OTTONE DI BANZOLE

(ALFREDO ORIANI)


AL DI LÀ

ROMANZO.


Terza Edizione


Quanto a quelle persone apatiche, che non conoscono nè le tentazioni dell'immaginazione nè del sentimento, confesso che hanno tutto il diritto di censurarmi, ma non so decidermi se abbiano quello di leggermi.

Cesarotti.

MILANO
GIUSEPPE GALLI, EDITORE
Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80

1890


Proprietà Letteraria

Milano — Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 43.


A coloro che dopo letto questo libro si credessero ancora in diritto di arrossire perchè solo il vizio vi figura e con tutto lo splendore di che il cuore e la fantasia dell'artista hanno saputo vestirlo, non ho che a ripetere le parole di uno degli spiriti più casti e profondi dei tempi moderni — la vertu dans les romans n'est bonne que à sagrifier — ed io mi sentivo troppo virtuoso per consumare tale sagrificio.

INDICE


AL DI LÀ

PARTE PRIMA

PRIMA

Une personne de ma connaissance disait: Ie vais faire une assez sotte chose, c'est mon portrait

Pensées. — Montesquieu.

Siamo a Bologna, una delle città più ricche e noiose d'Italia.

In un mattino del maggio 1875 un giovane traversava la piazza d'armi, vasto quadrato chiuso da case borghesi, verso la Montagnola, che ergendosi sovra esso in largo spianato coperto di grandi alberi, è tutto il passeggio pubblico della città. Camminava affrettatamente e il suo passo non era di uomo libero in terra libera, andatura trovata da Guerrazzi e compresa da nessuno, ma di persona preoccupata; e l'aspetto signorile malgrado gli abiti negletti. Portava il cappello e la testa addietro mostrando una fronte corrugata con un volto pallido di una tale pallidezza biliosa, più viva per la barba nerissima: e il volto era maschio di lineamenti, qua e là scorretti come alla punta del naso e alla bocca, di cui le labbra piuttosto tumide, massime il superiore, avevano una espressione di sensualità e di alterigia. Gli occhi lucevano grandi e neri, la sua cosa migliore; e la persona sviluppavasi aitante con spalle larghe e petto prominente, malgrado il difetto delle gambe lievemente curve in dentro e natanti dentro calzoni larghissimi a seconda della moda.

Presto giunse al limite della piazza, e salendone il pendio erboso si trovò sulla Montagnola. La mattinata era stupenda, il cielo limpidissimo, il sole abbagliante, ma il luogo triste malgrado la sua destinazione e l'ora. Quegli alberi densi, tutti di una famiglia, di una forma e di un'altezza, piantati con regolarità scrupolosa, hanno un'aria da cimitero: vi si sente troppo il lavoro dell'uomo e la smania della simmetria: non una linea è spezzata nel quadro, non un colore, una gradazione almeno attenua l'impressione del loro verde appannato: il piano netto, senza una pianta o un cespuglio; e solo i fusti alti, dritti, biancastri che paiono colonne. La campagna vi è assente, e la natura e l'arte vi fanno una figura egualmente goffa, senza una fontana che mormori o una spalliera che sorrida coi fiori e parli cogli odori: nessuna statua vi ferma, appena se qualche sedile vi aspetta, come le due vasche di pietra rossa ai lati del viale sulla piazza d'armi attendono l'acqua solamente dal cielo, e si riempiono solamente colla neve nei tristi inverni. Quelle due vasche sono melanconiche e forse anco pericolose pei ragazzetti che vi giocano dintorno la sera, intanto che le mamme cicaleggiano fra loro, o le serve incaricate di vegliarli si distraggono nell'ammirare la superba montura di un sergente di cavalleria, che cavalcando gloriosamente a piedi, passa loro sulla fronte come su quella di uno squadrone di coscritti. Se invece di pretenderla a bosco, la Montagnola fosse un giardino, pochi la varrebbero, ma con quegli alberoni che stando in mezzo tolgono ogni vista d'orizzonte senza offrire comodità di colloqui, senza fiori e senza acqua, è uno dei passeggi più poveri ed antipatici.

Al di sotto corrono le mura, divise da una strada, cui si discende per un'altra parallela, ma grande e la sola ben ombreggiata da vecchi ippocastani.

Il giovane si fermò al parapetto di una specie di balcone, che interrompe la siepe di confine, osservando le file lontane dei pioppi rigare in più sensi la pianura e l'orizzonte; poi si diresse verso un angolo vestito di boschetti adolescenti, e cadde sul primo sedile.

Sembrava assai triste ed era solo.

Rimase lungo tempo colla fronte nelle palme, indi rialzandola vivamente, come chi ceda ad un pensiero improvviso, trasse un taccuino e colla matita prese a scrivervi febbrilmente.

Leggiamo.

«E avanti... Ventitre anni mi son passati sul capo, ma non ho inteso che gli ultimi cinque; il loro volo era freddo e le loro ali mi scorticarono la fronte: una volta guardandomi nello specchio quel segno mi sembrò al pensiero puerilmente orgoglioso il solco di un diadema che avrei un giorno portato. Apersi i volumi dei grandi, lessi le pagine immortali e piansi di ammirazione e di invidia. E nella notte vennero a visitarmi immagini sublimi, e sedute sul mio letto in colloqui, che non saprei più ridire, mi chiesero col sorriso della donna innamorata che dessi loro una qualche sorella. Quindi sognai di essere grande, mi percossi il petto ed ascoltandone l'urlo profondo mi parve di leone, onde esclamai: Sarò re! Ma le immagini presto dileguarono e piansi ancora, poi scrissi. I pensieri mi caddero dalla penna come le gocce di sangue dalla mannaia del carnefice; i saggi mi sorrisero di compassione e sorrisi io pure...

«Che sarà dunque la vita? E questa domanda morivami intorno senza risposta. Guardai, e vidi uomini logorarsela con micidiale fatica al solo scopo di mantenerla, altri consumarla nella noia in traccia del piacere, altri investigarla quasi la conoscenza ne potesse cangiare il modo o aumentare la durata, altri che la maledivano pensando al giorno di disfarsene, altri pochi che se ne disfacevano addirittura. Alcuni, che interrogai, mi mostrarono una donna, una borsa, un ciondolo, e non mi appagarono. Che sarà dunque la vita? Ne chiesi alla natura, e mi rispose; la madre e la figlia della morte: onde ne seppi quanto prima. E intanto mi sentivo come un viaggiatore stanco e sprovveduto che dovesse camminare senza strada, nè meta; la terra mi appariva sterile, il cielo una cappa di piombo come la volta di un immane sepolcro. Così durò finchè mi splendettero nella mente le visioni delle figure scomparse: poi mi si fe' buio nell'anima come intorno e mi calmai; l'uomo aveva ucciso l'artista.

« — Ora, mi dissi, camminiamo confuso fra la folla che si urta, schiamazza e muore. La vita è una lotta inutile; lottiamo per lottare, per opprimere, per essere oppressi; tutto sta nei sensi, nella gioventù e nella salute, e se la felicità deriva dalla ubbriachezza, trattiamo la fantasia da sgualdrina e con l'inno facciamo una canzonetta. L'aureola della gloria è fosforescenza di legno imputridito, luce senza calore; l'amore una melopea da educande; la fede un vestito di fanciullo che indossato da uomo rende ridicola la persona e difficili i movimenti...; la speranza... oh essa è la polvere che sollevasi sulla strada e la nasconde — non vedendo ove si vada, nè a che distanza sia la meta, non possiamo figurarcela vicina e quale meglio ci talenta?

················

«Quando ebbi composto Ugo nel sepolcro, gettai la penna e presi lo schioppo. Nato sui monti e partitone, vi ritornai, e li corsi — com'eran belli! Spesso giunsi sulle loro cime coll'alba, e vedendo i suoi raggi stendersi sui densi castagneti, mi punse il desiderio di passeggiare sulle loro foglie lucenti come sopra un tappeto. Spesso salutai collo schioppo il sole che sorgeva, e nel tuono ripetuto e prolungato intesi una voce che mi diceva: Sii forte, imitami — io salto di rupe in rupe, non mi arresto alla palizzata di un bosco, al muro di una balza, alla gola di un burrone; l'eco mi abbraccia, ma sfuggo e vado a morire nello spazio, lungi lungi... Avanti.

«Queste parole mi commossero: scesi dalla collina e mi posai sulla sponda del fiume. L'acqua scorreva lenta, monotona, uguale, irresistibile: la vidi che percoteva le ripe per distendersi, ma invano, e si rompeva mormorando: Avanti...

«La notte, quando la campagna taceva, uscii verso il bosco: nè luna nè stelle. I pini dormivano: ne scossi qualcuno, che mi rispose con un triste muover di capo: Avanti: non mi rammentare che sono condannato all'immobilità, lasciami almeno dormire! Passai oltre: i virgulti mi sferzavano le gambe susurrando. Arrivai ad uno spianato netto ed erboso: v'era un lepre, e fuggì. Mi arrestai, e il vento passando sulla fronte mi bisbigliò egli pure: Avanti!... Per dove? Mi ero ingannato credendo di camminare senza altro scopo che il moto, di lottare senza altra ragione che la lotta?

«Il miraggio del deserto è dunque una consolazione e non uno scherno?

«Avanti avanti, mi zufolava spietatamente negli orecchi la voce, ma nell'anima nessun'altra le rispondeva, e il pensiero, smarrito nei valloni del dubbio, non scorgeva nè sentiero nè orizzonte. — L'uomo aveva d'uopo dell'artista.

«Ritornai a casa, e posato in un angolo lo schioppo mi sedetti allo scrittoio; la mano mi tremava febbrilmente nello stringere la penna, quando una folla entrò silenziosa per la finestra e per la porta. Clarissa, Virginia, Corinna, Margherita, Lelia, Cosetta si sedettero intorno sulle sedie ingombre di libri, e Manfredi, Hebal, Adolfo, Lambert, Faust mi cinsero lo scrittoio.

«Tesi la mano a Faust.

« — Anche tu mi ripeterai: Avanti! Fosti grande: vecchio sui volumi della filosofia un giorno la maledicesti; la intendo ancora quella tua ultima imprecazione — maledetta la pazienza! ma avevi i capelli bianchi e la schiena curva. L'occhio appannatosi sulle pergamene non metteva più lampi, e il sorriso errandoti sulle labbra si sprofondava dietro le gengive sguernite... Eri vecchio, eri un mostro...

« — Ebbene? interruppe Faust.

« — Ti sei mai pentito fra le braccia di Margherita del tuo patto con Mefistofele?

«Faust guardò Margherita sogghignando, ed ella arrossì.»

Due mani che gli si posarono sugli occhi gli fecero cadere il taccuino.

— Una donna!

— Bella?

— Un momento, e le toccava le mani.

— Bella? fu richiesto con voce tremola per la gaiezza di riso rattenuto.

— Sì.

— Da che lo supponete?

— Dalle mani.

— Potreste ingannarvi.

— Non lo temete, contessa; ho sognato troppo ciò che potrebbero offrire.

— Così che mi avete riconosciuta...

— Al profumo, come i fiori.

Le mani caddero, e il giovane volgendosi si vide innanzi una donnina gracile ed aristocratica. Vestiva un abito di seta giallognolo a frange di un colore più carico, col corsetto attillato e la gonna dietro raccolta, scoprendo così le forme della persona più sottile ancora che svelta, colle spalle acute e i fianchi pochissimo sporgenti: difetto più grave per la soverchia lunghezza della vita. E il petto senza busto tradiva appena la presenza del sesso, ma quella sua povertà era così insolente e sembrava ricordare così un'opulenza perduta nelle dissipatezze dell'amore, che più gonfio sarebbe stato meno seducente. Il viso aveva un'eguale fisonomia: di un ovale affilato anche troppo, un po' sgualcito, il naso lungo, la bocca grande coi denti magnifici e una fossetta sul mento. I capelli di un biondo italiano, quindi nè dorato, nè setoso, nè lucido, semplicemente biondo, si rialzavano in una eleganza gran parte nascosta dal cappello calabrese, colla tesa da un canto curva come un piatto e all'altro costretta sul cucuzzolo da una fibbia d'acciaio, dalla quale sorgeva una lunga penna di uccello forestiero.

— Mi guardate? gli rispose a una lunga occhiata.

— Lo sapete pure: mi sono promesso il vostro ritratto.

— Sono troppo bella, che non vi riuscite?

— Allora sarebbe già fatto.

— Gentile...

— Perdono, contessa, ma spero che non pretenderete alla solita bellezza dei vecchi e degli scultori. Nulla è più insipido di quella eterna regolarità di forme, e nulla più facile. In arte, come nel resto, io sono un ribelle e non amo le donne che rassomigliano alle statue. È la vostra bellezza che mi piace, perchè non risulta dalla plastica...

— Che cosa scrivevate con tanta attenzione? lo interruppe accennandogli il taccuino caduto.

— Nulla.

— Vediamo.

— Non capirete il carattere.

— Impossibile, se comprendo il mio.

E rise.

Il giovane le porse il taccuino.

— Sempre scettico?

— Sempre.

— Offritemi il braccio, se non vi rincresce, e camminiamo.

— Bene! ella esclamò.

— Che cosa?

Indi:

— Sicchè rinunciate all'arte?

— Non vi pare che le mie Memorie inutili mi diano ragione?

— Sarò sincera: alcune pagine le saltai, molte mi annoiarono, certe mi divertirono. In quel romanzo si sentiva un convulso, una smania di malato: poi qua e là sfuriate poetiche e ridicole, motti potenti e schifosi: sopratutto mi ripugnava l'affettazione del pessimismo.

— Dunque?

— Avanti! come scrivete: parmi che vi debba essere un certo gusto a fare un romanzo.

— Forse: ma non a scriverlo. La felicità nell'arte è come l'amore nel matrimonio. A venti anni noi sogniamo una commedia, un romanzo come le ragazze un marito, ma queste se ne pentono appena accalappiatolo, e noi scritto il primo ci accorgiamo che il secondo sarebbe ancora più imperdonabile. Brutta malattia sognare l'immortalità sentendosi continuamente mortale, moribondo e talvolta morto per giunta!

— L'immortalità? ecco un voto modesto...

— Vi stupisce? eppure nulla di più comune. Non vi è donna così onesta, la quale nel suo segreto non brami di essere agognata dall'uomo che l'avvicina per quanto brutto, non artista che bene o male scrivendo non sogni l'eternità. Voltaire diceva: che se quella gente, la quale piangeva alle sue tragedie, gliele vedesse scrivere calmo e qualche volta annoiato sulla sua poltrona, le fischierebbe indispettita: se potessero conoscersi i sogni fatti sui libri che appaiono, si leggerebbe forse di più. D'altronde i romanzi sono la gran volgarità.

— Quelli che escono in Italia?

— Oh! di questi non parliamo, ma gli altri tutti che ci vengono dall'estero, benchè infinitamente migliori, valgono ben poco. Il giardino dell'arte, frase officiale, si è isterilito da un pezzo: i grandi vi colsero i fiori, gli altri le erbe odorose, e adesso non restano nemmeno le ortiche. Guardate, per parlare dei romanzi: tutti i generi sono esauriti, storico, intimo, di costumi, fantastico, religioso, sociale: tutte le passioni anatomizzate, disseccate che se ne potrebbe comporre un museo. Dai castelli del Medioevo ai palazzi del Risorgimento, dalle capanne delle pastorelle ai salotti delle cortigiane, tutto fu rivelato e discusso: un giorno corsari misteriosi, l'altro galeotti pentiti: ieri si voleva guarire la società, oggi la famiglia. Si è cominciato dalle donne di vita perduta, poi si è venuto a quelle di vita facile — prima è toccata alla... mi sfugge la parola, adesso si esorcizza l'adulterio: i mariti applaudono benchè un po' tardi, le signore...

— Le signore?...

— Le signore si annoiano e il mondo seguita innanzi. Scrivere per scrivere è fatica; per moralizzare, oltre la noia che si dà, vi è quella che si prova, e non è poca. Davvero non so come si possano leggere romanzi che si rassomigliano tutti come i racconti dei cacciatori: scappa un uccello; sparo, o casca morto o tira dritto. Due si amano — o arenano nelle secche della virtù, o affogano, direbbe un morale appendicista, nella gora della sensualità. Convenitene, contessa: è noioso.

— Oh! e sbadigliò leggermente.

— E poi sempre quell'uomo e quella donna.

— Che cosa ci vorreste? Per fare all'amore come per ballare bisogna ben essere in due.

— Ma che necessità di un uomo e di una donna? Se si balla, siamo al solito uomo stecchito dentro l'abito nero, egli stesso quasi inamidato quanto i solini che gli corazzano il collo, e alla solita donna che perde gli abiti a mezzo la vita, ambedue esemplarmente composti: se si fa all'amore, eccoci ai soliti mustacchi neri che si specchiano negli occhi azzurri.

— Mettete dunque due uomini.

— Due uomini! Giocheranno all'ecarté se hanno quattrini, se no si diranno delle insolenze, per fingere dello spirito.

— Allora due donne.

— Me lo consigliate sul serio?

— Non vi comprendo.

— Pur troppo non è la prima volta. E il giovane le strinse il braccio guardandola fisamente.

— Spiegatevi meglio: aiutatemi a fare che sia l'ultima.

— Subito: all'amante sostituisco una amante.

— Il marito è in salvo.

— Davvero!

— Ma se mi pare che vi corrompiate, ella seguitò con gaiezza. Mi diventate morale... un amore femmineo, puro, delicato... Sarebbe mai per le critiche toccate al vostro Ugo?

— Che! non mi arrendo già per una salva di moschetteria; anche i sovrani si salutano così. Poi il grido: All'immoralità! è un grido di guerra, e io non lo fuggo.

— Sarete solo.

— Ottimista!... Potrebbe anche darsi, ma coloro che mi fischieranno alla ribalta verranno a stringermi la mano fra le quinte, e se non verranno, tanto meglio! Del resto, il mio vero pubblico, il solo competente, questa volta sarebbero le signore belle, poetiche, sibaritiche come voi, e sono troppo signore per ammutinarsi colla virtuosa plebaglia della platea.

— Ma dunque non sarà un amore puro?...

Il giovane sorrise.

— Così eccovi nuovamente infervorato a scrivere.

— Chi ve lo dice?

— Voi, mi sembra.

— Discutiamo: sapete che sono avvocato. Voi mi chiedete un romanzo atteso che... permettetemi questi termini legali, il solo rimasuglio dei miei studii serii, ed io ve lo scrivo, ritenuto che...

— Ne avete una gran voglia malgrado tutte le proteste.

— Non vi affrettate: mi consentite un'ipotesi difficile sul vostro conto?

— Veramente, siete avvezzo ad abusare...

— Supponiamo che il mio romanzo vi piacesse.

— Ebbene? ribattè la signora sorridendo cogli occhi.

— Il romanziere potrebbe sperare altrettanto?

La contessa, che durante il dialogo aveva avuto il tempo di cavarsi i guanti, si grattò con un'unghia, lunga e curva come il becco di un falco, una narice.

— Non rispondete?

— Se non l'ho ancora letto!

— Lo leggerete.

— Quando?

— Neanche io ho preso la penna, ma invece vi piglio la mano.

Si guardò attorno per vedere se erano soli, e suggellò il contratto con un bacio.

Indi rialzando il capo con un'espressione d'ironia e di passione:

— Madama, per questo bacio...

— La monarchia è salvata, non è vero, signor Mirabeau?

— Qualche cosa di meglio: spero di salvarmi io stesso.

CAPITOLO I

E ciò che inspira ai generosi amanti

La sua stessa beltà donna non pensa,

Nè comprender potria. Non cape in quelle

Anguste fronti ugual concetto.

Aspasia. — Leopardi.

— Ebbene, Carlo?

— Che debbo dirti? è strano per me stesso.

— Sei alla vigilia di una grande scoperta — invece dell'America la donna; è probabile che non sarai più fortunato di Colombo.

— Chi sa? Giorgio!

Così parlavano seduti in un praticello, formato dal gomito della via, due uomini diversi di età e di aspetto, ma egualmente vestiti da cacciatori. E portavano un'ampia casacca di tela a scacchi gialli e nerognoli, i calzoni della medesima stoffa chiusi sul piede da uose alla soldatesca, una carniera a tracolla, una giberna in cintura piena di cartuccie e un cappello a larghe tese, che pel caldo avevano buttato sull'erba. Carlo, il primo nominato, chino il volto come in grave pensiero, si passava fra le dita il fischietto di zinco penzoloni a un occhiello del corpetto; e l'altro, ritto sul busto, tenevasi fra le gambe il calcio del fucile giocarellando, secondo il vezzo dei cacciatori non provetti, col cane, di cui lo scrocco dava un suono vibrato ed argentino; e guardava la campagna in quel mese di agosto splendida ancora di messi e di verzura, in quell'ora vespertina bella di una vivezza lievemente melanconica.

Da quel praticello, l'occhio poteva spaziare davanti sulla distesa dei campi confusi lontanamente coll'orizzonte, o ai fianchi seguendo le ondulazioni dei poggi, che addossati, sinuosi, brevi, stupendi cingono e difendono Bologna a settentrione e a ponente. I quali, se dalla città appaiono belli nella ineguaglianza delle eminenze, nello scorcio degli aspetti, nella rottura delle facili balze ora nascoste dagli alberi, ora patenti per una villa sedutavi su, molto più belli si rivelano da una qualche loro cima. Infatti la loro duplice e triplice cinta non può essere vista che dal mezzo in tutta la poetica deformità della sua ossatura, e allora i colli sembrano prorompere da ogni lato, gareggiare e sformarsi nel medesimo sforzo. Qualcuno si appoggia al vicino che impedisce il libero dispiegarsi dell'altro; e dove uno domina esile, acuminato accanto ad un altro più forte che abbassata la testa mostra solo la schiena rotonda e verdeggiante: quale si piega addietro quasi respinto duramente nella lotta e rimane un pendio comodo e continuo; quale soffocato si discerne appena, e tutti insieme rivali ed amici si intrecciano, si serrano, si sostengono, si parano della bellezza di tutti. Certo nel passato l'acqua dovè farvi un gran lavorío, perchè s'incontrano fenditure profonde e tortuose, quasi corsi rasciutti di ruscelli, e declivi così ripidi e lisci che altrimenti non si capirebbero. Dalle falde che arrivano ai piedi della città cominciano le ville distendendosi in arco: alcune si adagiano confusamente sulla prima erta dove è spezzata, circondandosi d'alte piante o si affacciano curiose guardando sulla strada: o montano e dove incoronano le cime più basse, dove superata mezza costa si sparpagliano; molte scompaiono fra colle e colle e si nascondono in una conca, si rizzano giulive sopra una vetta, o allontanandosi a gruppi si fermano in un fantastico bacino, alla svolta di una strada, sopra un verde pendice; e misurandosi l'una l'altra si salutano, si parlano, s'invidiano, animano la campagna vestendone il terreno piuttosto ingrato di floridi vigneti e di giardini. Però se in folla piacciono, isolate male soddisfano la ragione e la fantasia dell'arte, generalmente case quadrate, di rosso dipinte, a tegole rosse e finestre verdi, borghesi, volgari; rarissima qualcuna che senta veramente di villa; nè serietà nè bizzarria nel disegno, nè originalità nè differenza nel tipo, anzi tipo nessuno, nè italiano, nè svizzero, nè inglese, nè francese, nè orientale, nè antico: pettegola l'eleganza, il lusso falso ed ignorante. Certo i colli sono magnifici, non per potenza di vegetazione ma per struttura; e se in maggior numero terrebbero testa agli Euganei, se più grandi e col mare, Napoli non sarebbe più il paradiso terrestre o i paradisi sarebbero due.

E da quel praticello spingendo innanzi lo sguardo si vedevano campi, poi campi, e di essi per buon tratto le divisioni tracciate dai filari: qua una riga di pioppi, là fulgenti al sole le acque di un macero, e le case coi muri biancheggianti e i tetti neri: poi le cime degli alberi si abbassano e accostandosi si livellano. Solo a grandi intervalli nel verde lontano la macchia biancastra di una borgata o di una città, pare una vela sul mare; più lungi ancora il verde si fa scuro, più scuro, indefinibile: la terra si eleva, il cielo si abbassa; ambedue come due amanti al primo abboccamento mutano colore, si sfiorano... si baciano, e il sole curvo sull'orizzonte illumina dall'alto quel bacio e sorride. E in quel mare ancorata ai piedi del colle Bologna, simile ad un grosso vascello con la gran torre per albero maestro, sottile ma robusto, a quando a quando pel tremolìo dell'atmosfera quasi pieghevole.

L'ora era deliziosa, la natura in tutta la pompa della sua estiva opulenza.

Giorgio guardava distrattamente. A un tratto una rondine dall'ali nerissime e la coda biforcuta guizzò sul ciglio della strada, ma scorti i due cacciatori scivolò sul pendio prima che Giorgio avesse il tempo di puntarla; ritornò al di sopra, e impaurita a un secondo movimento di lui, che la aspettava, si alzò così rapidamente da evitare il colpo. Egli la segui col fucile sino oltre il tiro da cattivo cacciatore, la vide salire con manifesta fatica, poi abbandonandosi sull'ali fuggire come un nero baleno dietro il colle, donde si udiva un garrire di compagne. Poco appresso spuntò un falco e intorno a lui uno stuolo di rondini. Giorgio rimase guardando. Non era nè un corteggio di sovrano, nè una battaglia di molti contro uno, o se pure, la battaglia era finita: i pigmei avevano vinto il titano, i fischi accompagnavano il vinto. L'ali tese e quasi immobili il falco sembrava ritirarsi, ma le rondini lo perseguitavano, come i monelli un orso per istrada, gli volteggiavano intorno, lo chiudevano in un circolo, lo insultavano, lo deridevano. Leste quanto il pensiero gli passavano sugli occhi, ed egli pareva non avvertirlo, si riunivano a gruppi, si parlavano nel loro linguaggio chi sa che propositi oltraggiosi, e sciogliendosi tornavano ad arruffargli le piume del becco col vento del loro guizzo... e il falco si librava lento, solenne. Le rondini disperate di irritarlo acquetano il garrito, si ritraggono adagio, perfide, indifferenti; qualcuna si allontana in linea retta, impicciolisce, dilegua; l'altre si sparpagliano, salgono, si abbassano, si riuniscono ancora, in crocchio congiurando a bassa voce — e il falco s'inoltra lento, solenne. D'improvviso una si spicca, batte l'ali colla prestezza di un insetto, oscilla, serpeggia, trasvola... sembra che tema di non raggiungerlo, e nullameno quando gli è presso si raffrena, s'erge... e con una inesprimibile rapidità gli scivola sotto — il falco sente, si precipita, senonchè la rondine più leggiera lo evita con uno scambietto e sollevandosi nuovamente getta alle compagne il segnale della vittoria. Allora accorrono a stuolo, lo circondano, lo sbeffeggiano; il falco esacerbato si ostina a una caccia impossibile: ne insegue or l'una or l'altra sempre superato di agilità, sempre delirante di rabbia; si dibatte, si piega su ogni lato, si disserra, finge un istante di stanchezza, ripiglia il gioco, si accanisce e nullameno è vinto, sbertato, fischiato....

— Povero falco! esclamò Giorgio; eccolo là come un uomo di genio fra la folla dei mediocri... Guarda dunque, Carlo, seguitò volgendosi al compagno e accennandogli nell'aria quella scena.

Questi alzò gli occhi.

— Ebbene? chiese Giorgio con accento nervoso.

L'altro lo fissò un momento senza rispondere e ricadde nelle proprie riflessioni.

Come dicemmo al principio, cotesti due uomini erano assai diversi d'aspetto, non belli ed entrambi notevoli. Quello in piedi, alto e gracile della persona, quello seduto col mento sulle ginocchia, grosso e mal costrutto, sebbene in quella attitudine lo apparisse meno, ma la sua testa calva dinanzi e irta nel resto di capelli rossicci risolveva quasi l'antico problema della quadratura del circolo, essendo rotonda per natura e schiacciata nullameno da ogni lato, mentre gli occhi piccoli erano verdastri e i denti sporgenti dalle labbra con una vanità esagerata, anche per una bianchezza da zanne di elefante. Però, attentamente considerata, la sua fisonomia non repugnava; vi si leggeva molta intelligenza e una serietà, che a certi momenti poteva diventare quasi nobile. Ma la differenza fra loro derivava ancora più dalla espressione che dalla diversa irregolarità dei lineamenti. Giorgio aveva sembianza di una natura privilegiata, incompiuta forse, forse anche sciagurata; nella bianca pallidezza del suo volto sarebbesi detto stemperato del lividore, mentre la vivezza delle sue grandi pupille nere rispondeva stranamente alla contrazione della bocca pochissimo tumida e atteggiata ad un penoso sarcasmo. Ciò dipendeva da natura o da abitudine? Probabilmente d'ambedue, e probabilmente ancora questa contraddizione delle labbra e degli occhi egli la portava nella testa e nel cuore. Se l'artista avesse un tipo speciale come è di un'altra razza, lo si sarebbe a primo colpo indovinato per tale. Carlo invece era un borghese grave, intelligente, triviale: la sua persona mancava di eleganza, la sua faccia non esprimeva nessuna passione; forse non ne aveva che di pacifiche, quali le predilige il Manzoni, o se a caso violente, violente d'istinto piucchè di sentimento: mentre Giorgio doveva sentire tutto intensamente; nervoso, delicato, eccessivo.

Scomparso il falco, Giorgio tornò a sdraiarsi, e deposto il fucile sull'erba stette considerando il compagno.

Questi si mosse.

— Ci pensi sempre?

— Dicevamo? rispose col tono di chi sprofondatosi in un'idea vuole rifarne il corso senza smarrire il punto cui è arrivato.

— Ah! esclamò Giorgio sogghignando: che sei alla vigilia di scoprire la donna. Non mi hai detto che la marchesa ti è un mistero? Saperla un mistero è già qualche cosa.

— Ma non saperne altro...

— Massime per un innamorato.

— Non lo sono, ribattè con asprezza.

— Lo diventerai; si è sempre abbastanza giovani per commettere una sciocchezza; poi a quarant'anni se l'amore è più difficile in compenso è più pericoloso.

Quegli abbassò il capo.

— Credi, domandò dopo una pausa, che ci sia qualche cosa sotto questo invito? Quella donna vorrei capirla...

— Non so se ti sarebbe un bene o un male. Sei alla vigilia, se già forse non l'hai scoperta, di scoprire la tua donna: comprenderla è un altro affare. Ti ho paragonato a Colombo, e insisto nel mio paragone. Invece che qui, a un miglio forse da San Mammolo, sovra una collina di Bologna, ti suppongo sopra una costa del nuovo mondo: bada che invento perchè non ci sono stato: il terreno arido ed ineguale non presenta ancora nulla di strano, di magnificamente lussurioso, di tropicale; nè alberi, nè fiori, nè animali. Il cielo è azzurro, il mare verde come in Europa; eppure nella terra, nel mare e nel cielo si sente una inesprimibile diversità di un altro mondo. A fronte ti si alza un poggio, sulla cima del quale il vento soffiando ribatte le rose di un gazuma... e al di là? ecco il mistero: l'amore. Sei alle falde, ti senti attirato e dubiti di salire: monta dunque e guarda.

— È presto detto! monta e guarda... ma bisogna essere giovane per salire la collina, o se vi mancano le forze non rimane altro tentativo che di una corsa disperata... come di un cacciatore dietro un lepre ferito. Si potrebbe forse arrivare sulla vetta...

— E una volta sulla vetta, se invece di un giardino ti si affacciasse una palude?

L'altro non rispose ed egli seguitò quasi fantasticando:

— Allora guai! perchè ridiscendere la collina sarebbe rinunciare all'orizzonte ed al sole...

Rimasero entrambi pensierosi, ma probabilmente assorti in opposti pensieri. Giorgio guardando il cielo sembrava quasi sognare, mentre Carlo colla fronte aggrottata, il labbro inferiore fra i denti, s'agitava nella soluzione impossibile di un inevitabile problema.

Il sole si chinava sulla collina e giù nella pianura l'ombre si allungavano bizzarramente.

— Ci andrò, proruppe alla fine discorrendo seco stesso: non sono già un ragazzo da avere paura, nè ella è tanto dotta da confondermi. È bella, ma se ne veggono di più belle; non è vero, tu, Giorgio?

— Che cosa?

— Sei intrattabile colle tue distrazioni.

— Lo so: dunque?

— Domani ci vado.

— Ne ero sicuro.

— Perchè?

— Ti ho veduto riflettere, e gli innamorati non sono mai più sicuri di cedere alla passione che quando vogliono assoggettarla.

— Ma se ti dico di no, che non l'amo, che non è vero! ribattè l'altro indispettito.

— Che cosa m'importa quello che dici? Tu ci pensi a questa donna, ci pensi come non pensasti mai a nessuna delle cause che ti hanno fruttato maggiormente riputazione e danaro. Che vale dissimularlo? Ti comprendo: il tuo carattere freddo, positivo si rivolta all'idea dell'amore alla tua età, nella tua posizione, ammogliato da poco, con una bella moglie e una suocera assidua (qui Giorgio sogghignò e Carlo sorrise), dell'amore con una straniera stravagante, alla quale basterà forse di fermarsi due mesi a Bologna per essere gridata un mostro da tutte le signore oneste senza virtù, disoneste senza spirito. Tu hai paura dell'amore come dell'ignoto... e vuoi sapere perchè domani andrai a pranzo dalla marchesa di Monero? per provare a te stesso che non l'ami, che la puoi sedurre a sangue freddo, e che giovandoti della tua superiorità di dotto la sedurrai — e sai ancora come si chiama questa maniera di attacco? una fuga in avanti. Ebbene, vai, Carlo: provati a lottare; una gentildonna e un avvocato, ecco un duello interessante... e poi ascoltami: se non vai domani a pranzo, ti converrà andarci posdomani a presentare le tue scuse dell'invito ricusato e a riceverne un altro.

— Tu approvi dunque?

— Io? no, non faccio che constatare un fatto. E tu pure, proseguì animandosi, non sfuggirai all'amore: ti si è svegliato tardi, ma pure si è svegliato. Eterna malattia della vita! amare una donna senza saperne la ragione e senza riuscire a farsi amare, perchè fra questi due mondi non vi è ponte e nessuno è stato, nè sarà mai così forte da gittarlo... Che cosa ami tu in quella donna, che ti confessi un mistero? La bellezza delle sue forme, la voluttà di tale bellezza, ma la sua anima, la sua vita no, perchè questo è appunto il mistero. Non amare di più; amala come la nave corre sul mare sempre sulla superficie, e quando la stringerai fra le braccia e la vedrai sorridere, non ti chiedere per chi sia quel sorriso: tu sarai forse per lei uno strumento, ella per te — non vi è ponte. L'amore è un solitario che abita in noi stessi, e di cui la poesia è un soliloquio: non la conosciamo, e tutti gli sforzi per indurlo a parlare o per gettarlo nelle braccia di chi chiamiamo amante costano a noi e a lui una inutile tortura. Non chiedere alle donne che ti amino e non amarle, ma sii poeta ed ama l'amore. L'arpa non sente la musica, e non ti parrebbe pazzo chi, innamorato della musica, stringesse l'arpa sul cuore? Quelli che amano una donna sono appunto così, e sono ancora più infelici che pazzi... Musica, odori, voluttà: un'arpa che ha suoni migliori, un fiore che ubbriaca col profumo, una voluttà che accarezzando il corpo solleva l'anima e addormenta l'amore in un sogno inenarrabile, ecco tutto... ma bada a non innamorarti, per Dio! innamorarsi mai.

E rafforzò questa ultima parola con un colpo di fucile addosso ad un povero passero che passava assai fuori di tiro.

Carlo, che vide l'uccello così lontano, non potè frenare un atto d'impazienza.

CAPITOLO II

E avvenne una sera che Davide, levatosi in sul suo letto e passeggiando sopra il tetto della casa reale vide d'in sul tetto una donna che si lavava, la quale era bellissima di aspetto. Ed egli mandò a dimandare di quella donna.

L. II. Samuele, C. XI.

Un levriero dal pelo bianco e arruffato che spuntò correndo alla svolta della strada attrasse l'attenzione dei due cacciatori.

— Bello! esclamò subito Giorgio, e lo chiamava; ma il cane, cui forse la fucilata aveva messo in orgasmo, scorrazzava guatando e cercando da ogni lato, e a un tratto s'accostò a Carlo, dimenando la coda quasi all'incontro di una vecchia conoscenza, non però tanto vicino che sembrasse stretta: e lo fissava con due occhi sfolgoranti di curiosità.

Questi impallidì e si levò.

Poco stante s'intese il calpestio di due cavalli al passo: il levriero scomparve d'un balzo latrando festosamente: indi ritornò, ma una donna lo seguiva tenendo un cavallo per le redini; ella si arrestò, fe' un gesto di stupore: l'avvocato impallidì, e mentre Giorgio meravigliato li guardava, comparve, una figura nera sopra un cavallo bianchissimo.

Sarebbe stato un bel quadro: di fronte i due cacciatori col capo scoperto, ella in mezzo alta e bianca, vestita di un'amazzone nera che stringendole la vita con un corsetto dei più attillati scendeva in gonna a pieghe folte e minute da una forte ampiezza di fianchi sopra due stivali graziosi nella forma, quanto erano stupendi i piedini che calzavano: in testa invece del goffo cappello cilindrico portava un berretto indescrivibile, ornato con un largo nastro e una fibbia di bronzo dalla quale si alzava una mezza ala di fagiano. Aveva i capelli nerissimi, ai tacchi lo sperone ungherese, sull'abito nessun altro ornamento che i cordoni per allungarlo o raccorlo, a seconda camminasse o cavalcasse. Alle spalle le stava un cavallo baio di rara bellezza, bardato con finimenti bianchi, curvo del collo disegnando un arco, e la criniera e le briglie sfioravano quasi il terreno. Così libero e immobile, che sarebbesi detto pensoso, gli occhi intenti sull'orme della padrona, aveva del fantastico. Dietro a qualche passo contrastavano vivamente la mora col suo cavallo: questo bianco, arabo, colla testiera e le redini di seta, quella vestita pure di un'amazzone nera ma, invece del cappello, con un velo egualmente nero sulla testa e una larga cintura di cuoio alle reni. Era bellissima per la sua razza.

Il cane ruppe primo il silenzio, e la signora avanzandosi verso l'avvocato, che cercava degli occhi il cappello sull'erba per torsi l'imbarazzo delle mani vuote:

— Ritorno appunto dalla vostra villa, gli disse col più amabile sorriso.

— Oh!

— Ero venuta per un colloquio e la signora mi ha trattenuta così, che malgrado il mio serio bisogno, me ne sono quasi scordata.

Carlo s'inchinò per ringraziare, egli marito, di questo complimento alla moglie.

— Mi permettete, ella riprese con accento più gaio, d'invitarvi adesso da me? Debbo chiedervi consiglio per una lite che mi si minaccia. Siccome contavo di passare questo inverno a Bologna, il mio corriere mi aveva scelto in quel goffo palazzo dei Fantuzzi l'appartamento nobile e l'altro interno per ridurlo a serra. Io amo i fiori come i bambini amano i confetti. Adesso il padrone, giovandosi di qualche inesattezza di espressione corsa nella scrittura vuole togliermi quello della serra, così che dovrei cercarmi un'altra casa. Ciò è spaventoso, ed ero corsa da voi ad accaparrarmi il primo avvocato di Bologna e vincere la causa. Oh! non arrossite, proseguiva vedendolo colorarsi in volto a quella adulazione: quando si sortì ingegno nascendo e si spese la miglior parte della vita in uno studio, si ha diritto ad essere stimati; la modestia conviene a noi donne, che non abbiamo altri meriti.

E un fine sorriso le passò sulle labbra.

— Che cosa mi dite mai, signora marchesa...

— Vedete, il sole tramonta.

— E la caccia è finita, molto più che non ne abbiamo fatto.

— Coraggio, gli rispose Giorgio con una occhiata: se ne offre un'altra.

Ma la marchesa non se ne avvide, rivoltasi ad accarezzare il cavallo che le lambiva la mano sguantata.

— Ai vostri ordini, le disse quindi l'avvocato raccogliendo il cappello e adattandosi con certa galanteria il fucile sulla spalla.

— Accettate di accompagnarmi? mille grazie; ma allora aiutatemi a presentare le mie scuse al signore, cui se non guasto più la caccia, tolgo il piacere della vostra compagnia.

— Tieni, egli ribattè indirizzandosi a Giorgio con famigliarità malamente spiritosa: tu che mi trovi sempre noioso; ma non temiate di disturbarci, signora marchesa: quando sono con lui ozioso di professione, ozieggio io pure. Concedetemi pertanto di presentarvelo.

— Il conte Giorgio De Vinci.

— La signora marchesa di Monero.

Giorgio mosse un passo e le si inchinò colla grazia di un perfetto gentiluomo.

— Debbo accettare l'assicurazione del mio avvocato?

— Pur troppo: non ho motivo per trattenere Carlo, e me ne duole perchè avrei il piacere di sagrificarvelo.

— Sai, Giorgio, gli si voltò Carlo vedendo la marchesa disporsi a proseguire: tornando a casa, puoi passare da Mimy e dirle che se avessi a tardare non s'inquieti: sono dalla signora marchesa.

— Ah! il signor conte la vedrà questa sera... e si fermò.

L'occhio le cadde sopra un mazzetto di amorini sprofondatosele nel seno fra il vano di due bottoni: ne lo estrasse e presentandoglielo:

— Potrei pregarvi, signor conte, di portarglielo, ricordandole che lo ponga domani sull'abito bianco? Capriccio! aggiunse smorzando il tono delle parole; ho domandato alla signora Mimy di mettersi domani l'abito bianco, che finiva appunto di ricamare, e le mando questo fiore, il solo che convenga su quello. Sarà così bella in quell'abito!...

Egli prese il mazzetto, e la marchesa barattando un'occhiata con Carlo:

— Allora, signor conte, bisognerebbe che dopo accompagnato questo mazzetto dalla signora Mimy, accompagnaste lei domani a pranzo da me. Veramente è un abuso, ma dirò al mio avvocato che lo difenda come un diritto...

— Accetto, accetto: sono stato giurato e conosco Carlo.

Tutti sorrisero, meno la mora, che, immobile sul cavallo, pareva non vedere e non intendere.

Quindi la signora, facendo al conte un grazioso cenno, si mosse; l'avvocato si lanciò per prendere a mano il cavallo, ma questo fe' uno sbalzo.

— No, no, Bothaina, ella esclamò chiamando l'animale aombrato e che ubbidì subito alla sua voce: vienci dietro così: libera come lo eri nel deserto. Vedete, Bothaina non può soffrire gli uomini; io sola la monto e Zisa la cura. Vi pare strano? proseguì vedendolo tra il meravigliato e il confuso.

— Piuttosto...

— Perchè? Vi sono pure tante mogli che non sopportano i propri mariti.

E rise: egli l'imitò per non sapere di meglio. Poi le offri il braccio.

— Neppure, rispose, temperando però il rifiuto con uno sguardo lusinghiero: è tanto raro che ci possiamo muovere libere che non so rinunciarvi e mi ritiro in campagna quasi per ciò solo. Guardate i miei abiti: preferisco l'amazzone a tutte le vesti da salone: in sella, e via su Bothaina e il vento che rompendosi vi fascia la fronte come un velo... Se sapeste quanta voluttà proviamo noi donne, a battere fieramente il tallone agitando le braccia invece di appoggiarle timidamente su quelle di un cavaliere spesso più fiacco di noi! Andiamo, Bothaina.

L'intelligente animale nitrì e le si appressò quasi a lambirle il collo; ma ella lo respinse dolcemente, e fatto un ultimo saluto al conte si avviò con Carlo, del quale il portamento imbarazzato e l'ineleganza della persona apparivano adesso più vivamente.

La mora li seguiva, sempre rigida, e passando innanzi a Giorgio non salutò come avrebbe dovuto un paggetto.

Giorgio rimase ascoltando il calpestìo che s'allontanava, poi ricoricossi sull'erba e considerando gli amorini:

— È strano! e parve cadere in una fantasticaggine.

Il sole era già scomparso dietro il monte. I suoi ultimi raggi, aperti sopra l'azzurro del cielo come un immane ventaglio di fuoco, venivano mano mano smorzandosi: la luce si velava intorno e la campagna acquistava fondi più carichi e tinte più riposate. La sera montava dalla pianura allargandosi e insieme attenuandosi in alto, bella di una sommessa mestizia e di un sereno appannato. Appena qualche rumore fra le siepi e qualche voce dai campi. Gli alberi perdevano le fisionomie e laggiù l'Appennino si faceva bruno come un vecchio muraglione; pareva quasi un ammasso di nuvole trasportate da una bufera... poi si ottenebrava ancora e l'occhio si arrestava ai primi colli sui quali l'orizzonte si era abbattuto come una tenda. La pianura si era alzata e i pipistrelli usciti guardinghi dagli ignoti ripari vagolavano silenziosi ed incerti. Invano la canzone di un passeggiero in ritardo avrebbe voluto essere lieta, mentre l'ombra avvolgeva tutto fra i suoi veli, e ogni gorgheggio cessava fievole come il soffio del vento fra le piante frementi nei verdi mantelli. Epicureo moribondo, un fiore olezzava tuttavia, e una novoletta sospesa nel cielo quasi un'amaca sembrava aspettare qualcuno per andarsene. L'infinito che circondava la terra era svanito per sempre; solo la luna piccola e solitaria impallidiva nel cielo: adesso la terra era piccola.

Giorgio fantasticava.

L'Avemaria scoccò al campanile di una parrocchia, quelli della città le risposero, e un tumulto di suoni chiocchi e villani turbò per qualche momento la tacita serenità della sera.

Egli parve risentirsene. Qua e là per l'ombra brillava un lumicino o si alzava, ombra più densa, il fumo di un camino; laggiù nel piano prorompevano le fiammelle dei lampioni, così che da lunge poveramente e fantasticamente illuminata Bologna rassomigliava un grande cimitero corso da fiaccole mortuarie.

— Che miseria quei lumi! esclamò finalmente. Ecco quanto gli uomini hanno saputo sostituire al sole; e se domani si dimenticasse di sorgere non avremmo nemmeno abbastanza luce per vederci morire.

Dopo questa bizzarra riflessione raccolse il fucile sulla spalla e si allontanò. Lasciando la strada carrozzabile che saliva in serpeggiamenti alla vetta della collina, di là prolungandosi per erte e pendii, si mise per un sentiero chiuso da alte siepi di acacie, e digradando fu in fondo ad una valletta; donde rimontò per una strada frequente di ville, in quella stagione tutte abitate. Spesso s'incontrava in coppie di villeggianti, udiva dai cancelli il riso di persone sedenti al fresco, travedeva qualche forma biancheggiante di donna o ne intendeva la voce che talvolta cantava. Dopo mezz'ora si arrestò ad un piccolo cancello.

— Come mai aperto! Lo spinse ed entrò in un recinto a quella luce incerta nè giardino nè bosco, piuttosto folto di alberi, in gran parte platani ed abeti: e si fermò al principio del viale che dava nel mezzo del casino.

Una finestra del primo piano era aperta e n'usciva lume: un'ombra a quando a quando lo intercettava.

Quindi le corde di un piano vibrarono.

— È Mimy! e internandosi fra gli alberi venne a postarsi dietro un grosso ippocastano, contro la finestra, cinto al piede da un boschetto.

Ascoltò.

L'ombra fremeva: gemè un preludio di Chopin così delicato che parve il sospiro della sera: non saliva, non insisteva: erano note come staccate che si diffondevano svanendo in una melanconia senza nome, e altre seguivano egualmente lievi, e poi altre ancora e il tono calava e il silenzio sembrava palpitare. Se quella era una musica di dolore, divina ed infelice l'anima che lo patì! E dal preludio si svolse un canto indistinto, lento, ma a volta a volta con uno slancio ineffabilmente appassionato come di una farfalla legata ad un filo: una lotta soave e crudele che non poteva esprimersi senza quelle note e abbisognava della sera bruna, piena di reminiscenze e di brividi prima che la luna versasse tutto il suo chiarore e la solitudine si popolasse coi fantasmi della notte. Sembrava un'aspirazione verso un ideale incompreso che sorgesse da un'anima chiusa in una forma gracile e stupenda, come un dolce odore esala da un bel fiore, e perdendosi inutilmente si dolesse della propria delicatezza. Le note si fecero più rare, s'abbassarono languenti, sfinite...

Il piano era muto e Giorgio commosso ascoltava ancora.

Guardò alla finestra: l'ombra non passava più innanzi al lume.

Quella musica sembrava aver desto l'anima del bosco, le frondi susurravano fra loro: qualche ramo luceva al raggio di una stella affacciatasi al suo balcone d'azzurro, mentre nell'aria udivasi come il passare di aerei fantasmi dalle lunghe vesti sibilanti che si inseguissero: la rugiada inumidiva lagrimosa le verdi pupille delle foglie.

Giorgio era solo: nella casa e nel prato era silenzio.

Attese che la musica ripigliasse fra la trepidazione della sera.

D'improvviso sprizzarono le note di un fandango ebbre di risa e di baci e la voluttà levandosi in sussulto parve gittarsi nella ridda e riempirla di un disordine fragoroso e lascivo: gli occhi neri avventavano lampi, le bocche fremevano e il respiro ingrossandosi faceva arrovesciare le teste coi capelli ondeggianti... La ridda precipitava più veloce e più nuda, perchè le note, quasi mani convulse, alzavano le vesti... Giorgio fu trascinato: non potè resistere, si girò attorno un'occhiata e abbracciandosi d'un tratto all'albero cominciò una difficile e pazza ascensione. Giunse trafelato sulla forcata che la tormenta del Fandango aveva raggiunta la foga di una tormenta di sabbie e le ultime note cadevano soffocate, stritolate.

Nella camera non si vedeva che un doppiere sopra un tavolo.

Una bestemmia gli si frantumò fra i denti, ma indi a poco una donna, vaporosamente vestita di una lunga veste bianca, s'appressò al tavolo e si assise sulla poltrona: la sua posa era languida e la sua figura si rifletteva dietro in un alto specchio, illuminandosi più vivamente nel chiarore della lastra.

— Se Ossian la vedesse in questo punto, Giorgio pensò, la paragonerebbe a Sumalla o ad Evirallina.

La donna non si moveva dalla sua stanca posa; una treccia discesa in una piega della veste ne usciva sciolta in ciuffo; forse ella aveva cominciato a disfarla e s'era fermata prima che a mezzo.

Passarono alcuni minuti: indi colla mano libera riprese la treccia, la disciolse, la diffuse: slegò il mazzo dell'altre lasciandone intatta una sola, e stette guardando fisamente per la finestra.

La tenda era immobile, il vento era cessato; ella pure stava immobile e le candele la lumeggiavano.

Sospirò forte, poi aprendo lentamente le braccia fe' colla testa un atto inesprimibile di seduzione, quasi che un fantasma le stesse dinanzi e non intendendosi bene col linguaggio degli occhi si movesse per abbandonarla: ma le mani non le caddero abbattute, anzi si levò, andò allo specchio e vi si mirò intenta. Poi si volse alla finestra; la tenebria facevasi mano mano più densa.

Dal ramo, che stringeva colle ginocchia a guisa di una sella, Giorgio osservava comodamente nella stanza per il vano delle tende.

Mimy si slacciò al collo la veste rigettandola dalle spalle perchè scivolasse; la veste scivolando si gonfiò come una nuvola e la nascose sino ai ginocchi; ella non aveva più che la camicia, strana, attillata quanto un abito, con un ampio bavero alla marinara e una cintura alle reni che le disegnava vagamente le forme della persona. Così contemplandosi si accomodò i capelli, stirò una calza scesa borghesemente in crespe, allentò la fascia, si sbottonò il pettorale con lentezza quasi di amante, che volesse bere a sorsi le voluttà delle bellezze che scopriva; poi lo staccò, e poichè voltava il fianco alla finestra, Giorgio potè ammirare una divina forma femminea. La camicia era diventata una mantellina a maniche.

Allora si ammirò ella pure; poi fanciullescamente, a passi piccini, venne a prendere la mandola in sul tavolo, trasse la poltrona allo specchio e vi si adagiò: ma depose l'istromento sulla veste invece di toccarlo.

All'insistenza della propria contemplazione quella donna doveva essere innamorata di sè stessa, poichè la vanità non bastava a spiegare la lunga e raffinata osservazione del bel corpo. Nella sua attitudine che avrebbe entusiasmato uno scultore posava dinanzi a sè medesima. Mollemente sdraiata sulla poltrona, colla camicia gettata sul dosso come un mantello, i capelli ondeggianti, una mano sotto il seno e un piede che scherzava colla cornice dello specchio, mentre la gamba vi si rifletteva in tutta la purezza del suo profilo... ella si inebbriava, insuperbiva forse, e non aveva torto. Le sue forme erano di grandezza mezzana ma di una inesprimibile castità artistica — bianca, bionda, fanciulla, all'aria estatica del volto e al fremente errare della mano forse assorta in un sogno di amore: sola, nuda, allo specchio, la mandola ai piedi, i capelli diffusi — figura poetica ed originale di voluttà e di bellezza! Giorgio la divorava. La stravaganza della sua ascensione sull'albero era superata dalla stravaganza di quella scoperta e dall'estasi solitaria di quella donna davanti a sè stessa e in sè stessa, giacchè quella nudità così pura e insieme così impudente prestavasi alle più bizzarre e audaci divagazioni.

— Bella!... bisogna ch'io l'abbia, mormorò stendendo nell'ombra una mano verso di lei.

La scena durava da quasi un'ora e la donna sembrava essersi assopita, quando un colpo piuttosto violento all'uscio la scosse.

Stette in ascolto.

Fu bussato nuovamente.

— Chi è? ella chiese indossando lestamente la veste e respingendo d'un piede il pettorale sotto lo specchio.

Giorgio non intese risposta, ma probabilmente fu un io, e questo era Carlo.

— Che cosa facevi? domandò colla sua grossa voce fermandosi sulla soglia.

— Nulla, rispose con un cenno.

Le si accostò e fissandola talmente negli occhi, che dovette abbassarli, spinse la mano a una carezza: Mimy volle ritrarsi, egli le si chinò all'orecchio; ella fe' un gesto supplichevole, ma l'altro la trasse verso la finestra con un braccio alla cintura.

Così Giorgio perdeva la vista dei loro volti: la notte era bruna e il doppiere rimaneva nel mezzo della camera dietro di loro.

S'intese un grosso bacio.

— Maledizione! ruggì Giorgio agitandosi sul suo ramo; ma è un'insolenza! almeno rispettassero la sensibilità dei vicini.

Ma la scena peggiorava.

— No, no, proruppe vedendoli abbandonare la finestra: bada, Carlo, che lo avrai voluto! E lasciandosi cadere penzoloni dal ramo, da quello su di un altro, senza badar al fruscio delle foglie sensibile mentre taceva il vento, scese dalla forcata e scivolò lungo il tronco. A terra si fermò, incerto di presentarsi coll'amorino o di uscire pel cancello; si decise per questo. In due salti lo toccò: era chiuso; tese l'orecchio, nessuno. Allora si mise a scavalcarlo, e come lo inforcava, si arrestò colpito da un'idea.

— Ah! la marchesa di Monero! la rivincita di Carlo!: balzò dall'altro lato e sparve nell'ombra.

Il lume brillava sempre alla finestra e il lettore può, se gli piace, risalire sull'ippocastano.

CAPITOLO III

«Caro amico,

«Ti scrivo: perchè? veramente non lo so, ma giungendo alla fine della lettera forse non lo saprai tu pure e ripetendoti questa domanda non avrai più ragione di me adesso. La testa mi gorgoglia, i miei sensi fremono ancora.

«Che penseresti tu, superiore anche nella virtù alla plebaglia borghese e che scherzi talvolta colla tua fantasia come Pericle con Aspasia, di una visione notturna, di una donna, la quale ti apparisse solamente vestita di luce e bianca, bionda, sublime si ammirasse nello specchio con tacita e solitaria voluttà; se la sua voluttà si fosse prima alzata in lamento e il lamento fosse poi scoppiato in un inno? Che penseresti, vedendola allungarsi sopra una poltrona bruna, cogli occhi socchiusi come nell'abbarbaglio di una visione fuggente e le mani tese per dirle: cedo allo splendore della tua divinità, abbasso le palpebre e schiudo le braccia, scendi e dammi un bacio? Se il petto le si sollevasse mollemente e i capelli corsi da brividi luminosi le ripiegassero la testa quasi nello spasimo di una ebbrezza insufficiente ed eccessiva?

«Questa donna mi è apparsa: mi sapresti dire che cosa ne penso, perchè l'ignoro ancora e mi è d'uopo saperlo? Stavo a cavalcioni sopra un ramo, ella in una stanza chiusa a chiave. Contemplandola ho sentito ridestarmisi nell'animo la gioventù addormentata da tanti anni.

«Una donna giovane e bella, che viene a rinchiudersi nella sua stanza solo per vagheggiarsi nuda allo specchio, prodigandosi carezze mestamente e timidamente lascive; così raffinata nella voluttà da compiacersi a coglierne le più fuggevoli espressioni sulla propria immagine e così innamorata della bellezza da adorarla per ore in sè stessa; una donna che assetata d'amore s'ubbriaca bevendo al proprio calice... ecco davvero una donna e una prepotente seduzione. Ella è innamorata di sè stessa: però questa passione deve aver deviato. Verso chi spingevasi prorompendo la prima volta dall'anima? Quale ideale conteneva, giacchè ogni passione deve avere il proprio ideale, il proprio germe di felicità, che non si svela o non scoppia se non nel suo cielo, nella sua regione?

«Ecco quanto non so.

«Tu conosci, amico, la mia opinione sulle donne; bisogna dunque che sia bella colei sulla quale deve posarsi il mio pensiero, e che brilli, perchè simile alla farfalla esso non s'innamora che della fiamma. Byron non ammetteva le donne a tavola; io le voglio solo ad istanti e che dileguino appena tramonta il sole ond'erano belle, o la stanchezza mi si appesantisce sugli occhi e sul cuore. Davvero non comprendo come si possa, nonchè la vita, trascorrere tutta una giornata con una di loro; come dopo essere salito sopra una barca soffice di fiori, abbandonandosi alla corrente di un fiume incantato, stringendosi fra le braccia un fantasma divino, per mezzo ad isole paradisiache, con dietro un palazzo di nuvole, con un vento di profumi nei capelli e un vento di poesia nell'anima: come si possa, ritornando da quelle regioni del sogno e trovandosi sopra un divano non sempre di seta, in una camera spesso plebea, in faccia ad una donna imbecille, non sentirsi tentato di fuggire e fuggire dalla finestra se chiusa la porta: non capisco come libato il vino si possa annusare la tazza, strappati i fiori odorare il fusto del mazzo. E non intendo nemmeno come bruciando dall'amore si possa andare marito in camera della moglie, amante a casa dell'amante, disoccupato nel mezzanino della cortigiana alla stessa maniera che al caffè per un gelato o alla tabaccheria per un sigaro, così accettando un'altra forma da quella che vi ha commosso e transigendo coll'ideale quando nell'ideale solamente sta il piacere, patteggiando col tempo nell'aspettare che la moglie abbia finito di pettinarsi, l'amante siasi liberata da una visita importuna e la cortigiana vi dichiari che è arrivato il vostro turno. Quando il fumo della voluttà mi sale al cervello e la febbre mi gitta addosso il suo caldo mantello, se per disgrazia sono solo corro a serrarmi nel gabinetto, socchiudo le finestre, abbasso le tende così che si faccia una tenebria indecisa, e stendendomi sul divano mi avviluppo nella mia passione, e sogno. Allora mi sento intorno un aereo fruscìo di vesti, un sibilar di capelli: e le forme stupende dei sogni mi passano davanti coprendomi di lunghi sguardi, gettandomi ineffabili sorrisi, salutandomi con gesti intraducibili. Non mi muovo: mi circondano, mi si aggirano a cerchio, mi passeggiano sul capo, s'intrecciano, compongono quadri che mai genio di artista compose più belli; si atteggiano, m'inebbriano, mi straziano. E vorrei che una forma reale fra quelle vacue s'insinuasse; vorrei udire un rumore più distinto; discernere la voluttuosa pesantezza delle carni, e mentre un alito infiammato mi lambirebbe la fronte e due braccia rotonde mi cingerebbero il collo, adagiare il capo sul guanciale di un seno. Oh! il piacere è una religione e pochi gli iniziati a' suoi santi misteri! Colui che prostituisce il momento dell'amore con una donna fredda o sconosciuta, che se la stringe fra le braccia prima che il petto minacci scoppiargli, è un infame come il poeta che vende la propria inspirazione, come la bella che discute il salario delle sue compiacenze. Siate innamorati amando; aspettate che la marea monti, il vento si levi, irrompa la tempesta e il sole la illumini, se volete godere le angoscie divine della passione. Il mio amore è un oceano, e io sono come quell'audace che salpava solo quando lo vedeva burrascoso...

«Ogni piacere deve essere in noi essenzialmente d'immaginazione: gli orientali fumano l'oppio.

«Che una donna mi commuova e la voglio subito, lei con quell'abito, con quella espressione, atteggiata di quella gioia, di quel dolore: non si schermisca, non dilazioni: via le oscenità del pudore, le goffaggini della capitolazione; o mi lasci prenderle la vita o prenda i guanti e se ne vada, o si esalti meco o si irrigidisca come il marmo, sicchè debba fuggirla come Pigmalione la statua, se Giove non si fosse per lui intenerito al miracolo. Perchè sillabare grottescamente la pagina più bella della vita invece di declamarla con entusiasmo? Perchè affibbiarsi il piviale della religione o il lucco della legge, mentre l'amore l'invoca nuda, e il pensiero le si insinua sotto le vesti e glie le slaccia, glie le strappa?

«Greco in ciò, come nel resto, voglio la bellezza nuda, ma più spiritualista del paganesimo greco, voglio nuda la nudità — vi è sempre un velo sulle carni quando tutti gli altri sono tolti: vi è un pudore che non ha d'uopo che di sè stesso per coprirsi e non arrossire più; e colei, che ho sorpresa allo specchio, era più nuda che fra le braccia di un amante, nuda come si può esserlo davanti a sè stesso in un'ora di voluttà delirante. Se ella fosse mia, io, tanto superbo, me le butterei alle ginocchia colle mani in croce, perchè mi si mostrasse un'altra volta così, e, se nol volesse, la ucciderei, e, se nol potesse, credo che la prostituirei per renderglielo più facile. No, Anselmo: finchè quel velo è fra loro, i corpi non si combaciano e le anime non si fondono: strappatelo e la passione, come Mefistofele, ve ne farà un mantello, sul quale posando i piedi veleggerete nell'infinito...

«E, profondamente scettico, quando ti scrivo non so parlarti che di donne e di amore! Tutto è inutile, filosofia, religione, incredulità: finchè la gioventù tresca col cuore e civetta colla fantasia, non cessiamo di compiacerci nelle meschinità sensuali della donna. Che giova se la ragione, appartandosi dal tumulto dei sensi e dei sogni, ripari sopra un dirupo e di là sogghignando sulle figure folleggianti pel prato dichiari la musica piazzaiola, la baldoria villana, le forme inestetiche, gli ornamenti triviali, i fiori selvatici? Non le badiamo, e slanciandoci nella ridda turbinosa ci pare assai di stordirci, mentre dovremmo sublimarci. Poche ore fa mi stimavo di molto superiore a Carlo, il povero innamorato della marchesa di Monero, nel battermi con una donna, e avere volentieri sfidato il sole per osservare i suoi raggi rimbalzare in frantumi sulla mia corazza di diamante — non era diamante ma ghiaccio.

«Ti ho detto, la testa mi gorgoglia di idee e i sensi mi fremono ancora.

«Sono stato dissoluto, lo sono e lo sarò. Nato coll'animo di un grande artista, quantunque non abbia prodotto cosa alcuna, nè la produrrò per un difetto organico, una inadeguazione fra il sentimento e il linguaggio, fra la concezione e la forza di estrinsecazione; e divorato miseramente da tutte le passioni ho dovuto spossare l'ingegno cogli sbalzi della giovinezza, stordire l'anima coi piaceri del corpo; perchè incapace di mostrarmi grande non ho voluto e non voglio parere mediocre; perchè non potendo avere un Dio da adorare, e quello sarei io medesimo, mi occorrono degli idoli da infrangere, e sono le donne, che mi amano. Sono dissoluto, perchè vi è un'amara voluttà nel sentirsi al di sopra della vita che si conduce, nel porre, dilapidando le proprie ricchezze, sul capo ignobile di una cortigiana una corona, che più accuratamente brunita farebbe levare superba la fronte di una regina: sono un dissoluto che si ubbriaca per non piangere, un mendico che nasconde sotto i cenci un enorme diamante mal faccettato. E adesso, io che delle donne preferisco la qualità alla quantità, ero senza amanti se costei non mi appariva; ma dovrò battermi per conquistarla e la guerra sarà terribile e fuori del mio mondo maschile, con una forma diversa, più bella, che si difenderà con tutto il vantaggio di armi meglio temprate e di conoscere perfettamente il terreno.

«Il cimento è eroico.

«Ti confesso che scrivendoti mi sento battagliero; vorrai tu tradurre innamorato? Forse ne avrai la malignità, forse anco avrai abbastanza spirito per non ingannarti. Comunque sia, debba o no innamorarmi di quella donna, e innamorandomene sedurla o essere respinto, questa lettera è soverchiamente lunga, e sebbene la mia calligrafia mi faccia supporre che ne salterai almeno la metà, mi rassegno a troncarla.

«Una ultima parola — sono stato invitato per oggi dalla marchesa di Monero, quella signora che scandalizzò a Rimini tutte le nostre eleganti col bizzarro buon gusto delle sue acconciature e colla sua cameriera mora — me lo disse la contessina S***. Non è assolutamente bella, ma può essere affascinante. Carlo ne è una prova, sempre più ridicolmente imbarazzato dall'altera disinvoltura de' suoi modi. Ieri, incontrandoci, ella m'incaricò di portare un mazzo a Mimy; ecco come accadde l'invito e il resto. Andrò a pranzo da lei, giacchè mi preme verificare un motto della S***, la quale, poveretta, non può perdonarle di averla affatto ecclissata; un giorno che parlavamo di lei, veggendola passare a cavallo, mi disse: «Si regge meglio in sella che in conversazione.» Guai se mi ha ingannato! come temo; glie ne scriverò tante da farla inverdire per la stizza. Vanitas vanitatum, mio caro. Un poeta latino domanda: Che cosa è più leggiero del vento? la polvere; della polvere? la piuma; della piuma? la donna; della donna? Nihil.

«Che s'inganni? che della donna sia più leggiero chi se ne innamora?

«Ti lascio questo problema per obbligarti a rispondere.»

Così scriveva, ritornando a casa dalla scoperta di Mimy, il conte Giorgio De Vinci.