciò che accadeva.

— Sire, disse la regina, io posso mandare a prenderli al Louvre, ove sono, e così i desiderii di Vostra Maestà saranno esauditi.

— Fatelo, signora, fatelo, ed al più presto; perchè fra un'ora comincerà la danza.

La regina salutò il re in segno di sommissione, e seguì le dame che dovevano condurla al suo gabinetto.

Dal canto suo il re rientrò nel proprio.

Nella sala vi fu un momento d'imbarazzo e di confusione.

Tutti poterono rimarcare ch'era accaduto qualche cosa fra il re e la regina, entrambi avevano parlato così a bassa voce, e ciascuno per rispetto si era allontanato di alcuni passi, per cui nessuno aveva potuto sentire niente. I violini suonavano con tutta la loro forza, ma non v'era alcuno che li ascoltasse.

Il re sortì pel primo dal suo gabinetto vestito da cacciatore, e gli altri signori erano vestiti come lui. Era l'abito che il re portava meglio, e vestito così, egli sembrava veramente il primo gentiluomo del suo regno.

Il ministro si accostò al re, e gli consegnò una scatola. Il re l'aprì, evi trovò due puntali di diamanti.

— Che significa questo? domandò egli al ministro.

— Niente, rispose questi; soltanto se la regina ha dei puntali, del che ne dubito, contateli, sire, e se voi non ne ritrovate che dieci, domandate a Sua Maestà chi mai può averle rubati i due puntali che sono qui.

Il re guardò il ministro come quando si vuole interrogare, ma egli non ebbe il tempo d'indirizzare alcuna domanda, un grido di ammirazione sortì da tutte le bocche. Se il re sembrava il primo gentiluomo del suo regno, la regina era a colpo sicuro, la più bella donna di tutta la Francia.

E in vero chè il suo vestito da cacciatrice le stava a meraviglia; aveva un cappello di feltro colle piume blu, una giubba di velluto grigio-perla, riattaccata con delle grappe di diamanti ad una veste di seta blu tutta broccata d'argento. Sulla sua spalla sinistra risplendevano i puntali di diamanti, sostenuti da un nodo del colore medesimo delle piume della giubba.

Il re fremente di gioia ed il ministro di collera; però distanti com'essi erano dalla regina non poterono contare i puntali; la regina li aveva; ma ne aveva ella dieci o dodici?

In questo momento i violini dettero il segnale della danza. Il re s'innoltrò verso la signora presidente colla quale doveva danzare, e Sua Altezza Monsieur colla regina. Si situarono al loro posto, e la danza incominciò.

Il re faceva la figura dirimpetto alla regina, e ciascheduna volta che le passava vicino, divorava con gli occhi i di lei puntali, di cui non arrivava a conoscere il numero. Un sudore freddo copriva la fronte del ministro.

La danza durò un'ora; vi erano sedici rientrate.

Finito il ballo, in mezzo agli applausi di tutta la sala, ciascuno ricondusse la sua dama al suo posto; ma il re approfittò del privilegio che aveva di lasciare la sue ove si ritrovava, per innoltrarsi prestamente verso la regina.

— Io vi ringrazio, signora, della compiacenza che avete mostrato ai miei desiderii, ma credo che manchino due puntali, ed io ve li riporto.

Nel dire queste parole egli stese alla regina idue puntali che gli aveva dati il ministro.

— Come! sire, gridò la regina fingendo la sorpresa, voi me ne regalate ancora altri due! ma allora saranno quattordici.

In fatti il re contò, e si ritrovarono effettivamente dodici puntali sulla spalla della regina.

Il re chiamò il ministro.

— Ebbene! che significa questo, signor ministro? domandò il re con tuono severo.

— Ciò significa, sire, rispose il ministro, che non osava offrirli io stesso, ed ho adottato questo mezzo.

— Io ne sono tanto più riconoscente a Vostra Eccellenza, rispose Anna con un sorriso che provava che non si lasciava ingannare da questa ingegnosa galanteria, in quanto che sono certa che questi due puntali vi costano così cari da se soli, quanto gli altri dodici hanno costato a Sua Maestà.

Quindi dopo aver salutato il re ed il ministro, la regina riprese la via della sua camera, ove si era abbigliata, ed ove doveva svestirsi.

L'attenzione con la quale abbiamo dovuto seguire gli illustri personaggi introdotti in scena fino dal principio di questo capitolo, ci ha distratti un momento da quello al quale la regina Anna doveva l'inudito trionfo che aveva riportato sul ministro, e che confuso, ignorato, perduto nella folla, appoggiato a una delle porte, aveva osservata di là questa scena che non poteva esser compresa che da quattro persone soltanto, vale a dire il re e la regina, Sua Eccellenza e lui.

La regina era rientrata appena nella sua camera, e d'Artagnan si apparecchiava a ritirarsi, allora quando sentì toccarsi leggermente sopra una spalla; egli si voltò e vide una giovane donna che gli faceva segno di seguirla. Questa donna aveva il viso coperto da una maschera di velluto nero, ma ad onta di questa precauzione che, del resto, non era presa per lui ma bensì per gli altri, egli riconobbe nel medesimo istante la sua guida ordinaria, la leggiadra e spiritosa sig. Bonacieux.

Il giorno innanzi si erano appena veduti un momento presso lo svizzero Germano. D'Artagnan l'aveva fatta domandare. La fretta che aveva la giovane sposa di portare alla regina l'eccellente notizia del felice ritorno del suo messaggiero, fece sì, che i due amanti poterono cambiarsi appena qualche parola. D'Artagnan seguì dunque la sig. Bonacieux muto pel doppio sentimento, l'amore e la curiosità. Durante tutto il tragitto, ed a misura che i corridoi divenivano più deserti, d'Artagnan voleva fermare la giovane, prendersela, contemplarla, non fosse stato che per un istante; ma svelta come un uccello ella sguizzava sempre dalle sue mani, e quando egli voleva parlare, il suo dito, ricondotto avanti alla sua bocca con un piccolo gesto imperativo pieno di grazia, gli ricordava che egli era sotto l'impero di una potenza alla quale doveva ciecamente obbedire, e che gli proibiva perfino la più piccola lagnanza; finalmente, dopo un minuto e due giri e rigiri, la sig. Bonacieux aprì una porta e introdusse il giovane in un gabinetto del tutto oscuro. Là ella fece un nuovo segno di mutismo; e aprendo una porta nascosta dalla tappezzeria, le di cui aperture sparsero ad un tratto una viva luce, ella disparve.

D'Artagnan dimorò un istante immobile dimandandosi ove egli era, ma ben presto il raggio di luce che penetrava da questa camera, l'aria calda e profumata, che giungeva fino a lui, la conversazione di due o tre donne con un linguaggio rispettoso ad un tempo ed elegante; la parola di Maestà ripetuta più volte, gli indicarono chiaramente, che egli era in un gabinetto attiguo alla camera della regina.

Il giovane si trattenne nella parte oscura e aspettò.

La regina sembrava allegra e felice, cosa che faceva maravigliar molto le persone che la circondavano, le quali avevano l'abitudine di vederla quasi sempre pensierosa. La regina attribuì questi sentimenti d'allegria alla bellezza della festa, al piacere che aveva provato nella danza; e siccome non è permesso il contraddire una regina sia che ella sorrida o che ella pianga, ciascuno felicitava i signori consoli della città di Parigi, per la loro galanteria.

Quantunque d'Artagnan non conoscesse la regina, egli distinse ben presto la sua voce tra le altre voci, primieramente da un leggero accento straniero, quindi da quel sentimento d'impero impresso naturalmente in tutte le parole sovrane. Egli la sentiva allontanarsi e avvicinarsi a questa porta traperta, e due o tre volte vide ancora l'ombra di un corpo intercettare la luce. Finalmente; ad un tratto una mano ed un braccio adorabili per le loro forme e bianchezza comparvero a traverso la tappezzeria; d'Artagnan comprese quella era la sua ricompensa: egli si gettò in ginocchio, prese questa mano e vi appoggiò rispettosamente le sue labbra; quindi questa mano si ritirò lasciando cadere nelle sue un oggetto, che egli riconobbe essere un anello; subito dopo la porta si chiuse, e d'Artagnan si ritrovò nella più perfetta oscurità.

D'Artagnan mise l'anello al suo dito e aspettò di nuovo; era evidente che tutto non era ancor finito. Dopo le ricompense al suo zelo, doveva venire la ricompensa al suo amore. D'altronde, la danza era stata eseguita, ma la serata era incominciata, la cena era per le tre ore, e l'orologio di San Giovanni da qualche tempo aveva già stonato le due e tre quarti.

Infatti, a poco a poco il rumore delle voci diminuì nella camera vicina; quindi s'intesero allontanarsi; poi la porta del gabinetto ove era d'Artagnan, si riaprì e vi si slanciò la sig. Bonacieux.

— Voi finalmente! gridò d'Artagnan.

— Silenzio! disse la giovane sposa appoggiando la sua mano sulle labbra del giovane; silenzio! e andatevene per dove siete venuto.

— Ma dove e quando vi rivedrò io? gridò d'Artagnan.

— Un biglietto, che voi ritroverete rientrando nella vostra camera, ve lo dirà. Partite, partite!

E a queste parole ella aprì la porta del corridoio e spinse d'Artagnan fuori del gabinetto.

D'Artagnan obbedì come un fanciullo, senza resistenza e senza obiezione alcuna, cosa che provava essere egli realmente innamorato.

CAPITOLO XXIII. L'APPUNTAMENTO

D'Artagnan ritornò correndo al suo alloggio; e quantunque fossero più delle tre ore del mattino, e dovesse traversare i più pericolosi quartieri di Parigi, egli non fece alcun cattivo incontro. Si sa che vi è un Dio per gli ubriachi e un altro per gli innamorati.

Egli ritrovò la porta del suo corridoio socchiusa, salì la scala e battè dolcemente, e in una maniera convenuta tra lui ed il suo lacchè. Planchet, che egli aveva rimandato due ore prima dal palazzo di città, raccomandandogli di aspettarlo, venne ad aprire la porta

— Qualcuno ha portato una lettera per me? domandò prestamente d'Artagnan.

— Nessuno ha portato lettere, signore, rispose; ma ce n'è una che è venuta da se sola.

— Che vuoi tu dire, imbecille?

— Io voglio dire, che rientrando, quantunque avessi la chiave del vostro appartamento nella mia saccoccia, e che questa chiave non mi avesse mai lasciato, ho trovato una lettera sul tappeto verde della tavola, nella vostra camera da dormire.

— E dov'è questa lettera?

— L'ho lasciata dove era, signore. Non è naturale che le lettere entrino in questo modo nelle case delle persone. Se la finestra fosse stata aperta o soltanto socchiusa, io non dico, ma no, tutto era ermeticamente chiuso. Signore, state in guardia, perchè qui sotto vi è certamente qualche magia.

In questo mentre il giovine si era slanciato nella camera e apriva la lettera. Ella era della signora Bonacieux, ed era concepita in questi termini:

«Si ha dei vivi ringraziamenti da farvi e da trasmettervi: trovatevi questa sera, verso le dieci ore, a Saint-Cloud, dirimpetto al padiglione che s'innalza all'angolo della casa del sig. d'Estrées. «C. B.»

Leggendo questa lettera, d'Artagnan sentì il suo cuore dilatarsi e restringersi con dolce spasimo che tortura ed accarezza il cuore degli amanti.

Era il primo biglietto che riceveva, era il primo appuntamento che gli veniva accordato. Il suo cuore gonfio dall'ebbrezza della gioia, si sentiva vicino a svenirsi sulla soglia di questo paradiso terrestre, che si chiama amore.

— Ebbene! signore, disse Planchet, che aveva veduto il padrone arrossire e impallidire successivamente; ebbene! non ho io indovinato giusto, e non è questo un qualche cattivo affare?

— Tu ti sbagli, Planchet, rispose d'Artagnan e la pruova ne sia che, eccoti uno scudo perchè tu beva alla mia salute.

— Io ringrazio il signore dello scudo che mi regala, e gli prometto di eseguire esattamente le sue istruzioni; ma non per questo è vero che le lettere che entrano in tal modo nelle case chiuse...

— Cadono dal cielo, amico mio, cadono dal cielo.

— Allora, il signore è contento? domandò Planchet.

— Mio caro Planchet, io sono il più felice degli uomini.

— E posso io profittare della felicità del mio signore, per andarmene a dormire?

— Sì, va.

— Che tutte le benedizioni del cielo cadano sul mio signore, ma non per questo è men vero che quella lettera...

E Planchet si ritirò scuotendo la testa con un dubbio che la liberalità di d'Artagnan non era giunto a scancellare.

Rimasto solo, d'Artagnan lesse e rilesse il suo biglietto, quindi baciò e ribaciò venti volte quelle lettere tracciate dalla mano della bella amica. Finalmente andò in letto, si addormì, e fece dei sogni di oro.

A sette ore del mattino, si alzò e chiamò Planchet, che, al secondo appello, aprì la porta, col viso ancora mal rassicurato dalle inquietudini della sera innanzi.

— Planchet, gli disse d'Artagnan, io sorto forse per tutta la giornata; tu dunque sei libero fino alle sette della sera, ma a sette ore di sera tienti pronto con i due cavalli.

— Va bene! disse Planchet, sembra che noi dobbiamo andarci a fare sbucare la pelle in più luoghi.

— Tu prenderai il tuo moschetto e le tue pistole.

— Ebbene, che diceva io? gridò Planchet. Io ne era sicuro; maledetta quella lettera!

— Tranquillizzati adunque, imbecille; si tratta semplicemente di una partita di piacere.

— Sì, come i viaggi di divertimento dei giorni scorsi, ove piovevano le palle e dove si era spinti nelle trappole.

— Del resto, se voi avete paura, sig. Planchet, riprese d'Artagnan, io anderò senza di voi; amo meglio viaggiar solo, che avere un compagno che trema.

— Il signore mi dice un'ingiuria, disse Planchet; mi sembra però che mi abbiate veduto alla prova.

— Sì, ma io credeva che aveste consumato il vostro coraggio tutto in una volta.

— Il signore vedrà, nell'occasione, che me ne è rimasto ancora; soltanto io prego il signore di non esserne troppo prodigo, se vuole che me ne rimanga per un lungo tempo.

— Credi tu di averne una certa dose da dispensare questa sera?

— Lo spero.

— Ebbene! io conto su di te.

— All'ora indicata sarò pronto; io credeva però che il signore non avesse che un solo cavallo alla scuderia delle guardie.

— Può darsi che ancora in questo momento non ve ne sia che uno, ma questa sera ve ne saranno quattro.

— Sembra che il vostro viaggio sia stato un viaggio di rimonta.

— Precisamente, disse d'Artagnan.

E avendo fatto a Planchet un ultimo gesto di raccomandazione, sortì.

Il sig. Bonacieux era sulla porta; l'intenzione di d'Artagnan era di passare oltre senza parlare al degno merciaio, ma questi gli fece un saluto così dolce e così benigno, che fu forza al suo locatario, non solamente di renderglielo, ma di legare eziandio conversazione con lui.

E d'altronde come mai non avere un poco di condiscendenza con un marito la cui moglie vi ha dato un appuntamento per la sera stessa a Saint-Cloud, dirimpetto al padiglione del sig. d'Estrées? D'Artagnan si avvicinò coll'aria la più amabile che potesse assumere.

La conversazione cadde naturalmente sulla carcerazione del povero uomo. Il sig. Bonacieux che ignorava che d'Artagnan avesse intesa la sua conversazione con l'incognito di Méung, raccontò al suo giovane locatario le persecuzioni di quel mostro del sig. Lasseman, che non cessò di qualificare, durante tutto il suo racconto, col titolo di boia del ministro, e si estese lungamente sulla Bastiglia, i catenacci, le toppe, gli spiragli, le inferriate e gli strumenti di tortura.

D'Artagnan l'ascoltò con una compiacenza esemplare, quindi allorchè ebbe finito:

— E la signora Bonacieux, disse egli infine, sapete voi chi l'avesse rapita? perchè non dimentico che fu in questa dispiacevole circostanza, che io ebbi la fortuna di fare la vostra conoscenza.

— Ah! fece Bonacieux, si sono bene astenuti dal dirmelo, e mia moglie dal canto suo mi ha fatto i più solenni giuramenti di non saper niente. Ma voi stesso, continuò Bonacieux col tuono della più perfetta bonarietà, che cosa è accaduto di voi nei giorni passati? Io non ho veduto nè voi, nè i vostri amici, e non raccoglieste certo sul lastricato di Parigi, io credo, tutta la polvere che Planchet sbatteva ieri da' vostri stivali.

— Voi avete ragione, mio caro sig. Bonacieux, i miei amici ed io abbiamo fatto un piccolo viaggio.

— Siete andati lontani di qui?

— Oli! mio Dio, no! a una quarantina di leghe soltanto, noi siamo stati ad accompagnare il sig. Athos alle acque di Forges ove sono rimasti i miei amici.

— E voi siete ritornato, non è vero? riprese il sig. Bonacieux dando alla sua fisonomia un'aria la più maligna. Un bel giovine come voi siete, non ottiene dei lunghi congedi dalla sua amica e voi eravate aspettato con impazienza a Parigi, non è vero?

— In fede mia, disse ridendo il giovine, ve lo confesso, tanto più, mio caro sig. Bonacieux, che io vedo non esservi niente di nascosto per voi; sì, io era aspettato, e con molta impazienza, ve ne garantisco.

Una nube leggiera passò sulla fronte del sig. Bonacieux, ma tanto leggiera, che d'Artagnan non se ne accorse nemmeno.

— E noi adesso riceveremo la ricompensa della nostra diligenza? continuò il merciaio con una leggiera alterazione di voce, alterazione che d'Artagnan non rimarcò, come aveva fatto della nube momentanea che un istante prima, aveva intorbidata la figura del degno galantuomo.

— Ah! dunque fate il buon profeta, disse ridendo d'Artagnan.

— No, ciò che vi dico, riprese Bonacieux, è soltanto per sapere se voi ritornate tardi.

— E perchè questa interrogazione? mio caro ospite, domandò d'Artagnan; contate forse di aspettarmi?

— No, è perchè dopo il mio arresto e il rubamento che fu fatto in mia casa, io mi spavento ogni volta che odo aprire una porta e particolarmente di notte. Diamine! che volete, io non sono un uomo di spada!

— Ebbene! non vi spaventate adunque se io ritorno a un'ora o due dopo la mezzanotte; non vi spaventate egualmente se non ritorno del tutto.

Questa volta Bonacieux divenne così pallido, che d'Artagnan non potè ammeno di non accorgersene, e gli domandò che cosa aveva.

— Niente, rispose Bonacieux, niente, dopo le mie disgrazie, io vado soggetto a delle debolezze che mi assalgono ad un tratto, ed in questo momento ho avuto un brivido. Non fate attenzione a questo, voi che non dovete occuparvi che di esser felice.

— Allora io ho molte occupazioni, perchè lo sono.

— Non ancora; aspettate adunque, voi avete detto, questa sera.

— Ebbene! grazie a Dio, questa sera verrà! o forse voi l'aspettate con tanta impazienza quanto me. Forse questa sera la sig. Bonacieux visiterà il domicilio coniugale.

— La sig. Bonacieux questa sera non è libera; rispose con gravità il marito; ella si trattiene al Louvre pel suo servizio.

— Tanto peggio per voi, mio caro ospite, tanto peggio; quando io sono felice, vorrei che tutti lo fossero; ma sembra che non sia possibile.

E il giovine si allontanò ridendo a più potere dello scherzo che lui solo, si credeva, poteva comprendere.

— Divertitevi bene, rispose Bonacieux con un accento sepolcrale.

Ma d'Artagnan era già troppo lontano per sentirlo, e se lo avesse anche sentito, era in tali disposizioni di spirito, che certamente non lo avrebbe rimarcato.

Egli si diresse verso l'abitazione del sig. de Tréville: la sua visita del giorno innanzi era stata, si ricorderà, cortissima, e troppo poco esplicativa.

Trovò il sig. de Tréville in tutta la gioia della sua anima. Il re e la regina erano stati graziosi verso di lui al ballo. È vero che il ministro era stato perfettamente sgarbato. A un'ora dopo mezzanotte il ministro si era ritirato sotto il pretesto di essere indisposto. In quanto alle Loro Maestà, erano ritornate al Louvre alle sei ore del mattino.

— Ora, disse il sig. de Tréville, abbassando la voce, ed esaminando con lo sguardo tutti gli angoli dell'appartamento, per vedere se essi erano veramente soli, ora parliamo di voi, mio giovane amico; poichè è evidente che il vostro felice ritorno ha parte in qualche modo nella gioia del re, nel trionfo della regina e nella umiliazione del sig. duca di Richelieu. Ora si tratta di sapervici mantenere.

— E che ho io a temere, rispose d'Artagnan fino a tanto che avrò la fortuna di godere il favore delle Loro Maestà?

— Tutto, credete: il ministro non è uomo da dimenticare una mistificazione, fino a tanto che non avrà regolati i suoi conti col mistificatore, e il mistificatore mi ha la ciera di essere un certo giovane di mia conoscenza.

— Credete voi che il ministro sia tanto avanti quanto voi, e sappia che io sono stato a Londra!

— Diavolo! voi siete stato a Londra! è forse da Londra che voi portate questo bel diamante che brilla al vostro dito? siate in guardia, mio caro d'Artagnan, non è una buona cosa un regalo da un nemico, vi sono certi versi latini... aspettate...

— Sì, senza dubbio, rispose d'Artagnan che non aveva mai potuto razzolare le prime regole dei rudimenti di questa lingua, e che, per la sua ignoranza, aveva fatto disperare il suo precettore; sì senza dubbio, ve ne deve essere uno.

— Ve ne è uno certamente, disse il sig. de Tréville che aveva una tinta di lettura, ed il sig. Beuzerade me lo citava l'altro giorno... aspettate dunque. Ah! eccolo.

Timeo Danaos et dona ferentes.

che vuol dire: temo i Greci anche quando portano doni, ossia diffidate del nemico che fa dei regali.

— Questo diamante non viene da un nemico, signore, riprese d'Artagnan, viene dalla regina.

— Dalla regina! oh! oh! disse il sig. de Tréville. Effettivamente è un vero anello reale che vale mille doppie come un soldo. E per mezzo di chi vi ha la regina fatto consegnare questo regalo?

— Me lo ha dato ella stessa.

— E dove?

— Nel gabinetto attiguo alla camera ove cambiò di toaletta.

— Come?

— Dandomi la sua mano a baciare.

— Voi avete baciato la mano della regina? gridò il signor de Tréville guardando d'Artagnan.

— Sua Maestà mi ha fatto l'onore di accordarmi questa grazia.

— E ciò in presenza di testimoni? imprudente! tre volte imprudente!

— No, signore, rassicuratevi; nessuno ha veduto, riprese d'Artagnan.

E raccontò al sig. de Tréville come erano andate le cose.

— Oh! donne! gridò il vecchio soldato, io le conosco bene dalla loro immaginazione romanzesca; tutto ciò che sa di misterioso, è loro caro. Così avete veduto il braccio, e niente altro? voi potreste incontrare la regina che non la riconoscereste! ella potrebbe incontrar voi e non saprebbe chi voi siete.

— No, ma mercè questo diamante... riprese il giovane.

— Ascoltate, disse il sig. de Tréville, volete voi che io vi dia un consiglio, un buon consiglio, un consiglio da amico?

— Voi mi farete un onore, signore, disse d'Artagnan.

— Ebbene! ebbene! andate dal primo gioielliere che trovate, e vendetegli questo diamante per quello che vi darà; per quanto ebreo possa essere, voi ne ritroverete sempre ottocento doppie. Le doppie non hanno nome, giovinotto; e questo anello ne ha uno terribile, e che potrebbe tradire quello che lo porta.

— Io vendere questo anello? un anello che mi è stato dato dalla mia sovrana? mai! disse d'Artagnan.

— Allora voltate la pietra dal lato interno della mano, povero ragazzo, perchè si sa che un cadetto di Guascogna non ritrova simili gioielli nello scrigno di sua madre.

— Voi dunque credete che io abbia qualche cosa da temere? domandò d'Artagnan.

— Vale a dire, giovane, che quegli che si addorme sopra ad una mina colla miccia accesa, deve riguardarsi, al vostro confronto, più sicuro di voi.

— Diavolo! disse d'Artagnan che cominciava ad inquietarsi del tuono di sicurezza con cui parlava il sig. de Tréville: Diavolo! e che cosa dovrò dunque fare?

— Prima di tutto star sempre in guardia. Il ministro ha la memoria tenace e la mano lunga, siate sicuro che vi giuocherà qualche brutto giuoco.

— Ma quale?

— Lo so io forse? non ha egli al suo servizio tutte le cabale del demonio? il meno che vi possa accadere è di essere arrestato.

— Come! si oserebbe arrestare un uomo al servizio di Sua Maestà?

— Perdinci! non si sono presi pena per Athos; in ogni modo, giovane pazzarello, credete ad un uomo che sta alla corte da trent'anni, non vi addormite nella vostra sicurezza, o sarete perduto. Anzi al contrario, e sono io che ve lo dico, temete un nemico dappertutto e in tutti. Se vi si muove contesa evitatela, fosse ancora un fanciullo di dieci anni che ve la muovesse; se veniste attaccato di notte o di giorno, battetevi sempre in ritirata senza alcun disonore; se traversate un ponte, esplorate prima l'assito per timore che una panca vi venga meno sotto i piedi; se passate davanti ad una casa che si sta fabbricando, guardate bene in aria per timore che non vi cada una pietra sulla testa; se ritornate a casa tardi la sera, fatevi seguire dal vostro lacchè, e che il vostro sia armato, semprechè possiate fidarvi dello stesso lacchè; diffidate di tutti, del vostro amico, e della vostra amica in particolare.

D'Artagnan arrossì.