IL 1859
DA PLOMBIÈRES A VILLAFRANCA
STORIA NARRATA DA
Alfredo Panzini
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1909
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Milano. — Tip. Treves.
INDICE.
| Prima | [(Introduzione storica)] | Pag. 1 |
| I. | [Cavour] | 41 |
| II. | [Napoleone III] | 81 |
| III. | [Il colloquio di Plombières] | 129 |
| IV. | [L'opera di Cavour e l'opinione publica] | 149 |
| V. | [Il grido di dolore] | 163 |
| VI. | [Le alternative di pace e di guerra] | 193 |
| VII. | [Perchè Napoleone III volle la guerra d'Italia] | 229 |
| VIII. | [La crisi del Congresso] | 255 |
| IX. | [L'ultimato dell'Austria] | 269 |
| X. | [Cavour stratega] | 281 |
| XI. | [Napoleone al bivio] | 297 |
| XII. | [Magenta e Solferino] | 315 |
| XIII. | [Villafranca] | 337 |
| XIV. | [Dopo] | 381 |
a quelli di mia gente che ebbero parte nella opera
della redenzione della patria
Giovanni Panzini (1815), Olinto e Ulisse Panzini (1845)
Zaccaria Panzini (1848)
Emilio Panzini (1860, Urbino e Fossombrone).
Prima.
INTRODUZIONE STORICA.
Nel secolo passato, come si diceva sino a nove anni addietro; ora diremo nel secolo XVIII, le guerre duravano molti anni. Anzi si può dire che tutta la prima metà di quel secolo così singolare, che comincia col Metastasio e finisce con la «Marsigliese», fu tutta una continuazione di tre guerre, che si trascinarono per la bellezza di quarant'otto anni, qua e là per l'Europa come una pestilenza.
I popoli, cioè i fedelissimi sudditi, avevano da tempo osservato che dietro alla guerra veniva spesso la peste vera e la carestia e perciò si erano abituati a notarle come tre fatalità, e pregavano il Signore di tenerle lontane:
a peste, fame et bello, libera nos, Domine!
Ma che fossero una fatalità non pare proprio, se è vero che i serenissimi principi potevano a loro talento scatenare i nembi di queste guerre come Eolo faceva dei venti.
Bene è vero però che in quella prima metà del secolo, all'infuori di eserciti imperiali, cioè austriaci e alemanni da un lato ed eserciti gallo-ispani dall'altro, densi di archibusi, e comandati da marescialli imparruccati, instivalati, isperonati, e loro coorti, altri nembi non cavalcavano per l'aria serena. Il nembo della ribellione era tuttora nel cervello dei filosofi e appariva in forma di leggiadre nuvolette, come il polline dei fiori. Anzi quando la tempesta del fiero Marte s'era trasportata d'uno in altro paese, dalle riposate ville o dai bei palagi qualche Nice incipriata udivasi sospirare:
Se cerca, se dice:
L'amico dov'è?
L'amico infelice,
Rispondi, morì.
Nè si deve d'altra parte pensare che questi eserciti nelle loro zuffe o battaglie si decimassero scambievolmente, perchè se così fosse stato, dopo tante battaglie e in tanti anni non sarebbero rimaste in piedi che le parrucche e gli stivaloni. Anzi tutto la scienza chimica e la meccanica non avevano posto a disposizione del progresso tanti rapidissimi e perfetti congegni di morte; ed inoltre appare evidente che quelle antiche milizie, se trovavano professionalmente utili le guerre lunghe, non altrettanto utili dovevano trovare le guerre micidiali.
Queste guerre furono tre, e tutte e tre ebbero il nome di guerre di successione, perchè furono cagionate dal diritto che i Serenissimi Principi avevano o credevano di avere alla successione di un trono rimasto vacante. E prima fu vacante il trono di Spagna e la guerra arse per 14 anni, cioè dal 1700 al 1714; poi fu vacante il trono di Polonia e la guerra arse per altri 5 anni, cioè dal 1733 al 1738; in ultimo fu vacante il trono d'Austria e la guerra arse dal 1740 al 1748. Dopo si fece la pace che ha il bel nome imperiale di Acquisgrana, anzi, cosa singolare, i Serenissimi Principi, venuti ad occupare, per effetto di quelle guerre, i troni d'Italia, si posero a restaurare la nuova casa a beneficio dei fedelissimi sudditi. Se non che un bel giorno quel polline diventò nembo, quel venticello leggero di fronda filosofica, bufera. Tutto il cielo si oscurò dalla parte di occidente, dove è la Francia, e in quel buio lampeggiò una cosa orribile: la mannaia della ghigliottina. Poi apparve sull'Alpe un giovane pallido, Napoleone. La bufera scoppiò anche da noi e spazzò quei restauri ed anche quei Serenissimi Principi.
Da allora in poi altre case per il popolo ed altri restauri domanda il popolo.
Era quello un ben felice tempo per i Re e per i Principi, giacchè tanto le terre quanto i sudditi si ritenevano come una specie di loro proprietà privata, concessa da Dio: il tempo delle monarchie assolute e del diritto divino, come dicono gli storici. Oh, non che tutti i Re governassero a loro talento. Governava chi poteva, come sempre è avvenuto. Ciambellani, gran signori, gran dame, confessori governavano anche: un complesso di interessi che si connettevano o si ritenevano congiunti agli interessi supremi del trono alla cui ombra fiorivano quei signori.
Dunque era proprio morto il re di Spagna, l'erede di Carlo V e di Filippo II, due nomi che hanno riempito tanto il mondo di sè, che vivono anche nei romanzi: il sole non tramontava mai nei suoi Stati: egli era tramontato. I cortigiani, secondo il rito, lo avranno chiamato per nome e gli avranno chiesto gli ordini: ma il re non ha risposto. Era morto e non lasciava erede alcun figliuolo; ma un nipote, che a sua volta era pronipote del più folgorante di questi re, il re di Francia, così folgorante anzi che era chiamato il Re Sole, era stato nominato erede. Se non che l'imperatore d'Austria avanzava anch'egli diritti, come parente, a quel bel trono di Spagna. Grande era la potenza di questo imperatore, e grande il suo retaggio. Tuttavia ambiva anche al trono di Spagna ed alla monarchia universale, come al tempo dei Cesari romani del cui nome era erede, e di Carlo V, di cui pure egli era erede. Io non parlo degli aspiranti minori che non furono pochi.
Questa ambizione dell'Austria poco piacendo alla Francia, e viceversa, i contendenti ricorsero all'eloquenza del cannone: i cannoni su cui era impresso tra fregi adorni il motto: «Ultima razon de Reyes, ultima ratio regum», per dire che i re non avevano bisogno di ricorrere ad alcun Areopago o giudizio di popolo nelle loro contese.
Dopo quattordici anni, quanto potrebbe durare una causa per successione presso i nostri tribunali, cioè nel 1714, le armi avendo dato ragione al nepote del re di Francia, avvenne che il trono di Spagna a lui si rimase. Ma l'imperatore d'Austria aveva per tanti anni combattuto per niente? Era pur dovere ricompensarlo. Ebbene gli furono dati quei possessi che la Spagna da due secoli circa aveva in Italia, cioè buona parte d'Italia: il reame di Napoli, la Sicilia e la Lombardia. Se non che dopo alcuni anni gli stessi contendenti, cioè Francesi e Spagnoli da un lato e Imperiali dall'altra, essendosi trovati di fronte ancora per un'altra successione e il cannone avendo questa volta dato ragione all'Imperatore, il reame di Napoli e la Sicilia furono dall'Austria restituiti alla Spagna; e più precisamente se ne formò un piccolo e bel regno ad esercizio regale ed a conforto dei figli di Filippo Borbone. E fu in tale modo che cominciò in Italia quel dominio dei Borboni di Napoli, il quale durò per 126 anni, cioè sino al 1860. E in simile modo spenta la vecchia casa dei Medici in Toscana, vi si costituì un altro secondo regno, anzi gran ducato, a conforto dei figli dell'Imperatore d'Austria di Absburgo-Lorena, che durò sino al 1859; e in simile modo spenta la casa dei Farnesi in Parma, se ne formò un altro piccolo regno, anzi ducato, a conforto di un altro figliuolo di Filippo Borbone, la cui successione durò pure sino al 1859. E in simile modo per la pace di Aquisgrana, fu assicurata la Lombardia a Maria Teresa, di cui vive ancora la buona memoria in queste terre lombarde, benchè i successori di lei, quando del '59 si accomiatarono, non lasciassero certo nessuna brama di sè.
Ma dunque l'Italia serviva come ricca merce di compensazione ai soccombenti in queste liti di Re? Dunque spenta una dinastia se ne sostituiva un'altra senza consultare il popolo? E il popolo d'Italia non insorgeva a simili mercati? Quel popolo d'Italia che vediamo nella lontananza dell'Evo Medio così pronto alle armi ed al sangue, così geloso dei suoi diritti, così indomito nelle sue passioni, che oppresse un primo e un secondo Federigo, pur d'onore sì degno, quel popolo che oggi s'aduna nei comizi e può imporre la sua volontà ai governanti, nulla vedeva, nulla sentiva allora di simili obbrobriosi mercati?
O come la profezia dei nostri profeti, di Dante, del Petrarca, del Machiavelli si era compiuta! Ma dove era allora il popolo d'Italia? In verità v'erano dei nobili e dei cavalieri i cui privilegi non erano offesi per nulla da tali mutamenti politici. V'erano molti monaci e molte monache le cui dovizie e la cui troppo riposata vita non era turbata. Molti briganti e banditi pur v'erano la cui vita non era turbata, molto artigianato libero e tranquillo, moltissima plebe pasciuta, o rassegnata, a cui poco importava di Francia e Spagna, «basta che s'magna», come dice ancora il motto. Molti poeti pur v'erano che si ricordavano talvolta di variare il lamento su l'Italia, destinata a servir sempre, o vincitrice o vinta, una specie di fatalità, come la guerra, la fame e la peste. Del resto, questi numerosi intelletti canori erano onorati presso i Serenissimi Principi in premio di loro belle poesie per le nascite, per le morti, per le nozze, per le monacazioni, per l'esaltazione degli eccellentissimi prelati.
E poi l'Italia con la voce dei Papi non comandava ancora «urbi et orbi»? e l'Imperatore d'Austria non rappresentava i Cesari? e quell'insalatuzza degli orticelli d'Arcadia non dava ancora l'illusione di un primato intellettuale? Era un così dolce stare tra quei boschetti d'Arcadia, quando un grido atterrì: era l'Alfieri. Era un così tranquillo occuparsi di antiquaria, quando una voce disse: occupatevi della Vita. Era il Leopardi. Ma quanto tempo occorse perchè quelle voci fossero udite!
*
O dolce conforto del non vedere e del non sentire, che il pietoso Iddio regala ai popoli destinati ad essere servi degli altri!
Queste tre guerre furono combattute anche in Italia, benchè gli Italiani non facessero, essi, la guerra: la subissero soltanto, e con le sue conseguenze. Ma è bello ed è comodo trasportare il trambusto di Marte nella casa degli altri, specialmente quando essa vi si presta bene per la sua posizione. Infatti il dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina,
pareva fatto apposta per le battaglie tra l'Impero, la Francia, la Spagna.
Questa cosa, del resto, era avvenuta anche due secoli prima, nel Cinquecento, quando la patria nostra non «era soggetta ad altro dominio che de' suoi».
Allora i magnifici signori e le potenti republiche nostre avevano con quel buon gusto che li distinguea assistito allo spettacolo di battaglie da giganti che in quel bel piano ci avevano favorito un cattolico Re di Spagna e un cristianissimo Re di Francia. Non solo assistito, tanto che l'Ariosto ne avea tolto il modello per le fantastiche guerre del suo folle Orlando, ma vi avevano anche partecipato, ciascuno secondo i propri interessi, ben si intende. Ci fu anzi una volta che in una di quelle battaglie uno di questi signori, forse in un istante di lucida visione, disse ai suoi artiglieri irresoluti se tirare contro gli Spagnoli azzuffati coi Francesi: Tirate senza timor di fallare chè son tutti nostri nemici.
Ci fu anche un Papa, un vecchio bizzarro ed energico che leggeva Dante, il quale gridò: Fuori i barbari! Ma tranne questi casi isolati, noi Italiani fummo di una ospitalità classica: ospitalissimo fu Ludovico il Moro, il quale se non avesse dichiarato che l'Italia non l'aveva mai vista nè conosciuta, e che conosceva soltanto i suoi privati interessi, sarebbe stata la mente politica più fine del secolo XV. Ospitalissimi i nostri olimpici signori. Li accolsero nei loro incantevoli palazzi quei re d'oltremonte, li intrattennero in belli e savi discorsi di filosofia e di politica: l'Ariosto fece omaggio del suo folle Orlando: un pittore, il Tiziano, ritrasse le sembianze del più potente di questi re; un orafo, il Cellini, battè spade, elmi e corazze per l'altro re suo rivale: vi furono anche scambi di doni nuziali, finchè un bel giorno i signori d'Italia, così maestri nel «tessere una fraude», si avvidero di essere frodati. Uno di questi re, anzi re ed imperatore, ci aveva piantate le tende.
Fu il popolo spagnolo che ci piantò le tende allora, e l'imperatore e re fu Carlo V. Un Papa, di nome Clemente, e quindi un altro Clemente, benedissero quell'imperatore e quelle tende, e costui li compensò aiutandoli a dare reale consistenza al lungo ambizioso sogno dell'Evo Medio, cioè a consolidare nel cuore d'Italia quello Stato della Chiesa che paralizzò il cuore d'Italia: grave accusa, in verità, contro il governo dei preti, e certo ad essi, che sono sottili dialettici, non mancherebbero nemmeno oggi buoni ragionamenti per dimostrare che quello Stato era reclamato da san Pietro o che quella morte in terra aiutava a conquistare la vita in cielo. Malauguratamente sino da quel Cinquecento il Machiavelli si fa publico accusatore di un'accusa molto grave: quando dice che è merito della Chiesa se l'Italia ha perduto ogni religione. Gli Spagnoli ci tennero le tende per quasi due secoli e ci insegnarono tutte le loro qualità cattive, tenendo per sè le buone.
Dopo, come abbiamo veduto, ve le piantarono gli Austriaci quelle tende che il Manzoni nel 1821 e nel 1848 consigliava di levare, adducendo inoppugnabili ragioni di diritto divino ed umano:
O stranieri, levate le tende
Da una terra che madre non v'è.
Se non che l'Austria riteneva quelle tende legittime e collocate da Dio, e tutto dà a credere che non le avrebbe mai levate di suo spontaneo volere.
*
Bel campo, dicevamo, per le battaglie questa, ahi, non più nostra Italia! E così avvenne una seconda volta durante le tre guerre di successione: scorrazzavano per le nostre terre e città eserciti imperiali ed eserciti gallo-ispani, e vi dimoravano per lunga stanza ed i buoni cittadini erano consigliati a far lieto viso, le dame a danzare in onore dei generali e marescialli, i municipi a pagare le spese. Erano fieramente nemici i gallo-ispani degli imperiali, ma in questo andavano d'accordo. Ci fu una volta, in una di queste città papaline, che uno di cotali eserciti imperiali annunciò la sua gradita partenza dopo un lungo periodo di saccheggi, uccisioni e feste per le nozze di una figlia di Maria Teresa. Prima di partire gli ufficiali del principe, generale supremo, fecero sapere ai consoli della città come fosse cosa di dovere e solita a praticarsi in ogni terra occupata da un esercito, l'offerire, allorchè questo è in procinto di andarsene, un conveniente regalo al generale, all'effetto di obbligarselo ed avere riguardo al territorio. I consoli con dignitosa prudenza risposero di conoscere il loro dovere; ma la Comunità versare in tali strettezze per le ingenti spese sostenute nell'onore di mantenere l'imperiale esercito, che non potevano spremere dall'erario la benchè minima somma. Allora quei signori dichiararono che il non dare ascolto al benevolo loro suggerimento equivaleva a vedere saccheggiata la terra. Fu adunato il consiglio della città e si deliberò di offrire al principe generale una borsa con duecento cinquanta zecchini. Tenue offerta! Ma le belle parole, umili, ossequiose; gli augurî di ogni prosperità a lui ed alle armi cesaree, fecero a Sua Altezza accettare il dono, oh non confacente alle obbligazioni che la città gli professava! Ma partiti gli imperiali, ecco sopraggiungere i gallo-ispani!
Le gravezze dei balzelli e le brutalità dei soldati erano giunte al punto che quelle non si potevano più nascondere sotto il cerimonioso sorriso, nè queste confortare con la fatalistica e pulita espressione della «militare licenza». Si rivolsero quindi al legittimo signore, che era il Papa, anzi al signore del mondo. Era presumibile che egli non potesse imporre un poco di rispetto per le sue proprietà, almeno a questi re e imperatori cattolici e cristianissimi? Ma il Papa rispose dolentissimo che quei re cattolici ubbidivano più volentieri alle armi e alla voce del cannone che alla sua, la quale si trovava senza il sussidio delle armi e dei denari. Poteva ben compatire, ma nulla fare in aiuto. Era proprio il caso davvero di aver fatto tante feste, tanti tridui, tanti ringraziamenti all'Altissimo quando quelle città passarono sotto il dominio del Papa!
Questa umiliante consuetudine di fare buon viso e festa, volta a volta, ad eserciti nemici ci rimase, è doloroso il dirlo, nel sangue sino a tempi a noi vicini. Oh, quante volte «fuori i lumi!» per i Francesi, quante altre «fuori i lumi!» per gli Austriaci! E il gonfaloniere coi signori della città farsi incontro sino fuor delle porte, col sorriso sulle labbra e l'angoscia nel cuore, a corrucciati generali cavalcanti, e porgere le chiavi della città su cuscini di velluto assicurando che i buoni cittadini avrebbero sfarzosamente illuminate le vie, fatto scelti concerti, le dame ballato, e il Comune pagato! Sono sessant'anni appena che queste miserabili cose più non avvengono: il popolo, ohimè!, non le ricorda nemmeno: ma ci si accusa e noi ci accusiamo tuttora di mancare di educazione politica, ma con tanto alternarsi a brevissima distanza di tempo di grida coatte: Viva Napoleone! viva Francesco I nostro signore, viva il Papa, viva la Rivoluzione, viva la Libertà, viva la Forca, viva Murat, viva l'Austria, come era possibile imprimere ad un popolo l'educazione politica? Mi sta a mente un minuscolo fatto d'arme, ricordato pur ne' manuali scolastici. Nel marzo 1831, il dì venticinque, un pugno di animosi presso le Celle a un miglio da Rimini, su la via Emilia, fece fronte all'esercito tedesco. Ma le prime avanguardie austriache non chiesero: dove è il nemico? chiesero: dove sono i briganti?
I briganti! Oh, lo dicevano in buona fede e molte timorose coscienze da noi vi credevano. La storia di questi briganti che affrancarono un popolo e poi furono venerati come martiri ed eroi, è gran parte della nostra storia recente!
Ma quale nenia malefica era stata cantata? quale veleno di sonno era stato propinato a questo popolo già così indomito, insofferente, feroce, fecondo? Fin la fecondità materiale della generazione parve avere sosta! Per qual delitto d'audacia fu l'Italia punita? Torquato Tasso domanda ai gesuiti un confessore che lo assolva di grande peccato. Ultimo grande della Rinascita, in che hai mai tu peccato? Quella grande rivoluzione del pensiero, la Rinascita, fu dunque così mortale peccato? Così grande peccato che solo le fiamme che arsero le carni di Giordano Bruno parvero pena condegna? Sommessamente, umilmente davanti al tribunale del Santo Ufficio, in Roma, Galileo osò ripetere: Eppur si muove! Non fu il rogo che annienta, fu un'altra forma di annientamento: la segregazione da ogni essere umano del mirabile vegliardo affinchè quella voce non fosse più udita: ma essa volò e si diffuse come il santo spiro di Cristo fuor dell'avello![1]
*
Quando discesero i Francesi in Italia col Bonaparte, e ciò fu nel 1796, parve, come dopo lunga afosa stagione, il sorgere al confine del cielo di un temporale nero come la pece. Fiamme e lampi balenavano dietro e ne solcavano i margini. Pochi istanti ancora ed ecco si leverà il vento. Chi ha le messi all'aperto s'affretta a nasconderle: porte, finestre siano sbarrate. Hanno ucciso il loro re, hanno abolito Iddio! Che mai sarà di noi? Chi può, come don Abbondio all'arrivare dei lanzichenecchi, prende la via dei monti. Nascondete sotterra i tesori, le reliquie. Le vergini, le caste monache siano pur esse nascoste; e si attende immobili, col cuore che palpita. La nube nera è squarciata da fulgori d'armi e cannoni; eccoli, eccoli, sono arrivati, hanno tutto spazzato, tutto vinto. Il re del Piemonte come una festuca, quattro antichi eserciti del sacro romano impero dell'Austria sono stati da quelle furie francesi spezzati come verghe di un inutile fascio: i signori di Milano su cuscino prezioso hanno, tremando, offerto al giovanetto guerriero le chiavi della città. Attila s'arrestò davanti a papa Leone: non s'arresterà il Bonaparte: un grido lo precede, l'antico, immutabile grido del diritto della forza: «O soldati, avete riportato sei vittorie, avete ammazzato o ferito più di dieci mila persone; avete vinto battaglie senza cannoni, passati fiumi senza ponti, marciato senza scarpe, alloggiato allo scoperto, etc.». Sostò appena al petrone dove Cesare arringò le legioni dopo il Rubicone e mosse contro Pio VI. Solo gli immobili santi nelle arche secolari possono dare aiuto e San Marco a Venezia e Verona, e San Gennaro a Napoli, e Santa Maria a Genova; Santa Maria, dal cielo lontano, è invocata dal popolo. E il popolo è pronto a combattere per i suoi santi e per i suoi signori. Ma i signori di Venezia non han membra che per tremare, non han voce che per proclamare un atto di viltà così grande che il mercato di Campoformio può sembrare quasi espiazione.
Il re di Napoli, Ferdinando IV, che s'era avanzato sino a Roma, ebbe tronca dal terrore una vana parola di iattanza: è precipitato a Napoli, di lì salperà coi tesori, con le ree femmine, Carolina, Emma Leona, per Sicilia. Più lontano fuggire non può.
Orribili a vedersi, in istrane fogge, laceri, sordidi di polvere e di sangue; ma tante terre hanno corse, tanto sangue hanno sparso!
Voi non li capite? Ma se rulla il tamburo e canta la «Marsigliese», voi li capite. Voi tremate? E che? «Anime timide; e voi, bocche perfide, cessate di spargere il vostro veleno. Noi siamo qui per proteggere l'innocenza, la probità, la virtù!»
I cuori cessarono di battere. Stupri, uccisioni, rapine, non ne fecero essi di più che gli antichi imperiali e cattolici eserciti. I Lazzari, feroci, domandarono onore per San Gennaro, e fu concessa al santo una guardia d'onore. Del resto, c'erano i nuovi santi e i nuovi inni: «Liberté, égalité, fraternité», l'albero della «Libertà», il vessillo tricolore, «Allons enfants de la patrie», «Ça ira». Rullava il tamburo e si capiva; torme poi di Italiani, scomunicati e indiavolati anch'essi, con nomi nuovi alla francese, giacobini e patriotti, seguivano gli eserciti della Rivoluzione e facevano da interpreti. In fondo si trattava di ballare, ballare a tondo la «Carmagnola» e le donne e i giovani — ben lo sapete — imparano presto le nuove danze e si vestono volentieri delle nuove fogge. Si trattava anche di veder fuggire atterriti gli antichi padroni, i preti ed i signori nobili: spettacolo crudele: ma questa soddisfazione accade così di rado che quando accade ci prende sempre gusto il popolo.
Questo temporale durò tre anni (1796-1799), e dove prima sorgevano ducati, granducati, regni, sorsero tante piccole republiche, generate convulsamente dalla grande madre: la Francia.
Se non che nell'anno 1799, al tempo che Napoleone inseguiva in Oriente non so qual suo meraviglioso sogno dietro le orme di Alessandro, ecco la tenace e formidabile Austria, collegata alla Russia, ridurre in breve tutta Italia alla fortuna di prima. Fuori i lumi, adunque: giù l'Albero della libertà. Si intuoni dai re e dai popoli il «Te Deum», si esponga il Sacramento. Bonaparte è tornato! Ma Bonaparte è vinto! L'infame Bonaparte è vinto, il vecchio generale austriaco Melas, sempre nei fatali campi d'Italia, lo ha vinto. Messi a spron battuto ne diffondono la gran nuova. A Livorno è giunta la regina Carolina moglie del re di Napoli, sorella dell'imperatore d'Austria, sorella della decapitata Maria Antonietta. Ella si affretta a Vienna a domandare più vasto regno: il sangue sparso dei patriotti napoletani non ha saziato la sua vendetta: altro sangue e più vasto regno domanda. Ma ecco nella notte ella è desta: un nuovo messo è giunto. Ella, nell'aprire il foglio diceva: leggiamo la fine del presuntuoso esercito di Buonaparte. Ma quando lesse la disfatta del Melas, instupidì, rilesse come incredula il foglio, le mancò la luce e si appoggiò morente alla donna che l'aveva desta.[2]
Oh, è ancora la dolce primavera, l'astro di Napoleone non tramonta, anzi sale con l'estate al suo grande meriggio; tredici anni durerà quell'estate purpureo, spentosi contro le brume e il gelo del Nord. La dolce terra di Francia ne ha a gioire come ai tempi d'Orlando. La vendetta dei re maturerà nell'odio ancora tredici anni.
Napoleone dopo Marengo fu ancora arbitro del mondo e d'Italia. Egli con la spada la tagliò come un bel manto antico; col pezzo più unito e piano fece prima una Republica e poi un Regno; e di stoffa regale tanta ne avanzò, che ne diede alla Francia, ne vestì i parenti, le sorelle orgogliose. E tu, madre mia, nulla vuoi? Nulla volle Letizia. Lunga vita e lungo martirio ebbe solo quella lungi-veggente.
Dopo la battaglia di Marengo furono di nuovo esposti i lumi per la Francia e fu cantata la «Marsigliese». Certamente molte cose in quegli anni mutarono, ma non così profondamente come può credersi pensando al principio di quel moto, cioè alla Rivoluzione. Le rivoluzioni hanno una certa somiglianza col corso dei fiumi. Noi vediamo i fiumi presso le loro sorgenti precipitare dai monti con impeto così grande che fanno paura e diciamo: Guai se essi devono seguitare così! Oh, non seguitano. Appena giunti al piano, dilagano e prendono corso tranquillo.
Napoleone quando prese nome imperiale, mutò il rito; non si fece incoronare dal sacerdote, ma, come tutti sanno, si pose egli stesso la corona ferrea sul capo, pronunciando quelle famose parole che fecero stupire tutti e sorridere qualche filosofo: «Dio me l'ha data, guai a chi la toccherà!» Chi sa che anche egli non abbia creduto a quelle parole! Gli eroi dell'azione se non avessero fede nel sogno della loro onnipotenza, rimarrebbero inerti come certi eroi del pensiero.
Mutò il rito e rimase l'impero: risorsero i titoli di conte, duca, marchese: scomparvero le immobili ricchezze del feudo e delle chiese; nacque la nuova, mutabile e maggior ricchezza dei traffichi e delle industrie. Cessò la tirannia dei nobili, germogliò quella che dovea crescere così fiorente, e fu detta tirannia borghese, e forse oggi è nata nuova tirannide
che l'una e l'altra caccerà di nido.
Poi Napoleone cadde in un tragico precipitare. Guerra di Spagna, di Russia, Lipsia, Waterloo, sono le tappe di questa caduta. Ritornò ancora l'Austria in Italia tenendo a mano i piccoli principi: fu cantato il «Tedeum» ancora, furono restaurate o, meglio, si desiderò di restaurare le cose come prima.
*
Ma a questo punto noi ci domandiamo: In questo alternarsi violento dal caldo al gelo, dall'azione alla riazione, dal «Tedeum» alla «Carmagnola», quale mutamento intimo, molecolare, era avvenuto nelle fibre del nostro popolo? e le plebi asservite che cosa avevano imparato dai così detti immortali principî dell'ottantanove?
La risposta è difficile, ma ricordo che Michele il Pazzo, capo dei Lazzari, richiesto che cosa fosse uguaglianza, rispose: Poter essere lazzaro e colonnello. I signori erano colonnelli nel ventre della madre: io lo sono per la uguaglianza. Allora si nasceva alla grandezza, oggi vi si arriva. E dietro Michele il Pazzo sta tutta una schiera di morti, tragicamente sublime in quello sfondo sereno e ridente di Napoli: Caracciolo, Mario Pagano, Domenico Cirillo.
Un giovinetto fremente incominciava in quegli anni un suo libro con le parole: «Il sacrificio della patria nostra è consumato». Venezia, infatti, fu sacrificata, ma dietro le sorgeva più grande patria, l'Italia.
Meneghino, che dal tempo della battaglia di Legnano si era disabituato alle armi, imparò a marciare e a fissare in volto il nemico.
Il «giovin signore» meditò su la politica e su le congiure: affronterà la carcere ed il patibolo.
Pantalone, Brighella, Florindo ebbero un grande colpo in quegli anni e ne morirono, almeno come maschere.
L'ultimo arcade ed abate si chiamò Giuseppe Parini, e dopo di lui i poeti non fiorirono più all'ombra dei troni, ma fra il popolo, e molti di essi oltre alla lira portarono la fiaccola e la spada: Ugo Foscolo, Giovanni Berchet, Goffredo Mameli.
Di republica o di monarchia, di federazione o di unità si occuparono i nostri studiosi, per conforto di Napoleone, anzichè di antiquaria e di arcadiche ciance. Un vessillo anche ne fu dato!
Infine in quegli anni furono seminati i denti del dragone da cui nacquero i liberatori della patria: Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Carlo Alberto, Cavour, ecc. Nacquero «sub Julio», sotto il nuovo Cesare, sotto Napoleone.
Ma una mutazione non meno interessante si compì anche nei Serenissimi Principi, i quali, da allora in poi, si trovarono turbati nella loro serenità e dichiararono ai popoli che per l'avvenire li avrebbero governati da buoni padri. Dichiarazione preziosa che fa supporre il riconoscimento di aver governato molto male per il passato. Oh, li aveva ben ammoniti il Petrarca sin da lontano:
Qual colpa, qual giudicio o qual destino
Fastidire il vicino?
Ahimè, gli ammaestramenti in poesia e in filosofia persuadono poco; ed è mortificante il pensare che occorra la Rivoluzione e il tamburo della rossa «Marsigliese» per insegnar qualche cosa!
Dunque fu un gran bene la Rivoluzione francese? E di Napoleone lascieremo sempre l'«ardua sentenza» ai posteri? Bisognerà pur dire qualche cosa e dell'una e dell'altro, pur essendo persuaso di non piacere a nessuna categoria di lettori.
Noi nelle scuole, nei libri, nei discorsi, abbiamo imparato a considerare la Rivoluzione francese il più gran fatto del mondo; il sangue delle sue vittime ci parve una purificazione e, svanendo, divenne come una cornice purpurea intorno a un quadro di incomparabile potenza e le disperate grida noi non le abbiamo udite, perchè suonava così giocondamente, così terribilmente la «Marsigliese» che non si potevano udire! Le orride megere[3] attorno al palco della ghigliottina in Parigi ci parvero giuste come le Parche. Abbiamo imparato che Marat aveva nel cuore il dolore dei secoli. E come noi, tutti, che assistemmo da un posto più o meno distinto al dramma meraviglioso; e se qualche solitario osava criticare o zittire, noi non chiedemmo: Perchè disapprovate o zittite? ma dicemmo: Fuori!
Questo giudizio si è alquanto modificato da quando, per un bizzarro privilegio concesso a chi medita, siamo potuti entrare nel palcoscenico dove si svolse quel dramma. Ma di questa modificazione di giudizio è inutile parlare: esso è cosa più che altro soggettiva, mentre cosa obbiettiva è il fatto che la Rivoluzione di Francia è stata la generatrice della età nostra, nel bene e nel male, in ciò che si vuol conservare e in ciò che di lei si vuole distruggere o rinnovare. È evidente perciò che i figli la venerino come madre ed evitino di discuterla.
Intorno a Napoleone poi molte poesie italiane, francesi, tedesche abbiamo anche imparato a memoria fin dall'adolescenza, ed abbiamo osato spingere lo sguardo sino all'alto vertice del suo monumento, sperso nel cielo come una guglia alpina: se non che altri, obbligandoci ad accostarci a quel monumento, ha fatto osservare che di cadaveri sono le basi, di sangue e di lagrime il cemento. Vero! ed avremmo inorridito se subito non ci fosse venuto a mente che gli uomini elevano di solito i loro edifici con simile macabro materiale costruttivo.
Ce lo hanno anche rappresentato con Giulio Cesare, cavalcante cupamente per una via senza fine, lastricata di cadaveri allineati: meno impassibile di quei truci cavalcatori. Eppure, chi sa per qual malìa, noi non abbiamo potuto odiare. La nostra ragione non ha saputo vincere il nostro affetto. Sovente anzi l'affetto disse alla ragione: Guarda: una lagrima è impietrata nel suo ciglio!
Infatti l'Austria quando di soppiatto, negli anni 1814, 1815, penetrò in Italia, trasse partito non soltanto dell'odio degli Italiani verso Napoleone per il molto oro e il molto sangue che costui richiese in quel suo ultimo, folle, disperato opporsi contro al fato; ma blandamente, astutamente cercò di insinuarsi nell'animo degli Italiani coi ricordi dell'antico tempo, delle antiche glorie municipali, della nostra storia passata. Un generale, il Bellegarde, presenta gli Austriaci come i nostri liberatori, dichiara che era suonata «l'ora della nostra redenzione», ci chiama «alla difesa comune», ci parla «dei nostri legittimi diritti». Anche di «indipendenza» ci parlarono gli Austriaci, della felice Italia formata di tante piccole patrie, delle arti anche, del piacere di rivedere gli amati principi e dell'odiato Brenno sul Campidoglio: un curioso miscuglio di antico e di nuovo fecero sventolare davanti alle nostre passioni.
Era naturale. Napoleone non cadde per effetto di un solo colpo mortale, ma molti colpi mortali occorsero, come ad Orlando, affinchè fosse atterrato. Murat e Beauharnais, benchè avversi e avversati, pur si mantenevano con eserciti in Italia; d'Italia libera ed una parlò anzi il Murat con una voce che rimbomberà fra poco, ma che allora, fra il crollare dell'immane edificio napoleonico, non potè bene essere udita. Bisognava ricorrere ad ogni mezzo per atterrare il colosso e l'Austria ricorse sino a stimolare il nostro orgoglio di Italiani. Infine l'ultimo crollo avvenne, le macerie precipitarono, la tempesta delle passioni posarono come posa la polvere dopo che un edificio è caduto; e allora apparvero nettamente le cose: apparve l'Austria.
Come e che cosa l'Austria intendesse per indipendenza lo dicono, per esempio, queste parole dell'imperatore Francesco I, che accompagnano l'alta onorificenza al Metternich, repressore dei moti del '31: «Per aver tanto contribuito a mantenere l'indipendenza negli Stati italiani».
Appare l'Austria nel suo atteggiamento vero e fatale; ed anche dai sensi più ottusi fu sentita quell'atmosfera «di taciturna oppressione quale mai non erasi, nè fu più provata, tanto maggiore quanto non ricreata da verun lampo di speranza». Queste parole si tengano a mente perchè non sono di Giuseppe Mazzini: sono di Cesare Cantù!
Allora quel fiero e fanatico ministro della reazione dell'Austria, il Metternich, torcendo a peggiore e maligno senso tutta la storia della patria nostra, dirà: «Ma che nazione! l'Italia non è nazione. È espressione geografica!» E se non basta questo oltraggio dall'oriente, dall'occidente verrà altro oltraggio: «L'Italia è la terra dei morti».
Venitela a vedere come è poetica questa terra dei morti!... Briganti fra le ruine e monaci molti fra le tombe. Al sole qualche Graziella canta.... E gli inglesi taciturni e strani infatti vengono a contemplare e pregano che tale bello spettacolo non sia mai rimosso: ma un inglese, appunto, gettando una sua romantica face fra quelle cose di morte, gridò: Si agitano dei vivi in quel sepolcreto! Giorgio Byron. Ma vediamo, vediamo ciò più minutamente.
*
Alfredo De Musset, nel principio delle sue «Confessioni di un figlio del secolo», descrive con impareggiabile pennello il senso di stanchezza e di smarrimento dei Francesi dopo quella disperata corsa dietro alla gloria e alla guerra. Si guardarono e si videro brutti di squallore e di sangue. E allora quei guerrieri ricordarono che oltre a Napoleone e alla gloria, avevano le culle e le tombe. Tale senso di stanchezza invase anche l'Italia, come quella nazione che più da presso aveva seguito le sorti francesi. Non c'è più sangue nelle vene da offrire a Napoleone? Non c'è più sangue, e molti videro in Blücher e in Wellington i nuovi Tesei che avevano liberato il mondo dal Minotauro, divoratore di giovani vite.
Se non che la Francia fu vinta soltanto, e l'Italia fu conquistata e trattata secondo il diritto della conquista.
Le grandi potenze d'Europa, coalizzate prima contro Napoleone, poi, dopo che egli fu vinto, strette in un'alleanza che fu detta Santa, imposero per re alla Francia, conforme al principio del «legittimismo», escogitato in quelle circostanze, Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI, quel re che, a testimonianza di Samson, il carnefice, seppe morire da Re dopo essere vissuto poco bene, almeno come Re.
L'Italia, invece, fu tutta preda dell'Austria. Blandamente da prima e quasi amorevolmente, sì che molti si mossero incontro a lei. Ella ci ricordò il volto degli antichi amati sovrani e promise che ce li avrebbe ricondotti. A chi aveva imparato dalla Rivoluzione il principio di nazionalità richiamò astutamente, come dicemmo, le nostre antiche glorie e libertà comunali. A chi amava la pace, ricordò il lungo e pacifico governo di Maria Teresa. A chi odiava le novità democratiche, fece sapere che i Re grandi e gli Imperatori, stretti in una alleanza Santa, avrebbero rimesse le cose come prima. Seppe, insomma, abilmente trarre profitto di quel complesso di passioni politiche che si scatenano in ogni nazione dopo un grande sfacelo, ma che in Italia, per effetto dell'indole nostra e delle antiche dissensioni regionali, hanno maggior rigurgito e più confusa violenza. E se il Metternich non lesse il Machiavelli, dove è fatta la psicologia dei Fiorentini, ai quali per naturale disposizione «ogni stato rincresce, ed ogni accidente li divide», certo questa psicologia comprese e mirabilmente sfruttò.
Verso coloro poi che odiavano Napoleone, l'Austria aveva le maggiori benemerenze. Voi direte Lipsia, la tragica battaglia di tre giorni, voi direte Waterloo, voi direte gli eserciti imperiali risorgenti sempre dopo la sconfitta.
V'è di più: l'imperatore d'Austria gli ha infitto nel mezzo del petto una spada avvelenata: bene ha il petto di bronzo colui che vide impassibile i campi coperti dei morti: ma a tanto strazio non resisterà. La moglie sua, figlia dell'imperatore austriaco, Maria Luisa, sorride dall'incosciente volto di bambola, in Parma, odorosa di viole, ai cavalieri austriaci. Ma un più indomabile affetto aveva quel cuore di bronzo. Lo so, la storia ufficiale non ha tempo di registrare gli affetti privati dei protagonisti dei grandi drammi della vita. Ma questa ommissione è erronea. Un indomabile affetto: il figliuolo; per lui solo oramai il Minotauro folle conquistava il mondo. Al nepote dell'avvocato Carlo Bonaparte e dell'umile Letizia Ramolino egli aveva imposto il titolo trionfale di re di Roma. Di tutti i grevi emblemi dell'impero, lo aveva gravato, il bambinello! Mille canori poeti cantarono il suo nascimento. Ma noi non ricorderemo nè quei canti nè quei poeti. Ma ricorderemo che era là, su le rive della Moscova il giorno in cui mezzo milione d'uomini si preparavano a sgozzare altri uomini che un messo venne e che recava il ritratto del pargoletto sorreggente nella manina i mostruosi pesi del mondo e dello scettro.
Ricorderemo che quando Napoleone fu deposto, domandò al suocero la moglie e il figlio. E l'imperatore d'Austria negò. Ricorderemo che nel marzo del 1815, quando Napoleone riprese per cento giorni l'impero, domandò ancora la moglie ed il figlio e l'imperatore d'Austria negò. Al giovanetto fu mutato abito, linguaggio, nome. Il bel castello di Schönbrunn fu la imperiale fiorita Bastiglia ove languì, morì — nuova maschera di ferro — il figlio di Napoleone.
Dopo ciò che cosa è il «Bellerofonte» che naviga verso l'isola di Sant'Elena? che cosa è Hudson Lowe, il carceriere feroce?
Dunque bene aveva titoli di benemerenza Francesco I imperatore d'Austria per coloro che in Italia odiavano Napoleone. Ma altra cosa conviene dire per ispiegare come molti si fecero incontro all'Austria, tanto che aristocrazia di sentimenti fu detto il parteggiare per l'Austria, e in Milano quell'aristocrazia provocò un tumulto per affrettare l'ultimo crollo del dominio francese. Io voglio dire il giuoco degli interessi, la molla occulta che governa tanta parte dei fatti umani: la classe dei nobili sperò nel ritorno dell'Austria il ritorno degli antichi privilegi e nei soldati austriaci videro soltanto i buoni servi armati, che li avrebbero difesi dalla Rivoluzione.
Ma più sottile cosa conviene dire, cosa confessata a mezzo, occultata spesso, determinabile con fatica e che tuttavia è la ragione per cui i fatti si svolgono in un certo modo costante.
Molte persone, all'infuori di ogni interesse ed opinione, provano un invincibile senso di repugnanza contro la mediocrità e la viltà invidiose, procaccianti, trionfanti: queste numerose e maligne forze umane si sviluppano tanto in regime aristocratico come in regime democratico e per distruggerle io dubito che convenga distruggere l'umana natura. Ma certo in clima democratico hanno una fioritura più appariscente o se vogliamo dire in altro modo, possiamo dire che il regime aristocratico vietando molte cose, vieta nelle piazze l'ingombro e il tumulto dei ciarlatani e dei cavadenti e non permette le grida di viva o di morte che il publico alterna. Il regime aristocratico, inoltre, essendo più stabile, non permette così facilmente che sul corpo della povera volpe, caduta nel fosso, e succhiata dalle mosche canine, queste, gonfie di sangue, siano scacciate per dare posto ad altre mosche di altrettanto più avide quanto meno sono pasciute. Ora molte nature sensibili dovendo scegliere tra due mali, dànno la preferenza a quello che è meno nauseabondo.
Chi non ricorda, ad esempio, le terribili invettive di Ugo Foscolo nella «Ypercalypseos» contro la demagogia del tempo napoleonico, e le atroci accuse contro Milano, «Babylon minima», che pur fioriva di uomini insigni, compreso lui, il Foscolo, magnifico figlio di quella democrazia?
Ma la verità è questa: quei grandi sono rimasti e la turba agitata e agitante è scomparsa, come allorchè la nobile pianta è riuscita a crescere a dispetto delle male erbe che rigogliose attorno le succhiano l'umore, più quelle non teme, anzi intorno le uccide.
Certo che per allora l'Austria si presentava a molti come la giustiziera contro l'invidia demagogica, contro «quei prepotentoni di Frances», come il buon governo che riconduceva il quieto vivere e il lauto «pacchiare».
Giovannin Bongee col suo fratello Marchionn di gamb avert, avevano di che querelarsi: donna Fabia Fabron De-Fabrian poteva con amabile terrore, ma sicura oramai, parlare nel suo salotto al frate confessore delle «fellonnii» del passato tempo francese, e dei «sovvertiment de troni e de costumm».
Blandamente e con mano guantata si insinuò l'Austria in Italia: tanto che il suo ritorno venne cantato da Vincenzo Monti come il ritorno di Astrea. Ma pare che l'Austria gradisse poco, non dirò le lodi, ma il lodatore, sì che ne cercò carezzevolmente lui altro: costui era però d'altro metallo. Ugo Foscolo odorò il lupo sotto il manto del pastor buono. Preferì il volontario esilio, anzi, come dice il Cattaneo, diè primo all'Italia questa nuova istituzione: l'esilio.
Se non che quetate le cose d'Europa e d'Italia, fatta in quel generale abbattimento forte e sicura la sorte dei gran Re alleati, e prima già disperso l'esercito italico (è bene non conservare i denti nè anche alle rane), sconfitto a Tolentino l'altro esercito italico di Gioachino Murat, tra Napoleone e l'Europa l'Oceano, l'Austria divenuta arbitra delle sorti d'Italia, potè mostrarsi più schiettamente.
Signori, dichiarò l'Imperatore austriaco ai professori dell'Università di Pavia, sappiate che io non voglio gente di studio, ma voglio che mi facciate dei sudditi fedeli, devoti a me ed alla mia casa. E buoni vassalli furono avvertiti in segreto di essere i piccoli re, duchi e granduchi, che l'Austria ci riconduceva.
Oh essi, sì, erano disposti ad essere buoni vassalli! Fu decretato che tutto dovesse tornare come era prima della Rivoluzione e di Napoleone; tutto doveva essere restaurato: restaurate le decrepite ruine feudali. A mano, dunque, l'Austria ce li ricondusse gli amati principi. Ma di che avete paura? Le baionette austriache vi difendono. Egli è là, in mezzo all'Oceano.
E primo il papa Pio VII. Egli soffrì quasi il martirio per opera di Napoleone: strappato da Roma, deportato in Francia! E i pii vescovi chiusi nel forte di Fenestrelle e costretti a leggere l'empio Voltaire! Oh, i devoti sudditi non lo ricompenseranno mai abbastanza di tante afflizioni! L'Austria riconduce nel regno di Napoli anche Ferdinando Borbone: egli ha mutato nome. Non è più Ferdinando IV, ma I. È più tremante di prima perchè fu lì lì per vedersi soppiantato da Giovacchino Murat. Però i sudditi lo riconosceranno lo stesso. Le macchie di sangue dei grandi morti della Republica Partenopea, non si possono scancellare: non resta che coprirle di nuovo sangue, e quello di Giovacchino Murat sarà pur bello e generoso sangue. Poi verrà il sangue e il tradimento dei costituzionali del Ventuno, chè a tanto obbrobrio lo riserba la sua lunga vecchiezza.
In Torino a gran festa ritorna Vittorio Emanuele I, con parrucca e spadino come prima che Napoleone lo confinasse in Sardegna. Veste all'antica e le baionette austriache lo circondano. «Sed hastae regis septemtrionis circumdabant eum», come scrisse Santorre di Santarosa. S'industria con l'aiuto di un almanacco del 1793 a rimettere cose e persone come prima. Sventuratamente se si potevano restaurare le cose (diritti di primogenitura, tribunali privilegiati, procedure segrete con torture e tenaglie), non si potevano restaurare gli uomini di prima per la ragione che erano morti. Le nuove generazioni guardavano e sorridevano.
Tutto come prima, e in fatti il buon Re soleva ripetere che aveva dormito per quindici anni, dichiarazione che può fare il paio con l'altra di Ferdinando IV, cioè che egli non camminerebbe nelle vie aperte dai Francesi. Ma non aveva dormito l'Austria, chè se avesse anche lei dormito, il buon Re non si sarebbe destato sul trono. Oh ma non tutto proprio come prima! l'Austria alla Lombardia che sola possedeva nel secolo XVIII, aggiunse anche il Veneto e Venezia. Venezia era stata la più aristocratica e patriarcale delle Republiche e gran nemica della Republica giacobina francese. Avrebbe dovuto come premio di quella inimicizia e a rigor del principio legittimista essere restaurata, ma o che il nome di republica suonasse male in quell'anno 1815, o che non ci fossero legittimi principi da rimettere sul trono o piuttosto che sembrasse una bella preda agognata fino da antico, l'Austria fece proprio come Napoleone, si prese Venezia per sè. Così abituato alla docilità quel popolo di Venezia! I suoi carnevali e le sue sagre gli saranno conservati. Anche si prese la Valtellina, la quale, insieme al Friuli, cioè dall'Isonzo all'Adda, congiungeva le provincie italiane a quelle austriache direttamente, mentre nel secolo XVIII la Lombardia era separata dall'Austria per mezzo della republica dei Grigioni. Avrebbe altresì l'Austria desiderato di annettere anche le legazioni, cioè le quattro provincie di Ferrara, Bologna, Ravenna, Forlì. Così belle, così ubertose! Presidiarle, almeno! E infatti le presidiò quasi sempre sino alla primavera del 1859. D'altra parte si passava così bene per quella magnifica antica via Emilia, tracciata dal genio di Roma, ove corsero le legioni e le aquile di Mario e di Cesare! Inoltre si passava per terre amiche dell'Austria, perchè il bel ducato di Parma, Piacenza, Guastalla era stato dato a conforto della sua vedovanza a Maria Luisa, austriaca; si passava per il bel piano di Modena e Reggio, ridente di ubertà, che era stato dato a Francesco IV da Este, nome italiano e glorioso, ma sangue austriaco, ambizione e orgoglio austriaco: era cugino e cognato dell'imperatore d'Austria. Di lì si poteva ben passare in Toscana, che era stata ridata a Ferdinando IV, austriaco, che si apprestava ad applicare ai suoi popoli la cura del papavero chè già «il mondo va da sè», come assicurava un suo acuto e italicamente scettico ministro, il Fossombroni.
Stati amici e Stati «reversibili» all'Austria. Tanto amici che si risparmiano loro le spese dei soldati. Ci pensa l'Austria. Di soldati ne ha tanti l'Austria: quanti ne volete. Anche se non volete, verranno i soldati dell'Austria. Appena il gallo canterà ai dormienti nell'alba chiara, l'Austria manderà i suoi soldati dalle quattro fortezze di Mantova, Verona, Legnago, Peschiera, già che lo disse anche Dante:
Peschiera bello e forte arnese.
Dopo ciò quale meraviglia (io non dirò le sette Carbonare e Massoniche pullulanti in quegli anni) se un plenipotenziario inglese, lord Castlereagh, reduce dal congresso di Vienna, ove questi paterni Re si erano adunati a congresso, ci parla di «mercato dei popoli» fatto in Italia? Se un cardinale, il Consalvi, vagheggia una setta segreta contro l'invadenza austriaca? Se lo stesso Giuseppe De Maistre, il poeta mistico della Santa Alleanza e della forca, onora l'Italia della sua compassione? Oh non mai tanto oltraggio era stato fatto ad un popolo!
Potè l'Italia essere stata saccheggiata, lacera, corsa, più schiava, più afflitta, ma più oltraggiata, più schiaffeggiata con profumata mano, no! Sentirono gli Italiani questo mercato, questo oltraggio? Sì, lo sentirono quando il laccio al collo era ben stato messo e con un sintomo terribile che montò alla gola di quelli stessi che avevano invocato sei anni prima il ritorno di Astrea: il soffocamento, l'assorbimento. L'Austria stessa ci obbligò a reagire, a spezzare quel laccio se volevamo vivere.
Non tutto però come prima: non soltanto perchè non si volle, ma essenzialmente perchè con tutto il buon volere di un Metternich, con tutti gli sforzi del sofisma di un De Maistre, con tutto il misticismo dei gesuiti fioriti accanto ai troni, non si potè. Non si potè per la semplice forza delle cose. Le antiche corone videro l'impossibilità di rinnovellare la consacrazione se non col beneplacito dei popoli. Si desiderò, e in buona fede da molti, di restaurare i patriarcali governi di una volta, il patronato delle caste privilegiate come in antico: ma non fu più possibile. Il passato era morto per sempre! Ai popoli ai quali si erano voluti togliere i beneficî degli ordinamenti democratici, non fu possibile ridonare un'altra volta i beneficî dell'antico stato di servitù. Anzi gli stessi governi assoluti, prima l'Austria, che non volevano a nessun patto camminare per le vie aperte dalla Francia, furono costretti non solo a camminarvi, ma conservarono ciò che di meno desiderabile produssero la Rivoluzione e Napoleone: l'accentramento e la tirannide burocratica, la coscrizione, gli eserciti stanziali, e infine la gravezza dei tributi.
Sotto questo anacronismo si sfasciò la lega dei Re. La libertà non è dono della rivoluzione, ma è dono di natura. I trattati del '15 violarono questa legge di natura.
Ma per ciò che riguarda l'Italia, essa, soggetta ad uno speciale inasprimento da parte dell'Austria, ha una storia sua propria. Questa vetusta madre delle genti fu qualificata «come popolo infante, che essa, l'Austria, durava gran fatica a educare alla sapienza germanica» chiosa il Cattaneo; e la ribellione si formò spontanea e fu soprattutto ribellione di aristocrazia e di intelligenza.
Un patrizio un giorno trovò che con tutti i suoi privilegi di casta, non poteva respirare e disse: «No!» Alle frivole spose danzanti con usseri damerini, alle insensate matrone ciancianti con decrepiti marescialli, stette dinanzi la testa terribile di un loro pari, già presso al patibolo: Federico Confalonieri.
Ai buoni popoli addormentati nel queto vivere e nel bel mangiare, un poeta, come Dante i commutati in mostri della bolgia ottava, così il Berchet presenta i figli del popolo sotto la metamorfosi orrenda, come simbolo di una metamorfosi dell'anima nostra.
Ha bianco il vestito,
Ha il mirto al cimiero,
I fianchi gli cingono
Il giallo ed il nero,
Colori esecrabili
A un italo cor.
*
La storia delle armi e delle arti politiche per cui furono stracciati quei rei trattati del 1815, è la storia di questo libro.
IL 1859
I.
Cavour.[4]
I Greci raccolsero l'antica storia nel nome di alcuni eroi, Ercole, Edipo, Prometeo; sterminatori di mostri, interpreti di enigmi, rapitori del fuoco.
Noi non abbiamo più simboli, ma anche noi raccogliamo in pochi nomi l'opera di coloro che ci diedero una patria.
Anch'essi furono eccitatori del fuoco, sterminatori di mostri, interpreti di enigmi. Noi ci accordiamo in quattro nomi, quattro figure; e, in qualche vecchia stampa di vecchie case, voi le potete vedere insieme: il Re, gran baffi, gran pizzo, gran forza; egli sta davanti, bonario ma risoluto. «A Roma ci siamo e ci resteremo!» Ha l'aria di dire proprio così. Ma Giuseppe Mazzini non ode; fa della palma letto alla guancia e sempre più s'assorbe in sè, sempre più macero e triste.
Con le mani che escono dal poncio, come da una stola, Garibaldi posa piamente su l'elsa della spada. Figura esotica; venne da lontano, da un oltremare lontano. Eppure altre volte ti abbiamo incontrato nel cammino dei secoli morti.
Ritornerai tu ancora?
Una quarta figura: una barbetta caprina incornicia una faccia sbarbata, paffuta: occhiali a stanghetta: pare un vecchio. Invece è quello che è morto prima degli altri; nel colmo teso della vita la sua vita è stata spezzata. Pare il burocratico, il segretario degli altri tre. Cavour.
Sì, un burocratico di molto concetto, un diplomatico pieno d'ordine. Eppure quel volto parve sospetto ad un occhio acuto che lo vide per la prima volta. «Si sente, si vede, si riconosce in lui il cospiratore».[5] Era von Hübner, l'ambasciatore austriaco. È vero che non doveva riuscire difficile per un italiano, semplicemente pensante, passare da cospiratore agli occhi di un personaggio austriaco; ma è anche vero che quell'uomo d'ordine uscì spesso dalle rotaie[6] della diplomazia e buttò per aria molte combinazioni degli altri diplomatici. Pare un melanconico ed era un giovane allegro. E Iddio lo ha aiutato, anche perchè lo ha fatto morire molto presto.
Altre vecchie stampe ho visto che portavano accanto a Vittorio Emanuele una quinta figura: essa pure militaresca, anzi impettita, quasi geometrica; con i baffi diritti alla moda ungherese, il piccolo pizzo, i cernecchi dei capelli lisci, su le tempie. «Questo — e vi appoggiava un grande indice — è Napoleone III, Imperatore dei Francesi». Mi pare di vederlo quel mio vecchio maestro che ci parlava così. Era stato medico, e di che valore questo mio maestro! Aveva una testa che avrebbe ben servito per modello del Catone dantesco, se non che la sua barba era troppo tabaccosa, e i capelli troppo arruffati. Questo vecchio pensava e scriveva a modo dei prischi latini, e non essendogli permesso di portare la toga, vi suppliva con un gran scialle attraverso la grave persona.
«Quello lì, vedete, è passato sul corpo di due republiche per fare l'Italia».
Era un ammiratore grande di Napoleone III, che diceva aver conosciuto, giovanetto, in Forlì. Quella stravagante espressione di aver ucciso due republiche per fare l'Italia, era poco comprensibile a noi ragazzi. Ha fatto l'Italia, lui? A molti, oggi più che mai, questa affermazione sembrerebbe blasfema. Ecco, diciamo così: Ha permesso che quegli altri quattro si potessero fare il ritratto insieme. Questo Imperatore era un melanconico ed un credente in una fede irrazionale: il suo destino; e Iddio non lo aiutò.
*
Ma dietro questi personaggi famosi sta una schiera molto grande e confusa: essa si sperde lontana negli albori del secolo, si fa folta e poi dirada sino ad un impiccato recente. Comprende martiri puri, quasi verginali; comprende torbidi e audaci uomini, insofferenti dell'attesa, uomini di congiure e di sangue; solitari che dai libri meditati videro balzare fantasmi che additavano un'arma; preti che leggendo l'Evangelo, udirono il rimbombo della voce di Cristo; madri che dissero al figlio: «Va!» Noi non li nominiamo per devozione a quelli che sono men noti. La più parte di essi morirono giovani, affinchè il detto di Menandro si rinnovellasse,[7] e anche perchè così piacque all'Austria. Piacque all'Austria cospargere di sangue questa terra ritenuta soltanto la terra dei canti e dei suoni: ma essa era anche terra ferax et ferox, ferace ed indomita; e quel concime purpureo fu ottimo generatore di martiri. Noi non li nominiamo, ma ci piace commemorarli semplicemente con le parole del Poeta:
Io vo' rapirti, Cadore, l'anima
Di Pietro Calvi.
Costoro sono il santo fiume umano, che inabissa e riappare, dilaga, si stringe, rugge; va per meandri strani, alimenta, fa la storia d'Italia.
O padre Nilo, — chiede l'antico poeta[8] — quale origine hai tu? in quali terre nascondi le tue sorgenti?
O fiume del martirio d'Italia, dove, come nascesti?
*
Il ritratto che Angelo Brofferio ci porge del Cavour, quando fu eletto deputato del '48, non è punto lusinghiero: «Qualche suo discorso nelle adunanze agrarie aveva potuto metterlo in evidenza esperto di traffici e versato negli studi economici e rurali; ma nessuno si accorse che nella sua mente germogliasse qualche peregrina idea e che nel suo cuore avvampasse qualche favilla di quel sacro fuoco che solleva gli uomini sopra la terra. Nuocevagli il volume della persona, il volgare aspetto, il gesto ignobile, la voce ingrata. Di lettere non aveva traccia; alle arti era profano; di ogni filosofia digiuno; raggio di poesia non gli balenava nell'animo; istruzione pochissima; la parola gli usciva dalle labbra gallicamente smozzicata; tanti erano i suoi solecismi, che metterlo d'accordo col dizionario della lingua italiana sarebbe a tutti sembrata impossibile impresa».[9]
Non era bello, infatti, e il D'Azeglio, che fu bello anche come uomo, lo chiamava fra gli intimi el Pansciotel; e Hübner, che lo vide a Parigi del '56, al tempo del Congresso, dice di peggio: «che il suo fisico mancava di distinzione». Era così distinto il conte von Hübner![10] La sua natura era antipoetica come egli stesso dichiara; ma l'abbondanza degli spiriti poetici in Italia ci può compensare se Camillo Benso di Cavour era specialmente un intelletto matematico. Però «profano alle arti» non lo direi: un giorno tornando a casa (era del 1860 e di cose pel capo ne doveva avere parecchie), trova sul tavolo il progetto del regolamento d'ornato per la città di Torino. Il caso volle che, avendo un ritaglio di tempo, lo leggesse. «Quale fu il mio stupore!» — scrive[11] a quel sindaco — «Giammai lo spirito investigatore, intromettitore, seccatore dell'amministrazione produsse opera peggiore. Povera libertà a quali dure prove si sottopone. Non una finestra, non un balcone, non una cornice senza l'assenso preventivo del sindaco. Persino il colore delle pareti interne delle corti sarà sottoposto al gusto di quel funzionario e la censura con tutti i suoi rigori, applicata alle costruzioni. In verità se lo stampato non portava il bollo municipale, avrei creduto che si trattasse di un regolamento edilizio, redatto da un sinedrio di mandarini e ritrovato dai generali alleati nel palazzo comunale di Pekino. Per onore di Torino sospenda la discussione di quel progetto. Nella legge comunale che si prepara, sarà proclamata la libertà ai cittadini di ornare le loro case come l'intendono, epperciò la soppressione della giunta d'ornato. Massimo D'Azeglio mi dichiarò che, se non è morto o paralitico, si recherà al Senato per combattere un'istituzione altrettanto molesta ai cittadini quanto contraria all'arte ed al buon gusto. Faccia quell'uso che vuole di questa lettera, giacchè son deciso di combattere con tutti i mezzi di cui dispongo un tema così contrario al principio di libertà che deve informare tutte le nostre istituzioni se vogliamo diventare una nazione grande, forte ed illustre».
Di lettere aveva realmente poca «traccia», perchè più che libri di letteratura, aveva letto libri di economia e di storia. Il suo amico e parente De La Rive[12] ce lo ricorda a Presigne, desto di buon mattino, per imparare l'inglese su faticosi volumi della «Storia d'Inghilterra»; ce lo ricorda nelle sue terre di Leri, in piedi dall'alba, tutto intento a riveder conti, visitare fattorie, studiare bonifiche, sorvegliare macchine; e nei ritagli di tempo, leggere, leggere, leggere.
Però digiuno di lettere non lo direi. Certo abbondano i solecismi e, spiace dirlo, il suo pensiero si muove più franco ed agile nella forma francese che in quella italiana; però anche in italiano scrive con una qualità notevole, ed è questa: se noi prendiamo le forbici per isfrondare, tagliare, non ci riesce: si rompono le forbici, ma la sua prosa resiste. Non gli piacciono le espressioni antiquate, i giri lunghi di parole. Mi ha tutta l'aria di sottoscrivere al paradosso del Carducci: chi potendo dire una cosa in dieci parole, la dice in venti, lo credo uomo capace di male azioni.
Una volta un insigne letterato gli ripulì una relazione e la infiorò con dei «vuoi» e degli «imperocchè»; ma lui dichiara che la sua relazione «gli era stata guastata», e che «un'altra volta userà del diritto di dire degli spropositi».[13]
Ma non chiameremo spropositi questi avvertimenti sull'arte dello scrivere, contenuti nella seguente lettera del 22 maggio '59, dopo la vittoria di Montebello: «Desidererei che il nostro Stato Maggiore affidasse a penna più abile la cura di raccontare i fatti. L'ultimo bollettino sul combattimento di Montebello era redatto in stile da Fischietto. I soldati che si battono oltre il bisogno, la lotta che è fermata dal giorno, sono cose da far ridere i più benevoli. Ho pensato di non pubblicarlo tale e quale. Avrei fatto altrettanto della lettera a Sonnaz, se fossi stato a Torino quando ci fu mandata dal campo. Non so chi la scrisse, ma in verità è ridicolo parlare dei bracci che incanutiscono e del senno che non incanutisce. Ma sopporteremo con rassegnazione della cattiva prosa, se continuate a fare, come in questi giorni, fatti egregi».[14]
Come oratore certo non possedeva tutte quelle doti che Cicerone enumera nel «De Oratore»; nè era eloquente al punto da piacere ad una moltitudine poco pensante e molto desiderante. A questo fine gli difettò specialmente la Retorica, divinità indigete, sopravissuta in buona salute a tanto tramonto e infermità di numi; ma la sua parola corre incisiva, caustica, ignuda; batte l'ala talvolta per forza di sdegno o di ponderata passione.
«Di ogni filosofia digiuno»: ma possedeva la maggior filosofia; conoscere uomini e tempi. Come indovinò bene, per esempio, Nino Bixio. «Vi raccomando in ispecie Bixio, che è il miglior generale di Garibaldi».[15] E Pio IX? «I furori del Papa, le sue filippiche non mi sgomentano punto, anzi crescono in me la speranza di raggiungere il desiderato scopo. Quanto più S.S. sarà veemente, tanto più mi mostrerò calmo e moderato negli atti e nelle parole».[16] E ancora: «Le scene violenti del Papa non mi spaventano. Nella sua qualità di uomo nervoso, tutte le crisi sono seguite da un periodo di calma, in cui è più facile fargli capire la ragione».[17]
E le moltitudini? «Evitino il giorno dei morti!»[18] raccomanda ripetutamente ai regii commissari; cioè evitino che il giorno del Plebiscito coincida con quello dei morti. Triste presagio!
Nè gli mancavano qualità profetiche, che è il massimo della filosofia, anzi della poesia. Se ne potrebbero portare parecchi documenti. Eccone alcuni: Giovanissimo, vivendo a Parigi la gran vita mondana, confida al De La Rive queste sue impressioni: «Credete voi alla possibilità d'un potere aristocratico qualsiasi? La nobiltà crolla da tutte le parti. I principi come i popoli tendono a distruggerla. Il patriziato non ha più posto nell'odierna organizzazione sociale. Che cosa rimane per combattere contro i flutti della democrazia? Niente di solido, niente di forte, niente di durevole. È un bene o un male? Io non ne so nulla; ma a mio credere è l'inevitabile nell'umanità. Prepariamoci o, almeno, prepariamovi i nostri discendenti, chè ciò li riguarda più di noi».[19] Ancora: «La salvezza d'Italia sta nel Parlamento. Se vi è in esso una maggioranza onesta, liberale, nemica delle sette, non temo nulla. Ma se la maggioranza è settaria o soltanto debole, non saprei prevedere le calamità che potrebbero sovrastarci».[20] Ancora: «Solo una soluzione radicale può ricondurre la pace fra la Chiesa e lo Stato».[21] Ancora: «Finchè l'Austria rimarrà una grande potenza, noi non potremo essere tranquilli».[22]
Ed anche sul punto di morte questo spirito profetico non l'abbandonò, chè, come tramandando con il passar della vita la lampada dell'anima sapiente, dice al suo Re: «E i Napoletani? Così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli, Sire, sì, sì; si lavi si lavi».[23]
Si potrebbe, volendo, trovare a che dire anche sul nome, giacchè quel Benso, che pare un nordico Benz, e quel Cavour hanno un sapore esotico: ma certo Camillo è un bel nome, pieno d'augurio italico.
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Altre belle virtù egli aveva, proprio di quelle che in teoria noi ammiriamo tanto: la gratitudine, per esempio. Quando negli alti consigli dello Stato, dopo il '60, si trattava di liquidare l'esercito garibaldino, egli avverte i generali Cialdini e Fanti, «che si leverebbe un grido di reprobazione se si conservassero i gradi agli ufficiali borbonici che fuggirono obbrobriosamente e si mandassero a casa i garibaldini che li hanno vinti. Su questo punto non transigerei. Anzichè assumere la responsabilità d'un atto di nera ingratitudine, vado a seppellirmi a Leri. Disprezzo talmente gli ingrati che non sento ira per loro e perdono le loro ingiurie. Ma per Dio! non potrei sopportare la taccia meritata di avere sconosciuto servigi come quello della conquista di un regno».[24]
Altra virtù il non odiare. Fra lui e Garibaldi, dopo la cessione di Nizza e l'impresa dei Mille, non c'era buon sangue e non corsero belle parole; eppure quando l'Austria minacciò ancora la guerra, scrive: «Dite al generale Garibaldi da parte mia che se noi siamo assaliti, io l'invito in nome d'Italia a imbarcarsi sull'istante e a venire a combattere sul Mincio».[25] Oh, non odiava, come è documento quest'altra lettera: «Duolmi che Garibaldi se l'abbia avuto a male, giacchè desidero di cuore che non si venga a rottura con lui. Esso fu meco ingiusto, potrei dire ingrato.... Ciò nullameno quello che ho detto al Parlamento lo ripeto ora: avrei vivo desiderio di stringergli la mano e stendere un velo sul passato....»[26] E nei vaneggiamenti dell'agonia ripete al suo Re: «Garibaldi è un galantuomo: io non gli voglio alcun male».
Anche come capo di amministrazioni ha criteri molto pregevoli, benchè severi. Una volta una dama, e inglese per giunta, gli raccomanda un nobile giovane, ex-ufficiale della marina borbonica, che aveva dato le sue dimissioni durante la guerra, ed ora pretendeva di essere accolto con avanzamento di grado nella marina italiana. Cavour le spiega: «Sapete perchè Napoli è caduta sì basso? Si è perchè le leggi, i regolamenti non si eseguivano quando si trattava di un signore o di un protetto del Re, dei principi, dei loro confessori od aderenti. Sapete come Napoli risorgerà? Coll'applicare le leggi severamente, duramente, ma giustamente. Così ho fatto nella marina; così farò nell'avvenire; e vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo scopo, credete alla mia vecchia esperienza, bisogna essere inesorabili».[27] La dama replica, come è facile supporre, ed il Cavour le risponde fra le altre cose: «Credo essere il mio dovere di mostrarmi severo, e di lasciare ai miei subordinati la parte della mansuetudine. Spero così di mutare lo spirito che informa l'amministrazione napoletana; spirito fatale che corrompeva gli uomini più distinti e le migliori istituzioni». La severità ai capi responsabili e la mansuetudine ai subordinati? Così non avvenne al tempo che morì di crepacuore G. Mercuri, più noto col nomignolo di Battirelli.
Queste virtù di giustizia fanno molto onore al Cavour, tanto più che egli sa che «in politica non si possono sempre prendere come punto di partenza i principi della morale».[28] Il che non include peraltro che si debbano prendere quelli opposti dell'immoralità.
Nella sua qualità di diplomatico, egli era uomo prudente: non si creda peraltro che il grado della sua prudenza fosse eccessivo. Uomo pacifico, come ci dice il suo ritratto: e poichè era di temperamento allegro, diremo, un allegro uomo di pace: non però disposto a farsi ammazzare; «disposto» di preferenza «a provare di ammazzare gli altri anzichè lasciarsi ammazzare»;[29] e questa filosofia cercò di infondere anche negli uomini del suo partito, dimostrando che vi sono momenti «in cui l'audacia è la vera prudenza, e la temerità è più savia della ritenutezza». Con tale disposizione ardita dell'animo non gli facevano difetto quei provvedimenti da cui spesso rifugge la molto umanitaria indole nostra. «Tenete» — è un dispaccio del 22 ottobre 1860 al conte Carlo di Persano, quando l'Austria minacciava di assalire ancora — «pronta la squadra per partire alla volta dell'Adriatico: fate leva forzata di marinai a Napoli. Se il codice napoletano non punisce i disertori in tempo di guerra con la pena di morte, publicate un decreto in questo senso e fate fucilare qualche marinaio disertore su la calata».[30]
Circa sei anni dopo il Persano salpò con la squadra; oh, ma non c'era più il Cavour a raccomandargli di fare in fretta, e tu lo sai, azzurro Adriatico!, e a ricordargli che c'è la fucilazione per chi diserta il suo posto.[31]
Ma specialmente abbondava nel Cavour quella forma di coraggio che è così rara, cioè il coraggio civile. Egli non giudicava menomamente uomo politico chi non avesse saputo sacrificare la sua popolarità al bene della Patria.
Nei due anni '59 e '60, in gran fretta, sotto il sereno e sotto la tempesta, furono tirati su i muri maestri dell'edificio nazionale, e fu coperto anche il tetto. Chi non è pratico di arte muraria crede che il più sia fatto; ma domandatene ad ogni buon muratore e vi dirà che quella è soltanto la metà del lavoro. Ora il Cavour non si nascondeva la difficoltà della seconda gran gesta, e che mettere in armonia gli interessi delle varie regioni era cosa più difficile che scacciare l'Austria dal Quadrilatero; nè si pensi che egli avesse propensione per una mano di calce piemontese, data in fretta da zelanti imbianchini in berretto burocratico, a tutto il portentoso edificio, «Il Parlamento sarà organo di concordia, non di tirannia centralizzatrice».[32]
Altre cose di lui come uomo politico converrebbe richiamare dal nostro oblio; ma alcune appariranno dal corso di questa narrazione; qui basterà ricordare una sua notevole dote per la quale non nominò eredi; quella cioè di non fare come il buon lazzaro che avendo provveduto al bisogno dell'oggi, dimentica che esiste anche il domani: io voglio dire occupare gli avvenimenti, non farsi occupare da essi.
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Prima di essere stato ministro del Re, il Cavour era stato giornalista e nel giornale da lui fondato «Il Risorgimento», il 22 marzo 1848, aveva publicato quello scritto notevole: «L'ora suprema della monarchia sabauda», il quale per lunghezza e per audacia può fare il paio con la non meno famosa lettera del Mazzini a Carlo Alberto del 1831. E fu anche publicista, e fra i suoi scritti più matematicamente dimostrativi, ricordiamo quello apparso del '48 nella «Revue nouvelle» di Parigi col titolo: «Des chemins de fer en Italie», etc. Vi si parla di linee ferroviarie, di trazione, di macchine; ma esse devono, oltre alle merci, trasportare anche quel terribile carico, per cui tanti doganieri allora vegliavano: le idee. A quello scritto sarebbe stata bene come motto la chiusa dell'ode del Carducci «Alle fonti del Clitumno»:
in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie, in corsa
fischia il vapore.
Sono in quello scritto le idee del Gioberti e del Balbo, ma con in più un certo sapore di polvere. Quel birichin — diceva con dispetto il Balbo, alludendo a questo sapore di polvere, — «finirà col ruinare il magnifico edificio, eretto dal senno e dalla prudenza di tanti valentuomini».[33]
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E prima aveva viaggiato (1835) a lungo, ripetutamente, Svizzera, Inghilterra e Francia, in compagnia di un amico anche più giovane di lui, il cui cognome era una memoria e una gloria: Pietro Derossi di Santa Rosa: in Parigi aveva, frequentato il gran mondo dei salons; a Liverpool, Cambridge, Londra aveva visitato e studiato officine, industrie, istituti, macchine, etc. Aveva viaggiato, dunque, per acquistar «virtute e conoscenza» come dice Dante, e per divertirsi anche. Ma studiando e divertendosi, l'orecchio non perdeva una battuta di ciò che cantava il novello coro del gran dramma della vita, cioè l'opinione publica; giacchè oramai è deciso: i protagonisti delle moderne tragedie e commedie della vita sono costretti ad agire molto in conformità con l'intonazione del coro. Questa cosa oggi è manifesta a tutti; tanto che gli uomini dabbene rivolgono ogni loro cura affannosa affinchè questo gran coro canti nel modo meno stonato che sia possibile. Ma in quegli anni, prima del '48, occorreva una certa disposizione filosofica per notare un fatto che era appena in sul primo manifestarsi: disposizione tanto più encomiabile trattandosi di un giovane di venticinque anni e vissuto fra quel ceto aristocratico dove tali fenomeni si avvertono in ritardo e con olimpica indifferenza.
Il passo riferito, ove accenna al necessario avvento delle democrazie, è fortemente illustrativo. E perchè non farne un raffronto con l'avvertimento che il Mazzini dava a Carlo Alberto nella famosa sua lettera del '31? Dice: «Oggimai la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre perchè l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I Re della lega lo intendono, ma sono troppo in fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo, e il secolo li affogherà».
Conoscere e divertirsi, ma anche togliersi da quell'atmosfera di cupa oppressione che gravava sul natio Piemonte. «Qui» (cioè in Torino) — scrive al De La Rive nel '43 — «io vivo in una specie di inferno intellettuale, cioè in un paese dove l'intelligenza e la scienza sono considerate cose infernali da chi ha la bontà di governarci. Sì, mio caro, sono già due mesi che io respiro un'atmosfera piena di ignoranza e di pregiudizi e che io abito in una città dove bisogna nascondersi per scambiare qualche idea che esca dalla sfera politica e morale dove il Governo vorrebbe tenere imprigionate le anime. Ecco ciò che si chiama godere la felicità di un governo paterno».[34]
Non vengono in mente le tetre querele di un'altra anima imprigionata, il Leopardi? Felice il Cavour a cui natura concesse la forza lieta dell'azione, del far della storia; non le malinconie del pensiero, del meditar su la storia.
Sia lecito fare un raffronto con questo passo del Cattaneo dove, ricordando i nobili esuli lombardi, ritornati in Milano dopo l'amnistia del 1838, dice: «V'erano tuttavia molte famiglie antiquate, che imaginando ancora di vivere ai tempi del Sacro Romano Impero, non si reputavano disonorate della presenza dei soldati stranieri. Ma i reduci, valendosi dell'autorità di eleganti dettatori che dava loro la lunga dimora fatta in Londra e in Parigi, ammaestrarono quella stolta gente a serbare al cospetto degli stranieri i doveri della nazionale dignità».[35]
«Nos patriam fugimus, nos dulcia linquimus arva». E di abbandonare per sempre la patria dava consiglio al giovane Cavour la contessa Anastasia de Circourt-Klustine.[36] La lettera del Cavour a questa dama è fremente di tale passione che lo stesso Brofferio si sarebbe ricreduto dei suoi giudizi. Oimè, come diceva Solone a Creso, noi non ci conosciamo che dopo la morte, se ci conosciamo pur allora! «No, madama, io non posso lasciare la mia famiglia e il mio paese. Santi doveri mi trattengono presso un padre e una madre che mai non mi diedero motivi di lamentarmi. No, madama, io non infiggerò un pugnale nel cuore dei miei genitori; io non sarò mai un ingrato verso di loro, io non li abbandonerò se non quando la morte ci separerà. E perchè, madama, abbandonare il mio paese? Per venire in Francia a cercarmi una rinomanza nelle lettere? Per correre dietro una piccola gloria, senza potere mai raggiungere il fine a cui tende la mia ambizione? Quale influsso potrei io esercitare in vantaggio dei miei fratelli infelici, stranieri e proscritti, in un paese in cui l'egoismo occupa ogni grado sociale? Che cosa fanno a Parigi tutti questi esuli che la sventura qui gettò, lungi dalla terra natale? Quelli stessi che sarebbero stati grandi in patria, qui vivono oscuri nel turbine della vita parigina. Quanto di più nobile e illustre conteneva la mia patria, ha dovuto fuggire. Tutti quelli che io ho conosciuto personalmente mi hanno rattristato sino al fondo del cuore con lo spettacolo del loro grande valore, rimasto sterile ed impotente. No, no! Non è fuggendo la patria, perchè essa è infelice, che si può raggiungere una meta gloriosa! Sventura a chi abbandona con disprezzo la terra che lo vide nascere, a chi rinnega i suoi fratelli come indegni di lui! Quanto a me, io sono deciso. Io non dividerò mai la mia sorte da quella del Piemonte. Sventurata o felice, la mia patria avrà tutta la mia vita».[37]
Oh, non è egli poeta, imaginazione non ha! «Io non ne possiedo alcun germe. In tutta la mia vita io non sono potuto arrivare ad inventare la più piccola favola da far stare attento un bambino»;[38] ma questi che qui riportammo sono «raggi» della più sublime «poesia» che «baleni» nell'animo dell'uomo.
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Veramente il conte Enrico di Mombelles, legato austriaco in Torino, non era di questa opinione. Il giovane Cavour aveva dato, anzi, molti dispiaceri a suo padre. Perchè è da sapere che prima di viaggiare all'estero, era intenzione del giovane di visitare la Lombardia; ma il detto conte Enrico di Mombelles, avendo saputo di queste intenzioni, si era affrettato a scolpire questa succosa e onorevole biografia: «Questo giovane appartiene ad una delle famiglie più rispettabili del Piemonte, e suo padre il marchese di Cavour, è il primo a gemere su la condotta e sui principi del suo figlio cadetto. Questo giovane, fornito di molto talento e facilità di ingegno, era entrato nel genio militare. Ma le sue idee e le sue relazioni con altri giovani mal pensanti, indussero il Re a confinarlo nel forte di Bard.... Io lo considero come uomo molto pericoloso, e tutti gli sforzi per ricondurlo sulla buona strada sono riusciti infruttuosi. Merita, dunque, una sorveglianza continua».
Per effetto di questa raccomandazione segreta («segni funesti», come al buon Bellerofonte), il conte Torresani, direttore della polizia di Milano, dirigeva all'Imperiale Regio Commissario di Buffalora il seguente avviso, in data 15 maggio 1833: «Sta per mettersi in viaggio il giovine cavaliere piemontese Camillo Cavour, già uffiziale del genio, e malgrado la sua gioventù, già provetto nella corruzione de' suoi principii politici. Mi affretto a darle, signor commissario, questa notizia, coll'invito di non ammetterlo, qualora si presentasse su codesto confine, se non sopra passaporto in perfettissima regola, ed in questo caso soltanto previa la più rigorosa visita sulla persona e sugli effetti, avendo io notizia che egli possa essere latore di pericoloso carteggio».
Il carteggio pericoloso era, tutt'al più, nella testa del giovane cavaliere; e all'Austria più che il carteggio segreto dei patriotti, fu esiziale questo carteggio dei suoi ministri il quale, se non ci richiamasse lugubri imagini di corpi e di anime straziate, potrebbe anche ricordare le pedantesche corrispondenze dei commissari spagnuoli dietro a quel gran delinquente che fu Renzo Tramaglino.
Ma, pensatoci meglio, il Torresani, con circolare 7 giugno 1833, n. 3476, vietava al Cavour l'accesso in Lombardia; e soltanto tre anni dopo, di primavera, quel pericoloso cavaliere, previe le consuete pratiche ecc., ottenne, per una sol volta, il passaggio al confine di Buffalora.
C'è un ponte al confine di Buffalora, e lo seppero gli Austriaci a Magenta: e poichè queste circolari sono tutte del tempo di primavera, ricordiamo come nella primavera del '59 il Cavour costringesse con più efficaci mezzi l'Imperiale Regio Commissario a lasciargli libero il passaggio per quella remota Lombardia, dove era la Chimera orrenda, che il buon Bellerofonte uccise.
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Già, prima era stato ufficiale: luogotenente nel corpo reale del genio militare; e la sua nomina è del settembre 1826. A sedici anni; carriera di cadetto, in virtù del privilegio di essere stato prima paggio di corte! Ventimiglia, Genova! Splendide guarnigioni e vita ben gaia, specialmente con un temperamento come la madre fin da piccino notava: «luron, fort, tapageur, et toujours en train de s'amuser». Oh, bei sogni della giovanezza, e fra quei sogni, questi ben singolari per un ufficiale! Una mattina si era svegliato, e gli sembrava di essere ministro del Regno d'Italia; un'altra mattina di emancipare l'Italia dai barbari![39]
«Vi dispiacque di aver lasciato il servizio di paggetto di corte?»
«Mi è sembrato di essermi levata la livrea».
«E andavate vestiti?...»
«Come volete che andassimo vestiti? Come dei lacchè. Ne arrossisco ancora dalla vergogna!»[40]
Fu confinato nel forte di Bard, in val d'Aosta: una specie di relegazione. Quest'ordine del nuovo sovrano, Carlo Alberto, è del 27 aprile 1831, e fu motivato, pare, da quelle «imprudenti» parole.
Oh, giornate di luglio 1830; oh, grande aurora di ribellione, che rosseggia in Francia, per cui di tanto palpito ti innebbriasti, anima incredula di Arrigo Heine; oh, congiure, speranze, nella patria nostra; intervento armato, quindi, dell'Austria; e poi esilii, carceri, forche; oh, come doveva essere triste la guarnigione nel solitario forte di Bard![41] Nel forte di Bard, «in un paese privo di risorse», egli era «ridotto, per ammazzare il tempo, a giocare a tarocchi con gli appaltatori».[42]
Noi ricordiamo nell'antica storia d'Italia un altro melanconico giocatore, un uomo nato alla meravigliosa azione e condannato dalla stolta malvagità dei potenti alla tortura dell'ozio: Niccolò Machiavelli, che gioca «a cricca, a tric-trac con un beccaio, un mugnaio e due fornaciai»; ma venuta la sera, si «spoglia di quella veste cotidiana, piena di fango e di loto»; si mette «panni reali e curiali» e ragiona coi grandi morti delle antiche età, poichè dormono i vivi.
Il Cavour dopo otto mesi di quella specie di esiglio, sospende anche lui «quella veste cotidiana», non «piena di fango e di loto», ma poco adatta alla libertà dei movimenti, e avanza verso i vivi, che hanno cominciato a svegliarsi.[43]
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Il Cavour, come tutti sanno, è ritenuto il maggior rappresentante del partito così detto moderato. Ma sul senso della parola sarà bene intenderci. Che se per moderato si intendesse o mal larvata immoderazione retriva, ovvero moderata idealità, moderato sdegno, moderati ardimenti, si commetterebbe un grave errore di giudizio. Il miluogo o «juste-milieu» a cui giunse dopo il nobile fermento della prima adolescenza, non ha nulla a che fare colla solita via di mezzo, calcata da quei molti prudenti «che s'adombrano delle virtù come dei vizi»;[44] ma è l'equilibrio tra il desiderabile e il fattibile. La sua mente pratica non può fermarsi che su le cose possibili.
Può, vuole, anzi ha bisogno di smuovere uomini e cose, ma prescindere dalla prosa dei fatti come sono, per vivere nella poesia dei fatti come dovrebbero — forse — essere, non è del suo temperamento. Egli non è adatto per lanciare all'avvenire di quegli immensi valori fiduciari che tanto piacciono alle moltitudini, e perciò il suo pensiero non potè mai essere popolare; anzi ogni intemperanza demagogica, che muova da un postulato dottrinario, eccita in lui come una caustica secrezione di ironia. Di questo suo spirito liberale così informato a moderazione ci piace oltre ai molti documenti che la necessità del racconto ci obbligherà a produrre, riferire questi due i quali si possono ritenere veridici, perchè non sono tolti da concioni politiche ma da lettere intime. «Io reputo che non sarà l'ultimo titolo di gloria per l'Italia di aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all'indipendenza, senza passare per le mani di un Cromwell; ma svincolandosi dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario».[45]
Il secondo passo è del 7 gennaio 1860, cinque mesi dopo Villafranca ed ha speciale valore perchè ci rivela il suo intimo pensiero per ciò che riguarda l'Italia e la politica di Napoleone III. Dico intimo, perchè diretta la lettera al De La Rive e confidata con questo avvertimento: «Io vi scrivo a cuore aperto, e vi tengo un linguaggio che sta male in bocca di un diplomatico. Ma con voi io non voglio essere che un vecchio amico, sicuro che voi non mi farete commettere delle imprudenze». Aveva in quei giorni Napoleone III accettate le dimissioni del ministro degli esteri, conte Valewski, di cui avremo occasione di fare menzione sovente, e chiamato in sua vece Thouvenel, «ennemi des prêtres». Dice dunque: «È evidente ai miei occhi che l'Imperatore s'è deciso dopo lunghe esitazioni a ritornare francamente all'alleanza inglese, per la quale egli ha avuto in tutta la sua vita il pensiero fisso. Quanto all'interno egli ha capito che il partito clericale lo trascinerebbe verso la china fatale che ha perduto Carlo X. Egli ha subodorato una reazione violenta contro il partito ultramontano, un ritorno appassionato verso i principi del '89 e l'ha rotta con Roma. A mio avviso la decisione dell'Imperatore non è dubbia. Il giorno in cui ha fatto all'arcivescovo di Bordeaux la sua famosa risposta, di cui l'importanza non era minore ai miei occhi che quella dell'opuscolo «Il Papa ed il Congresso», io ho esclamato fra me: Io perdono all'Imperatore la pace di Villafranca: egli sta con ciò per dare all'Italia un aiuto ben più grande che con la vittoria di Solferino. L'alleanza inglese e la rottura con Roma devono necessariamente dare al governo dell'Imperatore degli andamenti più liberali, o almeno più larghi e più popolari».
Gli occhi del Cavour si chiusero a tempo. Egli morendo potrà dire: «L'Imperatore è molto buono con noi». Egli non udì la fucilata di Aspromonte e di Mentana; non lesse le lunghe, diuturne, affannose o pietose pratiche dei ministri italiani a lui successi.[46] Non vide (e sarebbe avvenuto, lui vivo?) l'Imperatore, tratto contro l'opera propria. I suoi occhi si erano chiusi. Ma che egli avesse visto la meta a cui tendeva Luigi Bonaparte, fra impedimenti immensi, lo dice la storia, quella che è più sigillata; e delle forze avverse che trascinavano l'Imperatore anche questa semplice narrazione offrirà prove non poche.
«Quanto all'Italia» — prosegue il Cavour — io ho il convincimento che le restaurazioni non avranno luogo e che il potere temporale dei papi è distrutto; e in uno spazio di tempo poco considerevole, il principio unitario trionferà dalle Alpi alla Sicilia».[47]
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Questo ammirevole possessore del senso del reale non potè accordarsi con colui che fu detentore massimo del senso dell'ideale, cioè col Mazzini. La qual cosa non vuol dire che l'uno abbia torto e l'altro ragione. V'è nella leggenda biblica Lia e Rachele, lo spirito attivo e lo spirito contemplativo; v'è nella parallela la linea destra e la linea sinistra: non si toccano mai; ma ambedue sostengono il carro e nella visione lontana ambedue le linee convergono in una.
Io non nego che, indipendentemente dal temperamento dei due uomini, non possa spiacere questa specie di sconoscenza del Cavour verso il Mazzini; ma oltre alle cose che diremo in seguito, qui ci piace ricordare come il Cavour, giudicando secondo la sua coscienza, si sentiva offeso da quel partito mazziniano, che pretendeva da solo «al monopolio del patriottismo e dell'amore per la libertà».[48] Credeva inoltre che la monarchia sabauda «avendo mantenuto e sviluppato nel decennio il principio costituzionale, avesse nociuto all'Austria ben più seriamente che le sommosse del Mazzini».[49]
Il Cavour, dopo l'Alfieri, è l'altro allobrogo grandissimo attratto dalla voce della gran madre, l'Italia. Certo quella sua manchevolezza di studi filosofici e classici, l'ambiente in cui visse da giovane, lo mettono troppo in contrasto con altri italiani, che assursero all'idea della patria e della libertà da una quasi saturazione di pensiero antico e da una stupenda fraternità d'anima col popolo.
Questa deficienza nel Cavour può spiacere: come a chi è propenso alle idee di republica, può spiacere quella sua fedeltà incondizionata al monarca sabaudo, sino agli ultimi aneliti, sino alle parole supreme; tanto che ad un primo superficiale esame si dubiterebbe se egli ami più la patria o la monarchia. Per quanto animato da spiriti nuovi e uomo nuovo nel vecchio Piemonte, egli è pur sempre uscito da quella nobiltà feudale e guerriera che fiorì intorno al trono.
Con tutto questo non si dimentichi che la politica, risolutamente italiana del Piemonte, è opera del Cavour, e ciò non avvenne senza qualche opposizione. Carlo Alberto nei suoi perpetui tentennamenti lo avrebbe dichiarato «l'homme le plus dangereux de son royaume»;[50] e si citano i giudizi dei re per non riferire quelli degli altri, giacchè se è bel destino dei re portare tutte le glorie dei loro sudditi, è anche brutto destino portare talvolta anche le loro colpe.
Ben è vero che l'Azeglio, dopo Plombières, scrisse al Cavour una lettera ove è detto «oggi non si tratta più di discutere la tua politica, ma di farla riuscire»,[51] frase se non proprio degna di Plutarco, come nota il Bonfadini,[52] degna di un patriotta di cuore e di acuto senno, il quale ben conoscendo l'abilità — mi si conceda l'espressione — del cuoco, accetta le vivande con gli ingredienti che questo ha a sua disposizione. È dopo la morte del cuoco che gran turbamento avvenne in cucina! Ma che le arti politiche del Cavour gli gradissero tutte, non oserei dire. L'assoluto del giudizio dell'Azeglio rispetto all'Italia e la rettitudine della sua morale, ammirabile senza dubbio, ma in contrasto con le necessità della politica, lo porteranno a chiamare quelle arti «giuochi di bussolotti del povero Camillo e Compagni», espressione non destinata alla pubblicità[53] e detta con forza di preterizione, ma che è significativa e può oggi essere palesata. E se alcunchè di vero è nella cruda espressione, vero è anche che furono «giuochi» leali, e morto lui, nessuno li seppe più così bene eseguire. Quanto poi queste arti dispiacessero al Mazzini, come di mala opportunità le incolpasse, è cosa nota. Caratteristica questa atroce opinione: «Se i popolani d'Italia vibrassero i loro coltelli al grido di Viva il re Sardo! e vincessero, voi li abbraccereste fratelli. E se vincessero anche senza quel grido, voi li abbraccereste il dì dopo, per cercare di impossessarvene e sviarne e tradirne i nobili istinti a benefizio d'un concettuccio ambizioso della monarchia».[54]
Sospinse il Cavour Carlo Alberto alla guerra;[55] sospinse senza pentimenti, risolutamente, Vittorio Emanuele su la via della Rivoluzione. La monarchia conquisterà l'Italia, l'Italia le si arrenderà incondizionatamente.[56] Ma egli comprende che questa sottomissione della Rivoluzione alla Monarchia non può avvenire per atto di coercizione o di fedeltà in senso feudale, cosa non conforme alla tradizione italiana, ma per spontaneo accorrere e fondersi di forze, per patto di riconoscenza. La monarchia deve «fare il suo dovere», la monarchia deve «magnetizzare» la rivoluzione. V'è un passo del Cavour che simboleggia questo concetto in modo evidente. In una lettera al Farini, del 5 ottobre, dice: «Occupate senza indugi gli Abruzzi. Fate entrare il Re in una città qualunque e là chiami Garibaldi a sè. Lo magnetizzi....»[57] Esita il Re? Lo rincuora: «Oggi o domani Vostra Maestà porrà il piede sul suolo napoletano. Passo magnanimo che supera in ardire il passaggio del Ticino nel 1848».[58] Scoppierà una nuova guerra contro l'Austria? E per questo? «Siamo preparati a tutto. Nasca quel che sa nascere; se abbiamo da soccombere, lo faremo valorosamente e salvando la fama dell'Italia, assicureremo il suo avvenire».[59]
In altri termini il Regno non deve essere soltanto donato al «sopraggiunto Re», nè il Re andrà alla sua mensa e Garibaldi spezzerà solitario, con fronte dolorosa, il secco pane.
Il passaggio della Cattolica e del Tronto nel '60, la Monarchia osante quanto la Rivoluzione; la Monarchia che affronta essa radicalmente la questione di Roma; la Monarchia instauratrice di un novus ordo; la Monarchia che non manda a casa i garibaldini con un «benservito», sono le condizioni perchè il Re possa veramente essere Re d'Italia. E questo scomunicato muore col frate confessore accanto e con l'olio santo. Leverà Iddio la scomunica![60]
Tutte queste cose potrebbero dimostrare che l'uomo geniale è pur sempre idealista, anche se spirito matematico.
La dichiarazione[61] del Mazzini del 2 marzo 1860 è indizio di questa politica vittoriosa, ed il Carducci, incolpato di manifestazioni monarchiche e sabaude nella sua giovanezza, spiega con lo stato della sua anima quella di tanti italiani, i quali, «nel '59 e nel '60, accolsero la formola Italia e Vittorio Emanuele.... per il concetto che nella fusione dell'elemento signorile col cittadino, dell'esercito col popolo, delle memorie monarchiche con le democratiche, etc., la storia d'Italia troverebbe alfine il suo complemento necessario».[62]
Questo moto forte e concorde tanto durò, quanto durò la vita dell'uomo meraviglioso; ed è questa forza, è questa concordia che nei due anni, 1859 e 1860, produssero l'unità della patria. Scomparso lui, i due partiti si staccarono, e ciascuno riprese la sua libertà di azione. Gli uomini di parte moderata, spinti dall'impeto della politica del Cavour, si trovarono come viandanti in cerca di «estraneo lido». Ben vorrebbero proseguire, ma la guida geniale non è più. Rinvennero, con istintivo moto di prudenza, come un corpo elastico a cui è sottratta la forza che lo traeva. S'accostarono verso le idee di un altro grande rappresentante delle idee moderale, il D'Azeglio. Se non che questi nella rettitudine del suo spirito, già dal '53, quando sentì di non potere procedere oltre, aveva indicato il Cavour, se era giocoforza procedere; e pur servendo, quando fu richiesto, la patria, s'era ritratto dal potere.[63]
Ma gli uomini che detenevano il potere, oramai troppo erano avanzati. Procedere volevano, certo, ma, tra difficoltà grandissime e varie, bisognava osare ed imperare bene, ed imperare e osare bene è cosa geniale: ritirare il piè non potevano. Subirono, non dominarono gli avvenimenti. Il partito della Rivoluzione o d'Azione, come fu chiamato, procedette per suo conto, ripudiando il motto «Italia e Vittorio Emanuele», e per converso al partito detto dell'ordine, s'accostarono i troppi, i quali costretti dalle mutate condizioni a riformare la moda del loro abito politico, scelsero la foggia che più pareva adatta a proteggerli. Poi fra le nuove parti divise s'incuneò possente la forza nuova della nuova idea internazionale. Quindi l'orientarsi verso sconfinate idealità sociali, da un lato; dall'altro le troppe faccende e le troppe ricchezze contribuirono a diffondere l'oblio, in questa nostra gente già così obliosa, di tanta gloria e di tanta storia palpitante ancora.
II.
Napoleone III.
— Che cosa vieni a far qui, bambino? e perchè piangi?
— Perchè la governante mi ha detto — rispose il bimbo quando i singulti gli permisero di proferire parola — che tu parti per la guerra. Oh, non partire, non partire!
— E perchè vuoi che non parta? — disse l'Imperatore, attirandolo a sè e lambendogli i capelli — non è la prima volta che io vado alla guerra. Non piangere, dunque; tornerò presto.
— Oh, zio mio, — riprese il fanciullo, rinnovando il pianto, — quei cattivi alleati ti vogliono ammazzare. Lasciami, zio, lasciami venire con te.
L'Imperatore, commosso, si strinse al cuore il bambino, lo baciò, poi chiamò:
— Ortensia, conducete via mio nipote, e rimproverate severamente la governante che con parole sciocche esalta la sensibilità di questo piccino.[64]
L'Imperatore era Napoleone Bonaparte, alla vigilia di partire per la campagna di Waterloo; il piccino era Luigi, figlio della regina Ortensia e del re d'Olanda, fratello dell'Imperatore.[65]
Questo ed altri simili aneddoti, di tipo sentimentale e di mal certo valore storico, si raccontano a significare la suggestione imperiale napoleonica nell'animo ancora infantile di colui che poi così disperatamente corse dietro al gran sogno dell'impero, e fu per vent'anni ultimo signore di Francia.
Bene è certo che egli, nato nel fulgor dell'Impero,[66] quando il mondo era tutto di lui, l'Imperatore, fu da lui molto amato. Poi i suoi occhi infantili lo videro vinto, detronizzato, abbandonato, piangente. Vide le ultime aquile ai vessilli; vide lui, l'aquila, abbattuta. Poi fu l'esilio, poi il bando dalla Francia per sempre, poi la vita errante dietro alla madre ed al fratello maggiore per le terre di Svizzera e d'Italia.
Filippo Le Bas, figlio del convenzionale Le Bas, fu per circa dieci anni il maestro del principe, seguendolo con la madre in quel suo vagabondo esilio.[67] Era il Le Bas giovane di molti studi, specialmente classici; e le sue lettere ai parenti, edite di recente[68] e non destinate certo alla stampa, ce lo rivelano uomo di indole austera, semplice, chiuso nei suoi studi e nelle sue convinzioni republicane. Le notizie che in queste lettere ai parenti, qua e là traspaiono sul giovanetto affidato alle sue cure, sono di grande interesse appunto perchè sono di un'attendibilità su cui non può cadere dubbio.
Commovente è la cura con cui egli sorveglia l'anima e l'intelligenza del discepolo: qualcosa di paterno; anzi egli dice di volere essere come un fratello maggiore e fa suo il nobile precetto educativo di Terenzio:
Pudore et liberalitate liberos
Retinere, satius esse credo, quam metu.
Però sembra sorgere nel Le Bas come un presentimento triste accanto a quel giovanetto che taciturno si fissa in un pensiero, lontano, in un luogo lontano dove è una tomba; e si studia come di prevenire il fato, e, con gli esempi della storia, gli pone innanzi il quadro doloroso dei grandi imperi caduti, della vanità del potere supremo.
«Voi sareste ben stupito — scrive al Le Bas l'abate Bertrand, che fu primo precettore del principe — se un qualche giorno la storia mettesse il vostro nome accanto al suo, come quello di Socrate accanto ad Alcibiade. Chi lo sa? Ma, povero ragazzo, che la fortuna non gli giuochi un simile tiro, perchè essa se li fa pagar cari. Che sia un galantuomo anzi tutto!»
Luigi Bonaparte diventò poi Alcibiade; ma il republicano Le Bas si allontanò da lui e da quel trono, e per sempre.
L'intelligenza del giovanetto, come si rileva dalle lettere del Le Bas, non va oltre il normale, anzi il suo sviluppo è lento; scarseggia l'energia volitiva, abbonda l'ostinatezza (mon doux entêté, lo chiamava la madre). È melanconico, esitante. Se non che a poco a poco questa intelligenza si svolge, l'amore agli studi s'accresce — non per le matematiche, però, — e il Le Bas se ne compiace come di una rivoluzione operata da lui. Sta tuttavia in pensiero per la sua salute cagionevole, per il temperamento nervoso di cui triste segno sono i frequenti terrori notturni. Un'altra cosa nota il Le Bas, una cosa che non può non sorprendere chi ha di Napoleone III l'opinione che si ha comunemente, una cosa per la quale non mi riuscì trovare smentita o diniego; ma testimonianze concordi e molte di conferma, fra cui una di Bismarck, ed è la completa bontà del cuore e il sentimento pieno, ridondante della riconoscenza.[69] Notre petit oui-oui, lo chiamava la madre. E un'altra cosa del pari importante aveva notato il Le Bas, cioè la disposizione della mente a fantasticare. Attraverso la maschera con cui quell'uomo coprì poi la sua anima, questa tendenza al sogno fu intravveduta da quelli che più avevano interesse a scoprire l'intima essenza del suo spirito.
La avvertì l'Hübner: «C'est un rêveur,[70] uno spirito esitante»; la avvertì presto il Bismarck: «Egli sogna, egli va, io non so dove, insieme col fumo della sua sigaretta»;[71] «uomo non bene desto», lo dice Vittor Hugo, in quel crudele e magnifico libello che è «Napoleone il piccolo»; «pallida ombra, furtivamente emersa dalla tomba di Sant'Elena»,[72] lo dice il Mazzini. È intenzione di atroce ingiuria, ma quell'ingiuria non si sarebbe vestita di quelle parole, se un certo che sfuggente ai colpi dei disperati oltraggi, non fosse stato in quell'uomo singolare.
V'è un ritratto di Luigi Napoleone a sei anni[73] che dà appunto l'impressione di questo rêve e di questi terrori. Un delicato ovale di volto infantile, scarno, sorge da un nembo di trine. La capellatura è sconvolta come dal soffio di una tempesta invisibile: gli occhi, aperti, guardano avanti, verso quella tempesta, atterriti. Stringe, difende sul cuore, con la manina, un gran mazzo di fiori. Impressione dolorosa!
Vengono a mente molte cose: viene a mente la domanda di Ortensia:
— «Se tu fossi povero, come faresti a vivere?»
— «Io? Venderei i mazzolini di viole come quel povero bimbo alla porta delle Tuileries».[74]
Della madre più tardi si appalesò ed il riflesso fisico ed il temperamento erotico[75] e romanzesco; vivace contrasto con quell'aspetto apata e freddo.
Le nozze con la bellissima spagnuola Eugenia di Montijo, celebrate un anno dopo la proclamazione dell'impero, quando appunto era necessario consolidare l'usurpazione con un matrimonio regale,[76] appaiono come documento ben eloquente di questi varii sentimenti. È noto con quanta pertinacia e contro tutti Napoleone III volle queste nozze. «Ma se era per questo era inutile che tu facessi il colpo di Stato», gli disse il Morny. Ma il padre di Eugenia era stato valoroso colonnello dell'Impero; ma ella nei giorni del colpo di Stato, gli aveva offerto gioielli e ogni suo avere se ne avesse avuto bisogno; ma sposando lei faceva come Napoleone che sposò la bella creola, Giuseppina; e dichiarava in cospetto alla Francia: «Io preferisco una donna che amo e rispetto, ad una sconosciuta, la cui alleanza avrebbe arrecato dei vantaggi e insieme dei sacrifici».
L'Hübner ricordando l'Imperatore dopo queste nozze, «ebbro d'amore e di felicità», osserva: «io non lo avrei creduto capace alla sua età e con la sua esperienza, di innamorarsi così ingenuamente e sul serio».[77]
La Francia è stata sempre una nazione cavalleresca e non poteva restare indifferente a questa audacia da ballata romantica; ma la Francia è anche una nazione piena di spirito, onde fu detto: L'Imperatore fa concorrenza a De Musset e il suo regno non sarà che il canto di una notte.
Fu più cavaliere ancora quando acconsentì a fare ufficialmente questa sua donna partecipe dei consigli dell'Impero, e lo fu anche troppo![78]
Per tradizione mi fu riferito che, al tempo della sua giovanezza, un vecchio fiorentino vide un dì Luigi Napoleone tutto pensoso e raccolto, presso Santa Trinita, e gli chiese: «Che cosa avete, principe?» «Penso — rispose — al modo di reintegrare la mia famiglia».
Come la reintegrò, infatti![79]
Il ricordato volume delle lettere del Le Bas contiene alcuni disegni, dati come originali del giovanetto. Essi sono pieni di sentimento e di finezza e non privi d'arte. Ne ricordo tre, manifestamente significativi. Una sentinella rigida, con cappotto, colbacco enorme. Sta all'erta; stringe e sembra presentare l'arma. Presso è il bivacco; intorno un tetro paesaggio nevoso. Altro disegno col titolo «l'aquila fedele». Un'aquila sta librata sopra una lastra sepolcrale. Intorno è un paesaggio aspro. Sulla tomba è scritto N; e sotto, 1821. Ancora: un bel brigante in pieno assetto: cioce ai piedi, mantello cadente, cappello a pan di zucchero coi nastri e la croce sul petto: il bandito italiano.
*
L'ardente amore della regina Ortensia pe' suoi figliuoli, le cure per la loro educazione, i dolori sofferti, le ansie mortali per la loro sorte e le loro vicende, la redensero. Anch'ella, come la còrsa Niobe, attese su la soglia della casetta d'Arenenberg il figlio.[80]
Che se il Le Bas insegnò la vanità degli imperi, ella, la idolatra di Napoleone, insegnò il culto di quel suo Prometeo che fu incatenato su la rupe di Sant'Elena. Non lo avrebbero veduto più; ma l'ava Letizia,[81] a Roma, può ancora parlare di lui: «Parlez nous de lui, grande mère!» ed una fede cieca ella inspirò nel loro destino. Non era predetto? «Se noi troveremo nel prato, o amica, un trifoglio di quattro foglie, vorrà dire che presto potremo ritornare in Francia, o che domani avrò lettere dal figlio mio».[82]
*
Il colpo di Stato del 2 decembre 1851, sta su Luigi Bonaparte come una sanguinante tonaca, ed un nome pauroso e tenebroso gli è rimasto che pare quello di un carnefice, il quale per nome proprio non può essere ricordato. Converrà di questo dire qualche cosa, ed intanto diciamo che se questo nome è disonorevole, v'è anche una cosa che non fa onore all'umanità; ed è la seguente: che soltanto dopo il delitto, Luigi Bonaparte è preso in seria considerazione.
Prima, no. Prima egli è, secondo le varie opinioni, un avventuriero, un allucinato, anche un idiota, e per la polizia papale «il nominato soggetto»,[83] e per i ben pensanti, un bisognoso di clemenza. Anche il padre, in tale senso, lo raccomanda alla clemenza del Re di Francia: «Mio figlio è caduto in un orrendo lacciuolo, essendo impossibile che un uomo non sprovvisto d'ingegno e di buon senso, si sia gettato allegramente in un tale precipizio».[84] «Quel matto di mio cugino», ricorda Cesare Cantù di avere udito dal principe di Canino.[85] Dopo, no: è l'Imperatore. «Questo disgraziato Luigi Bonaparte fu giudicato, condannato et exécuté nel modo più bello. Non c'è che una sola voce: la sua incapacità»: questa nota è dell'Hübner, 25 novembre: dopo il 2 decembre, l'incapace è divenuto certamente capace; e l'ambasciatore austriaco dovrà col suo sbarbato volto volpino spiare, spiare, spiare per otto anni che cosa dice, che tempo segna il volto dell'Imperatore.
Questa contraddizione non poteva sfuggire all'Hübner, tuttavia: «Prima del colpo di Stato i capi del parlamento lo accusavano di inettitudine, d'ignoranza, di stupidità. Quando parlava, o piuttosto balbettava le prime volte, Montalembert esclamò: Ma è un discorso da svizzero, codesto! Oggi è salito di grado. Non lo si chiama più imbecille, lo si chiama sfinge».[86]
Anche Vittor Hugo lo dichiara, atrocemente, ma lo dichiara: «Non è vero: non è un idiota: ci siamo ingannati. Luigi Bonaparte ha un'idea fissa: ora un'idea fissa non è idiotismo. Sa quello che vuole, e va. Attraverso la giustizia, attraverso la legge, attraverso la ragione, attraverso l'onestà, attraverso l'umanità, sia pure, ma va!»[87] È qualche cosa!
*
Vittor Hugo, il 17 luglio 1851, dalla tribuna parlamentare ha proferito parole degne di grande poeta e di grande filosofo: ha detto: «Come? Perchè dieci secoli or sono Carlo Magno, dopo quaranta anni di gloria, ha lasciato cadere sul mondo la sua spada e il suo scettro, così immensi che per mille anni nessuno ha osato toccarli; perchè dopo mille anni, giacchè non occorrono meno di mille anni a gestare tali uomini, è sorto un genio che ha fatto della storia gigantesca, che incatenò la rivoluzione in Francia e la scatenò in Europa, che ha dato al suo nome per sinonimi Rivoli, Jena, Essling, etc.; perchè anche lui, dopo dieci anni ha lasciato cadere questo scettro e questa spada, voi venite, voi volete, come lui dopo Carlo Magno, prendere nelle vostre piccole mani quella spada di giganti? Per che fare? Dopo Augusto, Augustolo? dopo Napoleone il Grande, Napoleone il Piccolo?»[88]
Ma le comuni anime degli uomini non possono comprendere così altamente e alatamente: finchè le anime umane non si muteranno, per esse un gran delitto, riuscito a giuoco di fortuna, sarà sempre una gran forza. E così non fu creduto il Mazzini, che disse all'Imperatore: «Voi siete una pallida ombra». Ombra? finchè durò quella forza, fu realtà, non ombra. Quando quella forza fu vinta, tutti dissero come il Mazzini: «Tornate nel sepolcro, signore!»
*
E qui ci appare un fatto strano, minimo e grandissimo. Luigi Napoleone aveva avuto dalla natura un volto impassibile, atono: flemmatico era; non amava troppo discutere; era, come dicemmo, taciturno. Non si adirava; tutt'al più diceva: c'est absurde! Naso aquilino, occhio ceruleo, come quello materno, ma senza sguardo, come il sole del freddo mattino d'inverno: soltanto qualche raro bagliore talvolta. Degli scatti napoleonici, nulla: qualcosa di nordico.
È Vittor Hugo che lo tratteggia: «Luigi Bonaparte è uomo di media statura, freddo, pallido, lento, che ha l'aria di non essere del tutto sveglio. La sua parola si trascina con lieve accento tedesco. Ha i baffi folti che nascondono il sorriso, come il duca d'Alba, l'occhio spento come Carlo IX». I paragoni sono, oltre a questi, Cesare Borgia, Filippo II, Alessandro VI, Ezzelino da Romano: cioè i più truci tiranni del medio evo.
Alla lor volta i panegiristi ufficiali dissero: «È la vita sotto il marmo; il fuoco sotto la cenere; l'audacia sotto il velame della timidezza; l'inflessibilità redenta dalla bontà. Egli è il grande Augusto, egli è il buon Tito sotto l'aspetto di Werther, questo prototipo della fantasticheria germanica».
E allora, per conciliare quell'orrido e quel sublime, fu scritto questo indovinello: egli è temerario e calcolatore, modesto e fastoso, pronto e tardo, mobile e tenace, affabile ed altero, voluttuoso ed insensibile, lo si annega e galleggia, lo si domina e domina.[89]
Anche i preti, acuti osservatori, rinunciarono alla spiegazione e dissero «sfinge!», parola senza senso; ma che fu accettata come si accettano tante opinioni, perchè risparmiano la fatica di pensare. E perchè il padre era mal certo, Pio IX disse: «figlio del diavolo».[90] In Vaticano anzi si riteneva che Napoleone III «consultasse frequentemente il diavolo per la sua politica».[91] In fatti tre volte egli difese Roma papale. La freddura atroce: «Napoleone III a Sedan ha perduto ses dents», è attribuita allo stesso pontefice, che era uomo buono ed argutissimo;[92] e il mondo della Curia parve gioire della caduta di colui che quella Curia difendeva con le armi, e «si sentiva avvinto verso Pio IX da un sentimentalismo, così cavalleresco»,[93] che, fino presso a Sedan, rifiutò di cedere per Roma.[94]
Ebbene, quella maschera di sfinge fu per molto tempo una forza di Napoleone III. In essa si affissò non solamente l'Hübner, e gli altri diplomatici; ma a lungo, molto a lungo, il Bismarck.
Venne pur troppo il giorno in cui questi acuti osservatori esclusero la impenetrabilità di quel volto, e dissero: È un errore! Non vi sono profondità impenetrabili. V'è soltanto una superficie mutevole. Peggio: v'è un affetto. Ora la vera politica procede senza affetti: sine ira et studio: difende i suoi interessi nei limiti del diritto.
Il giorno che quegli uomini dall'occhio di falco, ebbero certezza di questa cosa, l'Imperatore fu veramente exécuté. L'essere duca d'Alba, Cesare Borgia, avere il «marchio di Caino»,[95] non giovò: astuzie, infingimenti, la squadra dei pretoriani còrsi, la corruzione, la menzogna, etc., ed altre arti di governo non giovarono: questi istrumenti terribili così comunemente usati, del resto, al contatto di quell'affetto e di quell'idealità, perdettero la loro consistenza molecolare.
Questo difetto del «fosco»[96] Imperatore cominciò ad essere avvertito al tempo della guerra d'Italia.
*
V'è una pagina nella vita di Luigi Napoleone che si desidererebbe più nota almeno dagli Italiani: è una pagina tragica ed eroica, di morte e di sangue. Quelli che hanno notizie di storia, la riassumono in poche placide parole: Napoleone III, da giovane, prese parte ai moti del '31 in Italia. Altri vanno più in là e dicono: e perciò commise doppio delitto quando spense la republica romana del '49; e perciò del '59, se fece qualche cosa, non fece che un atto di riparazione.
È troppa o troppo poca sapienza!
Vediamone qualche cosa, sia pure in breve. A Roma del '26, sotto la guida del Le Bas, studia, un'ora o due il giorno, Tacito: «è sempre buono ed amabile; il suo spirito si sviluppa, le sue idee ingrandiscono»:[97] a Roma impara la scherma da un Giovanni Gennaro, dalmata, luogotenente sotto l'Impero, decorato della legione d'onore: a Roma, del '27, stringe con Francesco Arese, di tre anni più anziano di lui, quell'amicizia che solo la morte disciolse.
Nobile figura umana è questo dovizioso patrizio lombardo, il quale molto patriziato lombardo riscatta; nobile per l'ombra austera in cui si sta nella storia del nostro risorgimento politico, pur avendovi avuto così grande parte;[98] nobilissima per la fede serbata a Luigi Napoleone in ogni suo tempo e fortuna. Carbonaro (e mazziniano di poi), egli era venuto a Roma, fuggendo le persecuzioni dell'Austria, con la madre, quella Antonietta Fagnani-Arese a cui i facili amori e la ammirabile seduzione concessero una specie di immortalità per la ode del Foscolo, «Qual dagli antri marini». Amiche erano state le madri alla corte vicereale di Eugenio Beauharnais; amici divennero i giovani, cui stringeva comunanza di età e di affetti. L'Arese verosimilmente confidò al Principe i ricordi della sua vita: gli Austriaci entrati a Milano nell'aprile del '14 sul cadavere lacerato del Prina; uno zio paterno soldato dell'Impero,[99] e un amico della sua famiglia, Federico Confalonieri, vittime tragiche di un'inane cospirazione; la grazia due volte chiesta per lo zio all'Imperatore d'Austria, da lui, personalmente, sino a Vienna richiesta; e il rigido rifiuto e la straniera violenza; e per converso le glorie, le vittorie, la libertà d'Italia sotto Napoleone.
Alla sua volta il Principe, che a quel tempo non doveva essere così taciturno come fu poi, deve aver confidato all'amico le tristezze della sua anima e del suo esiglio, la speranza della sua giovinezza. Era morto Napoleone, ma la sua anima riviveva, un'anima foggiata secondo il suo sogno: risuscitare la Grecia, la Polonia, l'Italia, eccitare i popoli dal torpore della servitù, distruggere i trattati della Santa Alleanza. Fantasie giovanili! Ma queste fantasie gli furono pur sempre care: sogni, ma dolci sogni! Di riparlarne ancora desidera molti anni più tardi, e riabbracciare l'amico, e riandare ancora con lui «i passati tempi». Quando? Nel 1841. Dove? Nel castello d'Ham, dove era prigioniero. E quei passati tempi sono ricordati in lingua italiana nella sua lettera.[100]
Si inscrisse in quel tempo Luigi Bonaparte in qualche vendita dei carbonari? La cosa a molti pare probabile, benchè non sia confortata da documenti. L'Arese ci indurrebbe in tale supposizione, quando dice che egli era carbonaro nell'anima;[101] e certo quel rito tenebroso e solenne doveva esercitare un fascino grande su di un temperamento romantico e in quella età; nè si dimentichi che l'arma della setta e delle congiure si presentava allora come l'unica forma di lotta possibile contro quell'altra congiura di re, che fu la Santa Alleanza. Noi oggi sorridiamo di quei monacali e tragici riti; ci paiono assurde le speranze concepite dai carbonari del '21 e del '31 o, avendo in mente soltanto quale è oggi la massoneria, ce ne sdegniamo: ma a torto. Non ne rideva, certo, l'Austria!
E se fu carbonaro, nei rapporti che ebbero allora i due principi coi patriotti italiani (fra gli altri con Ciro Menotti), giurò Luigi Bonaparte su di un teschio e un pugnale di liberare l'Italia? Questa leggenda corse con un certo valore in Francia e da noi. Difficile, come nel primo caso, è l'affermare od il negare; ad ogni modo è assurdo credere che l'odio e l'attentato di Felice Orsini significasse la condanna settaria per la mancata promessa; quasi un terribile: «Ricordati!» al potente, assiso sul trono imperiale. L'attentato dell'Orsini ha altra origine. Ma ammettiamo pure un simile giuramento: quale valore gli si poteva dare? Aveva poco più di vent'anni allora, Luigi Bonaparte: un ragazzo!
La sola cosa interessante davvero è il terrore che questi tenebrosi vincoli settari incutevano all'Austria, come per bocca del suo ambasciatore Hübner, è dichiarato: «L'Imperatore, la sera dell'attentato di via Le Peletier, pareva completamente démoralisé. Si deve dedurre che mancasse di coraggio fisico? Non ci penso nè meno. È che l'Imperatore, posto al sommo vertice della grandezza umana, accolto come un uguale dai capi delle antiche dinastie, aveva dimenticato gli impegni presi nella sua giovinezza con coloro che dispongono delle potenze sotterranee e sconosciute. Le bombe dell'Orsini sono venute a ricordarglieli. Un lampo di luce rischiarò d'improvviso la sua mente».[102]
Se qui va errato il giudizio dell'Hübner, non erra però quando all'orgoglioso e fiero Buol dichiara che egli non è «un poltrone», consigliandolo, sin dal '53, a farsi incontro all'usurpatore dell'Impero, a riconoscerlo di buona grazia come Napoleone III, perchè la «Francia è la Francia»; e bisogna evitare di offendere l'indole di lui «vendicativa, essenzialmente còrsa, che lo porterà a creare all'Austria delle difficoltà in Italia, aiutando segretamente il Piemonte, e forse il partito demagogico in tutta la penisola».[103] Non erra quando avverte il Buol di un oscuro presentimento che quell'uomo, assunto al potere da un sogno e da una violenza, minaccia qualcosa che non è la semplice conquista: «Se noi lo spingiamo sulla cattiva strada, metterà fuoco ai quattro canti d'Europa; e dureremo molta fatica a spegnere quell'incendio».[104]
Ciò che è vero e si attrista il cuore pensando — come dicevo prima — all'oblio indegno che copre quei fatti, è il disperato agitarsi dei due figli di Ortensia in quella fine del '30 e in sul principio del '31, quando la Francia insorse e dopo Francia, l'Italia e la Polonia in un mirabile singulto di libertà; quando su quella giovanezza di santa ribellione l'Austria della Santa lega diffuse e impose il peso inesorabile delle sue armi. Due volte la tempesta della guerra, della congiura, della fuga, aggirò il giovanetto per la patria nostra da Roma a Bologna e Forlì, e poi ancora a Spoleto ed Ancona; e in quale condizione tragica dell'animo! col fratello, morto fra le sue braccia in un albergo di città ignota, con la madre accorrente per salvare i figli (giacchè sa che se l'Austria li prende, sono perduti) con gli Austriaci alle calcagna, che vogliono impadronirsi di lui, come si sono impadroniti dell'erede, morente a Schönbrunn; come la morte si è impadronita dell'altro, a Forlì: e poi la malattia sopravvenuta che impedisce la fuga per mare da Ancona,[105] e il pietoso inganno materno al generale austriaco Geppert, indi il travestimento e lo scampo per tappe di posta sino in terra di Francia. Per breve tempo in terra di Francia; perchè anche la patria gli sarà chiusa, perchè — cosa ripetuta sovente e non imparata mai — la libertà è stata sempre sottomessa ad innumerevoli necessità politiche; in nome di una delle quali sarà vietato a Luigi Napoleone di rimanere in patria.
Allora egli odierà Luigi Filippo, allora egli, solo con il sussidio di un nome meraviglioso, tenterà due volte, a Boulogne e a Strasburgo, di abbattere quel Re che venne meno al principio per cui sorse, tenterà con la sua spada e con le sue cospirazioni di aprirsi la via della patria. Sognerà l'Impero, sia pure; ma a lui solo spetta il diritto oramai (morti sono gli altri giovanetti eredi) di onorare il tradito Imperatore, e lo onorerà imitandolo sino al Calvario.
Noi deridiamo le due congiure di Boulogne e di Strasburgo, perchè tentate con mezzi inferiori al fine; ma e le nostre congiure del '21, del '31, e quelle mazziniane di poi erano pari al fine proposto? Noi le deridiamo perchè fallirono miseramente, perchè Vittor Hugo ci sparse sopra un'onda e una fiamma di grottesco e di odio inestinguibile,[106] perchè dicendo Napoleone III, noi diciamo Oudinot[107] e Aspromonte e Mentana.
Noi deridiamo la pazzesca congiura di Roma, quando nel decembre del '30, egli uscì congiurato per le vie di Roma con alcuni vecchi soldati napoleonici e con alcuni giovani, gli eterni giovani, e un tricolore in pugno ed il grido Italia e Libertà; e vuole catturare i cardinali in Conclave, ed è catturato, e con lui un «minuscolo prigioniero».[108] Il popolo di Roma guardava e sorrideva.
Noi sorridiamo quando da Civita-Castellana egli manda al novello papa Gregorio XVI l'ordine di abbandonare il potere temporale e lo conforta che, divenendo soltanto ministro di Gesù Cristo, tutti «anche i più esaltati, lo adoreranno e lo sosterranno»; ma se ridessimo meno e pensassimo di più, come saremmo più giusti e buoni nel giudicare uomini e cose!
Noi qui non possiamo rifare la storia di quelle vicende; esse chiederebbero un volume a parte e molte ricerche non facili; tuttavia per il nostro racconto è necessario ricordare alcune cose di quelle vicende, le quali pur costringendoci a dilungare un poco, saranno, credo, bene accette, come quelle che sono confortate da documenti non noti. L'una è quando, dopo la morte del fratello, corse con la banda del Sercognani a Spoleto, dove era vescovo il conte Mastai Ferretti, che poi fu pontefice col nome di Pio IX. A Spoleto il giovane si apprestava alla difesa, fabbricando bombe e proiettili, quand'ecco sopravvenire gli Austriaci.
«Il loro arrivo — tolgo dal Grabinski[109] — rendeva molto critica la situazione di Luigi Napoleone e degli altri capi del movimento. Essi si rivolsero a monsignor Mastai, il quale loro diede del denaro e delle guide per facilitare la fuga. L'arcivescovo sborsò circa 30 000 franchi. Fu così, col denaro del futuro Papa, che Luigi Napoleone sfuggì agli Austriaci. Per questo fatto l'arcivescovo di Spoleto cadde in disgrazia; e fu soltanto nel 1840 che Gregorio XVI gli perdonò. Il governo pontificio gli rese allora i 30 000 franchi che aveva dato a Luigi Napoleone ed ai suoi amici, e Pio IX amava dire, durante il regno di Napoleone III, che egli aveva reso all'Imperatore un bel servizio, quando nel 1831 era stato sul punto di diventare prigioniero degli Austriaci».