The Project Gutenberg eBook, La lotta politica in Italia, Volume I (of 3), by Alfredo Oriani

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ALFREDO ORIANI


La lotta politica
in Italia

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE

(476-1887)

QUINTA EDIZIONE

Curata e riveduta sul manoscritto da A. Malavani e G. Fumagalli

VOLUME I.

FIRENZE
SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE»

1921

INDICE

LIBRO PRIMO: Il federalismo municipale [Pag. 7]
Capitolo primo. La fusione barbarica [9]
— L'individualità romana e cristiana [9]
— La federazione nell'impero [13]
— Fondazione del regno [16]
— Il patto di Carlomagno, e la dominazione franca [24]
— Catastrofe del regno [28]
Capitolo secondo. I Comuni [31]
— Loro origini [31]
— Vescovi e consoli [33]
— Guerre municipali [44]
— Le discese di Federico Barbarossa [47]
— La guerra delle città ai castelli [52]
— Il podestà [55]
— I guelfi e i ghibellini [60]
— Il capitano del popolo [62]
— Ezzelino da Romano [64]
— Carlo d'Angiò [66]
— I tiranni [69]
— Bonifacio VIII e Enrico VII di Lussemburgo [72]
Capitolo terzo. Le Signorie [78]
— Loro primi atteggiamenti [78]
— Roberto di Napoli e Bertrando del Poggetto [83]
— Lodovico il Bavaro e Giovanni di Boemia [85]
— Trionfo dei signori [88]
— Cola di Rienzi [91]
— Il cardinale Albornoz [94]
— L'unità ideale italiana [98]
— Petrarca e Boccaccio [100]
Capitolo quarto. Venezia nella storia italiana [103]
Capitolo quinto. La rivoluzione militare [108]
— Incapacità militare dell'Italia [108]
— I masnadieri [109]
— I condottieri [113]
— Effetti della rivoluzione militare nelle repubbliche [117]
— Trionfo delle capitali [121]
— Conseguenze della rivoluzione militare nel resto d'Italia [124]
Capitolo sesto. I principati [128]
— Il secolo XV [128]
— Impossibilità del regno [133]
— Lodovico il Moro e Alessandro Borgia [137]
— Leone X e Lutero [141]
— Lodovico Ariosto e Nicolò Machiavelli [148]
— La retrogradazione d'Italia [153]
LIBRO SECONDO: Gli Stati [157]
Capitolo primo. L'epoca della Riforma in Italia [159]
— Condizioni spirituali [159]
— Contraccolpi politici [163]
— I gesuiti [165]
— Attività del Piemonte nella decadenza degli altri stati italiani [168]
Capitolo secondo. La rinnovazione dello spirito nazionale [179]
— Torquato Tasso [179]
— Gli scrittori politici [182]
— Giordano Bruno e Tommaso Campanella [185]
— L'emancipazione scientifica [193]
Capitolo terzo. I regni del Piemonte e delle due Sicilie [198]
— Il secolo di Luigi XIV [198]
— Venezia, Genova e la Corsica [203]
— Gli altri principati italiani [206]
— Il Piemonte nelle guerre di successione [208]
— Il Papato [215]
— Il nuovo problema italico [216]
Capitolo quarto. Genio e carattere nazionale durante la formazione dei due regni [219]
— Le scuole politiche [219]
— Giambattista Vico [222]
— Pietro Giannone [228]
— Metastasio e Goldoni [233]
Capitolo quinto. Il periodo delle riforme [236]
— Influenza europea [236]
— Le due Sicilie [240]
— Parma e Piacenza [242]
— La Toscana [244]
— La Lombardia [247]
— Il Piemonte [249]
— Lo Stato pontificio [250]
— Soppressione dei gesuiti [252]
— Giuseppe Parini [256]
— Vittorio Alfieri [259]
LIBRO TERZO: La democrazia moderna [265]
Capitolo primo. Le repubbliche [267]
— Rivoluzione francese [267]
— Condizioni della penisola [274]
— Discesa di Napoleone [277]
— Costituzioni repubblicane [279]
— Assetto rivoluzionario [285]
— La reazione Austro-Russa [289]
Capitolo secondo. Fine delle republiche [299]
— Il consolato francese [299]
— Battaglia di Marengo [300]
— Il concordato [303]
— Consulta di Lione [306]
Capitolo terzo. I regni francesi in Italia [309]
— L'impero francese [309]
— Quarta e quinta coalizione europea (1807-1809) [313]
— Mutamenti politici in Italia [319]
Capitolo quarto. Caduta di Napoleone [333]
— Campagna di Russia [333]
— Catastrofe dei regni francesi in Italia [338]
— I cento giorni [344]
— Gli scrittori durante la rivoluzione e l'impero francese [348]
— Vincenzo Monti [351]
— Ugo Foscolo [352]
— I poeti dialettali [354]
Capitolo quinto. L'Italia sotto la reazione della santa alleanza [358]
— Il trattato di Vienna [358]
— Condizioni italiane [361]
— Il liberalismo [373]

AVVERTENZA

La presente edizione è curata da Achille Malavasi e Giuseppe Fumagalli. Essi hanno procurato di attenersi fedelmente all'edizione originale di Torino curata dallo stesso autore, pure tenendo a riscontro il manoscritto originale cortesemente messo a disposizione dal figlio dell'autore signor Ugo Oriani. Attenersi strettamente al testo di questo, apparve sin dall'inizio impresa impossibile. La stampa torinese presentava, nei confronti del manoscritto, numerose e radicali varianti, le quali, rappresentando il pensiero dell'autore nella sua forma definitiva, dovevano essere accolte nella presente lezione. Al manoscritto si ebbe tuttavia frequentemente ricorso; e precisamente ogni qualvolta la stessa lezione dell'autore presentava difficoltà di interpretazione. Errori di nomi e di date, sfuggiti alla revisione e all'attenzione di lui, si ebbe cura altresì di rettificare.

LA LOTTA POLITICA IN ITALIA

ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE

(476-1887)

LIBRO PRIMO
IL FEDERALISMO MUNICIPALE

Capitolo Primo.
La fusione barbarica

L'individualità romana e cristiana.

Roma fu la patria dello stato, il suo impero la prima unità mondiale.

L'individualità antica vi ottenne colla coscienza della propria interezza, quella dei rapporti che la riunivano allo stato. Infatti mentre nella Grecia, patria dell'individuo, questi rimaneva chiuso in se medesimo e lo stato era piuttosto una somma che una unità capace di subordinarsi gli individui imponendo loro le proprie necessità come un'idea superiore, per la quale fossero nati e nella quale vivessero, a Roma individuo e stato, astrattamente concepiti, si costituiscono con reciproca personalità. La libertà dell'uno risulta dalla necessità dell'altro, il destino di Roma è la spiegazione e la gloria d'entrambi. Quindi le prime battaglie politiche vi hanno già uno spiccato carattere giuridico; la religione, più bassa dello stato, ne rispecchia le relazioni in una specie di contratto fra uomo e Dio; la famiglia vi fornisce l'unico altare praticato, la poesia vi è assente, la politica vi domina. Ma perchè il concetto della individualità possa esplicarsi diventando simultaneamente coscienza ideale e forma politica, l'individuo deve esservi in parte soffocato e contuso; la storia sembra imitare il processo dell'arte, che per estrarre il tipo è sempre costretta a spremere l'individuo. Così nella famiglia romana, modellata sullo stato, il padre solo, che ne è l'unità, si mostra perfetto; tutte le altre personalità soggiacciono alla sua, ma vi ottengono con secolare disciplina i sentimenti e le idee, che corrispondendo alla personalità astratta del loro tipo possono formarlo storicamente. Il diritto romano è la loro storia. In esso tutto è concepito astrattamente e nullameno a contatto della realtà; la procedura vi è infallibile, le relazioni precise; l'individuo romano vi è inviolabile come la proprietà, nella quale e colla quale si svolge; una severa ed angusta moralità impera a tutte le relazioni; autorità e servitù vi sono scevre di passioni.

Nè l'individuo, nè lo stato sono però perfetti: manca il terzo termine, l'umanità.

Nel diritto come nella storia romana si sente il dualismo: da un canto Roma, dall'altro il mondo; la vita vi è conquista e l'unità mondiale lo scopo che deve annullarla, e l'annulla. Quindi nel periodo romano, che compie il periodo ellenico, le due personalità dello stato e dell'individuo rimangono così violentemente strette per la necessità dell'incessante battaglia che, se non si soffocano, almeno s'impediscono vicendevolmente un armonico ed integrale sviluppo. Dal momento che Roma è in lotta con tutto il mondo per fonderlo col proprio processo nello spirito greco, il suo stato costituito di questa idea e per questa idea vi deve tutto sacrificare. La famiglia è un allevamento politico e militare, il governo una republica aristocratica, perchè la monarchia di Alessandro aveva già fallito alla missione di universalizzare lo spirito ellenico; il soldato deve essere cittadino e il cittadino soldato, il figlio sottoposto al padre come un milite a un centurione, la donna sottomessa all'uomo e senza funzione o carattere politico, la religione uno strumento di governo; e non pertanto ogni coscienza privata vi rimane alta quanto la publica, giacchè solo un popolo di soldati e un esercito di cittadini possono conquistare il mondo con una guerra di sette secoli.

I greci stimavano barbaro ogni altro popolo, i romani più forti e meno intelligenti lo consideravano nemico. L'umanità dell'individuo così a Roma come ad Atene è tutta nell'orbita della patria organizzata dallo stato. L'angustia di questo limite e la ferocia del processo storico dovranno quindi violentarla: però essa sarà la migliore apparsa sino a quel tempo nella storia, e vi resterà come uno dei massimi momenti dello spirito umano.

Il civis romanus sum, grido d'orgoglio insuperato col quale l'individuo romano si afferma in faccia a se medesimo e al mondo, esprime al tempo stesso il suo trionfo e la sua sconfitta, giacchè non avrebbe saputo abbreviarlo slargandolo fino all'universale: civis sum. Roma e il suo stato sono ancora necessari per essere cittadino; la personalità romana non è ancora umana.

Compita la conquista mondiale con un'assidua dilatazione da tutte le coste mediterranee ai centri d'Africa, d'Asia, e d'Europa, soppresse coll'antagonismo di tutti gli stati le antitesi di tutte le civiltà e di tutte le religioni, riassunto in una sintesi incomparabile quanto gli antichi imperi avevano connesso e la Grecia aveva fuso nel proprio spirito, propagata una legislazione uniforme, indotto nella coscienza di cento popoli il sentimento dell'unità storica col trionfo di Roma, occorreva ancora una nuova religione e un'altra filosofia per formare la vera personalità dell'individuo e dello stato entro il concetto dell'umanità. Dopo aver ellenizzato se medesima, Roma doveva romanizzare il mondo, comunicando a tutti i popoli colle proprie leggi i propri diritti. Caio Gracco e Giulio Cesare furono i due massimi eroi di questa necessità romana, che trionfò nel periodo imperiale con imperatori mostruosi come Caracalla e Commodo.

Se la monarchia cesarea era la negazione della nazionalità di Roma, il cristianesimo era la negazione dello stato romano.

L'impero, come soluzione del lungo periodo di conquista, fu dunque un'epoca di pace, una specie di riposo, nel quale tutti i popoli riconoscendosi ascoltavano le nuove promesse di un mondo migliore. L'unità cristiana divenne il rifugio di tutte le personalità offese dall'inevitabile tirannia unitaria dell'impero. Colla filosofia greca, col diritto romano e col cristianesimo la coscienza individuale non aveva più d'uopo di aderire allo stato per rassicurarsi: libera, ripiegata sopra se medesima, in faccia a un Dio tutto spirito, esaltata dalla tragedia del Golgota, che dichiarava falsa ogni società e la vita un pellegrinaggio verso il cielo, trovò subito istintivamente la propria identità. Patria e nazionalità, tutto fu nel primo fervore abiurato, mentre invece tutto doveva ricostituirsi sulla base di questa abiura.

Nella formazione etica della nuova personalità Dio si sostituì allo stato, cui per contraccolpo venne storicamente ad aggiungersi come terzo termine l'umanità affermata dalla nuova religione.

Senonchè il recente individuo creato da una formale negazione della storia, nella quale era chiamato ad agire, quantunque migliore dell'antico, non era meno imperfetto. Il processo di astrazione, mediante il quale si era realizzato, lo rendeva singolarmente inetto nella solidarietà storica, appunto nel momento che l'imperiale unità romana, avendo liquidato tutto il mondo anteriore, doveva alla propria volta liquidare se medesima.

L'impero avendo annullato tutti gli stati nella propria unità doveva essere franto dalla federazione.

Il cristianesimo, non meno pessimista del mosaismo donde usciva, aveva bensì creato una personalità più spirituale di quella sviluppata dalla filosofia greca e dal diritto romano, ma per ottenerla aveva dovuto sopprimere in essa ogni coscienza storica. Nel suo sistema la vita umana non aveva valore se non come prologo alla vita oltremondana: il mondo, effetto di una prima decadenza, si era mutato per misericordia di Dio in una specie di prova, dalla quale l'individuo non poteva uscire vincitore che con una rinunzia alla propria umanità. Questa negazione, meno profonda ma appunto per questo più efficace di quella di Buddha, se cancellava di un tratto tutte le tragiche differenze fra gl'individui del mondo antico emancipandoli in una libertà fatta di uguaglianza e di disinteresse dalla vita, correva pericolo di perdere i risultati del proprio progresso. La necessità metafisica del negar tutto per sopprimere molto, comune a tutte le rivoluzioni, doveva essere frenata dall'altra maggiore necessità di mantenere la vita per atteggiarla secondo le nuove idee.

Questa fatalità produsse la storia del cristianesimo, la quale altrimenti avrebbe conchiuso a un suicidio storico. L'impero romano logorato dal trionfo della propria missione si disgregò perchè entro le sue rovine si ricomponesse la doppia individualità degli stati e dei cittadini. Nell'unità religiosa, sostituita alla sua unità politica, non vi erano più nè barbari nè nemici; il dualismo fra pagani e cristiani si svolgeva come un processo di conversione al cristianesimo; le imminenti invasioni barbariche rappresentavano la necessità di una trasfusione di sangue vergine nel vecchio corpo dell'impero esaurito dalla vita e dalla storia.

Il civis romanus sum da grido di nobile orgoglio si era già mutato in vanto di efferata tirannide, mentre il dispotismo del governo imperiale, aggravandosi insopportabilmente su tutte le nuove coscienze, destava in ogni popolo il bisogno di riprendere la propria nazionalità sacrificata fatalmente alla conquista della civiltà romana. D'altronde il cristianesimo era inconciliabile coll'impero, che sintetizzava tutte le forme e le forze del paganesimo.

La federazione disgregò l'impero.

La federazione nell'impero.

Per qualche tempo l'impero resistette, impedendo e sventando le rivolte coi benefizi della propria democrazia cesarea. Siccome gl'imperatori trattavano le provincie meglio che la capitale, tutti i moti intesi a resuscitarvi le vecchie nazionalità fallirono: ma, sottomessi quei primi ribelli e reso indiscutibile l'impero, i popoli insorsero contro l'unità cesarea reclamando la propria autonomia colle forze stesse della civiltà romana. L'antica lotta degli italioti contro Roma ricominciò su tutti i punti dell'impero: i sudditi si agitarono come cittadini malcontenti, subornarono le legioni accantonate nei loro territori, le spinsero alla ribellione, le avventarono su Roma. Galba, primo fra gli imperatori imposti da una provincia insorta, distruggendo l'unità plebea sulla quale si era invano appoggiato Nerone suo avversario, affettò di rialzare il senato e di ripristinare l'antica libertà violata dalla famiglia di Augusto. Era questo il sogno e la rivincita delle provincie ancora credenti nell'impero e nemiche di Roma. Ma l'usurpazione diventò a mano a mano il solo modo di elezione all'impero; i generali vi succedettero ai generali, non fu nemmeno più necessario essere romano: Nerva era di Creta, Traiano di Spagna, Antonino di Nimes. Non importava essere nemmeno generale; la virtù era inutile come il genio per conciliare l'unità dell'impero colla libertà delle provincie, inefficace ogni mostruosità di ferocia per atterrire le ribellioni. Così, mentre la civiltà dei romani si estendeva, il loro dominio scemava, Roma decadeva e i municipii s'alzavano. Il federalismo barbaro del regno di Commodo oltrepassò quello inaugurato da Galba; ogni provincia, ogni legione proclamò i propri cesari, che si distrussero a vicenda. L'impero fu un dramma, in ogni scena del quale moriva un imperatore. Dopo Galieno si contarono in quindici anni nove imperatori, dei quali otto uccisi, e le insurrezioni continuarono.

Quindi, mutata la scena, la politica imperiale non potendo più contare nè sulle Provincie, nè sull'equilibrio fittizio di Adriano o sulle virtù distributive degli Antonini, nè sul tesoro esausto delle naturalizzazioni, s'appoggiò unicamente sull'esercito. La vera capitale dell'impero era l'accampamento: il suo governo assomigliava già ad una invasione. Se Caracalla toglieva ogni differenza fra i sudditi dell'impero romano, Commodo aveva già aperto a tutti le proprie legioni, nelle quali i soldati combattenti come gladiatori dovevano mutarsi presto in conquistatori. E allora i barbari associati con essi sfondano improvvisamente tutti i confini; la guerra rugge incessante alle frontiere, nelle provincie, alla capitale, negli accampamenti; il mondo, più forte di Roma, impone a Diocleziano di spezzare l'impero in quattro immense provincie. Da questo momento il senato non discute più leggi in Roma abbandonata dalla politica e dai Cesari; altre città come Treviri, Antiochia o Milano stanno per superarla. La federazione, stanca della lunga guerra e appagata dalla enorme vittoria, concede una tregua all'impero, ma per romperla dopo pochi anni e trionfare di Massenzio con Costantino, che decapita Roma e crea Bisanzio.

L'unità e il governo di questo secondo impero, non essendo più che di palazzo, rispetta tutte le forme politiche conquistate dalla federazione contro Roma, a cominciare dall'ultima e più importante, la divisione di Diocleziano. Tutto cede al cristianesimo, cui Costantino dà la forza di una rivoluzione sociale; vi affluiscono tutti i diritti, vi si accatastano tutte le ricchezze. Poichè nella battaglia contro il paganesimo i cristiani si sono divisi in varie sette, Costantino tenta di riunirli coi concilii, perseguita eretici e pagani, identifica la fede in Dio colla fede in Cesare. Ma alla sua morte le divisioni e le suddivisioni proseguono; l'eroismo di Giuliano l'apostata nel tentativo di una doppia risurrezione del paganesimo e dell'impero fallisce; la libertà propagata dal cristianesimo frantuma con rinascenti ribellioni la stessa divisione delle quattro provincie; Roma colla proclamazione di Nipote si contrappone a Bisanzio, finchè scoppia come un incendio l'arianesimo, che scindendo l'unità cristiana raddoppia le energie separatiste della federazione. Intanto i barbari, assoldati dall'impero e naturalizzati dal battesimo, secondano inconsciamente o volontariamente la multipla rivoluzione federale; prima coloni, poi ribelli, quindi liberatori percorrono liberamente la gamma loro assegnata dalla storia. Seduzioni irresistibili li circondano; incaricati di difendere la porpora imperiale, ne tagliano lembi per rivenderli stupidamente o per cingersene la fronte con orgoglio selvaggio.

Con Arcadio ed Onorio si entra finalmente nella fase degli imperatori ancora più inetti che immobili. Si adottano le invasioni per dissimularne le vittorie, si vezzeggiano le ribellioni per placarne i furori e nascondere la decadenza; il palazzo imperiale non è più abitato che da statue e da paralitici. L'inondazione barbarica straripa da tutti gli argini: quindi l'impero arruola intere nazioni di barbari contro altri barbari, distribuisce regioni ai goti, ai vandali, agli eruli, ai turcilingi, agli alani, negoziando incessantemente coi re assoldati, opponendo i primi agli ultimi, sostenendosi col maneggio delle invasioni.

Ma l'anarchia prorompente da questa diplomazia imperiale, costringendo le provincie a pagare le imposte per essere poi saccheggiate, presto suggerisce loro di voltare contro l'impero l'immane federazione dei barbari e di trattare direttamente coi singoli re dell'invasione: così la Spagna si dà ai goti, l'Africa ai vandali, la Gallia ai franchi, l'Italia ad altre nazioni.

Fondazione del regno.

Fra tutti questi torbidi moti l'Italia domina però ancora, opponendo la rivoluzione del regno all'impero di Bisanzio. Prima che le orde discendano le Alpi e sorga la stessa Bisanzio, Milano guida già la sommossa federale contro Roma, e il suo S. Ambrogio ne soverchia i pontefici; S. Agostino, scolaro di questo, gitta un appello sublime di coraggio e di eloquenza a tutti i barbari perchè accorrano d'ogni parte a rovesciare l'antica capitale. Quindi i barbari arrivano tumultuando. Ravenna, fondata tra la doppia inimicizia di Roma e di Milano, diventa la nuova città del regno dopochè Stilicone ed Ezio vi hanno invano mescolato eroismi e tradimenti; Ricimero tratta gli ultimi cesari come schiavi, Gundebaldo suo nipote lo imita, tutta l'Italia applaude ed asseconda, meno Roma ancora unitaria che resiste. Ma Nipote, impostole da Bisanzio, viene scacciato da Oreste, già segretario di Attila, che vi nomina il proprio figlio Romolo Augusto prontamente spodestato da Odoacre generale degli eruli. Questi è il primo re della prima Italia. Frazionata in Provincie, abitata da vari popoli, disforme di civiltà e di clima, soggiogata dai romani, associata con loro nella conquista del mondo e smarritavisi prima di loro, essa non aveva mai avuto nè vita nè storia nazionale. Tutto vi era stato importato. La sua prima civiltà etrusca era già greca in gran parte: la sua seconda civiltà romana diventò troppo presto mondiale atrofizzando fatalmente i pochi germi, che avrebbero potuto in una lenta fusione di popoli e di costumi darle carattere originale ed italiano.

Odoacre, insorgendo contro l'impero, è costretto ad intitolarsi re d'Italia. Nell'organizzazione del suo regno appare subito il principio della rivoluzione italiana, che frangendo l'unità della conquista romana nel nome delle eterne insurrezioni federali intende conservare le idee sociali e civili di Roma. Quindi le leggi vinte dai plebei sui patrizi e la democrazia cesarea restano indelebili sul suolo italiano, mentre l'imperatore di Bisanzio alzandosi nella unità spirituale dell'impero non è più che un pontefice del diritto, e il papa di Roma come capo del cristianesimo comunica alla grande urbe abbandonata la propria inviolabilità. Ma Odoacre va più innanzi, e, ariano, protegge i pontefici romani contro Bisanzio, che vorrebbe imporre loro nuove eresie, e li costringe ad essere solidali col nuovo regno sostituente una nazionale unità a quella formale dell'impero. Così la federazione trionfa col nuovo istinto indipendente dei barbari, che ringiovanisce quello ormai esausto della vecchia libertà e supera l'altro delle insurrezioni militari sempre circoscritte nella formola imperiale; senonchè una reazione rovescia prontamente il nuovo regno. Bisanzio scarica i goti sugli eruli, avventando Teodorico su Odoacre; Teodorico vince, ma per tradire anche più vastamente Bisanzio, slargando e consolidando il sogno di Odoacre. Il nuovo re aduna intorno a se stesso tutti i superstiti elementi della civiltà, moltiplica i monumenti, conferma l'indipendenza di Roma, vuole essere indigeno, federato e romano, re e vicario, conquistatore e console, dominatore e protettore della nuova libertà. Ariano come Odoacre, ne imita la politica religiosa e decide la nomina di Simmaco al pontificato contro Lorenzo candidato di Bisanzio: protegge vescovi, plebi, arti, redimendo l'Italia dall'impero colla doppia formula della monarchia a Ravenna e della republica a Roma fra tale uno splendore di gloria, che tanti secoli dopo confonderà ancora la fantasia di Machiavelli coi bagliori ingannevoli di una visione. Se il mondo antico aveva progredito coll'unità, il nuovo progresso derivato dal suo esaurimento deve invece attuarsi colla federazione, per determinare le individualità delle razze e degli stati, delle provincie e delle città, delle famiglie e degli individui entro le due idee universali della chiesa e dell'impero. Laonde dalla conquista irresistibile della republica attraverso le naturalizzazioni dei primi cesari, l'equilibrio di Galba, la democrazia militare di Commodo, le divisioni pacificatrici di Diocleziano, la democrazia cristiana di Costantino, le naturalizzazioni barbariche di Onorio, sorgeranno finalmente i regni indipendenti e federati dei barbari. L'embrione della storia moderna è già trovato; le leggi del suo primo momento saranno quelle di tutto il suo sviluppo.

Ma l'Italia non può come la Spagna appartenere ai goti fondendosi nella loro unità nazionale; Roma republicana e cristiana lo vieta. Quindi, emancipatasi da Bisanzio nella fondazione del regno, incomincia la propria guerra contro Ravenna rappresentante la nuova unità monarchica colla nobiltà ariana. Le differenze politiche e religiose fra le due città sono inconciliabili: il progresso sociale di Roma riassunto nel diritto romano e nel cristianesimo esige il sacrifizio di Ravenna, che contiene l'unico germe di progresso politico. La guerra scoppia, ma la vittoria è già prestabilita. Roma disarmata, alla testa di tutte le forze federali, di tutte le tradizioni e di tutte le idee, aiutata dalla stessa Bisanzio, prevarrà a Ravenna sconfiggendo nei goti gli ultimi invincibili soldati dell'epoca, annullando successivamente il genio di Teodorico diventato crudele, la clemenza di Amalasunta, l'impostura di Teodato, il suicidio regio di Vitige, il tradimento patriottico di Ildebaldo, i supremi eroismi di Totila e di Teia. Mentre i goti migrano dall'Italia per perdersi nelle paurose foreste germaniche, S. Benedetto arriva con un altro esercito di monaci e alza a Montecassino la magnifica ed imprendibile rocca, nella quale ripareranno tutte le arti e le scienze dalla tempestosa notte medioevale. La milizia cristiana ingrossa ora per ora, e si espande, conquista, si fortifica; i vescovadi italiani salgono a 145: ogni vescovo è un capitano pel quale sacerdoti e credenti possono trasformarsi in soldati; ogni fondazione vescovile è al tempo stesso un baluardo e un accampamento contro l'arianesimo al quale scemano moltitudini e guerrieri, generali e pensatori.

L'istinto politico di Roma non ha fallito; l'impero di Giustiniano e del suo successore è ancora una negazione della barbarie regia e una protezione delle vecchie libertà republicane. A Venezia, rispettata e protetta da Narsete, si costituiscono parlamenti cantonali; ogni isola ha un tribuno e un'assemblea: Eraclea è il centro delle deliberazioni generali. Napoli ha un'eguale libertà, Roma conserva il proprio senato, che può opporsi ancora al generale bizantino proseguendo la lotta fra il regno e la libertà, entrambi necessari alla vita italiana e non pertanto inconciliabili nelle proprie essenziali conseguenze. Quindi denunzia Narsete a Bisanzio; ma questi, ammaestrato dal dramma di Belisario, piuttosto che credere secondo una leggenda agli ordini insultanti dell'imperatrice Sofia, chiama i longobardi, che discendono le Alpi per rinnovare in Italia il regno dei goti. La loro conquista si compie però con metodo opposto; se i primi erano un esercito, essi sono un popolo e colonizzando dove si fermano, non mirano che all'Italia Cisalpina, ultimo campo del goto Ildebaldo, improvvisano un'infrangibile rete di fortezze intorno alle grandi città dei romani. Mentre i goti avevano rispettato le leggi e le magistrature romane, i longobardi invece sottomettono tutto e tutti alla propria legge militare. Il cittadino diventa servo della gleba, aldio, hospes; un decano regge ogni riunione di dodici uomini, uno sculdascio ogni riunione di dodici decani, un capo superiore ogni riunione di dodici sculdasci, e il re sovrasta a trentasei duchi sparsi nel regno. La faida, vendetta, è la gran legge dei longobardi, che simile all'ebrea discende al settimo grado di parentela e regola successioni e diritti di proprietà; qualunque uomo ha il proprio guidrigildo, meno i romani considerati come senza valore. Ogni longobardo è libero e soldato; ogni italiano è escluso dall'esercito, tributario e servo. I goti riconoscevano la supremazia formale di Bisanzio, i longobardi la ricusano. L'idea del regno, come negazione dell'impero, sale dunque con loro di un grado nella scala della libertà; ma i longobardi ariani essi pure s'accentrano a Pavia e vi si fortificano, come i goti a Ravenna, contro le due grandi città cristiane di Roma e di Milano. Però se questa è già vinta, quella invincibile infliggerà loro la sconfitta finale.

Intanto l'altra metà libera dell'Italia si volge contro il loro regno colla rivoluzione. Ravenna e Roma unite oppongono la più salda fortezza e il centro mondiale ancora più glorioso e ricco d'idee, mentre Bisanzio colpita a morte dalla negazione longobarda può tuttavia prestare gli eserciti di cui esse mancano; l'Italia meridionale, oltre Benevento estrema punta del dominio longobardo, è naturalmente federale; Venezia romita fra isole e paludi rimane al di fuori della lotta; tutte le città romane emancipate dalle prime battaglie fra Roma e Ravenna si stringono federalmente intorno ad esse con una somma di energie originali e incalcolabili, che la differenza di religione moltiplica esasperandole. La guerra fra cattolicismo ed arianesimo ricomincia più serrata e complessa, perchè il regno longobardo, superiore a quello dei goti, esige per essere vinto maggiori forze e diverse.

Il tempo longobardo si divide in tre periodi militari riuniti da una catastrofe: nel primo i longobardi conquistano mezza Italia, nel secondo il cattolicismo li conquista, nel terzo Roma li distrugge. La loro subita espansione supera quella dei goti, ma colta, si direbbe, istantaneamente dal contagio federale italiano, alla morte di Alboino subisce un interregno di dieci anni, nel quale i trentasei duchi regnano come tanti re. Poi nuove guerre costringono all'unità regia di Autari; vittorie si alternano a sconfitte, finchè l'eroismo di Pavia e l'abilità della sua politica trionfando con Agilulfo condensano il regno longobardo nella sola Lombardia. Nullameno l'Italia romana lo sorveglia implacabile. Mentre l'esarca di Ravenna non rappresenta che una specie di unità bizantina contro l'unità longobarda, la vera Italia dei Romani inerme è tutta nella rivoluzionaria federazione dei popoli, che odiando la barbarie del regno si serrano convulsivamente intorno alle vecchie libertà coll'ardore di una fede religiosa in lotta con un'altra.

In quest'epoca il vero capitano del popolo è già il vescovo, protettore delle moltitudini, elemosiniere dei poveri, semidio della città. La sua rivolta contro i duchi e gli esarchi per seguire il pontefice è l'origine e la forza persistente di questa guerra federale d'ispirazione e alimentata da alleanze, finchè S. Gregorio, nominato papa, non la rianimi con entusiasmo di apostolo, dirigendola con vera sapienza di statista. Di carattere bizzarro, amministratore esatto, caritatevole fino alla prodigalità, poeta e cerimoniere così da regolare le decorazioni del rito e il canto degli altari, egli è il politico più attivo del proprio secolo: e confedera tosto tutte le diocesi sfuggite ai longobardi, le dichiara suburbicarie da Tivoli a Siracusa, consiglia, dirige, sovrasta ai franchi, scatena l'impero contro Agilulfo. Quindi, reso più forte dalle contraddizioni, si rivolta con agile tradimento contro la stessa unità bastarda di Ravenna e di Bisanzio, cui si appoggia; nomina i generali, ravviva quotidianamente la rivoluzione indigena, centuplica i miracoli della religione col miracolo di una coscienza capace di credere alla propria fantasia; mentre, miracolo maggiore di tutti quelli narrati ne' suoi Dialoghi, l'Italia riunendo i risultati politici e sociali di questa lotta riesce a svolgere contemporaneamente in se stessa l'unità del regno e la libertà della federazione col grandeggiare simultaneo dei re di Pavia e dei pontefici di Roma.

Ma se il principio federale italiano raddoppia col proprio contagio la riottosità federale dell'aristocrazia longobarda sino a sollevarla contro i re, il cattolicismo più possente dell'arianesimo sulle terre italiane penetra nella corte di Pavia e la dissolve. Paolo Diacono, longobardo, storico dei longobardi, si perde nel mistero della loro conversione al cattolicismo, che oggi una critica più dotta ed acuta ha potuto scoprire. Teodolinda, bavarese cattolica, sposa di Autari e poscia di Agilulfo, appare la prima a conciliarli con donnesca abilità alla propria religione, voltandoli contemporaneamente contro l'indipendente feudalità dei duchi ariani. Nella nuova lotta dell'aristocrazia contro la monarchia, questa deve fatalmente ripiegarsi sul cattolicismo contro l'arianesimo, finchè Teodolinda vedova e sovrana, imponendo a Pavia la religione dei pontefici, permette a Roma di proseguire la vittoria colle stragi dei grandi tentate da Adeloaldo, colla divisione del regno concessa da Ariberto, coll'avvelenamento di Grimoaldo, ultimo eroe ariano, al quale succede indarno nella guerra contro i pontefici il cattolico Liutprando, marito di Guntrade, seconda Teodolinda.

Ma senza l'egida dell'arianesimo Pavia deve fatalmente soccombere a Roma. I pontefici sovrastano ai suoi re, dei quali governano la coscienza e le moltitudini, gli eserciti e le leggi. La federazione italiana sgretola ora per ora l'unità longobarda; ogni conversione è tradimento, ogni idea civile diventa deleteria in un regno, che non avendo tradizioni non può crearsi collo stato una patria, e, convertito a una religione nemica, aggiunge alle proprie contraddizioni di straniero tutte le insufficienze di un barbaro.

Le crisi imperiali di Bisanzio e le pontificie di Roma possono sole ritardargli la caduta. Infatti Roma, alle prese coi greci, deve difendere se stessa da rinascenti eresie e da continui agguati, nei quali i pontefici fanno da selvaggina. La destrezza, la perfidia, la passione sono uguali da ambo i lati, ma la rivoluzione sostiene Roma e guadagna Ravenna, ribella questa al proprio esarca e all'imperatore. Quindi tutta l'Italia romana, fraternizzando colla insurrezione di Roma, pare trascinata istintivamente verso una indipendenza longobarda come ad un'ultima gloriosa conseguenza del cattolicismo in progresso, mentre invece il trionfo di Roma su Bisanzio riaccende fatalmente la guerra fra quella e Pavia.

Così nel periodo seguente un'ultima insurrezione esplosa contro Bisanzio su tutti i punti, a Roma, a Ravenna, a Napoli, in Sicilia, fra i veneti, colla formula dell'indipendenza nazionale, non basta alla rivoluzione federale, quando il regno longobardo ingrossa minacciando di schiacciare tutto e tutti. La lotta, complicata al punto di sembrare assurda nel processo e impossibile nel risultato, conclude nullameno al trionfo della rivoluzione. La contraddizione cattolica paralizza la politica longobarda. Il papa, benchè soccorso momentaneamente da Liutprando contro gli iconoclasti bizantini, diffida del re, lo denunzia, lo costringe a dichiararglisi nemico, fomenta contro di lui tutte le ribellioni, lo gitta in braccia all'imperatore, invoca Carlo Martello, guadagna nel proprio disastro un piccolo patrimonio, pel quale si trasforma in sovrano. I papi si succedono, ma la loro politica prosegue inflessibile. Ratchis vuole seguitare il combattimento di Liutprando, ma percosso da religioso terrore ripara in un convento; Astolfo, suo successore, si arresta in mezzo a vittorie insperate, colto dallo stesso spavento, sulla via di Roma; e allora Stefano II, sublime di ardimento, viene a minacciarlo sino nel suo castello di Pavia, passa le Alpi, consacra Pipino re dei franchi e patrizio di Roma, lo trae seco, gli fa sconfiggere due volte Astolfo e disfare il regno longobardo, mentre l'esarcato e la pentapoli cadono in mano del pontefice, cresciuto a doge politico come quelli di Napoli e di Venezia.

Allora Desiderio, ultimo re scelto al trono dalla chiesa come un vassallo, tenta col disperato eroismo di tutte le decadenze una suprema rivincita; ma la stessa scomunica lo isola, il medesimo appello ai franchi lo prostra, e Carlo Magno scende dalle Alpi per cominciare nella storia un'epoca nuova.

Il patto di Carlomagno, e la dominazione franca.

Se i goti avevano commesso l'errore di accettare il principio imperiale, i longobardi lo avevano raddoppiato accettando quello cattolico. I loro due regni, sorti allo scopo di spezzare l'unità romana e bizantina, perchè le originalità latenti della nuova vita politica e sociale potessero prodursi, mutavano però l'Italia di Odoacre così che il nuovo patto fra Carlomagno e il pontefice trasportava la base del diritto da oriente ad occidente.

Tre secoli di rivoluzione avevano finalmente maturato il proprio frutto; l'antico mondo romano era cancellato, le invasioni arrestate, il dominio bizantino soppresso. La grande donazione franca alla chiesa emancipava tutta l'Italia non longobarda colla dominazione del pontefice, che non potrebbe mai regnarvi da principe unitario. Il federalismo liberale, di cui era tribuno e diventava doge, gli impediva il regno colle stesse micidiali contraddizioni che ai goti o ai longobardi, senza preoccuparsi nemmeno se egli per fatalità del proprio principio o del proprio istituto religioso dovesse tendere a una unità ben più grande e compatta che non quella dei re di Pavia. Quindi nella nuova Italia la lotta politica muta ancora terreno e metodo; la nazione divisa in franca e pontificia, giacchè i suoi punti estremi non compresi nel «patto di Carlomagno» non sono ancora politicamente italiani, prosegue la propria rivoluzione voltandosi contro i franchi per eliminarli lentamente dopo averne sfruttata tutta l'efficacia, e contro il pontefice ogni qual volta pretenda nella politica italiana all'assorbente unità della propria politica religiosa e cosmopolita. Le energie locali liberate dall'oppressione longobarda e bizantina, disciplinate dai municipii e dai vescovadi, ancora vivide di tradizioni e non imprigionate in sistema troppo angusto per contunderle, scattano rovesciando gli ultimi ostacoli. L'ideale politico individualizzato in ogni grossa città accetta le forme separatiste feudali contro ogni unità; il mondo sembra in frammenti nell'ora che la sua unità ideale si rinsalda fra Carlomagno e Leone III.

La formula del loro patto è tanto ignota quanto chiara la sua idea. Se l'impero bizantino rappresentava la modificazione indotta nell'impero romano dal cristianesimo, quello di Carlomagno esprimeva la morte dell'impero romano, quantunque la lettera del patto sembrasse invece riconfermarlo. L'impero di Carlomagno non era più che la conquista germanica consacrata dal cattolicismo, Roma la nuova Gerusalemme cattolica e Bisanzio una capitale d'oriente. Ma poichè la storia è sempre un atteggiamento dell'ideale, le due idee dell'unità religiosa e politica riassunte nella chiesa e nell'impero si toccano così in un patto, che deve guarantire la nuova vita spirituale e mondana. Per esso il papa, signore delle coscienze, sottomette all'imperatore tutti i re e tutti i sudditi, e l'imperatore dedica ogni forza propria alla difesa della chiesa contro ogni protervia del mondo. Per un residuo bizantino e per la sua doppia qualità di pontefice e di doge, il papa è soggetto all'imperatore, che solo può nominarlo; ma il papa sarà sempre più forte dell'imperatore, cui può isolare nell'impero con una scomunica.

E questo patto, del quale gli articoli non furono mai trovati, erompe dalla duplice idea del papato e dell'impero, e vivo, flessibile resisterà a molte rivoluzioni, soffocherà molte forme politiche, ne avvolgerà proteggendole molte altre, dilatandosi con esse, resistendo a violenti strappate di papi e d'imperatori prima di rompersi come una inutile bardella nelle mani della storia.

L'influenza romana passa quindi nella dominazione dei franchi, che si costituisce con una federazione di re e si suddivide in tre parti alla morte di Carlomagno. Ma sotto lo sforzo della federazione europea i Carlovingi si logorano e diminuiscono, mentre ad ogni grado della loro decadenza unitaria si scopre sempre la mano dei pontefice intento a stringere la propria chiesa in una costituzione capace di sfidare i secoli. I nuovi Capitolari fissano tutti i riti, la sacra gerarchia si purifica, le varietà monastiche si precisano, i miracoli scorrono a fiotti, e la teologia cattolica, liberata dalla teologia bizantina, attraverso la quale un capriccio dell'imperatore poteva decomporre le formule ed alterare i dogmi, presenta la prima volta al mondo il sublime spettacolo del pensiero abbandonato da ogni forza profana, e superiore a tutte le vicissitudini degli imperi. Il prete, non più suddito e maggiore di ogni altro uomo, inizia quella elevazione religiosa dell'occidente, che dovrà poi formare l'eroismo di qualunque uomo pensante nella sincerità della propria coscienza.

Sotto la dominazione dei franchi l'Italia offre il nuovo spettacolo di un progresso sociale determinato da una decadenza politica. Nel regno i romani sono definitivamente pareggiati ai longobardi, la nobiltà dei quali conserva tutte le proprie leggi e le proprie ricchezze; i vescovi riuniti in consigli semipolitici e ammessi nell'esercito acquistano la capacità della loro imminente rivoluzione. I vescovadi, forti delle nuove immunità, preservano industria e agricoltura, mentre il conte e il vescovo, rappresentanti il patto di Carlomagno e momentaneamente associati, resistono alla tradizione unitaria e a quella imperiale di Bisanzio. S'aprono le università. Il regno, già ostile al vecchio nome dei longobardi e al nuovo dei franchi, s'intitola dall'Italia squarciando la rete delle città militari stabilite a controsenso delle città romane, e spezzandosi in quattro parti con quattro capitali: Ivrea, Spoleto, Lucca e Verona; Benevento, superstite ducato longobardo col nome superbo di Lombardia minore, viene raggiunto dalla rivoluzione e presto sottomesso da Capua. Imperano dunque tre leggi: romana, longobarda e dei franchi; questi, piuttosto dominii diretti che utili del regno, soccombono ad una centralizzazione governativa confidata a funzionari volanti, a messi regi e a conti di palazzo. E il regno si mantiene immobile.

Il progresso sociale dell'Italia pontificia si mostra invece colla nuova ricchezza di Roma e del pontefice, mentre la decadenza politica condanna questo all'impossibilità di essere vero doge come vorrebbero i romani per imitazione di Napoli e di Venezia. Invece il pontefice, costretto quale capo della sola rivoluzione politico-religiosa ad esigere l'annullamento di Roma nella chiesa ed incapace di ottenerlo senz'armi, umilia sotto la spada del duca di Spoleto la propria città sino a farle rimpiangere l'anarchia bizantina e l'impotenza degli esarchi. Quindi vi scoppiano rivoluzioni contro di lui e contro i franchi.

A rovescio del regno e del papato le repubbliche bizantine, estranee al patto di Carlomagno, raggiungono un progresso politico mediante una decadenza sociale, che riconferma la tirannide del patriziato contro la nuova democrazia dei vescovi: il rigore della reazione vi è tale che si preferisce il dispotismo orientale alla dominazione franca, e vi si osteggiano simultaneamente Roma e il regno per salvare le proprie autonomie. Quindi dogi e nobili difendono l'indipendenza delle repubbliche contro l'opposizione popolare come veri despoti bizantini a Venezia, a Napoli, ad Amalfi invocante i saraceni, e nella Sicilia che accetta i mussulmani.

Ma nel rapido declinare dei Carlovingi il centro dell'occidente si sposta o meglio ancora scompare, permettendo a tutti i popoli oppressi dalla loro conquista di ricostruirsi in nazione. Il loro moto propagandosi all'Italia raduna in Pavia la dieta disusata dei marchesi, che offrono simultaneamente la corona italica a Carlo il Calvo re dei franchi e a Luigi re di Alemagna, pel quale accetta la candidatura il figlio Carlomanno. Papa Giovanni VIII, che deve consacrarli, opta per il primo contro i baroni parteggianti pel secondo, ma il mondo occidentale si allontana sempre più dal proprio centro francese. Carlo il Calvo assalito dal rivale diminuisce così che la sua dominazione sopra le grosse marche italiane, ormai forti quanto un regno, non è più che nominale. Quindi il papa, attaccato dai marchesi come supremo sostenitore dell'impero, rientra violentemente in azione, si reca in Francia, vuole incoronare re il duca di Provenza, convoca un concilio a Roma per deporre Carlomagno, sommove chiesa e regno invocando Bisanzio, sottomettendosi ai saraceni, moltiplicando eccessi e scandali al punto di parere impazzito. Ma la storia, come per dargli ragione, rievoca Carlomagno in Carlo il Grosso che, riassumendo per un istante l'impero, ridiventa re di Germania, d'Italia e di Francia, e si estingue improvvisamente come ultimo razzo di un incendio, onde era stato illuminato tutto il mondo.

Catastrofe del Regno.

Quindi l'unità del regno fondata dagli eruli, stabilita dai goti, cementata dai longobardi, mantenuta dai franchi, spezzata dalle quattro grandi marche, ritenta indarno di ricomporsi con una reazione. La prima lotta per la corona italica alla caduta dei Carolingi scoppia fatalmente in Italia fra Berengario duca del Friuli e Guido duca di Spoleto, che vincitore per un istante crede di regnare sui marchesi mediante la nomina ad imperatore ottenuta dal papa. Ma il problema, moltiplicandosi per tutte le antitesi dell'impero col regno, diventa inintelligibile; Roma tergiversa e rinnega la data consacrazione per ripeterla sul tedesco Arnolfo contro il nuovo imperatore di Spoleto; questi è disperso. Roma straziata fra papa e antipapa riconferma imperatore un secondo duca di Spoleto, finchè Berengario duca del Friuli ricompare sulla scena e ne fugge nuovamente. Allora si presentano Rodolfo di Borgogna e Ugo di Provenza: il primo soccombe dopo un anno a quella stessa rivoluzione che lo aveva chiamato; il secondo dopo quattordici anni di abili massacri, sempre vacillante sul trono, abdica forzatamente in favore del proprio figlio Lotario, che pupillo di Berengario II scompare nello stesso dramma del proprio tutore. Tutte queste prove dell'impossibilità di un regno nazionale determinano finalmente la calata di Ottone I in Italia; ma questi succede davvero a Carlomagno e ne ripete il sacro patto colla chiesa.

In tutto questo periodo le republiche bizantine, poste fuori dell'orbita della guerra e solamente preoccupate della propria indipendenza, assistono come spettatrici alla suprema contesa pel regno, ignorandone l'importanza e essendone ignorate. Ma poco dopo rassicurate dal trionfo della casa di Teodora, che trasforma Roma in una vera republica bizantina, rinunciano alle enormità delle tirannidi dogali e all'alleanza dei saraceni, onde si difendevano contro di essa.

Col nuovo patto di Ottone tutta la grande rivoluzione del regno è assicurata, ma il regno vanisce nell'imperatore dichiarato re d'Italia. Qualunque nuovo pretendente sarebbe d'ora innanzi impossibile contro l'immensa federazione italo-germanica. Nuove marche disorganizzano le vecchie, nelle quali i marchesi avevano cospirato pro e contro tutti i re; altre famiglie, come quella d'Este dalla quale uscirà Matilde, la grande eroina della chiesa, sorgono e grandeggiano sulle antiche. Per togliere il Piemonte all'influenza regia di Pavia e di Ivrea, Ottone dà la propria figlia ad Alerano, signore di Ronco, costituendogli un feudo enorme col Monferrato, mentre dietro il Piemonte Beroldo rinserra nelle torri di Morienna la futura casa di Savoia, nido di avvoltoi forti e rapaci, dal quale s'involerà qualche aquila. Ma per assicurare la demolizione del regno Ottone ne affida ai vescovi, implacati nemici di tutti i re, le rovine; e i vescovi regnano in ogni città rivaleggiando vittoriosamente col conte, ufficiale dell'impero, slargando la propria giurisdizione, assorbendo quasi tutti gli affari civili e politici. Così la chiesa, sempre ferma nel non riconoscere i barbari e nel conservare le circoscrizioni romane delle proprie diocesi contro l'ordinamento militare del regno, onde Milano signoreggiava ecclesiasticamente Pavia, e Aquileja quasi distrutta da Attila dominava tutto il Friuli, la Venezia e l'Istria, raccolse finalmente il frutto di una politica incomparabilmente longanime e sapiente in una supremazia, che le permetteva di assumere la direzione di tutta la vita italiana e di cedere nella nuova intima fusione coll'impero la nomina degli stessi vescovi agli imperatori fra le entusiastiche acclamazioni del popolo.

Capitolo Secondo.
I Comuni

Loro origini.

Altre concessioni imperiali protessero i comuni.

Sull'origine di questi si è fin troppo discusso, attribuendola più specialmente alla gilda longobarda o al municipio romano; ma l'una non fu mai che un'angusta e semplice associazione commerciale, e l'altro era già una istituzione distrutta dalle invasioni dei barbari, seppellita dal loro regno unitario e feudale. Del municipio non si avevano da gran tempo memorie nemmeno nelle città come Napoli sfuggite all'azione del regno, quando la gilda appariva la prima volta a Genova nell'anno 1161. Il nuovo comune non poteva essere nemmeno la curia sopravissuta a Ravenna sino al sesto secolo e così svanita negli altri, che i nuovi giureconsulti s'imbrogliavano sul senso della sua parola, e le costituzioni 46 e 47 di Leone il Savio verso l'anno 890 vi accennavano già come ad antichità male conosciuta e facilmente erronea. Il comune è il borgo, la città creata nella nuova storia dalle rivoluzioni del regno, dalle insurrezioni contro i re, dalla chiesa che dirige il popolo, dai vescovadi che succedono alle curie romane, dai nuovi rapporti politici che raggruppano le genti, dalle necessità di una continua difesa che arma tutti contro tutti, dagli ultimi modi della libertà e dell'indipendenza, dal nuovo spirito che creando l'individuo dava una nuova individualità a tutte le forme della sua associazione. La lotta fra le città romane e le militari affrettò in queste ultime la formazione del comune: il moto federalista protetto dallo stesso regno contro l'impero svolse la prosperità e lo spirito di tutti i centri costretti a muoversi sopra se medesimi individualizzandosi in una fisonomia originale, che provasse la loro potenza. Le stesse milizie privilegiate dei conquistatori regnanti, respingendo dalle proprie file i vinti, dovettero addensarli, renderli più compatti, forzarli ad organizzare in seguito qualche istituzione capace di ospitare il loro presente e di preparare il loro futuro.

Il comune, incominciato non si sa nè come nè quando, appare nella storia al terzo spostamento dell'impero con Ottone I che, sembrando crearlo con alcune concessioni, invece è piuttosto l'interprete che l'autore della rivoluzione comunale, un alleato anzichè un conquistatore, un presidente meglio che un re.

Dopo Ottone I i conti non hanno più assoluto potere sulle città; nessun re concentra più le loro forze; ogni traccia dell'organizzazione unitaria scompare; ogni centro ducale si frange: i municipii si preparano già a lottare fra loro per ripetere colla grandezza delle vecchie marche la gloria di una vita, che la storia ammirerà per tutti i secoli. Invano alla morte di Ottone I Arduino d'Ivrea ritenta i moti di Berengario, ultimo pretendente; la sua proclamazione non è più che una commedia, la sua rivoluzione una rivolta, la sua impresa uno sbaraglio, la sua vita un brigantaggio, la sua fine in un convento una codardia. Quando più tardi nel 1024 un'altra cospirazione offre il regno italico a Guglielmo III duca di Aquitania, questi meno spaventato ancora da una guerra colla Germania che dalla sacrilega necessità di deporre tutti i vescovi ostili, declina l'offerta. I vescovi sono dunque i difensori della rivoluzione, che secondo l'antico disegno sviluppa il progresso della democrazia col tragico mezzo di una decadenza politica.

Ma la distruzione del regno, ottenuta con tanto sagace fermezza di propositi dalla chiesa, colpisce il dogado romano creato dai papi di Teodora e di Marozia, e distrugge la vecchia aristocrazia romana, mutando il nuovo papa in un vice-Dio delle moltitudini. La feudalità del contado insorge contro il patriziato romano, mentre per la recente donazione di Ottone le città romane si atteggiano invece a democrazia federale contro Roma umiliata dal pontefice oramai più imperiale che romano, e la suprema reazione repubblicana di Crescenzio, idealizzato poi da un patriottismo archeologico e allora abbandonato da tutte le forze vive del tempo, soccombe in un dramma mescolato di assassinio.

Così per impadronirsi di tutta l'Italia Ottone I, invertendo la propria politica, cerca invano di ricostituire intorno a Capua, la feroce, un ducato vasto quanto un regno, giacchè non ostante l'aiuto di Pandolfo Testa di Ferro, feudatario e bandito di genio, ogni tentativo vi fallisce. Tutte le repubbliche si collegano con Bisanzio per sottrarsi a questa nuova minaccia di dominazione unitaria, Napoli insorge, Amalfi resiste, Venezia ricusa ogni tributo, Bari accetta il Catapane bizantino e diventa la Ravenna del mezzogiorno, finchè Capua stessa, presa nel movimento greco, si desta per sempre dal proprio ultimo sogno longobardo, e del regno si dissipa persino il ricordo.

Vescovi e consoli.

Il comune è la prima grande originalità della nuova storia. Romani e barbari, regno ed impero, non si mostrano più nella sua formazione: l'antica città greca e romana, che sviluppando l'idea dello stato politico aveva riempita la storia antica, non risorge nel comune, creazione di nuovi uomini in lotta per nuove libertà e che posseggono già le due idee universali della chiesa e dell'impero. Il comune non vuole diventare regno, non cerca la sovranità politica ma l'indipendenza sociale. L'impero è lo stato, la chiesa l'umanità; esso invece è la patria composta forse di poche case, circoscritta a un minimo territorio, che l'ombra della cattedrale basta a coprire e a difendere. Il comune, agglomerazione di famiglie ed associazioni d'industrie livellate dagl'invasori coll'oppressione ed uguagliate dalla chiesa colla propria libertà spirituale, deve svolgersi; se non riuscisse a crescere bisognerebbe ritornare al sistema pagano della servitù per mantenere la produzione, e il regresso nella storia è impossibile. Stranieri l'uno all'altro, i comuni non hanno nazione: chiusi nell'egoismo come in una corazza infrangibile, resistono a tutti i colpi, si dilatano senza mutare idea; sempre preoccupati di produrre tutto in se stessi e per se stessi, paiono la negazione delle due grandi unità mondiali della chiesa e dell'impero, ed invece ne sono la conferma, giacchè la nuova patria separata dall'idea di nazione potrà nella futura fusione dei comuni e nella formazione dei massimi stati evitare la separazione dell'antico mondo, nel quale ciascun popolo considerava barbari e nemici tutti gli altri.

Le guerre dei comuni non avranno, per quanto atroci, i due caratteri antichi dell'odio di razze e della conquista politica, ma i grandi comuni assorbiranno i piccoli, lasciando loro i più essenziali caratteri. Gli interessi agricoli, commerciali, industriali saranno i motivi della politica comunale, mobile, feroce, senza scrupoli, piena d'indulgenze, di ritorni, di contraddizioni; capace di prendere le più varie forme politiche, di resistere a tutti i drammi, di sottomettersi a tutte le autorità, di ribellarsi a tutti i dominii per accrescere la libertà sociale, di agire, di produrre, di arricchirsi, di creare tutta quella civiltà, che dura ancora ed ebbe nel Rinascimento un meriggio senza pari nei giorni di tutte le storie.

L'Italia comunale non volle mai unificarsi in regno come molti storici dell'attuale periodo rivoluzionario hanno preteso: le due lotte del regno contro l'impero romano e il bizantino, e dell'impero franco e germanico contro il regno, non avevano nella storia altro scopo, e non vi rimasero con altro significato che la formazione del comune; il quale percorrendo tutta la propria gamma doveva sviluppare il concetto e la forma dello stato moderno. Soffocarlo allora per la formazione di un regno nazionale sarebbe stato un capovolgere le leggi storiche, e un volere la fine negando il principio.

La nuova lotta dei comuni contro l'impero non era per distruggere la sua tirannia ideale, ma per togliergli la dominazione ereditata dal regno, colla quale contrastava allo svolgersi della nuova vita. L'èra dei comuni si chiude come in una parentesi fra la caduta del regno e il sorgere dei principati. La rivoluzione comunale procede contro nobili, regi e feudali vigilanti come scolte nemiche; la cattedrale è la sola fortezza del comune, il campanile la sua unica torre.

Alla caduta del regno ogni città ha due capi, il conte e il vescovo. Il primo, anche se indigeno, è ancora uno straniero della razza distrutta degli invasori e ne conserva i diritti; comanda, non lavora, non produce. Sua legge è la spada, suo costume la rapina, sua virtù la violenza. Il secondo è del popolo, nel popolo, col popolo; nullo in diritto, muta in armi le proprie immunità e ne copre parte della popolazione; padrone di Dio, può dirigerlo contro ogni nemico; arbitro della religione, può schiacciare le più dure coscienze. Divampa la lotta: il conte per vivere deve decimare, taglieggiare, rubare; il popolo per vivere deve isolare, allontanare, sopprimere il conte. Ma davanti al vescovo, protetto e protettore dell'impero, il conte deve fermarsi; ecco il baluardo dietro il quale il popolo fulmina il conte, che l'impero abbandona seguitando nella distruzione politica del regno. La lotta eguale in tutti i comuni, grandi o piccoli, si svolge per fasi predeterminate: una prima rivolta, una prima espulsione del conte, probabilmente un suo ritorno, la sua cacciata definitiva, dalla quale viene l'esaltazione del vescovo, che sostituendosi al conte nella giurisdizione regia muta il comune in una specie di piccola teocrazia. Quindi la prima costituzione del popolo non esprime ancora che la fusione delle maggiori famiglie del comune, cioè della nobiltà del vescovado colla superstite corte del conte, mentre il resto del comune è appena il resto; ma la convocazione dell'assemblea popolare nella chiesa, cangiata così in parlamento e aperta a tutte le discussioni per abituare fra non molto al pericolo di tutte le congiure, rivela presto i primi lineamenti del nuovo stato. Ogni forma politica della storia attuale è dunque nata in chiesa e colla chiesa.

Milano, eroica avanguardia della nazione, condensa tutta la storia del tempo nella propria cronaca. Le vicende della guerra sono molte, il suo moto si propaga torcendosi sulle terre della chiesa contro i conti o i rettori nominati dal papa, si giova del terrore religioso gettato in tutte le coscienze cristiane dall'anno mille, investe i feudi incapaci di abbattere i loro capi feudali senza suicidarsi, costringe tutte le dinastie a popolarizzarsi. La famiglia di Canossa sfolgoreggia, l'altra dei Savoia aumenta, quella d'Este ramifica, e intorno ne spuntano altre cento. La rivoluzione guadagna Corsica e Sardegna, passa il Garigliano abolendo dogi e duchi, sollevando tutti i popoli del Mezzogiorno, riunendoli all'antica Italia, dalla quale si erano staccati all'urto della prima discesa longobarda. Mello, il grande eroe di Bari, per rovesciare la dominazione bizantina dei Catapani chiama i normanni dandosi all'imperatore Arrigo II; in Roma Gregorio VII, nemico dei conti e dei patrizi, compie contro l'imperatore, inteso a padroneggiare la grande urbe, sostenendovi i conti di Tuscolo, la stessa rivoluzione dei vescovi, e chiude per sempre il doppio periodo di Teodora e di Crescenzio.

Ma i continui appelli dei conti traccheggiati, sconfitti, scannati decidono l'impero ad una reazione.

Corrado II di Weibelingen discende le Alpi per mantenere in Italia l'equazione stabilitavi da Ottone I; la guerra è dunque fra legalità e progresso, tradizione ed innovazione, aristocrazia e democrazia. Senonchè la reazione, debole dappertutto, si logora in pochi scontri. Gli eroi della rivoluzione grandeggiano: Eriberto arcivescovo di Milano inventa il carroccio e lo addobba colle bandiere della vittoria; tutte le città sono chiuse, Bonifacio marchese di Toscana tratta coll'imperatore da pari a pari, l'esercito invasore o non vince o non conserva se non quanto può occupare. E la riconciliazione tra i vescovi e l'imperatore Arrigo III consacra presto la loro rivoluzione, mentre i normanni, poeti di un dramma fulgente quanto breve, ne precipitano la soluzione impadronendosi di tutto il mezzogiorno per riceverne ginocchioni l'investitura dal pontefice loro prigioniero, e che finalmente realizza così tutta l'antica donazione di Pipino e di Carlomagno.

Ma le città italiane non possono fermarsi all'espulsione del conte abbandonato nell'esilio dall'imperatore, poichè questi conservando il diritto di nominare i vescovi, può, collo sceglierli nella aristocrazia ostile al popolo, rialzare la tirannia abbattuta. Quindi la guerra ricomincia contro l'impero e nella regione della chiesa contro il papa per affidare l'elezione del vescovo ai preti e ai canonici del capitolo sempre in comunicazione diretta colla città.

Nella nuova lotta, anche più ricca di drammi, Milano conserva ancora il posto d'onore. Arioaldo è il santo, Erlembardo l'eroe di questa seconda guerra, che si ripete in tutte le città regie e romane guidate da un altro santo e da un altro eroe, S. Pier Damiano e frate Ildebrando di Soana. Pullulano i miracoli, risorgono le ordalie, tutti gli strattagemmi e tutte le armi sono impiegate per assicurare contemporaneamente la libertà del comune e della chiesa colla libera elezione dei vescovi e dei papi. Infatti frate Ildebrando, gigantesca figura di atleta fra tutti quei minuti combattenti, austero fino alla inflessibilità e nullameno duttile sino alla menzogna, instancabile, intrepido, infallibile, prosegue la rivoluzione nella libera elezione dei papi, finchè, papa egli stesso, dichiara la guerra del sacerdozio all'impero. Questa volta l'urto non è tra pontefice e imperatore, ma fra i principii che rappresentano; il conflitto accidentale delle loro volontà sovrane si cangia in un'antitesi inconciliabile di due idee. Gregorio VII con uno sforzo sublime di ardimento dichiara l'idea della chiesa superiore ad ogni altra e le sottopone conti, re, imperatori, città e popoli: reclama la libertà di tutte le nomine, di tutti i beni e di tutti i giudizi ecclesiastici. Il patto di Carlomagno si rompe, l'impero negato nella idea diventa pari all'antico regno longobardo. Mentre il papa ricusa di essere eletto dall'imperatore, questi ha d'uopo della consacrazione pontificia per essere tale. Gli imperatori sempre superiori al papato, che avevano salvato e ingrandito colle donazioni, vengono degradati da un loro vassallo; il papa, povero prete e semplice vescovo, che altre volte aveva pellegrinato mendicando al loro trono assolvendo i loro crimini e così spesso santificando i loro vizi, si erge improvvisamente loro innanzi come un giudice divino e un sovrano troppo alto perchè alcuna arma possa abbatterlo o qualche patto legarlo.

Ma nella mistura dei poteri politici di allora l'affermazione di Gregorio VII concludeva alla distruzione dell'impero, nel quale avrebbe nominato vescovi, grandi elettori, con un dispotismo unitario più terribile di quello stesso imperiale. Quindi la rivoluzione si scinde tosto passando con forti masse nel campo dell'impero. I preti stessi incalzati dalla riforma, onde l'austero pontefice li minaccia, recalcitrano opponendo al papa la storia del papato, accusando di utopia la sua idea, imbrogliandone il dibattimento; mentre la battaglia sta per avvampare colla forza indomabile di due principii sintetizzanti gli interessi di due mondi, e il popolo, sempre sicuro nell'istinto della propria storia, si prepara a rovesciare il vecchio impero sotto i colpi di Gregorio VII e il nuovo papato sotto quelli di un altro cesare rigenerato.

Nei quarantacinque anni della guerra per le investiture, dal 1077 al 1122, papa ed imperatore sembrano oscillare inesplicabilmente dalla sconfitta alla vittoria, poichè le città li seguono o li abbandonano secondo l'interesse della propria libertà; e quando cesare trionfa, le città lombarde passano al papa per ricondurlo sul campo di battaglia; quando questi prevale, Roma e le città della donazione passano all'imperatore per moderare il loro capo legittimo. Ma il vinto, rialzato sempre dalla politica cittadina contro il vincitore, è naturalmente condannato ad accettare il progresso dovuto alla propria sconfitta. Per governarsi in così difficili ed improvvise inversioni il popolo non ha che a guardare in faccia i nobili, i suoi eterni nemici, e a gittarsi ciecamente contro la vittoria imperiale o pontificia che li ha insuperbiti; finchè il moto arrestandosi lascia l'Italia emancipata e capovolta, colle città lombarde strette al papa e le pontificie alleate coll'imperatore.

Gli eroi di questa immensa tragedia finiscono tutti dolorosamente: Gregorio VII muore nell'esilio, Arrigo IV aspira invano al suicidio, incatenato dal destino alla vita come ad un supplizio; la contessa Matilde discende nel sepolcro avvolta nell'odio universale come in un sudario che le abbia gelato il sangue; ma nell'azione forse mai si videro più energiche e complesse figure.

Così, mentre Roma si era sollevata contro il papa e la Germania in ritardo si rivoltava contro l'imperatore moltiplicando le antitesi italiane per le proprie contraddizioni tedesche, la testa ancora troppo giovane di Arrigo IV aveva come girato su se stessa. Invano il cardinale Ugo Bianco e l'arcivescovo Gualberto di Ravenna lo guidavano contro il papa, da essi scomunicato alla dieta di Worms e al concilio di Pavia; l'imperatore atterrito dalle rivoluzioni cattoliche della Germania era venuto a scalpicciare seminudo e scalzo sulla neve nel cortile di Canossa, implorando perdono da Gregorio e dalla contessa Matilde. Ma, perdonato e ribenedetto, si era destato come da un brutto sogno al primo soffio della rivoluzione italiana, che lo respingeva irresistibile contro il papato. Quindi da abbietto penitente mutato in magnifico imperatore e in terribile generale stava già per sopraffare Gregorio VII e la contessa, quando la rivoluzione germanica lo arrestava ancora, l'imperatrice Adelaide lo copriva di calunnie. Milano incoronava suo figlio Corrado re d'Italia, la crociata di Pietro eremita gli scoppiava sul capo come un uragano, il papa consacrava l'anticesare Rodolfo, l'Italia spaventata dalle vittorie imperiali si riconciliava col papa, e la Germania lo aggirava per un laberinto di tradimenti nei quali perdeva se stesso e la vita. Così dopo settantadue battaglie Arrigo IV errava mendico come Belisario e fra tanta gloria moriva quasi sconosciuto. Però la guerra, cessata con Arrigo V suo figlio, si riaccendeva per sospendersi ancora ad un primo ed incredibile compromesso, nel quale papa ed imperatore rinunciavano ad ogni reciproca pretensione, l'uno a tutte le antiche donazioni, l'altro a tutte le investiture; finchè scoppiando come una rissa nella basilica di San Pietro al momento dell'incoronazione finiva al trionfo del pontefice Pasquale II e della rivoluzione liberata dal doppio patto di Carlomagno e di Ottone.

La chiesa e l'impero, rimasti alleati saranno d'ora innanzi nemici: quella armata della teologia e del vangelo, questo della giurisprudenza e della tradizione. La chiesa, separata dai propri credenti, è un istituto autonomo e autocefalo che ha conquistato un posto unico nella storia, al disopra di tutti i regni e di tutte le leggi. L'universalità della sua missione, la divinità della sua origine, l'unità del suo principio danno ai suoi sacerdoti il potere sul mondo. Siccome abbraccia tutti, nulla le sfugge, nè un individuo, nè un'idea.

Ma contro di essa sta l'impero, vivente nella tradizione politica e sociale del mondo antico, vivo di tutte le libertà e i progressi del mondo moderno, custode della legge e protettore dell'indipendenza federale. Se il papa, arbitro di Dio, può dispensare da ogni obbligo e assolvere da ogni peccato, l'imperatore impone la fedeltà a tutti i contratti e punisce tutti i delitti; l'uno rappresenta l'arbitrio che unifica le leggi annullandole, l'altro la legalità che le precisa e le conserva. E in mezzo all'impero e alla chiesa, condannati ad estenuarsi nello sforzo impossibile di sopprimersi reciprocamente, la rivoluzione libera e liberatrice prepara nei comuni gli stati moderni formando negli individui ancora imperfettamente eguagliati dal cristianesimo ed emancipati dalla federazione, i futuri cittadini di Machiavelli e di Mazzini.

Intanto la geografia politica d'Italia si è profondamente mutata. Il papa regna su tutta l'Italia greca all'infuori di Venezia; in Sardegna, in Sicilia, in Corsica rappresenta la rivoluzione vescovile e la democrazia cattolica, alla quale deve restare fedele per non perdere i benefizi delle donazioni ottenute per dedizioni spontanee. L'antico regno conquistato da Carlomagno e mantenuto imperialmente da Ottone I è una federazione repubblicana, che ha la sua dieta a Roncaglia, le proprie democrazie nelle città dei vescovi, le proprie aristocrazie nei feudi dei conti, e costringe l'imperatore ad essere libero e legale. Questi due alti dominii, dividendo l'Italia in due grandi parti, nord e sud, dovranno urtarsi daccapo sotto la pressione di un progresso costretto ad equilibrarsi con uno scambio continuo.

Infatti la guerra si dichiara immediatamente fra i due trionfatori rivoluzionari, il vescovo e il popolo: l'uno personaggio prodigioso, interprete del cielo a nome di Dio e signore di tutto il dominio temporale, perchè solo dinanzi a lui cessa la legge feudale del conte, ultramondano nel significato e nella tendenza della propria politica; il secondo, strano, multiplo, produttore, commerciante, così innamorato della terra da atteggiare la speranza del paradiso come una ripetizione della vita terrestre. All'ombra protettrice del duomo questi ha costituito il proprio organismo e sbozzata la propria forma; la sua testa sono i consoli, tutte le sue altre membra la moltitudine; dopo aver acquistata la coscienza della propria originalità coll'associarsi al vescovo nella lotta contro il conte, comprende ora la differenza della propria bottega coll'altare, dei giudizi consolari nelle liti di terra e di mare colle ordalie. Ma circospetto nella propria audacia perseverante, si limita ad insinuare la propria libertà fra quelle dei conti, dei vescovi, degli abati, delle diete, dei re, senza nulla modificare delle apparenze, e come un diritto non meno antico dei loro.

Quindi i consoli affettano abilmente la propria antichità: le corporazioni delle arti si mutano in compagnie guerriere non ubbidienti più che alla loro voce laica: il primo popolo composto dei notabili della curia vescovile e comitale, annettendosi nuove famiglie estratte dalla moltitudine, seguita a rappresentarla per un diritto aristocratico di nascita simile a quello dei nobili: laonde distribuisce ai propri membri ogni funzione mutandosi in secondo popolo, più numeroso e compatto, più organico e più forte. Il vescovo è presto spodestato. I consoli, di minori fatti maggiori, invece di essere immobili nel proprio grado, come i vescovi e i conti, vi sono così fluidi da parere effimeri.

Laonde, rinnovati continuamente sotto l'occhio vigile del popolo, non ne sono che i commessi. La necessità per loro di derivare ogni forza dai cittadini, non avendo come il vescovo influenza di religione o autorità di tradizione, li costringe a supplirvi con un consiglio di anziani scelto proporzionalmente fra i vari quartieri e rinnovabili ad ogni sei o dodici mesi. Ma questo consiglio, del quale si trova l'embrione anche nell'epoca di Carlomagno, diventa una specie di senato pei massimi affari della repubblica nascente, al disopra del grande consiglio o assemblea riunita la prima volta da Arioaldo e da Erlembaldo nelle lotte vescovili di Milano. Il parlamentarismo essendo iniziato, presto se ne stabiliscono le regole. Infatti l'assemblea universale non viene riserbata che ai casi estremi, nei quali la città venga compromessa dall'accettare o ricusare ordini pontificii o imperiali: la sua influenza scema ogni giorno sotto l'azione aristocratica del secondo popolo, che organizzandosi si sovrappone alla moltitudine.

Il sistema elettorale del nuovo parlamentarismo, imitato su quello della chiesa che lascia alle proprie gerarchie la nomina dei membri, permette ai consoli di eleggere gli anziani, i membri della credenza, persino i propri successori. Il popolo è dunque un'aristocrazia borghese formantesi al disopra della moltitudine per concessione della moltitudine stessa. Tutti gli statuti comunali italiani del tempo provano abbondantemente tale forma di diritto elettorale, ma questa usurpazione del popolo è così accetta alla moltitudine che passa come inavvertita, e i primi anni dell'èra consolare sino al 1133 rappresentano l'età dell'oro nella storia italiana; tutto è fatto in pubblico per il pubblico; moltitudine e popolo, rappresentato e rappresentante, si confondono in una sola idea e in una stessa volontà, mentre la rivoluzione consolare prosegue la vescovile ritorcendo il diritto romano contro il diritto longobardo. Giustiniano diventa un idolo, Pepo ed Irnerio sono i nuovi eroi dell'epoca, tutta la politica dei consoli si riassume nell'accettare la posizione intervertita delle città imperiali e pontificie, rimanendo amici dell'imperatore e del papa a rovescio della loro sovranità.

Ma la rivoluzione consolare, per uscire nel secondo momento dalla propria oscurità e soppiantare il vescovo indarno resistente, deve elaborare la propria organizzazione parlamentare. Infatti i poteri al tempo stesso militari e civili dei consoli, troppo simili a quelli del conte, si scindono colla creazione dei consoli del comune e dei placiti, il numero dei quali, determinato come a Genova dal numero dei quartieri, cresce colla cifra variabile che rappresenta l'intensità della democrazia. Roma e Milano, quella coll'antipapa Anacleto II, questa col proprio vescovo Anselmo, affermano il secondo momento della rivoluzione consolare, affrettandolo anche nelle città regie, sempre più retrive delle romane, e sconvolgendo le regioni feudali per mutarne in consoli gli ultimi feudatari.

La reazione pontificia ed imperiale, riuscita vana contro la rivoluzione dei vescovi, deve quindi investire questa dei consoli sotto la doppia direzione di papa Innocenzo II e di Lotario III imperatore velfo. Il papa è inerme, l'imperatore poco armato, giacchè per marciare su Roma non ha che 2000 cavalli, mentre l'antipapa Anacleto II e l'anticesare Corrado III sono sostenuti dalle maggiori città. San Bernardo è il grande oratore della reazione, Arnaldo da Brescia l'eroe della rivoluzione: si assomigliano e si urtano, entrambi austeri, forti d'ingegno, inflessibili nel carattere. Se l'eloquenza del primo è maestosa come il corso di un gran fiume, quella del secondo ha l'impeto e il fragore di un torrente: se quegli illumina, questi abbrucia. San Bernardo ripete l'utopia di Gregorio VII; ad Arnaldo la rivoluzione consolare suscita nel pensiero l'utopia di una risurrezione republicana. Ma tutti i moti di questa reazione, fiacchi e discordi, falliscono; le grandi città ne trionfano, Ruggero Normanno, invincibile entro Palermo, vi ospita l'antipapa Anacleto, abbraccia il suo scisma, e riunendo nella forte mano tutto il mezzogiorno riordina il proprio regno in senso unitario e consolare, per ritornare poi console vittorioso nel grembo della chiesa costretta a sanzionare la sua rivoluzione.

Guerre municipali.

Quindi la rivoluzione vincitrice della propria reazione si scatena in un tumulto inintelligibile di guerre municipali per determinare i contorni dei municipii educandone le forze. Dissipato ogni ricordo del regno, cessata la doppia pressione imperiale e pontificia sulle città, e costituitasi con una prima amministrazione indipendente la loro prima coscienza politica, tutte si guatano in cagnesco e si assalgono. La sola patria è il municipio, poichè di nazione non esiste nè ricordo nè aspirazione. Ogni frammento disgregato del regno animandosi ne ha concentrato i bisogni e le energie, ogni città vuole espandersi e soverchiare: le forze locali, le originalità latenti del nuovo sistema municipale sostituito a quello regio-imperiale esigono la guerra per prodursi. Ma il vecchio dualismo delle città regie romane dura tuttavia raddoppiato dalla rivoluzione vescovile e consolare, che avendo innalzato queste deve degradare quelle. Ecco il segreto della guerra, susseguente, ignorato dai cronisti, cercato da quasi tutti gli storici, sfuggito all'acume del Sismondi, colto magistralmente dall'ingegno divinatore del Ferrari.

Se i motivi della nuova guerra municipale sono economici, la sua vera ragione è nella necessità per i comuni di svolgersi contro tutte le superstiti forme feudali, accrescendo le proprie città oltre la cinta del vescovado, conquistando le campagne ancora tenute dai signori, liberando le strade pei commerci, emancipando i fiumi, lavorando le terre, acquistando in fine la sovranità politica e sociale contro i centri regi sempre in ritardo. Le guerre sono quindi multiple, minute, spietate, incessanti: premio ne è la vita. Chi soccombe ha torto: tutte le armi, tutte le arti, tutte le infamie, tutti gli eroismi, vi cooperano nella stessa misura e vi producono il medesimo risultato. Il municipalismo italiano a distanza di secoli riproduce la storia greca per rifare una civiltà non meno splendida ed originale di quella. Nella feroce disciplina di una tale guerra tutte le idee si elaborano, tutte le forme si precisano, tutte le funzioni si distinguono; siccome ogni municipio riconcentra la storia di un regno nella propria cronaca, i suoi individui vi spiegano la forza dei maggiori uomini storici. Quindi le guerre senza pace vi paiono spesso senza risultato, appassionate sino alla demenza, abili oltre ogni genio, inesauste come la vita, inevitabili quanto la morte.

Ma il loro effetto si mostra giorno per giorno nella crescente importanza dei comuni vincitori e nel decadimento dei comuni vinti; s'improvvisano republiche; sorgono fortezze, la strategia delle antiche vie militari è superata dalla nuova delle strade commerciali: il popolo inerme diventa un esercito, i mercanti si mutano in statisti, s'inizia tutta una legislazione, della quale i congegni parlamentari funzionano mirabilmente fra l'urto delle congiure e lo schianto delle sommosse, mentre le scienze proseguono tranquillamente negli studi a disseppellire il mondo antico, e le arti rinate trovano bellezze non meno originali delle greche o romane.

In tale ambiente medioevale le guerre s'incrociano naturalmente come duelli tanto più efferati quanto più vi mancano i giudici di campo; gli avversari si battono senza leggi, si arrendono per ferire l'ultimo colpo, si assalgono alle spalle, avvelenano le armi. La politica municipale s'inspira dal duello in tutte le alleanze; nessuna idea generale o disegno comune. I nemici sono predeterminati dalla storia e dalla geografia: tutti i comuni debbono battersi entro il sistema municipale, che riserba la vittoria ai centri romani e produttori contro i centri regi e militari. Nella Lombardia, Milano, massima città romana e produttrice, è il centro di tutte le dualità e deve combattere Pavia, Lodi, Cremona: quindi i suoi duelli si ripetono colla stessa legge fra le altre città, Brescia e Bergamo, Pavia e Piacenza, Torino e Asti, Verona e Mantova, Treviso e Cividale, Firenze e Fiesole, Lucca e Pisa, Orvieto e Spoleto, Perugia e Chiusi, Fano e Pesaro, Roma e Tivoli, Faenza e Ravenna, Cagliari e Oristano in Sardegna, in tutte le provincie, nelle vallate più remote, fra i borghi più ignorati, nei comunelli più esigui, nelle abazie e nelle parrocchie.

Giuseppe Ferrari nelle Rivoluzioni d'Italia ha dato l'enumerazione cronologica ed alfabetica delle guerre municipali, disegnando la loro carta storica con incomparabile abilità. In tale quadro sublime di esattezza e di orrore si veggono 99 città militanti e si contano sino a 119 inimicizie costanti; ma questa tragedia male intesa e quindi condannata dagli storici posteriori come uno scoppio di malvagità demente, era nel secolo XII il solo progresso possibile ai comuni per mutarsi in minimi Stati. Quindi nessuna vittoria generale o pace definitiva poteva trovarsi a capo di queste guerre, nelle quali i combattenti acciecati dalle passioni e guidati dall'istinto camminavano sicuri sulla via della storia. Se il trionfo era riserbato alle città romane come centri veri della rivoluzione e della civiltà, non tutti i centri regi dovevano soccombere, perchè o la loro contraddizione storica all'idea del progresso non era assoluta, o un mutamento nella tattica stessa della storia li rendeva utilizzabili. Così Roma, Ravenna, Palermo, combattenti alla testa delle città regie, ne evitavano la sorte e rivaleggiavano di splendore e di avvenire coi nuovi comuni.

Le discese di Federico Barbarossa.

Mentre l'Italia, dibattendosi nelle convulsioni di una guerra anarchica, rompe tutte le proprie frontiere interne per frangere quelle del vecchio diritto imperiale pontificio, Federico Barbarossa alla testa della rivoluzione vescovile nella Germania, sempre in ritardo, si prepara a discendere le Alpi per combattere la rivoluzione consolare italiana come una insurrezione contro l'impero. Lodi e Como spianate da Milano gli chiedono vendetta: Pavia si ridesta, Cremona si avventa sulla antica rivale. Ma Federico, cui la Germania non ha accordato che soli 2000 cavalieri, invece di soffocare la guerra municipale diventa il generale di queste città regie insorte contro Milano; e dopo avere inutilmente infierito deve ritirarsi imperatore meno stimato di prima, vincitore non ancora abbastanza temuto. Senonchè la guerra municipale lo richiama. Superbo come un eroe, testardo nell'idea imperiale di Carlomagno, della quale gli sfuggono le modificazioni storiche già compiutesi, alla dieta di Roncaglia ottiene dai quattro dottori discepoli di Irnerio il verdetto che tutto, regalie e diritti, città e contee, appartiene all'impero. Questo errore dei quattro grandi giuristi, tante volte accusati di viltà, indica però solamente che la rivoluzione consolare non è ancora abbastanza cosciente per negare l'astratta idea dell'impero.

Ma nemmeno questa volta Federico può battersi come imperatore: il nerbo del suo esercito è costituito dalle città regie alleate, ogni sua vittoria contro una città non è che vittoria della città rivale; se Milano soverchiata dal numero dei nemici capitola, egli capitano generale deve chiedere o rubare ostaggi a tutti i propri alleati per guarentirsi da tradimenti troppo improvvisi. Allora il suo ingegno politico cerca di riparare all'insufficienza della sua opera militare ordinando un vasto sistema di pacificazioni, che riconduca col terrore di esagerate penalità tutti i comuni sotto la giurisdizione dell'impero e tutti i sudditi sotto la legge. Giudici nominati direttamente dall'imperatore arrivano in ogni città per paralizzare il potere ribelle dei consoli e frenare gli odii municipali. Ma l'eroica Milano risponde a questa pacificazione con uno scoppio d'ire, che riaccendono la guerra; e l'imperatore sempre alla testa delle città regie deve smantellare Crema, abbattere Milano, seminare stragi, moltiplicare incendi. La vittoria questa volta è così vasta che par sua; senonchè tutte le città atterrite dal ritorno dell'antico regno gli si rivoltano subitamente, gli eserciti di Verona sbarrano i passi alpini quasi ad impedirgli ogni ritirata in Germania, nella quale non rientra che per rifornirsi di soldati e ripiombare daccapo sull'Italia. Questa volta la lega lombarda è già stretta, il papa vi è entrato, Milano è risorta, Alessandria creata contro Pavia, che capitana la lega regia. La guerra infuria in cento scontri per concludere nella battaglia di Legnano alla sconfitta dell'impero e alla emancipazione dei comuni. Il diritto politico moderno riceve quindi il battesimo al congresso di Costanza, nel quale la lega lombarda viene riconosciuta come autonoma entro la grande lega imperiale, e i comuni firmano il trattato come tanti stati.

Ormai la loro sovranità è riconosciuta. Quantunque l'impero riceva ancora tributi, il suo diritto e la sua supremazia non sono più così assoluti. Ogni città è libera di seguitare le proprie guerre, d'ingrandirsi, di mutarsi in capitale di una piccola repubblica o di un piccolo regno. Il suo ordinamento interno viene lasciato bene proseguire nel tragico lavoro di selezione perchè la classe politica dei cittadini meglio si organizzi. Dell'antica Lombardia dei goti, dei longobardi, di Carlomagno, di Ottone, di Berengario non rimangono più tracce. Intorno ad essa Venezia sepolta nell'oscurità delle lagune è ancora fuori del patto di Carlomagno e non partecipa alle crisi della sua negazione; la Toscana, paralizzata dalla lotta fra Lucca e Pisa e dalle antitesi degli interessi marinari e terrestri, che tolgono a quest'ultima di accedere a una delle due leghe, rimane inerte, mentre la marca di Verona e l'antico esarcato vi entrano a seconda delle loro interessate inimicizie.

E intanto che la lega lombarda ottiene il trionfo del sistema municipale contro l'impero inteso a soffocarlo con una ripristinazione del regno, Roma e Palermo ripetono sopra altro terreno e con diversa forma la stessa rivoluzione. Poichè Federico per mantenersi sulla linea di Carlomagno appoggia dapprincipio il pontefice contro l'insurrezione dei romani e disonora la propria prima vittoria consegnando Arnaldo da Brescia ad Adriano IV, il senato romano, risuscitato alla morte di questo dallo spirito di Arnaldo, costringe l'imperatore ad entrare nella rivoluzione municipale col sostenere l'antipapa Vittore III contro Alessandro III presidente della lega lombarda; poscia alla pace di Costanza, che sospendendo la guerra ne riconosce le conquiste della rivoluzione, il senato romano ottiene dal papa Clemente III un trattato solenne, col quale gli sono riconosciute le stesse franchigie politiche degli altri comuni, onde poi Arrigo VI nuovo imperatore arrivando in Roma per incoronarsi deve trattarne contemporaneamente col senato e col pontefice.

A Palermo invece Guglielmo il Malo, resistendo a tutti i moti della reazione feudale incoraggiati dalle discese di Federico, regna da vero capo della democrazia consolare. Maione suo primo ministro, cittadino di Bari come Mello, ne continua la lotta contro l'aristocrazia, che si difende assassinandolo per essere tosto dispersa e trucidata da una insurrezione di popolo. Quindi il re precipita da un'inerzia sospettata e sospettosa a tanto crudele tirannide da sbigottire anche gli storici più favorevoli alla causa della Sicilia, insino a che il suo successore sul finire della reazione viene chiamato Guglielmo il Buono, e Federico, già in guerra contro Alessandro III, avvisando l'utilità dell'amicizia con Palermo sempre in lotta coi baroni tutti alleati della chiesa, sposa al proprio figlio Arrigo VI l'unica erede delle due Sicilie. Così riconciliato colla grande rivoluzione italiana, dopo aver bruciato Asti, rovesciata Tortona, distrutta Milano, Federico Barbarossa diventa improvvisamente l'idolo e l'alleato di tutti contro le pertinaci pretese della Santa Sede; a Torino frena l'ignobile tirannia del conte Umberto III di Savoia, in Sardegna, sconfessando le due nomine di re concesse a Barisone e al duca di Baviera, finisce col vendere per 1300 marchi d'argento l'isola ai pisani, che sostengono la federazione di Cagliari, Torres e Gallura contro la regia Oristani.

Ormai l'imperatore e il papa non sono che due consoli di una guerra, che nè Gregorio VII, nè Arrigo IV avrebbero compreso. Qualunque sieno le segrete pretensioni del loro pensiero individuale, la loro reciproca ostilità li costringe a riconoscere come alleati o nemici i nuovi poteri popolari esorbitanti da ogni formola imperiale o pontificia. Le vecchie favole giuridiche, già dominatrici del mondo, pesano ancora sul pensiero universale dell'epoca, ma non impediscono più la formazione dei nuovi organismi storici, entro i quali stanno riparate le grandi idee future. Infatti le crociate, splendido sogno ed incomparabile espediente della rivoluzione anteriore, declinano subitamente nell'èra dei consoli. Alla terza crociata di Riccardo Cuor di Leone, l'interesse delle colonie cristiane soverchia già quello della croce; poco dopo, l'altro d'Europa costringe i principi a ritornare nei propri stati per difendersi dalla rivoluzione consolare. Alla quarta crociata Arrigo IV non mira che ad impadronirsi della Sicilia e ad affievolire i signori dell'impero; alla quinta, predicata da Innocenzo III e accettata solo dalla nobiltà francese, i veneziani stipendiano i baroni per la conquista dell'impero bizantino, e l'avventura militare si risolve in una speculazione mercantile; alla sesta non aderisce che Andrea di Ungheria, re barbaro e bigotto; alla settima guidata da Federico II, il papa non avrà in mira che un agguato contro l'imperatore per togliergli le due Sicilie, e vi soccomberà in sua vece.

Intanto l'entusiasmo politico assorbe già quello religioso, poichè l'effetto delle crociate a rovescio di ogni intenzione si esplica in una emancipazione economica delle terre e dei borghi dai feudatari, che ne hanno ceduto ai vassalli i più grevi diritti pel denaro necessario alla spedizione. La chiesa stessa, sottraendo nel 1153 al popolo e al clero volgare l'elezione del papa per affidarla al collegio dei cardinali, imita la rivoluzione dei consoli, che trasmettono al grande e piccolo consiglio del secondo popolo tutti i diritti dianzi riconosciuti nell'assemblea del primo. Dallo stesso anno 1153 ogni canonizzazione dovendo essere esclusivamente romana, la chiesa domina coll'entusiasmo pei nuovi santi il cuore delle moltitudini: si fondano gli ordini della Trinità, della Redenzione degli Schiavi e della Mercede; cinque congregazioni di eremiti si riuniscono in una, i cavalieri di Cristo si stringono coi cavalieri Teutonici, finchè la propaganda monacale, discendendo nella vita politica, irrompe con due nuovi ordini di frati profondamente originali e terribilmente guerrieri. Eroi della miseria, i francescani protestano colla moltitudine cenciosa contro la nuova privilegiata borghesia consolare, denunciando tutte le vanità della politica, della industria, del commercio; ma inesausti nell'opera consolano gli stessi dolori che esacerbano, assolvono tutti i peccati che combattono: nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini di una democrazia senza patria e democratici di un assolutismo irresponsabile.

Eroi del dogma, i domenicani organizzano invece la inquisizione come un governo tanto superiore ad ogni altro quanto il dogma è superiore a tutte le verità umane, e dando ai supplizi l'apparenza di una festa, che fanatizza la moltitudine, bruciano città, disertano campagne, spaventano re, curvano papi, penetrano case e coscienze, imperano nel pensiero contro al pensiero; che nullameno respira sotto tutte le pressioni, sfugge a tutte le strette, esce da tutti i tranelli, brilla su tutti i roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista, trovando nello spasimo di questa secolare tragedia le voci più profonde dell'anima, e nella ginnastica di questo combattimento senza tregua le forze necessarie alla propria emancipazione finale.

La guerra delle città ai castelli.

Il riconoscimento del diritto di guerra conquistato dalle città nel trattato di Costanza le volta contro i castelli, che signoreggiando il contado le cingono come di tanti fortilizi nemici e misurano loro collo spazio la vita. I castellani sono feudatari discendenti dalle antiche invasioni, ultimi signori di una conquista, della quale la rivoluzione non ha ancora potuto trionfare. La lor vita ladra e militare contradice alla vita industriale dei borghesi: il contado, che si estende dalle mura di ogni città, è un campo nemico ove nessuno può avventurarsi senza essere spogliato o tassato; leggi e regolamenti cittadini non hanno forza oltre la cinta della città. Le vecchie differenze di razza, sebbene indebolite, sopravvivono tra feudatari e cittadini, dando alle loro idee una asprezza di antitesi irreducibile. La guerra è necessaria. Il castello soccomberà perchè l'imperatore, impotente a sostenere la prevalenza delle città regie, non riuscirà nemmeno a soccorrere i castellani, lontani gli uni dagli altri e senza lega politica fra sè medesimi, senza unità d'interesse e senza capo. Ricordàno Malaspina, fiorentino, è rimasto il più celebre e migliore cronista di questa guerra ripetuta con parità di drammi e di trionfi in tutte le contrade d'Italia.

Invano papa ed imperatore, ubbidienti alla propria idea, sostengono i castellani come alleati naturali del proprio assolutismo; l'imperatore lontano, il papa inerme, nemici entrambi troppo spesso, non possono accordarsi in questa difesa degli stessi loro difensori: le città regie e le romane assaltano simultaneamente i castelli così che i castellani per ritardare di qualche tempo la loro caduta, debbono diventare soldati di una città contro un'altra, accettando le leggi della guerra municipale. Ma la vittoria medesima, alla quale cooperano, li assimila ai vinti, mentre i tradimenti sciolgono le alleanze strette dalla perfidia. Sovente i servi stessi, uomini del contado, insorgono contro i padroni per darsi alle città che, aristocratiche nel proprio assetto borghese, invece di naturalizzare i borghi li annullano. L'aggrovigliamento dei modi e delle forme politiche in quest'epoca non è meno indescrivibile della guerra, onde è prodotto. Così alcune volte il conte emancipa i grossi villaggi per opporli alla tirannica conquista della città e seguita a regnare sovra di essi come un moderno sovrano costituzionale, però sotto il raggio delle grandi città commerciali anche questo disperato espediente fallisce, e la guerra ai castelli cresce di ferocia pel ritardo del trionfo finale. Se la conquista materiale è lunga e penosa, il suo riconoscimento nella legalità contemporanea presenta anche maggiori difficoltà contro le due formule imperiale e pontificia, che non si possono nè preterire nè violare. Quindi il comune, deludendole con abilità apparentemente assurda, è costretto a dichiarare alleati i vinti e a riconoscerli proprietari delle terre conquistate, finchè, fatto più sicuro, toglie loro anche questa falsa indipendenza, li trasporta nella città e li condanna a risiedervi. Così al secondo popolo ne succede un terzo. La naturalizzazione delle famiglie feudali trasformate in aristocrazia cittadina esige che molte altre famiglie borghesi, recentemente o arricchite o illustrate dalle guerre, vengano chiamate a parte dei poteri e delle funzioni interne per resistere alla forza dei nuovi venuti, acquistati alla città, ma pronti a conquistarla.

Infatti questi alzano palazzi simili a fortezze, li decorano di torri, armano famigliari, si cingono di clienti: le terre degli antichi dominii, rimaste loro come a proprietari, vincono in ricchezza qualunque patrimonio bottegaio; le loro attitudini guerresche di signori destano al tempo stesso l'ammirazione e l'invidia. La moltitudine dei cittadini, sui quali non gravano più come tanti re, simpatizza per loro contro le nuove angherie della città; la plebe allettata dalle loro lautezze attende un loro cenno per sollevarsi contro la borghesia privilegiata che la schiaccia. Un'altra lotta intestina è dunque inevitabile come la guerra municipale. I comuni non possono sopprimere la feudalità senza negare la chiesa e l'impero, i castellani non possono distruggere il commercio, l'industria e la libertà dei comuni, riconosciuti dalla chiesa e dall'impero, senza urtare nella stessa negazione e senza sopprimere la vita. Bisogna perciò che la lotta fra le due forme aristocratiche della feudalità e della borghesia, logorando le loro forze, muti la loro fisonomia insino a quando il popolo, ingrossato da tutti coloro che eccellono nella lotta, e ingrandito dal crescere della civiltà, si sovrapponga alle due fazioni, assorbendole nel proprio numero. Nelle prime fasi del combattimento il progresso è ottenuto con massacri furibondi e minime vittorie; se il palazzo del castellano concittadino viene abbattuto, le sue terre prosperano; se il castellano guida una sommossa, è forzato di gittare tutto il proprio denaro alla plebe che lo trasforma in capitali. La lotta circoscritta alla città vi affeziona tutti i partiti, i tempi dei castelli si allontanano, le aspirazioni al comando suppongono il comune signore di se stesso e delle campagne, la rivalità suddivide i feudali mentre il terrore mantiene uniti i borghesi. Quelli per comandare dovendo primeggiare, assorbono le idee della città; questi per non essere dominati trasportano nella politica le finezze del commercio e la pertinacia delle industrie, colle quali raddoppiano la propria importanza e la vitalità del comune.

La guerra municipale si complica di giorno in giorno con una guerra sociale.

Ma presto i consoli eletti annualmente appaiono insufficienti. La loro magistratura troppo breve per diventare autorevole consuma un numero prodigioso di uomini, che, costretti a diventare personaggi, dovrebbero tutti averne le capacità. Appena ridivenuti cittadini, gli odii destati dalla loro amministrazione li perseguitano; prima di essere nominati consoli diffidenze e calunnie li hanno già viziati; troppo partigiani per essere imparziali e troppo effimeri per inspirare timore, non rappresentano più che quella fase della rivoluzione, nella quale il comune uno ed unanime aveva fuori di se stesso l'obiettivo della guerra. D'altronde il giuoco della loro elezione, troppo facilmente falsato dalla corruzione del danaro o dalla violenza di una sommossa, tenta troppe cupidigie e si complica di troppe incertezze perchè duri lungamente in una lotta di tumulti incessanti e di passioni indisciplinabili. Laonde occorre un potere o tribunale più alto, solido e duraturo, cittadino insieme e feudale, che, dominando tutte le fazioni, costringa gli opposti diritti a rispettare il diritto comune. Una reminiscenza dei messi imperiali o dei giudici mandati nella prima reazione di Barbarossa a frenare i consoli suggerisce al comune il governo del podestà.

Il podestà.

Questo funzionario unico, investito di ogni funzione politica e giuridica dei consoli, è uno straniero. La sua autorità civica e feudale sovrasta all'anarchia; tiene corte come un sovrano, è magistrato come un cittadino, impera da soldato e da giurista ai due partiti, sui quali eseguisce egli stesso le proprie sentenze. Può chiamare all'armi i cittadini, trarre fuori dalle porte il carroccio, guidare la guerra, firmare la pace. Assedia i ribelli nei loro palazzi e li spiana, rende tutta una famiglia responsabile del crimine di uno solo, esilia i sospetti, amnistia i colpevoli, concilia, reprime, opprime, sopprime. Il suo dispotismo supera quello di tutti i tiranni perchè ha per scopo la libertà. Se non che il popolo non gli si sottomette senza garanzie, e però conserva i consoli riunendoli ad un maggiore consiglio di anziani, ne elegge un altro del podestà, quasi giunta amministrativa che lo consigli e diriga, mantiene la grande assemblea, e finalmente esige da lui un giuramento di fedeltà agli statuti e a tutte le giurisdizioni acquistate nelle vittorie contro i castellani. Qualunque trasgressione o distrazione del podestà è tariffata e multata: non gli si permettono parenti nella città o dimestichezze con alcun cittadino. Come un generale, che nessun'altra cura può distogliere dalla vigilanza del campo, egli non può nemmeno condurre nel proprio palazzo la moglie: finchè spirato il tempo della carica viene sottoposto ad un processo, nel quale ogni cittadino da lui offeso ha diritto di presentare la propria azione.

La rivoluzione dei consoli sale dunque di un grado col podestà, decidendo questioni di alta sovranità senza permesso nè del papa, nè dell'imperatore. Tutto un nuovo ordine di legislazione s'inizia. Se le prime leggi giurate dal podestà non sono che le prime costituzioni del popolo persistenti come usi e costumi, nel nuovo esercizio, che egli ne fa come magistrato straniero, se ne precisano le formole; e a poco a poco ordinanze e regolamenti si moltiplicano, si applicano alla finanza, all'edilità, ai diritti personali e reali, cancellando il diritto longobardo col diritto romano, formando i cento statuti della nuova Italia.

Non sempre il podestà raggiunge lo scopo della propria carica, ora egli stesso concittadino di nascita e cittadino di parte, o cittadino di nascita e concittadino di parte; ma la sua azione fatalmente ostile all'aristocrazia feudale è sempre benefica pei cittadini, e quella sottomette alla legge comune e questi educa colla costante rappresentazione dell'unità civile del governo. Infatti la sua crudele ed arbitraria imparzialità soffoca presto ogni tumulto, mentre la qualità di straniero necessaria alla sua carica, togliendo ad ambo le fazioni la possibilità d'impadronirsene, spoglia a poco a poco i loro misfatti di ogni carattere politico per lasciarli ricadere condannati nell'ignobile prosaicità dei delitti comuni. E quando esplode contro di lui la reazione pontificia ed imperiale, tutta la perfidia dei papi e il genio di Federico II non bastano a vincerlo.

Questi, costretto a sdoppiare il proprio carattere nell'antitesi delle due nazioni sulle quali regna, combatte i podestà dell'alta Italia come despoti nomadi e democratici in guerra coi castellani, ultimi sudditi e soldati dell'impero. La rivoluzione tedesca uscita dal trattato di Costanza impone un altro combattimento alla rivoluzione italiana trionfante della guerra ai castelli. Ma il tempo di Barbarossa è passato; la stessa guerra municipale di città contro città sembra quasi rallentarsi per lasciare il campo a quella intestina di ogni comune. Federico II non trova più i numerosi e furibondi alleati di Barbarossa: il suo appoggio ai concittadini contro i cittadini invocanti il podestà come ultimo termine di un sillogismo, del quale i vescovi e i consoli erano stati le premesse, ridestando il terrore di una ripristinazione del regno, concorda contro di lui tutte le forze dormienti delle vecchie rivoluzioni. La reazione condannata al regresso si frange contro tutte le impossibilità della vita: quando i concittadini la seguono, i cittadini più numerosi la combattono; se i cittadini delle città militari la sostengono, i concittadini aiutati dalla lega lombarda l'osteggiano; nessuno dei due partiti può soggiogare l'altro mercè la dispotica neutralità del podestà, che esprime appunto l'equivalenza delle loro forze. Federico II avrebbe dovuto imporre a tutte le città un podestà straniero e strettamente imperiale, che cancellando ogni legge e franchigia dei comuni li pacificasse nella soggezione all'impero; ma il regno sarebbe così risorto sulle conquiste dei vescovi, dei comuni, dei consoli, ed era impossibile.

Quindi la vita e il genio di Federico II si dibattono vanamente entro quest'impresa, che tenta tutti i problemi e accenna a tutte le soluzioni senza darne alcuna; la sua guerra non rimane che un tentativo di reazione contro la guerra interna dei comuni. L'imperatore, anche là dove trionfa, non può mettere unità o direzione nel moto sparpagliantesi a lui d'intorno; il pontefice suo signore per l'investitura delle due Sicilie lo scomunica, gl'insidia Palermo, fomenta contro di lui tutta la reazione della bassa Italia per disfarne l'unità, nella quale è perito l'alto diritto della Santa Sede. L'immensa donazione delle provincie meridionali ottenuta da Carlomagno e da Ottone I non è più che un rimpianto per il papato, il quale aveva dovuto investirne i normanni e la vedeva, oramai fusa coll'impero nella persona di Federico II. Laonde il papa non risparmia perfidie a combatterlo. Ogni arma è buona, ogni delitto diviene santo per la santità dell'intenzione, che vuole sottrarre la chiesa al pericolo di soccombere all'impero. Federico più forte del papa, fa scacciare da Roma Gregorio IX, salta di Terrasanta in Terra di Lavoro, quando questi gli invade le Puglie, lo umilia, lo costringe a sconfessarsi. Più tardi Gregorio IX predica inutilmente la crociata contro l'imperatore e convoca un concilio per deporlo: il suo successore Innocenzo IV, esule da Roma, lo ritenta a Lione, ma ogni rivolta viene soffocata nelle stragi, l'insidia di Pier delle Vigne è punita colla cecità, tedeschi e saraceni difendono Palermo nei posti più avanzati del regno, perchè l'imperatore vi è egli stesso invincibile quale podestà.

Invece i papi soccombono a Roma nella lotta contro il senatore e il podestà. Innocenzo III non resiste che per cedere negli ultimi giorni, Onorio III è scacciato due volte; Gregorio IX, che esordisce scomunicando l'imperatore Federico II, è inseguito fino a Perugia ed espulso altre due volte; Celestino IV muore avvelenato dopo sedici giorni, e la fuga di tutti i cardinali sospende ogni nuova elezione, finchè Francia ed Inghilterra imponendo allo stesso Federico di sollecitarla, viene nominato Innocenzo IV. Ma sotto di lui trionfa appunto la rivoluzione del podestà colla nomina del bolognese Brancaleone dell'Andalò, al quale vengono accordati tre anni di dispotismo e numerosi ostaggi contro l'odio del pontefice. E tosto s'infervora la lotta fra i due poteri: Innocenzo IV, assediato nel proprio palazzo dai creditori come un castellano fallito, deve sollecitare la sprezzante protezione del podestà; più tardi Alessandro IV, riparato in Anagni, dirige la reazione feudale contro Brancaleone, che vinto è nuovamente reintegrato dal popolo e vendica con terribile giustizia l'effimera sconfitta.

Tutte le predicazioni del papa contro l'imperatore, tutte le battaglie dell'imperatore contro il papa, tutta la guerra d'entrambi contro la rivoluzione finiscono al trionfo del podestà, primo magistrato e sola giustizia dell'epoca fra le carneficine di due partiti incapaci di schiacciarsi e la necessità del progresso, che sbozza nella sua magistratura, impersonale a forza di essere straniera, la figura del moderno magistrato indipendente dai governi ed astratto quanto la legge.

Persino nel campo chiuso della teologia imperversa la grande guerra della democrazia contro la feudalità; e nel 1247 Giovanni da Parma, generale dell'ordine francescano, spingendo troppo in alto l'ascetismo del suo fondatore, predica la virtù di una nuova rivelazione superiore a quella di Cristo. Sarebbe il regno dello Spirito Santo, annunziato come distruzione del regno del figlio nella stessa guisa che questi aveva nel mosaismo distrutto il regno del padre. Ma Guglielmo di Saint-Amour alla testa dei dottori di Parigi, perorando nella chiesa una insurrezione quasi feudale, accusa di demagogia la libertà democratica dei francescani e mostra nelle incessanti tragedie di Roma la rovina della religione; finchè il papa, imparziale fra ì due partiti estremi come un podestà, soffoca la rivolta mistica dell'uno e l'insurrezione laica dell'altro per inaugurare nella scolastica la riconciliazione della scienza colla fede. Aristotele, già proscritto, diventa il maestro dei nuovi dottori; dogmi, miracoli, misteri primitivi, tutto è dichiarato evidente e quindi indiscutibile; ragione e natura sono egualmente rivelazione divina, ma si possono e si debbono interpretare per trovare il punto dove combaciano colla rivelazione cristiana: le contraddizioni fra la tradizione umana e la religiosa, fra il dramma della filosofia e la tragedia della rivoluzione, fra Dio e la natura, fra l'uomo e Dio, non sono che apparenze, illusioni della mente o vizi del cuore. La libertà è dunque permessa entro l'ambito della fede, mentre S. Tomaso e S. Bonaventura, i due genii dell'epoca, che ne consigliano nel pontefice il podestà universale, spengono tutte le strambe ed inutili sedizioni del pensiero religioso anteriore, preparando l'uno nella più vasta enciclopedia filosofica, l'altro nella più solida metafisica del cattolicismo il terreno alla filosofia del rinascimento.

I guelfi e i ghibellini.

Il trionfo del podestà nell'equilibrio di due partiti cessa quando, nell'impossibilità di sopprimersi reciprocamente e nel lungo esercizio della lotta, le due sètte sono troppo cresciute di numero e di forze. Il podestà, dittatore e giudice al tempo stesso, non può comandare che nell'infanzia e quindi nella debolezza delle due parti; appena la città è tutta divisa e il popolo da un canto e i grandi colla plebe dall'altro si scagliano al combattimento, la sua repressione dittatoriale e la sua giustizia arbitraria rimangono impotenti. La guerra sociale diventa civile, e si moltiplica tingendosi di tutti i colori della guerra municipale. Ai concittadini e ai cittadini, cioè ai feudali e ai borghesi, succedono nelle battaglie i guelfi e i ghibellini.

La loro origine, nella quale si sono fanciullescamente perdute le fantasie dei primi cronisti, l'acume del Machiavelli e l'erudizione del Muratori, sta nelle rivoluzioni anteriori a quella del podestà; la loro ragione nella necessità di proseguirle. Mentre i primi castellani deportati nella città l'odiavano e dovevano essere frenati dal podestà, i loro discendenti naturalizzati nel nuovo ambiente invece di sognarne la distruzione ne ambiscono la conquista. Il podestà è dunque inutile dal momento che la città non è più in pericolo. Nella nuova lotta impegnata nelle vie e per le piazze è scopo il possesso indiviso della città e il suo reggimento democratico o aristocratico.

La vita degli individui si sviluppa nel partito e si consuma pel partito. La neutralità è assurda. Tutti i casi dell'esistenza si prestano a drammi politici, nei quali la morte falcia i personaggi a tutte le scene; i ghibellini sono i prosecutori degli antichi castellani, i guelfi i discendenti dei primi borghesi.

La guerra, propagandosi in tutte le città e assorbendo odii municipali, inimicizie storiche, rivalità economiche, pretensioni politiche, dissidi sociali, si complica così da non parere più che un disordine di battaglie, una marea di espulsioni e di ritorni, un tumulto di vita e di morte, nel quale si distinguono solo i colori dei combattenti. Poichè tutte le città hanno un partito esiliato, le alleanze si stringono per parte, e ognuno trova la propria italianità e quindi la propria nazionalità nell'esilio. L'idea municipale è quindi sorpassata da quella di setta, mentre la persecuzione inflitta o patita per un principio non più angustamente cittadino crea rapporti, provoca sentimenti, concorda pensieri, unisce opere prima non solo sconosciute ma inconoscibili.

Guelfi e ghibellini irreconciliabilmente nemici e reciprocamente invincibili, non sono che due forme del medesimo fatto e due momenti della stessa idea. Gli uni rappresentano una democrazia mal destra nelle armi se abile al governo, avara, nemica di ogni grandezza individuale e di ogni intellettuale libertà per rabbioso sentimento di uguaglianza; gli altri sono un'aristocrazia armigera, prodiga, altera di libertà legale, irrigidita entro vecchie formole e quindi incapace di comprendere gli interessi mobili e multipli del popolo. La storia, imponendo loro un combattimento secolare senza vittorie, ottiene dai guelfi il progresso, la ricchezza, l'uguaglianza, la democrazia; dai ghibellini, il genio, il carattere, la libertà. Nella loro epoca intanto entrambi snaturano i due principii della chiesa e dell'impero, dai quali s'intitolano e pei quali sembrano battersi così fanaticamente da ingannare cronisti e storici. Infatti sul cominciare della lotta, nel 1250, l'impero è vacante e più tardi nel fervore degli scontri cittadini, Rodolfo di Asburgo è in pace colla chiesa: più tardi ancora imperatore e pontefice, capi ideali, restano fuori della guerra, cui discendono invertendola Nicola IV, Martino III, Giulio II, Leone X, Clemente VII come pontefici ghibellini, e Rodolfo d'Asburgo, Carlo IV e Roberto come imperatori guelfi. Le vittorie alternate dei due partiti consacrano tutto il progresso ottenuto dal vinto prima della sconfitta: la plebe, insondabile fondo nel quale ambe le sètte pescano forze, accoglie tutti i caduti e si alza con tutti i sorgenti: i suoi individui senza nome diventano cittadini combattendo nella città per la città; il partito è scuola di guerra, di diplomazia, di governo, di viaggi, d'eguaglianza, di libertà, di nazionalità, di italianità. Mentre il palazzo del grande minacciando la casa del borghese protegge il tugurio del povero; la casa del mercante attira nobili e plebei: il denaro e il potere, il mezzo e lo scopo della guerra disciplinano ed avvicinano tutti coloro che vorrebbero divergere. Quando trionfano i guelfi, arti e mestieri raddoppiano la massa del popolo ufficiale; quando prevalgono i ghibellini, le arti minori, i più vili mestieri, le industrie più spregiate, il popolo magro, i Ciompi, invadono la scena e vi conquistano un posto.

Il Capitano del popolo.

Quindi l'ordinamento della città subisce profonde mutazioni: all'arbitrato del podestà, che manteneva l'imparzialità, succede il regno delle parti. La dittatura scade al capitano del popolo, generale dei vincitori e proscrittore dei vinti, padrone e custode della repubblica, mentre il podestà scelto nel partito e dal partito trionfante, mantenendo appena le funzioni giudiziarie, si muta a grado a grado in carnefice.

Ma il capitano, onnipotente e semplice cittadino, ha per organi e freni del governo il consiglio del popolo da lui presieduto in un palazzo speciale, il consiglio del comune presieduto dal podestà per le materie amministrative, l'antico consiglio degli anziani spesso diviso in due, la credenza per gli affari segreti di diplomazia e di polizia, il gran consiglio colle maggiori ampliazioni possibili allorquando si tratti di compromettere il maggior numero dei cittadini nelle publiche vendette; e il consiglio eslege, tirannico, assoluto, rappresenta il governo nel governo come la parte è il governo nello stato. Naturalmente tutte le corporazioni imitando l'esempio della repubblica costituiscono i loro consoli, i parlamenti, il capitano, si armano, sono partito ed esercito, vincitrici e vinte.

E la guerra guelfo-ghibellina irrompe in tutte le città d'Italia, sconvolgendo con tale furore le posizioni politiche della guerra municipale che i vinti di un partito riparano presso il medesimo partito di una città anche nemica, e vi trovano accoglienze ed aiuti. Le nuove rivoluzioni sembrano propagate dal vento, esplodono come tanti gas ammorbando l'aria ed offuscando la luce. Poichè tutti i cittadini si fanno partigiani, tutti i banditi si arruolano nelle due parti. Ma presto i due disegni storici della guerra municipale e della guerra guelfo-ghibellina, entrambe generate dalla stessa guerra sociale indispensabile alla formazione del comune e del cittadino, s'incorporano assestandosi sulla base delle rivalità geografiche. Nelle città romane prevalgono i guelfi, nelle città regie trionfano i ghibellini attraverso vicende così confuse, che i cronisti vi si perdono e gli storici non possono inoltrarvi.

A Firenze il dramma degli Uberti e dei Buondelmonti crea Farinata, che vietando ai ghibellini vincitori, ghibellino egli stesso, la distruzione di Firenze, afferma la differenza della nuova guerra colla precedente delle città contro i castelli: borghesi e feudali, cittadini e concittadini, guelfi e ghibellini, la patria è per tutti la stessa città. Quindi in ognuna di esse la rivalità si produce e prende nome da due delle maggiori famiglie dei due partiti, quasi ad accennare che nella futura rivoluzione, quando le parti saranno esauste e gl'interessi intermedi cresciuti, le famiglie vincenti ripeteranno il podestà sotto forma di tiranno. A Milano il duello comincia tra i Torriani e i Visconti, a Bologna lottano i Gallucci e i Carbonesi, a Modena gli Aigoni e i Grasolfi, a Faenza gli Accarisi e i Manfredi, a Bergamo i Colleoni e i Soardi, a Orvieto i Monaldeschi e i Filippeschi, ad Alessandria i Lanzavecchia e i Guasco, a Reggio i Roberti e i Sessi, a Camerino i Baschi e i Varano; mentre nelle città militari i partiti capovolgendosi mostrano la democrazia ghibellina e l'aristocrazia guelfa. Così Genova e le città nemiche di Firenze e di Milano sono tutte ghibelline di popolo e guelfe di nobiltà per meglio resistere all'espansione delle due grandi città odiate, che potrebbero col più fuggevole accordo imporre loro una durevole soggezione.

Ezzelino da Romano.

Ma fra tanta grandezza di drammi politici e guerreschi, nei quali talora è personaggio tutto un popolo o un solo individuo sembra centuplicarne la forza, assorbendone la vita collettiva nella propria unità passionale, nessuno uguaglia nemmeno nelle città militari quello ghibellino di Verona. Il suo eroe Ezzelino III da Romano, ariano figlio di ariano, diventa così grande che la sua epoca non può contenerlo e Dante solo, il poeta ghibellino di Firenze, potrà poi essergli paragonato. Dotto, incredulo, più freddo di un filosofo e più sensibile di un poeta, capitano fulmineo e politico improvvisatore, egli ha tutte le passioni del proprio tempo nel cuore e tutte le idee del rinascimento nella testa. Appena scoppia la guerra fra le due sètte Ezzelino stermina i guelfi, si associa in un triunvirato Buoso da Doara e Oberto Pelavicino, li dirige, li minaccia con sì terribile prontezza ed irresistibile abilità che tutta Italia piega sotto la sua mano, e le vittorie gli strappano in un grido d'entusiasmo il segreto del suo genio: io sorpasserò Carlomagno! Ma a questa minaccia la lega lombarda diventa guelfa, la Romagna si unisce alla lega, Treviso alla Romagna e l'assalgono. Ezzelino non piega, raddoppia i supplizi, prende Brescia, assedia Mantova, fronteggia tutti i nemici che aumentano e si mutano contro di lui in crociati; difende Padova, ritrascina Treviso nella propria alleanza, accampandosi con una temerità solamente giustificabile dal genio o dalla disperazione sotto le mura di Milano. Allora l'idea regia di Berengario, che lo trasportava così alto, vanisce come uno dei tanti miraggi della storia: le rivolte divampano sotto i piedi di Ezzelino, i tradimenti lo cingono, gli abbandoni lo scoprono. Solo, è ancora così terribile che la sua ritirata pare un trionfo, ma una ferita cogliendolo al tallone come Achille dissipa il terrore del suo nome e della sua spada. Ezzelino è vinto, preso, calpestato dai villani, riparato nella tenda dei traditori dalla loro stessa ammirazione, ove muore senza gettare un lamento, più sublime nella superbia di quest'ultimo silenzio che nel fracasso di tante incredibili vittorie. Ma Verona, da lui indimenticabilmente tiranneggiata, resta fedele alla sua opera, che ha democratizzato il senato degli ottanta, salariati e tolti alla nobiltà i magistrati, sconfitti i castellani delle campagne, prostrate le città nemiche, agguerrito il suo popolo sino a mutarlo in un invincibile esercito.

A Palermo, altra città militare e ghibellina, l'idea regia di Ezzelino trionfa con Manfredi, bastardo di Federico II, che a forza di tradimenti carpisce il regno e vi si fonda contro il papa, dal quale sulle prime aveva ottenuto l'appoggio come capo ostile alla Germania e poco temibile. Invece Manfredi fa spargere la falsa notizia della morte di Corradino, gli prodiga funerali, si dichiara indipendente, favorisce i ghibellini di Roma, soccorre quelli di Toscana, s'affratella cogli altri dell'alta Italia, più piccolo e finalmente non più fortunato che Ezzelino, perchè i guelfi di Milano, di Firenze, delle Marche, di Napoli, di Messina, di Ascoli affrettano sul quadrante della storia l'ora della sua caduta.

Tutta Italia è in fiamme; il Monferriato ghibellino sostiene Torino contro i conti di Savoia che vengono espulsi: la Corsica si strazia col partito trasmontano di Simoncello della Rocca e quello cismontano di Giovanninello della Pietra; la Sardegna si lacera fra Pisa e Genova; Ferrara ingrossa sul Po preparandosi all'urto di Venezia che sta per avanzarsi sulla terraferma; Brescia sanguina al seguito di Pelavicino; Parma e Piacenza si annodano come due serpenti, e non potendo soffocarsi si mordono; fra Cremona e Milano, Crema si sfinisce nella paura della prima e si perde nell'amicizia della seconda. Roma, riconoscendo l'impotenza del podestà a governarla, entra nel periodo delle due sètte colla nomina di due capitani del popolo; gli uni voglion Riccardo di Cornovaglia e gli altri Manfredi; i ghibellini Pietro d'Aragona e i guelfi Carlo d'Angiò.

La guerra comprime tutte le forze della nazione per trarne scatti ed esplosioni senza numero e senza nome.

Carlo d'Angiò.

Infatti Carlo d'Angiò, pallido imitatore di Rodolfo in Germania e di S. Luigi in Francia, chiamato da Urbano IV per soffocare la rivoluzione delle due sètte, dopo lunghe trattative nelle quali i pontefici tentano di ridurlo a semplice vassallo della chiesa, giunge a Roma per conquistare il reame delle due Sicilie. Una terribile reazione guelfa lo sostiene contro Manfredi, facilitandogli la conquista che si compie con tutti i furori delle sètte. Palermo detronizzata soccombe a Napoli, nuova capitale; i francesi si sovrappongono come gli antichi normanni, i ghibellini sconfitti, dispersi, trucidati a migliaia diventano così deboli che il tragico tentativo di Corradino per riafferrare la corona sveva non fa che raddoppiare la loro disfatta. La vittoria guelfa propaga per tutta l'Italia, mentre il papa, indarno superbo di esserne l'arbitro supremo per aver chiamato Carlo d'Angiò a limitare il trionfo ghibellino, prosegue invano nel sogno di podestà imperiale. La Toscana, tutta ghibellina nel 1262, è tutta guelfa nel 1270; ogni città è insanguinata, diroccata, incendiata. Le espulsioni e i ritorni accumulano in pochi anni le tragedie di molti secoli, poichè la guerra guelfo-ghibellina infuria fra quella municipale e l'altra dei castelli. Ma le città, inceppanti il moto dell'èra consolare, lasciano ora circolare la corrente della nuova vita: la libertà, monopolio sotto il vescovo, i consoli e i podestà, si è estesa giù nelle arti e nei mestieri della plebe. Colle vecchie famiglie sono svaniti molti antichi pregiudizi, gli odii viventi hanno assorbito gli odii regi, generazioni progressive sono succedute alle generazioni granitiche dei primi tempi. L'Italia rozza e grossolana dei barbari è oramai splendida e rumorosa, le sue chiese sono ricamate nel marmo, sulle fronti de' suoi minacciosi palazzi balenano già i sorrisi degli ornati. I suoi feroci partigiani hanno modi e cultura di cavalieri; alcuni parlano il bel provenzale di Carlo d'Angiò, altri il delizioso italiano di Federico II. Dante, Petrarca, Boccaccio, il primo ghibellino, il secondo guelfo, il terzo imparziale, stanno per riassumere nell'incomparabile originalità dei propri capolavori la varietà feconda di quest'epoca ingrassata di lagrime e di sangue, nella quale la frenesia della vita vince il delirio della morte. L'orrore di tante battaglie è così necessario che le cronache anzichè esprimerlo sembrano economizzare quei lamenti, onde i futuri storici fuorviati da idee posteriori saranno prodighi. Le due tradizioni contradittorie dei guelfi e dei ghibellini, uscendo dai sogni mitologici e dalle etimologie infantili, si precisano e si elevano: questi si assimilano la causa dei longobardi contro i pontefici, dei conti contro i vescovi, dei castellani contro i mercanti, della casa dei Weibelingen contro la chiesa. Per essi l'imperatore è libertà sopra tutti e contro tutti, d'opera e di pensiero, capace di anteporre un astrologo ad un vescovo, Averroe al Vangelo, distinguendo gli uomini come la natura in forti e in deboli, in grandi e piccoli, coordinandoli colle gerarchie che consacrano nelle differenze sociali le disuguaglianze del valore personale. Ma i guelfi, imperiali quanto i ghibellini colla dinastia dei Welfi, oppongono loro l'eroismo secolare dei pontefici che vincono la barbarie longobarda, dei vescovi che limitano la tirannide dei conti, di Gregorio VII che sottomette l'impero, di Alessandro III capo della lega lombarda che vince l'imperatore, di un progresso sempre romano che opponeva il diritto di Giustiniano alle legislazioni barbariche, la propaganda delle conversioni alle invasioni, l'uguaglianza di tutti alla libertà di pochi, l'emancipazione del comune all'indipendenza eslege del feudo.

Dopo trenta o quarant'anni di carneficine, dal 1240 al 1280, la rivoluzione guelfo-ghibellina non è ancora stremata. Attraverso azioni e reazioni incalcolabili l'armonia del sistema ha migliorato senza mutarsi; le città militari sono ancora ghibelline. Aquila, Benevento, Mantova, Forlì, Verona, il Monferrato, Pavia, Asti, Lodi, Pistoia, Arezzo, Siena, Genova, incrollabili sulle proprie basi, proseguono la lotta colla tenacità di un odio reso malleabile da una perfidia politica capace di raggiungere la sapienza; mentre dopo sedici anni di guerra civile e cinque papi invano imparziali e tre interregni, Roma trascina finalmente con Nicolò III il papato nel campo ghibellino contro le altre città romane guelfe; e guerre e rivoluzioni sembrano non dare ancora risultati. Infatti sotto il governo del capitano del popolo e l'amministrazione del podestà, lotta e scambio di partiti sono così disordinatamente rapidi da non potersene cogliere il frutto: bisogna quindi che la guerra, diventata stato normale della vita, atteggi colle proprie forme e discipline i governi perchè la vittoria dì una parte diventi davvero proficua, e la superstite energia dei vinti si canalizzi attraverso l'opera dei vincitori, fecondandola.

I tiranni.

Dal crescere della rivoluzione guelfo-ghibellina il capitano del popolo, assorbendo anche le funzioni del podestà, si muta in tiranno. Come capo e generale del partito, mentre la guerra politica e militare è più furibonda, questi sorge dalla vittoria per organizzarla: preterisce le procedure, viola i diritti, oltrepassa le sciocche pacificazioni predicate dai monaci, disciplina la milizia, riordina il governo colle idee della propria, parte togliendo che il suo contenuto storico si consumi in inutili tentativi. Le rivincite del partito sconfitto diventano così più tarde e difficili. Ogni idea ha tempo di maturarsi, e lo deve per vincere. La vecchia libertà municipale, troppo precocemente simile all'indipendenza individuale di noi moderni, svanisce; i consigli diventano corte o senato del tiranno, che nominandone i membri vi domina le votazioni. Alla testa del proprio partito e al disopra del partito vinto, il nuovo tiranno limita col proprio interesse le feroci rappresaglie della vittoria e mette modo agli odii, ordine alle vendette; condannato ad essere contemporaneamente amato, odiato e temuto, favorisce la plebe e frena il popolo, mentre la regolarità da lui imposta al disordine permanente della guerra asseconda tutti i lavori, compensando nella coscienza dei più la violazione di quasi tutti i diritti.

D'altronde la guerra municipale, che involge la guerra guelfo-ghibellina, giustifica ogni arbitrio del tiranno.

Difendendo la città colle forze meglio organizzate della propria parte e costringendo quella avversa ad allearsi colle città nemiche, questi legittima l'assolutismo delle proprie funzioni coll'assicurare con più vere alleanze e con più formidabili colpi l'avvenire della patria. La tirannia come unità diventa ragione di vittoria: i comuni, dibattentisi ancora nelle convulsioni della prima lotta guelfo-ghibellina, non possono quindi resistere a quelli, che giunti alla seconda fase posseggono nel tiranno un generale ed un ministro costretto a non sbagliare mai sotto pena di perdere se stesso, il suo partito e la sua patria. La rivalità delle grandi famiglie, le insurrezioni subitanee, gli accidenti drammatici, onde prima era resa impossibile ogni vera combinazione politica e militare, assoggettati ora alla necessità del tiranno, si assettano secondo la propria importanza nel partito senza frangerlo; la fatalità del quale, più evidente nell'unicità del capo, prepara gli spiriti a quel senso misterioso di abile solidarietà e di libera sudditanza alla legge necessaria a formare il carattere del cittadino moderno. Ma tali sentimenti e idee non sono ancora che rudimentali: il tiranno forzato a meritare la classicità del proprio nome, o arrivando al potere o mantenendovisi coi supplizi, non può nemmeno garantirvisi fra passioni ancora troppo selvaggie e una coscienza publica troppo incerta. Quindi, superbo come un vincitore e implacabile come un vinto, perfido ed eroico, guelfo col popolo e ghibellino colla plebe, dovrà consumarsi nell'impossibilità d'impadronirsi di ogni comando; mentre l'orrore della guerra, dilatando la sua vita sino alle proporzioni di un dramma fantastico, la sottoporrà al ritmo disperato di tutte le cadute e di tutte le espulsioni.

L'avvicendamento dei tiranni, ammirabile di precisione a Milano nel duello dei Visconti coi Torriani, comincia in ogni città secondo le sorti e le leggi della guerra, a Rimini fra Parcitade e Malatesta, a Ravenna fra i Polentani e i Traversari, a Ferrara tra Azzo d'Este e Torelli Salinguerra, a Treviso fra i Camino e i Romano, favorendo una democrazia dispotica, nella quale si conservano le vecchie cariche e i vecchi nomi. Le funzioni politiche sono guadagnate dalle nuove dinastie, gli uffici amministrativi meglio distinti e coordinati diventano invece sempre più impersonali a servizio del popolo e della plebe cresciuta.

Nelle città militari come Mantova, Verona, Urbino, Pavia, la scena è anche più cupa perchè meno feconda la vita. Pisa, già sconfitta da Genova, prepara nella tragedia del conte Ugolino il tema forse al più tragico fra i canti di Dante, rivelando in un solo fatto lo spaventevole segreto di tutto un secolo, giacchè, tradita dalla vanità del conte Ugolino, non può essere salvata nemmeno dalla severità del suo successore Guido da Montefeltro: Genova si alza raggiante sul mare coprendolo di navi, inghirlandandolo di colonie e sfidando in Venezia un'altra rivale ben altrimenti grande e poderosa. Invece Firenze, ancora atteggiata a repubblica, è divisa come Perugia, Siena, Parma, Bologna fra comune e popolo, subisce due statuti, suona due campane tiene due consigli. Poichè il dualismo delle sètte paralizzando lo sviluppo della sua vita la rende inferiore alle città rivali. Giano della Bella tenta una rivoluzione contro i grandi, che farebbe di lui un tiranno plebeo; ma l'astuzia dei nobili lo rovescia, improvvisando invece l'ignobile tirannia del podestà Monfiorito da Padova senza riparare a nessuno inconveniente della vecchia libertà consolare. Il disordine della legislazione è tale nelle città libere, e l'indipendenza dei cittadini belligeranti così violenta, che una più alta tirannia diviene il più urgente dei bisogni e il solo mezzo di progresso. Le assemblee republicane vi si tengono in armi; la gelosia spaventata del popolo rinnova i consoli ogni trimestre e li imprigiona, li rende invisibili per mantenerli incorrotti; la penalità esagera il taglione e colpisce i parenti del reo; la clientela dei grandi è cangiata in compagnia di armati e la loro insolenza diviene tanto facile, che si debbono dare cauzioni al popolo per danni non ancora commessi. Così Brescia e Piacenza non sapendo crearsi un tiranno nominano Carlo d'Angiò, e pacificate dalla sua pressione svolgono le proprie dinastie.

Nelle regioni feudali la tirannia procede con minori tragedie ma più scarsi benefizi, perchè nella storia il risultato di una contraddizione è sempre in ragione diretta della sua vastità e della sua durata. Il Monferrato, invaso dai Milanesi, salva la propria indipendenza, portando alla tirannia il figlio di Guglielmo IV Spadalunga caduto prigioniero di Alessandria; la casa di Savoia, non potendo assurgere all'unità della tirannia per l'inconciliabile dualismo de' suoi due governi di Piemonte e di Savoia, si spezza in due tirannie; mentre nelle due Sicilie i Vespri rompono l'unità francese di Napoli cancellando per metà il lavoro di Carlo d'Angiò colla resurrezione di Palermo sotto una dinastia ghibellina ed aragonese; e la grande famiglia dei Colonna, forte nella tradizione ghibellina del popolo romano, lotta di tirannia con Bonifacio VIII, equivoco temperamento egli stesso di settario e di tiranno.

Bonifacio VIII e Enrico VII di Lussemburgo.

Questa loro guerra, propagandosi a tutta l'Italia vi determina un supremo tentativo contro il progresso, rappresentato dai tiranni sull'atroce anarchia guelfo-ghibellina. Bonifacio VIII trascinato dalla ingovernabile molteplicità delle proprie macchinazioni, dopo aver chiamato Carlo di Valois alla conquista della Sicilia diventata aragonese e ghibellina, assale l'Aragona colla Francia, ma Giovanni da Procida, il grande cospiratore, e Ruggero Lauria, il grande ammiraglio, riparano tutte le debolezze della casa di Aragona mantenendole la Sicilia contro Napoli e Roma. Pisa evita la reazione nominando con satanica malizia Bonifacio stesso a proprio tiranno, Genova resiste collo schiacciare inesorabilmente tutti i guelfi che le rientrano, mentre i Torriani invece riconquistano Milano, e in tutte le altre città la reazione accelera il ritmo delle espulsioni senza profitto del pontefice, spaventato egli medesimo dalle catastrofi settarie della sua guerra ai tiranni.

In questa nuova crisi le due sètte si suddividono in neo-guelfi e neo-ghibellini, o in guelfi bianchi e guelfi neri, così che l'intreccio dei partiti confonde l'esattezza dei cronisti ed offusca le idee degli storici. Alberto Scotti a Piacenza, Giberto Correggio a Parma, Corso Donati a Firenze, Maghinardo di Susinana e Uguccione della Faggiola grandeggiano fra le tenebre e i lampi di questo temporale politico, che sconvolge tutte le città per sostituirvi la tirannia di un forte a quella di un debole. Se nella guerra fra i Colonna e Bonifacio VIII la vittoria resta a quest'ultimo per l'insidioso consiglio di Guido da Montefeltro, la rivincita di Sciarra, che al soldo del re francese arresta e malmena in Anagni il papa vincitore, pareggia fra loro il conto; quindi l'avvelenamento di Benedetto IX perpetrato dai Colonna e la fuga di Clemente V in Avignone, feudo del re di Napoli, suo vassallo, emancipano finalmente Roma e guarantiscono il trionfo alla rivoluzione dei tiranni.

Siamo al 1305, il secolo che resterà classico nella letteratura come aurora del mondo moderno. Cinque anni dopo l'esilio del pontefice almeno venti città sono passate dai guelfi ai ghibellini che abbondano di guerrieri, di capitani, di tiranni, di cronisti, di filosofi. Uguccione è dittatore a Pisa, Federico d'Aragona liberatore in Sicilia, Spinola sorpassa i Doria a Genova, Dino Compagni, oggi negato, è il primo cronista del tempo; Cecco d'Ascoli inizia con Pietro d'Abano la rivolta filosofica nella quale morirà Giordano Bruno e ne esperimenta il rogo; la poesia canta le stragi come un'allodola alta nei cieli sopra un campo di battaglia, e insegna le canzoni a Guido Cavalcanti, il sonetto a Guittone, educa in Cino da Pistoia il maestro di Petrarca, accarezza in Jacopone da Todi un'originalità popolaresca, bigotta e ribelle, eroica e gioviale, apprende a Marco Polo la nostalgia dell'Oriente sconosciuto, intanto che Dante, cacciato da Firenze alla discesa di Carlo di Valois, erra pallido e tetro per le terre d'Italia raccogliendo il gemito dei feriti fra l'urlo dei vincitori, avvelenandosi alla coppa di tutti i tradimenti, trasalendo di gioia infantile a tutte le bellezze della natura, fremendo come un eroe e declamando come un profeta a tutte le catastrofi della rivoluzione, che gli nascondono col polverio delle rovine i profili dell'epoca nuova. Ma quantunque tutta la tempesta medioevale infurii nel suo spirito e il suo pensiero abbracci tutto lo scibile del tempo, egli vi è come uno sconosciuto. Non arriva e non può arrivare all'idea d'una Italia, ma ne fissa nullameno l'eloquio volgare; sogna inevitabilmente l'impero, e in questo sogno sembra intravedere qualche lineamento dello stato moderno; è il più grande cittadino di tutti i secoli, e la sua patria non è ancora che la sua città. L'esilio, facendolo nomade per tutta la vita, lo rende italiano, e dà ai suoi vizi di partigiano l'onnipotenza di una passione, che Eschilo non avrebbe indovinato e Shakespeare non potrà poi sorpassare. Quindi incomprensibile ed incompreso riunisce nel proprio genio e nel proprio poema tutta la natura e tutta la storia, tutto il mondo e tutto Dio, per creare la lingua più bella, la poesia più profonda, la visione più fantastica e più reale in un secolo che resterà alla testa di tutti gli altri come Cesare e Napoleone sulla fronte dei loro eserciti.

E al suo grido di ghibellino invocante un'altra reazione imperiale, che schiacciando i tumulti di quella rivoluzione dei tiranni permetta alla neonata civiltà di fecondare il mondo, Arrigo VII, nuovo imperatore di Germania, scende le Alpi con attardata e magnanima ingenuità. Secondo l'idea del podestà, da lui rappresentato nelle nove città del Lussemburgo e nell'impero, ricusa persino di pronunciare i nomi di guelfo e di ghibellino, valuta i tiranni come avventurieri che la sua presenza basterà a mettere in fuga, giudica quella guerra civile una demenza di molti e una ribalderia di pochi intesi ad essere capitani per mutarsi in padroni. Il segreto dell'epoca gli sfugge insospettato.

Ma la sua discesa provoca invece una reazione ghibellina nella quale Matteo Visconti sopprimendo Guido Torriani e Antonio Fisiraga, tiranno di Lodi, sostituisce la propria alla loro tirannia, mentre altri guelfi, profondamente abili, come Alberto Scotto di Piacenza, sfuggono la catastrofe secondandola, e ghibellini terribili come Cangrande della Scala e Bonacolsi di Mantova proseguono nell'opera propria senza degnare Arrigo VII nemmeno di un omaggio. Perciò la sua opera si esplica in una perpetua contraddizione che lo trascina d'inganno in inganno, attirandolo cogli applausi, stordendolo cogli abbandoni, inceppandolo colle resistenze, evitando sempre i suoi disegni colla perfidia, finchè la reazione torcendosi contro di lui lo costringe ad uscire dall'imparzialità per difendersi coll'appoggio di un partito.

Tutte le città sulle quali contava smentono le sue previsioni e rosseggiano di stragi quasi irridendo alla sua pacificazione di podestà supremo; così che giungendo a Roma non ha più che Genova e Pisa al proprio seguito, e anche queste solo per odio del tiranno guelfo di Napoli, cui molte città come Faenza e Firenze si davano per sfuggire alla reazione ghibellina.

Allora Arrigo VII, aggirato dai Colonna, dagli Orsini, dal re di Napoli, dal papa procrastinante la sua incoronazione, diventa il giocattolo di tutta l'Italia che lo minaccia, lo circuisce, lo insegue, assassina i suoi partigiani, sconfigge i suoi soldati, dissipa il ricordo della sua opera più presto ancora che non cancelli l'orma del suo piede fuggente, e forse gli fa dare un'ostia guelfa avvelenata dai monaci di Buonconvento. Così finiva la reazione e l'eroe invocato da Dante, egualmente vinto dai tiranni che aveva dovuto sanzionare come da quelli che aveva forzatamente nominati, dal re di Napoli che per lui diventa il protettore guelfo di tutti gli stati incapaci di bastare a se stessi, dal papa che lo inganna e lo accusa, dall'Italia che aveva bisogno dei propri tiranni per consumare le proprie sètte ed elaborare le proprie tirannie.

Nè il papa, nè Roberto di Napoli possono quindi profittare delle sue sconfitte, o ritentando la sua opera evitarne gli errori.

Dopo di lui la rivoluzione vittoriosa comincia a discutere la propria vittoria più in alto, entro l'infrangibile dualità della chiesa e dell'impero, interpretando l'uno colle idee ghibelline dei giureconsulti e l'altra colle idee guelfe dei teologi. La discussione rivela già una emancipazione conquistata nella storia contro la chiesa e l'impero dalle nuove forme politiche, sebbene ancora dominate dall'idealità delle due astrazioni sempre identiche malgrado la loro antitesi. Il papato di san Tommaso, di Egidio Colonna e di Tolomeo da Lucca nel De regimine principum è lo stesso impero di Dante nel De monarchia, entrambi concepiti in una unità che discende nella storia invece di sorgerne, realizzati da Dio con un sistema del quale la sua rivelazione ci ha affidata la chiave. Se il papato è religioso e l'impero laico, il loro fondamento è identico per l'unità del fondatore; le loro differenze non arrivano a produrre due fisonomie nella dualità dei loro assolutismi. Invano Dante crede di sottrarre l'impero alla supremazia del papato invocando la sua anteriorità e le parole di Cristo: il mio regno non è di questo mondo! L'impero rimane sempre un concetto monoteistico, ieratico, che toglie ogni libertà alla storia e alla vita. Più assurdo del papato, che in possesso di una rivelazione continua potrebbe dirigere l'una e l'altra sul binario delle proprie leggi, deve soccombere primo nella lotta; e infatti Dante abbandona presto la polemica filosofica per trasportarla nel poema dove scolpisce nel Dio cristiano un imperatore romano e un tiranno medioevale, egualmente impassibile nelle condanne e raffinato nei tormenti. Il suo Inferno è il riflesso dell'epoca: i dannati vi sentono ancora le passioni della vita, i loro peccati dispaiono nell'energia del racconto che li evoca, onde ne rimangono solamente le pene, nelle quali il paziente è spesso così superiore da umiliare persino Dio. Tutta la politica medioevale segue il poeta all'Inferno, in Purgatorio, in Paradiso; la sua collera ha le vampe solfuree delle bolgie, la sua voce scoppia come un fulmine, i suoi morti sono doppiamente vivi, i suoi aneddoti sono tante tragedie condensate, come il suo poema è la sintesi del mondo. Ma accettando la nuova tirannia ghibellina di Arrigo VII e delle corti di Verona e di Ravenna, egli accoglie dal guelfismo le più belle figure in Paradiso, perchè nella sua anima immensa la libertà non può separarsi dalla democrazia, e nel suo istinto infallibile di poeta la realtà necessariamente tirannica del secolo non contradice alla cordiale idealità di san Francesco d'Assisi.

Capitolo Terzo.
Le Signorie

Loro primi atteggiamenti.

Tutte le idee e le forme delle rivoluzioni anteriori attendono la consumazione delle due sètte per concentrarsi in una più alta creazione politica. Il comune e la città sono creati: la loro legislazione ha disegnato quasi tutte le funzioni necessarie ad uno stato moderno; le attitudini civili e guerresche esercitate da una lotta secolare hanno acquistato l'infrangibile pieghevolezza dell'acciaio e plasmato il carattere dell'uomo nuovo. Naturalmente tutti non sono ancora cittadini nella propria città, ma nessun cittadino vi ha più il carattere dell'antico civis romanus. L'impero e la chiesa, che sembravano soffocare in una parentesi mondiale l'infanzia di ogni stato, ne sono stati l'involucro protettore; la libertà, procedendo per emancipazioni graduali, per svolte e giravolte, ha superato ogni ostacolo della storia fecondando tutti i germi della vita. La guerra ai castelli, la guerra municipale, la guerra civile debbono conchiudersi in una vittoria collettiva e superiore, per la quale le città vincitrici si mutino in capitali, i maggiori comuni in stati, i più forti tiranni in signori. Se quelli erano stati l'espressione di una inevitabile supremazia militare rappresentante la violenza dell'ordine nella irrefrenabilità del disordine, questi saranno i mandatari di una sovranità senza titolo, data e sostenuta da una classe di cittadini cresciuta tra le guerre delle due sètte.

La imminente signoria non sarà nè feudale, nè monarchica, nè pontificia, nè imperiale; questi principii fermenteranno ancora nella sua forma originale mentre tutte le altre ne maschereranno, per meglio proteggerla, la fisonomia; però la sua spontaneità italiana resterà come una delle nostre glorie maggiori nella storia universale. Con essa si chiude il medio evo. La signoria è già uno stato moderno creato dalla storia nella storia con le evoluzioni combinate del regno, dei vescovi, dei consoli, dei podestà e dei tiranni. Non ha legittimità di titoli, e quelli che accatta sono tutto al più abili ipocrisie della sua politica; non si conosce confini, dinastie, eserciti, conquiste. Se comincia quasi sempre con una tirannia, questo processo non le è obbligatorio, perchè il suo carattere deriva da una pacificazione delle sètte e da una dedizione che tutto il comune le fa delle proprie franchigie. Un misterioso accordo stringe popolo e signore: il tiranno era il settario più forte, il signore sarà più forte di tutti i settarii. Nessuna garanzia contro di lui che è la garanzia suprema contro la violenza anarchica; il governo diventa personale per essere più spedito; la democrazia accenna alla monarchia per consolidarsi; non più parlamenti che provocherebbero sedizioni, ma un uomo solo che faccia tutto nell'interesse di tutti facendo il proprio. Essendo combattuto dagli avanzi settari, non potrà aggravarsi sul popolo, e come sottomesso ai poteri astratti della chiesa e dell'impero mutarsi in re; d'altronde l'esiguità e la rivalità di tutti i comuni lo impedirebbero. Invece compirà la signoria della città vincente sulle inferiori, annullando nella propria imparzialità le antiche differenze e disegnando i contorni del nuovo stato. Così la nuova pace soddisfa certamente tutti i bisogni, provoca tutte le attività, salva tutti gli orgogli.

Il signore, splendido, forte, abile, dotto, generale, ministro, sovrano, esprime il nuovo popolo da lui assimilato nel proprio spirito insieme all'anima degli antichi feudatari, al carattere dei primi borghesi e al cuore della plebe. Ormai le famiglie non sono più tanti nuclei nemici in un centro infrangibile; il valore dell'individuo comincia a diventare unità di misura sociale, e il valore non è più solamente guerresco. Le idee si dilatano; la signoria slargandosi oltre la città aumenta la patria; il signore non è più il capo della propria parte o dell'avversa, o il podestà straniero, servo provvisorio incaricato di funzioni provvisorie sovrane, ma un rettore che deve comprendere, soddisfare, eseguire tutto. Il popolo è talmente sicuro di se stesso che non si premunisce più contro di lui come contro i consoli e il podestà. Nella politica del signore, che sostituisce il tradimento alla guerra civile, si bada solo al risultato, perchè ogni ingrandimento di lui diventa grandezza della città. I partigiani piegano e si mutano in cortigiani o in sicari, al palazzo di città ne succede un altro, non ancora reggia e nullameno modello insuperato di tutte le reggie future.

Così il signore, dominando la città, l'emancipa dal papa e dall'imperatore, cui non chiede più l'investitura e dei quali non tiene più conto nel legare ai discendenti la propria sovranità come un patrimonio qualunque. Invano i partiti non ben morti insorgono con moti di agonia per assassinare il signore ed impedire l'assetto della sua dinastia; il tradimento settario non arriva all'efficacia del tradimento di stato, e la successione prosegue, la dinastia si stabilisce, la signoria si assicura. La sua necessità deriva dall'altra di una monarchia pacificamente progressiva che rassicuri il commercio, l'industria, l'agricoltura, le arti e le scienze effervescenti nella febbre di creare tutto un mondo. Il signore guarantisce la pace del lavoro per tutti i capolavori imminenti. Il ritorno alla republica è impossibile; se il signore soccombe ad una cospirazione, il cospiratore dovrà cangiarsi in signore; se la sua discendenza troppo numerosa richiamasse i pericoli della passata anarchia, il signore salverà la società scannando coll'efferatezza dei vecchi sicari tutta la propria famiglia, perchè le leggi della storia diverse da quelle della morale sono anche più inflessibili.

La guerra municipale diventa regionale quando le città di secondo ordine cadono sotto quelle di primo, e le altre incapaci di giungere alla signoria soccombono al signore più prossimo, le militari alle romane, atteggiando una geografia politica ben diversa da quella dell'antichità e del medio evo. La nuova dominazione unifica senza il soffocamento inevitabile in ogni altra dominazione anteriore; gli stati, che già si disegnano e non possono ancora consolidarsi, sono tirannici nella capitale e liberali nelle altre città, industriali nelle tendenze e militari nelle tradizioni, costretti alla guerra per l'interesse medesimo della pace e nullameno poco atti a mantenerne gli eserciti necessari. Questa suprema impotenza diventerà poi causa della loro rovina.

A Milano la signoria incominciata col tradimento di Matteo Visconti impone tosto agli emigrati di rientrare, proibisce alle famiglie rivali ogni guerra intestina, ordina alle truppe di sterminare i briganti, ai partiti di non più spianare le case dei proscritti. Quindi, pacificata all'interno, la forte metropoli conquista Piacenza, Bergamo, Alessandria, Tortona, Pavia, ed alleandosi con altre signorie guelfe o ghibelline diventa il centro di una lega di signori come nei secoli scorsi lo era stata per quella dei vescovi e dei consoli. Cangrande della Scala dietro l'esempio di Matteo Visconti rifiuta il titolo di capitano del popolo per sottomettere invece il parlamento ed annullare republica e tirannia in una signoria perpetua, che finge tenere dall'imperatore; a Padova la famiglia dei Carrara, rappresentanti il partito medio sorto tra i tiranni neo-guelfi e i proscritti ghibellini, s'impadronisce della repubblica; Ponzino Ponzoni a Cremona, Cecco Ordelaffi a Forlì, Francesco Manfredi a Faenza, Rinaldo d'Este a Ferrara, Alberghetto Chiarelli a Fabriano, Giovanni Gabrielli a Gubbio, i Malatesta a Rimini, i Vistarini a Lodi, i Trinci a Foligno, i Tarlati ad Arezzo, senza parlare dei minori, improvvisano altrettante dinastie.

Nelle regioni feudali la signoria si svolge regolarmente aiutata dall'unità militare e dalla successione dinastica. Così il Monferrato si acqueta facilmente nella signoria di Teodoro Paleologo e di Giovanni II; la casa di Savoia, sempre a due facce, guelfa in Piemonte e ghibellina in Savoia, accorda le proprie differenze lasciando a Amedeo V di Chambéry la supremazia sopra Filippo signore di Torino per meglio combinare i tradimenti di entrambi e preparare, slargandolo, l'ancor piccolo stato al grande intervento savoiardo nella politica italiana.

Mentre Pisa e Lucca si combattono nelle estreme convulsioni della guerra guelfo-ghibellina con Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, i due più grandi soldati dell'epoca e tiranni e signori al tempo stesso, Firenze invece dorme un sonno agitato sotto la tirannia guelfa di Roberto re di Napoli da lei invocato al principio del secolo per sottrarsi alla reazione di Enrico VII di Lussemburgo. Genova, divenuta guelfa nello strazio degli ultimi furori partigiani, per resistere ai propri emigrati si sottopone alla medesima tirannia napoletana; tutte le altre republiche agonizzano nelle stragi settarie, che i tiranni ormai sorpassati aumentano invece d'impedire. Napoli stessa, incaricata dalla chiesa di proteggere il guelfismo contro l'ultima reazione feudale, non presenta più nella storia che il mirabile fenomeno di una grande influenza senza risultati. La Sicilia, la Corsica, la Sardegna, grande triade insulare d'Italia, non ricevono le scosse politiche del continente che indebolite per tutta la distanza delle acque: la Sicilia è ancora libera contro Napoli cogli Aragonesi; la Corsica dominata ma non per anco riunita dai genovesi; la Sardegna, sempre litigata fra pisani e genovesi e concessa ultimamente da Bonifazio VIII a Giacomo d'Aragona, pare un pomo destinato a riaccendere le discordie, se lo sfinimento delle parti accennasse a placarle.

Ma l'avvenimento dei signori, legalizzando tutte le rivoluzioni antecedenti ed affermando i primi articoli del diritto pubblico moderno, non può passare senza reazione. Tutta l'abilità della diplomazia signorile, immorale sino all'ingenuità e intrepida oltre ogni delitto, non basta ad evitare la discussione pregiudiziale del nuovo principio politico, che consacra in qualunque minimo stato il diritto all'autonomia. La Signoria, imperiale quanto gli antichi podestà e più violenta degli ultimi tiranni contro le sètte nell'interesse della nuova classe popolare cresciuta fra le loro lotte, irrita naturalmente troppe passioni e sacrifica troppe persone perchè non si alzino appelli contro di essa ai due supremi poteri costituzionali della chiesa e dell'impero.

Roberto di Napoli e Bertrando del Poggetto.

Primi alla protesta sono i guelfi maggiormente mortificati dalle grosse signorie ghibelline. Roberto di Napoli loro capo, nel 1320, forzato d'indietreggiare su quasi tutti i punti, invoca Giovanni XXII, suo ospite nel feudo di Avignone, e gli persuade di mandare in Italia il figlio Bertrando del Poggetto a combattere le signorie dei Visconti, degli Scaligeri, dei Bonacolsi e del re di Sicilia coll'aiuto di Filippo di Valois e di Enrico d'Austria. Ma la nuova crociata si limita come sempre alle forze vive dei guelfi italiani, dei fiorentini, dei genovesi, dei bolognesi, degli Arcelli di Parma, dei Cavalcabò di Cremona, dei Lando di Piacenza, tutti egualmente minacciati e destinati a perire sotto le signorie.

La lotta terribile e varia non fa che eccitare le forze della rivoluzione e disegnarne le maggiori figure. Matteo Visconti vi spiega la duttile infrangibilità di un genio che si salva sempre dalla tragedia nella commedia, servendosi della stessa religione nemica e fecondando le vittorie della spada colla corruzione della diplomazia; suo figlio Galeazzo soccombe un istante ma per rialzarsi più forte a riprendere le proprie conquiste, mentre Cangrande della Scala circondato da ventidue capi italiani spodestati combatte Treviso, Padova, Aquileja, l'Austria, minaccia Bologna, soffoca Vicenza. A Rimini Malatestino, rovesciato per un giorno dalla reazione di Ramberto, ne trionfa e scanna poco dopo l'avversario col coltello; Castruccio Castracani, signore di Lucca, moltiplica le vittorie contro i guelfi e accenna a mutare la propria tirannide in signoria; Ostasio Polenta si fa signore di Ravenna con un fratricidio, Silvestro Gatti di Viterbo con una strage, Filippo Tedici con una serie di perfidie, che lo rendono singolare in un'epoca, nella quale le più tragiche infamie e i più mostruosi tradimenti erano comuni. Quindi le signorie si espandono come galvanizzate dalla reazione: gli Appigliaterra si impossessano di Cingoli, i Tarlati di Città di Castello, i Malatesta di Sant'Arcangelo, Cangrande di Belluno e di Feltre, i Visconti di Vercelli e di Cremona, i Bunacolsi di Modena. Altrove il Monferrato si conserva impassibile, la casa di Savoia vigila nell'immobilità, quella d'Este nella sicurezza, mentre le città incapaci di fondare signorie si lacerano in stragi settarie riconfermando così la legittimità della nuova rivoluzione. Infatti San Sepolcro, Urbino, Osimo, Iesi, Recanati, Fermo, Rieti, Spoleto, Assisi, Orvieto s'insanguinano e s'incendiano con ferocia maggiore di ogni demenza; Pisa, caduta in agonia, perde la Sardegna; Firenze, attardata, cede sotto la protezione napoletana alla tirannia provvisoria del duca d'Atene; Genova sembra esaurirsi nell'anarchia di quello stesso patronato che paralizza Alessandria, Tortona, Brescia. Ma la conquista pontificia non è migliore del patronato napoletano. Le città, che vi si abbandonano, sono o republiche colpite da marasma come Firenze e Genova, o città ancora dibattentisi nelle convulsioni delle sètte e quindi impotenti a comporsi altro governo come Piacenza, Parma, Reggio, Bologna, Cesena.

La reazione di Giovanni XXII e di Bertrando del Poggetto fallisce quindi il proprio scopo. Nessuna delle signorie combattute vi soccombe, molte invece vi si fondano e prosperano: Filippo di Valois, Enrico d'Austria e Enrico di Fiandra compaiono appena nella lotta; tutta l'energia, l'originalità e il genio brillano nei personaggi della rivoluzione. Matteo Visconti è il suo politico più viscido, Cangrande il più granitico, Filippo Tedici il più raccapricciante; Castruccio Castracani vi si mostra degno d'un impero, Marco Visconti di una corona; ovunque si presenta un signore si è sicuri che la sua apparizione copre un dramma degno di Shakespeare e ha risolti problemi, dei quali le formole basteranno più tardi ad infamare l'ingegno di Machiavelli. Ma la fede dei popoli e la loro prosperità seguono il signore; i delitti di questo rappresentano un'economia sui crimini inevitabili dell'anarchia ed un progresso del diritto politico giunto all'autogoverno mediante un segreto accordo fra popolo e signore. La tirannia, le sètte, il podestà, i consoli, tutte le vecchie forme rivoluzionarie colpite da sterilità o da epilessia non possono accogliere la nuova vita politica italiana, della quale è prima necessità mutare i maggiori comuni in stati. Il sogno reazionario di Giovanni XXII di sottomettere l'Italia all'unità guelfa napoletana per dominarla come un vecchio feudo, è peggio che pazzo; l'aspirazione di Cangrande a ritentare l'impresa di Berengario e di Ezzelino appare come una vanità appena giustificata dalla fortuna delle vittorie e dall'energia dell'ingegno; il piccolo dominio improvvisato nelle terre dell'esarcato da Bertrando del Poggetto, figlio del papa, non resisterà all'imminente reazione imperiale contro le signorie.

Lodovico il Bavaro e Giovanni di Boemia.

Infatti le grandi vittorie ottenute dai signori ghibellini contro il re di Napoli e Bertrando del Poggetto sotto le mura di Bologna e di Firenze danno un'impazienza così orgogliosa alla rivoluzione che s'invoca la discesa imperiale di Lodovico il Bavaro per finirla una volta colla insania della crociata pontificia. Ma al pericolo della reazionaria unità guelfa del pontefice e di re Roberto succede l'altro della regia unità ghibellina con Lodovico il Bavaro, fedele alla tradizionale illusione degli imperatori, e la rivoluzione deve neutralizzare con nuovi espedienti politici questo medesimo aiuto supplicato. Quindi i signori s'impettiscono presto contro Lodovico: Cangrande non va alla dieta ghibellina di Trento se non scortato da un esercito, e ne esce sdegnato; se Galeazzo Visconti soccombe da principio alla discesa imperiale invocata contro di lui da Marco e Lodrisio, così che Milano sembra riprecipitare nella anteriore forma republicana colla rivolta simultanea delle città rivali, poco dopo Azzo Visconti la rialza inalberando la bandiera guelfa di Avignone, e il consiglio dei novecento lo proclama signore perpetuo. Cangrande e Mastino, invincibili nella marca di Verona, aumentano le vittorie della loro espansione soggiogando Padova e Treviso; a Mantova Luigi Gonzaga soppianta col più ammirabile tradimento il tiranno Passerino Bonacolsi e fonda la propria dinastia, scrivendo con inimitabile ironia sotto al proprio stemma la parola Fides; e Lodovico il Bavaro deve approvarlo. A Lodi Tremacoldo, un altro servo, imita Luigi Gonzaga contro i Vistarini. Il moto di Lodovico contro i signori fallisce: le signorie restano immobili, il marchese d'Este passa al papa, le città forti resistono, quelle che cedono all'imperatore non ne comprendono l'opera e risentono la sua azione come una crisi di più nelle proprie convulsioni.

Castruccio Castracani, avendolo chiamato per insignorirsi della Toscana, profitta della sua presenza per prendersi Pisa, ma gli lesina i soccorsi e si premunisce contro i suoi possibili tradimenti; cosicchè, alla morte improvvisa del grande capitano, l'imperatore incapace di dominare nella Toscana deve mettere Lucca all'asta; Guido Tarlati, nobile vescovo di Arezzo e modello dei signori, lo insulta; a Roma i Colonna e gli Orsini gli resistono; intanto Firenze conquista quasi silenziosamente Pistoia e Valdelsa; la signoria s'alza a Parma coi Rossi, a Reggio coi Fogliani. L'odio italiano enorme, invisibile, invincibile, circonda, paralizza l'imperatore; tutto gli falla; non può colpire Napoli, abbattere Bertrando del Poggetto, sottomettere la Toscana, domare i grossi signori, affezionarsi i più piccoli; i delitti gli diventano inutili, le vittorie inconcludenti, le disfatte ignominiose, i risultati sempre contrari alle intenzioni e queste a rovescio dei tempi, finchè è costretto ad abbandonare l'Italia satanicamente incomprensibile alla sua intelligenza di tedesco.

Ma il suo abbandono accrescendo il terrore nelle città esposte alle annessioni delle grandi signorie, rinasce con Giovanni di Boemia, figlio di Arrigo VII di Lussemburgo, l'illusione di salvare con altro intervento l'indipendenza delle città destinate a soccombere. Brescia è la prima ad invocare il nuovo podestà germanico; dietro di essa Bergamo, Novara, Vercelli, Pavia, Cremona, Crema, Piacenza, Parma, Modena, Lucca, tutte le città agonizzanti, tutti i tiranni sfiniti si accalcano al seguito di lui. Bertrando del Poggetto regna ancora sulle Romagne per mezzo di vicari, riproducendo a Bologna quella signoria che dovrebbe negare. Ma Giovanni di Boemia, generale e balordo come un soldato, nulla intendendo della vita italiana, protegge i nobili contro i borghesi, gli uomini d'arme contro quelli di commercio, irrita guelfi e repubblicani sino a spingerli sotto le odiate signorie. E allora, avviluppato dai Visconti, dagli Scaligeri, dagli Este, dai Gonzaga, perde tutte le città protette; è battuto, sbertato, annullato. L'espansione delle signorie prorompe, le annessioni si moltiplicano: Milano, Verona, Mantova, Ferrara sorgono come tante capitali di piccoli regni.

In quello improvvisato di Bertrando del Poggetto le rivolte federali e signorili detonano come petardi: Rimini si ribella con Malatesta Guastafamiglia; Ravenna, Cervia e Bertinoro col fratricida Ostasio da Polenta; Imola cogli Alidosi, Forlì cogli Ordelaffi, che s'impossessano di Cesena. Bologna, eccitata da queste ribellioni e tradita nelle speranze di nuova capitale del pontefice, abbindola con Taddeo Pepoli e Brandoligi Gozzatini il terribile legato, lo assedia nella fortezza, lo costringe a capitolare, ad esulare, dissipando come un triste sogno il suo tentativo di regno guelfo.

La rivoluzione, trionfante secondo la parola del Villani nell'accordo dei guelfi e dei ghibellini per abbassare il re di Boemia e il furbo legato, ha contemporaneamente respinto imperatore e papa. Quegli per decisione di Lodovico il Bavaro prenderà d'ora innanzi il titolo d'imperatore prima della consacrazione, e rinunzia alle periodiche discese in Italia, all'intervento diretto colle vecchie teorie ghibelline; questi, capo della chiesa, è così poco sovrano che, espulso da Roma e rifugiato ad Avignone, non intenerisce e non impaura alcuno. Quasi straniero all'Italia, dalla quale Gregorio VII si era alzato minaccioso sull'impero e nella quale Alessandro III aveva sconfitto il più grande degli imperatori, la sua ultima invasione con Bertrando del Poggetto lo ha diminuito alle stesse proporzioni di Enrico di Fiandra e di Giovanni di Boemia. L'avvenimento dei signori non potrà lasciargli che una specie di presidenza decorativa delle loro forze, poichè Marsilio da Padova, araldo del nuovo pensiero, proclama la sovranità del popolo sul principe e la separazione della chiesa dallo stato in nome di una più alta interpretazione del principio cristiano. Il doppio misticismo di S. Tommaso e di Dante dilegua: al lugubre carnevale della chiesa e dell'impero sta per succedere la tragedia ben più vasta e profonda dell'individuo e dello stato.

Trionfo dei signori.

Al disopra di questa tragedia spirituale la prosperità dei signori dispiega dal 1335 al 1358 la propria decorazione. Dopo la ritirata del re Giovanni di Boemia e di Bertrando del Poggetto le signorie s'improvvisano come una commedia dell'arte sui teatri di pressochè tutte le città d'Italia. A Genova l'ispirazione di un cencioso, arrampicatosi sopra un piuolo per arringare la moltitudine, suggerisce trionfalmente il dogado di Simone Boccanegra che, secondo le parole della cronaca, trasferisce l'impero dai nobili al popolo ed opprime le sètte; a Padova, momentaneamente vassalla di Verona, il tradimento dei fratelli Ubertino e Marsilio Carrara contro Alberto della Scala, emancipa la città ricostituendone la signoria; Firenze eseguisce contro il duca di Atene, soldato francese e proconsole napoletano, la rivolta eternata dallo stile di Machiavelli; a Bologna Taddeo Pepoli, schiacciando il proprio alleato Brandoligi Gozzadini, si muta in signore; ad Orvieto Benedetto Buonconti, moltiplicando i tradimenti coll'abilità di Filippo Tedici e le coltellate colla precisione di Benvenuto Cellini, s'impossessa della città; a Pisa morente comanda l'effimera dinastia neo-guelfa dei Gambacorti; a Gubbio Giovanni Gabrielli domina col tradimento e coll'aiuto di Milano; Viterbo ripete con Giovanni Vico ghibellino la signoria di Silvestro Gatti guelfo ucciso da Lodovico il Bavaro; ad Urbino regna Galasso da Montefeltro; su Fermo preme Gentile da Magliano, a Jesi, a Volterra, a Pergola spuntano i Simonetti, i Belforti, Ongaro da Sassoferrato. L'idea della signoria s'impossessa di tutte le regioni italiane, mascherandosi con tutte le forme, servendosi di tutte le illusioni. Qualunque ne sia il governo democratico o aristocratico e per quanto incerta la sua durata, la signoria trionfa come un'avventurosa combinazione dell'imparzialità del podestà e della supremazia del tiranno per favorire con la pace interna lo sviluppo della vita civile. Se derivando da un tradimento e mantenendosi quasi sempre colla perfidia, essa compie ancora molte stragi, queste esigenze storiche non sono l'essenza della sua idea e non tolgono alla coscienza publica di assecondare il signore, giacchè nelle provincie tuttavia in preda all'anarchia guelfo-ghibellina, o sottoposte alla violenta pressione partigiana del tiranno, la vita e la civiltà sembrano ogni giorno decrescere tragicamente.

A Napoli l'imparzialità politica della signoria s'insinua tra le orgie e i tradimenti della regina Giovanna, frivola e feroce così da strangolare il suo primo marito, Andrea d'Ungheria, divenuto troppo presto e troppo imprudentemente ghibellino, e da sposare poco dopo Luigi di Taranto principe guelfo. Quindi perseguitata con orribile processo da Carlo Durazzo, essa deve rifugiarsi presso il papa, cui promette la proprietà di Avignone se la proclami innocente in faccia a tutto il mondo. Il papa acconsente. Allora richiamata dagli stessi errori del suo avversario, che aveva attirato nel regno il brutale Luigi d'Ungheria alla vendetta del fratello Andrea, non ha che aspettare l'assassinio dell'uno e la partita dell'altro per passare come una santa fra le ovazioni del popolo e regnare sull'oppressione simultanea delle due sètte. A Palermo i due partiti si dilacerano anche con maggiore atrocità per calmarsi quasi istantaneamente col truce omicidio dei due massimi capi, il signore di Cimina e il ministro Palici, preparandosi nella pacificazione interna all'imminente signoria di Napoli. In Sardegna il gran giudice di Oristani, dopo aver soppiantato la signoria ghibellina dei pisani colla signoria guelfa degli aragonesi, vorrebbe disfarsi di quest'ultimo coll'aiuto di Genova, ma costretto ad un processo di unificazione regia contro le quattro grandi giudicature di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea, è invece sconfitto dalla signoria aragonese, che emancipa tutte le città imperando sopra di esse alla guisa di Verona e Milano.

Ovunque le signorie distruggono le repubbliche, o entrando nella loro forma le forzano ad agire come tante signorie. Asti, la più generosa e vivace città longobarda, si sottomette a Milano. Alessandria, costrutta dalla lega lombarda quale monumento di vittoria, subisce la stessa attrazione. Parma benchè più forte e lontana non può sottrarvisi. In Toscana Pisa e Lucca agonizzano, Siena e Firenze si dilatano e si spiano: se la prima è forse militarmente più forte, la seconda è incomparabilmente più abile. Perugia più feroce arriva sino alla distruzione per assicurarsi la conquista della piccola Bettuna. Dove invece le repubbliche tardano a morire, lo spettacolo delle stragi inutili vi è così pazzo, paragonato alla calma operosa delle città ridotte in signoria, che si direbbe un supremo conato per raggiungere l'imparzialità da queste ottenuta colla forza. Nulla uguaglia lo slancio e lo splendore di Milano; e il Monferrato sempre immobile, la Savoia che si espande, Verona regnante ancora su tante città al disopra di Mantova che sembra dividerla da Ferrara sempre in aumento, Ravenna, Rimini, Perugia, Siena, Firenze, Napoli, Palermo, tutte paiono prese nell'orbita crescente della grossa metropoli lombarda, diventata come il sole di un nuovo sistema politico.

Cola di Rienzi.

A Roma, sempre città universale malgrado la doppia perdita dei papi e degl'imperatori, la signoria si annunzia invece in un nuovo sogno d'impero. Cola di Rienzi, povera figura plebea di notaio, mettendosi con uno sforzo eroico della volontà nel mezzo di tutte le tragedie provocate da quell'anarchia dell'interregno, se ne assimila tutte le grandezze. La cornice costituisce questa volta pressochè tutto il valore del quadro, sul fondo cupo del quale la sua figura brilla un momento nella luce del trionfo. Immaginoso come un trovatore, eloquente quanto un tribuno, colto al paro dei notai di allora che spesso erano letterati e poeti, Cola di Rienzi s'impadronisce della fantasia popolare con una esposizione di quadri simboleggianti lo stato della città, solleva le truppe e occupa il Campidoglio.

La sua azione è così rapida, i suoi primi decreti di pacificazione tanto provvidi che il popolo lo acclama e i baroni lo riveriscono. Ma l'ampiezza della scena turba la mente dell'attore. Voci fatidiche salienti a notte dalle rovine di Roma, come echi o profezie di un impero immortale, impongono alla sua coscienza la fatalità del comando universale passato dagli imperatori ai papi e da questi a tutti i ribelli morti combattendo. Il rogo di Arnaldo da Brescia non aveva potuto bruciare la sua idea. Cola di Rienzi, còlto dalla stessa vertigine di una risurrezione romana, decide di riunire in fascio tutte le rivoluzioni italiche e di metterlo in mano al papa, dominandolo coll'idea di Roma. Non è l'unità italiana, ma una torbida visione romana che esercita il tribuno. La terribile unità cattolica di Gregorio VII, il primato italico di Alessandro III capo della lega lombarda, le pretensioni dominatrici di Bonifazio VIII, sono estranee alla sua idea. Roma sola ne è la causa, e la signoria, che trionfa in Italia, il processo. Cola di Rienzi sarebbe così il signore dei signori, come Roma è la città delle città. La sua idea non acquista coscienza di se medesima misurandosi colla realtà, ma luminosa e colorata come un sogno si presenta colla forma fantasmagorica di un concilio italiano, al quale tutte le città debbono mandare due deputati e un giureconsulto.

Si tratterebbe dunque di una federazione politica italiana contro gli interventi e le dominazioni estere, ma il modo sultanico d'intimazione usato dal tribuno di Roma indica subito che siamo ancora nel sogno. Nullameno l'Italia risponde a quest'invito, che implica la sua liberazione dai due poteri costituzionali del papato e dell'impero; il concilio si affolla, e Cola vi rivendica fra un entusiasmo frenetico l'impero immaginario di Augusto e di Gregorio. Storia, archeologia, poesia, religione, ne sono le ragioni: echi, imagini, ricordi, fantasmi che vorrebbero dominare la vita. Quindi trascinato dalla logica delle parole, egli dichiara romane tutte le rivoluzioni italiane, libera le città, naturalizza i loro abitanti, dà la propria bandiera ai loro soldati, cita al proprio tribunale inermi gli imperatori di Germania. Fraseologia e decorazione lo inebriano: tribuno, solo, poggiato su Roma, si sente più grande dell'imperatore e più universale del papa.

Ma questi con una sola parola soffia sopra il suo sogno e lo dissipa. La chiesa scomunica il tribuno, usurpatore di Roma da essa già quasi perduta. Allora la soggezione religiosa riprende i popoli sbigottiti dall'anatema scoppiato sulla testa di Rienzi come un fulmine; la sua idea fantastica svapora, la sua autorità dilegua. Troppo timido per immolare i baroni da lui stesso imprigionati, fugge di Roma innanzi alla insurrezione ghibellina del paladino di Altamura per riparare, dietro l'esempio antico di Temistocle e colla demenza vanitosa dei poeti, a Praga presso il medesimo imperatore Carlo IV da lui citato alla sbarra; ma imprigionato da questo gli scrive in stile apocalittico la propria visione dell'imminente riforma universale con Roma e l'imperatore alla testa. Deriso si umilia, da profeta discende a buffone, da tribuno si muta in cortigiano per consigliargli una reazione tedesca sull'Italia al modo di Enrico VII di Lussemburgo e di Giovanni di Boemia. Allora l'imperatore lo rimanda al papa, che lo imprigiona; e Cola bacia ancora le proprie catene, mente, calunnia, si rinnova, si muta, compie la propria evoluzione uscendo di carcere al seguito del cardinale Albornoz mandato a ritentare l'impresa di Bertrando del Poggetto. Quindi nuovamente senatore di Roma si mostra più gonfio, più declamatore, più falso, più pazzo di prima. Il suo republicanesimo è così assurdo, la sua volubilità così ignobile, i suoi tradimenti così miserabili, le sue imposte così avare che una insurrezione lo investe. Egli trema, dimentica ogni eloquenza, non trova alcun coraggio, getta le armi, cangia più volte di vesti, finchè ravvolto in un saio da saccomanno è scoperto dall'odio vigile della plebe e trucidato a' piedi della scalea capitolina, che non avrebbe mai dovuto salire.

Ma la sua demenza politica e la sua viltà morale non bastarono ad ucciderlo nella storia. Il suo sogno di unità italico-romana col papato e dominando il papato si riprodusse; le sue repressioni dei baroni, i suoi trionfi, le sue peripezie, il suo carattere rimasero nella tradizione e passarono nell'arte. Non si potè o non si volle capire la vanità insulsa della sua opera. Le idee politiche, che la sconvolsero e per le quali non seppe nè agire nè morire, parvero quasi sue idee personali; guelfi e ghibellini acclamarono la sua memoria, quelli per la sua liberazione d'Italia concepita col papato e pel papato, questi per il suo tentativo di mettere Roma al disopra del papa e a capo di una nuova Italia. Quindi Cola di Rienzi, moltiplicato per la grandezza del quadro e per l'antichità della cornice, entro la quale aveva recitato abbastanza malamente la propria parte di signore, parve giganteggiare fra le massime figure del tempo, tra i Visconti e gli Scaligeri, così terribilmente trionfanti nella storica realtà. Si è creduto lungamente che Petrarca gli dedicasse una delle sue più belle canzoni; Wagner, il maggior musico di questo secolo, cominciava da lui la serie dei propri melodrammi immortali. Ma oggi una critica più acuta disdice le dedica a lui della canzone del Petrarca, Wagner rinnegò il proprio melodramma; e Cola di Rienzi, severamente giudicato dalla storia, che a distanza di secoli punì della stessa morte il suo tentativo riprodotto da Pellegrino Rossi, vanisce nell'arte come una di quelle ambigue figure, alle quali nè il pensiero potè dare la trasparenza luminosa dei fari, nè l'azione il rilievo inconsumabile dei bronzi.

L'impresa fallita di Rienzi provava solo che il papato non era ancora maturo alla signoria, e che nullameno nessuno poteva sostituirlo in Roma.

Difatti Roma, predestinata all'opera del papato, doveva solamente con esso esaurire tutte le forme politiche, prima di rientrare nella futura unità italiana.

Il cardinale Albornoz.

Ma l'improvvisa ed eccessiva fortuna della signoria milanese minacciante tutte le altre determina presto una nuova spaventevole guerra di reazione. Primo Cola di Rienzi, perduto nel sogno di una unità republicana, appella al papa e all'imperatore contro i tiranni di Lombardia; poi nel 1350 Clemente VI manda il proprio parente Durafort a ritentare col medesimo esito l'impresa di Bertrando del Poggetto; nel 1352 Siena, Firenze e Perugia si alleano contro i Visconti; nell'anno successivo Mantova, Verona, Ferrara, Padova, Venezia pattuiscono una lega, che invoca l'imperatore Carlo IV. Questi discende in Italia, e tre anni dopo si congiunge con Albornoz, vittorioso dei signori romani, per distruggere la signoria milanese. Il combattimento dura ventisette anni come quello di Barbarossa, ma riesce alla vittoria di Milano e di tutte le altre signorie, trionfanti del proprio errore reazionario per la forza stessa dell'idea che combattono.

In questa lunga crisi l'eroismo politico dei Visconti sfolgora attraverso tutta la varietà dei loro caratteri individuali nelle più cupe tragedie, superando tutti gli eventi. Poichè Luchino soccombe troppo presto avvelenato dalla moglie, l'arcivescovo Giovanni più forte dell'antico Eriberto resiste al papa minacciando: allorchè Carlo IV giunge a Milano per ripetervi forse la tremenda condanna di Lodovico il Bavaro, che gettava Galeazzo nei forni di Monza, i tre fratelli Matteo, Galeazzo e Bernabò gli oppongono finzione a finzione, e lasciandolo fuori della mura lo assediano di visite, lo stordiscono di feste. Quindi fronteggiando in battaglia tutti gli avversari, mescolano tradimenti e vittorie, intrighi e sconfitte. La passione rivoluzionaria e l'idea politica del tempo li sostengono. Matteo II, il più vano dei tre fratelli, è ucciso dagli altri; Bernabò, il più forte di tutti, rivaleggia con Ezzelino da Romano, sopprime ogni sètta, largheggia col popolo, innamora la plebe, riordina l'amministrazione, fa inghiottire sul Lambro ai messi del papa le loro lettere, feroce, tiranno, imparziale, temerario sino ad avventurarsi ovunque senza guardie, collerico come un leone, innamorato della propria moglie come l'ultimo dei borghesi. I republicani lo maledicono, i guelfi lo detestano, la chiesa lo condanna, ma il popolo lo adora e le cronache lo esaltano come il capo della rivoluzione, che organizza la vittoria sui campi di battaglia e stabilisce una legislazione duratura per la felicità dei lombardi.

La guerra agevola la rivoluzione.

Ai primi baleni della reazione Bologna e Genova si arrendono ai Visconti; Pavia svillaneggiata dalla mistica demenza di frate Bussolari, tardo imitatore di Giovanni da Vicenza, è ridestata alla vita dalla sola presenza di Galeazzo; Bergamo entra nell'orbita di Milano; Reggio affidata dal signore di Mantova a Feltrino è da questo venduta a Bernabò; il Conte Verde di Savoia, abile guerriero e politico feroce, perde ogni impresa contro i Visconti, e vince tutte quelle che stabiliscono all'interno la sua signoria.

Molte signorie, già al declino e destinate presto a sparire, resistono nullameno a questa reazione che mette in pericolo il principio della rivoluzione; Mantova, Ferrara, Padova, Verona, il Monferrato, la Savoia rimangono immobili, quanto Milano sulle proprie basi; solamente, come a pena dei propri errori, si veggono compromesso il governo da un ultimo infuriare delle sètte. Così a Firenze i Ricci e gli Albizzi rinnovano la contesa degli Uberti e dei Buondelmonti, e all'arrivo dell'imperatore Carlo IV Pistoia, Arezzo, Volterra, San Miniato s'aggrappano alla sua porpora per sfuggire alle mani della republica; la quale, dopo una nuova rivoluzione nel campo imperiale e una nuova guerra contro il papa, rovescia finalmente nel 1378, ultimo anno della reazione, i popolani coi plebei avviandosi mutamente verso la signoria dei Medici.

Siena, più crudele, massacra i propri Nove all'arrivo dell'imperatore per ripetere alla sua partenza una eguale sommossa contro il governo da lui ordinato, straziandosi per tutta una serie di carneficine imbrogliata da un'aritmetica politica che varia sempre il numero nei membri del governo. Finalmente esasperata dal ritorno dell'imperatore, lo assedia nel proprio palazzo, lo condanna alla fame, lo annienta nel ridicolo, lo scaccia, e seguita a dibattersi nelle convulsioni della propria republica destinata a perire sotto la signoria di Firenze. Indarno l'imperatore decapita pazzamente a Pisa il signore Gambacorti, giacchè Agnello dei Raspanti lo sostituisce per morire in una identica tragedia e cedere indi a poco il dominio ai Gambacorti riconfermati. La reazione imperiale si consuma in tentativi inutili, che non distruggono nessuna signoria e non salvano l'indipendenza a nessuna città: onde Firenze riacquista presto i propri dominii, e Genova sempre sotto la dipendenza dei Visconti prosegue la guerra contro Venezia.

Solamente il cardinale Albornoz, combattente nel nome del papa, passa di vittoria in vittoria contro i signori romani. Le sue improvvisazioni infallibili di politico e di guerriero riparano prontamente l'insuccesso di Durafort e rovesciano tutte le giovani dinastie, i Vico di Viterbo, i Trinci di Foligno, i Gabrielli di Gubbio, i Gentile di Fermo; tentano i Varano di Camerino; penetrano tutte le città di Romagna raddoppiando le vittorie della guerra cogli intrighi della diplomazia. Ma il suo spirito è troppo grande per un'opera così falsa. Quindi l'ingratitudine del pontefice, che gli chiede i conti e al quale egli risponde mostrando con epico gesto un carro carico delle chiavi delle città prese, lo obbliga a ritirarsi dalla scena. Allora una nuova evoluzione di Firenze contro il papa trascina alla rivolta ottanta fra città e fortezze, cancellando in dieci giorni l'opera di ventidue anni.

Il cardinale Roberto di Savoia, sostituito all'Albornoz per ristabilire la sua conquista, non è più che un pazzo sanguinario, febbricitante nel furore di una reazione impotente. Il suo interdetto sui fiorentini, i pisani e i genovesi, nel quale permette a tutti di derubarli e di farli schiavi; la minaccia contro Bologna di lavarsi i piedi e le mani nel sangue dei cittadini; l'incredibile strage di Cesena, nella quale quattromila persone vengono sgozzate e i bambini lattanti sbatacchiati pei muri, mentre egli seguita ad urlare: voglio sangue, voglio sangue! determinano alla morte di Gregorio XI, nella questione se il papa debba risiedere a Roma o ad Avignone, la esplosione del grande scisma. Lo slancio dei Visconti nel riadergere quanto l'impeto di Albornoz aveva abbattuto, il nuovo entusiasmo d'Italia per un'altra guerra civile e politica contro la cieca democrazia cattolica del medio evo, e la stessa tirannia reazionaria dei papi d'Avignone strappano al conclave, quasi interamente francese, l'elezione di Urbano VI ghibellino, mentre il popolo grida: romano lo vogliamo o almeno italiano! E quando il conclave, riparando timidamente a Fondi, rinnova con criteri assassini l'elezione per proclamare papa guelfo lo stesso cardinale Roberto di Savoia, stupidamente sanguinario ed insanguinato, nel tuono degli anatemi barattati tra i due papi s'intende la voce trionfale della rivoluzione che gitta a tutta l'Europa l'appello della ragione contro una fede diventata insufficiente al pensiero e in contraddizione colla storia.

L'unità ideale italiana.

Ma la tradizione regia di Verona iniziata da Berengario, seguita fra le stragi da Ezzelino, accarezzata nel trasporto di un sogno glorioso dai primi Scaligeri, turba la cronaca milanese. Le vittorie viscontee danno alla grossa metropoli lombarda le vertigini del regno. Così quando Giovanni Galeazzo, il più ammirabile ipocrita del secolo, getta improvvisamente il proprio terribile zio nel castello di Trezzo, e la signoria milanese dilagando colla foga di un torrente s'impadronisce nel 1387 di Verona e Vicenza, nel 1388 di Padova, nel 1399 di Pisa, poi di Perugia, di Lucca, di Assisi, di Novara, di Spoleto, di Bologna, portando il proprio signore al titolo di duca, sembra davvero che tutte le rivoluzioni anteriori abbiano mirato a questa sua sovrana indipendenza per arrivare con essa all'unità politica nazionale d'Italia. I cronisti Fiamma e Mussi, scrivendo l'apologia di Milano, formulano nell'ingenuità vantatrice del proprio entusiasmo municipale le pretese regie della nuova capitale con una arditezza che non arretra nemmeno dinanzi al papa.

Ma l'unità politica è impossibile nella storia italiana predestinata a svolgersi federalmente nell'interesse della storia europea. La conquista milanese produrrebbe l'oppressione di tutti gli stati, distruggendo col terribile livello del proprio dispotismo tutte le fisonomie del pensiero italico. Mantova, Genova, Ferrara, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, Palermo scomparirebbero dalla storia per discendere a grado di città subalterne e perdere in una sterilità senza compensi la fecondità del loro genio incaricato di elaborare i materiali e le idee della nuova civiltà europea. D'altronde le varie coscienze regionali non dominate ancora da una più alta coscienza nazionale, giacchè cittadino e stato italiano non esistono ancora, contrasterebbero alla dominazione unitaria milanese così ferocemente da ricondurre fra l'antica barbarie del regno longobardo gli ultimi orrori della guerra guelfo-ghibellina. Prima di raggiungere l'unità politica, l'Italia deve esaurire tutta la varietà dei propri caratteri servendosi dei confini interni come di tante egide, delle guerre incessanti come di un tonico, della religione come di una poesia e dell'empietà come di una indipendenza; esperimentando il regno nelle due Sicilie, la teocrazia a Roma, la oligarchia a Venezia, tutte le basse forme monarchiche nelle signorie, tutti i modi democratici nelle republiche. La sua arte, la sua scienza, la sua filosofia, il suo commercio, la sua industria, i suoi capolavori moltiplicati in tutte le opere, la sua sapienza che utilizza tutti i disastri, la sua virtù che resiste a tutte le colpe, i suoi vizi che si parano di tutte le bellezze, il suo primato in Europa, dipendono dalla sua mancanza di unità. Ognuno de' suoi piccoli stati può ottenervi così l'importanza e influenza di una nazione. L'Italia, necessaria ancora per molti secoli come campo di battaglia all'Europa, riducendosi per opera dei Visconti troppo presto ad unità nazionale, imporrebbe alla storia europea tutt'altro sviluppo.

Quindi la guerra ai Visconti, minaccianti di assorbimento regio le signorie, diviene una necessità italiana, nella quale Firenze, più nobile e fine di Atene, rappresenta col proprio contrasto a Milano, la grande tradizione federale, che dava già ad ogni borgo una così originale bellezza e a tutte le rivoluzioni anteriori la gloria di una inimitabile invincibilità. Nel proprio federalismo equanime Firenze è quasi italiana, giacchè i suoi cronisti, a rovescio dei milanesi chiusi nell'orbita della propria città come in un cerchio incantato, si occupano di ogni vicenda in ogni parte d'Italia e anche fuori. La sua azione politica limitata alla Toscana vi propaga irresistibilmente la propria influenza; la sua mente libera da ogni vapore di sogno precisa e sminuzza cose e idee; l'egoismo restringendola l'acumina; il regionalismo isolandola la perfeziona. Milano, troppo vasta per una signoria e troppo piccola per un regno, soccomberà; Firenze, mutata in ducato, arriverà sino alla grande rivoluzione nazionale, allora che Cavour, slargando l'ingegno politico del suo Guicciardini, e Mazzini, aggiungendo l'eroismo del carattere al patriottismo rettorico del suo Machiavelli, riuniranno l'indipendenza della nazione alla libertà dei municipii.

Petrarca e Boccaccio.

Se il suo Dante ha creato col maggior poema del mondo la lingua nazionale, Petrarca, librato nell'estasi della bellezza al disopra delle passioni che hanno tratto all'Inferno il grande ghibellino, mette nella parola una tale dolcezza, insinua nel verso una melodia così accarezzante, confonde siffattamente nel proprio entusiasmo l'erudizione romana e l'ignoranza politica del proprio tempo ancora tanto pieno di eccidi, che il mondo oramai pacificato nella signoria s'innamora di lui sino all'adorazione. Popoli, papi, imperatori, signori e republiche, tutti s'inchinano alla bellezza plastica di questo genio, che vede tutto attraverso gli splendori di una visione, nobilita tutto nello stile, unifica tutto colla parola. Se Dante è fiorentino, Petrarca è già più italiano che toscano; se la Beatrice di quello è meno che donna, la Laura di questo è al tempo stesso una Venere e una madonna dalla bellezza voluttuosa a forza di essere soave. Il dramma della signoria non turba il Petrarca. Egualmente amico dei vincitori e dei vinti, egli prodiga a tutti lettere e versi; sonnambulo nella lotta che gli ferve d'intorno, sembra non scorgervi che larve e concetti di storia antica avviantisi verso una misteriosa storia moderna. Le sue canzoni trasfigurano gli eroi, cui sono indirizzate; le sue evocazioni politiche, possenti e malinconiche, passano attraverso un crepuscolo colla grandezza e l'immunità di una profezia. Solo contro il papato di Avignone il suo classico sdegno diventa ira e le parole gli scoppiano dalle labbra stridendo come nelle terzine di Dante, quando fra i lembi di una rotta visione gli si para dinanzi il cadavere della chiesa corroso da tutte le cancrene. E allora la rivoluzione trionfante anche del suo genio contemplativo e del suo temperamento sensuale e serafico compie l'ultima vittoria, strappando al più immateriale dei poeti la più concreta delle invettive.

Ma se il Petrarca sembra obliare il medio evo e il proprio tempo per discendere nell'antichità come Dante nell'inferno, o per salire in un cielo ancora terrestre di colori e di profumi, il Boccaccio dimentica egualmente tutto nella gioia della nuova vita. Le sue novelle inconsapevolmente nazionali ospitano fiorentini, genovesi, veneziani, napoletani, palermitani: deridono tutti i partiti, sbertano tutte le passioni. Infallibili di verità, salgono coll'ironia fino alla sapienza più antica e serena della vita, trattando collo stesso sorriso prelati e mercanti, frati e re, Dio e il diavolo, l'amore e la politica, la scienza e la religione, la fede e la lussuria, l'usura e l'eroismo, la virtù e il vizio. Il loro scetticismo è quello medesimo del popolo, che accetta la signoria per liberarsi in una sola volta di tutto il passato; la loro originalità contiene tutta una flora artistica, che Dante non avrebbe sospettato e che il Petrarca scandolezzato non intende. Ma il Boccaccio prosegue più libero e moderno di entrambi, sorridendo delle passioni che avevano ucciso il primo, ghignando sulle bellezze ancora troppo vaporose che innamorano il secondo, opponendo al terrore della peste l'eroismo di un'allegria che esprime finalmente l'emancipazione dello spirito umano da tutte le superstizioni religiose e le barbarie storiche. Se Dante ritto sul proprio immenso poema domina colla fronte livida e luminosa tutto il medio evo, Petrarca e Boccaccio si presentano sulla soglia dell'evo moderno, l'uno col sorriso della bellezza che dovrà inspirare Raffaello, l'altro col riso della vita che animerà l'Ariosto.

Capitolo Quarto.
Venezia nella storia italiana

Ancorata nelle lagune, come un'immensa nave, Venezia sembra nella propria storia piuttosto assistere che partecipare a quella d'Italia.

Il patto della chiesa e dell'impero, chiudendo in una infrangibile parentesi la vita italiana, non vincola la sua; le agitazioni rivoluzionarie e gl'interventi stranieri, come condizioni inevitabili dello sviluppo italico, non mutano l'indole del suo governo. Le rivoluzioni dei consoli, dei podestà, dei capitani del popolo, la guerra ai castelli, la guerra municipale, la guerra civile, si acquetano nelle sue lagune producendovi appena qualche ondulazione.

Da lungo tempo Venezia, quasi ignorata sul continente, è celebre e poderosa in Oriente. Le sue navi entrano in tutti i porti, il suo commercio sfrutta tutte le terre, le sue ricchezze superano quelle riunite di tutta l'Europa, i suoi patrizi sono più splendidi dei re, i loro palazzi somigliano piuttosto a reggie che a fortezze: il suo popolo che arricchisce nei traffici, la sua plebe che si espande sui mari, paiono non occuparsi del reggimento interno affidato ad una aristocrazia muta e solenne, duttile ed inflessibile. Fino dal 1040, dopo una sommossa, questa statuisce che nessun doge potrà più nè indicare il proprio successore, nè darsi un collega fondando così una dinastia civica. La democrazia elettiva dei conti entra dunque nel dogado senza che il popolo si scateni o il patriarca s'imponga. Amalfi, Gaeta, Sorrento, Bari, incapaci di sollevare tant'alto il proprio doge, lo lasciavano invece cadere, e cadevano con lui sotto i Normanni.

Ma il doge veneto, rappresentante in certo modo il potere astratto di Venezia, come il papa e l'imperatore rappresentavano la chiesa e l'impero per tutta Italia, è sottoposto all'autorità di sei consoli o consiglieri eletti dai sei quartieri di Venezia, e deve conferire sopra ogni affare di stato coi pregadi o senatori. Questi vengono scelti annualmente dal gran consiglio, nominato a ogni anno da due elettori per quartiere, i quali si riuniscono per designare nella massa indistinta dei cittadini quattrocento settanta deputati. L'imitazione del moto consolare italiano è evidente, ma con un processo formale invece che con una rivoluzione. Quindi Venezia stende dinanzi alla propria chiesa di San Marco, indefinibile tempio, nel quale Oriente ed Occidente sembrano accordare le proprie religioni in una confusione architettonica sostituente la fantasia all'unità e la bellezza del particolare alla logica dell'insieme, la propria piazza come un'immensa sala di ricevimento per i re e per i papi, che verranno a sollecitare la buona grazia della republica. La sua prosperità si moltiplica; le sue costruzioni di marmo sembrerebbero fantasmagorie orientali se il genio italiano non desse loro la propria euritmia; il suo arsenale è il primo del mondo; le sue navi corrono tutti i mari. Nessun progresso le rimane sconosciuto.

All'epoca dei podestà, comprendendo subito il valore di questa suprema magistratura innalzante il diritto della città al disopra di quello delle parti, crea gli avogadori col potere dispotico e giudiziario di sospendere per un mese e un giorno ogni funzionario, di vietare per incapacità legali o accuse criminali le funzioni ai magistrati, di giudicare sommariamente come un vero collegio di podestà tutti gli affari di polizia. Nel 1202 viene nominato l'altro dei corregidori, despoti supremi del doge, cui giudicano dopo morte, e specie di consulta per i miglioramenti possibili nella costituzione dello stato; nel 1220 si crea la quarantia, vera riforma dei tribunali compiuta dal doge Tiepolo correggendo le leggi. Alla rivolta guelfo-ghibellina contro il podestà, Venezia ha i Tiepolo, capi delle antiche famiglie, e i Dandolo chiedenti al gran consiglio l'ammissione delle nuove; ma immobili entrambi entro la sua costituzione secolare difesa dall'anormalità della sua vita quasi senza contatto con quella di terra. Quindi tutta la discordia si condensa nella contesa elettorale degl'impieghi. Nel 1268 l'elezione del doge passa per una intricata serie di ballottaggi, attraverso la quale tutti possono contendersi il dogato. Dapprima trenta elettori, nominati dal gran consiglio e diminuiti dalla sorte a nove, designano quaranta nuovi elettori: questi ridotti da un secondo sorteggio a dodici ne nominano altri quaranta, che ristretti da capo a nove ne eleggono quarantuno, i quali, presentati finalmente al gran consiglio, approvati dall'assemblea, isolati in un conclave scelgono il doge.

Questo capolavoro di diffidenza, invece di abbandonare l'elezione al caso, la riserba agli uomini più abili nella conoscenza delle persone, più influenti nelle famiglie, più iniziati ai raggiri, più pratici delle tradizioni aristocratiche. Infatti la prima elezione, proclamando Tiepolo, capo delle vecchie famiglie, prova la bontà del nuovo congegno elettorale. Ma poichè i capi delle recenti grandi famiglie erano spesso chiamati a Treviso, a Padova, a Ferrara col titolo di podestà, per timore che essi acquistino pericolose influenze, e trasportino la demagogia imperiale o papista nella republica, s'inibisce ad ogni veneziano di accettare funzioni all'estero, proibendo persino ai dogi di sposare o far sposare ai propri figli donne straniere. Nullameno, i Tiepolo essendo troppo amati dalla moltitudine ed accennando a diventare neo-ghibellini come i bianchi di Toscana, l'aristocrazia proclama poco dopo i Dandolo, e nel 1319 fa passare le decisione solenne che il gran consiglio non sarà più rinnovato e la republica apparterrà alle seicento famiglie regnanti. Ecco i tiranni, l'oligarchia è fondata, la democrazia esclusa per sempre. Venezia republicana, immobile nella marea che sposta tutti i partiti e le città d'Italia, combatterà fuori di se stessa ogni istituzione republicana, condensandosi sempre più nella signoria.

Ma una oligarchia di seicento famiglie e un consiglio di tiranni presieduto da un doge, che è appena una larva di magistrato, non potrebbero mantenere nella politica quell'unità d'indirizzo necessario alla sua immobilità costituzionale. Laonde il consiglio dei dieci, nominato provvisoriamente per scoprire i complici occulti di Baiamonte Tiepolo insorto a capo della democrazia esclusa dal consiglio, accorgendosi che il pericolo democratico è permanente, eternizza la propria funzione portandola più alto del senato, del gran consiglio, degli avogadori, dei corregidori, del doge stesso, di tutti. Il consiglio dei dieci, vero signore di Venezia come i Visconti di Milano e gli Scaligeri di Verona, tradisce tutte le fazioni, umilia tutte le personalità, sorveglia tutti i magistrati, matura ed eseguisce tutte le idee. La sua autorità è ancora più misteriosa che tirannica, la sua giustizia oltrepassa il delitto per giungere all'assoluto colla preterizione di ogni legalità.

Allora Venezia, sicura sotto questo potere impersonale che porta la passione del comando nel disinteresse dell'autorità, si svolge superba e magnifica, aggiungendo risultati a risultati, assorbendo tutti i progressi e rimanendo nullameno stazionaria. Infallibile nella politica quanto angusta nel pensiero, lascia il popolo sempre estraneo al governo e mantiene una costituzione inaccessibile alle nuove idee, elabora una giustizia sempre al di fuori della coscienza, domina con una civiltà egualmente violata dalle premesse della sua costituzione e dalle inevitabili bassezze del suo carattere. Quindi con alleanze, colonie, impero e tesoro incomparabile è meno conquistatrice di Milano, meno forte di Genova che la batte, meno colta di Firenze che la supera. La sua libertà della maschera a tutti i cittadini non compensa l'ipocrita fisonomia, alla quale costringe i loro volti sempre preoccupati di nascondere ogni emozione. Così, bizantina d'origine, di pensiero, di carattere, espia colla incapacità del proprio medesimo progresso la fortuna di essersi sottratta ai dolori delle prime rivoluzioni italiche. Il suo governo, nè monarchico, nè repubblicano, opprime colla stessa inquisizione popolo e doge, costringe Marin Faliero alla rivolta e lo decapita, rende obbligatorio il dogato e prigioniero il doge, rivedendogli persino le liste dei fornitori, ritenendogli parte dello stipendio per i suoi debiti possibili, proibendogli ogni idea o risposta politica, vietandogli di ricevere qualunque dono o di riscuotere qualunque somma oltre i confini del dogado, fosse pure un rimborso come quello del re di Portogallo a Carlo Zeno. Malgrado ogni resistenza irreligiosa a Roma, l'ateismo di Venezia non è una emancipazione del suo pensiero politico, ma una altera riottosità del suo governo geloso contro tutti, anche contro Dio, delle proprie prerogative. Al culmine della fortuna, quando la sua storia dilatandosi entra finalmente in quella italiana, al momento della grande contesa fra Firenze e Milano, la sua idea non può quindi fondervisi interamente, nè la sua opera acquistarvi l'importanza delle altre due metropoli.

Capitolo Quinto.
La rivoluzione militare

Incapacità militare dell'Italia.

Nella rivoluzione della signoria ne covava un'altra, inavvertita prima, poi maggiore di essa.

Nessun comune o republica o signoria in Italia aveva mai avuto vero organamento militare. La nazione divisa in due grandi classi, nobiltà e popolo, mancava di soldati; la feudalità, composta di famiglie relativamente scarse rispetto alla massa della nazione e dedite all'uso dell'armi, raccoglieva in bande i propri vassalli, dominando a stento la loro ripugnanza al pericolo col timore di una morte anche più certa; la borghesia, insorgendo contro i castelli, si era improvvisamente armata, aveva combattuto, aveva vinto, e nullameno all'indomani di ogni vittoria o disfatta ambo i partiti si trovavano senz'armi, senza munizioni, senza soldati, senza capitani. La società dibattentesi nella conquista di forme politiche, che doveva nascondere con abili falsificazioni all'occhio vigile del papato o dell'impero, non avrebbe potuto organizzare una milizia, senza dichiararsi prima indipendente in un nuovo sentimento di patria e stabilire un sistema di finanze e di gerarchia, incompatibile collo spirito del tempo. Quindi la milizia, costituita nella feudalità con bande di vassalli guidate dal signore, si componeva nella città con arruolamenti improvvisati nelle corporazioni, e il seguimento, come dicevasi allora, non era in ambo i campi che una specie di volontariato più o meno libero e ripugnante, nel quale il soldato non sognava che i propri campi o le proprie botteghe. Qualunque fosse dunque la sua passione di parte, nè il concetto di patria, nè l'idea del dovere, nè quella tragica necessità che accetta di dare e di ricevere la morte per ubbidire agli ordini di una virtù superiore, dirigevano mai la sua coscienza troppo spesso sedotta dalle ferocie delle vendette o dalle cupidigie dei saccheggi. Di qui la poca mortalità delle battaglie medioevali e le incredibili carneficine di certe vittorie. Il console, il capitano, il signore erano l'anima, la gloria, la durata dell'esercito. Il loro spirito lo attraeva, la loro bravura lo manteneva, la loro morte lo dissolveva quasi sempre: ogni generale doveva essere tutto per la propria soldatesca, armarla e nutrirla, occuparsi di ciascuno e di tutti, farsi adorare e temere per essere seguìto nella battaglia e non abbandonato nella sconfitta.

I masnadieri.

Quindi in una milizia formata e riformata di bande, atea e superstiziosa, più feroce che intrepida, più rapace che disciplinata, al servizio piuttosto di una parte che della patria, non frenata dalla disciplina di un vero governo, nomade, avventizia, sognante le baldorie della pace per scialacquare le poche ricchezze rubate nella guerra, indifferente alle idee dei propri capi dei quali non poteva mai nè comprendere la politica nè partecipare ai trionfi, era naturale si formassero delle bande pronte a convertire quell'esercizio in mestiere, profittando dell'incessante bisogno di soldati e della poca passione alla milizia nelle moltitudini cittadine e campagnole. Da principio queste bande non saranno state che avanzi di eserciti disciolti, specialmente stranieri, chiamati in Italia dalle guerre regie o imperiali: e che abituati a vivere di guerra e nella guerra, trovandosi fra popolazioni stanche e poco armate, avranno fatalmente sognato di vivervi taglieggiando e assassinando, al servizio di qualche feudatario o di qualche comune. Le critiche del Machiavelli alle compagnie di ventura, e la mancanza di eserciti nazionali da lui spiegata coll'influenza ascetica del cristianesimo; le sue accuse all'antico impero romano di assoldare truppe estere, e ai signori italiani di copiare questa corruzione dei cesari per meglio corrompere e soggiogare i cittadini, non sono che puerilità rettoriche. L'Italia non aveva e non poteva allora avere eserciti nazionali perchè priva dell'idea di stato e di quell'organizzazione governativa, che dall'unità politica deriva i mezzi costanti della difesa. Se il combattente è possibile in tutti i luoghi e in tutti i tempi, il milite è un carattere storico, che presuppone un ambiente e una serie di fatti politici senza i quali diviene assolutamente impossibile immaginarlo.

Certo i signori disarmarono l'Italia per meglio regnarvi, ma questa loro politica fu una necessità del secolo nel quale i soldati non erano che partigiani e il progresso esigeva l'annullamento di tutti i partiti nella unità fecondatrice delle signorie. Industria e commercio, agricoltura e manifattura, arti e scienze non potevano avanzare che a questa condizione. D'altronde la massa del popolo aveva sempre odiato la milizia come conseguenza e incarnazione della conquista regia. Tutte le rivoluzioni dei vescovi, dei consoli, dei podestà, dei capitani del popolo, dei tiranni racchiudevano quest'odio, giacchè ogni loro movente veniva da una idea di emancipazione economica o politica, e l'ostacolo più forte ad ottenerla era appunto la soldatesca. I cittadini, per una delle solite antitesi della storia, si erano mutati in soldati per odio alla milizia. Quindi al trionfo della signoria, che rendeva inutile questo contradditorio sacrificio, il popolo rispose con gridi di una gioia, della quale si trovano ancora le parole nei cronisti. Una delle migliori leggi dei Visconti, secondo Azario cronista milanese, fu che il popolo non andrebbe più alla guerra; il Villani fiorentino è della stessa opinione, tasse sull'argento, sul sale, sulle campagne, liberarono dall'obbligo del servizio militare, formando il primo bilancio della guerra, la quale d'ora innanzi doveva esser fatta dai mercenari.

Infatti la sostituzione degli avventurieri ai cittadini facilitava la vittoria alle signorie più ricche contro le vicine republiche più esili e povere. Dal momento che il moto delle signorie, sommergendo le vecchie parti, imponeva a tutti il bisogno di una pace più equa di quella dei podestà e più sicura di quella dei tiranni, le signorie capaci di assoldare molte soldatesche dovevano fatalmente trionfare di quei liberi comuni inetti a trasformarsi secondo la nuova idea politica. Torme di mendicanti armati, lontani discendenti dei gladiatori, percorrevano dunque tutte le vie d'Italia e ne conquistavano le città dietro gli ordini di un invisibile signore troppo superbo per degnarsi nemmeno di assistere alle loro vittorie. Una perfida e sapiente finanza calcolava quindi nel segreto dei gabinetti quante barbute o fiorini costasse una città: la vittoria non era più che un conto aritmetico, e il vero campo di battaglia un banco. Tutto vi era valutato e pesato coll'oro; il popolo accettava questa nuova originale forma di guerra come la più economica e rapida liquidazione medioevale: inutile parlare di virtù, di diritti, di patriottismi. Poichè le unificazioni regionali delle signorie dovevano trionfare del vecchio atomismo comunale, il modo del loro trionfo predeterminato dalla storia diventava superiore a tutte le recriminazioni della morale. Ma in questo commercio militare il disordine apparente è tale che spesso toglie all'occhio dello storico di seguire con precisione il corso delle idee e il contorno dei fatti. La soldatesca, passando da signore a signore, da mercante a mercante, moltiplica rotte e vittorie, arresta a mezzo ogni impresa, scompagina tutti i disegni, sembra confondere tutti i risultati. Le signorie basate sovra di essa oscillano e a certi momenti paiono presso a sommergersi, ma questo tumulto militare non potendo rompere la propria cornice storica, ogni signoria conquista finalmente tutto il raggio della propria naturale espansione.

Fino dall'epoca dei tiranni, bande di mercenari servivano nella guerra senza vera organizzazione: residui di eserciti e avanzi di forca erano assoldati e congedati senza troppo pericolo. Ma nel dilatarsi delle tirannie il numero delle masnade crebbe colla necessità politica nei governi di avere una forza armata per disarmare le parti; e tutti questi masnadieri sentirono il bisogno di organizzarsi per facilitare i propri contratti e sottrarsi ai pericoli della pace, che li abbandonava affamati e sbandati in mezzo a popolazioni ostili. Senonchè, diversi di razza, attratti da tutte le contrade d'Europa all'incendio sempre vivo delle guerre italiane, selvaggi e corrotti, non potevano avere altra organizzazione che la personalità di un capo, il quale li reggesse coll'arbitrio e li nutrisse colla vittoria. I Tolomei di Siena, Marco e Lodrisio Visconti furono i loro primi duci; ma troppo partigiani per tale ufficio vi perirono o condussero a perdizione le compagnie. A Guarnieri duca d'Urslingen era riservata la gloria sinistra di organizzare le compagnie di ventura nel 1342. L'iscrizione «nemico di Dio, d'ogni pietà e d'ogni misericordia» che egli portava con satanico orgoglio sul petto, minacciava tutta l'Italia inerme e nullameno ancora abbastanza forte per mutare questo nuovo torrente di armati in un canale irrigatore della propria politica.

Infatti il duca Guarnieri, scannando, incendiando, devastando, serviva sempre la politica del tempo, abbatteva colla propria città nomade tutti i vecchi ripari guelfo-ghibellini, sollecitava colla propria spada insanguinata i comuni retrivi, assoldato segretamente o palesemente dai più grossi signori, ma sempre estraneo ai risultati di tutte le lotte. Dietro lui spuntano gli imitatori. Frate Moriale perfeziona l'organamento del campo fino a sorpassarvi l'ordine delle migliori città; quindi mistico e feroce, mercanteggiando con scrupolosa onestà ogni più ribaldo ladrocinio, cade in un agguato tesogli da Cola di Rienzi e vi perde la vita. Annichino Bongarten, Alberto Sterz prendono il suo posto per sparire nell'ombra spaventevole di Giovanni Hawkwood, detto Acuto, che alla testa di masnade inglesi supera tutti nella prontezza delle mosse e nella crudeltà delle devastazioni. Questo bandito di genio non solo vince i migliori capitani del tempo durante tutto il periodo delle reazioni imperiali ed aragonesi, ma finisce genero di Bernabò Visconti, al servizio della chiesa, arricchito ed ammirato dalla republica di Firenze, che gli erge un monumento.

I condottieri.

Ma il masnadiero mercantilmente imparziale, che si vende a tutte le ragioni di guerra in un paese incapace di comporsi eserciti nazionali, deve naturalmente destare la concorrenza dei masnadieri indigeni. Infatti una forte reazione determinata dagli orribili eccessi di queste bande, che nessun danaro pagava mai abbastanza e nessun capitano poteva frenare, prorompe da tutte le contrade d'Italia. Urbano V e Caterina da Siena eccitano Alberico da Barbiano contro gli inglesi e gli altri mercenari devastatori: questi li distrugge e diventa così il primo condottiero d'Italia. Quindi con istinto di gran capitano muta la tattica, raddoppia la disciplina e l'ascendente nel proprio esercito: invece di esserne il capo, ne è il padrone; arruola, compra soldati, li annulla nella propria compagnia, li possiede come tanti alberi di un podere, che può vendere ad altri o lasciare in eredità al proprio figlio. Le prime bande nominavano i capi dominandoli come i comuni facevano coi podestà; il nuovo condottiero applica la signoria all'esercito e vi diventa signore.

A questo punto si dichiara la guerra tra la signoria mobile del campo e la signoria ferma della città: questa, costretta a servirsi di quella per vivere, sente che può soccombere nell'alleanza e destarsi un mattino avendo cangiato di signore; quella, costretta a vivere di battaglie e a conquistare città, cerca istintivamente una cornice dove fissarsi. Il signore temerà spesso le vittorie del condottiero, il condottiero i tradimenti del signore, ed entrambi periranno entro l'orbita delle signorie spingendole colla propria lotta alla necessità dei principati. Si direbbe che l'ondulazione di tutti i campi armati si allarghi sempre più per annegare signorie e republiche. Dovunque sorgono condottieri ferrati, impennacchiati come tanti cavalieri di una decorazione fantastica, cinti d'eserciti rumoreggianti. La loro vita di guerra impone la prova della guerra a tutti i governi; le conseguenze della guerra gettano nella miseria tutti i paesi. Il denaro diventa sola ricchezza e unica forza. I signori disarmati non possono fare a meno dei condottieri, che alla lor volta debbono essere capi politici per orientarsi in questo tumulto di battaglie governato dalle necessità della finanza entro la cerchia naturale delle signorie e illuminato dai fuochi fatui delle vecchie libertà.

Milano, la più ricca delle signorie, stipendia i più illustri discepoli di Alberico da Barbiano per schiacciare gli stati limitrofi e proseguire nel torbido sogno di conquista regia. Ma l'impresa d'Italia, troppo superiore alla ricchezza di Milano, ne immiserisce così i sudditi che alla morte di Giovanni Galeazzo, nel 1402, molte rivolte la compromettono; e Firenze stringe col papa, col marchese d'Este, Venezia, Padova, Rimini, Ravenna e Alberico da Barbiano una terribile lega di guerra contro l'unitaria metropoli. Le insurrezioni squarciano come tante mine lo stato milanese: la reggente ridotta agli estremi cede al papa Bologna, Perugia ed Assisi; i condottieri milanesi disertando s'impadroniscono di altre città; il marchese di Monferrato piomba su Vercelli e Novara: Vicenza, Feltre e Belluno si danno a Venezia; tutto pare perduto, la reggente muore avvelenata, a Milano stessa i guelfi inalberano la croce rossa nel quadrivio di Malcantone.

Senonchè la signoria milanese non può perire: i due figli di Galeazzo, Filippo Maria e Giovanni Maria, resistono l'uno a Pavia e l'altro a Milano; poi alla morte di questo, pazzamente sanguinario, pugnalato nel 1412 dentro la chiesa di S. Gottardo, e col ritorno all'unità del potere, la fortuna milanese si ristora. Una stessa crisi finanziaria strema la grossa metropoli e quasi tutte le città insorte contro di essa in nome delle vecchie indipendenze comunali storicamente impossibili. Le autonomie morte non debbono risuscitare; i condottieri conquistando qualche città non possono mutarvisi in signori sotto pena di dover tradire l'esercito in una miseria senza paga che lo dissolverebbe. Quindi Filippo Maria, sposando la vedova di Facino Cane, che gli porta in dote l'esercito e le città del morto condottiero, riprende tosto l'offensiva per riconquistare quasi tutto il proprio stato e proseguire la guerra di Giovanni Galeazzo contro la federazione republicana di Firenze, di Venezia e della chiesa. I suoi eserciti diventano terribili, ma egli, più terribile ancora, domina colla propria signoria ferma le signorie volanti dei condottieri: diffida di loro, li inganna, li tradisce; tutti soccombono davanti all'impenetrabilità della sua politica, Carmagnola, Piccinino, lo stesso Francesco Sforza, l'uomo più grande del secolo che arriva sino a sposare la figlia di lui e deve fuggirlo, combatterlo, e alla sua morte, nel 1447, non può raccoglierne l'eredità perchè Milano ritenta in se stessa l'ultima prova della republica.

Ma in due anni Milano si convince che la republica sarebbe il ritorno dell'anarchia guelfo-ghibellina colla perdita della Lombardia, per l'impossibilità militare di difenderla contro Firenze e Venezia senza gli eserciti di Francesco Sforza. Quindi allo spirare dell'ultimo contratto, quando questi passa al nemico e assale Milano, la republica scompare, e la signoria ritorna più forte col nuovo signore che rinuncia a tutte le pretensioni regie del genio visconteo.

Le crisi dei Visconti si ripercuotono in tutte le altre famiglie regnanti; nessuna di esse per abilità politica o per fortuna può evitare la terribile prova imposta dai condottieri alla loro finanza e quindi alla loro vitalità. Molte vi scompaiono o vi sopravvivono così deboli che le signorie vincenti le conquisteranno. Un tumulto di drammi affretta il finale delle famiglie condannate; subitanee incandescenze republicane illuminano i tramonti sanguinosi delle signorie vinte. La miseria delle plebi, il numero degli eserciti devastatori, le sovranità improvvisate dai condottieri, le resistenze dei signori, l'irresistibile dilatazione delle maggiori signorie, lo splendore delle arti sorridenti in mezzo a tutte le catastrofi, le tragedie di una politica sempre misteriosa anche nei propri trionfi, atteggiano e colorano una scena storica così variamente bella ed orribile che nessun ingegno di storico potrà mai riprodurla. Le autonomie romagnole agonizzano; Firenze e Venezia, unite nell'inimicizia di Milano, stanno per scontrarsi nell'antica Pentapoli; Ferrara rimane sul Po come baluardo ancora necessario contro le possibili eccessive espansioni delle regioni transpadane. Mantova, simile ad una rocca che spunti da un padule, ha la sicurezza dell'una e la sinistra quiete dell'altro; Urbino si leva fra i monti umbri come una stella; sopra altri monti dal castello dei Savoia esce una luce fosca che non arriva ancora a mescersi cogli altri splendori d'Italia. Amedeo VIII, succeduto al Conte Verde e al Conte Rosso, padrone finalmente di Ginevra e del Piemonte e della Savoia, guardando dalla cima della propria alpe l'Italia, si sente bruciare nelle pupille la fiamma del primo sguardo di Annibale ritto sulla vetta del S. Bernardo; ma i suoi occhi si offuscano, la sua ragione vacilla, e finisce imitando l'avolo Umberto III col fondare in Ripaille un ordine di cavalleria monastica e col farsi, nel 1439, dal conciliabolo di Basilea consacrare vescovo, nominare cardinale, eleggere antipapa col nome di Felice V. Quindi il suo sogno della conquista d'Italia, pel quale nove anni dopo mandava il proprio figlio Luigi a Milano per proporre scioccamente alla republica di sottomettersi ai Savoia, vanisce nel trionfo di Francesco Sforza: il suo dramma di antipapa conclude ad una farsa, nella quale abbandonato dai fedeli, destituito dalla chiesa, può conservare come privilegio di pazzo e di fanciullo il diritto di vestire per tutta la vita gli abiti pontificali.

Ma la rivoluzione dei condottieri, distruggendo le ambizioni regie di Milano e imponendo a tutte le signorie la liquidazione della guerra e della finanza, riassicura il progresso storico tendente alla costituzione di stati maggiori, perchè solamente questi potranno, imprigionando la mobilità militare di quelli, impedire alla milizia, che deve proteggerne la vita, di contrastarne il necessario sviluppo.

Effetti della rivoluzione militare nelle repubbliche.

A Firenze le conseguenze delle guerre nelle ultime reazioni aragonesi e contro i Visconti avevano prodotto quello stesso malcontento di tutte le altre signorie.

La republica interamente guelfa non poteva sottrarsi all'imminente rivoluzione. Infatti Salvestro dei Medici, forse il più grosso mercante e il più fino politico fiorentino, riuscendo come gonfaloniere a diminuire l'autorità dei capitani del popolo, riabilita gli ammoniti ed infligge alla costituzione republicana e al partito degli Albizzi il primo colpo. Come sempre, una rivolta precede la rivoluzione mettendo a soqquadro la città, bruciando, uccidendo. I Ciompi, plebei e cenciosi, sfogano l'antico odio contro i borghesi padroni della republica; le arti minori si levano per domandare la parità colle maggiori; la passione dell'uguaglianza fa dimenticare l'antico amore dell'indipendenza; l'amnistia dei ghibellini naturalmente amici dei plebei, la sospensione di ogni processo per debito di cinquanta ducati e l'abolizione degli interessi del debito publico, mutano il governo e la fisionomia di Firenze. Ma questa insurrezione plebea non può raggiungere il proprio scopo nella signoria. Perciò Michele di Lando, docile strumento in mano di Salvestro dei Medici, l'arresta subitamente per essere anche più presto rovesciato dalla reazione povero e coperto di gloria. Il suo pietoso eroismo e la sua politica imbecille lasciano Firenze nella medesima necessità di scegliere fra una restaurazione della borghesia nemica del popolo ed incapace di progresso in quella ormai troppo lunga contesa dei Ricci e degli Albizzi, o un'altra rivoluzione signorile che riassumendo il potere nelle mani dei Medici dia a Firenze la forza unitaria e l'ordine interno di Milano.

Firenze incalzata dal moto italico sceglie presto: nove anni dopo la ristorazione republicana, nel 1391, una sedizione plebea acclama la signoria di Vieri dei Medici; nel 1424 Giovanni dei Medici, oramai piuttosto signore che privato cittadino, sempre colla stessa politica ottiene la legge del censo, che aggrava i ricchi e rianima il popolo minuto; nel 1433 l'ostracismo di Cosimo dei Medici, provocato dagli Albizzi troppo timidi per assassinarlo, decide della rivoluzione; Cosimo è richiamato dopo un anno fra ovazioni dementi, e la dinastia è fondata.

Secondo la legge del progresso italiano la signoria ha ucciso la republica. Coi Medici la tirannide faziosa delle grosse famiglie cessa; il popolo si mescola alla borghesia troppo privilegiata; il governo, sottratto alle parti incapaci di pensare al di sopra di sè medesime e di agire oltre l'orbita del proprio interesse, acquista improvvisamente altrettanta limpidezza nelle idee che sicurtà nelle mosse: tutta Toscana sente la nuova forza di Firenze che sta per rivaleggiare di grandezza con Milano.

A Siena, rivale di Firenze, una rivoluzione simile a quella dei Ciompi riesce ad una eguale ristorazione republicana: ma la crisi aggravandosi ogni giorno consiglia invano ai Salimbeni, capi ghibellini, la dedizione ai Visconti, poichè Milano, incapace nella propria catastrofe del 1402 di reggere così turbolenta republica, deve abbandonarla a nuovi drammi. Allora Siena, straziata dalle fazioni, tradita dai condottieri, vede finalmente Pandolfo Petrucci alla testa della plebe imitare i Medici di Firenze: lo decapita nel 1456 con dieci seguaci, ma senza sottrarsi per questo alla fatalità della sua dinastia. Più crudele di Siena, Perugia scatena nella stessa ora storica la propria plebe contro i nobili e la frena colla reazione borghese dei Raspanti; poi, vinti questi nel 1389 da Pandolfo Baglioni, che accenna così alla futura signoria della propria casa e finisce come Pandolfo Petrucci, passa dalla tirannia improvvisata del condottiero Biordo Michelotti, tosto assassinato, al dominio di Milano, della chiesa e di Napoli per risorgere sfolgorante fra le vittorie di Braccio da Montone, ben più illustre condottiero e nullameno costretto, malgrado l'altezza del proprio carattere, a riprodurvi la tirannia del predecessore. Ma alla sua morte in battaglia ricompaiono i Baglioni, dapprincipio abili e modesti come i Medici, finalmente signori nel 1488.

Vitellozzo Vitelli s'insignorisce di Città di Castello; Lucca, condannata a morte come Pisa, già comprata da Firenze per 200,000 fiorini, oscilla dalla republica alla signoria dei Guinigi con silenziose ondulazioni di cadavere senza potersi arrestare nè all'una nè all'altra; Genova consuma nella stessa crisi oltre quaranta governi. La sproporzione della sua grandezza marinara colla sua esiguità territoriale non difesa come a Venezia da paludi imprendibili obbliga la superba republica a riprendere lo stesso atteggiamento del mille, quando sotto la dipendenza di Milano e coll'aiuto della Lombardia romana poteva ancora prosperare in una libertà e in una industria indigena. Quindi accumula rivoluzioni su rivoluzioni, alternando dogi di tutti i caratteri e di tutti i partiti, sino a ritornare col Giustiniani al dogado annuale e all'antica anarchia, per cadere poi sotto il tirannico protettorato della Francia nella esasperazione di tutte le parti. Ma il suo genio commerciale supera nullameno la crisi della miseria coll'istituzione della banca di San Giorgio, prima e massima originalità del mondo economico moderno, specie di signoria finanziaria così superiore alla signoria politica da governarne le mosse e dirigerne le idee, come la signoria mobile dei condottieri s'imponeva a quella ferma di tutti i signori grandi o piccoli. Laonde un'altra rivoluzione, nel 1408, scaccia i francesi di Boucicaut e rianima le fazioni dei Guarco e dei Montalto, avvicendando gli Adorno e i Fregoso, finchè uno di questi ultimi consegna Genova con tutte le dipendenze a Filippo Maria Visconti alle stesse condizioni già accettate dalla Francia e dietro un pagamento di mille fiorini. Però le sommissioni di Genova non sono mai che formali; i partiti seguitano a dilaniarvisi, la republica si rivolta, imbroglia di drammi smozzicati la propria cronaca, avviandosi sotto la mano poderosa e leggera di Paolo Fregoso, furfante di genio, verso la signoria dei Doria.

A rovescio di Genova, lanciata a tutti i venti dalle esplosioni incessanti della propria politica, Venezia immobile nelle lagune acumina la spaventosa piramide del proprio governo impressa di arcani geroglifici e scavata internamente da misteriose prigioni, mettendo il consiglio dei tre sopra quello dei dieci, arrivando così all'ultima condensazione politica di una republica troppo forte per tramontare colla dittatura in una monarchia. Il nuovo tribunale dei tre inquisitori, stabilito occultamente dal 1400 al 1450, è ancora più tremendo ed iniquo di quello dei dieci: la sua esistenza è un mistero, la sua autorità vigila nell'ombra più grande dell'ombra stessa. La ragione di stato è il suo solo diritto, la sua giustizia deriva dalla negazione di tutte le giustizie, la sua idea immota, immensa, eterna, è Venezia. Tutti gli altri ordini non sono più che strumenti di questo supremo consiglio, il quale sembrando un triumvirato non contiene nè differenze di persone, nè gradazione di principii. La rivoluzione della signoria ha quindi raggiunto in Venezia l'ultima perfezione. Poco dopo eccola discendere ricca, compatta, silenziosa attraverso l'allegria del proprio popolo dispensato da ogni pensiero, verso terraferma; ereditare da Aquileja, la grande città romana, un'altra potenza; dall'Oriente, invaso lentamente dai musulmani, girare lo sguardo su tutta la Lombardia oltrepassando il Po, misurando terre ed avversari. Padova, Verona, Belluno, Vicenza, Rovigo, Treviso, tutto il Friuli è già veneziano; Guastalla, Brescello, Casalmaggiore sono già comprati, il Po non sarà un impedimento per un governo che domina sul mare e ha stabilimenti in tutto l'Oriente. Un'immensa fiamma di orgoglio illumina il genio veneziano, quando, nel 1421, il senato discute se debbasi continuare la guerra o sottoscrivere la pace rispettando i confini di Milano, diventata rivale ben più vicina e più vera di Genova. Foscari senatore spinge Venezia alla conquista d'Italia in questa guerra spietata di denari e di condottieri, nella quale la vittoria deve rimanere infallibilmente al governo più solido e più ricco. Il doge Mocenigo, atterrito da una conquista che dovrebbe fatalmente mutare il carattere di Venezia, insiste per la pace, e riesce a mantenerla sino alla propria morte. Ma Foscari nominato doge torna alla guerra, prende Brescia e Bergamo, semina l'oro, conquista Lonato, Valeggio, Peschiera, Crema; passa il Po, entra in Romagna, compra Cervia, acquista Ravenna. Il denaro di Venezia basta a tutte le guerre, la sua perfidia supera quella dei condottieri, ai quali dà un esempio indimenticabile decapitando il Carmagnola.

Alla Venezia marinara succede la Venezia di terraferma: mentre la sua decorazione e le sue ricchezze sono ancora bizantine, il suo carattere e la sua azione sono già così italiane che tutti gli stati d'Italia, spaventati dalla sua subita irresistibile espansione, pensano al come costringerla nella loro federazione, penoso e prezioso risultato di tutte le rivoluzioni anteriori.

Trionfo delle capitali.

Poichè i condottieri forzano colla propria crisi finanziaria e militare le signorie a ricomporsi sopra base più larga di territorio e di democrazia assumendo le forme di tanti principati indipendenti, tutte quelle città che non possono mutarsi in capitale, debbono soccombere. La loro lotta dell'ultim'ora può variare dalla tragedia più cupa alla commedia più spudorata, ma lo scioglimento ne è pur sempre il medesimo: il popolo minuto, i plebei di città e di campagna abbandonano i piccoli signori incapaci di resistere alla politica delle grosse signorie e alle armi dei grandi condottieri. Al momento della resa alcune città, come Verona, pesano le forze e le ricchezze di Venezia e di Milano per servire almeno sotto il più comodo signore; Padova produce nell'ultimo dei Carraresi forse il suo più simpatico eroe; Obizzo da Polenta offre spontaneo Ravenna alla servitù e se stesso alla morte, che Venezia gli riserba; gli Appiani vendono Pisa a Firenze, e col suo prezzo improvvisano la minuscola signoria di Piombino, rifugio di corsari mutato così in riparo di barattieri; Corrado Trinci a Foligno sembra riassumere nell'ultimo giorno di comando ogni demenza e ferocia delle rivoluzioni anteriori. Mentre la casa di Savoia si dilata verso la Svizzera e il Monferrato, Milano e Venezia occupano tutto il Lombardo, e quest'ultima penetra nella Romagna; nel momento che Firenze sovrasta a tutta la Toscana, contando a Siena gli anni estremi di vita, la chiesa si espande anch'essa, conquista, spiana città, chiude l'èra delle ribellioni, sperde perfino i ricordi della feudalità e dei comuni indipendenti. Diciassette fra piccole signorie e republiche scompaiono, semplificando la geografia politica dell'Italia, che lavora, s'insanguina e progredisce verso nuove e maggiori circoscrizioni.

L'indipendenza, necessaria nei secoli anteriori pressochè a ogni comune, ora si concentra nei massimi; tutti gli altri, incapaci di mutarsi in stazioni originali del pensiero italico, debbono sottomettersi serbando intatta la propria vita locale. Il regno è impossibile, i principati sono necessari. Il popolo livellato da una nuova democrazia, che sottopone tutto al signore e sta per dare alle guerre l'importanza di un fatto, nel quale tutte le anime di una regione sono unificate, si avvicina alla doppia idea del cittadino e dello stato. Le miserabili autonomie, le selvatiche indipendenze antiche non sarebbero più che un ostacolo alla nuova vita e un controsenso per la recente ragione: così malgrado il disperato eroismo, col quale si difendono o tentano di risorgere, debbono ripiombare nell'impossibilità del passato. Invano Pavia, Tortona, Vercelli vorrebbero riapparire nella storia, più invano a Crema, a Lodi, a Cremona, ad Alessandria ripullulano le vecchie dinastie; più inutilmente ancora i condottieri, sostituendosi a queste colla loro giovane originalità, ritentano l'assurdo problema di storiche risurrezioni. L'impeto di Facino Cane, la sanguinaria perfidia di Othobon Terzi, il genio di Gabrino Fondulo che arriva sino all'idea di precipitare dall'alto del proprio terrazzo di Cremona l'imperatore e il papa, suoi ospiti e protettori, e sale il patibolo coll'unico rimorso di non averlo fatto, sorpassando così colla propria morte i migliori finali di tutte le tragedie, non possono impedire la razionalità del nuovo assetto politico. Solo Francesco Sforza, il più profondo di pensiero e il più sobrio di azione fra tutti, giunge alla signoria di Milano, ma innestando la propria famiglia sul vecchio albero dei Visconti e subordinando la propria immensa ambizione alle storiche necessità del momento. Tutti gli altri scompaiono fra le battaglie o precipitano fra i tradimenti senza rimpianto, quasi senza gloria. Alberico da Barbiano, dal quale incomincia la moderna scienza militare, Braccio da Montone, eroe degno di epoca migliore, Niccolò Piccinino che merita forse il paragone con Annibale, i Torelli, i Pergola, i Vignate, nessuno di essi per quanto forte nelle battaglie, abile nella politica, pronto a tutti gli eccessi, può conquistare solidamente una provincia e fondarvi una dinastia. Fra popolazioni inermi, signori codardi e republiche inette, la loro superiorità è utilizzata dal disegno immutabile della storia, che sembra compiacersi a sottomettere la loro forza all'altrui debolezza: trionfi e sconfitte, nulla giova loro; vittime della finanza, alla quale debbono rendere tutte le vittorie di cui abbisogna, passano da mano a mano come il denaro che ricevono, ignorando come il denaro il segreto dell'opera propria.

Conseguenze della rivoluzione militare nel resto d'Italia.

La Corsica, rimasta nella storia come la terra delle implacabili vendette, benchè divisa dal mare, subisce i contraccolpi di quest'ultima rivoluzione. Il feroce disordine delle sue scissure è tale che non una roccia vi rimane senza sangue o una cronaca si conserva intelligibile. Sempre dominata da Genova e sempre in lotta contro di essa, colla aristocrazia che vi si vanta di difendere l'indipendenza, e col popolo che non può accettare la democrazia genovese costretta a fargli pagare le spese della propria guerra contro i signori, l'isola è finalmente venduta dalla superba ed abile republica ad una compagnia di cinque azionisti, detta la Maona, che ne prende in appalto il presente e l'avvenire. Ma le rivoluzioni proseguono alternandosi con ritmo più disperato e regolare. Dopo il trionfo e la catastrofe di Arrighetto Rocca, Vicentello d'Istria oppone a Genova la fiera resistenza dei Caporali, capi dei comuni, uomini della nobiltà popolana e civica, che diventano i condottieri della Corsica. Se non che la finanza, dalla quale dovrebbero essere pagati, per sottrarsi alle spese del loro soldo, spinge il popolo a vendersi spontaneamente alla banca di S. Giorgio dopo gli infelici esperimenti del governo di Genova, del protettorato d'Aragona e della chiesa, di tutte le utopie e follie rivoluzionarie. Infatti la banca, colla logica insensibile della propria imparzialità, pacifica l'isola struggendovi i partiti; poi alla riscossa dei loro inestinguibili residui le due republiche politica e bancaria di Genova, essendo cadute sotto il protettorato degli Sforza, oppongono agli ultimi insorti i soldati di Milano; l'estrema insurrezione còrsa infuria ancora nella più scellerata delle guerre civili per lasciare nel 1492 l'isola stremata e sottomessa alla signoria della banca regnante colla democrazia e colla finanza.

La Sardegna invece, calma nelle quattro grandi giudicature di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea, concentra ogni sensibilità rivoluzionaria nella vecchia capitale di Oristani. Ugo IV, che vi sogna ancora di riconquistare l'indipendenza di tutta l'isola contro gli Aragonesi soggiogando le altre giudicature, aggrava così la mano sui propri sudditi da costringerli a scannarlo colla figlia e a proclamare la republica nell'inevitabile illusione di tutte le vecchie città militari. Ma la republica fallisce come dappertutto; quindi Eleonora, sorella di Ugo, sublime di gentilezza e di virilità, ricompone lo stato, continua invano la guerra contro gli Aragonesi col proprio marito condottiere e non può lasciare se non la famosa «carta de locu», statuto di tutte le giudicature sotto la vincitrice signoria aragonese.

A Napoli la regina Giovanna, invecchiata nella lussuria e nei tradimenti della signoria, colla quale aveva potuto riconquistare il trono, è sorpresa nello splendore del proprio tramonto dalla nuova rivoluzione di Carlo Durazzo, suo figlio adottivo, che, insorgendo all'arrivo in Napoli del papa francese Clemente VII, la sconfigge, l'assedia nel castello, la strangola. Ma Luigi d'Angiò, altro figlio adottato dalla regina nelle ultime ore, gli contende il trono; la guerra diviene inintelligibile coi due papati, avignonese e romano, favorevoli alternativamente ai due pretendenti; finalmente Durazzo scompare in una rivoluzione ungherese, e sua moglie Margherita diventa il primo personaggio della seconda crisi napoletana. Costei, ancora più avara che insensibile, rappresenta subito l'elemento finanziario della rivoluzione, dalla quale non pensa che a spremere denaro anche perdendo il trono, ma colla sicurezza di riacquistarlo mediante una cassa ben fornita. Infatti, rifugiata a Gaeta col figlio Ladislao e ricca a quattrini, gli dà in moglie l'erede dei Chiaramonti di Modica, favolosamente doviziosi e sognanti una corona. Ladislao, lazzarone e guerriero, politico pieno d'ambizione e senza scrupoli, ripudia tosto col permesso del papa la moglie tenendosi la dote, riconquista il regno, vende feudi a ribasso per far denaro con ogni mezzo, prende Roma, sogna egli pure l'impresa d'Italia, assalta Perugia e vi muore vittorioso ed avvelenato. Sua sorella Giovanna II riapre il regno tragicamente voluttuoso della I, passando di amante in amante fino al marito conte delle Marche, francese di sangue regio, cui inganna e costringe a riparare in un convento. Cavalieri e condottieri innamorandosi di lei soggiacciono come ad una forza misteriosa, che affretta in una specie di saturnale dissoluzione la liquidazione del vecchio regno. Così questa II regina Giovanna, ripetendo in tutto la vita dell'altra, adotta due pretendenti, Alfonso d'Aragona e Luigi III d'Angiò, i quali si combattono, lei viva, senza che la pubblica quiete ne venga disturbata nemmeno coll'assedio decennale della fortezza di Napoli; e, lei morta, compiono la rivoluzione. Alfonso d'Aragona vincitore del rivale, dopo altri sette anni di lotta, atterra l'anarchia dei condottieri senza disarmare la patria, rinunzia al sogno di un regno italico, svolge una democrazia borghese sulla feudalità depressa dei baroni, unifica Napoli e Palermo ricostituendo nel regno delle due Sicilie il primo e più vasto principato d'Italia. Poco dopo suo figlio Ferdinando, colla stessa perfidia di Gabrino Fondulo nel castello di Macastormo, invita gran numero di nobili riottosi ad un banchetto e li assassina misteriosamente senza che l'aristocrazia insorga o il popolo si commuova.

A Roma invece la signoria di Urbano VI, strappata al conclave quasi francese col grido «romano lo vogliamo», passa attraverso un laberinto di scismi, di elezioni e di guerre: Urbano VI, feroce quanto Giovanni Maria Visconti, arriva sino a gettare in mare cinque cardinali chiusi entro sacchi; Bonifazio XIII, suo successore, simile a Margherita di Napoli, non pensa che a far danaro e mette tutto all'asta, indulgenze e benefizi; più tardi Baldassarre Cossa, condottiere improvvisato cardinale, sotto il pretesto di por fine allo scisma di Roma e di Avignone, insorgendo contro Gregorio XIII, proclama papa Alessandro V arcivescovo di Milano, cui avvelena poco dopo per succedergli sotto il nome di Giovanni XXIII. Al papa di Roma e di Avignone si aggiunge così quello di Bologna, e contro al triplice scisma si aduna il concilio di Costanza.

Ma la crisi imposta dai condottieri a tutte le signorie seguita a gravare sulla chiesa, giacchè Martino V, insediato dallo stesso imperatore Sigismondo in Roma, deve riparare presto a Firenze per sfuggire alla spada di Braccio da Montone, padrone di Perugia, Todi, Orvieto, Terni, Iesi, Spello, Narni, Rieti, Roma stessa, e del quale non trova altro modo a mascherare le conquiste che nominandolo condottiere della chiesa. Il successore, Eugenio IV, lotta coi Colonna trovandosi nella stessa condizione in faccia a Francesco Sforza signore di Iesi, Fermo, Osimo, Recanati, Mogliano, Ascoli, Ancona, Todi, Amelia, e lo nomina gonfaloniere della chiesa per impedirgli di cedere forse ai Visconti queste città sottratte al proprio dominio; finchè il cardinale Vitelleschi, ferocissimo condottiero della chiesa, le riconquista e le compone in pace sotto il governo ecclesiastico come sotto ad una tenda di riposo dalla lunga fatica della rivoluzione.

Così il papato aveva finalmente un uguale territorio e si svolgeva colla stessa emancipazione economica delle altre signorie; i feudatari delle campagne e delle piccole città sono scomparsi interamente o quasi, quelli di Roma abbattuti, i papi ridotti come i dogi a non poter più fondare dinastie, giacchè ogni successore distruggerà fatalmente nell'interesse proprio, fuso con quello della signoria, l'opera domestica dell'antecessore; le rendite della chiesa si organizzano come la banca di S. Giorgio, i popoli si dispongono al progresso pacifico, la signoria s'avvia verso il principato coi pontefici, splendidi d'infamia, impenetrabili di perfidia, potenti, gloriosi, subordinati all'equilibrio della grande federazione italiana, che sta per frangersi sotto la nuova conquista straniera.

Capitolo Sesto.
I principati

Il secolo XV.

Collo stabilirsi delle grandi signorie i campi armati subiscono la stessa miseria da loro creata nelle città. All'infuori di Francesco Sforza, che solo fra tutti ha potuto innestarsi sul vecchio tronco dei Visconti, gli altri condottieri, impotenti a crearsi una signoria, perdono d'un tratto ogni importanza per ridiscendere al livello degli antichi mercenari sotto il potere politico dei grossi signori. L'epoca eroica è conchiusa. Piccinino, figlio di Niccolò, non credendolo soccombe ad un agguato tesogli da Ferdinando d'Aragona: i nuovi generali sono signori che riprendono il mestiere dei condottieri per portarvi l'ordine della loro nuova funzione. Il problema del secolo XV si è risolto colla costituzione dei principati. Le nuove capitali sono Venezia, Firenze, Ferrara, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo nella Sicilia non più indipendente, Aiaccio e Bastia nella Corsica, Cagliari e Sassari nella Sardegna: le antiche sono scomparse irrevocabilmente dalla storia. Le ultime republiche non lo sono più che di nome e aderiscono alla federazione dei nuovi stati, che proclama nella sconfitta dell'unità il trionfo delle individualità regionali. Tutte le varietà delle forme politiche fioriscono in Italia.

Mentre i turchi prendono Costantinopoli, nel 1453 il pontefice Nicolò V pacifica la penisola, riunendola in una crociata che svapora in parole, e sopravvive nella prima pace stretta tra le grandi potenze italiane. Più tardi, quando l'espansione di Venezia minaccia l'Italia, tutti gli stati si collegano contro di essa; più tardi ancora la lega si rinnova per la difesa di Ferrara, e due anni dopo Venezia rientra nella federazione. Il nuovo trattato sopprime per sempre la memoria dei guelfi e dei ghibellini, riconosce l'indipendenza sovrana degli stati, guarantisce loro reciprocamente il non intervento, assolda un condottiere a spese comuni e le riparte proporzionandole all'estensione geografica. L'antica unità romana ed imperiale è dunque sparita. Se le vecchie libertà republicane riavvampano ancora nelle congiure dell'Olgiati a Milano o dei Pazzi a Firenze, e il sogno unitario non è ancora dissipato a Venezia; se drammi in ritardo insanguinano tuttavia molte città, e i papi mirano già a più vasta restaurazione pontificia contro i recenti stati mentre nuovi stranieri stanno per discendere le Alpi; nullameno lo splendore di questa rivoluzione dei condottieri è più vivido che in ogni altra antecedente, e il genio politico di Lorenzo dei Medici diventato capo morale della lega annunzia al mondo una nuova èra politica. L'Italia libera, federale, ricca, colta, abbagliante di pensiero, stupefacente di opere, è più che mai la primogenita d'Europa. Tutti i popoli della penisola sembrano riposarsi nell'eleganza sapiente della nuova vita dalle tragiche fatiche di tanti secoli di rivoluzioni.

Un'altra società si era già formata e si veniva formando su nuove basi. L'unità nazionale penetrava nelle coscienze coi capolavori della pittura e della letteratura, coi trattati della politica, collo scambio dei commerci e delle classi. La democrazia trionfante colla signoria aveva livellato le maggiori differenze: il principato, troppo grande per sparire nella persona del principe, il popolo troppo cosciente per non cercare il principio razionale della legge in ogni ordine del governo, la nuova cultura troppo varia, scettica e passionata per essere semplicemente una decorazione di corte, la religione troppo poco sentita per impedire i primi slanci della filosofia e le prime investigazioni delle scienze, le antiche indipendenze mutate in orgogli cittadini, la coscienza di un primato mondiale, un epicureismo fine, energico, innamorato delle idee ed accorto dei fatti, tutto concorreva a fare della nuova civiltà il principio di un mondo. Si aveva ancora l'indipendenza nei singoli stati e si viveva già in una certa eguaglianza: l'unità regionale non arrivava ancora alla nazionale, ma negava nullameno con serenità derisoria le vecchie unità dei papi e degli imperatori.

Però la coscienza morale sbattuta da tante catastrofi non aveva più nè criteri, nè ideali precisi. Le sue passioni si erano logorate nella loro stessa tragedia, i suoi bisogni si davano libera carriera nelle gioie della pace fra i capolavori quotidiani di un'arte incomparabile. Questo trionfo non era una transazione ma una conclusione: l'Italia in sino allora rimorchiatrice del mondo non poteva andare più oltre. Dopo averlo emancipato dall'impero e dal papato, logorandoli e sottomettendoli alla ragione della propria storia, saprebbe ancora scoprire l'America con Colombo, la stampa con Castaldi, con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci trovare il metodo sperimentale, dare un modello delle storie con Guicciardini, un codice della politica con Machiavelli, la satira di tutto il medio evo con Ariosto, rinnovare Dante con Michelangelo, assicurare più tardi la rivelazione astronomica con Galileo, creare un popolo di artisti e di statue, resuscitare tutta l'antichità coll'erudizione, improvvisare un'eleganza superiore a quella dei greci, brillare di scienza e d'incredulità, di ricchezze e di pensiero, ma non guidare ancora la storia europea.

Regno e rivoluzione religiosa sono per essa egualmente impossibili.

Quindi attraverso la gloria del secolo XV cominciano già i segni della decadenza. Nessuno succede più a Dante, a Petrarca, a Boccaccio: l'originalità sembra esausta nella letteratura mentre l'erudizione moltiplica i modelli diseppellendoli nell'antichità; si direbbe che la coscienza vuota di avvenire si precipiti sul passato. Alla passione dei fatti presenti, che dovrebbe animare l'arte, succede quella dei fatti passati; Crisolora portando l'ellenismo da Costantinopoli suscita un entusiasmo indescrivibile. Leonardo Bruni interpreta i vecchi filosofi greci, Flavio Biondo è il primo geografo dell'Italia antica e moderna, Pastrengo scrive la prima biografia universale, Poggio Bracciolini inizia storie, viaggi e polemiche, ammirabile di spudoratezza e di penetrazione, di servilità e di originalità; Aurispa, Barsizza, Traversari frugano archivi e biblioteche per rimettere in circolazione classici ignorati. Una traduzione di Tucidide e di Polibio è pagata quanto una città; Coluccio Salutati, incoronato come il Petrarca e tanto a lui inferiori, scrive come lui lettere che sono avvenimenti; Filelfo, Valla, Bessarione, Giorgio di Trebisonda discutono fra loro con una frenesia di passione che li spinge a ferirsi col pugnale dopo essersi contusi colle invettive, mentre il mondo li ammira e li applaude, gitta loro gemme e sorrisi, titoli e corone. La empietà diventa un orgoglio, la bellezza una religione, la dottrina una potenza, Platone e Aristotele rinnovano nella nuova chiesa dei dotti il contrasto di San Paolo e di San Pietro, dividendo i campi del pensiero filosofico ed assicurando alla filosofia lo stesso trionfo della pittura sulla religione. Idea e bellezza divengono le due verità supreme: la religione non è che la credibilità delle forme più basse della filosofia, la rappresentazione delle quali pericolava sotto l'ispirazione di un odio alla natura e al mondo. Ma la filosofia domina col pensiero, e la pittura glielo abbellisce. L'antica Maria del cristianesimo si muta nella Madonna del Petrarca, immagine immacolata e voluttuosa; il Padre Eterno non è più che un Giove Olimpico coi lineamenti inteneriti dalla tragedia di Gesù; questi più bello di un Adone, di una bellezza fra il femminile e il maschile, non soffre più che nello spirito e deve conservarsi sempre bello, anche sotto le battiture e sopra la croce, per commuovere i nuovi adoratori.

Poliziano incapace d'intendere Dante rifà un Petrarca più plastico, con suoni più dolci e colori più carnei; Lorenzo dei Medici sembra ritrovare qualche nota di Anacreonte pei canti carnascialeschi, nei quali la brutalità dei costumi anteriori e la corruzione dei costumi presenti si uniscono nullameno per indicare una decadenza, che l'arte abbellisce, la scienza distrae e la politica urge. Pulci nel Morgante Maggiore irride all'impero e alla chiesa con una satira mescolante mitologia cristiana e pagana, storia e religione, senza coscienza nè dell'una nè dell'altra, e gualcendo come per chiasso quasi tutte le figure del proprio poema, che Boiardo dovrà ricomporre ed Ariosto recare ad insuperabile bellezza.

Il teatro manca perchè manca la coscienza: la vita storica italiana trionfa delle proprie contraddizioni politiche, ma non ha contraddizioni ideali capaci di mutare i suoi assassinii in drammi. Gli eroi abbondano, le scene sono troppe, le peripezie incessanti, le catastrofi incalcolabili, eppure la tragedia non irrompe nell'arte. Tutti scherzano dopo la rivoluzione dei condottieri; la pittura non ama che la forma e il colore, la letteratura che la frase e l'erudizione. Fede e passione avevano creato Dante; scetticismo ed epicureismo preparano in Pulci l'Ariosto. Shakespeare fallirà alla gloria d'Italia perchè Savonarola non può essere Wiclef; nè Paolo Sarpi, Lutero. Solo Michelangelo sarà tragico, quasi per dimostrare che nel secolo XV l'anima italiana, passata dalle lettere nelle arti, non si esprime più che con immagini, per un inesplicabile segreto della storia perfezionando la propria facoltà di rappresentazione quando appunto le veniva intimamente mancando ogni coscienza. Mentre Lutero protesterà a nome di Dio contro il papa, Michelangelo minaccerà lo stesso Giulio II dipingendo le collere e i terrori divini per tutte le vòlte del Vaticano; quando la libertà di Dante spirerà sotto la signoria dei Medici, Michelangelo, costretto a scolpire le tombe dei tiranni, si vendicherà mettendo sulla fronte di uno tra loro la tragica concentrazione del problema affaticante il nuovo secolo, e atteggerà di dantesco dolore tutte le figure simboliche del tempo.

Impossibilità del regno.

I principati governano l'Italia libera da ogni autorità straniera e dalle vecchie discordie comunali e settarie.

II progresso politico ottenuto colle ultime rivoluzioni si traduce già in progresso civile, ma i principati, che lo attuano, dovrebbero come queste contenere la potenzialità di una più alta forma per lasciargli con più libera carriera la possibilità di creazioni originali. Ed invece i principati rappresentano l'ultimo termine dell'originalità italiana. Tutte le altre nazioni d'Europa, sempre accodate alla storia d'Italia, stanno per sorpassarla: questa non può produrre spiriti religiosi come Torquemada e Gerson perchè la sua fede cattolica manca al tempo stesso di passione e di disciplina; non conquistare nuovi mondi come il Portogallo e la Spagna perchè tutta piena di repubbliche marinare e di marinai, come Colombo, Cabotto e Vespucci, non ha creduto nè al loro genio, nè alla loro opera. La gloria delle armi d'ora innanzi apparterrà quindi ai francesi e agli svizzeri, quella delle imminenti riforme religiose all'Inghilterra e alla Germania, nella quale l'istinto federale seguita quella splendida vita di piccole o mezzane circoscrizioni che avevano illustrato la vita italiana dalla morte di Odoacre a quella di Lorenzo de' Medici. Per salvare l'Italia dalla irreparabile decadenza e mantenerla alla testa della civiltà europea bisognerebbe rifarle una coscienza morale e politica, tuffandola in una tragedia ideale che le scoprisse nel fondo del vecchio cristianesimo e della nuova filosofia, combattenti contro il papato, il segreto di una più alta libertà spirituale. La personalità dello stato e del cittadino non può scaturire che da tale tragedia. Nessun progresso materiale, nessuna bontà di congegni o di ordinamenti politici, potrebbero creare i due tipi del cittadino e dello stato moderno. Se il cristianesimo era stato un'emancipazione della natura dalle imminenti divinità pagane che l'infestavano coi capricci delle loro volontà, e la sua conquista di Roma si era svolta come liberazione dall'unitarismo imperiale soffocante nella cornice del passato ogni avvenire; se le invasioni dei barbari avevano rinvigorito con infusione di sangue vergine e di intatte potenze la decrepita individualità mediterranea; se l'impero romano era lentamente dileguato attraverso quelli di Carlomagno, di Ottone e del nuovo Massimiliano sino a non esser più che un ricordo e una decorazione; se il cittadino del comune italiano, quantunque più debole, era più complesso dell'antico cittadino romano; nè il cristianesimo, nè il cattolicismo, nè i barbari, nè i comuni cresciuti a principati, potevano senza una più profonda rivoluzione assurgere all'idea dello stato e del cittadino odierno.

Il cristianesimo sintetizzato dal cattolicismo si appesantiva sulla recente coscienza non meno del paganesimo sulla coscienza filosofica dei tempi di Augusto: l'altezza de' suoi principii diminuita dalle interpretazioni papali, invece di elevare i pensieri, impediva gli sguardi. Bisognava emancipare nuovamente la coscienza religiosa per ridarle l'estasi eroica di altri dialoghi con Dio nella superbia feconda di una sovranità spirituale superiore ad ogni potere mondano. Le incarnazioni domestiche religiose e politiche dell'autorità ne oscuravano il principio stesso: le differenze sociali, per quanto scemate nei fatti, rimanevano infrangibili nei sentimenti; ogni padrone si sentiva maggiore del servo, ogni servo conservava qualche cosa dello schiavo; i governi, invece di essere l'espressione organica del diritto pubblico, significavano il resultato di un compromesso fra le sommosse del popolo inasprito da bisogni o sollecitato da idee misteriose e le concessioni del sovrano, qualunque ne fosse il nome, che si reputava padrone dello stato e lo conquistava, lo conservava, lo trasmetteva con ogni mezzo, senza nemmeno sentire nella propria autorità una delegazione popolare e nella propria attività una rappresentanza legale. Tesoro pubblico e tesoro regio erano tutt'uno, ogni cittadino non valeva ancora che nella propria classe, e con essa e per essa solamente poteva ottenere giustizia; quindi le famiglie organizzate feudalmente, le corporazioni e i mestieri mutanti ogni novizio in uno schiavo e ogni associazione in una camorra, la giustizia ridotta a una capricciosa perfezione o ad un'infamia dell'arbitrio, la religione nemica delle scienze, le arti serve dei principi, il commercio senz'altra garanzia che la cointeressenza dei reggitori pubblici, l'industria sospettata nelle scoperte, non difesa nelle privative, abbandonata nei risultati; la vita privata senza virtù, la vita publica senza l'idea di nazione, di stato, di governo, di rappresentanti e di rappresentati, senza l'unità della sovranità che dev'essere identica nell'individuo singolo e nell'individuo collettivo.

L'Italia nata e cresciuta federale non poteva passare al regno.

Per giungere a quest'idea le sarebbe abbisognata una forte coscienza politica unitaria e un'immensa forza di conquista in qualcuno de' suoi tanti principati. Invece tutta la vita e la storia italiana si erano svolte nella negazione del regno iniziato da Odoacre: nessun conquistatore barbaro o capo indigeno, per quanto abile nella politica e prode nelle armi, aveva potuto diventare re d'Italia. Da Berengario ad Ezzelino, da Giovanni Galeazzo a Ladislao, dagli Scaligeri ai Savoia, da Pavia a Venezia, avventurieri, eroi, tiranni, signori, republiche, a tutti il sogno della conquista italiana era balenato nella mente e a molti aveva costato la vita senza nemmeno permettere loro di tradurlo nella sincerità di una pretesa. L'Italia aveva dovuto crescere nel federalismo e col federalismo. Ora il passaggio dalla federazione al regno era anche più difficile per l'aumentata importanza dei principati sugli antichi comuni. Napoli, soggetta agli Aragonesi, aveva così scarsa italianità che la sua conquista, impossibile per cento altre ragioni, sarebbe sembrata a tutti il trionfo di un'impresa straniera; la Savoia più francese che italiana, senza vita civile, povera e rapace, non si era ancora abbastanza mescolata nella storia nazionale: come mai Venezia, Napoli, Firenze e Milano avrebbero ceduto a Torino o a Chambéry? Milano limitata dal Po, stretta fra le forze marittime di Venezia e quelle montanare della Savoia, non avrebbe potuto sdoppiarsi abbastanza per dominarle entrambe; Firenze, scettica e coltissima, sfuggiva nella Toscana con incomparabile destrezza a tutte le prese; Venezia, bizantina e quasi ieratica nella propria organizzazione, non poteva mutarla per assoggettare l'Italia senza prima suicidarsi. Ma Roma sopratutto, caduta naturalmente nella signoria del papa, non poteva essere conquistata da nessun principe senza una rivoluzione religiosa che disarmasse il pontefice in faccia ai popoli; e senza Roma o contro Roma ogni unità italiana era assurda. La rivoluzione del regno non poteva uscire in Italia da quella dei principati: troppe differenze regionali separavano tutti questi piccoli stati, rendendoli fra loro più stranieri che non con tutto il resto d'Europa: nessuna republica o dinastia o lega o matrimonio avrebbero bastato nemmeno a riunire l'Italia in due o tre corpi.

Se la Spagna, federale come l'Italia, aveva raggiunto con Ferdinando d'Aragona e con Isabella di Castiglia l'unità regia, era questo un frutto della lunga guerra sostenuta contro gli arabi e i mori, nella quale la necessità della difesa tendendo sempre all'unificazione doveva fatalmente fargliela trovare nella conquista dell'indipendenza; poi la Spagna aveva un forte sentimento religioso, reso più vivo dall'urto secolare col maomettanismo, e invece l'Italia scettica subiva piuttosto l'influsso del papato politico che del cattolicismo.

D'altronde nella storia europea un regno italico del secolo XV sarebbe stato senza scopo e senza significato: l'unità italiana avrebbe dominato colla superiorità della propria forza spirituale tutta l'Europa, riproducendovi la tirannia romana ed impedendo l'individualizzarsi delle altre nazioni, mentre il papato soppresso in Italia da una impossibile unità regia o republicana avrebbe reso egualmente impossibile nella riforma quell'ideale tragedia, dalla quale la coscienza europea doveva derivare la libertà religiosa a fondamento della libertà politica.

L'Italia necessaria alla storia moderna, come la Grecia alla storia antica, nel medesimo ufficio di elaborazione per tutte le idee e le forme politiche, doveva somigliarle anche in questo: che non arriverebbe colle proprie forze a conquistare l'unità nazionale. Solamente l'Europa potrebbe costituire il regno italico quando, creati colla riforma tedesca e le rivoluzioni inglese e francese lo stato e il cittadino nella loro più pura identità, discenderebbe poi a realizzarli dovunque convergendo lo sforzo di tutte le proprie attività contro i residui medioevali della propria storia. Individuo, stato, umanità, il gran ternario della vita storica moderna, nella quale ogni termine è identico e composto degli altri due, impediva nel secolo XV all'Italia la sua unità nazionale. L'interesse della storia europea e le necessità della coscienza mondiale, aspettante dalle rivoluzioni germanica, inglese e francese la liberazione dall'unità cattolica, dovevano quindi valere e valsero più dell'interesse e della coscienza italiana. La quale, smarrendo improvvisamente la logica infallibile di tanti secoli di rivoluzioni, parve non comprendere più quelle che si iniziavano dappertutto, e si perdette in una vita altrettanto piena di avvenimenti che vuota di significati e di ideali.

Lodovico il Moro e Alessandro Borgia.

Alla morte di Lorenzo dei Medici (1492) e di Innocenzo VIII la lega dei principi italiani si ruppe. Altre gelosie si accesero fra Napoli e Milano; Lodovico il Moro usurpatore del ducato al nipote Gian Galeazzo con uno dei soliti drammi domestici, atterrito dalla nuova lega stretta contro di lui da Venezia, Firenze, Roma e Napoli, invocò contemporaneamente l'aiuto della Francia e dell'imperatore Massimiliano. Questa, che fu chiamata perfidia ed era la vecchia politica di tutte le rivoluzioni italiane, divenne il grande atto della servitù italica. L'Italia corsa per tanti secoli da invasioni d'ogni sorta, ne aveva sempre trionfato, utilizzandole perfino nei peggiori disastri; ma, esaurita allora nella propria potenzialità politica, si lasciò prostrare dalla calata di Carlo VIII di Francia, quantunque più effimera di quella di Enrico di Lussemburgo. Invano il Moro spaventato dagli incredibili successi di re Carlo, che ricordandosi importunamente di Valentina Visconti e di Carlo d'Angiò pretendeva all'eredità di Milano e di Napoli e traversava tutta Italia nel sogno trionfale dell'antico dominio franco, cercò riparo alla propria imprudenza riannodando contro di lui una lega anche più formidabile dell'altra, contro la quale lo aveva invocato; invano, ricomponendosi dallo sbalordimento dalla prima sorpresa, costrinse re Carlo a rientrare in Francia dopo l'inutile vittoria di Fornovo. L'Italia incapace di mutarsi in regno, deve finire preda delle nazioni vicine che lo sono già o stanno per diventarlo. Infatti poco dopo Luigi XII ridiscende le Alpi, fa prigioniero il Moro, penetra nel reame di Napoli cogli spagnuoli di Ferdinando il Cattolico, ma invece di spartirlo con lui secondo il trattato segreto, gli si volta contro, per tenerselo intero come vecchia appendice del ducato d'Angiò.

L'indipendenza della federazione italiana, così sicura poco prima, ha perduto i due più grossi stati; la sua vita chiusa nella parentesi di una conquista francese prova già i primi sintomi dell'asfissia. Il suo avvenire politico è chiuso. L'appello del Moro all'imperatore Massimiliano non può rievocare la vecchia dominazione imperiale, ma un'altra ne sorge a Roma con Alessandro Borgia, empio fra i più empi ed accorti pontefici. Poichè il papato si era assiso in Roma e in alcune sue provincie come una signoria destinata a svolgersi quotidianamente in principato, sente d'un tratto crescersi la necessità del regno. Milano soggiogata, Napoli caduta, Firenze respinta nel passato dalla nuova espulsione dei Medici, suggeriscono fatalmente alla politica del Vaticano il disegno di una conquista, che, slargando i confini del principato, dia alla chiesa l'estensione e l'importanza di un regno. I vecchi titoli delle donazioni di Carlomagno e di Ottone sono ancora là per giustificare qualunque impresa. Ma Alessandro Borgia, insignoritosi del pontificato colla perfidia di un Gabrino Fondulo, interpreta questa idea politica colla propria passione di avventuriero, sognando di costituire entro la chiesa e contro la chiesa un grosso ducato al proprio figlio Valentino, maggiore di lui nella profondità satanica dell'ingegno e nella potenza delle armi. La inconciliabile antitesi di quest'impresa sfugge non solo ai due Borgia, ma al Machiavelli. Il duca Valentino raddoppia invano eroismi, sfolgorando nelle vittorie, scivolando attraverso ogni combinazione politica, impadronendosi della Romagna, pacificandola con un mirabile governo. Il suo genio multiplo e indomabile resiste a tutti i rovesci, gira gli ostacoli che non si lasciano abbattere, finchè Alessandro Borgia muore e il Valentino, ammalato, ha appena il tempo di fuggire, lanciando alla storia, che rovescia l'edificio del suo sogno, la sfida di un orgoglio sempre superiore a tutti gli avvenimenti.

Ma il papato con a capo Giulio II, il forte nemico dei Borgia, prosegue nell'idea del regno senza contraddizioni di ducati domestici. La restaurazione pontificia si presenta come l'ultima forza e gloria dell'Italia. Solo il papato, sostenuto dal proprio principio religioso contro le pretese di tutta l'Europa cattolica, può impedire che l'Italia, incapace della propria unità nazionale, non si unifichi come provincia conquistata da qualche regno straniero. La necessità per il papato di costituire un regno salva l'Italia: Giulio II, presentandosi come il restauratore di quello, si precipita vecchio nella lotta coll'ardore di un giovane eroe. Poichè Venezia si è dilatata nelle Romagne idealmente acquisite alla chiesa dalle imprese dei Borgia, egli si avventa sulla republica: al tempo stesso veemente e profondo nella politica, riunisce contro l'altera republica nella lega di Cambray (1508) l'imperatore Massimiliano, re Luigi XII e Ferdinando il Cattolico; la republica resiste intrepidamente a questo sforzo di tutta l'Europa, ma vinta alla battaglia di Agnadello perde in un'ora le conquiste di un secolo. Il grande principato della chiesa è costituito; Bologna e Perugia vi sono perite prima; il ducato di Urbino ne è un vassallaggio che riproduce nella politica di Giulio II l'errore capitale di quella dei Borgia, inevitabile allora nel trapasso dei principati ai regni. Ferrara, agognata e minacciata, diventerà presto o tardi il forte baluardo del regno pontificio al nord.

Infatti Giulio II, sdegnato e pensoso dell'opera francese, si stacca dalla lega di Cambray per stringerne un'altra contro la Francia con Venezia, Ferdinando e gli svizzeri. Massimiliano rappattumatosi per denaro coi veneziani abbandona i francesi, che perdono alla battaglia di Ravenna tutti i vantaggi ottenuti da quella di Agnadello. Genova, che aveva tentato invano nel 1506 una rivolta contro di essi con Paolo da Novi, doge plebeo alla testa della plebe, la compie ora (1512) con Giano Fregoso; Massimiliano Sforza rientra trionfalmente a Milano piuttosto come vicario imperiale che quale duca indipendente; Firenze riconquista Pisa toltale dalla prima invasione di Carlo VIII, e perde nella seconda maggiore signoria dei Medici la repubblica improvvisata dall'eroismo religioso e dalla demenza politica di frate Savonarola. Tutte le altre piccole signorie o republiche attardate hanno dovuto capitolare in questa ultima crisi dei principati. Solo la chiesa è uscita trionfante dall'arringo perchè sola in Italia ha un'idea necessaria all'Europa e una forma politica da conquistare; ma Giulio II, aprendo il gran secolo cui Leone X darà il nome, non sospetta nemmeno che la ristorazione del papato, mal giudicato poi dal Machiavelli e da tutti gli storici posteriori, debba fatalmente coincidere colla Riforma di Lutero. Poichè l'Italia cessando di capitanare il progresso europeo non può come la Grecia ritirarsi dalla storia, svolge mirabilmente e consolida nel regno papale l'ostacolo necessario alla Riforma; quindi disciplina la tradizione cattolica, costringe i papi alla costituzione di un regno e li pareggia ai grandi re per dare loro l'indipendenza necessaria ad una tirannia ideale. La Riforma, già scoppiata inavvertitamente in Germania, si troverà così dinanzi riunite le due vecchie idee del papato e dell'impero per meglio vincerle in una guerra secolare, emancipando per sempre il pensiero politico e religioso nella storia. Il papato, costretto dalla vita italiana a mutarsi in piccolo reame, rivelerà più facilmente tutte le proprie brutture e inconciliabili contraddizioni ideali; l'impero, invocandolo, ne diverrà il gendarme invano prepotente; tutte le libertà e l'avvenire saranno dal canto della Riforma, tutte le servitù e il passato dietro Roma; mentre l'Italia inerte spettatrice dell'immensa lotta, della quale gli episodi insanguineranno le sue contrade, sembrerà perdervi ogni indipendenza di pensiero e di vita pur conservando nella vicenda di soggezione a stranieri, spesso mutati e sempre inevitabili, la fede di una futura unità nazionale in tre regni sopravviventi fra le rovine dei principati, la Savoia, le due Sicilie e la Chiesa.

Leone X e Lutero.

La restaurazione di Giulio II non si arresta alla sua morte, perchè le vere idee politiche s'incarnano, ma non si subordinano agli individui.