CHE COSA È L'AMORE?
CHE COSA È
L'AMORE?
Novelle di
ALFREDO PANZINI
MILANO
Società Editoriale Italiana
Diritti letterari ed artistici riservati per tutti i paesi alla Società Editoriale Italiana—Milano
Copyright 1912, by Società Editoriale Italiana—Milano.
A Titiritì
INDICE
| [I.] | —Che cosa è l'amore? | Pag. | 9 |
| [II.] | —Le olimpiadi e la signorina Olimpia | » | 21 |
| [III.] | —Abito nero e abito bianco | » | 33 |
| [IV.] | —Le mosche e la Polonia | » | 47 |
| [V.] | —La busecca | » | 59 |
| [VI.] | —Ahi, quel povero colonnello! | » | 71 |
| [VII.] | —La bambola fatale | » | 85 |
| [VIII.] | —Vuoi sapere come ho fatto il milione? | » | 97 |
| [IX.] | —Un piccolo bacio, qui! | » | 107 |
| [X.] | —Giacominus Giacomini | » | 119 |
| [XI.] | —Come la lingua della signora si calmò | » | 133 |
| [XII.] | —La morte di un re | » | 145 |
CHE COSA È L'AMORE?
Il signor Aurelio, uomo di abitudini mentali alquanto filosofiche, e perciò mediocre accumulatore di denaro, viaggiava in uno scompartimento di terza classe.
D'estate si viaggia meglio in terza classe che in prima, specialmente oggi che la democrazia ha attaccato dei carrozzoni belli e inverniciati di terza ai diretti, così che poveri e ricchi hanno la soddisfazione fraterna di trovarsi a breve distanza, trascinati dalla stessa forza; e più specialmente si viaggia bene in terza classe quando non si gode di nessun diritto a biglietti gratuiti, come era il caso del signor Aurelio.
La campagna, verde e rosea, fuggiva davanti al finestrino, e quel movimento di tutte le cose suggeriva al signor Aurelio quest'idea peregrina: «tutto è mobile in questo mondo.» Ma poi considerando che gli oggetti si movevano soltanto nell'apparenza, meditò quest'altra idea, anche più peregrina: «tutto è stabile ed immobile in questo mondo. Dormi, Pina, Pinuccia bella! sì, il lacu...»
Il signor Aurelio non viaggiava solo, ma con una sua bambina, gracilina e bionda come l'oro. L'aveva posta a giacere sopra un cuscino: aveva steso un lenzuoletto candido per evitare il contatto coi microbi: ma la non voleva dormire. Oltre che gracilina, nervosa, eccitabile! Dio, che disgrazia essere nati da un padre di abitudini filosofiche!
«Sì, cara, il lacu!» Ella aveva un suo linguaggio, tutto fatto di strane analogie, che lui solo, il padre, intendeva. Ogni corso d'acqua era lacu, cioè, lago. Ogni oggetto, fuori del finestrino, destava in lei enorme meraviglia. «Eppure un poco di ricchezza e di proprietà per queste povere creaturine, non è mica un delitto!» (Il signor Aurelio già pensava alle teorie collettiviste che oggi sono così in vista sull'orizzonte umano, e per le quali egli simpatizzava un giorno sì, e un altro giorno no).
***
Cadeva il vespero; ed una grande città sfumava enorme, rossiccia, turrita in fondo al piano: il diretto vi si approssimava rapidamente.
—Ci fermeremo qui—pensò il signor Aurelio dopo molte considerazioni.—Proseguire col treno della notte e col freddo che fa alla notte, non conviene.
Lungo la notte fredda vegliano le bronchiti, le polmoniti, ed altre cose feroci che la Natura sparge e contro cui la sua povera mimma aveva le più limitate difese.
Per tutte queste ragioni il signor Aurelio instituì questo bilancio, se era più dispendioso proseguire, mutando la terza in una seconda classe, o pernottare in un albergo molto pulito, quasi in un hôtel, non per sè—si intende—ma per la Pina; un hôtel dove i microbi fossero meno visibili. Vinse la scelta dell'hôtel, anche perchè si correva il rischio di trovare una seconda classe piena zeppa di gente, e allora la Pina? Non dobbiamo meravigliarci di questi dubbi, considerando che il signor Aurelio aveva per le altre questioni un colpo d'occhio fulmineo, ma per le piccole operazioni quotidiane era spesso impicciato in una maniera troppo vergognosa per un uomo della sua barba, della sua età.
Scese, dunque, e si fece condurre in un albergo dove i camerieri hanno l'abitudine di portare la camicia bianca e si assicura che la biancheria del letto è di bucato. Il naso del signor Aurelio fece, tuttavia, parecchie esperienze.
Disse il babbo alla sua mimma:
—Una felice idea, adesso, Pina. Andiamo fuori di porta io e te. Troviamo un bel restaurant, e facciamo un bel pranzo.
E richiamò alla Pina tutte le cose che le piacevano: latte, purée, pappa, e le fragole rosse, queste soltanto da vedere e da ammirare.
—Ah! sì!—faceva la Pina con gran serietà e convinzione.
Ma poi, lavata che ebbe la sua mimma, un grave pensiero si affacciò alla mente del signor Aurelio: «Le metterò il berretto di lana o il cappellino di velo?» Il pomeriggio era tiepido, ma calato che fosse il sole, probabilmente l'aria si sarebbe fatta fredda. Dunque mise alla Pina il cappello di velo, e nella tasca si tenne la berretta di lana e sul braccio prese la mantellina di lei.
Uscì: il corso era tutto elegante, fastoso, signorile, nella rossa luce del tramonto, che stendeva come un pulviscolo di porpora fra la gente, ed anche di microbi.
«Oh, io prendo la mia Pina in braccio, e chi vuol guardare, guardi», così deliberò il signor Aurelio.
Pensare che vent'anni addietro, quando lui abitava in quella città, da studente, si sarebbe messo a ridere vedendo un uomo con la barba come lui ora aveva, andare, a modo di una balia, con una mimma in braccio!
Fece il corso. Giunse nella piazza dove erano i tram. Scelse un tram che conduceva verso la collina, fuori di porta. Si attraversò un altro gran corso, poi con diletto si vide che le case diradavano, ed i pioppi sorgevano verdi con un fremito già di frescura vespertina. Il tram correva oramai per la campagna, nella bianchezza della via, tagliata netta, ai margini, dal verde dei campi. Il tram cominciò a salire verso i primi colli, e quando fu giunto ad un piccolo alberghetto o ristorante, quivi le rotaie finivano ed il tram si fermò.
L'alberghetto era pulito, ed aveva una bella cucina. La padrona, in bel grembiale bianco vi troneggiava fra i fornelli e le casseruole, e due minuscoli garzoncelli, in berrettino bianco, la aiutavano a sbucciare pisellini e tagliare una gran spoglia gialla e grande come luna nascente.
—Buona sera, signore—e—oh, che bella mimma—disse la padrona venendo incontro agli ospiti.—Vuol restare servito qua? o vuole invece andar di sopra, che c'è una bella terrazza? C'è pronta una minestrina di pasta battuta coi piselli che è una bontà, e dei maccheroncini che aspettano che l'acqua bolla: poi ci sono bistecche, costolette. Oh, vuole un mezzo pollastrino alla diavola? E da bere desidera vino o birra?
Anche qui non era facile decidere: ma quanto alla terrazza, sì, fu deciso: per il resto avrebbe pensato poi, ma certamente, intanto, una minestrina minuta, e ben cotta per la mimma.
—E il brodo leggero, leggero, quasi acqua, mi raccomando!
—Per questo non dubiti, Signore—disse l'ostessa.
Salì dove c'era la bella terrazza.
Essa era rossa di gerani in gran fiore e punteggiata di campanelle che già chiudevano i loro petali iridescenti. La sera imminente alitava la sua pace e la sua frescura, oramai, nell'aria calda del giorno.
La Pina vide le belle tavole preparate, e fece un «oh» di felicità.
—Guarda, nei campi, mimma—disse il babbo sollevandola—, ecco il grano. Esso è biondo oramai. Guarda sopra la collina quei bei draghi e serpenti grandi d'oro che vi si posano: le nuvole. Vedi come si rompono, come si snodano; dileguano, impallidiscono! E vedi tutti quei cipressi neri come una processione? Oh, ma quelli non li guardare!
—Oh, la luna!—fece la mimma che aveva scoperto anche la luna, una falce pallida, pallida di luna nel cielo d'oriente.
—Già, anche la luna: tutto tuo, mimma!
—Oh sì, e la pappa...
***
Parlavano forte il babbo e la fanciullina perchè nella terrazza non c'era alcuno.
Ma no! Nella stanzetta che precedeva la terrazza, c'era un giovane: un elegante aitante giovane di primo pelo. Pareva solo: ma anche uno meno distratto del signor Aurelio, subito si sarebbe accorto che non era solo. Egli stava dritto e guardava i due nuovi venuti, mentre con una mano accarezzava una rotondità provocante che terminava in due scarpette alte e lucide. Era una grisette graziosa, nascosta dalla figura del giovane ed appoggiata al davanzale. Si voltò: apparve un volto birichino di giovanetta, con un nasetto all'insù. Curva sul davanzale, la cara fanciulla si lasciava lisciare molto dilettosamente.
«Anch'io, se ben mi ricordo, vent'anni fa devo aver fatto qualcosa di simile—pensò senza rancore il barbuto signore—e certamente era una cosa molto piacevole. Anzi si può affermare che le osterie suburbane sono una succursale del paradiso; ed un'ostessa che tiene pronte le tagliatelle e delle uova e delle bistecche, l'estate specialmente che fa gonfiare i papaveri, ella è una benemerita del genere umano; e tutte quelle buone cose da mangiare in due, fra il verde, rappresentano come degli zeri aggiunti all'esponente ben miserabile della felicità.»
Queste cose pensò il signor Aurelio mentre la Pina contemplava nella sua innocenza un piccolo gnomo di terracotta, che la guardava dalla sua gran faccia di satiro ridente.
«—La presenza delle terze persone—continuò il signor Aurelio—non è piacevole, e noi certo non siamo piacevoli e bene accetti a quei due innamorati».
Per questa ragione, dopo aver disegnato sulle labbra un garbato sorriso, il signor Aurelio non esitò a parlare così:
—Proseguano pure le loro occupazioni, come se noi non ci fossimo: la piccina, come ben vedono, è ancora innocente; e, per conto mio, ciò che non fa male alla piccina, non mi disturba affatto.
Disse ciò da filosofo e insieme da persona educata: così come si suole dire per cortesia: «Seguiti, o signore, a fumare lo stesso! A me non disturba il fumo, anzi...»
Probabilmente i due innamorati avrebbero seguitato a fumare, anche senza permesso.
La ragazza sorrise, cioè distese in su le estremità delle rosse labbra e socchiuse i suoi grassi occhietti. Il giovane, invece, aggrottò le ciglia, e parve pensare se quelle parole contenevano l'offesa di una ironia. Ma no! Allora sorrise anche lui, e ringraziò.
Poi si stabilì un certo scambio di parole fra le due coppie di commensali.
Aspettando che il cameriere portasse in tavola, la ragazza fece conoscere meglio alla mimma quei gnomi di terracotta che ornavano la terrazza, in figura di vecchietti ridenti, barbuti ed incappucciati; e le spiegò che quei coboldi incappucciati non mangiano le bambine, nè buone nè cattive; ed infine le mostrò l'imagine sua di angeletta deformata nelle spere di vetro. Ciò fece molto ridere la mimma. E il signor Aurelio fu molto riconoscente alla graziosa grisette.
Poi vennero i maccheroncini fumanti nel pomidoro nuovo e nel burro: venne la minestrina leggera per la mimma, ed allora ognuno badò ai fatti suoi.
Ma poi accesa la sigaretta, lui e anche lei, lui, il bel giovane, disse al signor Aurelio:
—Eppure, veda, caro signore, vi sono dei brontoloni, specie certi vecchi barbogi e puritani, che in una sala di albergo si scandalizzano se trovano una coppia, così come noi, tête-à-tête, che fa all'amore. È invidia. Creda, tutto invidia.
—Certo è invidia, invidia dormente—rispose l'uomo filosofico.—Io però non la provo affatto. Io provo un altro ben diverso sentimento quando vedo due giovani, come voi due, avidi,... avidi di confondere il loro essere in un essere solo.
—Mi piace la frase—disse il giovane.—Ma tu, Argia, non ne hai capito niente, vero?
L'Argia sosteneva che aveva capito benissimo, e poi, disse:
—Il sentimento, mi dica il sentimento che lei, signore, prova quando vede due giovani che si vogliono bene.
L'uomo filosofico meditò e poi disse:
—Oh, una gran cosa, sublime e terribile! Veda, signorina, comunemente il pubblico, quando osserva due amanti camminare su e giù per i luoghi solitari; o, a tavola, negli alberghi, come può essere qui, li vede alternare un boccone e un sospiro; e lasciare in pace la bistecca per appiccicarsi per mano; e fare sbocciare piccoli baci dalle labbra socchiuse, ebbene allora il pubblico grossolano crede e giudica che ciò sia cosa immorale. Ma niente affatto...
—Ma sicuro...—disse l'Argia con molta approvazione.
—Adagio: la mi lasci finire, signorina. Per me i due innamorati non sono due che si divertono; ma due meschinelli, due inconsapevoli lavoratori e servi di quella grande autocrate che si chiama Natura, i quali, poveretti, ubbidiscono a certe leggi che impone questa fatal Natura. A me è accaduto lo stesso come accade a voi. Ho amato, ho baciato e poi..., e poi e poi è nata quella lì. Allora ho sentito la mia giovinezza morire, ed ho sentito che la mia vita non aveva più altro ufficio che quello di difendere questo piccolo debole fiore delle mie carni.
L'uomo filosofico prese la Pina sulle ginocchia e la guardò con grandi occhi, umidi e dolci; e domandò:
—Lei non ha mai pensato a queste cose, signorina?
La graziosa Argia questa volta non rise.
Ma il giovane, recingendo alla sua bella amica il fianco, disse:
—Lei deve essere filosofo, caro signore. Ma in verità ella è troppo filosofo, e perciò non è più filosofo. Anch'io sono filosofo e come studente di medicina, è quasi un dovere essere tale. Certamente io convengo che la natura imponga queste leggi. Ma il nostro dovere di uomini civili è di non pigliarlo sul serio il codice semi-barbaro della natura. Frodarle fin dove si può queste leggi! Questo sì è il segreto della vita!
—E se non si può?—richiese il signore.
—Se non si può—disse in tono di suprema rassegnazione il giovane,—si è dei deboli, cioè bisogna accettare di essere infelici. Ecco tutto. Ma bisogna potere! Pensi, caro signore: non abbiamo mica noi, nascendo, approvato, firmato e sottoscritto il contratto feroce che la Natura ci ha imposto! È lei che ce lo ha imposto. Chi non lo sa? È una delle prime nozioni di fisiologia: alla natura brutale niente importa di noi, ma la conservazione di noi come specie. Invece a me importa moltissimo di me e niente affatto della conservazione della specie. Io perciò come persona intelligente, mi ribello ai decreti imperiali della natura, o quanto meno cerco di raccogliere le rose e buttare via le spine. L'Argia, quest'amabile fanciulla, possiede anche lei un'intelligenza filosofica istintiva e condivide queste mie idee; e perciò tutti e due facciamo un amore facile, piacevole, direi così, sportivo; e molti giovani fanno come noi, e fanno saviamente. E lei che mi risponde ora, caro signore?
L'uomo chinò il capo.
—Lei è destinato ad essere più felice di me, e perciò a vivere di più—disse e guardò a lungo la sua piccola Pina.
Poi sospirando aggiunse:
—Tutto il mio mondo è qui, in questi quattordici chili di carne! Qui stanno tutte le leggi della vita, per me!
Era sera oramai.
Mise alla Pina la berretta di lana e la mantellina.
***
Altre coppie intanto dall'amore «sportivo» cominciavano ad occupare rumorosamente qua e là i tavoli. Col nascere delle tenebre cominciava la giornata gaia del piacere per gli amanti più saggi. Per lui si chiudeva.
***
Ricondusse la Pina all'albergo, voltò la chiave della luce elettrica, e la bella stanza si illuminò di bianchezza con gran piacere della Pina.
Il signor Aurelio le tolse poi le vestine, e la mise sotto le coltri; dicendole che stesse buona e dormisse.
Ella dormiva. E lui guardava con occhi di infinita domanda quella strana imagine che era sopra il letto: Maria Vergine, vestita di azzurro, con gli occhi in su, sopra un arco di stelle!
—Quella lì—mormorò il signor Aurelio—è destinata a correggere i tremendi decreti di Dio o della Natura. Ma che ne sai tu, povera imagine?
LE OLIMPIADI E LA SIGNORINA OLIMPIA.
—Lei faccia i suoi libri e vada via!—scoppiò a dire il signor professore contro di me.—E via subito, subito, subito. Fuori da quest'aula!
E la mia giovinezza fu tutt'ad un tratto investita, assalita da quell'uomo congestionato in faccia, che mi respingeva con parole di minaccia, coi gesti, con la persona, finchè l'uscio della scuola fu ribattuto contro di me.
E ancora sento e vedo lo stupore e il silenzio dei miei compagni. Ma che misfatto mai avevo commesso? Quale malefizio avevo mai perpetrato contro quell'uomo? Quale lebbra era apparsa in me, giovinetto, per essere espulso a quel modo?
Io mi trovai solo, nella strada, coi miei libri di greco: le tempie che mi martellavano, il pensiero che non si fissava più se non in un'unica idea: la licenza liceale perduta, il mio avvenire distrutto, il mio povero babbo... E allora cominciai a lagrimare.
E così lagrimando mi accorsi che non ero più tra le vie tumultuose della città; ma seduto su di una banchetta solitaria dei giardini pubblici, e sopra di me i tronchi protesi e neri di un'antica pianta si aprivano pudicamente, meravigliosamente con le loro infinite gemme di petali rosa, e più sopra ancora splendeva l'azzurro del cielo.
Era il dolce maggio.
Ma quale misfatto avevo io commesso?
Lo dirò candidamente ora che la tranquillità è ritornata nel mio spirito, e molto tempo è trascorso.
Io avevo allora diciotto anni ed ero un buon scolaro di greco e di latino. Ero ossequiente alla mitologia greca, credevo alle virtù dei Greci e dei Romani. Credevo, senza che il mio pensiero avesse sino allora sollevato alcun dubbio, in Giove Tonante, nei Titani, nelle Muse, nelle regole di grammatica e di retorica. Ero, insomma, un bravo figliuolo, un buon figliuolo, ed anche un gentile ingenuo figliuolo.
Ma il vero è che in quel giorno io avevo inconsapevolmente offeso il mio professore di greco in ciò che di più delicato e sensibile ha l'uomo, cioè nella sua vanità.
Ma quale colpa ne avevo io se ignoravo nella mia candida anima l'esistenza di questo punto vulnerabile nell'epidermide coriacea dell'uomo? Se lo studio delle virtù greche e romane mi avevano quasi instillato la convinzione che dire la verità fosse il miglior modo di mettere in pratica quelle illustri virtù?
Dunque in quel giorno si spiegava un passo di autore greco e vi si trattava delle Olimpiadi. Io sostenevo che le Olimpiadi erano uno spazio di quattro anni nel complicato Calendario dei Greci; il professore sosteneva che esso era di cinque anni. E certo io avevo più ragione di lui! Ma poi la disputa si inacerbì e, non so come, mi vennero fuori queste vere ma infelici parole, cioè che anche i professori di greco si preparano sulle versioni letterali dal greco.
Non l'avessi mai detto!
Quel maestro di umanità perdette d'un tratto ogni sua umanità, divenne furente e mi scacciò, come ho detto.
***
Dunque io lagrimavo silenziosamente sulla banchetta dei giardini pubblici, sotto quella dolce fiorita di rose, e un cantare lontano di uccelletti pareva come aiutasse le timide gemme a sbocciare.
Allora mi accorsi di non essere solo sulla banchetta.
Una giovane donna sedeva presso di me.
Io fino a quel giorno avevo conosciuto, anzi avevo combattuto con i tre generi, maschile, femminile e neutro; ma ignoravo che cosa fosse quell'essere delizioso e perfidamente saggio che è la femmina.
Era bella? era elegante colei che sedeva presso di me? Io ben sentivo il languore di due grandi pupille nere che sempre più si venivano scostando da un fine libro e si posavano, quasi avvolgendomi, sulla mia giovinezza lagrimante.
Alla fine udii una voce pietosa e quasi materna che mi rivolse queste parole:
—Perchè piange, se è lecito domandare?
Così cominciammo a parlare, ed io raccontai tutta la mia disavventura, dalla questione delle Olimpiadi a quell'espulsione feroce, la prima grande sventura della mia vita.
Ella ascoltava. Un grazioso sorriso di meraviglia e di pietà balenava sulle sue labbra. Il volto, un po' chinato, mi si faceva sempre più da presso: un volto pallido, ambrato, fine, strano, delimitato da un velo nero che si inarcava sulla fronte: perchè all'infuori di quel volto bianco, di due nude bianche mani, tutto era nero: tutta chiusa ella era in una veste nera. Ma non ne emanava alcun fantasma di morte o di lutto; ma come un profumo esotico e forte.
A quel profumo anzi io sentivo sobbalzare l'anima mia stranamente, e quasi sbocciare come sbocciavano le gemme della pianta che si allargava sopra il mio capo. E ciò mi dava un senso di nuovo piacere, che nasceva dal mio dolore.
Diceva ella ogni tanto:
—Oh, che roba! Che orrore! Pauvre enfant!
Poi con volubilità che quasi mi offese, mi pregò che le spiegassi quella storia delle Olimpiadi.
Che cosa le potevano interessare le Olimpiadi?
—Così—disse con un sorriso ambiguo—, è perchè anch'io mi chiamo Olimpia.
Allora io cominciai a raccontare.
—Ella deve sapere, signora—dissi—che nell'anno 776 avanti Cristo, cioè 23 anni prima del 753, anno della fondazione di Roma...
A queste mie parole la signora strabiliò, e inarcò le grandi ciglia.
—E lei, così giovane,—disse—deve ricordare tutte le cose dai secoli delle Olimpiadi sino ad oggi? Ma se io non ricordo più nemmeno quello che è avvenuto ieri! Ah, pauvre enfant!
E mi guardò con intensa pietà.
Io andai avanti e le spiegai tutta la storia dei giuochi Olimpici: cominciando da quel re briccone di Enomao, che sfidava alla corsa dei cocchi tutti i pretendenti alla mano della bella sua figlia Ippodamia,—ma siccome l'asse dei cocchi era di cera, veda, signora, così tutti cadevano vinti.
—Oh, che birbante!—disse la signora Olimpia.—Ma oggi sarebbe squalificato quel signore!
—Ma un bel giorno—proseguii—nella terra Apia arrivò Pelope, figlio di Tantalo.—La storia di Pelope e dei suoi cavalli fatati interessò moltissimo la signora, specialmente quando imparò la sua vittoria su Enomao, il suo sposalizio con Ippodamia.—E da queste nozze poi nacque Atreo, che fu padre di Agamennone e di Menelao.
—Oh, guarda—disse la signora Olimpia, e sorrise in modo che mi sconcertò.
—Ho detto qualche sciocchezza forse, signora?
—Ma niente del tutto—e rideva gaiamente.
Ma poi si fece seria e mi domandò:
—E lei deve sapere tutte queste cose?
—Ah sì, e altre ancora.
La signora si strinse le tempie con le mani, come fosse stata colta da un accesso improvviso di emicrania.
Domandò:
—E cosa prendono di paga i vostri professori, che insegnano tutte queste cose?
—Due o tremila lire, credo, signora.
—All'anno?
—Sì, signora, all'anno.
La signora parve sbalordire.
—E anche lei, se volesse fare il professore, prenderebbe lo stesso?
—Così credo—risposi.
I grandi occhi della signora Olimpia espressero una grande pietà.
Disse:
—Ma se io ne spendo quasi altrettanto per le calze...!
Allora stupii io:
—Per le calze, signora?
—Sì, calze e accessori—si affrettò correggendo. Ma poi parve pentita delle sue parole.
Domandò di vedere i miei libri greci: li girò in alto, in basso come una cosa nuova.
Dissi io allora:
—Anche lei leggeva, signora.
—Ah, il mio libro non si può vedere: e sigillò il libro, posando sulla busta di cuoio la mano.
Io non insistetti e tacqui.
Ma dopo un poco mutò pensiero.—Guardi—mi disse audacemente.
Guardai. Era un libro francese, un romanzo. Non lo avevo mai letto; ma il titolo non mi era nuovo. Poi ricordai. Ricordai che un giorno mio padre, parlando con un magistrato di quel libro, aveva detto: «Finchè non riuscirete a togliere dalla circolazione questo genere di libri, le vostre leggi non rappresenteranno che un'ipocrisia sociale di più».
—Non ha letto mai questo libro?
Io arrossii grandemente.
Per me? per lei arrossii che leggeva quel deplorevole libro? Non so: mi sentivo un gran calore nelle vene.
—Davvero non l'avete mai letto?—chiese socchiudendo maliziosamente le sue grandi pupille.
—Davvero!—e arrossivo anche di più.
Mutò discorso.
—Dunque il vostro caso è disperato?
—Sì, signora.
—Ma io non credo—disse ad un tratto assumendo un'aria ben strana di serietà.—Anzi è un affare rimediabile. Dunque il greco, voi dite, è molto difficile. E deve essere così! E voi assicurate che anche i professori si aiutano con le traduzioni?
—Sì, signora, con le traduzioni letterali dal francese. Io non dico che tutti i professori facciano così, ma il mio fa così.
—E voi gliel'avete detto?
—Pur troppo, signora—sospirai—, e magari potessi rimediare al malfatto!
—Semplice—disse.—Carta, penna e calamaio. Vi detto io.
***
Ora io non ricordo più come avvenne, ma so per certo che per trovare carta, penna e calamaio, io salii con lei, da lei, nel suo appartamento.
Venne ad aprire una cameriera. Non ricordo l'appartamento. Mi parve strano e diverso da quello di casa mia. Perchè diverso, non so.
La camera da letto dove mi introdusse, era misteriosamente elegante, con un lettuccio piccolo, grazioso, tutto a trine.
Ma non conservo percezioni nette; soltanto ricordo che un brivido morboso si veniva impadronendo di me, mentre ella con calma esacerbante si toglieva, allo specchio, tutti quegli strani armamenti della testa.
Mi pareva che qualcosa di inusitato, di enorme dovesse fra poco succedere.
—Ma sapete—disse—che l'abito nero dà un bel caldo! Deve essere caldo, oggi.
—Sì, caldo!—dissi, e ricordai non so quanti gradi di temperatura.
—Oh, anche di più!—disse ridendo.—Permettete?
Uscì. Rimasi solo. Rientrò poco dopo. Era uscita dalla guaina nera: era tutta vestita di una gran veste rosea. Mi parve più magnifica. Stupii come sotto quelle maniche dell'abito nero ci fossero state nascoste due braccia così bianche! Ebbi l'impressione di una energia occulta e deliziosa in quelle braccia nude.
—Oh, che cattiveria, che cattiveria, che cattiveria—disse ridendo e venendomi sempre più vicino, quasi rasente—tormentare col greco e con tutti quei libracci un povero bambino!—e così dicendo crollava la testa, e si appressava di più.
—Povero bamboccione—disse d'un tratto, e mi prese con le due mani adunche per i capelli ed accostò il mio volto alle sue grosse labbra.
Io impallidii. Ella parve godere del mio pallore. Non parlava più.
Probabilmente la mia faccia era diventata una mela o una pesca di luglio: una pesca sugosa e fresca che ben si morde.
***
—Ora, ragazzo, s'il te plait, torniamo alle Olimpiadi e al tuo professore—disse.
A me parve come di essere desto dal sogno in cui il Veglio della Montagna immergeva coloro che gli dovevano essere devoti sino alla morte.
Io non ne volevo più sapere nè di Olimpiadi, nè di scuole.
—Voi siete ben goloso, mon petit. Torniamo alle Olimpiadi.
In quell'ampia vestaglia ella si era rannicchiata in fondo ad una poltroncina.
—Mettetevi lì, e buono. Già bisognerà fare così!—Prese un tavolino e lo collocò fra la sua persona e la mia a guisa di bastione.—Posso offrirvi?
Mi porse una sigaretta: ne accese una per sè.
Devo confessare che la mia mente era così annebbiata che se colei mi avesse detto: «manda i padrini al tuo professore, e battiti a duello», io avrei trovato il consiglio naturalissimo.
Invece il suo consiglio fu molto savio e rivelò molto acume. Aggrottò le ciglia e disse:
—Tu capirai che lui dovrà pensarci due volte prima di formulare l'atto di accusa contro di te. In fondo è un atto di accusa contro di sè.
—To', è vero!
—Ma non basta: la sua rabbia è appunto in relazione alla impossibilità in cui l'hai messo di punirti...
—To', è vero! Ma può vendicarsi—aggiunsi.
—Perfettamente. Ma tu prendi dal «secrétaire» carta e busta e scrivi. Scrivi: detto io. No, quel foglio lì.—Guardai il foglio. Vi era impresso in azzurro, «Olympie».
Oh, Olimpia, dolce pingue nome! Tutto azzurro, tutto fresco come la grande acqua del mare.
—Su, andiamo, scrivi! Eri così «savio» poco fa.
Io scrissi: «Signor Professore, in un momento di vera aberrazione mentale ho osato formulare contro di lei un'accusa che tanto più mi tormenta di rimorso quanto più riconosco la sua dottrina e il suo sapere. Come posso rimediare se non facendo piena dichiarazione della mia colpa e supplicandola di volermi perdonare?»
—È tutta una bugia—dissi.
—E la bugia si trova dentro la vita o fuori della vita?—mi chiese l'adorabile Olimpia.
È vero: la menzogna è nella vita. E allora perchè soffrire per combattere quello che è nella vita, che è la vita?
Guardò l'orologio.
—Presto, pòrtala subito al tuo professore.
***
O me, miserabile! Mi feci quasi scacciare da quella stanza da cui non volevo più uscire.
***
Il giorno dopo il professore annunziò la mia lettera alla scolaresca; la lesse anzi; poi pronunciò un discorso di elogio alla mia persona. Ma io rimasi molto indifferente.
***
Dopo due mesi ero in possesso della licenza, ma senza troppo studiare. Me ne era andata via la voglia di studiare. Mio padre forse se ne accorse, specialmente quando gli manifestai la intenzione di darmi a tutt'altri studi che quelli classici.
Abbandonai le Olimpiadi per sempre e tutti i secoli di cultura classica prima di Cristo e tutti quelli dopo Cristo, fino ai tempi nostri.
Bisogna conquistare la vita, e non servire ai morti.
E se i Greci avessero dovuto studiare il greco, e i Romani studiare il latino, quei due popoli non sarebbero stati i grandi popoli che furono.
Di questa semplice verità io devo la conoscenza alla signorina Olimpia, artista di caffè-concerto e stella di prima grandezza.
ABITO NERO ED ABITO BIANCO.
—Ecco, veda, io non domando di far carriera: io domando, prima che questa barba diventi grigia, di poter respirare un poco d'aria igienica.
E il signor Foresti mi presentava sul dorso della mano, dall'alto della sua statura atletica, la sua barba, dove il grigio già minacciava una invasione generale: ed io credo che fosse questo grigio, in aumento, combinato con la speranza, sempre più in diminuzione, di potere respirare «un poco d'aria igienica», che rendeva il signor Foresti piuttosto irritabile, anzi molto irritabile, nel suo ufficio di capo-stazione della piccola stazione di S... Egli era capace di avvertire dal suo buco di distribuzione dei biglietti: «Questa bottega è diversa dalle altre: meno avventori vengono, più piacere mi fanno!»; era capace di dire, percorrendo il treno con le braccia aperte e con un sorriso tremendamente ironico: «Ma quei baci, ma quei saluti, ma se li distribuiscano prima!» Capace, nella spedizione delle merci, di attaccarsi a tutti i rampini di quei regolamenti che odiava di un odio così profondo.
Un orco! La più docile ed umile pasta di questo mondo: tanto è vero che non aveva fatto carriera. Certo, in quei momenti, era bene non avvicinarlo, non parlargli.
Ma io avevo trovato un mezzo per esasperarlo in modo soave ed atroce. Chiudevo le pupille dolcemente, dicevo con voce sentimentale:
—Ecco qui il suo piccolo giardino, i garofani, l'insalata; ecco la sua piccola stazione, beata come un eremo, baciata dal primo raggio del sole e salutata dalle rondini... Ah, se io fossi come lei, capo-stazione, come lo terrei coltivato, inaffiato, fiorito, il piccolo giardino: e come ci farei una capannetta per leggere, per istudiare...
—Badi bene come parla, sa! Non si prenda mica giuoco di me!...
—Scusi, capo, io dico sul serio. Per me, costretto a vivere in una grande città, questa vita idillica sarebbe l'ideale... Lei qui, intanto, è padrone assoluto...
In verità, in verità, era un reclusorio quella piccola stazione: e lui, il capo, un coatto, costretto a vivere fra un disco al nord e un disco al sud; giacchè l'amministrazione lo aveva bensì elevato al grado di signore assoluto, essendo egli, bigliettaio, spedizioniere, telegrafista; ma non aveva chi lo sostituisse o lo aiutasse fuorchè uno scambista e un facchino.
—Quanto ai libri da leggere, eccoli qui!—e prese un ammasso enorme di libri e carte. Io temetti che me li scaraventasse sulla testa: si accontentò di accatastarmeli davanti: erano regolamenti, circolari, istruzioni.
—Questa è la mia letteratura!—Aveva gli occhi feroci.—Creda—mi diceva poi acquietandosi con la subitaneità della sua indole buona—io odio questo sole, io odio quest'aria balsamica; io, democratico, considero questa sudicia umanità di campagna come una razza inferiore. Persino le donne, capisce lei? persino le donne non mi sembrano donne!
L'aria balsamica, l'aria igienica pel signor capo era quella che si respira nel fondo di quei pozzi grigi che sono le vie, le piazze di una grande città.
«Ah, a mezzanotte—sospirava—un teatro illuminato! per le vie lucide dei tram lucidi! uomini col colletto pulito, donne all'ultima moda; donne autentiche, lavate; bars, buvettes, scintillanti di luce elettrica, vetrine messe con gusto: lavorare sì anche, ma almeno potere un'ora al giorno sedere entro un caffè, godere lo spettacolo dell'umanità che passa davanti al vostro tavolino, al vostro calice di birra autentica! Macchè sole, macchè mare, macchè alberi, fiori, verdura, insalata, garofani!»
Oh, allora sì, il signor capo si sarebbe «arrangiata» la barba che oramai diventava grigia, ed avrebbe speso allegramente il capitale esuberante della salute che rifioriva nel suo corpo.
Da anni ed anni tempestava la direzione per un trasferimento in una città grande: era lì, rimaneva lì, e non aveva più altra speranza che quella di ammalarsi sul serio e poter ottenere un congedo.
Ma come fare ad ammalarsi? In quella piccola stazione dall'aria balsamica, la gente ci veniva per salute all'estate, ed egli aveva la soddisfazione di vedere bensì in quel tempo aumentato il suo lavoro, ma senza potere avere la consolazione di ammalarsi.
***
Una mattina di luglio, una ben calda e serena mattina, io presenziavo l'arrivo di un piccolo treno, che usurpa il nome di diretto.
Il signor Capo, tra spedizione merci e spedizione viaggiatori, ne aveva sino oltre al berretto paonazzo. Tempo di villeggiatura per la restante umanità! Un piccolo rossore alla fronte, un parlar secco allo sportello dei biglietti, un saluto glaciale a me, mi avevano fatto capire che quella mattina la caldaia cerebrale del signor Capo era in uno stato di ebollizione pericolosa.
Il treno si era appena fermato che un piccolo signore, da uno scompartimento di prima classe, si era affrettato a chiamare:
—Aprite, presto, presto!—Poi si era calato da sè, come se la carrozza fosse in fiamme: ma un po' impediva il ventre che sporgeva dagli svolazzi di un giacchetto di orléans nero; un poco era colpa delle gambine esili, che non riuscivano a toccare il predellino.—Dove sono i carabinieri? i due carabinieri regolamentari?
Le guardie del treno, la gente si affollò subito d'intorno a quel signore, invocante l'intervento di quegli uomini neri e rossi, i quali, benchè siano da alcuni considerati come un arcaismo nella società moderna, tuttavia costituiscono la più visibile manifestazione della giustizia umana. Essi però erano assenti.
—Ma non si faccia compatire; ma non faccia ridere il pubblico—gli gridava dal treno, come dall'alto di una tribuna, un giovane signore, tutto vestito di bianco che pareva un sorbetto vanigliato.
—Lei ha violato la mia personalità! Quel signore ha violato la mia personalità!—denunciava il piccolo signore nero con gli occhi fuori dalla testa, con una voce così irosa, che guai per l'elegante giovinotto se il vecchiotto avesse avuto il resto del suo fisico così bellicoso come la voce.
Un professionista del furto nei treni? Mai più! L'elegantissimo giovane scese anche lui per dare spiegazione al pubblico che si affollava.
Semplicemente uno che voleva chiuso il finestrino. Invece il vecchio signore lo voleva aperto.
—Soffro d'asma!—diceva, e questo era evidente, chè pareva minacciato da una congestione.
—E se soffre d'asma? Io non posso mica sacrificare il mio vestito e il mio panama (il panama che il giovane aveva in testa era veramente bellissimo ed immacolato) alla sua asma!
Così si riaccese la disputa lì sul marciapiede, con l'intervento giuridico dei signori ferrovieri e dei signori viaggiatori. La questione giuridica sui finestrini aperti o chiusi fu dibattuta con quell'entusiasmo del tutto italico per le questioni bizantine. «Esiste un articolo del regolamento...!» «Non esiste niente, invece! Chi è immediatamente vicino al finestrino, è padrone del medesimo». «Sì, ma i finestrini laterali sono piombati. Esiste solo il finestrino di mezzo. Quello di mezzo è collettivo!» «Ma nel caso specifico erano due soli nello scompartimento e perciò non si poteva invocare l'appello alla collettività.» «Esisteva però sotto la vecchia Mediterranea un articolo che dava diritto di chiudere dalla parte del vento!» «Ma oggi la Mediterranea è scomparsa: non esiste che lo Stato.» «Le ferrovie di Stato hanno creato un subbisso di regolamenti: ma nessuna regola specifica oggi esiste in relazione ai finestrini aperti o chiusi.»
L'elegantissimo giovane con calma imperturbabile dimostrava la assoluta inferiorità delle ferrovie di Stato italiane, rispetto alle ferrovie estere. «Chi ha viaggiato all'estero, sa che nei vagoni-salons è diffusa l'abitudine di tenere chiusi i finestrini in qualunque stagione; e se quel signore non sa fare a viaggiare...» «Io non so fare a viaggiare? È il mio mestiere viaggiare...—fremeva il vecchio signore.—Del resto, qui è unicamente questione di essere gentiluomini o mascalzoni».
—Be'—disse il capo-stazione intervenendo—a che punto siamo? Sciocchezze, sciocchezze! Capo-treno, dia la partenza.
—Io rimango—disse il vecchio, immobile, lì, coi suoi occhietti irosi fissi sull'avversario.
—Io parto—disse il giovane, arrampicandosi, ma con la testa rivolta all'avversario.—Del resto, sa, se vuole riparazione...
Squillò la cornetta; e il treno si mosse; e il vecchio signore già emetteva, con tutto il suo fiato disponibile: «Prepotente!», quando l'elegante giovane signore fu colto da un fremito di spavento. Che era accaduto?
Il suo abito candido, il suo cappello splendido non erano più bianchi che davanti.
L'uomo era diventato bicromatico.
Durante la sosta e la disputa, la macchina, seccata, aveva fumato vigorosamente, e tutto il fumo aveva investito in modo irreparabile l'abito bianco.
Non era il giovane signore più presentabile alla prossima stazione balnearia, dove era diretto e dove probabilmente gli stava a cuore di giungere perfettamente candido.
Già il treno era in moto, ed egli, aperto lo sportello, era balzato a terra con la sua valigetta.
Il vecchio signore, all'improvvisa discesa del suo avversario, galoppò, come potè veloce, nella sala d'aspetto. Senonchè il giovane non lo inseguì. Affrontò alteramente il capo-stazione Foresti, dicendo:
—Favorisca presentarmi il libro dei Reclami.
—Cosa vuol reclamare?—domandò il Capo, con un certo fare un po' bonario, un po' canzonatorio all'aspetto bicromatico del signore.—Io piuttosto potrei reclamare contro di lei che è sceso dal treno in moto.
—La sua macchina mi ha rovinato!—esclamò il giovane con voce esasperata.
Il capo-stazione lo guardò: le sue labbra sorrisero, tutta la barba sorrise.
—Infatti—disse—è un pochino sudicio.
—E lo dice in questo tono?
—Pretende forse che mi metta a piangere?
—Pretendo che lei faccia il suo dovere. Intendo elevare formale reclamo contro la sua macchina, intendo domandare risarcimento del danno subìto... Esiste un articolo del regolamento ferroviario che vieta alle macchine di fare fumo...
—Infatti—disse il signor Capo—articolo decimo, paragrafo sesto delle Istruzioni pel servizio dei macchinisti e fuochisti: «i macchinisti devono astenersi da qualsiasi operazione che possa produrre fumo, o, comunque, riuscire molesta od incomoda ai viaggiatori, come...»
—Perfettamente, e allora perchè lei rifiuta di accogliere il mio reclamo?
—Perchè è stupido—disse il capo-stazione accendendo in tutta pace una sigaretta.