The Project Gutenberg eBook, No, by Alfredo Oriani
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| NO | ROMANZO |
Alfredo Oriani
EDITORI—GIUS. LATERZA & FIGLI—BARI
OPERE DI ALFREDO ORIANI
IV
NO
ALFREDO ORIANI
NO
ROMANZO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1918
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti
AGOSTO MCMXVIII - 48794
INDICE
| Parte Prima | |
| CAP. | PAG. |
| I. | [7] |
| II. | [25] |
| III. | [35] |
| IV. | [51] |
| V. | [88] |
| VI. | [104] |
| Parte Seconda | |
| I. | [127] |
| II. | [143] |
| III. | [162] |
| IV. | [178] |
| V. | [201] |
| VI. | [220] |
| Parte Terza | |
| I. | [245] |
| II. | [256] |
| III. | [289] |
| IV. | [322] |
| V. | [345] |
| VI. | [369] |
I.
—Il dottore era questa notte colla Giovanna,—disse la Ghita.
Ida non si mosse.
—Ci vuole proprio il coraggio di un dottore; già, sono come i beccai, che ammazzano i vivi e sparano i morti. Anche sabato lo incontrai, che ritornava dal camposanto; aveva aperto Tonio. Erano dietro il vicolo dei Cappuccini: la ho riconosciuta, deve essere in ultimo.
In quella un magnifico gatto, nero come di onice, con una fettuccia rossa per collarino, entrando dalla porta socchiusa della cucina venne a saltare sulle ginocchia di Ida, e vi si allungò non senza tentare e ritentare prima mille pose. Stette così qualche secondo, poi avvallandole nelle sottane, e battendogliele carezzevolmente colla coda grossa come una coda di volpe, ne accompagnava ogni movimento con una voluttuosa trepidazione di orecchi.
Le due donne si distrassero un istante ad osservare il lascivo benessere del bell'animale, e la Ghita proseguì:
—La può fare quello che vuole, ma non la sposerà, lei.
—Lei chi?—proruppe la fanciulla schizzando dagli occhi un baleno.
—Lei, la Giovanna. Io non lo guarderei più in faccia un uomo, che dopo mi facesse un simile tiro e mi cacciasse di casa; ma il buono era di non guardarlo prima, allora. In ogni modo le darà venti scudi, metteranno il bambino all'ospedale, e chi si è visto si è visto; ci vedremo al secondo.
—Badate, avete fretta,—disse l'altra.
—Lo so, vado a tirar l'acqua.
—Anzi, ricordatevi la catinella per il bagno di questa notte.
—Già, già,—mormorò con crescente malumore, voltandole le spalle:—il bagno prima di andare a letto! Può fare quello che vuole, ma avrà da fare un bel pezzo prima di avere la pelle bianca: c'è della tela che si rompe prima.
Ida era rimasta alla finestra, con una mano accarezzando la grossa testa del gatto, lo sguardo incantato al di fuori. Intese il tinnìo vibrato dei secchi, che si urtavano nella camicia del pozzo, lo stridere lamentoso della carrucola, l'urlo del catenaccio al chiudersi della finestruola: quindi la Ghita ripassò nella cucina con passo lento ed affaticato per riempire la catinella su al piano superiore, ridiscese e tirò ancora due secchi d'acqua. Le sue scarpe grosse, guernite di chiodi montanari, risuonavano sul pavimento col rumore degli zoccoli da conciapelle, mentre sotto la gonnella rattratta sui fianchi le si scoprivano due stinchi grossi, nudi, di un colore incerto e di una disgustosa evidenza. Ida gettò un'occhiata a quei piedi sformati dal lavoro e dagli anni, e raddrizzando lo sguardo parve non accorgersi di altro.
La sera calava lenta e buia. Gli alberi, nudi sulla altura di contro, lasciavano ancora cadere qualche foglia morta sul terreno, dove tante altre foglie morte erano già cadute; il cielo non si vedeva, ma doveva essere fosco, senza malinconia e senza infinito, uno di quei cieli autunnali, che paiono partecipare della miseria e della volgarità della terra. Nella cucina gli oggetti si discernevano appena. Le pareti imbrunite dal fumo e dalla sudiceria sembravano divorare la poca luce della finestra; negli angoli del muro aperto dalla finestra la tenebra si ammucchiava; la madia non era più che un'ombra più nera, coi contorni meno indecisi, e sovra essa i candelieri, mutandola quasi in un altare, lottavano ancora colla invadente oscurità ad aurati e cangevoli sorrisi. Più in alto, in giro, nella parete di contro al camino, gli utensili di rame allineati scrupolosamente accendevano alla fiammella del focolare qualche largo riverbero, che si risolveva in una tenebria più densa, mentre una torma subitanea di scintille, infilando tratto tratto la bocca spalancata del camino, scompariva mutamente.
La cucina aveva un povero aspetto malgrado quel buio. I rintocchi dell'avemaria palpitarono lontani, e non riscossero la fanciulla.
Stava seduta, il gomito sul davanzale, e il gatto sulle ginocchia. Il breve cortile della casa, chiuso da una funebre siepe di mortella qua e là rattrappita dalla vecchiaia, era ancora più triste della cucina e più fosco del paesaggio vespertino. Un fico sciancato e brullo batteva con un braccio alla finestra come un mendicante, un altro più discosto e più povero si appoggiava al muro o ne sporgeva; il terreno era pesto, ignudo, se non se in un canto un cespo di ortiche, presso un mucchio di cenere bollita, grigie della polvere muffosa caduta dall'intonaco, aggiungevano la tetraggine di un altro verde al verde cupo della mortella.
La fanciulla sospirò.
—Dorme?—chiese alla Ghita.
—Sono passata per la camera in punta di piedi, e non si è destata nemmeno al rumore dei secchi. Poveretta! almeno adesso dorme.
—Vuoi andartene?
—Se non c'è più nulla da fare.
Ida andò alla madia, ne alzò il coperchio, che rattenne sopra una spalla, trasse un grosso pane, un formaggio di pecora ed un coltello. La Ghita, poichè si trattava della cena, si era appressata premurosamente, e girava gli occhi dal coltello al formaggio coll'ansietà male dissimulata della povera gente, la quale sa purtroppo come sia facile tagliare da un piccolo formaggio una piccola fetta e credere di averla tagliata anche troppo grossa. Ma Ida lasciò ricadere il coperchio, vi posò sopra ogni cosa, e piantando la punta del coltello nel mezzo del formaggio vi premè con tutto il peso del corpo per romperlo.
—Verrà il dottore questa sera?
—Probabilmente.
—Quasi quasi, se non avessi da andare lontano, mi fermerei ad aspettarlo: ho il bambino grande, che non vuol mangiare più nulla; non gli piace nemmeno il pane bianco.
Ida levò il capo.
—Bisognerebbe esser signori e pagargli sempre del companatico; allora forse... Ma già, i bambini dei poveri... se non mangiano! tanto peggio, moriranno.
Però l'accento di quelle desolate parole era troppo smancerato, e la Ghita ne sbirciava l'effetto sul volto della padrona, sempre sospesa col manico del coltello nel pugno.
—Ehi? per me poi! Ognuno ha le proprie disgrazie;—e tese la mano per ricevere quella porzione di cena, quasi nella fretta di andarsene; ma Ida le accennò il pane sulla madia, presentandole il formaggio sulla punta del coltello.
—E lei?
All'acuta ed involontaria ferita Ida drizzò fieramente la testa: fu un lampo.
—Io te lo do.
—Grazie, grazie proprio, la mia signora. Ah! io già non posso dir niente: il Signore le ne renda merito. Lo tengo tutto per lui! poverino... Dica: non ha proprio bisogno di niente? Perchè... se ha bisogno...
—No, andate pure.
—Vuole che accenda la candela?—insistè.
—Non importa.
—Allora...
—Ma no,—interruppe senza voltarsi la fanciulla, cacciando un sospiro di noia.
La Ghita si guardò tuttavia attorno, riordinò due bicchieri presso una boccia, schiacciò contro il muro il fascio della legna, si torse ancora sull'uscio verso la fanciulla, ed augurandole la buona notte uscì.
Nella cucina era già buio, e fuori la sera si abbuiava. La fiammella del focolare riappariva più rada e più piccola, i candelieri di ottone si erano spenti, gli utensili di rame non esistevano più; appena appena nell'oscurità un'ombra più densa faceva sospettare che in quel vuoto tenebroso vi fossero dei corpi. Nel cortile la sera pigliava del lividore, forse dalla terra e dai muri della casa, o forse i vetri della finestra la rendevano ancora più triste. Era una sera meschina come quel cortile; quel cortile non confinava con nessun mondo: non monti dalle cime bianche ed azzurrine, non campi dai lunghi filari denudati e col terreno pettinato dai denti del rastrello, non una strada che conducesse persone o pensieri ad una meta, non una voce che respingesse quel silenzio, non una forma di vita, che alterasse quella piccola e smorta desolazione.
Ida pensava; la fronte contro la palma, il mento innanzi, la faccia inverdita dal chiarore dei vetri, era fuggita dalla finestra di quella cucina in un altro mondo lontano; ma improvvisamente tutta quell'ombra le si infittì intorno e, fluttuando, la sommerse.
Quindi si mirò dappresso, quasi a riconoscere il luogo. Il buio si poneva invano fra gli oggetti, giacchè l'anima riconoscendoli si urtava in loro. Ella si rammentò ora l'aspetto del cortile, gli altri oggetti nel giorno, quando il sole saliva la curva del meriggio e discendeva la curva del tramonto; era sempre un cortile grande come un tavolone d'osteria, brutto di gibbosità, col terreno troppo calpestato. La siepe di mortella nella propria poetica miseria lo rendeva ancora più miserabile, con quei due fichi, e in un canto quei due cespugli di ortiche, i soli viventi, in un altro un fascio di legne racimolate dalle donnicciuole e vendute per pochi soldi in piazza, i cadaveri di quel cimitero. Si rammentò che non vi scendeva mai a passeggiare, che non si era mai seduta sopra quei due sassi composti a panchina presso il fico della finestra; poi la Ghita che portava nel cortile tutte le immondizie, tutte; il disgusto degli occhi che la vinceva sul disgusto del naso, certe forme, certe cose tutto il giorno sott'occhi, e chiunque entrasse nella cucina, cacciando lo sguardo dalla finestra, le vedeva in una specie di fossa poco imbottita di felci secche. Anzi una volta, discendendo le scale, aveva inteso una grottesca allusione del calzolaio colla Ghita: ella avrebbe voluto piangere e non lo potè, perchè non si piange di umiliazione. Il pudore della morale ha ferite, delle quali il solletico compensa lo spasimo, quello della vanità mai.
Quel cortile era la definizione di quella casa.
Ida gli voltò le spalle. Un guizzo della fiamma illuminò istantaneamente la cucina, e tutto riapparì; la madia coi candelieri lucenti, il vecchio armadio butterato, enfiato, coi quattro sportelli, che senza la serratura sarebbero cascati come i petti di un soprabito frusto, gli ornati della sua cimasa fracassati, quelli dei piedi mangiati dai topi, dai gatti, forse dall'acqua, dalla scopa.
—Certi armadi conservano male la biancheria,—aveva detto un giorno la Ghita colla Veronica, la moglie dell'oste, vendendole alcuni lenzuoli fini per conto di Ida. La Ghita aveva ragione. In seguito aveva venduto altre cose della cucina. Per esempio nella batteria dei vasi di rame v'erano dei vuoti e molti; quelli rimasti avevano una brunitura (Ida la vedeva al buio) appannata dal tempo e dall'ozio. E girando sempre lo sguardo, lo fermò nel muro sopra il ceppo a treppiede; un filo di ferro, rattenuto da due chiodi, vi sosteneva fra gli altri un coltello lunghissimo e bianco. Una volta questo serviva ad ammazzare i porci. Il pensiero della fanciulla si posò alquanto su quella lama, vi si strofinò, ma il freddo del metallo brunito le diè i brividi, costringendola a staccarsene.
Era caduta nella solita meditazione. Adesso si sentiva freddo. Si alzò: quindi camminando al buio colla sicurezza del cieco, cui la memoria è luce, si appressò al focolare, e si sedette sopra uno sgabello di legno greggio.
—Le sei e un quarto!—mormorò con voce avvilita, consultando l'orologio.
La sua immaginazione sfuggì di nuovo alla realtà di quella cucina, ma il luccichio dei carboni l'attrasse ancora. Ella vi si affisò, e quasi l'allegria di quei colori labili e dolci le si apprendesse all'anima, schiuse le labbra, e tutto il volto le si schiarì di una bontà quasi insolita. Allora, colle molle, pazientemente, levandoli ad uno ad uno, cominciò ad alzare i carboni in un mucchio conico ed ardente, e si disponeva a disegnare sotto di essi un terrapieno colla cenere, quando due colpi battuti sopra il soffitto la sorpresero. Le sfuggì un moto involontario di spalle. I colpi si ripeterono, si alzò, respinse il gatto, rattenne un carbone, l'ultimo, sulla cima, che cadeva, e la mente tuttavia preoccupata da quel giuoco irriflessivo, salì due rami di scale, spinse una porta socchiusa.
—Non avevi inteso?
—Sì.
—Ahi!—esclamò l'ammalata portandosi violentemente la mano al costato destro:—ma che cosa ho mai fatto io?—E, abbandonando il capo sulla testiera del letto, chiuse gli occhi. Furono pochi secondi.
—Che ora è? dammi un po' da bere.
—Che cosa volete, mamma?
—Ah! lo so, non ce n'è più. Se invece di studiare tanto, avessi fatto la sarta, a quest'ora potevi pagarmi di quel vino santo.
L'ammalata agitava smaniando la testa. Ida si sedette al capezzale, ed appoggiando un gomito sulla sponda del letto, si premè la pezzuola contro il viso. La stanza era piccola, l'ambiente tiepido ed umidiccio. Un'afa nauseante, quasi che la viscosità del respiro dell'ammalata pesasse nell'aria, sembrava umettare le pareti scalcinate negli zoccoli ed illuminate fievolmente da una candela di sego per terra, in un angolo, entro un imbuto di carta. Il letto restava al buio, ma sebbene la sera fosse appena incominciata, la camera aveva già l'atmosfera della notte. Ida, curva sulla coperta, colle spalle negli orecchi come per resistere all'oppressione di quel puzzo, che il caldo sembrava liquefare all'aria, aveva chiuso gli occhi respirando violentemente nella pezzuola.
—Mi dà fastidio,—disse l'ammalata accennandole la pezzuola.—Ma non ti si può dire più nulla! Non hai quattrini, e compri degli odori! Dove vai adesso?—proruppe.
—Giù a cena.
—Torna, mangerai qui; mi lasciate sola tutto il giorno!
Questa volta la fanciulla si sentì barcollare, gli occhi le si velarono, la ruga verticale della fronte le riapparve con severità quasi minacciosa. L'ammalata continuò:
—Hai dato un quarto di formaggio alla Ghita? Puoi cenare coll'altro quarto. Ma già, tu hai il palato fino di una signora, e il formaggio di pecora... Che cosa fai lì, ritta?
Ida scosse una spalla.
—Sì, hai ragione che sono ammalata, se no... Vergogna! abbandonare la propria madre vecchia... Disgraziata, pettegola!...
Ida giunse a mettere l'uscio fra sè stessa e quegli improperii, ma scendendo le scale udiva sempre la voce fessa dell'inferma, adesso stridula dalla stizza, che le lanciava dietro sconce ed inintelligibili parole. Era stanca, insopportabilmente tediata. Cadde sulla prima sedia, la fronte nelle mani, contraendo convulsivamente le dita come per strangolarvi inutilmente una idea importuna; poi si levò di scatto, e si riassise presso la candela di sego.
—Più il fumo che la luce, più il puzzo che il fumo, come la mia vita!—mormorò.
Quindi chiamando il gatto dal focolare, dove dormiva, si dispose a cenare. Andò alla madia, ne cavò un mezzo pesce, piccolo, ed un grosso pane casalingo.
—È merluzzo, non ti piace?—disse al gatto, accarezzandolo sul dosso;—non piace nemmeno a me. Io mangio il pane asciutto e bevo l'acqua. Hai sete anche tu?—aggiunse riempiendogli dalla boccia un secondo bicchiere.—Via, Atta Troll; la tua padrona te lo accomoda, mangia, mangia!
Infatti il gatto cominciava a mangiare, ma a bocconi così piccini, e fiutandoli talmente prima d'inghiottirli, che nessuna fra le persone meglio educate del villaggio avrebbe saputo imitarlo, mentre tutti i suoi pari avrebbero per un simile cibo commesso più di un furto e più di un duello. Ella lo osservava col pane intatto nella mano: poi lo ruppe, e ne ingoiò qualche briciola. Non andava giù. Era sola, ascoltò, attese senza intendere alcuno, aperse quasi la finestra, ma si pentì. Sul cortile, a che pro? Il gatto, trangugiata l'ultima spina, si era disteso presso il pane smezzato, leccandosi il muso colla indolenza di chi in fondo ha ben mangiato e si prepara ad una buona digestione. I carboni del focolare nereggiavano spenti nella cenere; la cucina appariva in tutta la propria sudiceria, piccola e muffosa. V'erano tre sedie spagliate.
Ella si raccolse ancora, ma la tristezza le diventava così orribile, che fortunatamente fece uno sforzo per vincersi; quindi afferrando bruscamente Atta Troll, spense la candela di un soffio, risalì le scale, e rientrò nella camera della ammalata.
—Dammi il gatto,—questa le chiese, vedendola aprire la porta dell'altra camera.
—Non ci vuole stare con voi.
—Come te.
—Eccolo.
Ma Atta Troll, invece di saltare a terra come gli ordinava la fanciulla, le montò sulle spalle sdraiandosele sul collo, così che colle quattro zampe le batteva sul seno.
—Lo vedete.
E senza attendere altre parole, sparve dietro la propria porta. Accese il lume a petrolio sul tavolo in mezzo, sedendosi entro una vecchia poltrona di paglia. La camera, povera, era però assai meno brutta delle altre. Aveva le tende bianche e un cortinaggio bianco al lettino di legno, servito dinanzi da un piccolo tappeto di lana, con due pantofole turche, due lavori di Ida fanciulletta. Nessun quadro pendeva dalle pareti o sul letto, ma parecchi libri erano allineati in due scansie portatili e molti ancora ingombravano una specie di scrittoio nel mezzo. Tutti gli altri mobili erano miserabili, le pietre del pavimento rotte qua e là, il soffitto a travicelli fiorati. Ma quella camera, così povera, tuttavia sentiva la donna giovane cogli istinti mondani e le abitudini del pensiero. Un forte odore di muschio, svaporando da una lunga bottiglia azzurra sulla toeletta, formata da un tavolo coperto da un paglioncino candido a fodera di mussola rosea, profumava ogni cosa, mettendo come una blandizie di poesia in quella indigenza, che la cura minuziosa e delicata del letto salvava da ogni basso presentimento.
Ida era seduta al tavolo leggendo Il Principe di Machiavelli in una antica edizione. Ma la fredda sapienza del libro le venne presto a noia, e mutò lettura, cacciandosi attraverso il Conflitto fra la Religione e la Scienza di Draper. Quelle vaste ed aride negazioni le piacquero, sebbene già le conoscesse; poi aperse ancora le Rivoluzioni d'Italia del Ferrari, scorrendole a sbalzi, meditando qualche pagina, postillando qualche pensiero. Pareva che volasse d'idea in idea coll'agilità di un uccello di albero in albero.
Però in mezzo agli studi s'andava distraendo, e allora ricompariva la fanciulla della cucina, dallo smorto pallore e dagli occhi fissi; una smania forse male avvertita dalla coscienza le irritava tutti i nervi, un vapore di sogni le bagnava la fronte illuminata come una vetta da un astro misterioso. In una di queste distrazioni il rumore di un passo sui ciottoli della strada le percosse l'orecchio. Il passo non s'allontanava; era un passo insistente e solitario nella notte.
Ascoltò, poi levandosi prestamente andò a guardare per i vetri.
Un'ombra avvolta in un mantello passeggiava innanzi la sua casa allo scarso lume di un fanale poco lontano; sembrava spiare la sua finestra, poi scorgendovi forse la fanciulla si arrestò. La notte era così buia, che la strada ancora umida dalla pioggia del mattino, si discerneva appena per un cinquanta passi, aperta dal raggio del lampione, che vi si acuminava in una punta indeterminabile. Quel solco radiante di luce all'ingresso del villaggio, simile al ferro di un'immensa alabarda corcata, della quale il tronco fosse la strada e che passasse fuori fuori il paesello, attirò il pensiero della fanciulla. Dalle sue spesse pozzanghere pareva guizzassero ogni tanto baleni, mentre una folla di ombre vaganti nel silenzio delle tenebre si abbatteva lentamente sulla sua sponda. Era un'immaginazione determinata da effetti ottici, facile e seduttrice di mistero. Ella non vedeva il fanale, sapeva lì presso il villaggio, e poi intorno tutto il mondo remoto, adesso tenebroso; e nell'universo non rimaneva altra luce che quella coda di ruscello all'ingresso del villaggio, nella quale si tuffava paradossalmente lunga la figura immobile del passeggiero notturno.
—Imbecille!—ella susurrò, urtandolo colla fantasia tutta piena di sogni.
Ma non lasciò la finestra, anzi si fisse in lui come se volesse leggergli negli occhi malgrado la distanza e l'oscurità, così che l'altro adoperandosi forse dal canto proprio nella stessa guisa, una corrente di pensieri li congiunse. Ma il rumore di un passo, che si avanzava dal villaggio, riscosse l'incognito, obbligandolo a riprendere la passeggiata.
Ida intese lo stridìo dei grossi chiodi sui ciottoli, ed indovinò un villano nell'ombra che passava; all'orologio della piazza suonarono le dieci.
L'incognito ritornava, che ella si tolse dalla finestra. Quindi si fece anche più scura, e consultò l'orologio nella speranza che quello del comune si fosse sbagliato. Erano le dieci, l'ora terribile della sua giornata. Sembrava non potervisi risolvere, quasi la lunga abitudine non avesse ancora calmata la irritabile sensibilità della sua natura.
Poi il bastone di spino bianco percosse il pavimento, e la fanciulla si slanciò nell'altra camera colla torva rassegnazione di chi si precipita contro il male, per non poterlo altrimenti evitare. Lo stoppino carbonizzato della candela lasciava la camera in una semi-oscurità tetra; il fetore vi si era fatto più umido e più denso. Ida andò diritta al letto. L'ammalata colla testa sopra una spalla come tutti gli infermi, e le spalle appoggiate ad un cuscino, guardava col busto mezzo fuori da un mucchio di coperte e di lenzuoli quasi dello stesso colore. Aveva le mani incrociate sul ventre; le braccia come due fragili e scure stazze le si perdevano sotto le maniche rappezzate.
Ida evitò di guardarla, dispose la pezzuola, le filacce, il barattolo della pomata presso la piattellina verde con dentro la spugna, esaminò le due foglie di cavolo, e si torse verso la malata.
—Proprio?!—questa domandò, vedendola prendere dalla sedia una tovaglia sporca. La fanciulla non rispose.
—Oh Dio!—fe' l'altra, lamentandosi di una fitta.
Adesso era tutta rabbonita e guatava con occhio pietoso il viso severo della fanciulla. La quale le portò la mano al collo riversandole la camicia sulle spalle; le filacce aggrumate sotto il piccolo cencio di tela lo seguirono, e si scoperse il seno. Non somigliava più a nulla. Un'enorme macchia rossastra, stendendosi dalla mammella destra scomparsa, aveva guadagnato tutto il costato insino alla clavicola, sino all'altra mammella, inesprimibile rimasuglio, e giù sino alla cintura. Le clavicole, come spostate da uno sforzo, erano salite fra i tendini rattratti del collo; la pelle si era chiazzata nello stiracchiamento, rigandosi di minimi solchi, finissimamente rugosi, flaccidi ed incerti. Il resto non si vedeva più, ma sotto le ascelle e sopra le ascelle, fra le spalle grugnose, si sprofondavano due buche, sulle quali l'ammalata piegava ogni tanto la testa, così piccola nella macilenza, che vi si sarebbe quasi nascosta. Anche gli uccelli ammalati la nascondono sotto le ali.
Ida le adattò la tovaglia alla cintura, ed insinuandogliene una punta sotto l'anca, con uno sforzo visibile su sè medesima staccò leggermente quel groppo di filacce, che imboccava l'ulcera. Le quali avendo troppo aderito alla carne viva si scissero. Le sue mani, quasi più belle in quel momento, coi mignoli alzati e le unghie rosee, tremavano nella disgustosa operazione, cercando uno per uno quei capi bianchi fra il glutine della cancrena, mentre un odore rivoltante le batteva il respiro e l'ammalata gemendo tentava di sottrarre la piaga.
—Coraggio!—mormorò la fanciulla, rialzandosi vivamente per non soffocare. I loro sguardi s'incontrarono, quello della vecchia spento e supplichevole, quello di Ida febbrile di animazione.
—Sporgete il petto,—le disse aiutandola con una mano al dosso:—così...
—No, oh mio Dio!
Ida le stava già sopra colla spugna inzuppata d'acqua.
—Madonna mia! mi raccomando! datemi voi un po' di forza,—gemè congiungendo le mani.
—Sì, sì, pregate.
L'acqua sgocciolò nel vano cavernoso battendone, strappandone i filamenti imputriditi, trascinandoli giù per il rossastro del seno fra un rigagnolo di marcia; ma alcuni non si spiccavano, lacerati dall'urto dell'acqua, movendosi come cespi d'erba alla foce di un fosso. L'ammalata, il labbro inferiore fra i denti, soffocava le grida del dolore.
—Conduce, conduce?—balbettò con un timido accento di speranza.
—Sì.
—È meglio, non è vero?
L'altra non rispose.
—No, no, basta;—supplicò, vedendola bagnare un'altra volta la spugna. Infatti la piaga era già lavata, e l'ulcera, larga quanto il buco di una palla, appariva di un rosso anche più bruno, colle labbra stracciate proprio dove altre volte sorgeva la punta della mammella. Un pensiero commosse la fanciulla; ella vi si era sospesa bambina, e la sua bocca, allora fresca come il calice di un fiore, aveva lungamente baciato la punta di quel seno, sprofondatosi poi in un'ulcera. Vent'anni fa! Adesso la donna inorridiva della delizia della bambina.
Ida era rimasta cogli occhi nel volto della madre.
—Perchè non ce la vuoi mettere un po' di carne? Intanto che si divora quella, non mangia la mia.
—Pregiudizio! ve l'ho pur detto.
—Però fa bene: la piaga mangia pure. Ah!—strillò, sentendosi premere nella piaga il groppo delle filacce asciutte. Ma Ida precipitò il resto della medicatura; spalmò qualche grano di una bianca pomata intorno al cratere, vi spianò sopra una grossa foglia di cavolo, la ricoperse colla pezzuola, e, riaccomodandole al collo la camicia, la ricinse col lenzuolo. L'inferma era di un pallore orribile, colla fisonomia stravolta, quasi senza espressione sotto quella stretta; solo il labbro inferiore, tremolo di spasimo, lasciava passare ancora un soffio di vita.
Ida s'incantò in quell'ineffabile spettacolo di strazio. Non sentiva più il puzzo, non aveva più schifo.
Quella donna era sua madre, sua madre moribonda, moritura di dolore. Un impeto d'amore le irruppe dal cuore inondandoglielo di una tenerezza refrigerante; e stava già per lanciarsele al collo, rattenuta solo dal timore di farle male, quando l'altra agitò lievemente la testa, aprendo gli occhi.
—Lì incantata a vedermi soffrire, invece di metterti in ginocchio e pregare la Madonna, che mi passasse! Ho quasi fede che tu ne goda.
—Oh!—mormorò la fanciulla, sentendosi afferrare rabbiosamente la gola da quel tumulto subitaneo di amore e palpitare le lagrime negli occhi. Fu un attimo; quella esaltazione le rovinò sul cuore, e la abbattè.
—Disgraziata!—susurrò ancora l'inferma, questa volta riassalita dai soliti dolori, ma con meno violenza.
Ida la considerò, e non riconobbe più la martire di poco prima. Riabbassò il volto, si girò attorno un'occhiata di esame, e lenta, sulle punte dei piedi, pallida, affranta, ritornò nella propria camera senza darle nemmeno la buona notte.
Il gatto dormiva sul letto.
Andò a sedersi sulla sedia presso il capezzale, reclinandovi la fronte. Avrebbe voluto piangere, ma la tempesta dei sentimenti era così furiosa, che non lo poteva. L'amarezza dello sdegno vinceva in lei la pietà del dolore. Di quando in quando un lamento angoscioso sorgeva dall'altra camera, senza che la fanciulla lo avvertisse, poichè si lagnava ella medesima. Il suo pensiero urlava in quella tempesta colla disperazione del marinaio, che insulta l'uragano troppo tardo ad ingoiarlo, la raddoppiava, la inferociva; le tenebre non erano abbastanza nere, i lampi abbastanza sanguigni, e la folgore brontolava appena come un cane da pagliaio. Avrebbe voluto che le onde fossero state di piombo, che le raffiche avessero avuto la ruina delle onde, per ruggire in quella procella, disperdervi il mondo, disperdendovi sè stessa. Le nubi addensatesi nella lunga sera si squarciavano d'un tratto, risolvendo tutto il temporale in uno scoppio. Quindi le pareva che i giorni della sua vita le piovigginassero sull'anima come sopra un cadavere, così che ella poteva contarne tutti i colpi, mentre un gran volo di corvi dagli occhi gialli le passava sulla testa e, mozzandole col vento delle lunghe ali il respiro, si allontanava.
Che le importava di morire?
Da gran tempo vestiva sempre di nero, portando così il lutto della propria giovinezza. Morire...; poi tutti i cancri non sono al petto, ella ne aveva uno nell'anima.
—Morire,—ripetè levandosi nell'attonitaggine della prostrazione:—per causa di lei?!
Invece andò alla finestra; il fanale apriva sempre nella strada quel solco lucente, vi si incantò.
—Pare un pugnale piantato nelle tenebre.
A poco a poco il vento di quella tempesta si acquetava, ma, riacquistando la coscienza della realtà, ella non conosceva quasi più la propria camera. Le pareva più piccola e miserabile, una vera prigione, nella quale l'avessero chiusa tutta la vita per rubarle nel mondo la fortuna di un trono. E allora un orgoglio smisurato le gonfiò il cuore, una nebbia di iridi le avvolse il pensiero, mentre il pensiero le si drizzava come un serpente sulla coda. Pallida, le narici frementi, guardò attraverso il muro di sassi il letto della mamma atteggiata di sofferenza, poi dilatando le pupille passò oltre, si spinse al di là, nel buio, come il raggio del fanale, alzandosi sempre, crescendo di statura; e quando fu gigante, col fremito dell'onnipotenza nei muscoli, col coraggio dell'infinito nel cuore, e i suoi occhi ebbero sfondato il mistero della paura, vinta la paura del mistero, erse la testa e, scrollandone poderosamente i ricci più neri della notte, con un gesto pazzo, titanico, sublime, scagliò nell'avvenire, invano minaccioso di oscurità, il guanto del duello:
—No.
II.
La mattina seguente Ida si alzò prima del solito. Poichè l'aria era tiepida e il cielo del più bel sereno, volle uscire dalla camera, ove passava la maggior parte della giornata sempre sola. Traversò sulla punta dei piedi quella della mamma, buia ed ancora più fetida. La mamma dormiva quietamente.
Scese, spalancò la finestra della cucina e rimase all'inferriata, respirando con avidità l'aria e la luce mattinale. Il cortile era sempre il medesimo, ma in quella ora mattinale, così chiuso da ogni lato, meno all'angolo lambito da quel sentiero montanaro, sembrava come un piccolo recesso, nell'ombra e nel silenzio del quale si attenuassero gli echi e i riverberi dell'alba. Il terreno pareva bagnato, i muri più lebbrosi; il fico curvava sempre i rami, simili a una capanna sfrondata, sopra la panchina del muro.
Ida ne guardò lungamente le lastre di fiume, nerognole e pulite; il muro della casa faceva loro da spalliera, l'aria era tiepida. La fanciulla aveva in tasca una piccola edizione di Leopardi, aperse la porta ed uscì. Ma sebbene l'alito del vento fosse caldo, la terra, i muri della casa, i rami del fico, i sassi della panchina, l'ombra del cortile trasudavano una frescura, che penetrava carezzevolmente la fanciulla. Il pallore le si faceva più opaco, mentre i muscoli le si irrobustivano nei primi brividi dell'irrigidimento, e di sotto alle vesti, attraverso alle vesti, un refrigerio gelato le si insinuava nelle vene a purificarle il sangue troppo ardente. Un ronzio insensibile aliava fra le foglioline della mortella, lucenti all'azzurro del cielo e incoronanti come di sorrisi l'astiosa lividezza delle ortiche; la terra alitava il proprio profumo, e persino la buca delle felci, in quel canto, sembrava soffocare ogni disgustosa fiatosità sotto uno strato polveroso di spazzature.
La fanciulla era così immersa nella propria lettura, che non udì un passo di cavallo scendere verso il cortile per quel sentiero nascosto e fermarsi ad un vano della siepe. Cavallo e cavaliere guardavano verso di lei, ma la testa dell'animale, leggiera e piena di fuoco, sarebbe parsa anche ai meno intelligenti assai più bella della testa dell'uomo. Il quale, aspettandosi ad ogni momento di essere sorpreso in quella sorpresa, sembrava prepararsi già alla difficoltà dei primi complimenti, colle labbra contratte ad un sorriso di bonomia e lo sguardo acceso da una passione sanguigna, appena frenata da una confusa coscienza d'inferiorità. Ma questa grave preoccupazione non gli correggeva nè la posa sgarbata di cavallerizzo montanaro, nè l'atteggiamento anche peggiore del cappello nero, a larghe tese, rigettato sulla nuca e calcato sugli orecchi, così che la sua testa già volgare diventava quasi ignobile.
Senonchè il cavallo rattenuto nella scesa, sopportando gran parte del proprio peso e tutto l'altro del padrone sulle gambe davanti, alzò una zampa ed urtò in un sasso. A quella percossa la fanciulla alzò il capo, e trasalì impercettibilmente.
—Buon giorno,—disse.
—Buon giorno,—rispose l'altro, cavandosi il cappello e frenando il cavallo che saliva per il vano della siepe.
—Turno!—esclamò Ida, guardando con ammirazione il bel cavallo maremmano:—Lo lasci entrare.
—Ritorno adesso dalla Roccaccia, c'è la vecchia fattoressa che sta male. Ih! me ne ha quasi fatta una delle sue, stamattina, Turno. Ha troppo sangue, fortuna che è buono quanto un agnello, altrimenti ci sarebbe da accopparsi con questo ragazzaccio. Non ha che sei anni, ed è di una razza, che sono tutti più o meno mal sicuri; forti, ma mal sicuri.
E si fermò a mezzo, indovinando nell'occhio della fanciulla un sorriso d'ironia.
Ma la fanciulla accarezzava già colla mano libera il muso della bestia, la quale, usa alle pallottole di zucchero, gliela lambiva colle lunghe labbra nere.
—Non l'ho, ghiottone,—gli ripeteva percotendolo amabilmente sulle narici, senza occuparsi del cavaliere.
Questi sentì finalmente la goffaggine del proprio imbarazzo, e le chiese della mamma.
—Avrei potuto visitarla ora.
—In questo momento è forse di già desta.
Egli scese pesantemente, si accomodò senza un pensiero della fanciulla i calzoni, rattrattiglisi all'inforcatura dal cavalcare, si stirò le gambe, e legate con un nodo da contadino le redini alla inferriata:
—E fermi!—proruppe, abbassando sulla groppa di Turno, che s'impennò, la bacchettina di siepe, che gli serviva di scudiscio. La fanciulla ebbe appena il tempo di cansarsi, e ritornò alla panchina.
—Come stanca l'andare a cavallo!—egli disse sedendosi. Ida gli gettò uno sguardo. Il dottore era sempre così impacciato, coi gomiti sulle ginocchia e gli occhi alle punte delle scarpe, come per leggervi le parole; taceva. Poi le sbirciò la testa abbandonata sul muro, e correndole indiscretamente cogli occhi dal seno, ancor più gonfio in quell'atteggiamento, su tutte le forme, le risalì d'improvviso al volto. Ida guardava nel vuoto. Allora si sentì coraggioso; le posò la mano sulle mani in grembo, e, pigliandole il libro, ne esaminò il titolo.
—È di una tristezza! Lo leggeva da studente. Però è stato un grand'uomo.
—Lo dicono.
—Non ne sarebbe persuasa? capisco che lei studia.
—Grande!—replicò la fanciulla coll'accento altero di chi sa di essere incalcolabilmente superiore nella discussione e pretende di avere bene approfondito il proprio soggetto.
Quindi raccogliendosi seco stessa in un'altra meditazione, si avventò contro Leopardi. Lo aveva sempre giudicato antipatico, troppo più piccolo della propria gloria. Egli aveva negato quanto non gli era toccato, l'amore, la virtù, la gloria, ma rimpiangendole quali la gente le desidera, pronto a venerarle incontrandole per caso. La sua negazione valeva l'affermazione degli altri, due volgarità. Come i pittori greci dipingevano solamente con quattro colori, egli aveva appena due o tre note; de' suoi tempi e de' suoi contemporanei non aveva conosciuto che Nerina e Silvia, due ragazze da nulla. La sua infelicità tanto vantata non era più niente paragonandola con quelle di Manfredi e di Faust, poichè l'uomo che si lamentava in Leopardi era l'uomo di tutti i secoli, infastidito delle miserie ordinarie della vita; mentre l'uomo di Byron e di Goethe era del nostro tempo, un sovrano annoiato di tutti i piaceri, un dio nauseato della propria potenza, che sentendosi più piccolo della propria creazione avrebbe voluto nel medesimo tempo distruggerla, e non rimanere quindi solo. Ma la fanciulla, che come Manfredi credeva di avere riportato dal fondo della vita il sentimento della doppia impossibilità di vivere e di morire, si imbrogliava seco stessa in questa muta e violenta analisi; quindi per liberarsene scoppiò improvvisamente a dire:
—Non ha humour, guardate i Paralipomeni; non ha lirica, leggete la Ginestra, prosa poetica e non filosofica; non ha passione, passione vera, prepotente, esaminate il Consalvo, sentimentalismo clorotico. È morto...
—È morto vergine,—interruppe con accento sornione il dottore, barattandole il pensiero e guardandola nelle pupille per farla arrossire; ma ella che capì la maligna intenzione, invece di evitarla dilatò gli occhi neri, e rispose alla sua occhiata con uno sguardo così audace, che toccò al medico di abbassarli. Però egli non era più così impacciato dopo quelle ultime violente parole contro Leopardi che, svelando le tendenze letterarie della fanciulla, la impicciolivano nel suo concetto della vera donna, la quale non deve essere che madre ed occuparsi dell'andamento della casa.—Fumi di scuola!—pensava:—al primo arrosto ella lascia il fumo e si attacca alla carne.
Questo scherzo silenzioso lo fece sorridere, ma il silenzio troppo prolungato di Ida lo avrebbe ancora imbrogliato, se un rumore interno dalla cucina non veniva a destarli. Era la Ghita, che scorgendoli seduti sulla panchina, così nascosti a tutti gli sguardi e vicini che si toccavano colle vesti, non potè frenare un gesto malizioso.
—Ha fatto buone visite stamattina, signor dottore?—chiese appoggiando la testa all'inferriata.
—Una.
—Lunga eh?
—Così, così:—rispose sullo stesso tono.
La fanciulla si alzò indispettita.
—A quest'ora la mamma è desta senza dubbio, se lei vuole vederla; ed entrò per la prima. Egli la seguì, scambiando un sorriso colla Ghita nel passarle davanti. Salirono le scale.
—Che puzza!—esclamò entrando nella camera:—bisogna aprire la finestra. No, no, anderò io;—ma la fanciulla rossa in viso dalla vergogna gli rispose fra i denti.
—La non s'incomodi, guardi pure alla mamma.
Questa, scorgendo il medico, aveva già cominciato a gemere colle lagrime negli occhi, quasi per volerlo commuovere collo spettacolo della propria infelicità e strappargli alla fine il rimedio. Egli s'appressò sbadatamente al letto, come tutti i medici che, avendo già dichiarato il caso fallito, vengono solo per mostra. Le fece le solite domande inutili, cui ella rispose con voce piagnucolosa, lagnandosi dell'aria fresca, che entrava dalla finestra e poteva farle male; ma il dottore disse recisamente di no, e allora tacque.
—Guarirò?
—Col tempo.
—E tu?... dammi dunque il fazzoletto,—si rivolse alla fanciulla.—Dio! come sei disadatta! Ti sei incantata nel signor dottore?—proseguì barattando con lui un'occhiata.
Ida si chinò a raccogliere la pezzuola poco pulita, stentando a piegarsi entro quell'abito troppo attillato, che era lo scandalo del villaggio e la guantava superbamente dal seno sino sotto l'anca.
—Guardate come si vestono adesso! paiono dentro a un sacchetto. Lo guardi, signor dottore, che oramai si rompe. Se ai miei tempi avessimo vestito così, ci avrebbero tirato i pomidori. Adesso è tutto moda e progresso.
—Bene, bene, ai vostri tempi!—egli entrò per proteggere Ida visibilmente impallidita.
—Che cosa importa poi che tu diventi verde? Ci vorrebbe più giudizio invece di studiar tanto.
Ma Ida, che soffocava dalla umiliazione, stentando a rattener le lagrime, accennò di ritirarsi.
—Va pur là: tanto ho bisogno di dir due parole al signor dottore;—ed appena scomparsa la ragazza:
—Faccio così, ma in fondo poi è una buona pasta. Se non era suo padre con quei maledetti libri!
Il dottore sedette famigliarmente al capezzale col fazzoletto in mano. Sembrava che aspettasse una parola favorevole e che, indovinandola di già, nella superbia della riuscita non se ne preoccupasse quasi più. L'ammalata tornò ai lamenti.
—Soffrite?
Ella non rispose, quindi:
—Ma è proprio vero, signor dottore?—me lo disse ieri sera la Ghita.
—Ne avete parlato coll'Ida?
—No; mio Dio! vi ringrazio, perchè è proprio una fortuna;—e seguitò perdendosi in tali effusioni, che finirono per sconcertare anche lui, all'apparenza non molto sensibile. Ma l'ammalata parlava sempre con voce più affaticata, così che egli dovette ordinarle di tacere.
—Vuole che la chiami adesso?
—Per carità! credete che accetti?
—Accettare?... vorrei vedere io!
—Allora aspetterò la risposta dalla Ghita prima di mezzogiorno. Ho da fare altre due visite!
L'inferma abbandonò stancamente la testa contro il muro, ed ammiccando gli mormorò con accento di malinconioso rammarico:
—Bei tempi quando si aspettano certe risposte!
Il dottore si alzò.
—Andiamo, datemi la mano, oramai sono più che il medico.
—Aspetti, mi faccia il piacere, mi chiami lei Ida. Glielo dico subito, che lei non è ancora fuori di casa. Povera ragazza, ne sarà tanto allegra!
Egli bussò discretamente alla sua porta.
—La mamma chiama. Buon giorno, tornerò poi stasera,—si rivolse.
—Prima! prima!
Egli uscì così ilare, con un'aria così leggera malgrado la incipiente convessità del ventre, lanciando una tale occhiata di superiorità alla fanciulla, che questa rimase incantata sulla soglia a guardargli dietro:
—Ti piace? Vieni qui, te lo dico subito: ti ha domandata per sposa.
Ida si distrasse appena.
—Oh!—esclamò la madre ripetendo la frase:—Che cosa fai lì? Ti ha domandata.
—Ebbene?
—Ebbene che cosa? È una fortuna: vieni qui, ti piace?
—No.
—È lo stesso.
Ma la fisonomia troppo seria della fanciulla all'annunzio di quella grossa fortuna di sposare il dottore, che aveva tremila franchi di paga e quarantamila lire del proprio, cominciava ad inquietarla; mentre Ida collo sguardo sonnambulo, quasi non la intendesse, ed aveva inteso benissimo, pareva intenta ai rumori di un altro sogno lontano.
—Sei imbecillita stamattina, che non capisci?
—Ho capito: no.
—No?!—e fece uno sforzo per levarsi sentoni, che le procacciò un'acutissima ferita.
Ida si era seduta, osservandole in volto lo scoppio della tempesta, ma questa volta s'ingannò. Il colpo era stato così forte, che l'altra invece di resistervi ruppe in pianto, nascondendosi il viso nelle palme. Piangeva a singhiozzi con tale evidente dolore, che la fanciulla volle calmarla, e le disse queste strane parole:
—Vi comprendo: secondo voi sarebbe la fortuna, per me no. Vivrò peggio: che cosa può importarvi il modo come io finisca?
—Ma sei matta?... il dottore?
—Il dottore, e poi? invecchiare in questo paese, non essere mai capita, fargli le calze, fargli forse la minestra per dieci o vent'anni... Ma allora è meglio gettare la propria vita dalla finestra, gettarla nel nulla. Imbecille!—seguitava riscaldandosi:—doveva pure aver compreso che un pari suo non poteva piacermi. Mamma, sentitemi bene: è inutile che vi ostiniate; il dottore non lo sposerò mai, dovessi cercare l'elemosina.
—Perchè? perchè?
—Perchè?! ve l'ho pur detto! non mi capireste.
—Sei matta,—insisteva con voce man mano più stizzosa: chi sei? che cosa vuoi?
—Che cosa voglio?—proruppe:—Voglio la vita.
L'altra, che non comprese, tornò ad aprire gli occhi sospirando:
—La mia Madonna! come ho mai da fare? Sei già una disgraziata! E io che gli ho promesso la risposta prima di mezzogiorno!
—Risponderete di no.
—Di no?
—Badate,—proseguì levandosi con un gesto risoluto.
—Che cosa farai al mondo... da te sola?
—Quando non si può vivere, si muore. Badate, vi ho detto: no. Sono giovane, non sono bella, ma posso divenirlo,—e lo sguardo le corse sprezzante sui poveri abiti:—vi parrò matta, e invece calcolo benissimo, solamente voi non potete comprendermi. O la vita, o la morte. Il dottore sarebbe la morte, e adesso, a vent'anni, col mondo davanti, ve lo dico: no, no!
Quindi si volse per ritornare nella propria camera soffiando un'aria del Roberto il Diavolo. Sull'uscio incontrò Atta Troll.
—Non è vero, amico? tu sei aristocratico, tu mi capisci.
III.
Quella mattina Ida la passò nella propria camera, anzi per non essere disturbata, vi si era chiusa a chiave. Una violenta preoccupazione esercitava il suo spirito. Quell'ultimo no, risposto alla mamma, era stata la più seria parola della sua vita, e quindi la rimeditava come un duellista ripensa nella notte l'audace alterezza della propria sfida. Ma se la mamma non lo aveva compreso, ella medesima, approfondendolo, sentiva annebbiarsi la fredda limpidezza della ragione. A vent'anni, senza posizione, oramai orfana, rifiutava la mano del più ricco signore del paese; e perchè? Lo capiva, ma non sapeva darsene la formula.
Pensava, risaliva il corso della propria vita, per non discenderlo verso l'avvenire brumoso di affascinanti e terribili incertezze. Quel no lo aveva pronunciato con voce vibrante, il cuore grosso di orgoglio, quasi avendo d'intorno tutto il mondo ad applaudire il suo eroico coraggio di fanciulla; lo aveva mille volte ruminato nel silenzio della propria camera, di notte, quando l'ombra si popolava di larve e le tenebre si diradavano sulla soglia di un mondo lontano; e nullameno le era sfuggito nella inconscia risoluzione di un momento supremo. Aveva arrischiata la vita alla posta di un giuoco sconosciuto, ma tanto più tremendo, che la posta poteva tardare di molto a risolversi; quindi soffriva le prime febbri del dubbio in un tumulto di affetti e di ragionamenti.
Tutte le energie della sua volontà e delle sue passioni battagliavano intorno a questo no, che il buon senso batteva col flagello della propria volgare ironia, mentre ella seguiva le vicende di quella battaglia in sè medesima coll'ansia immemore dello spettatore, che si perde in una troppo acuta attenzione.
Era sola. La mamma, il medico, il villaggio co' suoi costumi, i suoi giudizi, erano scomparsi; nessun'eco la infastidiva, nessuna voce la irritava. Era ben sola con sè medesima, in faccia alla propria risoluzione, col sentimento tragico della sua grandezza e l'affanno compresso di vere, indeterminate e forse invincibili difficoltà. Si accorgeva che, pure fortificandosi in questa decisione, non guadagnava nulla sul futuro, ma il cuore le si alzava sotto le strette della paura, mentre il pensiero le si spingeva innanzi come un segugio a cercare il nemico. Si esaltò ancora, prese quel no e, considerandolo come lo scrittore rivoltola fra le mani la prima copia del suo primo libro, lo ripetè sonoro ed aggressivo. No era stata l'arma delle sue battaglie sempre perdute, ma dalle quali era uscita sempre illesa, cosicchè nella propria vanitosa erudizione scolastica usava paragonarsi ad Isada, lo spartano, che balzò nudo dal bagno a combattere per le vie di Sparta la splendida ed inutile audacia di Epaminonda.
No! Se quando bambina si affacciò al mondo dal ventre della madre le avessero chiesto: Vuoi entrare? ecco forse il solo no, che non avrebbe pronunziato. Ida amava la vita e, benchè l'avesse sortita in un ambiente ingrato, vi si era abbarbicata colla incontrastabile tenacità di quelle piante selvatiche, che spuntano fra le fessure delle rocce e le allargano.
Era nata trovando un padre, una madre, un fratello. Così piccina la dissero subito incomoda; la mamma le dava mal volentieri il latte e, quando ella piangeva per la fame, la dichiarava la più cattiva delle bambine del mondo. Il padre non la guardava mai senza accusarsi dell'errore di esserle padre, e il fratello di quattro anni aveva già per lei tutto il disprezzo di un primogenito.
Ida era secca e livida. Malattie o patimenti, aveva la pelle già rugosa, orribile in quell'età che i bambini hanno la freschezza dei fiori, e, strano particolare, due bellissime labbra, la meraviglia di tutte le donne che bazzicavano per casa. Ida si era sempre ricordata di questa sua sola bellezza di bambina; quindi un giorno, che la mamma gliene parlava, scappò a dire:
—Era una promessa, la manterrò.
La mamma non le aveva badato; d'altronde non avrebbe capito.
In casa si diceva da tutti che la bambina morirebbe. Molte volte, sospesa alla mammella della madre, Ida avrebbe potuto udirla, se la sua intelligenza ne fosse stata capace, ripetere senza guardarla nemmeno: È un cadavere, il Signore se la prenderà. Poi la mamma chiamava il fratellino, incantevole fanciullo dalla testa bionda, e pazza d'amore si chinava ad inondargli la fronte di baci. La piccina, perdendo così la mammella, piangeva.
—È brutta, mamma!—esclamava Peppino, mezzo ridendo e mezzo rabbrividendo alle boccacce di quel visino sozzo di lagrime e di bava.
—Non è già tua sorella.
Infatti non lo fu lungamente. Un giorno Peppino si ammalò, quell'altro giorno la difterite lo aveva ucciso. Fu un intenso, uno spasimante dolore. Il padre, che aveva concentrato in quella graziosa e fragile vita tutte le speranze della propria, ne rimase per qualche tempo come selvatico; evitava ogni contatto di persona, usciva il mattino di casa alla campagna, e seduto sul parapetto di un ponte, al rezzo di una quercia, alla poca ombra di una siepe, passava tutta la giornata nella torbida fissazione del sogno svanito, per non ritornare a casa che la sera, quasi sempre colle lagrime agli occhi, come se la malinconia del crepuscolo intenerisse la sua disperazione. Era ancora più trasandato negli abiti ed incolto nella barba, mentre la mamma, avendo pianto maggiormente, cominciava già a consolarsi e lavorava per il Gesù bambino dell'arciprete una bella veste di moerro. Poi anche il padre si confortò, ma serbando sempre nell'anima la larga cicatrice di quella morte.
La sua vita non era felice. Nato da una ricca famiglia del contado, da lunghi secoli oziosa ed ignorante, fu educato prima in un seminario, poi all'Università, dove si laureò ingegnere. Ma nelle vacanze di un anno si era innamorato della vedova dell'usciere, bella donna, che faceva allora da levatrice e da balia. Sulle prime la cosa non fece rumore, e la si suppose un capriccio, molto più che la balia non godeva una riputazione troppo illibata; poi si rivelò la passione, e fu un subbuglio in casa. I genitori e i fratelli, che già astiavano il nuovo ingegnere per le opinioni e fors'anco i vizi guadagnati negli studi, a questa follia, che offriva loro la rivincita sulla sua continua boria, minacciarono di espellerlo se non troncava la mala pratica, ed avventarono parole oscene contro la balia; ne scoppiò una scena orribile. L'altro, così attaccato di fronte, si rifugiò nella ostinazione per vincere, esagerando a sè stesso il proprio affetto e servendosi dell'ombra gettata intorno alla propria donna per vederla più bella e più poetica; quindi volle sposarla per vendicarsi di loro colla propria rovina. Il padre gli diè la legittima, illusoria, giacchè in quattro poderi di nessun conto e stimati ad un prezzo assurdo; l'ingegnere capì, ma rispose coll'alterigia di un muto disprezzo. Quindi andò a stabilirsi nel villaggio, giurando (e mantenne poi il giuramento) che per fortuna o disgrazia non avrebbe più rimesso il piede nella casa avita, nè considerati per parenti coloro, che ne lo scacciavano.
Però la vita era scabra in quella nuova posizione, perchè egli aveva poco studiato e meno appreso all'Università, e, malato dell'orgoglio della vecchia casa, ripugnava ad un lavoro pagato con grettezza da quella gente montanara. La moglie, gonfiatasi nella superbia del nuovo stato, era continuamente in sullo spendere, i denari pochi, la noia dell'ozio intollerabile, i sarcasmi degli amici frequenti, le cure minuziose ed acute. Si scoraggiò, guarì dalla passione, e fu perduto; ma non mise un lamento, nemmeno quando la moglie, ghiotta di qualche veste o di altra spesa, lo irritava di sollecitudini, affinchè lavorasse. Allora gli nacque Peppino.
Lo stagno della sua vita ridivenne ruscello attraverso nuovi fiori, giù verso la valle popolosa e sonora di vita. Egli medesimo, rinato in questa nuova esistenza, vi si guardò bello, delicato, piccino, preparandosi questa volta a conquistare l'avvenire contro tutti coloro, che, tiratolo nel fosso, ne avevano alzate le risa e venivano tutti i giorni ad impancarsi nella sua vita travagliata, siccome ad una bettola, sminuzzandosi i suoi dolori. Peppino doveva studiare, divenire un grand'uomo, mentre egli si condannerebbe alla più stretta economia per preparargli in un modesto, ma netto capitale, il danaro d'ingresso al mondo dell'aristocrazia e degli affari. Però questi non erano, sebbene profondamente sinceri, che progetti; Peppino era troppo bimbo ancora per studiare, quantunque al giudizio di tutti gli amici di casa mostrasse di già una portentosa intelligenza; le economie ben stabilite nel bilancio mentale della famiglia non si realizzavano per una folla di piccoli inconvenienti, di minime spese, di più minimi danni, i quali facevano sì che il passivo superasse sempre l'attivo.
E Ida entrò come una nuvola in questo cielo fulgido di speranza; poi il sereno si fe' nero come un panno mortuale, il vezzoso bambino era morto, e in quel cielo abbrunato la piccola nuvola fu ancora un rifugio pei profughi dalle tenebre invadenti del sepolcro.
Ida fu più curata, più amata; ma quale differenza fra la sua testa ancora stupida e la personcina pietosamente frale colla testa folle di Peppino e quella sua attività battagliera, le movenze gaie, le scappate irresistibili!
La piccina, a due anni, stentava ancora il passo, e mettendo così tardi i denti piangeva tutto il giorno. La mamma poco paziente l'abbandonava, ma egli se la pigliava in braccio e, coprendola di baci, le parlava colla commovente insensatezza dell'affetto. La bambina, incapace di comprendere le parole, doveva per un mistero del sentimento capirne la bontà, giacchè in quelle carezze scordava quasi i dolorini delle gengive, e, guardandogli negli occhi azzurri, dolci dolci, gli sprofondava le impotenti manine nella barba. I denti spuntarono, e coi denti si fortificarono le gambette, si rinfrescò la pelle, crebbero i capelli, crebbe tutto il corpo. La bambina si sviluppava, si trasformava, non era bella ed era già graziosa; e forse un giorno avrebbe posseduto la più possente e continua delle bellezze, quella simpatia indefinibile delle persone dal cuore gonfio e dalla fantasia accesa, quella bellezza, che pare quasi l'avanzo di un'altra più plastica, e che una passione o un mistero abbiano misteriosamente scomposto.
Il padre lo sentiva, la mamma no.
A poco a poco Ida sostituì Peppino. Era sempre una donna, quindi male atta alle grandi battaglie e alle grandi vittorie della vita, ma l'intelligenza, pensava l'ingegnere, non ha sesso; non era bella quanto quel morticino, e tuttavia l'espressione s'insinuava in quella sua fisonomia e la animava. Il suo raccoglimento infantile imponeva un rispetto involontario, le sue risposte fosforescenti abbarbagliavano. Il buon uomo aprì ancora il cuore in faccia all'avvenire, perchè se ne involassero tutte le speranze a riconoscerlo; e decise che Ida, diventando di anno in anno più bella e più brava, possederebbe un giorno le ricchezze preparate per Peppino, e potrebbe, rivelandosi una gran donna, come il nostro secolo ne aveva vedute tante altre, innamorare qualche gran signore e dominare in una casa principesca. Egli la visiterebbe di rado, poichè si sentiva ancora addosso, malgrado gli studii fatti, la ruggine avita; la seguirebbe da lontano, scaldandosi a quel bel sole di primavera le vecchie membra assiderate. E così, sognando tutta la vita, vivea di sogni, preparandosi altri sogni.
Qualche volta ne parlava colla moglie, che gli rideva in faccia; qualche volta con Ida, la quale afferrava qualche lembo di frase e la ripeteva.
Però la loro fortuna, non soccorsa dai tonici delle economie, intristiva. I poderi trascurati dimagrivano, le rendite si facevano più incerte e più esigue, mentre la moglie seguitava a nuotare come un'anitra nella voluttà di una grassa illusione. Egli, nell'inerzia accorgendosi inutilmente di tutto, ne provava un grave malessere, dal quale non usciva se non cacciandosi nel giardino dei sogni, colla bambina sulle ginocchia, seduto sulla larga poltrona di percallo, solo in casa, poichè l'altra era sempre da qualche vicina per una qualche faccenda, che svaniva in un pettegolezzo.
A quattro anni Ida leggeva e scriveva, e l'ingegnere, che aveva trovato in un giornale il nome di Froebel, parlava continuamente della primissima istruzione, degli albori della intelligenza, della sintesi tanto meravigliosa e tanto inavvertita di tutta la logica nel semplice abbecedario. Ma sempre distraendosi, la moglie gli rimase ancora incinta.
Questa volta la gravidanza fu soggetto di male parole, i due coniugi se la rinfacciarono a vicenda; la nuova vita, che avrebbe dovuto stringere più fortemente la loro, vi si cacciò in mezzo e li divise. Egli riflettè che un'altra bambina sarebbe infelice nel mondo, rendendo infelici loro stessi, che male potrebbero educarla, male dotarla; poi contrasterebbe al cammino di Ida, ed essendo forse brutta e volgare quanto la madre, riattaccherebbe la famiglia a quella ignobile borghesia di villaggio, alla quale egli non avea mai appartenuto e nella quale era scivolato colla follia del matrimonio. Un altro maschio?... Ma dal giorno che Peppino era morto, egli non poteva avere più figli! Un altro maschio rovinerebbe Ida, senza riempirgli nell'anima la fredda lacuna di quella vita sbocciata e caduta come un fiore.
Geltrude invece, sperando di rifare il suo bel bambino, per dispetto del marito ne parlava assiduamente, massime a pranzo; così che l'altro, malgrado una qualche bestemmia, dovea pure andarne battuto, avendo piegato la prima volta il capo a quel matrimonio con una donna inferiore, e non avendolo più rialzato, vergognoso della propria debolezza, che gli alterchi avrebbero reso anche più ridicola. Taceva, divorava la bizza, o la sfogava indirettamente. Ma più la gravidanza inoltrava e più Geltrude la covava collo sguardo e col pensiero, tutta superba perchè la contessa Monteno di Valdiffusa, ricchissima tenuta di quel comune, ella medesima incinta, le aveva detto, passeggiando nel bosco, un giorno che era andata a trovarla nella carrettella dell'arciprete:
—Chissà se non partoriremo assieme, e tutte due un bambino.
La contessa gracile e malaticcia soffriva assai, e Geltrude, sebbene robusta, cercava di imitarla in quei patimenti per deferenza alla gran signora, che si degnava d'invitarla al proprio castello. Vi era ritornata più volte, sempre più accetta, giacchè la contessa, condannata in villa dai medici e noiata da morirne, sola col marito cacciatore instancabile, si sentiva come sollevare lo spirito conversando con qualche estraneo. Poi Geltrude, già levatrice ed una volta anche balia, le parlava sempre di parti, di bambini; conosceva a certi segni il sesso del feto, aveva rimedii per le nausee, una suppellettile fra pregiudizi e cognizioni, che intrattenevano il cuore della povera contessa, già etica, e dopo sei anni di matrimonio allora solamente alla sua prima gravidanza. E voleva un bambino.
—Le donne sono troppo deboli per la vita.
—Anche l'ingegnere,—così ella chiamava fuori di casa il marito,—dice sempre così.
Ma Geltrude partorì prima della contessa un maschio così esile e doloroso a vedersi che pareva un cadavere; tutti dissero che non sarebbe vissuto, e nessuno s'ingannò. Dopo quindici giorni lo portarono al camposanto; il giorno dopo Geltrude, andata a trovare la contessa malatissima dopo il parto, se ne portava a casa una bambina, bella come un angelo. La povera contessa, che si sentiva soffocare sotto le fredde spire della tisi, avea consentito quell'immane sacrificio perchè la piccina non suggesse al suo seno, o non respirasse nel suo alito il veleno della fatale malattia.