The Project Gutenberg eBook, La lotta politica in Italia, Volume II (of 3), by Alfredo Oriani
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ALFREDO ORIANI
La lotta politica
in Italia
ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE
(476-1887)
QUINTA EDIZIONE
Curata e riveduta sul manoscritto da A. Malavani e G. Fumagalli
VOLUME II.
FIRENZE
SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE»
—
1921
INDICE
| LIBRO QUARTO: Il risorgimento | [Pag. 7] |
| Capitolo primo: I moti del 1821 | [9] |
| — Influenze europee | [9] |
| — La rivoluzione napoletana | [11] |
| — Rivoluzione piemontese | [18] |
| — Repressioni assolutiste | [22] |
| Capitolo secondo: Trame ed insurrezioni del '31 | [30] |
| — Incubazione liberale | [30] |
| — Condizioni uniformi dei governi | [33] |
| — La sommossa del centro | [41] |
| Capitolo terzo: Il pensiero politico nel moto letterario | [55] |
| — I primi gruppi | [55] |
| — Il dualismo letterario | [59] |
| — Colletta e Botta | [63] |
| — Rosmini e Gioberti | [67] |
| Capitolo quarto: Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia | [74] |
| Capitolo quinto: Conati ed imprese rivoluzionarie | [88] |
| — La spedizione nella Savoia | [88] |
| — Stato generale della penisola | [97] |
| — I fratelli Bandiera | [110] |
| — I riformisti | [114] |
| LIBRO QUINTO: L'ultima rivoluzione federale | [123] |
| Capitolo primo: I prodromi | [125] |
| — Effervescenza dell'opinione | [125] |
| — Pio IX | [131] |
| — L'agitazione negli altri stati | [137] |
| — Gli statuti | [144] |
| Capitolo secondo: Le sommosse popolari e la guerra regia | [154] |
| — Le cinque giornate di Milano | [154] |
| — Adesioni di guerra | [160] |
| — La campagna piemontese | [168] |
| Capitolo terzo: La reazione federale | [171] |
| — L'allocuzione papale | [171] |
| — Il tradimento di Ferdinando II | [173] |
| — Le annessioni al Piemonte | [177] |
| — Disastri militari | [181] |
| — Catastrofi costituzionali | [185] |
| — Pellegrino Rossi | [192] |
| — La seconda campagna piemontese | [205] |
| Capitolo quarto: Schemi repubblicani | [211] |
| — Firenze | [211] |
| — Proclamazione della repubblica | [218] |
| — Caduta della repubblica romana | [231] |
| — Giuseppe Garibaldi | [240] |
| — Ultima repubblica di Venezia | [248] |
| LIBRO SESTO: L'egemonia piemontese | [255] |
| Capitolo primo: Le ristorazioni | [257] |
| — Riscossa dell'opinione | [257] |
| — Regno napoletano | [261] |
| — Stato pontificio | [264] |
| — Granducato e ducati | [271] |
| — Lombardo-Veneto | [282] |
| Capitolo secondo: La preparazione piemontese | [291] |
| — Prime difficoltà parlamentari | [291] |
| — Il conte di Cavour | [302] |
| Capitolo terzo: La politica dell'egemonia | [313] |
| — Ministero di Cavour | [313] |
| — Guerra di Crimea | [321] |
| — Congresso di Parigi | [328] |
| — Adesioni al Piemonte | [332] |
| Capitolo quarto: L'opposizione rivoluzionaria | [342] |
| — Disfatta del mazzinianismo | [342] |
| — Carlo Pisacane | [353] |
| Capitolo quinto: La mediocrità politica e letteraria | [361] |
| — Scadimento del genio nazionale | [361] |
| — Le nuove scuole | [363] |
| — Luigi Carlo Farini | [370] |
ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE
(476-1887)
LIBRO QUARTO
IL RISORGIMENTO
Capitolo Primo.
I moti del 1821
Influenze europee.
L'Europa era anche più agitata dell'Italia dai moti sotterranei del liberalismo.
Il patto della Santa Alleanza uscito da una tragedia pareva prossimo ad attirarsi gli scherni di una farsa: il dispotismo dei re, per quanto agguerrito, non bastava ad atterrire la libertà dei popoli. La individualità civile e politica creata dalla rivoluzione francese col dogma della sovranità popolare, sorpassata la necessaria antitesi della dittatura napoleonica, passava dal cittadino alla nazione, dalla Francia all'Europa. Un nuovo diritto era proclamato tutti i giorni dai giornali e dalle cattedre, dalle esigenze industriali e commerciali, politiche e sociali. La rivoluzione francese avendo più o meno rivelato se medesima a tutti i popoli, ognuno di essi impadronendosi del proprio problema badava a trovarne la soluzione. E il problema era il medesimo per tutti attraverso ogni differenza di grado: emanciparsi dal passato costituendosi nell'indipendenza e nella libertà e mutando i propri despoti in funzionari.
La Carta conquistata dalla Francia nella propria sconfitta metteva il principio dell'elettorato popolare al disopra della monarchia: questa per combatterlo si logorerebbe fatalmente; mentre la nazione, percorrendo in mezzo secolo tutta la gamma delle monarchie costituzionali quasi a convincere il mondo della loro inconciliabilità colla moderna libertà, riconquisterebbe la republica. L'Inghilterra, rappresentante di un parlamentarismo nel quale la sovranità nazionale era ancora limitata al doppio patriziato dei lords e dei ricchi, guadagnata al contagio della democrazia francese, si preparava con discussioni di popoli e reazioni di governo alla grande rivoluzione legale del 1829; l'Irlanda s'insanguinava nell'eroica caparbietà di una emancipazione mal definita; interclusi dalla Russia dall'Austria e dalla Turchia, i Principati Danubiani, quasi anella fracassate dell'immenso dragone slavo, erano agitati da moti convulsi di congiunzione e cercavano sottrarsi alla tirannia turca invocando la libertà francese. Erano popolazioni quasi barbare che si avventuravano alla libertà coll'energia di una indipendenza selvaggia, mescolando sentimenti e tradizioni medioevali ad istinti meravigliosi di modernità. Dopo l'antica civiltà del Mediterraneo e del Baltico fermentava in essi quella del mar Nero. La Slavia del sud, avanguardia della Slavia del nord, combatteva precipuamente Turchia ed Austria, il potere più barbaro e la potenza più dispotica d'Europa, le due negazioni più assurde dell'individualità cristiana e moderna.
La Grecia, piccola, smembrata, appena colla popolazione d'una grande città, senza denaro e senz'armi, si scagliava sull'immane colosso dei Dardanelli: tutti i suoi figli erano eroi. Gli antichi poemi di Omero ammutolivano agli echi delle nuove gesta: le vecchie storie leggendarie diventavano pedestri dinanzi ai racconti delle presenti imprese; persino la tragedia napoleonica nella sua vastità non uguagliava questa angusta epopea, nella quale tutto un popolo si mutava in esercito, mentre tutte le sue città affogavano nel sangue, e flottiglie di brulotti incendiavano le armate nemiche incalcolabilmente numerose, e falangi di donne superavano d'ardimento gl'invincibili battaglioni dei klefti.
La Spagna si ribellava contro il tradimento di Ferdinando VII, re così ribaldo che al suo paragone quelli d'Italia sembravano magnanimi. Quiroga e Riego alla testa di una insurrezione militare lo forzano al rispetto della costituzione proclamata spontaneamente dalla nazione nel 1812 durante l'interregno e da lui accettata al ritorno nel 1814. Ma il costituzionalismo è impossibile anche alla Spagna troppo incolta e bigotta; quindi il partito liberale si spezza e, mentre i moderati aggirati dalla corte e dal clero mirano a sminuire rivoluzione e costituzione, i radicali esasperati mantengono la rivolta. La guerra civile avvampa sublime di orrore e di eroismo. Il moto si propaga al Portogallo: il colonnello Sepulveda vi si solleva, i costituzionali entrano trionfanti a Lisbona, e Giovanni VII vi sbarca dal Brasile per accettare la costituzione, lasciando quello emanciparsi e proclamare don Pedro imperatore.
L'Europa freme. La Polonia, ostinata nel sogno assurdo d'una rivoluzione aristocratica, nella quale al popolo viene sempre offerto il dispotismo dei propri signori in cambio della tirannide russa, affila le armi; la Germania si agita nelle società segrete, scuotendo con brividi poderosi i limiti dei propri molteplici stati come disadatte congiunture di troppo vecchia armatura.
La rivoluzione napoletana.
L'Italia, sempre da tre secoli accodata all'Europa, rabbrividisce al vento della rivolta, che soffia da tutte le sue sponde e discende dalle Alpi a sferzare i vapori del suo cielo sonnolento.
La carboneria cresciuta ad incredibile numero di adepti non poteva non risentirne. Nella dissoluzione dell'immensa unità, napoleonica, fra il doppio crepuscolo di un'epoca che finiva e di un'altra che incominciava, dopo aver sopportato la protezione e la persecuzione regia, non aveva ancora trovato il problema pel quale era nata. Il cosmopolitismo, togliendole la precisione degli obiettivi e il carattere nazionale, invece di una forza diventava una debolezza. Quantunque si reclutasse anche nelle file del popolo e fosse borghese per studi e tendenze, subiva ancora così il fascino dell'aristocrazia da cercare in essa i propri capi. Quindi anelava a sostituirsi nel governo anzichè a vera emancipazione politica; i suoi più illustri capitani furono Carlo Alberto di Carignano e Francesco duca di Calabria; avevano scritto sulla propria bandiera — Indipendenza, Libertà, e poi Unione invece di Unità — sfuggendo così al problema primordiale della ricostituzione italica. Del come stringere la federazione o fondare una republica una monarchia unitaria non discuteva, quasi di secondaria conseguenza lasciata alla decisione del capo al capriccio della vittoria. Moralmente la carboneria era nobile e generosa; ma intellettualmente retriva, affettava il classicismo nelle idee e nelle forme letterarie, romanticheggiava sulla tradizione italica, invanendo nel segreto teatrale delle proprie iniziazioni e nella rapida diffusione delle vendite. Se la sua forza avesse corrisposto alla sua cifra, la quale raggiungeva quasi il milione, e la sua fede fosse stata profonda, avrebbe potuto, mutandosi in esercito al momento della riscossa, assicurare la rivoluzione: invece non ne fu nulla. Questa cominciò come una insubordinazione, visse fra una festa e un'accademia, rinnegò nell'insulsaggine di un egoismo regionale l'unità italiana, si affidò ingenuamente ridicola alla parola di un re spergiuro, per finire fortunatamente in un massacro di reazione, che la riabilitò avvalorando con ineffabili dolori il carattere politico nazionale.
Come sètta politica la sua debolezza stava nel suo stesso numero eccessivo, giacchè prima di raggiungerlo avrebbe dovuto affermarsi per insurrezione; e peggiori erano le qualità dei suoi adepti in gran parte preti. Questo invece di essere un carattere religioso significava che l'antinomia del vaticanismo colla rivoluzione non era ancora sentita.
I primi fatti avvennero a Napoli. Guglielmo Pepe, strenuo soldato ma inetto generale e più inetto politico, vi sfoggiò teatralmente. Compromesso quasi da fanciullo in due cospirazioni, processato e gittato nelle orribili fosse del Marittimo e della Favignana, poi soldato a Marengo e nelle Spagne; di republicano mutato in costituzionale; colonnello al servizio di re Giuseppe e di Murat; contro questo mescolato nelle ultime cospirazioni per strappargli una costituzione; finalmente rimasto generale sotto Ferdinando di Borbone, era l'eroe della carboneria. Lo splendore delle sue gesta soldatesche, le sue prime congiure, la sua ultima conversione al costituzionalismo, i suoi pregi e i suoi difetti, lo destinavano a rappresentare il nuovo moto. Si sapeva che Pepe nel 1819, quando Francesco I d'Austria e Metternich vennero ospiti del re Ferdinando, aveva tramato di catturarli tutti ad una rivista che poi fallì. Ma la carboneria, dopo la costituzione della Vendita suprema di Salerno, incalzata dalla rivoluzione spagnuola, affretta le disposizioni per la rivolta: tradita da un miserabile Acconciagiuoco le precipita: l'esercito è quasi tutto carbonaro. Due sottotenenti del reggimento Borbone cavalleria, Michele Morelli e Giuseppe Silvati, sospinti dal canonico Menichini, lo sollevano al grido di: viva Dio, viva il re, viva la costituzione, ma il popolo non capisce quest'ultima parola. Il tenente colonnello Concili aderisce, si canta trionfalmente col vescovo il Te deum in Avellino. Di qui la colonna degli insorti s'avvia a Monforte, altri canonici carbonari la rinfiancano con bande raccogliticce; la Corte sgomentata deputa Pepe ai ribelli, poi, malcerta della sua fede, manda loro il generale Carrascosa senza soldati. Questi tratta coi rivoltosi aspettando rinforzi per batterli, ma l'insurrezione si propaga, altri reggimenti si ribellano eccitati da Pepe, la Corte trema, e cinque settari col duca Piccolelli alla testa, quasi nel finale di un melodramma, vi penetrano intimando al re di concedere la costituzione fra tre ore.
E Ferdinando la dà.
Allora è un'ebrezza: Pepe, dichiarato salvatore del re, fa retrocedere i calabresi già in marcia su Napoli, quindi vi entra, 9 luglio 1820, caracollando alla testa degli insorti fra nembi di fiori e cantici di osanna. L'eccitabile immaginazione del popolo lo paragona a Murat. Disceso a corte, bacia umilmente la mano al vecchio re Ferdinando che lo abbindola con volgari complimenti.
La costituzione giurata all'indomani dal re con invocazioni di fulmini divini sul proprio capo, se mai avesse a tradirla, esalta al delirio le fantasie: la costituzione era spagnuola e si era voluta fanaticamente quella, benchè nessuno la conoscesse e in tutta Napoli solamente l'ambasciatore spagnuolo ne avesse una copia. La Corte s'inganna, la carboneria s'illude, il popolo festeggia. Il poeta Gabriele Rossetti lancia la più bella delle sue odi a questa incruenta rivoluzione senza accorgersi che se adesso non vi è stilla di sangue su tante migliaia di spade, nel giorno prossimo della battaglia le stesse spade ricuseranno d'insanguinarsi. Tutti si affigliano alla grande setta: il duca di Calabria vi si fa iniziare da monsignor Marcello, i lazzari vi si arruolano a frotte. Ma la camorra, eterna peste di Napoli, vi si mesce, vendendo diplomi di carboneria agli stessi sanfedisti, intenti così al doppio scopo di salvarsi da possibili vendette e di penetrare nella rocca del nemico.
La diplomazia estera osteggia la rivoluzione: Sir William A' Court e il duca di Narbonne la disonorano nei propri rapporti, onde a mezzo agosto due flotte francesi ed inglesi compaiono nelle acque di Napoli per difendere la famiglia reale. I grandi maestri della carboneria congregata per avvisare ai nuovi pericoli ordinano ai carbonari e alle milizie di muovere su Napoli, e stabiliscono un comitato di salute publica di cinque membri col potere degli Efori spartani, eterno ricordo classico, che vigilino sui generali, sui ministri, sulla corte, su tutti.
Ma siccome la polizia reagisce contro la setta arrestandone qualcuno, questa non ardisce spingersi all'insurrezione.
Intanto la Sicilia, ostinata nella propria autonomia e sobillata dalla corte, profitta della rivoluzione di Napoli per ribellarsi; orribili scene di sangue disonorano Palermo. Mentre il re riconcede la costituzione del 1812, e il popolo reclama quella spagnuola proclamata a Napoli, mirando precipuamente a costituirsi in stato indipendente sotto la stessa dinastia, la guerra scoppiata fra soldati di presidio e popolani costringe il nuovo governo di Napoli ad intervenire. Le antinomie politiche si aggrovigliano: la Sicilia vuole essere indipendente secondo le tradizioni federaliste italiane e non comprende che a questo le occorrerebbe prima decretare la decadenza dei Borboni ed eleggersi altro re o costituirsi in repubblica; a Napoli la rivoluzione inspirata da un vago liberalismo cosmopolita, che sino alla vigilia della sommossa aveva sempre parlato d'Italia, si chiude con insipiente egoismo nella formula regionale contro le proprie inconscie tendenze nazionali sino a ricusare, per timore di Roma, la fusione con Benevento e Pontecorvo, città pontificie internate nelle terre napoletane. Ma verso la Sicilia, che vorrebbe usare a Napoli il trattamento da questa tenuto coll'Italia, l'antico orgoglio di capitale protesta in nome dell'unità. Così Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, generale egli pure, viene deputato a soggiogare Palermo, e sbarca a Milazzo, s'accentra a Messina rimasta fedele a Napoli per tradizionale rivalità con Palermo. Senonchè scarso a soldati, tratta di componimento col principe di Villafranca; questi troppo ben disposto ad arrendersi è infamato subitamente dalla plebe col nome di giacobino, tanto nell'isola è ancora odiata la rivoluzione francese! Il tumulto cresce, si scarcerano i galeotti, si tempesta nelle guise più strane. Pepe, astutamente longanime, arriva nullameno a concludere un accordo, che Napoli infatuata della propria superbia di capitale cancella, mandando il Colletta, generale che poi doveva rimanere illustre come storico, a schiacciare la ribellione.
Il Colletta vinse, disciolse la giunta ribelle, fe' giurare la costituzione spagnuola, convocò gli elettori, ma indarno. Nella riottosa isola solo i pubblici funzionari giurarono e votarono: i deputati al parlamento di Napoli ricusarono il mandato.
Intanto a Napoli la rivoluzione stagna. Malgrado le dichiarazioni di cosmopolitismo e di nazionalismo la carboneria, anzichè eccitare la rivolta nel resto d'Italia, si racchiude nel regno come nella speranza di salvarsi, quindi fallisce al di fuori e peggiora al di dentro. Le vanterie teatrali della setta sull'esempio dei frammassoni di Spagna trasformano la Vendita di Napoli in un'assemblea permanente rivale del parlamento: rivoluzione di setta che pretende naturalmente a governo di setta! Il parlamento ricalcitra, ma ricusando il consiglio impostogli di armare i carcerati non osa e non può accettare il conflitto. Le minaccie d'Europa aumentano lo scompiglio; solo la Spagna, i Paesi Bassi, la Svezia e la Svizzera hanno riconosciuto il nuovo governo; la Francia, malgrado ogni speranza di giovarsene per riacquistare in Italia la perduta influenza, rattenuta dal principio legittimista del proprio governo, tergiversa; l'Inghilterra s'astiene e s'aggronda; lo czar sfugge alle insistenze liberali di Capodistria per arrendersi ai maneggi di Nesselrode e di Metternich, il quale ricusa di ricevere a Vienna l'ambasciatore napoletano. L'Austria, sempre insidiosa, sollecita tutte le corti italiane a dichiarare che la rivoluzione, mettendole in pericolo, accetteranno una guarnigione austriaca; e queste consentono alla prima parte della dichiarazione, ricusando il pericoloso presidio. S'adunano congressi: a quello di Troppau (ottobre 1820), non ostante le ipocrite riserve dell'Inghilterra, si afferma il principio dell'intervento armato in tutti gli stati, nei quali la rivoluzione rovesci il governo legittimo; quindi all'altro di Lubiana, cui intervengono il cardinale Spina per la Santa Sede, il conte d'Agliè e il marchese di San Marzano pel Piemonte, il principe Neri Corsini per la Toscana, il conte Molza per Modena; si stabilisce la guerra contro Napoli. Solo il legato pontificio ne dissente, per timore che le truppe austriache, passando sul territorio romano, non vi si fermino.
Re Ferdinando, riuscito nei preliminari di questo secondo congresso a farvisi invitare dagli alleati, ottiene il permesso di andarvi a patrocinare la causa della rivoluzione dalla miracolosa insipienza del proprio parlamento. Lo stesso Poerio decide l'assemblea a questa scempiaggine: Guglielmo Pepe francamente convertito al costituzionalismo rimane fedele al re, il generale Carrascosa si dichiara persino pronto a ripetere la scena del diciotto brumaio contro l'assemblea.
Intanto giù nella piazza si urla freneticamente: la costituzione di Spagna, o morte!
Ferdinando parte. Appena giunto in Firenze vi rinnega col duca la giurata costituzione, scusandosene come di violenza patita: da Lubiana manda il conte Del Gallo a significare il volere degli alleati; il reggente si trincera dietro la volontà del padre per sottrarsi a quella del parlamento, che convocato a sessione straordinaria, superando se stesso nell'ingenuità, dichiara il re prigioniero e coartata la sua lettera al figlio.
La guerra è dichiarata con frasi epiche, ma l'esercito, quantunque numeroso, poco vale: gli aiuti del generale Wilson inglese, offerentesi di comporre 4 reggimenti di volontari, per non essere stati accolti in tempo, non giovano; i volontari accorsi da altre parti d'Italia non bastano; i generali sono discordi e non sinceri. Carrascosa, regio di sentimento, sostiene la difensiva; Pepe, costituzionale inetto ma soldato impetuoso, declama di eroismi disperati; il Colletta ministro della guerra, invido di Pepe e sfiduciato forse di ogni resistenza, soffiando sul loro dissidio, disunisce la loro azione. Pepe, spintosi con mossa avventata su Rieti, è battuto: il corpo di Carrascosa si sbanda all'avvicinarsi del nemico; gli austriaci entrano in Napoli senza colpo ferire, mentre Poerio con incredibile puerilità protesta contro l'invasione, dichiarando «incostituzionale e quindi impossibile traslocare il parlamento senza il concorso del potere esecutivo, invocando la saviezza di sua altezza reale e del suo augusto genitore».
Questa fu la suprema affermazione della rivoluzione napoletana.
Ferdinando ritornato livido d'ira richiama il Canosa: grandinano le condanne di morte; nuovi patiboli s'inzuppano del sangue dei più generosi rivoluzionari che non seppero o non vollero fuggire; l'esodo degli esiliati, respinti dalle frontiere pontificie con cattolica crudeltà e vaganti nel terrore dell'abbandono e della morte, desola le provincie; la polizia infellonisce con sì sfacciata barbarie che lo stesso generale austriaco Frimont minaccia il re di ripassare la frontiera se non cacci il Canosa. E questi va ministro presso non migliore tiranno, Francesco IV di Modena.
Così finiva questa rivoluzione settaria, egoisticamente regionale malgrado alcune prime intenzioni nazionaliste, ferocemente unitaria contro la Sicilia, scioccamente costituzionale nella fede al re, ridicolmente guerriera nella resistenza all'invasione, senza che il popolo delle provincie e delle città v'intendesse cosa alcuna.
Rivoluzione piemontese.
Nessuno degli errori della rivoluzione napoletana fu evitato in Piemonte.
Bonapartisti e carbonari l'accesero senza accordi con Napoli, mentre la più volgare esperienza politica avrebbe dovuto suggerirli anche senza il lontano magnanimo scopo dell'unità d'Italia. Napoli aveva armato quarantamila uomini alla difesa, e quarantamila erano gli austriaci all'attacco: piombare alle spalle di questi ringagliardendo gli altri con una diversione, sollevare la Lombardia, gettare un grido alle Romagne sempre pronte ad ogni moto, tendere la mano alla Toscana, congiungere con una medesima parola di riscossa Venezia e Genova, antiche rivali di mare ora affratellate dalla sventura della servitù, doveva essere l'inevitabile programma della rivoluzione piemontese dopo gli errori commessi a Napoli. Invece non solo non si ebbe idea di una vera rivoluzione, ma nemmeno un concetto dell'impresa che ne uscirebbe.
Siccome qualche diplomatico come il Crotti di Brusasco, legato sardo a Pietroburgo, per ravvivare la tradizione della monarchia piemontese, consigliava al re di prendere con larvate riforme costituzionali la direzione delle forze liberali latenti nella penisola, così l'agitazione rivoluzionaria cominciò colla forma ingenua di due indirizzi al sovrano. Si sperava in tal modo di strappargli la benda dagli occhi e di persuadergli la costituzione spagnuola. Poi l'11 gennaio 1821 gli studenti di Torino tumultuavano per l'arresto di alcuni di loro comparsi al teatro d'Angennes con berretti rossi alla greca. La carboneria, sempre più accademia che setta, bizantineggiava ancora sulla scelta della costituzione da proclamarsi, perdendo tempo e circostanze per l'insurrezione: finalmente mandava deputati alla grande Vendita di Parigi, specie di sinodo europeo, cui convenivano i liberali di Spagna, i radicali d'Inghilterra, l'eterie di Grecia e ogni altra setta politica. I deputati, traditi forse dalla polizia francese, furono catturati al ritorno e i disegni di ribellione scoperti.
Carlo Alberto di Carignano, presunto erede dei Savoia rimasti tutti senza prole, era da tempo il capo e l'eroe predestinato della carboneria piemontese. Aveva ricevuto educazione cittadinesca a Ginevra; a 15 anni era entrato volontario nell'esercito napoleonico; poi richiamato dalla restaurazione del 1814 sui gradini del trono e odiato dalla corte meno ancora per la sua inevitabile qualità di erede che per la sua affettazione di sentimenti liberali, pareva a tutti l'uomo del destino italiano. Monti, servile ed incorreggibile retore, lo aveva già salutato come l'astro sorgente della patria: più tardi un altro poeta doveva colpirlo col fulmine di una maledizione che scosse tutta Italia. Carlo Alberto, senza fede nella libertà e senz'amore per la patria, tergiversava fra la gloria di compiere una rivoluzione e il timore di perdere un trono. La sua indecisione finiva di paralizzare il processo già lento della carboneria. La corte avvertita non osava risolversi; l'Austria più pronta mandava il generale Bubna a chiedere di occupare Alessandria: a questa domanda il re, già fanaticamente ostile alla rivoluzione tramata nel suo nome per farlo re costituzionale di tutta l'alta Italia, si riaffermava nei propositi di resistenza. Dalla Lombardia l'altra setta della federazione italiana, raccolta sotto la maschera della scienza o della letteratura nelle sale dei conti Gattinara e Confalonieri, spingeva il Piemonte all'insurrezione giurando seguirlo, ma non voleva essere prima all'esempio. Finalmente Alessandria si solleva al grido di: viva la costituzione, morte ai tedeschi! costituendo una Giunta della Federazione italica. Asti, Pinerolo ed altre città sono trascinate nel moto: a Torino un colpo di mano rende i federati padroni della fortezza. Carlo Alberto, che nel vile egoismo dell'anima dubbia aveva già tradito i rivoluzionari rivelando i loro disegni al ministro della guerra, non può sottrarsi alla propria parte di cospiratore; e mentre Torino si decide davvero in favore della rivoluzione, e Vittorio Emanuele si dimette per non rispondere all'appello che lo proclama re dell'alta Italia, diventa reggente per Carlo Felice succeduto al trono e residente in Modena.
Le antitesi della sua posizione come rappresentante della dinastia e delegato della rivoluzione trionfante, finiscono di scombuiarlo. Incalzato a scoprirsi, indugia, largisce amnistia come di una colpa alle truppe che lo hanno sollevato al nuovo governo; finchè, vinto da pressioni di ogni sorta, promulga la costituzione spagnuola «salvo le modificazioni che dalla rappresentanza nazionale in una con Sua Maestà il re verranno deliberate». Si crea una giunta provvisoria di governo, chiamando a capo del nuovo ministero Ferdinando Dal Pozzo, un regio che, dopo aver giustificato il tradimento di Carlo Emanuele III al Giannone, doveva poi vendere la penna all'Austria scrivendo un libro Sulla felicità che gli italiani possono e debbono dal governo austriaco procacciarsi.
Ma Carlo Felice, più retrivo e tiranno di Vittorio Emanuele, ordina alla truppa di concentrarsi a Novara sotto il generale Latour, fulmina da Modena condanne di ribellione contro tutti i sudditi aderenti al nuovo governo. Carlo Alberto, sempre falso ed incerto, non ha ancora nè convocati i collegi, nè dichiarata la guerra all'Austria; posto quindi nella necessità di ribellarsi o di sottomettersi, non sa essere nè francamente ribelle, nè astutamente traditore. Ricusa di ricevere Santarosa venuto da Alessandria per eccitarlo alla guerra; poi, vedendolo sostenuto dalla pubblica opinione, lo nomina ministro della guerra, e la medesima notte, fingendo di mandare il cardinale Morozzo a Carlo Felice per indurlo a mutar consiglio, fugge a Novara presso il generale austriaco Bubna, donde emana un proclama di ubbidienza al nuovo re.
Era un'infamia ed avrebbe potuto essere una fortuna. Ma la rivoluzione, libera dagl'intoppi della reggenza, non osa nè il proprio principio, nè i propri modi. Tutto peggiorava intorno ad essa: lo czar ordina al generale Jermolov di mettersi in marcia; quindici mila austriaci si avanzavano chiamati da Carlo Felice. A Torino non si pensa nemmeno a bandire la guerra popolare e si lasciano al conte Latour il governo di Novara e al conte di Andezeno quello della Savoia, sebbene entrambi nemici della rivoluzione; i carabinieri della capitale minacciano di sollevarsi in favore dell'assolutismo, il popolo assiste spettatore; Genova rivale tumultua per separarsi dal Piemonte; Nizza, ricovero di Vittorio Emanuele, tace; e le notizie di Napoli, finendo di prostrare gli spiriti, persuadono la sommessione. La Giunta incapace di alzarsi al disopra della legalità costituzionale decretando la decadenza del re, discende a trattare col conte Mocenigo, ambasciatore russo, del perdono, e avrebbe acconsentito ad ogni più duro patto senza la nobile fierezza del Santarosa, che dopo aver cercato inutilmente di risollevare gli animi perfino con false novelle d'insurrezioni lombarde e di vittorie napoletane, vedendo che tutto è perduto, vuole almeno salvare l'onore. E il suo fu salvo; ma la rivoluzione si disciolse dopo lo scontro di Novara, nel quale i generali Ferrero e San Marzano furono dispersi dopo fiacca resistenza dalle truppe austriache. Il 9 aprile il generale Latour entrava trionfante in Torino, mentre Carlo Alberto, salutato oltraggiosamente dai tedeschi col titolo di re d'Italia, trattato come valletto da Carlo Felice che respingesse le sue lettere sbattendole sul volto dei corrieri, riparava in Firenze sotto la protezione dell'ambasciatore francese, malgrado questi dichiarasse di accordargliela solo nel nome della legittimità.
Repressioni assolutiste.
Frattanto la Lombardia, per non aver osato muoversi, subiva egualmente i rigori della più feroce repressione. Già ai primi rumori della rivoluzione napoletana, l'Austria dichiarava rei di alto tradimento tutti i carbonari, e correi quanti omettessero di denunciarli; quindi si moltiplicarono gli arresti, mirando a colpire gli uomini più celebrati. Alessandro Andryane affigliato alla società dei maestri sublimi fondata a Ginevra da Buonarroti, còlto a Milano con tutte le carte, compromise un numero stragrande di liberali; altri accusarono Carlo Alberto di averli denunciati; i nuovi inquisitori Bolza e Salvotti peggiorarono con incredibili perfidie il disastro. Fra gli arrestati più insigni furono Pietro Maroncelli, Silvio Pellico, Melchiorre Gioia, Giandomenico Romagnosi, il conte Giovanni Arrivabene, il conte Confalonieri, il principe Pallavicini. Nel terribile dramma non tutti perirono: Gioia e Romagnosi si salvarono, Laderchi s'infamò eternamente come delatore, Silvio Pellico, Maroncelli, Oroboni, Foresti, don Fortini, Confalonieri furono seppelliti vivi nella rocca di Spielberg. In Piemonte le condanne di morte salirono a novantadue, per fortuna quasi tutte contumaciali; molte furono eseguite in effigie e fra esse quella del principe della Cisterna, una discendente del quale doveva poi arricchire coi propri milioni un nipote di Carlo Alberto. Più terribili ancora furono le misure contro gli uffiziali che avevano partecipato alla rivoluzione.
Negli Stati pontifici, focolare del Sanfedismo, la repressione scoppiò senza che rivoluzione vi fosse stata: di quattrocento processati molti vennero condannati specialmente per opera del Rusconi e del Sanseverino, legati a Ravenna ed a Forlì, alla pena capitale commutata poi nella reclusione. In Toscana il granduca non volle processi; Maria Luigia invece li permise a Parma e vi furono coinvolti Ferdinando Maestri e Jacopo Sanvitale illustri professori, cui le pene vennero commutate in esilio. A Modena la reazione s'infamò nel supplizio del prete Andreoli, simpatica figura di apostolo, che aprì il martirologio dei preti patrioti. Gli alleati, commossi al rapido trionfo, lo ascrissero «al terrore, onde la provvidenza colpì le ree coscienze», ed annunziarono con ingenua baldanza all'Europa che d'ora innanzi «i cambiamenti utili o necessari nelle legislazioni e nelle amministrazioni non devono emanare che dalla libera volontà, che Dio rese responsabile del potere».
Così l'assolutismo, separandosi dal diritto, giustificava qualunque futuro eccesso della rivoluzione.
L'Italia era oramai tutta soggetta all'Austria. Re Ferdinando, dopo aver nominato con abbietta gratitudine il generale austriaco Frimont principe di Antrodoco con duecentoventimila ducati di dote, per timore di nuovi pronunciamenti militari sciolse l'esercito affidando la custodia del regno a quattro reggimenti svizzeri e a trentacinquemila austriaci. Alla sua morte nel 1826 Carlo Felice, per compiacere a Metternich, si affrettò a persuadere re Francesco di prolungare l'occupazione austriaca, ma questi, sicuro del proprio stato e corto a quattrini, non potè consentirvi: nullameno il regno di Napoli dipendeva direttamente dall'Austria. A peggio ancora, per opera di Carlo Felice, era disceso il Piemonte. Il nuovo re, tirannicamente inflessibile coi sudditi, fu così servile verso l'Austria che non solo il generale Bubna, occupata Alessandria, potè mandarne la chiave della cittadella all'Imperatore, e questi pubblicarne la notizia nella gazzetta ufficiale, ma dopo tale insulto il legato sardo, conte di Pralormo, ebbe incarico di offrire all'Austria i più amichevoli accordi per mantenere la pace nella penisola contro lo spirito rivoluzionario. A questo intento Metternich propose un supremo magistrato d'inquisizione a Modena per cercare ed impadronirsi delle fila della cospirazione: i re di Sardegna e di Napoli si affrettarono ad aderire; ma le corti di Toscana e di Roma, sempre diffidenti dell'ingerenza, vi si ricusarono.
Metternich portò la questione al congresso di Verona.
Questo terzo congresso, come complemento di quelli di Troppau e di Lubiana, avrebbe dovuto decidere su la rivoluzione di Spagna, l'indipendenza delle colonie spagnuole, la tratta dei negri, la pirateria d'America, le controversie della Russia colla Turchia per l'Oriente, la rivoluzione greca e le condizioni interne dell'Italia.
Ma a questo congresso di cristiani, nel quale il pontefice di Roma aveva per legato il cardinale Spina, gli ambasciatori greci non furono nemmeno ricevuti. Gloria d'eroismi, santità di religione, ineffabili dolori di stragi patite, nulla valse a vincere l'egoismo politico dei congregati, tementi in ogni moto di popolo una ribellione al diritto divino.
Per l'Italia si decise lo sgombero degli austriaci dal Piemonte, che lo sollecitava meno per alterezza di regno che per sgravio delle finanze; poi si volle imporre alla Svizzera l'infamia di consegnare tutti i fuorusciti politici rifugiativisi sulla fede dell'onore republicano. L'accanimento del legato sardo conte Della Torre nel triste proposito, e la facile adesione di Chateaubriand, il nobile bardo cristiano che aveva saputo resistere alla seduttrice prepotenza di Napoleone, rivoltarono ogni spirito onesto. La Svizzera resistette degnamente; la Toscana, meno forte di essa, fu anche più magnanima, e respinse la codarda persecuzione ai vinti della rivoluzione con parole che parvero eco dei secoli morti, quando i magni spiriti de' suoi cittadini republicani rispondevano con invincibile orgoglio alla superbia dei re. Quindi il supremo magistrato d'Inquisizione in Italia fallì. Il cardinale Consalvi e il Fossombroni, quegli da Roma e questi da Firenze, vi si opposero con fortunata costanza. Per Napoli si convenne di ridurre l'occupazione a soli 35,000 austriaci, e che le due consulte di stato, residenti a Palermo e a Napoli, si accentrassero dietro istanza del principe Ruffo in quest'ultima, unica capitale del regno.
Su tutti gli altri argomenti poco si discusse e meno si decise: la tratta dei negri fu condannata platonicamente; sulle sollevazioni dell'America, malgrado le insistenze dell'Inghilterra, non fu preso alcun partito; su quella di Spagna si permise alla Francia la malaugurata spedizione del duca di Angoulème per dare alla inonorata orifiamma dei Borboni il battesimo della vittoria. Chateaubriand perdette in quest'impresa tutta la propria gloria di poeta, giacchè, sperando di riconciliare i Borboni colla Francia sul campo del trionfo, li rese strumenti odiosi della Santa Alleanza contro un popolo eroicamente ribelle al peggiore dei tiranni.
In Spagna erano già accorsi da ogni parte d'Italia i più generosi fra i vinti rivoluzionari, quasi a punire se medesimi di aver fallito nelle patrie rivoluzioni e ad apprendere dal più indomabile fra i popoli d'Europa il segreto della resistenza invincibile. Gl'italiani, secondo la dolorosa tradizione che li aveva sempre resi incomparabili come avventurieri e partigiani, si copersero di gloria; il nome d'Italia fu acclamato con ammirazione dagli spagnuoli così alteri del proprio coraggio, mentre da lungi con più epico grido rispondevano i greci raggruppati intorno a Santorre Santarosa e ad altri italiani. Ma nel campo dei crociati francesi che s'avanzavano sotto Madrid gridando: muoia la costituzione, viva il re assoluto!, Carlo Alberto di Carignano, volontario della tirannide, combatteva nuovamente contro i traditi compagni di cospirazione, per ottenere dalla Santa Alleanza il prezzo del primo tradimento raddoppiato dall'infamia di tale espiazione.
E vinse, e il papa, italiano degno di lui, mandò al duca di Angoulème, generale da palcoscenico, come premio delle vittorie spagnuole il berrettone e lo stocco che avevano santificato i trionfi di Giovanni d'Austria, di Sobieski e di Eugenio di Savoia contro i turchi.
Così cessarono i moti italiani del '20 e del '21. La insurrezione delle Calabrie aveva provocato la rivoluzione di Napoli, questa affrettata l'altra di Piemonte; la Lombardia inerte aveva lasciato agli austriaci ogni facilità nelle repressioni, Genova e Venezia vi avevano assistito spettatrici, la Toscana calma nella propria sicurezza, Parma sussultando appena, Modena rabbrividendo, il regno pontificio nella più svogliata disattenzione. L'Austria spalleggiata dalla Santa Alleanza doveva vincere militarmente, ma vinse anche politicamente. La carboneria non ebbe nè destrezza alla preparazione, nè audacia allo scoppio, nè dignità nella sconfitta. La rivoluzione parve a tutti quello che era, cioè una sommossa militare svanita al primo giungere in piazza. Vi si imitava la Spagna, si attendevano ordini dalla Vendita di Parigi, si proseguì a sperare negli aiuti della Francia. Il popolo, non consultato prima, non fu armato poi: Napoli non pensò a Torino, Torino a Milano, Milano ad alcun'altra città. L'Italia era così poco persuasa della propria nazionalità politica che i rivoluzionari, malgrado l'affratellamento delle sètte, entrando nella scena politica, ricadevano nelle abitudini del regionalismo.
L'Austria, militarmente poco stimata fra le memorie ancora sfolgoranti della grande epopea napoleonica, distendendo il proprio protettorato sull'Italia, vi aveva adottato la più sapiente delle politiche. Inesorabile ai liberali e ai demagoghi, frenava contemporaneamente gli eccessi della controrivoluzione, imponendo a Ferdinando di Napoli per due volte di cacciare il sanguinario Canosa: abbassava l'aristocrazia, seduceva la borghesia colla regolarità di un'amministrazione superiore a quella di ogni principe italiano, atterriva tutti colla vigilanza instancabile di una polizia, alla quale i codici non erano ostacolo e denari ed armi non mancavano mai. Il congresso di Vienna, dopo quelli di Troppau e di Lubiana, aveva persuaso ai popoli che ogni loro moto sarebbe inesorabilmente represso: ogni rivoluzione avrebbe quindi dovuto sentirsi sorella delle altre, invece di isolarsi quasi a cercare salute nella propria piccolezza.
L'esercito austriaco di occupazione si mostrava ammirabile per rispetto alle popolazioni, mentre i francesi della prima rivoluzione e dell'impero le avevano manomesse: i funzionari civili, ancora più disciplinati, non avevano iattanza di padroni, ma la glaciale terribilità di sudditi usi a non discutere mai gli ordini del sovrano e ad eseguirli contro tutti. Infine l'Austria assicurava la pace ardentemente voluta da tutte le classi, dispensando o quasi dalla coscrizione e rendendo ridicola alla ragione volgare ogni speranza di rivolta colla strapotenza del proprio impero. I due elementi d'insurrezione, pretese aristocratiche ed idee liberali, erano del pari combattute; distrutta ogni forma di vita politica, i municipii così schiavi da non poter prendere alcuna iniziativa. Con abile intendimento la letteratura fu da essa talmente disprezzata che il pensiero stesso ne soffrì: l'istruzione discese a mestiere meccanico. Gli avvocati, sempre pericolosi come classe e per lo studio del diritto e per la clientela degli affari, perdettero il diritto di arringa, per discendere al grado di procuratori soggetti alle regole di una carriera burocratica come i giudici. Quindi proibito il viaggiare a tutte le persone sospette, diffranta la società in un atonismo che lasciava ogni individuo solo contro la vasta organizzazione e la granitica compattezza dell'impero.
Era più di quanto bastava. L'esaltazione lasciata dalle idee rivoluzionarie e dalle imprese napoleoniche negli spiriti italiani non poteva resistere nè al freddo del nuovo ambiente, nè alla logica di un sistema opponente sempre la più innegabile realtà alla più incerta delle ipotesi.
Ma questa compressione, assicurando all'Austria il presente, le preparava un terribile futuro. Le franche dichiarazioni del congresso, separando i re dai popoli e il diritto divino dal diritto popolare, rendevano più chiare le idee nella coscienza dei popoli. La lotta si presentava inevitabile. La vita, scissa nella propria unità, ricominciava il processo dialettico della propria ricomposizione, e poichè tutto era negato dall'autorità dei padroni, i servi si persuadevano della razionalità di ogni muta aspirazione. La coscienza, costretta a nascondersi dietro le proprie porte, vi ricostruiva segretamente come ai primi tempi del cristianesimo un nuovo mondo ideale, riconciliandovi le antitesi storiche contrastanti al di fuori la vita dell'azione. Quindi la poesia e l'attività delle sètte non scemò. Un elemento tragico purificò la giovinezza di tutti coloro, cui l'eccellenza della natura non consentiva di putrefarsi nella inazione o di obliarsi nella volgarità della vita materiale. L'idea dell'unità d'Italia fu appunto suggerita dall'uniformità del dispotismo; non essendovi più alcuno Stato di carattere italiano per alzare contro l'Austria la bandiera della libertà, il popolo solo nell'unità della propria storia, della propria lingua, della propria servitù, dei propri dolori, delle proprie speranze, restava italiano. Allora ricominciò il fermento delle idee rivoluzionarie recate dai francesi della prima invasione; i prigionieri spariti nelle ròcche della Moravia, pei quali non si era osato un grido al momento della condanna, diventarono fratelli primogeniti di tutti gli oppressi; i fuorusciti corsi a combattere nella Spagna e nella Grecia giganteggiarono eroi nelle fantasie e nei racconti popolari; l'aristocrazia oppressa come il popolo gli si avvicinò; la borghesia, troppo attiva per stancarsi nelle bisogne materiali e anelante alla scienza e al potere, si dilatò riunendo in un pensiero comune i due estremi sociali; la letteratura crebbe, la filosofia si rialzò, le scienze ripresero l'interrotto lavoro. L'autorità fu tirannide straniera: il pensiero dell'indipendenza accomunò tutte le classi, ospitando nelle proprie pieghe tutte le passioni della libertà.
Capitolo Secondo.
Trame ed insurrezioni del '31
Incubazione liberale.
L'opposizione scoppiata in Francia fra liberali e realisti aveva aperto una palestra a tutti gli ingegni d'Europa.
Una discussione sapiente ed appassionata, vasta e minuta, caustica fino alla satira ed inesauribile come un pettegolezzo, obbligava tutti gli antichi diritti a produrre i propri titoli contro il mondo nuovo prodotto dalla rivoluzione e garantito dalla Carta. Le dispute delle Camere insegnavano ai popoli le teoriche di una sovranità popolare, che i disordini della rivoluzione e le guerre dell'impero avevano loro impedito di comprendere. Il nuovo liberalismo borghese in lotta colle ultime reazioni realiste appariva molto più bello e generoso di quanto poi doveva mostrarsi. Si reclamavano tutte le libertà, si voleva tutta l'uguaglianza legale. Gli antiquati privilegi, costretti a confessare il proprio principio, diventavano ancora più ridicoli che odiosi; il re prigioniero della Carta non era più che un funzionario insubordinato contrastandone l'applicazione, meritevole di espulsione come ogni altro se ardisse violarne i patti. L'aristocrazia, disonoratasi negli avari reclami, coi quali aveva ottenuto dalla Francia esausta un miliardo d'indennizzo, appariva codazzo di servitori a un re servo di stranieri, più straniera del re avendo per vent'anni combattuta la patria sotto tutte le insegne, ignorante di fronte alla nuova borghesia padrona di tutte le scienze, spregevole dinanzi all'esercito che un'altra aristocrazia di eroi aveva guidato alla vittoria su tutti i campi d'Europa, odiosa al popolo che l'aveva veduta fuggire ai primi gridi della rivoluzione e ritornare ai primi disastri dell'invasione. La parìa non rappresentava quindi che la corte, mentre il parlamento, per quanto l'elettorato ne fosse ristretto, rappresentava la nazione.
Aristocrazia e dinastia negavano rivoluzione ed impero: la Francia riaffermando l'una e l'altro voleva essere sovrana di se stessa per ritornare alla testa dell'Europa.
Laonde tutti i popoli agitati dall'idea rivoluzionaria miravano a lei, come aspettando la parola di nuove rivoluzioni.
Giornali e libri, aiutati dalle nuove facilità di comunicazioni, portavano ovunque la luce e il calore degli insegnamenti liberali. Una letteratura senza esempio in alcuna epoca della storia illuminava dalla Francia tutto il mondo, mentre il grande periodo filosofico della Germania chiudendosi apriva quello più vivace delle applicazioni politiche e scientifiche. La solidarietà, insegnata loro dalle guerre napoleoniche, rendeva i popoli più pronti ad accogliere i nuovi principii e ad intendersi nell'azione per trarne le conseguenze; la borghesia, ancora sola a combattere, era costretta dalla dialettica della storia ad affettare una democrazia migliore del proprio cuore e maggiore del proprio interesse. Il parlamentarismo, barcollante sulla doppia base della sovranità popolare e della regalità ancora consacrata dal diritto divino, si esauriva, addestrandosi a più alte prove nello sforzo quotidiano di conciliare le antitesi rinascenti da una costituzione considerata dalla corte come una concessione e dalla nazione come un diritto, nella quale il re si sentiva violato e il popolo si aspettava di essere ad ogni ora tradito. Religione e clero, ostili alla costituzione, vi si destreggiavano per comandare ed impinguarsi; i costumi mutati proseguivano l'opera livellatrice della rivoluzione; l'arringo politico, esigendo attitudini scientifiche e abitudini popolari, diventava sempre più difficile all'aristocrazia, mentre l'aumentata facilità dell'istruzione attirava il popolo a queste battaglie del pensiero. Naturalmente la Francia, discutendo per tutti dall'alto delle proprie tribune, congiurava per tutti nel segreto delle proprie sètte afforzate dai veterani della rivoluzione e dai soldati dell'impero coll'energia di gente usata a tutti i pericoli. Da Parigi muovevano gli ordini e si attendevano soccorsi. Spagna, Grecia, Germania, Polonia, Italia seguivano nell'armi contro tutti gli Stati feudali. La Grecia si ostinava nella propria guerra contro i turchi, aspettando nella sicurezza eroica dell'istinto da una contraddizione europea l'urto necessario a frangere a suo favore l'unità dispotica della Santa Alleanza; l'Italia, ricaduta dopo le meschine sollevazioni di Napoli e di Torino nella prima soggezione, seguitava con più nobile fervore l'opera segreta della propria ricostituzione.
Un fecondo disinganno era succeduto alla disperazione delle ultime sconfitte. Nè la corte di Torino, nè quella di Napoli avrebbero mai accettato di capitanare la rivoluzione; l'organismo delle sètte si era addimostrato insufficiente, l'isolamento dell'insurrezione aveva loro conteso persino l'onore di una morte eroica. Si cominciava a comprendere che il malcontento militare dei residui napoleonici e le pretese arcaicamente generose o ipocritamente egoiste dell'aristocrazia essendo senza forza, la borghesia sola avrebbe dovuto fare la rivoluzione, mentre il popolo seppellito nell'ignavia secolare vi assisterebbe quasi impassibile. Si potrebbe calcolare su qualche sua collera, non sulla sua fede rivoluzionaria; la miseria, l'ignoranza, un timore cieco dell'Austria, un rispetto superstizioso per Roma, gl'impedivano di comprendere l'idealità del mondo moderno. Le sue passioni erano ancora quelle delle antiche plebi; molte sue abitudini, specialmente nelle campagne infestate da banditi, si sarebbero prestate a virtù di guerra, ma gli mancavano ancora la passione indispensabile al coraggio d'insorgere e l'idea necessaria alla costanza di una rivoluzione. Lo stesso dispotismo dei governi era quasi senza oppressione per il popolo uso da secoli a servire, dacchè le nuove persecuzioni preferivano coloro più alti per grado di classe o elettezza di natura.
Nullameno l'idea d'Italia cresceva, aiutata dalle idee liberali. Si sentiva confusamente che qualche cosa doveva pur mutare, se l'opposizione fra la coscienza dei migliori e la prepotenza dei governanti aumentava ogni giorno d'intensità: ogni moto all'estero diventava promessa, il progresso commerciale ed industriale conduceva per la via sicura degl'interessi al liberalismo, la guerra al pensiero lo costringeva ad alzarsi sino ai principii e a destreggiarsi nell'abilità di espedienti che potessero sconfiggere la forza bruta dei governi. Le sètte ristringevano nuovi vincoli di fratellanza, che gli emigranti annodavano coll'estero; l'odiosità delle polizie irritando anche il popolo allentava in esso i vincoli dell'antica soggezione; le università si mutavano in focolari di congiura e in caserme, entro le quali si preparavano armi per tutte le battaglie. Oramai la vanità obbligava i giovani ad avversare i governi e ad evitarne gl'impieghi. I libri parlavano tutti d'Italia, ogni parola era un appello, ogni reticenza un'allusione. Quel bisogno di grandezza morale, eterno nella coscienza pubblica, non trovando modo di appagarsi nella vita politica dei governi mutati in prefetture austriache, rivolgeva gli spiriti altrove, nello spettacolo dei popoli liberi, derivandone una passione d'invidia, che era amore all'Italia e odio allo straniero.
Condizioni uniformi dei governi.
Napoli e Torino erano le due sedi peggiori della tirannide paesana, la Lombardia la provincia più serva, il regno pontificio il più spregiato e sconnesso, la Toscana il migliore ducato. Infatti Ferdinando III, ricondottovi dalla reazione del 1814, vi si mostrò così mite e generoso, accordando ospitalità ai proscritti e resistendo all'Austria, che la sua morte fu sinceramente pianta e il suo successore Leopoldo quasi amato per lunghi anni. Però questi, ipocrita e malvagio per natura, essendosi accordato segretamente con Vienna e con Modena contro i liberali, non li ospitava più che per denunziarli segretamente. Intanto la tradizione lorenese seguitava nelle migliorie amministrative e nell'abbandono di ogni carattere politico. Non rappresentanze popolari, nessuna milizia degna di tal nome, distrutta la marina; le scuole floride per ingenito vigore, ma l'istruzione non riconosciuta strada a cariche eminenti; nessun concetto di governo tranne quello della polizia; nessuna coscienza nè toscana nè italiana.
Peggiore di lui, Carlo Lodovico di Lucca, succeduto alla propria madre Maria Luisa di Borbone, si rotolava nelle più oscene demenze, nominando lo stalliere Tommaso Ward a ministro delle finanze, e sperperando il pubblico denaro con sì cinica rovina dello Stato che il granduca di Toscana, nella propria qualità di erede del ducato per diritto di riversione, dovette pubblicamente protestare di non riconoscerne i debiti. E a questa mala condotta il giovane duca era spinto dall'Austria, insignoritasi per mezzo del conte di Bombelles, destro ed ignobile diplomatico, del governo nel piccolo ducato. A Parma la duchessa Maria Luisa seguitava nelle eleganti dissipazioni, considerando il proprio Stato come un feudo austriaco.
In Piemonte Carlo Felice vi aveva dai primi giorni meritato il nome di Carlo Feroce. Reazionario sino alla crudeltà e fanatico oltre ogni ignoranza, dopo essersi reso proconsole dell'Austria, le umiliò quella corona, che la sua stirpe aveva sempre difeso con ogni maniera d'inganni e di battaglie contro le pretensioni imperiali. Forse nessun re d'Europa ebbe allora della propria regalità un concetto più antiquato ed angusto di Carlo Felice, e nessuno fu meno re di lui. Ristabiliti tutti i privilegi antichi, riconsegnò le scuole ai gesuiti quando nella stessa Francia borbonica questi venivano sfrattati dalle scuole laiche; così il Piemonte ripiombò in un'atonia intellettuale che gli sforzi di pochi pensatori solitari non valsero a scuotere. Dell'esercito, antica gloria e costante forza del Piemonte, non ebbe e non poteva avere concetto, dacchè il vero presidio d'Italia, secondo il suo spirito reazionario, era l'Austria. Per la nuova vita politica e civile non sentì che ripugnanze; e repugnante a tal punto gli era Carlo Alberto di Carignano, malgrado ogni suo pentimento ed umiliazione, che lo avrebbe escluso a favore dell'Austria dalla successione, se la vittoria della nuova rivoluzione francese (1830) e le minaccie del suo governo, pronto in tal caso ad invadere il Piemonte, non lo avessero finalmente deciso a serbare italiano il proprio trono. Così finiva la dinastia dei Savoia, cresciuta illustre fra battaglie ed intrighi, senza che mai il Piemonte fiorisse di quella civiltà che aveva reso immortali Firenze e Venezia, Milano e Genova. L'ultima speranza d'Italia sembrava vanire con questa dinastia abbastanza forte nel tramonto dei principati per costituirsi regno, quasi a preparare con esso il passaggio dalla federazione all'unità; mentre Napoli, separata dal resto d'Italia per l'enorme muraglione dello stato pontificio e troppo diversa d'indole, si era venuta a mano a mano isolando. Il centro ideale d'Italia passato da Pavia a Milano, da Milano a Firenze, da Firenze a Venezia, da Venezia a Torino, sul lembo estremo d'Italia, come nel luogo più adatto allo scambio delle influenze europee per mezzo della Francia, si dissolveva con questa dinastia di re guerrieri non mai distrutti da alcuna guerra, e che nessuna guerra sembrava poter più rimettere alla testa d'Italia.
Carlo Alberto di Carignano, che doveva innestarsi sovra di essa, si era già due volte infamato col tradimento e coll'espiazione.
A Napoli Francesco I, succeduto a Ferdinando, finiva colla più incredibile corruttela di rovinare il regno martoriato da tanti anni di guerra e di rivolte. L'ignominia del piccolo duca di Lucca nominante uno stalliere ministro delle finanze sparve negli scandali del governo napoletano trafficato da certo Michelangelo Viglia e da Caterina di Simone, entrambi camerieri del re e della regina. Francesco I, più falso e codardo del padre, ne ereditò gl'istinti feroci e la scempia bigotteria. Francesco Del Carretto, carbonaro convertito al sanfedismo, fu il più feroce de' suoi proconsoli; il Medici seguitò ad essergli ministro, ma con infernale ironia re Francesco I si compiacque a lasciare arbitro supremo del governo il proprio cameriere. Le rapine, le malversazioni, le atrocità poliziesche, l'ipocrisia religiosa, la miseria del popolo, l'oblio d'ogni legge, giunsero al colmo. Metternich stesso ne fu così indignato che, seguitando nell'abile politica di frenare gli eccessi della contro-rivoluzione per togliere al popolo ogni pretesto d'insorgere, ammonì severamente il perverso monarca. Alcune congiure, scoppiate piuttosto come esplosioni di dolore che quali tentativi rivoluzionari, vennero represse con inaudita ferocia: il paese di Bosco fu distrutto a cannonate da Del Carretto e fra le cruenti rovine vi sorse una colonna a perpetuo ricordo e minaccia; altre congiure furono simulate o fomentate dalla polizia, per atterrire simultaneamente il re ed il popolo. Nel 1827 la povertà delle finanze costrinse il re a rinunziare alla garanzia dell'occupazione austriaca, per fidarsi ad una guardia di 6000 svizzeri così dimentichi della loro antica libertà e così poco persuasi della nuova da servire come sicari di ogni tirannide; ma anche questa spesa bastava ad opprimere il troppo debole bilancio. La milizia napoletana, alquanto ritemprata dalla educazione delle guerre napoleoniche, ricadde nella antica ignavia; la marina, conservata piuttosto per fasto che per difesa, si coperse di vergogna dinanzi ai corsari di Tripoli; la polizia sola usò le armi contro il popolo della città e della campagna, insanguinandole per ogni più lieve pretesto. L'aristocrazia, ligia alla corte, si gettò nella corruttela per arraffarvi ricchezze; la borghesia abbandonata invilì sotto le minaccie di processi non guarentiti da alcuna procedura, e di condanne alle quali nessuna innocenza poteva essere ostacolo; il popolo rimase plebe quasi selvaggia nelle campagne, oziosa e viziosa nelle città.
La reazione proseguiva peggiorando giorno per giorno; fra governo e paese si allargava un abisso sul quale nessuna costituzione avrebbe più saputo gettare il proprio ponte, o gittandolo saldarlo così fortemente sulle ripe che la storia vi passasse. Le due maggiori monarchie italiane erano dunque decadute da ogni funzione politica, dopo avere per oltre due secoli riassunto tutta la vita politica nazionale: e questa, ricominciando non solo al di fuori ma contro di esse, accennava chiaramente che principio e forma del suo futuro governo avrebbero ad essere assolutamente diversi. Ma di questo principio e di questa forma nessuno ancora fra gli spiriti magnanimamente ribelli sapeva precisare qualcosa. Se i governi reazionari non erano più che una negazione assurda e feroce, la rivoluzione ancor rudimentaria non era che la negazione di questi governi, e nemmeno così vasta ancora da comprenderne gli Stati; il rispetto alla tradizione storica e la soggezione a tutte le autorità non permettevano che di sperare in piccole migliorìe amministrative o in cambiamenti di re per l'appagamento dei più immediati interessi. Occorrevano quindi molti altri anni di persecuzione e di studi per educare la nazione alla fede della propria sovranità politica.
Questo periodo fu il più torbido della storia italiana, perchè nè governi, nè Stati, nè popoli vi ebbero coscienza: Roma stessa, che, cosmopolita di carattere, avrebbe potuto ottenervi un forte significato, inducendo col proprio principio ieratico una specie di unità nella reazione monarchica, parve più meschina delle altre corti. Il cardinale Consalvi, istrutto dalle traversie della rivoluzione e dell'impero, avrebbe voluto nella ristorazione pontificia salvare qualcuna delle conquiste moderne, ma la sua opera e la sua politica ostile all'Austria furono tosto abbandonate. Un antico rancore diplomatico separava l'illustre segretario di Pio VII dal nuovo pontefice Leone XII, pallida ombra di Sisto V, che si accinse alla reazione senza accorgersi di annullarvi i resti della politica del proprio Stato. Il problema imposto dalla storia al papato sfuggì al pontefice. Nella reazione europea, che rimetteva in tanto credito la religione, il papato avrebbe dovuto costituirsi arbitro supremo delle monarchie per dirigerne e dominarne l'opera.
Bisognava, sceverando i miglioramenti inevitabili ai tempi dai principii rivoluzionari, contrapporre alla logica della rivoluzione la dialettica di un'autorità capace di sorpassare l'opera angusta e contraddittoria dei parlamenti con generose iniziative, nelle quali, dietro l'esempio napoleonico, le monarchie si fondessero con una democrazia arditamente progressista e al di sopra delle quali Roma cattolica brillasse come un faro. Se il papato fosse stato ancora storicamente vivo, forse quest'idea vi si sarebbe espressa, ma, rovesciato dalla conquista del direttorio, cacciato dall'altra dell'impero, quasi schiacciato dall'Austria al congresso di Vienna, poi ricondotto a Roma come un simulacro fra i tanti dell'arte che la Francia restituiva alla città eterna, non ebbe e non potè avere vita politica. Il papa non vi fu più che un sovranello come Ferdinando e Vittorio Emanuele, sottomesso all'Austria, timoroso dei propri sudditi, incapace di affrontare il gran problema del secolo, respinto fatalmente nei regni del passato come tutti coloro cui è chiuso l'avvenire. La reazione, invece che a Roma, ebbe il proprio centro a Vienna; ma poichè questa minacciava di assorbire nel proprio patronato tutti gli Stati italiani come la rivoluzione intendeva a minarli, la condotta dei principi e del pontefice si smarrì in un dedalo di contraddizioni inconciliabili. Roma rimase appena una grossa città come Napoli e Torino; la sua antica autorità non impose rispetto alla politica di Metternich, che intendeva a sottometterla; il suo primato italico andò perduto, il suo governo composto di preti e di vecchi fu vecchio di idee e di modi, la sua reazione malvagia e puerile non sventò alcun pericolo e non suscitò alcuna forza.
Leone XII, cominciando dal favoreggiare confraternite e congregazioni religiose, ridusse tutti gli studi sotto la gerarchia ecclesiastica: quindi, dietro il falso esempio dell'impero napoleonico che tentava imporre il francese, rese obbligatorio il latino alle cattedre e ai tribunali, cedette al clero ogni istituto di carità e gli riconfermò ed ampliò immunità, privilegi, giurisdizioni. Vennero tolti agli ebrei i diritti di proprietà e richiamati contro di essi i nefandi rigori medioevali, chiusi i loro ghetti con portoni e sottoposta la loro libertà all'arbitrio dei santo uffizio; si concessero nuove istituzioni di maggioraschi, e si sarebbero ripristinate le giurisdizioni baronali se il concistoro non vi si fosse opposto. Si distrussero i tribunali collegiati per avere giudizi di un solo giudice e questi più ligio: annullata ogni autonomia municipale, soppresso persino il magistrato della vaccinazione.
Ma questa reazione essenzialmente formale come non irrobustiva il governo, così non scemava le forze latenti della rivoluzione. Infatti tutte le campagne romane erano così infestate da grosse squadre di banditi che le milizie papaline ne andarono sconfitte come in regolari battaglie: poi vi si deputarono cardinali, che dopo feroci esperimenti dovettero scendere a patti coi briganti. Dall'altro canto la carboneria seguitava ad estendersi, malgrado l'opposizione dei sanfedisti organizzati a brigantaggio politico sotto la tutela del governo.
Un doppio lavorìo di società segrete minava quindi lo Stato pontificio: i sanfedisti si congregavano presso i curati e i devoti; i carbonari presso i nobili, i commercianti o i proprietari; ma la loro lotta a colpi di fucile o di coltello, illuminata da drammi di tribunale nei quali i vinti sparivano per sempre nelle carceri o spenzolavano dalle forche, rivelava tutta l'insufficienza politica del governo. Un'invincibile anarchia peggiorava ogni giorno lo Stato pontificio, rendendolo scandaloso all'Europa nei racconti degl'innumerevoli visitatori di Roma. Il giubileo (1825) inspirò deliranti angoscie al Vaticano: si temeva che i carbonari vi prendessero parte travestiti da pellegrini, e, occupata Roma, l'insanguinassero. Ma siccome Leone XII, piuttosto per riottosità di natura che per sentimento di regale dignità, recalcitrava agli imperiosi ammonimenti di Metternich, e la Francia lo consigliava d'impedire ogni commozione liberale per evitare i pericoli di un intervento tedesco, spiegò molta pompa di rigori contro il liberalismo. Il cardinale Rivarola, mandato legato a latere nella Legazione di Ravenna, memore della sua venuta nei primi giorni del 1814, v'insanì in persecuzioni ridicole malgrado la ferocia. Nell'agosto del 1825 vi condannò cinquecento e otto liberali, parecchi dei quali alla pena capitale e al carcere perpetuo: ed erano per la maggior parte nobili e borghesi, persone elette per nascita o per funzione.
Moltissimi altri subirono il precetto politico consistente nel non poter uscire di casa se non a certe ore, nell'obbligo di presentarsi ogni quindici giorni ad un ispettore e di confessarsi tutti i mesi ad un confessore approvato dalla polizia. Misure violente ed inefficaci, che confondendo governo e religione abituavano al dispregio dell'uno e dell'altra! Naturalmente i processi non avevano garanzia di sorta: i codici napoleonici soppressi dalla ristorazione del 1814 non erano ancora stati surrogati, i giudici venivano riconosciuti strumenti di polizia; naturalmente le popolazioni si disgustavano più che non s'intimorissero. Mentre il Rivarola finiva infatti d'impazzire volendo conciliare i secolari odii tra Faenza e il Borgo d'Urbecco con matrimoni imposti fra le più fiere famiglie d'ambo le parti, e la propaganda sanfedistica del giubileo menava una campagna di spionaggi e di minaccie contro le sètte liberali, queste attentarono per mano d'intrepidi sicari alla vita del timido e feroce cardinale, costringendolo a riparare in Genova. Gli successe monsignor Invernizzi con una commissione straordinaria di legulei e di soldati, che più destro riuscì a corrompere le sètte con una generale promessa di perdono a chiunque facesse spontanea confessione delle proprie colpe. Ma se l'espediente raggiunse in parte lo scopo, molti essendo stati i settari che vi si avvilirono, in parte fallì costringendo le sètte a migliore organizzazione: a Roma stessa si tentò una congiura, nella quale un Targhini e il medico Montanari lasciarono la vita.
La reazione pontificia diretta dal cardinale Bernetti, successore al Della Somaglia, non senza ingegno e temperandola con qualche miglioramento amministrativo, ispirava così poca fiducia a lui stesso, diplomatico rotto ai più difficili negozi e largamente istrutto degli altri governi, che lasciò sfuggirsi col Chateaubriand il celebre motto: Se campassi a lungo assisterei alla rovina del papato! Ma invece di cercarvi riparo, persuase al pontefice lo sciagurato motu proprio col quale, rianimando le classe dei nobili, si sopprimevano affatto i consigli provinciali.
Pio VIII dopo Leone XII trovò lo Stato senza codici e senza finanze in piena reazione contro l'opera iniziata contraddittoriamente da Pio VII per consiglio del Consalvi; quindi, reagendo sulla reazione del predecessore, cassò quanto questi aveva fatto di meno cattivo per abbandonarsi ciecamente nelle mani dell'Austria. Era l'ultima dedizione di Roma: il papa ne ebbe appena il tempo, e morì; quasi contemporaneamente cessavano di vivere Francesco I di Napoli e Carlo Felice di Piemonte.
Nuovi attori si presentavano per l'imminente rivoluzione.
La sommossa del centro.
La rivoluzione francese delle Tre Giornate di luglio rianimò in Europa le speranze liberali. Belgio, Polonia, Italia risposero con altrettanti moti, affidandosi a magnanime illusioni ben presto tradite: nella Francia stessa la rivoluzione deviò presto dalla propria mèta republicana per arrestarsi nell'insuperabile pantano di una nuova monarchia. Qualunque fossero le intenzioni dei capi rivoluzionari e per quanto facile si mostrasse l'Europa a riconoscerle, una republica francese non poteva allora trionfare per difetto di republicani, giacchè il popolo aveva piuttosto partecipato all'insurrezione parigina per insofferenza della scempia tirannide borbonica che per una ideale passione di libertà. Quindi la borghesia, prima iniziatrice della rivolta e rimasta prontamente sola nella vittoria, si scisse in due partiti: l'uno, composto di una immensa maggioranza inspirata da interessi pecuniari, anelante al potere, diffidente del popolo per egoismo di fortuna e per superiorità di coltura, imbevuta di parlamentarismo inglese e di economia classica, badò a consolidare il trionfo con una nuova dinastia sottomessa alle idee e ai voleri delle Camere; l'altro, scarsissimo di numero, torbido nei concetti, generoso nei sentimenti, innamorato del popolo e che pel popolo solo aveva combattuto, si frazionò in mille opinioni invece di proseguire nell'audacia rivoluzionaria, e, non trovando eco nelle masse incapaci di comprendere il suo moto settario, abdicò per rituffarsi nelle congiure e preparare una lontana republica.
Luigi Filippo d'Orléans, natura sordida ma ingegno destro, impersonò l'ideale borghese della involuzione, che lo nominava re, facendogli gettare sulle spalle un mantello republicano dal vecchio Lafayette, il più ingenuo fra i republicani aristocratici. Quindi la sua politica fu doppia. Sulle prime, incerto di ottenere dalle grandi corti d'Europa sempre collegate nella Santa Alleanza, il riconoscimento della propria nomina regale, liberaleggiò, prodigando promesse a tutti gli insorti e proclamando il non intervento ai monarchi contro le rivoluzioni. L'Europa sorpresa e mal preparata ad una rivoluzione continentale nicchiò: la Francia, benchè spossata ancora dagli ultimi sforzi dell'impero, atterriva le fantasie nordiche; le fiaccole rivoluzionarie agitate da Madrid a Bruxelles, da Bologna a Varsavia, turbavano le viste senili dei diplomatici: si temevano esplosioni; tutta l'Europa era minata, la Francia poteva rinnovare i miracoli del '93. Ma Luigi Filippo, che conosceva meglio di tutti la propria situazione, appena carpito all'Europa il riconoscimento, mutando linguaggio e modi aspreggiò la rivoluzione.
Quindi tutti i moti, che determinati dai primi impulsi francesi ne aspettavano altri per proseguire, si arrestarono: vi furono delusioni e sconfitte tragiche, abbiezioni e tradimenti senza nome. La Francia, riapparsa così bella e grande nelle Tre Giornate, cambiò ancora fisionomia, acconciandosi sulla magnifica testa rivoluzionaria la maschera scialba e falsa di Casimiro Périer. La prima controprova monarchica della grande rivoluzione era stata fatta dai Borboni del primo ramo; la seconda cominciava con quello degli Orléans e non doveva avere con più lunga vita miglior fortuna: l'ultima doveva essere quella del secondo impero. Solo dopo aver logorato in successivi esperimenti tutte le forme della monarchia, la Francia arriverebbe prima in Europa alla conquista della republica pel proprio principio democratico.
L'Italia si scosse. Ma se alla rivoluzione spagnuola del '20 erano insorte Napoli e Torino, i due maggiori regni nei quali più fermentavano i residui militari del napoleonismo e la carboneria, alla nuova rivoluzione francese non risposero che i ducati e le Romagne. Troppa era la forza militare dei due regni e l'energia della loro reazione, perchè si potesse contro di loro rinnovare il fallito tentativo. D'altronde se in questo decennio le idee politiche avevano progredito teoricamente, non si osava ancora iniziando una rivolta proclamare la decadenza dei sovrani e un vero mutamento degli Stati. Il regno pontificio, più scarso a soldati e più fiacco di ordini, si prestava meglio ad una sommossa, che doveva esprimere piuttosto una generosa impazienza di sentimento che un vero concetto politico. Ma anche questa volta la carboneria ripetè l'errore del '21, fidandosi ad un principe.
Francesco IV di Modena, crudele tempra di tiranno, non poverissimo d'ingegno e ricco d'ambizione, parve egli stesso cercare l'appoggio della carboneria per costituirsi nella media Italia un grosso Stato. Era il vecchio sogno dei Medici, dei Farnesi, degli Estensi colle stesse invincibili difficoltà. La storia non ha ancora potuto accertare quanta realtà di propositi e di mezzi fosse in questo ultimo sogno: i settari traditi lo ingrandirono forse nelle invettive contro il tiranno, questi spaventato lo negò. Nullameno fu chiaro che Francesco IV si era di qualche guisa accontato con Ciro Menotti, eroica ed ingenua natura di patriota, consacrato dal martirio all'onore della storia; e che, sbigottito dalle rivelazioni fatte contro di lui dallo stesso Luigi Filippo, già mescolato nelle sètte, al conte Appony ambasciatore austriaco a Parigi, si gettò colla ferocia della paura nella reazione. Parve, ed era una fazione medioevale. Ciro Menotti invano combattente rimase prigioniero; ma all'eco della ribalda ducale aggressione Bologna, agitata dalle novelle francesi, esplode: l'indomani (5 febbraio 1831) Modena riavutasi dallo stupore caccia il duca, che ripara a Mantova traendosi dietro Ciro Menotti, freno allora contro le vendette popolari, sfogo più tardi alla vendetta del tiranno. Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna s'emancipano, Ferrara imita l'esempio; Parma, Pesaro, Fossombrone, Fano, Urbino licenziano i propri governatori; poi Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni e finalmente Ancona seguono la rivolta. Il 25 febbraio un popolo di due milioni e mezzo di italiani liberi dovrebbe essere in armi e non vi è: Napoli, Torino, Milano, Venezia non si muovono. Una congiura, tentata a Roma nell'interregno del conclave dai principi Bonaparte, figli dell'ex-re d'Olanda, era fallita inonoratamente; un'altra capitanata a Firenze dal Libri, mirabile ingegno di scienziato cui la sordidezza del carattere doveva apprestare così miserabile fine, concluse ad una ridicola dimostrazione di teatro.
Quindi il moto si concentrò a Bologna, nella quale era costituito un governo provvisorio, ma giammai più nobile causa ebbe più inetti rappresentanti. Lo componevano aristocratici, professori d'università, grossi proprietari: Giovanni Vicini, volgare avvocato e peggiore politico, lo presiedeva. Il governo pontificio aveva ceduto con mollezza: i rivoluzionari furono anche più fiacchi. Del problema politico, quale loro s'imponeva, non solo non intesero nulla, ma per angustia di carattere ed insufficienza d'ingegno parvero intenti a contraddirlo. Anzitutto affermarono di essersi costituiti in governo per evitare l'anarchia dietro la dichiarazione di monsignor Clarelli prolegato abdicante all'amministrazione della provincia; poi il presidente Vicini diramò una sua scrittura di leguleio, nella quale, desumendo la libertà di Bologna dalla convenzione stretta nel 1447 fra la città e Niccolò V, finiva col paragonare le Tre Giornate francesi di luglio alle sei della creazione. Era una risurrezione del ghibellinismo federale, senza modernità nemmeno nelle frasi. A Parma e a Modena i governi costituiti si scusavano della propria esistenza, accusandone i sovrani fuggiti senza nominare altro governo. Non si pensava nè a leggi nè ad armi. La formula del non intervento, lanciata dalla Francia, pareva presidio sufficiente; non si capiva il doppio giuoco di Luigi Filippo, non si voleva aumentare la rivoluzione per non accrescerne i pericoli. Le vanità municipali si sbizzarrivano nelle teatralità di staterelli improvvisati: si mandavano deputazioni agli Stati vicini chiedendo e promettendo amicizia; ogni provincia si reggeva da sè; pareva una commedia e lo sarebbe stata, se gli austriaci intervenendo bruscamente non l'avessero mutata in dramma. Ma il governo non pensava più agli austriaci, che la formula francese del non intervento avrebbe dovuto rattenere.
L'Italia non esisteva ancora; Roma stessa, capitale del regno pontificio e quindi rivale di Bologna, era dimenticata, quantunque pel nuovo governo l'assenso e l'opposizione di Roma fosse della massima importanza. Ma l'Austria, così poco spaventata dal non intervento francese che lo avrebbe affrontato magari a costo di una guerra generale, uscì da Piacenza rimasta fedele alla duchessa per tradizionale ostilità a Parma insorta, e con poco più di un migliaio di soldati sbaragliò le scarse truppe rivoluzionarie a Firenzuola: questo bastò perchè tutto il ducato tornasse alla duchessa. Quindi toccò a Modena, che il generale Zucchi, buon veterano napoleonico disertato dagli austriaci per mettersi alla testa della rivoluzione, tentò invano difendere contro gli Estensi e gli austriaci vincitori a Carpi e a Novi. Il governo di Bologna, sempre fidente nelle promesse estere, aveva rinunciato non solo all'offesa ma alla difesa, quasi sperando dalla propria nullaggine meritare il permesso di vivere. Non si erano volute riattare le fortificazioni di Ancona; si era respinta l'idea di Sercognani, temerario colonnello faentino educato nelle guerre imperiali, che intendeva ad un'impresa decisiva su Roma; si era oppugnato il disegno di Zucchi per la formazione di sei reggimenti di fanteria e due di cavalleria. Quindi all'invasione di Modena il governo provvisorio di Bologna, rispose stupidamente che le cose dei modenesi non erano sue e che il non intervento era legge anche per lui: per quella di Ferrara replicò nel Precursore, organo governativo, che il non intervento non era stato violato perchè i trattati di Vienna vi concedevano all'Austria diritto di guarnigione; e quando finalmente Zucchi sconfitto si ripiegò su Bologna, il governo, che aveva ordinato di disarmare e d'internare quanti stranieri si presentassero armati alle frontiere, disarmò i 700 modenesi accorsi in suo aiuto. Poi il 20 marzo gli austriaci, dimenticando le derisorie promesse prodigate a quel ridicolo governo, si presentarono alle porte; e questo sempre eguale a se medesimo, intimato al paese di star quieto e alla guardia nazionale di mantenere l'ordine quale unico supremo intento, si ritirò ad Ancona col cardinale Benvenuti catturato, nelle mani del quale abdicò prontamente per chiedere amnistia. Nessuno dei membri del governo provvisorio si ricusò a firmare l'ignobile atto, nemmeno Terenzio Mamiani, anima ed ingegno tutt'altro che volgare. Il generale Zucchi, divisa la propria truppa in due corpi, ordinò la ritirata per la via Emilia e per la bassa Romagna. A Rimini, punto di congiunzione, avvenne uno scontro che salvò l'onore della bandiera, il solo che rimanesse: e poichè il generale Armandi, ministro della guerra, non aveva voluto riunire le forze dello Zucchi con quelle di Sercognani per assalire Roma, questi, spintosi fino a Rieti ed intesa la dedizione finale, dovette dar volta per la Toscana e rifuggirsi in Francia.
La rivoluzione, morta come era vissuta, non meritava rispetto e non l'ottenne. Gli austriaci violarono tosto la capitolazione, occupando Ancona un giorno prima e catturando la nave sulla quale erano saliti lo Zucchi e gli altri patrioti dirigendosi a Corfù. Comandava la corvetta austriaca in questa triste cattura il barone Bandiera, padre di Attilio e di Emilio, che dovevano dopo pochi anni immolarsi nella più arrisicata delle imprese patriottiche. Gregorio XVI, asceso al pontificato, richiamò il cardinale Benvenuti, e negò l'amnistia.
Quindi incrudelirono repressioni e vendette. Il duca di Modena chiamò al governo della polizia il Canosa, che rinfrescò la propria infame celebrità con nuovi orrori: Menotti, Borelli e troppi altri perirono; si promulgarono editti feroci sino all'assurdo, le condanne non si contarono più che a centinaia, mentre il popolo taceva allibito e il vescovo della città bandiva una lettera pastorale per additare nel duca un sovrano secondo il cuore di Dio. Maria Luigia di Parma con più mite animo si contentò invece di sospendere i magistrati partecipi della rivoluzione, e indi a poco perdonò a tutti. Gregorio XVI, dietro consiglio del cardinale Bernetti, incaricò due commissioni, l'una civile e l'altra militare, con pieni poteri di inquisire, e lasciando allo stesso cardinale di raccomandare loro la più sommaria delle procedure contro rei e sospetti: nè i giudici intesero a sordo. Un esodo di illustri propalò le sventure e le abbominazioni d'Italia; altri illustri nelle carceri meditarono e scrissero libri che valsero battaglie; molti illustri seguitarono nell'ombra il lento e solido lavoro per ridare all'Italia un pensiero nazionale.
Ma soffocata la ribellione, rimanevano a stabilire le provvidenze controrivoluzionarie. Quindi le diplomazie si accordarono, seguendo l'astuta politica dell'Austria in Italia, a chiedere con un Memorandum, rimasto celebre, alla corte di Roma alcune guarentigie municipali e giudiziarie a favore delle provincie pontificie fedeli o ribelli. Si voleva secondo l'idea più o meno espressa nei precedenti congressi ridurre lo Stato pontificio alle norme degli altri, senza accorgersi che con quest'atto implicante una certa secolarizzazione del governo papale si veniva a dar ragione ai rivoluzionari. Roma retriva e gelosa della propria tirannia interna recalcitrò, fingendo aderire: furono promesse l'elezione libera dei consigli comunali, l'istituzione di consigli provinciali, nuovi codici, la riforma dei tribunali, delle amministrazioni, delle finanze, l'ammissione dei secolari ai sommi uffici: sarebbe stata, come si disse, una èra novella. Se non che partiti gli austriaci Roma ritrattò ogni promessa; i liberali si sollevarono, i sanfedisti si armarono a combatterli. Furono inviati deputati a Roma per scongiurare la corte a mantenere la propria parola, ma questa non trattò che per guadagnar tempo: intanto le bande sanfediste ingrossavano. Il cardinale Albani, nominato legato a latere per le Romagne, attaccò gl'insorti a Cesena, e li disciolse; quindi infellonito invase Forlì, stuprando e uccidendo; gli austriaci ripassarono la frontiera accolti come liberatori dalle popolazioni tremanti per gli eccessi delle orde papaline. Al violato non intervento la Francia rispose occupando Ancona: il papa protestò, la Francia diede lo scambio ai due comandanti Combes e Galloy, troppo giacobini, col generale Cubières che si offerse sicario alla curia ma non evacuò la città. Nuovi processi si aggravarono sui vinti; gli ebrei d'Ancona dovettero pagare 600,000 franchi per l'accusa di aver veduto con piacere la rivoluzione del 1831; i sanfedisti vennero arruolati in corpi quasi regolari risuscitando una istituzione soldatesca, che Sisto V aveva cassato per ragioni di publica sicurezza. Questi strani volontari seguitavano ad abitare nelle proprie case, esenti da certe tasse e col permesso di tutto commettere. Tutto era loro consentito dalla polizia e dai tribunali; quindi rozzi e fanatici, perversi e pervertiti ne abusarono.
La diplomazia, fingendo riconoscerli sufficienti a garantire l'ordine nello Stato pontificio e dimenticando il proprio Memorandum, lasciò al papa ogni libertà di sgoverno: forse ella stessa aveva compreso l'impossibilità di spingere l'immobile amministrazione papale sulla via di una qualunque riforma, o forse la reazione universale la persuase in favore dell'assolutismo pontificio. Solo il ministro inglese lord Seymour si rifiutò di segnare la dichiarazione (gennaio 1832), colla quale si affermava che, avendo il pontefice pienamente adempito le proprie promesse di riformare lo Stato, occorrevano ora alla quiete d'Europa le misure repressive da lui prese contro gl'incontentabili ribelli.
Il risultato dell'intervenzione franco-austriaca negli Stati romani fu di costringere carboneria e sanfedismo ad uscire dal segreto delle sètte per combattersi all'aperto, precisando meglio l'antagonismo fra rivoluzione e governo: la rivoluzione degli Stati romani per contraccolpo modificò la condizione di tutti i partiti italiani. Quello assolutista si scisse: i sanfedisti degli Stati pontifici inclinavano all'Austria, mentre quasi tutte le altre società cattoliche d'Italia se ne staccavano impaurite, volgendosi ai principi indigeni. Il protettorato austriaco spaventò: si credette di poter resistere alla rivoluzione colla forza paesana della religione e della legittimità: era un primo passo all'emancipazione dello straniero, uno di quei mirabili accordi fra le forze antagoniste di una società, nei quali sembra spesso compiacersi la storia. Quindi il clero si alleò ovunque alle polizie paesane.
Il partito confusamente nazionale, da bonapartista e militare come al tempo della prima ristorazione, perdendo pressochè ogni spirito bellicoso, si mutò in riformista. Con questo spirito aveva governato l'ultima rivoluzione priva di forze soldatesche e quindi anche più inetta di quelle del '21. Laonde, non potendo sperare ulteriormente in sollevazioni o in costituzioni largite da principi, dei quali aveva fatto tanto misera esperienza, si volse a patrocinare le forze più vive della società, le lettere e le industrie, i congressi scientifici, le strade e le ferrovie. Così formò un'opinione publica intelligente ed operosa, che disarmò in parte il feroce terrore dei principi per ogni riforma, e, divulgando con efficacia idee e sentimenti politici, potè persino penetrare nelle corti. Il liberalismo, distinguendosi dalla rivoluzione, divenne come un campo, nel quale i due eccessi politici della nazione potevano incontrarsi per tentare qualche effimera conciliazione. Ma clero e nobiltà tiravano l'assolutismo italiano a nuove violenze, distruggendo i lenti e faticosi approcci del liberalismo riformista, costretto a consumarsi nello sforzo di riprodurli ogni giorno.
Il partito democratico invece fu rialzato vivamente dalla rivoluzione di luglio, nella quale apprese la necessità delle armi e di fare da sè. Il nuovo successo non fece che schiarirgli nella coscienza l'idea di una rivoluzione veramente italiana e simultanea contro preti, nobili, principi e stranieri. Gli ostacoli erano troppi e troppo forti. Nullameno il distinguerli e misurarli era già un immenso vantaggio; si usciva finalmente dalle ridicole teatralità della carboneria segreta, si smettevano gli inutili vanti degli avanzi napoleonici, si cercava sopratutto una nuova propaganda che affratellasse nella passione e nella fede. Contro tanti e sì potenti nemici non era difficile comprendere che solo il popolo, immenso di numero e di forze per quanto ignaro ed incerto, poteva combattere.
Il grido di Ciro Menotti morente: non vi fidate a stranieri! doveva fra poco essere raccolto dal genio eroico del risorgimento italiano.
Intanto le repressioni seguitavano infuriando. Il governo pontificio difeso da francesi, austriaci, truppe indigene, due reggimenti di svizzeri, volontari, centurioni, non avrebbe dovuto consigliarsi colla paura; nullameno punendo insanì. Chiuse le università per consentire poi l'insegnamento delle scienze a maestri privati, negò i gradi accademici a tutti i giovani anche minorenni mescolati alla rivoluzione, molti respinse dal fòro, a tutti attraversò ogni carriera onorata. Così aumentava il numero dei settari. Disciolti i consigli comunali e condannati quanti tale dissoluzione non approvassero, vennero mutate le già arbitrarie rappresentanze municipali in congreghe servili e faziose; perseguitati i liberali, negati i passaporti, sorvegliate le famiglie, violati i domicili. Finanze, industrie, commercio, polizia, tutto peggiorò.
La mite Toscana soppresse il giornale l'Antologia; fu bandito il Colletta moribondo; incarcerati il Salvagnoli, il Bini, il Guerrazzi; e si sarebbero perfino invocati gli austriaci, se il vecchio Fossombroni opponendovisi non fosse stato ancora tanto stimato da poterlo impedire. Nullameno altre condanne di esilio colpirono il La Cecilia, il Poerio, il Giordani: l'antica ospitalità, che aveva fatto della Toscana il paese più gentile ed amato d'Italia, cessò. Sull'animo poco schietto e meno coraggioso del granduca Leopoldo II pesavano le minaccie di Vienna e i suggerimenti del Piemonte, spingendolo a crudeli repressioni coll'accusa di usare clemenza per sedurre i liberali e diventare con l'opera loro re costituzionale di una Italia libera. Eroica ingiuria, che nessun sovrano d'Italia poteva allora meritare! Così re Carlo Felice, al quale nei primi rumori della rivoluzione di Bologna era stata presentata una supplica, secondo il remissivo procedere dei liberali piemontesi, per ottenere più liberi ordinamenti, rispose collo stringersi all'Austria contro ogni istanza di lord Palmerston e col cacciare in carcere i supplicanti: fra questi primeggiavano il Bersani, il Balestra, il Brofferio. Carlo Alberto succedutogli (21 aprile 1831) li prosciolse, ma lasciando nelle prigioni i traditi cospiratori del '21. Triste inizio di regno che doveva finire più tristamente! Il nuovo re per unica riforma diede un consiglio di stato di nomina regia e con voto consultivo su materie dal governo proposte: come prima idea politica si accodò all'Austria per sottrarsi ad ogni liberale influenza francese. Ma all'indomani della sua assunzione al vecchio trono di Savoia, ridotto negli ultimi anni ad insozzato predellino del trono imperiale degli Asburgo, gli scoppiava sul capo, violenta come una bufera ed abbagliante come un sole, la prima lettera di Giuseppe Mazzini, giovanissimo e già esule dall'Italia, per ricordargli il tradimento del '21 e promettergli il perdono da una vittoria italiana. Le più calde pagine di Machiavelli diventavano gelide al confronto di questa lettera, che bruciò quante coscienze la conobbero, e, passando anonima di mano in mano, parve scritta dall'Italia stessa al nuovo re di Piemonte. Chi poteva mai, scrivendo così, sottrarsi alla gloria del proprio genio?
A Napoli Ferdinando II, succeduto a Francesco I, sordidamente avaro e non meno simulatore del padre, finse onesti sentimenti con un'anmistia politica, che, alleviando le condizioni dei condannati, non mutò affatto i criteri del governo. Questi, cresciuto dai gesuiti alle più assurde idee del dispotismo, non ebbe e non potè avere alcun concetto politico. La sua affettata passione pei soldati non era che sfogo di giovanile iattanza e astuta misura per assicurarsi del loro favore dopo quello della plebe; infatti l'animo suo stupidamente malvagio si rivelò nella nomina di Del Carretto, il feroce incendiario di Vallo, il distruttore di Bosco, a successore dell'Intonti nel supremo magistrato della polizia, quando quest'ultimo per carpire al re una qualunque costituzione simulò coi propri agenti e d'accordo coi liberali congiure di rivolta. La nomina di Del Carretto fu la risposta del re, pronta ed inesorabile. Poco dopo a Messina, nel luglio del 1831, Ferdinando II, passando una rivista militare, ordinava una carica alla baionetta per cacciare nel mare metà della popolazione intenta allo spettacolo. E rise di questa sanguinaria ed imbecille imitazione di Caligola, che faceva precipitare dal ponte fra Baia e Pozzuoli la stipata moltitudine plaudente alla sua biga imperiale.
Questa rivoluzione del '31, se pure può chiamarsi così, chiuse il periodo dei moti regionali, liquidando tutti gli avanzi della rivoluzione e dell'impero francese. La sua inanità concettuale e l'inettitudine del suo processo, inevitabili allora, persuasero che nessuna indipendenza parziale sarebbe mai stata possibile in Italia, finchè l'Austria vi avesse dominato tutte le corti e Roma rattenuti nella servitù spirituale tutti gli spiriti. Naturalmente il progresso delle idee doveva condurre nella necessità di una ricostituzione italica a formule rivoluzionarie più vaste e positive: quindi la minoranza degli intelletti più audaci e dei cuori più generosi, gittando ogni prudenza e sorvolando ogni difficoltà, pensarono ad un'Italia una, libera, indipendente, republicana in una rivoluzione concepita come fine e mezzo a se medesima; confusero nello stesso sdegno eroico le tiranniche intimazioni dell'Austria e le fallaci promesse della Francia, l'esoso dispotismo dei principi e la subdola autorità di Roma. La maggioranza della gente, desiderosa di un meglio senza il coraggio di arrischiare il presente qualunque si fosse, e rispettosa dei diritti dei principi e dei papi, mirò ad una rigenerazione lenta con un accordo di tutti i poteri sociali, coi sovrani confederati contro lo straniero e largheggianti di riforme coi sudditi, con Roma banditrice di libertà in nome del vangelo e alla testa della confederazione. Ma erano ancora idee torbide e sentimenti indecisi. L'imminente partito dell'unità doveva essere lirico ed appassionato, ingenuo fino al ridicolo, ma parato sempre a riscattarlo col martirio, intrattabile nei compromessi ed assurdo nell'ostinazione: quello della confederazione invece calmo, dotto, rimpinzito di storia per sostenere la propria tesi irrompente da tutto il passato italiano, ma fiacco nell'azione, nascondendo nelle pieghe della prudenza molte viltà, spesso falso nelle intenzioni e nelle opere.
Nullameno per legge storica esso doveva riempire il nuovo periodo, perchè con un fallito esperimento di confederazione la coscienza nazionale si staccasse dalla formula antica della propria vita, avviandosi per quella dell'unità al conquisto del gran principio moderno proclamato dalla rivoluzione francese del dogma della sovranità popolare.
Capitolo Terzo.
Il pensiero politico nel moto letterario
I primi gruppi.
Questi rivolgimenti politici si ripercuotevano nel pensiero nazionale.
Al tempo dell'impero napoleonico l'opposizione non era rappresentata che da impiegati malcontenti e da giovani esaltati nelle classiche memorie dell'antichità: pei primi tutte le questioni diventavano amministrative, pei secondi svaporavano in prediche poetiche di ribellione indecisa contro le cose e le persone; giù nella massa il sentimento nazionale, volendo chiamarlo così, era intorbidato tanto dai benefizi delle nuove idee liberali quanto dalle inevitabili vessazioni della dittatura militare; peggio ancora pregiudizi regionali, religiosi e sociali falsavano ogni giudizio. Ma colla ristorazione austriaca la scena cangiò: alle angherie dei francesi, sempre larvate da promesse di un regno italico o consolate da speranze di facili miglioramenti, successe un'oppressione senza diritti e senza avvenire: l'Austria schiacciò popoli e principi, cancellando ogni idea liberale della rivoluzione francese. Naturalmente questo bastò perchè coloro medesimi, i quali da principio non simpatizzavano troppo con essa, ne capissero tosto il valore e la verità. Il pensiero si destò ai gridi di dolore della coscienza italiana. Quindi nella nuova ricomposizione dei partiti l'opposizione si spostò, formandosi a gruppi con elementi bonapartisti e liberali d'ogni gradazione, per passare indi a poco in ogni forma di letteratura. Al di fuori delle corti e delle polizie, nelle quali interessi privilegiati e coalizzati toglievano di sentire la contraddizione della politica governativa colla vita italiana per risognare un passato, che gli eccessi medesimi della reazione constatavano impossibile, ogni coscienza culta e disinteressata doveva fatalmente accorgersi che l'Italia aveva bisogno di maggiore libertà e di leggi migliori.
L'opposizione fu dunque in tutti, ma non si esplicò che nella azione dei più forti.
La scuola di Monti agonizzava entro la scenica decorazione, nella quale aveva ospitato con servile indifferenza avvenimenti e padroni d'ogni sorta: quella di Foscolo, nobile d'intenzioni ed austera nel carattere, cresceva nella passione dei giovani, che affacciandosi alla vita sentivano ventarsi sulla fronte l'aria di un secolo nuovo. La grande rivoluzione letteraria del romanticismo giunse anche in Italia a sommuovere gli ultimi strati classici, che Foscolo stesso aveva rispettati. Ma il romanticismo innovatore ed insieme reazionario, ritogliendo l'arte alla tradizione delle scuole per rituffarla nella vita del popolo e rivelarle con altra interpretazione tutto il passato, implicava un ritorno alla religione; e questa contraddizione agli istinti del secolo produceva una bizzarra ed intensa passione per tutte le antichità medioevali. Quindi un'altra divisione di scuole venne a scindere l'opposizione, che il dispotismo straniero avrebbe sempre più condensato. La tormenta della grande rivoluzione francese placandosi lasciava negli spiriti un immenso bisogno di pace e di fede; si cominciava a comprendere la falsità del metodo rivoluzionario altrettanto assoluto nella distruzione che assurdo nell'ateismo; s'inorridiva degli eccessi francesi, si diffidava del popolo, nel quale il carattere era ancora di plebe. Laonde la scuola francamente rivoluzionaria non ebbe più rappresentanti; invece quella romantica, malgrado le proprie inconciliabili antinomie, apportava una formula che la costrinse a rapido e magnifico sviluppo. Il romanticismo era anzitutto libertà letteraria.
In Italia il primo gruppo di combattenti si strinse a Milano, rimasta come capitale momentanea del regno italico il maggiore centro letterario, e fondò un giornale col titolo falso di Conciliatore. Lo scrivevano Confalonieri, Pellico, Romagnosi, Rasori, Ermes Visconti, Berchet, Borsieri e Pecchio. La loro prima battaglia fu contro la letteratura vacua e pretenziosa degli ultimi classicisti, che, perduta la pompa affascinante di Monti e la scarna austerità di Alfieri, rimbambivano nella pedanteria dei precetti scolastici o nelle puerilità armoniose della lingua. A costoro, che seguitavano ricantando i classici, opposero Camoens, Shakespeare, Byron, Schiller, Goethe; poi dalle questioni letterarie si discese alle pratiche, appassionando gli animi pel mutuo insegnamento, pei battelli a vapore, per l'illuminazione a gaz; si evocarono le memorie del regno italico: si toccò la linea che separa la politica dalla letteratura. Ma la disputa rinfocolandosi trasse i giovani combattenti fuori del campo, cosicchè si videro il giornale soppresso (1819) da un ordine della polizia, mentre badavano a combinare l'alleanza della politica colla letteratura accogliendo in un bizzarro eclettismo le idee più disparate, dalla costituzione spagnuola all'estetica tedesca e all'economia inglese.
Il gruppo si sbandò, molti perirono tragicamente. I processi del '21 dispersero nelle carceri o negli esigli gl'ingenui novatori: Rasori si rituffò nella medicina, illustrandosi ed illustrandola; Romagnosi, sfuggito alla condanna, si chiuse nell'operosità di studi filosofici; Borsieri suo discepolo, Confalonieri, Silvio Pellico sparirono negli antri dello Spielberg. Ma la breve propaganda aveva così poco toccato il popolo che i condannati furono coperti d'ingiurie attraversando Verona: quindi parvero dimenticati. Silvio Pellico, allora leggermente volterriano, fors'anco materialista, di tratto in tratto economista come scolaro di Gioia, amico di Foscolo, poeta più melodrammatico che tragico, anima più sensibile che appassionata, si fiaccò nel carcere. Quello sgomento, che già aveva sorpreso Manzoni meditando sulle tempestose tragedie della rivoluzione francese, lo colse negli squallidi silenzi della segreta, in quella eterna luce di tramonto che gli scendeva dall'alto delle inferriate come un gemito. Il romanticismo che covava nel suo spirito si sviluppò. Pellico si convertì alla religione dei propri carnefici e scrisse Le mie prigioni, spaventevole poema, con alcuni carcerieri, pochi personaggi muti, due o tre compagni d'infortunio, una prigione buia, un imperatore invisibile al disopra di tutti e Dio al disopra dell'imperatore. Il cospiratore era vinto, il nuovo cristiano predicava coll'antico fervore del congiurato la rassegnazione alla schiavitù, additando lo stesso cielo in nome del quale tiranni e preti opprimevano. L'immenso successo delle Mie prigioni, quando furono stampate nel 1831, rivelò lo stato della coscienza nazionale ancora troppo soggetta alla codarda morale del clero e troppo poco educata all'orgoglio delle battaglie.
Ma soppresso il Conciliatore, usciva a Firenze l'Antologia, raggruppando altri ingegni e riprendendo la guerra. Dante, che Monti aveva travisato in una sonante ed abbarbagliante imitazione, risorgeva come poeta nazionale per opera specialmente di Foscolo: si moltiplicavano le edizioni della Divina Commedia, nuovi commenti non più informati a piccinerie filosofiche o erudite apparvero; Arrivabene e Troya vi si distinsero, poi tutti vi si cacciarono falsando con intenzioni patriottiche il significato del poema, che nullameno giovò a ricostituire la coscienza letteraria. Un gran fervore di studi si apprese alla gioventù: le Accademie si dettero a utili e nobili lavori, si vollero forme moderne e idee nuove. L'antico tipo del letterato pretensioso e disutile scomparve, ogni libro ebbe uno scopo sociale; non fu più permessa la puerilità di quei diverbi letterari che avevano divertito l'ozio delle passate generazioni. Ma gli scrittori erano tuttavia divisi, oltre che per scuole, in gruppi regionali non senza lievito di ostilità: i libri più divulgati in Toscana erano appena noti in Lombardia, quelli di Napoli per giungere a Torino dovevano impiegare molti anni. Nè il mestiere dello scrittore era senza pericoli e dolori: i governi sospettosi vegliavano e censurando condannavano: la pubblica opinione poco giovava: la stessa coscienza degli autori, combattuta da principii inconciliabili di autorità e di emancipazione, non trovava sempre in se medesima l'energia di una lotta, nella quale il riposo era conteso e negato il trionfo.
Però un'intenzione italiana animava ogni scritto. I giornali scarsi, mal redatti, diretti da gazzettieri ligi alla polizia, non potevano diventare arma di battaglia contro i governi, o, tentandolo per opera di giovani animosi, erano presto soppressi. D'altronde il popolo in gran parte analfabeta non leggeva. I libri valevano meglio, perchè capaci di lasciare più profonde impressioni e di educare opinioni più durevoli. La grande massa del pubblico rimaneva nullameno svogliata: quelli che, leggendo per ozio di vita o cultura di spirito, partecipavano col pensiero alla vita spirituale della nazione, erano stati educati quasi tutti dal clero o nell'abitudine di famiglie egoisticamente chiuse in se medesime e timorose di ogni novità per troppo lunga esperienza di servitù. La bigotteria, profittando del nuovo fervore romantico verso la religione, affettava grande e signorile importanza; l'impossibilità materiale d'una rivoluzione, che i ripetuti tentativi infelici disonoravano nel timido buon senso dei più, rafforzava il rispetto ai principi, mentre lo spionaggio delle polizie assiderava ogni calda ed improvvisa risoluzione.
Il dualismo letterario.
Quindi delle due grandi scuole letterarie, che allora si divisero il campo, quella della rassegnazione e quella della rivolta, la prima fu la più numerosa ed accetta. A capo di essa splendeva Alessandro Manzoni, guidava la seconda Francesco Domenico Guerrazzi: entrambi poderosi nell'ingegno, profondamente e largamente originali. Intorno a Manzoni si strinsero Pellico, Grossi, Torti, Tommaseo, più tardi il Carcano e il D'Azeglio; con Guerrazzi instava scettico ed appassionato il Bini, tempestava il Berchet, poi folgoreggiò il Niccolini; da Napoli lanciava inni simili a girandole il Rossetti, quindi stridè la satira del Giusti; alto su tutti, più moderno e nulla meno antico quanto il dolore umano, si librava Leopardi, quasi immagine disperata della patria che quegli sforzi generosi non avrebbero salvato.
Ma se nel Manzoni un cattolicismo troppo più cristiano di quello politico di Roma attutiva le passioni esasperate dall'oppressione indigena e straniera, attirando l'egoistica prudenza dei molti piuttosto a speranze di riforme graduate che alla necessità di una rivoluzione nazionale, il sentimento di questa era pur così vivo nel grande poeta da ispirargli tra gl'inni dell'Adelchi la più rovente rampogna di battaglia. Nel suo stesso romanzo tanto lodato, attraverso la falsità di caratteri popolari che allora parvero meravigliosi di esattezza, e sotto il velo di una morale che sconsigliando la lotta conclude fatalmente alla tirannia dei malvagi responsabili solo in faccia a Dio, si coglie una onesta intenzione democratica, che riconosce unicamente nel popolo la poca virtù capace di albergare sulla terra. Ma contro Manzoni, del quale la coscienza religiosa e semi-rivoluzionaria, accordandosi con quella della massa, doveva rimanere come specchio di quella della nazione, sorgeva tempestando il Guerrazzi. Preso nell'orbita della grande cometa di Byron, egli è fosco e solenne, impetuoso e compassato, credulo e scettico: la sua collera come quella del mare gitta schiuma e ruggiti, la sua parola scoppia come il baleno, la sua passione ulula come una bufera. Libertà, odio allo straniero ed al prete, orgoglio italiano, antagonismo regionale, amore democratico e rancore plebeo, pessimismo ateo e deismo biblico, tutto fermenta nel suo spirito; incapace di misura, nullameno conserva sempre l'atteggiamento scultoriamente classico di un gladiatore; tribuno, fonde la veemenza dell'apostolo con quella del profeta. I suoi libri spesso pensati e scritti nelle carceri sono battaglie: il suo disprezzo per la gente è un tonico che la fortifica, le sue invettive hanno il vigore di un'argomentazione, la sua teatralità abitua ai pericoli delle parate per giungere a quello degli scontri.
Nessun scrittore fu allora utile e potente più di lui, nessuno pure doveva essere più presto dimenticato. E mentre il Guerrazzi, facendo dell'arte una catapulta, scagliava i propri libri come macigni sui nemici della patria, Berchet esule lanciava da lungi canzoni di guerra e di maledizioni che facevano stringere convulsamente le mani cercando un'arma a chiunque le ascoltasse; Niccolini risaliva sonante di lirica sul teatro di Alfieri, mutando la tragedia in una battaglia per la libertà, spesso a rovescio della storia, moltiplicando personaggi e fantasmi che parlavano contro i tiranni, come irrompono i torrenti e divampano gl'incendi; Giusti ravvolto nell'anonimo, come l'eterna satira popolare, gittava fra quelle ardenti declamazioni lo stridore di un sarcasmo che finiva di rendere spregevoli i nemici della patria, già diventati odiosi a forza di essere odiati. Vivido, leggero, infallibile nella malizia quanto l'antico popolo di Firenze, il nuovo poeta coglieva il falso di ogni partito, spingendo alla rivoluzione collo scherno a tutte le autorità, e con così intensa passione di patria da mutargli spesso il lazzo amaro in un eroico urlo di sfida.
Ma sulle due scuole della rassegnazione e della rivolta, sui nuovi guelfi e ghibellini, su coloro che non avrebbero voluto sacrificare il cattolicismo alla rivoluzione, e quelli che dichiaravano la libertà inconciliabile colla religione, Giuseppe Mazzini, alto nello sforzo di riassumere le due opposte tendenze, predicava l'insurrezione in nome del diritto e il martirio in nome di una religione che del cristianesimo accettava quasi tutta la parte essenziale. Scrittore politico più rivoluzionario ed efficace di tutti, dava corpo agl'incerti fantasmi delle due scuole colla doppia formula dell'unità e della republica italiana in una prosa serrata come una falange e nullameno sinuosa come un'onda, balenante e melodica, esatta come una geometria e capziosa come una pittura, italiana più che quella medesima di Machiavelli e tanto moderna che oggi pure nessun'altra ha ancora saputo ripeterne l'animosa ed animatrice naturalezza.
In tanta effervescenza di novità si rivangava naturalmente il passato; a ciò spingeva la passione romantica, e quella dialettica storica che costringe i popoli ad estrarre il futuro dalla coscienza del proprio passato. La morta erudizione si animava d'intenzioni creatrici, i congressi scientifici fingevano assemblee nazionali, i canti del popolo erano sfide alla tirannide, le allusioni dei libri e dei discorsi avevano l'improvviso e la precisione delle coltellate. La stessa questione della lingua dibattuta con tanto accanimento si mutava in problema nazionale, giacchè l'insurrezione di tutte le provincie contro la primazia toscana e la confusa difesa di quest'ultima menavano all'unità di un linguaggio piuttosto parlato che scritto, non più imbalsamato nella tradizione, ma vario e mobile come la vita. La critica, trascinata dall'istinto novatore della letteratura, cangiava i vecchi canoni delle scuole per accoglierne altri dalla storia e dalla filosofia; l'arte ribattezzata da Canova nel classicismo greco, spezzava con Bartolini il sacro fonte per avventarsi a mal comprese originalità; si moltiplicavano le storie regionali, s'investigavano gli archivi, si cercava il segreto delle epoche trascorse quasi per indovinare quello dei fatti imminenti.
Il contatto e la diffusione delle letterature europee spronavano a grandi cose col confronto umiliante dello stato attuale italiano, giacchè la boria del passato, diventando argomento contro l'oppressione straniera, non toglieva di sentire a quanta distanza si fosse ancora dalle nazioni che guidavano il movimento europeo.
Bisognava tutto rinnovare e tutto fu miracolosamente rinnovato. Giammai l'Italia ebbe più grande operosità spirituale; dalla ristorazione del '15 alla rivoluzione federale del '48 il numero dei grandi italiani è tale che fa battere il cuore di nobile orgoglio.
Colletta e Botta.
Nella letteratura politica, dopo il Conciliatore, le opere di Guglielmo Pepe e di Santorre Santarosa rivelano meglio di ogni altra le idee d'allora negli uomini d'azione, che, separati dalla vita nel segreto delle sètte, non solo vi diventano incapaci di afferrare il significato storico di un momento, ma non v'imparano nemmeno l'abilità necessaria alle cospirazioni. Al disopra di esse levasi per senno politico la storia della rivoluzione napoletana di Vincenzo Coco: dopo di essi il Colletta e il Botta, fra la turba degli storici accumulanti in lavori parziali l'immenso materiale della futura grande storia d'Italia, esprimono un altro momento dell'opinione publica italiana. Quegli bonapartista, nemico della carboneria e uomo del potere anzitutto, giudica la rivoluzione napoletana del '20 come una serie gratuita di errori, senza afferrare la causa recondita di un movimento storico, che pure riceve contraccolpi da tutto un moto europeo; non sente la fatalità dell'antitesi in quel processo rivoluzionario, al quale mancano i due grandi principii dell'unità e della sovranità nazionale; ma, nemico implacabile della monarchia borbonica, la trascina alla gogna dell'immortalità colla paziente passione di una analisi, cui nulla sfugge. Senonchè il suo pensiero si offusca alla fine: fra i regii sempre carnefici, e i rivoluzionari sempre inetti, l'avvenire è impossibile. Il bonapartismo fallito non può ripetersi; la religione ridotta dai preti ad arma di battaglia non saprebbe mutarsi in sostegno; il popolo non esiste e non esisterà; l'Italia non è, non fu, non sarà mai che una regione spezzata in singoli Stati; e lo storico, rifugiandosi indarno nell'angustia di un concetto puramente napoletano, muore senza risolvere il problema impostogli dalla propria storia. Quando questa uscì, il successo ne fu immenso: si parlò di Tacito, si ammirò la severa grandezza dello stile classico, al quale avevano collaborato il Giordani, il Niccolini e il Capponi; ma di nobile e d'importante davvero non ne scaturiva che l'odio alla monarchia borbonica, così intenso da propagarsi in contagio contro ogni altra monarchia.
La conclusione, che il Colletta non aveva osato di trarre dalla propria storia, la cavò il Botta, e fu un odio profondo ed ingenuo contro la rivoluzione francese venuta a turbare il naturale sviluppo della storia italiana. Colletta era rimasto vittima della crisi nell'impossibilità di conciliare la doppia impotenza dei regii e dei rivoluzionari in un'idea di progresso; Botta si cacciò risolutamente indietro, isolando il passato d'Italia ed isolandola da tutto il mondo. Egli non si domanda il perchè della rivoluzione o dell'impero francese: le tempeste e le disgrazie hanno forse sempre un perchè? Secondo lui la libertà era antica in Italia, le repubbliche di Genova e di Venezia l'avevano applicata coll'equa combinazione di un patriziato immobile e di una democrazia municipale. Perchè dunque erano finite così tristamente? Botta non se lo chiede. La Francia, compiendo di sopprimerle, non reca in Italia che leggi geometriche; ma l'assoluta uguaglianza civile, che sola può produrre la sovranità nazionale, ripugna al vecchio italiano. La rivoluzione francese non ha che a presentarsi per vincere, e Botta profondamente innamorato del proprio paese dimentica la propria autorità di storico, colla quale aveva condannato la nullaggine infame di tutte le corti italiane, per sposare subitamente la causa dei vinti contro i nuovi barbari. Ogni mossa dell'esercito francese per lui è un errore, ogni riforma una profanazione; i liberali sono parricidi, i reazionari possono essere assassini, ma in fondo hanno ragione. La caduta del potere temporale non soddisfa più in lui il giansenista, la sostituzione di Murat a Ferdinando IV non lo compensa, il benessere prodigato dal governo unitario dell'impero napoleonico non lo appaga. Il suo patriottismo italiano trionfa della sua ragione: le republiche improvvisate e morte eroicamente, come quella di Napoli, non vietano a lui democratico il rimpianto delle vecchie dinastie cadute senza decoro nè di diplomazia nè di battaglia. Quindi rifugiato nell'adorazione di Torino, spia la caduta dell'impero aspettando il ritorno dei Savoia, dai quali non chiede e non aspetta nulla, ma nei quali sembra sentire istintivamente la continuità della storia italiana: e alla fine della propria storia, scorato e confuso, conclude in un lamento sull'incorregibile perversità umana e sull'inutilità di seguirne le vicende.
L'esagerazione dell'odio alla Francia aveva già toccato gli ultimi termini nel libro stravagante di un altro piemontese, il conte Galiani di Cocconato, che paragonò l'invasione francese alle calate dei barbari.
L'influenza del Botta sul pensiero nazionale fu efficacissima. La sua sincerità nel rivelare gli orrori delle corti italiane scemava l'effetto del suo odio alla rivoluzione francese venuta a spazzarle, mentre il suo patriottismo, che aveva resistito a tutte le speranze della libertà per passione della patria indipendenza, rinfocolava l'odio all'Austria ben più tirannica di Napoleone. La sua irreligione, i suoi istinti democratici persistenti nella disperata difesa dell'aristocrazia per opporla alla demagogia straniera giovavano nella nuova guerra contro l'autorità dei papi e dei principi, cui il ravvivarsi della religione per opera della reazione romantica ridava forze più minacciose. Che se il suo scettico scoramento sminuiva nei lettori la fede ai destini della patria, il nuovo pessimismo della scuola romantica, ebbro di violenze patriottiche, bastava a temperarne l'effetto; mentre l'autorità dello storico, allora immensa, serviva come arma contro coloro che avrebbero voluto vedere la salvezza solo in un ritorno all'antico.
Il principio rivoluzionario abilissimo a giovarsi di tutto non derivava dai due storici che gli effetti della loro critica al passato, lasciando all'entusiasmo dei giovani scrittori aprire le porte del futuro colla magica chiave dei sogni. Perché il presente di quella reazione monarchico-austriaca fosse irremissibilmente condannato nella coscienza della nazione bastava che nessuno dei magni spiriti, combattendo il liberalismo per le tragiche ed incomprensibili contraddizioni de' suoi primi momenti, si ergesse difensore del passato: e nel passato si poteva come Botta condannare per patriottismo l'invasione francese, non assolvere i principii dei vecchi governi in nome dei quali si pretendeva ancora di governare.
Ma la corrente rivoluzionaria ingrossava tutti i giorni. Una turba di minori letterati, accodandosi ai grandi, ne rinforzava e ne diffondeva l'opera; il rispetto alla religione cresceva nei più per influenza della scuola manzoniana; ma il nuovo sentimento religioso, sorto come reazione contro l'empietà rivoluzionaria, non l'aveva al tutto dimenticata, e separava involontariamente la religione dal clero: questo non poteva più essere stimato che a patto di conformarsi interamente allo spirito di quella. I nuovi credenti non avevano che a ricordarsi per ritornare increduli: l'ingenuità della vecchia superstizione era finita; il cattolicismo profittava della crescente religiosità delle anime senza contenerla intera, giacchè la filosofia, la poesia e la patria stessa se ne toglievano gran parte. L'eroismo ateo della rivoluzione passava nella religione, che aveva ceduto così vilmente il campo alle prime bufere del 1793 per ritornare tremante fra i gendarmi dell'impero napoleonico e soccombere daccapo alla loro violenza. L'opposizione del clero al patriottismo liberale, costretta ad allearsi collo straniero oppressore, disgustava anche i più arrendevoli fra i credenti: le stesse plebi brutali malmenate dalla polizia cessavano di vedere nei liberali tanti eretici. Solo i contadini, lontani da tutte le influenze civilizzatrici dello spirito, rimanevano ligi al clero; ma, chiusi nell'inerte egoismo della propria segregazione, non potevano offrire, e non offersero poi, soldati nei giorni della battaglia.
La quale, diversificandosi per tutte le forme, che il pensiero può assumere nell'azione, si rinnovava ogni giorno e in ogni luogo, nel discorso e nel libro, nell'allusione e nella reticenza, negli scavi dell'erudizione e nelle visioni della poesia, nelle proposte commerciali e nelle ipotesi scientifiche, nell'italianità e nella nazionalità, che uomini e cose, affermazioni e negazioni, esprimevano contro la reazione monarchico-clericale guidata dall'Austria.
Rosmini e Gioberti.
Ma come fondamento al vasto e confuso edificio letterario, che la nuova coscienza nazionale alzava per disciplinarsi all'azione, una nuova filosofia allargava con sapiente lavoro le basi del pensiero. Mentre il Galluppi, fedele alla filosofia sperimentale inglese oppugnava la Genealogia del pensiero del Borelli attaccandosi a Kant senza troppo comprenderlo; e il Poli, con tentativo più generoso che fortunato, imbastiva un eclettismo universale per opporlo a quello prestigioso del Cousin; e il padre Ventura, obbedendo inconsciamente al moto risospingente gli spiriti nel passato per conquistare nuove idee, mirava a risuscitare la scolastica innestando la filosofia sulla rivelazione; e Terenzio Mamiani, ingegno forbito, mirabile per facilità di dilettantismo in ogni ramo del pensiero, affrettavasi a sciogliere tutte le questioni riducendole a quella sola del metodo, già noto secondo lui in tutta la sua assoluta verità agli antichi italiani; due primissimi intelletti stampavano nella storia del pensiero nazionale ben più vasta orma. Contemporanei, dottissimi, diversi nell'ingegno e nel carattere, furono avversari, e nullameno concorsero politicamente nello stesso concetto. Rosmini si oppose al criticismo dissolvente di Kant, Gioberti all'idealismo trascendente di Hegel; ma entrambi rimasero inferiori alla logica del primo e alla sintesi del secondo. Rosmini fondò il metodo psicologico con insuperata precisione di analisi; Gioberti salì impetuosamente sull'ontologia per dominare da essa tutto lo scibile, capovolgendolo spesso nelle più arbitrarie e bizzarre prospettive. Quegli era un intelletto, questi una fantasia filosofica; l'uno un carattere sacerdotale, l'altro un temperamento tribunizio irresistibilmente facondo e ciarlatano; l'opera di Rosmini prosegue, quella di Gioberti si è arrestata. Ambedue furono cattolici ed agguerrirono il sistema cristiano contro gli assalti della metafisica tedesca e della scienza moderna, per quanto era sistematicamente possibile.
Politicamente conclusero al neo-guelfismo: Rosmini vi arrivava lentamente e solidamente per deduzioni scolastiche lasciando la creazione nel mondo, la ragione sotto la rivelazione, la storia sotto la provvidenza, la politica sotto la morale, la morale sotto la religione, la religione sotto la santa sede, e questa sotto il pontefice come sotto la più alta, antica ed universale autorità italiana. Gioberti, sempre oscillante nelle opinioni, rivoluzionario a Torino, poi esiliato ed ultramontano nel Belgio, spregiatore d'ogni pensiero filosofico antico o moderno non suo, intricato come una foresta e proteiforme come il mare, nemico della Francia e poscia suo ammiratore, alleato di Rosmini quindi suo implacato nemico, si spinse all'ultra-cattolicismo. Siccome il papa era in Italia, a lui spettava, secondo Gioberti, di rialzarla, e a questa di redimere i popoli d'Europa dalla barbarie, nella quale erano piombati. «Roma essendo più ideale dell'Italia, l'Italia dell'Europa, l'Europa dell'Oriente e l'Oriente del mondo, ciascuno di questi aggregati viene ad essere il contenente ideale dell'altro, come l'anima del corpo, l'idea dello spirito e Dio dell'Universo». «L'Italia è l'organo della sovrana ragione, della parola regia e ideale, la sorgente, la regola, la guardia di ogni nazione, d'ogni lingua, poichè ivi risiede il capo che dirige, il braccio che muove, la lingua che insegna, il cuore che anima la cristianità». «Roma deve dominare la confederazione dei principi italiani, l'Italia deve sostituirsi alla supremazia francese, riprendere la sua superiorità su tutti i popoli, avere le proprie colonie, convertire la Russia, reintegrare la Germania nell'antica fede, soccorrere l'Inghilterra nell'imminente sua crisi». L'Italia diventava cosa universale, soprannaturale, sopranazione, capopolo: gl'italiani erano i leviti della cristianità, Roma l'ombelico della terra.
Era una risurrezione dell'antico primato cattolico prima che la grande riforma di Lutero lo spezzasse, e le nazioni si individualizzassero storicamente nel concetto della propria sovranità; ma doveva essere pure l'inevitabile termine di quella scuola reazionaria-religiosa, che, sbigottita dalla rivoluzione francese ed incapace di sbrogliarne i principii, cercava nella storia nazionale un centro ove fortificarsi. Infatti, rinunciando ai dogmi rivoluzionari dell'eguaglianza civile e della sovranità individuale e nazionale, e discendendo nel passato italiano, l'unica idea unitaria era ancora quella del papato. Per esso, come centro del cattolicismo, l'Italia era ancora una originalità e un valore nella storia moderna. Rosmini, meglio temprato e più equilibrato, tendeva alla costituzione di un partito nazionale guelfo, senza precisargli nè programma, nè fisonomia per opporlo all'oppressione straniera, lasciando nella Filosofia del Diritto il diritto politico sulle vecchie basi, e quindi la storia contemporanea nella vecchia assisa e colle immutate relazioni da suddito a sovrano di diritto divino: così egli sperava si sarebbe potuto addivenire ad una confederazione di principi italiani e ad una serie di riforme da essi largite ai popoli, senza riconoscere a questi il diritto di discutere i propri re. Per Gioberti, trascinato da un inconsapevole senso di unità, che in Giuseppe Mazzini era già coscienza politica, il papa come anima dell'Italia stretta intorno al papato come l'antica falange macedonica troverebbe la libertà nella più assoluta disciplina religiosa; i principi italiani non conservavano valore in faccia a Roma, lo straniero lo perderebbe dinanzi al primato italiano necessario al mondo come quello di Roma all'Italia; il popolo si comporrebbe nell'eguaglianza religiosa e in una democrazia cattolica, che gli assicurerebbe una specie di patriziato levitico.
Il genio latino, che, educato all'unità da oltre duemila anni di storia, trovava la propria moderna unità politica in Mazzini capace di comprendere nello stesso principio e nello stesso processo rivoluzionario tutti i popoli servi d'Europa mentre più specialmente s'adoperava al problema italiano, doveva così dare con Gioberti l'ultima formula dell'unità italo-cattolica nello splendore di un paradosso ingenuo a forza di fede, splendido nell'assurdo ed irresistibile di logica.
Questa grande scuola cattolica, nella quale Rosmini era il filosofo e Gioberti il tribuno, ebbe in Cesare Cantù lo storico mondiale. Giovane ancora e con una operosità spaventevole, questi si accinse alla storia universale accettandone per base i principii cattolici, il dualismo degli ebrei col mondo antico, dei cristiani col mondo di mezzo, dei cattolici col mondo moderno; e scrisse una opera immensa di mole, naturalmente più vasta che profonda, superando Bossuet di quanto un libro può superare un discorso, copiando, riassumendo, compilando, servile ed originale, sincero e partigiano, nobile nell'intenzione, altero nel metodo, fiacco nei criteri, ammirabile ed ammirato nella disposizione della materia e nel vigore dell'interpretazione religiosa. Egli fu ancora un campione di quell'unità che affaticava tutti gli spiriti italiani, e un rappresentante della reazione romantico-religiosa che gettava le coscienze in braccio a Roma col doppio spavento delle negoziazioni rivoluzionarie francesi e del trascendentalismo germanico.
Ma a questa corrente presto si opposero in nome di un nazionalismo scientifico e filosofico Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo, ai quali s'aggiunsero, minori d'ingegno e più veementi all'assalto, Bianchi-Giovini ed Ausonio Franchi, questi dialettico poderoso, quegli polemista stringato. Giuseppe Ferrari, ingegno di filosofo-storico ben altrimenti superiore a Cesare Balbo, che lo fu nella reazione religiosa investigando i primi secoli della letteratura cristiana, doveva poi dare all'Italia nella storia delle sue rivoluzioni il più profondo ed originale studio delle stesse, e vecchio tentare nella Teoria dei periodi politici l'estrazione della legge matematica dalla storia per assoggettarne tutti i momenti alle previsioni del calcolo. Cattaneo, filosofo della scienza, vi disseminò l'opera propria, richiamando gl'ingegni divaganti alle fatali modernità della vita e propagando nel disprezzo degli apriorismi metafisici le verità accertate dall'esperienza per educare al culto di una ragione, che bastasse a se stessa. Entrambi furono federalisti, iniziando una nuova scuola di rivoluzionari, che dalle ardenti utopie dell'unità republicana o cattolica e dalle timide sottomissioni dei riformisti ostinati a sperare dalla conversione dei principi miglioramenti politici od amministrativi, spingevano all'esame del passato italiano per associarlo non all'unità, primo termine della rivoluzione moderna, ma all'associazione che, essendone il secondo, ne diventerà il trionfo. Così dall'antica storia federale italiana, saltando il processo violento dell'unità, necessario a costituire la moderna individualità politica, arrivavano al futuro federalismo etnografico che esprimerà davvero tutte le varietà del popolo. Ma questo, che politicamente era allora un errore, diventava rivoluzionariamente una colpa, dividendo le forze della rivoluzione. Nullameno l'empietà del loro pensiero, illuminata dalla sincerità della loro vita, giovava all'emancipazione del carattere nazionale dalla schiavitù della morale religiosa, mutata in argomento politico dal clero e riconsacrata dalle affermazioni della scuola neo-guelfa.
Intanto l'efficacia della propaganda letteraria, che i capi della scuola della rivolta aumentavano ogni giorno scrivendo nuovi libri o patendo nuove torture, conciliava le divergenze dello stesso pensiero rivoluzionario nello scopo comune di un'indipendenza italiana. In questo convenivano tutti, meno i preti e i più abbietti cortigiani. E d'indipendenza fremevano i giovani infiammati dall'arte della parola, del pennello o della musica a più alti propositi; Bezzuoli dipingeva Carlo VIII come protestando; Sabbatelli malediceva nell'Aiace; Rossini dalla commedia di Figaro, vibrante d'immortale giocondità, saliva nel Mosè alla tragedia di un popolo schiavo, esalando nel pieno de' suoi cori la passione di un odio e di una speranza, che solo la morte dell'oppressore poteva consolare. Poi nel Guglielmo Tell la tragedia diventava radiosa epopea: il popolo era passato dalle congiure alle battaglie, e la sua vittoria squillava superba di balza in balza sino ai piani d'Italia ove quello stesso straniero invasore la sentiva rabbrividendo come una sfida. Bellini, strappato dal ciclone rivoluzionario alla soavità di un idillio ineffabile, e gittato come un sonnambulo in mezzo alle terribili tribù druidiche, ne ripeteva nella Norma gl'irresistibili inni di guerra contro Roma; mentre l'Italia fremente d'entusiasmo guerriero guardava alle Alpi lontane se i Galli le discendessero un'altra volta a combattere austriaci, principi e preti dietro un nuovo Napoleone.
La Francia non pensava forse sempre all'Italia? Lamennais non aveva esclamato, rivolgendosi dalle Alpi a contemplare gli incantevoli piani lombardi; «Dormi, bella Italia, dormi tranquilla su quello che chiamano il tuo sepolcro; io so che è la tua culla»? E questo augurio del grande apostolo non valeva la desolata ingiuria di Lamartine così baldamente rimbeccata dalla satira del Giusti? Napoleone I morente a Sant'Elena non aveva affermata la futura unità d'Italia? Byron morente a Missolungi non aveva proclamato la necessità d'una republica universale?
Intanto che la poesia ferveva nelle anime migliori, una rettorica inesauribile scorreva per ogni scritto o discorso a riscaldare i più freddi e ad eccitare i più restii; il romanticismo vi cooperava colle proprie smanie, la moda la consacrava colla propria irresponsabilità. Si declamava di guerre, di congiure, d'eroismo, di passioni, di genio; i giovani si drappeggiavano nei mantelli, portando con vanitosa voluttà armi nascoste; le poesie incendiarie sequestrate dalle polizie si leggevano nel segreto di circoli come in convegno di congiurati, il contrabbando dei libri proibiti dava loro il valore d'una battaglia vinta contro il nemico, gli esuli e i martiri diventavano santi nelle menti più fresche, l'odio allo straniero cresceva a furore mal rattenuto, quello al prete inveleniva nel disprezzo. Nelle scuole si coglievano a volo le allusioni dei professori liberali per esagerarle con strepitose ovazioni, le imprudenze abituavano al coraggio, il coraggio vero si addestrava al pericolo. Ma poichè il popolo non partecipava a questa effervescenza spirituale della borghesia, naturalmente la rettorica doveva esserne il difetto, quella ampollosità del pensiero e della parola, del sentimento e dell'azione, che sgonfiandosi al cozzo della realtà lascia tanto disgusto anche nei migliori; e nullameno quella rettorica, oggi così ridicola per la maggior parte de' critici, era allora non solamente l'inevitabile malattia d'un'idea costretta ad esagerare la propria passione per diffondersi, ma un vero ed efficace modo di diffusione nelle masse incapaci di sentirne la verità nella nuda ideale bellezza.
Capitolo Quarto.
Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia
La rivoluzione dell'Italia centrale nel 1831, chiudendo il periodo dei tentativi regionali iniziato coi moti del '20 e del '21, aperse l'altro più fecondo del federalismo e dell'unità. Questa ebbe a campione Giuseppe Mazzini, del quale l'apparizione politica colla lettera anonima indirizzata a Carlo Alberto fu come uno scoppio di fulmine nell'atmosfera torbida della vita italiana, che diradandola lasciò vedere nell'avvenire un'idea precisa.
Niuno prima lo conosceva; all'indomani era già celebre.
La sua prima ed incancellabile impressione di fanciullo era stata l'esodo dei rivoluzionari vinti nel 1821; nel 1828 fondava un giornale letterario a Genova sua patria, l'Indicatore Genovese; soppresso questo, l'anno dopo con Guerrazzi e con Bini ritentava a Livorno l'Indicatore Livornese, agitandovi, fra questioni letterarie che rivelavano già una critica superiore, idee politiche incredibili di temerità e di precisione. Incarcerato alla rivoluzione di luglio con altri liberali come reo di carbonarismo, e lo era, quindi esigliato per sempre, riparava a Marsiglia. La continua pensierosità e il pallore, che lo avevano reso sospetto al governatore genovese Venanson, esercitavano sino d'allora uno strano fascino su quanti lo conoscevano. Quindi la fallita rivoluzione dell'Italia centrale lo rivela a se medesimo: l'Austria aveva già occupato metà della penisola, il governo papale, protetto da essa, si abbandonava a feroci reazioni, la Francia di Luigi Filippo tradita tradiva: gli italiani disperavano per l'ultima volta. Il momento è ineffabilmente tragico; a Torino, a Milano, a Modena, a Firenze, a Napoli il dispotismo si rialza spavaldo nella coscienza di essere invincibile; la forza morale dell'idea soccombe alla violenza brutale dei fatti. I più lucidi intelletti si abbuiano, i più forti cuori si accasciano. La carboneria esaurita nel ridicolo di tre sconfitte si disperde negli esigli, offrendo a popoli più capaci d'insorgere i più intrepidi fra i propri cospiratori; dalle corti nessuna lusinga di riforme costituzionali, nessuna possibilità di accordo federativo contro lo straniero. La bandiera nazionale, difesa strenuamente a Rimini dall'ultimo pugno di ribelli, è rimasta sotto un mucchio di cadaveri, lenzuolo troppo breve e non abbastanza glorioso per salvarli dalla ferocia del vincitore e dall'ironia del popolo educato al codardo rispetto di ogni tiranno.
Quindi Mazzini, afferrandola improvvisamente, la sbatte sul volto dei moderati, che l'avevano lasciata cadere nel fango, a Parma, a Modena, a Bologna, ad Ancona: si separa dalla carboneria, e solo, senz'altra autorità che la propria coscienza, altra forza che il proprio genio, sconosciuto a tutti, tratta quasi minaccioso con Carlo Alberto, nuovo re e vecchio traditore, gettandogli il perdono e la corona d'Italia, se la purghi dai despoti indigeni e stranieri; si rivolge alla sconosciuta gioventù, che educata fra il disastro di due rivoluzioni, vergine ed incolpevole, può sola ripararvi col trionfo di una terza. Le nuove persecuzioni che esasperano ogni onesta coscienza, e l'emigrazione di coloro che non possono e non vogliono sottomettersi all'insaziabile tirannide delle polizie, gli porgono le prime attenzioni e i primi compagni: lo stesso slancio republicano della Francia non era ancora al tutto represso. Qualche brivido scuoteva tuttavia l'Italia: Belgio e Polonia, l'uno vittorioso e nullameno in cerca di un padrone costituzionale, l'altra eroicamente ostinata in una insurrezione nazionale ma aristocratica e quindi senza speranza, contraddicevano alle affermazioni della Santa Alleanza; la recente monarchia di Luigi Filippo, nata di rivoluzione, conteneva in germe un'altra rivoluzione; un periodo storico stava per aprirsi alla gioventù, che, non avendo conosciuto la democrazia imperiale di Napoleone, era spinta dal moto del secolo verso la democrazia republicana.
Mazzini si gettò nella tormenta, fondando simultaneamente il giornale e la società della Giovane Italia.
L'uno e l'altra erano e dovevano restare la maggiore originalità politica e letteraria di questo secolo in Italia.
La sua idea è semplice ed universale.
All'unità romana che abbracciava tutto il mondo antico, all'unità cattolica che involgeva ancora il mondo moderno oltrepassando sempre l'Italia ed immobilizzandosi in Roma, all'Italia federale dei comuni, delle signorie, dei principati, dei regni, egli contrappone l'Italia una, individuata in nazione, colla sovranità del popolo, libera, originale nella modernità dei principii proclamati dalla rivoluzione francese, cancellando con ingenua ed eroica astrazione tutte le differenze storiche, gli antagonismi regionali, i dissidi politici, le rivalità economiche, le varietà etnografiche, che vecchie di tremila anni le componevano ancora tutto il presente. Nessuno non nato nel secolo può quindi appartenere alla nuova società, che sostituisce la carboneria sorta nell'impero e succeduta alla massoneria del medio evo. Questa non è condizione di capitano, che esige reclute giovani per arrivare a marcie più rapide, ma un distacco storico di principî e di epoca. Il passato è conchiuso: l'Italia o non sarà, o sarà nella rivoluzione e per la rivoluzione francese. Veterani e residui non sono più vitali; la libertà della nazione non può derivare che da quella dell'individuo come l'individualità collettiva dalla singolare; la sovranità popolare mena inevitabilmente alla republica. Ogni transazione sarebbe contraddizione, tappa inutile, consumo gratuito di forze. Il mito della redenzione di Cristo deve sostituirsi colla realtà di redenzione operata da ognuno in se stesso: tutti gli sforzi debbono concordarsi, ma nessuno può salvare un altro. Ogni individuo singolo o collettivo deve creare se stesso: l'Italia farà da sè.
Principi, governi, leggi, ogni forza pubblica del suo passato cessano di appartenerle, giacchè, cassate dalla rivoluzione francese e riconfermate dalla reazione della Santa Alleanza, hanno perduto persino la legittimità della tradizione: la storia non ha ripetizioni perchè la vita non può avere risorti. La rivoluzione sarà quindi contro spettri. L'Italia dominata da fantasmi non è più sottomessa che a pregiudizi: basterà pensare per non credere, sentire per resistere, muoversi per vincere. La coalizione degl'interessi come non arrestò mai così non arresterà l'espansione delle idee. La coscienza italiana fatta solamente di passato non ha che memorie; la coscienza rivoluzionaria le darà colle idee i sentimenti della vita moderna. Ma Dio è nella coscienza rivoluzionaria, perchè Dio è eterno, e la rivoluzione francese perì per averlo dimenticato.
La rivoluzione francese secondo Mazzini, è l'ultimo trionfo dell'individualismo, la formula suprema del diritto, alla quale deve succedere quella del dovere sociale.
La nuova società è dunque politica e religiosa: una riforma vi dovrebbe precedere la rivoluzione; l'educazione ne sarà mezzo e scopo, poichè la personalità morale è il primo e ultimo termine della storia e della vita. Se le altre sètte politiche non avevano mirato sino allora che a rimutare governi, opponendo coalizioni di diritti costituzionali a leghe di privilegi regali, e, costrette a concentrarsi nell'ombra, si erano poi miseramente disperse affacciandosi alla luce; la Giovane Italia si annunzia per proclami, publica statuti, battaglia nei giornali, si effonde in predicazioni. Parrebbe un moto religioso: la sua forma letteraria è biblica e romantica, la sua passione puritana, il suo proposito educatore, le sue armi le virtù. Dio, presente nella coscienza e nell'opera, è al tempo stesso rivelazione e ragione. Mancano dogmi, riti, l'esteriorità di una nuova religione, ma il principio cristiano vi si riconosce al primo sguardo nell'espressione vaga, che poi si condenserà senza precisarsi nella setta oggi celebre dell'unitarismo; deismo precettivo e morale, poesia fervida e pedante, generosità ed equità ammirabili.
Il mondo storico nelle sue varie composizioni politiche vi perde colla nettezza dei contorni ogni imponenza materiale; le difficoltà di mutarlo entro la nuova idea rivoluzionaria non hanno valore dal momento che il sacrificio diventa dogma e il martirio apoteosi; l'identità morale degl'individui cancella le rivalità storiche; ovunque e sempre, nell'individuo e nel popolo, la vita è missione cosciente e subordinata a un decalogo sempre morale anche nei mezzi, indirizzata al bene col bene, senza ricompensa sulla terra e senza premio nel cielo, collo scopo di un progresso senza meta, nel quale nessun grado potendo essere stazione, nessuna felicità è possibile a nessuna generazione. Non importa. La trascendenza dell'idea morale in Mazzini alza il nuovo politico ad apostolo: la sua visione non è di un'Italia libera e ricca, che si riunisca alle altre grandi nazioni per fare anzitutto il proprio interesse e guadagnare fra esse il posto migliore, ma di un popolo già schiavo e rigenerato da un'idea religiosa, il quale si levi sacerdote ed esempio all'umanità. L'utopia di Gioberti traspare sotto quella di Mazzini: l'uno è ultra-cattolico, l'altro ultra-morale, entrambi cristiani; quegli nel dogma, questi nei concetti; Gioberti nella tradizione, Mazzini nella rivoluzione: per ambedue la religiosità è base della politica, e la rigenerazione unico modo di risurrezione.
Impetuoso come Lutero, austero come Knox, inflessibile come Calvino, riformatore prima che rivoluzionario e nullameno separato dal secolo che vuol guidare, solitario come tutti gli apostoli malgrado la folla che lo circonda, malinconico e casto, poeta e filosofo, temerario ed incerto, ingenuo ed astuto, con istinti infallibili e colla percezione falsa o sublime del reale che distingue i profeti, Mazzini è al tempo stesso il padrone e la vittima della propria rivoluzione. Vi è della donna e del prete nel suo cuore. Artista incompiuto e pensatore eccelso quantunque angusto, rimane e rimarrà sempre inconciliabile colla sua stessa vita politica; così attraverso ammirabili vicende, che riveleranno in lui eccezionali virtù, non avrà mai l'irresistibile inconscio degli uomini d'azione come Napoleone I e Garibaldi, la serenità artistica di Goethe, l'impassibilità divina di Hegel, la duttilità infrangibile di Cavour, l'elasticità tribunizia di Gambetta; ma nullameno la sua parola si propagherà come un contagio, la sua purezza religiosa rischiarerà l'anima nazionale, l'eroismo della sua utopia spronerà alla vittoria dopo il martirio, la sua fede vincerà tutti i dubbi, la logica della sua argomentazione repubblicana, smentita in ultimo dal fatto della monarchia dei Savoia, avrà sconfitto la federazione coll'unità e ridotto il principio monarchico a non essere più che un accessorio dell'idea democratica.
Al pari di ogni novatore, Mazzini sarà al tempo stesso rivoluzionario e reazionario, respingendo e negando quante idee non s'accordino colla sua: credente nel popolo sino alla credulità, invece di coglierlo nella sua vera e sconfortante fisonomia di allora, lo vedrà sempre nel miraggio di una astrazione, e quindi capace d'insorgere ad ogni ora e d'intendere le nuove rivelazioni. Così egli accusa delle rivoluzioni fallite nel '21 e nel '31 solamente i capi: le masse erano tutte italiane, parate alla morte e alla vittoria. Nella sua democrazia geometrica quanto quella di Rousseau, col quale ha religiosamente molte somiglianze, egli concepisce l'uguaglianza politica come nel Contratto Sociale; tutti elettori e tutti eleggibili, rappresentanza unica e quindi costituente in permanenza: non classi e perciò non equilibrio e contrappesi parlamentari fra loro, educazione nazionale, dovere sempre superiore al diritto e la capacità nel popolo di compierlo sempre. Quindi l'utopia italiana, raddoppiata in lui dalla tradizione delle unità mondiali d'Italia, lo trae all'utopia europea: alleanza santa dei popoli contro quella dei re, qualunque differenza di grado nella civiltà e nella storia di ogni popolo cancellata, insurrezione europea concordata e simultanea. L'efficacia della sua riforma deve trionfare di tutto; imperi, regni, dinastie, diplomazie, antagonismi di razze, diversità di religione e di costume, tutto si dissolverà colla rivelazione del nuovo verbo. Il suo fervore religioso arriva al lirismo più poetico, sfolgora in formule di filosofia socratica e cristiana, che hanno la luce di un baleno e la soavità di un sorriso.
Poi, discendendo all'azione ed inculcandola, prosegue imperterrito nell'illusione dell'opera propria: la sua società della Giovine Italia, cresciuta a Giovine Europa, deve compiere il miracolo della trasformazione universale: egli non tien conto nè dello stato delle scienze nè di quello della filosofia; come incredulo di tutti i culti, non li calcola; sempre assorto nelle altezze della propria democrazia, giudica la rivoluzione francese piuttosto conclusione che inizio di epoca. Ma quando il socialismo gli si parerà dinanzi colla terribilità delle sue negazioni atee e passionate, inevitabili in tutte le novazioni, Mazzini indietreggerà inorridito, additando il cielo reso da lui stesso deserto coll'espulsione del Dio cattolico.
Ma in questo misticismo politico-religioso ferve l'anima più italiana che dopo Dante e Michelangelo sia apparsa nella storia. Le sue contraddizioni stesse formano la sua gloria, rispecchiando l'incalcolabile mistura del popolo da lui incarnato. Quindi Mazzini vuole essere tutto, si crede avere le più disparate attitudini: letteratura, critica, arte, filosofia, economia politica, poi la guerra, la cospirazione, l'erudizione, la filologia, la bibliografia; sentenzia su tutto, subordina tutto alla propria idea, livella tutto col traguardo di un solo teorema. Passioni, interessi, vizi per lui non sono forze e nemmeno realtà, perchè il difetto non è mai che negazione: li trascura, non s'accorge che, non mutandoli in armi per la rivoluzione, saranno armi contro di essa. Nella sua fede non vuole e non può ingannare il popolo; e la politica è l'inganno sublime, che il genio fa al buon senso angusto delle masse e all'avarizia del loro interesse, conducendole dove non intenderebbero o non saprebbero andare. In lui il riformatore vizia il rivoluzionario. Gli manca l'odio, questa forza suprema delle rivoluzioni: ha lo sdegno del profeta e il perdono del martire; se qualche volta sacrifica pochi cospiratori a un'impresa pericolosa, non giunge mai all'impassibilità pessimista di considerarli semplici strumenti. La moralità del suo cuore e del suo sistema lo inceppa; può arrivare al regicidio non alla strage, all'insurrezione non alla guerra civile, alla dittatura non al terrore; tradito non sa tradire, e si arrochisce in predicazioni spesso sublimi ed inutili; si batte inerme, ma sempre ferito non si arrende mai. Laonde isolato a poco a poco si falsa, la divinazione delle prime ore non gli si ripete più che a lunghi intervalli; profeta ed apostolo, pontefice e martire, non può essere il capitano delle moltitudini, delle quali non ha le passioni effimere e colle quali gli mancano le affinità irresistibili della vita. Invece di cogliere i fatti per adagiarsi in essi, bada a collocarvi le proprie formule e ad attuarvi il proprio sistema: è un poeta dell'azione che cerca uno scenario al proprio dramma, un accompagnamento al proprio canto.
Ma la sua influenza sulle anime è irresistibile. Alfieri, Foscolo, Berchet, Guerrazzi, gli spiriti più ardenti e sdegnosi paiono larve vicino a lui: egli solo è uomo; la sua penna gronda sangue, le sue lagrime abbruciano, la sua parola abbaglia. È impossibile non credere all'Italia, non sentirsi democratico, non voler soffrire e vincere con lui, dopo averlo letto o udito. Per quanto insufficienti le sue argomentazioni, e discutibili i suoi espedienti rivoluzionari, e poco probabile il disegno totale dell'impresa, e assurda ogni speranza nel risultato, bisogna credergli e seguirlo. Quindi nel giorno della battaglia tutti i volontari saranno suoi neofiti; quando si organizzerà la rivoluzione tutti i partiti politici, che lo tradiranno, saranno stati educati da lui. Ma allora il temperamento religioso e il genio poetico tradiranno Mazzini peggio de' suoi medesimi adepti; egli non saprà essere nè parlamentare, nè diplomatico; gli antagonismi politici lo coglieranno sprovveduto, le passioni e gli interessi non si accorderanno nella sua opera; parrà confuso, incerto, quasi piccolo, finchè il vento della catastrofe, dissipando il polverio delle quotidiane contraddizioni, non scopra nella caduta della repubblica romana la più grande tragedia della storia moderna. Allora Mazzini ne dirà gli ultimi versi, ed esulando da Roma, dopo avervi distrutto il papato, apparirà grande quanto S. Pietro, che diciotto secoli prima vi arrivava esule da Gerusalemme per distruggere Roma pagana e fondarlo.
Costituendo la Giovine Italia Mazzini afferma l'Italia una e repubblicana: il voto di Alfieri, di Parini, di Foscolo, di Monti, di Manzoni, di Berchet, di tutti i poeti si condensa in programma: l'unità accennata dal Romagnosi, propugnata confusamente dal Gioia in un opuscolo, non solo si muta in dogma, ma è finalmente sostenuta con fede incrollabile e con disciplina di argomenti storici e politici contro tutti i partiti italiani. Unità e repubblica: dunque guerra a tutta Italia e l'Europa di allora. Il passato è respinto; non esiste più che l'avvenire. La logica di Mazzini è tanto meravigliosa di lucidezza e di passione, quanto deboli le sue proposte per concretare la rivoluzione. Le antinomie della sua natura religiosa e rivoluzionaria peggiorano la sua già debole posizione. Rivoluzionario come Robespierre e Danton, non dovrebbe pensare che a distruggere, sbrigliando le passioni e versando veleno sulle piaghe del popolo: nel suo primo momento una rivoluzione non può essere che negativa, l'odio solo è la sua formula, tutte le armi, specialmente se cattive, le servono. Invece Mazzini è religioso, e mira piuttosto a rigenerare il popolo che ad emanciparlo: la rivoluzione politica per lui è mezzo, e i mezzi delle rivoluzioni, essendo fatalmente immorali, gli sfuggono. Egli non pensa nemmeno alla possibilità di giovarsi con interessi monarchici o aristocratici: non sa blandire le altre società liberali moderate per assalirle poi: non gli rimangono dunque che la propaganda degli scritti, la grandezza dell'idea e l'eroismo della vita.
Nell'esame storico, che egli fa dell'Italia, coglie bensì lo stato di putrefazione avanzata di tutte le monarchie, ma non indovina perchè il Belgio vittorioso nella propria rivoluzione s'imponga un re, perchè la Francia, dopo le trionfali giornate di luglio, si sottometta a Luigi Filippo, perchè la Grecia emancipata dal Turco accatti un re in Germania, perchè la Spagna in preda ad una rivoluzione permanente non voglia rinunciare alla propria infame dinastia. Per lui queste contraddizioni delle vittorie repubblicane, che concludono sempre all'elezione di un re, sono l'opera ribalda di pochi politicanti: il popolo schiettamente democratico è sempre stato tradito. Ma chi può tradire un popolo? Chi imporglisi? Di questa triste verità, che il popolo ancora dominato dalla tradizione autoritaria non può nè comprendere nè volere la repubblica, egli nemmeno sospetta: quindi non suppone che l'Italia, sorpassando la federazione, possa acquetarsi in una unità monarchica quanto la stessa federazione distrutta. E questo che era il termine più prossimo di progresso per allora, e che poi trionfò, gli pare non solo assurdo ma un regresso. Per lui la conquista d'Italia operata da una monarchia sarebbe un raddoppiamento di tirannide nel re e di abbassamento nel popolo.
L'unità è per Mazzini indipendenza, la repubblica libertà: inutili entrambe e paradossali se non siano unite.
Il programma della Giovine Italia non è dunque quello di un partito, ma di un sistema: anzi il partito è poco più di una scuola politica, con questo incalcolabile vantaggio sulle altre di essere una scuola in azione.
La nuova società si sviluppò vivacemente: i fratelli Ruffini, l'uno immortalatosi col suicidio, l'altro più tardi nelle lettere, corrispondevano da Genova con Marsiglia; da Livorno aiutavano il Guerrazzi e il Bini benchè per diversità d'indole poco inclini alla religiosità del nuovo moto: presto in Francia, in Spagna, in Svizzera, ovunque fossero emigrati, sorsero le nuove congreghe. Intorno a Mazzini stavano stretti il La Cecilia, il Modena moderno Roscio, il Campanella, il Benza ed altri. Il loro giornale, presto guerreggiato da Luigi Filippo, accontatosi colla santa alleanza per ottenere il proprio riconoscimento, dovette celarsi ed uscire di contrabbando. Tale lotta drammatica fu sostenuta dai giovani collaboratori con virtù pari all'ingegno.
La società, attraverso il misticismo un po' vuoto di formule morali e religiose, ricopiava nell'organizzazione segreta le sètte antecedenti, solo diminuendone la teatralità delle iniziazioni: il suo motto «ora e sempre» valeva la più bella delle odi patriottiche; la sua bandiera bianca rossa e verde, che diventò poi nazionale, era dono della duchessa Trivulzio, donna illustre per ingegno e per amori anche più illustri, e da un lato recava «Libertà Uguaglianza Umanità», dall'altro «Unità ed Indipendenza». Vi erano due gradi nella società, iniziato e propagatore, poi un giuramento lirico come un inno e rettorico come una declamazione, segni di riconoscimento, gerarchie di congreghe, tutto un organismo imitato dalla carboneria. Scopi della società erano la repubblica una ed indivisibile, la distruzione dell'alto clero per sostituirvi un semplice sistema parrocchiale, l'abolizione di ogni aristocrazia, la promozione illimitata della pubblica istruzione, una specie di nuova dichiarazione dei diritti dell'uomo, considerando transitori tutti i governi non repubblicani.
I mezzi d'azione consistevano nell'unanimità dei propositi, nella propaganda fra il popolo, nell'armamento di ogni confederato, pel quale era già stabilita l'assisa, con previdenza teatrale, nella speranza di costituire bande e di sedurre milizie regolari.
Evidentemente la nuova società non era un gran progresso sulle altre, nè come organismo nè come mezzi, ma il suo programma politico, sceverato dal paralogismo religioso, era una rivelazione. Per la prima volta in Italia intenzione, volontà, concetto, disegno, tutto era schiettamente democratico. Italia e repubblica, unità e libertà; il resto era romanticismo del tempo e che il tempo avrebbe guarito.
Mazzini stese il programma, dichiarando guerra a tutti i principi italiani e indirizzandosi al popolo. La nuova idea utopistica si divulgò colla rapidità di un uragano. Le declamazioni letterarie di tutti gli altri scrittori aiutavano: si poteva temerne impossibile l'applicazione, non ricusarsi a sperarla. I principi risposero male all'attacco, calunniando e perseguitando i nuovi rivoluzionari, che la persecuzione abbellì e fortificò. Il giornale, spedito con ammirabili sotterfugi, fu ricevuto e diffuso con rischi di morte; Mazzini grandeggiava di stile, sfolgorando nella passione delle battaglie e badando a scendere in campo davvero con una spedizione nell'alta Savoia. Le simpatie dell'Europa rivoluzionaria si rivolgevano a questa Giovine Italia, che nel proprio slancio poetico comprendeva già il problema della libertà europea in quello della liberazione italiana; le vecchie sètte liberali erano screditate dagl'insuccessi patiti e senza idee, le corti più odiate che temute, tutti i loro governi senz'altro programma che la reazione.
Il giornale della Giovine Italia dichiarò i sottintesi e compiè le reticenze degli scrittori, che rimasti in patria dovevano per forza conservarsi guardinghi: la sua sfida alla coalizione monarchica inorgoglì l'oppressa dignità di tutti gli italiani. Un uomo solo aveva osato dire e fare quello, cui un'intera nazione non era bastata. Il tono mistico di Mazzini, concordando colla religiosità della reazione cristiana succeduta alla rivoluzione francese, rendeva più accette le arditezze della sua democrazia; il suo coraggioso abbandono di ogni spirito regionale sollevava le anime dal peso di una tradizione, nella quale l'idea era morta. Se i governi non si sentirono istantaneamente scrollati dalla nuova setta, avvertirono però subito la giustezza terribile della nuova propaganda, senza potervi riparare efficacemente. La stessa debolezza del partito mazziniano ad agire lasciava più libera l'espansione delle sue idee, quasi non fosse che una propagazione letteraria. L'irritazione delle vecchie sètte liberali, spodestate dal favore crescente di questa nel popolo, bastò a condannarle nel sentimento generoso della gioventù.
Mazzini intanto facevasi nel giornale eco di tutti i lagni d'Italia, denunciando le infamie delle polizie e trattando ogni sorta di questioni; rimbeccava la gazzetta del duca di Modena, discuteva con Sismondi, allora riverita autorità, e passava oltre; annullava con critica superba di sdegno patriottico tutti i capi delle passate rivoluzioni, affermando nella propria idea della repubblica italiana il segreto di una imminente vittoria. Ma sopratutto parlava di popolo col popolo, che nessuna setta aveva ancora degnato di calcolare come elemento rivoluzionario; predicava una democrazia, che solo nelle masse poteva ottenere il proprio trionfo, perchè esse sole erano il popolo. Quindi, svisando storia e letteratura nazionale con una incomparabile sofistica, sincera a forza di essere passionata, mostrava a tutte le epoche il principio della libertà e della unità italiana e repubblicana come anima del popolo e di tutti i grandi, denunciava combattendole le fatalità tiranniche della monarchia e del papato, difendeva il cristianesimo e lo epurava, proponeva e stringeva alleanze a modo dei governi colla Giovine Allemagna e colla Giovine Francia, spiegava la missione degli individui e dei popoli in un vangelo contro il quale nessuna critica poteva prevalere. Naturalmente i liberali moderati ricalcitravano, ma i loro propositi troppo prudenti e le loro idee di federazione fra i principi italiani, egualmente utopistiche che l'immediata repubblica di Mazzini, non potevano lottare con questa nell'animo bollente della gioventù. Poi Mazzini tuonava alto sull'Europa, ed essi balbettavano appena, e nessuno di loro era ancora abbastanza italiano per posporre l'interesse della propria provincia a quello della nazione.
Nessuna figura di principe, di prete o di ribelle era allora in Italia che potesse rivaleggiare con quella di Mazzini: la sua popolarità divenne quindi immensa. Non si discusse, non si temè, non si sperò che in lui: la coalizione monarchica, guidata da Metternich, aiutata dal papa e da Luigi Filippo, non bastava contro questo profugo, di cui ogni scritto era una battaglia e ogni battaglia una vittoria.
Allora che il giornalismo in Italia era meno che rudimentario, l'opera di Mazzini, che vi discendeva collo splendore di una letteratura più potente di quella del Guerrazzi stesso e del Manzoni, avendo dell'uno una passione anche più nobile e dell'altro uno stile anche più vivo, ebbe i trionfi irresistibili del più originale fra i capolavori.
Forse la prima volta in Italia uno scrittore fu acclamato anzi che la critica lo avesse accolto; ma anche questa volta Mazzini, creando la prosa moderna, ripetè il miracolo di Machiavelli, che aveva trovata la propria dimenticando nella passione delle idee i lenocinii e le tradizioni delle scuole letterarie.
Capitolo Quinto.
Conati ed imprese rivoluzionarie
La spedizione nella Savoia.
La rivoluzione dell'Italia centrale aveva lasciato nei patriotti un fermento, del quale Mazzini fu pronto a profittare. Oramai si cominciava a comprendere che i moti rivoluzionari non potevano essere nè spinti nè diretti da principi, e che senza un largo concorso di popolo non sarebbero mai per riuscire. Il nuovo programma della Giovine Italia aveva almeno il vantaggio di principii e di obiettivi fin troppo chiari: anzichè sognare l'indipendenza da impossibili combinazioni diplomatiche, la domandava a tutte le virtù degli individui e del popolo. Se la forma delle passate rivoluzioni era stata l'insurrezione, quella della imminente non sorpasserebbe naturalmente la sommossa, giacchè la grossa massa, popolare, incapace di assecondare la spinta rivoluzionaria, abbandonerebbe daccapo i nuovi ribelli.
Il lavoro di ricostituzione nella coscienza nazionale procedeva ancora troppo lentamente, malgrado la generosità dei molti che vi cooperavano, perchè il problema della patria indipendenza si presentasse solubile. L'Austria, immensa ed agguerrita, teneva l'Italia inerme tra le forti branche; tutte le corti italiane per codardo ed inevitabile egoismo si stringevano sotto il suo protettorato, preferendo la propria miserabile vita di prefetture imperiali ai pericoli di una rivolta, nella quale avrebbero dovuto assoggettarsi al popolo. Questo sentiva bensì gli incomodi materiali del dispotismo indigeno, ma la sua inesauribile pazienza di schiavo vi resisteva senza troppo dolore, mentre non intravedeva affatto le necessità ideali di una rivoluzione contro eserciti addestrati nelle armi e di tutte le armi muniti. L'antico rancore contro i privilegi dei grandi e quella poesia indefinibile, che lo attrae sempre verso l'avvenire, non bastavano a scuotere l'enorme massa della sua moltitudine entro l'àmbito angusto dei mestieri. Anzi nelle campagne, ove l'opera del clero era più efficace e più spontanea la superstizione, i villani odiavano i liberali come eretici, godendosi per egoismo avaro di mezzadri o invidia implacata di braccianti alle persecuzioni contro i padroni: a Napoli la plebaglia dei lazzaroni, sempre ostile ai signori, gettava con selvaggia compiacenza i propri lazzi sui condannati politici, come scorgendo nel feroce trattamento loro usato dal governo una tarda parificazione a quello sempre sofferto da essi.
D'altronde gli eserciti napoletani e piemontesi, quand'anche i loro re si fossero decisi alla rivoluzione, non avrebbero bastato contro l'Austria, potenza militare che Napoleone stesso non era riuscito a fiaccare. Mai l'Italia era stata militarmente in peggiori condizioni: il breve addestramento delle guerre napoleoniche, producendovi capitani di valore, non aveva creato nella penisola una scuola militare capace di mantenervi così grande tradizione. I principi richiamati dalla ristorazione si erano affrettati ad espellere i migliori soldati come sospetti giustamente di ostilità, riconfermando negli antichi gradi l'aristocrazia delle proprie corti: d'allora non più battaglie. Il nemico era diventato la rivoluzione, e l'esercito un accessorio della polizia: quindi fra esso e il popolo quella diffidenza fra cacciatore e selvaggina, che è sempre passata fra popolo e polizia.
Dopo la rivoluzione del '31 la reazione crebbe: il duca di Modena, la più forte testa di tiranno che fosse allora in Italia, spingeva al terrore; Ferdinando di Napoli, il più lontano e il più saldo sul trono, affidava il governo al truce Del Carretto; a Roma Gregorio XVI, energica e biliosa natura di teologo, riassumendo con vigore la rilassata autorità, si preparava a una suprema battaglia contro il liberalismo religioso che minacciava di sommergere Roma per purificarla; Carlo Alberto, arrampicatosi a stento sul vecchio trono dei Savoia, s'accingeva a cancellare le tracce sanguinose del proprio liberalismo giovanile con altro sangue, inebriandosi del nuovo potere di re, che la libertà da lui tradita minacciava nuovamente; l'Austria, proseguendo nell'astuta politica, dopo aver diviso amministrativamente la Venezia dalla Lombardia quasi a risuscitarvi le antiche rivalità, ed ingrossata Verona a massimo centro militare e come a terza capitale, vigilava con una polizia ammirabile di disciplina ed aiutata nell'opera da tutte le polizie d'Europa.
La situazione era disperata: Mazzini, temperamento lirico e religioso, trovò appunto in essa la propria forza.
Vessato, calunniato d'assassinio dalla polizia francese, quindi espulso, egli dovette riparare in Svizzera. L'opera della Giovine Italia si dilatava: in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati Pontifici il fervore cresceva mirabilmente; più molle si mostrava la Venezia, più remoto e retrivo restava il Napoletano, malgrado il suo solito numero miracoloso di congiurati. Si pensò ad agire; i pareri oscillavano naturalmente: si prescelsero a campo le Provincie sarde. Giuseppe Garibaldi, arruolatosi a Nizza nella Giovine Italia, proponeva coll'infallibile istinto dell'uomo di guerra, di cominciare da Genova. Mazzini sostenne una invasione di esuli nella Savoia. Ma le trattative tiravano in lungo; le polizie sarda ed austriaca, sempre vigilanti, poterono per mezzo di spie scoprire la trama; Carlo Alberto, reso alacre dalla paura e feroce dalla coscienza degli antichi tradimenti, moltiplicò gli arresti, denigrò nella spaurita immaginazione della gente i cospiratori, condusse i processi con inaudita perversità; le condanne di morte e le esecuzioni capitali fioccarono; vi furono condannati nel capo, solo per aver letto il giornale della Giovine Italia, altri per aver avuto sentore di qualche trama e non averla tosto rivelata: alla morte si aggiunsero sevizie come pel povero Vochieri. Jacopo Ruffini arrestato a Genova, dalla quale aveva generosamente ricusato di porsi in salvo, si suicidò scrivendo col proprio sangue sulle mura del carcere: «la mia vendetta ai fratelli»; l'abate Gioberti fu esiliato. Mazzini condannato in contumacia e dichiarato nemico della patria. Carlo Alberto, ubbriacato dal sangue, conferiva le maggiori onorificenze ai carnefici: il conte Galateri, peggiore di tutti, ebbe persino il collare dell'Annunziata, che concede di salutare il re col nome di cugino.
A Milano, quasi contemporaneamente (1833), l'Austria sventava un disegno di cospirazione iniziato specialmente da un Albèra e un Tinelli. Il commissario Zajotti, scribacchiatore venduto all'Austria, infellonì, e nullameno parve mite in confronto del Galateri: diciannove furono i condannati a morte, ma a tutti fu commutata la pena nel carcere; così l'Austria dava lezioni di benignità al Piemonte. Napoli non si mosse: il Del Carretto arrestò un Leopardi e un Dragonetti, sospettati capi di vasta congiura, ma poi, non scoprendosi altro, le pene si limitarono a pochi esigli.
Veramente queste repressioni furono piuttosto una mossa poliziesca che un riparo contro un disegno di cospirazione politica. Nessun accordo di mezzi o di ordini aveva riunito i vari centri di congiura: erano impazienze che si scoprivano quasi spontanee prima di sapersi affermare, sogni d'imprese che ondeggiavano nella penombra romantica delle conventicole rivoluzionarie, senza precisarsi nemmeno nel concetto dei capi.
Quindi un tentativo colle armi parve a tutti come inevitabile rivincita. Mazzini, trasferitosi a Ginevra e accontatosi coi repubblicani di Francia per esserne spalleggiato, raccolse una mano di esuli polacchi, come primo e miglior nucleo di battaglia; poi vi si aggiunsero tedeschi, svizzeri, quanti italiani erano in Ginevra. Si sperava di sollevare la Savoia; e si era deciso che, vincendo, si sarebbe lasciato al voto della popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi francese o congiungersi alla confederazione Svizzera. Mazzini consigliava quest'ultima soluzione: così la prima battaglia vinta dai patriotti avrebbe tolto all'Italia una provincia. Ma, infervorato nel pensiero di una ricostituzione europea, Mazzini, riconoscendo la Savoia non italiana, intendeva farne una federazione alpina colla Svizzera e il Tirolo tedesco come antemurale d'Italia contro la Francia e la Germania: buona idea di filosofo della storia, ma allora grosso errore politico, che avrebbe indebolito contro l'Austria il Piemonte, offendendo le suscettibilità italiane sull'integrità del territorio politicamente nazionale. Si congiurava in un albergo; mancavano i denari e le armi. I pareri divisi fra i maggiorenti imposero forse per invidia a Mazzini che generale dell'impresa fosse il Ramorino, avventuriero ritornato dalle guerre di Polonia con molta ma dubbia fama. Mazzini accusato d'orgoglio, perchè avverso a questa nomina, pianse come un poeta e se la lasciò imporre. Senonchè Ramorino, ottenute le prime 40,000 lire per formare la colonna, fuggì a Parigi a dissiparle nei bagordi; passarono altri mesi, le spie formicolavano fra i cospiratori; Buonarroti, l'inflessibile carbonaro, si dichiarava improvvisamente avverso all'impresa; finalmente Ramorino tornò (1834), ma, accontatosi forse colla polizia francese interessata al disastro della spedizione, la condusse così male che finì ad una ridicola dimostrazione militare a Bossey e ad Annemasse.
Mazzini, che sospettava giustamente il generale di tradimento, non ebbe l'energia di cacciarlo e mettersi al suo posto: poi, sorpreso dalla febbre, quasi ne morì. La sua prima spedizione aveva ripetuti peggiorandoli tutti gli errori da lui rinfacciati ai capi rivoluzionari del '21 e del '31: il popolo della Savoia non si era mosso, i volontari non si erano battuti, il generale aveva tradito; uno sbandamento aveva finito di disonorare un'impresa assurda nel disegno e nei mezzi. Bisognava insorgere a Torino o a Genova, meglio in questa che in quella per la vecchia tradizione republicana, sorprendere la corte, aver complici buona parte delle guarnigioni, o non insorgere perchè il popolo delle campagne non avrebbe certo secondato, come non secondò, l'insurrezione.
Mazzini invece s'illudeva sullo spirito popolare: l'energia e la fecondità del suo apostolato derivavano appunto da questa illusione, che lo rendeva così impari ad una vera azione di guerra o di sommossa.
Contemporaneamente il moto, che Garibaldi intendeva eccitare a Genova, veniva impedito dalla novella del disastro in Savoia, cosicchè egli potè appena scampare travestito da contadino e inseguito da una condanna a morte. Mazzini, abbandonato da quasi tutti gli amici, svillaneggiato dai gazzettieri, accusato di viltà dai settari e di tentato regicidio dalla corte francese mediante la più ignobile falsificazione di documenti, resistette eroicamente, rispondendo a tutti con un ammirabile opuscolo, Fede ed avvenire; ma, sottoscritto indi a poco in Berna il patto della Giovine Europa, dovette esulare a Londra. La Svizzera lo espelleva, cedendo finalmente alla pressione di tutte le diplomazie europee. Gli altri si dispersero: Nicola Fabrizi e Manfredo Fanti andarono a combattere in Spagna, Garibaldi valicò l'oceano per conquistare in America la più originale gloria di soldato in un secolo, che, cominciando con Napoleone, doveva chiudersi con Moltke.
La catastrofe della spedizione in Savoia rinforzava il partito dei riformisti liberali, togliendo a molti unitari la fede di una possibile iniziativa italiana. Il giudizio del Buonarroti, inspirato allora da troppa passione francese e giudicato empio da Mazzini nella bocca di un italiano, che l'Italia non potesse muoversi se non dietro la Francia antesignana della rivoluzione in Europa, era tanto giusto che tutte le rivoluzioni susseguenti lo verificarono. Una capacità di iniziativa politica nelle condizioni d'Italia vi avrebbe supposto un popolo così fortemente temprato e intensamente rivoluzionario, da non avere prima accettato senza guerra il mal governo di tutte le proprie corti.
Il moto rivoluzionario italiano era bensì spontaneo, ma, subordinato al francese, non trascinava ancora che la parte migliore e meno numerosa della borghesia.
Nullameno l'espansione liberale non si arrestava: il numero delle società politiche cresceva; a Milano si costituiva la Pantenna, mascherandosi d'intenzioni carnevalesche; Fabrizi fondava la Legione Italiana a Malta, reclutandola fra i soldati che specialmente avevano combattuto nelle Spagne; il carbonarismo riformato teneva centro a Pisa, i Veri Italiani a Livorno. Per contro i governi cercavano di stringere altre sètte: se ne tentò una borbonica col nome di Ferdinandea, persino un'altra austriaca, ma indarno.
Le condizioni politiche d'Italia, malgrado il lento formarsi di una nuova opinione politica, restavano le stesse, anzi parevano peggiorate in una più stretta lega di tutte le corti coll'Austria. Quindi ogni tentativo di rivolta doveva fatalmente rivelarsi altrettanto falso nel disegno che impari nei mezzi, e cadere abbandonato dal popolo. L'operosità delle sètte segrete, mirabile di ardire e di costanza, non poteva sostituirsi allo spontaneo accordo del popolo per fare una rivoluzione: i settari o precursori, o martiri, o arruffoni, secondo l'indole dell'animo, finivano a costituire una specie di segreto patriziato politico, che, vivendo separato dalla moltitudine, non ne rappresentava i bisogni e non ne comprendeva lo spirito. L'orgoglio di un principio politico superiore ai tempi e alle masse, lo stesso nobile rischio della vita, prolungato per anni e raddoppiato ad ogni ora da circostanze drammatiche, rendevano i cospiratori meno adatti che mai ad acquistare quella cieca confidenza del popolo così necessaria in ogni vera insurrezione. D'altronde il popolo non soffriva abbastanza per rivoltarsi contro gli antichi padroni, e la borghesia non voleva arrischiare di soffrire per un meglio, del quale non sentiva la grandezza che nell'immaginazione. Così, malgrado le declamazioni degli scrittori liberali, la vita nazionale in Italia non appariva agli stranieri molto peggiore che nei tempi andati, mentre qualche miglioramento materiale vi si veniva pure a grado a grado introducendo: la passione rivoluzionaria invece vi si mostrava così scarsa che non uno solo dei tanti suoi moti aveva saputo arrivare all'onore di una piccola battaglia. Questa dolorosa contraddizione fra tanto bollore di frasi e tanta freddezza di atti, tra la falange sacra degli scrittori e dei cospiratori che gettavano ogni fiore della loro anima sull'altare della patria per purificarlo dal contatto dei carnefici, e il popolo che non dava un grido nemmeno quando i martiri penzolavano dalle forche o i ribelli si presentavano audacemente armati alle porte della città urlando: Rivoluzione!, impressionavano sinistramente gli stranieri, attirando sull'Italia dispregi, che il genio e l'orgoglio di pochi grandi non bastavano a respingere. E l'Europa si ricordava che la Spagna sola era bastata contro Napoleone vincitore dell'Europa, che la Russia si era bruciata volontariamente perchè il suo invincibile invasore perisse per mancanza di ricovero, che la Grecia piccola come un villaggio e non più numerosa aveva resistito per cinque o sei anni a tutto l'impero turco: ricordava le lotte non antiche di Fiandra e la recente vittoria del Belgio, l'eroica caparbietà della Polonia, nella quale ogni insurrezione vampeggiava in guerra e ogni guerra s'insanguinava di battaglie senza paura e senza pietà; e, ascoltando i garriti d'Italia e vedendola sempre così inerte, sorrideva d'insultante compassione.
Nullameno l'eroismo italiano, per essere piuttosto individuale che collettivo, non era meno bello, e prometteva attraverso una tragedia ancora incompresa una incomparabile originalità di epopea.
Infatti, mentre l'accordo delle corti coll'Austria moltiplicava all'infinito le difficoltà di una qualunque vittoria per i cospiratori insorgenti, e la condiscendenza dell'Europa alla diplomazia austriaca toglieva ogni speranza in altra iniziativa europea, e lo stesso partito liberale, scindendosi in moderati e rivoluzionari, condannava fra le approvazioni dei più qualunque impresa ribelle col denunciare alla pubblica esecrazione i capi delle sètte, che, riparati nell'esilio o nell'ombra del mistero, votavano alla morte i più giovani adepti, il coraggio drammatico della rivolta aumentava tutti i giorni. Una nuova generazione di rivoluzionari cresceva, i quali, anzichè essere spinti dai capitani, li trascinavano essi medesimi all'azione. Quella poesia alta e severa dei migliori libri animava molte giovani vite, tirandole alla morte attraverso un pessimismo, nel quale il martirio riconfermava con nuove speranze le eterne verità dell'ideale. Come all'inizio di tutte le epoche rivoluzionarie, pullulavano i precursori: l'incertezza politica dei principii, che rendeva così contraddittori e spesso così assurdi i libri politici del tempo, scomponeva naturalmente anche i disegni delle cospirazioni, riducendoli piuttosto a scene drammatiche che a canti epici, traendoli ad appagare le infrenabili baldanze dei forti esasperati dall'ignavia dei più, anzichè a concordare le molte e disseminate forze per la penisola. L'oligarchia dei comitati sparsi in tutte le città, intendendo a combinare i mezzi, finiva più spesso a sperperarli per invidie e gelosie reciproche dei capi: le diffidenze delle molte spie intralciavano ogni accordo; nessuna classe di cittadini, nessuna corporazione di mestieri, nessuna provincia, nessuna città, nessun villaggio era unanime ad insorgere, pronto a capitanare una vittoria o a seppellirsi sotto la rovina di una sconfitta. L'iniziativa restava quindi individuale e romantica. Peggio ancora l'ignavia generale era siffatta che persino il danaro mancava sempre per ogni più piccola spedizione; e poco sarebbe bastato a ritentare quella fallita da Mazzini nella Savoia, che non aveva costato più di 50,000 lire.
Stato generale della penisola.
Così passarono quasi dieci anni, nei quali nessun fatto politico potè riempire di sè medesimo la vacua e malinconica storia d'Italia.
Nella sempre mite Toscana la reazione seguitava ad insinuarsi, evitando i rigori e contrapponendo alla febbre delle nuove idee i narcotici di una politica modellata sull'amministrazione d'una buona fattoria. Ma l'influenza del Fossombroni, ostile all'Austria per antico orgoglio paesano, decresceva sempre più nell'indirizzo del governo, quantunque il popolo si conservasse quieto e le stesse idee liberali inclinando alla federazione non minacciassero seriamente nè la dinastia nè il granducato. Le seconde nozze del granduca Leopoldo con Maria Antonietta di Napoli, e la nascita del principe ereditario, furono quindi solennizzate a Firenze con grande favore da tutti per abborrimento all'Austria, cui la Toscana sarebbe scaduta allo spegnersi della dinastia. Ma questa, sentendosi istintivamente separata dalla vita nuova d'Italia, guardava a Vienna come al gran centro della reazione e del dispotismo. Chè se l'agitazione di molti liberali toscani in favore del Walewski, figlio naturale di Napoleone, per farlo re costituzionale d'Italia, concludeva ad un povero manifesto incompreso dal popolo e ridicolo per coloro che l'intendevano, cosicchè bastarono al governo poche ammonizioni severe e pochi sfratti per trionfarne, nullameno il granduca come ogni altro sovrano d'Italia si accorgeva tratto tratto di non essere più sicuro in Toscana come il grande avo. Infatti quanti in essa pensavano, anche rivolgendosi al governo per invocarne riforme, le oltrepassavano, toccando quello stesso ideale de' rivoluzionari da loro oppugnati. Nella propria maggior perfezione d'istituti e di vita la Toscana era già arrivata da tempo a un punto che ogni vera riforma avrebbe dovuto esprimervi il principio rivoluzionario della sovranità popolare.
In Piemonte i pochi senati di Torino, di Casale e di Nizza eletti dal re non avevano che scarse e contraddittorie attribuzioni giuridiche: vigevano ancora le antiche legislazioni, producendo insoffribili contrasti di giurisprudenza e di sentenze. I governatori generali esercitavano l'autorità militare e politica; ovunque apparenza e affettazione guerresca: arma più odiata i carabinieri. Ma la polizia sola riassumeva tutto il governo, concedeva e toglieva, dietro anonime ed irreparabili informazioni, impieghi, onori, cattedre, passaporti; rovistava cinica e bugiarda nelle famiglie, violava segreti di lettere e di professioni, imprigionava per sospetti e liberava per capricci, comprava anime e corpi, vendeva infamie e tradimenti. Una dolorosa disformità amministrativa rendeva le provincie troppo vaste od anguste, soggette o libere dall'imposta prediale, fornite o prive di censimento; in alcune duravano ancora privilegi antichissimi e diritti regali. Più antiquata e meno italiana fra tutte la Savoia, culla della dinastia e ad essa vivamente affezionata malgrado un'irresistibile tendenza francese. Benchè le imposte non fossero gravi, era grave la miseria peggiorata da forti dazi e mal ripartite gabelle; commercio ed industria rantolavano stretti nelle fascie della tradizione, ignorato il credito, giudicate utopie ogni nuova grande opera o istituzione, l'alta burocrazia ignorante, lenta l'intermedia, bruta la bassa.
La censura civile ed ecclesiastica, assurda ed intrattabile nella sofisticheria, v'inceppava pensieri e scritti, così che nessuno dei migliori e più moderati libri stampati in Lombardia sarebbe stato permesso a Torino: non ultima superiorità questa dell'Austria sul Piemonte. L'aristocrazia altezzosa e ligia al clero spregiava plebe e popolo, pensatori e produttori, liberali d'ogni colore e valore, precipitandosi con voracità d'arpie sopra ogni carica civile e militare ben retribuita o capace di dare adito a corte. L'antico orgoglio guerriero animava ancora i suoi membri migliori, ma, ridotta a cenacolo di parassiti e di privilegiati, non vedeva più nella nazione che se stessa e nel re tutto il diritto e tutta l'autorità. Quei pochi fra essa, tratti dall'ingegno alle lettere o dalla forzata pratica di governo verso le idee moderne, considerava quasi transfugi e puniva con insani dispetti. La borghesia, laboriosa e scarsa d'ingegno, ignorava per mancanza d'esperienza la cosa pubblica e odiava l'aristocrazia bersagliata dal popolo con epigrammi senza veleno.
Carlo Alberto, ambiguo nelle idee e nei sentimenti, ora secondava il moto latente ed universale del progresso, ora ricalcitrando si impuntava per arrestarlo. Rispettoso agli averi altrui, era abbastanza savio amministratore; pedante e rigido nel dovere materialmente precisato, altero sino al ridicolo poichè alla grandezza dell'orgoglio gli mancava quella dell'ingegno, non ammetteva ai propri circoli che nobili autentici: nemmeno il segretario generale del governo, massimo fra tutti gl'impiegati, poteva penetrarvi. Leggeva e conosceva gli scrittori paesani. Tratto dalla sfrenata e sentimentale ambizione verso la marea delle idee per esserne sollevato ben alto, s'atterriva poi subito al dubbio di perdervi qualche briciola del proprio assoluto potere. Mentre nella prima giovinezza era stato galante e scioperato, ora un bigottismo non senza rimorsi lo spingeva a digiunare perennemente e a portare sulle vive carni un segreto cilicio. Della propria ammalata incertezza nelle opinioni si scaricava sulla responsabilità dei ministri, riunendo in un solo ministero i più disparati caratteri e le più opposte tendenze politiche. Il suo odio e al tempo stesso la sua paura erano verso l'Austria e la libertà. Nullameno il moto lo trascinava. Nel 1836 abolì la giustizia feudale nella Sardegna togliendovi i privilegi di fòro e d'asilo e la servitù del pabarile, peste dell'agricoltura, sradicando d'un sol colpo tanti vecchi abusi che i lagni dei danneggiati superarono le stesse ovazioni del popolo. Nel 1837 concesse finalmente i codici: nel civile unificò la giurisdizione cassando gli statuti locali, ed abolì le istituzioni fidecommissarie, che poi ripermise in un editto; nel criminale, ricalcato in parte sul francese e stupidamente spietato d'intolleranza religiosa, prodigò ogni sorta di pene, specialmente quella di morte, conservando le immunità ecclesiastiche e gli arbitrii dei giudici, proclamando obbligatoria la delazione sino contro i parenti nei delitti politici; ma non promulgò il codice di procedura così necessario alla buona applicazione degli altri. In quello militare, per istinto di despota e forse anche per nordica imitazione, stabilì la pena delle verghe sino a mille e ottocento colpi, mentre poi spendeva oltre un terzo delle rendite dello stato per la costituzione dell'esercito. Malgrado l'incomparabile postura del porto di Genova implacata nell'odio contro il Piemonte, la marina sarda rimase così povera che parve gran fatto quando una sua nave da guerra fece finalmente per la prima volta il giro del globo. A tale era discesa la grande nazione marinara che nel più fitto medio evo trasportava già le crociate in Terra Santa.
Qualche migliorìa ottennero pure le due università di Genova e di Torino, ma Carlo Alberto non vi concesse mai cattedra di storia, forse intendendo così di vietare a questa il diritto di giudicare anche i re morti; e negò persino a Silvio Pellico, malgrado la sua tanto acclamata conversione al più rigido cattolicismo, quella di eloquenza. Il consiglio di stato, eletto per discutere bilanci, contratti e ogni altra operazione di finanza, non aveva alcuna autorità nel governo; la statistica non esisteva o quasi, e così il catasto, onde si continuava l'imposta personale senza riguardo alla condizione del contribuente.
Nonpertanto le finanze erano così floride che secondo il conto del Revel (4 marzo 1848) le rendite superavano le uscite, e il debito di 95 milioni vinceva di poco l'entrata d'un anno.
Sui confini del Piemonte l'Austria, potenza eminentemente conservatrice, accettava i progressi materiali del tempo senza confessarli e vietandone ogni discussione. Il suo governo era burocraticamente un modello a paragone di tutti gli altri d'Italia, ma, per quanto vago di centralizzazione amministrativa, non pretendeva all'uniformità e rispettava molti costumi ed usi locali. In esso l'imperatore era tutto e la polizia unico mezzo; si provvedeva sempre per decreto imperiale; il popolo non poteva chiedere che per suppliche; i diritti civili chiaramente definiti e conservati incolumi, quelli politici non riconosciuti che dal codice criminale che li colpiva tutti con procedure arbitrarie e pene feroci. L'antico ordinamento municipale sopravvissuto alle rovine rivoluzionarie ma ridotto a mera burocrazia, funzionava con robusta regolarità, senza permettere mai alla vita paesana di rivelarvisi nell'originalità dei propri bisogni. Milano, nuova capitale austriaca in Italia, brillava d'ingegni piuttosto trascurati che malmenati dal governo: la censura vi era meno stupida che altrove, florido il commercio dei libri esteri, frequenti i congressi scientifici, abbastanza viva l'istruzione, i gesuiti ammessi ma sottomessi al clero ed al governo; nessuna eccezione di fòro o influenza di sagrestia. Il paese naturalmente florido prosperava materialmente sotto un governo che, conculcando ogni ispirazione nazionale, favoriva per sapiente egoismo d'economia politica lo sviluppo delle ricchezze e il perfezionamento dell'amministrazione: così la Lombardia vantava casse di risparmio, associazioni industriali e commerciali, eccellenti strade, buone norme idrauliche e forestali, mentre gli altri Stati d'Italia, all'infuori della Toscana, soffrivano ancora nell'antica incuria. Se le prime società ferroviarie nel 1837 vi fallirono, la colpa fu meno del governo austriaco che delle gelosie municipali.
Venezia invece, malgrado la sistemazione della sua laguna colla diga di Malamocco e l'ampliazione de' Murazzi, soccombeva alla concorrenza di Trieste diventata fatalmente il miglior scalo austriaco pel commercio orientale.
Se Francesco I a Lubiana aveva detto: «voglio sudditi obbedienti e non cittadini illuminati», il suo motto trasformato in programma politico era stato applicato nel Lombardo-Veneto col massimo rigore. L'eccessiva perfezione burocratica menava dritto all'automatismo: non si volevano nè originalità nè varietà, nè libertà di sorta, quindi si surrogava il sistema italiano di peso, misura e monetazione col tedesco, s'imponeva al commercio di trattare coll'impero rinunziando ai propri sbocchi naturali colle altre nazioni, e vi si creava così un esercito di contrabbandieri maggiore di quello dei doganieri. Si teneva la chiesa sottoposta come i comuni, al punto che parroci e vescovi, nominati sopra informazioni della polizia, non potevano comunicare con Roma senza il visto di un impiegato provinciale. Nella coscrizione invece di costituire corpi italiani s'incorporavano le reclute nei reggimenti tedeschi disseminandole a tutte le estremità dell'impero, ma concedendo la surrogazione per denaro: con questo l'Austria evitava di addestrare contro se stessa un esercito italiano, e l'Italia cansava il disonore d'essere tiranneggiata da forze proprie.
Morto Francesco I (1835), suo figlio Ferdinando salendo al trono concesse un'amnistia così insolita nelle abitudini del governo che in parte vi rimase impedita. Nullameno quando il nuovo imperatore venne a farsi coronare in Milano, vi furono grandi feste con tale concorso e vivezza di popolo che stupirono gli stranieri credenti nel patriottismo italiano, ed umiliarono i pochi grandi spiriti eroicamente votati alla resurrezione della patria. Ma il popolo minuto e la plebe delle campagne, anzichè essere allora ostili all'Austria, dovevano molti anni dopo la grande guerra del 1859 meravigliare Garibaldi di non poter trarre dalla bocca di un villano nessuna informazione sul nemico, mentre gli austriaci apprendevano subito dai contadini tutte le sue.
A Napoli invece le condizioni erano più tristi.
Le lustre di bonomia e di buon governo fatte dal nuovo re Ferdinando II durarono ben poco: il suo riordinamento dell'esercito, non essendo che vanità di principe e non mirando a scopo italiano, divenne un aggravio assurdo per le finanze e scisse ancora maggiormente il paese già troppo lacerato da tradizioni e idee antagoniste. Re Ferdinando non vide nell'esercito che una guardia contro il popolo, e quindi badò a separarnelo con privilegi: i soldati furono molti, bene armati, abbastanza ben addestrati, ma senza spirito nè militare, nè patriottico. La riforma finanziaria, provocata in lui da istinto avaro e annunciata clamorosamente colla rinunzia ai 360 mila ducati, che il padre percepiva a titolo di borsa privata per le elemosine, e colla tassa sugli stipendi degli alti impiegati che giungeva fino al cinquanta per cento, non ebbe nè criteri scientifici, nè basi morali. Infatti questa tassa non era che provvisoria per quindici anni, mentre i grossi impiegati seguitavano a rubacchiare sugli incerti, somme indefinibili nell'amministrazione e nell'economia politica, che si attribuivano con ingenuo cinismo. E siccome il re domandava a tutti i ministri i residui di cassa per ingrossarne la propria lista civile, i ministri ad ingraziosirsi col sovrano affettavano turpi sparagni compiendo ogni sorta di ladrerie nel suo nome. Ma Ferdinando, avidissimo di denaro, credeva assioma che nessun uomo potesse resistere alla tentazione dell'oro, e scherzava cinicamente sulla nota disonestà dei propri ministri come il Santangelo, finendo egli stesso più tardi a frodare con immane truffa, la quale per poco non gli attirò guerra dall'Inghilterra e rovinò molti commercianti, la società delle solfare di Sicilia.
La bigotteria, ingenita nella sua casa e in lui sviluppata da malvagi educatori gesuiti come l'Olivieri e il Cocle, vescovo di Patrasso e che fu poi suo direttore spirituale e politico, crebbe nel matrimonio con Cristina di Savoia sino alle adorazioni d'un lercio mantello attribuito dal Cocle a sant'Alfonso de' Liguori; ma queste nozze, che per un momento avevano lusingato le speranze dei riformisti, i quali vedevano già l'Italia riunita in due grossi regni del nord e del sud sotto l'alta direzione di Roma, furono di troppo breve durata. Nullameno bastarono ad introdurre nella corte maggiore costumatezza e a lenire la ferocia delle repressioni contro le prime congiure dei Rosaroll e di frate Peluso. Morta Cristina, e si disse sconciata da uno scherzo brutale del re, invelenirono a corte le dissenzioni tra fratelli, tutti perversi di indole, e che produssero quasi una guerra civile: quindi il re sposò un'arciduchessa d'Austria, per la quale si ridestarono nelle irritate fantasie napoletane i sanguinosi ricordi di Carolina. Finalmente lo scoppio del colera (1837) spinse il popolo alla disperazione, allorchè farneticandosi di veleno propinato dal governo si vide questo per odio verso la Sicilia, nella quale era stato proibito persino il monumento a Vincenzo Bellini, invertire contro di essa ogni misura di precauzione. Vampeggiarono fra l'enorme funerale tumulti ed insurrezioni prima a Messina poi a Siracusa e a Catania: Mario Adorno, illustre giureconsulto, capitanava la rivolta sempre ispirata da ricordi di autonomia e col grido: Viva la costituzione del 12! La corte fu pronta al riparo: Del Carretto sbarcò in Sicilia, la sommossa svampò, il popolo ricadde nel terrore di un doppio flagello. L'inumano ministro rinnovò le gesta di Fra Diavolo, fucilando, ardendo, straziando, spingendo l'artistica raffinatezza della ferocia sino ad ordinare che ad ogni esecuzione di condanne le bande militari suonassero il tragico motivo della Norma: «In mia mano alfin tu sei!».
Al Del Carretto succedettero il duca di Laurenzana scempio e bisbetico, poi il generale Tschudi, che parve umano. Del Carretto era passato nelle Calabrie e negli Abruzzi, per sopirvi collo spavento di morte peggiore i tumulti provocati dal colera.
Ma, cessato il colera, le condizioni del regno rimanevano pur sempre tristi. L'assolutismo della polizia, la dilapidazione della amministrazione che, se non scomponeva il bilancio governativo, isteriliva il paese, la poca viabilità, la nessuna istruzione tranne nei massimi centri ove i gesuiti, di essa padroni, non bastavano ad imporsi; la nobiltà dispotica e feudale, la borghesia corrotta e servile, il popolo depravato e selvatico, gli ordini religiosi ricostituiti in forte massa e disseminati ovunque come soldati d'una tirannide spirituale e politica senza riparo, i banditi sempre in armi e così potenti che il governo doveva scendere con essi a patti, l'isolamento dal resto d'Italia, per la quale le comunicazioni con Napoli erano più difficili che con Vienna e con Parigi, tutto concorreva a rendere miserabile un regno, che la natura sembrava aver prediletto, e sul quale la storia pesava da migliaia d'anni come una sventura. I pochi miglioramenti promossi dal governo e vantati da' suoi accoliti, come il primo saggio italiano di battelli a vapore, il primo ponte di ferro sul Garigliano, la prima ferrovia da Napoli a Caserta, giocattolo di sovrano anzichè nuovo tramite commerciale, la prima illuminazione a gaz, il riattamento del porto di Brindisi, i pochi favori alla marina mercantile, furono piuttosto capricci di fantasia regale che propositi politici. Nessuna legge veramente nuova mirò a curare le vecchie piaghe del paese. Corte e Governo, considerandosi in istato permanente di ostilità col popolo, non badavano che a fortificarsi colla corruzione e col terrore. Se le congiure erano frequenti e moltissimi i congiurati che corrispondevano colle altre sètte italiane, lo spirito pubblico napoletano restava nullameno regionale e non poteva nemmeno nel pensiero acconciarsi ad una rivoluzione, nella quale Napoli dovesse sottostare al Piemonte. Quindi i moti erano sempre paesani, provocati da ricordi e perduti da vanità indigene. Non si aveva abitudine alle armi, per quanto il brigantaggio fosse diffuso; non si intendeva se non da pochi una rivoluzione unitaria e liberale che mutasse radicalmente le condizioni della vita napoletana.
La Sicilia, implacabile nell'odio, risognava la propria indipendenza; sul continente Napoli, sudicia e bella, ricca ed oziosa, era il cuore e la testa del regno, assorbendovi quasi tutte le forze ed illanguidendone gli spiriti. Le fantasie pronte ad eccitarsi inchinavano a mutamenti come a genialità di teatro, ma la coscienza morale e politica necessaria all'energia disperata della lotta, il vigore del pensiero indispensabile a comprendere il fine e a coordinarne i mezzi, mancavano in una popolazione capace d'improvvisi eroismi e di più subite viltà, tenace nell'obbedienza malgrado un'incurabile insubordinazione, e chiusa in se medesima con una vanità egualmente intrattabile nel principe e nel lazzarone. Se Napoli avesse saputo fare la rivoluzione contro una corte non difesa che da pochi svizzeri e da una polizia sempre pronta a tradirla nel pericolo, non vi avrebbe avuto le stesse difficoltà di Torino, di Milano e di Firenze, più vicine e soggette all'Austria; lo Stato Pontificio, che la divideva dal resto d'Italia, sarebbe stato un momentaneo baluardo contro gli austriaci, e la corte avrebbe piegato a una rivoluzione. Ma con tanti vantaggi apparenti Napoli doveva esser in Italia il paese meno rivoluzionario, che non si scosse nemmeno alla guerra del 1859 e si lasciò poco dopo conquistare alla rivoluzione dall'epica apparizione di Giuseppe Garibaldi.
Roma rimaneva immobile: il suo governo dopo aver resistito alle influenze diplomatiche, che gli consigliavano nel celebre Memorandum le più miti ed urgenti riforme, reagiva ancora con Gregorio XVI. Il nobile tentativo di Lamennais per riconciliare in una nuova interpretazione il papato colla libertà e ridare così a Roma un'altra signoria cattolica, fallì contro la durezza del pontefice, il quale non vi scorse che una eresia. Quindi il partito liberale-religioso si scompaginò in sul formarsi. Roma rimaneva come uno scoglio alto sul mare agitato della storia. Il suo governo si ricompendiava nell'aristocrazia dei prelati, invariabile, inaccessibile, impeccabile: essi soli disimpegnavano tutte le funzioni; il clero minuto delle parrocchie, imbozzacchito nelle abitudini sedentarie di una cura senza pericoli e senza poesia, non conservava valore. La corte era come nel secolo XV: lo stesso fasto, la stessa etichetta, le stesse spese, la stessa amministrazione; ma le entrate erano troppo diminuite restringendosi a quelle del piccolo Stato. Idee politiche, scientifiche, religiose, erano in Roma reazionarie: nel 1828 il cardinale Giustiniani vescovo d'Imola condannava ancora i bestemmiatori alla perforazione della lingua, accordando dieci anni d'indulgenza ai loro delatori; nel 1834 l'inquisizione di Forlì condannava la negromanzia, l'astrologia, le cerimonie maomettane e pagane e la madre che offre il suo seno ad un lattante ebreo; il cardinale Cavalchini aveva restituito la tortura nei tribunali, il Consalvi l'aveva soppressa, poco più tardi il Pacca la surrogava col cavalletto. Certo i costumi fatti più miti e la pubblica opinione impedivano o limitavano in gran parte l'applicazione di tali idee, ma corte e governo pontificio non vi avevano ancora rinunciato.
Intanto con lo scemare delle rendite religiose a Roma crebbero naturalmente le esazioni sul popolo: ogni cardinale menava treno di re, ogni prelato affettava ricchezza ed importanza di principe. L'alta nobiltà romana orgogliosa della propria tradizione oligarchica si mostrava reverente al papato come ad istituzione, dalla quale riconosceva gradi, privilegi ed immunità di ogni sorta: qualunque grossa famiglia principesca era come uno Stato nello Stato che dominava comuni e talvolta intere provincie; ma nessuna virtù o sapere brillava in questa aristocrazia, che, drappeggiandosi nella storia di Roma, guardava dall'alto in basso tutti i patriziati d'Europa. Quella minore delle provincie, contendendo di primazia col clero ed essendo in maggior contatto col popolo e colla borghesia, facilmente liberaleggiava, inebriata nella gloriola di capitanare i cospiratori e di ottenere chi sa quale importanza paesana. Poca in Roma la borghesia indipendente per stato, e questa non ligia al governo, ma il resto erano clienti, impiegati, servitori prelatizi trafficanti di abusi; la curia servile e pettegola; nulla l'industria e il commercio; senza fede, senza carattere, tutti. Artigiani e popolo erano più devoti al pontefice che al principe, alteri del nome romano, ignavi, rissosi, inetti all'armi e al lavoro. Migliori d'assai i popolani delle provincie si mescolavano alle sètte, e scaltriti e resi ardimentosi dal contrabbando promettevano e mantennero poi audacie di guerra. I contadini quietavano dappertutto, devoti superstiziosamente al papa, brutali ma rispettosi al sacerdozio, scontenti delle tasse troppo grevi, incapaci, nonchè di comprendere, di bramare miglior governo. Il clero minore della capitale e delle provincie, rozzo ed indotto, mormorava degli abusi romani piuttosto per invidia di povertà che per sdegno di coscienza: rilassato nei costumi, inetto a sentire la poesia della propria missione e a prevedere la tempesta del proprio tempo. Il clero straniero, carezzato a Roma, peggiore di ogni altro, più turpe di passioni, fervido di intrighi, ignobile di propositi, ribaldo nella prepotenza. E in mezzo a questo clero qualche teologo solitario agitato dal dramma, che dopo Lamennais doveva travolgere Gioberti affaticando quanti pensatori fossero allora di cose divine, o qualche curato che schiettezza d'indole e salda bontà di carattere traevano inconsciamente a simpatizzare coi cospiratori nella speranza d'un meglio per la patria e pel popolo.
L'organismo politico era quale un'aristocrazia e un governo di prelati avevano potuto comporlo: nel comune, centro delle famiglie e delle proprietà, il governo stesso nominava prima i consiglieri cernendoli dai ceti dei nobili, dei possidenti, dei dotti e capi di arte; poi i gonfalonieri, i priori e gli anziani alle permanenti magistrature municipali. Nella stessa guisa venivano eletti i consiglieri provinciali scegliendone prima gli elettori: naturalmente candidati ed eletti erano sempre dell'opinione del governo. Questo accollò alle provincie e ai comuni le sue stesse spese maggiori, come strade, canali, porti di mare; e comuni e provincie subirono. Il governo non governava. In ogni distretto vi erano governatori laici, carica mista di questore e di sottoprefetto, che dipendevano dal prelato reggente la provincia; la polizia era massima funzione politica, ma quella segreta del clero contrastava e sovrastava a quella palese del governo; non garanzie pei sospettati, non difese per gli accusati. I tribunali erano così complicati e strani, che riesce difficile spiegarne evidentemente il meccanismo: la Sacra Rota ne era come la cassazione suprema, ma più spesso fungeva da accademia giuridica; la Sacra Consulta era il massimo tribunale criminale e politico; l'una e l'altra avevano procedure arbitrarie e si componevano esclusivamente di prelati. Poi un tribunale minore collegiale per ogni capoluogo, che giudicava di materie civili e criminali, ma in quelle erano permessi i dibattimenti, in queste no. Il tribunale della Sacra Inquisizione e del Santo Uffizio, mantenuti nella terribilità scenica dei tempi andati, vigilavano, inquisivano, incarceravano, condannavano segretamente ed inappellabilmente in materia di dogma e di fede: nullameno, per la rilassatezza del costume religioso, non era più che uno spauracchio e un luogo comune per la rettorica rivoluzionaria. Alla passione religiosa Roma aveva sostituito da un pezzo quella politica. Gli altri tribunali ecclesiastici mantenevano ai chierici il privilegio di fòro, mentre lo toglievano in parte ai laici colla polizia dei costumi e della religione.
Il Sacro Collegio dei cardinali era una specie di senato con voto consultivo, la prelatura uno stato maggiore politico, dal quale uscivano governatori e diplomatici, grossi impiegati e grossi giudici; le finanze erano governate da un prelato tesoriere insindacabile. L'ultima amministrazione del Tosti sotto Gregorio XVI fu un vero disastro per l'incredibile sua incapacità finanziaria: vi si contrasse persino un prestito col Rothschild al 65%; l'erario ne rimase quasi deserto, orribili disordini straricchirono molti furbi per usure, appalti e monopolii. Le tasse si aggravarono e la miseria peggiorò. Il contrabbando annullava i dazi, i barattieri scemavano le rendite. Nessuna nozione di scienza economica, nessuna statistica: le tasse quasi tutte sulla proprietà immobiliare, maggioraschi e conventi stagnanti nel moto agricolo già troppo contrastato; assoluta mancanza di codici, disuguaglianza dei cittadini nella legge, il governo chiuso ad essi, ovunque immunità e privilegi, la giustizia indefinibile, l'istruzione peggio che nulla nelle scuole e contesa ai privati colla proibizione dei libri; la milizia composta di stranieri mercenari o reclutata in bande facinorose di sanfedisti; ogni carriera ostacolata, la censura assurdamente severa sulla stampa, la polizia arbitra di tutti, commissioni militari in permanenza, vietata ogni associazione, a migliaia gli esigliati, gli ammoniti, i condannati politici; la vita morale depressa, quella politica negata, nel pensiero combattuta, nell'azione impedita ovunque e sempre. Da un canto il clero, dall'altro il popolo: non Stato e non governo, ma un dominio di prelati sopra una gente senza passato, senza presente e senza avvenire, mentre su Roma lontana stava il papa, re e demiurgo, onnipotente nella religione e prepotente sulla legge.
Allorchè Gregorio XVI scomunicò i polacchi morenti con disperato eroismo contro i russi, l'infamia dell'atto fu tale che anche le più timorate coscienze cattoliche ne rimasero offese; nullameno, quando più tardi a Roma rimproverò lo czar delle persecuzioni alla chiesa cattolica polacca, e non era che un battibecco fra due pontefici, tutti scordarono la perfidia di quella prima scomunica e la continuata viltà della diplomazia papale colla corte di Russia per non ammirare che un nuovo Leone davanti ad un altro Attila.
I fratelli Bandiera.
Intanto che la politica italiana del papato si restringeva coll'Austria, e per influsso di questa al cardinale Bernetti succedeva nel segretariato il Lambruschini, nel 1837 scoppiava il colera, e nel 1838, essendo ministro di Francia il Molé, i francesi si ritirarono da Ancona e gli austriaci dalle legazioni con molta allegrezza del popolo. Così cessava pure in Bologna il commissariato generale di contaminata memoria per opera dei cardinali Albani, Spinola e Brignole: i nuovi subentrati al governo parvero giustamente miti nel confronto. Laonde ne ringagliardirono d'animo i cospiratori, che, sollecitati dalle voci di grandi preparativi di rivolta nel regno delle due Sicilie, si accinsero a nuove imprese; Mazzini esule spronava cogli scritti e cogli emissari; a Bologna un comitato della Giovane Italia era all'avanguardia del moto spingendo i restii. Una passeggiata falsamente trionfale del pontefice attraverso le provincie pontificie, ma evitando le Romagne, parve nuovo segno di paura nel governo. Al solito i cospiratori correvano da uno Stato all'altro, sciupando tempo ed energia senza concludere a nulla. Le popolazioni attendevano fra svogliate e curiose: la polizia vigilava. Livio Zambeccari, ardito figlio dell'arditissimo aeronauta, aveva corso il Napoletano deludendo ogni vigilanza per concordare un moto generale, e ne era ritornato con grandi promesse. La Romagna doveva dare l'esempio, ma la trama fu scoperta anzi tempo. Quindi un medico Muratori, gettatosi all'Appennino con piccola squadra per tentare una sollevazione, dovette presto riparare in Toscana e di là in Francia; un Ribotti, ritornato con falso nome dalle guerre spagnuole ove s'era coperto di gloria, arrischiò una seconda impresa con grossa mano d'armati verso Imola, ma fu costretto a sbandarsi presso Ancona. Il governo implacabile nella repressione condannò venti dei cospiratori a morte: nullameno la sentenza non fu eseguita che sopra sette: e i maggiori capi avevano potuto mettersi in salvo.
Per tagliare un'altra radice alle speranze liberali, il governo (1843-44) comprò mediante nuovi debiti tutti i beni dell'appannaggio, che il figlio di Beauharnais conservava nello Stato pontificio: così veniva a mancare nel principe l'occasione di favorire i ribelli e in questi la fisima di costituirlo re dell'Italia centrale.
Alle sommosse romagnuole seguivano le napoletane. Prima era stata Aquila a ribellarsi contro il proprio governatore militare, un ribaldo delle bande di Ruffo, e a gridare: Costituzione e libertà! Soffocato ad Aquila nel sangue, poco appresso il tumulto scoppiò a Cosenza. Questa volta era provocato dalla congrega centrale di Napoli, nella quale sedevano fra gli altri Carlo Poerio e Francesco Bozzelli; ma al solito la congiura era stata fiutata dalla polizia. Vi furono ritardi ed equivoci fra i cospiratori, due bande di essi scontrandosi di notte si combatterono, la popolazione non si mosse, le truppe regie trionfarono dopo breve combattimento, nel quale Salfi, uno dei capi ribelli, morì; gli altri fuggirono.
Un ordine del governo, comunicato per telegrafo ai giudici della commissione militare, impose che degli arrestati si fucilassero non meno di sei e non più di nove: e fu eseguito. A Napoli intanto venivano imprigionati i maggiorenti della congrega centrale, ma il dualismo scoppiato fra il marchese di Pietracatella, ministro dell'interno, e il Del Carretto, ministro della polizia, li salvò.
Pochi mesi dopo i fratelli Emilio ed Attilio Bandiera, ritentando la stessa impresa, perivano nella più magnanima tragedia del risorgimento.
Figli di quell'ammiraglio, che nel 1831 catturava la nave dei rivoluzionari fuggenti da Ancona a Corfù, i due fratelli, uffiziali della marina austriaca a Venezia, prima tentarono con mirabile accordo di animi di spingere i compagni a ribellarsi; quindi, entrati in corrispondenza con Mazzini, vi si compromisero coraggiosamente sperando nel fermento rivoluzionario, che allora sollevava inutilmente tutta la penisola. Ma sospettati e costretti a salvarsi fuggirono a Corfù. Di là ricusarono il perdono, resistendo eroicamente alle preghiere della madre, si ostinarono contro i consigli di Mazzini, che fiaccato dalle disillusioni dell'esilio non osava accettare il loro olocausto di una spedizione nelle Calabrie. Nicola Ricciotti, uomo per l'adamantina semplicità dell'anima degno di Plutarco, mandato a dissuaderli si strinse ad essi; Domenico Moro e pochi altri li seguirono. Mancavano i denari, le polizie braccheggiavano, il governo inglese, questa volta peggiore d'ogni altro, tradiva il segreto delle proprie poste rivelando ai Borboni e all'Austria le lettere dei proscritti a Mazzini. Le spie formicolavano a Corfù: un Boccheciampe còrso, nipote di quelli che iniziarono la sanguinaria reazione di Ruffo nelle Calabrie, si mise traditore nell'impresa. I cospiratori non erano più di venti e speravano di sollevare tutta l'Italia!
Sbarcati a Cotrone, e tosto denunciati dal Boccheciampe, sono catturati dal popolo medesimo insorto contro di essi: tradotti prigionieri a Cosenza e giudicati sommariamente, rispondono e muoiono con epica serenità. Ma il popolo nel quale avevano sperato, se da ultimo si pentì di averli imprigionati e li rimpianse morti, non si accinse per allora a vendicarli. L'impresa aveva conchiuso ad un sacrificio, che il tradimento da un lato e una impossibile ingenuità dall'altra resero sublime.
Il governo borbonico accrebbe la propria infamia coll'eccidio dei generosi, dei quali più tardi nella reazione del 1848 profanò le ossa mescolandole a quelle dei giustiziati volgari: la rivoluzione si giovò del martirio, che infiammando tutti i cuori, li predispose ai pericoli di una imminente riscossa.
Alle vinte sollevazioni napoletane seguivano infatti altri moti romagnoli (1845). La robusta fibra del popolo e il suo spirito ribelle prevalsero ancora una volta alla prudenza dei più fra i molti congiurati. L'arresto di un Galletti e di un Montecchi, perpetrato dal governo, parve provocazione: le condanne della commissione militare mandata a Ravenna dal cardinale Massimi ruppero col terrore gl'indugi, precipitando una mano di patriotti dietro Pietro Renzi, che occupò Rimini e ne disarmò il presidio. Ma i nuovi ribelli erano così poco rivoluzionari che si affrettarono a pubblicare un manifesto dettato dal Farini nello stile classicamente pedante della scuola letteraria romagnola, col quale si riconosceva il diritto divino del pontefice e s'invocavano solo alcune riforme amministrative dal suo cuore di re e di padre. Fortunatamente poco dopo Aurelio Saffi, allora giovanissimo e sconosciuto, dettava con due canonici commissari di riforme una fiera protesta, che, affermando l'unità d'Italia, manteneva l'onore romagnolo compromesso dal manifesto del Farini. Naturalmente la sollevazione abortì: falsa nell'idea e nel processo, non fu intesa dalle popolazioni, spiacque ai veri rivoluzionari, sbigottì inutilmente la grassa borghesia. Pietro Renzi riparato con altri fuorusciti in Toscana fu poi dal granduca con ignobile tradimento consegnato al governo pontificio.
Quest'ultimo tentativo romagnolo, così erroneo nel concetto e povero nel risultato, rivelò lo stato della coscienza politica nella maggior parte di coloro che di politica si occupavano.
I riformisti.
Se la predicazione profondamente rivoluzionaria di Giuseppe Mazzini aveva nell'intelletto nazionale diradato le nebbie delle vecchie dottrine scolastiche, traendolo quasi a forza nell'idea del proprio secolo, la coscienza politica d'Italia non aveva potuto accordarvisi. Troppo era il peso della tradizione autoritaria e debole il fondamento morale del carattere perchè, accogliendo nel pensiero l'austerità eroica della nuova dottrina, i più sapessero trasmutarla in sentimento per discendere con essa all'azione. Mentre la letteratura echeggiava di fanfare guerresche, e i congressi scientifici moltiplicati a pretesto simulavano assemblee nazionali, e le congiure insistenti addestravano il coraggio a rischi di morte con una coreografia troppo spesso insanguinata, l'immensa maggioranza della nazione vi assisteva come ad uno spettacolo, nel quale il fulgore della poesia non toglieva di sentire la fragilità della trama. Si odiavano i governi, ma se ne riveriva ancora l'autorità; si chiedevano riforme, ma non s'intendeva una rivoluzione che spostando i termini della storia collocasse la sovranità dai principi nel popolo; si temeva che sguinzagliando questo nella rivoluzione si avessero a ripetere le atroci scene del '93 rese ornai famigliari da ogni forma di racconto e di critica. La reazione cattolica signoreggiava ancora quasi tutti gli spiriti, l'immane potenza militare dell'Austria li prostrava. Se i frequenti martirii dei giovani più animosi rinvigorivano con nuova passione le anime migliori, sbigottivano invece la massa, traendola a conclusioni malinconicamente assennate sull'inutilità di tragedie individuali in un problema, che tutta Italia era inetta a risolvere. Avarizie e codardie si coprivano quindi di questa prosaica assennatezza, servendosi della stessa altrui disperazione eroica per rifiutarsi nell'ignavia di una vita solleticata da tutte le lussurie della servitù. Quindi la voce fatidica di Mazzini passava su quelle coscienze sonnolente, irritandole senza destarle: la tragica magnanimità della sua vita e la stoica semplicità della sua predicazione erano con abile ipocrisia trattate di paradosso e di gloriola. Si rinfacciava al grande esule di spingere a mortali sacrifici, stando al sicuro in Londra. Lo si accusava di ambizione dittatoria, di assassinio sistematico, di demenza rivoluzionaria. Non si voleva intenderlo perchè intendendolo si sarebbe dovuto agire contro ogni prudenza egoistica nell'interesse supremo della patria.
Quindi sorsero altre voci ad accarezzare la debolezza nazionale, giustificandola colle tristi condizioni del presente. Rifiutati i principii fondamentali della rivoluzione francese e pigliando le mosse dallo stato attuale d'Italia, parecchi scrittori formularono i voti e le speranze della nazione in assurdi sistemi, che parvero allora miracoli di senno. Il problema nazionale era duplice, indipendenza dallo straniero e libertà interna; ma ambedue questi termini si sdoppiavano in una serie infinita di altri, moltiplicando le difficoltà per ognuno di essi sino all'impossibilità di una qualunque soluzione. Il problema dell'indipendenza imperniato sull'Austria traeva seco la guerra civile contro tutti i principi italiani, giacchè nessuno di essi avrebbe osato combattere l'Austria per timore di restare poi preda della rivoluzione. Una confederazione tra essi era egualmente impossibile, mentre il papato ligio a Vienna e fanatico di assolutismo non vi avrebbe convenuto, e il napoletano remoto e compatto sotto i Borboni non avrebbe nulla a guadagnarvi, e gli Stati centrali, grossi feudi austriaci rosi da gelosie intestine, vi avrebbero ripugnato: solo il Piemonte, ingordo del Lombardo-Veneto, vi avrebbe forse aderito, ma appunto per questo sospetto da tutti gli altri sarebbe stato respinto. Poi le corti essendo tutte egualmente reazionarie, una lega fra esse non sarebbe stata che conseguenza dell'idea rivoluzionaria; ma allora, mutando i consigli principeschi con uomini nuovi, scelti fra i liberali, il problema della libertà interna veniva improvvisamente a tempestare in quello dell'indipendenza dallo straniero. Fra popoli e governi non correva fiducia. Per combattere l'Austria si sarebbe dovuto armare il popolo, ma nessun governo lo avrebbe osato, perchè solo la parte rivoluzionaria era battagliera e si sarebbe servita delle armi per tentare l'unità e la libertà della patria. Finalmente dietro l'Austria stava l'Europa monarchica vigile ed ostile ad ogni mena di rivoluzione, terribilmente armata e pronta a qualunque eccesso.
Il problema dell'indipendenza era dunque insolubile. Quello della libertà presentava difficoltà anche più profonde. La libertà, fuori dei termini della rivoluzione francese che consacrava la sovranità nazionale ed individuale, era un non senso: circoscritta alle concessioni dei principi non avrebbe conciliato loro la fede del popolo, nè soddisfatto alcun vero bisogno di questo. D'altronde le riforme avrebbero dovuto chiamare al potere uomini popolari, proponendo così il quesito della loro elezione: ora ogni elezione implica il quesito del diritto elettorale, nel quale risiede tutta la sovranità; chiamati dal principe non avrebbero rappresentato il popolo; mandati da questo avrebbero annullato il diritto regio. Un inevitabile conflitto sarebbe scoppiato fra i due poteri, e la rivoluzione procrastinata dalle riforme si sarebbe servita di esse medesime per scoppiare più prontamente.
Solo la teorica mazziniana, dichiarando inseparabili la libertà e l'indipendenza, l'unità e la republica, era rigorosamente logica, ma appunto per questo merito sistematico non si prestava ad una immediata applicazione, mentre la storia a somiglianza della vita procede destreggiandosi fra antitesi apparentemente inconciliabili e traendo spesso dalla morte e dall'assurdo le proprie forze più vive. Contro i mazziniani, ultimi e più originali fra i giacobini, sorsero gli scrittori riformisti a tentare la conciliazione dei contrasti nazionali, fortificando coll'illusione d'incredibili sistemi il fiacco liberalismo della maggioranza.
Fondamento dei nuovi scrittori furono l'autorità papale e il diritto regio: la loro argomentazione derivò tutta dal passato, la loro rettorica dal romanticismo. Alcuni come il Gioberti ingigantirono il problema entro una visione sinteticamente poetica; altri come il D'Azeglio lo distrussero in un'analisi frammentaria: si dissero pratici in confronto ai mazziniani e nessuno di essi ebbe il senso della realtà, non compresero il popolo e svisarono i principii, per concludere nullameno a maturare la rivoluzione spingendo la nazione alla prova di una libertà statutaria e di una guerra federale contro l'Austria.
Anzitutto il giovamento della loro opera fu appunto nel combattere le teoriche rivoluzionarie, che spaventavano il senno volgare delle masse. Per essi si potè cominciare ad essere liberali senza compromettersi in rischi mortali di congiure, a separarsi dalla vita dei più. La classe aristocratica e la media, condannate dalla teorica mazziniana, che s'indirizzava schiettamente al popolo, riconoscendo in lui solo la fonte di tutti i diritti, si riconciliarono alla causa della libertà: i dissidi regionali, ancora così appassionati, si calmarono nell'illusione di un accordo federale che rispettasse tutte le vecchie autonomie, la religione accarezzata come fondamento della libertà si rasserenò lasciando a nudo il fanatismo reazionario del clero che parve tristo anche ai più indulgenti. Non si minacciarono più i principi, ma s'intese a persuaderli: si propose loro di essere più grandi, più liberi, più uniti ai loro popoli, confederati contro lo straniero, guidati da Roma nella santa crociata. Gioberti esule scriveva nel Primato un mostruoso poema politico intercalato di ditirambi, sonoro ed abbagliante: in esso l'Italia schiava diventava la nazione delle nazioni, e per una terza volta il centro della storia. Il papato, incomparabile ed immortale originalità della storia, doveva compiere il miracolo di una terza risurrezione italica; il papato che aveva rovesciato l'impero romano, guidato il medio evo, resistito a tutti gli scismi, trionfato della rivoluzione francese, assicurava l'avvenire d'Italia. I tempi erano maturi; l'Europa non poteva procedere oltre senza l'Italia: il papato era la stella polare della storia. Il libro si diffuse come un contagio, inebriò come una musica. Tutti gli elementi della reazione cattolica si addensarono in un partito guelfo, che l'erudizione storica venne a rinfiancare di antichi argomenti: la monarchia, rappresentante nel proprio maggiore significato l'antico mondo coi privilegi e le differenze di classe, rifulse anch'essa come un principio; l'ordine sociale non si comprese più al di fuori della monarchia e della gerarchia di classe, la rivoluzione parve sacrilegio mentre le riforme esprimevano lo svolgersi lento ed armonico del processo sociale. Quindi il popolo avrebbe partecipato al loro beneficio non alla loro opera: questa doveva esser fatica e merito delle classi colte. Non si pensava a guerra, si sperava nell'indipendenza cansando il problema militare e sognando combinazioni diplomatiche al tempo stesso favorevoli e difficili come quelle del lotto.
Cesare Balbo, letterato guelfo, storico e politico reazionario, si cacciò nell'arduo tema col celebre libro su Le Speranze d'Italia. Se Gioberti aveva delirato sul papato, Balbo vaneggiò sulla monarchia: nell'Italia non vide che il Piemonte, nella storia che il passato, evitò tutti i problemi dell'indipendenza, della libertà, della sovranità nazionale, dell'unità e della federazione, limitandosi a predicare ai popoli l'obbedienza e ad insegnare come scopo politico la consolidazione di tutti i governucoli peninsulari, guardando al papato come alla legge suprema d'Italia, e sperando che l'Austria coll'impossessarsi di una parte della Turchia potrebbe cedere graziosamente al Piemonte il Lombardo-Veneto. Intanto bisognava abborrire la rivoluzione, disciplinarsi e credere esclusivamente nella monarchia, qualunque ne fosse il sovrano. Più tardi nelle Lettere politiche inculcò il liberalismo moderato con volo più basso di fantasia politica, ma con più servilità di propositi e non meno torbida intuizione della realtà. Anzi le sue lettere alla vigilia dell'azione raggiunsero lo scopo opposto inasprendo il dissidio dei partiti, quantunque il Montanelli, benevolo spirito liberale, agile nei maneggi ma non resistente di fibra e sempre incerto nell'idee, corresse in aiuto, proclamando una specie di tregua finchè lo straniero non fosse cacciato d'Italia.
Più chiaro apparve il Durando nel libro sulla Nazionalità Italiana, dichiarando che il solo principio unificatore d'Italia era nel principato e il rigeneratore nella libertà, proponendo così una lega sincera fra popoli e principi per costituire la nazione in due regni della regione eridanica sotto casa Savoia, e del mezzogiorno sotto i Borboni. Roma col proprio Stato resterebbe al papa, gli altri principi spodestati troverebbero compensi nelle isole e nella Savoia. Ma questa divisione troppo facile veniva nullameno oppugnata dall'anonimo lombardo, che nei Pensieri sull'Italia dichiarava incompatibile coll'indipendenza italiana la sovranità temporale del papa, e opera vana ogni tentativo di riforma su questa. Quindi consigliava la formazione di tre regni: il primo col Piemonte, il Lombardo-Veneto e Parma con Torino residenza della corte e Milano sede del congresso nazionale; il secondo colla Toscana, Modena e lo Stato pontificio avrebbe Firenze per sede del principe e Bologna per quella del congresso; il terzo con Napoli sede del sovrano e Palermo sede del congresso. Roma città libera resterebbe al pontefice sotto la protezione dei tre sovrani. Uno statuto uniforme e una lega doganale dovevano stringere i tre regni. Altri, come il Galeotti nel libro della Sovranità temporale, erano invece d'avviso che a riformare gli Stati pontifici bastasse il richiamo delle antiche leggi e principalmente dei capitoli di Eugenio IV; Gino Capponi nelle Attuali condizioni della Romagna non dubitava nemmeno della necessità del governo temporale e si limitava ad augurare migliorie e riforme; il D'Azeglio nel celebre opuscolo sui Casi di Romagna, dopo una critica calma dell'orribile sgoverno di quelle provincie, concludeva poveramente a consigliare maggior pazienza ai sudditi e minore durezza al sovrano, non sospettando nemmeno che lo scopo dell'imminente rivoluzione nello Stato pontificio sarebbe appunto la doppia proclamazione della repubblica romana e dell'abolizione del potere temporale.
In tanti disegni nessuna idea chiara o proposta concreta. Nè il problema dell'indipendenza, nè quello della libertà erano posti nei loro veri termini. Se il concetto della federazione fosse stato organico avrebbe prima rampollato nelle corti che nel popolo, atteggiando diversamente la loro politica: invece corti e popoli erano così divisi dal sentimento inconscio della rivoluzione che la federazione proposta doveva risolversi in un agguato per entrambi. Se l'idea della libertà fosse stata cosciente nei popoli e nei principi, la loro doppia politica non si sarebbe svolta in così triste antagonismo e le costituzioni sarebbero state invocate e concesse con uguale sincerità e col magnanimo proposito di combattere l'Austria; ma la libertà era invece odio pei rivoluzionari, ribellione pei governi, peccato pei preti, disordini per la plebe, martirio pei pochi generosi che la ritentavano ogni giorno in tragedie isolate. E di libertà seguitava a fremere la letteratura coi drammi del Niccolini e colle satire del Giusti fra l'imbroglio di transazioni assurde e di combinazioni impossibili, di reticenze perfide e di sottintesi indicibili, mentre Mazzini sempre terribilmente limpido guidava il battaglione sacro delle idee e delle poche forze rivoluzionarie su per l'erta di una nuova epoca storica.
LIBRO QUINTO
L'ULTIMA RIVOLUZIONE FEDERALE
Capitolo Primo.
I prodromi
Effervescenza dell'opinione.
Il fermento rivoluzionario cresceva.
Tutta l'Europa era corsa da fremiti di rivolta: in Francia l'ibrida monarchia di Luigi Filippo, logora da oltre quindici anni di corruzione e senza base nella coscienza del paese, era ridotta alla vita precaria dei propri ministeri; la democrazia accresciuta di tutte le forze del socialismo, che dalla gloria di un'ammirabile letteratura passava intrepidamente alla tragedia dell'azione, l'assaliva da ogni parte rivelandone con implacabile critica la perfidia delle trame e l'inanità delle idee. In Germania il lavoro della ricostituzione nazionale, avviluppato nel panneggiamento di troppi sistemi storici e filosofici, si veniva sbrogliando coll'aiuto delle idee francesi più terribilmente logiche e chiare. L'Austria, rappresentante dell'assolutismo e del più eteroclito impero europeo, veniva quotidianamente assalita dalla democrazia tedesca nel nome della nazionalità e della libertà, mentre la Prussia, incapace di comprendere ancora la propria missione storica, si vedeva al tempo stesso blandita e oppugnata dai rivoluzionari a seconda del loro metodo costituzionale o giacobino. La Polonia scuoteva tratto tratto le proprie catene con impeti disperati; l'Ungheria ligia alla propria aristocrazia magiara resisteva con minacciosa energia alla depressione uguagliatrice della burocrazia viennese, che mirava a stringere l'unità dell'impero schiacciandovi tutte le differenze etnografiche e nazionali; l'Italia, terra mista e campo aperto a tutte le idee più disparate, si sollevava con fede improvvisa verso un trionfo indefinibile che avrebbe dovuto risolvere miracolosamente tutti i suoi centenari problemi.
Le riforme concesse dopo il 1814, come espediente di governo per combattere la rivoluzione, sembravano ad un tratto divenute l'unico ideale dei popoli. L'indipendenza dallo straniero, nella quale si accordava ogni partito, era una tregua convenuta fra governo e rivoluzione nell'inconfutabile coscienza d'una necessità comune, una specie di campo chiuso al valore di tutti i combattenti e sventolante gioiosamente delle più varie bandiere. Il concetto di patria, così chiaro nella letteratura nazionale degli ultimi 30 anni e nullameno ancora così torbido nella coscienza delle masse, si effondeva improvvisamente come una poesia irresistibile nelle parole di tutti: non si ciarlava, non si cantava, non si ballava più che per l'Italia. Il sentimento nazionale educato dalla lunga opposizione all'Austria aveva finalmente conquistato la coscienza di se medesimo; nessuno osava più essere apertamente austriacante, poichè la logica del pensiero e l'onorabilità del carattere se ne sarebbero offese. Comunque l'Italia fosse infelice od oppressa, anzi per questo medesimo, bisognava essere italiani: l'orgoglio nazionale ridesto dal valore spiegato nei libri e nelle congiure degli ultimi tempi, osava finalmente riaffacciarsi alla storia. L'Italia ignota persino a se medesima nel secolo passato, poi invasa dallo strepito della rivoluzione francese come un immenso dormitorio, nel quale tutto un popolo d'infermi e di poveri sonnecchiava nell'ozio e nella fame, quindi riordinata violentemente a caserma dal primo impero, ridivenuta albergo dei propri principi fuggiti e degli antichi padroni stranieri nella ristorazione del '15, era adesso una terra inerme che parlava di armi, piena di dotti e di poeti, di congiurati e di politicanti, con una aristocrazia stretta intorno ai troni come per difenderli dalle estranie influenze, con una borghesia destatasi all'immenso moto europeo e confusamente conscia che ogni fatto futuro sarebbe per lei una conquista, con un popolo al quale il rombo delle idee e le frequenti percosse della polizia avevano messo l'orgasmo della ribellione contro l'autorità senza giustizia e senza carattere nazionale.
La necessità delle riforme, accresciuta tuttodì dall'esame delle condizioni politiche ma abbellita dalla improvvisa giocondità di un accordo fra popoli e governi, non presentava ancora nulla di troppo pericoloso; non si minacciavano più i principi; le classi non si astiavano più fra loro, una specie di benevolenza, metà ingenua e metà perfida, addormentava le diffidenze degl'interessi e le ripugnanze dei principii. Si capiva e si diceva che le riforme avrebbero condotto alle costituzioni, ma questa parola non molto meglio determinata delle altre non palesava ancora tutto il proprio contenuto rivoluzionario. L'aristocrazia sperava di conservarvi quasi tutti i vecchi privilegi, la borghesia di guadagnarvi parecchi diritti colla doppia forza del censo e della coltura, il popolo di liberarvisi da molte angherie. I veri rivoluzionari, ostinati nell'unità e nella republica, venivano giudicati alla stregua degli incorreggibili sanfedisti ed austriacanti: ogni regione d'Italia si accingeva al rinnovamento conservando nella vanità inevitabile della nuova opera le vecchie superbie delle autonomie. L'unità della patria, così bene affermata dalla letteratura, diventava unione nell'idea politica d'allora: si parlava di dieta, di lega doganale, di statuti uniformi; era una risurrezione medioevale che lasciava a Roma il papato, come se la rivoluzione e l'impero francese non l'avessero due volte soppresso, e tutte le antiche capitali nel loro storico antagonismo. Palermo risognava di emanciparsi da Napoli pur conservandone la dinastia, Genova vaneggiava contro Torino nei ricordi dell'antica repubblica, Firenze rimuginava i propri secolari disegni d'ingrandimento contro i ducati limitrofi, il Piemonte mirava al Lombardo-Veneto come a preda troppo lungamente agognata, mentre Milano rammentava, con palpiti superbi di donna, la sua ultima gloria di capitale del regno italico, e Venezia, isolata nel silenzio delle lagune, fantasticava la libertà dinanzi alla gloria immortale dei propri monumenti.
Era un idillio politico. Nessuna di quelle terribili passioni che covano le vere rivoluzioni, trapelava dalla scompostezza del nuovo moto: non fede religiosa, giacchè in Italia fu sempre scarsa, e il papato non fece che diminuirla e la religione cattolica era piuttosto ostile che favorevole ad ogni forma di rivoluzione italiana: non tradizione regia, capace di difendere le centenarie dinastie contro disegni giacobini e prepotenze imperiali; non odio al principato, disonoratosi nell'ultimo secolo con ogni bassezza morale e politica; non amore alla repubblica, che non fu mai italiana; non orgoglio di libertà, della quale era mistero il significato moderno; ma una irritazione prodotta dalla politica austriaca ed austriacante, e una velleità d'emancipazione che facesse senz'altre fatiche rifiorire il benessere materiale paesano. E il moto non era solamente federale per tradizione ma per un sottinteso ipocrita che, giudicandolo meno osteggiato così dai principi che dall'Austria, lo sperava più facile: forse quest'ultima, preoccupata da altre necessità interne, lo avrebbe lasciato passare e la rivoluzione si sarebbe svolta come una festa. Poi il caso o la fortuna d'Europa avrebbero aiutato.
Si desiderava da suddito diventare cittadino, ma si aspettava questo da una concessione generosa di principe; si sarebbe voluta l'espulsione dell'Austria, ma si ripugnava alla coscrizione, alle enormi spese e agli immensi disastri, che una guerra nazionale avrebbe costato. Idea e passione politica non erano limpide ed ardenti che nei pochi rivoluzionari: il grosso partito riformista non aveva come tale nè l'una nè l'altra, e non pensava ai problemi della nazionalità, della sovranità e del papato; sottomesso ai principi non vedeva in loro un principio ma un buon espediente contro l'avvento rivoluzionario del popolo; imbevuto di cattolicismo non ammetteva libertà religiosa, e ripugnava all'unità specialmente per terrore superstizioso di Roma; nemico dell'Austria, non la odiava abbastanza da accettare contro di essa una qualunque rivoluzione.
A quella federale, che si veniva preparando, dovevano quindi mancare l'idea, il sentimento e lo scopo. Se l'antica federazione aveva significato l'individualizzarsi dei comuni nella disgregazione dell'impero, ed era stata invincibile come tutti i progressi, la nuova dopo la rivoluzione francese, che tende a costituire i popoli prima per nazioni e poscia per razze, non avrebbe avuto altro significato che di un esperimento rivoluzionario, nel quale l'Italia liquidasse il proprio passato. Mentre i moti del '21 e del '31 erano stati egoisticamente regionali, l'imminente rivoluzione del '48, svolgendosi federalmente con concessioni di statuti e lega di principi e una egemonia del pontefice, doveva essere la loro inevitabile conclusione. Così svanirebbero tutte le resistenze del mondo storico; e l'Italia, ricredutasi nell'inutilità di questo sforzo supremo, al quale era inconsciamente spinta dallo spirito moderno, aprirebbe il proprio terzo periodo storico della nazionalità.
Nulla mancherà dunque dell'antica Italia in quest'ultima rivoluzione federale. Una stessa illusione vi accorderà tutti i partiti, costringendoli a fallare nel processo dell'azione rivoluzionaria perchè, meglio fusi da una sconfitta comune, si trovino nella necessità di ritentare più tardi una vera rivoluzione. Tutte le monarchie costrette a concedere lo stesso statuto, avanzandosi sul ponte infido del costituzionalismo verso la democrazia popolare, faranno la loro ultima riprova, ma quella solamente fra esse che saprà resistere all'esperimento costituzionale, avrà un avvenire. Naturalmente ciò dipenderà meno dalla sincerità del loro carattere in tutte egualmente ostile al riconoscimento della sovranità popolare, che dall'ambiente politico nel quale si compierà l'esperienza: quindi fra i due grossi regni napoletano e piemontese, intorno ai quali potrà agglomerarsi l'Italia futura, il vantaggio sarà per quest'ultimo.
Ma poichè l'imminente rivoluzione federale dovrà esaurire le secolari forme storiche d'Italia, il suo impulso apparente verrà dal papato. L'Italia, tentando rinnovarsi nella modernità, non poteva essere che neoguelfa e riassumersi entro la più antica delle proprie istituzioni con uno sforzo d'unione senza unità e di nazione senza individualità. Dacchè l'impero francese sfasciandosi l'aveva lasciata ricadere nel passato più povera e più divisa da interessi inconciliabilmente rivali, solo la grandezza del papato, assicurandole una primazia cattolica, le dava ancora una ideale unità. Quindi basterebbe al papa il cenno più lieve ed ambiguo di riscossa perchè a tutti sembrasse più chiaro d'ogni più esplicita affermazione. Qualunque parola di Roma parrebbe contenere un programma, ogni sua promessa sembrerebbe maggiore dello stesso fatto compiuto. L'effervescenza classica, la superstizione religiosa, l'antica fede, l'immutata soggezione, galvanizzate dall'indefinibile senso rivoluzionario del secolo, si condenserebbero intorno al papato per spingerlo inconsapevole ed inconsapevolmente sulla via della rivoluzione: si vorrebbe con esso una crociata politica, gli si domanderebbero come molti anni addietro benedizioni ed anatemi miracolosi, gli s'imporrebbe di costringere Dio alla complicità di combinazioni diplomatiche che nessuna scienza di stato o volgare prudenza d'individuo potrebbe approvare. Il papato, idealmente ucciso dalla rivoluzione francese, oscillerebbe quindi sotto la pressione del pubblico sentimento, compiendo di suicidarsi coll'accordare una costituzione inconciliabile colla propria essenza, finchè, di cosmopolita fatto italiano e costretto a tradire l'uno e l'altro carattere, finirebbe abrogato da una republica romana, assurda ed effimera quanto la stessa rivoluzione federale.
Intanto le corti italiane, travolte dall'impulso del papato all'esperimento delle costituzioni e di una impossibile lega militare contro l'Austria, si dibatteranno fra perfidie mostruose: la sollevazione contro lo straniero, precisando all'interno tutti coloro che non l'avranno aiutata o peggio l'avranno tradita, li designerà come nemici; l'impossibilità dell'unione spingerà all'unità, l'accordo giubilante coi principi si muterà in dissidio mortale coll'abrogazione degli statuti, il nuovo contatto colla rivoluzione europea spazzerà dalla coscienza nazionale gl'informi antichi concetti storici, i martirii delle successive congiure colpiranno molti riformisti divenuti rivoluzionari, mentre il Piemonte mantenendosi costituzionale diventerà il nocciolo della nazione futura.
Pio IX.
Alla morte di Gregorio XVI (1º giugno 1846) le popolazioni dello stato pontificio, come presaghe dei tempi nuovi, respirarono gioiosamente. Al conclave tosto adunato furono spediti Memorandum e petizioni, che, sebbene male accolti, non scemarono la pubblica aspettazione; siccome si temevano sommosse, e il generale austriaco Radetzky si disponeva già ad occupare le Legazioni, grande era il fermento degli animi, ma il conclave, sbrogliandosi più sollecitamente del solito, proclamò pontefice contro ogni previsione il cardinale d'Imola, Mastai Ferretti. Era questi nuovo alla vita politica, senza nè partito nè capacità politica. Il Lambruschini, candidato austriaco, e il Gizzi, candidato popolare, rimasti esclusi, rappresentavano le due più grosse parti del conclave, che, inette a vincersi, avevano dovuto accordarsi sopra un nome neutro.
Il nuovo pontefice, che si chiamò Pio IX, doveva, malgrado la inanità del proprio spirito, lasciare nella storia del papato una delle orme più profonde. Mite di temperamento e gioviale nel carattere, vanitoso quanto un attore e facile come un dilettante, era l'uomo più adatto al carnevale del momento, che intendeva a fare di tutto una festa scordando i problemi della politica nel fracasso della rettorica e avanzando per una fantasmagoria di illusioni sceniche verso la scabra realtà d'una rivoluzione presto soffocata nel sangue d'una guerra. Se Gregorio XVI era stato un teologo ed un tiranno, Pio IX fu un retore della teologia e della politica, egualmente incapace di comprendere la posizione del papato nel secolo e in Italia. Quindi invece di una vera riforma religiosa, quale l'invocavano i più grandi spiriti cattolici, non mirò che alla teatralità di affermazioni dogmatiche, atte a sbalordire la plebe e tendenti a condensare l'assolutismo papale senza prevederne i contraccolpi politici. L'ultimo dogma dell'infallibilità pontificia, che annulla il potere legislativo dell'episcopato, contradice infatti ben stranamente alla concessione dello statuto, che doveva rendere il papato parlamentare. Ma nessun papa svolse nel proprio pontificato più ricco repertorio di scene. Riformatore, poi rivoluzionario colla promulgazione dello statuto, eroe nazionale e banditore della crociata contro l'Austria, quindi reazionario, traditore e fuggiasco a Gaeta sotto l'egida del peggior tiranno d'Italia; decaduto dal trono per decreto della republica romana che aboliva il potere temporale, e ricondottovi da una coalizione monarchica che preludeva al secondo impero: più tardi battuto dalla conquista savoiarda aiutata da Napoleone III, e nullameno protetto da questo entro Roma; due volte assalito da Garibaldi ad Aspromonte e a Mentana, e rovesciato finalmente dalla monarchia italiana l'indomani di Sedan, Pio IX dovette fingersi prigioniero entro il Vaticano dichiarato inviolabile. Gloria ed infamia, nulla gli fu risparmiato. Sollevato a tutte le apoteosi dalla illusione politica di un momento, e percosso poco dopo dagli anatemi di tutte le coscienze italiane, potè proclamare il dogma dell'infallibilità pontificia in un concilio ecumenico, che la rivoluzione del 1870 disperse; accattone d'aiuti parricidi dopo le più ingenue vanterie patriottiche, imbrattato di stragi come le perugine malgrado la gioviale bonarietà d'animo, dominato da ministri concussionari come Antonelli, aggirato dai liberali e dai gesuiti, fu l'ultimo condottiero del papato, e ne divenne il becchino fra la più scettica indifferenza mondiale.
Ma il mattimo del suo pontificato apparve così bello all'accesa fantasia d'Italia che tutto il mondo salutò acclamando.
I primi atti politici del pontefice, benchè per se stessi non meravigliosi, destarono i più fervidi entusiasmi. Concesse un'amnistia così umiliante per la formula che alcuni, come il Mamiani, sentirono di doverla ricusare; nullameno questo perdono di papa parve ultimo miracolo del cattolicismo. Quindi una indefinibile ed unanime congiura lo circuì. Lo si vantò più buono e liberale che davvero non fosse, apponendo le sue dichiarazioni assolutiste ai segretari; il partito clericale medesimo si scisse in due, dei gregoriani e dei pïani a seconda delle tendenze reazionarie o novatrici. Ambasciatori da ogni parte del mondo, persino del sultano, venivano a congratularsi dell'opera riformatrice col nuovo pontefice; ma ad essere riformatore gli mancavano insieme genio e carattere.
Infatti le prime commissioni consultive con ammissione di qualche laico illustre, come i giuristi Silvani e Pagani, l'una per lo studio della riforma processuale, l'altra con propositi meschini di educandato per la correzione dei costumi publici, e una terza per la costituzione del municipio romano, scoprirono tutta l'inanità de' suoi concetti politici. Ma il publico non potè e non volle accorgersene. Al suo entusiasmo bastavano alcuni mutamenti nel personale legatizio, poche e tenui modificazioni nella costituzione dei tribunali, e lo spiraglio aperto alla stampa colla nuova legge sulla censura, che parve illiberale persino al D'Azeglio.
Intanto il delirio delle feste e delle acclamazioni cresceva. Una poesia carnevalesca avvolgeva la figura del pontefice, mettendo nel suo nome misericordioso il significato di tutte le perfezioni. Ogni giorno recava nuovi spettacoli di adorazione; la piccola e la grande letteratura bamboleggiava in panegirici al papa; invece di osservarle, s'indovinavano attraverso i suoi atti e le sue parole le più spampanate promesse liberali. Pio IX era tutto, religione, patria, autorità e libertà fuse nel più stupendo accordo di genio e di santità. I giornali improvvisati, come il Contemporaneo e la Bilancia a Roma, il Felsineo e l'Italiano a Bologna, questo diretto dal Berti-Pichat insigne agronomo, e quello dal Minghetti, che divenne poi celebre parlamentare, ditirambeggiavano con patriottica e comica ingenuità. Persino Garibaldi dall'America e Mazzini da Londra credettero buona tattica del momento scrivere a Pio IX due lettere assurde d'incoraggiamenti e di devozione. Così, la fede al nuovo papa liberale si radicava nell'opinione non solo d'Italia ma d'Europa, malgrado la contraddizione di molti suoi atti, attribuiti puerilmente alla sua posizione di capo di una istituzione vecchia di diciotto secoli e quindi atteggiata da abitudini, che nessuno sforzo avrebbe potuto mutare in un giorno. Il pontefice, ebbro di tanta popolarità, vi si abbandonava con gioia di attore. La sua stessa bellezza fisica, la potenza musicale della sua voce, per la quale invaniva almeno quanto pel grado di primo fra i cattolici, l'ammirazione d'Europa, la costanza di un trionfo che sembrava dilatarsi di giorno in giorno, tutto contribuiva a trascinarlo giù per la lubrica china della rivoluzione. Il grande tentativo liberale, iniziato nel cattolicismo per opera di Chateaubriand, e spinto con sì ammirabile vigore di stile dal Lamennais alle ultime conseguenze, favoriva la nuova interpretazione liberale del papato.
I riformisti gongolavano. Gioberti era stimato profeta, Mazzini sembrava aver piegato, i principi guatavano stupiti il pontefice come attendendo un suo cenno per seguirlo, il mondo applaudiva, solo i più incorreggibili rivoluzionari tacevano soffocati dall'entusiasmo universale.
Intanto con editto del 14 aprile 1847, ispirato dal famoso Memorandum del 1831, s'instituiva la consulta di stato: tutti i legati e delegati dovevano presentare una terna, dalla quale il sovrano avrebbe scelto un consultore per ogni provincia: i consultori siederebbero due anni in Roma e darebbero voto consultivo sulla sua amministrazione, l'ordinamento del municipio e gli affari interni dello stato. Era una lustra, che non riconosceva al popolo nessun diritto d'elezione e non gli offriva alcuna guarentigia. Poco dopo un motuproprio ordinava il consiglio dei ministri costituendolo del segretario, presidente e ministro degli affari esteri ed interni, del camerlengo per l'industria e il commercio, del prefetto delle acque e strade, del prelato presidente della guerra, del tesoriere e del governatore di Roma per la polizia. Il governo pontificio restava adunque sulle vecchie basi e col medesimo organismo prelatizio. Nemmeno questo bastò. Il popolo, infallibile nell'istinto politico, sentiva che il pontefice sarebbe andato più oltre, e che questi decreti erano piuttosto l'espressione del partito vaticano che dell'inevitabile compromesso già stretto fra il papa e la rivoluzione. Infatti l'Austria spaventata aumentava in Lombardia l'esercito di occupazione facendo subdole proposte a Guizot, ministro francese, perchè si adoperasse presso il pontefice a frenare il moto delle riforme e ad impedire quindi sommosse rivoluzionarie in Italia. Nel Vaticano era scoppiato il dissidio fra il Gizzi segretario e il papa: questi alle provocazioni dell'Austria rispose istituendo la guardia civica a Roma e promettendola alle provincie. Il Gizzi si dimise profetando la caduta del papato; i gregoriani già ringalluzziti dagli aiuti austriaci allibirono e tacquero momentaneamente nell'odio. Frattanto lo stato male ordinato in passato peggiorava fra il vecchio e il nuovo; sanfedisti e rivoluzionari, gregoriani e pïani, nelle provincie si percuotevano a morte; le commissioni governative eternavano i propri lavori, l'azione governativa sprovveduta degli antichi terrori polizieschi procedeva molle ed incerta, l'azione popolare cresceva gagliarda.
Al Gizzi successe il cardinale Ferretti, legato a Pesaro. Quindi, per l'anniversario della concessa amnistia, una congiura, piuttosto desiderata che ordita dai residui polizieschi del governo gregoriano contro Pio IX, provocò tumulti liberali, che s'immaginarono di salvare il pontefice vincendo una battaglia cittadina. Così il popolo s'impossessò delle armi e il governo cadde in sua tutela, mentre l'Austria, troncando le ambagi, occupava risolutamente Ferrara. La prima grande scena del dramma era incominciata. Roma e Vienna inimicate avrebbero acceso la guerra fra l'Austria e l'Italia. Roma protestò energicamente, il gabinetto inglese la appoggiò; ma l'Austria tenne duro, giovandosi della Francia che per mezzo di Guizot consigliava al papa di restare amico dell'imperatore a qualunque costo. Senonchè la mossa spavalda di Metternich, anzichè frenare il papa sulla via pericolosa delle riforme, ve lo spinse più vivamente; le popolazioni frementi di sdegno all'odiosa provocazione si stringevano più fortemente al pontefice; tutti i municipii gli offrivano uomini e danari per una impresa di liberazione; la stampa, rompendo i confini della censura ed ampliando la questione, pindareggiava di unione d'Italia e d'indipendenza nazionale. Per la prima volta dopo tanti secoli un'ingiuria fatta al pontefice re di Roma veniva raccolta come un guanto da tutta la nazione.
Pio IX, trascinato dalla logica segreta della rivoluzione a farsi iniziatore di una lega doganale, che avrebbe naturalmente preluso ad una lega politica, segnava un trattato doganale con Firenze e con Torino, costituiva il municipio romano, riordinava il ministero precisando le attribuzioni e la responsabilità di ogni ministro, apriva la consulta tentando inutilmente di scemarle nel discorso inaugurale il significato politico. Infatti i consultori nell'indirizzo di risposta gli esposero nella forma più rispettosa un largo programma di tendenze costituzionali e patriottiche. La loro inattuabilità non compresa dal popolo, pel quale tutto era segno di rivoluzione, non sgomentava i consultori: si andò fino a pretendere che il papa scomunicasse l'imperatore; e la Bilancia, giornale dell'illustre Orioli, affermava essere la scomunica un'arma superiore a tutte le altre di guerra.
L'agitazione negli altri stati.
Una protesta dei professori allo studio di Pisa contro l'installazione delle monache del Sacro Cuore cresceva tutto dì nelle stampe clandestine di Toscana, che invocavano riforme fingendo motupropri dai quali fossero accordate; il granduca Leopoldo, prima rattenuto dal terrore cieco dell'Austria, era adesso trascinato dall'irresistibile esempio di Pio IX. Tutto diventava pretesto di unione con Roma, la sottoscrizione per gli amnistiati poveri dello stato romano, il terremoto di Pisa e l'inondazione di Roma stessa. In questa si istituì una ambasciata toscana distinta dall'austriaca, si stabilì a Pisa una scuola normale, si nominarono commissioni per diffondere l'istruzione elementare. L'Austria premeva sul granduca a spaventarlo; i rivoluzionari si servivano del nome di Pio IX come di una salvaguardia per ogni dimostrazione liberale. Una nuova legge sulla stampa, colla quale si concedeva l'esame degli atti governativi, abilmente maneggiata dal Montanelli in un opuscolo, diventò arma contro il governo: questo, sempre più stretto dal blocco, ordinò nuovi codici, promise l'allargamento della consulta, una revisione organica dei municipi.
I giornali pullularono: Salvagnoli nella Patria propugnava l'accordo della libertà col principato e quindi una lega di principi per la difesa dell'indipendenza italiana, La Farina nell'Alba republicaneggiava, Montanelli sognava nell'Italia dietro al papato di Gioberti. La prima grossa battaglia giornalistica fu per l'istituzione della guardia civica, alla quale il duca ripugnava per istinto e per minaccie austriache, ma nella quale dovette consentire, travolto dalla marea assordante della publica opinione. L'armamento del popolo era il primo passo del principato all'abdicazione, gli altri furono segnati dai preparativi e dalla concessione finale dello statuto. All'agitazione liberale crescevano adepti ed aiuti: il barone Bettino Ricasoli, che fu poi la più onesta ed altera figura fra i successori del conte di Cavour, scriveva petizioni al governo, guidando contro di esso la parte più assennata del paese, ma sperando tutto dalla persuasione; Gino Capponi, austero gentiluomo ed elegante letterato, capo di un'altra frazione del partito moderato, si riprometteva maggiormente da legali agitazioni. Il partito radicale aveva sede a Livorno, ove Guerrazzi ne era l'idolo e Bartelloni il più efficace tribuno; Centofanti e Montanelli guidavano l'università di Pisa. Intanto le scosse di Roma propagandosi, eccitavano le popolazioni e sbaldanzivano i governi: ogni avvenimento diventava festa, ogni festa dimostrazione; l'anniversario della morte dei Bandiera e della cacciata dei tedeschi da Genova, l'assunzione del papa, la morte a Genova del celebre agitatore irlandese O' Connell e di Confalonieri a Milano, la sconfitta del Sonderbund a Lucerna, i ricevimenti per tutte le capitali italiane di Cobden e di Cormenin, provocavano esplosioni di rettorica rivoluzionaria e patriottica. Guerrazzi, commemorando a Gavinana la morte di Ferruccio, produsse quasi una rivolta: il principe Bonaparte di Canino, volgare ma coraggioso istrione politico, traversò la Toscana, poi Genova e finalmente Venezia, vestito da guardia civica romana, arringando e tirando il publico a teatrali giuramenti colle spade sguainate nel nome d'Italia. Le riforme concesse troppo tardi, mal volentieri e a sbalzi, anzichè placare il fermento l'accrescevano; il nome d'Italia, gridato da tutti, minacciava di morte i governi regionali; da Livorno si mandò a Garibaldi, divenuto glorioso in America per battaglie vinte, una spada d'onore, e una medaglia d'oro ad Anzani che con lui aveva colà organizzato la legione italiana.
A Lucca, siccome Carlo Lodovico seguitava nei più turpi disordini, ricusandosi con insolente spavalderia a qualunque riforma liberale, il popolo offeso impegnava contro di lui una lotta, nella quale ebbe presto il sopravvento. Allora il duca, spaurito e vessato dagli enormi debiti, precipitò la cessione del ducato alla Toscana; l'Austria intervenne in nome dei vecchi trattati per ottenere al duca di Modena la Lunigiana, chiave strategica della media Italia. Corsero ribalde trattative da tutte le parti, ma la regione restò momentaneamente a Modena spalleggiata da Vienna. La mala condotta di Leopoldo verso gli abitanti di Fivizzano, che gli si erano rivolti per non essere ceduti al duca di Modena ed avevano poi invocato persino Carlo Alberto e Pio IX, determinarono a Livorno una esplosione popolare, nella quale soffiò il Guerrazzi. Ne venne quasi una guerra civile, ma il duca fu sollecito al riparo, invadendo con grosse soldatesche la città ed arrestandovi tutti i caporioni. Il moto si disse sedato, però il governo non ne divenne più forte.
Frattanto essendo morta (17 dicembre 1847) la duchessa di Parma, Maria Luigia, l'Austria ne profittò per prender maggior piede in Italia contro l'imminente rivoluzione. L'ex-duca di Lucca, divenuto duca di Parma per diritto di riversibilità, ne prese momentaneamente possesso, riconfermando dietro monito austriaco gli odiati ministri della defunta duchessa e rispondendo alle petizioni popolari, invocanti migliori leggi e municipii elettivi, col darsi in braccio a Vienna. Così, dopo aver venduto i propri sudditi di Lucca al granduca di Toscana al prezzo di uno scudo per testa, il 24 dicembre firmava un trattato coll'imperatore, concedendogli di occupare militarmente lo stato per interesse di comune difesa: al quale trattato avendo tosto acceduto il duca di Modena, l'Austria contro i patti del 1815 era fatta padrona del Po e degli Appennini. Quindi col pretesto di scortare il cadavere della duchessa trasportata alle tombe imperiali di Vienna, Metternich fece occupare colle artiglierie Parma, poi Modena.
Ma tutta Italia guardava insistentemente a Carlo Alberto. L'istinto politico della rivoluzione intuiva che solo il Piemonte avrebbe potuto guidare una guerra d'indipendenza contro l'Austria, qualunque fosse il passato e il carattere del suo re. Carlo Alberto, attorniato dai gesuiti e dominato dal conte Solaro della Margherita, il più reazionario fra i ministri italiani, si sentiva passare entro l'anima assiderata il vento caldo della rivoluzione a risvegliarvi vecchi rimorsi e speranze. L'orgoglio tradizionale della sua casa, la sua stessa alterigia romantica di re assoluto e di cavaliere, lo traevano alla fortuna di una guerra che gli raddoppiasse i dominii, dandogli una vera supremazia su tutti i principi della penisola; ma il terrore delle idee rivoluzionarie, la bigotteria regia e cattolica, l'inguaribile dubbiezza del suo spirito incapace di affrontare risolutamente alcun problema, lo rattenevano sulla china delle riforme, irritando la sua gelosia per Pio IX. Quindi proibiva persino le funzioni ecclesiastiche celebranti il nuovo pontefice, pure offerendoglisi cavaliere contro l'Austria già discesa a Ferrara e minacciosa al Piemonte con un nuovo aumento di dazi sopra i suoi vini, quasi a sfida: accoglieva trionfalmente l'inglese Cobden apostolo del libero scambio, e seguiva la dottrina opposta del List, che aveva fondata in Germania la lega doganale; si ricusava alle riforme e scriveva una lettera ai comizio agrario di Casale, provocatrice come un bando di guerra contro l'Austria. Perplesso fra la diplomazia inglese, che per mezzo di lord Minto lo incuorava ad una rivoluzione costituzionale, e la politica francese che per mezzo del conte de Mortier tirava a riconciliarlo coll'Austria, non si risolveva per nessuna delle due: avrebbe voluto la guerra senza rivoluzione, guidando l'esercito e tenendo il popolo nella stessa calma obbedienza mediante poche riforme concesse per decreto reale. Nullameno il moto lo travolse. Il suo scudo fantastico col leone di Savoia straziante l'aquila di Asburgo e il motto scritto in francese da lui italiano «J'attends mon astre» esprimeva tutta la torbida poesia del suo pensiero: una visione di cavaliere antico, chiuso nell'angustia del proprio spirito e della propria corazza, concependo la rivoluzione come una festa di popolo e la guerra come il glorioso capriccio di un prode. Ma la storia, sempre più forte di ogni disegno individuale, lo trasse irresistibilmente alle riforme, che dovevano in tutti i principati italiani precedere gli statuti; onde, fra gli osanna del popolo, i suggerimenti ingenui o perfidi dei liberali e le querimonie della reazione, dovette con una serie di ordinanze modificare la legge comunale mettendovi a principio l'elezione popolare, abolire le giurisdizioni eccezionali, unificare con una nuova corte di cassazione la giurisprudenza del regno, frenare l'arbitrio della polizia affidata al ministro della guerra, slargare la legge sulla stampa, stabilire registri per lo stato civile, democratizzare le promozioni militari.
Naturalmente queste riforme, anzichè recare immediati benefizi, sconvolsero il vecchio sistema politico, sollecitando le voglie rivoluzionarie dei liberali. La logica delle cose traeva irresistibilmente a maggiori concessioni: si denunciavano tutti gli abusi; l'orgoglio piemontese, vellicato dalla proclamazione nazionale del proprio re a generalissimo contro l'Austria, domandava insistentemente un altro più difficile primato colla promulgazione di uno statuto. Le questioni più vitali, dibattute quotidianamente nei giornali, esaltavano meglio che non illuminassero le menti; Valerio e Brofferio, l'uno nella Concordia, l'altro nel Messaggero, guidavano la falange più ardita dei liberali; Balbo e Cavour nel Risorgimento si destreggiavano in un liberalismo più tenero del principato che della libertà, più preoccupato dei mezzi che del fine. Il vecchio assetto della società sommossa da tante agitazioni politiche si screpolava; difettavano uomini e idee; la riforma scesa dai libri e dalle riunioni accademiche nelle strade non vi diveniva rivoluzione per difetto di passione e d'intelligenza nel popolo. Il sentimento più vivo di questo era l'avversione all'Austria, ma non l'odio vero capace dei miracoli di Grecia e di Spagna; la tradizione più salda era ancora regia, le aspirazioni liberali salivano dalla borghesia e si confondevano nell'incertezza della sua cultura e nella imperfezione del suo carattere. Tutta la violenza era di parole e tutta l'opera di feste. Si temeva pazzamente dei gesuiti, le fazioni inviperivano nelle più astiose e stolide polemiche, la diffidenza scendeva e saliva dal popolo al principe, la vertigine del vuoto faceva turbinare tutte le teste. Due soli vedevano chiaro in tale tramestio, Mazzini e Metternich: quegli affermando recisamente che tutti gli ordigni dei moderati crollerebbero ben presto, e il popolo proromperebbe con manifestazioni da obbligare l'Austria ad invadere i paesi vicini; questi scorgendovi una sovversione rivoluzionaria che avrebbe forse guidato alla republica, ed affrettandosi a dichiarare in un Memorandum alle potenze che l'Italia era una semplice espressione geografica e non sperando più che nelle inevitabili divisioni italiane. «Gli italiani fortunati s'invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre vincitori o vinti». E fu profezia.
A Napoli, terra votata da secoli al più efferato dispotismo, l'impulso dato inconsciamente da Pio IX alla rivoluzione vi peggiorò il governo. Il re, impantanato nella più scempia bigotteria, lasciava compiere a ministri truci o rapaci, come il Del Carretto e il Santangelo, qualunque infame prepotenza: unica politica la repressione. Nullameno l'opposizione dei patriotti, quantunque più napoletani che italiani, sempre egualmente scarsi di idee e di coraggio, si ostinava al cimento. Infatti nella celebre protesta elaborata dal comitato rivoluzionario e scritta dal Settembrini, forma e sostanza erano del pari insufficienti. Prolissa come una requisitoria, sparsa qua e là di frasi pietiste a Pio IX, minuta e pedante nell'accusa, non esciva dal popolo e al popolo non si rivolgeva: pareva un appello all'Europa e non era che un'arringa d'avvocato senza severità di stile e veemenza di passione; negava e non riaffermava; uscita dall'anonimo si perdeva nel vago, più lamento ancora che protesta, troppo lunga per un proclama e troppo scomposta per un Memorandum, non abbastanza rivoluzionaria nell'intenzione e troppo poco italiana nel sentimento. Non pertanto parve ai liberali un capolavoro e un pericolo al governo. Questo, infellonito dalle accuse consegnate così a tutta la stampa europea, cercò a morte gli autori, che esularono o si nascosero. Ma il fermento aumentava minaccioso nelle provincie. Ai primi di settembre (1847) una sommossa scoppiava per opera dei fratelli Plutino e di Romeo a Reggio e a Messina, prontamente e ferocemente repressa. I generali Landi e Nunziante vi si copersero d'obbrobrio; Domenico Romeo vi fu trucidato e un suo nipote costretto a portarne la testa in giro per le ville. Ma quasi l'immanità della repressione fosse insufficiente, il re con editto dell'otto settembre invitava tutti i cittadini a farsi spie del trono dando sicurtà «che i loro nomi resterebbero sepolti negli arcani della polizia, che proporzionata all'utile sarebbe la ricompensa, e che la sovrana clemenza non lascierebbe alcun servigio senza premio». Un altro editto poco dopo prometteva trecento ducati a chi uccidesse, e mille a chi consegnasse dieci ribelli, dei quali si davano i nomi. A queste tiranniche empietà rispondevano, elogiando, le corti di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo, mentre Ferdinando II, come impazzito di ferocia e atterrito da una ovazione fattagli per il licenziamento del ministro Santangelo, proibiva con nuova ordinanza al popolo di gridare persino, Viva il re! Naturalmente l'ordinanza non fu obbedita e ne nacquero risse sanguinose fra il popolo e la sbirraglia.
La Sicilia, sempre implacabile nell'odio al governo napoletano, ne approfittava per insorgere un'altra volta. Uno scritto diffuso per Palermo il 12 gennaio 1848, vi chiamava tutti i siciliani alla rivolta, sfidando il governo come ad un torneo mortale. Il governatore militare bombardò prima la città; poi, trovata la resistenza troppo dura, tentò accordi; il conte d'Aquila sopraggiunto s'interpose chiedendo concessioni al re; Ferdinando spaventato alcune ne diede, molte altre ne promise; ma Palermo, fidente nel proprio sogno di autonomia, le respinse per tentare d'organizzarsi a governo. I comitati costituitisi nella prima ora della rivolta si restrinsero in uno solo: Ruggero Settimo ne fu presidente, Mariano Stabile segretario. La lotta proseguì feroce d'ambo le parti, ma le truppe napoletane dovettero indi a poco levare il campo. Per ultima orribile rappresaglia di guerra il generale De Sauget, prima d'imbarcarsi, fece aprire le carceri della città sguinzagliandovi dentro cinquemila galeotti. Frattanto la rivoluzione si era diffusa; solo qualche fortezza restava ancora ai regii nell'isola.
Il primo scoppio della rivoluzione federale vampeggiava dunque dalla Sicilia, che la storia non aveva mai potuto congiungere all'Italia, e nella quale nessuna conquista si era mai saldamente stabilita.
Gli statuti.
I fati incalzavano. L'insurrezione vittoriosa della Sicilia, atterrando la corte di Napoli, inanimì i liberali; l'Austria, inabilitata a soccorrere i Borboni, giacchè il papa offeso dell'occupazione di Ferrara vietava ogni transito pel proprio territorio, non bastava più a proteggerli; le provincie di terraferma tumultuavano, la plebe delle città era incerta, l'esercito per quanto numeroso non abbastanza solido. Il Cilento era in fiamme; Constabile Carducci con forte mano d'insorti minacciava Salerno; la resistenza avrebbe acceso la guerra, questa spaventò il re. A scongiurarla con vecchia abilità di famiglia, Ferdinando II pensò di concedere più che non gli si domandava, e diede la costituzione incaricandone Ferdinando Bozzelli, antico liberale che doveva poi disonorarsi nella cortigianeria di troppi tradimenti. I truci funzionari polizieschi furono congedati, s'instituì un nuovo ministero. A tanta prodigalità liberale il popolo esaltato proruppe in ovazioni: odii ed infamie furono dimenticate. I capi rivoluzionari al solito credettero nella lealtà del re, non si pensò al tradimento, si riprese l'idillio politico del '20 colla stessa ingenuità. La costituzione imitata sulla francese non era troppo liberale, e nullameno eccedeva forse la capacità politica del paese: unica religione riconosciuta la cattolica, il potere legislativo nel re e nel parlamento diviso in due bracci, senato a nomina regia e a numero illimitato, la camera dei comuni per elezione popolare. I collegi elettorali erano di 40,000 abitanti, gli elettori culti o censiti, ma entrambe queste loro qualità ancora indeterminate; liberi i comuni, vietato l'assoldamento delle milizie straniere, istituita la guardia nazionale, riconosciuto il diritto di petizione, uguaglianza dei cittadini in faccia alla legge; libera stampa meno che sovra argomenti religiosi; cancellato ogni precedente e condanna politica. Il potere esecutivo risiedeva nel re e nei ministri da lui nominati.
Questo, che stordiva i napoletani, non bastò alla Sicilia ostinata nella propria autonomia o nella fede alla costituzione del '12. Così la guerra proseguiva con vantaggio crescente degl'insorti, che il 20 febbraio 1848 indissero il proprio parlamento.
Ma la costituzione, concessa dal re con traditrice riserva e accettata dai liberali con fanciullesca ingordigia, poco adatta ai costumi e mal compresa dalle masse, non funzionava. La corte segretamente alla testa del partito retrivo moltiplicava gli ostacoli: v'erano due governi, l'uno palese e l'altro invisibile, quello debole ed impacciato, questo attivo e spregiudicato; il parlamento stava per diventare, come sempre, un'accademia, il ministero fra astrattezze liberali e servili cortigianerie mal poteva imporsi al paese e alla corte; i vecchi poteri restavano con nomi nuovi disobbedendo e falsando ogni mutazione; nelle campagne insubordinate e spinte a tumulti si rapinava; la guardia nazionale poco o punto armata, organizzata appena per qualche rivista e incapace di alcun vero servizio, non giovava; l'aristocrazia invecchiata negli usi dispotici ricalcitrava all'obbedienza della borghesia trionfante; il popolo aspettava lautezze e sbraitava profittando della nuova licenza. Dimostrazioni succedevano a dimostrazioni, peggiorando il disordine e disonorando la nuova libertà. Si espulsero i gesuiti; la stampa abbietta ed irruente insudiciò ogni più illibata reputazione.
Tra il tumulto senza la rivoluzione e il mutamento senza la rinnovazione, d'Italia non si parlava ancora: appena s'erano aggiunti alla bandiera borbonica i tre colori resi nazionali dalla propaganda della Giovane Italia.
La costituzione di Napoli scrollò tutti i principati italiani. La antica rivalità fra Napoli e Torino si riaccese fatalmente, mentre la logica della storia trionfava d'ogni loro egoistica resistenza. Carlo Alberto tentò indarno di reagire contro questa suprema necessità degli ordini costituzionali, che pure avevano fatto la potenza mondiale dell'Inghilterra e permesso alla monarchia di ripiantarsi in Francia sul terreno ancora rovente della rivoluzione. Quindi, scrivendo a Leopoldo di Toscana, che lo richiedeva di consiglio, gli scopriva tutto un disegno di riforme atte ad appagare le più insaziabili esigenze del popolo, senza scemare d'una dramma l'autorità assoluta del re: secondo lui la monarchia parlamentare era il peggiore dei governi. Ma il fiotto della rivoluzione saliva urlando e schiumando intorno al suo trono; Toscana e Romagna barcollavano, Roma sembrava in preda al delirio, il Piemonte fremeva. I libri di Gioberti avendo popolarizzato l'odio ai gesuiti, nei quali l'infallibile istinto popolare vedeva l'ultima milizia del dispotismo, tutti i paesi insorgevano per espellerli. Napoli li aveva cacciati tumultuando, Fano si levava contro di essi a furore, Ancona e Sinigaglia si avventavano contro gli Ignorantelli loro propaggine. Faenza, Camerino e Ferrara seguivano l'esempio, la Sardegna li prendeva a sassate, Genova e Torino si ammutinavano contro di loro. Era una nuova crociata contro gli ultimi giannizzeri del papato, una violenza della libertà costretta a diventare dispotica per potersi stabilire. Carlo Alberto, che fino allora aveva governato coi gesuiti, resistè: nullameno, per ovviare i tumulti, dovette armare la guardia nazionale, mentre i tumulti crescevano egualmente e la passione popolare trascinava tutte le classi. Il re cedette: cominciato l'abbrivo, il resto precipitò. La stampa, non emancipata che a mezzo, chiese in quell'immunità del momento la costituzione; i liberali urlavano libertà, i moderati indicavano il parlamento come l'unico asilo ove risolvere le questioni imbrogliate dalla piazza, la diplomazia inglese aiutava coi consigli, la Francia stava per rovesciare l'avvilente monarchia di Luigi Filippo per ritentare un infelice esperimento repubblicano. I due grandi municipii di Genova e di Torino presero l'iniziativa domandando al re uno statuto: Carlo Alberto chiese consiglio al confessore, s'inabissò in penitenze, e finalmente lo concesse di regia autorità per cansare l'obbligo di giurarlo. Il triste congiurato del '21 non era ancora morto nel nuovo re costituzionale.
Ma poichè la patria, come la religione, non conosce peccati inespiabili, il popolo proruppe all'entusiasmo: tutto fu dimenticato per non ricordarsi che della nuova costituzione e delle parole bellicose, colle quali il re minacciava l'Austria. Infatti all'indomani (5 marzo 1848) chiamava sotto le bandiere tre classi dei contingenti militari. Non era ancora una sfida, ma era già più che una precauzione di guerra. Il nuovo statuto, alquanto più liberale del napoletano, non ne differiva nell'essenza; però, sorto in ambiente politico migliore, potè, dilatandosi in una costante interpretazione liberale, emendarsi di molti difetti e neutralizzare qualcuno dei principii dispotici che lo rendevano piuttosto simile ad una capricciosa elargizione di re, che ad un patto fra questo e il popolo.
La Toscana, presa così tra due fuochi, dovette ardere anch'essa. Malgrado le minaccie del Metternich, il quale veniva ripetendo al granduca di non riconoscergli, come semplice usufruttuario di un patrimonio imperiale, la facoltà di scemarvi i diritti con colpevoli concessioni al popolo, Leopoldo II, atterrito dai casi di Livorno, spinto, sospinto, respinto d'ogni parte, s'arrese a discrezione del popolo, preparandosi a salvarsi colla fuga appena i tempi ingrossassero. Lo statuto toscano, ricalcato su quello napoletano e piemontese, fu migliore d'entrambi nella libertà religiosa.