Il Nemico
ALFREDO ORIANI
Il Nemico
Per non perdere l'intelletto in certe cose bisogna non averlo.
Lessing.
QUARTO MIGLIAJO
1894
L. OMODEI ZORINI, EDITORE
Portici Settentrionali, 23
MILANO
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano, 1894 — Tip. Wilmant di L. Rusconi.
PARTE SECONDA
I.
Quando giunsero al castello di Ourikow, a cent'ottanta verste da Mosca, era circa mezzogiorno.
Per la vasta campagna la neve si stendeva alta e bianca, senza che una sola ondulazione del terreno potesse un istante arrestare lo sguardo. Avevano viaggiato tre giorni su quel bianco, sotto un cielo plumbeo, tormentati da un vento leggero, che sferzava loro la faccia congelandovi l'alito. I cavalli, colla coda e la criniera sonanti di diacciuoli, sembravano avanzare fra una nuvola di fumo vaporante dal loro lungo pelo, sul quale si sarebbe mutata in brina al primo allentare del trotto. Alti pali, a enormi distanze, segnavano la direzione della strada; passavano poche vetture. La campanella ondulante sul dorso del cavallo di mezzo, gettando il proprio appello monotono nell'abbandono gelido del paesaggio, vi destava una invincibile malinconia. Loris guidava con mano sicura i tre cavalli e non parlava col principe, sepolto dentro la pelliccia e sotto l'enorme berrettone, se non per chiedergli qualche indicazione sulla strada; davanti ad essi nessun punto, che potesse somigliare ad una meta. La neve, abbacinando i loro sguardi, raddoppiava col proprio candore l'immensità di quel silenzio non paragonabile nemmeno a quello del mare, ove le acque si muovono, e l'occhio va lontano sopra una mobile gamma di colori sino all'altro lido del cielo.
I villaggi si distinguevano solo entrandovi, perchè gli occhi, stanchi di quella bianchezza, non potevano cogliere da lungi il rialzo dei loro tetti. Le loro isbe circolari, a distanza l'una dall'altra, cinte da un alto stecconato nereggiante fra la neve, lasciavano sfuggire qualche pennacchio leggero di fumo, e tacevano. Gli abitanti vi dormicchiavano intorno alla stufa nel caldo; tutte le immondizie s'accumulavano diacciate e nauseanti agli usci per putrefarsi, quando i primi venti della primavera scioglierebbero la neve, ma ora testimoniavano sole della presenza degli uomini. In quell'inverno e per quelle steppe nessuna idea era possibile. Come radunare il popolo in quella stagione? Come deciderlo a uscire dalle isbe, mettendogli in cuore una passione, che il gelo e il bianco dell'aria aperta non facessero vanire?
Sopra ogni villaggio torreggiavano la chiesa e il castello; la cupola colorata dell'una, e le mura dell'altro dominavano nella pianura, mentre le isbe si acquattavano loro sotto in una quiete di tane. Solo il castello e la chiesa scrollavano talora colle campane quel silenzio, che nessun'altra voce sarebbe bastata a rompere oltre il breve raggio dello sguardo abbarbagliato. Il solco delle slitte e delle ruote tracciava la strada, i fiumi gelati e scomparsi sotto la neve s'indovinavano appena in un avvallamento del terreno, mentre alcune foreste lunghe, ma di bassissimo fusto, troppo cariche di neve per disegnare abbastanza visibilmente la loro intricata barriera, parevano poco più di un rialzo bucherellato, dietro il quale il pensiero non sapeva che cosa immaginare.
Viaggiarono tre giorni, fermandosi nei più grossi villaggi per riposare i cavalli. Gli alberghi ove scendevano, erano poco più di un'isba, e ne avevano la forma. Pochi mugiks e mercanti vi bevevano intorno alla stufa, aggravando il proprio torpore iemale di tutto il peso di una sbornia, sotto la quale sensazioni e sentimenti affondavano; ma, riconoscendo nei due viaggiatori la razza dei padroni, si levavano per fare loro grandi inchini sino a terra. Qualcuno fra i più spregiudicati, radunando tutto il proprio coraggio di servo emancipato da ieri e non ancora libero, perchè forse in mora col pagamento della terra ricevuta, arrivava sino a chiedere loro da bere, poi se ne vantava collo sguardo verso gli altri, se la scroccheria riusciva. E quando i signori ripartivano freddi e compassati, tutto il crocchio di quella gente si affollava entro lo steccato della stalla, augurando il buon viaggio a capo scoperto, umili nell'ammirazione del ricco equipaggio.
Il secondo giorno, essendo discesi ad un traktir pieno di mugiks, che vi tenevano, come al solito, una delle loro assemblee per discutere un affare del mir, il principe si volse a Loris:
— Provate dunque a parlare con loro.
Egli sentì tutta l'ironia di quell'allusione all'invincibile diffidenza dei mugiks pei signori, e non rispose.
Allorchè giunsero in vista del castello, il principe si scosse. Il villaggio vi sorgeva davanti a non molta distanza; sull'ingresso del villaggio la piccola chiesa arrotondava la propria cupola verde bizzarramente incappellata dalla neve. La giornata era fosca. Un vento, levatosi da poco, faceva stridere sommessamente i grandi alberi a fianco del castello, staccando dalle loro cime, che si rialzavano di un crollo, qualche groppo di neve. Si udì il latrato di un cane. Il castello non era nè grande nè ricco, ma costrutto in muratura, a due piani, dominava tutte le isbe dall'altezza delle proprie finestre.
Traversando il villaggio, la campanella attrasse sugli usci alcuni mugiks, che s'inchinarono sino a terra. Quindi la notizia dell'arrivo si sparse così rapidamente, che la maggior parte degli abitanti erano già usciti nel mezzo dell'unica strada, prima che la droiska avesse oltrepassato la grossa cancellata di ferro, che interrompeva il muro di cinta dinanzi alla porta del castello. Molti servi si affrettarono intorno al padrone. Nel vestibolo, l'alta temperatura dei caloriferi diede ai due viaggiatori come il senso di una soffocazione; il principe aveva già chiesto a Tikone, il vecchio intendente, notizie della signora.
— Sua Alta Nobiltà sta benissimo, aveva risposto questi guardando negli occhi del padrone.
— È inutile avvertirla subito del nostro arrivo. Venite, Loris, gli si rivolse, ora siete in casa vostra.
L'intendente li precedeva sullo scalone in legno, coperto di un modesto tappeto; molti vasi di piante verdi erano disposti sui pianerottoli.
Traversarono un'anticamera, due sale, un salone, sino ad un gabinetto arredato senza pretesa. La temperatura, sempre così alta, scioglieva loro in acqua sul viso i diacciuoli dei capelli e dei baffi. Si sentivano stanchi, tutte le membra intorpidite; il principe sembrava anche più ammalato, colle spalle più curve. Tratto tratto qualche colpo di tosse gli scuoteva il petto. Loris aveva perduto la bella freschezza del volto; gli occhi gli si erano appannati, aveva la bocca amara.
Dall'ampia finestra a doppia vetriata si vedeva, attraverso l'opacità dei cristalli, sui quali il ghiaccio aveva ricamato i propri fiori fantastici, un bianco torbido. Dalla parete opposta il ritratto di un maresciallo del secolo passato attirò l'attenzione di Loris.
Poco dopo, entrò l'intendente con due domestici recanti il samovar, e chiese gli ordini.
Loris aveva acceso confidenzialmente uno sigaro e, non potendo star seduto per la irritazione del lungo viaggio, camminava davanti alla finestra. Il principe preparava il the.
Quando ebbero bevuta la prima tazza, questi gli disse:
— Vi presenterò a mia moglie.
Loris gli si volse osservandolo.
— La giudicherete. Il suo carattere è dei più difficili, forse anco per la malattia, che la tormenta. Questo inverno ha detto di volerlo passare in campagna, fuori del mondo; non ha nemmeno una dama di compagnia per ammazzare il tempo. Ma Loris lo interruppe:
— Quando ricevete i giornali qui?
— Due volte la settimana, talvolta anche più tardi, secondo il tempo.
— A questa ora forse tutto è già scoperto; io non posso restare in casa vostra.
Il principe ebbe un gesto, ma l'altro seguitò:
— Non si tratta di compromettersi inutilmente: scoperti, saremmo entrambi ridicoli. La nostra traccia forse ora è perduta, ma la vostra uscita dal teatro può essere stata notata.
Quindi improvvisamente;
— E gli altri due che cosa avranno fatto? Vedete bene che il mio luogo non è qui.
— Aspettate, arriveranno i giornali. Posso mandare alla stazione di Waila un telegramma. E se nulla fosse ancora scoperto?
— Impossibile....
Ma il principe tornò sul discorso della moglie.
— Tatiana è intelligentissima, potrebbe indovinarvi.
L'altro alzò villanamente le spalle.
Allora, mentre si ammaniva la colazione, il principe accompagnò Loris nelle due stanze, che intendeva assegnargli, un salottino ed una camera da letto. L'arredo vi era più ricco, ma siccome Loris, fuggendo, aveva lasciato tutto a Mosca, il principe dovette offrirgli la propria biancheria e una veste da camera.
Il salotto era così pieno di ritratti e di gingilli, che evidentemente doveva aver servito ad una signora. Una ricca paniera in filigrana d'argento vi conservava ancora tutti i piccoli arnesi da ricamo; due aquerelli alle pareti, alcune rose e un lupo colla bocca sanguinolenta, vagante sulla neve, sembravano disegni da educanda all'ingenua pedanteria del tocco e del colore. Un'altra moltitudine di fotografie copriva i tavolini, fra molti vasi di porcellana, e statuette di Sassonia di un lusso minuscolo e raffinato. L'altra camera invece aveva un grande letto di quercia intagliata, sullo stile di Luigi XIV. Un padiglione di damasco a fiorami leggermente sbiaditi ne copriva la testiera; la coperta era di un rosso appannato, colla frangia a ghiande e a cordonetto, non senza qualche sfilacciatura, mentre sul tavolino da notte una bottiglia e un bicchiere di cristallo antico, presso un candelliere d'argento, luccicavano vivamente. Gironzando per la camera Loris trovò in un angolo, sopra uno sgabello ricamato, una vecchia blonda di Malines.
Siccome il principe aveva detto, che lo attenderebbe nel salone, Loris vi tornò appena compita una rapida toeletta.
Il salone, nel mezzo del castello, non era molto più vasto di una sala; dalle stanze di Loris bisognava giungervi attraverso un corridoio quasi buio, perchè il principe gliele aveva appunto assegnate in fondo all'ala sinistra, per lasciarlo più libero.
Entrando nel salone Loris si senti commosso senza sapere di che; lo aveva già intravvisto passandovi, ma ora gli sembrava più ricco e severo. Alcuni mobili erano dorati, altri di quercia; notò subito un immenso lampadario di bronzo, mostruoso capolavoro cinese, poi in un angolo un grande piano-forte nero, intarsiato di avorio, sulla cassa del quale biancheggiava una piccola copia del centauro greco. Le tende scure cadevano pesantemente sul tappeto azzurro-cupo, la vôlta era a cassettoni intagliati, ma l'ombra ne velava il disegno.
Poco lungi dal piano-forte uno sgabello, formato con corna di renna, di una rusticità polare, e una poltroncina di un cilestro soavissimo, squisitamente parigina, si toccavano ancora chi sa dopo quale conversazione. Loris attratto dalla loro antitesi si avvicinò. Gli parve che la poltrona esalasse un tenue profumo, e che la sua imbottitura fosse pesta.
Quindi molte voci gli giunsero dal di fuori. Un gruppo di mugiks aspettava alla porta del castello, col capo scoperto, di essere introdotto per salutare il padrone.
Questa abitudine servile, rimasta anche dopo l'emancipazione, gli trasse sulle labbra un amaro sorriso; ma la porta a vetri stridè, e tutti i mugiks s'inchinarono, alcuni sino a toccare colla fronte la neve. Il principe si era presentato sulla soglia a ringraziarli, preferendo evidentemente di non riceverli per non ammorbare la casa col puzzo delle loro pelli. Quella scena durò a lungo. Forse i mugiks avevano qualche cosa da chiedere all'antico padrone, e v'insistevano colla loro tradizionale tenacità, seguitando ad inchinarsi dopo ogni parola, come in chiesa, durante la messa. Colle figure tozze, coperte di pelliccie di montone, la chapka in mano, i lunghi capelli sulle spalle e le barbe anche più lunghe, piantati sulle scarpe larghe di vimini, fra l'abbacinante candore della neve formavano un quadro di un vigore straordinario. Stavano ordinati su tre file, ma non parlavano che quelli davanti.
Loris si ricordò il quadro di Gerôme «Ave, Cæsar, morituri te salutant.» Quindi indietreggiarono, curvandosi ancora di più, parlando tutti in una volta, e la porta tornò a stridere sui cardini.
Allora Loris vide una signora vestita di bianco, sotto il lampadario, nel mezzo del salone, che lo guardava. Da quanto tempo? Così nell'ombra non potè discernere la sua fisonomia; egli pure volgendo le spalle alla finestra restava colla faccia al buio, ma indovinando in lei la moglie del principe abbassò lievemente la testa ad un inchino.
La signora era alta, bionda, coi capelli rialzati sulla fronte; la vesta amplissima le cadeva intorno a pieghe grosse e rigide, quasi ieratiche.
Loris seguitò ad inoltrarsi, ma nel passare dinnanzi alla finestra la sua fisonomia s'illuminò.
La signora gettò un grido, rinculando con un gesto di spavento:
— Voi! esclamò con voce strozzata.
Non intesero un passo nell'anticamera.
La signora lo guardava fiso, colla bocca convulsa, arretrando lentamente; ne' suoi occhi sbarrati brillava una luce insopportabile. Loris la riconobbe; era lei, sempre così bella, diventata più alta e più magra. Le trovò subito quell'impercettibile neo all'angolo sinistro della bocca, ma egli stesso era sconvolto, si sentiva sommergere.
Ella indietreggiava verso il piano-forte, strisciando sul tappeto, con una mano protesa e la testa gettata indietro attirandolo.
Poi si volse all'uscio, di cui la maniglia aveva girato, e cadde svenuta.
Il principe si slanciò per sostenerla.
Loris era rimasto al proprio posto.
Il principe sollevò la signora con una forza che, a vederlo così emaciato, non gli si sarebbe supposta; la distese sopra un divano, le mise un cuscino sotto la testa, le ravviò la veste sui piedi, che penzolavano ancora sul tappeto, e curvo su lei, più smorto di lei, la contemplava. La signora aveva rimasto gli occhi aperti, i denti le tremavano.
— Non le avete parlato? chiese a Loris.
— Mi sono voltato dalla finestra udendola passare; l'ho vista cadere nel momento, che siete entrato.
— Una delle sue crisi! rispose il principe, che si era già rivoltato: questa volta non sarà forte. V'intendete di medicina?
— Ne ho letto qualche libro.
— La principessa è nevropatica; ma si torse ancora, studiandola colla acutezza di un medico; vedete: sono sicuro che c'intende, ma non può muoversi.
Loris rimase impassibile. Il principe aveva preso il polso dell'ammalata, e lo stringeva fra le proprie mani. Ella pareva una statua; i suoi occhi appannati erano divenuti come due turchesi.
Il principe s'irritò; quel riserbo di Loris gli parve affettato.
— Vorreste avere la bontà, gli disse con un certo stridore nella voce, di scendere ad avvisare il primo servo che incontrerete, di mandare qui Sonia, la vecchia cameriera della principessa?
Loris, s'inchinò senza gettare uno sguardo alla signora.
Loris era figlio di un pope.
Come tutte le famiglie sacerdotali della Russia, quella di suo padre e di sua madre si perdevano nella stessa antichità dell'altare che servivano, in un esilio dal mondo senza speranza di potervi rientrare. Nessun pope infatti poteva, sino al 1864, uscire dalla propria casta che degradato da una condanna in Siberia, o nell'esercito; a nessun pope, perchè ammogliato, era permesso di salire nell'alta gerarchia della chiesa, riserbata al clero nero dei monaci.
Il padre di Loris, figlio di un povero curato di Kourlak, nel governo di Voronege, era cresciuto nella triste infanzia di tutti i suoi pari; la parrocchia, vasta quanto una diocesi italiana, non aveva che pochi villaggi composti di alcune isbe, abbandonati a grandi distanze, e rendeva assai poco. Il vecchio pope, magnifico esemplare dell'antico stampo tutt'ora comunissimo in Russia, buono ed ignorante, s'ingegnava a munger danaro ai contadini disimpegnando le proprie funzioni, come un qualunque altro impiegato, colla massima negligenza e con tutta la corruzione possibile; ma, contento di vivere, lasciava vivere gli altri alla meglio. Se pregava poco e non pensava affatto, beveva quasi più del possibile, e per unico orgoglio aveva la magnifica voce da basso del proprio diacono. Sua moglie invece, troppo cagionevole di salute, non poteva nemmeno partecipare alle loro lautezze brutali ed intermittenti. Quando venne l'unico figlio, dopo tre figlie morte successivamente a poca distanza dalla nascita, egli lo chiamò per devozione Nicola, mettendolo così sotto la protezione del massimo santo ortodosso, di quello che, secondo la leggenda russa, deve ereditare da Dio, divenuto finalmente troppo vecchio, l'impero del cielo.
Ma il bambino si sviluppava così malaticcio da inspirare continui timori di morte. Il padre, robusto e colossale, non poteva persuadersi di tale mingherlina struttura, prodotta forse dai proprii eccessi alcoolici. Poi Nicola cominciò a mostrare molto ingegno, e il padre se ne compiaceva, come di un elemento amabile di conversazione, senza un sospetto dei pericoli, che tale superiorità potesse attirare sopra un pope, legato all'altare come un servo alla gleba, nel più orribile degli isolamenti.
A sedici anni Nicola, avendo compiuto il corso del seminario diocesano, entrò nell'accademia di Kief, una delle quattro maggiori, e vi si fece tosto notare sfavorevolmente per la energia indomabile dello spirito. In quella vita tumultuosa di collegio egli fu uno dei più calmi e, nel medesimo tempo, dei più insubordinati; invece di abbandonarsi, come tutti i suoi compagni, a quegli scandali col vino e colle donne, divenuti popolari in Russia dopo le novelle di Pomialovsky, un figlio di pope morto a trent'anni di miseria e di stravizî, egli divenne il precettore della loro incredulità e il capitano delle loro rivolte. Tale iattanza di indisciplina, troppo frequente nei seminari russi per mettere pensiero ai superiori, perchè tutti quei chierici mal'educati andrebbero poi ad esaurirsi nella solitudine delle parrocchie senza poterne alterare la vita tradizionale, assunse allora per opera di Nicola proporzioni più gravi. Si dovettero adoperare più spesso le verghe, benchè da poco tempo abolite; Nicola stesso vi passò più di una volta. Naturalmente il supplizio, da lui sopportato con stoicismo feroce, mutò il suo disprezzo per la religione in odio, e la sua miscredenza in pessimismo. Di ribelle crebbe a nemico. Quindi raddoppiò di ardore negli studi, leggendo di straforo tutte le opere di esegesi ecclesiastica, distruggitrici della verità cristiana, che allora uscivano dalle grandi università tedesche. Poi a scuola le sue obbiezioni, presentate sempre colla più sottile ironia, impacciavano spesso il professore, sino ad impedirgli la risposta fra lo scherno della scolaresca, mentre la sua empietà, più profonda degli stessi misteri cristiani, trovava sempre un dubbio dopo qualunque prova, o inventava una avvilente interpretazione umana pei dogmi più divini.
A poco a poco s'impose ai professori.
Era piccolo, magro, con una fisionomia quasi di donna, che avrebbe potuto essere bella, se un avvizzimento precoce non l'avesse sciupata. Aveva la fronte alta e ripida del combattente, la bocca un po' storta, quasi dolorosa, specialmente dopo aver parlato, e allora i suoi occhi stranamente neri lanciavano spesso occhiate, che parevano bestemmie. Nè al seminario, nè all'accademia aveva contratto vere amicizie; i suoi compagni più invidiosi lo dicevano senza cuore, ma allorchè un vecchio maestro di storia ecclesiastica, ammirato del suo ingegno, gli consigliò di entrare nei monaci per avere così l'adito ai più alti gradi della chiesa, egli rispose freddamente che non poteva abbandonare i genitori.
— Non desideri piuttosto di prender moglie?
— Credete la fornicazione dei monaci meno voluttuosa del matrimonio? ribattè Nicola.
Infatti, accettando la propria condizione, sposò per essere ordinato pope la figlia di un curato vicino, e tornò nella propria parrocchia a sostituirvi il padre, reso impotente dalla continua ubbriachezza. Ma in questa decisione l'amore di famiglia era entrato ben poco; era stato piuttosto uno scoramento disperato a rigettarlo entro l'orbita infrangibile della chiesuola paterna, mentre la religione non gli parerà che una volgare commedia, doppiamente necessaria all'ignoranza dei mugiks e all'autocrazia dello Stato. Egli avrebbe dovuto egualmente servire dovunque; anzi, salendo nella gerarchia, la necessità di mentire sarebbe cresciuta ad ogni scalino, consolata solamente dalla crudele comodità di poter tiranneggiare qualche povero curato.
Non ne valeva la pena.
Allora ogni rivoluzione era impossibile. Non restava che vivere da sè stesso, scorazzando come un cosacco a cavallo pei campi della fede, divertendosi a saltare gli ostacoli, davanti ai quali tutti s'inginocchiavano. Nessuno ne avrebbe mai sospettato, ma che importavano gli altri? Sapere per sapere era la divisa del suo giovane orgoglio. Laonde organizzò la propria piccola vita. Era povero; sua moglie, Maria Alexewna, non gli aveva portato che trecento rubli di dote; la chiesa non possedeva che dodici desiatine in terreno, poco più che dodici ettari, ma la metà solo era devoluta al pope. Tre desiatine andavano al diacono, il resto si divideva in parti eguali fra il cantore e il sagrestano. Poi le terre erano tutt'altro che di prima qualità. Con sì magre risorse la famiglia stentava dolorosamente la vita. I contadini, che avrebbero dovuto lavorare gratuitamente i campi della chiesa, gettandosi l'un l'altro la soma, finivano spesso coll'evitare quest'obbligo e lasciare il curato nella più crudele perplessità, giacchè al tempo dei lavori la scarsezza delle braccia rendeva difficile il trovarne, quand'anche, e il caso era piuttosto raro, egli ne avesse avuto il danaro sufficiente. Negli ultimi anni, il vecchio pope era stato costretto più di una volta a condurre da sè il proprio aratro.
La miglior rendita era sempre il casuale; ma anche di questa una grossa parte era riserbata alle case della diocesi e del Santo Sinodo, così che al pope non rimaneva che l'incasso dei battesimi, dei matrimoni, delle confessioni, dei funerali, perchè in Russia tutti i sacramenti si pagano, e tre o quattro giri annui pei campi, benedicendo le messi o maledicendo agli insetti, che le guastavano. Ma anche quest'ultimo ricolto bisognava contenderlo agli stregoni, spesso più creduti dei pope dai contadini.
Il noviziato fu duro.
Per quanto figlio di pope ed allevato in una famiglia, ove l'abitudine secolare aveva tolto ogni ripugnanza a tali mercati rendendone come incosciente l'ipocrisia necessaria, Nicola, nella propria nuova superbia di libero pensatore, ne soffriva. Il suo profondo disprezzo per la ortodossia diventava passione, quando doveva servirsene fatalmente per carpire a quei poveri mugiks tanto da vivere; quindi ogni discussione sul prezzo di un sacramento con loro, usi a difendere sino agli estremi i propri scarsi kopeks, lo esasperava oltre ogni prudenza. Avrebbe voluto cacciarli di casa a pedate, gridando loro che la religione era la più stupida delle truffe, e Dio il più malvagio dei fantasmi; ma le strettezze della famiglia glielo vietavano. I suoi vecchi genitori erano ammalati, il diacono, il cantore e il sagrestano instavano per la riscossione di questi piccoli emolumenti, sui quali era loro devoluta una quota, e venivano a parlare con lui delle funzioni necessarie, abbandonandosi a tutti i calcoli del mestiere coll'ingenuo impudore di una ignoranza non priva di fede. Egli solo, ateo, s'irritava talora alla poca meraviglia, che essi facevano del suo ateismo; nemmeno sua moglie Maria Alexewna se ne commuoveva.
Ella pareva non occuparsi apparentemente di nulla. Era una bella donna dalla fisonomia calma, con una meravigliosa capigliatura bionda, che le si ammassava sulla testa come un cimiero. Il suo volto ovale si appesantiva leggermente nella parte inferiore, mentre le guancie le sfumavano nel collo, tondo e grasso, di un bianco quasi troppo puro. Camminava lentamente, cogli occhi grandi intontiti, e un'aria di stanchezza, che la faceva sembrare più bella, irritando gli stessi desideri, che ispirava. Aveva gli occhi cilestri, le mani paffute e affusolate, i piedi piatti, le orecchie piuttosto grosse; ma la sua bocca larga, senza essere sensuale, mostrava i denti grandi, di una bianchezza lucente dietro il rosso umido delle labbra. Cantava con voce di soprano, gelida e pura.
Il marito la trattava bene senza amarla; Maria Alexewna invece lo adorava.
Da principio le era appena piaciuto. Poi quell'uomo, sempre in orgasmo, violento ed infelice, che parlava a scatti, nel quale il pensiero aveva dei riflessi di incendio e la parola dei murmuri di tempesta, l'aveva affascinata. Ella aveva subìto la sua prima foga maschile in uno stordimento, dal quale non era ancora del tutto rinvenuta, e nel quale s'immergeva volta per volta come in un bagno di vapore. Presso a lui si sentiva fiorire, ma non glielo diceva, non sapendo nemmeno come mostrarglielo, mentre egli la credeva fredda e di una intelligenza meno che mediocre. Talvolta quella calma lo esasperava: ella invece lo involgeva nel proprio sguardo limpido, dominandolo colla sicurezza di un amore sano e tranquillo.
Perfino le sue continue bestemmie non la turbavano. Ella considerava la religione come un mestiere di famiglia, non troppo buono, perchè tutte le sue memorie e i discorsi intesi dalla gente della sua casta erano di lagnanze; però in fondo alla religione v'era un'altra cosa, che tutti i pope ammettevano, per la quale talora officiando sembravano trasfigurarsi. Quando Nicola, avventandosi contro l'idea di Dio, ricadeva sopra sè stesso, nello spasimo inconsolabile di sentirsi prete e di non potere essere altro, ella non vi dava più importanza che ai tanti sfoghi, spesso consimili, uditi nella propria famiglia.
— Tu credi in Dio, tu!? egli le gridò una volta.
— Non lo vuoi?
— E che m'importa?
— Farò come desideri.
Questa sublime semplicità lo scosse.
Ma invece di rassegnarsi a quella vita, egli se ne crucciava ogni giorno più. Poi gli morirono il padre e la madre; dovette prendere un altro diacono, mutare il sagrestano. Quando tutti questi cangiamenti furono compiti, egli avvallò nella più desolata misantropia. Aveva esaurito ogni eventualità della vita; d'ora innanzi che cosa potrebbe più accadergli in quell'esilio dal mondo? La morte della moglie? I canoni gli impedirebbero allora di prenderne un'altra; solamente per una benigna e recente interpretazione gli si permetterebbe di seguitare nell'esercizio della parrocchia. Ma egli se ne andrebbe piuttosto, non sapeva dove, ma fuori della Russia, a morire almeno non prete, libero come tutti gli altri uomini.
Col nuovo diacono si vedevano il meno possibile. E siccome in Russia il sacerdozio è interdetto ai diaconi come il vescovado ai pope, quegli era al solito un chierico non passato agli esami, e condannato quindi tutta la vita al servizio subalterno dell'altare. Era di piccola statura e di poca voce, coi capelli crespi e la faccia terrea; si chiamava Popiel. Nicola fiutando in lui un nemico, n'ebbe quasi piacere, per battagliare almeno con qualcuno, ma l'altro si mostrò quasi servile, e rimase scapolo.
Nicola viveva nella piccola casa, rifabbricata dal padre coi propri danari, a fianco della chiesa. La casa in legno aveva una stalla per la vacca, della quale il latte era un gran sollievo per la famiglia; ma, segno di vera miseria, Nicola non teneva cavallo. Quindi, allontanandosi dalla chiesa, doveva chiederne uno a qualche contadino.
Quanto al padrone del villaggio, assente da molti anni, Nicola si ricordava di averlo visto solo due volte da fanciullo; era un signore, il principe Khovanski, discendente di Guidemino, dell'antica casa di Lituania nota in Europa sotto il nome dei Iagelloni, nobiltà di primo ordine, la sola capace di lottare con quella dei discendenti di Rurik. Era celibe e ricchissimo. Possedeva nel paese quarantamila ettari, così, che per ispezionare tutte le proprie terre, doveva più volte mutare di cavalli; ma non vi aveva soggiornato che a grandi intervalli. Il vecchio pope si era sempre lagnato de' suoi modi soldatescamente aristocratici. Giammai era stato ricevuto al castello, nemmeno per pasqua, quando faceva il giro di tutte le case benedicendo; non gli si lasciava oltrepassare il vestibolo, ove i servitori sguaiati gli offrivano la vodka, gettandogli nel paniere l'elemosina.
Nullameno il vecchio pope non aveva mai smesso quella pratica, e perchè l'elemosina del principe era la più abbondante, e per non attirarsi con un atto di ribellione la sua inimicizia. Nicola invece, profittando dell'assenza del padrone, si era contentato di mandare solamente il diacono a benedire il castello, sebbene se ne fosse mormorato nel villaggio; ma l'intendente non glie ne aveva detto parola.
Nell'immenso fermento ideale suscitato in Russia dalle dottrine di Hegel, questi sembrava esservisi sostituito a Napoleone, spostandola nuovamente dalla sua base storica. Un inconsolabile dolore occupava allora l'anima russa. Dopo che Napoleone aveva sommosso colle proprie legioni tutta la terra russa, Hegel ne aveva, col proprio pensiero, mutato il cielo. Nei circoli intellettuali non si poteva più essere russi che negando ogni valore al passato per scagliarsi attraverso l'Europa, ad un avvenire ancora troppo lontano per l'Europa stessa.
Nicola si era slanciato sull'hegelianismo come un areonauta, che abbandonando la terra vi getta appena uno sguardo per misurare tutta la distanza già percorsa; ma se nel fervore del primo entusiasmo aveva creduto alla nuova dottrina colla fede di un neofita, presto il freddo di tutte quelle astrazioni lo sorprese. Il suo pensiero russo soccombeva al giuoco di quella dialettica, insopportabile a forza di essere invincibile, e che dissolveva ogni realtà della vita in una serie di controposizioni teoriche. Siccome per Hegel il dolore era un'ombra, attraverso la quale l'anima doveva passare per essere più bianca, Nicola sentiva così degradati tutti i propri patimenti. Perchè soffriva egli dunque tanto, se ogni punto della vita non era che un passaggio, e la verità e la felicità erano solo nella coscienza intellettuale di tutti questi trapassi? Egli si ribellò. Come un areonauta assalito nell'etere più puro dalla nostalgia della terra, lacerò il proprio pallone per ricadervi almeno cadavere.
Quindi da Hegel precipitò su Schopenhauer, concependo il mondo come una demenza della volontà divina, che il pensiero poteva interrompere colla propria morte. Questo nuovo sistema, allora nella massima voga, lo ubbriacò di dolore e di vanità. La sua prima ribellione al cristianesimo, dietro le critiche di Feuerbach e di Strauss, non gli parve più che ben piccola; altre rivolte gli si accesero in cuore, altri odi lo sollevarono terribilmente in alto contro tutte le autorità della terra. Se la vita era naturalmente infelice, tanto peggio per essa; ma perchè era anche socialmente sventurato? Perchè alcuni profittavano di tutti i suoi pochi beni, spingendo la miseria degli altri fino alla morte? Quantunque segregato dal mondo, col quale comunicava mediante libri e giornali, e gli uni e gli altri gli erano prestati da un condiscepolo d'Accademia, divenutovi professore, egli sentì la nuova tormenta. Qualche gran cosa si preparava nella storia. Mentre il volgo innumerevole dei mugiks seguitava a vivere nella stessa brutalità millenaria, quanti in Russia pensavano erano in preda agli spasimi della concezione. L'incredulità, già secolare nell'aristocrazia, era discesa nella classe dei mercanti; nessuno credeva più a nulla. Il governo era appena un'amministrazione, nella quale si entrava per la paga, l'ortodossia non serviva più che alla superstizione delle plebi rusticane, la filosofia stessa si sgretolava sotto i colpi della scienza. Darwin, alla testa di tutti i grandi naturalisti, dissipava i vecchi sistemi ideali; bisognava vivere nella natura, profittando di ogni sua risorsa, cancellando nella sua eguaglianza tutte le differenze sociali. I poeti cantavano già dinanzi alla rivoluzione, come gli alcioni prima della tempesta: Ogareff e Negrassof gettavano sospiri ed imprecazioni, Lermontoff era morto tragicamente, Hertzen da Londra col suo Kolokol, la campana, suonava i vespri della vecchia società; Tcherniscevskj, maggiore di tutti, povero figlio di pope, riunendo la scienza di Proudhon all'eloquenza di Lassalle, scrollava i cardini dell'impero e di tutta la vecchia economia. Il suo romanzo «Che fare?» in risposta a quello di Hertzen «Di chi la colpa?» era diventato il vangelo della nuova generazione. E Tcherniscevskj era stato deportato in Siberia: tanto meglio! I martiri abituano i timidi alla morte.
In preda al delirio di una rivincita, della quale gli sfuggiva la formula, egli declamava seco stesso dal fondo del proprio villaggio, paragonandosi a Tcherniscevskj. Ah! era tempo di rovesciare questo barocco edificio cristiano, e di riaprire il tribunale della coscienza umana per citarvi tutte le istituzioni sociali. Spesso il giudice s'addormenta e la ghigliottina s'irrugginisce, mentre quanto è falso trionfa nell'orgoglio dell'impunità: ma basta un colpo, talvolta lieve come un alïare di farfalla, per destare il giudice, e una terribile giustizia ricomincia. Allora nessuna pietà a quelli che non ne ebbero, perchè ogni misericordia ricondurrebbe il passato; o giustiziare e procedere, o graziare e cadere a mezzo il cammino.
In questo tempo gli nacque Loris.
Erano gli anni dell'emancipazione dei servi: Loris nacque nel 1862, d'estate, quando tutta la natura era in festa. Il padre ne delirò. Quella nuova vita, che rampollava dalla sua, fu per lui una riconciliazione.
Profittando di un'assenza del diacono, non battezzò il bambino, e disse poi di averlo fatto, perchè non crescesse col peccato originale della religione. La moglie non lo seppe mai; d'altronde Loris figurava sul registro della parrocchia. Ma la miseria in casa era cresciuta da tutte quelle idee ribelli. Da molto tempo egli non domandava più ai mugiks il prezzo dei sacramenti, e questi, invece di essergliene grati, ne lo disistimavano maggiormente. Quando soppresse l'uso di dare loro un bicchiere di vino caldo, subito dopo la comunione, ricevendone il prezzo come un'elemosina sopra un bacile, il malumore crebbe spaventosamente; però una circolare del Santo Sinodo venne per caso a sostenere questa sua arbitraria riforma. Poi nella confessione non faceva più ai penitenti la domanda sacramentale: hai tu peccato? Ma li assolveva gratuitamente prima che avessero parlato. Non potendo abolire le feste dei santi, vi attese con negligenza, nel dire la messa alle domeniche talora parve più che distratto. Però una volta gliene incolse male durante una siccità. Avendo sulle prime ricusato di far le solite preghiere, e poi benedetti i campi invocandovi indarno la pioggia, i contadini, già sospettosi della sua fede e sobillati dal diacono, lo afferrarono e lo tuffarono nel fiume per ottenere così la pioggia con questo nuovo battesimo inflitto al curato.
Egli ne ammalò.
Il suo odio ai mugiks crebbe per la ingratitudine, che opponevano a tutti i sacrifici delle sue riforme, e per la cocciutaggine, colla quale passavano agli stregoni il danaro loro risparmiato nei sacramenti. Eppure egli tollerava anche gli stregoni, dicendo che non valevano meno di lui.
Un'altra volta fu redarguito severamente dal protopope, ispettore del clero; ma fu prudente, e tacque pensando a Loris.
Il fanciullo cresceva bello ed intelligente; aveva il volto del padre e il corpo della mamma. Era biondo, agile e robusto come un lupetto. Il padre guardandolo si sentiva spinto verso lui da impeti di ammirazione; la madre invece, Maria Alexena, non pareva sorpassare l'affetto ordinario delle donne pei bambini. Tutta la sua passione era per il marito, del quale subiva ogni più stravagante volontà, come quelle riforme che si risolvevano in tanti disastri domestici.
Nicola si era fatto l'istitutore di Loris per educarlo, come James Mill aveva fatto col proprio figlio Stuart, divenuto poi il più illustre economista dell'Inghilterra. Quindi, invece di insegnargli il russo, gli parlava greco leggendogli Omero in luogo della bibbia. I primi libri, che gli pose in mano, furono di scienze naturali, poi gli raccontò la storia come una trama di delitti commessi dai potenti sugli umili, attraverso la frode di tutte le religioni ingannanti i miseri con una speranza ultramondana. Egli, che detestava i mugiks, s'inteneriva talvolta, parlando con Loris, della loro condizione; ma i nemici erano i ricchi, coloro che governavano a Pietroburgo, i nobili, i funzionari, i soldati, tutti. A ogni strettezza economica, quando in cucina mancava il pane, o Loris aveva freddo, ed egli faceva dalla moglie disfare uno dei proprii abiti per riadattarlo al fanciullo, la sua passione scoppiava in un delirio di parole.
— Tientelo a mente, figlio mio!
Una volta, il giorno prima della festa di S. Elia, lo condusse in chiesa; il ragazzo aveva già passati i dieci anni.
Tutto era pronto. La chiesa piccola, in quell'ora e in quella luce, sembrava più solenne; dinanzi all'iconostase bruciavano alcuni ceri. Loris, che per la propria età era fin troppo sviluppato, e in quella violenta educazione aveva perduto la gaiezza primaverile, s'accorse dal viso del padre che stava per dirgli qualche cosa d'importante. Infatti questi gli aperse le porte dell'iconostase, che solamente lo Czar può varcare il giorno dell'incoronazione, mostrandogli il tavolo, sul quale durante la messa, invisibile agli occhi dei fedeli, avveniva la consacrazione. Poi gli spiegò nuovamente tutti i santi, le loro immagini comprate sui mercati, incoronate da diamanti finti, rilevate sopra un fondo di oro falso; gli ridisse con poche frasi tutta la propria vita, l'umiliazione di quel mestiere di pope, la miseria di quell'esistenza priva di scampo, assicurandolo che lo avrebbe allevato per tutt'altra carriera. Egli lo lascierebbe libero nella scelta, ma doveva essere una carriera di rivincita; quando Loris sarebbe uomo, o la rivoluzione sarebbe già scoppiata, o starebbe per scoppiare.
— Io sarò vecchio allora, se pure sarò vivo, perchè mi uccido per te. Non importa, ma dovrai vendicarmi. Guarda, questa è la chiesa. Gli uomini l'hanno costrutta per alloggiarvi Dio, come si fabbrica una stalla per la vacca; davanti a questi muri vengono a pregar Dio, che non c'è, e che dovrebbero odiare, se ci fosse. Nullameno, e la voce gli tremava, questo è il luogo che gli uomini credono più sacro sulla terra; se non è il tempio di Dio, è il cimitero di tutte le loro speranze. Tu sei ora in stato di comprendere: devi giurarmi di vendicare un giorno tutto ciò, che il mondo ci avrà fatto soffrire.
Il ragazzo aveva impallidito.
Il padre lo lasciò un istante per andare dietro l'iconostase, e ne ritornò con una pisside.
— Ecco il Dio degli uomini! Essi credono di nutrire le loro anime con queste ostie, mentre non hanno spesso abbastanza della medesima farina per satollare il loro stomaco.
Loris sollevò in faccia al padre i begli occhi verdi.
— Perchè ti sei fatto pope? esclamò cacciando fanciullescamente la mano dentro il vaso, e traendone alcune ostie, che si sgretolarono.
— Dovessi tu essere stritolato del pari, giurami che combatterai.
— Sì, babbo, rispose il ragazzo, lanciando in aria tutte le briciole sacre, che ricaddero lentamente come tante farfalle bianche.
Quando uscirono dalla chiesa, il padre gli disse a bassa voce:
— Non dirai niente alla mamma.
Quella scena, della quale Loris conservò uno indelebile ricordo, agì potentemente sulla sua immaginazione. Il giorno stesso il padre aveva ricevuto dal vescovo una lettera di avviso, che la sua parrocchia non sarebbe compresa nell'elenco di quelle soccorse dal bilancio dei culti; quindi sospettò di cattivi rapporti mandati sul conto suo al vescovado. Il diacono Popiel, recandogli la lettera, pareva infatti più ilare. Questi, avendo fatto una piccola eredità e conoscendo le orribili condizioni del pope, sperava di poterlo dominare, se la miseria gli crescesse ancora; ma in fondo covava una lubrica passione per Maria Alexewna, alla quale non aveva mai osato rivolgere la più piccola parola di confidenza. Ora tutto cospirava in suo favore; i contadini non avevano lavorato le terre della chiesa, e avevano giurato di non farlo per punire il pope della sua irreligione. Nicola, troppo altero per raccomandarsi, aveva messo il colmo alla loro esasperazione, mandando solamente il diacono a benedire le case nel giro di pasqua. Poi gli era morta la vacca; e di debito in debito aveva dovuto scendere a contrarne uno col maggiore degli stregoni, che abitava nel villaggio vicino. Questi se ne era vantato, moltiplicando lo scandalo.
Nicola vi opponeva il più nervoso disprezzo, ma la posizione della famiglia l'angosciava. Come vivere? Come educare Loris? A chiedere per lui una borsa in un seminario, espediente cui ricorrevano quasi tutti i pope, magari col proposito di sottrarre poi i figli al sacerdozio, Nicola non ci pensava nemmeno. Nel suo concetto Loris doveva crescere mondo di quella scabbia, che a lui aveva per sempre guastata la vita. Egli si sentiva abbastanza dotto per proseguire la sua educazione, ma capiva che a Loris occorreva sopratutto la vita del mondo, fra gli uomini, che avrebbe un giorno dovuto dominare, perchè l'ingegno del ragazzo si rivelava ogni giorno maggiormente. La sua serietà precoce, il suo coraggio, l'alterezza che gli faceva già ripudiare la mamma, e non piegava più che dinanzi alla dottrina del padre, lo rendevano stranamente singolare. Popiel lo temeva; i mugiks invece si erano innamorati della sua bellezza e del suo contegno signorile.
Ma il ragazzo, affettando una indifferenza spartana per ogni genere di pasto, provava già nell'anima un dolore spasmodico per la miseria dei propri abiti.
Quel giorno, essendo a caso entrato nella camera del padre, lo vide abbandonato sullo scrittoio piangendo; poi sopravvenne la mamma, che pianse anche lei.
— Quest'inverno non ci sarà più nulla in casa.
— Ci faremo cosacchi, disse Loris; prenderemo i due cavalli a Ivano Serguevich (era questi il più ricco contadino) uno fra i mangiatori del mir, e ci metteremo in campagna ad assaltare i ricchi.
Maria Alexewna si mise le mani nei capelli con un gesto di orrore, ma il ragazzo, che si attendeva un bravo dal padre, vedendolo tacere, uscì indispettito. Poi la miseria crebbe ancora. Tornò l'inverno e la neve ricoperse tutta la steppa. I mugiks, sepolti dentro le isbe, non ne uscivano più che alla domenica per venire alla parrocchia; essi conoscevano la miseria del curato, così dolorosa che a certi giorni gli mancava la legna per la stufa e non aveva da mangiare; ma che importava loro? Era la pena della sua empietà. Perchè qualcuno del clero non soffrirebbe, almeno una volta, la loro miseria? Diacono, cantore e sagrestano non andavano più da lui che per ragioni di ufficio, aumentando colle insinuazioni il suo discredito nel popolo. Egli taceva con loro, ma si sfogava in casa colla moglie e con Loris. Da un viaggio a piedi sino a Voronege, per domandare soccorsi ad un antico compagno di scuola, non n'era tornato che con pochi rubli ed alcuni libri per Loris. Quindi, per disperazione, si diede alla caccia nella foresta dipendente dal castello, lontana dalla chiesa dieci verste, tirando su tutto, anche sui lupi, che portava a casa a pezzi, scuoiati, per ingannare la moglie e il ragazzo. Loris studiava i libri, che già conosceva; dopo il greco aveva imparato il latino, poi il tedesco, sapeva i classici; era passato attraverso la bibbia, e la sera il padre lo istruiva nella teologia, rivoltandone tutto il significato. Ma Loris non parlava quasi mai colla mamma. Finalmente un giorno volle accompagnare il padre a caccia, armandosi di una accetta, perchè in casa v'era un solo fucile.
Quella nuova vita nella foresta, piena di caverne abbandonate, ove si riposavano per cuocere sulle bracie la carne degli animali uccisi, gli fece bene. Partivano la mattina e non tornavano che a notte; un mugik settario del Raskol, Andrea Arsenief, col quale Nicola era sempre stato cortese iscrivendolo senza compensi sul libro di coloro, che frequentavano la chiesa, regalò a Loris un grosso veltro capace di affrontare il lupo. L'intendente del principe Kovanski gli diede una cagna da caccia, piccola ed intelligente. Allora Loris fu felice quando la sera, offrendo alla mamma un pezzo di carne, gli sembrava di presentarle un trofeo; ella accettava con un sorriso, ma ne mangiava di rado.
Vi erano nullameno i giorni tristi, nei quali era impossibile sorprendere alcun animale. Allora per la foresta il freddo cresceva, e li coglieva la paura d'incontrare una banda di lupi. Infatti una volta, che dovettero battersi contro cinque o sei di essi, la cagnina rimase sul terreno. Loris era stato meraviglioso di coraggio. Invece di mettersi dietro al padre, come questi gli ordinava, si era slanciato contro quelle piccole ma terribili belve, roteando la scure per difendere Aiace, l'altro grosso cane. Nicola, non osando far fuoco pel timore di colpire il ragazzo, si era precipitato col fucile brandito a mazza. Tre lupi erano rimasti morti, gli altri erano fuggiti.
Loris aveva ricevuto un morso in una gamba, ad Aiace penzolava un orecchio, ma armato di un grosso collare di ferro a punte, si era difeso eroicamente. L'indomani Nicola volle proibire a Loris d'accompagnarlo.
— Perchè hai tu paura per me, se mi dici sempre che non dovrò aver paura di alcuno?
Il padre lo abbracciò.
Ma il guaio peggiore era la mancanza di legna. A casa la povera Maria Alexewna non aveva come scaldarsi, mentre il termometro segnava venticinque gradi sotto lo zero, e quindi stava la maggior parte del tempo a letto. Cucina in casa non se ne faceva. Una sera Loris tenne tanto a bada il padre nella foresta, che questi si impazientì; ma allora il ragazzo, invece di rispondere, si mise coll'accetta a tagliare della legna e ne fece due fasci, che portarono a casa trafelando, meno ancora per la fatica che per la paura di essere visti. Nullameno la mamma si ammalò gravemente. La disperazione li sorprese; nella parrocchia non c'erano medici, nemmeno un felschéry, uno di quei flebotomi, che li sostituiscono. Per far venire un dottore da Voronege sarebbe occorsa una somma impossibile a raggranellare, anche vendendo le poche ultime masserizie. In quei giorni padre e figlio non si parlarono più. Vegliavano insieme l'inferma, che non mangiava e non beveva passando da una dormiveglia ad un coma profondo. I denti le erano diventati neri e gli occhi vitrei. Alcuni mugiks portarono un po' di vodka con un paio d'oche per fare il brodo; dopo due settimane l'intendente mandò una mezza bottiglia di cognac. Non vi furono altri soccorsi. Loris si era offerto di andare a piedi sino a Voronege per cercare un medico, che venisse gratuitamente, ma il padre a questa sua generosa inesperienza rispose con un sorriso straziante. Nullameno egli doveva soffrire un più insopportabile tormento, quando fra la messa della domenica era costretto a cantare coi mugiks una preghiera a Dio per la guarigione di lei.
Finalmente dovette ricorrere per danaro a Popiel, che lo desiderava da lungo tempo. Nicola lo odiava come la propria spia; ma egli solo poteva in quel momento soccorrerlo. Infatti gli diede venti rubli, mostrando molto desiderio di vedere l'ammalata. Nella camera di Maria Alexewna sempre chiusa per la paura del freddo, il fetore si era fatto così acuto, che il diacono entrandovi si senti come respingere dalla soglia. Loris, pallido e disfatto, stava al capezzale, asciugando il sudore dell'ammalata con un fazzoletto sudicio; ella pareva già morta. Popiel uscì, ancora più nauseato che atterrito, rimpiangendo i propri venti rubli.
La malattia durò quattro mesi; poi coll'inverno la miseria crebbe ancora. La convalescente avrebbe avuto bisogno di cibi cari e sostanziosi, mentre in casa non si mangiava che pane di segala, e qualche volta un po' di pesce salato. Ella pareva intontita, li riconosceva appena. L'appetito le tornava lentamente fra mezzo a nausee e a inappetenze nervose. Un giorno Loris le presentò un pezzo di merluzzo fresco, che imponendo silenzio al proprio orgoglio, era andato a chiedere ad Andrea Arsenief, il settario del Raskol; ella lo respinse con un gesto di disgusto.
Loris si morse le labbra a sangue per frenare una imprecazione.
Ma ella non guarì più. Rimase sempre così magra, di un bianco giallognolo, con una piccola tosse, che ogni tanto le scuoteva il petto. La miseria l'uccideva. Finalmente anche Nicola ammalò, quantunque non volesse porsi a letto. Che cosa sarebbe stato di Loris in questo caso?
Il ragazzo, oramai di quattordici anni, ne mostrava molti di più; il suo volto era di uomo, sul quale la vita ha già impresso le proprie stimmate dolorose. Adesso Nicola avrebbe voluto farsi pagare i sacramenti dai mugiks, ma questi, abituati a riceverli gratis, gli promettevano furbescamente il danaro senza darglielo. Allora minacciò che all'Epifania non avrebbe mandato nemmeno il diacono a benedire le loro isbe; ma Popiel si ribellò, dicendo che avviserebbe il vescovo, o farebbe magari di propria iniziativa il giro delle benedizioni. Ne nacque una scena.
Un mese dopo il vescovo di Voronege, Dmitri Telivanof, venne in visita al villaggio con una vettura a quattro cavalli, un arciprete e due chierici. Nicola, che avrebbe dovuto andargli incontro oltre il villaggio ed ospitarlo nella propria casa, trattandolo lautamente per deferenza al grado e per decoro proprio, invece lo attese nella camera della moglie, che in quei giorni stava peggio.
Il vescovo già male prevenuto, si mostrò più severo. Nicola, che si era imposto la massima prudenza, tacque a tutte le sue critiche, ma quando con villana ironia Dmitri Telivanof alluse a quel ricevimento troppo magro, invitandosi da sè stesso in casa di Popiel, scoppiò:
— Sono undici mesi che io, mia moglie e mio figlio soffriamo la fame.
Il vescovo gli offerse allora un biglietto da venticinque rubli.
— La mia parrocchia aveva il diritto di essere inscritta sul bilancio dei culti, io non ho il dovere di ricevere la vostra elemosina.
L'altro divorò l'ingiuria, partendo subito accompagnato umilmente sino alla carrozza da Popiel, dal cantore e dal sagrestano. Nicola finse di non poter abbandonare nemmeno per un momento la moglie, ma da quel giorno si senti perduto. Nullameno ebbe ancora una soddisfazione. Il vescovo, nell'andarsene, si era fermato al castello, ma il principe Kovanski, ritornatovi da poche settimane, anzichè riceverlo, sapendo della fiera risposta toccatagli alla parrocchia, aveva mandato al pope un paniere di bottiglie e molta selvaggina.
Questa volta Nicola aveva accettato.
Ma quella lotta insensata contro la propria condizione lo esauriva; sua moglie decadeva ogni giorno più, egli stesso si sentiva morire senza che nessuna delle sue idee avesse avuto nemmeno l'onore di una vera battaglia. Che cosa sarebbe di Loris, quando la parrocchia toccherebbe ad un altro pope? Egli non possedeva che quella casetta, insufficiente per pagare i debiti più vergognosi; Loris, fanciullo senza parenti, senza amici, senza educazione, senza danaro, come e dove vivrebbe? Ora si pentiva amaramente di essere padre. I tremendi sillogismi di Schopenhauer contro la vita gli tornavano nella memoria. Perchè essere padre, quando non si può nemmeno assicurare il sostentamento al proprio figlio? A certi momenti guardava Loris con umiltà.
— Forse l'anno venturo sarai solo, gli disse con voce spenta, stringendogli la mano.
Il ragazzo trasalì.
— Non dubitate; ho sofferto abbastanza.
Nicola scosse il capo.
— Sarai solo! ripetè, e il suo sguardo malinconico sembrava perdersi nell'avvenire del figlio, come quello del pellegrino sulla steppa, quando annotta.
Malgrado tutte quelle minaccie ai mugiks, Nicola si decise per l'Epifania a fare benedicendo il giro delle isbe per raccogliere dalle offerte di che sostentare sè stesso e la famiglia per qualche settimana. Loris, indovinando quel supremo sacrificio, partì per la foresta; Maria Alexewna si rimise a letto. Nicola, costretto a bere la vodka in tutte le isbe, cadde svenuto a mezzo il giro così che i mugiks lo riportarono a casa in branco, sghignazzando e cantando il solito proverbio: «La croce è di legno e il pope è ubbriaco». Siccome in casa non c'erano domestici, e il diacono col cantore e il sagrestano avevano seguitato il giro. Maria Alexewna dovette alzarsi per mettere il marito a letto. Nicola rinvenne, dopo due ore, sotto l'azione della febbre.
Alla sera Popiel mandò il raccolto delle offerte, che non era mai stato così magro. Evidentemente diacono, cantore e sagrestano lo avevano decimato, ma, siccome il principe non era al castello, mancava l'elemosina principale. L'indomani Nicola era già in piedi; non voleva ammalarsi. Anche Maria Alexewna parve rimettersi, però Loris s'accorgeva che i due genitori s'ingannavano reciprocamente sulla loro tristissima condizione. In quei giorni Nicola ricevette gli ultimi scritti di Bakounine, l'implacabile monomane della rivolta, e li passò a Loris senza leggerli.
La propaganda nichilista, allora nella prima fase, stava per chiudersi coll'enorme processo detto dei 193, iniziando quel periodo di terrorismo, che costò poi la vita ad Alessandro II. Ma se nelle città se ne parlava con molto fermento, nelle campagne se ne sapeva ben poco, e nel villaggio di Kourlak la notizia della prima rivolta produsse la più stupida meraviglia. Solo Nicola v'indovinò, tremando, un segno dei tempi. Temeva che Loris, ancora fanciullo, gettandosi nel partito rivoluzionario, vi soccombesse subito miseramente. Qualche volta lo assalivano persino rimorsi di averlo educato così.
Poi, un venerdì, ricevette dal vladika Dmitri Telivanof una circolare, che gli imponeva di tenere qualche sermone ai mugiks nelle domeniche, per inculcare la devozione all'ortodossia e allo Czar, presi di mira dall'empietà rivoluzionaria. Quest'ordine lo esasperò; una conversazione con Popiel, che affettava il più religioso orrore per le idee nichiliste, qualificando di assassini tutti i ribelli, finì di perderlo. Alla prima domenica, durante la messa, al momento di spiegare un passo del vangelo arringò i mugiks; era pallido, si sentiva la febbre, ma dinanzi a quella piccola folla tutta in piedi, e che seguitava a ripetere i soliti interminabili inchini all'altare, gli parve di crescere gigante. Finalmente era venuto il tempo di parlare. Le sue parole, prima rade e fioche, s'affrettarono a grado a grado, salendo di tono e di pensiero; invece d'invocare Dio, evocò tutti i dolori della storia, riassunse la tragedia della vita, si commosse piangendo sul popolo, ed incuorandolo alla speranza. Nè Loris, nè Maria Alexewna erano in chiesa; quegli errava per la campagna, questa non s'alzava da una settimana. Egli li cercò istintivamente collo sguardo, perchè avrebbe voluto essere udito da loro per l'ultima volta.
Popiel lo guardava in sospetto.
Allora tutta la sua ira traboccò. Invece di ubbidire alla circolare del vladika, l'attaccò furiosamente accusando lo Czar, la chiesa e sè stesso della miseria popolare; tutto derivava dalla menzogna dei potenti, e tutto era menzogna in essi. Perchè sperare in un'altra vita la giustizia, che è il primo dovere di questa?
Ma i mugiks, incapaci di comprendere quel discorso, guatavano credendolo impazzito; Popiel cercava di rattenerlo con gesti.
Poi tutto quel bollore gli venne meno all'improvviso così che dovette appoggiarsi con una mano all'altare per non cadere. Il suo pensiero aveva invano esploso in quella chiesa; si mirò attorno come strabiliato. Perchè aveva dunque parlato? Adesso tutto era perduto.
Disse ancora con voce strozzata queste parole:
— Lo Czar è sopra di voi, Dio contro di voi.
Una settimana dopo la carrozza del vladika venne a prenderlo alla parrocchia.
Maria Alexewna dormiva. Egli non andò nemmeno nella camera a vederla; abbracciò Loris, mostrandosi calmo.
— Temi qualche cosa? questi gli disse, alludendo al discorso della domenica.
— No; bada bene alla mamma fino a sabato, quando tornerò.
Sopraggiunse Popiel, che pareva agitato. Nicola lo guardò senza rancore, l'altro non seppe che cosa dire; ma siccome Loris cominciava ad impazientirsi, Nicola invece di baciarlo gli strinse con uno sforzo supremo la mano.
Non ritornò più.
Si seppe che Nicola, quantunque ammalato, aveva dovuto fare tre ore d'anticamera fra i domestici del vescovado; quindi il vladika lo aveva ricevuto con terribile severità rinfacciandogli tutto, la sua vita, le tendenze rivoluzionarie, l'ultimo discorso in chiesa, minacciando finalmente di sconsacrarlo.
— Fate, gli aveva risposto freddamente Nicola.
Dopo queste parole era stato gettato nelle carceri del vescovado; l'indomani nel secondo interrogatorio, Nicola aveva sputato in faccia al vescovo. Era la fine. Il mese seguente partiva per la Siberia, condannato a dieci anni nelle mine, e moriva in viaggio.
Nel villaggio di Kourlak la notizia di questo processo, divulgata da Popiel, aveva prodotto un'altra catastrofe; Maria Alexewna, prevedendo la condanna del marito, aveva tentato di dar fuoco alla chiesa, e si era suicidata gettandosi dalla finestra a capofitto nella neve.
II.
Il principe Anatolio Lukitch Kovanski si era ritirato nel proprio castello di Kourlak per un dispetto di corte. Malgrado una vita di grandi dissipazioni aveva conservato, caso abbastanza raro in Russia, quasi tutte le proprie ricchezze; ma disinganni di ogni fatta, il celibato e la vecchiaia, gli avevano sciupato il carattere, già bizzarro di per sè stesso. Adesso non gli rimaneva più che una nipote, Tatiana Paulowna Neginski, unica figlia di una sua unica sorella, morta vedova qualche anno prima.
Egli aveva raccolto con piacere la fanciullina, finendo naturalmente per innamorarsene. Tatiana cagionevole di salute, era già troppo alta per i suoi tredici anni, magra, quasi cerea; aveva i capelli di un biondo ardente e gli occhi di un cilestro pallidissimo. Con Tatiana erano venute al castello due vecchie cameriere e una istitutrice francese; al resto dell'istruzione il principe pensava di provvedere da sè.
Cresciuto sotto il regno di Nicolò, egli se ne ricordava ancora come di un lungo inverno politico, che avesse congelato la vita russa. Tutte le speranze suscitate dal misticismo di Alessandro I, il sentimentale amico di Madama Krudener, erano state a poco a poco distrutte dal ghiaccio di una politica, che concepiva l'ordine nell'immobilità, e l'adesione dei sudditi nel silenzio. Ma appunto allora era cominciato nella coscienza russa quel fermento ideale, che doveva rinnovellare l'impero secondo lo spirito dell'Occidente. Poi Nicolò era morto, e con Alessandro II le idee riformiste avevano ripreso il sopravvento. Il principe Kovanski, tenutosi sino allora in disparte, sperò una rapida ed illustre carriera politica. Anzitutto conosceva abbastanza bene la Russia, e si sentiva così onestamente liberale da meritare il potere nell'interesse di tutti; ma combattuto dal Santo Sinodo e dalla Terza Sezione rispose troppo imprudentemente, aumentando il numero dei proprii nemici. Alessandro II, sul carattere del quale calcolava, titubò al solito nel sostenerlo. Allora, gettandosi all'opposizione temperata, divenne amico di Milutine, di Samarine e più specialmente del principe Tcherkvassky, il grande terzetto, che doveva dopo infinite lotte imporre a tutta la Russia l'emancipazione dei servi.
Ma il principe Kovanski non vi ottenne la parte che desiderava; già le sue idee non combinavano con quelle dei triumviri, essendo al tempo stesso più rivoluzionarie e più conservatrici. Egli avrebbe voluto concedere subito ai contadini minore quantità di terre, ma senza riscatto, ed organizzare per la borghesia mercantile, e per la aristocrazia a mezzo spodestata, una costituzione con un parlamento ed un senato elettivi. Il popolo, siccome analfabeta, non vi avrebbe partecipato. Senza tale costituzione ogni riforma conchiuderebbe fatalmente ad una lustra, mentre la concessione delle terre ai contadini, coll'obbligo di pagarle in comune, li avrebbe resi più schiavi del mir, che non lo fossero prima dei padroni.
Poi si lusingò di essere assunto, come generale di divisione, al ministero della guerra per la riforma dell'esercito e dell'armata, chiaritisi così male in arnese alla guerra di Crimea. Egli, slavofilo ardente, che sognava per la Russia un primato storico, ben maggiore di quello dei romani e degli inglesi, per iniziare l'ultima grande epoca del vecchio mondo contro la minacciosa rivalità del nuovo, credeva una tale riforma la più urgente fra tutte. Senza una forza guerresca, pari all'estensione dell'impero e al numero de' suoi abitanti, la Russia non potrebbe compiere la doppia missione di conglomerare nel proprio governo tutti gli slavi d'Europa, e d'insignorirsi nell'Asia di tutte le genti maomettane sino all'India. L'Inghilterra, potenza marittima, esclusivamente mercantile, aveva provato in quasi due secoli la propria insufficienza a risolvere il problema asiatico, riallacciando alla civiltà europea i popoli indiani, che ne erano stati i lontanissimi padri. Solo una potenza continentale, così grande da riassumere tutta la vita europea e così vergine da non trovare ostacoli nel proprio passato, poteva colla creatrice energia dei propri immensi contatti rinnovellare l'impero braminico. Così il principe Kovanski comprendeva la Russia.
Ma il principe non arrivò nemmeno al ministero della guerra; si dubitò del suo ingegno, si credette troppo alla sua onestà. Le riforme di Alessandro II, più piccole e più leggiere, scorrevano invece sulla superfice dell'impero senza fecondarlo. Egli già ritirato da qualche tempo all'estero, in una lettera al principe Tcherkvassky, definiva così lo Czar:
«Alessandro I era il dubbio nell'intenzione, Alessandro II è l'indecisione nel processo, solo Nicolò in mezzo a loro aveva potuto rappresentare la sicurezza della reazione.»
A poco a poco il suo spirito si falsò, mutandosi di slavofilo in pessimista. Nulla era più vero nella Russia, ne il governo, nè la rivoluzione, nè l'ortodossia, nè l'incredulità. L'emancipazione dei contadini, alla quale non aveva potuto cooperare, l'irritò. Durante l'estimo delle terre e le trattative del loro riscatto coi comuni, che componevano il suo vasto patrimonio, i mugiks gli apparvero anche più ignobili di prima. Non un orgoglio in essi, non un ideale anche lontano.
Adesso si occupava tratto tratto di agricoltura, inspirandosi ai modelli inglesi, senza poterli applicare per l'insufficienza degli uomini, ai quali era costretto di ricorrere.
Quando venne a stabilirsi nel castello, anche per consiglio dei medici, che credevano la vita dei campi più utile a Tatiana, avvenne appunto la catastrofe del povero pope e di sua moglie; il principe mandò Andrea Ivanovich, il vecchio intendente a prendere Loris, che fu trovato nella casa, accanto alla stufa spenta, col cadavere gelato della madre sulle ginocchia.
Tutto il villaggio era sossopra.
In poche parole Loris disse tutto al principe, le idee e la vita di suo padre, e quanto sapeva della sua morte. Il principe si commosse; Tatiana, sopravvenuta a mezzo il racconto, si rifugiò sbigottita fra le braccia dello zio, guardando Loris ancora così vestito di pelli di lupo, qua e là spelacchiate. Il ragazzo nullameno era bello.
Tatiana sussurrò all'orecchio del principe:
— Tienlo con te.
Questi, mostrandosi più affettuoso del solito, gli offerse tutta la propria protezione.
— Potrete aiutarmi a vendicarmi?
— Ma contro chi?
Due lagrime caddero lentamente per le guancie del ragazzo. Allora il principe gli propose di restare al castello; Tatiana gli sorrideva con simpatia. Egli in quel salotto sontuoso, il primo che vedesse, si sentiva già ammollire dal caldo.
Non pertanto reagì.
— Non farò mai il domestico.
— Eh! ragazzo mio, esclamò il principe con impazienza, avrai dei padroni ugualmente. Tu qui sarai libero, ti prendo per compagno di mia nipote: lo accetti, Tatiana?
Essa gli rispose con un bacio.
— Allora portalo via, e fallo vestire. Ho sempre avuti molti cani in casa, ma non intendo di tenervi dei lupi.
L'amicizia fra i due ragazzi si strinse presto.
Il principe divenne il loro professore.
Ma la dottrina di Loris da principio l'imbarazzò. Loris sapeva molte cose più di lui, il greco, l'antichità classica, conosceva quanto lui il tedesco, era già iniziato alla teologia. Il principe, volteriano, anche dopo che Voltaire era passato di moda, doveva talvolta retrocedere davanti alle terribili negazioni del ragazzo; quindi una mattina lo chiamò nel proprio gabinetto:
— Tu non credi in Dio, Loris?
— No.
— Già! tu sei quasi di casa con lui, essendo figlio di pope; nemmeno Andrea Ivanovich, il mio intendente, crederà in me. Però Dio è una delle più indispensabili invenzioni umane, dacchè nessun popolo ha saputo ancora farne a meno; mi permetterai dunque di dirti, che in faccia a Tatiana devi astenerti da ogni discorso ateo. Essa è donna, e senza Dio non potrebbe comprendere nè sè medesima, nè il mondo.
Loris non rispose.
— Capisco il tuo silenzio: vuoi dirmi che siccome anch'io ci credo poco in Dio, ho torto di allevare Tatiana nella menzogna. Ma tu non conosci la società: ora non posso in poche parole dartene la quintessenza. È necessario che una donna creda in Dio; mi farai dunque il favore di non parlarne con Tatiana. Non t'impongo nessuna ipocrisia, ma se assisterai alla messa, te ne sarò grato. Conto sulla tua parola.
Loris ne convenne.
Le lezioni del principe non andavano più in là di una stravaganza. Côlto nelle lettere e nella storia, non sapendo trovar modo d'insegnarla a loro, finiva quasi sempre col lasciare Loris e Tatiana leggere e commentare gli autori alla loro maniera; d'altronde nel suo grande disprezzo per la letteratura nazionale accettava appena Soloviev come storico, e Tolstoi come romanziere. Per imparare la Russia non v'erano secondo lui che i libri esteri di Vallace e di Ralston, di Légèr e di Rambaud, di Haxthausen e di Le Play; tutte le opere degli slavofili, da Komiakof ad Aksakof, da Kostomarof a Katkof, sembravano scritte da maggiordomi dimentichi dell'imbecille tirannia del padrone nel fare l'elogio delle sue tenute.
Laonde tornava sempre alle matematiche, che aveva imparato seriamente da giovane all'Accademia militare. Loris vi si prestava di buon grado, ignorandole quasi del tutto, mentre Tatiana finiva coll'attirarsi per punizione qualche problema, che l'altro le risolveva.
Tatiana aveva già fatto perdere a Loris quanto gli rimaneva di selvatico, apprendendogli come stare elegantemente a tavola, e presentarsi, salutare, tacere, tutti quei piccoli usi mondani, che compongono la grande educazione signorile, e hanno tanta importanza nella fortuna della vita. Poi Loris aveva presto compito la propria educazione. Il principe stesso gli aveva insegnato a tirare di spada e di pistola; il primo cocchiere, un cosacco che aveva fatto il jockey, lo aveva messo a cavallo. Sulle prime Loris si sentiva umiliato dalle loro rudi osservazioni, ma presto il suo coraggio e la sua agilità gli meritarono elogi. Allora gli si sviluppò la passione delle armi e dei cavalli. Tatiana, alla quale giovandosi della reciproca simpatia, era riuscito a persuadere i medesimi esercizi, ne migliorava in salute; essa dal canto proprio gli insegnava invano la musica. L'istitutrice, vecchia dama francese di nobile famiglia, era scandalizzata dell'insensibilità di Loris, mentre il principe, sempre più affettuoso verso il ragazzo, ne sorrideva.
— Sarà più uomo: la musica non serve che alle donne, per consolare la loro impotenza.
Madama d'Aubrivilliers punta da questa massima, nella quale sentiva un'allusione, ripeteva invariabilmente che la musica ingentilisce gli animi.
— Perchè dunque, esclamò una volta il principe impazientito, le donne così gentili non hanno mai saputo scrivere un pezzo di musica, che si possa ascoltare?
Neppure Tatiana vi faceva molti progressi per la troppa nervosità, che la rendeva spesso bisbetica e sgarbata con tutti. In quella vita al castello la noia diventava sovente assai greve; il principe, dopo essersi occupato de' suoi disegni agricoli, non sapendo più che cosa fare rimpiangeva la vita di Pietroburgo. Talvolta andava alle assemblee del zemstwo, ma ne ritornava sempre di malumore, perchè tutta quella gente non aveva un'idea in testa. Nell'inverno la nobiltà dei dintorni emigrava a Mosca o a Pietroburgo. Appena qualche volta un generale o un governatore passavano dal castello per presentare i proprî omaggi al principe, ma non essendovi altra donna che Tatiana, cui fare la corte, se ne andavano presto. Loris studiava nella biblioteca, Tatiana errava per le sale senza trovar modo di animarne il silenzio. La miglior distrazione erano le passeggiate a quattro cavalli nella slitta, con due altre slitte dietro, piene di domestici armati; ella faceva tenere le redini a Loris, e lanciavano i cavalli al più sfrenato galoppo. Poi a casa parlavano della neve bianca, infinita, del freddo e del silenzio. A giorni faceva ballare i numerosi servitori, accompagnando ella stessa sul pianoforte un cocchiere, che pizzicava la balaika. I domestici ballavano, cantando dei cori secondo il costume russo, ma erano danze lente e fredde quanto quel clima, con grandi inchini come nei saloni dell'alta società. Altre volte metteva madama d'Aubrivilliers al piano per ballare con Loris qualche valtzer, mentre il viso pallido le si colorava, e il suo naso fino ed imperioso batteva voluttuosamente.
Loris e Tatiana cominciavano a farsi grandi. Ma la posizione di Loris al castello era troppo buona momentaneamente per non destare invidia, e troppo indefinibile per non prestarsi ad umilianti interpretazioni. Egli si ribellava orgogliosamente a questa evidenza senza opporvi ancora alcuna risoluzione. Quanto resterebbe al castello? Come vendicherebbe suo padre? Ora tutte le sue idee ribelli parevano così assopite che nemmeno i giornali, tutti pieni di notizie sulle ultime imprese nichiliste, bastavano a ridestarle. Quella vita e quel lusso signorile lo compensavano di quanto aveva sofferto, lusingando tutti i suoi istinti. Il suo odio contro i ricchi si ammansava dinanzi a quel principe buono, che tutti i domestici amavano sinceramente, sebbene li facesse talvolta frustare malgrado la proibizione della legge; ma in questa crudeltà vi era piuttosto l'uso antico di una correzione corporale che una malvagità verso gli inferiori.
Tatiana ne rideva senza cattiveria.
Il vecchio principe, preso dalla manìa di fabbricare colle proprie mani modelli in legno di case agricole, aveva fatto venire da Veronege due falegnami, coi quali si chiudeva buona parte del giorno in uno stanzone al pianterreno. Madama d'Aubrivilliers, finite le lezioni di pianoforte e di francese con Tatiana, passava il tempo a leggere vecchi romanzi di cavalleria, che la facevano rivivere nel passato della propria famiglia feudale, lasciando la fanciulla a discutere di mode colle cameriere sartrici.
Ma intanto Tatiana diventava donna. Il primo abito lungo le fece un'impressione, della quale stentò a rinvenire, parendole di non essere più la medesima. Quindi corse da Loris a farsi vedere, girandosi e rigirandosi davanti a lui come una trottola.
— Ti piaccio più così, o come prima?
L'altro rimase pensieroso.
Le loro relazioni cangiavano insensibilmente di tono; ella tentava ancora tratto tratto di scherzare come pel passato, ma non era più possibile.
— Lo voglio, lo voglio, gli gridò un giorno stizzosamente: dovete ubbidirmi.
Questa volta Loris impallidì.
Ella cresceva di civetteria ogni giorno, quasi sollecitando quella bellezza femminile, ancora troppo lenta a rivelarsi nel suo corpo, sebbene le mettesse già nel sorriso della bocca e nelle grazie nascenti del petto una seduzione indefinibile. Il vecchio principe, nel vederla così inorgoglire, le prometteva a certi momenti di buon umore di fabbricarle colle proprie mani un castello di fata, in legno dorato, per sottrarla alle importunità di madama d'Aubrivilliers, sempre intenta a darle sulla voce e a proibirle metà di quanto faceva. Ma in tanto orgasmo Tatiana non sapeva più con che cosa divertirsi. Poi soccombeva ad improvvise malinconie, come se tutti la contraddicessero per astio.
Da qualche tempo Loris era passato con lei dai tu confidenziale al voi, abbassandosi involontariamente nell'inferiorità della propria posizione. Ma se quella vita al castello gli riusciva sempre più incompatibile colla dignità di uomo, nullameno si sorprendeva spesso a sognare l'impossibile fortuna di sposare Tatiana, diventando così milionario, principe, e fors'anco ministro per grazia dello Czar. La sua onestà giovanile, non al tutto corrotta dall'empietà dell'educazione paterna, gli diceva invano, che sarebbe la più vile delle ingratitudini ricambiare tutte le bontà del principe col sedurgli la nipote; giacchè subito dopo l'orgoglio satanico del suo carattere rispondeva, che egli valeva bene qualunque altro, e che Tatiana, sposando un principe, sceglierebbe probabilmente un uomo a lui inferiore.
Poi Tatiana era bella. Qualche cosa di puro e al tempo stesso di voluttuoso esalava dalla sua fresca personcina di quindici anni, come uno di quei vapori di primavera, lievi e penetranti, che salgono dalle zolle umide ai primi tepori del sole. Ella stessa sembrava inebbriarsene a certe lunghe occhiate di Loris, nelle quali s'abbandonava come nuotando inconsciamente verso di lui malgrado i sospetti, che già la vigilavano. Senonchè madama d'Aubrivilliers avendola ripresa un giorno seccamente, Tatiana non trovò che un sorriso stentato. Loris invece stette più sull'avviso. Quindi cominciò ad assentarsi dal castello, stringendo più intima relazione con Andrea Arsenief, quel settario del Raskol, che gli aveva regalato Aiace. La sua isba, non diversa dalle altre, sebbene Arsenief fosse meno povero de' suoi compagni, sorgeva all'estremità del villaggio. Andrea Arsenief era un uomo di cinquanta anni, corto e grosso, dagli occhi dolci; sua moglie, una brutta donna ancor giovane, non aveva mai avuto figli, quindi vivevano ritirati con una grande modestia. Ma quantunque per gratitudine dei servigi ricevuti dal vecchio pope Arsenief si mostrasse molto devoto a Loris, non aveva mai voluto rivelargli nulla sul Raskol, o diffidasse della sua età o, vedendolo così innanzi nella grazia del principe, credesse coll'ingenuità di un villano, che finirebbe collo sposare la principessina e diventare il padrone del villaggio.
— Batouska, voi sarete un giorno il nostro barine; gli diceva talvolta, strizzando l'occhio.
E Loris, pure irritandosene, sentiva una sottile vanità salirgli al cervello dalla supposizione di così immensa fortuna.
Nell'estate capitò al castello il principe Nesvitskj, maresciallo della nobiltà di Veronege; egli si ricordava confusamente il processo del pope Nicola, ma non fece più attenzione a Loris che agli altri servitori. Madama d'Aubrivilliers, che detestava il ragazzo, se ne compiacque vivamente vedendolo malgrado la protervia del carattere perdere improvvisamente ogni spirito.
Appena finito il pranzo, Loris si ritirò. Tatiana nel traversare il grande salone con un fascio di musica nelle mani lo trovò poco dopo appoggiato alla finestra.
— Loris! gli disse con voce tremula, indovinando il suo dolore e prendendogli una mano, che l'altro ritirò. Ma la fanciulla, indispettita dell'inefficacia della propria carezza, gettò tutta quella musica in mezzo al salone, e fuggi nelle proprie stanze.
Il principe Kovanskj dovette andare egli stesso a cercarla.
— È troppo brutto il tuo maresciallo, guaì per tutta risposta la fanciulla; non suono, non suono. Fagli suonare quello che vuole da madama d'Aubrivilliers; egli potrebbe anche sposarla, perchè è nobile quanto lui, e quasi altrettanto brutta.
L'indomani Tatiana, che s'aspettava da Loris una grande effusione di riconoscenza, rimase così piccata del suo contegno, che madama d'Aubrivilliers potè profondersi in elogi maligni al maresciallo senza trovare contraddizione. Tatiana guardava Loris, sentendo crescere fra loro due una indefinibile distanza. Chi era Loris? Quale sarebbe il suo avvenire? Ella non sapeva che il proprio, un avvenire di splendori, nel quale Loris non aveva posto. Però quel destino oscuro di lui l'attraeva come certe profondità misteriose della foresta, ove qualche volta erano andati a cavallo seguiti da Vaska.
Quell'estate Tatiana andò a molte feste dei castelli vicini col principe, ma Loris, dopo l'umiliazione inflittagli dal maresciallo della nobiltà, evitò di accompagnarla colla scusa di nuovi studi nella biblioteca. Ella comprese, poi dimenticò. Quelle piccole riunioni aristocratiche erano come uno spiraglio aperto sul gran mondo; tutti l'accoglievano con premura, mentre le giovinette della sua età, compiangendola per quella vita d'inverno, sola col vecchio principe, la consigliavano ad usare di tutta la sua influenza per ritornare a Pietroburgo. Anche madama d'Aubrivilliers era della stessa opinione, e Tatiana cullata da tutte quelle promesse pregustava già i trionfi dei saloni, ove brillerebbe come una stella di primo ordine fra le dame più corteggiate.
Alcuni giovanotti la fecero ballare, ma essendo ancora troppo bambina non ricevette dichiarazioni d'amore.
Solo Giulia Mikailowna Touchine, una baronessina sua amica, che aveva già l'amante, le chiese improvvisamente fra un crocchio di compagne:
— E il tuo bel seminarista?
Era stata Fedora Dmitriewna a raccontare la storia di Loris, dicendo di averlo visto. Tatiana si vergognò; in quel momento ricominciava il valtzer, e le ragazze si dispersero per la sala.
— Dovresti sposarlo quel povero figlio di pope, insistè Giulia malignamente. Sarebbe bello da parte tua, tu che sarai così ricca.
Ritornando al castello Tatiana pensava a queste parole. L'indomani a pranzo Loris non l'interrogò sulla festa; Tatiana, che già si pentiva di non averlo difeso con Giulia, si mise a particolareggiare col principe tutti i piaceri di quella serata.
— Andremo a Pietroburgo quest'inverno? domandò al principe senza guardare Loris.
Il principe volse bruscamente la testa.
— A Pietroburgo, signorina, non ci andrete per un pezzo; io non ci rimetterò più il piede.
— Vorrete dunque farmi morire qui?
— Spero che potrete andarci prima, quando sarete in grado di scegliervi un marito. Allora potrete abbandonarmi, se sarò ancora vivo. Ecco quello che tocca a noi, dopo che ci siamo sacrificati. Siete tutti ingrati.
Il principe cominciava ad indebolirsi, la vista gli era scemata improvvisamente così che doveva usare sempre gli occhiali; poi quella manìa delle casine in legno lo aveva stancato. Quando leggeva i giornali della capitale, a certe notizie politiche andava in bestia pentendosi segretamente di vivere così fuori del mondo, e di non avervi mai avuto importanza. Un cordoglio pieno di segreti rancori lo irritava perfino contro la giovinezza di Tatiana e di Loris.
Nell'inverno una bronchite l'obbligò per quattro mesi a non uscire dalle proprie stanze; Loris andava a leggergli i volumi dell'inchiesta agraria, e doveva lasciarsi strapazzare per tutte quelle leggi e quei fatti contrari alle sue idee. Poi madama d'Aubrivilliers gli leggeva i giornali, e Tatiana veniva a suonargli il pianoforte, che aveva fatto portare nella sua camera di malato. Così riuniti passavano le sere. Spesso il principe dormigliava; allora nessuno parlava più per non svegliarlo, ma bisognava rimanere nella camera.
Il principe non aveva voluto nessun medico.
— Non ho bisogno che mi si aiuti a morire, aveva risposto a Tatiana: tu sei una sciocca, che vorresti ereditare troppo presto.
La fanciulla era scoppiata in lagrime.
Adesso il principe pareva prediligere Loris.
— Hai pensato ad abbandonarmi? gli chiese una volta bruscamente; e siccome Loris tardava a rispondere: è inutile che tu mi dica una bugia, t'avvertirò io, quando sarà tempo.
— Perchè mentirei con voi?
— Perchè invece non saresti ingrato anche tu? Vattene piuttosto fuori; qui ti annoi senza divertirmi.
Ma una volta, per l'attentato di Solovieff contro lo Czar, le parole furono più aspre. Loris, che non aveva mai parlato delle proprie idee nichiliste, sentendo il principe inveire contro la politica dell'imperatore, si permise un elogio dei rivoluzionari. Il principe s'irritò, Loris insisteva; allora l'altro lo coperse d'ingiurie, e finì dicendo:
— Per te i nichilisti non dovrebbero essere che assassini: io solo sono abbastanza vecchio per giudicare se dal canto loro ci possa essere qualche scusa. Vorresti darti anche tu delle arie nichiliste? per un figlio di pope...
— Principe, esclamò Loris fremendo, rispettate mio padre; egli aveva quelle idee...
— E ha saputo anche morirne: tu non sei che un inutile chiaccherone.
Una risata fresca di Tatiana troncò la disputa.
Vivendo così molti mesi in quella stanza, Loris e Tatiana avevano potuto riavvicinarsi fondendo il proprio orgoglio, lentamente, nella dolcezza intima di quelle cure affettuose per il principe, che li strapazzava egualmente ambedue. Sebbene non se lo fossero detto, sentivano troppo che quella loro esistenza dipendeva dalla sua per non gareggiare di premure verso di lui. Loris affettava un contegno freddo verso Tatiana, ma quando il principe s'addormentava, e nelle lunghe sere anche madama d'Aubrivilliers si lasciava cadere il libro di mano, essi si mostravano involontariamente con un sorriso quei due dormienti. Nell'aria calda pesava una nausea. Il principe in fondo all'alcova, sotto le cortine di damasco, sedeva quasi sui cuscini, ravvolto entro un bornous ovattato, respirando faticosamente; e pareva più secco e malandato alla luce incerta, che riverberava su lui dall'armadio delle sacre iconi. Madama d'Aubrivilliers russava lievemente colla testa abbandonata sulla spalliera della larga poltrona rossa, e gli occhiali penzoloni sul naso; passavano così delle ore.
Tatiana leggeva dei romanzi, Loris generalmente non leggeva.
A poco a poco parlavano. Poi vennero le confidenze; Loris le narrò tutto quello che le aveva sino allora nascosto della sua vita passata coi particolari più atroci, frenandosi a stento per velare le proprie opinioni più atee. Tatiana ne fu commossa. Anch'essa aveva dei dolori da raccontare, un mondo di futilità, perchè non aveva conosciuto abbastanza nè il padre nè la madre per soffrire della loro morte; ma ella pure era sola nel mondo. Loris tornava subito grave. Egli sapeva ora che non gli restava più gran tempo da vivere nel castello, il principe guarisse o morisse.
Lo disse a Tatiana; ella protestò. Perchè andarsene? Ma Loris, diventato uomo, non poteva profittare più a lungo di quell'ospitalità; era già troppo, se avesse dovuto andarsene alla morte del principe. Tutti avrebbero creduto allora ad una cacciata.
— E chi vi scaccierebbe?
— Voi per la prima.
Tatiana scosse le spalle. Il principe fece un movimento, Loris corse tosto al letto, ma il principe dormiva. Tatiana, che si era levata anch'essa, curvandosi sul volto dello zio sfiorò col proprio quello di Loris.
— Dorme, disse cercando di nascondere il proprio rossore.
Ma quando il principe cominciò a star meglio, Loris gli chiese improvvisamente:
— Quando mi avvertirete dunque?
Egli lo guardò senza comprendere.
— Ma di andarmene. Dopo aver fatto di me un uomo, non vorrete distruggere l'opera vostra.
Tatiana dietro la poltrona del principe gli faceva cenno di tacere; sembrava sorridere dolorosamente.
Il principe si girò sui bracciuoli.
— Ah! vi credete un uomo? Infatti parlate come un imbecille: leggetemi piuttosto il Golos, a meno che, aggiunse tossendo, io non vi sia diventato insopportabile. In questo caso non pretendo di sacrificarvi, non sono egoista io.
Tatiana applaudì scherzosamente dietro la testa dello zio, ma questi rimasto di malumore, a mezzo della lettura, li cacciò via tutti due.
Madama d'Aubrivilliers sembrava non sospettare più di alcuna relazione fra loro dal momento che Loris aveva detto di andarsene dal castello; mentre invece i due fanciulli avevano già in comune il segreto di una passione, contro la quale non cercavano nemmeno di lottare. Una indefinibile dolcezza li sorprendeva appena si trovavano soli per qualche minuto; pareva che l'aria si riscaldasse intorno, e le camere stesse diventassero più grandi. Egli sempre più addolorato della propria inferiorità dinanzi a quell'ereditiera di uno dei più illustri nomi e dei più grossi patrimoni della Russia, riparlava sempre di andarsene con un accento, nel quale un fino osservatore avrebbe notato una certa smanceria. Tatiana, più nervosa, s'indispettiva dicendo che lo zio stesso non lo avrebbe permesso, giacchè sino dal primo giorno lo aveva ceduto a lei.
— Allora mi prendeste per giuocare; adesso non potrei essere che uno dei vostri domestici.
— Vi dispiacerebbe tanto di servirmi? Ma sotto la gaiezza dell'accento si sentiva la nota imperiosa.
— Potrei amare, non servire, egli rispose con durezza.
Erano nella piccola sala rossa dai mobili dorati; Tatiana vestita di bianco si baloccava con una lunga treccia di capelli.
— Amare chi?
— Forse chi non potrà mai capirlo.
Un sorriso di trionfo illuminò il volto della fanciulla.
— Addio! esclamò Loris con accento teatrale.
L'indomani nel giardino s'abbracciarono giurando d'amarsi, ma la fanciulla rimase al di sopra di lui, meno per quella adorazione che l'uomo tributa sempre alla donna nel primo amore, che per l'altezza della sua posizione sociale. Involontariamente Loris si sottometteva alla signora, credendo di ubbidire deliziosamente alla fanciulla. Siccome non avevano parlato che d'amore, ella non vi trovava ostacoli; la società era scomparsa lasciandoli soli fra la scena bella di quel giardino primaverile. Non vi erano più che fiori, gli uccelli cantavano nell'aria, e le nuvole passavano nel cielo come tende leggiere, che il vento avesse involato ad immensi palazzi di altri mondi.
Allora cominciarono i loro convegni dappertutto; si parlavano alla sfuggita gettandosi un bacio, quando non potevano darselo. Ma le fiamme avvampavano nel loro sangue troppo giovane. Senza accorgersene non facevano che cercarsi; la notte sognavano l'uno dell'altro, il giorno avevano bisogno di scriversi. Tatiana si abbandonava con passione a questo torneo epistolare, cercando di farvi dello stile colle frasi più pazze dei romanzi, mentre tutte le loro scene le s'imbrogliavano dentro la testa attraverso una stravaganza di combinazioni, dalle quali l'amore usciva sempre vittorioso. Però non osava nemmeno seco stessa discutere la soluzione più semplice, che Loris domandasse al principe la sua mano. Sapeva bene che il principe non avrebbe potuto concederla, e in fondo all'anima ella stessa si rafforzava di questa sicurezza. Il suo amore non era che effervescenza di sensi e di fantasia; Loris, bello e sventurato, aveva la solita eccentricità di tutti gli eroi da romanzo. Egli invece l'amava con tutta la passione, di cui era capace. Quella fanciulla gracile ed aristocratica, posta così in alto nella scala del mondo, era l'ideale di tutte le sue sofferenze. Il fascino di quella sua fresca giovinezza gli faceva dimenticare tutti i propositi di vendetta nella speranza di una felicità semplice e profonda, amare ed essere amato.
Ma questo idillio primaverile non era possibile che nella solitudine delle loro stanze; appena ne uscivano, la realtà li separava rigettandoli brutalmente all'immensa distanza, posta fra loro dalla società. Loris, rinvenendo pel primo, le parlò seriamente del futuro; l'altra s'imbronciò, quindi si bisticciarono. Tatiana cansava istintivamente il problema, contenta se avesse potuto tornare nell'inverno a Pietroburgo con lui, perchè l'amore dell'uomo le svegliava l'amore del mondo.
— Tu non mi ami.
— Cattivo!
— Come faremo dunque?