ALFREDO PANZINI
Il mondo è rotondo
ROMANZO
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1920
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Prima impressione (1.º a 12.º migliaio).
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PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro della Società Italiana degli Autori.
Milano, Tip. Treves.
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Nel nome del giovanetto amico Roberto Sarfatti, volontario di guerra, caduto combattendo nel gennaio del 1918, a quanti come lui caddero. Il loro sacrifizio appare col tempo di maggiore sublimità, in quanto il loro animo era alieno da competizioni e conquiste, ma solamente Italia! e in quanto Italia sembra, o non ricordare, o non riconoscere questa offerta di pure vite per la sua vita.
Roma, gennaio 1920.
INDICE
- [I. Lo sputo.]
- [II. La giovane professoressa.]
- [III. Pasquà.]
- [IV. Pedagogia.]
- [V. Fragole e ale di pollo.]
- [VI. La morte del rosignolo.]
- [VII. L'acquazzone.]
- [VIII. Una notte a Napoli.]
- [IX. I lavoratori dei conigli.]
- [X. Cristo.]
- [XI. Giulio Cesare.]
- [XII. I discorsi degli animali.]
- [XIII. Beatus allontana da sè Scolastica.]
- [XIV. I “fessi„ d'Italia.]
- [XV. “Quis est proximus tuus?„]
- [XVI. Le prodezze di Biagino.]
- [XVII. La scimmia a spasso.]
- [XVIII. Scolastica.]
- [XIX. La mitragliatrice e i gigli.]
- [XX. Il pane dell'anima.]
- [XXI. O Hymen, Hymenaee!]
- [XXII. Il re dei Bolcevichi.]
- [XXIII. Il figlio dell'uomo.]
- [XXIV. Le mammelle.]
- [XXV. Atrepsia.]
[pg!1]
IL MONDO È ROTONDO
Motto: in omnibus charitas.
[Capitolo Primo. — Lo sputo.]
Ognuno può comprendere che quando una persona va in cerca dell'anima, non può stare attenta.
— Si tu stivi attiento, io nun te sputava, — disse quel cittadino del sud.
Forse voleva dire attento a quel rombo gutturale che precede lo sputo dei cittadini del sud. «Iperbòlici anche quando sputano», disse Beatus Renatus; e guardò con ribrezzo lo sputo. Esso era andato a cadere in fondo ai calzoni; ma poteva cadere su la giacchetta che era di orléans nero, o sul gilè che era di bellissimo candore.
[pg!2] Si poteva intimare: «Pulite!» Si poteva, in caso di disubbidienza, afferrare quel cittadino del sud per il collo e obbligarlo a pulire. Ma in questo caso sarebbe stata necessaria una mano molto valida perchè, non so se abbiate mai osservato: vi sono nella famiglia degli uomini alcuni grossi cialtroni che sembrano specialmente costituiti di alcuni grossi, lunghi manubri, di carne, cioè due gambe e due braccia, attaccate ad un tronco, e quel tanto di apparecchio di orologeria dentro il cranio, che basti a stimolare questi manubri.
Il personaggio, invece, dai cui calzoni pendeva lo sputo, aveva bensì una fronte formidabile; ma sarebbe stata necessaria un'operazione di magia per mutare quella fronte in una di quelle macchine da guerra, chiamate tanks, e così far paura a quel cittadino del sud, che già dilungava maestoso col suo sigaro in bocca.
«La colpa è della mano che è esile e non afferra», disse a se stesso quel signore guardando la sua mano coperta dal guanto di seta. «Non è per viltà».
La settimana prima, a Taranto, mentre alcuni [pg!3] aeroplani austriaci bombardavano a bassa quota, e tutti fuggivano, egli anzi si era fermato a guardare con curiosità.
Levò quindi il fazzoletto, pulì la sozzura e gettò il fazzoletto che pure era di finissimo lino.
«Viltà, non direi: forse un po' di ribrezzo a toccare quell'uomo, come a toccare questo sputo.»
Del resto, tranne alcuni maialetti e galline che passeggiavano già, al primo albore, per le vie, come è consuetudine nelle città del sud, nessuno aveva veduto.
*
Questo personaggio, che andava a spasso di primo mattino per una città del sud, si chiamava — come è detto — Beatus Renatus. Era un uomo assestatuzzo e mingherlino, e se avessimo veduto le lettere che erano nelle tasche della giacchetta di orléans nero, avremmo trovato scritto: All'illustre Beatus Renatus.
Dunque era un uomo ragguardevole.
Infatti, prima della guerra, questo Beatus Renatus disponeva di un suo onesto giudizio [pg!4] e delle lucide armi del pensiero dentro la fortezza ossea del cranio.
Ma, da quel tempo, il giudizio si era un po' ottenebrato e le armi inceppate.
Tuttavia Sua Eccellenza il ministro, ignorando questi particolari, aveva affidato a Beatus l'onorevole incarico di ispezionare le scuole, e perciò Beatus Renatus da qualche mese viaggiava l'Italia, e aveva preso molti appunti nel suo taccuino per riferire poi a S. E. il ministro.
Questa perturbazione del suo onesto giudizio si era ripercossa anche all'esterno, perchè quelli che lo avevano conosciuto prima della guerra, dicevano di lui: «Come è invecchiato Beatus Renatus!» I suoi capelli si erano imbiancati stranamente, cioè a zone; quasi a scosse sismiche, prodotte forse dal cataclisma della guerra: zone bianche e zone nere appiccicate ai baluardi delle lunghe tempie. Inoltre se si fosse levato i guanti, sarebbe apparsa una manina esangue, come di una giovanetta morta; la quale mano giustificava come egli non avrebbe mai potuto prendere per il collo quel grosso cittadino del sud.
[pg!5] Egli aveva dunque visitato diverse scuole del nord, ed ora visitava le scuole del sud.
Tanto nell'Italia del nord, come in quella del sud, Beatus Renatus aveva riportato notevoli soddisfazioni in grazia di un campanelluzzo che ancora gli rimaneva nella casa del pensiero, e funzionava ancora abbastanza bene in quanto avvertiva delle cose da dire e delle cose da non dire. Egli prima di parlare, rigettava con garbo la giacchetta e scopriva il bel gilè con la catena d'oro, ovvero spiegava lentamente il fazzoletto, o sfilava anche i guanti: dopo di che parlava con pacata oratoria che si potrebbe dire all'inglese.
Tutte queste cose fecero un bellissimo effetto tanto nei paesi del nord, come in quelli del sud, benchè nei paesi del sud Beatus non possedesse più la catena d'oro, la quale gli era stata rubata in tram nei paesi del nord.
*
«Non ti dolere, o Beatus, dello sputo di quella grossa bestia. Siamo tutte bestie».
Questo ammonimento gli parve uscire dallo sguardo di alcune capre, le quali non andavano [pg!6] a spasso come i maialetti, ma posavano sui ripiani di un monumento seicentesco, ed erano così barbate che parevano filosofiche, e guardavano Beatus Renatus con occhio così melanconico che in quella espressione non si conteneva alcun oltraggio.
Dalle capre Beatus levò l'occhio in su, e vide una colonna annerita dal tempo, e su la colonna vide ritta una statuetta di bronzo con la cappa, il cappello alla spagnola e il pugno alteramente su l'elsa della spada. Era un pupo: forse un infante di Spagna: un don Filippo, un don Carlos.
Si ricordò allora che in quel secolo la Spagna fu (oh miseria!) signora del mondo.
Ora sui gradini seicenteschi posavan le capre.
E l'Italia fu sempre sotto la servitù dei signori del mondo.
Beatus, anche lui, non se ne ricordava più. Gli uomini non possono ricordare tutte le cose passate: ma forse se ne ricorda la Storia, che è come una divinità, la quale in quei giorni lavava con tanto sangue quella colpa, perchè ogni servitù contiene una colpa.
Mostruosa divinità la Storia!
[pg!7]
*
Sopravvenne il capraio, al quale Beatus chiese un po' di latte. Una donna che portava in piazza la frutta mattutina, offrì un bicchiere. La mano del capraio era scura, scura era la mammella della capra, e da quelle due cose scure zampillò lo spumante latte.
Beatus bevve.
La donna aveva albicocche rugiadose e grandi, e Beatus ne comperò e ne mangiò, e da quella bevanda e da quel cibo vitale nacque una specie di ebbrezza. E riguardava quel pupo che da tre secoli sta lassù e nessuno sa più chi sia.
Certo quel pupo fu un re, cioè uno di quegli uomini dalla voce tonante, anche se non avevano voce, che governavano il mondo in nome di Dio, anche se non lo governavano.
Quale mostruosa finzione!
Eppure allora era meno facile che un mascalzone sputasse sopra una persona vestita da gentiluomo.
Ecco altre cose che oggi non si ricordano più!
[pg!8]
*
Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza avvedersene nel giardino della città — che lì chiamano villa — deserto in quell'ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori.
Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole nascente.
Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per abbattere l'ultimo pupo folle con Dio e la corona: l'imperatore Guglielmo di Germania.
«Io ricordo, ma anche ricordando — disse — non capisco.»
E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono niente. E buttano via il loro nome!
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[Capitolo II. — La giovane professoressa.]
E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea barbagli d'oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra.
Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di italiano.
Due occhi vellutati, un corpo un pochino sfiorito pure essendo ella nel mezzo della sua giovinezza. «Una onesta giovane — avevano detto a Beatus Renatus le autorità del luogo, — e non priva di buon volere. Forse un po' vistosa. Porta grandi cappelli, tacchi un po' alti ed è profumata. E quei ragazzoni di scolari guardano più lei che i libri».
La graziosa professoressa, quando fu presso di lui, fermò il saltellante passo e chiedendo scusa dell'ora e del luogo, con trepida voce cominciò così:
— Signor Regio Ispettore, io vengo per una [pg!10] preghiera, e lei deve essere un'anima gentile.... — Ma non potè proseguire, perchè Beatus disse:
— Ma chi glielo ha detto che io sono un'anima gentile? Chi l'autorizza a chiamarmi così?
La giovane donna rimase esterrefatta.
— Sappia, lei, che io sono terribile.
— Ma, signore — disse la donna, — si vede che lei è un'anima gentile.
— Si vede? Crede forse di farmi un complimento? Oh, sarebbe allora una cosa grave se si vedesse!
E Beatus guardò la sua persona, come se invece che adorno di un bel gilè bianco, fosse stato immondo della lordura del grosso cialtrone.
— Io volevo anche dir questo, signore — riprese la giovane donna — che la gentilezza italica mi dava speranza....
— Ta, ta, ta! — interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava più della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. — Sa lei quale è il vero nome della gentilezza italica? Debolezza italica! Ma lei ieri era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine [pg!11] raccolte in congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente condiscendenze, niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d'accordo.
— Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima.
— Oh!
— Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l'aria di questo paese.
— La risposta è intelligente! — disse Beatus dopo alcuna lunga meditazione. — Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera.
Ella cominciò a parlare.
Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le parole timidette.
Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero....
— Benissimo, signorina — diceva Beatus, ma voleva sottintendere: «benissimo con limitazione».
La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno davanti alle donne.
Non erano gran cosa, ma si potevano scusare [pg!12] quei ragazzoni di scolari se stavano più attenti a lei che ai libri.
Anche il suono della voce era dilettevole tanto che Beatus fu sorpreso di dover osservare che pur l'accento napoletano è grazioso.
Ma evidentemente egli stava più attento alla musica delle parole che al loro senso. Però quando la signorina concluse e disse: — Del resto io non domando che la mia felicità — rimase stupito, e guardò colei che domandava con tanta naturalezza la propria felicità.
— Ora lei, signor Regio Ispettore, è arbitro della mia felicità.
— Ma lei, signorina, mi onora di poteri magici — rispose Beatus.
Ma santi numi! Proprio ieri Beatus aveva consigliato la riduzione graduale dell'iperbole, come si usa con la morfina per guarire i morfinomani.
La felicità per la signorina consisteva nell'essere trasferita in una grande città.
— Io credevo, signorina — disse Beatus — che lei mi domandasse il contrario: cioè di non essere allontanata da questa città. Non è lei di questa città?
[pg!13] — Sì, signor Regio Ispettore.
— Non ha qui lei la sua famiglia?
— Sì, signor Regio Ispettore: qui ho babbo, mamma, fratelli....
— Bene: lei domani vi aggiunge un marito, ed ecco la felicità al completo.
La parola marito dipinse sul volto della giovane donna un amabile rossore, e ciò piacque molto a Beatus, perchè questa reazione fisica diventa sempre più rara sul volto delle giovani donne.
— Signore — disse ella — non è possibile.
— Oh!
— No, signore, non è possibile per noi professoresse trovar marito in questo paese.
— Questa è un'altra iperbole, signorina.
— È la verità, signor Regio Ispettore. Qui i giovani sono molto zotici. E noi, professoresse, non ci vogliono perchè dicono che noi siamo istruite. Io, poi, perchè sanno che studio, sono messa all'indice.
Questa cosa parve molto grave a Beatus. Ma allora a che cosa servono tutte le scuole che il Governo mantiene, in questo paese? Se non servono a togliere lo zoticume, a che servono?
[pg!14] La signorina non lo sapeva; e Beatus nemmeno, benchè fosse Regio Ispettore.
— In una città grande — disse Beatus —, la cosa mi pare ugualmente difficile per altra ragione.
Ohimè! la signorina aveva parlato, ma Beatus non aveva capito.
La signorina non cercava il marito, ma cercava la gloria.
— Lei cerca la gloria, signorina? — domandò Beatus.
Un'onda di più vivo rossore e un sorriso di speranza si incontrarono nel volto della giovane donna.
— La gloria.... Proprio la gloria, no — disse titubando. — Ma almeno farsi un nome.
— Lei aspira a farsi un nome?
Beatus aveva poco innanzi fissato il monastero dove vivono quelli che buttano via il loro nome; e guardò allora con rinnovato stupore quel volto della giovane donna, che domandava un nome.
— Ma in che modo, signorina?
— Scrivendo, signore! — disse con trepidazione.
— Scrivendo?
[pg!15] Lei aveva scritto tanto, tanto; studiato tanto; letto tanto: tanti trattati per formarsi uno stile, ma non sapeva ancora quale scegliere. In una grande città, frequentando la gente intellettuale, avrebbe trovato uno stile....
— Lei cerca, signorina, quello che non c'è.
— Che cosa?
— Lo stile.
— Oh! Che dice ella mai? Non esiste uno stile?
— Non esiste.
— Come? non esiste? Se non si parla che di stile?
— Quando lei — disse allora Beatus — avrà conosciuto tutto senza conoscere nulla; quando lei, nel silenzio della sua anima, sentirà salire la voce dei vivi e dei morti; e il lupo e l'agnello, e il pigmeo e l'eroe le parleranno ciascuno secondo il suo proprio linguaggio, allora lei avrà trovato lo stile: ma non lo saprà, perchè lei sarà come una morta fra i viventi, o una vivente fra i morti. E della gloria non saprà più che farsene.
— Non mai udii queste cose, signore.
— Può darsi.
[pg!16] «Férmati, Beatus!» gli disse il campanelluzzo del cervello.
Ed egli si fermò. Aveva parlato fuor di misura; ma la donna, quando è fresca, è come il latte, come la frutta fresca. Contiene essenze che producono una certa eccitazione.
La giovane donna infatti non intendeva di aspirare a queste diavolerie che Beatus aveva elencato, ma a cosa ben più semplice: una piccola gloria a proporzioni ridotte, di tipo moderno come la conquistano tanti: un onesto appannaggio della vita, che aiuta a vivere bene in società, qualcosa come sarebbe per un uomo un titolo cavalleresco, un diploma.
— Ha ragione, signorina — disse Beatus. — Questa, in verità, è una gloria di non difficile acquisto e lei la può anzi incontrare, così come a Roma può imbattersi in un portiere gualdrappato. Ma guarda, guarda, guarda! — si interruppe di un tratto Beatus.
— Che cosa, signore?
I grandi occhi della signorina guardarono: ma nulla c'era.
Ma il sole si era alzato e là dove esso batteva, in un campo a lato al viale, era tutto [pg!17] uno strano barbaglio d'oro con iridescenze opaline.
E perchè la vista serviva poco bene a Beatus Renatus, così domandò alla giovane donna che cosa fosse quel barbaglio.
— Il più vile dei fiori — disse la donna.
Era una distesa di quei fiori selvatici che crescono pei fossi, spontanei, l'estate; e non sembrano fiori. Sono come una tenue palla, e volgarmente son detti «soffioni».
— Sembrano i fiori del sole, — disse Beatus Renatus appressandosi.
Beatus colse uno di quei fiori, senza colore, ma così immateriale che la vista di lui non vi penetrava.
— Vedo un barbaglio di sole, e nulla più. Eppure è materiale! Lei, signorina, che ha miglior vista, forse meglio discerne.
Ella si appressò alla palla iridescente che Beatus teneva in mano.
— Oh, il meraviglioso ricamo! — esclamò. — Non avevo osservato.
— Certo un meraviglioso fiore — diceva Beatus. — Pare figlio del sole.
Ma mentre Beatus e la donna fermi così [pg!18] contemplavano, un pappo si staccò dal fiore e volò via; e dopo il primo, il secondo, poi tutti i pappi volarono via come per loro richiamo, e Beatus rimase col nudo stelo.
— Eppure — disse Beatus — io non ho avvertito un soffio di vento.
— E io nemmeno, signore, — disse la giovane donna.
— Oh! — esclamò Beatus — anche per lei, signorina, non esisteva il vento, ma per i sensi del fiore, sì.
Seguiva con lo sguardo quei pappi come punti d'oro che fuggivano lievi per loro richiamo.
— Anima, signorina — disse Beatus — vuol dire «vento»: un soffio di vento, ἄνεμος. Appunto vento occulto ai nostri sensi, ma forse esiste, come esiste un alito per questi fiori più sensibili di noi.
Ma gli occhi stupefatti della giovane donna lo persuasero — anche senza che il campanelluzzo funzionasse — che anche allora aveva parlato fuor di misura.
Troncò il discorso. Ma la donna lo vide trasfigurato di letizia come colui che crede aver trovato ciò che aveva perduto.
[pg!19] Di quella letizia approfittò la giovane donna per sollecitare la sua domanda.
Beatus la riguardò ancora, e il campanelluzzo gli disse: «Beatus, torna indietro! La signorina cerca uno stile, ma ha bisogno di un amante».
— Roma o Milano?
— Oh, signor Regio Ispettore — esclamò la giovane donna — Roma, Milano, il mio sogno!
— Ebbene venga con me all'albergo e ne parleremo meglio.
Ma la giovane donna disse: — Oh, signore, si sta così volentieri con lei; ma se io entrassi con lei nell'albergo, tutta la città questa sera lo saprebbe.
— Ma il viale è deserto, signorina. Nessuno ci ha visti.
— Anche questo chi lo sa? Ogni donna qui vive sorvegliando le altre donne.
— Così che ogni donna — disse Beatus — è guardiana della virtù delle altre.
— Ah, sì, signore.
— Per modo che tutte le donne, qui, sono virtuose — disse gaiamente Beatus.
La giovane donna non rispose.
[pg!20] Beatus disse:
— È un legittimo desiderio il suo, signorina, di cambiar residenza.
Beatus guardò quella giovinezza un po' sfiorita.
Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita.
*
La figurina era lontana e bianca in fondo al viale.
[pg!21]
[Capitolo III. — Pasquà.]
Così Beatus tornò solo al suo albergo.
Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone si chiamava Pasquà.
Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco nella città scura, e portava il superbo nome di Palace Hôtel.
Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci. Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono un naturale appannaggio dei pavimenti.
[pg!22] — Quando però non si tengono puliti, come è il caso — aveva detto Beatus indicando gli angoli col ditino.
— Tocca al facchino pulire — aveva risposto con dignità il cameriere.
La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri animalini schiacciati.
Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto, non senza soddisfazione: — Tempo di guerra, signore! — che Beatus tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola di bucato!»
Quel cameriere portava il frac, ma tutto laccato di nero, sì che incuteva ribrezzo.
Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di bianco.
*
Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il Palace Hôtel, ed era andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di bucato, anche in tempo di guerra.
Pasquà era un uomo sui cinquant'anni, obeso e tetro con faccia borbonica: stava solitamente [pg!23] sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se occorreva qualche cosa, chiamava: «Giggia! Carmè! Concettiella!» ma lui non si moveva.
Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari, idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a non far nulla.
— Voi che guardate? — aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus.
Egli guardava Carmè con quanta grazia, e in un attimo, colei allestisse nella padella le uova con la mozzarella. E un'altra volta in quel dì, Pasquà pur disse: — Voi che guardate? — Egli guardava Concettiella che dicendo: «Cocco mio, vien qua», aveva tirato il collo a un pollastro e lavorava, alfine; cioè spennava caldo caldo il pollo sul limitare e spargeva penne e immondizie per la via.
Beatus, nel primo caso, spiegò a Pasquà [pg!24] che ammirava l'arte con cui Carmè faceva saltare la padella; e nel secondo caso pensava a quel cocco mio seguito dallo stroncamento delle vertebre; e pensava altresì come una scuola che insegnasse a non spargere immondizie, sarebbe stata una gran scuola. Ma Pasquà grugnì: — Nun dite fesserie, pecchè voi guardate 'i femmine e nun 'a mozzarella.
*
Pasquà si moveva soltanto all'ora di servire a tavola. Ma non portava lui le vivande. Era soltanto quello che i latini chiamavano pincerna: cioè il coppiere. Portava e sturava le bottiglie, e allora soltanto aveva un po' di gaiezza.
— Quando — diceva girando con le dita contro la guancia, a modo di un cavatappi — avete bevuto questo rosolio, voi siete in paradiso.
Era anche un po' prepotente Pasquà. Diceva: — Voi volete sapere in cucina che ce sta. Non ci pensate. Mo v'arrangio io. — E portava quello che voleva lui, e diceva: — Quando [pg!25] io vi faccio riempiere bene a panza, non basta?
E in verità Beatus, benchè avesse la panza, cioè stomaco e intestino delicatissimi, mai come in quei giorni, sotto il regime di Pasquà, era stato così bene. Inoltre le tre donne per effetto della loro giovinezza gli scancellavano la imagine delle cose sudicie.
Era anche sgarbato Pasquà. Diceva: — Io v'apparecchio qua e voi ve ne andate là. Che avete? la tarantola in corpo?
È che Beatus cercava l'angolo dove la tovaglia fosse men sudicia.
— Ih, quanta aristucrazia! — aveva detto Pasquà. — Quando v'aggio dato 'a salvietta pulita p' 'a bocca nun basta?
Era anche curioso Pasquà: — Vui m'avite a spiegà come fate: v'andate a curcà e leggite, pigliate 'u caffè e leggite, mangiate 'a minestra, e leggite. Io dopo due minuti che aggio aperto u' Don Marzio, me volta 'a capa.
E vedendolo pensoso, Pasquà diceva: — Anch'io come voi tengo tanti pensieri; ma invece di tutti questi libri, bevete e non penserete più a niente.
[pg!26] Era anche sfacciato Pasquà. Apriva i libri, e vedendo scritto Storia — Ih, quanta storia! — esclamò. — La so anch'io la storia come voi. Re Gioacchino, Re Ferdinando, Re Franceschiello...... Tutti fessi!
*
Tornando dunque Beatus al suo albergo, trovò Pasquà sdraiato nel suo nirvana.
Aprì gli occhi porcini e disse tetro a Beatus: — Felice voi! Sempre di società anche la mattina!
— Perchè?
— Perchè avete sempre il gilè bianco, i guanti, e le scarpette lustre.
— Felice voi, Pasquà — disse di rimando Beatus —, voi che potete dormire anche al mattino; voi bella casa, voi bella salute, voi belle donne. — E indicò, nella cucina, le tre donne fresche e piacenti.
Lo guatò torvo Pasquà e disse:
— Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint' 'u core mio. Quando si arriva all'età mia, che campo a fa 'ncoppa a stu mondo? E anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le scarpe lustre!
[pg!27]
Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem.
«Ecco una cosa — disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo — che contraddice all'elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza, perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione dall'animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita».
E Beatus non sorrise più.
E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di Pasquà: l'amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di Pasquà.
[pg!28]
[Capitolo IV. — Pedagogia.]
Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro.
Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche variazione nei dialetti.
Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovata abolita la vecchia cattedra; e in quella vece il tavolino: riforma democratica, ma pericolosa, perchè tra maestro e scolaro deve esistere amore, ma con un metro almeno di distanza; in secondo luogo perchè il tavolino presuppone nel professore calzoni e scarpe irreprensibili, altrimenti gli scolari guardano le scarpe e i calzoni dei professori.
Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud aveva trovato gli scolari mescolati con le scolare, ma a Beatus era nato il sospetto [pg!29] che questa mescolanza aumentasse i globuli bianchi nel sangue degli adolescenti.
A questo proposito Beatus, una volta, aveva dato scandalo, perchè in una scuola liceale, essendo chiamata una signorina a rispondere, Beatus osservò che tutti gli scolari erano colpiti da stupore idiota.
Muta era anche la signorina: ma faceva il bocchino dolce e idiota.
«Dica quello che sa, signorina», confortò un professore con patetica voce. E allora il verso:
Chiare fresche e dolci acque — tremò su le labbra della signorina.
Ma Beatus interruppe dicendo: «stia ritta!»
«Ma io sto ritta!»
«No, lei sta storta!»
La signorina stava bensì ritta, ma in linea serpentina, come è stabilito negli ultimi testi della moda.
Allora Beatus inforcò gli occhiali e vide che la signorina era eccessivamente estiva nella sua blusetta, e ordinò:
«Esca e si vada a vestire.»
[pg!30]
*
Vi erano poi alcune note che non si sarebbero mai potute presentare senza offesa a Sua Eccellenza, fra cui questa:
«Se proprio lo Stato vuole lui alimentare le scuole, non alimenti almeno i propri nemici». Ve ne erano altre che se anche S. E. le avesse degnate, mai S. E. le avrebbe potute presentare in una relazione da distribuire ai signori deputati. Per esempio queste: «Lo studio è cosa aristocratica». Seguiva poi una nota che avrebbe offeso non solo alcuni deputati, ma poteva parere anche pazzesca a molti:
«Il grido, morte all'intelligenza! non ha valore se non quando si è percorso tutto il giro dell'intelligenza. Vero è che le democrazie scontano oggi l'errore di voler fare di tutti gli uomini animali pensanti.»
Altre note avrebbero offeso la corporazione dei professori; come questa: «La crisi attuale della scuola è in ultima analisi crisi.... di materia cerebrale».
Altre note poi offendevano l'intera nazione, come questa:
[pg!31] «Tanto nell'Italia del nord come in quella del sud esiste povertà del senso tragico: gli aggettivi ne costituiscono il surrogato».
Vi era, poi, una nota che offendeva tutto il genere umano: «Inutile predicare la verità.
«I dormiglioni tirano il collo al gallo! ma con tutto questo lo stupido animale canta pur sempre dopo la mezzanotte e allo spuntare dell'alba.
«I galli salvano l'umanità a prezzo del loro collo».
*
Anche quella mattina Beatus stette nella sua camera per sviluppare questi appunti, ma non ci riuscì. Non aveva reagenti. Però aggiunse questa nota: «Invece dei salterelli, insegnare la ginnastica giapponese che permette a chi è più debole di abbattere un mascalzone».
Ma quando fu verso mezzodì cominciò a sentire un piccolo onesto appetito allo stomaco.
Un'ala di pollo con annessa anca, calda bollente, sarebbe stata gradita. Rammentava il pollo, spennato da Gigia.
[pg!32] «È deplorevole — diceva Beatus pensando al pollo — che qualche volta lo stomaco umano reclami l'albumina animale. E se invece di una gallina fosse un gallo?»
Dunque si lavò le mani per la colazione. Cioè se le volle lavare, ma non c'era più acqua nella piccola brocca.
Chiamò con voce dolce, decrescente: — Gigia, Gigia, Gigia!
Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe risposto.
Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero mai fatte.
E scese per la colazione.
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[Capitolo V. — Fragole e ale di pollo.]
Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c'era nessuno ancora, fuorchè Giggia, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella, senza pudore, essendo già l'ora di servire in tavola, infilava i suoi piedi nudi nelle calze.
— Voi che state facendo? — domandò Pasquà a Beatus.
— Caro Pasquà — rispose Beatus —, vorrei fare colazione, e mi è sembrato di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un pollo nella pentola?
— Ce steva — disse Pasquà — ma sono venuti due operai e se l'hanno magnato.
— Due operai hanno mangiato un pollo?
— Eh, caro signore — rispose Pasquà — mo' i polli li magna chi lavora.
E allora entrò Carmè, la bianca, con un cestello di fragole.
[pg!34] — Oh, le bellissime fragole — esclamò Beatus.
— Queste non sono per voi — disse Pasquà.
— E perchè?
— Questa è una cosa troppo fina, e co' zucchero e co' cugnac, meno di quattro lire non ve le posso dà. È roba da cocottes che ponno pagà. E poi scusate; mo' che la gente soffre la fame e muore in guerra, vui andate cercando le fragole? Vui siete gentiluomo!
E queste parole furono proferite in tono di rimprovero.
Ora, siccome Beatus girava appunto l'Italia per rimproverare altrui, così gli dolse esser rimproverato dall'oste, e domandò:
— Come fate a sapere che io sono un gentiluomo?
— Ih, si vede! V'aggio domandato il nome? Se siete profugo, internato, se siete francese, chi siete, che cosa siete venuto a fare in questo paese? V'aggio presentato il conto? Vui siete gentiluomo e basta! Vedete quella tavola? Mo' arrivano le cocottes.
Una compagnia d'operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di cocottes [pg!35] o di ciantose ogni donnina un po' eteroclita.
— Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura, che va bene per vui.
*
Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e cocottes.
*
Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che le cocottes o ciantose erano giunte.
Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti alti e membruti, stilati all'ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico.
Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e cominciò: — Mo' ve servo 'na supressata di verace maiale «Eccellentissimo!», significò trivellando la gota.
Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due giovanotti consultarono [pg!36] prima le ciantose, e si sentì la voce di Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: — Più fine? Più fine di vermicelli con le vongole che v'aggio a dà?
A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice: «Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver vicino chi mangia pollo e fragole.
Nell'attesa degli spaghetti con le vongole, le due ciantose si tolsero i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in casa propria.
I due giovanotti assistevano all'operazione con molta serietà.
Per quello che Beatus poteva distinguere, le due ciantose erano due babbuine dipinte: carni un po' travagliate, roba di terzo ordine. Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all'alchermes, l'altro al pistacchio. Se avessero avuto più senno, [pg!37] si dovevano mantecare allo stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così.
Una di esse, d'un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e accolsero in faccia l'acqua benedetta.
Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose Pasquà:
— Vui pazziate, compà — disse. — Io vi apro una bottiglia che è una reliquia, e vui andate trovando 'a sciampagna!
Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò.
Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle ciantose: — Facite vedè!
Era il modo come esse tenevano la forchetta.
Si provarono essi, ma non vi riuscirono.
— La vostra maniera è aristocratica — disse uno —, ma accussì non se ponno magnà li vermicelli.
[pg!38] Una ciantosa intonò:
Mi chiamano Mimì
il perchè non so.
I due giovanotti si distesero estasiati come due grossi cani a cui si faccia una carezza.
Beatus provò un senso di nausea a quel romanticismo da strapazzo.
Ma il passaggio al realismo fu rapido, chè una delle ciantose disse forte ad uno dei due giovani: cochon, mon petit cochon.
Parve al giovane parola gentile e se la fece spiegare. La spiegazione fu data all'orecchio e piacque tanto che il giovane diè in uno sguaiato scoppio di risa. Allora anche l'altro giovane reclamò la sua porzione, e le due ciantose la diedero in toscano: — Schifosino, schifosetto, schifosone!
Ma quando le due ciantose dissero:
— Imboscato, imboscatissimo! — i due giovani mostrarono di non gradire molto.
— Ma se non c'è nessuno! — disse una delle due ciantose.