I TRE
MOSCHETTIERI VOL. IV.
I TRE
MOSCHETTIERI
DI
Alessandro Dumas
VERSIONE
DI ANGIOLO ORVIETO.
VOL. IV.
Napoli,
GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE
Strada Trinità Maggiore nº 27
1853
TIPOGRAFIA DI G. PALMA
CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO XLVIII.
Ma come lo abbiamo detto, Bazin non aveva, col suo felice ritorno, tolto che una parte della inquietudine che agitava i quattro amici. I giorni dell'aspettativa sono lunghi, e d'Artagnan soprattutto avrebbe scommesso che in quell'epoca i giorni avevano quarant'otto ore. Egli dimenticò la lentezza obbligata della navigazione, esagerò la potenza di milady, assegnava a questa donna che gli compariva come un demonio, degli ausiliari soprannaturali come lei: al più piccolo rumore egli s'immaginava che venivano ad arrestarlo, e che conducevano Planchet per confrontarlo con lui, e i suoi amici. Vi è di più, la sua confidenza, altra volta così grande pel degno Piccardo, diminuiva di giorno in giorno. Questa inquietudine era così forte che si comunicava a Porthos ed Aramis, e non vi era che Athos che rimaneva impassibile, come se nessun pericolo si agitasse intorno a lui, e che egli respirasse la sua atmosfera abituale.
Il sedicesimo giorno particolarmente, erano così manifesti questi segni di agitazione in d'Artagnan, e nei suoi due amici, ch'essi non potevano stare un momento nello stesso posto, ma erravano come ombre sulla via per la quale doveva giungere Planchet.
— Davvero, diceva Athos, voi non siete uomini, ma siete ragazzi: se una donna vi può fare una sì gran paura. Ebbene! di che si tratta? di essere imprigionati? e noi saremo da qualcuno tolti alla prigione; ne è stata cavata la signora Bonacieux? Di essere decapitati? ma tutti i giorni, nella trincea, noi andiamo allegramente ad esporci a molto peggio di ciò, mentre una palla può fracassarci una gamba, ed io sono persuaso che faccia maggiormente soffrire un chirurgo nel tagliare una gamba, di quello che il boia a tagliarci la testa. State dunque tranquilli; fra due, fra quattro, fra sei ore al più tardi Planchet sarà qui; egli ha promesso di esservi, ed io ho grandissima fede nelle promesse di Planchet, che ha la ciera di essere un bravo giovinetto.
— Ma s'egli non giunge? disse d'Artagnan.
— Ebbene! se egli non giunge, è segno che sarà stato ritardato sulla strada, ecco tutto. Può essere caduto da cavallo, può aver fatto una capriola per di sopra un ponte, può aver corso così forte da aver guadagnato un mal di petto. Eh! signori, pensiamo agli avvenimenti possibili. La vita è una gran corona di piccole miserie che il filosofo sgranella ridendo. Siate filosofi come me, signori, mettetevi a tavola e beviamo; niente fa comparire l'avvenire color di rosa, come l'osservarlo a traverso un bicchiere di chambertin.
— Va benissimo rispondeva d'Artagnan, ma io sono stanco di dover temere, bevendo fresco, che il vino non sorta dalla cantina di milady.
— Voi siete molto difficile! disse Athos; una donna così bella.
— Una donna da bollo! disse Porthos con un grossolano sorriso.
Athos fremette, posò la sua mano sulla sua fronte per asciugarne il sudore, e si alzò a sua volta mosso da un movimento nervoso che egli non potè comprimere.
Il giorno passò, e la sera giunse più lentamente; ma finalmente venne; le bettole si empirono di bevitori. Athos, che aveva intascata la sua parte del diamante, non lasciava più il Farfallone; egli aveva trovato il signore de Busigny, che, del resto, loro aveva dato un magnifico pranzo, un bevitore degno di lui. Essi giuocavano dunque assieme come d'ordinario, quando suonarono sette ore: s'intesero passare le pattuglie che andavano a raddoppiare i posti. A sette ore e mezzo battè la ritirata.
— Siamo perduti, disse d'Artagnan all'orecchio di Athos.
— Volete dire che abbiamo perduto, disse tranquillamente Athos cavando con flemma dieci luigi dalla sua saccoccia, e gettandoli sulla tavola. Andiamo, signori, continuò egli, batte la ritirata; andiamo a dormire.
E Athos uscì dal Farfallone seguito da d'Artagnan. Aramis veniva loro dietro dando il braccio a Porthos, ed accozzava dei versi, e Porthos si strappava di tratto in tratto qualche pelo dai suoi baffi in segno di disperazione.
Ma ecco ad un tratto, nella oscurità, si disegna una ombra la di cui ombra e famigliare a d'Artagnan, ed una voce ben conosciuta gli dice:
— Signore, io vi porto il vostro mantello, perchè questa sera fa fresco.
— Planchet! gridò d'Artagnan ebbro di gioia.
— Planchet! gridarono Porthos ed Aramis.
— Ebbene! sì Planchet, disse Athos; che cosa vi è di meraviglioso? egli aveva promesso di essere di ritorno a otto ore ed ecco che suonano le otto. Bravo! Planchet, voi siete un giovine di parola, e se mai aveste a lasciare il vostro padrone, io vi riserbo un posto al mio servizio.
— Ohi no, giammai, disse Planchet, io non lascerò giammai il signor d'Artagnan.
E nello stesso tempo d'Artagnan sentì che Planchet gli faceva scorrere in mano un piccolo biglietto.
D'Artagnan aveva una gran volontà di abbracciare Planchet; ma egli ebbe paura che questo segno di effusione, dato al suo lacchè in mezzo alla strada, non sembrasse straordinario a qualche passaggiero, e si contenne.
— Io ho il biglietto, disse egli ad Athos ed ai suoi amici.
— Sta bene, disse Athos, entriamo nelle vostre camere, e lo leggeremo.
Il biglietto bruciava la mano di d'Artagnan; egli voleva affrettare il passo, ma Athos gli prese il braccio e lo passò sotto il suo, e fu mestieri al giovane di regolare la sua corsa con quella del suo amico.
Finalmente si entrò negli alloggi, fu acceso un lume, e mentre che Planchet stava sulla porta affinchè i quattro amici non fossero sorpresi, d'Artagnan con mano tremante ruppe il sigillo, e aprì la lettera tanto aspettata.
Ella conteneva una mezza riga di scritto in inglese, e di una concisione tutta spartana:
«Thank you: be easy.»
Ciò che voleva dire: «Grazie; siate tranquillo.»
Athos prese la lettera dalle mani di d'Artagnan, raccostò al lume, e vi appiccò il fuoco, non lasciandone un pezzo che non fosse ridotto in cenere.
Quindi, chiamando Planchet,
— Ora, bravo giovane, gli disse, tu puoi reclamare le settecento lire; ma tu non arrischiavi gran cosa con un biglietto come questo.
— Ciò non è per mancanza di non avere inventato modi per custodirlo, disse Planchet.
— Ebbene! disse d'Artagnan, raccontaci come è andato.
— Diamine, ciò è lungo, signore.
— Tu hai ragione, Planchet, d'altronde la ritirata è battuta, e noi saremmo rimarcati se conservassimo il lume acceso più degli altri.
— Sia, disse d'Artagnan, andiamo a letto; dormi bene, Planchet.
— In fede mia, signore, questa sarà la prima volta dopo sedici giorni.
— Ed io pure! disse d'Artagnan.
— Ed io pure! disse Porthos.
— Ed io pure! disse Aramis.
— Ebbene! volete che vi confessi la verità? ed io pure! disse Athos.
CAPITOLO XLIX. FATALITÀ
Frattanto milady, ebbra di collera, ruggendo sul cassero del bastimento come una lionessa che venga imbarcata, aveva tentato di gettarsi in mare per riguadagnare la costa, poichè non poteva farsi un'idea ch'ella era stata insultata da d'Artagnan, minacciata da Athos, e che lasciava la Francia senza vendicarsi di loro. Ben presto quest'idea era divenuta per essa talmente insopportabile, che col rischio di ciò che poteva accaderle di terribile per se stessa, aveva supplicato il capitano di gettarla sulla costa; il capitano, sollecito di sfuggire alla sua falsa posizione, posto fra le crociere francesi ed inglesi, come un pipistrello fra i sorci e gli uccelli, aveva gran fretta d'approdare in Inghilterra; rifiutò dunque ostinatamente di obbedire a ciò che egli prendeva per un capriccio di donna, promettendo alla sua passaggiera, che, del resto, gli era stata raccomandata in modo particolare dal ministro, di gettarla, se il mare ed i francesi lo permettevano, in un qualche porto della Brettagna, sia a Loirent, sia a Brest. Ma frattanto, il vento era contrario, il mare cattivo: si bordeggiava, e si correvano piccole bordate. Nove giorni dopo la uscita dalla Charente, milady, pallida pei suoi dispiaceri e per la sua rabbia, vedeva comparire soltanto le coste azzurre di Finistère.
Ella calcolò che per traversare questa parte della Francia, e per ritornare vicino al ministro, le abbisognavano almeno quattro giorni; aggiungete questi quattro giorni agli altri nove già trascorsi, erano tredici, durante i quali potevano accadere tanti avvenimenti importanti a Londra. Ella pensò che, senza alcun dubbio, il ministro diventerebbe furioso pel suo ritorno, e che per conseguenza sarebbe più disposto a dare ascolto ai reclami che venissero fatti contro di lei, di quello che a quelli che poteva far essa contro degli altri, e per conseguenza lasciò passare Loirent e Brest senza insistere col capitano, che dal canto suo, si guardava bene dall'avvisarla. Milady continuò dunque la sua strada, e il giorno stesso in cui Planchet s'imbarcava a Portsmouth per la Francia, la messaggiera di Sua Eccellenza entrava trionfante nel porto.
Tutta la città era agitata da un movimento straordinario: quattro gran vascelli recentemente costrutti erano stati lanciati in mare. In piedi, sopra uno di questi ricoperto d'oro abbagliante, secondo il suo solito, pei diamanti e le pietre preziose, col suo cappello ornato di una piuma bianca che gli cadeva sopra una spalla, si vedeva Buckingham circondato da uno stato maggiore quasi brillante quanto lui.
Era una di quelle belle e rare giornate di estate in cui l'Inghilterra si ricorda che vi è un sole. L'astro pallido, ma pure splendido ancora, era al suo tramonto, imporporando e cielo ad un tempo e mare, con strisce di fuoco, e gettando sulle torri e le vecchie case della città un raggio d'oro che faceva sfavillare i vetri, come il riflesso d'un incendio. Milady respirando quest'aria del mare più viva e più balsamica all'avvicinarsi della terra contemplando tutta la potenza di questi preparativi, ch'essa era incaricata di distruggere, tutta la forza di quest'armata, che doveva combattere da se sola con qualche sacco d'oro, si paragonò mentalmente a Giuditta, la terribile Ebrea, quando penetrò nel campo degli Assirii, e che vide la massa enorme di carri, di cavalli, di uomini ed armi che un gesto della sua mano doveva dissipare come nube di fumo.
Entrarono in rada, ma mentre si apprestavano a gettar l'ancora, un piccolo cutter, formidabilmente armato, si avvicinò al bastimento mercantile, annunziandosi come guarda coste, fece mettere in mare la sua lancia, che si diresse verso la scala. La lancia conteneva un ufficiale e otto rematori. L'ufficiale solo montò a bordo, ove fu ricevuto con tutta la deferenza che inspira l'uniforme.
L'ufficiale si trattenne alcuni istanti col capitano, gli fece leggere alcune carte di cui era portatore, e dietro un ordine del capitano mercantile, tutto l'equipaggio del bastimento, marinari e passeggieri, fu chiamato sul ponte.
Dopo che fu fatto questo appello, l'ufficiale s'informò ad alta voce del punto di partenza del brick, della sua strada, delle sue fermate, ed a tutte le domande, il capitano soddisfece senza esitazione e senza difficoltà. Allora l'ufficiale cominciò a passare la sua rivista di tutte le persone, le une dopo le altre, e fermandosi a milady, la considerò con grande attenzione ma senza indirizzarle una sola parola.
Quindi ritornò al capitano, gli disse ancora alcune parole, e come se fosse stato a lui che d'ora innanzi doveva obbedire il bastimento, comandò una manovra che l'equipaggio tosto eseguì. Allora il bastimento si rimise in via, sempre scortato dal piccolo cutter, che vogava d'accordo con lui, minacciando il suo fianco colla bocca dei suoi cinque cannoni, nel mentre che la barca lo seguiva nel solco del naviglio, debole punto dietro una così enorme massa.
Durante l'esame che l'ufficiale aveva fatto di milady, milady, come si crederà bene, lo aveva dal canto suo divorato con lo sguardo. Ma, per quanto fosse grande l'abitudine che questa donna dagli occhi di fuoco aveva per leggere nel cuore di coloro dei quali aveva bisogno d'indovinare i segreti, ella questa volta ritrovò un viso di una tale impassibilità, che alle sue investigazioni non ne seguì alcuna scoperta. L'ufficiale che si era fermato davanti a lei, e che l'aveva silenziosamente studiata con tanta cura, poteva avere l'età di venticinque a ventisei anni, era bianco di viso, aveva gli occhi blu chiari un poco infossati; la bocca sottile e ben disegnata, restava immobile nelle sue corrette linee; il suo mento vigorosamente pronunciato, dinotava che la forza di volontà, nel tipo volgare britannico, non è ordinariamente che ostinazione; una fronte un poco fuggente, come si addice ai poeti, agli entusiasti e ai soldati, era appena ombrata da una capigliatura corta e chiara, che come la barba che copriva l'estremità inferiore del viso, era di un bel color castagno scuro.
Quando rientrarono nel porto, era già notte; la nebbia inspessiva ancora l'oscurità, e formava intorno ai fanali ed alle lanterne un cerchio, simile a quello che circonda la luna quando il tempo minaccia di diventar piovoso. L'aria che si respirava era trista, umida e fredda.
Milady, quella donna così forte, si sentiva premere suo malgrado.
L'ufficiale si fece insegnare quali erano i pacchi di milady, fece portare il suo bagaglio nella lancia, e quando fu fatta questa operazione, la invitò a discendere, presentandole egli stesso il braccio.
Milady guardò quest'uomo ed esitò.
— Chi siete voi! signore, domandò ella, che avete la bontà di occuparvi in un modo così particolare di me?
— Voi dovete vederlo, signora, dal mio uniforme. Io sono un ufficiale della marina inglese, rispose il giovane.
— Ma in fine, è forse di abitudine che gli ufficiali della marina inglese si mettano sotto gli ordini dei loro compatrioti quando approdano in un porto della Gran-Brettagna, e spingano la galanteria fino a condurli a terra?
— Sì milady, questo è l'uso, non già per galanteria, ma per prudenza, che in tempo di guerra gli stranieri sieno condotti in un albergo designato, affinchè, fino a perfetta informazione su di essi, restino sotto la sorveglianza del governo.
Queste parole furono pronunciate con la gentilezza la più squisita e la calma la più perfetta. Però esse non ebbero il dono di convincere milady.
— Ma io non sono straniera, signore, disse ella coll'accento più puro che fosse mai risuonato da Portsmouth a Manchester; io mi chiamo lady de Winter, e questa misura...
— Questa misura è generale, milady, e voi tentereste invano di sottrarvici.
— Io dunque vi seguirò, signore.
E, accettando la mano dell'ufficiale, cominciò a discendere la scala, in fondo alla quale l'aspettava la lancia. L'ufficiale la seguì: un gran mantello era steso a poppa, l'ufficiale la fece sedere sul mantello e si assise vicino a lei.
— Vogate, diss'egli ai marinari.
Gli otto remi caddero in mare formando un sol colpo, non battendo che con un sol colpo, e la lancia sembrò volare sulla superficie delle acque.
In capo a cinque minuti si toccò terra.
L'ufficiale saltò sullo scalo e offrì la mano a milady.
Una carrozza aspettava.
— Questa carrozza è per noi? domandò milady.
— Sì, milady, rispose l'ufficiale.
— L'albergo è molto lontano di qui?
— All'estremità opposta della città.
— Andiamo, disse milady.
Ella salì risolutamente in carrozza.
L'ufficiale vegliò affinchè gli equipaggi fossero solidamente attaccati dietro la cassa, e terminata questa operazione prese posto vicino a milady e chiuse lo sportello.
Tosto, senza che fosse dato alcun ordine, e senza che vi fosse stato bisogno d'indicare la destinazione, il cocchiere partì al galoppo e s'internò nelle strade della città.
Un ricevimento così strano doveva essere per milady un'ampia materia di riflessione; così, vedendo che il giovane ufficiale non sembrava menomamente disposto ad attaccare conversazione, ella si appoggiò in un angolo della carrozza, e passò in rivista le une dopo le altre tutte le supposizioni che si presentavano al suo spirito.
Frattanto, in capo ad un quarto d'ora, meravigliata della lunghezza della strada, si accostò verso lo sportello per vedere da che parte era condotta. Non si vedevano più case; fra le tenebre comparivano soltanto degli alberi, come fantasmi neri, che corressero gli uni dopo gli altri.
Milady rabbrividì.
— Ma noi non siamo più in città, signore, disse ella.
Il giovine ufficiale osservò il silenzio.
— Io non anderò più avanti se voi non mi dite dove mi conducete, ve ne prevengo, signore.
Questa minaccia non ottenne veruna risposta.
— Ah! questa è troppo forte! grido milady. Soccorso! soccorso!
Nessuna voce rispose alla sua; la carrozza continuava a correre con rapidità. L'ufficiale sembrava una statua.
Milady lo guardò con una di quelle terribili espressioni, particolari al suo viso, e che mancavano tanto raramente del loro effetto. La collera faceva scintillare i suoi occhi nelle tenebre.
Il giovane rimase impassibile.
Milady volle aprire lo sportello per precipitarvisi.
— Fate attenzione, signora, disse freddamente l'ufficiale, voi vi ucciderete saltando.
Milady si riassise colla schiuma alla bocca. L'ufficiale si accostò, e la guardò a sua volta, e parve sorpreso di vedere questa figura non ha guari così bella, sconvolta per la rabbia e divenuta quasi schifosa. L'astuta creatura capì che si perdeva lasciando vedere in tal modo l'interno dell'anima sua; ella rasserenò i suoi lineamenti, e con una voce gemebonda:
— In nome del cielo, signore, ditemi se è a voi, se è al vostro governo, se è ad un qualche nemico che io debbo attribuire la violenza che mi viene fatta.
— Non vi si fa alcuna violenza, signora, e ciò che vi accade è il risultato di una misura semplicissima che siamo costretti di prendere con tutti quelli che sbarcano in Inghilterra.
— Allora voi non mi conoscete, signore?
— È la prima volta che ho l'onore di vedervi.
— E, sul vostro onore, voi non avete alcun soggetto di rancore contro di me?
— Alcuno: ve lo giuro.
E vi era tanta serenità e sangue freddo, ed anche dolcezza nella voce di questo giovane, che milady si rassicurò.
Finalmente, dopo un'ora circa di cammino la carrozza si fermò davanti un cancello di ferro che chiudeva una via scavata, conducente ad un castello di forma severa, massiccio ed isolato. Allora, siccome le ruote giravano sopra una sabbia fina, milady intese un vasto muggito che riconobbe pel rumore del mare che viene ad infrangersi contro una costa scoscesa.
La carrozza passò sotto due vôlte, finalmente si fermò in un cortile tetro e quadrato. Quasi subito la portiera si aprì, il giovane saltò leggermente a terra, presentò la sua mano a milady che si appoggiò e discese a sua volta con molta calma.
— Io dunque sono sempre prigioniera, disse milady guardando intorno a se e riportando i suoi occhi sul giovane ufficiale col più grazioso sorriso; ma io non lo sarò lungamente, ne sono sicura, aggiunse ella. La mia coscienza e la vostra gentilezza, signore, me ne sono garanti.
Per quanto fosse lusinghiero il complimento, l'ufficiale non rispose una parola; ma cavando dalla sua cinta un piccolo fischietto d'argento simile a quello che si servono per dare il comando sui bastimenti da guerra, fischiò tre volte sopra diverse ondulazioni; tosto comparvero parecchi uomini, staccarono i cavalli fumanti, e posero la carrozza nella sua rimessa.
L'ufficiale, sempre con la stessa tranquilla cortesia, invitò la sua prigioniera a entrare in casa. Questa, sempre col massimo viso sorridente, lo prese pel braccio, ed entrò con lui sotto una porta bassa, illuminata soltanto nel fondo che conduceva ad una scala di pietra a chiocciola; si fermarono quindi davanti ad una porta massiccia che, dopo l'introduzione di una chiave che il giovane portava seco, girò pesantemente sui suoi cardini, e dette apertura alla camera destinata a milady. Con un solo sguardo la prigioniera abbracciò l'appartamento nelle sue più piccole parti.
Era una camera il di cui mobiglio era molto proprio per una prigione, ma nello stesso tempo molto rigido per un uomo in libertà. Però le sbarre alle finestre, e i chiavistelli all'esterno della porta decidevano il pensiero sul conto di una prigione.
Per un istante tutta la forza d'animo di questa creatura, sebbene temperata alle sorgenti le più rigorose, l'abbandonò. Ella cadde sopra una sedia, incrociò le braccia, abbassando la testa, ed aspettando ad ogni istante di vedere entrare un giudice per interrogarla.
Ma non entrò alcuno, se non che due o tre soldati di marina che portarono il suo equipaggio, lo deposero in un canto e si ritirarono senza dir parola.
L'ufficiale presiedeva a tutti questi particolari con quella stessa calma che milady gli aveva costantemente veduta, non pronunciando una parola, e facendosi obbedire con un gesto della sua mano, o con un soffio del suo fischietto.
Si sarebbe detto che fra quest'uomo e i suoi inferiori la lingua parlata non esisteva o era divenuta inutile.
Finalmente milady non potè contenersi più lungamente, e ruppe il silenzio.
— In nome del cielo, signore, gridò essa, che vuol dire tuttociò che accade? fissate le mie irresoluzioni: io ho coraggio per ogni pericolo che prevedo, per ogni disgrazia che comprendo. Dove sono io, e che cosa sono io? sono io libera? e perchè queste sbarre e queste porte? sono io prigioniera? qual delitto ho io commesso?
— Voi siete qui nell'appartamento che vi è destinato, signora. Ho ricevuto l'ordine di venirvi a prendere in mare, e di condurvi in questo castello. Io credo di avere adempito a quest'ordine con tutto il rigore di un soldato, ma nello stesso tempo con tutta la cortesia di un gentiluomo. Qui termina, almeno per ora, l'incarico che mi era stato imposto di compiere vicino a voi; il resto spetta ad un'altra persona.
— E quest'altra persona, chi è? domandò milady, non potete voi dirmi il suo nome?
In questo momento s'intese per le scale un gran rumore di speroni; alcune voci passarono e si estinsero, ed il rumore di un passo isolato si avvicinò fino alla porta.
— Questa persona, eccola qui, signora disse l'ufficiale sgombrando il passo, e ponendosi nell'attitudine del rispetto e della sommessione.
Nello stesso tempo la porta si aprì. Un uomo comparve sulla soglia.
Egli era senza cappello, portava la spada al fianco e contorceva il fazzoletto.
Milady credè riconoscere fra l'ombre quest'ombra; si appoggiò con una mano sul sostegno del suo seggio, ed innoltrò la testa come per andare incontro ad una certezza.
Allora lo straniero si avvicinò lentamente, e a misura che s'innoltrava, entrando nel cerchio luminoso proiettato dalla lampada, milady indietreggiava involontariamente.
Quindi allorchè ella non ebbe più alcun dubbio.
— E che! fratello mio, gridò essa al colmo dello stupore, siete voi?
— Sì, bella dama, rispose lord de Winter facendo un saluto per metà cortese, e per metà ironico, io stesso.
— E allora questo castello...?
— È mio.
— Questa camera....
— È la vostra.
— Io sono dunque vostra prigioniera?...
— Presso a poco.
— Non diciamo grandi parole; sediamo, e parliamo tranquillamente come convien di fare tra un fratello ed una sorella.
Quindi voltandosi verso la porta, e vedendo che il giovane ufficiale aspettava gli ultimi suoi ordini.
— Sta bene, diss'egli, io vi ringrazio; ora lasciateci sig. Felton.
CAPITOLO L. CIARLATA TRA FRATELLO E SORELLA
Durante il tempo che lord de Winter mise a chiudere la porta, a spingere un catenaccio e ad avvicinare una sedia al seggio di sua cognata, milady, distratta, immerse il suo sguardo nella profondità del possibile, e scuoprì tutta la trama che non avea potuto neppure intravedere fino a che ignorava in quali mani era caduta. Ella conosceva suo cognato per un gentiluomo, franco cacciatore, giuocatore, intraprendente con le donne, ma di una forza al disotto della mezzana per gl'intrighi. Come aveva egli potuto scuoprire il suo arrivo? farla arrestare e perchè la riteneva egli?
Athos le aveva detto qualche parola che provava che la conversazione che aveva tenuta col ministro era stata udita da orecchie straniere, ma non poteva ammettere che le fosse stata scavata una contromina così pronta e ardita. Ella temè ben più, che le sue precedenti operazioni in Inghilterra fossero state scoperte. Buckingham poteva avere indovinato ciò che essa era, e che era stata essa che gli aveva tagliati di dosso i due puntali, e che per vendicarsi di questo piccolo tradimento... Ma Buckingham era incapace di portarsi ad un eccesso contro una donna, particolarmente se questa donna poteva essere scusata coll'agire per un sentimento di gelosia.
— Sì, parliamo, fratello mio, disse ella con una specie di rassegnazione, decisa come era di cavare da questa conversazione tutti gli schiarimenti di cui poteva aver bisogno in seguito, ad onta di tutte le dissimulazioni che avesse potuto presentare lord de Winter.
— Voi dunque vi siete decisa a ritornare in Inghilterra, disse lord de Winter, malgrado la risoluzione che mi avete così spesso manifestata a Parigi di non rimettere più mai il piede sul territorio della Gran-Brettagna.
Milady rispose a questa domanda con un'altra domanda.
— Prima di tutto, diss'ella, ditemi in che modo avete potuto tenermi gli occhi addosso, e ciò tanto severamente da essere in antecedenza prevenuto non solo del mio arrivo, ma ancora del giorno, dell'ora e del porto dove arriverei?
— Ma ditemi voi stessa, mia cara cognata, riprese egli, ciò che venite a fare in Inghilterra.
— Io vengo a vedervi, riprese milady, senza sapere quanto essa aggravava con questa risposta i sospetti che aveva fatti nascere nello spirito di suo cognato la lettera di d'Artagnan, e volendo soltanto cattivarsi la benevolenza del suo uditore con una menzogna.
— Ah! per veder me, disse sardonicamente de Winter.
— Senza dubbio, per vedervi. Che cosa vi è di meraviglioso?
— E voi nel venire in Inghilterra non avete altro scopo che quello di vedermi?
— No.
— Così è per me solo che vi siete data la pena di traversare la Manica?
— Per voi solo.
— Peste! che tenerezza, sorella mia!
— Ma non sono io la vostra più prossima parente? domandò milady con un tuono della più commovente ingenuità.
— Ed anche la mia sola ereditiera, non è vero? disse a sua volta lord de Winter, fissando i suoi occhi su quelli di milady, vale a dire per mezzo di vostro figlio.
Qualunque fosse la possanza ch'ella avesse su di se stessa, milady non potè esimersi dal fremere, e siccome, nel pronunciare le ultime parole che lord de Winter aveva dette, egli posò la mano sul braccio di sua cognata, così questo fremito non gli sfuggì.
In fatti il colpo era diretto e profondo. La prima idea che venne allo spirito di milady, fu che era stata tradita da Ketty; e che questa aveva raccontato al barone l'interessata avversione di cui essa aveva lasciato sfuggire imprudentemente i segni davanti alla sua servente, e si ricordò pure la furiosa ed imprudente uscita ch'essa aveva fatta contro d'Artagnan, quando questi aveva salvata la vita di suo cognato.
— Io non capisco, milord, diss'ella, per guadagnar tempo e far parlare il suo avversario, che volete dire? vi è forse qualche senso nascosto sotto le vostre parole.
— Oh! mio Dio, no, disse lord de Winter con una apparente bonarietà. Voi avete il desiderio di venirmi a vedere, e venite in Inghilterra. Io apprendo questo desiderio, o piuttosto io dubito che voi lo proviate, e per risparmiarvi tutte le noie di un arrivo notturno in un porto, tutte le fatiche di uno sbarco, invio uno dei miei ufficiali incontro a voi, io metto una carrozza sotto i suoi ordini, ed egli vi trasporta qui in questo castello, di cui io sono il governatore, ove vengo tutti i giorni, e dove, affinchè il nostro desiderio di vederci sia soddisfatto, vi faccio preparare una camera. Che cosa vi è di meraviglioso in tutto ciò che vi dico più che in quello che voi avete detto a me?
— No, ciò che io trovo di straordinario, si è che voi siete stato prevenuto del mio arrivo.
— Eppure è la cosa più semplice, mia cara cognata: non avete voi veduto che il capitano del vostro piccolo bastimento, entrando in rada, per ottenere il suo ingresso nel porto, ha mandato avanti una lancia che portava il libro ossia il registro delle persone a bordo? io sono comandante del porto, mi è stato presentato questo libro, vi ho riconosciuto il vostro nome. Il cuore mi ha detto ciò che or ora mi ha confirmato la vostra bocca, vale a dire, con quale scopo voi vi siete esposta ai pericoli di un mare pieno di rischi, o per lo meno tanto faticoso in questo momento, e vi ho inviato incontro il mio cutter. Voi sapete il resto.
Milady capì che lord de Winter mentiva, e ciò non fece che spaventarla sempre più.
— Fratello mio, non è stato, continuò essa milord Buckingham che ho veduto sul varo questa sera nel giungere?
— Egli stesso. Oh! capisco che la sua vista deve avervi colpita, riprese Lord de Winter; voi venite da un paese che si deve occupare molto di lui, e io so che i suoi armamenti contro la Francia preoccupano molto il ministro vostro amico.
— Mio amico il ministro! gridò milady, vedendo che su questo punto come sull'altro milord de Winter sembrava istrutto di tutto.
— Non è egli dunque vostro amico? rispose negligentemente il barone. Ah! perdono, io lo credeva. Ma noi ritorneremo a milord duca più tardi. Non ci allontaniamo dalla piega sentimentale che aveva presa la nostra conversazione. Voi venite, dunque, per vedermi?
— Sì.
— Ebbene! io vi ho risposto che sarete servita a seconda dei vostri desiderii, e che noi ci vedremo tutti i giorni.
— Debbo io dunque rimanere eternamente qui? domandò milady con un certo spavento.
— Vi trovereste forse male alloggiata, sorella mia? domandate ciò che vi manca, e io mi affretterò di farvelo dare.
— Ma io qui non ho nè la mia cameriera, nè la mia servitù.
— Voi avrete tutto, signora; ditemi su qual piede il vostro primo marito aveva montata la vostra casa, e quantunque io non sia che vostro cognato, ve la monterò sullo stesso piede.
— Il mio primo marito? gridò milady guardando Lord de Winter con occhi spaventati.
— Sì, il vostro marito francese; io non parlo di mio fratello. Del resto, se voi lo avete dimenticato, siccome egli vive ancora io potrò scrivergli, ed egli mi farà rimettere le informazioni su questo argomento.
Un sudor freddo stillò dalla fronte di milady.
— Voi scherzate diss'ella con voce sorda.
— Ne ho fors'io l'aspetto? domandò il barone alzandosi, e facendo un passo indietro.
— O piuttosto voi m'insultate, continuò ella stringendo colle sue mani convulse i due bracciali del seggio, e sollevandosi sui pugni.
— Insultarvi! io? disse Lord de Winter con disprezzo, in verità, signora, credete voi che sia possibile?
— Signore, disse milady, voi siete ubriaco, o insensato. Uscite, e inviatemi le mie donne.
— Le donne sono poco secrete, sorella mia; non potrei farvi io da cameriere? in questo modo tutti i nostri segreti resterebbero in famiglia.
— Insolente, gridò milady.
E come mossa da una molla balzò verso il barone, che l'aspettò con impassibilità, ma però con una mano sulla guardia della spada.
— Eh! eh, diss'egli so bene che avete l'abitudine di assassinare la gente: ma io mi so difendere, ve ne prevengo, fosse anche contro di voi.
— Oh! avete ragione, disse milady e voi mi fate l'effetto di essere abbastanza vile per portare la mano sopra una donna.
— Se ciò accadesse, avrei la mia scusa. La mia mano, d'altronde non sarebbe la prima mano di uomo che si sarà posata sopra di voi, m'immagino:
E il barone indicò con un gesto lento ed accusatore la spalla sinistra di milady, che egli quasi toccò colla punta del dito. Milady mandò un ruggito sordo, e rinculò fino all'angolo opposto della camera, come una pantera che si accovaccia per slanciarsi
— Oh! ruggite pure quanto volete! gridò Lord de Winter, ma non tentate di mordere, poichè ve ne prevengo, la cosa ricadrebbe in vostro pregiudizio: qui non vi sono regalatori che regalino in antecedenza le successioni; qui non vi sono cavalieri erranti che vengono a muovermi lite per la bella dama che ritengo prigioniera: ma io ho già pronti dei giudici che disporranno di una donna abbastanza svergognata per venire ad introdursi, bigama, nella famiglia di Lord de Winter, mio fratello maggiore, e i suoi giudici, vi rimanderanno al carnefice che vi farà le due spalle uguali.
Gli occhi di milady mandavano tali lampi che, quantunque Lord de Winter fosse uomo, e armato davanti ad una donna disarmata, egli sentì il freddo della paura penetrargli fino al fondo dell'anima; egli però non tralasciò, che anzi con un furore sempre crescente;
— Sì, capisco dopo avere ereditato da mio fratello, vi sarebbe stato dolce l'ereditare anche da me; ma sappiatelo in antecedenza, voi potete uccidermi, o farmi uccidere, le mie precauzioni sono di già state prese: neppure uno scellino di quanto io possedo passerà nelle vostre mani, nè in quelle di vostro figlio. Non siete voi già abbastanza ricca, voi che possedete quasi un mezzo milione? e non potevate voi fermarvi su la vostra strada fatale, se non facevate il male per la sola gioia infinita e suprema di farlo? Oh! sentite, io ve lo dico, se la memoria di mio fratello non mi fosse sacra, voi andreste a imputridire in un carcere di stato, o a rallegrare a Tyburn la curiosità dei marinari! Io mi tacerò ma voi sopportate tranquillamente la vostra cattività. Fra quindici o venti giorni io partirò per la Rochelle coll'armata; ma, il giorno innanzi della mia partenza, verrà e prendervi un vascello, che io vedrò partire, e che vi condurrà nelle vostre colonie del Sud, e siate tranquilla, io vi darò un compagno che vi brucerà le cervella al tentativo che arrischiate per ritornare in Inghilterra o sul continente.
Milady ascoltava con un'attenzione che dilatava i suoi occhi infiammati.
— Ma fino a quell'ora, continuò Lord de Winter, voi rimarrete in questo castello; le mura ne sono grosse, le porte ne sono forti, i catenacci sono solidi, e la vostra finestra sbarrata dà a picco sul mare. Gli uomini del mio equipaggio, che mi sono affezionati per la vita e per la morte, montano la guardia intorno a questo appartamento e sorvegliano tutti i passaggi che conducono al cortile; poi, giunta al cortile, vi resterebbe ad attraversare tre cancelli di ferro. La consegna è precisa: un passo, un gesto, una parola che simuli una evasione, e si farà fuoco contro di voi. Se vi si trova morta, sono persuaso che la giustizia inglese mi sarà obbligata di avere risparmiato a lei questa briga. Ah! i vostri lineamenti riprendono la loro calma, il vostro viso ritrova la sua sicurezza! dieci giorni, quindici giorni, dite voi; bah! di qui a là, io ho lo spirito inventore, mi verrà una qualche idea; io ho lo spirito infernale, e ritroverò qualche vittima. Di qui a quindici giorni, voi vi dite, io sarò fuori di qui. Ebbene! provatevici.
Milady, vedendosi indovinata, si cacciò le unghie nelle carni per domare ogni movimento che avesse potuto dare alla sua fisonomia un significato qualunque, oltre quello dell'angoscia.
Lord de Winter continuò:
— In quanto all'ufficiale che solo qui comanda in mia assenza, voi lo avete veduto, dunque lo conoscete di già: egli sa, come voi vedete, osservare una consegna, poichè voi non siete venuta da Portsmouth a qui senza aver tentato di farlo parlare. Che ne dite? una statua di marmo avrebbe potuto essere più impassibile e più muta? voi avete già esperimentato il potere delle vostre seduzioni su molti uomini, e disgraziatamente vi siete sempre riuscita: ma tentate su quello, perdinci! se voi ci venite a capo, io vi dichiaro essere il demonio.
Quindi andò verso la porta e l'aprì in fretta.
— Che si chiami il signor Felton, diss'egli. Aspettate anche un momento, ed io vi raccomanderò a lui.
Fra questi due personaggi successe uno strano silenzio, durante il quale s'intese il rumore di un passo lento e regolare che si avvicinava. Ben presto nell'ombra del corridoio, si vide a designarsi una forma umana, e il giovane sottotenente, col quale noi abbiamo già fatto conoscenza, si fermò sul limitare della porta, aspettando gli ordini del barone.
— Entrate, mio caro John, disse lord de Winter; entrate, e chiudete la porta.
Il giovane uffiziale entrò.
— Ora disse il barone, guardate questa donna: ella è giovane, ella è bella, ella possiede tutte le seduzioni della terra: ebbene! questo è un mostro che ha venticinque anni, si è reso colpevole di tanti delitti quanti se ne possono leggere negli archivi dei nostri tribunali. La sua voce previene in suo favore, la sua bellezza serve di esca alle vittime; ella tenterà di sedurvi, fors'anche potrà tentare di uccidervi. Io vi ho tolto dalla miseria, vi ho fatto nominare sottotenente, vi ho salvato una volta la vita, voi sapete in quale occasione; io sono per voi non solo un protettore, ma un amico; non solo un benefattore, ma un padre. Questa donna è venuta in Inghilterra per cospirare contro la mia vita; io tengo questo serpente fra le mani: ebbene! io vi faccio chiamare e vi dico: «amico Felton John, figlio mio, difendimi, e soprattutto difenditi da questa donna. Giura sulla tua salute di conservarla pel gastigo che ella ha meritato! John Felton, io mi affido alla tua parola; John Felton io credo alla tua lealtà».
— Milord, disse il giovane ufficiale caricando il suo sguardo con tutto l'odio che poteva ritrovare nel suo cuore; milord: io vi giuro che sarà fatto ciò che desiderate.
Milady ricevette questo sguardo colla rassegnazione di una vittima: era impossibile di vedere un'espressione più sottomessa e più dolce di quella che allora regnava nel suo bel viso. Lord de Winter stesso appena vi avrebbe riconosciuta la tigre che un momento prima si preparava a combattere.
— Ella non uscirà mai da questa camera, intendete, John, continuò il barone; ella non corrisponderà con alcuno, ella non parlerà che con voi, se pure voi vorrete farle l'onore d'indirrizzarle la parola.
— Basta, milord, ed io ho giurato.
— Ed ora, signora, disse il barone, cercate di fare la vostra pace con Dio, poichè dagli uomini siete già stata giudicata.
Milady lasciò cadere la sua testa come s'ella si fosse sentita schiacciare sotto il peso di questo giudizio. Lord de Winter uscì facendo un gesto a Felton, che uscì dietro di lui, e chiuse la porta.
Un istante dopo si sentì nel corridoio il passo pesante di un soldato di marina, che colla mannaia a cintola, e il moschetto alla spalla, faceva la sentinella.
Milady per qualche minuto restò nella stessa posizione, poichè pensò che forse era guardata dal buco della serratura; quindi rialzò lentamente la testa, che aveva ripreso una formidabile espressione di minaccia e di sfida; corse ad ascoltare alla porta, guardò per la finestra, e ritornando a raggrupparsi del suo vasto seggio, si mise a pensare.
CAPITOLO LI. L'UFFICIALE
Frattanto il ministro Richelieu aspettava le notizie d'Inghilterra, ma non giungeva alcun'altra notizia se non che dispiacente e minacciosa. Abbenchè la Rochelle fosse investita, abbenchè potesse sembrar certo il successo, mercè le precauzioni prese, e soprattutto per l'azione della diga, che non lasciava penetrare nessuna barca nella città assediata, il blocco poteva ancora durare lungamente, e questo era un grande affronto per le armate del re, e un grande incomodo pel ministro che aveva non più a intorbidare fra il re Luigi XIII e la regina Anna, la cosa essendo già fatta, ma a riaccomodare il signor de Bassompierre che si era intorbidato col duca Angouleme!
La città, ad onta della incredibile perseveranza del suo governatore, aveva tentato una specie di ammutinamento per arrendersi. Il governatore aveva fatto impiccare gli ammutinati. Questa esecuzione calmò le teste più calde, che allora si decisero a lasciarsi morire di fame; questa morte loro sembrava più lenta, e meno sicura che il trapasso per istrangolazione.
Dal canto loro, di tempo in tempo gli assedianti prendevano dei messaggieri, che i Roccellesi inviavano a Buckingham, o delle spie che Buckingham inviava ai Roccellesi. Nell'uno, e nell'altro caso il processo era presto fatto. Il ministro diceva una sola parola: Impiccate! s'invitava il re a venire a vedere questa funzione. Il re veniva languidamente, si metteva in buon posto per vedere l'operazione in tutte le sue minuzie: ciò lo distraeva sempre un poco, e gli faceva tollerare l'assedio con pazienza; ma ciò non gl'impediva di annoiarsi mortalmente, e di parlare tutti i momenti del suo ritorno a Parigi; di modo che, se i messaggieri, o i spioni fossero mancati, Sua Eccellenza, ad onta di tutta la sua immaginazione, si sarebbe ritrovato molto imbarazzato.
Ciò non ostante il tempo passava, i Roccellesi non si arrendevano, l'ultimo spione che era stato preso aveva una lettera. Questa diceva bene a Buckingham che la città era agli ultimi estremi, ma invece di soggiugnere: «Se il vostro soccorso non giugne prima di quindici giorni, noi ci arrenderemo», soggiungeva semplicemente «Se il vostro soccorso non giugne prima di quindici giorni, quando arriverà, noi saremo tutti morti dalla fame».
I Roccellesi non avevano dunque altra speranza che in Buckingham; Buckingham era il loro salvatore. Era evidente che se un giorno essi sapevano in modo sicuro che non potevano più contare su Buckingham, il loro coraggio sarebbe caduto colla loro speranza.
Il ministro aspettava dunque con grande impazienza le notizie d'Inghilterra che gli annunziassero che Buckingham non verrebbe più.
La quistione di prendere la città di viva forza era stata più d'una volta dibattuta nel consiglio del re, ma era sempre stata ributtata. Primieramente la Rochelle sembrava impenetrabile; quindi il ministro, che che ne dicesse, sapeva bene che l'orrore del sangue sparso in questo incontro, in cui i Francesi dovevano battersi contro i Francesi, era un movimento retrogrado di sessant'anni, impresso alla politica, e il ministro era in quell'epoca ciò che in oggi si chiama un uomo di progresso. In fatti, il saccheggio della Rochelle, e il massacro di tre o quattro mila ugonotti che si fossero fatti uccidere, rassomigliava troppo, nel 1628, al massacro del San Bartolomeo nel 1572. Finalmente, oltre a tuttociò, questo mezzo estremo al quale il re, quantunque buon cattolico, non ripugnava menomamente, veniva sempre a vuoto contro l'argomento dei generali assedianti che dicevano! «La Rochelle non si può prendere in altro modo che con la fame».
Il ministro non poteva allontanare dal suo spirito il timore in cui lo gettava il suo terribile emissario: poichè aveva compreso, egli pure, le strane proposizioni di questa donna, ora serpente, ora lionessa. L'aveva ella tradito? era ella morta? In ogni caso egli la conosceva abbastanza per sapere che agendo per lui, o contro lui, amica o nemica essa non rimarrebbe immobile senza grandi impedimenti: ma donde venivano questi impedimenti? era ciò che non poteva sapere.
Del resto egli contava, e con ragione, sopra milady, poichè aveva indovinato, negli antecedenti di questa donna, delle cose così terribili che appena il suo alto grado poteva coprire; e sentiva che per una causa, o per l'altra, questa donna era a lui venduta, non potendo ritrovare che in lui un appoggio superiore al pericolo che la minacciava.
Risolse dunque di fare la guerra egli solo, e di non aspettare nessun estraneo soccorso che come una eventualità favorevole. Continuò a far lavorare la famosa diga che doveva affamare la Rochelle, e frattanto gettò gli occhi su questa disgraziata città che racchiudeva tante profonde miserie, e tante eroiche virtù, e ricordandosi il motto di Luigi XI, suo predecessore politico, come egli fu il predecessore di Robespierre, si ricordò questa massima del compare di Tristan: «Dividere per regnare».
Enrico IV assediando Parigi faceva gettare per di sopra alle mura del pane e dei viveri. Il ministro fece gettare dei piccioli biglietti nei quali rappresentava ai Roccellesi come la condotta dei loro capi era ingiusta, egoista e barbara. Questi capi avevano del grano in abbondanza, e non lo dividevano; essi adottavano per massima, poichè essi pure avevano delle massime, che poco importava che le donne, i fanciulli ed i vecchi morissero, purchè gli uomini che dovevano difendere le mura, fossero forti e ben nutriti. Fin là, sia attaccamento sia impotenza di reagire contro essa, questa massima, senza essere generalmente adottata, era però passata dalla teoria alla pratica; ma i biglietti vennero a portarvi del danno. I biglietti ricordavano agli uomini che questi fanciulli, che questi vecchi, che queste donne che si lasciavano morire, erano i loro figli, le loro mogli, i loro padri; che sarebbe più giusto che ciascuno fosse ridotto alla comune miseria affinchè una stessa posizione facesse prendere risoluzioni unanimi.
Ma al momento in cui il ministro vedeva già fruttare il suo espediente, e si applaudiva di averlo messo in uso, un abitante della Rochelle, che era potuto passare attraverso le file dei realisti, Dio sa come, tanto era grande e triplicata la sorveglianza di Bassompierre, di Schomberg, e del duca d'Angouléme, sorvegliati essi stessi dal ministro; un abitante della Rochelle, dicevamo, entrò in Città venendo da Portsmouth, dicendo che aveva veduta una flotta magnifica pronta a mettere alle vele prima di otto giorni. Di più, Buckingham annunziava al governatore, che la gran lega contro la Francia stava per dichiararsi, e che il regno stava per essere investito nello stesso tempo dalle armate inglesi, spagnole, ed imperiali. Questa lettera fu letta pubblicamente su tutte le piazze, ne fu affissa una copia agli angoli delle strade, e quelli che tentavano di aprire delle trattative, risoluti di aspettare questo soccorso così prontamente annunziato, le interruppero.
Questa impreveduta circostanza ridestò in Richelieu le sue primiere inquietudini, e lo forzò a rivoltare di nuovo i suoi occhi dall'altra parte del mare.
In questo mentre, eccetto le inquietudini del suo solo e vero capo, l'armata realista menava gioconda vita; i viveri non mancavano al campo, e neppure il danaro. Tutti i corpi rivalizzavano d'audacia e di allegria. Prendere degli spioni e impiccarli, fare delle spedizioni azzardate sulla diga, o sul mare, immaginare delle follie, eseguirle freddamente, tale era il passatempo che faceva trovar corti all'armata questi giorni così lunghi, non solamente per i Roccellesi, che erano corrosi dalla fame e dall'ansietà, ma ancora pel ministro che li bloccava così strettamente.
Qualche volta quando il ministro, cavalcando sempre come l'ultimo gendarme dell'armata, girava il suo sguardo pensieroso sopra queste operazioni così lente a seconda del suo desiderio, che elevavano sotto i suoi ordini gl'ingegneri che faceva venire da tutti gli angoli della Francia; se si incontrava in un moschettiere della compagnia di Tréville, egli si avvicinava a lui, e lo guardava in modo singolare, e non lo riconoscendo per uno dei nostri quattro compagni, lasciava andare altrove il suo sguardo profondo, e il suo vasto pensiero.
Un giorno in cui divorato da una noia mortale, senza speranze di trattative con la città, senza notizie dell'Inghilterra, il ministro era uscito col solo scopo di uscire accompagnato soltanto da Cahusac e da Houdinière lungo la spiaggia, unendo l'immensità delle sue idee colla immensità dell'Oceano, giunse, al piccolo passo del suo cavallo, sopra una collina, di dove scoprì dietro una siepe, sdraiati sull'erba, e al sicuro da un troppo gran sole, sotto l'ombra di un gruppo di alberi, sette uomini circondati da bottiglie vuote. Quattro di questi uomini erano i nostri moschettieri, intenti ad ascoltare la lettura di una lettera che uno di essi aveva ricevuta; questa lettera era così importante, che aveva fatto abbandonare sopra un sasso le carte e i dadi. Gli altri tre erano occupati a levare il tappo ad una enorme damigiana di vino di Collioure; erano i lacchè di questi signori.
Il ministro, come abbiamo detto, era di cattivo umore, e quando era in questa situazione di spirito, niente raddoppiava più il suo malo umore, quanto la allegria degli altri. D'altronde egli aveva una singolare preoccupazione, ed era quella di creder sempre che le stesse cause della sua tristezza, cagionassero la allegria degli altri. Facendo segno a Houdinière e a Cahusac di fermare, discese da cavallo, e si avvicinò a questi allegri sospetti, sperando che la sabbia avesse coperto il rumore dei suoi passi, e mercè la siepe che velava il suo cammino, poter sentire qualche parola di questa conversazione che gli sembrava tanto interessante. A dieci passi soltanto dalla siepe riconobbe la pronunzia guascona di d'Artagnan, e siccome egli sapeva già che questi uomini erano moschettieri, non dubitò più che gli altri tre fossero quelli che venivano nel campo chiamati gl'inseparabili, vale a dire Athos, Porthos ed Aramis.
Si penserà facilmente se il suo desiderio di sentire la conversazione si aumentò per questa nuova scoperta; i suoi occhi presero una strana espressione e con un passo di tigre si avanzò verso la siepe, ma non aveva ancora potuto afferrare che vaghe sillabe e senza alcun senso positivo, allorquando un grido sonoro e corto lo fece fremere, e attirò l'attenzione dei moschettieri.
— Ufficiale! gridò Grimaud.
— Voi parlate, io credo, disse Athos sollevandosi sopra un gomito e affascinando Grimaud col suo sguardo fiammeggiante.
Per questo Grimaud non aggiunse parola, e si contentò di stendere il dito indicatore verso la direzione della siepe, denunziando con questo gesto il ministro e la sua scorta.
Con un solo sbalzo i quattro moschettieri furono in piedi e salutarono con rispetto.
Il ministro sembrava esser furioso.
— Sembra che i sig. moschettieri si facciano guardare? diss'egli. Forse che gl'Inglesi vengono per terra, o sarebbe forse che i moschettieri si considerano come ufficiali superiori?
— Mio-signore, riprese Athos, poichè, in mezzo al generale spavento, egli solo aveva conservata la calma e quel sangue freddo da gran Signore, che non lo abbandonavano mai; Mio-signore, i moschettieri, quando non sono di servizio o che il loro servizio è terminato, giuocano ai dadi, bevono e sono ufficiali più che superiori pei loro lacchè.
— Dei lacchè, brontolò il ministro, dei lacchè che hanno la consegna di avvertire i loro padroni quando passa qualcuno; questi non sono lacchè, sono sentinelle!
— Sua Eccellenza vede bene, frattanto, che se non avessimo presa questa precauzione, noi saremmo stati esposti a lasciarla passare senza presentargli i nostri rispetti, e offrirgli i nostri ringraziamenti per la grazia che ci ha fatta di riunire a noi d'Artagnan, continuò Athos. D'Artagnan, voi che poco fa desideravate questa occasione di esprimere la vostra gratitudine a Sua Eccellenza, eccola giunta, approfittatene.
Queste parole furono pronunciate con quella flemma imperturbabile che distingueva Athos nelle ore di pericolo, e quella eccessiva gentilezza che in certi momenti faceva di lui un re più maestoso che i re di nascita.
D'Artagnan s'avvicinò e balbettò alcune parole di ringraziamento, che ben presto sparirono sotto il torbido sguardo del ministro.
— Non importa, signori, continuò il ministro senza sembrare menomamente sviato dalla sua prima intenzione, per l'incidente che Athos aveva sollevato; non importa, io non amo che dei semplici soldati, perchè hanno il vantaggio di servire in un corpo privilegiato, facciano tutti i gran signori, la disciplina è uguale a tutti.
Athos lasciò il ministro terminare compiutamente la sua frase, e inchinandosi in segno di assentimento, riprese a sua volta.
— La disciplina, Mio-signore, non è stata in alcun modo, io spero, dimenticata da noi. Noi non siamo di servizio e abbiamo creduto, non essendo di servizio di potere impiegare il nostro tempo come meglio ci pareva. Se siamo abbastanza fortunati perchè Vostra Eccellenza abbia qualche ordine particolare da darci, siamo pronti ad obbedire Vostra Eccellenza; Vostra Eccellenza vede, continuò Athos aggrottando il sopracciglio, perchè questa specie d'interrogazione cominciava a fargli perdere la pazienza, che per esser pronti al più piccolo segnale noi siamo usciti con le nostre armi.
E col dito mostrò al ministro i quattro fucili in fascio vicino al luogo sul quale erano le carte e i dadi.
— Che vostra Eccellenza voglia credere, che noi ci saremmo posti davanti ad essa, aggiunse d'Artagnan, se avessimo potuto supporre che ella veniva a questa parte con così piccola scorta.
Il ministro si morse i baffi, e un poco ancora le labbra.
— Sapete voi di chi avete l'aspetto, sempre insieme come in questo momento, armati come voi siete, e vegliati dai lacchè? disse il ministro, voi avete l'aria di quattro cospiratori.
— Oh! in quanto a questo, Mio signore, è vero, disse Athos, e noi cospiriamo, come l'altra mattina Vostra Eccellenza ha potuto vederlo; soltanto però contro i Roccellesi.
— Eh! signori politici, riprese il ministro aggrottando a sua volta il sopracciglio, si potrebbe forse ritrovare nei vostri cervelli il segreto di molte cose se vi si potesse leggere, come voi leggevate in quella lettera, che avete nascosta quando mi avete veduto venire.
Il rossore montò al viso di Athos; egli fece un passo verso Sua Eccellenza.
— Si direbbe, che voi ci sospettate in realtà, Mio-Signore, e che subiamo un vero interrogatorio. Se la cosa è così, che Vostra Eccellenza si degni spiegarsi, e noi sapremo almeno a qual partito appigliarci.
— E quando questo fosse un vero interrogatorio, riprese il ministro, altri più di voi lo hanno subito, signor Athos, e vi hanno risposto.
— Per questo, Mio signore, io ho detto a Vostra Eccellenza che non aveva che ad interrogarci, e che noi eravamo pronti a rispondere.
— Che cosa è quella lettera che stavate leggendo, sig. Aramis, e che avete nascosta?
— Una lettera di donna, Mio-Signore.
— Oh! capisco, disse il ministro; bisogna essere discreto per questa specie di lettere, ma però si possono mostrare ad un confessore, e voi sapete che io...
— Mio-Signore, disse Athos con una calma tanto più terribile, in quanto che sapeva di giuocare la sua testa nel fare questa risposta, Mio-Signore la lettera è di una donna, ma però non è sottoscritta nè da Marion Delorme, nè dalla sig. de Combalet, nè dalla sig. de Chaulnes.
Il ministro divenne pallido come la morte. Un lampo giallo uscì dai suoi occhi. Egli si voltò come per dare un ordine a Cahusac, e a Houdinière. Athos vide il movimento, fece un passo verso i moschetti, su i quali i suoi amici avevano già fissati gli occhi, come uomini mal disposti a lasciarsi arrestare. Il ministro era il terzo; i moschettieri, compresivi i lacchè, erano sette: giudicò che la partita, quand'anche fosse stata uguale, Athos e i suoi compagni avrebbero allora realmente cospirato; e con uno di quei rapidi cambiamenti che teneva sempre a sua disposizione, tutta la sua collera terminò in un sorriso.
— Andiamo, andiamo, diss'egli, voi siete bravi giovanotti, fieri al sole, fedeli nell'oscurità, e non vi è nessun male di farsi sorvegliare quando si sorveglia così bene gli altri. Signori, io non ho dimenticata la notte in cui mi serviste di scorta per andare al Colombaio Rosso. Se vi fosse qualche pericolo da temere nella strada che debbo percorrere, io vi pregherei accompagnarmi; ma siccome non ve ne è alcuno, restate dove siete, terminate le vostre bottiglie, la vostra partita e la vostra lettera. Addio, signori.
E rimontando sul suo cavallo che Cabusac gli aveva condotto li salutò con la mano e si allontanò.
I quattro giovani in piedi ed immobili lo seguirono cogli occhi, senza dire una sola parola fino a che fu scomparso.
Si guardarono quindi tutti in viso.
Avevan tutti la faccia costernata, poichè, ad onta dell'amichevole addio di Sua Eccellenza, essi capivano che il ministro se n'andava colla rabbia nel cuore.
Athos sorrideva con un sorriso sdegnoso.
Quando il ministro fu fuori della voce e della vista.
— Questo Grimaud ha gridato troppo tardi, interruppe Porthos, che aveva conservato una gran volontà di far cadere il suo cattivo umore sopra qualcuno. Grimaud voleva rispondere per scusarsi; Athos, alzò il dito, e Grimaud tacque.
— Avreste voi data la lettera, Aramis? disse d'Artagnan.
— Io, disse Aramis con la voce la più melodiosa, io era deciso, se egli esigeva che gli avessi consegnata la lettera, io gli presentava la lettera con una mano, e coll'altra gli trapassava la mia spada attraverso il corpo.
— Me lo aspettava bene, disse Athos; ecco perchè mi sono gettato fra voi e lui. In verità, quest'uomo è bene imprudente a parlare in tal guisa ad altri uomini. Si direbbe che non ha mai avuto che fare che con donne e con dei ragazzi.
— Mio caro Athos, disse d'Artagnan, io ammiro; ma frattanto, dopo tutto, noi eravamo dalla parte del torto.
— Come, dalla parte del torto! disse Athos. E di chi è dunque quest'aria che noi respiriamo? di chi è questo Oceano sul quale estendiamo i nostri sguardi? di chi è questa lettera della vostra amica? forse del ministro? Sull'onor mio, quest'uomo si immagina che tutto il mondo sia suo. Voi eravate là, balbettanti, stupefatti, annientati; si sarebbe detto che la Bastiglia si erigeva avanti a voi, e che quella gigantesca Medusa vi cambiava in pietra. Forse che si chiama cospirare, sentiamo, l'essere innamorato? voi siete innamorato di una donna che il ministro ha fatta imprigionare, voi volete toglierla dalle mani del ministro; questa è una partita che giocate con Sua Eccellenza. Questa lettera, è il vostro giuoco. Perchè mostrate voi il vostro giuoco al vostro avversario? che egli lo indovini, alla buona ora! noi parimente indoviniamo il suo.
— Infatti, disse d'Artagnan, ciò che voi dite è pieno di buon senso.
— In questo caso, non si parli più di ciò che è accaduto, e che Aramis riprenda la lettura della lettera di sua cugina al punto in cui è stata interrotta dal ministro.
Aramis cavò la lettera di saccoccia; i tre amici si riavvicinarono a lui, e i tre lacchè si raggrupparono di nuovo intorno alla damigiana.
— Voi non avevate lette che due righe, disse d'Artagnan; riprendete adunque la lettura dal suo principio.
— Volentieri, disse Aramis:
«Mio caro cugino, io credo bene che mi deciderò a partire per Béthune, ove mia sorella ha fatto entrare la piccola servente nel convento delle carmelitane. Questa povera giovinetta si è rassegnata, ella sa che non può vivere in altro luogo senza che sia in pericolo la salute della sua anima. Però se gli affari della nostra famiglia si accomoderanno nel modo che desideriamo, io credo che ella correrà il rischio di dannarsi, e che ritornerà vicino a coloro che la desiderano, tanto più che sa che si pensa sempre a lei. Frattanto, essa non è troppo disgraziata, tutto ciò che le resta a desiderare, è una lettera del suo pretendente. Io so bene che questa specie di derrata passa difficilmente fra le inferriate, ma oltre a tutto, come ve ne ho date pruove, mio caro cugino, io non sono molto mal destra e m'incarico della vostra commissione. Mia sorella vi ringrazia della vostra buona e continua rimembranza: per un istante ella ha avuto grandi inquietudini, ma finalmente ora si è alcun poco tranquillizzata, avendo inviato un suo commesso laggiù affinchè non accada niente di imprevisto.
«Addio, mio caro cugino: dateci le vostre notizie il più spesso che potete, vale a dire tutte le volte che credete poterlo fare con sicurezza. Vi abbraccio.
Maria Michon»
— Oh! quanto vi devo, Aramis! gridò d'Artagnan. Cara Costanza! finalmente ho avuto le sue notizie! ella vive, ella è al sicuro in un convento; ella è a Béthune; dove credete voi che sia Béthune, Athos?
— Sulle frontiere dell'Artois e della Fiandra; una volta che sia tolto l'assedio, noi potremo andare a fare un giro da quella parte.
— E non vi vorrà molto, bisogna sperarlo, disse Porthos: questa mattina pure è stata impiccata una spia, che ha dichiarato che i Roccellesi sono ridotti a mangiare il cuoio delle loro scarpe. Supponendo che, dopo aver mangiato il cuoio, mangino la suola, io non vedo più che cosa loro rimanga dopo, a meno che non si mangino gli uni gli altri.
— Poveri stupidi! disse Athos vuotando un bicchiere di eccellente vino di Bordeaux, che, senza avere in quell'epoca la riputazione che gode oggi giorno, non meritava però meno: poveri stupidi! come se la Religione Cattolica non fosse la più vera avvantaggiosa, e la più aggradevole di tutte le religioni? riprese egli dopo aver fatto sbattere la sua lingua contro il palato, però sono brava gente. Ma che diavolo fate dunque, Aramis? continuò Athos, voi richiudete questa lettera in saccoccia?
— Sì, disse d'Artagnan, Athos ha ragione, bisogna bruciarla. Ed ancora se basta, il ministro potrebbe forse avere qualche segreto per esplorare le ceneri.
— Ma che volete voi fare di questa lettera? domandò Porthos.
— Vieni qui, Grimaud, disse Athos.
Grimaud si alzò ed obbedì.
— Per punirvi di aver parlato senza permesso, amico mio, voi mangerete questo pezzo di carta, poi, per ricompensarvi del servizio che ci avete reso, beverete dopo questo bicchiere di vino. Ecco prima la lettera. Masticate con energia.
Grimaud sorrise, e tenendo gli occhi fissi sul bicchiere che Athos aveva riempito colmo, masticò la lettera e la inghiottì.
— Bravo! padron Grimaud, disse Athos, ora prendete questo. Bene. Io vi dispenso dal dire grazie.
Grimaud bevè silenziosamente il bicchiere di vino di Bordeaux, ma i suoi occhi alzati al cielo parlavano, durante il tempo che percorse in questa operazione, un linguaggio, che per esser muto, non era però meno espressivo.
— Ed ora, disse Athos, ammenocchè il ministro non abbia l'ingegnosa idea di fare aprire il ventre a Grimaud, io credo che possiamo essere presso a poco tranquilli.
In questo mentre Sua Eccellenza continuava la sua melanconica passeggiata, e mormorava sotto i suoi baffi.
— Decisamente bisogna che questi quattro diventino del mio partito.