The Project Gutenberg eBook, La Madonna di Mamà , by Alfredo Panzini
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ALFREDO PANZINI
La Madonna di MamÃ
ROMANZO DEL TEMPO DELLA GUERRA
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1916.
PROPRIETÃ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Copyright by Fratelli Treves, 1916.
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Milano â Tip. Treves.
a Renato Serra.
Noi ci conoscemmo di persona, la prima volta, a Bellà ria. «Lei chi è?» domandai. Io stavo sdraiato all'ombra di quella mia disgraziata casa, quando, riscosso ai lievi passi sull'erba, domandai:
«Lei chi è?»
«Io sono Renato Serra».
E allora guardai. Diritto, luminoso, puro: coi sà ndali ai piedi nudi come di peregrino. Non mai il mattino d'estate, il mare in pace, il canto grande delle cicale mi parvero circondare più nobile creatura giovane. Tu, o Renato, sorridevi a me di un indefinibile sorriso, ove era insieme timidezza e ironia.
E mi ricordo che, nei frequenti colloqui di poi, lungo la riva del mare, io ti rimproveravo di consumare la giovinezza in quell'oscura tua città di Cesena; e tu pur sorridevi.... Ora ripenso a quei colloqui lontani, alle tue parole; le quali certamente erano singolari per un giovane, ma più che per sè, erano singolari perchè spazìavano in un'atmosfera meravigliosa di elevazione.
E più che le parole, ho in mente la tua figura forte e il tuo passo andante lungo la riva del mare: le onde azzurre si venivano umilmente a smorzare su le arene, come ricamandoti innanzi la via; e i grandi corpi delle donne, distese su la sabbia, entro gli accappatoi, volgevano verso di noi gli occhi indolenti.
«Perchè andare così in fretta, Renato? Perchè non stà rcene così indolenti anche noi al sole e spremere qualche grappolo che la fresca vite pur matura agli uomini?»
Oh, tu eri ben avviato a piè scalzo, Renato Serra! tu ben camminavi espedito ben fuori della tua oscura città , gettando via ogni mondano impedimento. Tu eri avviato verso una immota verità , tu camminavi verso la morte.
Certamente, o Renato, tu, colpito nelle tempie da palla austriaca sul monte Podgora, il 20 luglio 1915, sei fra i grandi morti per la Patria, ma più specialmente tu a me appari morto per non so quale alta predestinazione.
Ora, quest'agosto, a Bellà ria, aprivo la finestra prima che si levasse il sole.
La finestra dà sul mare verso l'oriente: tutto il ricamo delle stelle ardeva ancora; poi quella luce azzurrina schiariva; poi la palpèbra del sole si apriva. Un'ebbrezza sino alle lagrime: e su le acque, senza più vele, mi pareva di vedere la nave dei liberati dalla servitù dell'Egitto. Un mio piccolo fanciullo, che già tempo sollazzava su questa spiaggia, era con te, o Renato; la cara madre mia era con te in quella nave. E non sentivo tristezza per i morti, nè inerzia. Avevo l'impressione di essere come il fringuello cieco, che pur disperatamente canta.
In quei mattini d'estate fu proseguito questo romanzo senza pensiero di letteratura e mi pareva di fartene lettura di qualche passo, come era intervenuto altre volte quando tu eri in vita. Così durava l'incanto finchè il sole mi investiva tutto sul capezzale, e la voce degli uomini allora si destava: e spesso si inquadrava nella finestra a terreno la pescivèndola bellariese. Una bella ragazza in verità : scalza e pomposa giovinetta, che vestiva tricolore! Bernuss rosso di velo, alitante su le carni, un velo verde in testa e un gonnellino bianco: Vol e' pess?
Così si è formato questo libro. Libro, nato di me solo e non di donna, nato con dolore: porta il bel nome di lui, e con lui il nome degli altri, morti per difendere la umana Pietà , morti per la più vera Verità , per la più pura Bellezza della vita, cioè per la patria più grande, per la conquista di più giusto impero.
A. P.
LA MADONNA DI MAMÃ
Capitolo Primo.
La bella fetta d'angùria.
I calzoni di Aquilino erano corti per quelle gambe che si facevano ogni anno più lunghe; ma quella sera riserbavano al giovinetto una piacevole sorpresa, perchè sentì alcunchè di solido dentro una tasca. E non era la medaglia della Madonna, che mamà gli cuciva tra gli abiti: non era un baiocco del papa, ma una moneta con l'effige del re.
Nel cielo splendeva la luna piena d'agosto; sulla terra la gente andava in processione a respirare la frescura del mare, e sentire la banda.
Aquilino, trovata che ebbe la moneta, si fermò. Lì, presso la barriera, c'era un venditore di angurie. Le spaccava con la coltella e, al lume di una candela, esponeva quella roridezza di fiamma.
â Angurie dai semi mondi â vociava l'omaccione: â si mangia e si beve.
Aquilino stette un po' considerando se era cosa più saggia comperare con quel denaro una misura di brustolini, o forse anche entrare arditamente nel caffè dei signori e comperare un'offella: cose nutrienti e solide. Ma vinse l'anguria, benchè acquosa.
Che bontà , ma come sottile quella fetta! E stava intagliando sulla scorza gli ultimi vestigi del rosso, quando il venditore gli si appressò, e gli portò una nuova fetta, grande quasi un quarto di anguria.
â Ma questo cos'è?
â C'è quel signore che gliela paga.
Il giovinetto si accorse allora che, un poco discosto da lui, sedeva un signore che mangiava anche lui l'anguria.
Sorrideva, e faceva cenno di «no»!
Era proprio un signore! con una bella barba e due occhi dolci e luminosi: ma una faccia forestiera; di quei foresti che vengono pei bagni di mare: anche perchè un signore della sua città mai si sarebbe seduto sotto una frasca a mangiare angurie.
â Mangi senza scrùpolo la sua cocòmera â disse la voce di quel signore â, io non c'entro. à quest'onesto cocomeraio che è stato preso da un violento accesso di rimorso per la fetta troppo sottile che le ha dato. à vero, signor cocomeraio?
Quel signore parlava a sbalzi, a sfumature, con un certo accento che Aquilino non avrebbe saputo ben definire di qual paese, ma non era la gorgia melliflua e cascante dei signori della sua città : oh, un forastiero.
â Sai? â disse poi confidenzialmente â non te ne avere a male; ma mi è parso che tu stavi facendo come dicono a Napoli: si mangia, si beve e si lava la faccia.
â La faccia me la lavo con l'acqua tutte le mattine.
â Oh, guarda! E allora prendi....
E così dicendo, gli diede una manciatella di confetti, di cioccolatini, di quelli ravvolti nella stagnola d'oro e d'argento. Gli sonavano nelle tasche. Aquilino si voleva schermire, ma fu vano.
â E adesso te ne vai anche tu al mare, a sentire la banda, eh?
â à un po' tardi oramai, signore, e mamà non va a letto se prima non vado a casa io.
â Ma tu sei l'araba fenice dei figliuoli. Lavori anche?
â Oh, guarda! e cosa studi?
â Il liceo, signore!
â Il liceo? â E colui corrugò le ciglia.
â Il liceo, sì: oh bella! Perchè mi guarda così?
E parve ad Aquilino che gli occhi di quell'incognito lo fissassero stranamente. Ma fu un attimo. Attinse dalle tasche altre manciate di confetti, e a forza li insinuò nelle tasche di Aquilino. â Così ne porti anche alla mamma che aspetta, vero? Oh, puoi accettare senza scrupoli. Io sono il padrone delle cose dolci: io vivo sempre in mezzo alle cose dolci.
â Cosa?
â Sono un dolciere. Vai, vai!
Capitolo II.
Gli à ngioli.
Aquilino si destò il dì seguente col bel sole d'estate e con una vaghezza nel cuore di incontrare nella luce del giorno quel così dolce signore.
â Che buoni confetti, quelli col rosòlio dentro, e le mandorle toste!
â Non sono certo quelli del droghiere, â confermava la mamma, â che c'è più gesso che zucchero; e con quei numeri del lotto, che poi non vengono mai.
Che mattino gioioso! C'erano lì, nella stanzetta, tutti i libri della scuola: un po' in vacanza anche loro. E i libri di scuola riposavano, un po' perchè era il mese delle vacanze; e un po' anche perchè, da qualche tempo, fra il giovinetto ed i libri di scuola si interponevano gli à ngioli della terra.
*
Aquilino era oramai entrato in quella beata costellazione dello zodìaco della sua esistenza, in cui davanti agli occhi meravigliati appaiono figure con l'aurèola d'oro in testa, come gli à ngioli che i pittori di una volta dipingevano. Erano teste chiomate di giovanette. Oh, quante! Oh, come belle! Con gli occhioni pietosi o sorridenti su di lui. Oh, come pure! perchè, dopo la testa chiomata, non appariva allora che un manto che ventilava, come appunto negli à ngioli degli antichi pittori. Spesso la stanza era piena di queste testoline.
Provava una dolcezza di sogno; e tutt'al più â ogni tanto â qualche fremito strano nelle maschili membra; del quale fremito non trovava allora la relazione con tutti quegli à ngioli così puri; e insieme col fremito, una gran distrazione. E bisognava proprio che fosse un bravo figliuolo per non abbandonare interamente i suoi libri di latino, di greco, di matematica, che erano proprio niente in confronto degli à ngioli.
*
Aquilino uscì, dunque, di casa e non ebbe molto a girare che trovò quel signore, sotto il tendone del caffè dei signori, che sorbiva una granita. Gli stette un po' davanti, ma non osava accostarsi. Lo riconobbe lui: â Sei tu quel signorino â gli disse â che faceva, ier sera, all'amore con la cocòmera?
Ad Aquilino pareva di dover dire tante parole di riconoscenza; e invece rimase lì un po' oca mùtola. Il cuore lo spingeva bensì verso colui, ma ora la luce del giorno metteva in rilievo troppa differenza fra quel signore e lui. Non che quel signore vestisse con sfarzo, anzi vestiva un semplice à bito grigio scuro: ma c'era un non so che di troppo fine; come di vellutato, di profumato, che formava una gran distanza fra loro due.
â Prendi, bimbo, un rinfrescativo per bocca? â gli bisbigliò. E ordinò una granita.
Proprio in quel momento transitava lì, davanti al caffè, il vecchio conte Biancolini, uno dei maggiorenti più autoritarî della città . Il quale conte certamente, in mezzo alla gran barba grigia, aveva una bocca: ma Aquilino mai la aveva veduta aperta al sorriso.
Ebbene, in quel mattino, ne vide la bocca sorridente e ne udì anche la voce, perchè quel personaggio così autorevole, appena ebbe veduto l'amico di Aquilino, sorrise; e insieme sventolò la destra in atto di saluto e con voce del tutto amichevole, lasciò cadere queste parole: â Buon giorno, buon giorno, caro Còsimo. â E passò oltre.
â Lei è amico di quello lì? â domandò Aquilino.
â Zitto! Sono il suo maggiordomo. Non ci credi? Ma tu che hai visto, bimbo? hai visto la versiera? il bau-bau?
â à quello lì â disse Aquilino con un trèmito di odio â che quando (voleva dire «mamà » ma si rattenne): che quando abbiamo fatto l'istanza al Comune per un sussidio per poter continuare il liceo, ha risposto che non c'erano fondi; ma che se anche ci fossero stati, era tempo di finirla con la poverà glia che vuol studiare.
â Sai? à un po' ancien régime....
â Lo so però io cosa mi costa l'ancien régime! Se non era, del resto, per mamà , li avrei già piantati gli studi. Noti che il sussidio c'era, e l'han dato a un altro che era della cricca, e valeva meno di me. Oh, ma verrà la rivoluzione....
Ma capì subito la sconvenienza di quella parola rivoluzione, che gli era rigurgitata dal cuore. Anche quel signore aveva un po' il profumo di ancien régime.
Ma quel signore non si scompose. â Fai, fai pure! Io come t'ho detto, sono un maggiordomo, e sai? Tutti i camerieri sono partitanti della rivoluzione.
*
Aquilino incontrò anche nei dì seguenti quel signore, e si diè ad osservarlo. Vide che, contrariamente a quella sua gaiezza, se ne stava un po' appartato dalla gente mondana, come suol fare una persona melancònica. Chi poteva essere? Certo una persona di molto riguardo, perchè altrimenti il conte Biancolini non lo avrebbe trattato così; ed anche altri signori aristocratici lo salutavano con segni di amicizia e rispetto. E quando lo vedeva ben solo, Aquilino faceva a modo del cane smarrito e senza padrone verso l'uomo che ha usato l'imprudenza di buttargli da mangiare, o gli ha fatto una carezza.
â Ã un poco triste, mi pare, signore! â diceva accostandosi â Che ha?
â No caro, triste; sto rosicchiando dei peeck-frean. Ne vuoi? â E gliene dava.
E così il cagnolino, invece di andar ramingo per la sua via, si accostava sempre di più.
Aquilino avrebbe parlato così volentieri di argomenti serî; e lui invece faceva bizzarri discorsi su argomenti vuoti. â Conosci come è fatta la specialità inglese dei peeck-frean? A Napoli li fanno anche e buoni, e li chiamano tarallucci.
â Sai? Sta attento, bimbo â gli disse una volta, â non ti accostare troppo a me. Io sono una spia segreta dello czar.
E Aquilino non capì, cioè il cagnolino non si smarrì.
Ma una sera dovette capire.
Una sera che c'era la banda al mare, Aquilino era in istato di ebbrezza: profumi di tuberose e gardènie; mare azzurro; e tutte quelle testoline di à ngioli, bionde o brune! Il sole tramontando fra incredìbili fulgori estivi, aveva parlato a lui, il sole! alla sua anima giovane per misteriosi segni: «Tu sorgi alla vita, Aquilino!» Poi, dall'altra parte del cielo, era apparsa la luna, ed anch'essa gli aveva parlato, e l'anima di lui si era gonfiata e tremava come le acque inargentate del mare si gonfiano e treman d'amore verso il bel pianeta. E la banda in mezzo al gran popolo suonava, per i clarini e le trombe; ma ad Aquilino pareva una di quelle musiche eroiche che intònano agli uomini l'assalto verso non so quale sublime conquista.
Ma sopra la marmorea terrazza del casino rifulgeva come un olimpo di signore e signori.
Nessun impedimento fra quell'olimpo ed il popolo basso, fuor che una scalea. Ed Aquilino, smarrito, sentiva il bisbiglio del popolo, vedeva gli occhi delle donne, dal basso, rivolti verso lassù: «Quella è la tale; quello dicono che è il suo amante; senti quella come ride! Che brillanti! Buscherata, che brillanti! Quella è tutta dipinta. Adesso usa. Se ridessimo noi così!»
Ma quell'olimpo pareva come ignorare la esistenza di quel pavimento di popolo.
Anche Aquilino stava a guardare lassù. Egli vedeva vivi, di carne, i deliziosi suoi à ngioli. Ce ne erano tante lassù di giovinette; e avevano anche il corpo. Oh, come bello!
Oh, i flessuosi corpi, oh, i leggiadri inchini delle teste chiomate! Ma a chi, in quel circolo, quelle giovinette si inchinavano? A chi, come preso e sorpreso, tutti facevano onore? A lui, al suo amico, al bel signore, che gli aveva regalato i confetti e la cocòmera rossa. Parevano tutti come festeggiarlo. E c'era fra quei signori il conte Biancolini, e c'era quel melenso del suo figliuolo, il quale pur gli era debitore, giacchè i compiti di greco (sia pur con qualche compenso), glieli passava lui.
Come una siccità era nella gola di Aquilino e un martellare nel cuore.
Evvia, che una scalea non è insuperabile barriera per chi ha avuto un richiamo dal sole e dalla luna! E se quei signori sono nobili, tu che sei in rapporti con i lucumoni, con gli arconti, coi cesari antichi, sei pur nobile! Perchè ardire e franchezza non hai, come dice Dante?
â Dopo tutto â pensò â vado a fare un salutino a quel signore, mio amico; e a dire ciao! a un compagno di scuola.
E varcò quella frontiera.
E poi? Che cosa era successo poi? Quanto tempo era passato lassù?
Egli si ritrovò ancora giù fra il popolo basso.
Il compagno di scuola aveva arrossito nel riconoscerlo.
E lui, l'amico, che cosa aveva detto?
Aimè! non aveva detto: signorine e signori, io vi presento questo bravo, buono e istruito giovine. Ma con certe sue mosse, aveva bisbigliato: â Guarda, guarda laggiù che ti chiamano.
E il conte Biancolini gli aveva detto:
â Sì, carino, poverino, buona sera.
Quasi gli faceva la limòsina!
Ed egli aveva rifatto quegli scalini, scendendo con la testa in giù, quasi barcollante.
Era stato respinto. Senza che si fossero mossi, tutti lo avevano respinto. Lo avevano appena guardato, e con lo sguardo lo avevan respinto.
Si ritrovava ancora giù tra il popolo basso. Ebbe la fallace sensazione che tutti gli occhi del popolo basso se ne fossero accorti. Oh, vergogna!
Sentiva un fischiare atroce agli orecchi: quell'orrenda parola: Poverino! Guardò i suoi calzoni e li vide. Ah, i miserabili calzoni!
Capitolo III.
I dèmoni.
L'estate di poi, quando Aquilino prese la sua bella licenza liceale con tanti bei punti, ci si sarebbe dovuto mettere anche il nome della mamma sua, perchè è vero che Aquilino studiò; e con Cicerone e con Orazio parlava quasi a tu per tu di tutte quelle cose sublimi; ma tutte quelle umili parsimonie, quelle minestrine col battuto, coi ceci, e tutte quelle maglie e giubboncini pel mercante, a furia di tic e tac coi ferri da calza, li aveva fatti pur lei!
Ed era perchè tutte queste necessità domandavano la preminenza che i calzoni di Aquilino eran rimasti corti e sgraziati tuttavia.
â Ah, i tempi â diceva talora Aquilino â i tempi, mammina, che era vivo il povero babbo, e portava dalla campagna, e uova, e formaggi, e polli! Vedi un po', mammina, se c'è più uno di quelli che tu allora sfamavi, che adesso ti venga almeno a trovare!
E voleva far capire a mamà che quando in casa c'era l'abbondanza, e lei fosse stata meno caritatevole, non si sarebbe, adesso, lesinato così.
â A te ti manca niente? â gli rispondeva la mamma. â No, e allora? Di quello che faccio, so io a chi devo render conto. Caro mio, se dovessimo tutti ragionare come ragioni tu, vedresti che bel mondo!
Su questo punto era inutile discutere con mamà .
*
Aquilino si rifaceva un po' la domenica quando era invitato a pranzo da una sua zia paterna, di nome Maria Anna, la quale era rimasta zitella e sola. Ella era una donnina un pochino povera di mente e più povera di membra. Parsimoniosa sino allo scrùpolo, era riuscita a vivere con una sua piccola dote: e voleva assai bene, a suo modo, ad Aquilino. «Domenica, Aquilino â diceva â verrai a pranzo da me»; e faceva la spesa grossa in quel dì, come a dire una libbra di carne; e la minestra di passatini, e gli spinacci con l'uva passa e i pinòli, e talvolta anche la zuppa inglese. E col lesso, traeva anche un prezioso vasetto di carciofini.
Aquilino mangiava e lodava; ma assai più si lodava da sè la zietta. «Il brodino vero, vedi, deve bollire adagino, adagino con il suo sèdano e le sue erbucce; gli spinacci devono covare, covare nella teglia; e la crema senza farina non la sanno far tutti. Vostra madre, già , non ci riesce. Lei è tutta un fru-fru quando fa da mangiare. Già , vostra madre, una superba, una sprecona, che se avesse saputo metter da parte, adesso non si troverebbe a dover lavorare per gli altri, e lavora anche la domenica!»
Questo era lo scotto del desinare; ma poi c'era dell'altro: «Siete andato a Messa, Aquilino? Già vostra madre è libera pensatrice! E perchè leggi, Aquilino mio, tutti quei libracci, e Dumà e Sù? non sai che sono proibiti e conducono a perdizione la gioventù?»
Aquilino protestava per Dumà e Sù.
â Ma sì, che ti vedono in libreria, e me l'hanno detto: quel vostro nipote si guasta la testa! Ha certe idee. Vostra madre vi lascia troppo la briglia sul collo.
Povera Maria Anna! Da quando aveva dato retta ad alcuni uomini neri, che le fecero togliere quei suoi soldi dalla cassa di risparmio per metterli in ipoteca, che così invece del quattro avrebbe lucrato il sette per cento, la sua pace fu perduta, perchè non vedeva più nè il quattro nè il sette. Quegli uomini neri la accontentavano con facezie: «che bella cera avete, Maria Anna! Beata voi, Maria Anna, che quando avete pensato all'anima vostra, avete pensato a tutto. Ah, quei soldi? Sì, ripassate domani». E le davano il suo a spizzico, come un'elemosina.
*
Aquilino in quei tempi passava â è vero â molto tempo in libreria â come avevano riferito alla zietta, â ma non a leggere Dumà e Sù, bensì a leggere certi autorevoli libri, non antichi e sempliciotti, ma moderni e complicati, che parlavano della catà rsi o palingènesi, o purificazione, o rinnovazione del mondo, prossima da venire. La verità era già in cammino, trainata dalla potente locomotiva della scienza. Sarebbe arrivata alle calende di un maggio luminoso.
Del che erano dispute fra lui, altri giovani e il vecchio bibliotecario, il quale era dabbene e paziente con quei ragazzi, ma troppo antiquario oramai.
Ma intanto che si aspettava il giorno della purificazione, quegli uomini neri rubavano alla povera zietta; e il suo professore di matematica si era mostrato senza pietà . Quanto lo aveva Aquilino supplicato di mutare il sei in un nove per ottenere l'esonero dalle tasse! «Quel rampino del sei, sia buono, lo volti in giù, professore....»
Irremovibile come il suo virginia sul grosso faccione!
«Ah, farti mangiare tanti fagioli quanti se ne mangiavano in casa!»
E quando vedeva mamà lavorare anche fin tardi, gli veniva su un non so che! E cominciava a dubitare se era bene che tutti gli uomini dovessero godere dei benefici della purificazione del mondo.
Ma più lo tormentava vedere quella povera zietta, che non stava più in piedi oramai, e andare e tornare, con quel suo velo nero in testa, per le vie lunghe, da quegli uomini neri a limosinare il suo....
«Aquilino â diceva la zietta â stanotte non ho potuto dormire. Son sola sola! Loro m'han detto che adesso i tempi sono difficili per le ipoteche, e che se voglio vivere più sicura, dovrei far vitalizio. Faccio bene? faccio male a far vitalizio? Aquilino! M'han detto che a quelli che fan vitalizio, dà nno poi l'acquetta per farli morir prima. Oh, Aquilino, aiutami tu!»
E a quella parola morire, alla povera zietta si era deformata la bocca in giù per la paura.
E Aquilino allora si era fatto forza: aveva imposto, sopra la sua giovinezza, l'armatura del dovere, ed era andato lui nello studio di quelli uomini neri, e come uomo aveva osato parlare. «Poverino! â gli avevan detto â ma che ne capite voi di ipoteche?» E lui dicendo che voleva i soldi, gli avevano detto che lui voleva i soldi della zietta per farne bisbòccia, e che essi pagavano chi dovevano pagare, e che le sue erano tutte esaltazioni di una testa calda.
Era uscito da quello studio con le fiamme sul volto e aveva sùbito pensato di rivolgersi alla legge. Ma dove, ma come si prende la legge? La legge era tutta in mano degli uomini neri, in quella sua città ! E dopo, gli venne una rabbia contro la legge, e contro i Romani che, per quanto ne sapeva, avevano creato essi le leggi. Ed essere stato trattato così da poverino, da ragazzo, lui, che nei libri si trovava in rapporti di intimità con tanti uomini grandi! Gli venne una bile che stava per scaraventare a terra i suoi libri latini.
Finalmente andò a sfogarsi con mamà . Nella camera dove mamà lavorava, c'era entro una cornice vecchia di legno, dal contorno barocco, quell'imagine di una Madonna, con un profilo bianco, sur un fondo scuro, inclìne e dolce sul pargoletto lattante. Mamà ci teneva acceso davanti il lumino col miglior olio d'oliva, e alcuni fiori ed erbe odorose.
Aquilino andava su e giù per la stanza e raccontava le nequizie degli uomini neri.
â E lasciali fare â disse lei senza commuoversi troppo.
â Ma è un'iniquità !
â E se è un'iniquità ? Saran loro che dovran render conto; non tu.
«Già a quella lì! â borbottava Aquilino â Alla Madonna col pupo renderan conto! Eh, povera mamma! Sai quanto faresti meglio a condir di più la minestra con quell'olio.» â E appunto perchè gli voglio far render conto, â disse forte â ; perchè, dopo tutto, quei quattro soldi della zia dovrebbero venire a me....
â Vedi? Vedi che c'è sempre dell'egoismo nel fondo del tuo pensiero? Lascia che se li prenda chi vuole quei maledetti soldi. La tua strada te la farai da per te. Ringrazia piuttosto la Madonna che ti ha dato la salute....
â Già , la Madonna!
â Quella proprio! â e mamà volge il bianco degli occhi, severi, verso Aquilino.
*
Aquilino poi, di nascosto di mamà , si era rivolto a Don Malfattini, il quale era almeno un autentico uomo nero, perchè portava un tricorno di felpa e non unto, un mantello di seta svolazzante sino alle scarpe, e le scarpe con le fibbie d'argento. Era un pretino occhialuto, fino come la polvere, raso come la seta, soave come il miele, che si aggirava con ugual sveltezza tanto tra i banchi delle Banche, come fra gli altari e i tabernà coli. Grande dovizia egli aveva accumulato con una sua ingegnosa combinazione finanziaria per alleviare le pene dei poveri morti che stanno nel purgatorio. Così che Don Malfattini aveva potuto indorare tutte le Madonne ed i Santi della sua chiesa, fare molte opere di beneficenza ai vivi, ed essere à rbitro delle elezioni nella città .
Non fu facile per Aquilino afferrare Don Malfattini; egli svolazzava sempre di qua e di là in mille faccende; ma a furia di pazienza, potè afferrarlo per cinque minuti di udienza. Senonchè quando si trovò davanti a quei due lanternoni di occhiali e udì quella voce secca, gli cadde il cuore. Un uomo in partecipazione di affari con Domineddio, avrebbe dovuto possedere una meno arida voce e far segni pietosi col volto, udendo le premesse che fece Aquilino, cioè la devozione di mamà per la Madonna, l'olio d'oliva, i fiori, ed altre delicatezze della pietà e della miseria.
â Già â rispose Don Malfattini. â Ma ci troviamo, signor mio, di fronte ad una pregiudiziale: la di lei riverita madre, nostra parrocchiana e degnissima persona, gode intanto di una pensioncina di cinquantadue lire dal Comune; ella, poi, è studente, cioè in condizione privilegiata e in bella salute, del che mi compiaccio. Ora le nostre instituzioni benefiche sono rivolte a speciali categorie di persone, come liberati dal carcere, fanciulle sviate dal retto sentiero, piccoli malviventi, deformi....
E numerando queste categorie, Don Malfattini si ritraeva col volto, restringendo le labbra come un vecchio gatto a cui si minacciano buffetti sul naso, e parea dire: «Dolente, ma come vede, ella non è compresa in nessuna di queste categorie!»
Aquilino, benchè con la gola secca, si ingegnò di far capire che egli, in tal caso, era in condizioni di inferiorità rispetto ad un liberato dal carcere, ad un malvivente. Del resto lui non veniva per elemosine, ma per un prèstito. Gli speculatori fabbricano pur le case, e vanno su ipotecando piano per piano! Ora che un giovane per bene offrisse meno di sicurtà che una casa di pietre?
Audace e ingegnoso il giovincello! E Don Malfattini battendo allora le labbra a modo dei pà peri, «Eh, eh!» esclamò come approvando: â «Ma bisogna che mi informi, che prenda le mie referenze, il mio caro figliuolo â disse â .... Ripassi, eh sì, ripassi!»
Ed Aquilino ripassò, ed imparò come sia difficile il verbo ripassare, ma non ottenne niente; perchè ma, perchè se, perchè sì, perchè Don Malfattini era dolente. Insomma, si possono, in via eccezionale, sovvenzionare le teste, oltre che le case. Ma le case sono di fredde pietre e la sua risultava essere una testa un po' calda.
Ah, meglio essere malviventi che teste calde!
*
Mamà , quando seppe la cosa, se ne dolse col figliuolo. «Non so â disse scotendo la testa un po' grigia â perchè tu vada a levarti il cappello a certa gente, che sai come è fatta.»
Aquilino, quel giorno, lagrimò. E c'era un così bel sole di maggio che tutte le viole a ciocche davanti alla Madonna, nella stanzetta di mamà , profumavano all'intorno l'aria, insieme con l'erba cedrina.
Capitolo IV.
L'abito «blumarèn».
Pur con queste amarezze nel cuore, oltre a le viole a ciocche, erano, in quell'ultimo anno di liceo, tornate le rondinelle ancora sotto il tetto della casetta di mamà , perchè era il maggio fiorito.
Oh, gran fortuna che il nostro pianeta non si fermò nel calen di maggio: ma venne il giugno con le spighe, venne il luglio con le angurie! Neve, viole, rondini, spighe, angurie, rose e spine, demoni ed angioli; tutte cose che girano attorno, come le sirene delle giostre; girano, scompaiono, riappaiono. Sono i segni zodiacali della vita.
Ma viene un giorno che scompaiamo noi, e la giostra continua lo stesso!
*
E allora con la cara estate, Aquilino aveva veduto ritornare ancora quel signore dell'anguria e dei confetti.
Gli battè il cuore nel vederlo, ma insieme gli rifiorì anche lo spregio di quella sera; e fece finta di non conoscerlo.
*
Fu lui che gli andò incontro, spalancando comicamente gli occhi e alzando le ciglia: â Se non mi sbaglio, tu sei il signor Aquilino!
No, non gli resse il cuore di tenergli il broncio, e sùbito gli si arrese.
â Come sei cresciuto! Ve', ve'! La peluria dei baffi e i bitorzoli della barbetta.
Anche lui era un po' cambiato: un po' cereo, un po' imbiancato nella barba, nelle labbra.... Però che bel signore! Con quel naso badiale, con quell'ondulatura dei baffi, gli venivano in mente quelle figure severe di gentiluomini che aveva visto in un quadro, attorno al trono di non sapea quale re di Francia. Ma appena sorrideva, quella severità si illuminava tutta. Scherzava; e il riso correva giovanilmente sulle labbra smorte; e gli occhi vellutati ravvolgevano lui, Aquilino, con una beninanza che gli dava un senso di piacere.
Doloroso Aquilino del contatto con la stoffa cilìcia degli uomini della sua maligna città , si sentì sospingere verso quel dolce signore.
â Hai ottenuto la licenza ad honorem? Oh, bravo, allora puoi cantare anche tu:
Son Perèda son pieno d'onore,
Bacelliere mi fè Salamanca,
Sarò presto in utroque dottore....
â Lei ha voglia di scherzare, come tutti i signori, che non hanno da pensare a niente.... Io invece.... â e gli raccontò allora tutte le sue istorie, e col professore di matematica, e con gli uomini neri, e con Don Malfattini; e anche un pochino di fame sofferta in compagnia di mamà .
â Oh, povero bimbo! Hai cominciato realmente un po' presto â diceva quel signore â a mangiare gramigna, roba amara e cardi secchi. Ma sai? Ognuno ha la sua porzione di cardi da consumare. Prendi intanto, prendi! Son caramelle speciali....
â Ci vuol altro, ci vuole, che caramelle per me, oramai!
â To', bimbo! Non te la prenderai mica con me?...
â Io non me la prendo con lei. Ma verrà il giorno....
â Che giorno? Il giorno del riscatto? Credi anche tu alla promessa del riscatto?
â Credo nel giorno della giustizia! Li distruggeremo gli uomini falsi, gli uomini egoisti, in malafede....
â Ma no, bimbo, che non distruggerai niente â disse con tutta calma quel signore. â Tutt'al più, quelli che adesso vedi coloriti di nero, te li vedrai coloriti con un'altra tinta, e tu rimani grullo più di prima. E poi chi ti dice, bimbo mio, che siano falsi, egoisti, in malafede? Credi tu che esista l'uomo che la mattina, quando si alza dica a sè stesso: oggi voglio essere falso, cattivo, in malafede? Troppo onore!
Ma Aquilino digrignava i denti.
â Del resto, se ti fa bene â disse quel signore â, vòmita.
Realmente Aquilino aveva mangiato roba pessima. Vomitava adesso per la prima volta, ed era lui stesso meravigliato d'aver tanta robaccia verde nello stomaco. Oh, buon Iddio, che stai nei cieli, quanti son quelli in questo mondo che muòiono senza aver mai avuto la gioia di poter vomitare! Buon Iddio, prepara per loro, in compenso, bei seggi in paradiso.
â Adesso, vedi, che digrigni i denti â disse quel signore (e parlavano forte perchè il bel viale dei platani per cui andavano, era deserto; e non c'erano che gli occhi del sole che filtravano attraverso il fogliame, scherzando su la ghiaia minuta) â adesso che digrigni i denti per rabbia, ti fai vedere sotto un altro aspetto. Sai, bimbo? Se io dovessi classificare gli uomini, li classificherei come gli uccelli; in uccelli dal becco gentile e in uccelli dal becco ad uncino. Non si vedono, ma ci sono! Tu, con quelle labbra a cuore, con quegli occhi cilestri, sei, come dire? un uccello dal becco gentile. Non fai troppa soggezione. Ma adesso che digrigni i denti, va bene. Cosa vuoi? La vita non è pane fresco che si mangi col burro. Un po' di morgue, un po' di grinta, ci vuole! Hai i denti in punta e belli, ma quel verdolino, te li fa scomparire. Le mani sono discrete, ma non te le curi. Le unghie poi sono un orrore! Coperte di pipite. Lasciatele crescere le unghie. Capirai, se ti presenti così, un po' trasandato, anche se hai in corpo tutta la sapienza di Pico della Mirandola, chi te la vede? Capisco poco anch'io; ma un po' di malizia te la potrei insegnare.
*
E un altro giorno, guardando Aquilino più intensamente, così gli disse:
â Vuoi che te la insegni un po' di malizia?
â Ma sì!
â Vieni allora con me.
â Dove?
â Dove sto io.
â All'albergo?...
â No, sta attento; io sono alloggiato qui, per carità , perchè sai? io sono un conte, ma un conte dalle braghe onte. Oh, non lo andare a dire!
â Da Biancolini lei sta?
â No, non aver paura. Da.... (e fece il nome di un nobile di quella città ).
â Dove c'è quel gran palazzone sempre chiuso? Allora vicino a casa mia.
â Bravo! Vieni. Zitti, zitti, piano piano, non facciam tanto rumor....
E il conte condusse Aquilino davanti ad un palazzo antico e nero, che Aquilino sempre aveva veduto chiuso e come disabitato.
Con una chiavetta il conte aprì uno sportellino nel portone, e furono dentro.
â Oh, bello! â esclamò Aquilino, compreso di gran stupore e con reverenza, come quando si entra in chiesa.
Lo sportellino si era richiuso. Aquilino si trovò in un mondo a lui ignoto.
Si trovò in un cortile a colonne a due a due, sottili, di marmo; dietro il cortile riposava il verde di un giardino. Montarono per una scalea: alle pareti sogguardavano, dai quadri, certe fronti aggrondate di porporati e guerrieri: agli angoli, armi ed armature vere, come le aveva viste in fantasia leggendo La Disfida di Barletta. Cose secolari, silenziose, piene di soggezione. Sul cielo era dipinta la biga dell'aurora, coi cavalli dalle giube svolazzanti.
Aquilino non avrebbe mai sospettato che vicino alle sgretolate camerette di mamà ci fosse roba sì bella.
Stava incantato.
â Se ti incanti così, viene mezzogiorno â gli disse il conte.
Aquilino allungò la mano per toccare la tappezzeria di una parete.
â à proprio seta! â esclamò con stupore.
Si ricordò allora di quello che aveva letto nei libri positivi delle profezie, che per creare il mondo nuovo bisognava distruggere tutto il mondo vecchio. Che peccato, però!
Tutte quelle figure, dai ritratti, pareva che lo guardassero più torvamente ancora.
â Ma non ti incantare, bimbo â ripetè il conte â a guardare quei pupi. A guardarli troppo, se ne hanno a male e qualche volta piangono. Sì, sì, da vero, piangono.
Aquilino si mosse. Il conte lo condusse per una fila di stanze, piene di libri antichi, di libri morti, di libri addormentati.
â Quanta ricchezza! â esclamò Aquilino.
â Non ti scandalizzare. Libri, pupi, durlindane, tutta roba destinata a finire dal rigattiere, bimbo. Ã il destino delle cose.
Arrivarono così ad una cameretta che dava sul giardino: quivi era un letto semplice; ed era quella la camera dove il conte era ospitato dai signori di quella casa.
â Ed ora da' mo' retta. Vieni qui, sta zitto, non parlare, ubbidisci, là sciati fare.
Ed il conte fece accostare Aquilino ad una teletta, sulla cui piana di cristallo posavano fiale, spazzolini, profumi. Fece scorrere acqua, infuse essenze, in un bicchiere e, Suvvia, così! i denti; forte! E poi le mani! Ancora, ancora! E poi con certi ferruzzi, e poi con certi spazzolini; insomma lavorò tutto a nuovo Aquilino.
â Ci pigli gusto, eh? Aspetta adesso che ti darò l'acqua benedetta. â E con uno spruzzatoio lo avvolse di un profumo assai aristocratico che dava al giovinetto una leggerezza voluttuosa. E il conte canticchiava: â asperge me Yssòpo, et mundabor, ed ora va a casa e vedremo poi: le vin est tiré, il faut le boire.
*
Era mezzodì; mamà era sul limitare della porta di casa, e diceva:
â Dove sei stato, che la minestra è già cotta? Ma cos'è il puzzo che hai d'intorno?...
Ed Aquilino gli raccontò la sua avventura in quel dì, e mostrò, tutto soddisfatto, i denti, e mostrò le mani con le unghie lavorate in punta, senza più le pipite.
Mamà però non rimase molto soddisfatta:
â Caro mio, bisognerebbe non aver da far niente come le signore per badare alle unghie.... Allora deve essere proprio lui, quel signore che ti ha mandato, ora è poco, che tu eri fuori, quel bell'abito, con quelle belle scarpette.
â Quale, quale? dove, dove?
â Eh, che furia! Lo troverai disteso sul tuo letto.
Aquilino, senz'altro, corse su. C'era sul lettuccio un magnifico abito color d'oltre mare, cupo. Aquilino lo sciorinò con stupore:
â Proprio alla moda! E cosa deve costare!
â Oh, per questo, lavorato come gli abiti dei signori â spiegava la mamma. â Vedi le fodere? Proprio di raso. E le cuciture, e gli orli come sono ben ribattuti. Ci poteva però mettere il ròtolo con gli scà mpoli della stoffa. Andiamo giù a mangiare. Ti vestirai dopo.
Ma Aquilino rimase lì e si volle vestire, e quando si trovò così ben vestito, si sentì una gran voglia di battagliare.
Aspettò con impazienza che il giorno calasse, e andò in giro per la città . Cercò del conte ma non lo trovò. Poi dimenticò anche il conte per un'ebbrezza vana che lo coglieva tutte le volte che passava davanti una vetrina. Vide per la prima volta le fanciulle voltare i loro occhi su di lui; e la sera tornò a casa col cervello in tumulto.
Non ebbe a lamentare che un solo inconveniente, perchè gli amici e i coetanei gli si accostavano lo stesso e lo prendevano sottobraccio senza troppi riguardi. E il nobile abito bleu-marin (perchè tutti lo chiamavano blumarèn), ne soffriva.
Nei giorni seguenti, prese più confidenza col suo nobile abito.
â Be'? Cosa fai, figliuolo? â sentì che di sorpresa la mamma gli diceva.
Aquilino, in quel momento, faceva davanti allo specchio certe reverenze che avevano l'intenzione di essere molto aristocratiche.
*
Quando infine vide il conte, mosse per lanciarsi verso di lui con tutto l'impeto della sua giovanile riconoscenza. Ma egli stupì nel vederlo, domandò se lui era lui; ed un'infinità di sciocchezze.
Assicurò che lui non ci entrava affatto con l'abito e le scarpette. Poteva essere il caso di un abito réclame, che i sarti fanno portare ai giovani ed alle ragazze di belle forme.
Poi dell'abito non si parlò più. â Piuttosto ci vorrebbe un orologio â disse dopo alcuni giorni, e lo ricondusse ancora in quella stanzetta, e da uno scrigno andava estraendo molti bei monili, così indifferentemente.
â Scusi, signor conte, come è che lei, che ha tanta roba, non porta niente d'oro in vista?
â Sei curioso, bimbo mio. L'oro intanto non conviene che ai ricchi, ed io tale non sono: ma tu sei ragazzo, e un po' di spicco sta bene. Questa catenina leggera vedi come rompe il colore turchino dell'abito.
Ma Aquilino, per quanto gli facesse gola quella roba d'oro, non volle.
Il conte gli sfiorò con un bacio i capelli, e non insistette più.
â Però questa cipolla la accetterai?
Era un orologio di metallo comune.
E preso un nastrino di seta, il conte lo adattò alla sottoveste, e diceva per conto suo: «Andando un giorno nostro Signor Gesù Cristo co' suoi discepoli per un luogo foresto, videro rilucere piastre d'oro fine....»
â E Cristo non volle che le raccogliessero â continuò Aquilino; â e dopo capitarono quei due amici che videro l'oro e per gola dell'oro si uccisero sopra quelle piastre. Come è che la sa anche lei questa leggenda, signor mio?
â Credi di esser bravo tu solo? E poi io sono stato tirato su in un collegio di padri Gesuiti. Ah così! ora sei incroyable, pschutt, select, vlan!
Prenci, duchi e ciò che ha il regno
Di più inclito e più forte,
Son raccolti a gran convegno
D'Aquisgrana nella corte....
â Però questo cappello di feltro portalo più alla brava, sacré tonnerre de Dieu, come si diceva una volta. Gli occhi sono ancora puri, ma te li sporcherai un po' per volta. E aspetta ancora una cosa....
â Cosa?
â La cravatta è fuori di posto. Con uno strozzino bene annodato al collo, vedrai che ti senti più coraggio a dire la tua opinione.
Capitolo V.
Uccellin che spicca il volo.
Un giorno, sul finir dell'estate, il conte Cosimo disse ad Aquilino che forse doveva parlargli di cose molto serie.
â Dica, oh dica sùbito.
â No, caro, sùbito. Domenica verrai a prendere la zuppa con me, al ristorante, e allora ne parleremo.
Quando arrivò la domenica, Aquilino si vestì con tutte le regole dell'arte, che sino allora erano a sua notizia. Era quasi irreprensibile; e viene da domandarci perchè mai tutti gli uomini non siano, innanzi tutto, irreprensibili.
â Chi sa che bel pranzo ti farà preparare quel conte! â gli disse la mamma.
â Se mi riesce, ti porterò qualche cosa.
*
Il conte, dopo la minestra, non assaggiò che un pochino di dolce. Se avesse potuto, Aquilino avrebbe portato a casa quel bel mezzo pollo arrosto che rimaneva.
â Mangia, mangia, bimbo mio â diceva il conte â, e non badare a me. Quell'ala, va! mangiala pur con le mani: con il coltello vedo che non ci raccapezzi niente. Poi, sai? Se il pollo si mangia con le mani oppure col coltello, è ancora una questione insoluta.
Ma più che della prammatica del pollo, Aquilino era seccato dal cameriere: un cotale, lì del paese, di sua conoscenza, e un po' gaglioffo di professione, che d'estate, indossava il frac del cameriere nel grand'hôtel. Costui faceva mostra di servire Aquilino con degnazione e gli dava del tu, amareggiandogli tutta la dolcezza del pranzo. Che se non era il conte a tenerlo lontano con cenni e monosillabi, Aquilino paventava che il manigoldo gli mettesse la mano sulla spalla e gli dicesse qualcosa di sìmile a questa: Che bel pranzo abbiamo scroccato, eh, amicone?
Bastò infatti che il conte si allontanasse un momento, perchè colui dicesse ad Aquilino: â C...! Vi siete fatto aristocratico! Fate finta di non conoscere più gli amici. Eh, se anche hai quell'abito da moscardino, va! che siamo tutti e due figli della p.... miseria.
â Questo lo dice lei â soggiunse Aquilino. â Io sono, invece, come un uccellino, destinato, forse, a spiccare il volo.
In quella, per buona ventura, era ritornato il conte, e ordinò il gelato.
â Di' un po' Aquilino â principiò egli a dire â, tu che idee hai per il tuo avvenire? Avrai già l'ambizione, come tutti i giovani, di riuscire un grand'uomo; benchè dopo che Cristoforo Colombo scoprì l'America, e Galileo inventò che è la terra che gira.... Curiosa, sai? io non sono ancora riuscito a ricordare bene cos'è che gira. Certo qualcosa gira! Basta, ti volevo domandare se sai qualche cosa di quelle due famose strade, a capo delle quali c'era: in una, una donna troppo scarna, che si chiamava la Virtù; e nell'altra, un'altra donna troppo..., come dire? troppa grazia di dio in mostra: la Voluttà .
â Ercole al bivio! â disse Aquilino.
â Ma bravo! Ebbene, bimbo mio, con l'andar del tempo quelle due famose strade dell'antichità si sono un po' smarrite e confuse in mezzo alla rete delle comunicazioni moderne. Ma ciò non toglie. Ad ogni modo, scegliere bisogna!
Aquilino a queste parole sussultò. Sentì il palpito dell'avvenire: del suo avvenire. Che cosa fare nella vita? Era il problema insorgente da tanto tempo.
Seguitare a portare a spasso l'abito blumarèn, non si poteva e non era bella nè degna cosa: continuare gli studi, ecco! ma avrebbe dovuto seguitare a vivere alle spalle di mamà . No, no! â E poi mamà è stanca, non può più lavorare. Devo lavorare io! â Sarebbe stato contento di imbucarsi in un impieguccio lì, nella città ; ma con gli uomini neri che allora comandavano nel Comune, c'era poco da sperare: forse quando fossero andati su gli uomini rossi. Benchè questo è un paesaccio!
â Be', senti â disse il conte â, si sarebbe presentata una combinazione discreta per te. Sempre se ti va.... La settimana scorsa, era qui ai bagni una signora, mia buona amica, la quale non avrebbe niente in contrario a prenderti in casa come precettore di un suo figliuoletto.
â Se mi va? altro che andare! E potrei seguitare gli studi lo stesso?
â Io dico di sì. Anzi!
â E sarei pagato?
â Naturalmente.
â E alloggiato anche? e da mangiare?
â Vuoi stare senza mangiare?
â Volevo dire: mangiare gratis.
â Si intende.
â E quanto di paga?
â Questo non te lo saprei dire: ma se si dà nno sessanta, settanta lire ad una bà lia, tu che saresti la bà lia asciutta o spirituale, prenderesti almeno lo stesso.
Aquilino non poteva credere ad una cosa tanto bella, tanto semplice, tanto facile che risolveva tutti i nodi gordiani della sua vita.
â Oh, signor conte, scriva a quella signora che accetto, che mi prenda. Sarebbe tutto il mio avvenire....
â Caro mio, per scrivere io scriverò. Ma non mettere mica la cosa come bella e fatta.