ALFREDO ORIANI
(OTTONE DI BANZOLE)
QUARTETTO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1919
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Tipi della S. T. E. B. Società Tipografica Editrice Barese — Bari, 1919
INDICE
| [Diapason] | pag. 5 |
| [Violino] | 43 |
| [Viola] | 77 |
| [Violoncello] | 127 |
| [Contrabbasso] | 211 |
DIAPASON
Caro Bariè,
Casola Valsenio 17 dicembre 1881.
Ho finito or ora il libro, e riprendo la penna per dedicartelo. Quando, fra qualche mese o qualche anno sarà stampato, chissà quali avventure, sorprendendo le nostre vite e divertendone la direzione apparente, potrebbero impedirmi di farlo. Forse la malinconia che c'invade, allorchè l'opera ancora tiepida della nostra mano, separandosi improvvisamente da noi, ci abbandona come un emigrante mal in arnese, il quale salpi verso ignote miserie, è uno dei sentimenti più amari ed inesprimibili. La generazione ideale, poichè più alta nella vita della generazione animale, è quasi sempre più lunga, sempre più dolorosa; quindi se il bambino prosegue quasi nella esistenza del padre, e sviluppandone i disegni, che la trascendono, vi si incorpora, il libro appena nato si contrappone all'autore con una personalità già perfetta ed indipendente. E, mentre quello sembra colla prova della nostra virilità darci l'altra di una nuova ricchezza, questo ci lascia nella lassitudine dell'esaurimento un senso più vivo della nostra debolezza. Che egli muoia prima di noi o ci sopravviva, e la sua fortuna sia come quella di un avventuriero, il quale diventa imperatore o portinaio; che egli passi fra la gente come un'apparizione di bellezza e di gloria, ovvero come un accattone, il quale mendica un'occhiata e riceve un sogghigno; che le sue mille edizioni, o le sue mille copie lo diffondano attraverso tutti i climi, al disopra dei monti e al di là dei mari, ovvero avvizziscano nell'ombra muffosa di un magazzino di libreria per finire sui banchi del commercio, come certi miserabili finiscono sul banco delle assise, non ci appartiene più e non ci conosce. Sarà forse ricevuto colla più nobile accoglienza dove nulla al mondo potrebbe decidere quelle stesse persone a riceverci; discenderà fin dove, per quanto intrepidi nella curiosità ed ottusi nel senso, non consentiremmo giammai a discendere: libero come un trovatello non sentirà nè riconoscenza, nè ingratitudine: avrà una patria ed una lingua, una civiltà ed un popolo, ma come molti trovatelli, i quali ripetono la sciagura donde nacquero, se avrà figli, saranno bastardi.
Il sentimento melanconico di cotesto abbandono ha probabilmente generato fino dalla antichità la prefazione, questa parola di rimpianto e di amore, che quasi tutti gli deponiamo sulla fronte, come l'ultimo bacio per una partenza senza ritorno. E mentre egli si smarrisce nella lontananza infinita dei casi, noi torniamo a rincantucciarci nel nostro angolo, e se pensiamo ancora a lui in qualche ora di tristezza, o ci voltiamo talvolta di soprassalto udendo pronunciare il suo nome; quando passarono molti anni incontrandoci su qualche tavolo straniero, o la sua idea parandocisi innanzi al pensiero come la prima volta che l'amammo e fu nostra, stentiamo forse a riconoscerla, come molte delle donne, che ci parvero belle un giorno e che credemmo di amare.
Già Pascal lo ha scritto da due secoli, che volendo giudicare l'opera propria, appena fatta è troppo presto, dopo è troppo tardi: prima vi siamo ancora dentro, dopo non possiamo più rientrarvi; laonde val meglio seguire l'andazzo dei padri, che fatti i figli, lasciano a loro medesimi la cura di vivere, e forse danno così alla società i suoi più robusti individui. Perchè dunque vi è ancora chi scrive libri? Sono il bisogno di un'espansione individuale, o l'espressione di un bisogno collettivo? Se belli, forse l'uno e l'altro; se brutti, forse egualmente ancora; ma infermi nati di una malattia saranno le più miserabili creature fra i viventi, non avranno nemmeno la pietà, che consacra i deboli, la guerra, che inorgoglisce i tristi.
E mentre nella solitudine del mio castellaccio, in mezzo a campi coltivati da migliaia di anni, circondato dalle forme embrionali di una civiltà, alla quale molte altre contribuirono, fra gente di contado e di villa, e i giornali che recano la sera le notizie del mondo, e i mercanti che il venerdì vi conducono la retroguardia dei suoi infiniti interessi, mi isolo qualche mese e scrivo un libro; tu, spirito fine e gentile, nato per vivere fra pareti rivestite di arazzi e respirare l'aria profumata delle serre, sei lontano, nella antica Chersoneso. Il vento, che ti arriva dalle lande superiori, è carico di indefinibili sentori: le montagne, che laggiù asserragliano l'orizzonte, sono forse del Caucaso, e hanno dato il nome alla nostra razza; la terra, che mediti riabbellire coltivandola, fu già coltivata dai greci, che vi mandarono le prime colonie, per cingere tutti i seni del Mediterraneo colla passamanteria delicata della loro civiltà. Intorno a te la pianura ha l'ondulazione sconfinata di un mare: gli alberi, la vegetazione tozza o sregolata di una natura, che l'uomo non ha ancora epurato o contenuto; il primo grano, che ti sei seminato fra i piedi, agiterà le spiche all'altezza della tua testa fra sei mesi; i puledri, che già accorrono al suono della tua voce di padrone, discendono da quei cavalli arabi, che portarono trionfalmente per tutta l'Asia e fin dentro i confini dell'Europa la religione voluttuosa ed austera del grande Maometto. Il paesaggio, che circoscrive il tuo pensiero e contorna i tuoi sogni, è quello stesso di tremila anni fa, quando i Greci vi discesero esuli di una vita, che il pensiero rendeva già troppo grave, per rituffarsi nella natura, e rifiorirvi nella sua eterna giovinezza.
Al pari di te avevano una fantasia popolata di statue, l'intelletto carico come una trireme, il cuore educato da grandi sentimenti e spossato da grandi passioni. Dotati di un genio indefettibile ripeterono la Grecia su quei lidi, coprirono il mare di barche, le sponde di templi, la terra di olivi e di viti; l'arte innamorata di loro non volle abbandonarli, e decorò tutte le loro opere: la filosofia, che avevano fuggita come un etèra di malvagie influenze, ma di seduzioni irresistibili, venne a cercarli nell'esilio, e si assise nobilmente superba, severamente ciarliera in mezzo ai loro circoli. Poi i Romani, che avevano sconfitto gli ultimi Etoli, passarono per quei remoti sobborghi di Atene, come un'orda brutale che distruggendo disciplinava, e il sorriso, che l'uomo aveva dato alla natura sulle spiaggie dell'Eusino, disparve. Più tardi un poeta innamorato ed infelice vi ramingò condannato dall'ira di un imperatore e dalla civetteria di una principessa; più tardi ancora, i Romani diventati Greci un'ora prima di morire, abbandonarono la loro terribile città conquistatrice per venire sull'Ellesponto, che i primi Greci avevano sentito così bello, e spirarvi mollemente in una musica di profumi e di colori, di parole e di baci. Quindi dall'Asia, che Milziade aveva respinto, ed Alessandro invaso per il primo, ruppe un'onda incontenibile di cavalli e di bandiere; la luna parve discesa dal cielo e procedere tremenda alla loro testa: il grido delle battaglie echeggiò oltre Roma fino a Tule, oltre Babilonia fino a Pechino; il fumo degli incendi si disciolse in pioggia fino sulle steppe della Mongolia e sulle dune della Brittania. Poi un immenso baleno, bianco come quello di una scimitarra, albeggiò sulla cupola di Santa Sofia, quando la mezzaluna vi si rizzò nella sua fredda gloria di pianeta, e la croce disparve dalle costellazioni di quel cielo così azzurro.
Chersoneso era una baia, la Grecia una penisola; la prima era stata dimenticata, la seconda era appena un ricordo.
Ma oltre quelle sponde, che i Greci avevano benedette della loro presenza, e alle quali il mare diceva le novelle di tutte le altre terre, si stendevano solitudini più grandi di tutti quegli avvenimenti, più terribili allo sguardo che non tutte quelle tragedie al pensiero. La fama raccontava di montagne, che la neve vi aveva alzate e che il ghiaccio vi aveva rese eterne; qualche volta in un rombo lontano lontano sembrava di ascoltare fracasso di fiumi, lunghi come una vita e vasti come un pelago; talora un cavaliere, in costume irreconoscibile, si affacciava al confine della landa come un'apparizione misteriosa, gettava uno sguardo su quel mondo già vecchio due volte, e spariva in un turbine di vento con un galoppo fantastico. Quel cavaliere, cui l'immaginazione trepidante dava il nome di Sarmata, era l'avvenire, e adesso è il presente. Il Sarmata si chiama Russo; ha sconfitto l'altro ieri l'ultimo Cesare romano, che gli aveva mosso contro da Parigi, e si è fermato ieri per la seconda volta sotto le mure di Bisanzio: egli è l'ultimo vincitore nella storia dell'Europa, l'ultimo impero nella geografia dell'Occidente.
Sgraziato come tutti i colossi e senza verginità di adolescenza come tutti i mostri, egli è passato dalla infanzia alla virilità, dalla crudeltà della selvatichezza alla ferocia della civiltà. Privo di tradizione e quindi di ideale, la sua unità è un'agglomerazione, la sua vita un istinto, la sua forma un embrione, la sua potenza una massa, la sua difesa la natura, la sua ricchezza gli viene dalla atonia di ogni sentimento e dalla brutalità di ogni bisogno. A volta a volta nomade e contadino come l'arabo, il cielo gli negò coll'azzurro la bontà del cuore, il sole non gli accese coi raggi la generosità nel pensiero: quindi il freddo, che restringe tutti i pori, gli racchiuse per sempre l'egoismo nell'anima, e la neve, che confonde tutte le fisonomie, gli intorbidò le forme dell'intelletto. L'uniformità della natura pesò sulla sua società: i gruppi umani apparvero disseminati nel suo impero come i gruppi degli alberi per le sue steppe, poi come gli uccelli unirono gli alberi col loro volo di landa in landa, i cavalli congiunsero gli uomini colle loro corse di provincia in provincia; e lontano, al di là degli occhi, al disopra del pensiero, come una montagna dalla vetta invisibile, il trono e l'altare furono una visione bianca e fredda, terrifica ed incompresa. Dalla sua cima la legge ruinò e si distese come un vento, che inclina tutte le piante e rugge agli angoli di tutti i tetti; sulla sua cima lo czar, fantasma sublime ed ignoto, aperse la mano a benedire come un pontefice e la strinse per brandire la spada come un imperatore: e d'allora la croce di Ivano il Grande sfolgorò contro la luna falcata di Maometto secondo, e la lotta fra la costellazione e il pianeta ricominciò più violenta ed implacabile.
Prevalse la croce, giacchè se una bufera d'inverno può prostrare le forze della primavera, questa non potrà mai prevalere contro la rigidità dell'inverno. Il Nord è invincibile nella sua corazza di ghiaccio, ma sarà sempre torbido nella sua aureola di neve. Impero vasto forse più che il romano, esso è un oceano di terra, nel quale qualche grossa città pare un'isola e qualche bella provincia un arcipelago: come il romano, racchiude molti popoli, ma in questo diverso, non ha nè detrito di civiltà, avanzi di religione o macerie di storie, colle quali covare una nuova èra mondiale. Cresciuto ai confini della vera Europa potè, esercitando una specie di contrabbando sulla frontiera, impadronirsi di qualche idea, ma la sua è una cultura artificiale, e prima che il sole la schiuda naturalmente sulla sua immensa superficie, dovranno passare altri secoli, nè forse il sole vi sarà mai caldo abbastanza. Se Pascal ha avuto torto affermando che la giurisprudenza varia coi gradi del meridiano, Bukle ha avuto ragione constatando che la civiltà è soggetta alle leggi del calorico, e non può salire al disopra di un certo grado di latitudine. Nullameno un fermento, ancora mal giudicato, fa oggi gonfiare la crosta di questo impero, che la geografia misurando ha trovato quasi pari al chinese, sebbene la statistica sommando lo trovasse di tanto inferiore; si direbbe che i suoi frequenti terremoti siano una palpitazione di vulcani i quali rompendo fra poco il loro fragile coperchio, lanceranno fino al cielo una spuma di lava e di fiamma. Lo squilibrio, che la differenza di popolo nella differenza di clima deve arrecare alla regolarità delle sue funzioni, e l'antagonismo tra la forma feudale della sua gerarchia e la forma democratica della sua cultura; la sua stessa estensione, per la quale la volontà della legge si rilassa inevitabilmente come una corda troppo lunga, e l'altezza inaccessibile del trono, che diventa così il centro misterioso di tutta la sua vita, ma il mistero responsabile di tutte le contraddizioni: forse la miseria della minoranza più spirituale colata sopra la povertà della maggioranza quasi bruta, come una putrefazione di germi precoci sopra un marciume di germi serotini; e forse una sofferenza, alla quale occorreva la uniformità di un tale impero per diventare più forte di lui, essendovi egualmente uniforme, hanno prodotto questo fermento sotterraneo per tutta la Russia, i terremoti che subissano la reggia non potendo rovesciare il trono, i vulcani che avventano bombe invece di lapilli, e questa rivolta, nella quale i ribelli hanno la terribile ubiquità dei fantasmi, e il motto della quale è il più incomprensibile nella storia, e il più assurdo nella vita — NIKIL —. Forse Napoleone portando inconsciamente la rivoluzione francese in tutta la Europa per stabilirvi il proprio impero, ve ne lasciò la semenza in quella orribile ritirata, l'ultima epopea dell'Occidente, che ha trovato un pittore ed aspetta ancora un poeta: forse l'impero russo vi perirà, e dai suoi frammenti, come da quello dell'impero romano, nasceranno tante nazioni. Ma a rovescio dell'altro, che aveva i nemici alla periferia, esso li ha al centro; quelli erano barbari e questi sono civili; i primi portavano un sangue giovane ad un cervello esausto, ad un cuore caduco; i secondi infonderanno idee mature ad un cervello adolescente, ad un cuore quasi animale.
E mentre nell'aria vibrano i fremiti della tempesta e la terra ti sussulta sotto i piedi, tu alzi appena il capo, e guardando al nord, ti stringi nelle spalle. Scettico, ma forte come un greco, tu sai che la vita è ancora più piccola che breve, che le tue pianure sono fertili, i tuoi cavalli veloci, i tuoi servi laboriosi. Sia che la croce e la mezzaluna si urtino un'altra volta sui tuoi campi, o una rivoluzione te ne cacci; che la tua provincia diventi un regno e il tuo villaggio una capitale, e lo schiavo di oggi si faccia padrone di domani, tu, greco, ammetti con Aristotile che vi saranno sempre degli schiavi, sai che la vita è breve, e la necessità del mietere non deriva dall'aver seminato, ma dal dover macinare. Uscito dalla società per rientrare nella natura colla stessa facilità, onde leggendo si passa da Swinburne ad Esiodo, tu vi hai recato la calma della ragione nella pace dell'istinto, la semplicità di un raffinato nella innocenza di un ignaro: e quando tutta l'Europa guarda verso l'America, tu, nipote di Colombo, hai guardato verso la Russia. Ora la tua vita chiusa entro la rivoluzione dell'anno agricolo non ha altra varietà che le stagioni, altro scopo che una messe, altro avvenire che questo scopo medesimo. La terra coltivata esprimerà il tuo pensiero, il benessere dei tuoi contadini attesterà il tuo piccolo regno. Così ispirandoti ad un verso di Virgilio, il tuo poeta antico prediletto, attui l'ultima scena del Faust, il tuo poema moderno preferito, ed immergendoti nella vegetazione di una terra vergine, purifichi il tuo spirito da tutte le malattie ereditarie delle nostre vecchie civiltà.
Ed ora che la natura ti ha reso straniero al mondo, esule, nobile e felice, non ti dolga se il migliore dei tuoi amici venga a parlarti di battaglie ideali, ostinandosi nella guerra, alla quale ti sei sempre rifiutato. Forse a qualche ora della notte o del meriggio, quando il tuo spirito riposa, un'immagine del mondo abbandonato ti sovviene ancora e svanisce; o nelle tue lunghe escursioni qualche fiore innominato o qualche canzone selvaggia ti hanno già ricordato i nostri fiori dal nome sapiente, le nostre romanze dal ritmo squisito. Che se migliaia di miglia ci allontanano e due mondi diversi ci separano, la nostra amicizia non ne sarà per questo meno intima, o il nostro commercio meno stretto. Gettati dalla natura nel medesimo stampo, e condannati dal destino alla medesima vita, sebbene tu abbia potuto eludere la condanna, ci saremo pur sempre presenti; e mentre tu mi troverai spesso a vagabondare pe' tuoi campi, io t'incontrerò sovente fra i miei libri, nella luce di un pensiero o nel sorriso di una frase, nell'ombra di un quadro o nelle pieghe di una statua.
Quando prima di partire per il tuo nuovo mondo mi scrivevi dissuadendomi da questa inutile e crucciosa guerra letteraria, le condizioni della nostra presente letteratura entravano forse per gran parte nel tuo saggio e malinconico consiglio. Se è sempre triste il nascere, vi sono epoche, nelle quali è tristissimo nascere uomo di pensiero o di azione.
Nei periodi di un fatto o d'un'idea ve ne sono alcuni che ci sollevano, altri che ci lasciano affondare, finchè un nuovo gettito sotterraneo non gonfi l'onda e l'innalzi fino al raggio del sole. La prima metà del nostro secolo fu per l'Italia una delle più belle fioriture d'ingegni, una delle messi più ricche di caratteri. La necessità sempre più crescente della rivoluzione metteva negli eletti della vita una vera forza di rappresentanza, che le finzioni parlamentari hanno poscia cercato inutilmente d'imitare, e che non raggiungeranno giammai. Ognuno di essi sentiva di riassumere qualche bisogno, o di esprimere un'idea nazionale; quindi molti furono i grandi, moltissimi gli illustri. Come se l'Italia volesse conquistarsi l'ammirazione dell'Europa per strapparle in un applauso il permesso di risuscitare, profuse i pensatori e gli artisti, i martiri e gli eroi; laonde dopo la rivolta del '31, esplose la insurrezione del '48, scoppiò la rivoluzione del '59. L'epopea fu così meravigliosa, che parve un miracolo, e resterà una favola; ma nessuno ha ancora osato fare il computo di tutti i sacrifici, che vi contribuirono, di tutti gli ingegni, che vi cooperarono. Vi furono libri che valsero battaglie, battaglie che nessun libro saprà mai narrare: si udirono motti che erano poemi, si fecero poemi, dei quali nemmeno un motto fu scritto. Accanto ai colossi del pensiero si drizzarono i giganti dell'azione, le corone dell'alloro furono posposte alle ghirlande del martirio, il sangue fu scialacquato come il danaro, le parole ebbero efficacia di fatti, i fatti prontezza di parole. E il sogno colorato dalla luce di tante fantasie si solidificò, come per incanto, sotto lo sforzo di tutte le volontà, mentre l'Europa guardava attonita dalle Alpi, e Roma si levava trasognata sul Tevere. Ma appena compiuto il prodigio, tutti si mirarono in faccia e nessuno più si riconobbe; quasi tutti i caratteri si ritirarono, quasi tutti gl'ingegni rimasero; gli eroi diventarono militari, i martiri si cangiarono in impiegati. L'epopea finiva fatalmente alla commedia, dacchè l'idea si era tradotta nel fatto, e il sentimento si riabbassava verso il senso. Era una legge della vita e della storia. Ma allora quelli, che avevano fatto l'Italia, cominciarono a sentirsi vecchi e ad essere riconosciuti per tali dai sorvenienti, leggeri e rapaci come tutti i saccomanni dopo la battaglia: l'arte e la filosofia, la politica e la milizia trionfanti non piacquero più, e si chiese del nuovo. L'ingegno, che si era manifestato così splendidamente nei padri, i figli se lo supposero volentieri, e guardando ai rivali d'oltr'alpe, si accinsero a sorpassarli nelle opere, come li avevano raggiunti nella vita. Ma la nazione aveva esaurito creandosi forse l'ingegno di due età, e i novatori d'Italia diventarono i plagiarii dello straniero. La generazione del '49 mancò nella storia del nostro pensiero. Fortunatamente l'ombra del monumento eretto sul suo confine lo nascose, e i posteri non s'accorgeranno forse della lacuna. Ma poichè l'impotenza rende malvagi e il sacrifizio ingrati, i nuovi scrittori risero dei vecchi, Guerrazzi fu troppo asmatico, Manzoni troppo cristiano, Niccolini troppo rettorico, Leopardi troppo classico. Il dualismo fra la scuola toscana e la scuola lombarda divenne scisma, e le eresie avvamparono nelle sue polemiche. Intanto nessun nuovo campione discendeva bene in armi nell'agone a percuotere sugli scudi dei vecchi tenitori di campo. Qualche paggio faceva bensì prova di destrezza giocarellando con una mazza, o un catafratto, chiuso nell'armatura pesante della erudizione, si pavoneggiava tutto solo; o un cavaliero, montato sopra un magro cavallo, tentava un giro al galoppo e, cascando ai primi passi col cavallo sul petto, giaceva. Finchè i tenitori di campo rimasero, malgrado le vanterie dei torneadori e le grida della folla, non vi fu nemmeno un duello, ma uno ad uno quegli scudi terribili furono levati. Sul primo c'era scritto Arnaldo da Brescia, sul secondo Assedio di Firenze, sul terzo Promessi Sposi. Uno solo, toscano alla parola, vestito classicamente, con un elmo tedesco sulla testa, aveva osato farsi largo fra la ressa e percuotere sprezzantemente col proprio scudo, nel quale era scolpito un Satana, sullo scudo di Manzoni. Se non che uno scudiero, dal volto smorto e gli occhi rossi, veniva in quello stesso momento a levare lo scudo glorioso: il vecchio guerriero era morto senza sapere della sfida. L'audace aveva troppo tardato.
Quindi egli rimase solo, e fu primo.
Ma questo illustre, per il quale ogni aggettivo comincia oggi a parer piccolo, e che seguaci fanatici invocano col nome ridicolo di pontefice, si era faticosamente educato alla stessa scuola degli antichi, fra le ombre incappucciate del primo rinascimento. I suoi giovani canti erano sembrati echi di perdute ballate; poi la rivoluzione, strappandolo a quei sogni toscani, gli aveva insegnato, coll'eroico linguaggio dei fatti, nuovi ritmi e nuove parole. Nullameno ignorato od incompreso per molti anni, invece di capitanare il nuovo movimento, parve ne continuasse un altro; mentre i giovani volontarii della letteratura, che avevano forse lasciato allora le bandiere del Garibaldi, ne cercavano un altro egualmente splendido, ma altrettanto facile. Invece il nuovo duce, che varcate le Alpi scrutava in quel momento per la Germania, preludendo alle teoriche ed ai trionfi di Moltke, affermava la necessità di una profonda dottrina per ogni ordine di milizie, e di una grande tradizione per una grande arte. Naturalmente i giovani volontari non intesero, o sdegnarono, e l'austero superbo rimase senza esercito.
Intanto due capitani di ventura levavano il campo a rumore: uno era vestito da bardo, l'altro da menestrello. Il primo coi panni sciattati, un mantello reale, ricamato di perle e schizzato di fango neglicentemente gettato sulle spalle, coi capelli che gli svolazzavano da un elmo fantastico, si abbandonava alla stupenda dolcezza del proprio canto, e cantava di tutto. Aveva la voce maschia e molle, le note piene, le cadenze quasi sempre leziose: ma le canzoni salivano dalle sue labbra con un volo inesauribile di insetti in un raggio di sole, e la sua fronte, sulla quale le visioni passavano come le nuvole in cielo, aveva una ineffabile espressione di malinconia. Bardo e capitano fu troppo l'uno per poter essere l'altro, nobile e bello non cercò d'ingrossare il proprio seguito, e procedette combattendo e cantando come un eroe di Ossian. La gente lo chiamava Prati, i giovani imparavano le sue canzoni, i critici insultavano il poeta e la sua poesia. L'altro menestrello era una figura femminea. Portava le scarpette scollate, le calze di seta, il giustacuore a sbuffi con un cuore, trafitto da una freccia d'oro, ricamato sul petto, e un berrettino con due penne di airone, che gli ricadevano sui ricci profumati della capigliatura. I suoi occhi avevano il languore spasimante di un paggio, le sue dita erano cerchiate di anelli come quelle della sua dama; e toccando il mandolino con una grazia piena di civetteria si avanzava occhieggiando ai balconi. Un giorno, da una finestra inghirlandata di vasi, una mano bianca gli aveva gettato un mazzo di viole, ed egli le portò sempre sul petto. Quelle viole diventarono la sua poesia, il loro profumo fu tutto il suo pensiero, ed il suo sentimento. La gente lo chiamava Aleardi, le donne cantavano le sue romanze, i critici basivano di ammirazione in faccia alla sua poesia ed al poeta.
Ma dietro loro, nel corteo variopinto, più di una figura e di una testa avrebbero dovuto attirare l'attenzione. Due vecchi, Mamiani e Tommaseo, dalla fronte alta e serena, procedevano a braccetto dietro la medesima idea e la medesima musa: il primo aveva pur trovato qualche canto, oggi perduto, e che sarà forse rintracciato fra un secolo; il secondo aveva dato il volo a qualche inno, che pochi avevano letto, ma che molti avevano ammirato, come un anello, che tentava di congiungere filosofia e religione, la tradizione dell'arte antica col sentimento dell'arte moderna. Però l'Uberti, malgrado i grandi sforzi, non potè uscire dal manipolo tumultuoso dei Tirtei da bivacco, i quali seguitavano le loro storpie canzoni senza l'accompagnamento delle fanfare ed il rullo dei tamburi: e quindi un levita ed un alfiere, irrompendo dalle file, parvero raggiungere per un momento i due acclamati capitani. Il primo era Zanella, il secondo Praga: questi morendo nominò eredi lo Stecchetti ed il Boito, all'uno lasciando la sensualità famigliare, all'altro la stramberia immaginosa. Zanella invecchiando sentì morirsi intorno quasi tutte le proprie poesie. Eppure pensatore modesto aveva avuto qualche nuovo ed elevato pensiero, cesellatore paziente aveva dato a qualche strofa la solida eleganza di un bronzo, la finitezza squisita di una orificeria. L'altro fu più una poesia che un poeta. Il tremito convulso della mano gli guastò quasi sempre il disegno, o gli intorbidò il colore, mentre il suo pensiero, che avrebbe avuto la grazia della leggerezza, prendeva volentieri la goffaggine della gravità; e la pretensione dell'orgoglio falsificava l'ingenua violenza o la mollezza nervosa del suo sentimento. Nullameno egli fu nuovo, e più semplice sarebbe stato originale.
Intanto Rovani, discendendo la parabola luminosa dei suoi Cento Anni, arrivava fatalmente alla Giovinezza di Cesare, abbandonato da Tarchetti e da Nievo, che gli si erano serrati attorno per un momento. Ambedue erano morti presto, ambedue prima di spegnersi ebbero o parvero avere un'ora di astro. Forse il raggio della pietà accresceva la luce della loro gloria, e la morte incontrata all'avanguardia parve al resto dell'esercito un segno di vittoria. Il primo scrisse perchè sentì, ed il suo stile peccò come il suo sentimento; il secondo pensò e sentì ciò che scrisse, ed il suo stile avrebbe forse potuto mantenere ciò che aveva promesso. Tarchetti è diventato un martire nel martirologio della boemia, Nievo è dimenticato persino dai cronisti dell'arte. E mentre il romanzo si contorceva nella culla, il dramma e la commedia si contorcevano nell'agonia. Giacometti, ingegno vasto, ma corroso dalla rettorica, aveva ceduto il campo ai sorvenienti: Cicconi, sbocciato e caduto come un fiore, non aveva lasciato dietro sè che alcune foglie secche: Gherardi del Testa tentava ancora di celiare: Ferrari costruiva impalcature, per le quali i personaggi salivano come manovali, la schiena carica di tanti frammenti di una tesi: Torelli, un novizio, che alla prima prova era parso un maestro, ridiventava mano mano uno scolaro; Marenco imperversando pestava idillio e tragedia; Bersezio credendo di dipingere qualche scena non si accorgeva di pitturare appena una quinta, e il nostro teatro italiano era sempre uno scalo dell'arte francese. Però la sua illusione abbacinava il pubblico, che intronato dai critici gazzettieri, cominciava a credere nella nuova arte.
Allora due nuovi scrittori comparvero nell'arringo: un bozzettista, che si fece poi viaggiatore: un novelliere, che salì fino al romanzo, De Amicis e Verga. Al primo salto oltrepassarono tutti e nessuno li ha ancora sorpassati. Quegli s'impossessò della fibra scossa dall'Aleardi, ed ottenne un secondo trionfo di lagrime. Soldato formò dei soldatini di piombo per il pubblico, che ne impazzì, perchè piangevano senza perdere la vernice: li depose nel proprio libro come dentro a una scatola, e il libro diventò una strenna. Tutti vollero averlo, la bottega dell'editore fu messa a ruba. Ma nessuno di quei soldati era dell'esercito che aveva fatto l'Italia, nessuno aveva la fibra dei veterani del trentuno, nessuno l'impeto lirico dei ribelli del quarantotto, nessuno il sentimento epico dei volontari del cinquantanove. Invano Garibaldi aveva difeso Roma da tutta l'Europa, invano Lamarmora più tardi aveva salvata la medesima Europa alla Cernaia, e le aveva per prezzo del servizio dimandato l'Italia; invano tutti i villaggi erano clamorosi di soldati e di racconti guerreschi, gli eroi ed i martiri caldi di entusiasmo e di ferite: De Amicis invece di vedere e di ascoltare, aveva monturato i versi dell'Aleardi, e ne avea fatti tanti soldati. Nullameno i paesaggi salvarono le figure dei quadri, e la madre del figlio fu la più nobile e fortunata risorsa dello scrittore. Verga più coraggioso e più acuto sfiorò appena l'idillio e cercò il dramma. I suoi primi libri furono più un ricordo che una scoperta, ma imitando gli altri finì per trovare se stesso; e oggi, dopo un raccoglimento di qualche anno, ricompare più severo e più italiano, mentre Fogazzaro tenta di oscurarlo colla sua Malombra, Faldella vezzeggia ancora nei racconti, Barrili trova lettori per le proprie immutabili favole, orlate della stessa immutabile frangia di riflessioni; Capuana ne cerca per i suoi nuovi e piccoli esperimenti naturalisti, e il Pratesi quasi ignorato ne merita.
Che se il romanzo aspetta ancora il proprio grand'uomo, il teatro ieri ha perduto uno dei suoi migliori, che molti credevano tale, Cossa è morto improvvisamente. I suoi primi saggi passarono inosservati, poi diede il Nerone, e l'Italia che giustamente si era appena voltata all'Arduino del Morelli, ed avrebbe dovuto voltarsi al San Paolo del Gazzoletti, svenne quasi d'entusiasmo davanti a questo capolavoro di una sera. I critici da giornale unirono in coro teorie ed applausi; si parlò di arte nuova, di uomini, che sulla scena venivano dopo tanti secoli a sostituire i personaggi, di una storia e di una vita, che uscirebbero rinnovellate da quest'arte. I drammi successivi, per quanto poveri, non valsero a smagare queste promesse, alle quali il poeta nella sua contegnosa modestia non aveva forse mai pensato, e il nome e l'arte del Cossa invasero pubblico e scena. Ingegno lirico senza profondità di sentimento nè elevatezza di pensiero, invece di concepire un dramma trovò spesso una scena, ve ne mise altre intorno, e lo fece; ma sempre lirico ripetè le stesse figure o le stesse idee, sostituendo una stampiglia ad un'altra, applicando alla storia la piccola pittura di genere invece della grande pittura accademica. Se non che a forza di impicciolire i personaggi, li fece quasi passare per uomini e credere vivi, benchè campati nel vuoto e moventisi per una scena, nella quale l'impero romano, reso con un processo di decalcomania, aveva appena il valore di una ornamentazione da piatti. Come tutti i piccoli, che la piccolezza inconsapevole rende temerari, affrontò tutte le epoche, si attaccò a tutti i colossi, Mario e Nerone, Cleopatra e Messalina, Beethoven e Ariosto, Giuliano l'Apostata e il Duca Valentino, alla repubblica di Rienzi e a quella di Cirillo, mettendo sempre un'epoca intorno ad un individuo, come si mette la paglia attorno ad un bicchiere, perchè non si rompa; poeta senza verso, dopo che Foscolo e Manzoni avevano scritto i versi dell'Aiace e dell'Adelchi; drammaturgo senza potenza di evocazione; artista, che del teatro aveva imparato la decorazione ed il macchinismo. Non avendo fiato per le tragedie, credette di salvarsi chiamando drammi le proprie, ma in questi drammi, ai quali la volgarità della forma avrebbe pur sempre conteso l'esistenza, non seppe convenire le vere fisonomie tragiche, le fatalità psicologiche o storiche, da cui solamente il dramma si forma. Ma il pubblico ristufo dei gentiluomini apocrifi del Ferrari si apprese ai romani falsi del Cossa, e contrapponendo per un istante l'uno all'altro i due scrittori, li riunì come due amici nel medesimo applauso. La fortuna di questi romani usuali ne attirò altri: drammi e romanzi pullularono. Tito Vezio e Spartaco tornarono col Castellazzo e col Giovagnoli per mettersi il nostro sentimento moderno sotto la loro tunica antica. Cavallotti, condannato dal destino alla rivolta in politica ed alla imitazione in arte, per essere originale seguendo il Cossa, andò in Grecia; ed egli, il poeta più sgraziato nella forma, rappresentò il popolo più poetico della terra: non pensando che scrivere una tragedia greca dopo Eschilo era una follia, e bisognava chiamarsi Shakespeare o Goethe, perchè la follia potesse essere genio; dopo Sofocle era un'imprudenza e bisognava essere un poeta come Foscolo, perchè la profonda umanità del sentimento e la irresistibile bellezza del verso la facessero perdonare. Ed invece parmi che a Milano l'Aiace fosse fischiato la prima volta. Col Cavallotti si unì il Salmini, ingegno rozzo, ma più forte; artista forse altrettanto scomposto, ma più serio. Ed ora è morto egli pure. Poi fra tutti questi rantoli di tragedie il Giacosa mise il riso gaio di una fiaba, che per un'ora trionfò di tutto e di tutti; senonchè temperamento delicato e spirito fine, salito trionfalmente dalla leggenda medioevale alla commedia goldoniana, volle essere tragico, come i tragici, che aveva quasi fatto dimenticare, ed allora il vincitore fu vinto. Ma col Giacosa avevano già preluso il Martini ed il De Renzis tentando i proverbi; però, se il primo valeva infinitamente più del secondo, nessuno dei due ricordò nemmeno da lungi il Marivaux o il Musset: invece di cammei fecero delle stampe, non furono abbastanza poeti per avere le perle, abbastanza orefici per saperle legare. Quindi il Martini arrischiò il racconto, e piacque; il De Renzis pretese al romanzo, e decadde.
E in questa catena di opere e di scrittori, che doveva legare il teatro italiano moderno al teatro italiano antico, che l'Italia non ha mai veramente avuto malgrado il Goldoni; nella quale Cossa colava il il bronzo delle statue antiche, Ferrari la ghisa dei mascheroni moderni, l'ultimo anello fu il solo, che non si rompesse sotto lo sforzo della critica. Il teatro popolare, che colle radici piantate nel cuore del popolo, fuori di ogni abitudine classica, prosperava più forse per un rigoglio di natura, che per una coscienza artistica, trovò nel Gallina il proprio instauratore. Il quale, giovandosi col tristo esempio del Torelli, che aveva fatto accettare sulla scena il proprio dialetto italiano, v'impose il vernacolo di Goldoni; il pubblico accorse, applaudì, non osò sentenziare fra questo principiante e i decani, fra quest'arte fresca e quell'arte decrepita, ma l'incertezza del pubblico fu il maggiore dei trionfi, giacchè per la prima volta il pubblico si trovava in faccia a del nuovo. Gallina aveva vinto, il teatro era nato: ma siccome i bambini non divertono che per una mezz'ora, quelle sue commedie, penetranti come un vagito e graziose come un sorriso, non potevano, e non possono bastare alla vita di un teatro.
Nè questa guerra nell'arte fu solo di uomini, chè sull'orme di Sara e di Ouida, due inglesi della colonia italiana, molte donne, che l'esempio della principessa Trivulzio ed il più alto ancora della Lorenzi non aveva scosso, entrarono in lizza. Ma siccome le donne, che pensano, sono una rarità nel loro sesso; così le donne, che scrivono, debbono avere il valore di una grande eccezione nel nostro: una scrittrice o è molto o è nulla; le nostre non furono che troppe. In un secolo, al quale la Stäel apre la soglia, George Sand illumina il meriggio, Giorgio Eliot rinchiude le porte del sepolcro, la donna che vuol perdere il proprio sesso, facendosi scrittrice, deve barattarlo con un'immensa gloria sotto pena di fare un contratto altrettanto dannoso che ridicolo. Certamente il pensiero non ha sesso, ma la sua è una fatica talmente maschia, che le donne non possono sopportarla, o sopportandola, vi si snaturano.
Ed ecco l'arte dell'Italia fatta dirimpetto all'arte, che ha fatto l'Italia.
Che cosa è il Nerone in faccia all'Adelchi? l'Arduino di Ivrea in faccia all'Arnaldo da Brescia? Che cosa sono i Rossi ed i Neri del Barrili in faccia all'Assedio di Firenze? Una volta i filosofi italiani si chiamavano Rosmini, Gioberti, Romagnosi: l'ultimo scolaro di quest'ultimo, grande quanto il maestro, il Ferrari, è morto ieri, e nessuno se ne è avveduto. Come si chiamano oggi i filosofi d'Italia? Ho letto Vera, e l'enormità di Hegel mi ha ispirato una calda ammirazione per l'interpetre; Ausonio Franchi, che Michelet battezzò il primo logico del secolo, si è ritirato dalla lotta; Augusto Conti, sentimento greve e ragione leggera, scema l'imponenza dell'autorità e il prestigio della poesia alla vecchia causa, che difende: Ardigò applica a se stesso la teorica della evoluzione, e di canonico si trasforma in ateo; Bovio, una nebulosa nella scuola, è diventato una nebbia nel Parlamento. E gli altri? Messedaglia e Correnti hanno trovato per la loro scienza una delle prose più belle del tempo; il Villari, spirito saldo ed acuto, preludia vigorosamente nella critica e nella storia; il padre Tosti mantiene il magnifico stile italiano di una volta, l'abate Fornari incolla l'abate Cesari sull'abate Gioberti, il Minghetti risente del Costa, il Tabarrini unisce al profumo dell'eleganza antica i sentori della vita moderna, il Bonghi, mente vasta e profonda, prodiga osservazioni e consigli talmente buoni, che nemmeno egli stesso sa praticare. Chi dunque alza una bandiera, la quale raccogliendo tutti gli sparsi manipoli, rannodi un esercito? Dov'è la lingua vera? quale è lo stile vivo? Manzoni prima di morire si abboccò col Bonghi su questo: che ne decisero dunque? Chi ha ragione, la piazza o la scuola, la tradizione o la vita? Certo col linguaggio della scuola non si può esprimere tutto, ma col linguaggio della piazza è altrettanto certo che non si è intesi da tutti. E non per tanto lo stile è tutta l'arte, perchè in pari tempo parola e frase, colore e disegno, ombra e luce, forma e sostanza. Quale oggi di tutti questi giovani ribelli, che disprezzano il passato e i passati, scrive una pagina come alcune del Tommaseo, o detta solamente un periodo, che si riconosca fra centomila, e sia forse il più bello, come uno qualunque del Mazzini? Profeta, apostolo e condottiero, la missione e l'epopea della sua vita gli contesero di essere forse dei primissimi fra gli scrittori del secolo, e non per tanto d'Italia fu il più nuovo ed il migliore. Immaginoso come il Niccolini ebbe il calore del Guerrazzi, colla fluidità del Manzoni e la precisione del Tommaseo: italiano dei tempi futuri, sarebbe parso un contemporaneo agli italiani del secolo d'oro, e nullameno le sue erano idee, alle quali egli primo aveva dovuto trovare una formula italiana. Filosofo etico come Socrate, non entra e non entrerà nella storia della filosofia del nostro secolo, che si inizia con Kant, sale fino ad Hegel, ridiscende fino a Spencer; ma se in lui la elevazione del sentimento superò quasi sempre l'altezza del pensiero, la perfezione del suo linguaggio ispirerà sempre una ammirazione malinconica, come se nella fiamma dello stile, col quale doveva riscaldare tutto un popolo, egli gettasse, sacrificatore disperato, colla sua vita di uomo la sua immortalità di artista. Ed oggi il Saffi, modesto Aronne di questo Mosè, che ha potuto morire nella terra promessa, conserva tuttavia nella devota interpetrazione del recente evangelo un raggio di quella purezza, che l'anima sembra comunicare alla parola, un residuo di quella efficacia nella frase, che il maestro gli apprese scaturire dalla sincerità del pensiero e dalla rettitudine della intenzione. Mazziniano meno ligio alla nuova legge, ma che pagò col proprio esilio e col sangue dell'eroico fratello la fede all'Italia, Giovanni Ruffini, del quale i giornali recano oggi la mesta notizia della morte, dovette farsi inglese per vivere del proprio ingegno e della propria gloria. La patria ingrata non lo conobbe che tardi, e non mandò nessuna rappresentanza ai suoi funerali. Scrittore del tempo eroico, quando lo scrivere era un combattere, egli parve dopo artista altrettanto fine, ma la sua arte, sempre mazziniana d'ispirazione, rimase ottimista, difendesse l'Italia o un'idea, sognasse una patria od una virtù. E nullameno fu posposto al D'Azeglio ed al Grossi, pei quali vi furono monumenti, oggi già più vecchi dei loro libri già morti. L'Ettore Fieramosca ed il Marco Visconti contemporanei del Dottor Antonio destarono un entusiasmo, che dura tuttavia in rispetto, malgrado che il primo fosse una degenerazione dei poemi guerrazziani, e il secondo rappresentasse la putrefazione del genere Walter Scott, che Manzoni, con uno sforzo allora incompreso e adesso ancora quasi incomprensibile, aveva alzato quasi sino alla maniera del Balzac. Ed oggi, che i violenti attacchi del Carducci alla lirica manzoniana hanno quasi reso di moda il disprezzo del grande poeta e romanziere, che fu naturalista, per usare questa nuova parola, quando solo Balzac lo era senza teorizzarne, e Zola sognava forse nell'utero materno, si osano citare a modelli il D'Azeglio ed il Grossi, la nullità del pensiero ed il lattime del sentimento: dai quali derivò la teorica dei buoni libri, eretta a dogma dai manzoniani. Per essa la moralità privata deve valere l'ingegno pubblico dell'autore, e la misericordia delle intenzioni ogni altra qualità di fantasia e di sentimento, di forma e di sostanza. Così la critica minuscola, ridotta dai giornali a sacerdozio come l'arte, crea e distrugge le effimere riputazioni sui giornali sbocciati. La grande critica tace: Settembrini, temperamento storico ed ingegno sistematico, è morto: il De Sanctis, temperamento poetico ed ingegno filosofico, dopo aver messo la psicologia a base della critica, sostituì troppo spesso la intuizione all'analisi; quindi i suoi ritratti diventarono teste, e le pretese lezioni di anatomia si cangiarono troppo sovente in speculazioni metafisiche, nelle quali il tempo storico era appena un colore, e il simbolismo dell'idea toglieva quasi ogni significato alla varia composizione umana dell'individuo. Il Carducci, lirico ed erudito, volle essere critico, e lo fu splendido e forte come in tutto ciò, che ottiene sempre dalla sua volontà. Forse se non il genio, poichè dei primi fra i primi del mondo, egli ha comune nel secolo col Balzac la nobile ed incalcolabile energia della volontà, colla quale coltivando instancabilmente il proprio terreno è arrivato a farne un ricco giardino, sebbene la sua flora originaria non fosse nè troppo varia, nè molto opulenta. Ma egli vi trasse semi da tutti i climi, le palme dell'Africa e gli abeti della Germania, le rose della Grecia ed i gazuma dell'America; vi educò la vite colla stessa perfezione dei vignaiuoli francesi, amò l'edera e si compiacque ad incoronarne le vecchie statue dissepolte, colle quali andava ornando i viali. Ma nella critica preferì la necroscopia alla diagnostica, i morti ai vivi, simile in questo al D'Ancona, che spinse la passione dell'anticaglia fino alla ghiottornia dei più minuti particolari, sprecando non si sa se più ingegno o dottrina; mentre il Zendrini, morto da poco, scambiava la propria cultura per una capacità critica, e il Massarani sdottrineggia ancora pigliando l'arte per la riprova di una teoria morale, piuttosto che per una totale rappresentazione della vita: il Trezza svapora in una fraseologia nebbiosa, il Franchetti nell'Antologia oscilla fra il buon senso ed il buon gusto, il Nencioni in articoli brevi e talvolta bulinati corregge l'influsso delle letterature straniere sulla nostra, analizzando gli esempi che la più parte invocano senza conoscere. Così, mentre la critica diventata embriologia nel Bartoli studia con amore sapiente le origini della nostra letteratura, e falsa o sdegna l'opera contemporanea, il verso che tubava ieri coll'Aleardi, zirla adesso col Fontana, parla collo Stecchetti, sorride col Panzacchi, stuona col Rapisardi, abbaia col Cavallotti, novella col Giacosa, si libra col Zanella, esulta ancora col Prati, crea col Carducci. Questi risuscita miracolosamente gli antichi metri latini, e vince nella prosodia una battaglia combattuta infelicemente da altri ingegni in altri secoli, ma il pubblico applaude senza gustare: Rapisardi, invidioso della risurrezione, profana il sepolcro dell'epopea, e ne trascina sulla piazza il cadavere purulento. Quando alla vita scema lo splendore manca il rispetto alla morte: i forti sono prudenti, i deboli sfacciati. E tra il Carducci e il Rapisardi, un poeta ed un ingegno, Renato Fucini è ancora l'uno e l'altro, sebbene il Porta gli sia ancora troppo al disopra e il Belli ancora molto innanzi. Ma primo fra i nostri lirici viventi, il Carducci pretende di essere l'ultimo nella storia e nella nostra lirica, poichè essa muoia: e già la musica, questa lirica della lirica, agonizza. Verdi, il superstite dell'immortale quadriglia, ricorregge colla mano tremula le opere della giovinezza, come un vecchio capitano ama di riforbire egli stesso la spada, che non può più cingere: il Boito ha impiegato dieci anni a scrivere il Mefistofele e riposa sugli allori guadagnati contro il Gounod: il Gobatti, giovane e fortunato condottiero dei Goti, ha d'uopo ancora di nuove battaglie e di nuovi trionfi. La musica classica è quasi obliata malgrado il valore dei suoi tre ultimi campioni, lo Sgambati, il Bazzini, il Rinaldi; nella piccola musica si adora il Tosti, e si misconosce il Gordigiani, si chiedono romanze da salone, le quali girino sulle casse dei pianoforti come tanti scarabei luminosi, invece di libellule, che balzino nei raggi del sole e vi scintillino. Così il canarino vince l'usignolo, e il profumo dei fazzoletti copre l'olezzo dei fiori.
Ed ecco l'arte dell'Italia fatta alla sbarra del mondo e della storia.
Certo la grande questione pregiudiziale della lingua ha efficacemente contribuito alla attuale miseria, epperò sorvolandola, penso collo Zola, che la nuova lingua dovrà uscire dalla officina del giornale, se nella scuola la tradizione contende il passo alla vita. Naturalmente occorrerà un lungo processo, ma diggià sull'incudine dell'articolo quotidiano qualche lamina viene superbamente battuta. La necessità di trovare un nome per ogni nuovo oggetto ed una formula per ogni nuova idea, egualmente compresa da tutti con uguale prontezza, ma specialmente uno stile agile e nervoso, elegante nella semplicità della eleganza moderna, colla fluidezza di un discorso e la correzione di un testo, predomina il giornale. Fiume e cloaca, che raccoglie ogni rivo e ogni scolo, come l'orchestra sognata da Berlioz, ha tutti gli strumenti e tutte le voci; effimero ed immortale come la vita, ne ha la stessa unità multiforme; è la forza più grande del nostro secolo, e ne sarà la gloria. Il giornale è essenzialmente moderno. La lingua, che in fondo non è se non un dialetto epurato, vi è in continua fusione; le parole vi si rompono e vi si formano fra un rombo assordante, un lavoro minuscolo ed assiduo, al quale cooperano migliaia di operai senza nome, mentre pochi direttori si aggirano fra di loro, sorvegliando con orgoglio di padroni. Molti articoli, che oggi si leggono già negligentemente, avrebbero fatto strabiliare inserti nelle pagine di un libro di trent'anni fa. Nullameno pochi sono ancora coloro, ai quali si possa riconoscere il merito vero di stilisti, sebbene, come osserva giustamente il Martini, il miglioramento nello scrivere comune italiano cominci ad essere sensibile. Tra i primi il Martini stesso, il De Zerbi, il Panzacchi, diversi di opinione e di indole; il primo forse ancora troppo toscano, il secondo ancora scorretto, il terzo italiano veramente, più fino di gusto e più forte di studi. Ingegno alato si posò dappertutto per involarsi appena posatosi; nato oratore come pochi, poeta che potrebbe tradurre nel verso più di una musica gentile, mentre tutti gli storpiano in musica le sue delicate romanze; critico, pel quale nessuna musica ha molti misteri, quella dei colori e delle note, della poesia e della prosa. Egli è celebre ed avrebbe potuto essere glorioso, se la pagana serenità del suo spirito, e l'ateniese indolenza del suo temperamento fosse stata guasta da un solo vizio: la vanità. Intorno ad essi altri molti vanno sorgendo, ma parlando di stilisti non posso citare nè il Ferrigni, nè il Petruccelli della Gattina. Il primo, costretto ad una moltiplicazione miracolosa di articoli, si sorregge collo spirito, come gli operai estenuati si rinforzano coi liquori; il secondo discende ancora nel giornale, come in un campo chiuso, a commettervi qualche prodezza colla vanteria di un vecchio giostratore. Pensatore senza sistema, dialettico senza metodo, artista senza forma, egli ha reso quasi cosmopolita il proprio ingegno: conosce tutte le lingue, meno l'italiana, ha difeso tutte le idee ed abbandonate tutte le opinioni. Ma la sua fibra, che nè gli anni, nè le apoplessie poterono fiaccare, è ancora della vecchia razza, che ha fatto l'Italia. Quando Petruccelli della Gattina sarà morto, nessuno si accorgerà della sua perdita, nullameno di tutti i giovani, oggi illustri, che piglieranno il suo posto senza dirlo, nessuno vi porterà la stessa ricchezza di cognizioni ed altrettanta forza d'ingegno.
E scioccamente i giovani letterati si lagnano ora della loro fortuna nel popolo, giacchè la sorte non fu mai più lieta ai novizi. Quelli che battono il teatro si dolgono perchè la società non abbia ben contornata la propria fisonomia come in Francia, dove il salone uniforma costumi e linguaggio, quasichè la società dovesse esistere per l'arte, e non questa per quella; mentre nella stessa Francia i grandi scrittori, da Balzac a George Sand, da Zola a Flaubert, cercarono i loro modelli fuori dell'ambiente falso del salone, falsato ancora peggio dal Dumas e dal Feuillet. Tutti gli altri del romanzo e del melodramma, del canzoniere e della tragedia guaiscono sulla indifferenza crudele del pubblico, mentre questi, che teme istintivamente la miseria della nostra arte, ne ricusa la coscienza, ed è pronto ad acclamare delirando ogni più vaga apparenza di grandezza. Applaude ancora al Ferrari: per dieci anni ha messo Cossa sugli altari, ed oggi paga una sottoscrizione per erigergli un monumento; si sollevò come un sol uomo alla marcia trionfale dei Goti, ha imparato a mente tutte le canzoni dello Stecchetti, batte perfino le mani ai greci di Cavallotti. Giammai vi fu epoca nella quale la celebrità fosse più pronta, e la gloria più facile. Tutti i grandi sono morti, tutti i seggi sono vuoti. Lo Stecchetti oggi è a fianco del Carducci, come il Leopardi trenta anni or sono era a fianco del Manzoni. Che se malgrado queste eccellenti disposizioni, cui la storia dovrà un giorno trovare piuttosto ridicole, nessun nuovo nome sorge dalla folla, si è che nessuno arriva nemmeno ad essere la larva di uno scrittore; e quando non si tocca la vita è più spregevole che pietoso il lagnarsi della immortalità. Muoia domani il Carducci, e dovremo per decoro di patria augurarci che le Alpi, le quali non poterono mai trattenere gl'invasori, trattengano la nostra letteratura dal commercio europeo. Che avrebbero dunque esclamato questi pigmei, i quali implorano istantemente il pubblico di farli grandi, poichè la natura non volle, se invece di capitare oggi, che il minimo della statura nella leva è diventato il massimo della statura nell'arte, fossero nati ottanta anni or sono fra i colossi, che hanno fatto l'Italia, ed ella avesse detto loro, come disse a Rossini, a Leopardi, a Manzoni: siate la mia gloria in Europa, poichè io debbo con questa ricomprarmi la libertà; mentre la Francia aveva Balzac e Hugo, la Germania Gian Paolo Richter ed Heine, l'Inghilterra Dikens e Thakeray, la Polonia Mickiewitz, la Russia Gogol e Puskin, l'America Pöe e Longfellow?
Se domani avremo una guerra, Cavallotti potrà essere il Petöfi, come lo è stato il Berchet? Non sanno dunque costoro, che dopo la Grecia l'Italia è artisticamente la più grande nazione, che l'Europa è il continente più piccolo per la geografia, ma il più grande per la storia, che l'America passa già dall'industria all'arte attraverso la scienza, e che per rappresentare il pensiero di un popolo anche in un solo e nel più piccolo dei momenti, bisogna essere ben grande, e quando non si ha questo onore doloroso non bisogna commettere la sciocchezza di augurarselo, o peggio la viltà di mentirlo? Quando Castelar combattendo la elezione di Amedeo di Savoia a re di Spagna opponeva la storia spagnuola alla nostra, conchiudendo ad ogni periodo del discorso col pesante ritornello: siete piccoli! aveva torto; ma noi eredi di una rivoluzione, che non avremmo mai saputo compiere, possiamo e dobbiamo ripetercelo amaramente sul volto, perchè la prima speranza di un risorgimento sta nella coscienza della propria prostrazione.
E ora che la natura ti ha ripreso dalla società, e il vento della steppa t'invola ad uno ad uno i ricordi d'Italia, t'immagini tu come sia la nostra coscienza nazionale? Mentre Garibaldi è ancor vivo crederai che in noi sia spento il senso epico della nostra rivoluzione? Nullameno, sventura od infamia, è vero. Quando Vittorio Emanuele morì all'improvviso, parve che il cuore della nazione desse un balzo, e da tutte le labbra rompesse un tremendo singulto: egli era l'Agamennone della nostra Iliade, il simbolo più sintetico della nostra idea. L'individuo non montava, e fosse stato pur pazzo, nullo come suo nonno, o inferiore come suo padre, poichè con lui si era trionfato e in lui s'incontravano la tradizione romana e l'italiana, il concetto dei pensatori e la visione dei poeti: poichè aveva riassunto tutte le forze, quella di Garibaldi e di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo: poichè aveva fuso il regno di Piemonte con quello di Napoli, la repubblica di Genova con quella di Venezia, il ducato di Milano con quello di Firenze; poichè aveva riaperto Roma, chiusa dai papi al mondo civile; poichè infine tutto quello che si era voluto, e che si era fatto, aveva dovuto passare attraverso lui, come per un perno, che intrecciando i fili, torce la corda; tutti coloro, che la miseria di partito non abbassava sotto il livello del cittadino, dovevano convenire in questo simbolo, che uscendo dalla vita per entrare nella storia, prendeva la consacrazione della irrevocabilità. Cattolici e repubblicani, conservatori e socialisti, l'unità italiana doveva imporsi a tutti ed essere accettata da tutti come un campo, dal quale si erano scacciati i barbari e che restava libero ed aperto ad ogni coltura. E parve che fosse così. Quindi una voce, alla quale tutti risposero, invocò un monumento, che fosse testimone eterno di un'ora già passata, ma che resterà una stazione nel viaggio della civiltà. Si apersero sottoscrizioni, e tutti sottoscrissero, poveri e ricchi, vecchi e fanciulli. La mente raggiava, il cuore batteva. Ma quando il monumento dovè uscire dal sentimento per concretarsi nell'idea e tradursi nella forma, nessuno più si comprese. Le opinioni irruppero, i disegni fioccarono, le commissioni moltiplicarono i pareri e i dissensi. Nullameno vi era una idea vecchia di migliaia di anni, destinata a viverne altre migliaia, che era tutto il nostro passato, in nome della quale eravamo risorti, perchè con essa eravamo vissuti, perchè per essa il mondo aveva vissuto con noi. E questa idea era il Campidoglio. Come ora fosse sconciato non caleva; il Campidoglio era pur sempre il Campidoglio, il vertice più alto della civiltà antica, il primo centro della unità mondiale, che l'idea cristiana non osò occupare, e fece bene, poichè essa era un'idea religiosa, e il Campidoglio è un'idea civile. Roma era stata saccheggiata molte volte, distrutto il suo impero, ma nessuno di quei barbari trionfatori aveva osato fermarsi sul Campidoglio e diventarvi una statua. Se Giulio Cesare, al quale l'Italia deve ancora un monumento, che le consacrerebbe il primato fra le nazioni, l'avesse occupato, nessuno avrebbe potuto porsi al suo fianco: ma l'imperatore Marco Aurelio vi è appena una decorazione, incomparabile artisticamente, e senza storico valore. Perchè dunque tutti non hanno gridato: in Campidoglio, in Campidoglio!? Perchè quest'idea non venne ancora in mente ad alcuno? Perchè non si è sentita la necessità di riannodare la nostra storia all'antica, mantenendo la grande tradizione romana, che pure è la sorgente di tutta la vita moderna? Perchè rompere la serie dei periodi nella eterna idea dello stato, abbandonando il Campidoglio, che la repubblica di America ha dovuto copiare per ingrandire con questo simbolo il proprio fatto? Perchè lo stato moderno non risale il Campidoglio per provare alla chiesa la propria indipendenza, e al mondo la eternità del loro dualismo parallelo e fatale? Rienzi, che sognò forse primo la nuova Italia, morì sui gradi della scalea capitolina; perchè Vittorio Emanuele, che ha riparato la sconfitta di quel vinto sublime, non la monta, e mettendosi sul piedestallo di Marco Aurelio, calmo altrettanto, non mostra al mondo che tutte le epoche storiche si verificano solamente in Campidoglio, e che la libertà moderna per essere immortale deve prendere il posto dell'antica?
Forse metteranno Vittorio Emanuele in una piazza recente di Roma; così il rappresentante di tutta la nostra epopea sarà trattato come i rappresentanti delle sue fasi, poichè Cavour, Mazzini e Garibaldi dovranno egualmente occupare una piazza romana, ed allora col sentimento epico della rivoluzione avremo perduto la coscienza della nostra storia. E poichè ad ogni errore di testa, ne segue fatalmente un altro di cuore, e quando la testa si annebbia, il cuore marcisce, si sono invitati perfino gli stranieri al concorso per questo monumento, che costerà nove milioni, come se si trattasse di una grand'opera decorativa e non di un simbolo, che l'unità monarchica del fatto costringe nell'unità individuale del re; mentre avvenuto colla unità repubblicana, il simbolo avrebbe avuto una unità allegorica; come se a questo monumento, che noi facciamo a noi stessi, perfino i manovali e la sabbia non dovessero essere italiani.
Ed ecco, mio nobile esule, come la letteratura è prostrata in Italia, perchè, figli di ribelli conquistatori, noi abbiamo questa ciera da domestici, accattiamo originali da copiare nei libri e nelle leggi, e antesignani nelle scienze e nella filosofia, nell'arte e nell'industria, anche quando eravamo servi dello straniero, oggi liberi ed italiani non abbiamo nè l'orgoglio del passato, nè la dignità del presente. Forse non si è osservato abbastanza come i figli dei grandi uomini siano quasi sempre al disotto della media, in contraddizione con tutte le leggi biologiche: ma forse questo fenomeno, che dipende dall'enorme consumo di forze, onde si distinguono le grandi vite, si verifica egualmente nei popoli. Dopo la rivoluzione dell'ottantanove e l'impero napoleonico, due immense combustioni di pensiero, la Francia fu esausta e cadde sotto la restaurazione, un governo anche più piccolo nelle idee, che nei fatti; ma la decadenza fu effimera, e i bambini nati a quell'epoca, composero quella splendida fioritura d'ingegni, che va oggi morendo. La vita è immortale, e le giornate del tempo sono senza numero: però ogni giornata è chiusa fra due crepuscoli, e il nostro meriggio durò dal quarantotto al cinquantanove. Forse i grandi scrittori, che dovranno mantenere la nostra gloriosa tradizione sono già nati e tempestano nelle scuole elementari: fors'anche qualcuno dell'avanguardia a quest'ora si dibatte nei primi dolori del genio e dubita di se stesso, come tutti i forti. Coraggio, incognito infelice! Al pari di te noi tutti provammo le angoscie del dubbio e le ebbrezze della fede, delirammo di orgoglio e di umiltà, nel nostro secreto ci credemmo gli ultimi ed i primi. Come tu fra poco, avventammo il nostro libro primo nato, quasi uno squillo di fanfara in un mattino di battaglia; ma noi ci battevamo sotto l'eccelso monumento eretto dai nostri padri e la sua ombra agghiacciò il nostro entusiasmo. Ci sentimmo piccoli e deboli. Come gli egiziani moderni, che guardando le piramidi millenarie non hanno più nemmeno il coraggio di alzare una casipola, e spiegano lungo le vie le stuoie per dormirvi, noi scrivemmo articoli e bozzetti, romanze e canzoni, radunammo parecchi materiali e finimmo per servirci sopra. Invano gli stranieri ci derisero, invano i superstiti di quell'epoca gloriosa ci incuorarono: colle forze ci venne meno la fede, ed allora ridemmo, perchè il sorriso della incredulità cela spesso il sogghigno della impotenza. Chiunque tu sia, che applaudiranno domani, tu sarai fatale a noi tutti, giacchè i nostri abbozzi spariranno nelle tue opere, e i nostri nomi si perderanno dentro il fracasso del tuo. Larve del diluculo noi spariremo all'alba; manovali innominati, che ammassammo la sabbia ed i mattoni, moriremo appena arrivi l'architetto del nuovo monumento. Questo è il destino di tutti i deboli, che la natura dispone a gradini nella sua scalea, sulla cima della quale non arrivano che i forti; embrioni compassionevoli, noi vivremo nella vita del genio, che realizzerà la nostra forma, come tutti i malati e gli incompleti vivono della vita che i robusti fanno alla umanità.
Non ridere, incognito superbo, del nostro sogno, che tu dovrai attuare; il nostro dolore è comico, il tuo sarà tragico, ma pur sempre dolore.
Allorchè un contadino montato sopra uno dei tuoi puledri russi, che qui vincono tutte le nostre corse, ti recherà dalla città più vicina questo mio nuovo libro, parmi d'intendere fin d'ora il tuo malinconico ed amichevole: ancora! e ancora un errore, giacchè non è nemmeno un vero quartetto! Ma non ti dolga troppo dei tuoi saggi consigli, poichè l'effetto oramai ne è maturo. Entrato, tu sai perchè, in questa guerra letteraria, promisi sempre a me stesso di non morirvi: concepii un disegno, e lo attuai. Vinto ad ogni battaglia ed insultato come tutti i vinti, non scesi mai, nè scenderò alla scempiaggine della replica, alla bassezza del lamento: i vinti hanno torto. Altri sarà più fortunato, perchè più forte: pochi più sinceri ed intrepidi. Poichè ogni pompa dell'arte mi era contesa per la miseria dell'ingegno, ebbi l'orgoglio della nudità del mio pensiero; dissi tutto, forse dissi male, però dissi. Nella società due sole persone possono essere senza riguardi, il lazzarone ed il principe, ed essendo liberi, sono forse i meno sfortunati: lazzarone del pensiero, io volli essere pari al principe nella libertà, e se le mie parole dovevano andare perdute, non compresi perchè avessero ad essere menzognere.
Questo libro è il principio della fine.
Domani comincerò il Sì, e sarà l'ultimo della serie concepita dieci anni fa. Tu ne conosci le idee, e ne indovini meco la sorte. Sarà la suprema battaglia perduta, dopo la quale, anche essendo buon patriota, mi sarà permessa la ritirata; la coscrizione non dura adesso che tre anni, io ne avrò passati dieci sotto le armi. Un proverbio dice che una bella ragazza non può dare più di quello che abbia, e gli scrittori buoni o cattivi non sono in migliori condizioni; laonde raggiungerò forse la tua vita di coltivatore, lasciando ad altri lo sfracellarsi inutilmente il cranio contro le porte bronzee della gloria, o l'aprirle validamente coll'appoggiarvi solo un dito.
I deboli tentando la prova sono eroici, ostinandovisi diventano ridicoli. Forse, anzi senza forse, la prova è già fallita, ma la costanza non è composta altrimenti della caparbietà, e non è facile nè a chi le ha, nè a chi le giudica, il distinguerle nettamente.
A rivederci dunque.
Quando il tuo cavallo russo ti sprofonderà galoppando dentro la steppa, e il tuo occhio si riposerà nell'infinito della pianura, e il verde della terra e l'azzurro del cielo si fonderanno in una sola sensazione entro il tuo cuore, in una sola idea entro il tuo cervello, ricordati, se puoi, l'amico lontano, del quale la fantasia prediletta è sempre stata di partire dal mondo sopra un cavallo nero, stellato sulla fronte. È una fantasia senza significato, ma che mi appare sempre al pensiero, nella stanchezza di una meditazione, o nella noia di una distrazione. Mi sembra di vedermi innanzi il cavallo sellato, e di avere agli occhi il deserto. Il cavallo è alto e leggiero, la criniera gli tocca i ginocchi, la coda gli batte i garretti: è senza testiera, la sella è piccola, il deserto è sconfinato. In sella adunque e al galoppo:
Allons, capitaine, appareillons pour l'infini
come urlava il marinaio di Baudelaire alla morte.
In sella ed al galoppo, ecco adesso la tua vita: a rivederci dunque, nobile esule, a rivederci forse nella steppa, nel silenzio della natura, nel deserto del mondo, nella solitudine dell'infinito.
Ottone di Banzole.
VIOLINO
Annottava.
Egli andò lentamente verso la scranna, sulla quale aveva posato il violino; lo prese, ne saggiò l'accordatura, ed avvicinandosi un altro passo alla finestra, senza rivolgere il capo, incominciò a suonare così:
Poichè siamo soli in questo gabinetto, mettetevi là, su quella poltrona, ed ascoltatemi. Fra poco sarà notte: adesso il cielo è opaco come un mare e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto su quest'ora del vespro, quando tutto sta per sparire, e nulla è ancora scomparso? Vi è mai sembrato di perdere in quest'ora la coscienza del mondo, e di sentirvici come un pellegrino, il quale cammina alla ventura, distratto dalla curiosità del viaggio, ma rattristato dal mistero del proprio pellegrinaggio? Guardatevi attorno. Tutto questo bel gabinetto, di cui ogni mobile è come un capitolo di romanzo o un canto di poema, nel quale avete accumulato tutti i comodi della vostra eleganza ed i capricci della vostra fantasia, non lo si vede quasi più; i colori della tappezzeria sono periti, le forme dei mobili si sono dileguate. I quadretti, che rivestivano addirittura le pareti, hanno perduto i personaggi delle loro scene, e le statuette di Sassonia se ne sono andate lasciando sulle scarabattole un mucchio biancastro di ghiaia. Un'ombra di sotterraneo è sorta a poco a poco dagli angoli, come dai canti più inesplorati del vostro cuore si sono forse sollevati dei ricordi, e ha occupato tutto l'ambiente: la grande specchiera si è spenta, l'orologio non batte più. Perchè non l'avete caricato, signora? È da un pezzo? A qual minuto della vostra vita si è arrestato? Ve lo ricordate nemmeno? È stato al minuto, che Mefistofele aveva promesso a Faust, e al quale Faust non credeva? e voi, signora, più fortunata di Faust, e più bella di Margherita, ci avete creduto? Quando il cuore, che è l'orologio della nostra vita, si ferma, perchè l'orologio del tempo seguiterebbe? Io non lo so se il tempo sia una forma vacua o una realtà, nella quale si muova la nostra vita; non so se, come fu detto anticamente, sia la misura del moto; ma se lo fosse, perchè non si arresterebbe, quando la nostra vita si arresta sul vertice di un minuto, dal quale abbraccia tutto il proprio paesaggio? Amore e ragione hanno di questi minuti, sui quali arriviamo qualche volta, e dai quali discendiamo come dalla cima di uno scoglio nell'oceano, mentre i mostri marini ci seguono colla gola spalancata e le rondini tessono sul nostro capo cogli ultimi raggi del sole il velo ondeggiante del loro volo. Cantare coll'usignolo o volare colla rondine, ecco un destino. Quando il sole è partito per un altro mondo e la luna galleggiando per il cielo, come un avanzo di naufragio sulle onde, dà una fisonomia di ammalato al paesaggio, allora l'usignolo canta invisibile nel fogliame. Egli è solo. Nel giorno tutti ciarlano e si muovono. Egli ha aspettato il silenzio di tutti per il proprio monologo, al quale non chiede e non spera risposte. Il suo canto vario ed inesauribile ha l'accento di tutte le passioni e l'eco di tutti gli accenti. Fra gli accordi più pigri di una fantasticheria, a volta a volta getta una invocazione così ardente ed acuta, che traversa il silenzio della notte, come in fondo all'orizzonte un lampo di calura solca la tenebra dell'infinito. Egli si ascolta e si risponde: può darsi che ami, ma siate sicura, non ama che l'amore. Non è vero che richiami la propria compagna e la inviti alle nozze notturne sotto i raggi della luna e le esalazioni dei fiori. La sua è una poesia più vasta e più alta, il suo canto un romancero, dove gl'inni svolazzano fra le elegie, e lo strambotto interrompe spesso la modulazione cadenzata di una saffica. Come un poeta seduto sulle macerie di una morta città egli canta nel silenzio e nel deserto: attinge in se stesso l'ispirazione, trova nel proprio cuore le ragioni di essere mesto od allegro, e mentre la vita gli passa innanzi coi suoi mille problemi e le sue mille contraddizioni, egli le coglie a volo, e le libera nuovamente in un trillo o in una corona. Solo come tutti i grandi spiriti, non gli basta la solitudine e cerca il secreto; si nasconde nell'albero più foglioso, nella macchia più bruna, canta tutta la notte, e all'alba, quando tutti si ridestano, cerca un fitto anche più cupo e si nasconde. L'arte è così. Che cosa farebbero nel mondo dei lavoratori la poesia e la musica? Avete mai osservata la luna a giorno alto? Invece di un astro pare un cencio, un avanzo di quegli aquiloni di carta, che i fanciulli lasciano di marzo salire nel cielo. Ma anche il giorno ha il suo poeta, piccolo e a bruno come tutti i poeti del nostro secolo. Perchè mai nel nostro secolo la poesia è così triste mentre la vita è così florida? Forse l'usignolo ha ragione, o signora; la poesia ha bisogno della notte, come la musica del silenzio. Guardate il poeta del giorno come sta in alto. Ve l'ho detto; è vestito a bruno e non canta; appena appena incontrandosi con qualcuno scambia un saluto sommesso, come gli avvisi dei barcaiuoli pei canali di Venezia. Ma invece di cantare vola sempre. Le sue ali sono come due remi, la sua coda come la barba di Mefistofele. Non scende a terra, perchè se vi scendesse, non potrebbe più alzarsene: ha le ali troppo lunghe. Vi sono molti, signora, che non possono stare per terra, vi cresca la polvere od il fango, e una volta precipitativi, debbono morirvi di fame guardando in alto. La rondine vola. Essa è libera; il falco non è abbastanza agile per raggiungerla, il cacciatore quasi sempre troppo superbo per tirarle contro. E la rondine vola dalla mattina alla sera, quando l'aria è ancora umida dalla rugiada della notte, quando bolle nel meriggio, quando ondula al vento del vespro: vola sempre, s'innalza a picco, si abbandona strisciando, si libra e volteggia, si arresta e si disserra, destreggia e precipita, si piega sopra un'ala come una gondola, sopra un fianco, parte per lungo viaggio e ritorna, leggiera ed instancabile, muta e bruna, a stormo e sempre sola. Ed è sempre allegra. Come l'usignolo è inesauribile nel canto, essa è infaticabile nel volo: l'usignolo canta perchè è il poeta della notte e del pensiero, essa vola perchè è il poeta del giorno e dell'azione. Solo il vespero è senza poeta. L'allodola, che trilla così lieta al mattino, si è già riparata nel nido, la cicala ha mandato il suo ultimo saluto al sole, e i grilli attendono forse le lucciole nascoste nel grano. È l'ora dell'agonia, sentite la campana che l'annuncia. La sua voce lenta e solenne si perde nell'ombra come la vita, ma i suoi rintocchi sono contati come gli ultimi minuti del morente. Fra poco cesserà, l'aria sarà più fosca, e i morenti saranno morti. Avete mai pensato che questa stessa campana annunzierà forse la nostra morte? Voi siete bella, siete bionda, siete fresca: i vostri occhi scintillano come un lago, il vostro cuore olezza come un giardino: non vi ricordate di quando eravate bambina, non vi rammentate più che un giorno non sarete più donna? Eppure, signora, non vi è meriggio senza ombra, per quanto intenso ed abbagliante: sul mare si disegna l'ombra delle navi che viaggiano; sul deserto si stampa l'ombra degli uccelli che migrano. Ma voi siete troppo felice nella vostra bellezza, e la felicità è gemella dell'obblio. Quanti uomini di quelli, che passandovi innanzi, si sono inginocchiati ai vostri piedi come ad una immagine miracolosa, vi ricordate, signora? Molti forse vi hanno amato, e coloro, che parlavano meno, vi amavano di più. Viandanti stracchi o scoraggiati si accompagnarono con voi per qualche miglia; non so se tutti erano belli, ma tutti avrebbero voluto esserlo per accompagnarvi sempre. La loro anima era forse carica di speranze morte, il loro cuore un nido di desiderii neonati: viaggiatori giovani o vecchi, col raggio dell'alba o coll'ombra del vespero sulla fronte, guardavano verso di voi come al sole, che è la guida di tutti i pellegrini, l'astro di tutti i viventi, il focolare di tutti gli assiderati. Lungo la via senza meta e che bisogna pure percorrere, il solo piacere è di fermarsi sopra una pietra miliare all'ombra di un albero e barattare con un compagno i discorsi lenti e malinconici del viaggio. Poi si prosegue per la strada polverosa, nella quale il vento cancella le orme, e i passeggeri non cessano mai. Dove vada tutta questa gente, nessuno lo sa, ma tutti fanno la medesima strada per cadere ad un'ora misteriosa in uno dei suoi fossi, e restarvi. Forse molti di coloro, che vi offersero il braccio, vi sono già caduti, e voi non ricordate nemmeno il loro nome: molti proseguiranno in gruppo per dimenticare nel chiasso di una conversazione la faticosa necessità del cammino, o avranno a braccio un'altra donna e le ripeteranno le stesse parole, che vi dissero un giorno. Il vento della sera si è alzato e susurra fra gli alberi del giardino. Sentite come i grilli canticchiano e i gelsomini odorano. Il gelsomino è il fiore della notte; nel giorno o è chiuso o avvizzito, o morto o non nato: aspetta l'ombra per schiudersi, il fresco per olezzare. Allora tutti i suoi bottoni sbocciano e come l'usignolo apre il concerto dei propri odori. Gl'insetti randagi del giorno dormono nell'erba, gli uomini sono ricoverati nelle case. È per la delicatezza del suo odore, o per la singolarità di non odorare se non la notte, che ne avete fatto il vostro fiore prediletto?
Certo la donna non è mai più bella che nella notte, perchè l'amore cerca le tenebre ed il riposo, l'olezzo e la voluttà. Una volta ho veduto un gelsomino sul vostro tavolo da notte e non me lo sono più dimenticato. Una folla di rapporti fantastici fra il suo colore ed il vostro, fra il vostro alito ed il suo, mi occupò istantaneamente lo spirito; poi vi chinaste a respirare il suo profumo, e mi parve che gli diceste qualche cosa. Era una confidenza? Non lo so, e nullameno la compresi. Il linguaggio non ha centomila espressioni, delle quali la migliore non è certo la parola? Tutto non parla nel mondo? L'universo non è come un discorso, nel quale ogni individuo rappresenta una sillaba? La solidarietà misteriosa, che unisce tutti i viventi, non lega forse le loro voci, e non sarebbe strano, che mentre tutti si scaldano al medesimo sole e respirano la medesima aria, non parlassero un medesimo linguaggio, e non componessero un coro? Se invece di restare in questo gabinetto discendessimo in giardino, come voi udite senza avvertirla la voce del grillo, egli udrebbe senza badarvi la mia, ascoltando la voce di qualche sua compagna. Fra la moltitudine degli effluvii e dei discorsi ciascuno sceglie quello che gli si indirizza, e vi risponde; ma la sinfonia, che risulterà inevitabilmente dall'accordo di tutte le voci e dalla innumerevole partitura di tutti gli strumenti noi non possiamo sentirla più del moscerino, che ronza, o del bue, che mugge. Se vi fosse una montagna, dalla cima della quale abbracciare tutto il paesaggio della terra ed intenderne il concerto infinito, v'inviterei meco a salirla, e fosse pure alta o scoscesa, vi terrei sempre per mano ripetendovi: salite! Quando l'aria diventasse troppo rada, per impedirvi di accorgervene, vi direi: guardate come la luce è pura! Se l'altezza vi desse le vertigini, vi mostrerei la cima, ripetendovi: salite! Se il freddo vi gelasse la fronte, allora forse, solamente allora oserei dirvi: non sentite, signora, come la mia mano brucia nella vostra! E saliremmo: l'aquila vi vedrebbe senza paura passare rasente il proprio nido, perchè voi, signora, avete la più dolce fisonomia di questo mondo: dalla vetta di un pinacolo il camoscio ci indicherebbe con un fischio il sentiero più sicuro e più breve; la rosa delle alpi, questo mistico fiore, che vive di neve e di sole, di bianco e di azzurro, tremerebbe di confusione vedendovi, perchè voi siete più bianca della sua neve, perchè i vostri occhi sono più azzurri del suo cielo, perchè i vostri capelli sono più biondi del suo sole. E saliremmo sempre: gli abeti bruni come la folla degli uomini ed egualmente clamorosi stormirebbero al basso; i ghiacciai arderebbero in alto con un incendio di colori e di scintille, di raggi e di baleni. Non vi pare che sarebbe una bella ascensione? Talora guadagnando un monte si guadagna un cuore. Invano la montagna sarebbe levigata come uno specchio o irta come una lima: le nostre mani avrebbero una presa più fina di quella di una mosca, e più forte di quella di un artiglio: io vi farei arco delle spalle e vi ripeterei sempre: avanti, excelsior! Se ci siamo alzati più in su dell'aquila, saliamo ancora, perchè i raggi della luna si posano dove non arrivano i piedi dell'aquila, e i raggi discendono invece di salire: il sole passa al disopra della luna, le stelle migrano al disopra del sole, il pensiero vola al disopra delle stelle, Dio sta al disopra del pensiero. Ormai tocchiamo la vetta; salite meco e fidatevi, perchè ho giurato di riaccompagnarvi nel mondo quale ne siete uscita, e la mia parola è sicura come voi siete bella.
Poi arrivati sulla vetta mi sederei ai vostri piedi e guardandovi negli occhi vi direi: eccoci giunti, o signora; chinate pure lo sguardo ed ascoltate la musica, che si innalza fino a noi coi vapori attratti dal sole. I vapori ricadranno in pioggia, ma la musica svanirà lentamente nel silenzio dell'azzurro. Benchè soli come Satana e Cristo, non temiate che vi tenti. Il mondo non parve bello al Nazareno, poichè il mondo non è bello se non da vicino come tutte le piccolezze: da questa cima i suoi imperi fanno appena una macchia di paesaggio e le sue più enormi città un mucchio di ghiaia. Siamo soli, signora, ma talmente in alto che non ci resta più che l'orgoglio dei nostri cuori, e la serenità dei nostri pensieri. Non vi sentite più grande così? Ma se credendo alla mia parola e accettando la mia mano acconsentiste a seguirmi su questa cima così perigliosa ed eterea: se almeno questa volta desideraste ciò che desiderai, voleste ciò che volli, faceste ciò che feci, qui nell'azzurro, che le nubi non hanno mai contaminato, dove l'aria non svia più i raggi del sole, e nessuno ci ascolta, perchè gli uomini sono troppo in basso e le stelle troppo in alto; questo secreto che porto da lunghi anni come una luce nella mente, come un tesoro nel cuore, come una catena alle mani, sul quale avete tante volte soffiato e non si è spento, nel quale cacciaste tante volte le dita gettandone all'aria le perle e non è scemato, sotto la quale i miei polsi hanno tante volte sanguinato strappando, e non l'hanno rotta... ve lo dirò, qui, solo, senza lagrime, senza parole, con uno strido acuto, supremo:
Ah!
Il cantino si è rotto, signora, ma un violino come una barca non si arresta per la rottura di una corda. Poichè siamo soli in questo gabinetto mettetevi là, su quella poltrona, ed ascoltatemi. Oramai è notte: il cielo è opaco come un mare e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto a questi due infiniti, che rinchiudono l'orizzonte creandolo? Eppure l'orizzonte è la cornice di ogni quadro. Nella indefinibile unità del suo colore trema una confusione di tinte indefinibili. Da lui il zaffiro ha preso il turchino, lo smeraldo il verde, l'ametista il violetto, il topazio il biondo, il rubino il lampo sanguigno, la perla il pallore, l'opale le iridi; voi, signora, lo splendore e la mobilità, la leggerezza e le nuvole. — Fatti un abito di taffetà, poichè la tua anima è cangievole come i suoi colori — disse una volta Shakespeare ad una donna, ed ella forse gli rispose con un sorriso più ricco di espressioni, che non di tinte il taffetà. Riso e sorriso, ecco la vita, signora. Se il sole fosse così bello, perchè gli uomini avrebbero inventato gli ombrelli, e Dio ne avrebbe loro suggerita l'idea colle nuvole? Se il cielo ci fosse destinato, perchè gli avrebbero negato l'aria, rendendolo sordo? Se il genio non fosse una colpa, perchè sarebbe costantemente infelice, e se l'amore non fosse una brutalità, come tutti gli animali vi si accorderebbero? La poesia è una noiosa menzogna, e la prova ne sta in questo, che le signore vi si annoiano. Invano si è voluto spiegarlo col paragone del flauto, il quale della musica, che gli fanno suonare, non sente se non la incomoda ripienezza del soffio, giacchè nella poesia dell'amore, chi dei due sia l'istrumento, se l'uomo o la donna, si debba ancora sapere. E poi gli strumenti non si giudicano sempre con facilità. L'asino non è mai passato per un eroe, e nullameno colla sua pelle si coprono i tamburi, e coi tamburi si indicono le battaglie. Le pecore, che belano così poco, benchè il belato sia uno dei linguaggi più facili, prestano le loro viscere ai violini, che se ne fanno le corde. E quando un grande suonatore vi suonerà un pezzo di Beethoven, o io stesso col singhiozzo nell'anima vi parlerò col mio violino per dirvi così tutto quello, che non oso; e voi forse cesserete per un istante di sorridere — le mie lagrime saranno forse sincere, ma i miei lamenti saranno di un altro povero morto: voi non potrete ancora comprendermi, ed io sarò un pazzo, perchè bisogna essere pazzo per sperare che una budella esprima ciò cui non basta una lingua, e una corda possa altrimenti giovare che ad impiccarsi. Se i Romani avessero conosciuto il violino, forse vi avrebbero fatto le corde con budella di schiava; e chissà se non fossero stati migliori dei nostri, e la storia dell'arte non vantasse uno Stradivarius di più. Come le lettere avevano gli schiavi per i dizionari, la musica avrebbe avuto gli schiavi per gl'istrumenti; la scienza, compiacente come sempre a tutte la tirannie, avrebbe forse trovato nelle fanciulle circasse la fibra migliore per i cantini; e voi, signora, ascoltandoli avreste sorriso come adesso col vostro bel sorriso di corallo, perchè il corallo è colore di sangue. Riso e sorriso, ecco la vita. Il sole fa sorridere le labbra delle nuvole, che avventano la folgore, come le goccie di rugiada, che incoronano le rose: le stelle sorridono di tutti i miopi, che le puntano coi telescopii, e ridono di tutti i ciechi, che piangono non vedendole: i vecchi sorridono dei giovani, che hanno la saggezza di essere folli, e i giovani ridono dei vecchi, che hanno la follia di essere saggi: il credente sorride dell'ateo, che ha la sventura di essere solo in questo mondo, e l'ateo ride del credente, che avrà la disgrazia di essere male accompagnato nell'altro. Riso e sorriso, che mostrano sempre i denti, perchè dopo il bacio vi è quasi sempre il morso. E voi, signora, preferite mordere o baciare? Forse l'uno e l'altro, forse baciare quando vi mordono, e mordere quando vi baciano, per contraddire sempre, perchè la contraddizione è il primo sintomo della forza e il primo beneficio della libertà. Se così non fosse, perchè i piccoli negherebbero sempre i grandi, e le donne avrebbero sempre ingannato gli uomini? Poichè la contraddizione è l'essenza della vita individuale, l'amore, che la perpetua, è costretta a servirsi egualmente del bacio e del morso. Solo negli animali morde il maschio, e negli uomini la femmina: variante misteriosa, che indica forse negli uni il pudore di quella, e negli altri la debolezza di questo. E poichè la debolezza conduce spesso alla tirannia, gli uomini dopo i ginecei inventarono gli harem, come dopo il vino i liquori; invenzione sciagurata, che toglieva la conquista all'amore, ed impediva il bacio per evitare il morso. L'amore ha d'uopo di libertà, come la luce di ombra per produrre il colore; giacchè non è vero che l'ombra sia nemica della luce, come afferma Mefistofele, e dovesse appiattarsi nella profondità dei corpi, quando raggiò la rivale. Non è vero che quando il sole discende dal suo carro di gloria, per mescersi famigliarmente colle stelle, essa ricompaia e ricopra astiosamente l'universo; e non è vero che nel principio fossero le tenebre, e che alla fine saranno le tenebre. L'ombra invece è innamorata della luce e la segue dappertutto. Mentre i colori si posano ovunque scintillando, osservate come l'ombra si sdraia voluttuosamente sotto a tutti i corpi, e col proprio contrasto raddoppia la loro vivezza: quando il meriggio discende, l'ombra si allunga, sale per lo stelo dei fiori, per il tronco degli alberi con una leggerezza amorosa, e li avvolge nel proprio vapore; come voi, signora, avrete molte volte riposto negli astucci i brillanti, che ad un ballo vi avevano fatto prendere per una bella notte stellata. Non è vero che l'ombra detesti la luce, e la menzogna sia nemica della verità, giacchè non si bacerebbero così spesso sulla medesima bocca e con tanto trasporto. Avete mai veduto due gemelle vestite con altrettale eguaglianza? Se la verità è il sole della vita, la menzogna ne è l'ombra; e per la strada del pellegrinaggio, quando la fatica ci ha affranti e la polvere riarsi, l'ombra di un albero è pure la sola speranza ed il solo ristoro. Che sarebbe di noi tutti, se costretti alla verità, dovessimo sollevare sempre il velo sulla cuna delle nostre intenzioni, o alzare il coperchio sulla tomba dei nostri ricordi? Se io dovessi confessarvi tutte le ragioni, perchè m'incanto a guardarvi, e voi tutte le altre, perchè vi lasciate guardare? Poichè i costumi sono la gentilezza delle nazioni, i complimenti sono la bontà degli individui: ma, come il bello ideale nella pittura non è che la correzione del brutto nel vero, il buono ideale nella vita non ci viene che dall'oblio volontario del cattivo. Mentite dunque, signora, poichè la misura della bontà consiste nel bene che si prodiga, e la natura diede per noi alle donne la menzogna e la bellezza. Profondete gli sguardi ed i sorrisi, i giorni e le notti; gettate a piene mani speranze e soddisfazioni, ricordi ed oblii; sminuzzate l'amore per moltiplicare gli amanti; invece di essere un sole immobile nella vanità della propria mole, siate la cometa, che vaga per l'empireo, ed ha un saluto per tutte le stelle. Bella come la primavera, siate così piena di grida e di fiori, abbiate la foga dei suoi balli, dei suoi canti, la sua gioventù eterna, che dà poco e si contenta di meno, ma che colora e profuma, accorda e solleva, scorazza e non fugge. Poichè tutto è menzogna nella vita, mentite voi pure, signora; mentite come mentono il pianto del bambino, che finge di arrivare fra noi dal cielo degli angeli, e il pianto del moribondo, che è sicuro di ritornarvi: come la povertà, che ha il medesimo sole della ricchezza, la ricchezza, che ha le medesime malattie della povertà; la scienza, che non sa nulla come la religione; l'arte, che ha tutti i difetti della vita, la vita, che ha tutte le impotenze dell'arte. Mentite pure se tutto mente; la gioia, che esagera se stessa per affliggere l'invidia; il dolore, che si macera per desolare la pietà; la pietà, che offrendosi ad ognuno, non si dà mai per riserbarsi a tutti; l'imbecillità, che si arroga i diritti del genio; il genio, che nell'amarezza della propria vanità si dichiara imbecille. Bisogna pur mentire, signora, per essere amabili, e lasciarsi ingannare per essere felici. Che importa la fine? Vi è forse una fine? Riso e sorriso! ma sorridendo, aprite tanto le labbra, che vi si possa gettar dentro un bacio, e spalancando le braccia, badate di chiudere gli occhi come la carità, che è la prima di tutte le virtù. L'elemosina consola più il ricco che il povero, perchè quegli non dà che il superfluo, mentre questi non riceve nemmeno il necessario; la fede giova più all'incredulo che al credente, poichè il primo vede sempre il secondo nella pania delle sue stesse sciagure; la speranza frutta meglio a chi la dà che a chi la raccoglie, giacchè l'uno ne è il padrone e l'altro ne è il servo. Vedete bene, signora, che nella nostra divisione la giustizia ha dato a voi tutto, e a me solamente il resto, a voi un palchetto di prima fila, e a me un posto nell'orchestra. E quando voi apparivate e tutte vi guardavano, io ero laggiù talmente lontano, che nemmeno il vostro pensiero poteva raggiungermi. Allora non so cosa mi accadesse nell'anima, ma, come se una bufera mi si scatenasse nel cervello, mi sentivo dei lampi dentro gli occhi e dei sibili alle orecchie. Quindi riafferravo disperatamente il violino, e mentre tutta l'orchestra reboava, e la luce dei mille fanali sembrava incendiare le decorazioni della scena, solo, senza più vedere nè intendere ricominciavo delirando a suonare. Nella effimera onnipotenza di quell'impeto, mi pareva che il mio violino coprisse tutti gli altri, e le sue note mi turbinassero sulla testa come tante faville e sopra un vulcano. Ogni crina del mio arco aveva la potenza di una corda, ogni corda dell'istrumento la sensibilità di un viscere vivo. Io stesso vibravo per ogni fibra, ma innalzandomi al disopra di tutta l'orchestra, vedevo la vostra dolce figura salire sempre più in alto, come camminando la notte per un bosco si vede la luna scavalcare ad una ad una tutte le cime degli alberi. Poi la visione mi si cangiava: ero nella tenebra, un vento gelato mi soffiava sulla fronte, le corde mi si irrigidivano sotto le dita come le gomene di una nave. L'ultima raffica strappava la vela, l'ultima onda di canto sommergeva il ponte, l'ultima stella spariva dietro le nuvole, l'ultima speranza cadeva sul cassero come un gabbiano sbattuto dalla tempesta nella alberatura: l'ultimo atto era finito, e la gente se ne andava. Io solo era rimasto nell'orchestra, voi sola eravate seduta nel palchetto. La lumiera salendo squarciava il zodiaco dorato. Allora un'orribile tentazione di suonare, perchè vi voltaste, mi artigliava il cuore: senonchè le dita, raggrinzite convulsivamente sulla tastiera, non sapevano più scorrere; e voi mi rivolgevate indolentemente le spalle. Finalmente ero rimasto ultimo nel teatro, io, che era l'ultimo anche fuori. Essere solo non è forse essere l'ultimo, come essere primo non significa essere solo? E questa giustizia mi faceva ridere di un riso muto, di pazzo, che invece di muovere la bocca agita le mani, e brancola, stritola, coi polmoni gonfi, il cervello in fiamme, il cuore che gli urla, tutte le fibre tese, vibranti come tante corde, che si romperanno ad ogni scoppio, perchè anche le corde si schiantano:
Ah!
La seconda corda si è rotta, ma una suonata come una impiccagione non si sospende per la rottura di una corda. Poichè siamo soli in questo gabinetto, restate là, su quella poltrona, ed ascoltatemi. È notte. Il cielo si è fatto buio come un mare, e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto, voi, che sarete stata per tanti il loro più grande pericolo, ai pericoli del deserto e del mare, dei miraggi e delle sirene? Eppure nessun miraggio ha il fascino dei vostri occhi, e nessuna sirena la soavità della vostra voce. Quando tutti vi hanno detto che siete bella, lo avete saputo solamente allora, e quindi troppo tardi per ricordarvi dei primi, troppo tardi ancora per ringraziare gli ultimi? Perchè, se il genio si ignora spesso, la bellezza si conoscerebbe sempre! Volete che vi descriva col mio arco, come il pittore lo oserebbe col pennello? Non ho più che due corde, ma noi pure siamo in due, e se fallo, voi ne avrete sempre una per sferzarmi, io quell'altra per punirmi. Lasciatemi provare, e se vi conosco più della gloria, che non ho ancora raggiunto, non vi dispiaccia di ascoltarmi. I vostri capelli d'oro, biondi come l'oro della sua aureola, sono più lunghi del mantello incantato, sul quale essa vola sempre dinanzi agli avvenimenti. Quantunque neri più che l'ombra di un sepolcro, i vostri occhi risplendono come una fiamma; nessun fiore è più colorito del vostro sorriso, nessun frutto forse più sapido della vostra bocca. Leggiera come una rondine e forte come un falco, il vostro volo ha la grazia di uno scherzo e l'impeto di una minaccia; ma come l'orizzonte, del quale avete preso la leggerezza e le nuvole, siete inafferrabile e mutevole. I profumi vi attirano, i colori vi innamorano: vi ho veduto sulle vesti tutte le tinte dell'iride, vi ho odorato sulla testa tutte le fragranze della terra, dai sentori acuti del tropico agli olezzi morbidi delle serre, dalle essenze sapienti del lambicco agli olezzi morbidi del deserto. Ho veduto la vostra testa sorgere da un abito di raso bianco, coi capelli bagnati di stille, che erano perle, come una rosa delle alpi spunta sulla neve: vi ho veduta più pallida nel rosso che eccita i tori, più candida nel bruno che adombra la morte, più florida nel giallo che è il colore della ricchezza. Ho veduto il vostro collo rifulgere come quello di una colomba fra i bagliori dei brillanti, e sanguinare come per un colpo di ghigliottina fra le gocce dei coralli. Talora i vostri abiti avevano la fluidezza di un velo, tal'altra i panneggiamenti duri del marmo; il velluto vi cadeva attorno colla pesantezza di un cortinaggio; la seta vi rideva addosso con una gaiezza scoppiettante ad ogni più piccolo moto: i merletti vi gettavano un'ombra diafana, come i loro ricami, sul seno e sui polsi. Quando camminavate, tutta la vostra persona si animava; i vestiti le si drappeggiavano sopra con un discernimento da artista; seduta, avevate delle pose da regina e da tigre, da statua e da sogno. Il vostro piede piccolo, ma fatto per calpestare tutto ciò che gli altri ammirano, le pellicce e i mosaici, i fiori e gli affetti, si posava dovunque egualmente imperioso; la vostra mano, sempre molle e profumata, esprimeva il torpore terribile di un agguato, come la stanchezza soave di una carezza: facevate dei dialoghi, che parevano soliloqui: avevate dei silenzi, che somigliavano ai dialoghi, distrazioni che occupavano tutti, attenzioni che distraevano ognuno. Ricordo per gli uni e speranza per gli altri, lodata in pubblico e calunniata in secreto, amata colla veemenza del corpo che esige e coll'impeto dell'anima che invoca; secreto che tenta, contraddizione che punge, mistero che arrovella, eravate allora, come adesso, una eccezione senza regola; una signora bianca e bionda, nobile e fine, delicata ed infrangibile, che essendo forse cattiva piaceva a tutti, o essendo forse buona non soddisfaceva ad alcuno. Le onde della ammirazione rompendosi incessantemente ai vostri piedi, non arrivavano mai ad appannarvi la fronte colle proprie spume; l'alcione, che annunzia con profetica pietà la tempesta, a farvela rivolgere verso i nuovi pericoli. Quando la bufera di una dichiarazione vi soffiava sul volto, colla stessa furia del vento lacerando una vela, i vostri capelli si alzavano appena colla leggerezza di una nebbia dorata dal sole, e gli ignari credevano che fosse l'alito del vostro ventaglio. Se la notte aggiungeva la poesia delle proprie tenebre a quella della tempesta, e i naufraghi guardavano verso di voi coll'ultimo raggio della speranza, nell'ultima luce del pensiero, il vostro occhio diventava immobile come una stella, e gli ingenui credevano che foste distratta. E all'alba, quando tutti questi naufraghi della notte, che avrebbero dovuto galleggiare cadaveri sulle onde, se ne andavano tranquillamente nelle lancie, salutandovi da lungi sul ponte, un sorriso bianco come un lampo vi passava sulle labbra. La festa era finita, amiche e innamorati dileguavano, e voi ritornavate sola nel vostro appartamento. Simile agli esuli del genio chiusi nel loro pensiero, voi passate per la società, velata nella vostra bellezza, lasciandovi dietro una traccia di profumi e di desiderii. Tutto vi appartiene. Come per gli idoli dei santuari più celebri, gli omaggi e i tributi si ammassano sul vostro altare; i fiori della primavera e i frutti dell'autunno, le primizie del cuore ed i capolavori dell'ingegno. Ma forse nella vostra alterigia vi pare soverchia compiacenza lo scegliere, ed accogliete collo stesso disprezzo l'offerta del povero e del ricco, dell'inetto e del grande. Inettitudine e grandezza d'altronde sono spesso sinonimi. Solo la bellezza sempre sentita è sempre ben giudicata. Nell'immenso lavorio del mondo essa è lo scopo unanime, la speranza di tutti, il premio di pochi. Per voi, signora, l'uomo, questo lavoratore immortale, che soccombe sempre e non smette mai, allunga i giorni e si accorcia all'opera la vita: per voi ha traversato i deserti, o ha tolto i diamanti alle sabbie, le penne allo struzzo; o è salito fino al polo e ha raggiunto una volpe turchina per farvene un manicotto. Per voi nelle fabbriche si storpiano i fanciulli e si estenuano gli adulti: per voi si tesse il vetro e si solidifica la canepa, si domano i cavalli e il vapore, si inventano le navi e i palloni, si forbiscono le parole e le spade, si cesellano le coppe e i pensieri, si verniciano le carrozze e i sentimenti, si ricamano i metalli e le liriche. Per voi l'oro diventa un talismano e le gemme tante goccie di vischio; le nuvole si cambiano in un tulle, i fiori scompaiono nelle essenze e ricompaiono nella cera; per voi si tempra l'acciaio e si stemprano i caratteri, l'elefante si lascia sdentare perchè il suo avorio intarsi l'ebano del vostro letto, le immagini schizzano dai marmi e si colorano sulle tele, le visioni passano nei poemi e parlano nelle musiche, la scienza numera, l'arte inventa, l'industria uccide, la pace snerva, la guerra diserta. Per voi la storia è una serie di drammi, dove si mutano le parole e durano le scene, si alternano le decorazioni e si ripetono le catastrofi; per voi i desiderii piangono come i ricordi, e le loro lagrime grandi come gli occhi sono più amare di un veleno; per voi le speranze sono azzurre come il cielo ed agitate come il mare; per voi le gioie sono più vaste di un desiderio e più labili di una rimembranza, iridate come una lagrima, pronte come un veleno, piene di canti come il cielo e di naufragi come il mare. Nella tenda del deserto e nella casetta di ghiaccio, nel wighwam del selvaggio e nel palazzo dell'incivilito, nelle foreste dove l'uomo è ancora un animale, e nelle città dove non è più che una cifra; nella piroga del cannibale e sul vascello dello scienziato; sulle vette dell'Imalaya, dove non pascolano che i vapori, e nei cimiteri della storia, dove non vegliano che le rovine; sotto le fronti contuse dal diadema, circoncise dalle cesoie, scalpate dal coltello; dentro i cuori che ignorano, i cuori che apprendono, i cuori che rammentano; sulle stuoie d'oriente e sui guanciali di occidente, dove l'uomo pensa e sente, crea e distrugge, voi siete la prima idea e il bisogno supremo, la voluttà nella vita e l'aspirazione oltre la tomba; perchè siete la bellezza, e la donna, che è la bellezza della bellezza, come Dio, è il pensiero del pensiero. E voi siete dappertutto, vi troviamo dovunque: chine sulla nostra culla o sul nostro feretro per gettarvi un sorriso; sul nostro cuore ad origliare, sul nostro pensiero ad aizzarlo; eravate dietro a noi come una sorgente dietro a un ruscello, ci siete dintorno come la luce, dinanzi come un mare. Se vi scacciamo per un momento dal cervello, vi troviamo subito nel cuore; se vi esiliamo dal futuro, vi incontriamo nel passato; se ci cadete dai sensi come un peso troppo greve, ci salite nella mente colla leggerezza di un sogno. Il nomade del deserto scorge i vostri occhi nel miraggio delle sabbie, il marinaio travede la vostra figura nella bruma dell'oceano, il modesto vi cerca nella quiete del proprio riposo, l'ambizioso nell'orgia dei propri trionfi; siete sopra tutti i golgota, a piedi di tutte le croci, per ricevere il saluto estremo dei santi; in tutti i circhi ad insultare dai gradini le ultime convulsioni dei martiri. Voi riempite le Tebaidi di anacoreti e le biblioteche di libri, la notte di ombre, e i giorni di sogni; vi sdraiate su tutti i troni e per tutti i fanghi, coprite egualmente di baci tutte le mani ruvide che eseguiscono e le delicate che ordinano, le forti che abbattono e le più forti che elevano; abbandonate egualmente coloro che partono e coloro che restano; generose e crudeli pei vincitori e pei vinti; lievi come il nevischio e gravi come la valanga, farfalle nell'aria, lombrichi sulla terra, istinto nel sangue, amore nel cuore, ideale nella mente. La vostra parvenza azzurreggia nelle fiamme sulla fucina del fabbro e sul fornello dell'alchimista; passa come una larva sulla carta, dove il geografo ritrae i lineamenti del mondo, e dove il generale segna le tappe delle sue vittorie: per quanto il poeta s'innalzi nel proprio volo oltre i calcoli sublimi dell'astronomo, è sicuro di rinvenirvi ritta sull'orlo di una stella coricata indolentemente sullo strascico di una cometa. Perfino il filosofo, che oltrepassa il poeta di più ancora che non egli lo scienziato; quest'incompreso che sta nell'incomprensibile, ed è un'idea che vive nell'idea; che di lassù vede gli avvenimenti della nostra storia, come di quaggiù l'astronomo vede le stelle; quest'uomo, che ha obliato tutto il mondo per impararne le leggi, e non ha voluto sentir nulla per poter pensar tutto, egli pure vi trova lassù nel sesso di una parola, nella desinenza di un nome, e riprecipita sulla terra per prosternare ai vostri piedi, che lasciano l'orma sulla polvere, una fronte, sulla quale le stelle sarebbero superbe dì comporsi in corona. Voi conoscete il vecchio emblema del drago che uccide il leone, dell'astuzia che vince la forza, poichè ve l'ho veduto spesso al dito sopra un anello: e voi avete sempre vinto, poco importa se la vostra vittoria di donna fu nell'impedire ad un uomo una nuova conquista del pensiero. Gli imperi ideali non crollano come gli imperi storici? La tirannide di una teorica dura forse più che quella di una dinastia, i sistemi della filosofia più che i trattati della politica, i monumenti della poesia più che i templi della religione? Se ogni popolo ha il proprio dio, quante divinità mancano allora nel pantheon delle mitologie? Se ogni generazione ha un grande poeta, quanti poeti mancano nella storia della letteratura? Tutto passa, anche il passato, tutto muore anche i cadaveri: il tempo spiana le ruine, il vento dissipa la polvere dei sepolcri meglio chiusi, e non resta che il presente, questo minuto, che cade incessantemente dall'orologio della eternità, e si colora cadendo come una bolla di sapone nel sole. Invano chini sull'orlo del mondo tentiamo talora di sorprendere il suo tuffo nell'oceano delle età, o rientrando precipitosamente in noi stessi cerchiamo la sua traccia nella nostra vita; giacchè le ombre non lasciano vestigia, ma l'ombra continua imputridisce e corrode. Ad ogni attimo, che ci scivola addosso, gli atomi della nostra esistenza si disgregano, e si separano come tanti pellegrini ad un crocicchio, alcuni portando seco, attraverso infinite migrazioni, una scintilla, colla quale comporranno nuove vite. Avete mai riflettuto come ci salgono nella mente le passioni, o come ci discendono nel cuore le memorie? Non so, ma parmi che le passioni sorgano in noi dagli abissi della animalità, mentre le idee ci colano nel sangue dagli abissi dello spirito. Il cielo non è un abisso come il mare? E talvolta mi sembrava che il dio misterioso della creazione mi avesse dalla eternità seppellito nel profondo della vostra anima, e che a certe ore mi levassi, e per un filo più sottile del più sottile fra tutti i fili cominciassi la più strana salita. Nell'ombra cieca di quelle latebre sentivo muoversi una infinità di ombre, fantasmi forse di vite passate, larve forse di vite future; ma sulla bocca del pozzo, più lungo che nella più profonda miniera, la vostra bella testa rutilava in un nimbo di luce. Salivo. Le mie mani stringevano con una energia inesprimibile quel filo, che non avrebbero nemmeno dovuto sentire; il respiro mi si faceva affannoso, gli occhi mi si dilatavano come quelli di un felino. Le ombre sfiorandomi come per guardare il fortunato, che montava alle regioni della vita, mi gettavano nell'anima un raccapriccio senza nome: la vostra luce attirava colla stessa forza del sole, che raggira i pianeti. Avete mai provato in fondo al cuore una ondulazione insensibile, un moto lento di spirale, che s'innalzava sempre colla continuità e colla leggerezza di un'ombra? Ero io. Alle volte giungevo talmente in alto, che le ombre mi restavano laggiù sotto i piedi, e passavo fra gli ospiti del vostro cuore. Erano molti, alcuni li ho poi riconosciuti nella vostra società. In cima la luce cresceva, e cresceva la bellezza del vostro viso; l'aria cominciava a discendere satura di profumi, trepida di suoni. Ma a quella luce la mia corda diventava bionda come un filo di sole: una volta, che salii fino quasi al cratere, la riconobbi per uno dei vostri capelli. Però senza che le forze mi mancassero, quando già ricevevo il bacio dell'aria sulla fronte, e sentivo gli ospiti del vostro cuore bisbigliare sotto di me come una platea di spettatori, e colla testa sotto alla vostra stavo per chiedervi in un altro bacio il battesimo della vita, improvvisamente il vostro capello si rompeva:
Ah!
La terza corda si è rotta, signora, ma il suicidio è ancora possibile quando ne resta una. È notte: il cielo è bruno come un mare e silenzioso come un deserto. Avete mai riflettuto che il silenzio è nero e l'ombra è silenziosa, e quando si riuniscono sul mondo fanno la notte, quando si congiungono sopra un uomo fanno la morte? Il vento della sera non soffia più, le stelle hanno naufragato nelle tenebre, le voci sono sprofondate nel silenzio. Poichè il mondo si è dileguato, e siamo soli in questo gabinetto, rimanete ancora per pochi istanti su quella poltrona, ed ascoltatemi. L'infinito e la eternità ci circondano; il primo è buio, la seconda immobile. La luce è un moto nella tenebra, il tempo un moto nella eternità; furono e quindi non saranno, l'infinito e l'eternità sono. Noi passiamo, voi proseguirete, io mi fermo. Ascoltatemi. Non ho più che una corda per esprimermi, ma non ho più che una parola da dire, l'estrema e l'unica, e quando l'avrò detta, il silenzio non sarà per questo più profondo, nè l'oscurità più fitta. Non è forse la sola consolazione per chi parte di non abbandonare alcuno, e per chi muore di non lasciare infelici? Se così non fosse, il mondo non sarebbe sempre un ululato di funerale, poichè la morte vi è incessante? Vedete bene che potete ascoltarmi, signora, se la vostra memoria non sarà nemmeno costretta alla gentile pietà dell'eco. Sono solo, la mia cuna fu deserta, come sarà dimenticato il mio sepolcro: non ho che il violino per parlare e il violino per vivere. Ignoro le sillabe, non so comporre una parola; le mie sillabe sono le note, le mie parole le battute; i miei periodi scritti in cifra, come tutti quelli che contengono un secreto, sono una varietà del linguaggio. L'aristocrazia non è una varietà in un popolo? Però di tutte le arti la mia è la più infelice, perchè la più mortale; e mentre di un terremoto restano almeno le ruine, non un'eco rimane di una grande suonata. Soli di tutti gli uomini, la nostra vita è un sopravvivere a noi stessi e alla nostra gloria, che muore posandoci sulla fronte una corona, della quale i fiori avvizziscono al contatto dei nostri capelli. Quindi nessun artista desta il nostro entusiasmo, e soccombe più disperatamente sotto la lapidazione dell'applauso. Io sono solo, non come voi, signora, che siete sola, perchè siete al disopra, ma perchè ho il nulla sulla testa e il vuoto sotto i piedi; perchè cammino e non proseguo, sono partito e non arrivo, creo e non formo. Il sole della mia vita illumina, ma non riscalda; l'orezzo dei miei meriggi è senza riposo, come l'ombra delle mie notti senza sonno. Fra coloro che possono, coloro che vogliono e coloro che sanno, io solo vorrei quello che non posso, e non so quello che voglio: quando desidero non mi è lecito sperare, quando spero non desidero più. Il mio passato non si dilegua, il mio futuro non giunge. Il sorriso scivola sulle mie labbra, come sulla superficie di un vetro; i dolori passano dentro il mio cuore invisibili, come i mostri nella profondità del mare. Le prime illusioni della giovinezza svanirono come i vapori iridati dell'alba, le ultime illusioni della mia virilità come le nuvole nella notte. Ma se nella serie drammatica l'egloga è il vagito, l'idillio il sorriso, la commedia il riso, la tragedia il rantolo; quattro forme che comprendono tutta la vita, come le quattro corde del mio violino esprimono tutta la musica: osservate come il vagito ed il rantolo, il cantino ed il basso, la corda dello strido e la corda del gemito siano gli estremi della gamma. L'egloga è il vagito che cerca, l'idillio il sorriso che trova, la commedia il riso che prende, la tragedia il rantolo che lascia. Nella commedia la coscienza si eleva sugli altri, e li ferisce: nella tragedia supera se stessa e si suicida. Così voi, signora, siete al disopra del mondo, e ne ridete; ma siete al disotto di voi stessa, e v'ignorate. Ah! non vi lusinghi l'altezza dello scoglio, e contentatevi della vostra magnifica terrazza piena di aranci e di magnolie. Sulla cima dell'Etna Empedocle è più alto di Aristofane sul palco del proprio teatro, ma per discenderne non gli resta più che gettarsi dentro al vulcano. E vi è una vetta ancora più alta dell'Etna, alla quale pochi potranno salire, e dalla quale nessuno può discendere. Di là si scorge la carovana della umanità passare per il panorama dell'infinito, come una carovana di camelli nel deserto, atteggiando una labile coreografia di fatti e di sogni. Quella è la cima del Nirvana, un monte di dolori più alto del Davalaghiri gettato sul Everest, del Chimborazo gettato sul Davalaghiri, sul quale la indifferenza sta eternamente. Un uomo solo vi è arrivato e si chiamava Bouddha; ma noi spiriamo tutti sui gioghi più bassi della tragedia, mentre egli ci guarda sublime di insensibilità dibatterci nelle spirali della vita, bambini col riso convulso di un solletico, uomini col riso straziante di una convulsione. Egli vede la rivolta di tutti e la rissa di ognuno contro il medesimo problema; la folla che stramazza nel piano, i pochi che rotolano dai dirupi, l'arte che soccombe di angoscia, la scienza che muore d'inanizione, la filosofia che s'inerpica e si arresta morente ad ogni minuto, la religione che precipita agonizzante di scheggia in scheggia: mira la rivelazione del nulla, suprema verità, nelle anime; quelle che si contraggono nello strazio, che si gelano nell'orrore, che si frantumano nella disperazione, che si dissolvono nella coscienza del dolore universale: guata la santa indignazione dei martiri e la collera virile degli eroi, l'avvilimento contenuto dei buoni e il motteggio funebre dei tristi, la desolazione incredula di quelli che pregano e lo spavento credulo di quelli che bestemmiano, quelli che uccidono e quelli che generano, quelli che nascono e quelli che muoiono; ma di lassù, dalla cima del Nirvana, nella indifferenza dell'infinito, dell'assoluto, della insensibilità. Discendiamo, signora, o se ci è fatalmente conteso, restiamo, voi sul carro di Tespi, io sul Caucaso di Eschilo: là almeno si ride, qua almeno si piange; ma più in alto, fra il Caucaso ed il Nirvana, vi è ancora meno aria che fra la luna ed il sole; un etere sottile, che impedisce la vita e non produce la morte. Poichè la nostra esistenza è una scala, alla quale rompiamo giornalmente i gradini, montandoli; e quindi la commedia non può più discendere fino all'idillio, nè l'idillio sino all'egloga: poichè non mi è dato invitarvi sulla mia tragica balza, lasciate almeno che vi miri laggiù in tutta la vostra bellezza di donna, e la vostra festività di commedia. Sgranate le perle del vostro riso, lanciate i trilli del vostro canto, vibrate i raggi dei vostri occhi; moltiplicate il numero delle vostre feste ed aumentatene la pompa; mettetevi la corona d'oro sulla testa e il manto di porpora sulle spalle; togliete all'alba i colori e al mare i riverberi, e fatevene una bellezza, la quale stordisca il desiderio e confuti il paragone, accechi la memoria ed aromatizzi il pensiero. Solo sul mio dirupo vi guarderò non visto e non cercato. Nel silenzio della notte, quando i venti dormivano negli antri e le stelle vegliavano nel cielo, le oceanidi venivano a frotte sotto lo scoglio, i capelli verdi fluenti sulle spalle bianche del candore della perla, ed offrivano a Prometeo il ristoro del loro compianto, la distrazione del loro chiacchierio. Ma nessuno degli spensierati, che solcano, cantando, il mare, ha mai diretto la prora verso il mio Acrocerauno. Da molti anni vi sono solo e ignorato, come le ceneri di Biorn lo scandinavo, il primo che scoperse l'America, e che i compagni seppellirono sopra un promontorio di Vinland. Egli il primo era partito per un nuovo mondo senza sapere quale si fosse l'antico, nè dove giungessero i suoi confini; la sua barca bruna come il mistero, che affrontava, aveva tre vele come sono tre le virtù: era leggiera come la poesia, e piccola come la fortuna di tutti coloro che inventano. Nessuno sapeva forse del viaggio, nessuno sospettava l'impresa: forse il capitano non volle nemmeno confessarla, e, issando la vela, credette di salpare per l'infinito. Ora egli dorme sulla cima di un promontorio sconosciuto, e l'amante del poeta scandinavo porta il nome di un mercante fiorentino. E che importa la gloria? Quando le brezze del mare porteranno su quella cima il fumo delle vaporiere e le canzoni dei naviganti, il vecchio marinaio non alzerà nemmeno la testa per rispondere con un sorriso: perchè egli sa da molti secoli che tutte le navi arrivano al medesimo porto, la morte, e che tutte le gioie di una traversata non valgono la quiete di un sepolcro. Rimanti dunque sul tuo scoglio, sublime marinaio! La tua conquista fu più vasta di quella di Cesare, e ben maggiore il tuo coraggio. Invano gli uragani, che ti strapparono la vela, volevano farti piegare la fronte; o i mostri, che addentavano meravigliati la carena della tua nave, tentavano rattenerla nel suo viaggio fatale. Ma quando la terra del mistero, lacerando i veli di un mattino, sfolgorò ai tuoi occhi di profeta, il tuo cuore, che aveva resistito a tutti i colpi della fortuna, fu percosso mortalmente, e, guardando la cima più alta di una scogliera, l'additasti ai tuoi compagni di eroismo: là. E là ignoto così alla patria, che avevi abbandonato, come all'altra che hai scoperto, senza poesia e senza storia, tu sei il più grande fra i grandi, se la grandezza di un imperatore si misura a quella del suo impero, e la statura di un cadavere a quella della sua fossa. Non hai tu l'America per regno, e l'America per sepolcro? Io non ho nulla, un violino ed una corda; la ricchezza di ogni impiccato, un legno ed un laccio. Il vento della notte si è quetato: sentite come il silenzio pesa nell'ombra, e come l'aria si è fatta densa. Avete mai pianto, signora? Avete mai fatto piangere? La ferita che sanguina e il dolore che lagrima, non essendo mortali, sono quasi sempre curati; ma la scienza non ha rimedi per le ferite incruente, nè la pietà consolazioni per i dolori muti. Non vi sono ospedali per i malati dell'anima, non vi sono ricoveri per gli invalidi del pensiero. Voi siete bella e ricca, nobile e giovane. Nata nell'accampamento dei conquistatori, sotto una tenda di seta, siete sempre passata per il mondo nei carri della vittoria. Le livree dei vostri servitori sono più splendide del mio abito di rapsodo; i cavalli della vostra calesse avrebbero potuto servire per la biga di Cesare. Quando, sola o a braccio di qualche principe, vi chinate a cogliere un fiore del vostro giardino, non avete mai pensato che centomila povere donne errano pei campi cercando un filo di gramigna, o frugano coll'unghia la terra per scovarvi una patata. Buona come tutti quelli, che ignorano, siete naturalmente insensibile come tutti quelli, che non hanno sofferto. Il vostro appartamento è ammobigliato come la più doviziosa fantasia di poeta: il vostro cuore è gremito di una folla sfarzosa come un teatro. Qualche volta vi sono entrato, ma come uno straniero, al quale la volgarità dell'abito non attirava nemmeno l'attenzione; e ne sono uscito poco dopo come uno straniero che non aveva amici fra quella folla. Sempre che v'incontro, mi pare che voi passeggiate per il mondo, ed io vi viaggio col violino sul dorso, facendomene il giorno un istrumento per vivere, la notte un guanciale per dormire. Nato fra gli schiavi, mi toccò l'ufficio anche più miserabile di divertire i padroni con la musica, come le schiave mie sorelle con la loro bellezza. Esse mi ammirano e mi disprezzano, io non li disprezzo e non li ammiro. Fra lo scoppio degli applausi non sento mai una voce che mi parli, nelle sospensioni più anelanti del silenzio non veggo nessun volto, che mi comprenda; i fantasmi delle mie musiche traversano invisibili le sale, e si perdono al di fuori, nella notte, come una processione di defunti. Quanti ne avete contato, signora, questa sera? Forse uno, forse meglio nessuno. Un solitario non è forse un incompreso, altrimenti perchè sarebbe solitario? Nullameno il mio braccio non fu mai più potente, nè la mia anima più commossa. Avevo ancora una speranza nel cuore, povera ammalata, alla quale non aveva giovato il sole di nessun clima e la brezza di nessun mare, e che è morta di freddo, come muoiono tutti gli ammalati. Avete sentito l'ultimo rantolo della sua voce, l'ultimo sguardo dei suoi occhi? Essa è morta in questo gabinetto, mentre voi non l'ascoltavate nemmeno morire! Ascoltatemi dunque — Addio, ultimo vapore del mare disseccato, ultimo rumore della terra deserta. Figlia della fede, che illumina, e della carità, che riscalda, tu sei morta nelle tenebre, come la fede che è una luce, e nell'acqua, come la carità che è un fuoco. Che avresti tu fatto nella solitudine del mio pensiero, che avresti tu detto nel silenzio del mio cuore? Addio dunque, figlia primogenita dell'ideale, sorella cadetta del dolore. Il cielo è nero, il tempo è freddo. Dove vuoi tu che ti seppellisca? Nel deserto, il Simoum verrebbe a scoprirti, dopo che le sabbie avrebbero corrosa la tua bellezza di morta: nel mare, sei troppo leggiera, e galleggeresti eternamente alle pioggie ed al sole. Poichè non ami più il canto degli uccelli e il profumo dei fiori, l'oasis non ti è sepolcro conveniente: e giacchè sei morta per tutti, il mausoleo dell'arte coi suoi cadaveri di marmo non potrebbe ricordarti a nessuno. Nullameno mi bisogna pur seppellirti. Se il cielo non può ricevere il tuo spirito, perchè tu eri una virtù della terra, e la terra non può ricevere il tuo corpo di vapore e di luce, ti depongo sotto questo baobab antico, e ti abbandono. Dormi adunque in pace, tu, che vegliavi anche nelle mie notti; riposa dunque nel sonno, tu, che non eri mai stanca. Addio per sempre. Addio, speranza, che salisti per tutte le sfere della vita; addio, granito, che diventasti terra; terra, che diventasti fiore; fiore, che diventasti colomba; colomba, che diventasti donna: addio, donna, che fosti rassegnazione; addio, uomo, che fosti costanza; addio, amore, che fosti generazione; addio, generazione, che volevi essere immortalità; addio, speranza, che sei vissuta e sei morta, sei morta e non risorgerai. Senza lagrime, perchè le lagrime sono dei fanciulli, e tu sola in me sapevi piangere: senza lamenti, perchè i lamenti non erano che l'espressione della tua impazienza, e adesso sei paziente, perchè sei morta, ti depongo qui nell'abbandono. Addio, passato, che dilegui; futuro, che dissipi; presente, che ti risolvi. Addio, speranza; addio, mamma della mia morte; addio, figlia della mia vita. — Adesso il mio strumento non ha più che una corda, e la mia vita un giorno; però se si romperanno ad un tempo, la corda farà forse più rumore della vita. Tutto è finito, vi ho detto tutto; e voi non potete aver compreso. Forse se sapeste che la mia vita è sospesa a questa corda, e che io stesso col coraggio del giustiziato, il quale accelera il proprio supplizio, l'ho tentata con tutti gli sforzi; se poteste sentire come cede, e cosa dicono i suoi stridori, e cosa tace il mio silenzio: se in quest'ultimo minuto, coll'audacia di chi ha davanti a se stesso l'eternità, solo, nell'ombra che è già la morte, e nel silenzio che è già l'oblio, vi urlassi la mia indicibile parola, rompendo nel suo singulto la corda:
Ah!
E la corda si ruppe con uno schiocco violento. Egli alzò la testa, che teneva piegata sulla tastiera, e lasciandosi cadere l'arco con un gesto trasognato, andò lentamente ad abbattersi sopra una poltrona.
La notte era buia, il gabinetto era nero.
Allora la signora, levandosi adagio, venne ad appoggiarsi come una visione alla spalliera della poltrona. Una pallidissima aureola bionda parve tremarle sulla testa. Poi si chinò sopra di lui colla lentezza di un'ombra, s'intese un soffio, e l'aureola si spense.
VIOLA
Ero solo.
Nel salone, immenso come tutti quelli dei palazzi antichi ed illuminato da tre lumiere di Murano vecchio, cento fiammelle di gas, al posto delle candele, aprivano le grandi ali di farfalle riempiendo tutto l'ambiente di un chiarore bianco e crudo. Le spalle delle signore e le camicie degli uomini avevano un riverbero marmoreo, una tinta unita e fredda, che respingeva gli sguardi. Il salone era rosso, i mobili dorati. Un odore sottile, che le sottane delle signore agitavano come un vento, pareva alzarsi dai fiori del tappeto, che lo scalpiccio di tutti quei piedi non poteva avvizzire. Benchè animatissima, la festa non era che al principio; molte bellezze nubili vi sfolgoravano, ma si notava ancora l'assenza di due o tre glorie del matrimonio, solite ad arrivare sempre le ultime, o per un calcolo sapiente di civetteria, o per quell'orgoglio dei sovrani di non apparire tra la folla, se non quando questa prova finalmente il bisogno di un capo, e di andarsene quando comincia a perderne la coscienza. Il valtzer, precipitando in una ripresa piena di scoppi, aggirava tutta quella massa silenziosa di ballerini, che abbracciati senza guardarsi nemmeno, si parlavano forse con una quantità di piccole strette. E solo, sopra un divano dominato da una mensola carica di fiori ed avvolto quasi fra il panneggiamento di una tenda damascata, la quale sdraiava sul tappeto una magnifica frangia tutta ad ovoli e a fiocchi, io guardavo.
Donna Augusta lasciò il proprio ballerino ad un'altra signora, e venne a cadere quasi stancamente sul mio divano. Era vestita di nero, nuda le spalle, con uno strascico leggiero come una nuvola e lungo come quello di una cometa. Alcuni grappoli di bacche rosse, colti come lì per lì ad una siepe, le disegnavano le pieghe dell'abito, stirandolo alle ginocchia e rialzandolo ai fianchi per formare la caduta della coda, dalla quale spuntava la trina di una sottana, diafana e bianca come un merletto di galaverna; mentre un grossissimo corallo brillantato le faceva sulla nuca da capocchia all'anellone delle treccie nere, e un'altra collana di coralli della più bella tinta sanguigna, un rosario di sangue, le ravvivavano il candore del seno, umido in quel momento come il marmo di una chiesa. Ella s'abbandonò sulla spalliera, percuotendosi il mento colle piume nere del ventaglio, sospeso alla cintura per una minima catenella d'oro. I monili delle sue braccia, formati da tante pallottole di corallo infilate in un cordoncino di seta, si urtarono con un suono sordo di gragnuola; e il brillante, che incappellava il perno del ventaglio, le gettò nell'ombra della mano un balenio labile ed acuto.
— Pensate forse all'ode di Byron sul ballo, voi, che non ballate come lui? — mi si rivolse improvvisamente con uno dei suoi moti più vivaci, che parevano sempre seguitare un discorso.
— No.
— Siete funebre: davvero che il vostro abito nero, come dice Musset, pare un abito da lutto.
— In questo caso le bacche del vostro potrebbero essere goccie di sangue. Avete ucciso qualcuno con una parola o con un sorriso?
— Ah! — esclamò — passarono quei tempi. La tragedia è stata espulsa contemporaneamente dal teatro e dalla vita; la commedia trionfa dapertutto. Le passioni oggi sono ridicole, i capricci appena tollerati, purchè brevi. Voi altri uomini non amate più, cercate di scegliere: noi...
— Di preferire.
— Se fosse possibile, benchè sia quasi sempre troppo faticoso.
E si gettò addietro in una posa, che diede una mollezza di più alla sua lassitudine. Poi girò l'occhio sulla folla, e, cogliendo a volo l'attitudine goffa di un ballerino, me l'accennò con un sorriso. Era allegra; le spalle, alzandosele ancora nelle ultime violenze del respiro, le facevano aprire la bocca e mostrare due file di denti, bianchi come quelli di un cagnuolo. Ad un tratto mi si appressò, e piantandomi negli occhi i suoi occhi verde-mare, pieni di ombre e di guizzi:
— Se indovino me lo confesserete? datemi la vostra parola. Voi cercate un romanzo.
— Piccolo.
— Una novella allora.
— Ma che lo fosse davvero.
Ella alzò le spalle alla freddura.
— L'avete trovata?
— Sapete bene che cercando non accade mai.
— Lo so — rispose con un'inflessione quasi grave nella voce. Quindi: — Lieta o malinconica?
— Mi è indifferente.
— E il titolo l'avete?
— Sì.
— Quale?
— La Viola.
— Mio Dio, è un po' fuori di stagione: mutiamo fiore.
— Impossibile, perchè è un istrumento.
— Ma se non conoscete la musica!
— E quindi me ne occupo per non essere un'eccezione.
— Come la volete lunga?
— Quanto un capriccio.
— Bella?
— Altrettanto.
— Allora vi contentate di poco: i capricci non sono belli che prima e dopo.
— A rovescio delle commedie, che non divertono se non negl'intervalli: la solita differenza fra l'arte e la vita.
— Quanti personaggi?
— Pochi, uno per corda basterà.
Ella sorrise.
— Sapete che mi divertite!
Io m'inchinai al complimento, ed ella proseguì:
— Ditemi almeno che cosa ne farete?
— La metterò fra altre tre, Violino, Violoncello e Contrabbasso, dentro un libro.
— Che naturalmente chiamerete Quartetto.
E si distrasse ancora.
— Voi, che ve ne occupate come romanziere — mi si rivolse gravemente dopo qualche minuto — avete ancora trovato un amore vero, di quelli, che uccidono per forza propria, e non per una circostanza drammatica ed esterna? Nel nostro secolo si ama poco, nella nostra classe non si ama più. Guardate questa folla; le signore sono slavate, gli uomini volgari. Se, ripetendo il celebre scherzo di Locke, applicassimo il fonografo a questo salone, e potessimo leggere domattina le conversazioni di questa notte, forse capiremmo anche meglio il perchè di questa osservazione, diventata quasi impossibile a forza di essere comune, che nella nostra classe non si ama più.
— Di chi la colpa?
— D'entrambi; di noi signore, che non sappiamo più ispirare; di voi altri signori, che non sapete più sentire. La nostra bellezza, che era delicata, si è fatta fievole; la nostra anima leggiera divenne futile. L'estrema volubilità della moda ci assorbe tutto il tempo, giacchè usciamo di casa due o tre volte al giorno, e dobbiamo improvvisare almeno sei abiti per stagione. Quindi la nostra vanità è senza requie, ed oramai senza soddisfazione. Vedete: oggi non vi è quasi più differenza di classe; la moglie dell'affittaiuolo veste come la moglie del principe che affitta; sono state educate nel medesimo convento, si servono della medesima sarta e delle stesse beneficenze. Le carrozze cominciano ad essere senza stemma, come le carte da visita, come le livree senza galloni, i guardaportoni senza mazza. I saloni per riempirsi hanno dovuto spalancare porte ed usci alla folla promiscua dei teatri; quindi nessuno vi dominò più. Le grandi dame ricusarono di sgrossare gl'invitati ben ricevuti e mal graditi, e trovarono più superbo il deriderli segretamente, subendoli in pubblico; le piccole signore vi continuarono le intimità del collegio, i borghesi vi raccolsero i rimasugli delle antiche buone maniere, e se ne decorarono; i popolani arricchiti, più rozzi e più forti, vi perdettero la loro forza originale ed il loro danaro acquisito. Le loro figlie sposarono i nobili decaduti o derubati; i loro figli si abbeverarono di umiliazioni, ed impararono a scrivere firmando le cambiali di coloro, che sulla onorabilità già offuscata del proprio nome li introducevano nelle case patrizie, dorate dall'oro antico ridorate dall'oro moderno. Una volta il salone era come una scuola superiore di buon gusto, l'anticamera dell'accademia per i letterati, o del parlamento per i politici: gli artisti vi arrivavano trionfando, il danaro redento da una prodigalità sontuosa e benefica. Oggi non è più nulla: vi si parla poco, vi si ama punto. Guardate: in tutti i saloni si giuoca; ma non ai giuochi d'azzardo, dove le maniere si formerebbero ancora nella necessità di mentire la propria forza o la propria fortuna, sibbene a bezigue o a picchetto. La bigotteria legittimista o mazziniana ha tolto lo spirito di una volta alla galanteria, la sincerità alla frivolezza: non si confessano più gli amanti, ma si palesano; lo scandalo, che spesso era la rivelazione di una bella originalità, e quindi accolto col sorriso, oggi è implacabilmente scacciato: e nel secolo, dove il matrimonio fu proclamato un contratto, e i principi del sangue in esilio sposano le figlie dei biscazzieri, non si permette più ad una signora di darsi per nulla, ad un uomo di offrirsi per intero.
E un sorriso di leggiera ironia chiuse questa maschia invettiva. Donna Augusta si raccolse un momento, quindi seguitò senza darmi tempo di rispondere:
— Che cosa venite a fare nella nostra società? Voi non avete le qualità necessarie per descriverla: non vedete come tutto vi è senza fisonomia, faccie e discorsi, azioni e sentimenti? Non vi è più nè una bella donna, nè un gran gentiluomo. Ieri un duca ricusava di battersi con un deputato, adducendo per pretesto la religione, come se il duello, invenzione cristiana, non fosse sempre stato un privilegio dell'aristocrazia. A questa festa non si è osato d'invitare la marchesa ***, perchè fuggita dal marito, e i giornali ne hanno parlato. Guardate in tutta questa folla; non vi è nè un poeta, nè un artista, nè un filosofo, nè un uomo di stato. Individui senza nome proprio, nè di famiglia, sono ammessi e fanno la legge; perchè oggi col suffragio universale la legge è il numero; l'aristocrazia non osa più essere se stessa, la borghesia, che ha conquistato il pensiero e il denaro, non è ancora arrivata a preferire quello a questo; invidia i nobili, che ha sconfitto e li scimmieggia; ne questua le parentele, ne mendica gl'inviti. Se domani la plebe facesse una rivoluzione, i banchieri del nostro secolo non saprebbero morire come i baroni del secolo passato; la religione non ha più nè un apostolo, nè un pensatore; la politica un riformatore od un tiranno. Non sorridete: bisogna bene che anche noi donne impariamo a fare un discorso, adesso che si sta discutendo la nostra capacità elettorale in parlamento. Sapete perchè l'aristocrazia non ama e non lavora, la borghesia lavora e non ama, la plebe ama e lavora? Perchè l'aristocrazia è morta, la borghesia è moribonda, la plebe è giovane, ed ha ancora davanti a sè un avvenire.
— Siete anche voi del partito di Schopenhauer come le signore tedesche: l'amore è il veicolo della vita?
— Forse meglio, la vita stessa: chi non vive non può amare, perchè non ha nulla da trasmettere.
— Così votereste per la repubblica.
— Giammai, è una forma antiquata. Tutte le repubbliche, che hanno vissuto, furono oligarchiche, le moderne non vivranno. In America, osservate, è appena l'amministrazione di un'immensa colonia; in Francia, un interregno; in Isvizzera, una parrocchia. Roma ha conquistato il mondo, Venezia raccolse la tradizione di Roma: Victor Hugo con tutta la enormità del proprio ingegno non ha potuto nemmeno rendere commovente l'agonia della seconda repubblica francese: Gambetta colle sue spalle da Ercole non sosterrà la terza. Solo la Comune ha saputo morire come Sardanapalo; e, quando si muore così, si rinasce.
— Forse.
— Perchè in basso, al disotto di noi, che viviamo di tradizione e di etichetta, di lusso e di incredulità, la plebe crea ad ogni attimo il proprio presente, lavora per tutti e crede in se stessa. Come non crederebbe nel moto essa, che è il vapore? Talvolta, sola in carrozza, mi diverto a confrontare le figure che incontro. Quale differenza fra coloro, che ordinano, e coloro, che ubbidiscono! Noi signore, colla personcina esile e la pelle bianca per difetto di sangue, non avremo mai figli capaci di lottare coi discendenti delle popolane dalle carni bronzine e le spalle poderose. I nostri figli non montano nemmeno più a cavallo, non tirano di scherma. Evitano l'università, perchè vi troverebbero negati i loro privilegi, mentre i borghesi vi studiano tutte le scienze per dominare fra il popolo. Ma neppur essi vinceranno. Noi avevamo un principio ed eravamo un tipo: accampati sulle rovine dell'impero romano, dovevamo mantenere la disciplina nei barbari vittoriosi, e ripigliare la civiltà dai vinti: e l'abbiamo fatto. Quando l'aristocrazia sentì scemare la propria efficacia nel popolo, si condensò e produsse la monarchia: noi abbiamo durato qualche cosa come una dozzina di secoli, il mondo moderno è l'opera nostra. Ma la borghesia nata nell'ottantanove è un assurdo. Noi avevamo diviso il mondo in due classi, ufficiali e soldati: essi vi hanno aggiunto quella dei fornitori, e vorrebbero che il loro denaro valesse come il sudore dei soldati e il sangue dei generali. Perchè terzo stato? Perchè non il quarto, il quinto, tutti gli altri, sino a tornare nell'antica divisione, da un canto i lavoratori delle braccia, dall'altro quelli della testa? Se noi fummo qualche volta la rapina, essi sono il furto; se noi fummo la violenza, essi sono la frode; se noi fummo la distruzione, essi sono la fame. Ma noi almeno eravamo belli. Paragonate, voi artista, i nostri palazzi colle loro case, le nostre chiese coi loro teatri, il nostro onore colla loro probità. Voi sapete che il genio non può mentire, perchè la menzogna è un'infermità. Ebbene, confrontate le nostre letterature: per i nostri ritratti occorrevano dei Dante e degli Shakespeare, mentre per loro oggi bastano dei Flaubert e dei Zola. La superiorità dell'artista non è solo nell'ingegno, ma nel modello: la scultura greca è più bella della nostra, perchè i Greci erano più belli di noi come popolo.
Ma in quel momento cominciava una quadriglia, e il ballerino venne ad inchinarsi davanti a Donna Augusta. Era un bel giovane biondo, dalla fisonomia signorile e macilenta. Donna Augusta me lo mostrò con un'occhiata, quasi a commento delle proprie osservazioni, e levandosi con grazia inimitabile mi gettò in un sorriso la promessa di ritornare. Rimasi solo, ancora nel turbine di quella sua conversazione. Non era strana, perchè conoscevo Donna Augusta da due anni, e le avevo già scoperto sotto l'apparente frivolezza della vita un colto ed originale talento di pensatore. Come si facesse a legger tanto, e ad aver tanto imparato, era un mistero: ma ella era al corrente di tutto, dell'ultima moda e dell'ultimo libro. Fra gl'inglesi preferiva Carlyle, fra i tedeschi Stirne. Però nei circoli eleganti nessuno lo sospettava nemmeno: ricordavano ancora la sua celebre avventura, un romanzo a mille variazioni, con un illustre defunto, al quale era mancato il tempo per diventare un grand'uomo, un deputato morto alla sua prima campagna come Hoche; ma i più la credevano una delle solite signore, che hanno imparato le lingue estere dalla governante, e sanno suonare passabilmente il pianoforte. D'altronde un piccolo difetto confermava il pubblico in questo giudizio. Donna Augusta rideva sempre. Era un sorriso nervoso, che le increspava la piccola bocca ad ogni minuto, dinanzi a tutti: un sorriso, che era forse una timidezza sopra tutta quell'audacia, un impaccio invincibile nella sua insuperabile disinvoltura.
In quel momento Donna Augusta ballava la quadriglia con tutta la foga di una giovinetta e la voluttà educata di una gran signora. Il ballerino, porgendole la mano, le diceva sempre qualche motto, al quale ella rispondeva con un sorriso, torcendosi lo strascico intorno agli stivalini, alzandosi sopra la sua onda nera colla grazia di un'ondina e gli atteggiamenti labili di una visione. Quindi, incrociandosi colle amiche, alitava una parola nel loro cicalio profumato, o coglieva a volo tutte le risorse di una posa, distribuendo i favori di un gesto, accettando gli omaggi di uno sguardo. Il suo abito nero fra tutti quei cilestri e quei rosa era di un effetto quasi eccessivo, di un risalto, che le attirava involontariamente tutte le occhiate e il peso di tutte le osservazioni. Poi mi distrassi, e le sue ultime parole mi risuonarono ancora all'orecchio nella loro stravagante verità. Era forse la prima volta in un salone, che una signora osasse non solo pensarle, ma dirle. Infatti quella festa, colla sua allegria di veglione e la sua famigliarità di club, era brutta: le signore parevano tanti figurini di moda, gli uomini tanti camerieri. Il salone enorme colla volta dipinta dagli Zuccari, i cornicioni frastagliati, i mobili dorati, le porte scolpite, faceva pensare ad un'altra gente, ad altri costumi, quando le dame erano in guardinfante, ed i cavalieri in cappa. Pochi ufficiali facevano tintinnire le rotelle degli speroni, poche gemme rutilavano fra quella confusione di colori. Gli uomini vestiti di nero formavano una cintura funebre intorno al gran quadrato della quadriglia, come intorno ad un catafalco: le signore stecchite, come tanti manichini entro le loro corazze di seta, non agitavano che la testa, un viso di bambola, cogli occhi lucidi, la bocca rosea, le spalle acute, il seno pallido. E movendosi con una compostezza automatica formavano certe figurazioni incomprensibili, aggruppandosi e sciogliendosi mutamente, in un ballo senza musica e senza danza, l'ultima goffaggine del sussiego, l'ultima creazione dell'impotenza.
Donna Augusta mi passò vicino.
— Ceneremo assieme: fate preparare.
Ubbidii.
Quando la quadriglia fu terminata, un cameriere ci aveva già disposto dinanzi un tavolino nero, grande quanto un bacile, con due piatti.
— Portatemi dunque dell'acqua — ella ordinò. — Ancora un sintomo; io sono astemia, il vino è troppo forte per noi.
— Ecco che negherete pure il vino dell'aristocrazia.
— Sicuro! — insistè con uno scoppio del suo sorriso.
— Ad un'aristocrazia, che ha avuto una parte così brillante nella nostra rivoluzione!
— Ricasoli ha inventato il Chianti.
— Siamo giusti: contiamo, sono molti: Cavour, Manzoni, Niccolini, Leopardi, Mamiani, Cibrario, Sclopis, Manin, D'Azeglio, Lamarmora, Pallavicini, Capponi, Dandolo.
— Questi sono i nobili: potreste contarne altri, ma sarebbero ancora individui. Anzitutto la nostra non fu una rivoluzione: una rivoluzione è un'idea nella storia della umanità, la nostra fu un fatto. Per parlare di aristocrazia, l'Italia ne aveva tre: una a Torino, una a Napoli, una a Roma. Quella di Torino si è battuta per il re, come se si trattasse di una conquista, e non era che una egemonia; quella di Napoli lo ha abbandonato nella sconfitta, come ha fatto quasi sempre per tutti i propri re; quella di Roma, la più grande, che avrebbe potuto essere un'oligarchia, perchè in ogni famiglia vi è ancora una tradizione di regno, non ha capito nulla, e non si è mossa. Nessuno dei nobili, che mi avete citato, rappresenta la propria classe, come da Chateaubriand a Montalambert in Francia gli scrittori aristocratici rappresentano la propria. Solitari nello studio, volontari nella rivoluzione, come la chiamate voi. L'aristocrazia è morta, osservatevi intorno.
— Questo è il suo funerale — dissi ripreso dalla mia idea.
— I perduti non ne hanno: essa è rimasta addietro nella storia, come un reggimento di veterani in una grande marcia sforzata. Almeno avesse avuto una Beresina!
— Le occorreva un Napoleone.
— Ogni avvenimento si proporziona i propri uomini. L'aristocrazia non ha avuto un generale, perchè non era un esercito; un uomo politico, perchè non era una classe; un oratore, perchè non era un sentimento. Se l'aristocrazia non fosse stata morta, avrebbe dovuto capitanare il moto della penisola, essa, che avanti di ogni altro poteva avere il senso dell'unità. Prima che Mazzini predicasse la fratellanza fra le provincie italiane e la insegnasse nelle congiure, un marchese di Napoli e un barone di Torino erano già fratelli, perchè erano uguali. Il privilegio serviva loro di unità. Bisognava che l'aristocrazia italiana dopo il primo regno italico avesse aperto gli occhi, e, presentendo i nuovi tempi, vi si fosse acconciata, acconciandoseli. In nessuna nazione del mondo la nobiltà è numerosa e storicamente importante come in Italia: ogni città di provincia conta ancora la propria dinastia. Tutto era possibile ad una classe, che avrebbe avuto per sè le campagne, e non avrebbe avuto contro nessuna altra forza di ricchezza, perchè la gente industriale non era ancora organizzata. La borghesia rivoluzionaria, una avanguardia di scienziati e di poeti, affamata di libertà, febbricitante di entusiasmo, ma in fondo ammalata di vanità come tutti gli eroi, si sarebbe battuta furiosamente sotto la nostra bandiera, perchè non avremmo avuto che ad aprire le nostre fila, e a decorare coi nostri titoli i suoi più illustri capitani per mantenerle la disciplina, e toglierle ogni voglia di ribellione. Allora non vi sarebbero stati che due soli interessi in azione: quello del popolo, che è il benessere materiale: quello dell'aristocrazia, che è il benessere intellettuale. Invece si unì coi preti, e credette di impedire la rivoluzione disprezzandola: doppio errore, che produsse due deformità: il clericalismo, che si batte oltre i confini della religione; il legittimismo, che si batte entro la piccola cerchia monarchica per difendere nel re i propri minimi privilegi di cortigiano. Ah! è sempre stato il mio sogno.
— Il vostro sogno di gloria e di amore.
— Noi avremmo oggi un senato più numeroso della camera, pieno di grandi nomi e di uomini superiori; amministreremmo tutto il paese, e non vi sarebbero ladri nell'amministrazione; serviremmo nell'esercito, e i nostri contadini si batterebbero come leoni col loro signore alla testa. Avremmo un re, che sarebbe nostro pari, come un presidente repubblicano è pari con tutti i cittadini; tutte le glorie e tutte le grandezze, anche il papato, che avremmo subordinato alla patria, come fece sempre Venezia. Ma Venezia era un'oligarchia, e l'oligarchia è la nobiltà nel patriziato. Invece abbiamo degli ufficiali, che si arruolano per trenta scudi al mese; dei deputati, che speculano sul loro mandato; dei consigli comunali, che sono camorre; dei saloni, i nostri saloni, che paiono sale d'ospedale, dove si raccolgono tutte le anemie del corpo e le tisi dell'anima. Confessate, voi, che non avete la goffaggine di essere uno dei soliti liberali, che era un bel sogno!
— Bello come l'impossibile, che è la grande tentazione dei tiranni e delle donne. E voi adesso, invece di essere qui, sareste a Roma, nel vostro palazzo che sarebbe una reggia, più regina della moglie del re, perchè l'impero della donna è di inspirazione e di influenza, e bisogna essere unicamente donna per averlo. Madame Recamier ebbe un impero ben più vasto di madama Staël. Come le principesse del rinascimento avreste la vostra corona di poeti e di scienziati, di politici e di capitani; sareste un idolo ed un oracolo; gentile come Lucrezia Borgia e terribile come Caterina Medici, riverita come Vittoria Colonna e amata come Imperia. Il vostro salone sarebbe un olimpo, il pantheon di tutte le grandezze, il tempio di tutte le glorie. Avreste le spade di Vittorio e di Garibaldi nella stessa panoplia, le bandiere della Cernaia e di Montevideo, di Goito e di Calatafimi nello stesso trofeo. Nel vostro circolo avrebbero discusso Curci e Gioberti, Cavour e Mazzini, e verrebbero adesso a stringersi la mano papa Pecci e re Umberto, mentre Morelli vi cercherebbe una testa di madonna, Boito penserebbe al suo Nerone, Carducci ad un'ode pagana, e Vera, il grande hegeliano, mostrerebbe ad Ardigò, il nuovo positivista, il trionfo del proprio sistema sul vostro, la necessità dei contrari e la loro fusione.
Ma ella non mi ascoltava nemmeno. Si era abbandonata nuovamente sul divano, la faccia immobile in un pensiero. La eletta e delicata vigoria del suo corpo si esprimeva in quell'attitudine con una potenza, che faceva ricordare il sublime ritratto di Agrippina; ma il suo viso più corretto nelle linee si dilatava alla fronte per una più vasta vita cerebrale. I suoi occhi, grandi e tagliati a mandorla, avevano una profondità dolcemente appannata, come a certe ore del mattino l'aria vela tremolando la cavità di una forra. Le sue spalle erano larghe e il suo seno ampio, benchè la cintura le serrasse troppo la vita, divenuta eccessivamente sottile sotto la pressione continua della moda. A che pensava in quel momento donna Augusta? Le dicerie sulla sua relazione con quell'illustre defunto, che l'Italia ha già dimenticato, e che passò attraverso il Parlamento come una cometa fra una folla di astri minori, mi ritornarono allora nella memoria. Quelle idee, frammenti di un antico mondo, colle quali uno spirito audace aveva forse sognato di ricostruirne un altro, e che ella gettava alla rinfusa contro la società moderna, come un grande artista si divertirebbe amaramente a scagliare negli ornati gessosi dei nostri edificii i rottami di un antico cornicione in terra cotta, mi parvero come le reminiscenze di un amore sconosciuto fra due grandi anime, le strofe mutilate di un poema rimasto inedito in un secolo, che non sente più l'epopea. Ella me ne aveva discorso altre volte, ma come per incidente, vibrando il bagliore di un'osservazione nel crepuscolo brumoso delle solite conversazioni. In quel momento ella aveva forse abbandonato la festa, e vagava come uno spirito, che non ha ancora potuto morire, per un cimitero silenzioso. La sua fronte troppo vasta per una donna, e che ella, malgrado le esigenze della moda, mostrava sempre nella sua orgogliosa nudità, aveva l'arditezza di una cupola gettata sopra un tempio; mentre il suo candore, che aveva resistito a tutto, pareva come la casta ragione del suo orgoglio.
Gli invitati sparpagliati per l'immenso salone, a gruppi, presso un divano, intorno a una poltrona; le signore sedute, gli uomini quasi tutti in piedi rumoreggiavano fra un tintinnio di piatti e di bicchieri, di posate e di risa; intanto che i camerieri, superbamente gallonati, passavano e ripassavano fra di loro come tanti dignitarii in mezzo ad un popolo. Per un momento, colle signore nascoste da tante cinture di uomini e che non mostravano se non una macchia stuonata dell'abito, il salone mi parve come una enorme tavolozza, sulla quale aspettassero dei mucchi giganteschi di colori. Sebbene il vento circolasse liberamente dalle finestre aperte, l'aria troppo satura di profumi s'aggravava sul respiro, e le cento fiammelle a gas vibravano un calore accecante di meriggio. L'animazione della festa era al colmo, i fiori cominciavano ad avvizzire, la musica taceva, i discorsi si alzavano stormendo con un suono secco di pioppi. Lo scoppio di una bottiglia di champagne tuonò.
Donna Augusta mi guardò. Mi affrettai ad alzarmi, e, inchinandomele senza dir altro, le offersi il braccio. Ella mi guardò ancora, e si levò. Traversammo quasi inosservati il salone: nell'anticamera le avvolsi intorno al petto uno scialle chinese, miracolo di un'industria, che vanta forse trenta secoli di studii e di progressi; ella mi lasciò fare, se ne accomodò i capi sulle braccia, stringendoselo con una sola ondulazione su tutta la persona. Si assicurò in una mano il mazzo dei gelsomini, il ventaglio nell'altra, quindi rivolgendomi il capo respirò potentemente l'aria più fresca dell'anticamera.
— Grazie — mi disse poi, infilandomi da se stessa il braccio per discendere lo scalone.
Io non risposi.
Il servitore gallonato, che aspettava all'ultimo pianerottolo, ci riconobbe e corse a chiamare la carrozza. Era scoperta: non dovemmo attendere neanche un minuto. Ella vi salì colla leggerezza di un levriero e per risparmiarmene il giro si sdraiò a sinistra: montai. Ella ordinò al cameriere, che chiudeva lo sportello:
— Al lago.
La notte era tiepida, la luna sorgeva allora. Traversammo la città senza dire una parola. I cavalli, due superbi trottatori, battevano sonoramente l'unghia sul ciottolato, trasportandoci colla rapidità di una visione: ma appena fuori delle mura il vento della campagna ci richiamò colla sua dolce sensazione. Ella cangiò posa, scambiò meco un'occhiata, e seguitò a tacere. Io aspettavo. Il nostro silenzio, leggero come il venticello, aveva la medesima mitezza della campagna e la stessa soavità del crepuscolo lunare. Ella pensava sempre. La tappezzeria bruna della carrozza e l'abito nero davano alla sua testa come una sembianza di statua, alla quale i riflessi dorati dello scialle chinese parevano tessere un'aureola evanescente. La campagna era bruna e profonda. L'ombre frastagliate degli alberi cominciavano a ricamare la strada aperta dal solco raggiante dei fanali: i domestici in serpa stavano immobili. Il suo mazzo di gelsomini avvizzito dal bollore della festa esalava un odore più acuto ed insieme delicato, che mi distrasse. Era l'aroma del suo pensiero femminile, o il preludio di ciò, che forse mi avrebbe detto fra poco? Infatti si raddrizzò leggermente sul cuscino, mosse la testa, e con quell'accento trasognato, che in lei sembrava uscire da un lungo soliloquio, mi domandò:
— Ci pensate ancora?
Non compresi.
— Allora ecco la vostra novella.
Involontariamente mi sfuggì un atto troppo vivo di curiosità, ella lo represse con un sorriso, e chinò il capo colla civetteria dei grandi oratori, che preparano una improvvisazione. Il trotto dei cavalli, cadenzato e poderoso come un rullo, avvolgeva la carrozza e dava il prestigio di una confidenza a quanto ella stava per narrarmi. La luna tardava a sorgere: ella incominciò nell'ombra a bassa voce:
— Vi ricordate la prima volta, che vi presentai alla duchessa di Campiano? fu ad una festa di ballo nelle sale dell'ambasciatore di Germania: quella sera la duchessa era anche più bella del solito, era vestita di bianco, stellata di diamanti. Mi pare che poco dopo veniste a dirmi molto bene della duchessa come donna e come dama; ma non mi sovvengo che me ne abbiate più parlato. Voi partiste, ella morì dopo tre mesi. Nessuna meglio di lei incarnava il tipo tanto studiato e così poco capito della gran dama moderna: ne aveva tutte le qualità e tutti i difetti, i caratteri tradizionali e le espressioni contemporanee. Nata in una delle famiglie più nobili e più ricche di provincia, era cresciuta a Firenze in mezzo agli splendori delle ricchezze, alle sontuosità dell'eleganza. La conobbi maritata, ed ignoro la sua infanzia; ma so che, essendo figlia unica, non fu posta in convento, e che sua madre in gioventù non era stata meno bella, nè meno elegante. Il suo fisico ve lo rammentate senza dubbio, il suo morale non lo avete certamente nè indovinato, nè studiato. Ella aveva ventitre anni, due bambine, sei milioni di dote, un marito. Educata in un ambiente aristocratico al disopra del mondo, come il suo palazzo antico era al disopra di tutte le case circostanti, ella non ne sapeva nulla; sembrava istruita ed era ignorante, non aveva letto nessun libro forte, nè riflettuto ad alcun problema umano: non sapeva la storia di nessun popolo e di nessuna idea. Dolce nel carattere come tutti quelli, che non incontrarono mai difficoltà; nervosa fino alle lagrime e all'entusiasmo, non aveva mai provato una qualsivoglia profonda emozione di pietà o di ribrezzo, di odio o di amore. Però aveva un'affabilità irresistibile ed una insolenza incantevole, le maniere morbide e i sentimenti duri: credeva nella religione senza sentirla, accettava i giudizi della propria classe al momento che imperavamo, come ne aveva appreso i modi, e li avrebbe forse istintivamente cercati per la delicatezza innata del suo organismo. Superba fino ad infrangere le leggi dell'etichetta per affermarsi più vivacemente, ma umile e tremante davanti ad ogni pregiudizio; colla freschezza di tutti i bisogni e la decrepitudine di tutte le idee; di una storditaggine, che andava fino alla poesia, e di una osservanza, che oltrepassava la meticolosità; mettendosi naturalmente al centro di tutto senz'altra attrazione che quella delle rose, il colore e il profumo; adorando le feste e i ricevimenti, nutrendosi di occhiate e di sorrisi, non concependo nulla al disopra di se stessa, e non curando quanto poteva essere al disotto; sapendo di essere bella e ricca, nobile e giovane, di possedere tutto e di potere esigere il resto, di essere un'arbitra in casa ed una sovrana fuori; era felice. Il suo egoismo, che aveva la profondità dell'inconscio e la ingenuità dell'esperienza, essendo una grazia, poteva parere un diritto: la sua bellezza aveva una gracilità, che la rendeva più poetica, e dalla quale il mondo interpetrava facilmente la delicatezza dell'anima. Del resto l'avete veduta. Ma quello, che tutti sentivano e nessuno formulava, era la sua coscienza di gran dama, di unicamente dama: vergine senza lirica, sposa senza passione, madre senza fanatismo. Le sue bambine non erano per lei che due gioielli, i più carini, fors'anche i più preziosi, ma solamente una decorazione; suo marito nient'altro che il suo stesso nome e la sua posizione sociale. La vita vera per lei si componeva del palazzo e della villa, del salone e della carrozza, di tutte quelle compiacenze minime e quotidiane, che attirano i privilegi della ricchezza e dell'aristocrazia, dalla servilità dei domestici alle deferenze dei signori più cospicui, delle persone più illustri. La sua vanità, sempre tesa come quella di una cantante, le faceva subordinare tutta la propria esistenza all'approvazione del pubblico, che affettava di non curare; ma il pubblico era per lei di due sorta: quello della piazza, al quale faceva la corte, perchè lo temeva; quello dei saloni, che le faceva la corte, perchè la desiderava. Come le sue eleganze sorpassando la moda non arrivavano mai all'arte, il suo gusto, raffinato senza cultura e senza elevatezza, avrebbe preferito un sopramobile ad un quadro, uno scialle ad un arazzo. Il carattere dominante della sua eleganza e l'ultimo verbo della sua coscienza era la distinzione; questa parola tutta moderna, che vale da sola un dizionario, e contiene tutte le nostre malattie e le nostre superiorità, i nostri sentimenti secreti e le nostre preferenze confessate. Che cosa è davvero questa distinzione, la quale si applica indifferentemente al colore di una stoffa e alla punta di una scarpa, al portamento di una donna e alle forme di un cavallo? Nè Baiardo, nè Vittoria Colonna, che mi avete citato, sarebbero oggi distinti per gente di salone: forse Olimpia Pamphili, se si occupasse meno di politica; ma Paolina Borghese col suo bel corpo di marmo e la sua bell'anima di ferro, no certamente. La bellezza distinta deve essere gracile o almeno angolosa, ma senza idealità nella delicatezza, nè vigore nella angolosità; il profilo di Napoleone primo parrebbe troppo arcigno, la testa della principessa di Lamballe troppo vaporosa. L'affermazione, comune oggi, che le statue greche vestite sarebbero brutte, esprime tutto il contenuto della distinzione moderna; la quale non vuole più il nudo e non sente più il forte, preferisce la decorazione alla semplicità, la mortificazione della fisonomia alla sua calma olimpica o alla sua maestà eroica. I gentiluomini emigrati a Coblenza, che trovavano ridicolo Charette, il quale si batteva e vinceva per loro. La duchessa di Campiano, che accusava Garibaldi di non avere un aspetto signorile, non osando più rinfacciargli la umiltà della nascita! Così ogni vera originalità viene condannata, poichè attesta una superiorità; mentre la distinzione non è che una supremazia collettiva come un marchio effimero di grandi decaduti fra la folla dei sorgenti. Quando i Greci non ebbero più nè potenza, nè libertà, nè arte, nè filosofia, rimasero il secreto della eleganza; sbertarono i Romani, loro padroni, col nome di barbari, e i Romani risposero chiamandoli greculi. Forse allora fu inventata la distinzione, come una rivincita dei vinti contro i vincitori, l'ultimo orgoglio di una razza moribonda, l'estremo vanto di una impotenza, nella quale sopravvivevano i ricordi e svanivano i residui di un'êra immortale. Oggi noi siamo greculi fra il popolo, che ritorna romano. Castellani nel medio evo, potentotti all'alba del rinascimento, principi al suo meriggio, signori al suo tramonto, perimmo nella rivoluzione francese. Fino all'ultimo, quando cessammo a poco a poco di essere noi la civiltà, la proteggemmo; e l'arte e la scienza, l'industria ed il commercio, tutto fu nostra clientela. Adesso una immedicabile incapacità ci condanna al più ignobile dei parassitismi, siamo senza testa e senza cuore, senza funzione nello stato e senza carattere nella nazione. Il disprezzo del denaro, che era stata la nostra ultima virtù, è perito colla nostra ricchezza; accattiamo gli impieghi e vendiamo i blasoni: sopprimete la monarchia, che ci dà ancora qualche onorificenza nei balli di corte, e saremo senza prestigio. Solo l'aristocrazia inglese, sorta l'ultima, quando la nostra, la più antica, cominciava a decadere, ha ancora una qualche coscienza di se stessa; ma la rivalità di opulenza coi grandi industriali la costringe alle stesse avare cupidigie, alle ferocie della grande cultura contro i poveri contadini; e mentre i mercanti uccidono gli operai nelle fabbriche, i lordi disertano la Scozia e l'Irlanda. Però la nobiltà inglese ha un orgoglio, e noi non abbiamo che una vanità. Essa crede alla propria superiorità naturale, e quindi empie le proprie fila di tutti gli aristocratici del caso, nati nelle soffitte e che giganteggiano fra la plebe; giacchè l'aristocrazia o è un fatto naturale o è nulla: noi invece ci siamo chiusi nella sua forma storica, e vi ci siamo incadaveriti, rinnegando il principio, che l'aveva creata, e faceva la sua forza. Quando il cristianesimo bambino si contrappose alla filosofia greca, Tertulliano gli salvò la vita nel terribile confronto con una sola parola: tutto ciò che vi era in essa d'immortale era un prodromo del cristianesimo: l'aristocrazia doveva ad ogni generazione ripetere il motto di Tertulliano alla plebe, e strappandole ad uno ad uno i suoi grandi, dire loro: voi mi appartenete. Invece la nostra vanità li ha respinti; mentre essi erano belli, noi volemmo essere distinti; mentre essi erano forti, noi ci vantammo di essere eleganti; mentre essi lavoravano, noi dichiarammo umiliante ogni lavoro. Essi inventarono il vapore, e noi perdemmo il coraggio di domare un puledro; svilupparono le scienze, e noi abbandonammo le scuole; mantennero l'arte, e noi abbassammo gli artisti al livello degli artigiani. Andammo ancora a teatro, ma unicamente per far pompa di una indifferenza insultante, arrivando infallibilmente dopo il primo atto e partendo al penultimo: leggemmo i loro libri, ma senza spremerne il significato, come si odorano i fiori in certi momenti di distrazione, o li accettammo come un omaggio dovuto alla nostra regalità, un passatempo prodigato alla nostra noia. E per l'illusione logica di tutti coloro che sopravvivendo a se stessi si credono i soli a vivere, battezzammo la nostra congregazione col nome di alta società, il nostro mondo coll'aggettivo di grande. Poi costretti all'appariscenza del lusso, non avendo più alcuna apparenza di grandezza, fummo più condiscendenti verso il danaro che verso l'ingegno; non dimandammo la fedina criminale all'usura, e chiedemmo al genio il suo blasone. Le signore presero per propri i colori della tisi, non ispirarono più passioni e non ne sentirono; bandirono dalla vita l'idillio ed il dramma per lasciarvi una commedia senza spirito, una satira senza profondità. Per essere veramente dame cessarono di essere donne: ebbero una religione senza pietà, una fede senza luce; furono senza patria, perchè non avevano più famiglia; senza poesia, perchè erano senza vita. Ah! me ne dimenticavo quasi, la duchessa di Campiano era così.
E donna Augusta si raccolse un istante.
— Quando conobbi la duchessa di Campiano la sua bellezza era in fiore, e la sua celebrità cittadina nel massimo frastuono. La sua vita, vuota di sentimenti e di azioni, era occupata febbrilmente dalle visite e dai balli, da tutte le necessità mondane delle sue innumerevoli relazioni e dei suoi trionfi. Colla casa piena delle più abili cameriere, non pensava mai che alle eleganze della toletta, alle soddisfazioni delle più minuscole vanità. La duchessa di Campiano non aveva salone. Dava due o tre grandi balli nell'inverno, qualche mattinata, qualche rarissima serata, se qualcuno o qualche cosa gliene fornivano il pretesto, perchè non sentiva nè il raccoglimento della famiglia, nè l'intimità di una corte. Le occorreva la folla sempre e dappertutto. I suoi trionfi di decorazione avevano d'uopo di una luce da palcoscenico, del fracasso di una grande orchestra, dell'applauso di una platea; e quindi le conveniva mutare spesso di pubblico per non stancarne la sensibilità di spettatore e permettere a se stessa il bis di qualche abito o di qualche piccolo motto. Come una prima donna nella retroscena di un teatro fra la folla degli inservienti e degli istrioni senza nome, la duchessa di Campiano era sempre sola nel suo palazzo e fuori, camminando circonfusa di una superbia indefinibile, passando come una visione che non scaldava i cuori e non ottenebrava le menti; leggiera ma inconsistente, profumata ma insipida, insensibile ma non sentita. Tutti la vantavano, e nessuno l'ammirava. Aveva dello spirito, e i suoi motti non restavano; era bella, e non aveva ancora destata una passione.
Ma ella non se ne accorgeva. La necessità di questa prova, che è una tentazione degli spiriti elevati, ella non la sospettava nemmeno; la unanimità dei complimenti le attestava la propria eccellenza, le temerità di qualche uomo, che come baleni da una nuvola troppo carica di elettrico le scattavano attorno, le provavano la sua onnipotenza di donna. Non avendo mai riflettuto, non aveva mai dubitato: invece di osservare, guardava; invece di cercare, accoglieva. Ella era dappertutto; non avrebbe permesso ad un ballo di essere citata senza avervi fatta una apparizione; ai bagni, non si sarebbe lasciata passare un'onda al di sotto senza sollevarvisi. Come una regina, aveva nominato le proprie dame di corte, quattro o cinque signore, alle quali gettava gli avanzi dei propri trionfi, e che la decantavano dovunque per dichiarare la propria intimità con lei e col suo genere di vita. Una sola volta disse meco di volersi comporre un salone, ma le difficoltà ne la spaventarono; e non vi sarebbe riuscita. La povera duchessa avrebbe dovuto far ballare tutte le sere per divertirsi e per far divertire. Ella non lo voleva, e il duca non glielo avrebbe permesso malgrado la sua grande condiscendenza. Essi vivevano quasi separati in un commercio molto amabile ed insieme molto freddo. Il loro matrimonio, determinato da mille ragioni di interessi, non aveva avuto naturalmente che il significato di una associazione, nella quale la galanteria era potuta arrivare sino alle conseguenze dell'amore. Del resto il duca era un gentiluomo molto distinto, che sapeva dirigere un ballo come guidare un tiro a quattro, e avrebbe disimpegnato nobilmente qualunque carica a corte. Non aveva voluto essere deputato; ma, appena l'età glielo permettesse, sarebbe senatore. Che cosa egli medesimo facesse e di che vivesse, era un mistero: era non so cosa in municipio, qualche cos'altro in molte banche, presidente di una società operaia o simile, per quella solita contraddizione del popolo, che odia i signori, e non sa far niente, se non sono almeno in apparenza alla sua testa; ed ecco un sintomo della legittimità dell'aristocrazia. Ma il duca lasciava la massima libertà alla duchessa. La conobbi e mi piacque: ella mi preferì per un certo tempo, perchè con tutte le smanie secrete di sovranità, aveva un bisogno ancora più secreto di essere dominata e di obbedire. Come a tutti i satelliti le occorreva un astro, intorno al quale gravitare; e prima che entrassi nella sua intimità, era quasi a discrezione di una cameriera. La duchessa, che parlava moltissimo come tutte le signore senza spirito, mi raccontò presto tutta la sua vita e le sue idee, con la ingenuità di chi non può nemmeno sospettare di aver torto, perchè non vede il contrario. Non era nè felice nè infelice, ma era contenta senza volerlo ammettere, per quella condiscendenza volgare verso il dolore, che è in tutti i discorsi sulla vita. Forse qualche volta si annoiava, ma era una lassitudine dei nervi, più che una stanchezza dello spirito, una disoccupazione della testa, piuttosto che un vuoto nel cuore. Siccome si afferma che il cervello di noi altre donne è più piccolo di quello degli uomini, avrei voluto vedere quello della duchessa, perchè fra il cervello di noi signore e quello delle altre donne ci deve essere altrettanta differenza. Benchè facciate il romanziere, non saprete mai misurare il cervellino di una dama, e farne la nomenclatura delle idee. Un uomo solo, il più gran genio del nostro secolo, Balzac, ci ha ritratte con una verità insuperabile ed insultante, impassibile ed immortale. Voi, mio caro Di Banzole, perderete dieci volte la vita prima di apprendere a decomporre la più semplice delle nostre fisonomie, a risolvere la più facile delle nostre contraddizioni. Forse il piccolo è più difficile del grande, forse il microscopio ha più secreti del telescopio. Nemmeno le grandi donne vi riescono: guardate la Stäel, George Sand, Giorgio Eliot, Elisabetta Browning, e paragonatele a Balzac. Le loro analisi femminili sono le più monche e le più false della letteratura moderna: o romanticismo tragico della prima maniera, o romanticismo casalingo della seconda; analisi vera mai. Quante volte Balzac deve aver sorriso dall'alto della sua immensa opera di titano, osservando le grandi scrittrici del nostro secolo salire sulle montagnuole dei giardini per imitarlo, e credere così di riuscirvi. Non si giudica se non ciò che si è oltrepassato; non si ritrae se non quello che ci è sottoposto: noi donne non possiamo comprenderci, e gli uomini non lo possono del pari, se non alzandosi al disopra del rapporto, che li unisce con noi. Dante, Shakespeare, Goethe, Balzac... Anche voi altri siete in pochi. Ma se i primi tre sorpresero i generi e le specie, il quarto fece ancora meglio, e sorprese le famiglie e gli individui. Oggi si vorrebbe fare di più, e Zola studia le malattie; ma ciò è molto meno, perchè le eccezioni sono più facili della regola, ed hanno fatalmente minore estensione e minore profondità. E voi, Di Banzole, dove tendete col vostro povero lirismo filosofico, che non riscalda e non rischiara, che ha tutti i difetti della lirica e della filosofia, quando vogliono diventare drammatica? Voi, che siete sempre al di là del vero, e al disotto del bello: povero romanziere di una nazione, che non ne ha avuto che uno, e non ne ha più; che credete alla necessità di scrivere, mentre potreste fare come me, che racconto solamente...
— Raccontate dunque.
— È vero. Quasi rimpetto al palazzo della duchessa di Campiano, all'angolo di una casetta antica colle bifore, appoggiato ad un pilastro di granito rosso, stava sempre un povero zoppo. I suoi cenci pieni di colori e di buchi avrebbero entusiasmato un pittore, la sua testa fatto fantasticare più di un poeta. Una gran barba, che cominciava a brizzolarsi anzi tempo, gli saliva fino agli occhi, e gli scendeva sul petto. I capelli gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, e quando si traeva il berrettone per tenderlo col gesto umile del mendicante, gli si vedevano incollati sulla fronte, come a certe figure delle stampe antiche. Era zoppo da una gamba, pallido e sofferente. L'enormità del suo piede infermo, tutto fasciato di stracci, spiegava forse l'espressione macilenta del suo viso, e la malinconia del suo sguardo. Aveva gli occhi neri, oblunghi, di un taglio squisito e di una profondità mistica. S'appoggiava su due gruccie; una lunga, imbottita, che gli sorreggeva l'ascella; l'altra piccola, a bastone, sulla quale la sua mano si era deformata nella lunga e faticosa pressione. Da qualunque finestra del palazzo Campiano vi affacciaste, eravate sicuro di trovarlo accanto al suo pilastro, la fronte china, le spalle curve. Quando pioveva, si riparava sotto l'arco della porta più vicina, e vi restava invariabilmente sino all'ora di notte. Quindi se ne andava a passo lento, e mi ricordo di aver sentito più di una volta dall'appartamento della duchessa la percossa cadenzata delle sue stampelle, che nella notte rimbalzava sino ai vetri delle nostre finestre. La mattina tardi, mai prima delle nove, ricompariva al suo posto. Non chiedeva l'elemosina che alla gente ben vestita, ma la dimandava col gesto: si spiccava appena dal pilastro, allungando uno dei bastoni, si protendeva, abbassava la testa, alzava gli occhi con una attitudine da martire. Il suo berrettone, scuro e senza fiocco, era di quelli, che usano i carrettieri nella campagna romana. Ma non ringraziava altrimenti che battendo gli occhi e non invocava mai il nome di Dio. Forse la distinzione delle sue maniere, Donna Augusta ebbe un sorriso, e la sua poca importunità gli valevano la tolleranza delle guardie, e un ricolto quotidiano abbastanza abbondante. Però egli non mutava mai vestito; solamente nell'inverno si ravvoltolava in un mantello vecchio, a doppio bavero, con un grosso fermaglio a catenella di ottone, e si metteva due guanti a maglia senza dita. Il pallore di quel po' di faccia scoperta gli si faceva livido, e l'occhio gli si velava di una lagrima diacciata. Ma nemmeno allora, sotto il peso di quella nuova miseria, apriva la bocca, o faceva un gesto di più. Per una di quelle solite contraddizioni, che sono quasi sempre un'insolente ironia, si chiamava Prospero; e i monelli, che qualche volta avevano cercato inutilmente irritarlo, lo avevano battezzato Prosperaccio. A pochi passi, svoltando, v'era la chiesetta di santa Barnaba, nella quale la duchessa andava quasi sempre la domenica a messa. La messa era alle undici e mezzo. Appena ella usciva a piedi del portone, Prospero, che spiava chissà da quanto tempo, si raddrizzava alla meglio, tirava indietro il piede ammalato, e si cavava il berrettone come i devoti all'avvicinarsi del viatico. La duchessa ne sorrideva nel suo interno, e gli dava invariabilmente mezza lira. Ma neanche a lei Prospero aveva mai detto grazie colla voce. Se fra giorno la duchessa usciva a piedi, sola, e passava dall'altro canto della strada, Prospero non le andava incontro ad importunarla; restava addossato al proprio pilastro, dritto nella posa più composta, e si cavava il berrettone senza curarsi che la duchessa lo vedesse o no, e gli rispondesse con uno dei suoi invisibili cenni del capo. Se la duchessa gli passava vicino in compagnia di qualche amica, Prospero si traeva rispettosamente il berrettone, ma non lo allungava. La duchessa colpita da questa discrezione piena di buon gusto lo aveva elevato a suo primo povero, e ne aveva parlato colle signore. Qualcuna era passata apposta di lì per conoscere Prospero, gli aveva fatto l'elemosina, ricevendo lo stesso ringraziamento muto, e riportandone la stessa buona impressione. Ma a poco a poco Prospero era entrato nel palazzo di Campiano. Non che vi avesse mai posto il piede, ma aveva attirato l'attenzione dei domestici, sempre pronti a sorvegliare le preferenze dei padroni; e la sua sorte se ne era ancora avvantaggiata. Le cameriere gli davano qualche soldo, gli sguatteri qualche avanzo. Egli accettava tutto cogli stessi buoni modi, ma non parlava che con una vecchia guardarobiera, la quale, passandogli innanzi, si fermava sempre a dirgli qualche cosa. Non so qual genere di amicizia fosse la loro, ma ella se ne vantava cogli altri servitori, e aveva potuto parlarne anche colla duchessa, che aveva sorriso. Prospero, raccontava la vecchia, le dimandava sempre nuove della salute della signora duchessa, parlava di lei come di una santa, e le augurava tutte le felicità; una volta aveva persino chiesto se era contenta al mondo, e se andava bene in famiglia.
— Figuratevi, tutti l'adorano.
— Lo credo bene — aveva risposto Prospero; poi aveva strizzato gli occhi soggiungendo: — e col signor duca?!
— Ma si adorano: non vi è mai stato marito e moglie che si amino di più.
La duchessa sorrideva sempre di questo racconto, che l'altra le ripeteva ad ogni caso, con intenzione maligna, mentre invece chissà cosa aveva raccontato a Prospero sulle relazioni intime della duchessa col duca.
Infatti la loro freddezza non poteva essere un secreto nel palazzo. Il duca allora aveva una ballerina celebre, che gli costava più di uno scandalo. E poco a poco io stessa mi ero interessata a quel povero zoppo. Qualche frase della duchessa, la miseria pittoresca degli abiti di lui, l'espressione quasi mistica della sua faccia, il suo contegno, la immobilità della sua vita, lì, all'angolo di quella casa, mentre tutta Firenze gli si agitava incessantemente intorno, me lo richiamavano tratto tratto alla mente con una di quelle insistenze inesplicabili, le quali ci producono la sensazione indefinibile di qualche cosa, che stia per aggiungersi alla nostra vita, di un altro filo, che entri nella nostra trama. Ma quando gli passavamo innanzi colla duchessa, siccome gli guardavo nella faccia, egli evitava costantemente, e con una specie di paura, il mio sguardo. La duchessa invece arrivava qualche volta perfino a sorridergli. Una domenica di primavera, che ritornavamo da una visita, la duchessa aveva un mazzo di viole bianche ad un bottone del cappotto: quella mattina ella era di una gaiezza eccessiva: appena vide Prospero si cercò in tasca il portamonete, ma non trovandoselo, si sbottonò il cappotto:
— Poveraccio! — esclamò col suo riso inimitabile — dammelo tu, Augusta.
Gli eravamo già davanti. Prospero, che si era tratto rispettosamente il berrettone vedendoci spuntare all'angolo della strada, si curvava già per il suo inchino, quando la duchessa nel riabbottonarsi il cappotto perdette una viola. Malgrado la difficoltà di quell'attitudine e della gruccia, colla quale si sorreggeva, Prospero si precipitò per raccoglierla con tale violenza, che gli strappò un urlo sommesso di dolore; si rialzò pallido come uno spettro, e mentre stavo per aprire il mio portabiglietti, ci disse con accento cavernoso:
— Se la mi permette, tengo questa.
La preghiera andava alla duchessa, ma era rivolta a me. Lo sentii, e sentii che Prospero mi temeva. La duchessa soffocò una risata al complimento, lo ringraziò con un moto di testa come avrebbe risposto in un salone alla galanteria di un principe del sangue, e passammo oltre. Ne scherzò meco lungo tutta la strada, poscia non ne parlammo più. Poco dopo io partii per Ostenda. Quando ritornai, qualche cosa era accaduto fra il duca e la duchessa. Una sera d'estate, che uscendo dal Niccolini si erano fermati a prendere un sorbetto al Bottegone, una ragazza ed un vecchio vennero a piantarsi davanti al loro tavolino. Il vecchio suonava la viola, la ragazza cantava accompagnandosi sulla chitarra. Quella ragazza, l'ho poi vista molte volte, era di una rara bellezza, sebbene già avvizzita. Si diceva spagnuola, e vestiva il costume andaluso come lo acconciano in teatro, ma forse non era che siciliana. I capelli di un nero senza nome, pieni di ondulazione e di lampi, le incorniciavano con civetteria di ritratto il volto livido ed ovale. Aveva una fronte molto alta, con due sopracciglie troppo sottili, ma di una grande purezza di disegno, sopra due occhi, dei quali era impossibile immaginare gli eguali. Erano così profondi, che di primo tempo non se ne sentiva la grandezza: avevano le palpebre quasi lunghe come la frangia della gonnella, e una luce che teneva dell'abbarbaglio. Il naso leggermente ricurvo colle narici palpitanti le dava un profilo da uccello di rapina, mentre le labbra, rientrando, le lasciavano trasparire la bianchezza stridula dei denti di porcellana. Era di mezza statura, le spalle piuttosto curve, i fianchi arcuati, le braccia lunghe; ma il busto, a colori sotto la baschina nera, le rialzava il seno con una temerità, che aveva quasi della violenza, e dava al difetto delle sue spalle e dei fianchi tutta la provocazione, che possono contenere questi due deliziosi difetti. Infatti il suo collo era curvo come le sue spalle; pareva tutta un po' curva, col seno troppo alto come le donne, che sapendone profittare, vi mettono col piccante di una sincerità la tentazione di tutte le interpetrazioni. Quindi camminava quasi sempre a testa china, appoggiandosi naturalmente la chitarra sul grembo turgido come il seno. Spesso pure si guardava i piedini, i più piccoli che io abbia visto, calzati invariabilmente di una scarpetta scollata, di pelle bronzina, sopra le calze di una tinta molto pallida. Ma quando guardava era un'impressione di luce come il muoversi di uno specchio, dentro al quale mille lingue di fiamme vampeggiassero e svanissero. Però la sua voce stridula sarebbe stata insopportabile senza la stravaganza di quel costume, e la poesia della sua figura. A Firenze le avevano messo nome la Gitana, ed era l'avvenimento di tutti i caffè. Una folla di ragazzi e di donne la seguivano di uno in altro più per vederla che per udirla. Ella cantava una romanza spagnuola, o togliendo di mano al vecchio, un insipido figurante, la viola, vi suonava alla meglio un fandango. Quando aveva finito si traeva di tasca un piattino bianco, e andava disinvoltamente in giro, destreggiandosi tra le frasi e le occhiate. La prima sera il duca e la duchessa si erano fermati ad udirla quasi con piacere; ma, tornandosi a casa la sera dopo, allo svoltare di una strada avevano trovato la Gitana. Il duca, pretestando di essere aspettato altrove, aveva lasciato la duchessa al portone, ed ella si era naturalmente immaginato che ritornasse sulle orme della Gitana. Infatti era stato così. La duchessa, che non poteva essere gelosa, non si sarebbe occupata di questa nuova avventura, se il duca non si fosse imprudentemente mostrato la notte in ogni caffè di Firenze dietro la Gitana, come un novellino. Le amiche della duchessa si affrettarono quindi a pungerla con nuove malignità; e, malgrado che ella ne ridesse con una gaiezza fino ad un certo punto sincera, la sua indifferenza non giunse a togliere ogni alimento alla loro cattiveria. O il duca impazzisse davvero, o qualche cosa di funesto dovesse cadere sulla famiglia Campiano, il suo carattere si era fatto piuttosto chiuso, perdendo così col bell'umore la sua sola grazia. Un'altra sera, al Bottegone, che la marchesa Erminia d'Armillara era colla duchessa e col duca, la Gitana venne a postarsi davanti al loro tavolino. Io ero a pochi passi col povero Rattazzi. La Gitana aveva rinnovellato il proprio abito, conservandone ed arricchendone il costume. La baschina nera ricamata in oro sfolgorava, il busto aveva un balenio d'iride, le calze erano di seta, e un magnifico fornimento di corallo rosa le ornava la testa ed il collo, i polsi e gli orecchi. M'ingannai o mi parve che ella mettesse una speciale intenzione nel prescegliere il tavolino della duchessa, la quale naturalmente finse di non accorgersene.
Quella sera i tavolini erano più affollati, la gente gremiva il marciapiede: sarà stata circa un'ora; non passava più alcuno per la strada. Tutta quella gente che si era fermata al caffè veniva da teatro. La Gitana cantò una romanza napoletana, come un complimento, che ella spagnuola facesse all'Italia, e che la goffaggine del suo accento straniero rendeva più grazioso. La canzone aveva il colore e la nudità del mezzogiorno. Il pubblico, in quell'ora per la maggior parte di giovanotti eleganti, l'accolse con una simpatia clamorosa: e quindi s'intesero dei bisbigli, che scoppiarono al finale in un motteggio di applausi. Ma tutta quella folla aveva penetrata la oltraggiosa intenzione della Gitana; la presenza della duchessa atteggiava quasi drammaticamente la volgarità della scena. Il duca, che non poteva non provare quella tensione, profittando del cicalio della duchessa colla marchesa D'Armillara, per una delle sue morbose vanità di scandalo, si mise francamente a guardare la Gitana. La quale cantò la romanza più malamente del solito. Si volle il bis, la replicò, la dovette replicare ancora, e andò in giro. La duchessa, che non perdevo d'occhio, ebbe un'occhiata sublime di indifferenza quando la Gitana le si presentò col piattello: mi sembrò che l'altra trasalisse, ma certo trasalì la folla, che passò istantaneamente dalla parte della duchessa. La Gitana proseguì la questua sotto il nuovo peso di tutti gli sguardi e la percossa di tutte le parole, e si fermò davanti a noi. Il povero Rattazzi la guardò attraverso i suoi occhiali usi a scrutare dappertutto, la prese, la gittò dentro uno dei suoi motti, profondi e freddi come un pozzo. In quel momento alla luce di un fanale scorsi Prospero appoggiato all'angolo del Duomo, che seguiva collo sguardo la Gitana. Non so perchè fremetti. Poi la Gitana prese dal vecchio la viola e suonò la nuova canzone di Piedigrotta con una posa più corretta di artista: salutò, partì, gran parte del pubblico fece altrettanto. Allora me ne andai io pure senza parlare alla duchessa. L'indomani ricevetti un suo biglietto pressante; risposi che non avrei potuto sull'atto, e che a sera sarei passata al suo palazzo. Mi aspettava: era agitata, una collera fredda le balenava dagli occhi. Senza darmi nemmeno il tempo di interrogarla, mi raccontò come il duca volesse invitare la Gitana per la loro ultima serata d'addio agli amici, prima di partire per Sesto Fiorentino. La duchessa aveva sulle prime creduto ad uno scherzo di cattivo genere, ma egli si era fatto serio, mettendosi a spiegarle tutte le ragioni in favore della propria proposta. Certo la Gitana era tutt'altro che una buona cantante, ma essendo spagnuola, col costume spagnuolo, suonando dei balli di Spagna, offrendo così l'occasione di improvvisarne qualcuno colle nacchere, diventava più che possibile in una serata di amici, che l'avrebbero presa come un anticipo sui divertimenti della campagna. E il duca tornava sullo scherzo con quella persuasione dei propositi deliberati, che fanno sentire sotto la gaiezza dell'accento l'irritazione di uno sforzo. La duchessa offesa più nel suo orgoglio di dama, che nella sua dignità di donna, si era opposta con risolutezza sprezzante, senza degnarsi neppure di cercare se sotto quella sconvenienza si nascondesse una abbiezione. La discussione, lunga e difficile per se stessa, si era finalmente conchiusa in un alterco; ma siccome il duca non poteva addurre altre spiegazioni a questo capriccio che la propria volontà, la duchessa aveva allora dovuto provarne la percossa come donna. La sua testa ne aveva rintronato, immaginandosi subito che quello fosse un proposito della Gitana per mettersi meglio in voga, una condizione infame che gli avesse messo ai propri favori. Qualunque altra donna al posto della duchessa avrebbe trovato nello sdegno o nel dolore della propria coscienza la forza di umiliare o di convincere quell'uomo: sarebbe stata solenne nel silenzio, e eloquente nelle parole; avrebbe avuto di quelle frasi che tolgono il respiro, di quelle osservazioni che dissolvono ogni pertinacia. Ella non trovò nulla. Non contrappose che la propria vanità di dama, non invocò che le convenienze dell'etichetta: poi gittandosi nell'ironia, senza osare di strappargli il secreto, volle flagellarlo col ridicolo di ricevere condizioni chissà da chi e a che prezzo, mentre tutta Firenze ne rideva. Il duca, che non mancava al tutto di spirito, l'aveva rimbeccata; i sarcasmi erano arrivati fino alle insolenze, le insolenze quasi alle minaccie. Ella già impaurita aveva allora dichiarato che ritirerebbe gl'inviti: egli l'aveva guardata freddamente negli occhi, e l'aveva sfidata a questo coraggio. Quello sguardo l'aveva atterrata. Il duca se n'era andato intanto che ella scoppiava a piangere; e in quel momento, raccontandomelo, le lagrime le tornavano nuovamente agli occhi. Sulle prime aveva pensato di dare la serata, e di mancarvi con un pretesto qualunque; ma poi aveva riflettuto che la sua assenza renderebbe anche più viva l'ingiuriosa presenza della Gitana nel suo salone. Era pallida, cogli occhi gonfi, la testina arruffata e spiritata. La inanità della sua natura si rivelava tutta in quel frangente, guadagnandovi quasi una grazia di bambino. Le idee più strane, i divisamenti più inconcepibili le si affaccendavano nel discorso; poi ne smarriva il filo, e si abbandonava a lagnanze di un comico irritante. L'ascoltai pazientemente. Però siccome non le rispondevo, alla fine s'inciprignì anche meco. Le amiche l'abbandonavano. Invece non volevo che vedere a qual partito si appiglierebbe; ma non ne trovando, conchiuse quasi sbadatamente di avermi mandato a chiamare perchè le dissuadessi il marito. Allora le feci notare la sconvenienza di invocare un estraneo in questo loro pericoloso dissenso; se non che mi interruppe, e passandosi la mano sulla fronte con un gesto carino, inesprimibile di superbia, disse: parliamo d'altro. Quindi si mise per altri argomenti senza però diventar più calma. Eravamo nel suo salotto favorito, una scatola di raso, un astuccio delicato per una preziosa pupattola. Malgrado il turbamento di quella giornata, ella aveva trovato il tempo per una toletta dolcissima, di un buon gusto minuzioso, che finiva di togliere alla sua figura ogni supposizione di forza, per lasciarla come dentro un vapore bianco, un'aria profumata. Nessuno dei suoi lineamenti esprimeva un pensiero, nessuna delle sue contrazioni tradiva una passione. Allora la richiamai al primo discorso, promettendole di fare ogni possibile per distogliere il duca dal suo tristo capriccio, se le circostanze me ne porgessero il destro. Ella mi enumerò quindi tutte le necessità dei riguardi mondani, il rispetto del nome, del salone, degli invitati, e conchiuse:
— Infine anch'io sono donna.
Quando uscii dal palazzo rividi Prospero non più appoggiato al suo pilastro, ma dirimpetto al portone. Erano le dieci. L'osservai meravigliata di quella sua ora insolita, e mi parve che egli pure mi esaminasse; ma i miei cavalli partirono rapidamente, e lo perdei. L'indomani mi fu impossibile vedere il duca; assunsi qualche informazione, e seppi che tutte le sere andava dalla Gitana, la quale abitava il pianterreno di una casipola a S. Spirito. Recandomi quindi dalla duchessa, per strada, vidi la guardarobiera stretta in colloquio con Prospero al solito pilastro. Credetti che si trattasse di una confidenza, perchè parlavano in fretta, a bassa voce, Prospero cogli occhi fissi al suolo, come chi stia per prendere una risoluzione, l'altra con gesti concitati, guardandosi spesso intorno. Quando mi scorse, sussultò, ne diede l'avviso a Prospero, che levò repentinamente la testa, scambiarono ancora una parola, e si separarono. Ma la vecchia forse temendo che la interrogassi, invece di entrare a palazzo, tirò oltre. La duchessa non era in casa. Ripassando dinanzi a Prospero mi sembrò che fosse più pallido e sofferente, si trasse rispettosamente il berrettone, ma non me lo tese. Io stessa ero nervosa: nella sera Rattazzi venne a vedermi, e mi distrasse. Eravamo alla vigilia dell'ultima spedizione di Garibaldi a Roma, vi basti questo. Rattazzi mi espose il proprio piano, nel quale il pubblico non doveva capir nulla, come infatti avvenne, e che doveva attirargli, sulla sua piccola testa di grand'uomo, la esecrazione temporanea di tutto il paese. In quel momento Rattazzi era persino bello: i suoi occhi bruni ed acuti come la punta di un succhiello avevano attraverso gli occhiali un dardeggiamento assiduo ed insopportabile; le sue frasi scattavano, la sua ossuta figura di scheletro pareva slogarsi a certi gesti terribili ed imprevisti. Il duca e la duchessa colla miserabilità dei loro dissidii mi passarono quindi di mente; ma all'indomani la Gazzetta d'Italia annunziava che la Gitana era stata uccisa nella notte, tornandosi a casa, per un viottolo presso S. Spirito, da un accattone zoppo, che si chiamava Prospero. Compresi subito che doveva essere lui. Il giornale raccontava tutti i particolari della tragedia. Pareva che da qualche notte lo zoppo pedinasse instancabilmente la Gitana; e più d'una volta, fermandola per chiederle l'elemosina, avesse tentato di parlarle: ella gli aveva badato poco o punto, finchè l'ultima sera aormandola sempre a poca distanza, Prospero l'aveva raggiunta per quel viottolo deserto. Era oltre mezzanotte, non passava anima viva. Prospero si era levato il berrettone colla sinistra, tenendolo umilmente; ma la Gitana, importunata, gli si era rivolta di mal garbo, e il vecchio suonatore lo aveva minacciato. In quello stesso punto Prospero si era allungato improvvisamente vibrandole una orribile coltellata nel seno: la Gitana era caduta gittando un urlo straziante, il vecchio si era slanciato; ma, vedendo l'altro col coltello fumante, aveva pensato meglio di darsela a gambe, mentre Prospero, che, perduto l'equilibrio, si reggeva a stento sul bastone, traboccava egli pure sul corpo insanguinato della Gitana. La strada era deserta, il vecchio suonatore scomparso cacciando stridi da spiritato. Che cosa si fossero detti quei due in quel momento nessuno lo sapeva; ma quando sopravvennero le guardie, e fu prontamente, la Gitana era morta. Due seconde coltellate, una alla gola e l'altra al cuore l'avevano quasi dissanguata; Prospero, che le aveva lasciato il coltello nell'ultima ferita, tentava di rialzarsi sulla gruccia. Alle interrogazioni violente delle guardie, e a tutte le irruenze dell'altro vecchio, che vedendolo disarmato voleva finirlo, non aveva risposto una sola parola; solamente aveva osservato che ammanettandolo non avrebbe potuto camminare; e si era lasciato condurre al primo corpo di guardia. I questurini avevano raccolto la chitarra rotta ed insanguinata; il coltellaccio omicida era terribile, un'arma da beccaio perfezionata da un assassino. Vi ho ripetuto tutti questi particolari perchè mi si sono fissati uno ad uno nella mente. Ma quale era la causa di un simile delitto? La Gazzetta, che vi consacrava un lungo articolo colla compiacenza propria dei giornali per i delitti misteriosi, moltiplicava le congetture più drammatiche, finendo per attaccarsi all'ultima, che Prospero fosse disperatamente innamorato della Gitana. Intanto prometteva per l'indomani altri dati sulla vittima, che pareva una signora napoletana, costretta da una passione infelice a quel povero e tristo mestiere. Tutta Firenze non parlò che del trucissimo caso, e del lungo articolo della Gazzetta; la curiosità cittadina fu eccitata, gli altri giornali intervennero, e allora le ipotesi e le spiegazioni si urtarono. Ognuno conosceva qualche lembo del secreto, qualche circostanza decisiva; fu un pettegolezzo assordante e feroce. Quel dopo pranzo la duchessa era venuta a trovarmi e non aveva dissimulato la propria allegria. Mi assicurò che Prospero era proprio lui, e che era innamorato della Gitana. Siccome lo aveva letto nella Gazzetta, lo aveva già creduto. Avrebbe desiderato parlarmi del duca, ma voleva essere interrogata, e non lo feci. Allora l'inconscia brutalità del suo egoismo, che in quella tragedia, forse degna di un grande poeta, non vedeva se non il trionfo legittimo di un'etichetta, mi irritava contro di lei. Domenica sera la sua ultima serata non avrebbe una stonatura! Ma fossi troppo aggrondata, o ella sentisse confusamente in me la cattiva impressione dei suoi discorsi, e ne temesse qualche scoppio, mi fece ancora un complimento, e se ne andò. Seppi che la sera di quel giorno il duca partì per Sesto Fiorentino. L'avventura ben altrimenti sanguinosa di Mentana mi fece presto scordare di Prospero; quando, molti mesi dopo leggendo nella stessa Gazzetta il resoconto del discorso di Rattazzi, quel capolavoro che durò tre giorni e che io andavo religiosamente ad ascoltare dalla tribuna diplomatica, mi cadde sott'occhio l'annunzio della causa di Prospero. Era per l'indomani. Difendeva un avvocato di nome ignoto come accade sempre per i poveri; un giovane, che adesso è una piccola celebrità ed un piccolo talento. L'indomani Rattazzi non parlerebbe. Decisi quindi che sarei andata alle Assise. La sera m'incontrai da Gino Capponi colla duchessa, la quale aveva pure letto l'annunzio, e si sentiva la medesima voglia: concertammo di esservi insieme. Era una magnifica giornata. Andando a prendere la duchessa nella mia carrozza, rividi il pilastro abbandonato di Prospero, e tutti i particolari e le congetture della catastrofe mi si affollarono torbidamente nell'anima.
Un mistero così profondo, che nessuno l'aveva ancora penetrato e che non si scoprirebbe nemmeno al processo, stava forse in fondo a quella tragedia di strada. Perchè Prospero aveva ucciso la Gitana? La supposizione che fosse innamorato mi pareva, non so perchè, assurda: ma ero altrettanto sicura che Prospero l'aveva uccisa per conto proprio, e per una ragione non vile. In quel momento la sua fisonomia mistica e indolorita di martire, condannato a vivere del proprio martirio, mi riappariva al pilastro, e mi commoveva. La duchessa, vestita con un'audacia piena di colori, abbottonandosi in quell'istante un lunghissimo guanto, mi si rivolse, e col suo accento leggero:
— Ti ricordi, Augusta — proruppe — la mattina della viola?
Quando entrammo alle Assise la folla ingombrava i pressi e lo scalone: era un viavai, un romorio confuso e crescente. I ricordi si risvegliavano, la causa minacciava di farsi grossa. Potemmo a stento aprirci il passo, e coi biglietti d'invito essere introdotte nella tribuna. La sala era così gremita che le teste vi formavano un ciottolato; le signore abbondavano, alcuni avvocati illustri erano nei posti distinti e nelle tribune. Guardai Prospero. Nè la sua faccia, nè i suoi abiti erano cangiati. Stava seduto sulla ignobile panchina, la gruccia distesa lungo la gamba, e l'altro bastone fra i piedi: non pareva nè turbato, nè avvilito. Col berrettone a fianco e la testa nuda conservava il solito contegno rispettoso; solamente quella depressione dei capelli, che gli cadevano sulla fronte, lasciandogli quasi calva la nuca, gli dava un'aria anche più mistica. Il suo giovane avvocato in toga era più pallido e più nervoso di lui. Naturalmente egli dubitava di se stesso, mentre l'altro era sicuro della propria condanna. L'arrivo della duchessa, una delle glorie mondane di Firenze, produsse un movimento nella folla: le teste si agitarono e si volsero; quindi corse un bisbiglio insensibile, che ella colse a volo come un profumo. Il suo volto sfavillò. In quel momento Prospero si torse verso di noi e vide la duchessa, che innanzi a me coll'abito vivacissimo attirava tutti gli sguardi. Una vampa di rossore gli bruciò istantaneamente sulla faccia, poi si fe' pallido, e rimase su lei coll'occhio sbarrato. La duchessa, che guardava giù nel pubblico col canocchiale, non aveva ancora osservato il reo. Il cancelliere seguitava a leggere l'atto d'accusa, mentre sul tavolo, dinanzi al presidente, il coltellaccio omicida gettava qualche bianco riverbero, che finì per attrarre gli occhi della duchessa. Ella me lo indicò con un gesto di orrore, riportando istintivamente lo sguardo sull'accusato. Quando il presidente, un vecchio in capelli bianchi, cominciò l'interrogatorio, si fece nel pubblico un silenzio di statua: Prospero tentò di sollevarsi sulle gruccie, il presidente lo invitò con parole gentili a rimaner seduto, ma egli volle alzarsi egualmente, e si atteggiò come al pilastro. La sua figura di mendicante impietosiva, il suo piede enorme entro quel fagotto di stracci sembrava rendere impossibile tutto il racconto dell'accusa. Nessun lineamento della sua fisonomia, nessuna attitudine del suo corpo tradiva lo sforzo di un'ipocrisia, o una qualunque tendenza sanguinaria. Un fremito di pietà e di simpatia corse nel pubblico. Prospero disse nettamente, con voce cavernosa di malato, il proprio nome, e quando il presidente gli domandò se ammetteva di aver ucciso la Gitana, alzò gli occhi verso di noi, e rispose:
— Sì.
— E la ragione?
Prospero abbassò la testa, come allorchè ringraziava dell'elemosina, e non disse altro, solamente fece un gesto di stanchezza. Il presidente se ne avvide, e gli ripetè l'invito di sedere, che questa volta egli accettò. Quindi non aperse più bocca. Invano il presidente mise tutto in opera, esortazioni, consigli, minacce, spiegandogli come quel mutismo potesse nuocere alla giustizia, e a lui stesso nell'animo dei giurati. Prospero sembrava ascoltarlo attentamente, ripeteva ogni tanto quel cenno, che poteva parere ad un tempo di ringraziamento e di scusa, ma non parlava, non si muoveva. Tutti gli occhi della gente erano conversi in lui, tutti i pensieri, e tutte le volontà di quella massa gli pesavano addosso. Furono cinque minuti drammatici e febbrili. Prospero vinse. Il suo avvocato, il Pubblico Ministero stesso lo esortarono con parole, nelle quali vibrava una persuasione sincera, una benevolenza quasi eccessiva: ma egli ripetè ad entrambi il suo cenno umile, quasi di rammarico, e non parlò. Il pubblico affaticato da quella tensione ruppe in un chiacchierio fragoroso, mentre il presidente dava la parola all'accusa. Il magistrato fu limpido e tagliente; riassunse con sobrietà di grande oratore il fatto, urtando nel mistero di quel mutismo senza curarsi neanche di sfondarlo con un'ipotesi e concluse per l'assassinio premeditato senza circostanze attenuanti. Prospero fu impassibile. Toccava all'avvocato. La sua estrema pallidezza e il suo volto convulso attrassero persino l'attenzione dell'accusato. L'esordio fu rettorico ed infelice; ripetè senza profitto per l'accusato il racconto dell'accusa, andando innanzi sulle frasi, affettando un talento di romanziere, che analizza dipingendo e trova nell'analisi l'argomento della difesa. Poichè non si scorgeva un movente al delitto, dunque mancava. Prospero era pazzo.
A questo punto Prospero intervenne, e gridò risolutamente:
— No.
— La ragione dunque? — ripetè il presidente.
Prospero non gli si volse nemmeno, ebbe un gesto d'indifferenza, e si cacciò la mano in seno ricadendo nel silenzio di prima; mentre tutta la folla guardava verso l'oratore, cui l'interruzione aveva arrestato bruscamente a mezzo di un periodo. L'avvocato stentava a rimettersi.
In quel momento, io che guardavo Prospero, lo vidi trarsi di seno la mano, e spiare verso di noi: la duchessa osservava con un mezzo sorriso l'impaccio dell'avvocato; Prospero teneva in mano il cadavere di quella viola, che ella aveva perduto un anno prima, e della quale allora non si ricordava più.
Prospero abbassò lentamente la testa, come se la piegasse sul patibolo.
La duchessa non aveva veduto, io sola avevo compreso.
E donna Augusta tacque.
— La viola? — proseguì.
— La viola! — ella replicò con atto nervoso — non vi basta questo per la vostra novella? La viola gliela vidi cader di mano; ma la duchessa non lo ha mai saputo, perchè se glielo avessi detto ne avrebbe insuperbito, e non lo meritava.
La notte era tiepida, il lago ancora lontano.
— Ritorniamo — disse donna Augusta e ne diede l'ordine al cocchiere.
Quel racconto l'aveva così agitata, che me la sentivo fremere vicino. La luna alta sopra la carrozza dava alla sua faccia come il pallore di una lunga emozione, che da quel racconto prolungandosi attraverso altri ricordi si perdesse in un tetro presentimento. Ma la curiosità mi rimorse, e senza badare alla sua meditazione:
— Prospero fu condannato?
— Ah! — ella proruppe con un impeto quasi sdegnoso — siete dunque un romanziere da epilogo, il quale accompagna tutti i suoi personaggi fuori del dramma, sino alla tomba, per convincere bene il lettore che si tratta di un fatto vero e che egli non vi ha colpa, se sciaguratamente il fatto fosse brutto. Ma, mio povero Di Banzole — proseguì con ironia sibilante e sferzandomi il volto cogli sguardi — non avete dunque ancora compreso con tutto il vostro lirismo filosofico che il dramma avviene negli individui, ma non è l'opera speciale di nessuno di loro; che essi vi entrano senza capirlo, vi periscono senza saperlo, ne escono senza accorgersene: che in fine vi hanno la parte della grandine nella tempesta? Che cosa ne è dei suoi grani? Poichè avete tanto bisogno di saperlo, il loro diacciuolo ridiventa acqua, l'acqua vapore, il vapore diacciuolo, quindi grandine e daccapo la tempesta. Che cosa è il dramma? Voi dovreste saperlo più di me, giacchè ne scrivete; ma nessuno lo ha ancora ben definito: scoppia nella vita degli individui come in quella dei popoli, qualche volta dura un'ora, qualche volta un'êra. La storia di Roma non è un dramma? Il cristianesimo non è un dramma, come il Giulio Cesare di Shakespeare, nel quale il protagonista muore al primo atto? Dove trovate una tragedia in cinque atti più bella della vita di Napoleone? Il primo atto in Italia, il secondo in Egitto, il terzo a Mosca, il quarto a Waterloo, il quinto a Sant'Elena. Nella vita dell'umanità ogni popolo è forse un personaggio: ebbene, voi, che v'interessate ai drammi, avete ancora indovinato la trama di questo, riconosciuto quali siano i primi attori? Quante comparse mute, o delle quali nessuno ricorda più adesso le poche parole! Il dramma è molto ricco, poichè muta spesso di scena: il primo atto è stato tutto in Asia, il secondo in Europa, il terzo è cominciato col secolo in America. Dove sarà il quarto? Chi eseguirà il quinto? A chi è destinato questo spettacolo enorme, del quale l'illuminazione costa tanti soli, e nel quale il mutamento di una scena significa quasi sempre l'eccidio di una razza? Il dramma individuale è ben piccolo paragonato al dramma storico, alla tragedia umanitaria; ma tutto è forse riassunto nel dramma individuale. Non sono le gocce, che fanno il mare, i vapori, le nuvole, quindi la grandine e i diacciuoli, dei quali volevate sapere il destino come quello di Prospero? Prospero è perito nell'urto di due estremità. L'ultimo della plebe amava la prima dell'aristocrazia: nella impossibilità di congiungersi, quegli, che si moveva, si sarebbe rotto infallibilmente; ecco il dramma e la catastrofe. Il dramma non riposa sopra un'opposizione di due individui, che non possono nè separarsi nè unirsi, e, della quale la risoluzione avviene nel terzo termine, che è la loro razza? Non vi ricordate più che tutto è triplo, la trimurti indiana, che passa trinità cristiana; il triangolo, che diventa l'emblema di Dio e il cappello del prete; i tre momenti dell'idea brahminica ed hegeliana, le tre grazie e le tre virtù; il parlamento, che è triplo, senato, camera e corona; la famiglia, che è tripla, padre, madre e bambino, o marito, moglie ed amante...
E rise gaiamente. Ma poco dopo arrivavamo in città: il suo palazzo apparì.
— Salite? — mi domandò quando l'ebbi aiutata a discendere.
— Vi ricordate la canzone della Gitana?
— No.
— Allora, buona notte.
Ella sorrise amichevolmente e mi tese la mano. Gliela strinsi, m'inchinai, e mi avviavo già per l'atrio, quando ella mi richiamò con un grido:
— Di Banzole!
Tornai indietro: ella era già in cima al primo pianerottolo.
— Perdono: quella viola bianca, ora me ne rammento, era zoppa.
E disparve con un ultimo sorriso d'ironia.
VIOLONCELLO
La casa era nel fondo di una strada umida e buia, a cul di sacco: aveva tre piani e due finestre cogli scuri verdi ad un battente solo. Nè di giorno nè di notte la strada s'illuminava mai di un bel raggio; il sole vi passava al disopra, la luna vi si ratteneva sull'orlo dei tetti, come respinta dal tanfo grasso che ne saliva, mentre l'ombra addensata da tutti quegli sfondi sembrava piena di agguati e di abbandoni. Era d'estate. Le case purulente di quella muffa, che pare una malattia vergognosa dei muri, e non si trova quasi mai nelle campagne, dove il sole e l'aria mantengono in ogni miseria una certa quantità di salute, erano piuttosto alte. Le finestre, abbandonate penzoloni sui gangheri in attitudini patibolari, non si chiudevano nemmeno di notte, forse perchè l'aspetto esterno delle case tradiva fin troppo l'aspetto interno delle famiglie, e il pudore se n'era da gran tempo involato coll'anima di tante speranze morte e le visioni di tanti desiderii vivi. Dalle soglie logore dall'uso e calcinate dal fango un'ombra greve irrompeva fino al rigagnolo della strada, dando quasi quasi la medesima tinta scura ai sassi, sui quali passavano pur tuttavia i riverberi indeboliti del giorno e i passi di tutta la gente. Le case si rassomigliavano tutte; appena qualcuna di un piano solo e coll'impanata invece dei vetri, pareva un abituro campestre. Difatti in quel quartiere, egualmente separato dalla città e dalla campagna, v'era uno strano miscuglio di persone e di mestieri; un'agglomerazione di braccianti e di operai, che non dovevano nemmeno riconoscersi fra loro. La strada si vuotava rapidamente al mattino, e si riempiva lentamente la sera. Nel giorno qualche donna in ciabatte la traversava o la percorreva: qualche vecchio passava adagio e si allontanava come una miseria, che non sa più dove andare e vagola ancora per poco. Fiacchieri e biroccie non arrivavano mai sino in fondo al muraglione, che la chiudeva. La strada non aveva chiesa. Ma il rigagnolo, nel quale sovrannuotavano immondizie di ogni sorta, esalava fetidi vapori, specialmente se il tempo si mettesse alla pioggia, o il lungo sereno fosse arrivato al secco. Allora diventava una fila di pozzanghere, alimentate giornalmente dall'acqua delle finestre, che lasciavano nelle ineguaglianze del ciottolato una poltiglia nerastra, piena di bave e di fili, di insetti e di residui. E la notte, alla luce dei fanali, da quelle pozzanghere invisibili prorompevano bagliori metallici, mentre certe masse chimeriche, attirate e respinte dai lampioni, riempivano tratto tratto la strada. E su dai sassi della strada, fuori delle porte, giù dalle finestre, per tutta la tenebra della sua lunghezza venivano un tanfo umidiccio e viscoso, un silenzio morbido, nel quale s'affondavano le case coi loro abitatori ignoti, sino al muraglione, che la separava prudentemente da tutto il resto del mondo.
Era già notte. Un ragazzo si arrestò un istante alla vetrina del caffè, dalla quale usciva un inquieto rumorio di istrumenti; parve indeciso, si trattenne, e, come per sottrarsi ad una tentazione troppo forte, se ne spiccò con un salto. Sempre lungheggiando i muri arrivò senza incontrare anima viva alla penultima casa, ne infilò la porta aperta, bussò nell'uscio di faccia, all'ultimo piano. Una donna gli aperse.
— Hai fatto tardi! — gli disse, guardandolo amorosamente con voce di strana dolcezza — dove ti sei fermato?
Intanto egli si era cavato il berretto, avvicinandosi al tavolo, dove la donna cuciva a macchina. Il lume a petrolio riparato da un cappello bucherato, di carta verde, gli illuminava la faccia incorniciata da una magnifica capigliatura bionda, tutta a ricci. Egli stette così, come dubitando di dire qualche cosa, poi la donna gli alzò gli occhi in volto con muta interrogazione.
— Hai fame?
— Adesso poi: sono stato a teatro.
La notizia parve così stravagante, che la donna si voltò di soprassalto.
— A teatro — seguitò il ragazzo ridendo —; ecco, dietro il vicolo, ma si sentiva lo stesso. Non vi era nessuno: si sentiva come di dentro, l'orchestra, i cori, poi di quando in quando la voce della donna. Come dev'essere bello il teatro! facevano la Norma.
E il ragazzo sospirò. Quindi la donna si alzò per servirgli da cena ripetendogli:
— Hai fame?
— Sì.
Il ragazzo aveva forse tredici anni, era alto e magro. Benchè non ancora formato e vestito miseramente, la finezza della pelle e la delicatezza dei lineamenti lo rendevano già singolarmente bello. Due occhi bianchi, ma enormi, colle palpebre molto lunghe, gli illuminavano la faccia tinta del più soave incarnato, con una bocca fresca e un mento piccino come quello di una donna. Nei capelli arruffati gli si riconosceva ancora la discriminatura, che forse quella donna gli faceva ogni mattina, ricacciandogli i ricci dietro le orecchie rosee dagli orli ribattuti. Era vestito di una giacca logora al bavero ed alle orlature, di un paio di calzoni più chiari della giacca, e di un corpetto a maglia, quantunque la stagione cominciasse già a farsi tiepida; ma il ragazzo era freddoloso, e si lasciava volentieri ovattare coll'egoismo minuscolo dei fanciulli troppo amati. A vederlo non si sarebbe creduto un popolano, o almeno non lo era che alle estremità; le mani troppo grosse per i polsi, colle dita schiacciate e le nocche salienti, e i piedi, che s'indovinavano male sotto la rozza calzatura. Ma la sua bocca aveva una dolcezza quasi ancora da bambino, mentre la parte superiore del viso era già di uomo. Qualche cosa gli dilatava gli occhi e la fronte alta, sporgendo sull'arco delle sopracciglia, ed era come una luce incalorita dai riverberi dei capelli, più fini della seta, e di un biondo così puro che avrebbero fatto invidia ad una polacca. Poi la donna lo chiamò nell'altra camera. La cena era già pronta sopra un tavolino, con un tovagliolo e pochi piatti; egli sedette, mangiò di buona voglia, rispondendo a monosillabi, mentre ella lo sorvegliava amorosamente assaporandogli sul volto la gioia sensuale di ogni boccone.
D'improvviso egli scappò a dire:
— Cosa siamo dunque noi al mondo?
— Siamo i poveri.
— Siamo gli ultimi!
— Non si è mai l'ultimo, perchè dopo i poveri ci sono i malati, dopo i malati ci sono i morti.
La donna era giovane. Un erpete rosso-cupo le deturpava il sorriso della bocca rischiarato da due grandi occhi pieni del lume placido di una lampada. Non aveva altro; il resto della fisonomia sarebbe stato ripugnante senza quella espressione di profonda tenerezza e di mite rassegnazione. I capelli pettinati con estrema cura e coronati da un vecchio nastro di velluto nero le lasciavano già trasparire la cute biancastra: le spalle le sporgevano in arco, mentre il petto le rientrava con una pietà malaticcia sotto quel corsetto di flanella a scacchi rossi e nerognoli. Era una povera figura colle mani rachitiche e il collo grinzoso, nel quale un buon osservatore avrebbe distinto il battito pericoloso di una vena: non aveva forse ventott'anni, era secca, scarna, cogli occhi troppo belli e la voce troppo dolce, sebbene appannata da un'invincibile reuma di petto, che era forse una bronchite. Aveva lo sguardo estatico e la parola lenta; ma ogni qualvolta egli le cacciava nelle pupille il razzo bianco dei propri occhi, o la ravvolgeva nel turbine caldo e romoroso di una scappata, lo sguardo le si velava come per resistere al penetrante prestigio di quel ragazzo, che oramai cominciava a non esserlo più. Allora il suo viso storto a sinistra si illuminava di un intimo sorriso; ella si rigettava adagio sulla spalliera bianca della sedia, una mano sul tavolo, la testa sopra una spalla, e sospirava.
Ma la cena era finita; ella s'alzò, ripiegò il tovagliuolo, rimise i piatti nella madia, soffiò via le ultime briciole dal tavolino, mentre Giorgio si alzava stirandosi le membra come un gattino.
— Tu hai sonno questa sera — ella disse guardandogli negli occhi —. Se domani mattina ti alzi mezz'ora prima a studiare, ti lascio andare a letto.
Giorgio non se lo fece dire due volte. Il letto era nella cucina, in un angolo, un letticciuolo di legno con una coperta fiorata di percalle, e un piumino rosso sui piedi a fioretti trapunti. Aveva un comodino di fianco, una madonna coll'ulivo benedetto al disopra. Nell'altra parete la tafferia calata faceva da seconda tavola; c'era una piccola madia in un cantone, la scaffa nell'altro con sopra la rastrelliera dei piatti. Alcune casseruole di rame sospese alla cappa del focolare gli davano una qualche speranza di cucina; un tavolinetto esagono nel mezzo serviva a tutti gli usi. E con tutto ciò quella cucina era un modello di mondezza. Il ragazzo si spogliò in un batter d'occhio, gittando uno ad uno i panni sul letto, finchè rimase in camicia colle scarpe: se le trasse, lesto, senza usare le mani, e prima che la donna, occupata a comporre gli abiti sopra una sedia, avesse il tempo di fare la piega, era già sotto le lenzuola. Vi si agitò qualche minuto coi brividi del freddo, raggomitolandosi, la testa affondata nel cuscino, e chiuse gli occhi. La donna gli rimboccò la coperta sotto il materasso, gli accomodò e gli distese la piega del lenzuolo con compiacenza prolungata, senza che egli sembrasse nemmeno accorgersene; poi il ragazzo spalancò improvvisamente gli occhi, ed allungò le labbra. Ella si chinò, ricevette il suo bacio sulla fronte, glielo rese, lo contemplò un'ultima volta e: — Dormi — disse.
Egli si strinse nelle spalle, e l'altra uscì tirandosi dietro la porta.
Quell'altra camera piccola e bianca, con un lettino, un armadio, un tavolo per la macchina da cucire, era la sua: aveva una sola finestra colle tende, il pavimento rotto. Posò il lume sul tavolo, e si sedette guardando l'uscio della cucina per aspettare che Giorgio si addormentasse.
Allora il suo volto perdette la dolcezza di poco dianzi, e una contrazione penosa le stirò gli occhi senza poterne trarre una lagrima. Forse una mezz'ora passò così, poi si levò col viso sempre egualmente triste, ed, aprendo adagio adagio l'uscio della cucina, ascoltò. Un raggio del lume, filtrando per la porta, le mostrò Giorgio nella stessa posizione, colla testa mezzo nascosta fra il cuscino ed il lenzuolo. Lo sentiva respirare. Allora s'inoltrò sulla punta dei piedi fino al capezzale, e stette contemplandolo nella tenebra. Ma lo vedeva come in un raggio di sole, coi capelli biondi pieni di sorrisi, gli occhi bianchi come due fiori animati, il viso dolce ed aristocratico, che faceva spesso soffermare i passanti la domenica quando uscivano insieme a spasso: un viso di fanciullo e di giovinetto, lucente di poesia e di avvenire; lo vedeva dormire sul lettino sotto i propri occhi, in una posa di uccellino, respirando un alito soave, riposando, sognando, calmo e felice sotto la sua protezione invisibile e senza sentirla.
— Se morissi troppo presto — mormorò piangendo finalmente una lagrima, e piegandosi a sfiorargli i capelli: ma un pensiero anche più angoscioso gliela abbruciò istantaneamente, e stringendosi con una mano la fronte, mentre si rialzava quasi con un senso di ripugnanza sdegnosa:
— Anche tu! anche tu! morirò magari troppo tardi... povera Anna!
Quindi tornò al lavoro. Anna era una ragazza abbandonata nel mondo. Aveva appena conosciuta la madre, e il padre le era morto da molti anni lontano, a Nizza, dove suonava il violoncello nel teatro comunale. Ella aveva ricevuta la notizia quasi senza piangere, perchè il padre, o per la professione, o per abitudini malsane di vita, non si era mai occupato di lei: ella aveva imparato il mestiere della sarta, e ne viveva mediocremente. Cresciuta sola, coll'anima troppo bella, e il corpo troppo brutto, era diventata misantropa per eccessiva tenerezza; e poichè i rudi e immondi contatti della società la disgustavano, a poco a poco rinunciò a fare da sarta, prese la clientela di un grande magazzino da biancheria, e cucì a macchina. Così non usciva quasi mai di casa: andava a prendere il lavoro, e lo riportava, guadagnava poco e faceva dei risparmi. E perduta nel fondo della propria miseria fisica e sociale, senza guardarsi dintorno per non desiderare quello che non potrebbe avere, si era come rassegnata al proprio destino. Era così. Fuori il mondo aveva delle città e delle campagne, i monti ed il mare, i fiori e gli uccelli, l'amore ed il lusso: vi erano dei signori in carrozza e dei mendicanti senza scarpe, tutta la vita e tutta la natura; ma era fuori, lontano. Ella non guardava e non ascoltava, giacchè nelle sue poche intimità col mondo ne aveva preso fin troppo disgusto. Poi aveva poca salute, una sensibilità così tarda e squisita, che nel mondo non avrebbe potuto vivere; ma sola nella propria camera, colla macchina, senza un vaso sulla finestra, nè un uccellino in gabbia, lavorando tutto il giorno, e coricandosi stanca, era quasi contenta. Non aveva nè rammarichi nè speranze, non pensava nè agli uomini nè a Dio, simile ad un fiore non sbocciato per alcuno in un angolo ignorato, con una tinta troppo pallida per essere mai scoperto, o un sapore troppo recondito per attirare gl'insetti vagabondi.
Una volta si era ammalata, e non aveva chiamato il medico: la febbre le era durata molti giorni, e quindi più nulla.
Nella casa non aveva relazioni, si faceva la propria cucina, e dava il resto del pranzo ad una vecchia, che veniva una mezz'ora tutte le mattine a tirarle l'acqua e a farle i più grossi servigi. La vecchia era golosa, e si ubbriacava spesso, ma Anna non se ne curava; e d'altronde le parlava pochissimo. I risparmi li portava ogni tre mesi alla cassa, e sommavano già a qualche centinaio di franchi. Quando non lavorava leggeva; ma invece di leggere dei romanzi come tutte le sue pari, preferiva i viaggi, come un'occhiata gettata distrattamente al di fuori, così da lontano, che lo spettacolo perdeva le tentazioni. E a forza di togliere ogni rapporto ed ogni ideale alla propria vita se la era resa più leggiera: infatti non aveva durata. I giorni potevano essere dieci come mille; essa non li guardava venire, giacchè non le avrebbero apportato nulla; non si voltava a vederli passare, perchè non le avevano portato via nulla. Abitava ad una finestra, dove il sole non veniva quasi mai, in una strada senza sfondo, in un quartiere dove nessuno la conosceva, e nessuno passava.
E a poco a poco si era fatta pigra, si alzava più tardi la mattina, si coricava più presto la sera, viveva di latte e di erbaggi. Un giorno ebbe l'idea di comperarsi una macchina da caffè, ed ebbe un vizio: il caffè col latte a colazione, a pranzo, e a cena.
Un altro giorno, tornando dal magazzino, la vita, che aveva evitato così bene fino allora, la investì e la sopraffece. Un giovane l'aveva guardata e l'aveva seguita: poi un'altra volta la fermò addirittura; era molto bello, abbastanza ben vestito. Allora in lei accadde un rivolgimento profondo e terribile: da tutte le fibre del cuore le irruppero i sentimenti dell'amore, in tutti i muscoli del corpo le palpitarono i fremiti della giovinezza; si sentì sollevata a tutte le altezze, gittata a tutti i venti, immersa in tutti i raggi; fu come se una goccia sopra un sassolino della spiaggia fosse ripresa dal mare, e partecipasse istantaneamente alla immensità della sua estensione, a tutte le vibrazioni della sua eterna mobilità.
Poi lo sbalzo di un'onda ricacciò ancora la goccia sopra un sassolino della spiaggia. Il giovane l'aveva amata due mesi per mangiarle quei risparmi, e l'aveva bastonata prima di abbandonarla.
E strano, ella riprese il proprio equilibrio. Ma un nuovo bisogno, che passandole attraverso come una tradizione le si prolungava davanti indefinitamente, la tolse alla solitudine di prima: il mondo afferrandola e ballottandola crudelmente per un attimo l'aveva buttata alla natura, la quale s'impossessa di tutto e non cede nulla. Anna aveva abortito dopo quattro mesi dall'abbandono; e la maternità, destandole l'amore nella coscienza, l'aveva come rimessa nel quadro della creazione. Allora invece di ritirarsi dal mondo, vi ritornò con un'altra necessità di parlare e di sentirsi rispondere, di essere buona ella che non era mai stata cattiva, di essere madre ella, che non poteva essere donna.
Il suo amore si era dissipato come uno di quei temporali, che intristendo all'alba cielo e terra, si risolvono in uno scoppio, dopo il quale il sole sfolgora e gli uccelli cantano. Finalmente viveva.
Quell'uomo non lo vide più. Invece contrasse qualche amicizia, e il suo dramma essendo rimasto ignorato, il suo ingresso nel mondo potè essere senza scandalo.
In quell'anno conobbe la mamma di Giorgio, giovane ancora, inferma, e sempre nei rimpianti del proprio passato di mezza signora, perduto dietro un uomo, che l'aveva amata tirandosela dietro nella miseria. Poi egli ne era morto, estenuato dal lavoro e dai rimbrotti. Giorgio, bello come un serafino, non bastava al cuore di quella donna ammalata di egoismo; la quale sentendosi peggiorare, volle essere portata al nuovo ospedale, dove la raccomandazione di una signora le aveva fatto sperare un'assistenza piena di distinzione. E là era morta. Anna aveva adottato Giorgio. Quindi cominciò per entrambi una nuova vita. Ella gli aveva fatto un letticciuolo nella cucina, ed un immenso posto nella propria anima. Tutti i rumori folli e le compiacenze chiacchierine della maternità invasero la casetta: due o tre vasi di fiori vennero sul davanzale della finestra, un canarino vi portò la propria gaiezza di bel forestiero, colle piume dorate da un sole più caldo, e il canto appreso da una primavera più bella della nostra: un gatto vi aggiunse un'altra fanciullezza coi giuochi acrobatici e le malvagità carezzevoli. Il deserto fu popolato, la famiglia composta. La domenica, quando uscivano a spasso, la gente si fermava ad ammirare quel bel bambino e quella buona donna, accompagnandoli con un sorriso pieno di benevolenza: fuori per la campagna la natura era una festa. Quell'immenso verde li accoglieva da ogni parte, il cielo aveva delle trepidazioni di lago, il vento delle ondate di profumi; poi, quando ritornavano a casa per la strada umida e buia, il canarino lanciava dei razzi scoppiettanti di note, e il gatto trovava delle parole rauche di gioia, mentre i fiori sulla finestra sembravano pieni di una curiosità affettuosa per i fratelli lontani lungo i margini dei fossi e fra gli spini delle siepi.
I primi anni passarono così. Giorgio andava alla maestra, Anna lavorava più di prima, facendo egualmente qualche risparmio, perchè fra tutti quattro, col canarino e col gatto, un po' di riso e di latte, qualche frutto e qualche erba bastavano a nutrirli.
Poi Giorgio si rivelò.
Ella lo aveva collocato presso un sarto come garzone, dicendogli per incoraggiarlo che così potrebb'essere ben vestito; ma il ragazzo annoiato mortalmente della bottega, dove lo strapazzavano troppo spesso, perdeva le lunghe mezz'ore per istrada ascoltando gli organetti, o dietro un gruppo di suonatori ambulanti. Quindi guardava con ammirazione i loro vecchi istrumenti pieni di gobbe e di malattie: le trombe avevano delle raucedini da invalidi, i clarinetti delle gutturalità cavernose, i violini mettevano degli stridori spasmodici; ma da tutti quei corpi infermi prorompeva una musica chiassosa, una foga di ballo, nella quale la canzone dell'amore tradito metteva a quando a quando un sentimento di malinconia, una soavità sensuale di martirio. E le faccie riarse dei suonatori, sotto i capelli unti e scoloriti dal sole delle grandi strade, avevano un'indifferenza gioconda di chi non serve a nulla e non appartiene a nessuno; una esultanza di festa inesauribile, offerta a tutti, accettata da pochi e nullameno pagata con una elemosina universale. Non erano quasi mai più di tre, qualche rara volta con una donna, più spesso con un ragazzo. Allora Giorgio stentava a frenarsi, e, mentre quegli andava in giro col cappello, invece di buttargli un soldo, che non aveva, si sentiva tentato di dirgli:
— Vengo con te?
Ma i ragazzi avevano tutti un'attitudine stanca, una fisonomia triste, che lo facevano pensare.
E allora in casa cominciò a suonare.
Il primo strumento fu un pettine dentro un foglio di carta, poichè gli organini di latta, a rucchette, costavano fino a dieci soldi, e lasciavano tutte le voci alzarsi insieme ronzando. Il pettine invece bastò per qualche tempo. Era una musica fra il suono ed il canto, che frantumandosi fra quei denti come fra le corde di un'arpa, si ripercuoteva nella carta dando già un suono metallico, una diffusione cristallina alla sua voce. Egli vi ripetè quanto udiva per strada con entusiasmo di fanciullo e di principiante; ma sopra tutto furono canzoni d'amore dalla cantilena dolce e le cadenze affaticate, nelle quali moriva qualche cosa che avrebbe dovuto vivere, sospirava qualche cosa che non aveva potuto respirare.
La mattina presto e la sera dopo pranzo la musica non cessava mai; una ad una tutte le suonate della strada dovevano passare dentro quel pettine e svolazzare nella camera con uno starnazzo infernale, mentre la macchina seguitava a cucire col suo fracasso di telaio, e l'Anna, emaciata dal lavoro, si curvava sulla tela nell'ombra del paralume.
Ma neanche questo durò. Il pettine, che l'accompagnava in tasca dappertutto, un bel giorno fu abbandonato per lo scacciapensieri, uno strumento, che par fatto di uno scorpione, ed ha il ronzio di un'ape. Egli vi si perfezionò rapidamente, poi lo smise per la piva, e giunse non si sa come a possedere un organetto col mantice a pezze e le note raffreddate. Allora gli parve di entrare per davvero nell'arte. Non era più la sua voce incanalata o battuta in un arnese qualunque, una specie di soliloquio, nel quale prevedeva e sapeva già tutto; ma un dialogo vero, dove le risposte dell'organetto avevano una varietà piena di ribellioni e di misteri. Bisognava cercare le note una a una, raggrupparle sotto uno sforzo della volontà, nella forma di un pensiero. La lotta era accanita. L'orecchio, che aveva ritenuto e come contrassegnato tutti i suoni di una canzone, al primo accento di un tasto trovava la traccia della nota vera; e quindi principiava come una caccia. Le mani correvano febbrilmente sulla tastiera, le note vibravano inabissandosi dentro la cavità misteriosa del mantice, ma un dito le afferrava, l'orecchio le ormeggiava, il pensiero tagliava loro la strada, e le ricacciava su, in frotte, sotto i tasti, facendole passare per le feritoie, quasi nel dolore di una stretta, nella foga di una carica.
Se non che le note erano poche, e la canzone, così aitante per strada, usciva storpia dall'organetto. E l'Anna cominciava a protestare. L'organetto con tutti quegli stridori di chiavistello diventava a volta a volta così straziante, che ci voleva tutto quell'affetto tiranno pei bambini e l'amabilità di Giorgio, perchè ella si frenasse nella voglia di scaraventarglielo fuori dalla finestra. Ma il ragazzo fingeva di non accorgersene, o se la irritazione di lei giungeva al colmo, si alzava, e, abbracciandole il collo, le dava un gran bacio negli occhi.
— Ma vuoi dunque diventare un suonatore?
— Sì — aveva risposto colla fronte aggrottata sul cattivo istrumento.
Ma dopo alquanti giorni l'Anna si stizzì davvero. Giorgio era venuto a casa con un violoncello da contadino, comprato per quattro lire in una cocomeraia. Il ragazzo era talmente sudato, che ella ne tremò. Giorgio non rispondeva, posò per terra l'istrumento più grande di lui, e, appoggiando le spalle alla tastiera per sostenerlo, si volse finalmente. Aveva tutte le scarpe infangate, la giacca spaccata sotto le ascelle; ma una speranza indefinibile, un orgoglio di prima conquista gli raggiavano sulla fronte.
Questa volta Anna fu violenta.
— Chi ti ha dato i quattro franchi? — proruppe dopo un gran fracasso di parole e di minacce.
— Beppe; ma gli ho detto che gli lascio le mie due settimane.
— E tu come farai a mangiare?
Giorgio, che aveva resistito fino allora, riparando il violoncello col proprio corpo, a questa ultima osservazione si sentì vacillare, ed abbassò la testa.
— Non sai che bisogna guadagnarsi il pane? — ella ripetè coll'accento duro della povera gente.
Ma il volto dianzi così animato di Giorgio esprimeva una tale angoscia di umiliazione, che ella fu presso a commoversi, e non osò seguitare.
Ci fu un istante di silenzio. Due lagrime, grosse come gli occhi, gli rotolarono lentamente per le guancie: ma ad un tratto sollevò il volto, e scuotendone i ricci colla energia di un'ispirazione:
— Quando avrò imparato, guadagnerò.
— Morirai prima — fe' l'Anna ingrossando la voce: — a suonare quell'istrumento viene la tosse, e si sputa sangue. Anche l'altro giorno hanno portato al camposanto un bambino come te, e lo hanno seppellito dentro la cassa dell'istrumento.
— Aveva imparato? — proruppe Giorgio.
Ella titubò.
— Io imparerò, io!...
* * *
Ma non imparò.
Invece, poichè la vocazione gli si faceva ogni giorno più manifesta ella gli pagò una specie di maestro, vecchio suonatore di orchestra, già amico del padre, e col quale aveva conservato una certa relazione. Ma Giorgio dovette andare egualmente a bottega, perchè Anna col suo buon senso di massaia non voleva illudersi sulle voglie impetuose ed effimere della fanciullezza. Giorgio vi si acconciò di buon grado. Sulle prime non doveva prendere che due lezioni la settimana; ma colla seduzione della propria incantevole natura ebbe presto innamorato il vecchio celibe, che vivendo solo come un orso era naturalmente pazzo per i bambini. Gaspare, che abitava in un quartiere povero come quello dell'Anna, quantunque meno remoto, era pieno di piccole manie; adorava la musica, e non vi era mai riuscito a nulla. Roso da una invidia benevola per i veri suonatori, e dopo aver sognato per tutta la vita di entrare nell'orchestra del teatro comunale, per una di quelle arcane ferocie del destino era ancora a suonare nei teatri secondari, dove il direttore di orchestra si mutava tutti i giorni, e i cantanti recitavano male, come egli diceva da gran tempo col solito motto. Egli aveva dunque accettato quella proposta come un complimento; e rivoltosi al ragazzo, che lo guardava con ammirazione mista di terrore:
— Ah! tu vuoi suonare? — aveva detto prendendogli un pezzo di guancia fra le dita ed aggrottando i sopracigli smisuratamente lunghi — ah! tu vuoi suonare il violoncello, vecchio brigante? Non sei di cattivo gusto per la tua età. Il violoncello è il primo istrumento del mondo, è tenore, baritono, soprano, contralto, tutti insieme con un petto solo: basta un petto solo, veh! per far tutto. Si fa anche tutto con una corda sola, ma allora si sa proprio suonare.
— Sì?! — ripetè Giorgio, che beveva con avidità quelle parole incomprensibili.
— Sì, eh! tu capisci, e va bene; ma bada che con una corda sola è più facile impiccarsi che suonare il violoncello. Basterà se impari con tutte. Studierai?
— Sempre, voglio diventare come voi.
— Ah! — esclamò il vecchio colpito da quest'elogio innocente, il primo di sua vita; e chinandosi da tutta l'altezza della propria statura di pertica, colle rughe che gli drizzavano tremolando i peli bianchi della barba, prese il bambino fra le braccia e lo baciò. Giorgio, punto atterrito da quel bacio, glielo rese con una stretta al collo. L'amicizia era fatta.
Allora fu convenuto del prezzo, e il vecchio Gaspare si lasciò andare quasi volentieri fino alla miseria di cinque franchi il mese.
— Mi direte poi se ha una vera disposizione — gli disse l'Anna all'orecchio, mentre il ragazzo era andato nell'angolo a guardare il violoncello dentro la cassa aperta.
— Non dubitate, me ne intendo io.
L'Anna aveva riaccompagnato Giorgio dal sarto, ammonendolo di essere più buono, adesso che per contentarlo ella dovrebbe lavorare due ore di più tutte le notti. E l'Anna, che era nella effusione sentimentale del benefizio, seguitò a parlargli del presente e del futuro, stringendogli la manina, che teneva fra le proprie, con tale emozione, che egli stesso ne fu preso, e si mise a piangere silenziosamente a testa bassa.
— Andiamo, andiamo — borbottò tutta confusa di abbandonarsi così per strada, e di avergli fatto troppo sentire il peso della nuova grazia. Ma Giorgio rialzò la testa, e guardandola cogli occhi lagrimosi:
— Imparerò io, non dubitare — le disse con accento vibrato.
Quel giorno stesso il sarto avendolo licenziato mezz'ora prima, Giorgio si cacciò a corsa per strada, ed arrivò ansante alla porta di Gaspare: era socchiusa, la spinse, e si fermò nel mezzo della saletta male illuminata dalla luce sporca del cortile. La differenza di temperatura e di atmosfera lo destò da quel sogno, e stava già per sottrarsi non visto e vergognoso, quando l'uscio della cucina si aperse, e Gaspare gettò una forte esclamazione:
— Cosa fai lì, brigante — gridò indovinando di già a mezzo, ed ingrossando la voce per ischerzo.
E si avanzò verso di lui.
Giorgio vedendolo avvicinarsi così minacciosamente, con una calotta nera sulla testa, dalla quale gli sfuggivano agli orecchi due ciuffi grigiastri di capelli, il collo avvoltolato in un fazzoletto nero, tutto il corpo dentro un antico soprabito, che gli si drappeggiava sinistramente su quella magrezza di spettro, ebbe un fremito nell'anima.
Egli non capiva ancora la bontà di quella faccia grottesca coi baffi dritti a spazzola, e due occhi cilestri, già appannati dalla vecchiaia, che fra quelle sopracciglie parevano due viole nell'ombra e negli spini di una siepe.
— È troppo presto: sarai già scappato di bottega, birichino?
— No: il padrone mi ha mandato via prima.