Il Romanzo della Guerra
ALFREDO PANZINI
Il Romanzo
della Guerra
nell'anno 1914
MILANO
STUDIO EDITORIALE LOMBARDO
MCMXIV
GIUSTIFICAZIONE DELLA TIRATURA
PROPRIETÀ LETTERARIA
Ditta L. Bordandini — Arti Grafiche di Forlì
AL SIGNOR LETTORE,
Questo libro contiene e rivive la passione, giorno per giorno, di questo tragico tempo, tragico anche per chi è vissuto lontano dai luoghi dell'azione.
Agli amici sigg. Facchi e Puccini, editori, piacque di stampare subito queste pagine le quali, per la più parte, furono scritte senza intenzione di stampa.
Se questo libro di passione contiene qualche parola un po' eccessiva — non di odio; ce n'è anche troppo dell'odio! — la colpa è un po' della parola, amante timida e ardente della verità, ed anche un po' dei signori Editori, i quali non mi concessero tempo di ritoccare troppo. Ma, proprio, nessuna cattiva intenzione!
Fu il 30 giugno, giorno degli esami al Politecnico: uno studente trentino giunse in ritardo. Aveva quasi le lagrime agli occhi per la commozione. La sera precedente — mi pare — era scoppiata la notizia della tragedia di Seraievo: l'arciduca Francesco Ferdinando da Este, l'erede al trono d'Austria, era stato assassinato.
— Giustiziato!
— Come crede lei, mio caro giovine, risposi. — Posso convenire con lei che la violenza rimane una delle cose più positive del mondo: ma i suoi frutti non mi piacciono.
— La storia del mondo procede per atti di violenza!
— Lo so; ed appunto per questo non è un'allegra storia. E quella povera arciduchessa?
— Una reazionaria fanatica, peggio di suo marito.
— E quei poveri figliuoli, innocenti, che non vedranno più i loro genitori?
— Questioni di dettaglio di cui non si può tener conto.
* * *
Stetti un po' in silenzio. Eravamo appoggiati al davanzale della grande finestra: il mattino estivo traeva dalla folta verzura dei giardini pubblici una purità grandiosa e solenne. I giardini erano pieni di bimbi in festa. I figli dei due assassinati forse in quell'ora giocavano, inconsci, nel parco del loro castello.
* * *
— Be' — dissi infine —, vada per la sua gioia! Un gran nemico — nemico aperto, conviene dirlo — d'Italia è scomparso; ma lei che cosa spera che venga fuori da tutta questa faccenda?
— Una guerra immensa...
— Eh?
— Per forza! L'Austria-Ungheria, con gli Slavi che, ora, le scappano da tutte le parti, è messa in una condizione disperata. Cercherà di venirne fuori con una guerra....
— Vada, vada — esclamai, — scelga un posto e faccia un poco di compito. — E non volli sentire altro. — Assolutamente non voglio sentire altro!
Una guerra? La guerra? Un'immensa guerra? Ma si potevano dire più bestialità in poche parole? E da un giovane che fa studi positivi!
Mi ricordo che proprio lì, al Politecnico, uno dei più autorevoli professori — oggi deputato — mi diceva un giorno: «Ma sa lei che bisogna essere ben letterati, ben poeti, per credere alla possibilità di una guerra europea? La rete degli interessi è tale da impedire automaticamente qualunque guerra. Gli armamenti? un premio di assicurazione contro la guerra, dovuti anche ad un fattore economico di recente creazione: l'industria degli armamenti».
Osservava un altro professore come i progressi della chimica nella fabbricazione degli esplosivi fosse a tale punto che la guerra doveva per forza essere uccisa dalla guerra.
«Piccole guerre coloniali avverranno ancora — diceva un altro signore —, ma guerre europee sono un non senso, un anacronismo, specialmente per il fatto tangibile, acquisito, pacifico — come dicono i legali — del maggior rispetto per la vita umana! Ma c'è dell'altro: i governi a tipo ancora feudale, bisognerà che ci pensino due volte! L'Internazionale oggi è una potenza, specie in Germania. Del resto il Kaiser, con tutti i suoi travestimenti un po' medievali, è un garbato signore, un onesto, pacifico viaggiatore di commercio per gli articoli, made in Germany.
* * *
Io questi ragionamenti li sento ancor vivi all'orecchio. E chi non li ha sentiti?
Per mio conto devo pur dire come in me — per quanto tutti i gigli e le rose della fede nel buon divenire umano sieno divenuti fieno e stabbio, era come una inconsapevole sensazione che i geni dei vari popoli d'Europa fossero a tale grado di maturanza da potersi oramai equilibrare e compenetrare fra loro senza più ricorrere al giudizio di Dio o, meglio, del Diavolo, a quella assisi orribile che è la guerra. Perciò era naturale che togliessi la parola al mio bellicoso scolaro, come a dirgli: «Non faccia il letterato anche lei. Qui, al Politecnico, di letterati ce n'è uno, ed è di troppo!» Avevo lì i giornali del mattino, fra cui l'Avanti!, figlio cadetto del Vorwaerts. Glielo buttai sul banco dicendo piano: Ecco, caso mai, i nuovi carabinieri e pompieri pel suo incendio.
* * *
Ora chi avrebbe pensato mai che dopo un mese — ma nemmeno! — ciò che era fantastico, sarebbe divenuto realtà?
* * *
La macchina del pensiero però in quella mattina era stata messa in moto e non era in mia facoltà l'arrestarla. I tumulti e le sommosse in Italia erano in quel giorno, 30 giugno, ancora in prima linea.
I giornali dell'ordine un po' deridevano le così battezzate repubbliche di Pinocchio, un po' denunciavano le violenze, gli incendi, i saccheggi, i mezzi teppistici usati. Se ne raccoglieva un senso — diciamolo pure — di pavore e di incertezza da parte delle classi dirigenti. E su quel pavore tonava da Milano la voce del prof. Benito Mussolini, direttore dell'Avanti!, per nulla intimidito, per nulla pentito: «Ma questa era la guerra di classe! la guerra non si fa coi guanti; la teppa rappresenta gli eroici sanculotti della nuova rivoluzione. Vi si preparassero i signori borghesi!»
Allora è sempre la guerra — pensavo —, cioè, se non è zuppa, è pan bagnato.
* * *
Di queste cose m'intrattenevo nel mese di luglio — quando il sipario dell'orrenda tragedia europea non era ancora levato — con l'amico Renato Serra, qui in Bellaria, lungo la riva del mare.
Renato Serra — non se ne dolga l'amico, restìo ad ogni lode — è una delle più luminose intelligenze che io abbia avuto la ventura di conoscere in questi ultimi tempi; e se le cose non andassero così come vanno, il suo posto dovrebbe essere ben altro che in una deserta biblioteca di Romagna! Egli si trova oggi in tutta piena giovinezza: alto, quasi atletico, quasi imberbe, coi nervi molto a posto (non come i miei): porge tuttavia, a prima vista, l'impressione di un ragazzone riguardoso e quasi timido. Ma quando guizza la spada del suo pensiero, timido e riguardoso nei giudizi diventa invece chi l'ascolta. Non che egli sia o folgorante parlatore o dialettico. È persuasivo perchè è profondo, arrendevole, umano. Parla pianamente con spiccata cadenza romagnola, chiudendo un po' le palpebre quasi a meglio concentrare la sua imagine di pensiero: spesso un impercettibile sorriso! Dà piacere accostarsi a lui. Nella sua città di Romagna lo chiamano semplicemente, Renato. Ama di vivere col popolo, ma non beve il gran vino del popolo, perchè egli è bevitore d'acqua. Adora nostalgicamente la Romagna e il suo popolo, benchè il popolo non sospetti affatto chi sia Renato.
Veniva spesso a sorprendermi, sfolgorando nella bicicletta lucida, con quel suo sano affettuoso sorriso, sotto il gran sole. Eravamo così lontani dalla guerra che si faceva la psicologia dei fatti del giugno, specialmente in Romagna. Era stata allora chiamata sotto le armi una classe, e pareva imminente un nuovo sciopero dei ferrovieri.
Le nostre osservazioni non erano troppo liete. — Mussolini — diceva Serra — è un romagnolo di schietto temperamento rivoluzionario, un sincero. Potrà spiacere, in segreto, anche a qualcuno dei suoi, ma ha il merito di avere dissipato un equivoco in cui ci cullavamo: esiste realmente in Italia uno stato rivoluzionario. E mi narrava anche come molti in Romagna, socialisti en amateurs, rimasero un po' atterriti vedendo il volto della rivoluzione! «Libertà, libertà!» Cosa? Così, libertà! Come tante volte, in Romagna, nei tempi dei governi passati: «Libertà, Libertà!» Gente armata sbucava da non so dove domandando, libertà!
In tale caso — dicevo io — la pace goduta fino ad ora è stata comperata dall'on. Giolitti....
Alcune constatazioni erano anche più tristi. Lo Stato? Ecco il nemico! Si ubbidisce, in Italia, allo Stato per necessità, per paura, come al tempo dei cessati governi: ma il padrone morale è un altro.
Si discuteva, sottilizzando un po', sopra i due termini, rivoluzione o guerra civile? Un contrasto di idealità può portare alla rivoluzione, che può essere anche un bene. Ma oggi si tratta piuttosto di un contrasto economico. Borghesia e proletariato, si trovano, per chi bene osservi, sul medesimo piano morale.
A me pareva molto opportuno rilevare questa distinzione, non ben veduta, forse, dalla sincerità del prof. Mussolini. Ma Renato Serra trovava che era del tutto inutile proclamare una verità a cui nessuno avrebbe prestato fede.
Così si parlava, tanto si era lontani dalla idea della guerra. Era così sereno il mare in quei giorni! Tanta vita allegra e spensierata fioriva lunghesso il mare!
* * *
Sul mondo, d'improvviso, è apparso lo spettro immane della Guerra. Oh, non mai più terribile cometa vide il mondo! Il Vescovo ordinò ai devoti le orazioni pro tempore belli: in tutta l'Italia si tennero comizi popolari contro la guerra. Ma le preghiere pro tempore belli non valsero più degli ordini del giorno nei comizi. Si sono udite voci strane, incredibili! «Siccome il capitalismo è internazionale ed è danneggiato dalla guerra, così fu proposta una momentanea alleanza fra capitalismo e proletariato che pure è internazionale ed è danneggiato dalla guerra». Si sono adombrati i fatti alla maniera così derisa dei vecchi tempi, quando non esisteva ancora il materialismo storico e la critica positiva: cioè si diede tutta la colpa al Kaiser, alla bellicosità del figlio del Kaiser: Tisza, Francesco Giuseppe, la casa Krupp, il Papa, i fornitori di muletti e di buoi... Come la guerra di Ilion, cagionata dalla vendetta di Menelao e dall'isterismo di Elena.
* * *
Milano, 2 agosto: Io sono passato, come un'oca, per tante fasi politiche! ma mi conforta che molte saranno state le oche come me. Il 2 agosto, ero per breve tempo di ritorno a Milano: una domenica asfissiante, deserta. Il sole aveva riflessi quasi cinerei.
Mi imbatto nel sig. H*** un vecchio barbuto germanico. Egli mi assicura che la Germania non vuole il Cosacco a Berlino. Egli ne è fieramente impressionato. — La cosa è terribile! Noi non vogliamo il Cosacco a Berlino!
«Voi, tedeschi, andate per tutto il mondo! così se anche i Russi vanno a Berlino....» Ma non dissi codesto. Dissi invece: — Ne è proprio certo lei che il Cosacco andrà a Berlino?
— Da qui a tre anni, certissimo! La Francia come una meretrice, seduta sulle ginocchia del Cosacco, lo accarezza, lo ubbriaca, gli dice: Dà per me una pugnalata alla Germania. Aspetta tre anni! dice il Cosacco. Ma noi siamo pronti oggi!
Il paragone non manca di qualche verità. Il signor H*** batte poi queste parole, in buon italiano, sulla incudine metallica dell'accento teutonico in modo impressionante.
Mi dispiega poi un articolo del Corriere della Sera. Mi fissa, quasi minaccioso, col bianco de' suoi occhi azzurri. Il Governo italiano ha proclamato la neutralità! Anche il Corriere, il giornale dei benpensanti, il sostenitore, fino a ieri, della Triplice, approva la neutralità!
(Avevo veduto il Secolo e l'Avanti! che sostenevano la neutralità).
Dissi: — Anche il Corriere della Sera? Impossibile.
Mi squinternò il foglio: — Legga quest'articolo dell'on. Torre...! Aveva due occhiacci il signor H***!
— Non c'è niente da dire — risposi un po' impacciato. — Così che Avanti! Secolo, Corriere, si trovano per la prima volta in congiunzione. È ben strano!
— Niente strano! Prevedibile pur troppo! Ma è il più pericoloso giro di walzer che abbia fatto l'Italia! Dunque, l'Italia neutrale, Inghilterra contro....
— Ah, questo è impossibile! — risposi subito con premura, anche per non raccogliere quell'affare del giro di walzer. — L'Inghilterra, gente pratica, fare la guerra? Impossibile! «e poi — pensavo — cane non mangia cane».
— Possibilissimo! La Germania perderà forse per mare: ma si batterà, oh, in maniera formidabile.
Mi pare di vedere una lagrima diffondersi su quelle pupille d'acciaio del signor H***.
— Senta, signor H***, dissi — mi pare che in questo momento, dipenda dal loro Kaiser volere la pace o la guerra. La Serbia si è umiliata....
Il nostro Kaiser è cavalleresco e fedele.... — dice il signor H*** con intenzione non dubbia.
Ho capito: torniamo ai giri di walzer: e mi sento quasi sollevato quando il signor H*** mi saluta.
* * *
Mi pare tutto un sogno: Penso al solito serpente di mare, che pescano i giornali quando è l'estate. Mi viene anche in mente di andare a Mombello a domandare al prof. Antonini, che mi onora della sua benevolenza: «Che cosa succede nel manicomio del mondo, signor mio?»
Entro nel Circolo Filologico. Vediamo cosa dicono i giornali esteri. I giornali italiani hanno quella brutta abitudine delle testate enormi, che scuotono tutto il sistema nervoso.
I giornali esteri non sono arrivati. Tutta la posta con l'estero è sospesa.
Trovo il numero ultimo dell'Humanité (30 giugno) del socialista francese Jaurés.
Jaurés scrive che ha ferma fiducia che la guerra non si farà. Ciò mi rimette un po'. I socialisti tedeschi sono una potenza, un impero nell'impero. No, la guerra non si farà. E poi è possibile che il Kaiser si voglia mettere in urto col suo popolo? Dei socialisti e sindacalisti francesi, poi, non ne parliamo. Vaillant, l'antico comunardo, ha dichiarato: «Votiamo dunque la proposta dello sciopero generale, per la salute dell'umanità, per la pace contro la guerra!»
Si deve trattare d'uno scherzo — diciamo pure — di cattivo genere, che il Kaiser fa all'Europa. «Via, piccola Europa, — dice il Kaiser — non tremare!» s'ode un gran rumore: l'Europa tira il respiro. È il Kaiser che ha rimessa la spada nel fodero. I figliuoli del Kaiser sono un po' bellicosi, ma ci penserà il babbo a metterli a posto. «Vi pare, ragazzi, che nel secolo ventesimo si possa fare la guerra sul serio?»
Oimè! Proprio lì, al Circolo Filologico, trovo le tracce della guerra! Un gruppo di giovani tedeschi, già miei scolari, mi salutano. Sono in abito estivo, lieve, con il colletto candido alla Robespierre. Dolci volti imberbi escono dai larghi colletti. Sono calmissimi: consultano l'orario delle Ferrovie.
Ci salutiamo. — E gli altri? — domando.
— Già partiti per la guerra! — (mi prende un tremito, dentro).
— E voi?
— Partiamo domani. — Mi mostrano i fogli di via del consolato germanico, del consolato austriaco: pochi sgorbi su di un modulo, eppure segnano la storia!
— Simplon, chiuso. Bisognerà passare per Verona, Ala. Oggi niente arrivati giornali. Neppure posta arrivata. — Così dicono e nulla più. Sembrano tutti presi da un'unica idea rettilinea.
— Anche questo qui Kriegsfreiwillinger, come si dite in italiano? Oh! «volontario» per la guerra — (Chi mi parla così è un caro giovane, impiegato qui, a Milano, in una Banca: aveva promesso di mandarmi in dono un bell'orologio a cucù della Selva Nera, quando fosse tornato al suo villaggio della Selva Nera. Indica, così dicendo, un suo compagno, un esile adolescente biondiccio, un fanciullo addirittura. L'adolescente sorride: nulla dice).
* * *
Ah, il dio Moloc non è necessario, oggi, andarlo più a vedere al cinematografo, nella Cabiria del signor D'Annunzio! Esso cammina per l'Europa. È però un fatto che questi ragazzi tedeschi non vedono coi loro dolci occhi lo spaventoso dio Moloc, che oggi passeggia per l'Europa. Divino dono della giovinezza: non vedere, non capire!
Mi salutano poi tranquillamente: — Buon ciorno, signor professore!
Rabbrividii. Forse buona eterna notte! Domani, a questi giovani teutonici sarà messo in mano un fucile; andranno ad uccidere un francese, un russo..... Perchè?
Eppure in tanti inverni, in questa scuola internazionale del Filologico di Milano, i giovani francesi, russi, teutonici, inglesi, turchi anche, si trattarono con la più squisita cortesia. Domani si piglieranno a fucilate.
Che brutta ora segna il cucù dell'orologio della Selva Nera!
* * *
Miei cari giovani tedeschi, permettete che vi dica una parola, non con brutalità teutonica, ma con sincerità italica: nessuno più di me ha ammirato le vostre invidiabili qualità; e spesso ho pensato che una nazione la quale lancia tali figli per il mondo, ha diritto di conquistarsi un bel posto sotto il sole! Quante volte vi ho proposto alla sentimentalità, volubile e tumultuosa, dei miei scolari italiani! E ne ebbi male parole! Voi non volete ubbidire — dicevo —, e so anche che è molto difficile farvi ubbidire, anche perchè voi volete sapere il perchè. I tedeschi ubbidiscono anche senza perchè. Miei cari giovani tedeschi, i miei cari giovani italiani non vogliono ubbidire. Ebbene, cari giovani tedeschi, voi dominerete i mari, le banche, i mercati più di noi. Pazienza! Ma mai, mai, avrei pensato, o giovani tedeschi, di veder voi, così corretti, così puliti, oggi così in via di imbrattarvi di sangue! Credete, non vi laverete così presto. E allora che vale, per la salute vera del mondo, che voi siate dominatori dei mercati, delle banche, delle terre, dei mari?
* * *
Un giornale cattolico fa della letteratura. Sempre questa letteratura! Scioglie un inno alla guerra il piccolo novello Goethe, perchè deve annunciare come di qui comincia la novella istoria!
Va, va a leggere l'Evangelo, qui gladio ferit, gladio perit, o piccolo giornalista cattolico.
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Non ho visto mai Milano così triste, così deserta come in questa domenica. L'asfalto delle vie ardeva, il cielo aveva un colore, un colore come d'asfalto. Tutte le persiane dell'aristocratica via di Borgonuovo erano chiuse. Vi ho contato tre viandanti appena. Davanti al Cova niente automobili laccate: dietro le vetrate, niente dame del five o' clock tea.
Sull'angolo del Cova, per campione, appena tre gentiluomini con l'erre scemo. Sento che parlano anch'essi della guerra, ma con indifferenza. Ciò è indizio di gran signoria.
* * *
In una trattoria, dove mi sono recato a mangiare un boccone (vecchio risotto al salto che sa di rancido, vino tetro che mai non conobbe la vite: oh, Bellaria, mare azzurro, vino rubino, pane con profumo di grano, galletti che cantano ancora, frutta appena spiccata!) siede un vecchio signore, un po' sgangherato, sdentato e sordo. È preso dal convulso della politica: parla, mangia e ride nel tempo stesso. Aveva letto il decreto di neutralità del governo italiano, e diceva con gioia:
— Io non voglio il male di nessuno: ma è certo che i fastidi degli altri ci fanno maggiormente sentire la nostra pace.
Si rivolgeva a me, e chiedeva con insistenza:
— Non è della mia opinione?
— Imbecille!
* * *
Volevo riposare un po' nel pomeriggio: ma non mi fu possibile. Che cosa stava per fare l'Italia? Poteva conservarsi neutrale? Non è una folle illusione lo sperare di non ardere in mezzo a tanto incendio? Ma e poi? Non fu rinnovato il trattato di alleanza con la Germania e con l'Austria prima ancora che scadesse il tempo? E a Trieste, a Vienna, a Berlino si suona ora la marcia reale, l'inno a Tripoli; si grida: Viva l'Italia! viva il re Vittorio Emanuele III! Ma che cosa diranno adesso che sapranno della nostra neutralità?
Ci manderanno un ultimatum di ventiquattro ore! Adesso è un gioco di società spedire ultimatum.
Non potendo dormire, sono andato a trovare, con un pretesto qualsiasi, un signore, autorevole in molte cose, ed anche in politica.
Ho bisogno di sentire qualcuno. Non che io stimi quel signore un genio della politica; ma siccome non ho visto mai la sua cravatta scomposta; non ho mai udito la sua parola concitata, così ho bisogno di vedere se in questi monumenti terribili le sue parole e la sua cravatta si mantengono ancora così composte: cioè se ne capisce qualcosa di questo ciclone.
Mi fa l'effetto che anche lui non sia eccessivamente orientato: però è tranquillissimo.
Dice: — Già, è un momento un po' climaterico che attraversa l'Europa...
Non so: questa frase mi fa venire in mente i periodi ciclonici ed anti-ciclonici del Corriere della Sera.
— Ma è la fine del mondo! — dico io.
Sorride della mia iperbole.
— E l'Italia?
— Ecco — dice —, tutto dipende dal contegno che terrà l'Inghilterra. Se l'Inghilterra dichiarerà guerra alla Germania, è molto probabile che anche l'Italia sarà trascinata nel conflitto...
— E dovremo andare contro la Francia?
— Eh, già!
— E dovremo marciare a fianco dell'Austria? ma le pare possibile che ciò avvenga?
— Tutto è possibile in politica. La politica è un giuoco di interessi.
— Allora siamo alla guerra anche noi. Oggi no, domani sì! Ma come mi spiega lei questo fatto che la Triplice è stata, per tanti anni, l'arca fidelis, la torre eburnea, la stella mattutina della pace europea, tanto che l'Italia si fidanzò col teutonico per godere il beneficio della pace, e adesso è la Triplice che dichiara la guerra...?
— La moglie dovrà seguire il marito — risponde quel signore.
— Ma allora anche le parole dei re, degli imperatori non contano nulla! Perchè tutti non siamo qui per testimoniare come tutte le volte che i re e gli imperatori venivano a contatto fra di loro, la parola più importante che dicevano levando i calici dello champagne, era, «Pace!». «Siamo felici di garantire la Pace!» «La Pace è garantita ai nostri cari popoli!» Le agenzie telegrafiche subito lanciavano al mondo questi confortanti messaggi. Ben è vero che il mondo pareva dire: «Pensate piuttosto a garantire voi stessi, o teste coronate!» Ed ora che cosa avviene? Qualcosa di mostruoso. I re garantivano il falso, ed il mondo marcia in guerra, ubbidendo al comando dei re.
— Ecco, veda: le cose stanno così — mi risponde quel signore: i re, gli imperatori, ecc. sono come i reofori di quelle dinamo ultra-potenti che sono i popoli e le nazioni. Niente di più pericoloso che l'incontro dei reofori, niente di più minaccioso per la pace che l'incontro dei re quando bevono insieme lo champagne...
— E sia! — dico io — Ma e i pacifici? gli uomini dal cuore puro? i poveri di spirito? i galantuomini insomma?
— Godranno il regno dei Cieli! Via via! La Russia combatterà contro la Germania una guerra dolcificata, tanto per onor di firma. La Russia non può fare gli affari per i begli occhi dell'Inghilterra...! Questo lo capisce anche lei.
— Ma l'Inghilterra darà una ripassatina con le sue formidabili dreadnoughts a tutti i nostri porti di mare!
— Ma lei rimane a Milano, che non è ancora porto di mare! Del resto, creda che per quanto possa far dispiacere, una lezione ai nostri buoni vicini francesi va mica male. Si metta tranquillo. Lei vedrà che la Germania in pochi giorni si spiccia, e l'Inghilterra non avrà nemmeno il tempo di decidersi, tutto finirà bene.
Quel signore mi accommiata così, come dice il medico per tranquillare l'ammalato: «Vedrà che tutto andrà bene».
Io non sono calmato: io sono esasperato: io sono onorato di non valere niente in politica. Repubblica o monarchia mi lasciano indifferente: ma è pur certo che nelle monarchie sopravvivono ragioni dinastiche, orgogli atavici che vietano molti componimenti. Ma l'Austria non poteva concedere lo sbocco al mare alla Serbia? La Germania non poteva costituire la Lorena e l'Alsazia in istato autonomo? E il mondo non è forse abbastanza grande perchè la vilis mercatura degli Inglesi e dei Germanici abbia il suo sfogo? Lo so: questo non è ragionare da politici, ma da poeti. Voi, voi, però, uomini positivi, uomini dell'alta tecnica, dell'alta borsa, siete pur cattivi politici!
* * *
La sera è profondamente triste. Ma come faremo per giorni e giorni, forse per mesi, a vivere nell'ansia di simili notizie? Ho le tasche piene di giornali. Ma uno ne sa come l'altro.
Si attende sino alle dieci un supplemento del Secolo e del Corriere. Si dà per certo l'ordine di mobilitazione di tutto l'esercito.
Esce il supplemento del Secolo. Un furgoncino ha attraversato di furia Via S. Margherita. La luce elettrica è strana nella gran via senza gente, coi negozi chiusi, i palazzi soli. Un movimento di rigurgito di poca gente in corsa si forma dietro il furgoncino. Non so per quale associazione di idee mi viene in mente il ricordo del primo carro chiuso notturno, che trasportava i cadaveri, in un anno lontano, che ci fu un po' di colera.
Sotto l'arco della Galleria tutti hanno il foglio del Supplemento spiegato. Si tratta semplicemente della chiamata di due classi. Si legge in un attimo: ma ho la visione di tutta quella gente, fisa a lungo e immota, sul foglio. Sarà per domani!
Non ho letto ancora tutto l'Avanti!
Di notevole, un avvertimento in termini molto secchi a S. E. il ministro Salandra. I socialisti in questo momento si trovano d'accordo con S. E. quanto alla neutralità, ma lo pregano di non rompere la gloria ai socialisti. Essi sono occupati a salvare l'Italia.
Se sapessero quei signori che effetto produce questa parola Italia su quel giornale! Il problema della patria! Quei signori l'hanno sempre girato questo scoglio!
Tutto al più serviva per buttarvi molte fra le immondizie che essi incontravano per via. Hanno affermato un ideale di più largo contenuto. Ma era una soluzione puramente dialettica, non sostanziale. La parola Patria! riappare.
* * *
Lunedì, 3 agosto. Il mattino è sereno. La gabbietta dei miei piccoli uccellini, alla finestra, si sta come il solito: gaia. Il platano del giardino diffonde, attraverso le larghe foglie, una luce verde, fra cui scherzano tranquilli gli occhi del sole nascente.
Mi pare un sogno di guerra. Esco: la realtà mi richiama terribile.
Ad un bar, dove prendo il caffè, ci sono già i fogli del mattino. Recano le dichiarazioni di guerra. Anche l'Inghilterra!
L'Inghilterra! Guglielmo annunzia al mondo che ha levato la spada e non la deporrà se non con onore.
Le dichiarazioni di sfida delle grandi Nazioni, in caratteri grandi neri, parole immote in istile di prammatica, producono un'azione paralizzante anche nel giovane che mesce il caffè.
Ma non tremò la mano di chi le scrisse? V'è uno stupore, un silenzio! I tram, la gente di via Torino, tutto è più lieve, tutto pare preso da sbigottimento. La mente tuttavia non ci crede ancora. Forse sono le grandi parole di sfida come in un torneo cortese. Tanto furore, tante morti seguiranno queste immobili parole? Ma non è questa la stessa gente che tumultuò in giugno per uno o due dimostranti, uccisi in Ancona?
* * *
Mi si disegnano davanti le parole dell'antico poeta: Illi robur et aes triplex circa pectus erat! Non sono soltanto le macchine di guerra fasciate di quercia di bronzo: il cuore dell'uomo è fasciato di bronzo!
* * *
Le Banche sono affollate: file lunghe, sommesse, pavide, davanti agli sportelli. Buoni Ambrosiani! Un vecchietto si stacca infine con un piccolo fascio di banconote da cinquecento. È felice.
Saluta un amico che sta in fila. Ma, poi, un improvviso dubbio l'assale. Chiede a bassa voce all'amico: — Questa roba qui avrà poi valore?
* * *
Mi raccolgo su me stesso e mi domando: Ma che bisogno ho io; io, individualmente, di pigliarmela così calda? In fondo questa guerra non è il fallimento più clamoroso di tutte quelle idee di umanità, di fratellanza, di pace a cui non ho mai voluto apporre la mia firma, una firma che, in realtà, non valeva niente, ma io non ho mai firmato. Firmavo, per dovere d'ufficio, le circolari di S. E. il ministro della P. S., quando, in febbraio, invitava i professori di fare le conferenze su la Pace Universale. Vero è che in iscuola io stavo muto come un pesce, con grave scandalo dei miei scolari, i quali volevano anche dalla mia bocca udire la buona novella che le guerre non si troveranno più se non nei manuali di storia.
Ah, la pace universale! le conferenze sulla pace! Impossibile che io dimentichi l'entusiasmo che invase, tanti anni fa, tutta la Milano intellettuale quando Guglielmo Ferrero, allora giovanissimo e sconosciuto, tenne le sue conferenze per la pace universale, contro le guerre, contro le caste militari, contro le spese improduttive, ecc. ecc. Il giovane conferenziere era portato sugli scudi della celebrità da tutti i giornali; compresi i giornali dell'ordine: ma egli svelava il mistero dell'uovo di Colombo.
Quei poveri nostri ufficiali non so come facessero, in quei giorni, a passeggiare sotto la Galleria senza arrossire di farsi vedere con la sciabola al fianco. E tanto grande era l'entusiasmo che non si tollerava nemmeno la critica.
Un mio caro amico mi disse benevolmente:
— Tu sei ancora l'uomo delle caverne. Guglielmo Ferrero è l'apostolo dell'avvenire.
— Ammetto — ricordo bene che risposi —, ma quel giovane signore ha sbagliato indirizzo...
— In che senso?
Nel senso che farebbe meglio ad andare a Berlino ed a Vienna a tenere le sue conferenze.
Impossibile che io dimentichi lo scoppio di contumelie quando — intorno a quel tempo — Giosuè Carducci pubblicò la sua ode, La Guerra. Se le parole fossero state cipolle e pomidori fradici, il gran vecchio sarebbe morto molti anni prima.
I più benevoli dissero: Quell'uomo corre verso il suicidio della poca popolarità che ancora gli rimane.
— E questi sono gli educatori della gioventù! — mi ricordo che mi disse Teodoro Moneta, e diventava rosso come un gambero, e il ciuffo dei capelli bianchi gli si rizzava sulla fronte.
Caro e buon Moneta! Egli non mi indicò la porta in quel giorno, ma a un di presso. Però disse: — Non capisco cosa lei viene a fare qui (Portici settentrionali, 21, dove risiede la Società Internazionale per la Pace).
Ma Teodoro Moneta (gran vecchio, cieco e dolente, ora) era una nobile anima e un grande italiano.
Ricordo (e il ricordo è prezioso) che un giorno D*** e io lo assilammo abilmente a proposito della generosa, ma pur troppo vana difesa che gli andava facendo su la Vita Internazionale degli Slavi, in Trieste nella Dalmazia.
Il povero vecchio era quasi vinto dalle nostre parole. Ad un certo punto la voce gli tremò, non seppe più trattenersi e disse: — Sapete anche perchè io sono pacifista? perchè cerco di comporre il dissidio fra Italiani e Slavi dell'Austria? Perchè sento che un conflitto armato ci sarebbe fatale. L'Italia e la Francia devono combattere con le armi del loro genio!
Bisogna dirlo ben forte: il pacifismo di Teodoro Moneta aveva carattere di religione, e nulla aveva a che fare col pacifismo scrofoloso di tanti e di tante! Nessuno più di Teodoro Moneta augurò all'Italia una gioventù forte, aliena sì bene da ogni provocazione, ma temprata a respingere ogni provocazione.
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4 Agosto. Da Milano a Bellaria.
In treno si parla ancora come cosa certa di mobilitazione imminente. Frontiera nord-est o frontiera nord-ovest? Ah, questo, poi, nessuno lo sa.
Un grosso signore di mezza età, con una spolverina di tela e il più schietto accento toscano sulle labbra, è tutto occupato del prezzo del cambio. Per tutto il resto è tranquillo. Gli faccio il quadro imponente di tutte le più catastrofiche eventualità della guerra. Non si commuove troppo. Allora arrivo sino al ritorno dei Lorena in Toscana. — O, senti! — di questo gli dispiacerebbe, per Dio!; ma lui prende..., — io prendo icche viene!
— Ma, scusi, lei è?...
— Fabbricante all'ingrosso di casse mortuarie!
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Bellaria. Qui, a Bellaria, se ne parla appena della guerra; come di una cosa che avviene in un altro pianeta. La buona gente ragiona ancora con soddisfazione dei fatti del giugno, della rivoluzion, com'essi la chiamano. Si odono parole grosse; ma non bisogna darci troppo peso. È il dialetto romagnolo che è di natura iperbolico. Qualcuno, un po' più scalmanato, mi consulta sul modo più semplice di abolire i signori, e mi fissa con intenzione.
Non è cosa semplice, abolire i signori, per la ragione che si formano di per sè: rinascono.
Del resto Bellaria è un'oasi tranquilla in Romagna: la gente vi è mite e gentile. Chi a Bellaria non possiede la sua casetta? la sua barca? il suo arenile? la sua bottega?
Io ci vengo qui da tanti anni e mi pare di goderci una certa reputazione. Non credo, però, che sappiano precisamente quale è il mio mestiere. Dire: scrivo è poca cosa. Quasi tutti sanno fare a scrivere. Dire, artista, sarebbe presunzione, e poi non sarei inteso. Artista è chi fa cose strabilianti che altri non sa fare. Per esempio, tenore, baritono. Ma costoro sono gente qualificata: hanno ville grandi, automobili, e non trattano col popolo familiarmente. Ecco: professore! Ma di che cosa? Mi presentano talvolta questioni di rettifiche di confini, di numeri mappali. Una bella sposina, che ha già sei figliuoli, mi chiamò in disparte per sapere da me come evitare il settimo figlio. Io feci un minuzioso questionario: dopo di che la persuasi che, avendone sei dei figliuoli, poteva accettare anche il settimo. — Dovevi venir da me qualche anno addietro, cara la mia donna! — Insomma godo la confidenza e la reputazione da parte di molte persone.
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Si vendono molti giornali: i signori attendono l'arrivo dei giornali.
Si ode quasi ogni dì, ogni sera, per la serenità della sera dalla parte di Pola, un sordo lieve brontolio che sorvola sulle onde del mare come un alito pauroso: il cannone. La guerra è in questo pianeta.
La guerra! La gente mite me ne chiede ogni mattina: — Lei che ha sempre quel foglio in mano, come va questa guerra? Non si sono accomodati?
— Chi?
— Quelli che fanno la guerra, i signori, quelli che comandano....
— No, non si sono accomodati.
— Speriamo che si accomodino!, e intanto la farina aumenterà, il fromentone aumenterà, la miseria crescerà.
Emigrati, giunti da Longwy, da Trieste, raccontano cose paurose dei Tedeschi.
La gente si limita a dire: — Speriamo che non arrivino fin qui! — Del resto le loro casette non si elevano oltre le cime delle marruche e dei tamarischi.
Strano, mio figliuolo Piero! Mi strappa i giornali di tasca e più le notizie sono terribili, più sorride. E non è un idiota! Dice: — Allora è la guerra sul serio! Doloroso fenomeno umano: ha visto le orrida bella, le guerre, solamente nei libri: gode di vederle nella realtà.
Si parla sempre di chiamata di classi: i più evoluti assicurano che, in caso di chiamata, sapranno ben loro quelle che c'è da fare!
È venuta la chiamata alle armi di due leve, e nessuno si è mosso. Si sente la forza dell'ineluttabile. Le teste si curvano come le cime degli alberi si curvano e contorcono sotto l'uragano.
Ma l'oste, vecchio abbonato all'Avanti!, non si sa dar pace: — Ma come? la guerra? la guerra tra la Germania e la Francia? E i socialisti tedeschi?
— Marciano con l'Imperatore.
— Sarà, ma non ci credo.
— Veda — mi dice trionfante —: hanno fucilato Liebknecht....
— Speriamo bene — rispondo. Ma il giorno dopo Liebknecht è ancor vivo e marcia anche lui alla frontiera.
Le notizie dell'invasione del Belgio pacifico, hanno fatto una seria impressione sul vecchio oste. Lo sorprendo che catechizza certi giovanotti, sdraiati un po' mossulmanamente lungo una siepe: — Insomma, raghezz, se vengono in casa, bisogna che marciate anche vuiter!
Mi pare che siano poco persuasi. Hanno letto troppe vignette dello Scalarini nell'Avanti!
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Mi sorprese l'espressione del barbiere, buttata a caso, mentre mi facevo la barba: — La vita degli uomini oggi vale poco: siamo in troppi!
To', la famosa legge della domanda e dell'offerta!
Era necessario un grossolano barbiere per illuminarmi! Ma che luce livida! come di un lampo enorme nella notte.
Ah, il rispetto della vita umana, la conquista più sicura ed «incontrovertibile» della nostra civiltà. Miserabili ciarlatani!
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28 Agosto. Martedì. La grande battaglia è impegnata. Quando se ne saprà l'esito? Non ho pazienza di più attendere i giornali del mattino sino alle nove. Poi questa gente in accappatoio, in pijama, che fa tranquillamente il bagno, queste donnette che contrattano uova, pesche, polli, che si raccontano bolognosamente gioiose, eh! come hanno ammannito il ragù, o l'anatra col risotto, o i tortelloni col butirro e la forma; queste signorine che bisbigliano dell'abito che sta bene, del l'abito che sta male, mi producono un'oppressione intollerabile.
Serra in questi giorni è venuto di frequente, e mi lascia ogni volta con un «arrivederci» sempre più incerto. Nella sua qualità di ufficiale di complemento, si aspetta ogni giorno il precetto di richiamo.
Anche lui, come me, non ha più voglia di far niente. — Si vive — dice — come in un'altra atmosfera. I consueti discorsi, le consuete occupazioni non mi sembra che abbiano più scopo.
Già, anch'io non ho più voglia di far nulla.
Ho passato tutta una mattina con la schiena nuda, grondante, sotto il sole in un lavoro bestiale tanto per fare qualche cosa: vagliare la ghiaia del giardino.
— Si desidera — prosegue Serra —, così, appena di parlare con quei due o tre con cui si può parlare senza parole. Ecco perchè vengo da lei.
Grazie!
Andammo lungo la riva del mare. Recitammo una sestina del Petrarca, e il sonetto: Sennuccio mio, ben che doglioso e solo.
Fa quasi ridere Serra, questo quasi atletico giocator di pallone, quando modula i versi tutt'a suo modo, salendo e disgradando con una vocina flebile di rosignolo in amore.
— Ma perchè poi questa guerra? — interruppi io.
— La causa per cui sono sempre avvenute le guerre — risponde Serra, con la stessa voce mite e quasi rassegnata con cui modulava la sestina del Petrarca. — Si ricorda il ver sacrum, le primavere sacre dei Romani? I nomi delle cause sono mutati, ma la causa rimane sempre la stessa! Il popolo tedesco è come un bambino che è cresciuto in proporzioni gigantesche. Sente la necessità di spezzare i suoi vestiti che non lo contengono più, come la biscia esce dalla sua vecchia pelle, come l'aragosta abbandona la vecchia crosta...
— Allora qualcosa di automatico...
— Tutta la vita, se la guardiamo un poco al di là della superficie parvente, è formata dalla ripetizione di antiche consuete piccole azioni automatiche; coltiviamo le stesse biade, mangiamo gli stessi frutti come tremila anni fa, ubbidiamo alle stesse necessità fisiologiche, affettive, illusorie: umanità che è vissuta, e non ha mai fatto troppa osservazione dove è vissuta, perchè è vissuta come è vissuta: La vita? Una piccola parabola davanti al sole. Forse era fatale questa nostra piccola parabola davanti al sole! La vita! Un pullulare di bolle in fondo a una fonte perenne. Alcune bolle vanno più su, altre scompaiono subito. In verità sono sensazioni che non si acquistano bene se non nell'attraversare queste ore tragiche, questi cataclismi, i quali corrispondono ad uno stato precedente e latente di conflitto, piuttosto che preparare un nuovo ordine di cose. Poi si riprende ancora il solito ritmo fino ad accumulare, dopo un certo numero di anni, gli elementi esasperati per un nuovo cataclisma. Press'a poco quello che avviene dei temporali. La nostra generazione pacifica è stata sorpresa dal temporale.
— Io ho anche un'altra sensazione, Serra.
— Quale?
— Mille diavoli che ghignano davanti al grottesco enorme di questa nostra umanità che si massacra e scrive da per tutto: Per rispetto all'igiene è vietato sputare per terra. M'hanno detto che in Germania, anche nei boschi, si trovano i cestini per raccogliere le carte sporche.
Serra alzò le spalle. — Sciocchezze!
— Sciocchezze i cestini? il mio ragionamento? la civiltà? l'igiene? Domandai. — Allora che resta da fare, nella vita, caro Serra?
— Vagliare delle pietre, come ha fatto lei, ieri....
— O recitare una sestina del Petrarca — dico io.
È sopraggiunta la Titì dal mare, con le chiome ondanti e bionde giù per l'accappatoio. Ride. Anche se ci sarà Serra a colazione, ella vuole a tavola la contadinella, sua piccola compagna di giuochi.
— Beato lei, Serra, che non ha figli! — mi avvenne di dire.
Accenna tristamente col capo di sì.
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Dico, la grande battaglia è impegnata: due milioni di combattenti s'allineano lungo il confine di Francia. È così? Così assicurano i giornali. Una immane battaglia frontale come ai tempi primordiali. Il pensiero si smarrisce. Non ho la pazienza di attendere. Prendo il treno e vado a Bologna.
Quando fu sera, incontrai l'amico Lolli. Ha sessant'anni, quasi; ma conserva ancora l'aria un po' sbarazzina e di uomo da faccende dei tempi eroici. Il Lolli appartiene alla vecchia guardia dell'Internazionale. Fu amico del Costa, del Pascoli, del povero Severino, nei giorni della gran loro giovinezza in Bologna. Ne assorbì — da quel popolano che egli è — alcuna intellettualità. Non ha mai rinnegato «scientificamente» l'Italia, e perciò quando lo incontro a Bologna, mi accompagno volontieri con lui.
All'ora di mezzanotte, siamo andati alla Redazione del Giornale del mattino per avere notizie. Buone notizie! L'esito della battaglia è ancora incerto. Non si domanda, del resto, che la Francia vinca: unicamente che resista. Si annuncia che i Russi, improvvisi, inattesi, hanno invaso la Germania orientale, con immenso arco, ai laghi, ai laghi... Un nome che non si può decifrare.
— Non puoi credere come questa notizia mi faccia bene — dice Lolli. — Adesso, vedi, vado a dormire più tranquillo.
Ma quando fu il mattino, ottenebramento completo: i Francesi battuti a Charleroi. Particolari orrendi di strage. Longwy caduta. Longwy cadea! I versi del Carducci battono monotoni, insistenti contro le pareti del cervello. Non so che cosa fare tutto il giorno.
Dal barbiere, un vecchio petroniano, parente del famoso sur Pirein, legge, come può, il numero dei morti. Commenta: «Quante pipe hanno perduta la loro cannuccia!»
Un salumaio ed il barbiere ridono. È la frase, parafrasata dalla plebe, della canzone di gesta: «Quanti francesi vi hanno perduta la loro giovinezza!»
Un ufficialetto tutto fresco, elegante, seduto all'aristocratico caffè Medica, immerge, con le unghie rosee, un panino dolce nel caffè e latte dolce. Vorrei vedere ufficiali ferrei, terribili.
Una meretrice, dipinta, canta, sulla soglia, una canzone da caffè concerto: Ma se c'è il signor curato, resto!....
In via Rizzoli mi sorprende questa frase bisbigliata sotto i baffi grigi da un maggiore di artiglieria ad un suo collega: «Quale imprudenza! Ma non dovevano mai attaccare!»
Vi sono molti ufficiali fra via Rizzoli e via Indipendenza: imberbi, eleganti, in istile. Ripeto: li vorrei vedere titanici, terribili. Lo so: faranno assai bene il loro dovere, come hanno fatto in Libia, ma li vorrei vedere più terribili. Mi viene alla mente il mio tenentino dei bersaglieri, a Milano. Ha un battere di ciglia impressionante. Ha poche idee, lucide: «Battersi!» Dove? come? quando? Non sa: ma battersi. Era mio scolaro: marinava spesso la scuola. Ora è bersagliere.
— È buono — gli domandai un giorno — con i suoi soldati?
— Minga tant! Quando mi vedono, cercano di nascondersi.
Durante lo sciopero del giugno, l'ho visto fulmineo, coi suoi bersaglieri, bloccare una via. La teppa gli gridava: «Tenentino, te cognossi! Se ti troviamo solo, ti mettiamo le busecchie al sole». Sorrideva co' bei denti aguzzi, ripetendomi questa minaccia. Si rodeva le unghie, ma non per dispetto o per vendetta. Ma perchè, «Veda, — diceva — in Germania, quando passa un reggimento, un reparto di truppa per la città, tutto si ferma: passa l'esercito! Qui, a Milano, siamo pregati di fare il giro dei vergognosi per le vie di circonvallazione. Non si deve disturbare il commercio col militarismo». Gli battevano le ciglia. Caro ragazzo!
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Incontro in via Rizzoli, il capitano X***, mio conoscente. — Nessuna notizia quanto alla mobilitazione?
— Pel momento, nessuna.
— Davvero?
Sorride. — Davvero!
— E se viene?
— Se viene, avremo due guerre...
— Alla frontiera....?
— A quale frontiera, non so. Ma certo una guerra fuori e l'altra dentro. Cose che avvengono in Italia, Paese che vai, sciopero che trovi — dice con rassegnazione.
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Vado al Carlino. Non vi sarà nulla. Ma andiamo, io ed un giornalista... Ecco Mario Missiroli che ne esce. Ci salutiamo affettuosamente. Chiacchiereremo alquanto, poi andremo a cena insieme.
— Lo converta! — mi dice il giornalista che era con me, nell'atto di accommiatarsi: — Missiroli è germanofilo!
— Non è vero! — dice sorridendo Missiroli — le spiegherò....
Missiroli è un giovane pallido, esile, diafano; figura un po' da asceta. Pare cresciuto, non alla luce del sole, ma al chiaror bianco della luce elettrica, nelle lunghe notti vegliate alla redazione del Giornale.
Intelligenza lucida, inflessibile, fredda. Segue la sua logica sino alle conseguenze più dispietate. Direi che se ne compiaccia. Bellissimo ragionatore, ed i suoi ragionamenti riuscirebbero del tutto persuasivi, se gli uomini fossero soltanto pedine dello scacchiere della logica.
Ma gli uomini sono spesso illogici; la verità è proteiforme; ed il più puro ragionamento dispiace quando l'umanità sanguinante può dire, come Beltram dal Bornio nell'inferno dantesco:
Or vedi la pena molesta
Tu che spirando vai veggendo i morti:
Vedi s'alcuna è grande come questa.
Egli è cattolicamente fedele.
Il mio buon Missiroli è egli convinto di codesto suo cattolicesimo? Io non so: ma bene io so che molti spiriti nobili e liberi sono oggidì infastiditi a tal punto di questa nostra democrazia un po' aristofanesca, che i più stravaganti travestimenti del pensiero riescono spiegabili.
Missiroli è calunniato: egli non è propriamente germanofilo.
La Germania odierna è un possente organismo di popolo; invece dei lieds e ballate, sibilano le sirene di mille officine, le quali riversano sul mercato mondiale una produzione impressionante; le sue applicazioni tecniche sono fra le più perfette; la sua cultura è la più vasta cultura del mondo; la sua letteratura è la più sterminata letteratura; il suo esercito è la più perfezionata e formidabile macchina che mai sia stata ideata, come lo scheletro di questo meraviglioso organismo. Nel momento storico attuale quest'organismo subisce una crisi di dilatazione, fiorisce. La lenta infiltrazione non basta più! È l'esplosione, cioè è la guerra.
Di queste cose tutti siamo oggidì persuasi.
Ma il pensiero di Missiroli procede più oltre, ed io ne riferirò per quello che posso.
— La guerra che la Germania combatte — cominciò egli a dire —, è la guerra dei popoli giovani e poveri, senza sbocchi e senza grandi mari, ansiosi di domini, di territori, di oceani, contro popoli ricchi e capitalisti, che hanno il dominio del mondo, ma non lo sanno più tenere questo dominio; i quali non hanno più aumento di popolazione; non possibilità di azioni eroiche. Tali, l'Inghilterra e la Francia.
È, in altri termini, la guerra dell'energia creativa contro il danaro, l'opulenza, la decadenza, contro nazioni le quali rappresentano glorie finite ormai. Gli Inglesi? Ma se oramai non fanno che selezionare galli, cani, cavalli, giocare a foot-ball, a criket! Unica arma la flotta: un investimento di denaro! La ricca Inghilterra fa la guerra col sangue degli altri. Ha spinto il Giappone contro la Russia, perchè non sa più combattere essa!
— Dunque, Rule Britannia! Britannia, signora dei mari, non più? — mi ricordo che domandai.
— È un destino segnato!
— Povera Albione! — pensai fra me — Eppure tutte le volte che la ingiustizia e il buon diritto non furono in troppo aperto contrasto coi suoi interessi, la Grande Inghilterra si comportò con nobile umanità —! Rifugio e patria dei nostri martiri, non io dirò parole perfide verso di te. Tu sei ancora ben grande». — E la Francia, caro Missiroli?
— I Francesi? gaudenti, lascivi, scettici, pacifici fermiers, pacifici rentiers, intenti a tagliare coupons! E chi non è rentier, fa il rivoluzionario per diventare rentier. Hanno oro molto, ma sono oramai in pochi a difenderlo. Hanno ingegno da vendere. Ma fanno troppe commedie. Ha seguito il processo Caillaux? Una delle più belle, ma anche una delle più disastrose commedie francesi. Ora si alza il sipario della tragedia.
Ma il pensiero di Missiroli procede ancora:
Tutto questo costituisce il buon diritto della Germania; e la guerra che essa combatte è guerra essenzialmente rivoluzionaria e democratica: di una democrazia in pieno sviluppo. Quella democrazia che odia la violenza, ha compiuto la sua parabola. La guerra presente avrebbe fatto delirare di entusiasmo Carlo Marx, che ne fu il profeta. Ecco perchè i socialisti tedeschi marciano sotto il vessillo dell'Imperatore; ecco perchè il posto logico dei socialisti del mondo sarebbe là!
Ma il pensiero di Missiroli prosegue ancora, e senza pace:
— L'egemonia germanica non è che una fase della storia moderna, di quella storia che io chiamerei protestante, perchè comincia con Martin Lutero!
Lutero, Rousseau, Rivoluzione francese: ecco i tre grandi momenti. Così si inizia la democrazia moderna! Ma la Francia si è fermata a Rousseau, alla democrazia sentimentale ed astratta; al tentativo di conciliare la trascendenza col razionalismo.
Tutta la tragedia della Francia è qui!
Ora la trascendenza è vera quando arriva alle ultime conclusioni, cioè al dogma morale, alla rivelazione: al cattolicesimo puro in una parola.
In caso contrario, conviene arrivare alle ultime conseguenze del razionalismo, cioè a Kant, ad Hegel, pel quale la verità e la giustizia non sono cose immutabili, ma una continua creazione dell'uomo, un perpetuo divenire.
Ed infine bisogna arrivare a Carlo Marx, che è l'erede della filosofia classica tedesca: che è l'azione di questa filosofia.
— La conclusione?
— La conclusione è questa; miei cari amici — dice Missiroli (perchè egli dice miei cari amici anche quando parla con una persona sola): intendendo così la vita come una serie perenne di azioni che non coincidono mai con qualcosa di fermo e di vero, la vita perde ogni fine ed ogni senso.
Quel sublime ideale — chiamiamolo Dio — che trascende la vita, che la guida e la giudica, viene distrutto.
Decapitaro Emanuel Kant Iddio,
Massimiliano Roberspierre, il re.
Per tal modo l'uomo espia la ribellione primordiale, immolandosi ad una divinità senza termini, ed in una lotta che non si chiuderà mai. Abolita qualsiasi Autorità che possa distinguere la cosa giusta dalla cosa ingiusta, è fatale rimettersi alla guerra...
È strano! Mentre Missiroli parlava mi veniva alla mente qualcosa di simile, da me letto in quell'abborrito e pure originalissimo libello, i Dialoghetti, che il padre di Giacomo Leopardi, il conte Monaldo, scrisse nel 1831.
Missiroli proseguiva:
— Questa tragedia è fatalmente senza tregua e senza epilogo. Il suo principio porta alla guerra e vive di guerra; tutta la vita è concepita sotto la categoria della distruzione. Tutti gli egoismi e tutti gli istinti sono scatenati. Essa assume le forme più diverse e più paradossali, i nomi più strani, le armi più insidiose: lotta per la vita e selezione nel mondo animale, spietata concorrenza nel mondo della produzione e distruzione e sperpero di ricchezza, lotta di classe nel campo sociale, guerra nella vita internazionale. Dappertutto ira e furore.
La guerra attuale non è altro che un episodio saliente e riassuntivo della guerra che si perpetua ogni ora in tutti i campi del pensiero e dell'azione; è il quadro tragico e orribile dell'orgoglio umano, ribellatosi alla parola di Dio.
Ecco perchè la democrazia razionalista è impotente contro la guerra e non sa, non può, non osa nessuna azione contro il flagello terribile, che abbatte tutte le dignità umane. In nome di quale autorità, in virtù di quale principio assoluto, il razionalismo, la democrazia, possono condannare la guerra e gridare una parola di pace, se essi vivono appunto della negazione di tutto ciò che può offrire all'umanità un assetto veramente civile, una vita veramente umana?
Se la stessa verità intellettuale è una creazione del nostro pensiero, se la giustizia e la verità sociale non sono conseguibili se non attraverso la faticosa e dolorosa elaborazione della storia, alla quale le vite umane vanno immolate — come gli antichi immolavano alle deità bugiarde le vite degli animali — quale protesta può elevare la nostra coscienza, quale parola di pace?