The Project Gutenberg eBook, La lotta politica in Italia, Volume III (of 3), by Alfredo Oriani
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ALFREDO ORIANI
La lotta politica
in Italia
ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE
(476-1887)
QUINTA EDIZIONE
Curata e riveduta sul manoscritto da A. Malavani e G. Fumagalli
VOLUME III.
FIRENZE
SOC. ANONIMA EDITRICE «LA VOCE»
—
1921
INDICE
| LIBRO SETTIMO: La rivoluzione unitaria | [Pag. 7] |
| Capitolo primo: La grande vigilia | [9] |
| — Esaurimento della reazione | [9] |
| — Ultime difficoltà del Piemonte | [13] |
| — L'idea napoleonica | [16] |
| — Alleanza Franco-Sarda | [18] |
| Capitolo secondo: La conquista regia | [25] |
| — Guerra Franco-Sarda | [25] |
| — La pace francese | [31] |
| — Catastrofe dell'idea piemontese | [35] |
| Capitolo terzo: Prime integrazioni rivoluzionarie | [40] |
| — I governi provvisori nell'Italia centrale | [40] |
| — Iniziative dittatoriali | [44] |
| — Le annessioni dell'Italia centrale | [51] |
| — Cessione di Nizza e di Savoia | [54] |
| Capitolo quarto: La conquista rivoluzionaria | [59] |
| — I mille di Marsala | [59] |
| — Ultime resistenze dei governi borbonico e piemontese | [71] |
| — Impresa di Napoli | [78] |
| — Campagna piemontese nelle Marche | [85] |
| — Annessione del reame | [90] |
| LIBRO OTTAVO: Il regno d'Italia | [95] |
| Capitolo primo: Il primo assetto | [97] |
| — Insufficienza storica della nuova monarchia | [97] |
| — I dati della politica monarchica | [99] |
| — Caratteri parlamentari | [105] |
| — Difficoltà politiche | [109] |
| Capitolo secondo: La proclamazione di Roma capitale | [113] |
| — Trattative diplomatiche | [113] |
| — L'ordine del giorno Buoncompagni | [116] |
| — Ultima lotta fra Garibaldi e Cavour | [118] |
| — Le Regioni | [124] |
| Capitolo terzo: I luogotenenti di Cavour | [128] |
| — L'ambiente politico | [128] |
| — I primi ministeri | [132] |
| — Empirismo legislativo | [135] |
| Capitolo quarto: La reazione del brigantaggio nel mezzogiorno | [140] |
| Capitolo quinto: La tragedia d'Aspromonte | [149] |
| — L'avventura di Sarnico | [149] |
| — Seconda spedizione garibaldina | [154] |
| — La monarchia italiana e il papato | [161] |
| Capitolo sesto: Soluzione monarchica del problema di Roma | [166] |
| — Roma durante la rivoluzione | [166] |
| — La convenzione di settembre | [171] |
| — Trasporto della capitale a Firenze | [176] |
| Capitolo settimo: La prima guerra italiana nel veneto | [181] |
| — Cospirazioni regie e democratiche | [181] |
| — La preparazione prussiana | [187] |
| — Trattative ed apparecchi | [191] |
| — La campagna | [197] |
| — Garibaldi nel Tirolo | [201] |
| — Battaglia di Lissa | [204] |
| — La pace di Vienna | [206] |
| Capitolo ottavo: Ultima ripresa rivoluzionaria | [212] |
| — Ultima reazione brigantesca a Palermo | [212] |
| — La politica ecclesiastica | [214] |
| — Ministero Rattazzi | [218] |
| — Mentana | [226] |
| — Contraccolpi parlamentari | [230] |
| — Ultimi conati mazziniani | [234] |
| Capitolo nono: La crisi finanziaria | [240] |
| — L'ambiente economico | [240] |
| — Quintino Sella | [244] |
| — Il pericolo del fallimento | [247] |
| Capitolo decimo: La presa di Roma | [259] |
| — Rivalità della Francia colla Prussia | [259] |
| — Fine del papato temporale | [265] |
| — Guerra Franco-Prussiana | [268] |
| — Esitazioni monarchiche | [270] |
| — Annessione di Roma | [280] |
| — Ingresso di Vittorio Emanuele a Roma | [283] |
| — Garibaldi in Francia | [285] |
| — La legge delle Guarentigie | [290] |
| Capitolo undecimo: L'opposizione ideale | [298] |
| — Decadenza letteraria | [298] |
| — Giosuè Carducci | [302] |
| LIBRO NONO: Il secondo periodo monarchico | [313] |
| Capitolo primo: Le due monarchie | [315] |
| — Esaurimento della destra | [315] |
| — I prigionieri della monarchia | [320] |
| — Ultimo ministero Minghetti | [323] |
| — Avvento della sinistra | [328] |
| Capitolo secondo: La conquista africana | [335] |
| — Attrazione della storia europea | [335] |
| — Influenza europea sull'Africa | [338] |
| — Iniziativa italiana | [343] |
| — Difficoltà diplomatiche | [345] |
| — Battaglia di Dogali | [356] |
| Capitolo terzo: L'Italia in Europa | [363] |
ORIGINI DELLA LOTTA ATTUALE
(476-1887)
LIBRO SETTIMO
LA RIVOLUZIONE UNITARIA
Capitolo Primo.
La grande vigilia
Esaurimento della reazione.
Le condizioni della politica generale italiana al finire dell'anno 1857 non avevano mutato.
Se la diffusione sempre più rapida delle idee liberali accresceva il fermento dell'insubordinazione contro i governi reazionari, non bastava ancora a schiarire nella coscienza delle masse l'idea della rivoluzione, infiammandovi le necessarie passioni. Si accettava l'egemonia del Piemonte, ma non si vedeva modo a disfarsi di tanti principi e dell'Austria: il mazzinianismo decresceva senza che la Società Nazionale capitanata dal La Farina potesse sostituirlo.
Nessun segno di vita politica appariva nei governi reazionari: solo qualche volgo nelle campagne, o qualche frazione di borghesi intenti a razzolare guadagni tra le immondizie delle pubbliche amministrazioni, o preti fanatici di reazione inquisitoriale li sostenevano ancora.
A Napoli re Ferdinando, sbigottito dall'attentato di Agesilao Milano e dall'incendio della polveriera del Molo e della fregata Carlo III, si era rinchiuso nel magnifico palazzo di Caserta, abbandonando il governo alla ferocia della polizia: quindi la tragica impresa di Pisacane venne a moltiplicargli i terrori e a provocare nuove rappresaglie contro i liberali, mentre una difficile contenzione diplomatica si protraeva da quasi un anno col Piemonte per la restituzione del Cagliari sequestrato dalle navi borboniche. I terremoti desolavano le provincie; la Sicilia dopo il moto infelice del Bentivegna dava ancora qualche crollo; le diplomazie dopo il Congresso di Parigi non restavano dal reclamare a favore degl'illustri prigionieri politici, così che il governo per non inimicarsi anche l'opinione delle Cancellerie dovette risolversi a mutare nel bando perpetuo la pena ad ottantotto detenuti. Ma anche questo cangiavasi per arbitraria determinazione dei ministri in una deportazione nell'America settentrionale: fortunatamente il capitano della nave americana che li deportava, minacciato di processo dagli esuli, li scaricò in Irlanda, ove il governo inglese fu loro largo di soccorsi. Re Ferdinando nel giorno stesso della loro grazia commetteva ad un nuovo consiglio di guerra il giudizio degli attentati contro la sicurezza interna dello stato. Fu questo l'ultimo decreto del tiranno: le sue estreme parole, fra gli spasimi di una tarda cancrena, poco prima della guerra franco-sarda contro l'Austria, parvero al tempo stesso una profezia e una confessione, giacchè, come di Giuliano l'Apostata, si narra esclamasse disperatamente: hanno vinto la causa!
Con eguale presentimento di sconfitta Pio IX, ubbidendo ai suggerimenti del cardinale Antonelli, tentava un viaggio nei propri dominî per rialzarvi col fascino religioso della propria presenza il prestigio della caduta autorità. Così il pontefice intendeva rispondere con una serie di feste ufficiali al triste quadro del proprio governo, esibito da Cavour al congresso di Parigi. Le campagne se ne commossero e corsero esultanti ad inginocchiarsi dinanzi al demiurgo, ma le città rimasero fredde. Sciaguratamente il partito moderato di Bologna, di Ravenna e più tardi di Roma stessa, tolse valore a quella freddezza col presentare al papa indirizzi politici, nei quali, invocando con incorreggibile ingenuità le solite riforme, veniva a riconoscere la sovranità pontificia. Tra i firmatari di questi indirizzi, che avrebbero voluto essere di protesta ed invece erano di sudditanza, fu pure Marco Minghetti.
Dalle Romagne passando nella Toscana, Pio IX, benchè sollecitato vivamente dal clero, non seppe abbastanza adoprarsi per ottenere dal granduca l'abbandono delle ultime leggi leopoldine: i ministri di questo ricalcitrarono a tale suprema concessione, che avrebbe reso la Toscana non meno soggetta alla Santa Sede che all'Austria. Infatti sino allora tutta la politica del granduca era stata di sottomissione così incondizionata all'imperatore da ricusare persino ambasciatore sardo il conte Antonio Casati, perchè figlio di un fuoruscito lombardo. E il Piemonte aveva sopportato lo sfregio. Più piccolo e peggiore il duca di Modena, resistendo alle molte pressioni diplomatiche provocate dal conte di Cavour, cui la profluvie degli emigrati sfuggenti ai governi della penisola cominciava a procurare gravi imbarazzi nella politica interna, mantenne il Wiederkehrn nel Comando di Carrara. Quest'ultima reazione superava di crudeltà ogni altra, giacchè il truce soldato vi poteva giudicare arbitrariamente di qualunque crimine, applicando senza appello la pena capitale eseguibile ventiquattro ore dopo la sentenza anche per solo reato di ritenzione d'armi, persino su minorenni e per delitti anteriori allo stato d'assedio.
La duchessa di Parma con logica femminile aveva riassunto tutte le leggi in quella stataria.
Invece nel Lombardo-Veneto il rigore tirannico e poliziesco scemava. La cancelleria imperiale, avvisando lo scacco sofferto al Congresso di Parigi e l'invadente influenza del Piemonte, dopo aver revocato i sequestri sui beni dei fuorusciti, pensò destramente di giovarsi colle superstiti idee federaliste contro il pericolo dell'unificazione piemontese. Quindi nominò vicerè l'arciduca Massimiliano, gentile ed onesto cavaliere, lasciando intravedere la lusinga di una costituzione del Lombardo-Veneto in regno separato sotto l'alta sovranità dell'imperatore. Il nuovo principe sarebbe così stato l'unica virtù di questa cattiva idea. Molti però del partito moderato, ai quali la tradizione servile ed un falso orgoglio municipale toglievano di comprendere la verità dell'idea nazionale tanto da non fare differenza fra una conquista piemontese e una semi-autonomia austriaca, aderirono al disegno come Cesare Cantù: alcuni di essi giunsero a mandare legati presso il conte di Cavour per convincerlo a dimettere ogni altra idea sul Lombardo-Veneto, che sarebbe stato felicissimo sotto Massimiliano d'Asburgo, re o vicerè indipendente. Però il popolo proseguì nell'ostilità sdegnosamente passiva ed irreconciliabile coll'Austria, mentre un gruppo di publicisti capitanati da Carlo Tenca sosteneva nel giornale Il Crepuscolo i principii dell'indipendenza e della nazionalità.
Tutto il buon volere dell'arciduca, ricondottosi a Vienna per carpire al sospettoso imperatore qualche altra concessione politica, si franse contro il sentimento patriottico del popolo, che, pure riconoscendogli il merito delle intenzioni, seguitò a cogliere tutte le occasioni per esprimere il proprio odio alla tirannia straniera.
D'altronde la vicinanza del Piemonte alimentava troppe speranze.
Se le cospirazioni, specialmente dopo gli ultimi insuccessi, non attiravano più che giovani inesperti o veterani indomabili, un'altra maggiore lusinga di guerra veniva dal Piemonte, che, malgrado l'esiguità del proprio stato, ingrossava sempre il bilancio militare. Si attendevano alleanze, si guardava alla Francia. L'ultimo attentato di Felice Orsini contro Napoleone III scatenò una fiera tempesta: i repubblicani applaudirono al forte regicida: i moderati imprecarono al settario, che per vendicare la omai lontana offesa alla repubblica romana aveva quasi tolto all'Italia l'unico possibile alleato. Nella politica estera del conte di Cavour si stringevano tutti i nodi dell'aggrovigliata politica nazionale. Intanto per naturale reazione al temperarsi del rigore austriaco nel Lombardo-Veneto s'inasprirono i rapporti fra i due governi di Vienna e di Torino.
Ultime difficoltà del Piemonte.
La stampa torinese sbertava le nuove benignità imperiali; i diari governativi di Milano e di Venezia vilipendevano stato e dinastia sarda. La ragione stava nello scontro di due idee politiche implacabilmente nemiche e costrette a servirsi di un medesimo disegno. Così il conte di Cavour, nella contenzione diplomatica col conte di Buol per reciproci lagni di contumelie suggerite o permesse ai propri giornali, potè ancora avere il sopravvento; mentre, per scusarsi del monumento offerto dai milanesi ai reduci della Crimea, nel medesimo giorno dell'ingresso dell'imperatore Francesco Giuseppe a Milano, dovette rigettarne la responsabilità sul municipio di Torino, cui il dono era mandato e proibire che sopra vi si mettesse «alcuna iscrizione, dalla quale potesse risultare che quel monumento era un dono d'Italiani sudditi dell'Austria». Nullameno le relazioni diplomatiche furono troncate fra i due governi. La guerra pareva imminente, quando la congiura di Felice Orsini venne forse ad affrettarla. Questo ardente e formidabile cospiratore, dopo la più romanzesca vita di avventure politiche e militari e un ultimo dissidio con Mazzini, volle con bombe da lui stesso inventate tentare l'eccidio di Napoleone III a postuma vendetta della republica romana, e a fomento di nuova republica francese. L'attentato al solito abortì (14 gennaio 1858), massacrando un numero veramente eccessivo di innocenti. Napoleone, forse ancora più irritato che atterrito, stabilì per tutta la Francia lo stato d'assedio, dividendola in cinque grandi maresciallati; insistette a tutti i gabinetti per concordare una legge internazionale contro i settari; reclamò con burbanza dall'Inghilterra, ospite antica di tutti i fuorusciti, l'estradizione di Mazzini, di Ledru-Rollin, di Kossuth e di Blanc. L'Inghilterra rispose sdegnosamente col rovesciare il ministero Palmerston chiaritosi favorevole a tali pretensioni: il Piemonte, anche più vessato dell'Inghilterra, dovette cedere destreggiandosi.
Forse nessun momento della sua storia fu politicamente e diplomaticamente più difficile. Tutta la politica cavouriana, intesa da quasi otto anni alla preparazione di una riscossa nazionale mercè un'alleanza francese, si trovava compromessa: disgustare Napoleone III era un perdere ogni speranza; acconsentire alle sue pretese un venir meno alla propria autonomia. L'imperatore esigeva la soppressione del giornale mazziniano L'Italia del Popolo, la proibizione ai fuorusciti di scrivere nelle effemeridi politiche, il giudizio pei reati di stampa contro sovrani stranieri sottratto ai giurati e attribuito ai giudici senza nemmeno richiesta della parte offesa, e l'espulsione dal regno degli esuli republicani. Cavour resistè. I clericali vincitori alle ultime elezioni lo urgevano con recriminazioni reazionarie; i radicali lo insultavano per avere con una politica servile perduta la causa italiana e condotto il Piemonte alla soggezione francese; l'Austria alla testa di tutti i governi italiani denunciava Torino per un covo di settari; i successi della guerra di Crimea e del Congresso di Parigi tornavano in nulla. Ma il suo spirito agile raddoppiò di elasticità: accusò tutti i governi reazionari italiani di moltiplicare le espulsioni politiche dei loro sudditi per creare imbarazzi al Piemonte; ai clericali rispose facendo stampare le lettere diplomatiche di Giuseppe de Maistre, nelle quali il terribile papista profetizzava alla Sardegna la necessità di combattere l'Austria e di guidare in Italia una rivoluzione nazionale; con fine lentezza tenne a bada il gabinetto francese, trattando colla diplomazia privata dell'imperatore, cui riuscì ad ammansire; ricusò di sopprimere L'Italia del Popolo e seppe ucciderla colla persecuzione abusando della condiscendenza dei magistrati, giacchè dei centocinquanta sequestri subìti dal giornale quelli giudicati dai giurati conclusero sempre all'assolutoria, mentre tutti gli altri esauriti dai giudici finirono in condanne; con una legge De Foresta restrinse la libertà di stampa e largheggiò di pene contro coloro, che attaccassero i governi stranieri o elogiassero anche storicamente fatti o teoriche di regicidio; al Villamarina legato sardo a Parigi scrisse con ammirabile nobiltà di resistere a tutte le pressioni imperiali, perchè Vittorio Emanuele sarebbe pronto piuttosto a perdere la corona andando ramingo per le Americhe che a tradire l'autonomia del proprio stato o a menomarne l'indipendenza. Poi nella seduta del 16 aprile (1858), difendendo la nuova legge sulla stampa, accusò con terribile abilità di menzogna tutto il partito mazziniano di aver sempre sostenuto la teorica dell'assassinio politico e di macchinare in quei giorni stessi un complotto contro la vita di Vittorio Emanuele. Quest'ultima assurda calunnia finiva di esautorare moralmente il partito republicano.
Tutte le ire e le recriminazioni di Napoleone III contro i rivoluzionari non valsero questa denunzia contro di essi del massimo ministro rivoluzionario italiano, che ligio alla costituzione aveva pure osato di arrischiare ogni interesse della propria politica per resistergli. La publica opinione nazionale ne fu scossa: Mazzini in una lettera apologetica ribattè indarno l'atroce accusa, giacchè poco dopo due altre lettere di Felice Orsini all'imperatore prima di salire il patibolo, e da questi licenziate alla stampa, venivano a riconfermare nel volgo la medesima sinistra impressione. In esse il fortissimo ribelle, còlto da improvviso pentimento, scongiurava i rivoluzionari dal sistema dell'assassinio politico, ed affidava con fatidico voto all'imperatore la missione di liberare l'Italia.
Dopo l'accusa di Manin, la denuncia di Cavour, la confessione di Orsini, fu quasi perduto ogni credito morale pel partito republicano. Tutta la rivoluzione passava nel campo monarchico: la tradizione regia aveva vinto.
Le simpatie guadagnate da Cavour nei maggiori governi europei gli derivavano dalla sua guerra implacabile al partito rivoluzionario.
Nullameno nessuna alleanza era ancora stretta. La lunga e disastrosa preparazione minacciava di esaurire il piccolo stato: in parlamento, nelle ultime discussioni pel prestito dei quaranta milioni necessari al compimento delle opere del Cenisio e della Spezia, solo una suprema speranza d'imminente guerra nazionale aveva potuto decidere della votazione.
La politica apparente del gabinetto francese, presieduto dal conte Walewski, era tutt'altro che rivoluzionaria; quella personale dell'imperatore si nascondeva fra ambagi inintelligibili anche ai più abili diplomatici. Il conte di Cavour non poteva sperare che in questa, ma nessuna destrezza di espedienti o di suggestioni sarebbe mai riuscita a decidere l'imperatore ad una guerra contro l'Austria in pro della rivoluzione italiana, senza l'oscura necessità che spingeva il secondo impero entro l'orbita del primo, condannandolo ad essere rivoluzionario suo malgrado, e a dover vivere e morire di guerre.
L'idea napoleonica.
Dopo pochi anni, il prestigio ottenuto dall'impero coll'impresa di Crimea e col congresso di Parigi accennava a decrescere paurosamente. Il sodalizio delle dinastie non aveva ancora accettato nel proprio seno l'imperatore; l'opposizione scarsa di rappresentanti nelle Camere era guidata dai maggiori uomini francesi: Victor Hugo esule bastava solo a mantenere contro l'impero l'odio della coscienza nazionale, attirandogli, coll'irresistibile potenza di una lirica unica nella storia d'Europa, il disprezzo della coscienza universale. Il partito clericale, sostenendo Napoleone per l'appoggio da lui prestato al papa, si scindeva in legittimisti ed orleanisti, irreconciliabili per interessi dinastici; la borghesia avida di lucri non poteva sognarli al solito che da una effimera supremazia francese; il popolo sempre avido di gloria aspettava la pompa di nuovi trionfi. Nell'opinione europea l'impero napoleonico restava ancora un'avventura. L'Austria era uscita più forte dal congresso di Parigi; la Russia esausta ed indarno blandita da Napoleone gli teneva il broncio; l'Inghilterra, malgrado l'oscillazione de' suoi partiti whig e tory al potere, si ostinava nei trattati del 1815; la Prussia si manteneva ligia all'Austria e alle tradizioni reazionarie: l'iniziativa rivoluzionaria doveva quindi venire dalla Francia ridivenuta imperiale come all'indomani della sua grande rivoluzione dell'89. Nato di rivoluzione, l'impero bonapartista non poteva vivere che di rivoluzione: l'inerzia lo avrebbe ucciso e un ritorno a maggior reazione rovesciato. La iniziativa Francese cominciata coll'89 doveva proseguire: tutte le rivoluzioni europee del secolo ne erano derivate, svolgendosi con processo più o meno simile al suo: ad una sistematica contraddizione di questa iniziativa la coscienza francese si sarebbe ritirata al tutto dall'impero: senza il sogno napoleonico di dominare nuovi stati con nuovi protettorati dinastici o politici, l'impero perdeva il proprio carattere europeo per restringersi ad un'interna prepotenza militare, incompatibile cogl'istinti della moderna democrazia.
L'Italia già conquistata dalla prima rivoluzione e dal primo impero francese, smembrata, sottomessa all'Austria, matura alla propria rivoluzione, si presentava come una fatalità di politica e di guerra a Napoleone III. In Italia solamente il secondo impero poteva espandersi e rinvigorirsi. Le mene murattiane a Napoli tradivano già il rinnovarsi di questo disegno bonapartista; la politica oramai decennale del Piemonte mirava alla Francia; lo spirito italiano guardava alla stella dell'impero come a quella di un nuovo mattino; la costituzione in Italia d'un forte stato boreale e costituzionale, e l'impianto a Firenze e a Napoli d'altri principi bonapartisti darebbe alla Francia, colla gloria d'aver risuscitato a vita politica il popolo più illustre del mondo, il vantaggio d'un'alleanza perpetua italiana contro l'Austria e di un predominio incontestabile sul Mediterraneo. La Francia riaprirebbe così un'altra epoca d'ascendente universale. Il cesarismo, effimera mistura di reazione e di rivoluzione, di dispotismo e di democrazia, non poteva sottrarsi alla fatalità di questa politica apparentemente avventuriera e anticipatamente condannata a produrre risultati troppo diversi dalle intenzioni. Nè il terrore dell'attentato, nè l'estremo voto di Orsini decisero dunque l'imperatore Napoleone III alla guerra d'Italia come vantarono con puerile rettorica molti scrittori radicali: tutta la meravigliosa destrezza del conte di Cavour non sarebbe bastata ad impigliarvelo.
Alleanza Franco-Sarda.
Infatti l'imperatore mandò spontaneamente al conte di Cavour le due ultime lettere di Orsini perchè le stampasse nella Gazzetta Ufficiale: poco dopo gli fece rimettere da uno dei propri diplomatici più familiari un'altra lettera con un disegno d'alleanza e una proposta di matrimonio fra il principe Girolamo Napoleone e una figlia di Vittorio Emanuele. Costantino Nigra fu il primo inviato del conte di Cavour a Parigi per studiare il terreno; il dottor Conneau si mutò in agente diplomatico per recare al conte di Cavour l'invito al convegno di Plombières nei Vosgi, ove si gettarono le vere basi dell'alleanza: il trattato si strinse quattro mesi dopo. Per esso l'imperatore s'impegnava a condurre in Italia duecentomila soldati contro l'Austria; suo sarebbe il comando superiore delle schiere alleate; a guerra vinta il Piemonte si aggregherebbe il Lombardo-Veneto, i Ducati, le Legazioni e le Marche; il Piemonte cedeva fin d'ora la Savoia e s'impegnava moralmente a cedere Nizza. Era fatalmente un disegno federativo; nè l'imperatore, nè il conte di Cavour potevano andare oltre. Quegli anzi, nascondendo la parte maggiore del proprio pensiero politico, intendeva a fondare un secondo regno d'Etruria per mezzo delle velleità autonomistiche dei federali toscani guidati dal Salvagnoli e dal Montanelli, aggregandovi i Ducati e molta porzione dello stato pontificio; a Napoli possibilmente si sarebbe installato Luciano Murat. Ma l'imperatore e il conte di Cavour tentavano reciprocamente d'impaniarsi in questa trama. D'unità d'Italia sarebbe stato assurdo parlare, giacchè l'impero non aveva altra base morale che il clero, e non poteva togliere Roma al papa; la Russia proteggeva per tradizione i Borboni; una vera rivoluzione era impossibile in Italia ed inaccettabile alle diplomazie. Anzi l'avversione al partito rivoluzionario era tale che nella convenzione militare susseguita al trattato politico fra il generale Niel e il generale Lamarmora si sarebbe escluso ogni concorso di volontari, se il conte di Cavour con sapiente patriottismo non si fosse ostinato a volerlo. Solo le milizie volontarie potevano dare alla guerra franco-sarda guidata dall'imperatore il carattere d'una impresa nazionale, creando probabilmente ostacoli ai segreti disegni di nuovi stati bonapartisti.
Nei prodromi della nuova rivoluzione sembrava dominare ancora il principio federalista. Utopie diplomatiche e partigiane vi si imbrogliavano: dopo il matrimonio del principe Girolamo colla principessa Clotilde di Savoia il concetto d'un regno d'Etruria per essi si popolarizzò; a Parigi Laguerronière, letterato cortigiano, stampò un opuscolo enigmatico inspirato da Napoleone, nel quale si trattava d'una confederazione italiana fuori d'ogni dominio straniero, sul tipo di quella presentata dal Gioberti con la presidenza del papa, e intesa precipuamente a rattenere la rivoluzione. Poichè l'Inghilterra sarebbe ostile ad un altro regno bonapartista nel sud, si pensava di lasciarvi ad essa la scelta del nuovo re; nessuno all'infuori di Mazzini osava reclamare Roma. Il conte di Cavour, per resistere a questa eccessiva dilatazione bonapartista, non aveva di primo tempo trovato altro espediente che il maritare la principessa Clotilde al principe Leopoldo Hohenzollern, nato di Stefania Beauharnais «onde farne un re dell'Italia centrale, ove i Lorenesi si mantenessero ligi all'Austria».
Intanto si disponevano gli approcci.
A Varsavia fu mandato il principe Girolamo per spingere la Russia a guerra coll'Austria, lasciandola libera ai padroneggiare il moto delle genti slave, mentre la Francia dominerebbe quello delle schiatte latine: ed era ancora il vecchio sogno di Napoleone I. Ma la Russia declinò l'invito per dichiararsi neutrale ed imporre la conservazione a Napoli dei Borboni; la Prussia non volle staccarsi dall'Austria e propose di provvedere alle cose d'Italia per comuni accordi pacifici; nell'Inghilterra l'opinione liberale del pubblico frenava a stento il mal volere del recente gabinetto tory.
Poichè Napoleone si era riserbato di scegliere il modo ed il momento d'una rottura coll'Austria, il conte di Cavour badava alacremente a crescere in Italia il fermento rivoluzionario, però dominandolo. In questo gli fu di largo giovamento la Società Nazionale del La Farina, che riassumendo il proprio programma politico nel motto: «Indipendenza, Unità e Casa Savoia», preparava possibili accordi per altri disegni durante o dopo la guerra. Nello scadimento del partito mazziniano la sua opera divenne improvvisamente più franca e feconda: Giuseppe Garibaldi entrò nel suo comitato centrate a Torino, altri comitati raggrupparono i migliori patrioti nelle provincie suscitandovi una disciplinata agitazione unitaria, mentre il conte di Cavour si riserbava il diritto di poterla in caso di pericolo rinnegare in parlamento. In un manifesto del 14 dicembre 1858 la Società Nazionale chiese all'Italia la dittatura di Vittorio Emanuele durante la guerra, affermando che la sollevazione italiana non implicherebbe nessuna questione di libertà e di ordinamento sociale atta a spaurire i governi: abile mossa, che abituava all'unificazione morale. L'idea piemontese giganteggiava: le acclamazioni a Vittorio Emanuele prorompevano da tutte le piazze; nessuna critica poteva turbare la nuova fede, le speranze deliravano.
Si dimenticava l'umiliazione di sorgere dietro un'iniziativa francese; l'unità d'Italia, alla quale tutti aspiravano, era momentaneamente negletta per concentrare ogni sforzo all'espulsione dell'Austria. Il mirabile fenomeno politico di questo vasto moto nazionale, che s'indigava volontariamente entro le linee ancora incerte di un disegno di Napoleone III riveduto da Cavour, tradiva, attraverso l'incredibile docilità d'una disciplina improvvisata, la fiacchezza della coscienza nazionale e dell'idea rivoluzionaria: la nuova passione di guerra piuttosto che ira di schiavi appariva bramosia di liberti. L'adesione alla monarchia di Savoia era sudditanza, quella all'impero francese sommissione. I superstiti mazziniani avvampavano di sdegno; l'intera massa dei patrioti abbandonava invece ogni ideale per il possibile, preparando nella aspettazione dell'iniziativa franco-sarda nuove virtù di guerra e di concordia, senza chiedersi come l'Italia sarebbe all'indomani di un trionfo o di un abbandono francese.
Cavour, aggiungendo disegno a disegno, complicazione a complicazione, aveva sollecitato indarno l'alleanza dei Borboni e dei Lorenesi contro l'Austria.
Il discorso di Vittorio Emanuele all'apertura del parlamento (10 gennaio 1859) affermava che il re, malgrado il rispetto ai trattati, non poteva essere insensibile al grido di dolore che s'alzava verso di lui da tante parti d'Italia; e parve un grido di guerra. L'Austria, cullatasi fino allora nel dispregio del piccolo nemico e nell'orgoglio della propria posizione tanto migliore di quella di Francia, si riscosse: le diplomazie s'impensierirono; l'Italia si esaltò.
Sir James Hudson con motto profondo disse: «È la folgore che cade sui trattati del 1815». Infatti il moderno diritto di nazionalità doveva ottenere dalla rivoluzione italiana la sua prima grande consacrazione.
Il risveglio dell'Austria precipitò gli armamenti e complicò l'opera delle diplomazie. Nel Lombardo-Veneto ricominciarono i rigori: corpi d'esercito s'ammassarono di giorno in giorno alla frontiera, mentre la gioventù patriottica guadava a torme il Ticino per arruolarsi nell'esercito sardo. Cavour aveva richiamato Garibaldi per commettergli la costituzione d'un corpo di volontari; così lo avrebbe avuto nella guerra alleato ed ostaggio.
Ma la politica sempre più ambigua dell'imperatore, arbitro della situazione, gettava il Piemonte nelle più umilianti perplessità. Da Londra il gabinetto tory di lord Malmesbury lo ammoniva, quasi minacciando, di guardarsi da ogni provocazione all'Austria; a Napoleone invece mostrava lo spettro rosso della demagogia pronto a ricomparire fra le imprevedibili difficoltà d'una guerra; quindi a Vienna ingrossava la voce perchè l'Austria rinunziasse all'intervento nello stato pontificio e spingesse i principi sulla via delle riforme.
Di rimpatto Napoleone prometteva all'Inghilterra di non soccorrere il Piemonte, se questo fosse primo alla guerra.
Si parlò d'un congresso per la pace: la proposta venne da Pietroburgo; Napoleone parve accettarla. Ma la questione peggiorò; l'Austria, che si ricusava superbamente alle esortazioni pacifiche dell'Inghilterra, aderendo all'idea del congresso, ne volle escluso il Piemonte come incapace di rappresentare l'Italia, della quale gli altri principi, per suggestione della cancelleria viennese, non v'interverrebbero. Ma le potenze, dopo aver accolto il Piemonte al congresso per la pace di Crimea, non potevano eliminarlo da quest'altro per la pacificazione d'Italia: allora l'Austria pretese che il Piemonte disarmasse e, poichè anche questo non le fu concesso, propose un disarmo simultaneo. Bisognava cedere; Cavour abilmente volle però sottrarre al disarmo le milizie volontarie, affermandosi pronto a raccoglierle sotto le Alpi e a licenziarle quando le potenze si fossero accordate sullo scioglimento della questione italiana. Così l'idea nazionale, incarnata nelle milizie volontarie, sovrastava alla stessa alleanza franco-sarda. L'Austria rifiutò questa condizione, ed impose bruscamente il disarmo.
La crisi diplomatica fu lunga e dolorosa. Napoleone sempre oscillante di spirito, non osava risolvere: per un momento impose a Cavour di cedere a tutte le pretese austriache, questi gli rispose con parole d'obbedienza: tutto sembrava perduto. Forse la situazione politica costringeva l'imperatore a questa alternativa di spinte e di controspinte al Piemonte, per lasciare all'Austria la responsabilità dell'attacco e preparare in Francia la publica opinione alla guerra. Infatti la Francia non vi pareva ben disposta. Il partito clericale temeva di Roma, malgrado le publiche assicurazioni che l'imperatore aveva fatto dare a Pio IX dal generale Goyon; il partito conservatore abborriva da una guerra fatalmente rivoluzionaria nell'idea e nei risultati; il partito d'opposizione la qualificava d'avventura dinastica, giacchè modi e concetti rivoluzionari ne erano negati clamorosamente anche dal conte di Cavour.
La burbanzosa bruscherìa dell'Austria nel concedere tre soli giorni al Piemonte per la risposta sul disarmo troncò ogni difficoltà. Coll'assalire per la prima, essa violava i trattati del 1815, e la guerra rivoluzionaria dell'alleanza franco-sarda si mutava diplomaticamente in una guerra di difesa.
Intanto il conte di Cavour, spingendo vivamente i preparativi di guerra, otteneva dal parlamento poteri straordinari di governo: per contrastare alle mene bonapartiste in Firenze e in Napoli, allargava il moto rivoluzionario; accusava i mazziniani intransigenti di fare le parti dell'Austria; aveva nominato Enrico Cialdini comandante supremo del corpo di volontari costituito da Garibaldi. Questi doveva rimanere subalterno attirando la gioventù colla gloria del proprio nome, ma non guidarla alla vittoria: Lamarmora ministro della guerra negò con tanta ostinazione di riconoscere i gradi agli ufficiali garibaldini che i loro brevetti dovettero essere firmati dal ministro dell'interno. Poi i volontari furono male armati, frazionati, sospettosamente sorvegliati.
L'effervescenza degli animi cresceva d'ora in ora; la gioventù scaldavasi a questi primi clamori di guerra; solo i mazziniani resistevano nel nome dell'unità nazionale negata dal trattato franco-sardo e della democrazia compromessa dai momentanei dispotismi regii ed imperiali. Da Londra emanarono una protesta di astensione dalla guerra, cui fallirono poco dopo generosamente accorrendo da ogni parte sotto le bandiere.
Il Piemonte esausto faceva gli ultimi sforzi, ma sottomesso fatalmente alla Francia. Quindi l'incendio rivoluzionario, che avrebbe dovuto avvampare per tutte le città d'Italia come nel 1848, non scoppiava: i volontari corsi in Piemonte non superavano i trentamila; le Provincie libere non si ribellavano, quantunque sicure che l'Austria impegnata in tanta guerra non avrebbe potuto invaderle per sostenere i principi alleati. E questi avevano milizie troppo scarse e fiacche per resistere ad una vera insurrezione popolare.
L'Austria accennava già a ritirare le truppe da tutti i luoghi occupati per concentrarle nel teatro della guerra: le ammonizioni di Cavour sconsiglianti da iniziative popolari non sarebbero bastate ad impedirle, se più intensa fosse stata nella nazione la coscienza dì patria e maggiore l'energia del carattere. I patrioti abitatori delle Provincie negli ultimi dieci anni erano tutti in Piemonte, onde lo spirito delle masse non mai da tormenti di tirannide spinte alla disperazione della rivolta, si effondeva ora nei vanti delle future vittorie francesi: mentre ai tirannelli abbandonati dall'Austria non restava più nemmeno il coraggio di sostenere con essa una guerra decisiva per la loro esistenza.
Solo la Toscana e le provincie limitrofe di Massa e Carrara, troppo straziate dal duca di Modena, tumultuarono all'annunzio della dichiarazione di guerra. Il granduca Leopoldo non osò resistere; il principe Carlo suo secondogenito non seppe farsi ubbidire dagli artiglieri, ordinando loro di bombardare Firenze dal forte di Belvedere: quindi il tumulto si sciolse in chiasso pacifico, e il popolo con berta ancora rispettosa augurò il buon viaggio al granduca fuggente.
I governi provvisorii di Firenze e di Massa e Carrara offersero la dittatura a Vittorio Emanuele; ma questi sottoposto alla volontà dell'imperatore, non osò accettare, malgrado la dittatura conferitagli dalla Società nazionale e dal parlamento.
Così cominciava la nuova rivoluzione unitaria.
Capitolo Secondo.
La conquista regia
Guerra Franco-Sarda.
L'intimazione dell'Austria al Piemonte, irritando l'orgoglio francese, agevolò a Napoleone il concorso della publica opinione. Se nelle sfere politiche e nei saloni mondani di Parigi la nuova guerra trovava vivi oppositori per complicate ragioni d'interessi, quelli fra i maggiori spiriti che per modernità di pensiero e di coscienza, da Flaubert a Quinet e da Michelet ad Hugo, rappresentavano l'iniziativa francese, vi erano favorevoli. La contraddizione del disegno napoleonico collo spirito democratico di quest'impresa non bastava a nasconderne loro la verità. L'esercito era fremente di entusiasmo; il popolo, attraverso le vanterie inguaribili della propria indole, insuperbiva di ridiscendere ad una guerra di emancipazione. L'eroica coscienza francese sentiva di riaffermare così il proprio primato sulla coscienza europea.
E la guerra incominciò.
Il 29 aprile 1859 il generale austriaco Giulay passa il Ticino con 100,000 soldati, avanzando senza incontrare resistenza verso Vercelli: la Lomellina è stata con patriottica abnegazione inondata, l'esercito piemontese, forte di 70,000 uomini e appoggiato sulle fortezze di Casale e di Alessandria, evita lo scontro, giacchè una dolorosa sfiducia sta per consigliare ai suoi generali una ritirata; ma Alfonso Lamarmora, cui un rancore di Vittorio Emanuele aveva negato l'onore meritato di un seggio al consiglio di guerra, riesce ad impedirla. Il 12 maggio Napoleone sbarca a Genova fra deliranti acclamazioni di popolo; le prime colonne dell'esercito francese sono già calate dalle Alpi ed entrate a Torino. Il generale austriaco, che con un attacco rapido e vigoroso avrebbe potuto sgominare l'esercito sardo impedendone la congiunzione col francese, ora stenta a fronteggiare gli alleati. D'ambo i lati le forze si pareggiano. L'imperatore Napoleone assume il comando dell'esercito italiano umiliando l'orgoglio nazionale d'Italia, ma ottiene migliore unità di disegno e di opera; il generale austriaco deve al solito dipendere dal consiglio aulico di guerra residente a Vienna. D'altronde la sua incapacità lo predestina alla sconfitta, mentre una nobile emulazione raddoppia il valore degli alleati, e l'entusiasmo di patria muta le inesperte milizie volontarie in eroi.
A Montebello la cavalleria piemontese, sostenendo bravamente un forte assalto del generale Urban, dà tempo al generale francese Forey di accorrere colla propria divisione e di respingerlo: poi le battaglie si succedono con terribile crescendo. Mentre il generalissimo austriaco si concentra ostinatamente sul Po e sul Ticino, l'esercito francese coperto dalle truppe piemontesi gira inosservato il fianco destro del nemico; il Generale Cialdini con quattro divisioni italiane sostenute da un reggimento di zuavi sloggia da Palestro il presidio tedesco; poi, riassalito l'indomani da più forti colonne le schiaccia, e passa oltre. Vittorio Emanuele, umiliato come re di Piemonte dal supremo comando dell'imperatore, non è più che un soldato, ma vi ha sfolgorato di gloria improvvisa, gettandosi alla testa dei zuavi entro la Sesia rigonfia dalle pioggie e trascinandoli furenti alla vittoria. Quindi gli alleati, concentrati a Novara, costringono il nemico a ritirarsi sulla riva del Ticino: la battaglia ripresa presso il villaggio di Magenta si risolve in maggiore sconfitta per gli austriaci; i granatieri della guardia imperiale francese vi sfoggiano eroismo, il generale Mac-Mahon vi conquista il titolo di duca; però una sola divisione italiana col generale Fanti ha potuto cooperarvi a vittoria già sicura.
Tutta la Lombardia è conquistata: gli austriaci sgombrano simultaneamente da Milano, dai Ducati, dalle Legazioni.
Intanto Giuseppe Garibaldi nel giorno stesso della vittoria di Montebello aveva passato arditamente la Sesia per gettarsi sulla Lombardia. La sua opera contraddetta da Mazzini, quasi strangolata da Cavour quantunque bene accetta al re, era passata per tutta una triste filiera di umiliazioni e di disinganni. Garibaldi, chiamato al ministero per la costituzione di un corpo di volontari, aveva dovuto sottomettersi al comando del generale Cialdini; gli si era proibito di formare i corpi; era stato relegato a Rivoli verso Susa, mentre si stabilivano due depositi di volontari a Cuneo e a Savigliano. La commissione di arruolamento istituita a Torino sceglieva la più forte gioventù pei corpi di linea e ne abbandonava i meno prestanti ai battaglioni di volontari: poi, siccome questi aumentavano, si chiamò dalla Toscana già ribellatasi il generale Ulloa per costituire un secondo corpo di cacciatori degli Appennini. Quelli di Garibaldi si chiamavano cacciatori delle Alpi. Una feroce gelosia di caserma irritava contro di lui tutte le vanità accademiche degli altri generali: dopo il comando di Cialdini chiamato alla difesa di Casale, Garibaldi dovette subire quello del vecchio generale De Sonnaz; malgrado gli ordini del re, Cavour ricusò di concedergli i volontari rimasti inerti ai depositi; per un momento gli si fè sperare di gettarlo attraverso i Ducati per sollevare l'Italia centrale, ma Cavour si oppose ancora.
L'abile ministro comprendeva fin troppo bene la necessità di avere una truppa rivoluzionaria per italianizzare la guerra franco-sarda, ma di tenerla subalterna per non perdere nel sentimento delle masse il prestigio delle future vittorie.
Il conte di Campello, ministro della republica romana, aveva decretato che la legione di Garibaldi non dovesse oltrepassare i cinquecento uomini; il conte di Cavour con migliore ragione politica la volle limitata a tremila.
Nullameno la piccola truppa riuscì mirabile. V'erano volontari d'ogni grado, d'ogni classe, d'ogni merito: veterani del quarantotto come Medici e Cosenz, giovani come Bronzetti e De Cristoforis che dovevano improvvisarsi eroi, milionari ed artisti, intere famiglie di fratelli come i Cairoli, politici ignorati che poi divennero ministri, popolani fieramente poveri, aristocratici squisitamente liberali, gente di mare e di terra, di un coraggio intrattabile come Bixio o di una mitezza poetica come Gradenigo.
Tutta la loro politica si riassumeva nell'amore di patria: non discutevano di bandiera, sopportavano ogni ingiustizia senza lamento, non chiedevano gradi, non aspiravano ad onori. Una democrazia incredibile regnava nel loro campo, l'entusiasmo vi teneva luogo di disciplina, l'amicizia e la fede vi rendevano gli ordini indiscussi. La gloria del generale era la superbia di tutti: nobili e prodi come i paladini delle antiche leggende, ignoravano d'iniziarne un'altra: cavalieri di una democrazia reclutata fra tutte le classi sociali, anelavano colla più moderna delle contraddizioni alla guerra senza risentirne le malvagie passioni: e così creavano col più generoso degli eroismi la più bella originalità della rivoluzione italiana.
Ad un ordine del re, Garibaldi passa finalmente la Sesia, delude abilmente gli austriaci al guado del Ticino, da Sesto Calende si difila su Varese. Ma nemmeno la sua presenza basta a decidere il popolo lombardo ad una vera insurrezione: i villani gli ricusano quelle spiegazioni che dànno spontaneamente agli austriaci; i paesi lo accolgono festanti come un liberatore e tacciono sgomenti appena nella sua rapida marcia li oltrepassa. Emilio Visconti-Venosta, un mazziniano convertito non troppo onorevolmente alla monarchia sarda, segue quale commissario cavouriano Garibaldi per istituire governi provvisori e sorvegliare le sue mosse.
Ma Urban, uno dei più fieri generali austriaci, è spiccato contro Garibaldi con oltre quindicimila uomini. Questi, che a Varese aveva con un pugno di volontari respinto un corpo della guarnigione di Milano, forte di tremila uomini, vi si trincera intrepidamente senza cannoni, senza cavalleria, con fucili poco servibili. Il 25 maggio fuga alla baionetta le prime colonne nemiche; quindi, ingannando con marcia coperta Urban, inteso a sorprendere la piccola città, lo persegue a San Fermo, entra a Como. Di là, padrone del lago, diffonde l'insurrezione per tutti i paesi delle sue rive fino su alla Valtellina, tenta di sorprendere con ardita fazione il forte di Laveno sui Lago Maggiore, ma fallisce perchè il maggiore Bixio non può decidere le barche doganiere della sponda piemontese a secondarlo nell'assalto. Poco dopo, stretto da nuove mosse dell'Urban vincitore di Varese e minacciante Como, può a stento fronteggiarlo, finchè alla notizia della vittoria di Magenta questi è costretto a ritirarsi; e Garibaldi risale il lago, da Lecco marcia su Bergamo, ributta una colonna austriaca a Seriate, occupa Brescia. Il suo piccolo esercito è raddoppiato, la Lombardia quasi tutta sgombra. Nello stesso giorno che Garibaldi libera Brescia, l'esercito francese proseguendo la vittoria di Magenta sconfigge a Melegnano l'ottavo corpo austriaco comandato dal generale Benedek, e Napoleone e Vittorio Emanuele entrano trionfatori in Milano.
La grossa metropoli lombarda, istrutta dai dolorosi ricordi dell'ultima rivoluzione, e conscia di essere lo scopo della guerra, appena evacuata dal nemico proclamava a delirio di popolo la propria annessione al Piemonte secondo il plebiscito del quarantotto, deputando assessori municipali al campo di Vittorio Emanuele come ambasciatori del voto popolare.
Il proclama di Napoleone III alto nei concetti e sonoro nelle frasi, indirizzandosi ai milanesi, si volgeva a tutti gl'italiani per invitarli ad arruolarsi sotto il vessillo di Vittorio Emanuele, e diceva: «Io non vengo tra voi con un sistema preconcetto, per spodestare sovrani e per imporre la mia volontà: il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici e mantenere l'ordine interno; esso non porrà ostacolo alcuno alla libera manifestazione dei vostri voti».
Sotto la cortesia delle parole s'intendeva già l'accento del padrone; ma la passione rivoluzionaria del momento, lusingata da quell'invocazione agli italiani, che sembrava associare alla liberazione di Milano tutti i popoli delle altre Provincie, non l'intendeva.
Per contrario il proclama di Vittorio Emanuele, invece di esprimere l'italianità di quella guerra emancipatrice, non s'indirizzava che ai Lombardo-Veneti e non prometteva loro che un libero e durevole reggimento, appena si fosse assicurata l'indipendenza della patria.
La guerra franco-sarda non era ancora italiana nè di idea nè di scopo.
Infatti, ripresa poco dopo con maggiore alacrità, doveva arrestarsi troppo presto a rovescio d'ogni previsione.
Gli austriaci, intesi a forte concentramento sul Mincio, sgombrano Pavia, Piacenza, Pizzighettone, il castello di Brescia, Bologna, Ferrara, Ancona, riordinando con nuovi contingenti l'esercito ed ingrossandolo di altri centomila uomini; lo stesso imperatore Francesco dal proprio campo di Verona assume il comando supremo. Gli alleati, sospettosi di un tranello nella troppo precipitosa ritirata, si avanzano lentamente con marcia parallela verso il Mincio. Gli austriaci chiusi nel formidabile quadrilatero avrebbero potuto resistere con molto vantaggio e ristabilire le sorti della guerra; invece, riprendendo improvvisamente l'offensiva, occupano le alture di Solferino e di San Martino. La battaglia vi scoppia quindi il 24 giugno sopra cinque leghe di estensione, impegnando tutte le forze d'ambo le parti; l'accanimento più feroce vi moltiplica la strage, cinquantamila fra morti e feriti ingombrano il terreno, ma la vittoria rimane agli alleati; gli austriaci, ricacciati da tutti i poggi, debbono ripassare il Mincio.
Garibaldi, battuto pochi giorni prima dall'Urban a Castenedolo per aver ubbidito ad un ordine dal quartier generale di occupare Lonato in presenza di tutto l'esercito austriaco forte di duecentomila uomini, e che parve insidioso persino al generale Cialdini, era stato mandato nella Valtellina col pretesto di presidiarvi i passi delle Alpi contro una impossibile invasione di nuovo esercito tedesco, e vi aveva sloggiato le ultime guarnigioni nemiche dallo Stelvio.
La pace francese.
Mentre la vittoria di Solferino raddoppiava le speranze d'Italia, la guerra si arrestò bruscamente. La sera del 7 luglio il generale Fleury aveva portato al campo austriaco di Verona una proposta di armistizio: quattro giorni dopo i due imperatori segnarono a Villafranca i preliminari di pace; a Zurigo se ne sarebbe firmato il trattato.
Vittorio Emanuele re ed alleato non ne era stato nemmeno avvisato.
Fu uno schianto: si urlò al tradimento. Vittorio Emanuele gemè tristamente: povera Italia! Cavour, dimenticando la tanto vantata prudenza, diè nelle furie. Nullameno le necessità del proprio disegno e la logica inesorabile dei fatti imponevano all'imperatore Napoleone questo abbandono, che Mazzini solo aveva preveduto colla chiaroveggenza dell'odio partigiano.
I preliminari di pace stabilivano:
«L'imperatore d'Austria e l'imperatore dei Francesi favorivano la creazione di una confederazione italiana: questa confederazione sarà sotto la presidenza onoraria del Santo Padre.
«L'imperatore d'Austria cede all'imperatore dei Francesi i suoi diritti sulla Lombardia, ad eccezione delle fortezze di Mantova e di Peschiera, dimodochè la frontiera dei possedimenti austriaci partendo dall'estremo raggio della fortezza di Peschiera si estenda in linea diretta lungo il Mincio sino alle Grazie e di là a Scorzarolo e a Luzzara sul Po, dove le frontiere presenti continueranno a formare i limiti dell'Austria. L'imperatore dei francesi rimetterà i territori ceduti al re di Sardegna.
«La Venezia farà parte della confederazione italiana, restando sotto la corona dell'imperatore d'Austria. Il granduca di Toscana e il duca di Modena entreranno nei loro stati concedendo un'amnistia generale.
«I due imperatori chiederanno al Santo Padre d'introdurre ne' suoi stati le riforme indispensabili.
«È concessa d'ambe le parti piena ed intera amnistia alle persone compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle parti belligeranti».
Vittorio Emanuele, apponendovi la propria firma, v'aggiunse questa, inintelligibile riserva: «Accetto per ciò che mi riguarda»; Cavour mormorò con mal represso sdegno rivoluzionario: «Torneremo a cospirare». Napoleone III, accomiatandosi, disse al re: «Il vostro governo mi pagherà le spese e non penseremo più a Nizza e a Savoia; ora vedremo che cosa gl'italiani sapranno fare da soli».
Queste ultime parole parevano al tempo stesso una sfida ed un sarcasmo.
Nullameno la condotta politica dell'imperatore, fra l'odio dell'inattesa delusione che riuniva contro di lui moderati e rivoluzionari, non rivelava nè l'una nè l'altro. Se discendendo alla guerra di Lombardia, egli aveva promesso solennemente di respingere gli austriaci al di là dell'Adriatico, aveva del pari negato ogni unità italiana riaffermando il diritto supremo del papa su Roma e respingendo ogni partecipazione rivoluzionaria. Nel suo segreto disegno bonapartista d'insediare il principe Girolamo a Firenze e Luciano Murat a Napoli, riunendo l'Italia in una confederazione, della quale il papa sarebbe presidente onorario ed egli il padrone, la guerra all'Austria non poteva essere che una espansione dell'impero napoleonico sottoposto non già alle leggi storiche d'Italia, ma alla necessità del proprio assetto europeo. E tutto gli era mancato. Aveva lasciato in Alessandria il principe Napoleone ad organizzarvi un quinto corpo d'armata per ignota destinazione; poi lo aveva mandato in Toscana, malgrado tutte le istanze di Cavour come rappresentante di Vittorio Emanuele, dopo aver proibito a questo di accettarne la dittatura. Il principe Napoleone si era presentato a Firenze come un pretendente inviato dall'imperatore, ed aveva dovuto ritirarsi davanti all'invincibile avversione del popolo. Il ritorno dei whigs al potere, favorevoli all'unificazione italiana ed ostili all'impero, toglievano all'imperatore ogni speranza sul reame di Napoli; il suo disegno con Kossuth per sollevare l'Ungheria contro l'Austria, e pel quale erasi già costituita una forte legione ungherese con soccorsi francesi e con contratti favoreggiati a Torino da Cavour, aveva urtato nei disegni dello czar sui Principati Danubiani; la Germania, ostinata come nel '48 nelle idee della propria confederazione, considerava il possesso austriaco del Veneto come necessario alla sicurezza della sua frontiera meridionale; la Prussia, che prima della guerra aveva indarno proposto all'Austria di garantirle con una mediazione armata i possedimenti italiani secondo i trattati del 1815 se le fosse ceduta la primazia sulla confederazione, ora, sollecitata d'alleanza offensiva e difensiva dall'Austria, pur ricusandovisi, aveva ottenuto dalla dieta di Francoforte d'incorporare nel proprio esercito le milizie federali sotto il comando del reggente, e con una così rapida mobilitazione, che parve allora un miracolo del suo grande generale ancora sconosciuto von Moltke, ammassava in pochi giorni duecentomila soldati sul Reno. L'Austria, anche dopo la disfatta di Solferino, quantunque accettasse la pace per diffidenza dell'Inghilterra e per non lasciare alla Prussia il vantaggio di frenare la Francia conquistando così un primato morale nella confederazione germanica, rimaneva intatta come potenza militare. Il suo imprendibile quadrilatero le avrebbe dato tempo a rifare l'esercito e ripiombare più forte sulla Lombardia.
Il disegno napoleonico sull'Italia doveva dunque svanire, dacchè l'impero bonapartista era minacciato.
Una guerra francamente rivoluzionaria, che avesse sollevato Italia ed Ungheria associandole alla Francia, poteva solo permettere a Napoleone di correre i nuovi rischi di una coalizione europea: ed era l'impossibile idea di Mazzini. La guerra iniziata col re di Piemonte nel proposito di una federazione italica su tipo giobertiano e con minacce contro ogni iniziativa rivoluzionaria per conquistare al Piemonte tutto il Lombardo-Veneto, non poteva proseguirsi nelle mutate condizioni della politica europea.
La guerra d'Italia non era più che una brillante avventura del secondo impero da interrompersi alla massima vittoria. Vittorio Emanuele, diventato vassallo nell'alleanza e subalterno nel comando, non meritava riguardi di pari; l'Austria, cedendo la Lombardia a Napoleone, dava all'Europa la misura del proprio avversario italiano; questi, costretto ad accettarla dalle mani di un alleato, che aveva concluso la pace senza nemmeno avvisarnelo, confessava la propria impotenza; la rivoluzione italiana veniva francamente negata, dacchè la guerra iniziata dall'imperatore con una alleanza segreta, quindi da lui ritardata nelle diplomazie e guidata finalmente sino al Mincio, era stata vinta quasi dalle sole armi francesi. Il valore delle truppe sarde e l'eroismo dei pochi volontarii garibaldini non aveva potuto decidere della campagna; il numero dei francesi periti in essa non solo superava di troppo quello dei piemontesi, ma vi uguagliava l'altro di tutti gli italiani morti per la rivoluzione, dal ventuno sino alla gloriosa giornata di San Martino.
Lo smacco del disegno napoleonico produceva la catastrofe dell'idea piemontese.
Catastrofe dell'idea piemontese.
La politica cavouriana aveva concluso al peggiore dei disastri, malgrado una incontestabile abilità. Fatalmente falsa nei principii e nei mezzi, giacchè mirava ad una rivoluzione rinnegandone l'idea per giungere ad una impossibile conquista regia, aveva dovuto combattere i mazziniani ed accodarsi quasi inutilmente alla fortuna dell'impero napoleonico. Laonde l'idea piemontese soccombeva. Venezia restava in mano all'Austria; la confederazione dei principi colla presidenza del papa era impossibile; il duca di Modena e il granduca di Toscana, rientrando nei propri stati, dovevano scacciarne i commissari piemontesi; e il Pallieri era già stato inviato da Cavour a Parma, Luigi Carlo Farini a Modena, Massimo D'Azeglio a Bologna. Il loro ritiro secondo la convenzione di Villafranca avrebbe coperto d'infamia il Piemonte. Infatti la sua politica sottomessa agli ordini di Napoleone aveva fin troppo umiliato l'onore italiano: malgrado il voto delle popolazioni per una annessione immediata e la dittatura conferitagli, Vittorio Emanuele non aveva osato affermarsi re di quelle Provincie. Perugia, sollevatasi generosamente contro il governo papale, aveva subìto dagli sgherri pontifici saccheggi e massacri, mentre Cavour faceva insultare gli insorti dai propri giornali, e riconosceva altamente il diritto sovrano del papa; la persecuzione dei mazziniani era stata spinta all'assurdo: si era espulso Aurelio Saffi e carcerato Alberto Mario. Le grandi promesse della Società Nazionale racchiuse nel triplice motto — Unità, Indipendenza e Casa Savoia — svanivano: il trattamento usato a Garibaldi diventava ridicolo dopo quello inflitto da Napoleone III a Vittorio Emanuele. La guerra era stata inutile. Il Piemonte vi avrebbe guadagnato il Milanese, ricevendolo come una elemosina dalle mani del potente alleato che lo aveva conquistato, ma avrebbe dovuto poi cedere a questo Nizza e Savoia, giacchè l'imperatore sarebbe stato presto o tardi costretto ad esigerle, malgrado la propria rinuncia verbale, per giustificarsi davanti alla opinione publica francese.
Cavour sentiva tutto questo.
L'edificio alzato in dieci anni d'instancabile operosità crollava improvvisamente, seppellendolo sotto una rovina senza poesia. La sua mirabile politica della preparazione piemontese, il coraggio di tante iniziative parlamentari, la splendida temerità della spedizione in Crimea, il trionfo al congresso di Parigi, il forte esercito ricostituito, le Alpi traforate, l'arsenale della Spezia, la stessa guerra franco-sarda si ritorcevano contro di lui. Invano, durante questa egli aveva preso tutti i portafogli della marina, dell'interno, della guerra, delle finanze, ed era bastato a tutto compiendo ogni giorno miracoli di lavoro e di espedienti; invano il suo patriottismo non aveva indietreggiato davanti a nessun rischio del Piemonte; più invano la sua destrezza aveva sottratta al mazzinianismo i migliori elementi, ora che la sua idea piemontese cadeva miseramente davanti all'idea italiana.
Mazzini, l'indomabile suo avversario, si rialzava contro di lui come un profeta vendicatore.
La politica di Cavour, concentrata nello sforzo dì espellere l'Austria dall'Italia, mentre invece questa vi restava formidabile nel quadrilatero minacciando la Lombardia se la convenzione di Villafranca non fosse rispettata, diventava assurda. Come mai Cavour non aveva previsto che la Germania si opporrebbe alla conquista della Venezia, dichiarata intangibile dalla Dieta di Francoforte nel 1848, e, sospettando in un eccessivo ingrandimento dell'impero francese un pericolo per le proprie provincie renane, avrebbe potuto durante la guerra di Lombardia minacciare la Francia sul Reno? Come mai Cavour aveva potuto accettare il disegno della confederazione italiana tracciato da Napoleone? Perchè aveva sollecitato, ed invano, l'alleanza del Borbone e del granduca di Toscana nella guerra contro l'Austria? Perchè aveva tanto mortificato la rivoluzione italiana e sottomesso il Piemonte a Napoleone III per essere poi da questo abbandonato, e lasciare l'Italia in un disastro peggiore di quello del quarantotto, sotto la minaccia di una confederazione, che le avrebbe tolto ogni avvenire?
La pubblica opinione tempestava.
I rivoluzionarii reclamavano contro il vinto ministro colla nobiltà della loro fede unitaria e democratica: essi non avevano creduto a Napoleone III, il carnefice di Roma, l'uomo del 2 dicembre, ed avevano avuto ragione. Avevano sempre proclamato che la formula monarchica tradirebbe l'Italia, e il fatto dava loro fin troppo ragione, giacchè il Piemonte stesso veniva diminuito. La Lombardia non valeva Nizza e Savoia e il vassallaggio francese.
La fede d'Italia nel Piemonte arrivava alla stessa spasimante delusione della fede in Pio IX dieci anni prima.
L'avaro e piccolo stato non aveva mai inteso che ad ingrandire se stesso: Cavour, incredulo nell'unità ed avverso per istinto alla rivoluzione democratica, non aveva seguitato che la politica tradizionale di casa Savoia nella conquista della valle del Po. Il suo ultimo grido alla convenzione di Villafranca raccolto da Kossuth, «io sono disonorato in faccia al mio re!», mentre trattavasi invece dell'onore d'Italia, aveva tradito il segreto del suo spirito. Non si credeva più alla sua abilità, si rideva amaramente del suo patriottismo.
Mai posizione di ministro dittatore fu più triste; egli la comprese, e si dimise, abbandonando il portafoglio ad Urbano Rattazzi.
Non si comprendeva allora che gli errori della politica cavouriana erano una conseguenza inevitabile della formula monarchica, e che il fallimento dell'idea piemontese, provocato dall'abbandono di Napoleone III, era la sconfitta definitiva del federalismo. L'idea piemontese non doveva e non poteva essere l'idea italiana; la rivoluzione nazionale non poteva e non doveva esser fatta dalla Francia. L'immenso doloroso garrito della publica opinione era ancora una prova umiliante dell'insufficienza italiana. Se la Francia avesse scacciato l'Austria oltre l'Adriatico senza che l'Europa vi si fosse opposta, l'Italia sarebbe caduta dalla servitù austriaca al vassallaggio francese: il Piemonte avrebbe avuto tutto il Lombardo-Veneto; la Toscana si sarebbe mutata irresistibilmente in un grosso regno d'Etruria; a Napoli avrebbe regnato un altro Murat troppo inferiore al primo; dopo i principi prefetti dell'Austria, l'Italia avrebbe sopportato i re luogotenenti di Francia; il papa, già subordinato all'impero per l'occupazione francese di Roma, non sarebbe stato che un presidente nominale della confederazione; tutta l'Italia una seconda Algeria.
Il trionfo della politica cavouriana avrebbe concluso ad un disastro peggiore della sua sconfitta.
Così il Piemonte non veniva meno all'Italia, ma a se stesso: gl'impegni assunti colla guerra all'Austria verso la nazione lo costringevano ora a mutare di idea e di processo. Dopo le sue alleanze coi governi doveva venire quella del popolo: lo spirito di Mazzini correggerebbe l'intelletto di Cavour, e Garibaldi prenderebbe il posto di Napoleone III come alleato di Vittorio Emanuele.
Infatti, mentre il gran ministro piemontese si ritira vinto non prostrato nella solitudine di Leri quasi ad attingere altre forze in seno alla natura, Bettino Ricasoli a Firenze, e Luigi Carlo Farini a Modena riprendono intrepidamente l'idea dell'unificazione; Garibaldi, ingrossato di truppe, instà già ai confini dello stato pontificio coll'audacia di un ribelle, che non conosce altra autorità che il diritto, altra patria che la nazione, altro dovere che la guerra; Mazzini, già penetrato incognito a Firenze urla: «al centro, al centro», mirando al sud! La Sicilia sta per scoppiare in aperta rivolta; a Napoli i murattiani, atterriti dalla diserzione di Napoleone, perdono terreno, mentre il nuovo re Francesco II non trova ancora una politica per difendersi. Alla progettata confederazione nessuno crede; si comincia a comprendere che Napoleone non potrà indire guerra all'Italia se questa ricusi di seguire la convenzione di Villafranca, che l'Austria ancora indolorita dalle recenti percosse non potrà riprenderla. L'Inghilterra ora si chiarisce favorevole; di governi reazionari non restano che il papa e il Borbone, quegli fatalmente difeso dalla Francia, questi pressochè abbandonato da tutti.
Il minacciato ritorno del granduca, del duca di Modena e della duchessa di Parma diventa problematico, giacchè a Villafranca l'intervento militare per ristabilirli sul trono, qualora le popolazioni si mantenessero salde nella ribellione, non era stato deciso. Quindi, sbolliti i primi rancori contro il Piemonte, l'istinto delle masse afferra prontamente la necessità di sostenerlo: impossibile pensare adesso a Venezia, più impossibile ancora proseguire la rivoluzione nello stato pontificio. Lo sforzo di tutti, prima diretto all'espulsione dell'Austria, si riunisce ora a procurare le annessioni della Toscana e dei Ducati al Piemonte. Se qualche velleità di autonomia federale contrasta ancora, non è più che un ultimo tremito di vanità di qualche quarantottista in ritardo. Il sentimento nazionale urge tutte le coscienze; il Piemonte ingrossato della Lombardia, della Toscana, dei Ducati e delle Legazioni diventerà lo stato più forte d'Italia, e ne sarà il nucleo per un'altra riscossa.
Cavour, vinto e maledetto, sta per essere invocato direttore supremo: la sua destrezza è necessaria alle imminenti complicazioni. Mentre tutto il paese sta per abbandonarsi alla rivoluzione, egli, che ne era l'avversario, deve diventarne il complice e la guida.
Capitolo Terzo.
Prime integrazioni rivoluzionarie
I governi provvisori nell'Italia centrale.
La situazione dell'Italia, all'indomani della pace di Villafranca, era tale che nessun diplomatico avrebbe saputo definirla e nessuno statista dominarla. Il federalismo, vinto nella coscienza nazionale, sembrava risorgere per la volontà tirannica dei due imperatori; ma una federazione di principi italiani, mentre il Piemonte aveva già commissari propri nelle provincie insorte, e Venezia restava sotto l'Austria, e il papa dopo aver massacrato Perugia arruolava nuovi crociati per tutta l'Europa, era impossibile. Se i popoli insorti odiavano i principi, questi esecravano anche maggiormente il Piemonte.
Quindi non corsero subito trattative diplomatiche d'accordi.
Nelle provincie ribelli i governi provvisorii duravano. Parma e Modena, quella compresa nel teatro della guerra, questa posta sul suo confine, avevano ricevuto i primi contraccolpi della rivoluzione. La duchessa Maria Luigia era indarno ricorsa alla protezione dell'Inghilterra, giacchè il reazionario ministero Malmesbury veniva indi a poco rovesciato: poi l'Austria, ritirando le truppe dai Ducati per concentrarle sul Mincio, l'aveva abbandonata. Laonde la duchessa esulò, dirigendo un proclama ai propri sudditi, nel quale, dopo molti vanti sulle cure del proprio governo per tutti i progressi «politici e saviamente liberali», raccomandava al solito la nomina di una commissione di governo per la tutela dell'ordine.
Il municipio aveva affidato il governo temporaneo ad un triumvirato composto del conte Girolamo Cantelli, Pietro Bruni ed Evaristo Armani, richiamando in vigore l'atto solenne di annessione al Piemonte decretata dal plebiscito del 1848. Dei triumviri, il Cantelli aveva servito insino allora alla Corte della duchessa, gli altri non valevano molto meglio di lui. Si abrogarono tosto lo stato d'assedio e i tribunali straordinari. A Piacenza, appena sgombrata dagli austriaci, si improvvisò un uguale triumvirato; poi le due città deputarono oratori a Torino, perchè si accettasse il loro voto di annessione. Ma il veto di Napoleone a Vittorio Emanuele lo impedì, benchè i Ducati fossero compresi negli ingrandimenti stipulati a Plombières. Quindi venne mandato commissario governativo nelle provincie parmensi il conte Pallieri, abile magistrato. A questi, richiamato per ordine dell'imperatore, successe il triumviro Giuseppe Manfredi.
Se la duchessa Maria Luisa aveva esulato senza resistenza, il duca Francesco di Modena tentò di sbraveggiare da Brescello alla testa di settemila uomini, ma alla notizia del concentramento sul Mincio delle truppe austriache fuggì a Mantova. I suoi ultimi atti di governo furono degni dei primi: vuotò l'erario, saccheggiò musei e biblioteche, ed emanò un supremo editto di minaccia contro tutti coloro che avessero attentato ai suoi diritti sovrani.
Nullameno la città, risaputa la partenza del presidio austriaco da Bologna, tumultuava e traeva con bandiera italiana al palazzo ducale. I reggenti cedettero. Una eptarchia di cittadini riunitasi a governo richiamò in vigore l'atto d'annessione al Piemonte del 1848 per dimettere poco dopo ogni suo potere nelle mani dello storico Luigi Zini, primo commissario governativo. Quindi giungeva governatore regio Luigi Carlo Farini (20 giugno 1859).
Nelle legazioni e nelle Marche il pacifico moto insurrezionale si era allargato facilmente. Mentre la Corte Romana, cullandosi nella fiducia di una vittoria austriaca, respingeva burbanzosamente le istanze francesi per una rinnovazione delle sue proteste del 1815 contro la nuova occupazione di Ferrara e di Comacchio, appena i presidi tedeschi si ritirarono dalle provincie (11 giugno) vide rovinare silenziosamente il proprio governo. A Bologna s'instituì una Giunta provvisoria di quinqueviri, che sfrattò il cardinale legato Milesi: la Romagna, le Marche, l'Umbria s'associarono a Bologna nominandola metropoli. Nessuno spargimento di sangue: solo ad Ancona il presidio pontificio minacciò la moltitudine e conservò il castello.
Con unanime voto tutte le città insorte invocarono inutilmente la dittatura di Vittorio Emanuele.
Allora la Corte Romana, irritata dalla sorpresa, benchè scarsa di soldatesche, precipita a reazione. Il popolo non insorge; Ancona e tutte le altre città delle Marche ricadono senza sangue sotto il dominio pontificio; solo Perugia, assalita con 2500 mercenari dal colonnello svizzero Schmid, resiste debolmente ed infelicemente. Gli ordini di Roma contro di essa sono atroci: la Giunta improvvisata di governo si smarrisce invece nell'inazione: i magistrati municipali l'abbandonano timidamente, lasciando ad alcuni gruppi di popolani più risoluti preparare la battaglia. Ma pochi, male armati, peggio guidati, fra lo sgomento della moltitudine e l'odio dei villani, che in tutte le campagne parteggiavano ancora per il papa, debbono soccombere. Un osceno e truce saccheggio insanguina la città, si profanano chiese, si violano ospedali, orfanotrofi, monasteri, mentre da Roma escono vanti ribaldi dell'impresa, e il vescovo della città, oggi papa col nome di Leone XIII, celebra pompose esequie ai pochi sgherri caduti, scrivendo sul loro catafalco con satanica ironia: Beati mortui qui in Domino moriuntur. Con non meno crudele insensibilità il conte Cavour accusa i caduti di faziosi e riconosce solennemente il diritto sovrano del papa.
Ma la reazione pontificia rattenuta dalla stessa volontà di Napoleone, che frenava l'espansione piemontese, non osò invadere le Romagne; la Cattolica, meschino villaggio marittimo fra Rimini e Pesaro, segnò il limite della rivoluzione: da questo vigilava il generale Luigi Mezzacapo coi volontari romagnoli arruolati in Toscana. Napoleone III gli aveva permesso di difendersi e proibito di assalire.
Pareva allora che lì sarebbe il confine del nuovo stato piemontese. L'incertezza politica, che confondeva dolorosamente le provincie insorte, si sbrogliava, ma più dolorosamente in Toscana. Mentre i Ducati e le Legazioni, vedendo ricusato il loro voto d'annessione al Piemonte, cominciavano a tremare nella fede al nuovo re, in Firenze s'apriva la prima scena del dramma bonapartista. L'urto delle diplomazie europee v'era cresciuto di giorno in giorno dalla fuga del duca Leopoldo: Russia, Prussia ed Inghilterra si ostinavano a riconoscerlo ancora sovrano: Vittorio Emanuele ricusava la dittatura, promettendo un protettorato indefinibile; il Buoncompagni, mandatovi commissario, male si accontava coi governanti provvisori ancora ammalati di autonomia amministrativa e intenti colla tradizionale avarizia del paese ad economizzare fatica e denaro per la guerra dell'indipendenza. Finalmente potè deciderli a ritirarsi e a nominare un altro governo, del quale divenne mente e volontà il barone Bettino Ricasoli: nell'impossibilità di convocare tosto il parlamento si costituì una consulta di quarantadue membri per aiuto e sindacato dei ministri; ne fu presidente venerato per sventura di cecità e lustro di vita Gino Capponi.
I momenti erano difficili. I duchisti mestavano fra la plebe delle campagne e dei borghi, il partito francese capitanato dal Salvagnoli aumentava d'iniziativa, all'annessione col Piemonte non si vedeva modo, un moto republicano repugnava, l'Europa proteggeva il granduca. Improvvisamente il principe Girolamo Bonaparte si presentò a Firenze come pretendente inviato dall'imperatore, in assisa di generale, guidando un corpo d'esercito con ipocrito pretesto di guerra nazionale. Ma Bettino Ricasoli, Gino Capponi e il tribuno popolano Dolfi organizzarono una mirabile resistenza morale intorno al principe, che dovette presto persuadersi dell'impossibilità di crescere a re d'Etruria. Quindi venne invitata la Consulta a decidere sulla proclamazione della sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, e il decreto ne era già redatto, quando da Torino il conte di Cavour, soccombendo da capo alle pressioni imperiali, vi oppose il veto. Allora il popolo eccitato da Dolfi, mazziniano moderato ed agitatore instancabile, forzò le troppe prudenze dei governi torinese e fiorentino coll'ottenere che tutti i municipi deliberassero per l'immediata unione della Toscana alla monarchia di Savoia. I municipi votarono con patriottica unanimità la subita fusione dei due paesi. Il voto popolare inanimì la Consulta, alla quale il commissario potè finalmente proporre tre schemi di legge per l'istituzione della milizia cittadina, per la riforma del codice penale e per il rinnovamento degli ordini municipali.
L'inaspettata pace di Villafranca venne a sgominare il pacifico lavoro. Il popolo tumultuò devastando per insana vendetta la stamperia, donde era uscito il giornale colla triste novella; il governo, cresciuto d'animo nel pericolo, affermò invece solennemente che per qualsiasi dolorosa traversia mai la Toscana sarebbe ricondotta sotto il giogo lorenese od austriaco.
Ma alla pace di Villafranca il problema delle annessioni si complicò.
Iniziative dittatoriali.
Il Piemonte dovette subire l'umiliazione di richiamare i propri commissari e di abbandonare una insurrezione compiutasi nel nome di Vittorio Emanuele. Il conte di Cavour si dimise per sottrarsi abilmente ai tristi risultati della propria politica; però, mutando di tattica con robusta agilità, dopo aver tanto mortificato la rivoluzione, l'incuorò. A prevenire tentativi di ristorazione nei Ducati, mandò Lodovico Frappolli a Modena per ordinarvi la difesa con Farini, dicendogli: «Fate arma di ogni palo: respingete i soldati del duca quando egli tentasse di rientrare; sono italiani, che hanno rinnegato la patria; cacciateli nel Po». Farini, sprigionando improvvisamente l'energia rivoluzionaria deposta nella sua coscienza dal mazzinianismo giovanile, si dimise da commissario regio per proclamare l'indomani la propria dittatura, alto gridando dal vecchio palazzo Estense: «Avanti colla stella d'Italia, perchè l'Italia non ha contrassegnato la pace di Villafranca».
Cavour dimissionario gli rispose: «Il ministro è morto, l'amico applaude alla vostra risoluzione».
D'Azeglio, richiamato da Bologna, disobbedì generosamente, mandando novemila soldati alla frontiera romagnola della Cattolica contro un possibile attacco degli svizzeri di Perugia, e non si ritirò che dopo munita la città di un altro governo. Sciaguratamente, a lui successe Lionetto Cipriani, bonapartista disonoratosi al quarantotto nella repressione di Livorno.
I reggitori provvisori di Toscana mandarono a Torino il segretario Celestino Bianchi, al quale il re promise di ritentare a primavera la guerra con le sole forze italiane, mentre Cavour gli consigliava di costituire subito un governo deliberato di resistere a pressioni diplomatiche e ad assalti armati. Di Firenze rimase ministro dittatore Bettino Ricasoli.
Mentre a Zurigo stava per riunirsi il congresso della pace, bisognava che le provincie abbandonate dai principi e dal Piemonte affermassero vigorosamente il proprio diritto italiano e la propria maturità civile, reggendosi da sole senza dare in eccessi. Un'altra guerra sarebbe quindi stata necessaria per ricondurvi i principi spodestati; ma l'imperatore Napoleone, ancora alleato del Piemonte e compromesso da troppe affermazioni favorevoli alla nazionalità italiana, non avrebbe potuto ridiscendervi; l'Austria, non ancora rimessa dal disastro patito, col rivincere un'altra guerra avrebbe riconquistato sull'Italia l'antica supremazia, mentre la Francia non poteva consentirlo. Restava il pericolo della costituzione nell'Italia centrale di un grosso stato sotto un Bonaparte: a questo doveva opporsi il voto delle popolazioni, secondato dall'interesse delle diplomazie europee.
La nuova politica delle provincie insorte era fatalmente designata entro i due termini della rivoluzione e della monarchia.
Quindi Luigi Carlo Farini a Modena, quasi sotto il tiro dei cannoni austriaci, vi si caccia risolutamente. Deciso a convocare i comizi e a costituire parlamenti regionali, li previene con superba arditezza promulgando subito lo statuto, i codici e le leggi del regno sardo: apre gli archivi e getta al pubblico senza un commento le prove infami delle passate signorie. Il 14 agosto raduna i comizi modenesi; il 18 il Ducato di Parma gli offre la dittatura, ed ambo le assemblee unanimemente deliberano la decadenza dei duchi e l'annessione a Casa Savoia, riconfermando la dittatura al forte rivoluzionario. Quindi i due parlamenti si prorogano per non essere riconvocati che per chiamata del dittatore.
A Bologna Lionetto Cipriani, riuscito governatore per opera del marchese Gioacchino Pepoli, uno dei tanti parenti cui l'imperatore Napoleone aveva assegnato un piatto di cinquantamila lire annue, costretto ad inaugurare col 1º settembre il congresso dei rappresentanti delle Romagne, arrivava al medesimo risultato: l'assemblea eleggeva Marco Minghetti a presidente, votando l'abolizione del governo temporale e l'annessione al regno sardo di Vittorio Emanuele.
A Firenze, nella tornata del 20 agosto, l'assemblea uscita dai comizi popolari decretava unanimemente la decadenza dei Lorenesi e l'annessione della Toscana al Piemonte, raccomandando la giustizia della propria causa allo stesso senno di Napoleone III e delle altre maggiori potenze. Infatti si erano già mandati oratori a Londra, Parigi, Berlino e Pietroburgo.
Quindi i quattro piccoli stati si stringono a lega militare. Farini, più ardente e teatrale, vorrebbe raddoppiarla con una lega politica, ma Ricasoli vi si oppone. Nella lega militare erano tosto cominciati gli screzi: Farini stesso temeva di ammettervi le Romagne che in una rivendicazione pontificia consentita dai grossi governi avrebbero potuto trascinare nella propria rovina gli altri stati. Marco Minghetti, plenipotenziario per la Toscana, trovò col Farini questo meschino ripiego, che Bologna dovesse formulare la propria domanda di accessione alla lega militare in guisa che Modena e la Toscana rimanessero svincolate verso di essa da qualunque impegno, nel caso di un intervento militare europeo nello stato pontificio «o di gagliardo assalto dell'esercito papale». Così l'egoismo regionale e lo spirito regio viziavano ancora l'idea rivoluzionaria. Alla lega politica Ricasoli si oppose con profonda sagacia per non offrire alle diplomazie maggiore facilità di costituire un regno nell'Italia centrale. Capitano della lega militare il Piemonte mandò in Manfredo Fanti il proprio generale migliore; Garibaldi, preso congedo il 7 agosto dall'esercito sardo, aveva assunto, per invito di Ricasoli, il comando delle truppe toscane, sotto gli ordini di Fanti.
Al quesito del come presentare al re i voti delle popolazioni, Farini rispose colla proposta di una sola deputazione, Ricasoli si ostinò alle quattro: vinse Ricasoli. Ma Vittorio Emanuele non osò accettarli e si limitò a promettere poveramente di patrocinare la causa delle provincie presso l'Europa. L'iniziativa piemontese era dunque cessata. Le assemblee dei quattro stati riconvocati proclamarono allora il principe di Carignano loro reggente in nome di Vittorio Emanuele (6-9 novembre); Napoleone sempre avviluppato nelle stesse ambagi, dopo aver risposto che non si farebbe violenza alla volontà degl'italiani, telegrafò al re di ricusare la reggenza poichè manderebbe a monte il congresso di Zurigo e gli farebbe perdere l'Italia. Cavour nella solitudine di Leri fu invocato consigliere. Naturalmente il problema così posto essendo insolubile, si dovette bizantineggiare: d'accordo con Napoleone Vittorio Emanuele invece di accettare i voti delle popolazioni li accolse, e il Boncompagni fu nominato reggente per il principe di Carignano reggente pel re.
Mentre la diplomazia piemontese discendeva a così umili sofisticherie, le popolazioni fremevano d'impazienza, ma senza passione di guerra. Mazzini, penetrato in Toscana, aveva dovuto chiudersi prigioniero incognito in casa del tribuno Dolfi sotto sicurtà data da questo al Ricasoli che niuno lo avrebbe saputo. Aurelio Saffi, arrestato a Torino, aveva dovuto ripassare la frontiera; Alberto Mario e sua moglie, nobile scrittrice inglese fervida d'entusiasmo italiano, erano incarcerati a Bologna per ordine di Lionetto Cipriani. Altri illustri mazziniani venivano espulsi o imprigionati. Mazzini, aiutando generosamente il moto, avrebbe voluto dal paese qualche prudente riserva prima di abbandonarsi alla dinastia di Savoia, che non osava nemmeno accettarlo; e non comprendeva come ogni riserva essendo un passo verso la republica, ne fosse parimenti un altro contro la monarchia. Tutta la elasticità del suo sentimento patriottico non poteva vincere l'inflessibilità del suo sistema republicano. Il disegno da lui proposto di fondere i quattro piccoli stati in uno e di trasformare la loro assemblea in nocciolo di futura assemblea nazionale, proseguendo la guerra contro l'Austria e spingendo la rivoluzione nel reame per decidere poi, dopo la vittoria, se l'Italia dovesse reggersi a monarchia o a republica, esautorava anticipatamente il Piemonte. Le annessioni non potevano essere allora che incondizionate: la monarchia discussa avrebbe conchiuso alla republica, la quale era impossibile. Egli stesso, intransigente eroico, comprendendo la necessità per l'impero napoleonico di conservare Roma al papa consigliava alla grande urbe di non muoversi per non complicare il già troppo aggrovigliato problema italiano.
Ma se il suo spirito rivoluzionario manteneva le Provincie salde nel proposito di formare col Piemonte un grosso regno nazionale, il suo sistema, reso più inapplicabile dalle complicazioni diplomatiche, accresceva le difficoltà delle annessioni colla trascendenza di una democrazia republicana, che si risolveva in una critica sanguinante di tutte le necessarie affermazioni del momento. La generosità del suo sacrificio in favore della monarchia savoiarda, pur di sottrarre le provincie al pericolo di un regno buonapartista, non era creduta; la sua propaganda esorbitava fatalmente la sua popolarità; i suoi seguaci, il suo genio stesso, lo rendevano altrettanto necessario allo spirito nazionale che impossibile nell'azione politica.
Quindi dovette riprendere la via dell'esilio, scrivendo una lettera a Vittorio Emanuele per eccitarlo con malinconica eloquenza all'impresa d'Italia.
Garibaldi, sorvegliato da Ricasoli, tenuto a bada da Farini, sottomesso a Fanti, quasi prigioniero del proprio stato maggiore, abbindolato con buone parole dal re, insisteva indarno a Modena per aprire la campagna contro il papa. La politica cavouriana, che lo aveva chiamato a Torino per la guerra contro l'Austria senza lasciargli nè iniziative nè glorie, lo perseguitava abilmente nei nuovi governi: si voleva la sua presenza, non la sua opera. Cipriani per ordine di Napoleone III lo angariava; si bistrattavano i Cacciatori delle Alpi; i generali Mezzacapo e Rosselli, subordinati a Garibaldi, avevano ordini dal ministero piemontese di non ubbidirgli, mentre lo si mandava al confine di Rimini come ad iniziarvi la guerra. Le popolazioni si agitavano; dalle incertezze crescevano i sospetti. Finalmente, l'opera antipatriottica del Cipriani offese, l'Assemblea lo costrinse a dimettersi, ed acclamò dittatore Farini proposto prima da Garibaldi stesso. Allora la lotta scoppiò fra i due rivoluzionari: Farini, incredulo dell'unità italiana, non mirava che a costituire col Piemonte un più grosso stato; Garibaldi, sprezzante di tutte le difficoltà diplomatiche, voleva appunto nell'inerte imbroglio di tutti i governi compiere la rivoluzione italiana marciando al sud. Questi gl'intimò di cedergli la dittatura, ma il dittatore resistè, il re s'interpose e Garibaldi si dimise.
La sua grande ora non era suonata.
Intanto la destituzione del Cipriani a Bologna finiva di persuadere a Napoleone III l'impossibilità di un regno d'Etruria: le popolazioni dell'Italia centrale vi erano francamente avverse e contraria l'Europa. La sua doppia politica, colla quale faceva costringere insolentemente dal ministro Walewski il Piemonte e le altre provincie all'osservanza dei preliminari di Villafranca, mentre lusingava personalmente i legati italiani sul rispetto ai voti delle popolazioni, si sbrogliò: bisognava cedere l'Italia centrale al Piemonte e trarne come prezzo la già rinunciata cessione di Nizza e di Savoia. Il congresso di Zurigo, al quale l'Austria si presentava col linguaggio di Metternich, non doveva dunque riunirsi, giacchè Prussia e Russia l'avrebbero irresistibilmente sostenuta. Laonde, mentendo il proprio pensiero, scrisse a Vittorio Emanuele una lettera, nella quale peggiorava la confederazione proposta dall'Austria, col tramutare Modena dalla casa d'Este alla duchessa di Parma, col riconsegnare la Toscana accresciuta di alcuni territori pontifici all'arciduca Ferdinando, e col dichiarare Mantova e Peschiera fortezze federali. Vittorio Emanuele e l'Austria protestarono. Poco dopo, in un opuscolo come quello ispirato al Laguerronière sul principio della guerra, esortò la Santa Sede a contentarsi d'un dominio più ristretto, poichè l'imminente congresso avrebbe dovuto fatalmente toglierle le Legazioni: all'ultimo giorno dell'anno (1859), in una lettera autografa a Pio IX, con frasi più miti ripetè la stessa idea. L'Austria chiese al gabinetto francese se sosterrebbe tali proposte al congresso, e dietro risposta affermativa dichiarò di non intervenirvi, protestando a nome dei principi spodestati: il papa svillaneggiava in un discorso solenne l'opuscolo imperiale. L'imperatore sostituì nel ministero il Thouvenel al Walewski; quindi il congresso abortì.
Contemporaneamente il conte di Cavour risaliva sulla scena politica.
Le annessioni dell'Italia centrale.
Già nel proprio ritiro di Leri aveva conservato la direzione spirituale del moto. Corte, ministero, deputazione lo consultavano. L'atteggiamento risoluto delle provincie contro l'installazione di un principe buonapartista a Firenze, la forzata inazione dell'Austria, l'impossibilità per la Francia di un'altra guerra contro l'Italia, la gelosia di tutta Europa contro ogni ingrandimento napoleonico, gli scopersero la possibilità di ottenere l'annessione dell'Italia centrale al Piemonte. Il mazzinianismo era troppo debole per contrastarla republicanamente, Garibaldi troppo generoso per ribellarsi al re, i governatori delle provincie insorte troppo abili per lasciar sviare il moto annessionista.
La stella di Cavour risorgeva, tutti sentivano in lui il più destro dei negoziatori.
Il ministero Rattazzi-Lamarmora, succeduto al suo, aveva stentato a fronteggiare la situazione. Sessantamila francesi accampavano ancora in Lombardia a difesa contro l'Austria e dei patti di Villafranca, fors'anche a nuova conquista napoleonica nell'Italia centrale; l'Austria domandava oltre l'indennità di guerra 600 milioni come quota del debito generale dell'impero e di quello particolare di Lombardia; le provincie insorte basivano sotto l'incubo di una minacciata restaurazione; tutte le diplomazie d'Europa insistevano per l'esecuzione della pace di Villafranca.
Naturalmente il ministero, colla tradizionale ambiguità della politica savoiarda, dovette favoreggiare segretamente le annessioni ed osservare apertamente i patti di Villafranca. Bisognava anzitutto negoziare la pace coll'Austria imbaldanzita dal contegno remissivo dell'impero francese. Il Piemonte, vincitore subalterno, veniva trattato come un vinto. Dacchè la Lombardia era stata ceduta a Napoleone III, Vittorio Emanuele doveva pagarne il prezzo; dopo molte trattative si convenne che il Piemonte assumesse ⅗ del debito del Monte Lombardo-Veneto e una quota di 40 milioni di fiorini sul prestito nazionale del 1854. Il letto del Mincio restò diviso fra le frontiere dei due stati, e il raggio della fortezza di Peschiera fu ridotto da sette a tre chilometri.
Il 10 dicembre si segnarono i tre trattati di pace: il primo tra Francia ed Austria risolveva la questione politica e territoriale d'Italia, riconfermando il disegno di una confederazione sotto la presidenza onoraria del pontefice e mantenendo intatti i diritti dei principi spodestati: però non si stabiliva intervento militare per ricondurre costoro sul trono, quantunque il Piemonte avesse dovuto aderire a tale disegno federativo. Il secondo tra Francia e Piemonte trattava della cessione della Lombardia a quest'ultimo. Il terzo fra le tre potenze unite assettava tutti gl'interessi estranei alla clausola posta dal re di Sardegna ai preliminari di Villafranca. Colla stipulazione della pace di Zurigo cessavano i pieni poteri accordati dal parlamento subalpino alla Corona; ma il ministero, fingendo di non accorgersene, proseguì a legiferare per decreto reale.
Però, se una rapida unificazione legislativa era il maggior bisogno del momento, il ministero nell'abbandonarvisi impetuosamente commise un triplo errore; anzitutto volle applicare tosto alla Lombardia le leggi amministrative piemontesi, non solo inferiori a quelle sopravissute della sua antica vita municipale e rispettate persino dall'Austria, ma peggiori della medesima amministrazione austriaca. Così falsavasi ogni originalità paesana per vanità di un cattivo modello. Poi le leggi emanate a fasci generarono una indicibile confusione e un maggiore dispendio, mentre il paese doveva sopportare l'aumento di spese per la guerra patita e per l'impianto del nuovo governo. Finalmente le leggi piemontesi, nella loro asprezza monarchica e col carattere reazionario del passato, parvero dettate da un pensiero di conquista regia: l'arbitrio ministeriale, col prescindere in esse dal concorso del parlamento, finiva d'esasperare la publica opinione. L'antagonismo regionale rifermentò; i lagni di Lombardia echeggiarono nell'Italia centrale.
Il conte di Cavour, tutto inteso a riaffermare la direzione degli affari, sollevò la questione della riconvocazione del parlamento, ponendola come ultimatum alla sua accettazione di ministro plenipotenziario al congresso di Parigi; ma per meglio offendere i ministri, invece di scrivere loro, dettò la lettera a sir James Hudson. Questo stratagemma decise della ritirata del ministero, che vide nella lettera del legato inglese una insolente ingerenza di diplomatico straniero nelle cose di stato.
Cavour chiamò seco al ministero il generale Manfredo Fanti per la guerra, Stefano Jacini pei lavori publici, Terenzio Mamiani per la publica istruzione. Il suo disegno politico era semplice: barattare francamente Nizza e Savoia coll'Italia centrale; ma la politica annessionista aveva d'uopo del concorso parlamentare per perdere l'arbitrario carattere regio.
Così Cavour, passando sopra ogni regolarità di procedura, decise di ammettere al parlamento i deputati dell'Italia centrale.
Napoleone stesso suggerì a Cavour l'idea di un nuovo plebiscito delle provincie. Il risultato ne fu splendido. I comizi della Toscana e dell'Emilia convocati (11-12 marzo 1860) per pronunziarsi tra l'unione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele e il regno separato diedero questi risultati: nell'Emilia su 526,258 elettori iscritti votarono 427,512, dei quali 426,006 per l'unione alla monarchia sarda; in Toscana votarono 386,445, dei quali 366,571 per l'annessione e 14,925 pel regno separato. Il voto fu a suffragio universale, mentre l'elettorato politico nello statuto piemontese era il più ristretto d'Europa. In questa contraddizione stava il riconoscimento della sovranità nazionale tanto caldeggiato da Mazzini; lo statuto era la monarchia, il suffragio universale la rivoluzione; quella la forma, questa l'idea: il cittadino votando pel re si affermava sovrano, così che la monarchia costituzionale non avrebbe mai più potuto soverchiare il diritto popolare.
Compita l'annessione dell'Italia centrale, facendo riaffermare dal re la propria devozione al pontefice come principe cattolico, Cavour potè sciogliere finalmente la vecchia camera sarda ridotta da oltre un anno a poco più di un nome, e bandire le elezioni in tutte le provincie del nuovo regno. Farini passò al ministero dell'interno, Ricasoli rimase come governatore generale al fianco del principe di Carignano luogotenente del re a Firenze.
Cessione di Nizza e di Savoia.
Senonchè, ottenute le provincie, si dovette subito pagarne il prezzo. La Savoia, fino dal trattato di Brosolo considerata come scotto alla Francia per un qualunque ingrandimento piemontese nella valle del Po, sebbene situata al di là delle Alpi, e francese di spirito, e annessa alla Francia dalla grande rivoluzione del'89, aveva dato il nome, la bandiera e la storia alla dinastia che stava per diventare nazionale: Nizza, conquistata dal Conte Rosso nel 1388, era doppiamente italiana come patria di Garibaldi; poi la loro cessione da re ad imperatore negava tutto il diritto politico della nuova rivoluzione. Fra i trionfi della sovranità popolare ricominciavano i mercati di popolo. Napoleone, col disertare la causa italiana al Mincio e col cercare ogni via ad impedire le annessioni dell'Italia centrale al Piemonte, aveva perduto anche i diritti stipulati a Plombières.
Tutta la democrazia italiana si scosse: il popolo ne fu malinconico. Invano i giornali del ministero affettarono il più mercantile cinismo per persuadere la cessione; l'offesa alla coscienza nazionale anzichè placarsi s'inveleniva. Re Vittorio mormorò con poetica tristezza, alludendo a Napoleone: «Dopo avergli data la figlia bisognerà cedergliene la culla!»; Garibaldi ruggì; Mazzini moltiplicò articoli, invettive, proteste; alle Camere l'opposizione si disciplinò a battaglia. Per un momento parve che l'Europa medesima si opponesse alla cessione: l'Inghilterra per poco non trascorse a minaccie; Thouvenel la vinse, rispondendo che l'annessione della Savoia alla Francia non era politicamente diversa da quella della Toscana al Piemonte; l'Austria invece per dispetto la favoreggiò; la Svizzera invocò indarno i trattati di Vienna, pei quali alcuni territori savoini essendo stati introdotti nella sua neutralità, essa resterebbe così colle frontiere indifese.
Napoleone ammansì l'Inghilterra con un trattato di commercio libero-scambista, non tenne calcolo della Svizzera, minacciò coi propri giornali il Piemonte. La fatalità della politica cavouriana costrinse questo a cedere: il conte di Cavour stesso, assumendo arditamente alla Camera la responsabilità del triste atto, ebbe il coraggio di confessarlo.
Alla Camera, ove sedevano per la prima volta i deputati delle provincie annesse, la discussione fu tempestosa: Guerrazzi vi gettò lampi di eloquenza fra scrosci di sarcasmi, ai quali nullameno Cavour potè efficacemente rispondere; Urbano Rattazzi riapparve terribile di logica e di abilità, accusando i ministri dell'inutile ed indegno mercato; ma la fatalità del sistema regio prevalse: 229 voti su 262 votanti approvarono la cessione (22 maggio 1860).
Il trattato era stato sottoscritto il 24 marzo dal ministro Benedetti e dal principe di Talleyrand per l'imperatore, da Cavour e da Farini per Vittorio Emanuele; siccome però statuiva che l'annessione delle due provincie alla Francia dovesse effettuarsi col consenso dei popoli, a larvarlo nella publica opinione s'indissero a Nizza e nella Savoia plebisciti, che oro e pressioni di governo fecero riuscire a favore della Francia.
Così finiva la conquista regia: nel suo primo giorno Vittorio Emanuele non aveva osato accettare la Toscana, nell'ultimo cedeva la Savoia; l'iniziativa francese aveva voluto la guerra, l'iniziativa piemontese vi si era associata; la Francia aveva respinto l'Austria dalla Lombardia, il Piemonte aveva ricevuto in regalo dal vincitore il campo di battaglia; l'Italia centrale era sfuggita mercè la propria energia alle lusinghe e alla minaccia di un regno bonapartista, ma la dinastia sarda, che non aveva ardito nè conquistarla nè accettarla, la otteneva ora dalle mani del proprio prepotente alleato col baratto di altre due provincie. La rivoluzione soccombeva alla monarchia, il Piemonte alla Francia, mentre l'Italia rimaneva divisa in quattro stati coll'Austria, il papa e il Borbone.
La politica regia non poteva andare oltre, l'Italia non pareva capace di sforzo maggiore.
Lo scarso numero de' suoi volontari alla guerra, che non superò i cinquantamila, la sommissione mostrata nel periodo annessionista, l'inerzia del reame che nemmeno le vittorie sui campi lombardi avevano potuto sollevare, l'atonia di Roma, la fiacchezza delle provincie pontificie riconquistate da un pugno di sgherri fra l'indifferenza di tutte le altre, l'abbandono dell'ideale republicano come troppo costoso di denaro e di sangue, la pazienza per tutte le prepotenze francesi, la stessa calma, che aveva reso ammirabile all'Europa il contegno del popolo, tradivano la debolezza della nazione.
Mazzini veniva abbandonato da tutti. Garibaldi non era ancora seguìto che da pochi.
Si era fidato nella Francia e nel Piemonte, accettando da entrambi quanto potevano dare. Invece di eserciti improvvisati ed irresistibili di passione si erano mobilizzate le guardie nazionali, innocua ed inartistica parata di teatro. L'esercito regolare sardo era stato bello di disciplina e di valore, i volontari garibaldini incomparabili di originalità e di eroismo, ma della guerra popolare era mancato persino il fermento. Mazzini aveva sperato in cinquecentomila volontari; Garibaldi ne chiedeva centomila, e non era arrivato che ai dodicimila. L'iniziativa regia aveva in certo modo disinteressata l'iniziativa popolare.
Rivoluzionari, regii e republicani non erano che una minoranza, la quale senza l'intervento francese non avrebbe mai potuto fare nè la guerra nè la rivoluzione.
Il Piemonte, uscendo ingrossato dall'una e dall'altra, aveva di poco migliorato la propria condizione. L'Austria non aveva che a ripassare il Mincio per riprendere in una settimana tutta la Lombardia; verso Francia il nuovo stato era senza frontiere, mancava di comunicazioni col sud; il vassallaggio all'impero napoleonico gli scemava l'antica indipendenza; l'ostilità alla rivoluzione lo indeboliva all'interno; aveva esauste le finanze, fallito il programma, assunti impegni ineseguibili. L'unità d'Italia era negata come al quarantotto.
Le prime integrazioni rivoluzionarie non avevano potuto attuare che una parte dello stesso disegno regio di Plombières: ma senza Venezia, senza la Sicilia, senza Napoli e senza Roma l'Italia non era. La prodezza di Vittorio Emanuele, l'abilità diplomatica di Cavour, non bastavano all'Italia: la fusione della valle del Po era la parte più facile dell'unificazione nazionale; ma poichè nè Roma era insorta, nè Napoli si era sollevata durante la guerra franco-sarda, a fonderle coll'Italia bisognava conquistarle.
L'iniziativa regia non era da tanto. Infatti il primo atto della nuova politica piemontese fu di sollecitare l'alleanza di Francesco II, per impedire a Napoli ogni moto rivoluzionario.
Solo un'impresa temeraria come un'avventura, splendida come una visione, irresistibile come una profezia, improvvisa, piccola, assurda, raccolta su due barconi sconnessi come quelli di Cristoforo Colombo, con un esercito non maggiore di quello di Cortez, senz'altra fede che la vittoria, altro amore che di patria, altra probabilità che di morte, con un capitano invincibile come un messia, senza danaro, quasi senz'armi, poteva approdando in Sicilia appiccarvi il fuoco della rivolta, assalire fortezze, liberare città, moltiplicare le battaglie come spari di festa; quindi più forte, più rossa del proprio e del sangue nemico, lanciarsi pazzamente fra Scilla e Cariddi, afferrare il continente, passare come una vampa per le Calabrie, correre su Napoli, sbaragliando eserciti, stordendo popoli, ministri, re, e, sollevando tutto un regno, che sentimenti, idee, costumi, storia rendevano tanto dissimile dal resto d'Italia, gettarlo in seno alla nazione e farne una patria sola.
Giuseppe Garibaldi doveva guidare quest'impresa.
Capitolo Quarto.
La conquista rivoluzionaria
I mille di Marsala.
Il vasto reame delle due Sicilie sembrava assistere con ignava curiosità al grande dramma della liberazione d'Italia: dopo tanto fervore di congiure, non vi restava abbastanza passione patriottica per osare d'insorgere contro il governo borbonico in tanta facilità di momento. L'Austria vinta non avrebbe potuto soccorrere re Francesco II; la Francia sarebbe stata favorevole per ambizione di un altro regno murattiano; l'Inghilterra per antagonismo coll'impero napoleonico avrebbe invece favorito un moto nazionale; Garibaldi era pronto ad accorrere colle bande rosse; il Piemonte, volente o nolente, avrebbe dovuto spingere sino al mezzogiorno la propria politica annessionista.
Re Francesco II, salendo al trono, aveva dichiarato all'ambasciatore russo Kisselef di ignorare che cosa potesse significare la indipendenza italiana; quindi, sollecitato d'alleanza dal Piemonte prima e dopo la guerra, aveva ricusato per chiudersi in una sprezzante neutralità; più tardi, costretto a mutare i vecchi cattivi ministri, ne aveva scelti di peggiori; e fingendo colla duplicità paterna di cassare la legge sugli attendibili o sospettabili politici l'aveva invece mantenuta con una circolare segreta del direttore di polizia, che poi dovette sconfessare. Un ignobile egoismo ed una insensata alterigia gli toglievano di comprendere il significato fin troppo evidente di una situazione politica, nella quale la sua corona era minacciata da nemici di ogni sorta. La sua fede all'Austria e al papa, che avrebbe potuto essere cavalleresca alleandosi con loro contro la rivoluzione, non era che servilità di bigotto e di vassallo; la sua avversione alla libertà non derivava che da una vanità di despota senza carattere e senza ingegno. Ultimo di una famiglia di tiranni e di malvagi, al pari di tutte le vittime designate all'espiazione di una decadenza, non era più che un melenso, cui la rivoluzione trionfante spazzerebbe fra poco come un'immondizia, invece di spezzare come un ostacolo.
La sua sola idea politica in tanto frangente di guerra fu di una spedizione a favore del papa per aiutarlo a risottomettere le Romagne, ma nemmeno questa eseguì. Quindi, essendosi ammutinati gli svizzeri pel decreto del governo federale elvetico, che dopo le stragi di Perugia vietava il nome patrio e gli stemmi cantonali ai mercenari militanti per la Santa Sede e pel Borbone, egli disciolse il loro corpo grosso di 14,000 soldati, e lo sostituì portando la leva ordinaria della milizia stanziale a 18,000 coscritti. Al finire dell'anno (1860) l'esercito borbonico sommava a 100,000 uomini, ma senza merito negli ufficiali, senza valore nei soldati, senza patria, senza ideale. Una indescrivibile indisciplina no sconnetteva gli ordini: i volontari vi erano ribaldi di piazza o di polizia, i coscritti piuttosto fantocci che fanti, poco disposti a battersi, incapaci di morire combattendo.
Nullameno il loro numero bastava per togliere ai rivoluzionari del paese, così pronti a contarsi per migliaia, ogni velleità di rivolta. I più forti fra questi credettero far molto costituendo coll'inguaribile bizantinismo delle loro procedure un comitato a doppia assemblea dei iuniori e dei seniori, che più tardi si mutò in quello dell'Ordine per spargere qualche bollettino anonimo o gettare nei teatri qualche nastro tricolore col motto: «Italia e Vittorio Emanuele».
D'altronde il conte di Cavour, mandando il Villamarina a Napoli, gli raccomandava vivamente di sconsigliare i liberali da moti violenti, «giacchè qualsiasi rivoluzione nelle due Sicilie riuscirebbe rovinosa all'Italia». Allora l'illustre statista non vedeva altra salute alla politica nazionale contro le tendenze republicane che nell'alleanza del Piemonte col Borbone.
Ma la rivoluzione urgeva. La prima mossa ne venne dalla Sicilia.
Già dopo i casi del '57 essendosi sciolto il comitato di Londra, nell'impossibilità di ritentare efficacemente altra insurrezione in Lombardia, il partito rivoluzionario non tardò a comprendere, che per resistere all'egemonia piemontese bisognava creare una forte base alla politica unitaria nel Reame. Nicola Fabrizi, Alberto Mario, Francesco Crispi, Maurizio Quadrio, Michele Amari si diedero con forte proposito al difficile lavoro: comitati aiutavano da Malta e da Genova; patrioti come Emilio Sceberras, Giorgio Tamaio, Onofrio Giuliano, Emanuele Pancaldo cooperavano con nobile coraggio all'interno. Ma le difficoltà erano troppe. Le popolazioni bigotte e svogliate, ignoranti e servili; mal compreso il nome d'Italia, incompreso affatto quello di democrazia; difficili le comunicazioni fra paesi e paesi separati ancora da fieri odi municipali; il feudalismo economico e politico tuttora vigile nell'angustia dei propri privilegi; i Borboni più temuti che odiati; nessuna abitudine di guerra malgrado il costume del brigantaggio; gli stessi liberali divisi nelle fazioni murattiana e piemontese. Di questa era capitano attivo e di molto seguito il La Farina. Nè il continente nè l'isola erano pronti a vera rivoluzione: nullameno colla guerra franco-sarda si spinse più vivamente il lavoro delle cospirazioni. Francesco Crispi, aiutato dal Fabrizi reduce in Modena sua patria dal lungo esilio, ne tenne discorso al dittatore Farini, che si mostrò favorevole ad un'impresa nel sud: già cimentando intrepidamente la vita, Crispi era penetrato parecchie volte nella Sicilia per introdurvi armi e bombe all'Orsini. Ma la politica cavouriana venne ad impedire l'opera, facendo dal La Farina dissuadere ogni moto violento per non imbrogliare il problema già difficile delle annessioni al nord. Questo consiglio bastò naturalmente a scusare la troppa prudenza dei più; i pochi intrepidi rimasero abbandonati e sbandati. Oramai l'insurrezione era piuttosto contrastata dal partito moderato che dal borbonico.
Un'ispirazione giovanile trionfò della ragione di tutti. Un gruppo di giovani scrisse spontaneamente e segretamente a Garibaldi, scongiurandolo «ad affacciarsi sul loro continente con un pugno di uomini e una bandiera consacrata dal suo alito». Il generale da Bologna (2 settembre 1859) rispose incoraggiando e promettendo. Intanto Crispi coi comitati di Genova, di Firenze e di Malta ordiva per il 4 ottobre (1859) un'insurrezione a Palermo; Messina e Catania dovevano seguire; ma anche questa volta la cospirazione abortì, e la colpa al solito ne fu gettata sui contrordini del partito lafariniano. Allora Crispi e Fabrizi ritentarono l'animo di Farini: si convenne fra loro di una spedizione di volontari nel sud. Farini promise un milione, previo il consenso del ministero piemontese; siccome i Cacciatori delle Alpi potevano facilmente formare il nuovo corpo di spedizione, si pensò di radunarli all'isola d'Elba, mentre Garibaldi era già ritornato a Caprera. Ma Crispi non potè persuadere il ministro Rattazzi all'impresa: fu negato ogni denaro, conteso ogni aiuto. Cavour risalito al potere si chiarì anche più ostile, vessando così indegnamente colla polizia il Crispi da costringerlo ad abbandonare Torino.
Garibaldi, conscio di tutti questi maneggi, addolorato della cessione di Nizza e Savoia, isolato dalla vita politica con ogni intrigo da Cavour, meditava incerto del risolvere. Mazzini invece, spinto all'ultimo sacrificio di se medesimo dalla rovina di tutti gl'ideali, insisteva per una pronta azione del sud, rinunciando alla republica pur di raggiungere l'unità della patria. Le sue lettere ai palermitani, nelle quali scopriva con mano sicura i viluppi della politica cavouriana e bonapartesca, non parlavano più che di unità nazionale: il republicano era vinto, il patriota lottava ancora.
L'abdicazione di Mazzini, l'impotenza di Cavour, l'inerzia forzata di Napoleone, il fermento di tutta la penisola, la fatalità della rivoluzione affrettavano silenziosamente l'azione di Garibaldi.
Oramai tutte le gradazioni dei partiti politici si fondevano in lui. La sua formula «Italia e Vittorio Emanuele», rimasta inalterata malgrado l'esosità dei trattamenti usatigli dal governo, riuniva le forze regie e democratiche per un programma, che, esorbitando dall'angustia della politica piemontese, ne riconfermava l'idea di una conquista regia. Il suo primo disegno della nazione armata, per organizzare militarmente davvero le guardie nazionali e pacificare i partiti, aveva naturalmente fallito, giacchè una organizzazione politica e militare d'Italia con metodo popolare era impossibile; nullameno egli restava programma vivente della nazione, altrettanto infallibile nell'intuizione che malleabile nell'eroismo.
All'alleanza franco-sarda, che aveva battuto l'Austria senza cacciarla da tutti i confini d'Italia, doveva succedere l'alleanza sardo-italiana, che caccerebbe i Borboni senza poter rovesciare il papa. Napoleone III aveva bistrattato Vittorio Emanuele: questi maltratterebbe Giuseppe Garibaldi.
La rivoluzione italiana, ispirata da Mazzini, guidata da Cavour, concentrata da Vittorio Emanuele, signoreggiata da Napoleone, si era arrestata fatalmente alle annessioni dei Ducati nell'imbroglio della propria politica, per ritornare nazionale e popolare con Garibaldi, unitario come Mazzini, monarchico quanto Cavour, più prode di Vittorio Emanuele e più avventuriero di Napoleone III. Mentre tutte le diplomazie d'Europa si spiavano temendo di nuova guerra, egli solo poteva riaccenderla per conquistare un regno al Piemonte, che avrebbe cercato sino all'ultimo d'impedirlo; egli solo, sotto tanto cumulo di pregiudizi, di dolori, di viltà, poteva trovare il cuore del popolo italiano e, infiammandolo coll'entusiasmo di una fede indefinibile, dargli la trionfatrice energia delle più incredibili fra le vittorie di questo secolo.
Infatti la necessità di questa impresa meridionale lo stringe più forte ogni giorno. Mentre il governo piemontese contrasta, i patrioti siciliani incalzano. Rosolino Pilo e Giovanni Corrao si offrono per un viaggio nella Sicilia, esploratori di libertà fra pericoli ed episodi degni di un poema. Il 4 aprile (1860) Palermo tenta una rivolta presto soffocata nel sangue; la polizia trionfa ancora; i congiurati, raccolti nel convento della Gancia e soccorsi dagli stessi frati, sono trucidati o imprigionati. Nullameno qualche banda di essi può guadagnare i monti. A Genova le notizie dell'insurrezione si ripercotono in tumulto, le fantasie si esaltano, i cuori si scaldano. La Legione Sacra composta di vecchi patrioti e di giovani volontari vi si aduna, proclamandosi disposta a partire con Garibaldi ed anche senza lui: Mazzini offre a Nino Bixio e a Giacomo Medici il comando dell'impresa, se Garibaldi ricusi: Cavour, temendo che questi accetti e non potendo palesemente impedirlo, cerca ne sia capo il Ribotti. Ma Garibaldi solo può guidarla, rappresentando tutto il popolo italiano; Ribotti non è che un prode venturiero della libertà; Nino Bixio, coraggioso sino alla demenza, non può essere che un luogotenente; Medici, caduto nell'orbita della politica cavouriana, non saprebbe capitanare la rivoluzione.
Ma Garibaldi, cui la coscienza della grande responsabilità non scema il coraggio, tituba ancora: dopo le vittorie franco-sarde in Lombardia, il disastro di un'altra spedizione Pisacane annullerebbe la rivoluzione. Nullameno la grande ora sta per discendere sul quadrante della storia; l'impresa è inevitabile. Il colonnello Frappolli e Giacomo Medici mandati da Cavour la combattono: Nino Bixio invece minaccia di andarvi solo. Garibaldi si decide.
A Crispi, che, ostinato nello spronarlo, pure temeva di un incontro colla flotta nemica, Garibaldi risponde:
— Io vi garantisco sul mare.
— E io vi garantisco per terra.
Epilogo di una scena degna di Eschilo!
Ma il governo piemontese moltiplica taccagnerie ed obbiezioni. Poichè nel primo slancio della rivoluzione si era iniziata una sottoscrizione per comperare un milione di fucili, le armi e i primi denari non sarebbero mancati all'impresa; sciaguratamente Cavour ordinò a Massimo D'Azeglio di sequestrare le quindicimila carabine depositate a Milano e Massimo D'Azeglio, persuaso che l'annessione del regno napoletano al Piemonte sarebbe la maggiore delle disgrazie possibili, ubbidì. Rubattino, ricco armatore di Genova, prestò due vecchi vapori, nascondendosi mercantilmente dietro il nome di Segrè, austero patriota. La Farina, stretto dagli esuli siciliani, diede finalmente mille fucili quasi inservibili e ottomila lire; Agostino Depretis, prefetto a Brescia, violando gli ordini ricevuti, consegnò a Giuseppe Guerzoni mandatario di Garibaldi, qualche altro denaro.
Cavour, osteggiando e permettendo al tempo stesso l'eroica avventura, ne calcolava con terribile freddezza di statista tutte le conseguenze. Se Garibaldi falliva, il governo piemontese si pompeggierebbe presso il resto d'Italia e le cancellerie europee delle difficoltà oppostegli; ma la rivoluzione avrebbe così perduto il suo grande capitano, e alla nazione non resterebbe più altra speranza che il Piemonte: con Garibaldi periva il fiore della democrazia italiana, che non aveva ancora accettato o subiva non senza riserve la preponderanza della monarchia piemontese. Se Garibaldi conquistava la Sicilia, il motto «Italia e Vittorio Emanuele» scritto sulla sua bandiera lo avrebbe costretto a cedere l'isola al Piemonte, cui il voto del parlamento siciliano nella rivoluzione del quarantotto aveva in certo modo aderito, offrendo la corona al duca di Genova. L'ammirabile perfidia, che dall'epoca dei comuni sino al finire del rinascimento aveva dato alla politica italiana così irresistibile ascendente su quella di Francia e di Germania da rendere a queste grandi potenze impossibile la conquista d'Italia, e più tardi aveva permesso al Piemonte di crescere nel decadimento d'Italia fra le voraci gelosie dei più grossi vicini, trapelava dalle contraddizioni del conte di Cavour, rimasto ministro piemontese in piena rivoluzione italiana. Egli, primo in Italia a giudicare il Guicciardini molto miglior politico del Machiavelli, ne seguiva i criteri anche in questo supremo momento di epica iniziativa: per lui la monarchia piemontese non aveva in Italia peggior nemico della democrazia e maggior pericolo di una vittoria rivoluzionaria.
L'impresa era unitaria. Garibaldi intendeva sbarcare in Sicilia, gettando un corpo d'armati nello stato pontificio. Non si osava ancora l'idea di marciare direttamente su Roma, ma si voleva sottrarle tutte le provincie. Bisognava come Cesare passare un'altra volta il Rubicone: si sperava che Medici o Cosenz potessero invadere il territorio pontificio; Cavour pareva secondare il disegno. Il papa era in armi, il generale Lamoricière ne guidava l'esercito più grosso che valoroso; il conte De Pimodan capitanava gli zuavi volontari, ribaldi o legittimisti di gran nome, raccolti per tutte le contrade d'Europa. All'ultima crociata papale si contrapponeva così la crociata garibaldina: entrambe nel nome di un'idea mondiale, quella senz'altro principio che il privilegio ed altra virtù che la superstizione, questa colla fede della libertà e un entusiasmo di amore che perdonava ai nemici anche prima di averli vinti.
A Genova Agostino Bertani, medico già celebre, costituì il comitato di soccorso all'impresa, spiegandovi la più prodigiosa energia. I volontari eran quasi tutti giovani colti, ricchi, fanatici di libertà, superstiziosi d'amore al generale come i sicari del Vecchio della Montagna; fra essi brillavano illustri stranieri: Türr e Tuköry ungheresi primeggiavano per nome già famoso di capitani; Sirtori era capo di stato maggiore; Nino Bixio doveva guidare una delle navi, il Lombardo; sull'altra, il Piemonte, precederebbe Garibaldi. Ippolito Nievo, poco più che giovinetto, già immortale per scritti d'arte, era il poeta della spedizione, e doveva perirvi al ritorno miseramente annegato come Shelley; Giuseppe Cesare Abba, quasi un fanciullo, allora ignoto anche a se stesso, doveva invece scriverne i commentari fra il pericolo delle battaglie e la poesia delle veglie; v'erano Acerbi, Mosto, Schiaffino, Nullo bello ed avventato come un moschettiere da romanzo, Fabrizi austero come un duce biblico, i Cairoli, tutti i più prodi, i superstiti legionari di Montevideo, i Cacciatori delle Alpi, i carabinieri genovesi, manipoli di artisti e di letterati, di principi e di cospiratori sopravvissuti alla tortura delle carceri, di esuli frementi nella stanchezza dell'esilio, di politici che cessavano di pensare per votarsi ai rischi dell'azione, di popolani poveri ed ignari che l'improvvisa epopea sollevava fra i più grandi cuori nell'uguaglianza del sacrificio, di disertori dell'esercito piemontese, di republicani, di monarchici: falange uscita dalla nazione come un getto dalle mani di uno scultore, altera, vibrante, serena. Non arrivavano a mille, vestivano borghesemente. Garibaldi non ne aveva voluto altro numero, giacchè anche decuplo sarebbe stato insufficiente, se il popolo laggiù non avesse poi secondato l'impresa. Allora non portavano che un fucile rugginoso e sedici cartucce; nessuna provvigione, non salmerie. La bandiera, dono d'italiani residenti a Valparaiso, ricordava le vittorie d'America, augurando maggiori trionfi.
Il motto era: «Italia e Vittorio Emanuele».
Il 3 maggio (1860), anniversario della morte di Napoleone I, salpavano silenziosamente da Quarto. Il governo piemontese, pur fingendo d'ignorarla, cercò con inutile inganno di contrastare l'imbarcazione; il mare fu propizio. A Talamone, ove approdarono per rifornirsi d'acqua, non rinvennero che poche armi quasi disutili; ad Orbetello un gruppo di republicani intransigenti, capitanati da Brusco Onnis, si separò per non combattere sotto bandiera piemontese; un altro più grosso manipolo s'inoltrò nel territorio pontificio con Zambianchi sanguinario trucidatore di monaci a Roma nel '48 per sollevare le popolazioni; e fu indi a poco disperso dai dragoni papalini.
Ma non ostante le vigili crociere napoletane, Garibaldi potè sbarcare a Marsala. Allora la Sicilia, dapprima attonita, si solleva: Rosolino Pilo e Corrao tengono la campagna con forti bande; a Salemi Garibaldi proclama la propria dittatura e riceve il saluto di una truppa d'insorti, forte di quasi tremila uomini; a Calatafimi rovescia alla baionetta una colonna di cinquemila borbonici; la giornata terribile di ardimento prostra l'animo del nemico; alcuni monaci e qualche picciotto si sono mescolati ai garibaldini, ma i tremila siciliani hanno assistito dalla cima dei colli circostanti alla battaglia, sinistramente equivoci, coll'arma al piede. Presto l'odio popolare contro borbonici e napoletani esplode, scene atroci di sangue vituperano le prime vittorie; ma Garibaldi, raddoppiando di audacia, si drizza su Palermo. I borbonici tengono l'isola con trentamila uomini; ventimila difendono la capitale. Con abili marcie egli inganna quindi il nemico, accenna ad assalire la città dalla parte di Monreale, vi rumoreggia intorno tre giorni, sfianca su Corleone, si tira dietro il generale Bosco con una falsa ritirata, lo allontana da Palermo, lo tiene a bada con pochi legionari, finchè il 27 maggio per vie impraticabili ricompare dinanzi alla città già percossa dalla voce erronea della sua disfatta.
Però la sorpresa essendo fallita, l'assalto diventa al tempo stesso impossibile ed inevitabile.
La guerra, appena incominciata, sta per essere finita colla presa della capitale; la battaglia si muta in delirio. I garibaldini stremati, male armati, poco ordinati, si slanciano all'assalto; tutto cede al loro impeto; entrano travolti dalla fuga del nemico nella città. Ma il presidio, forte di quindicimila uomini, resiste ancora dominando e tuonando dal castello colle artiglierie; la popolazione tituba; s'improvvisano barricate. I borbonici bombardano; per tre giorni una bufera di fuoco e di sangue rugge per l'antica metropoli, drammi sublimi ed orribili vi si amalgamano, monaci e suore incuorano i ribelli; i regi sguinzagliati nelle vie si ostinano alla difesa e si vendicano colla strage. I generali Bosco e Mekel delusi a Corleone ritornano su Palermo, la flotta dal porto fulmina le vie diritte della città; le munizioni scarseggiano; i palermitani, malgrado il crescente entusiasmo, non si armano e non combattono abbastanza. Per un momento tutto parve perduto. Una fregata sarda, alla quale Garibaldi chiese aiuto di munizioni, lo rifiutò mentre l'ammiraglio inglese Mundy con magnanima improntitudine imponeva alla flotta borbonica di cessare il fuoco contro la città. Fortunatamente la viltà del generale borbonico Lanza ridonò la vittoria a Garibaldi, domandandogli un armistizio per ventiquattro ore e prolungandolo poi per tre giorni. In questo tempo venne da Napoli l'ordine di capitolare, sgombrando Palermo. Lo sgombro durò tredici giorni, dal 7 al 20 giugno.
Allora a Palermo tra una festa frenetica, nella quale il popolo smantella notte e giorno l'antica fortezza, si allestisce il governo. Francesco Crispi, il più ostinato persuasore dell'impresa, ne diviene braccio e mente. Anzitutto bisogna spingere oltre la rivoluzione, propagandone l'entusiasmo che alla necessità dei primi sacrifici sta per agghiacciarsi, e domare ripetute atroci reazioni di brigantaggio, nelle quali si prepara forse una regia sollevazione. La minaccia della coscrizione sureccita già gli animi della moltitudine; l'egoismo di una mal celata autonomia vorrebbe sottrarsi alle spese di denaro e di sangue necessarie al compimento della rivoluzione. Fortunatamente, i comitati organizzati per tutta Italia e diretti da Agostino Bertani suppliscono miracolosamente ai bisogni. La Società Nazionale del La Farina, d'accordo con Cavour non aveva dato che poche migliaia di lire: Bertani ne raccolse presto ottocentocinquantamila. Fra difficoltà politiche, economiche, commerciali, militari, tecniche, questo medico nel quale la scienza sperava un illustre e la patria trovò un eroe, seppe improvvisarsi organizzatore come Carnot. Alla prima spedizione dei Mille ne seguirono a minimi intervalli altre. Il disegno, suggerito da Garibaldi prima della partenza e caldeggiato con disperato amore da Mazzini, di una invasione negli stati pontifici per discendere dagli Abruzzi nel Napoletano, mentre il dittatore vittorioso lo risalirebbe dalla punta delle Calabrie, diventava l'inevitabile corollario della spedizione di Marsala, dopo la vittoria di Palermo. Per assicurare la Sicilia bisognava assalire il Reame.
Il fermento aumentava nel paese: volontari accorrevano da ogni parte a Genova per salpare verso il sud, e s'addensavano sui confini dello stato pontificio a minaccia; nell'esercito piemontese spesseggiavano le diserzioni; ufficiali e colonnelli entrativi colla rivoluzione si dimettevano per cacciarsi nella nuova guerra; il moto unitario si dilatava veemente ed irresistibile. Mazzini, sempre più infervorato per un pronto assalto nello stato pontificio, s'era condotto a Genova, e vi operava, nascosto dall'amore dei popolani alla vigilanza della polizia piemontese; d'accordo con Bertani, cercava un altro capitano, cui affidare l'impresa del centro. Medici era già partito con 2000 uomini per la Sicilia; il 2 luglio Cosenz lo seguì con altrettanta truppa; poco dopo il colonnello Corte vi sbarcò con un terzo reggimento.
Garibaldi, agile fra tante difficoltà politiche del governo improvvisato, si sbarazza del La Farina. Poichè la gelosia dell'ascendente guadagnato da Crispi nell'isola spingeva questo agente cavouriano a precipitare le annessioni, per impegolare la rivoluzione entro un immediato impianto di governo piemontese, il dittatore lo imprigiona, lo rimanda in Piemonte, e nomina al suo posto Agostino Depretis, abile parlamentare, più atto ad intendersi col Crispi. Naturalmente questa improvvisazione di governo procede sbattuta fra le contraddizioni delle tendenze piemontesi e rivoluzionarie: quelle, temendo di una dichiarazione di autonoma o di una proclamazione republicana malgrado la ripetuta abdicazione di Mazzini e il motto di Garibaldi: «Italia e Vittorio Emanuele», tirano a sminuire l'opera e l'importanza del dittatore. Si teme il contagio dell'entusiasmo, si diffida sopratutto dei consiglieri di Garibaldi, tutti republicani o quasi; ma questi, più generosi e trascinati dalla fatalità dell'impresa, badano invece ai mezzi di compierla; hanno forse in cuore riserve democratiche, ma sentono già che la monarchia è invincibile.
La guerra ricomincia. Colla stessa rapidità della prima mossa da Calatafimi a Palermo, Garibaldi si dirige dalla capitale su Messina: il suo esercito diviso in tre colonne, traversando l'isola con marcia convergente, deve riunirsi all'assalto della grossa città, dalla quale il generale Bosco, unico prode fra i regi, s'inoltra minacciosamente. La battaglia scoppia (20 luglio) a Milazzo, ostinata, sanguinosa, perchè i borbonici questa volta si battono davvero entro formidabili posizioni: Garibaldi stesso ci resterebbe prigioniero, se Missori e Statella, due ufficiali delle sue guide, con valore ariostesco non lo salvassero da un viluppo di cavalieri; ma finalmente l'irresistibile valore dei volontari trionfa. Milazzo è presa, Messina poco dopo capitola.
Ultime resistenze dei governi borbonico e piemontese.
La Sicilia è conquistata; ma staccata dal Reame e annessa al Piemonte non sarebbe che un'altra Sardegna. L'impresa di Napoli diventa fatale, l'unità italiana è imminente. A Napoli il meraviglioso approdo di Marsala, la presa di Palermo, la cacciata dei 30,000 regi esaltano le fantasie; gli echi della stampa europea, sonante di inni al vincitore, coprono le critiche più ostinate; l'esercito, diffidente dei generali e mal disposto a guerra, tituba; la corruttela di tutti gli impiegati moltiplica i tradimenti alla vigilia del pericolo; la corte in preda al terrore non osa alcun partito. Russia e Prussia non le prestano più che un appoggio morale, l'Austria non ardisce ridiscendere in guerra, Napoleone III le consiglia di ridare la costituzione secondando l'idea nazionale. Troppo tardi! Il giovane re, incapace di mettersi alla testa dell'esercito e di gettarsi alle campagne per infiammarne la superstizione politico-religiosa, soffoca fra l'imbroglio dei partiti. La costituzione concessa il 25 giugno non contenta e non persuade alcuno; nel ministero composto dallo Spinelli compaiono uomini ignoti; De Martino, scaltro diplomatico, assume il portafoglio degli esteri, don Liborio Romano, settario amnistiato da Ferdinando II nel 1854, prende la direzione della polizia. Naturalmente i dissidenti liberali aumentano d'importanza e di numero; patrioti esuli o prigionieri ritornano frementi di vendetta e di libertà; la plebaglia venduta ai sanfedisti tenta indarno una delle solite reazioni al grido di: «Viva il re e abbasso la costituzione!», irritando maggiormente gli animi di tutti i partiti contro la corte. In questa pure scoppiano dissidi: i conti di Aquila e di Siracusa liberaleggiano, quello di Trapani invece si accanisce a reazione. La milizia civica, tosto costituita, tutela la sicurezza publica, mentre il ministro di polizia si acconta coi liberali, e mercenari stranieri difendono ancora la reggia. I comizi indetti pel 19 agosto e il parlamento convocato pel 10 settembre sembrano a tutti l'ultima insidia e l'estrema farsa della decadenza borbonica; le defezioni aumentano tutti i giorni; il generale Nunziante, già insanguinatosi tristamente in repressioni contro i patrioti e poco dianzi offertosi al re per spazzare dalla Sicilia i filibustieri di Garibaldi, per gelosia del generale Pianell nominato ministro della guerra, si dimette con ignobile teatralità dall'esercito, dirigendogli un proclama di rivolta.
Naturalmente la politica del nuovo governo napoletano non poteva essere che un'alleanza col Piemonte per resistere a Garibaldi. Il ministro Manna e il barone Winspeare, mandati a Torino per concertare una lega, offerivano di riconoscere le annessioni dell'Italia centrale alla Sardegna, di costituire nello stato pontificio due vicariati, uno delle Legazioni pel re di Piemonte e l'altro delle Marche pel re di Napoli, libera la Sicilia di convocare il proprio parlamento secondo la costituzione del 1812 per darsi governo proprio con un principe della casa regnante per vicerè, alleanza offensiva e difensiva contro l'Austria per la futura liberazione di Venezia.
Era l'antico disegno cavouriano, riproposto a Cavour quando già l'impresa dell'unità cominciava a trionfare; ma l'abile statista, pur fingendo di non respingere quest'alleanza, seguitava a trattare coi liberali di Napoli, per tenersi aperta la via a maggiori speranze. Puntellare il trono dei Borboni in tal momento sarebbe stato uno scrollare le basi di quello del Piemonte, scriveva egli apertamente in una nota al legato sardo a Pietroburgo. La sua intensa preoccupazione era invece la rivoluzione di Sicilia. Garibaldi, per forzare la mano al governo piemontese, vi ritardava le annessioni, dichiarando che si farebbero ad impresa finita: bisognava ancora conquistare Napoli, e dopo Napoli, Roma. Il partito rivoluzionario faceva miracoli d'organizzazione e di valore; esercito e governo borbonico non potevano presentare oramai seria resistenza; la conquista di tutto il Reame, compiuta in due mesi da Garibaldi, avrebbe potuto produrre un ultimo duello fra republica e monarchia. Cavour sapeva Garibaldi incapace di tradire; ma il solo principio politico del grande dittatore era il rispetto della volontà popolare, e se questa avesse proclamata la republica, Garibaldi ne sarebbe stato l'invincibile generale. Quindi il disegno di Cavour non poteva essere che doppio: impedire a Garibaldi il passaggio sul continente, lasciando compiere ai Borboni l'ultimo esperimento costituzionale ed aspettando dalla prima complicazione che il Piemonte potesse impadronirsi di Napoli, o promuovervi, prima ancora che Garibaldi vi entrasse vittorioso, una rivoluzione in senso monarchico-unitario.
Cavour spiegò indarno tutta la propria abilità; l'ora delle scaltrezze diplomatiche era passata.
Napoleone III, per un'ultima speranza di regno murattiano, aveva mandato una flotta per impedire a Garibaldi il passaggio sul continente; ma era rattenuto dalle dichiarazioni dell'Inghilterra, minacciante di entrare nella contesa se la Francia violasse nel Reame il principio del non intervento. Cavour, dietro ordine di Napoleone, fece scrivere da Vittorio Emanuele una lettera per imporre a Garibaldi di non valicare lo stretto; il dittatore rispose con magnanima semplicità che compirebbe l'impresa e deporrebbe ai piedi del re l'autorità conferitagli dalle circostanze. Cavour, che avrebbe voluto l'impresa senza Garibaldi, proseguì negli intrighi, scrisse al Villamarina e al Persano «facessero ogni possibile per impedire la dittatura di Garibaldi. Se la dittatura veniva offerta al Villamarina accettasse... Se si presentasse certo pericolo di veder cadere il governo in mani perfide od inette, Persano assumesse il maneggio della cosa publica. In caso estremo si costituisse un governo provvisorio con a capo il principe di Siracusa. Che ove il re (Francesco II) o il corpo diplomatico desiderassero di sottrarre Napoli all'occupazione di Garibaldi, si accettasse di occupare i luoghi più minuti della città coi soldati (piemontesi). Se la rivoluzione non si compie prima dell'arrivo di Garibaldi, saremo in condizioni gravissime. Ma per ciò non ci turberemo punto. L'ammiraglio Persano s'impadronirà, potendolo, dei castelli del porto, riunirà alla sua la flotta napoletana e farà che si presti subito giuramento di fedeltà al re e allo statuto. Poi vedremo».
Già poco prima aveva indirizzato al Villamarina in Napoli una specie di questionario: «Nel caso di un moto insurrezionale quale sarà il partito che avrà il sopravvento? Credete voi alla possibilità di un moto annessionista, simile a quello compiutosi in Toscana? Il murattismo novera esso molti partigiani nell'esercito e nella borghesia? I republicani sono ancora numerosi e influenti nelle Calabrie? Voi comprendete, signore, quanto mi debba interessare di conoscere questi diversi elementi di una soluzione, alla quale non possiamo rimanere estranei. Voi sapete che io non bramo minimamente di sospingere la questione napoletana ad uno scioglimento prematuro. Credo al contrario, che ci converrebbe che lo stato attuale delle cose durasse ancora per qualche anno».
L'illustre statista era non solo impreparato, ma avverso ad una rivoluzione del sud.
Nell'angustia della propria decennale politica non si era procurato nè contatti nè precedenti nel mezzogiorno: l'impresa garibaldina lo sorprendeva al pari dei Borboni; ma, troppo maggiore di essi, non potendo impedirla cercava sfruttarla. La sua attività in questo periodo fu tanto meravigliosa di accanimento quanto vana nel risultato. A Napoli tutti gli sforzi per suscitarvi una rivoluzione riuscirono vani: i liberali del comitato dell'Ordine non osarono muoversi, mentre i patrioti radicali, più generosi e più coraggiosi, pure non ribellandosi apertamente, riuscirono ad impadronirsi dello scarso moto liberale e a dirigerlo verso Garibaldi. Bertani da Genova spingeva la rivoluzione. Dopo la spedizione di Medici e di Cosenz nella Sicilia, gli arruolamenti proseguiti con maggiore alacrità avevano prodotto un altro esercito: duemila volontari erano pronti nelle Romagne e nella Toscana; altri novemila dovevano partire da Genova per scendere nello stato pontificio. Bertani aveva saputo provvedere armi, munizioni, vestiti, vascelli. Si era offerto il comando al celebre Charras, rivale di Lamoricière, ma quegli aveva ricusato, perchè ancora troppo debole il numero delle truppe: poi si pensò di affidarlo al Pianciani, mettendogli a fianco il Rüstow, allora eccellente ufficiale e più tardi insigne scrittore di guerra, come capo di stato maggiore; Giovanni Nicotera, superstite capitano dell'impresa di Pisacane, uscito allora di carcere, guiderebbe la legione toscana. Ma Cavour, spaventato da siffatto aire, vi si opponeva in mille modi. Poichè non poteva apertamente contrastare a questo moto divenuto nazionale, cercava di togliergli anzitutto il significato: la sua stampa ministeriale bersagliava ogni giorno con satanica malvagità Mazzini e Bertani, come intesi a cospirare per la republica e a smembrare così l'Italia: li accusava di feroce giacobinismo e d'ignobili ladrerie. Nullameno Bertani poteva seguire nell'opera, mentre Mazzini era costretto a nascondersi. Cavour, infatuato di arrestarlo, ne aveva dato l'ordine a Medici, che ricusò generosamente di ubbidire, e a Persano, che non seppe ubbidire.
A questo, da lui spedito in Sicilia, scriveva: «Il governo del re non farà chiassi, ma non intende di lasciarsi giuocare in tal guisa; quindi, dopo la spedizione di Cosenz già in corso, disporrà che nulla più per parte sua vada in Sicilia, sino a che non sia affatto tolta al Bertani ogni sua ingerenza negli invii». Farini, mandato a Genova, cercò di persuadere al Bertani come riguardi diplomatici costringessero il governo ad impedire che i novemila volontari sbarcassero da Genova nello stato pontificio; veleggiassero invece al golfo degli Aranci, poi toccassero la Sicilia.
Allora Bertani corse al Faro ad avvisarne Garibaldi: questi, sentendo la necessità di una più pronta operazione nel Reame, invece d'invadere lo stato pontificio, ebbe per un momento l'idea di un colpo ardito su Napoli; ma dei novemila volontari cinquemila soli erano al golfo degli Aranci; gli altri, per ordine del governo piemontese, erano già sbarcati a Palermo. Giovanni Nicotera, col consenso di Ricasoli, aveva radunato in Toscana un corpo di duemila volontari, pattuendo ai primi contrordini da Torino di non sbarcare nè sul litorale toscano, nè sul romano, se prima non avesse preso terra nello stato napoletano; ed invece poco dopo sentiva intimarsi di sciogliere la brigata. Il fiero rivoluzionario ricusò, i volontari rumoreggiarono così forte che Ricasoli dovette riconsentire il primo patto: senonchè la brigata a Livorno non trovò che due bastimenti francesi sprovveduti di viveri e noleggiati dal governo per condurli in Sicilia. Un bastimento sardo da guerra, entrato nel porto, strinse d'appresso i due vapori; la batteria del molo puntò contro di essi le proprie batterie: il Nicotera, per evitare una battaglia fratricida, dovette cedere e andare in Sicilia, protestando con veemenza di republicano contro il tradimento del governo.
Ma il conte di Cavour, sospinto dalle circostanze, precipitava la propria azione monarchica: nel costringere tutto lo sforzo della rivoluzione al sud, si manteneva aperto l'adito a penetrarvi primo e solo per lo stato pontificio. Le sue vessazioni al partito rivoluzionario, mentre le vittorie garibaldine lo illuminavano di poesia, gli avevano svelato tutta la debolezza della rivoluzione. Il ministro Farini in una circolare aveva potuto calunniare e minacciare impunemente i comitati rivoluzionari, si erano bistrattati i volontari, si domandavano loro i passaporti da paese a paese italiano, si erano sequestrate cartucce quando Garibaldi ne mancava al fuoco; a Genova si erano persino imprigionati alcuni fabbricanti di polvere, senza che alcuno dei rivoluzionari osasse reagire; Garibaldi seguitava nella fede al re, Mazzini non chiedeva più che «lasciateci fare anche per voi». Le provincie romane tacevano sotto le minacce di Lamoricière forte appena di ventimila uomini; il Napoletano ciarlava, guardando Garibaldi armeggiare invano per passare lo stretto.
Il Piemonte dominava sempre l'Italia coll'apparenza di forte stato nazionale.
Ma la sua politica si sbrogliava al soffio della rivoluzione. L'impresa ormai inevitabile di Garibaldi su Napoli obbligava il Piemonte ad intervenirvi. Garibaldi vittorioso dei Borboni potrebbe marciare su Roma, attirando sull'Italia una guerra colla Francia.
Per salvare il papa e schiacciare contemporaneamente la rivoluzione, bisognava dunque invadere lo stato pontificio, cansare Roma, arrivare su Napoli a tappe forzate, e, prima ancora che l'Europa si riavesse dallo sbalordimento, risponderle collo spettacolo del governo costituzionale già stabilito, e del papa libero entro più ristretto territorio.
Di questo era d'uopo però persuadere anzitutto Napoleone.
Impresa di Napoli.
Intanto Garibaldi la notte del 9 agosto, sopra settanta barchette lancia in mare 200 volontari guidati da Mario, da Nullo, da Missori, e da Musolino, per sorprendere il forte di Alta Fiumara all'estrema punta di Calabria, e assicurarsi così il passaggio con tutto l'esercito: ma la temeraria impresa fallisce, onde quei prodi possono appena inerpicarsi sui gioghi dell'Aspromonte destinati alla gloria di maggiore tragedia. La piccola banda, soccorsa dai villani, malissimo armata, scaramuccia all'intorno sfuggendo al nemico e perseguitandolo, finchè Garibaldi, reduce con nuova truppa dal golfo degli Aranci, sopra due piroscafi sbarca il 20 agosto colla divisione Bixio a Melito. L'esercito borbonico supera i trentamila uomini con cavalleria, artiglieria, armi e munizioni eccellenti; Garibaldi, sommando tutte le proprie forze di Sicilia, non arriva a mezzo, con pochi cavalli, quasi senza cannoni.
La guerra ricomincia, ma non pare nemmeno più guerra. Reggio, attaccata dalle divisioni Eberhardt e Bixio, capitola subito; al rombo delle prime cannonate Medici e Cosenz rimasti in Sicilia traghettano fra Scilla e Bagnara, a Villa S. Giovanni cinquemila garibaldini accerchiano e fanno prigionieri quasi senza colpo ferire novemila regi, mentre il generale Vial si ritira con altri dodicimila su Monteleone. Nel Cosentino, nella Basilicata, nella Capitanata, nelle Puglie tumultua la sommossa. Garibaldi, con avvedutezza politica di condottiero, anzichè aspreggiare il nemico, ne seduce i soldati prosciogliendo i corpi prigionieri. Allora le defezioni si moltiplicano: invece di combattere le truppe fraternizzano, scene di romanzo dànno alla guerra l'apparenza d'una innocua e divertente teatralità, capitani ed aiutanti garibaldini intimano soli o con scarsi drappelli a generali nemici la resa, e l'ottengono. Il generale Ghio, crudele trucidatore di Pisacane a Padula, si arrende con dodicimila uomini a Soveria, il generale Caldarelli ha di già capitolato a Cosenza, una fiamma d'entusiasmo si leva per tutti i paesi ove passano i volontari, mentre i soldati regi si sbandavano con allegria brigantesca, obliando egualmente i doveri verso il proprio re e verso la patria. Ma se nella Sicilia il popolo aveva salutato i garibaldini come liberatori per l'odio secolare verso la signoria napoletana, nel Regno Garibaldi non è acclamato che come vincitore. La sua gloria, la sua mitezza, le favole sulla sua vita, esaltano la veemente immaginazione popolare; il valore dei volontari, meraviglioso nei fatti parziali, l'incredibile viltà dei regi, la prestezza delle marcie che precedono persino il grido delle vittorie, la singolarità d'un trionfo ottenuto anche troppo facilmente, la temerità infine di Garibaldi, che dinanzi al proprio esercito, con una scorta piuttosto d'onore che di battaglia, in carrozza di posta, galoppa verso Napoli, finiscono di dare all'impresa l'irresistibile fascino di un miracolo. Tutta la parte meridionale del Regno è già conquistata: i calabresi, ardenti di odio verso i Borboni, sono i soli napoletani che si battano. La marina regia, colpita dalla stessa defezione dell'esercito, lascia avvicinare a Napoli i piroscafi, che portano i garibaldini.
Nella capitale terrore ed entusiasmo sconvolgono le coscienze. La corte allibisce, i sanfedisti si rimpiattano, la plebe attende con ansia fantastica il nuovo Messia. Invano il generale Pianell consiglia a Francesco II di mettersi alla testa dei quarantamila uomini che ancora gli rimangono, per tentare un colpo supremo o almeno perire gloriosamente: fortunatamente la viltà del re paralizza l'intelligenza del ministro. Infatti, se Francesco II si fosse messo alla campagna, la superstizione religiosa e politica era ancora tale in molta parte di questa, da ristabilire le sorti della guerra. Bastava una sola sconfitta per dissipare il prestigio di Garibaldi. Il Regno si lasciava solcare dalla rivoluzione senza parteciparvi, i patrioti v'erano in minoranza debolissima, la moltitudine non intendeva gran cosa al nome d'Italia e meno ancora a quello di libertà. La inettitudine del popolo veniva ora rivelata dalla codardia dell'esercito regio, contro il quale non si era osato alcun tentativo di rivolta, e che poche bande garibaldine erano bastate a sopraffare.
Intanto il sentimento della paura universale invade il partito di corte. Mentre il conte d'Aquila e la regina vedova vorrebbero scatenare lazzaroni e mercenari a furibonda reazione, il conte Leopoldo di Siracusa consiglia il re, suo nipote, ad uscire dal Reame sciogliendo i sudditi dall'obbedienza, e, non ascoltato, parte sfrontatamente per Torino a ricevervi da quella corte le congratulazioni del vile tradimento. Don Liborio Romano perfeziona con scaltrezza settaria il consiglio del conte di Siracusa col suggerire al re di allontanarsi e d'investire della reggenza un nuovo ministero: lo stesso generale Bosco caduto d'animo scongiura il re a salvarsi nella Spagna. Tutto è perduto.
Nullameno il partito moderato non si leva ad alcuna iniziativa nel nome di Vittorio Emanuele, prima che tutta Napoli si accalchi intorno a Garibaldi vittorioso. Le vivissime istanze di Cavour, che in quei giorni apriva arditamente la campagna contro il papa passando il Rubicone, non valsero a comunicargli il coraggio di ribellarsi ad un re che fuggiva, ad un esercito che non combatteva, ad una polizia complice nel tradimento. Nè i patrioti radicali furono più audaci. Francesco II, dopo molto titubare, abbandonò la capitale per chiudersi nella fortezza di Gaeta. Il giorno dopo (7 settembre) don Liborio Romano scriveva a Garibaldi per invitarlo a Napoli, e Garibaldi con temerità indefinibile, mentre la guarnigione borbonica teneva ancora la città, vi entrava con soli quattordici compagni. Le milizie regie vedendoli passare presentavano attonite le armi, il popolo urlava, la guerra si riassumeva in un chiasso di trionfo, il dramma delirava nell'apoteosi finale.
Nella lunga storia d'Italia nessuna conquista era stata più facile e pronta di questa: un regno di oltre dieci milioni, una flotta di quaranta navi, un esercito di centomila uomini, coll'appoggio di tutte le diplomazie europee, con una vecchia dinastia non potuta sradicare nè dalla rivoluzione francese nè dall'impero napoleonico, cadevano in potere di pochi drappelli garibaldini, armati alla meglio da un comitato di Genova malgrado i divieti del Piemonte. Un uomo solo era bastato al miracolo. Il suo spirito era rivoluzione, il suo nome legione: aveva appena combattuto e le vittorie gli avevano preceduto le battaglie; era un conquistatore, ed era entrato nella capitale senza esercito, come viaggiatore che si lasci dietro il più grosso bagaglio. Intanto che i generali dei suoi scarsi reggimenti marciavano ancora contro i resti dell'esercito borbonico concentrati tra le fortezze di Capua e di Gaeta, egli, dimentico di loro, assettava già dittatoriamente la capitale e tutto il Regno. Pareva un sogno. Fra i garibaldini si udivano favelle di tutta l'Europa: polacchi, francesi, ungheresi, spagnuoli, vinti in patria combattendo per la libertà, avevano seguito Garibaldi quasi ad imparare da lui la vittoria. Alessandro Dumas, il maggiore novelliere di avventure, era capitato a questa, incredibile e vera come le più belle de' suoi capolavori: così, dietro il più grande eroe, brillava la più eroica fantasia del secolo.
L'impresa era davvero un romanzo fatto di storia, di poema, di dramma, di commedia, con una sceneggiatura multiforme e una violenta preponderanza di pochi individui sulla massa, che rappresentava appena lo sfondo e l'ambiente.
Un giorno avrebbero dovuto chiamarla conquista garibaldina; allora con ingenua vanteria il popolo la diceva rivoluzione napoletana.
La giovane democrazia europea, riunita dall'apostolato di Mazzini, trionfava per la prima volta nel campo di Garibaldi.
Il dittatore, comprendendo la necessità di rivoluzionare immediatamente il Regno per rendervi stranieri i Borboni e più difficile l'intervento della diplomazia europea, allentò la guerra. I suoi primi decreti furono decisivi. Aggregò la flotta napoletana alla squadra piemontese comandata da Persano; chiamò al ministero il Pisanelli, lo Scialoia, il Conforti, liberali cavouriani; tolse la polizia a don Liborio Romano, cui sottopose alla vigilanza di Bertani, venuto a Napoli primo segretario di governo; ordinò che ogni editto emanasse nel nome di Vittorio Emanuele, vietò il cumulo degli uffici pubblici stipendiati; proclamò l'intangibilità del debito pubblico. Quindi con assennato arbitrio abolì l'ordine dei gesuiti, dichiarando nazionali i loro beni e cassando ogni loro contratto fino al giorno del primo sbarco in Sicilia; incamerò i patrimoni della casa reale e dei maggioraschi regi; instituì i giurati; invece di assalire i forti ancora tenuti dalle milizie regie, le prosciolse, e allora queste si sbandarono: qualche battaglione si unì al resto dell'esercito borbonico, la maggior parte rincasarono e si buttarono a brigantaggio.
Il conte di Cavour, con agile mutamento di tattica, ordinava intanto al proprio partito di circuire Garibaldi, allontanando da lui o sopraffacendo i più attivi consiglieri democratici. Cattaneo, Mazzini, Saffi erano già accorsi a Napoli: ogni speranza di republica era svanita; ma, democratici inflessibili, volevano almeno salvare nella procedura delle inoppugnabili annessioni il principio della sovranità popolare. Così domandavano illuminato e cauto il voto delle provincie meridionali, o per mezzo di un'assemblea transitoria o con plebiscito veramente sovrano, nel quale fossero punti fondamentali del patto fra popolo e re il compimento dell'unità della patria con Roma e Venezia e la convocazione d'una costituente deputata a dar forma alla nuova vita della nazione. Sciaguratamente era troppo e troppo tardi, dopo che Garibaldi aveva già preso possesso di Napoli in nome di Vittorio Emanuele, e questi si avanzava attraverso lo stato pontificio per cacciare il dittatore. Un patto fra popolo e re con riserve e procedura democratica diventava assurdo: se il popolo ne fosse stato capace, avrebbe poi dovuto votare la republica.
Ora di tutta Italia il paese più superstiziosamente monarchico era appunto il napoletano.
Ma la guerra mossa dal partito moderato ai consiglieri democratici fu atroce: Bertani svillaneggiato, accusato di furto dopo i prodigi dell'organizzazione rivoluzionaria, dovette dimettersi; si mandò la plebaglia a gridare sotto le finestre di Mazzini: mora, mora! e s'indusse l'ingenuo Pallavicini a scrivergli una lettera, perchè riprendesse la via dell'esilio. Cattaneo fu coperto d'obbrobrii; Crispi cacciato da Palermo e sostituito col Mordini prodittatore. Nemmeno Garibaldi rimase rispettato. Mentre popolo, borghesia, aristocrazia coll'ignobile servilità dell'antico costume s'addensavano nelle sue anticamere prosternandosi a domandare impieghi ed onori, si accusavano i più puri eroi garibaldini di scroccheria: sembrava che la viltà universale, offesa dal loro coraggio, avesse d'uopo di negarlo. Il dittatore inetto a così laida guerra e mal destro in amministrazione, perdeva terreno: l'avvicinarsi dell'esercito piemontese trionfante scemava prestigio alle sue vittorie. D'altronde si rifletteva che a Francesco II restavano ancora quarantamila uomini e due fortezze inespugnabili alle milizie volontarie per difetto d'artiglierie.
Lo stesso disegno, publicato temerariamente dal dittatore di marciare su Roma sfidando la Francia, atterriva. Ogni volgare politico sentiva che quest'impresa avrebbe riattirato l'Italia in una conflagrazione europea, poichè l'impero buonapartesco non poteva abbandonare il papa. Quindi il pensiero di Cavour avviluppava e dominava l'opera di Garibaldi.
Questi però, fra tante cure di governo, non dimenticava il nemico ingrossante ogni giorno sul Volturno: così verso la metà di settembre, riprendendo l'offensiva, mandò il Türr con tre brigate a Santa Maria e San Leucio. Si tentò felicemente l'occupazione di Caiazzo ad oriente di Capua, ma avendovi lasciato troppo debole presidio, i borbonici ripresero la piazza. Era la prima sconfitta. Garibaldi, richiamato a Palermo per placarvi i dissensi politici fra democratici e cavouriani, non aveva potuto impedirla. Intanto una reazione selvaggia di superstizione s'accendeva nelle campagne del regno, ove il clero aizzava i villani: le soldatesche prosciolte vi si raccozzavano a bande di briganti; un odio feroce scoppiava contro i garibaldini conquistatori, ora che s'avanzavano a più stabile conquista i piemontesi. Si faceva con assurde dicerìe temere al popolo per le proprie case; lo si lancinava coll'idea della coscrizione oltre i confini del Reame, come se il resto d'Italia fosse stato un altro mondo lontano; lo si fanatizzava a difendere i vecchi idoli di villaggio minacciati d'imminente distruzione. Ariano e Avellino erano insorte; ad Isernia un manipolo di volontari capitanati da Mario e da Nullo era stato rotto dai cafoni che si erano battuti con bravura di antichi Sanniti, infellonendo poi sui cadaveri.
Bisognava quindi riattirare i regi in una suprema battaglia e prostrarli.
Dopo il disastro di Caiazzo, Garibaldi, per meglio ingannarli, finse di accerchiare Capua, fortificandosi a Santa Maria, San Tommaso e Sant'Angelo, e munendo invece la via di Napoli: il suo esercito era appena di ventimila uomini con trenta cannoni, i borbonici menavano in campo quarantamila uomini con quaranta cannoni. Questa volta (1º ottobre) la mischia fu aspra; i borbonici si batterono accanitamente, respingendo su tutti i punti i volontarii; ed avrebbero forse vinto, se i loro generali meno inetti avessero dato una battaglia obliqua anzichè parallela, e Garibaldi, volando su tutti i punti più combattuti, non avesse raddoppiato il valore dei propri soldati, mentre il maggiore Bronzetti con duecento uomini rinnovava a Castel Morone il prodigio di Leonida, arrestando per tutta la giornata un corpo di quattromila borbonici. Non un solo dell'eroico manipolo volle rendersi prigioniero, quasi nessuno sfuggì alla morte. Garibaldi vincitore al Volturno sperdeva l'indomani quella regia brigata sulle alture di Caserta vecchia con un'ultima vittoria.
Il generale Cialdini era già penetrato nel Reame sconfiggendo al Macerone quegli stessi cafoni, che avevano rotto il drappello di Nullo ad Isernia.
L'intervento piemontese mutava l'impresa garibaldina in conquista regia.
Campagna piemontese nelle Marche.
Infatti il problema italiano non poteva avere allora altra soluzione.
L'annessione del Napoletano, ritardata nella procedura del voto da Garibaldi, minacciava di compromettere tutti i risultati della rivoluzione. Il disegno del dittatore di procrastinare i plebisciti sino alla conquista di Roma implicava una intimazione di guerra alla Francia e una sottomissione del re a Garibaldi. La monarchia piemontese, già vassalla dell'imperatore francese, perderebbe ogni prestigio in Italia, se Garibaldi potesse non solo conquistarle un regno, ma ritrascinarla a guerra contro Napoleone. Il dittatore, alla testa di ventimila volontari, circondato da un ammirabile stato maggiore, con un consiglio di grandi democratici intorno, trattando con diplomatici esteri, nominando prodittatori, maneggiando il denaro dello stato, legiferando e battagliando, era più re del re. Il partito moderato napoletano, che non aveva osato insorgere prima del suo ingresso in Napoli, non poteva ora dominare il vincitore; anzi, obbedendo alle istruzioni di Cavour, non riusciva che a precipitare la crisi.
Solo l'esercito piemontese poteva fermare Garibaldi sulla via di Roma. Quindi Cavour, sapendo Napoleone a Chambéry, gli aveva mandato oratori Farini e Cialdini: la missione era stata difficile. Forse l'imperatore non aveva ancora abbandonato tutte le speranze di un regno murattiano, fors'anco questo eccessivo ingrandimento del Piemonte contraddiceva a tutti i calcoli della sua politica generale. Ma Garibaldi aveva spinto così oltre la rivoluzione nazionale nel Reame, da rendervi impossibile l'impianto di una dinastia straniera, mentre una sua marcia su Roma poteva gettare l'impero in male prevedibili complicazioni. L'imperatore non voleva abbandonare il papa, e non poteva combattere la rivoluzione italiana per non ridestare le questioni sopite di Villafranca. D'altronde il Piemonte per annettersi il Napoletano aveva bisogno di una linea di comunicazione per terra: ad esautorare Garibaldi anche in faccia all'Italia nessun miglior modo che di far conchiudere la sua guerra da Vittorio Emanuele: fortunatamente n'era ancora il tempo. L'impresa di Garibaldi, aiutato da tutta la democrazia europea, riaccendeva le speranze della democrazia francese: se una rivoluzione republicana scoppiasse in Italia, la Francia non vi resterebbe forse estranea. L'impero non era abbastanza sicuro per trascurare questa possibilità. Intanto l'anarchia tempestava già a Napoli, secondo le bugiarde notizie dei giornali moderati; i più ardenti republicani circuivano il generale, la marcia su Roma determinerebbe lo scoppio della rivolta: poichè il Piemonte non avrebbe potuto allearsi con Garibaldi contro la Francia, nè con questa contro Garibaldi per non accendere una guerra civile, una seconda republica italiana diventava inevitabile.
I legati piemontesi insistevano vivamente, dipingendo a foschi colori la situazione del Piemonte condannato a diventare tutta l'Italia o perire.
L'imperatore non acconsentì senza dichiarare che, se l'Austria fosse intervenuta, la Francia non sarebbe discesa a combatterla.
Contro tal pericolo il conte di Cavour, riprendendo il disegno già combinato l'anno prima con Kossuth per eccitare la rivoluzione in Ungheria, mandò da Genova alla volta del Danubio cinque bastimenti carichi d'armi e il Klapka a Costantinopoli.
Quindi precipitò gl'indugi.
Il generale Lamoricière, dopo aver paragonato la rivoluzione italiana all'Islamismo e dichiarata la causa del papa essere quella della civiltà e della libertà del mondo, con editti crudeli seguitava a terrorizzare le provincie: ordini di morte fioccavano dappertutto e contro tutti. Questa demenza di repressione facilitò al conte di Cavour i pretesti di guerra. Quindi con nota del 7 settembre, nel giorno medesimo dell'ingresso di Garibaldi a Napoli, aveva già chiesto al cardinale Antonelli lo scioglimento della bande mercenarie rese infami dall'eccidio di Perugia. Naturalmente il cardinale aveva ricusato con alterigia. La Santa Sede si credeva allora in condizioni migliori del Piemonte: l'imperatore Napoleone, sempre ravvolto nelle stesse ambiguità, richiamava da Torino il proprio ambasciatore ed ingrossava il presidio francese a Roma, facendo dichiarare dal duca di Grammont al papa che si opporrebbe ad ogni aggressione del re di Sardegna. Ma quando il 9 settembre il generale Fanti, nominato comandante supremo, aveva annunziato al Lamoricière che occuperebbe le Marche e l'Umbria nel caso che le truppe pontificie vi contrastassero le manifestazioni nazionali, e questi aveva scritto all'Antonelli di far avanzare il presidio francese, il duca di Grammont vi si era ricusato. L'imperatore Napoleone non aveva inteso che di difendere Roma e il territorio occupato dai propri soldati.
Intanto il conte di Cavour aveva diramato un Memorandum a tutte le cancellerie, spiegando come, per liberare le popolazioni dalle tirannidi secolari e per impedire alla rivoluzione di sciorsi nella peggiore delle anarchie, nell'interesse d'Italia e di Europa, fosse costretto a questa nuova guerra.
I nemici questa volta erano Pio IX e Garibaldi, la Santa Sede e la rivoluzione.
La campagna era stata rapida.
L'esercito papalino arrivava appena a ventimila uomini, quello sardo quasi al doppio. Il Lamoricière, prode generale educato alla scuola d'Africa, invece d'afforzarsi in Ancona, tentò d'impedire la congiunzione dei due corpi nemici; ma Cialdini con celere marcia oltrepassò Ancona, mentre Fanti, prostrato lo Schmid a Perugia, scendeva ad incontrarlo. Tutti i presidii della città avevano capitolato quasi senza colpo ferire, arrendendosi sino a bande di volontari romagnoli, mescolate in abito borghese e con armi da caccia a questa guerra come ad un'ottobrata. Lamoricière prima di avere combattuto era già chiuso fuori d'Ancona. Cialdini occupava Castelfidardo: il conte De Pimodan comandante degli zuavi pontifici volle attaccarlo, e morì bravamente nella battaglia colla fede di un antico crociato; il suo corpo si sbandò, molti riparati a Loreto vi si arresero l'indomani; Lamoricière potè a stento guadagnare Ancona.
Tutta la guerra si era così costretta ad un assedio. La piazza, fortissima per natura e ben munita, aveva ancora un presidio di 7000 uomini; nullameno, bersagliata vivamente dalla squadra del Persano, aveva dovuto soccombere indi a poco (29 settembre).
La campagna non era durata che diciotto giorni, e non aveva costato che seicento soldati tra morti e feriti.
Contemporaneamente Garibaldi, esasperato dalla guerra dei moderati al suo governo, aveva mandato il marchese Pallavicino al re, per chiedergli le dimissioni del ministero di Cavour e di Farini. Questa esorbitanza, giustificando tutte le accuse dei monarchici, aveva permesso a Cavour di perdere facilmente l'ingenuo e pericoloso avversario: infatti, mentre questi si affermava francamente in una dittatura rivoluzionaria, l'abile ministro, contro ogni consiglio di sospendere la costituzione, si era appellato al parlamento. La libertà dal campo di Garibaldi era passata in quella di Cavour. Il parlamento, convocato il 2 ottobre, aveva votato: «Il governo del re è autorizzato ad accettare e stabilire per decreti reali l'annessione allo stato di quelle provincie dell'Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente per suffragio universale diretto la volontà delle popolazioni di far parte integrante della nostra monarchia costituzionale».
Nella relazione su tale disegno di legge il conte di Cavour, dopo alcuni elogi di Garibaldi, attribuiva con audace sofistica alla politica di Casa Savoia, iniziata da Carlo Alberto, anche le ultime mirabili conquiste del mezzogiorno: quindi, dichiarata impossibile ogni nuova guerra per la liberazione della Venezia o per la conquista di Roma, denunciava l'anarchia settaria già scoppiata a Napoli per la colpa di Garibaldi nel ritardare l'annessione, e chiamava giudice il parlamento nella propria contesa col dittatore, pindareggiando nullameno sulla generosità di lui.
Infatti Garibaldi, coll'infallibile buon senso della propria natura, che la passione di patria e l'entusiasmo della vittoria avevano esaltato per un momento, prima ancora che la legge fosse sancita, convocava con decreto dell'8 ottobre tutti i comizi del Reame a votare su questa formula: «Il popolo vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti».
Il plebiscito era a suffragio universale: agli squittini risultarono nelle provincie napolitane 1,302,064 sì e 10,312 no, nella Sicilia 432,053 sì e 667 no; nelle Marche 133,807 sì e 1212 no; nell'Umbria 97,040 sì e 380 no.
Frattanto re Vittorio Emanuele, commessa la luogotenenza generale del regno al principe di Carignano, annunciava da Ancona, in un primo proclama ai popoli del mezzogiorno, il suo prossimo arrivo per tutelare l'ordine e far rispettare la loro volontà. Tale proclama era il commentario della lettera, colla quale Farini comunicava all'imperatore Napoleone la marcia su Napoli per sottrarre la grande città all'anarchia delle bande rosse.
L'epopea garibaldina era finita. Bertani, tanto calunniato, aveva già votato generosamente nella camera piemontese la legge proposta da Cavour per fare le annessioni con decreti reali; Mazzini riprendeva più desolato la via dell'esilio, lasciando stretta a Napoli una vasta colleganza popolare col titolo di Associazione Unitaria Nazionale, e affidando al Nicotera la direzione del nuovo giornale L'Italia del Popolo. Garibaldi, dopo la vittoria del Volturno, restava inerte. Il disprezzo, col quale la monarchia affettava di trattarlo, lo isolava nell'ingratitudine dei più.
La monarchia trionfava.
Annessione del Reame.
Nessuna delle molte querele diplomatiche fioccanti allora sull'Italia potè ritardare il compimento della nuova conquista regia.
L'Austria tentò di riunire una conferenza a Varsavia per abolire il non intervento, ma Napoleone III ne dissuase lo czar Alessandro; la Prussia rumoreggiò più a lungo, però Cavour, proclamandosi con giusta vanteria unico restauratore in Italia del principio monarchico quasi cancellatovi dalla rivoluzione, potè rispondere finalmente al ministro Schleinitz di dargli un esempio che egli sarebbe ben fortunato di imitare fra poco; l'Inghilterra invece era così favorevole alla rivoluzione italiana che il suo primo ministro lord Russell potè affermare con superba originalità di diplomatico in una nota al legato inglese a Torino il diritto dei popoli all'insurrezione.
Intanto Vittorio Emanuele era già penetrato nel regno napoletano passando il Tronto (15 ottobre); Garibaldi venne ad incontrarlo a Teano; il generale borbonico Ritucci stava non molto lontano, schierato a battaglia. La situazione era epica: un mattino freddo, Capua antica e minacciosa da lungi, alta sovra di essa l'ombra immensa di Annibale; Garibaldi con un fazzoletto annodato sotto il collo e ravvolto nel povero mantello dinanzi alle bande rosse, Vittorio Emanuele sulla fronte del primo esercito italiano: la rivoluzione e la tradizione, la democrazia e la monarchia; un popolano che donava un regno ad un re, il quale accettandolo creava una nazione.
Garibaldi, mostrando Vittorio Emanuele al proprio esercito, gridò: — Ecco il re d'Italia!
Vittorio Emanuele, incapace di comprendere la grandezza di quella scena e la generosità di quel riconoscimento, tacque villanamente, e più villanamente ingelosito degli applausi, che i contadini accorsi levavano dinanzi a Garibaldi, spronò il cavallo. Più tardi la letteratura cortigiana sentì il bisogno di raccontare diversamente tale incontro.
Il generale Ritucci, per non sostenere da solo l'urto dei due eserciti riuniti, si ripiegò dietro la linea del Garigliano, lasciando diecimila uomini a presidio di Capua. Vittorio Emanuele, dietro l'esempio di Garibaldi, mandò Cialdini al Salzana, generalissimo dei borbonici, per tentarlo, ma invano; allora s'investì Capua e s'incalzò l'esercito borbonico, che nella notte ripassò il Garigliano. Garibaldi venne messo alla coda, mentre l'ammiraglio francese De Tinau, mandato da Napoleone nelle acque di Gaeta ad impedire che le navi sarde la distruggessero per mare, vietò alla squadra italiana di correre da Terracina alla foce del Garigliano per proteggere la strada della marina.
Vittorio Emanuele, dopo l'umiliazione del vietato investimento di Gaeta per mare, dovette nuovamente abbassarsi a pregare l'imperatore di un contrordine all'ammiraglio Tinau. L'imperatore, nell'impossibilità di ritardare più oltre la conquista piemontese, acconsentì. Poco dopo il Garigliano era guadagnato; la legione De Sonnaz rompeva il campo del Salzana, che si rifugiava vilmente oltre la frontiera pontificia; Capua s'arrendeva dopo quattro giorni d'assedio; il 7 novembre Vittorio Emanuele entrava trionfalmente in Napoli, e Garibaldi, dimessosi dalla dittatura ricusando ogni ricompensa, ne usciva nel cuore della notte, povero come quando v'era entrato conquistatore, ravvolto nell'ingratitudine dei partiti, ma col gran cuore d'Italia nel petto, gridando ai pochi compagni dal ponte del vascello che lo riconduce a Caprera: — Arrivederci sulla via di Roma!
Alla fine di novembre Vittorio Emanuele ricevette le deputazioni delle Marche e dell'Umbria; il 1º decembre visitò Palermo, emanandovi un proclama, nel quale, dopo molti vanti sul regno di Vittorio Amedeo II, si taceva con scempia ingratitudine di Garibaldi. Al prodittatore Mordini, malviso, fu sostituito il marchese di Montezemolo col Cadorna e La Farina, come consiglieri di luogotenenza. A Napoli governava Luigi Carlo Farini, ma per maggior lustro monarchico vi fu mandato il principe di Carignano.
Tutto il regno era già annesso al Piemonte, mentre Francesco II resisteva ancora a Gaeta. L'assedio, incominciato il 6 novembre, malgrado tutti gli sforzi dei generali Menabrea e Valfrè, procedeva lentamente a cagione del mare mantenuto aperto agli assediati dalla flotta francese. Questo tardo intervento napoleonico umiliava il governo italiano, senza salvare la dinastia borbonica. L'imperatore, stretto dalle istanze dell'Inghilterra, dovette finalmente persuadersene e consigliare al re di rendere la piazza; questi, fiducioso in una reazione delle campagne, rispose alteramente; allora Napoleone propose un armistizio di quindici giorni, che Francesco II ricusò ancora e, atterrito dal bombardamento, accettò poco dopo per raccomandarsi in quell'intervallo a tutti i governi d'Europa. Spirato l'armistizio e riprese le ostilità, cominciò il blocco per mare: il bombardamento seguitò, una polveriera della fortezza scoppiò, un altro armistizio di quarantotto ore fu concesso per seppellire i morti; ma gli assediati essendosene giovati proditoriamente per riparare la breccia delle mura, Cialdini spinse così vigorosamente l'attacco che la fortezza dovette capitolare (13 febbraio).
Re Francesco II esulò: i Borboni avevano finalmente cessato di regnare sull'Italia.
La grande annessione delle due Sicilie creava politicamente la nazione italiana: Venezia restava sotto l'Austria, Roma in mano del papa, ma un regno di ventidue milioni d'italiani era cresciuto nell'Europa. Le diplomazie dovevano riconoscerlo. La sovranità popolare vi aveva sconfitto il diritto divino; la rivoluzione, giovandosi di tutte le forme e di tutte le forze, vi aveva costretto a rimutarsi in se medesima principato e democrazia; i plebisciti a suffragio universale vi contrastavano ancora coll'elettorato incredibilmente ristretto dello statuto; lo stato, emancipatosi dalla chiesa, le aveva ritolto prerogative e territori; le guerre avevano rimessa una certa energia nel popolo; il federalismo era cessato; l'unificazione aveva condotto all'unità. La monarchia piemontese, forzata dalla rivoluzione a diventare monarchia italiana, aveva dovuto accettare la base democratica dei plebisciti, ed ora il cittadino sovrastava al re: la regalità era mutata in funzione dello stato, la dinastia in una rappresentanza resa simpatica dal coraggio mostrato. Se l'alleanza del Piemonte colla Francia aveva aperto a questo l'adito al consesso delle grandi potenze d'Europa, l'altra della monarchia colla rivoluzione, di Vittorio Emanuele con Garibaldi, aveva creato la nazione.
Il re, secondando e più spesso subendo gli avvenimenti, aveva meritato dal popolo in tanto discredito della regalità il titolo originale di galantuomo; ma Garibaldi, solo fra l'impossibile republica unitaria di Mazzini e l'impotente monarchia piemontese, opponendosi ad entrambe, abbassando l'idea dell'una e slargando la realtà dell'altra, sfidando le diplomazie e sollevando il popolo, era stato tutta l'Italia. Vittorio Emanuele, Cavour e Mazzini non vi significavano che particolari tendenze fra contraddizioni, che limitavano la loro opera ad un sistema. Così, nell'infallibilità dell'istinto, Garibaldi aveva invece operato più di tutti loro quando la rivoluzione pareva esaurita; ma, troppo grande per aspirare a ricompense e troppo forte per serbare rancori, aveva resistito persino al proprio trionfo, ritirandosi dalla guerra appena le battaglie vi diventavano inutili, pronto a ricominciarla l'indomani con una sconfitta maggiore di ogni vittoria. Ora, nell'inevitabile gazzarra dell'improvvisazione monarchica, si era ritirato a Caprera, non trasportando sulla piccola barca, frutto di tante conquiste, che pochi legumi da seminare fra gli scogli dell'isola vigilata dalla sospettosa ingratitudine della monarchia.