The Project Gutenberg eBook, L'evoluzione di Giosuè Carducci, by Alfredo Panzini
| Note: | Images of the original pages are available through Internet Archive. See [ http://archive.org/details/levoluzionedigio00panzuoft] |
Dott. ALFREDO PANZINI
L'EVOLUZIONE
DI
GIOSUÈ CARDUCCI
MILANO
Libr. editr. Galli di C. CHIESA & F. GUINDANI
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80
—
1894
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. Luigi di G. Pirola. — Milano, piazza Scala, 6.
AL SENATORE
GAETANO NEGRI
CITTADINO E FILOSOFO ILLUSTRE
INDICE
| Pag. | ||
| Dedica | [5] | |
| Capitolo I. — | Il maestro e la scuola | [9] |
| Capitolo II. — | La dimostrazione dell'11 marzo '91 | [25] |
| Capitolo III. — | Iuvenilia — Alla Croce di Savoia — L'inno A Satana — Giambi ed Epodi — Il discorso agli elettori del collegio di Lugo | [43] |
| Capitolo IV. — | Le Odi Barbare e l'individualismo del Carducci | [73] |
| Capitolo V. — | Il senso eroico — Giosuè Carducci e la giovane letteratura nazionale | [105] |
| Capitolo VI. — | Giosuè Carducci e l'ora presente | [139] |
CAPITOLO I.
Il maestro e la scuola.
Torna alla mente con gran tristezza di desiderio il tempo che io studiava a Bologna; e la rivedo ancora quella severa e lunga aula dell'università con i finestroni dai vetri verdognoli che prendono luce dal pian terreno del cortile interno: la rivedo tutta gremita di uditori; tutti col viso rivolto e teso ad un punto, in silenzio: seduti sui banchi, fitti in piedi e addossati agli angoli, presso la porta d'ingresso. E su quelle teste, le più giovanilmente vive, altre grige o canute, altre di donne diffondenti in quella austerità non so quale femminile lietezza mi pare ancora di udire la sua voce che si spandeva ora vibrata, staccata, nervosa; ora lenta, commossa e saliente come nembo d'incenso. Su l'alta cattedra, in fondo, appariva quel capo poderoso, curvo fra i cubiti, con la fronte ferma, come diga a reggere l'onda irrompente del pensiero; la breve mano bianca agitata a ricercare il libro o l'appunto, pur non ristando la voce.
Qualche volta, sopravvenendo le tenebre, accennava gli recassero una candela e se la poneva da presso; e allora quella fiammella rossa che or s'allungava in sottile piramide e stava immota, ora ballava come un folletto, faceva in quella penombra strani effetti di luce su quel volto animato dall'idea creatrice.
Era l'autunno o era l'inverno nevoso: eppure per quella tetra sala in alto passava la primavera al suono della sua voce, l'eterna primavera del pensiero che Egli ogni volta evocava, viva, luminosa, presente fuori dai secoli che furono.
***
Con ciò non intendo dire che il Carducci sia un oratore nel senso che comunemente si dà a questa voce: l'impeto, la profondità, la larghezza con cui Egli concepisce e sospinge i suoi pensieri non hanno pari riscontro nella fluidità delle parole, e perciò di quel torrente di idee e di imagini solo una parte trova l'uscita; l'altra percuote e rimbalza contro quell'impedimento, e perciò in chi l'ode per la prima volta si genera come un senso di pena; chi invece conosce l'uomo e in quelle parole uscenti a scatti e svincolantisi sente tutto il prodigioso lavoro interno, non può sottrarsi a un senso di ammirazione e di meraviglia.
Egli inoltre che ci era così austero maestro nell'insegnare ed imporre il puro metodo storico della ricerca paziente e analitica, aveva sovente degl'impeti luminosi di sintesi, con una così sicura ed anelante concezione del vero quale gli eredi del genio greco latino sanno, forse soli, afferrare ed esprimere. E allora si vedeva quel suo volto acceso impallidire come sotto lo spasimo di un'idea gigante, l'occhio nero sconfinare oltre il recinto dell'aula e le parole venir fuori ora a gruppi rapidissimamente battute e serrate, ora gravi, tarde; quasi ogni voce avesse con sè un misterioso seguito di ombre, di luce e di fantasmi che doveano uscire con lei. Ed in quello impallidire, in quel commosso esprimere di parole, pareva che la sua fronte si cingesse come d'un profetico nembo; e gli angoli delle labbra in giù volti gli davano un'attitudine cupa di vaticinante.
Non era però raro il caso che tutto il getto dei pensieri trovasse libera uscita; e allora era un allegro irrompere di idee germinanti, salienti, scoppianti per raggrupparsi ancora e salire fin dove per la soverchia altezza oscillavano, e il periodo precipitava e finiva non con armoniche voci, ma con un gesto rapido e con uno scatto quasi feroce di accenti che sembravano come un'invettiva alla parola tarda ed inefficace a investire e rendere i suoi concetti.
A spiegare questo suo modo di parlare s'aggiunge un'altra causa, ed è che il Carducci che fu per tanti anni chiamato il poeta della democrazia, è il più aristocratico oratore che si possa pensare. La frase fatta con lo stampino, il periodo d'effetto, i facili artifici del dire, che un autore fine evita di scrivere, ma però nel parlare largamente profonde, giacchè sfuggono all'analisi e dilettano l'uditorio, il Carducci sdegna anche nel parlare. La sua frase è originale e viva come il suo pensiero; e perciò si arresta finchè non ha trovato quella voce che gli pare propria, quell'architettura del periodo corrispondente al suo pensiero. Da ciò ne deriva che quel discorso che ad un uditore volgare riesce slegato e duro, ove lo si fermi con la stenografia appare perfetto.
Finita la lezione, che durava circa due ore, indossava a fatica il pastrano o la pelliccia di cui mostrava avere assai cura, e passava fra il riverente aprirsi della studentesca. Era la dolce ora che le tavole delle trattorie suburbane attendono le chiassose brigate degli studenti, e il numeroso uditorio uscendo dall'università già deserta, si spandeva sotto gli alti e tetri portici di via Zamboni. Le ombre della notte vi erano discese; ma sovente giunti al largo delle due torri, dal fondo di via Rizzoli, un ultimo raggio di sole, come solo ne ricordo in quell'ora a Bologna, si riverberava vermiglio sul vertice aereo e sui merli dell'Asinella. Carducci che a brevi gesti e a più parche parole rispondeva al premuroso stuolo che lo circuiva, non mancava mai, io lo ricordo, di volgere lo sguardo su quegli alti fastigi delle torri che anche Dante mirò e dove il sole s'indugiava ancora
guardando
con un sorriso languido di vïola,
. . . . . . . . . . . . . . .
e un desio mesto pe'l rigido aëre sveglia
di rosei maggi, di calde aulenti sere.
***
Il Carducci è inoltre di una sensibilità estetica meravigliosa; e questo fenomeno geniale un positivista di professione chiamerebbe, io penso, iperestesia artistica, o qualcosa di simile, non è vero? appunto per quella brutale superbia scientifica di classificare con una voce patologica i più nobili e meno concepibili movimenti dell'anima, e così confonderli con i più abbietti in un'uguale terminologia. Dunque io voglio dire che questa sensibilità del fantasma artistico è così prepotente in lui che lo vince e gli s'impone mal suo grado. E questa vittoria del genio sulla volontà era cosa nuova e commovente, giacchè la sua indole disdegnosa e il verecondo culto dell'arte lo rendevano restio a manifestarci tutte le visioni del suo pensiero; inoltre la scuola era per lui una palestra di severi esercizi, e il diletto dei commenti estetici Egli lo giudicava didatticamente pericoloso pei giovani cui l'ingegno e la coltura facevano difetto per assorgere a questa alta e geniale forma della critica. Ma ciò che sopra tutto lo rendeva aggressivo e violento era il sospetto che gli uditori, specie di altre facoltà che non mancavano mai, si fossero dato convegno con l'animo di chi va ad ascoltare una prima donna o un tenore di grido.
Eppure spessissimo avveniva che la visione suscitata da un verso o da uno di que' periodi armonicamente partiti come un edificio della rinascenza, tendenti al loro fine come getto di balestra, gli togliesse per così dire la mano: era una breve ed occulta lotta fra il voler dire o seguitare il commento linguistico; ma infine l'onda delle imagini crescenti come l'impeto della marea, vinceva ogni resistenza e si udivano allora le più alate e scintillanti digressioni che mai siano risonate in quelle scuole di filologia.
Chi, ad esempio, tra i frequentatori della facoltà di lettere a Bologna non ricorda, specie in certi giorni senza sole, grigi di nebbie e di piogge, il caratteristico entrare del Carducci nella scuola di filologia? Non era l'aula detta sopra, ove Egli faceva le sue lezioni di letteratura, ma un'altra molto più piccola e abbastanza chiara al primo piano.
Benchè i banchi fossero quasi per intero occupati dagli studenti della facoltà e si sapesse che quel giorno il Carducci non teneva che le solite lezioni di magistero, ciò è a dire di critica e d'interpretazione, tuttavia l'affluenza del pubblico era sempre tale da riempire tutti i vani possibili: studenti di altre facoltà, signore e signori venuti o per amore d'arte o per curiosità di vedere ed udire il grande Poeta.
Rammento fra gli uditori illustri la biblica, pensosa e dolorosa figura del conte Aurelio Saffi; la faccia animata della nobile donna Vitthe Jessie Mario. Egli li scorgeva appena che rendeva loro ossequio prima di salire su la cattedra.
Ma qui una parentesi cade giusta: voglio dire che l'universale degl'italiani press'a poco sa chi è il Carducci: il primo poeta della nazione, che ha scritto l'inno a Satana, le poesie barbare con l'ode alla Regina, che prima era repubblicano e adesso è senatore e monarchico.
Questo lo sanno tutti e nessuno lo contrasta. Alcuni, è vero, discutono se più Egli valga come poeta o come prosatore; ma per compenso quasi tutti spingono la loro erudizione sino a recitare a memoria un certo sonetto del Rapisardi, e tutto ciò va bene: però se questo allegro popolo per sue speciali ragioni non può intendere nè il poeta, nè il prosatore, nè l'uomo, sarebbe però giusto che sapesse come il Carducci che prima accusavano di godersi lo stipendio governativo, lui repubblicano; ed oggi accusano di avvantaggiarsi del suo mutamento politico (di diversa fede gli uni dagli altri, uguali gli uni agli altri nella cosciente calunnia), non abbia fra tutti gli ufficiali dello Stato alcuno che lo sorpassi nell'adempimento continuo, austero, pieno del proprio dovere.
Egli è il primo maestro del regno; ed anche oggi prosegue ed insegna con l'animo e con la fede d'allora. Una sola volta, in quattro anni che fui suo scolaro, venne alla scuola e disse, come confessando un suo errore da cui voleva che noi giovani dati all'insegnamento molto ci guardassimo, di essere costretto per quella volta a improvvisare la lezione a braccia e fu, ricordo, un poderoso raffronto fra i classici ed i romantici, denso di sintesi e di riattacchi storici quali Egli sa fare.
Del resto ogni lezione era una primizia de' suoi studi, che Egli recava alla scuola ancora viva e palpitante delle ultime ricerche: e da quel vigoroso e sicuro percuotere del pensiero entro le viscere del passato balzavano fuori scintille di verità e di luce: e in alto, senza alcun preconcetto di scuola o di politica, ma naturalmente, in alto, come faro luminoso, splendeva o s'intravvedeva risplendere l'ideale di questa gran patria italiana.
Tale il Carducci come maestro, tale la sua opera rigeneratrice in quella scuola piccola, dalle finestre luminose donde il giorno fuggiva e dove la sua parola richiamava la luce.
Lo ricordate voi, compagni buoni, dispersi per le scuole d'Italia, lo ricordate voi? Si chiosavano i canti dell'Inferno, si leggevano le stanze della canzone di Rolando, i sonetti del Guinizelli e del Petrarca, lo ricordate? L'ora era trascorsa; era venuta la notte e il silenzio: le sei lampade a gaz mandavano il loro ronzio e la loro viva fiamma. Egli saliva su per i banchi, si sedeva talvolta presso di noi, accennava ora all'uno ora all'altro con la sua nervosa, breve e bianca mano di continuare; e spesso, vedendoci stanchi per l'ora tarda e per il prolungato lavoro, Egli stesso leggeva e spiegava, e ci trascinava oltre, fuori del presente, per quelle grandi ondate degli antichi canti. Taluno, ricordo, che era in maggiore dimestichezza, levava fuori l'orologio come a dire: «Maestro, l'ora è trascorsa, anche quella del desinare.» Egli vedeva, sorrideva bonariamente e interrompeva dicendo: «Fra poco, sino a questo punto e poi basta.»
Si usciva: fuori frizzava la nebbia e sotto i lunghi portici batteva largo il vento; pure noi scolari non si cessava del conversare animato. Lo ricordate, buoni amici, se pure vi rimane animo e tempo di ricordare?
E chiudo la parentesi perchè l'indugiarmi con memorie subbiettive ripugna a me e alla natura di questo scritto.
***
Dunque Egli entrava regolarmente alle tre e come un fremito di rispettoso silenzio lo precedeva su per l'ampio scalone sino agli angoli più remoti della scuola: era un ultimo bisbiglio, un adattarsi alla meglio degli uditori su le poche seggiole fornite dalla premurosa solerzia del bidello Monti, dalla voce fessa e dal cuore mite.
Il Carducci volgeva attorno uno sguardo aggrondato, tediato alla vista di quel troppo numeroso uditorio: un altro sguardo lungo fuori dei vetri al cielo grigio, ai tetti umidi; poi un altro ancora agli uditori attenti, aspettanti e maraviglianti in silenzio.
Noi che si conosceva l'uomo, ci scambiavamo sguardi d'intelligenza, chè di parlare anche sottovoce non era quella la buona occasione e si rischiava di pigliarci un rabbuffo secco e terribile.
Ah, voi vi aspettate oggi la conferenza letteraria, forbita e oratoria che si convenga all'aspettazione e vi faccia passare piacevolmente queste ore incresciose! Ve la darò io la lezione! Ma questo non è un ridotto per conferenze, nè io son qui per divertirvi col sentimento e con l'estetica, e nè meno per avere applausi: questa è semplicemente una scuola dove io devo e voglio attendere a fare de' buoni maestri per i ginnasi ed i licei d'Italia: null'altro.
Questo pensiero si leggeva in certe sue mosse brusche, nello sguardo, nell'aggrottare della fronte e in certo suo tormentarsi la barba; poi si esplicava di solito in poche, burbere e rotte parole che sonavano presso a poco così:
«Avverto lor signori che questa è lezione di magistero: farò della pura filologia, molta filologia...» come a dire: ciò non può interessarvi e fareste meglio per voi e per me ad andarvene.
La minaccia riusciva, come è a credere, vana: nessuno si moveva.
Alcuni scolari, ad un suo cenno, andavano a prendere i soliti testi di consultazione: Egli passava dall'uno all'altro scolaro; rivedeva i quaderni, i libri, gli appunti. Erano per noi momenti terribili!
«A lei!» questa era la parola sacramentale.
L'interpellato cominciava e leggeva. A poco a poco la scuola si animava e ripigliava il solito aspetto; la voce e la fisonomia del maestro scendevano al livello normale, e lezione cominciava.
Il suo metodo didattico è ammirevole e perfetto. L'interrogato legge e chiosa; ne' passi controversi od oscuri ognuno è libero d'esporre la sua interpretazione. Egli ascolta, accetta, disapprova, corregge, talvolta loda, in fine amplifica e fornisce tutti gli elementi per cui il giudizio si possa accostare al vero; e se alcuna cosa ignora in quella sua molteplice ricerca, lo confessa liberamente; ne prende appunto per sè ed invita altri ad approfondire la questione. La più scrupolosa esattezza critica e linguistica si congiunge senza sforzo, senza stacco, alla più alta e spirituale concezione del testo: piano, insensibilmente, forse senza volerlo, ma con la forza intuitiva del genio, spesso movendo dal più semplice esame filologico, solleva la mente dello scolaro fino a far sì che questi fissi diritto, quasi allo stesso livello, il pensiero de' sommi autori di cui si ragiona.
Pure Egli così rimesso e semplice, avea degli scatti invincibili di sdegno se s'imbatteva in qualche scolaro che si fosse presentato a rispondere impreparato di tutto quel corredo di nozioni filologiche e storiche che si richiedevano.
Tale mancanza, spesso scusabile in un giovane, si presentava al Carducci sotto l'aspetto assoluto di un'affievolita coscienza del dovere e dello studio, e allora scoppiavano di que' rimproveri che dove toccavano levavano la pelle.
E anche di ciò bisogna ricercare la causa nel concetto che Egli aveva della scuola. Il Carducci, io penso, non si è mai illuso di avere sotto di sè dei geni in erba, ovvero che a lui spettasse il bizzarro incarico di coltivarne la rara pianta: se qualcuno mostrava più larghezza e genialità di mente che gli altri, se ne compiaceva e lo dava a conoscere con una ritenuta e pure affettuosa gentilezza; ma non faceva nè elogi, nè predilezioni. La cosa che Egli sopra tutto pregiava e richiedeva era la severità della vita, la costanza e l'assiduità del lavoro, il sentimento della dignità, degli studi e dell'arte; e tutto ciò per quell'elevato sentimento patrio che mai non si scompagnava da ogni sua azione e da ogni sua parola: l'Italia avea bisogno di rifarsi moralmente ed intellettualmente; perciò occorrevano pochi ma buoni maestri.
A questo Egli attendeva per parte sua e voleva che i giovani vi attendessero; al governo assicurarne la vita, la dignità, gli studi. Nè mai voce più nobile e più elevata suonò in loro difesa.
Ma anche qui quell'ottimismo che non sa distinguere le eccezioni e che in fondo è proprio, perchè necessario, di tutti gli uomini di genio, e quel giudizio quasi sempre assoluto ed unilaterale che è speciale del Carducci, inducevano spesso in errore un così alto e degno modo di giudicare; chè non solo molti di mente meno che mediocre, ma pazienti ed assidui, lodava e incitava; ma, quel che è peggio, non s'avvedeva come non pochi fra quelli che più lo circuivano, sotto un simulato amore di ricerche e di studi null'altro celassero che una gran vanità, un'ambizione dannosa ai buoni, senza avere alcun senso dell'arte, alcun animoso o doloroso ideale.
Egli psicologo acuto e mirabile dei fenomeni morali più complessi, non riusciva a scendere e a leggere nettamente nell'animo di coloro che con certa simulata modestia sembravano intendere e seguire le sue idee. Forse prestava loro un po' della sua grande anima e nel suo giudizio li faceva degni di sè.
***
Ma tornando al proposito, è certo che tali lezioni, per quanto perfette, non erano quelle che l'uditorio estraneo alla scuola si aspettava; se non che a poco a poco un verso del Petrarca o di Dante, uno di que' portentosi aggruppamenti di parole melodiche dove o l'anima o la natura o l'una e l'altra insieme vibrano nella misteriosa concezione dell'arte, investiva il suo pensiero e tutta la sua fantasia s'accendeva come un sole.
Non v'era più l'espositore paziente, il critico minuzioso; ma il sapiente ed il vate si congiungevano in una non so quale concezione grandiosa e quasi profetica, e sotto quell'impeto di idee s'indovinava una sacra tristezza.
Parea che si rivolgesse a noi come se fossimo i colpevoli di non so quale mancato bene, noi poveri giovani venuti alla sua scuola per acquistarci un diploma e guadagnarci questo misero pane. Egli ci trascinava dietro di sè e ci costringeva a salire in alto! O Maestro grande e buono, quante cose vedemmo, o piuttosto intravvedemmo di lassù dove Tu ci guidavi! Ma chi se ne ricorda più, chi ritiene più la forza di combattere per le battaglie di cui Tu segnavi così nettamente il campo, o Maestro?
No, da quella sua cattedra Giosuè Carducci non parlava al mondo, come diceva con infelice retorica il manifesto degli studenti monarchici invitante ad una pubblica dimostrazione dopo il fatto dell'11 marzo: Egli da quella sua cattedra si era proposto un compito molto più modesto eppure molto più arduo: rinnovare nel pensiero e negli studi la gioventù d'Italia, come nelle battaglie e nelle congiure fu rifatta materialmente la patria.
CAPITOLO II.
La dimostrazione dell'11 marzo '91.
Il giorno 11 marzo '91, che fu appunto di mercoledì, alle ore tre, in quella grande aula numero uno, parecchie centinaia di questa gioventù italiana insultò di fischi assordanti, di improperi indicibili Giosuè Carducci.
I fischi e gli improperi durarono un'ora e mezzo non interrotti e crescenti.
Chi volesse far mostra di perizia descrittiva potrebbe agevolmente ricostruire quella scena dolorosa e, sotto un certo aspetto, fatale. Ma una simile descrizione sarebbe retorica nel senso brutto della parola, ed io la sdegno: però retorici non sono certo i due aggettivi che ho scritto, ma rispondono ad una verità che vorrei emergesse al lettore dalla comprensione di questo libro.
Si ebbe appena notizia del fatto, che la studentesca radicale delle università di Genova, di Cagliari, di Pavia, di Pisa, di Roma, di Modena e di altre città, compresi i giovanetti dei licei, perchè essi pure vollero fare udire la loro voce autorevole, si resero solidali e plaudenti agli studenti di Bologna, stigmatizzando con tutto lo sdegno delle loro offese coscienze — la deficenza del carattere del senatore Carducci e l'apostasia di Enotrio romano, disertore bandiera, santi ideali vera democrazia italiana; — chè così appunto suonano le lettere ed i dispacci d'allora.
Non ricostruirò, no, la scena; ma io penso che fra il frastuono e la tempesta degli insulti dovea squillare alta la plebea e feroce ingiuria di Romagna, e so di un'accusa ripetuta sino alla rabbia: — Tu sei un cattivo cittadino!
Θαυμάσιόν τι!, avrebbe detto Socrate. Ma che vale? Oggi il riportare un motto greco sarebbe ingenuità ovvero ignoranza; dirò dunque: — Mirabile cosa, non è vero?
Ma una ve n'ha più mirabile ancora: — Quella gioventù in quel suo accanimento contro l'uomo era sincera e convinta: sincera sino all'odio, convinta sino alla ferocia. Perchè non esitò, non oscillò dinanzi al Poeta; lo assalì con una logica ineffabilmente ignorante; non pensò e, se pensò, non paventò di recare danno con l'immane insulto a quella esistenza preziosa!
Dirò di più: era convinta di compiere un dovere. Essi scrissero: «Noi l'abbiamo fischiato per significargli lo sdegno delle anime oneste[1].»
***
Egli ebbe l'intuizione eroica del momento: non protestò, non si mosse, non uscì, non volle uscire che ultimo. Montò ritto in piedi sur una tavola che era dinanzi alla cattedra, «non per parlare, ma per meglio esporsi ai fischianti che fischiassero con più loro soddisfazione e per ricevere in pieno petto gli oltraggi[2].»
Crescendo gli urli, trasse dalla tasca uno zigaro e si mise a fumare. Quelli gridavano: «A basso Carducci!» Rispose: «Meno male se gridaste a morte! È inutile gridiate a basso: la natura mi ha messo in alto... ed io fumo.»
Ma Egli «cinicamente ci guardava fumando;» così dice l'esposizione che del fatto diedero gli studenti radicali nel citato numero unico, e quest'avverbio attribuito ad un'azione del Carducci fa fremere; eppure esso è riferito in buona fede.
Non è anche questo mirabile?
Il torrente dell'indignazione e dell'odio straripò e si scatenò sopra l'uomo senza che questi vi potesse porre argine. La memoria del maestro non si affacciò dinanzi ai tumultuanti; il genio del poeta, o almeno una sola delle sue mirabili idealità non fu ricordata; o, se fu, non ebbe forza di agghiacciare l'insulto prima ancora che le labbra lo avessero espresso.
Eppure l'uomo non si scompose, ma stette dinanzi a loro impavido e tutta la maestà del cittadino e del poeta si drizzò eroica, nel suo silenzio disdegnoso da ogni discolpa. Ma Egli «cinicamente ci guardava fumando,» ma l'uragano gli montò sopra e fuggì via col suo urlo. L'uno rimase rigido all'urto, gli altri trascinati come da una procella, seguirono il loro viaggio: termini irreconciliabili.
Eppure sono corsi pochi anni dal tempo che quella gioventù riguardava il Poeta come maestro, come esempio, come profeta: ed Egli profondeva per lei i tesori dell'inesausto suo genio. Ora gli uni si separano dall'altro nè v'è speranza di intesa o di ritorno.
Non è ancora questo un fatto mirabile?
Non pare a chi legge che l'avvenimento dell'undici marzo stia fuori dal mero fatto di cronaca universitaria; ma sia indizio di un grave fenomeno morale rimasto da lungo tempo latente, non determinato, non studiato e che in quel giorno si manifestò con quella selvaggia esplosione di insulti?
Tale convincimento mi animò a stendere queste pagine, e fu così forte l'impulso che vinse molte incertezze e riluttanze più facili ad intendere che piacevoli ad esporre.
***
Cominciamo da un paragone che può sembrare enfatico o strano. Ricorda il lettore uno dei titoli d'accusa per cui fu Socrate condannato a morte?
Nell'Apologia di Platone è detto: — «Socrate è empio perchè corrompe i giovani.»
Nel caso del Carducci mancano gli accusatori pubblici: sono i giovani stessi che l'accusano di corruzione. Essi dicono press'a poco così: «Il vostro canto, o Poeta, ci educò agli ideali della democrazia; ed ora vi vediamo non solo ritirarvi dalla lotta, ma passare duce e colonna degli avversari.» Dicono ancora: «Quest'uomo che, appunto perchè era messo più in alto, più era in vista, dava, sia pure colle più buone intenzioni, un esempio dannoso. Bisognava dirlo. E noi sentimmo il dovere di farlo, di ribellarci a tutti i pregiudizi dei feticisti, appunto quando contro di noi egli lanciò una cinica sfida, facendosi — egli professore ed educatore — capo di quegli studenti che rinnegano tutte le nostre e già sue aspirazioni[3].»
Dunque Egli è esempio alla gioventù di disonestà e di defezione politica. Anche questo è mirabile, non è vero? E più mirabile è che è detto in buona fede.
Gli studenti monarchici, secondo il citato giornale, dicevano «beffardamente» agli studenti radicali: «Carducci è come gli altri; ad accarezzarne la vanità si rende più monarchico del re, più scettico di noi!» Esclamano in fine gli studenti radicali: «Oh, se nel cervello del Carducci fosse rimasta latente qualcuna delle antiche potenze, come scoppierebbe tremenda a schiacciare questa turba che ha imparato i paroloni altisonanti e non ha mai assaporato la dolcezza dei sentimenti potenti!»
Dunque quest'uomo che, secondo le vostre parole, si levava impavido dalla bassezza presente, che accendeva le anime vostre alla fede e all'amore del bene, è così mutato e diverso da quello che ora condannate e fischiate?
Davvero?
***
Ancora: Per chi ha non superficiale conoscenza dell'opera del Carducci, apparirà manifesto il fatto che Egli rivolse tutte le energie della sua vita a fare sì che il cittadino ed il poeta fossero una cosa sola: forza costante che, penetrata dall'agitatrice tempesta dell'arte, batteva contro questo «vecchio, ignavo titano» del popolo d'Italia; e se in questo percuotere per avventura commise peccati, furono — come Egli disse — non di volgarità mai: sì di passione.
Ora essi con spietata e certo incosciente crudeltà disgiungono il poeta dall'uomo; e con ciò non solo mostrano di disconoscere l'opera sua, ma gli fanno l'offesa che si può fare maggiore.
Premettono: «Noi intendevamo troppo bene quanta irresponsabilità ci fosse in quel poeta atto alle forti impressioni e incapace di convinzioni maturate,» poi aggiungono: «Carducci mentre rimane per noi un grande artista, non può rimanere un grande carattere; e impallidisce nella scuola, come passerà macchiato nella storia;» e in alcuni foglietti distribuiti dopo la contro dimostrazione tenuta in piazza S. Petronio il giorno 12, è scritto: «Il poeta e il letterato tutti ammiriamo. Noi abbiamo voluto fischiare il disertore di una bandiera!»
Davvero? Mirabile ad ogni modo!
Sì — voi dite — egli cantava molte leggiadre e, più sovente, molte strane canzoni: queste rimangono e noi le leggeremo ancora per nostro diletto e anche per dimostrare che riconosciamo i suoi meriti di scrittore, sempre che ci avanzi tempo e voglia: ma quell'anima ardente di entusiasmo e di bene per noi non esiste più.
Tutto ciò più che meraviglioso è supremamente triste.
***
Ma io sbaglio nel tempo. Essi non dicono, ma dissero. Forse non ricordano nemmeno più le infauste parole che proferirono e stamparono; eppure esse rimangono. La vita urge ed incalza que' giovani, ma la piaga da loro aperta non cessa per allentar di balestra.
E dico il vero; perchè se a quelle centinaia di studenti sono imputabili sì l'aperta manifestazione come la volgarità delle ingiurie, non è meno vero che quella gran forza inerte la quale spesso si chiama opinione pubblica, con la sua inettezza ad intendere l'evoluzione monarchica del Carducci, scusa e coonesta in certo modo tanto il tumulto come le ingiurie.
Mi si può chiedere: Perchè così di preferenza togliete passi e giudizi da quel foglio apologetico degli studenti? Rispondo: Appunto perchè di questa massima parte dell'opinione pubblica esso rappresenta l'espressione più esagerata, ma in pari tempo più animosa e sincera.
Ma su questo argomento ritornerò fra poco.
Sono dunque gli scolari stessi che accusano il maestro. Vero è però che nessun tribunale accoglie l'accusa e, seguendo il paragone incominciato, nessun ministro di giustizia apparecchia la cicuta al nuovo corruttore della gioventù. Anzi quelli che in certo modo rappresentano l'autorità delle leggi, accolgono con grande apparato di cortesia e di difesa il maestro oltraggiato, il quale non richiede altro schermo che la propria coscienza. Mancano dunque e tribunali e cicuta; ma anche voi mancate, o Simmia, o Cebete, o Fedone, e tu Apollodoro che non ragionavi no alla morte del Maestro mirabile, ma piangevi solo.
Gli scolari del Carducci — e per scolari intendo non pure quelli che frequentarono le sue lezioni, ma quanti nel rinnovamento degli studi dovrebbero riconoscere lui come maestro — i suoi scolari, dico, non scesero con lui nel combattimento: essi, pur fatta alcuna eccezione, hanno troppo da attendere alle loro piccole ricerche erudite e alle loro piccole scuole.
Socrate moriva per risalire il corso dei secoli: invece grande aura di tristezza già ottenebra la fronte del Poeta. Egli scende vivo nella sua idealità e la gente nuova senza di lui palpita e s'agita al nuovo viaggio umano.
Parole mistiche forse sono queste, ma che spero abbiano ad acquistare luce di verità da ciò che segue.
***
La requisitoria degli insultatori si fonda sui fatti e su le parole stesse del Poeta ed ha tutti i caratteri di una logica brutale e invincibilmente ignorante.
— Non scriveste voi l'inno a Satana? non cantaste voi la rivoluzione francese? non proclamaste voi la repubblica santa, la repubblica vergine? non vi pronunciaste voi stesso repubblicano nel discorso di Lugo e in molte altre occasioni? chi scrisse i Giambi ed Epodi? chi imprecò in tante forme e per tanto tempo ai moderati? chi fremendo ricordò il nipote di Carlo Alberto cui si fece indossare la divisa di Radetsky? Ed ora voi avete composta l'ode alla Regina; non basta, ma vi siete fatto poeta cortigiano delle gesta di Casa Savoia. Chi ha scritto il Piemonte, chi l'ode Il liuto e la lira? Ma non basta: mentre noi commemoriamo Mazzini, voi accettavate di essere padrino della bandiera che le gentili donne di Bologna ricamarono per il Circolo monarchico universitario.
Per tali titoli noi vi condanniamo.
***
Il citato giornale degli studenti ha però un'osservazione vera e gravissima più che non sembri ad un primo esame, ove dice: «La stampa italiana in generale ha riportata quasi senza commenti la notizia delle dimostrazioni pro e contro Carducci.» Tutt'al più, osservo io, alcuni giornali si mostrarono indulgenti e favorevoli agli studenti, altri d'opposto colore politico li condannarono più o meno aspramente. Molti del pubblico dissero che era una lezione severa ma ben data; altri più miti concedettero ai giovani il diritto di giudicare e biasimare il Carducci, ma ne disapprovarono il modo ed il luogo. Grazie! I più equanimi e liberali «Oh che diavolo — dissero — che non si possa, almeno una volta nella vita mutare francamente opinione e cambiar strada dopo che si conobbe che l'altra era sbagliata, senza che i soliti difensori della morale pubblica ci abbiano a ringhiare alle calcagna! o che si deve pretendere un'assoluta coerenza politica per tutta la vita?»
Grazie maggiori e senza fine!
Del resto non molto diversamente giudicò l'onorevole Ferdinando Martini alla Camera dei deputati nella seduta del 16 marzo, dando così, e per il luogo e per la persona, speciale valore a tale opinione. Ecco come: L'illustre Villari, allora ministro, condannò l'opera degli studenti e disse: «Quando assistiamo a fatti deplorevoli come quelli di Bologna, dove impunemente s'insulta l'uomo, il cittadino, il maestro, mi sembra vedere dei figli che insultano il loro padre.» La dolorosa e semplice gravità di queste parole può sembrare ed è in fatti compenso all'impunità che si dovette concedere; ma pur è vero che niuna parola l'illustre uomo disse su le cause della dimostrazione: quasi vi si sente il timore di inoltrarsi in un terreno mal fido, dove se era facile condannare la mancanza di rispetto al maestro, non era poi così semplice o breve cosa, lì per lì, in una seduta parlamentare rendere ragione di un complesso di fatti per modo che l'azione del Carducci uscisse giustificata, anzi lodata.
Ma l'onorevole Ferdinando Martini volle con un breve confronto affrontare la questione; e dopo aver deplorato questo rifiorire di spirito settario (mormorio all'estrema sinistra; approvazioni a destra) «sì, spirito settario, — aggiunse — perchè chi rimprovera l'evoluzione del Carducci, applaude poi a Victor Hugo che di evoluzioni ne fece parecchie (approvazioni).»
Già: Victor Hugo monarchico diventò repubblicano e Giosuè Carducci repubblicano è invece diventato monarchico. È un'equazione perfetta che non fa una grinza e non c'è nulla a ridire!
Ma è possibile pensare che Giosuè Carducci dopo avere speso tutto il suo genio e le sue forze a sostegno di un determinato principio civile e politico, nella giovanile età di cinquantaquattro anni passati si ricreda e professi una fede opposta?
Ammettere questo è ammettere implicitamente la demolizione di un uomo.
Il vero è che questo mutamento sostanziale non esiste se non in alcune forme apparenti che Egli volle accentuare con la sua rude e coraggiosa franchezza. Non è l'evoluzione dell'individuo ma è l'evoluzione dei tempi che, giunti a maturità, hanno necessariamente determinato nel Carducci un'attitudine che prima o non appariva così manifesta o si fingeva di non vedere.
Il paragone parve felice; ma in verità non regge sotto niuno aspetto.
Victor Hugo, anche per speciali circostanze intime e famigliari, monarchico ne' primi anni della giovanezza, a trent'anni si professa di non dubbia fede repubblicana; e in fine la sua mutazione segue e s'accompagna gradatamente al corso dei tempi. Essa è logica e naturale.
Ora tale non si potrebbe dire la mutazione del Carducci se essa fosse, come fu nell'Hugo, cagionata da un nuovo ordine di convincimenti politici.
In oltre, pur prescindendo da diverse condizioni di civiltà e di nazione, non credo possibile un paragone fra i due uomini attesa la diversità della loro indole: il Carducci rigido, schietto, appassionato, ingenuamente semplice ed eroico, naturalmente ribelle; il poeta francese invece ammaliante e accarezzante il pubblico col fascino della continua sua enfasi trascendentale, cui sempre, forse, non corrisposero le intime convinzioni e la pratica della vita[4].
Può darsi che la parola o la concitazione del momento abbiano tradito il pensiero dell'oratore; ad ogni modo sarei curioso di sapere se il Carducci rese grazie all'onorevole amico del servizio resogli.
***
Ma ritornando all'effetto che il fatto dell'11 marzo produsse sul pubblico, aggiungerò che un osservatore pessimista potrebbe anche insinuare questa supposizione, che gli studenti fischiatori ingenuamente si prestarono alla gratuita vendetta della non breve schiera dei letterati e dei poeti o invidi, o percossi, o schiacciati dal solo muoversi del gigante, senza che questi nemmeno ne avesse intenzione. Altri poi soverchiamente malevolo potrebbe pensare che a qualcuno de' nostri critici ed eruditi, più o meno grave, più o meno giovane (il quale certo per conto suo non avrebbe mai osato levare la voce verso il Carducci se non in tuono di grande reverenza) nel segreto que' fischi e quegli insulti allargassero piacevolmente il cuore e movessero il pensiero a formulare presso a poco questa considerazione: «È deplorevole, ma era da prevedersi: il Carducci avrebbe dovuto accontentarsi di essere un poeta e basta, invece volle invadere tutto, anche il campo della critica, che spetta di diritto a noi, anche la politica che spetta ad altri.»
Il vero è che la dimostrazione contro il Carducci non oltrepassò nel pubblico le dimensioni di un semplice fatto di cronaca universitaria.
Ora nel non aver notato in quel tumulto che un avvenimento scolastico, consiste gran parte dell'importanza storica e morale del fatto stesso. Tanto è vero che se l'universale degli italiani e della stampa fossero stati in condizioni di giudicarlo nel suo valore, esso non sarebbe potuto avvenire, nè il Carducci vi avrebbe dato pretesto.
Si possono obbiettare le infinite testimonianze di sdegno e di affetto che il Poeta ricevette, ma esse hanno un carattere o privato o ufficiale e sono infine manifestazioni di una minoranza.
La contro dimostrazione del 12, indetta dagli studenti monarchici, cui prese parte la classe più eletta della cittadinanza bolognese, è in parte una giusta protesta contro un insulto volgare fatto ad un illustre concittadino e per altra parte è di natura essenzialmente politica. Vero è che se gli studenti monarchici avessero avuto conoscenza precisa della evoluzione del Carducci, per così darle un nome, non avrebbero avuto molto da rallegrarsi o da vantarsi come di un loro speciale acquisto.
***
Nei fenomeni fisici vi sono cause che sfuggono ai sensi, e nei fenomeni morali vi sono cause che sfuggono all'analisi del pubblico: eppure senza giungere alla conoscenza di quelle non è possibile dare esatta ragione di certi fatti. È la gran forza dell'imponderabile!
L'evoluzione del Carducci non segna, come già dissi, un mutamento sostanziale dell'uomo ma dell'universale. Egli non si è mosso che in certe sue attitudini esteriori, dovute all'imperiosa forza che lo costringe a dare risalto netto ad ogni sua opinione; ma è la maggioranza che si è notevolmente spostata, specie in questi ultimi anni ed ora vede il Poeta sotto un aspetto che prima rimaneva come nell'ombra.
Per provare ciò in verità non fa mestieri di battaglia alcuna di parole, o di speciosi equilibri di ragionamento, o di arte dialettica; ma, come a me pare, basta il semplice studio e commento dell'opera del Carducci.
E se nel mio ragionare per avventura mi sfuggiranno parole amare, voglia chi legge attribuirle non a malevolenza verso persona, sì a passione e ad amore di verità. Così pure se alcune affermazioni avranno più l'aspetto di paradossi che di verità, pensi il lettore benevolo che il paradosso talvolta ci appare tale non per assurdo che vi si contenga, ma per soverchia sintesi di vero; e che tal altra esso è nello scrivere ciò che nell'arte del dipingere è lo scorcio. Bisogna osservarlo da lungi che sarebbe a dire nell'intensità e nella solitudine del pensiero.
CAPITOLO III.
Iuvenilia — Alla Croce di Savoia — L'inno a Satana — Giambi ed Epodi — Il discorso agli elettori del collegio di Lugo.
La guida più razionale e sicura per intendere il rivolgimento politico del Carducci, a me sembra sia il seguire quella che è invincibile, massima e sua più intensa e sincera espressione, cioè l'opera poetica; intorno alla quale si raggruppano le molte e varie prose battagliere, sì letterarie che politiche o, meglio, civili, e da quella in certo modo dipendono. La stessa sua produzione filologica e critica che può sembrare straordinaria per chi consideri l'erudito come disgiunto dal poeta, appare invece naturale se si pensa che una stessa unità di entusiasmi e di intenti è cagione sì del canto che delle sapienti e innovatrici ricerche.
Talora alcune poesie sembrano prendere misteriosamente ed improvvisamente le mosse da quelle ricerche come se il fantasma poetico dormente nelle immortali pagine vi aleggiasse evocato, ed hanno la fragranza di un'eterna e ridente giovinezza di sole; talora la maschia e nutrita sua prosa vibra tutta sotto lo sforzo del canto, cui il freno dell'arte a fatica ritiene e costringe.
***
Le poesie giovanili del Carducci sono contenute, come è noto, in due raccolte di rime: Iuvenilia e Levia Gravia, non sempre nello stesso modo distribuite nelle varie edizioni, giacchè nell'ordinarle l'autore ebbe piuttosto di mira lo svolgersi della sua idea artistica che l'ordine del tempo[5].
Sotto al primo titolo sono comprese le rime composte sino al 1860, nel quale anno il Poeta, nella combattente vigoria de' suoi ventiquattro anni, fu assunto alla cattedra dell'università di Bologna.
Nei Iuvenilia, scrive il Carducci stesso nel '71 «sono lo scudiero dei classici;» e in vero la forma classica, acquistata non di seconda mano, ma comperata proprio alle origini, riveste quasi interamente con una certa purezza e talora rigidità di linee un pensiero sano nella sua tristezza, vigoroso e composto, così da trarre in inganno su l'età dell'autore, giacchè non pochi versi si direbbero di un poeta di secondo ordine che ha raggiunto il suo pieno sviluppo. V'è di fatto tanta ricchezza d'arte, così maturo apparecchio di studi che pare cosa straordinaria in un giovane.
Se non che, di tratto in tratto, traluce non so quale austera e pur ridente verginità di pensiero, che si compiace ornarsi delle magnifiche vesti classiche; e, quando altri non l'osserva, pare vezzeggiarsi di sfuggita: e allora si sente che non è la maturità del pensiero, ma appena l'estiva aurora che attende il suo meriggio. Inoltre sotto quelle forme composte e perfette (e talvolta modellate con un atteggiamento che ricorda famosi esemplari) si sente fluttuare un rigoglio di forze ancora confuse e germinanti; ma tale è il loro vigore che la scorza della forma le frena a stento e pur qua e là accennano a scoppiare in quelle espressioni libere e rudi, proprie del Carducci, come nel verso:
Il secoletto vil che cristianeggia.
Ora questa percezione di forze originali e maggiori di cui si sente il germe e se ne intuisce lo sviluppo, danno ai Iuvenilia un carattere transitorio. In altre parole il poeta avvenire infirma ed offusca il poeta di allora.
Nei Iuvenilia non è alcuna decisa affermazione politica o filosofica, ma un continuo anelito al bene, un'onestà ed una purità d'intendimenti meravigliose in un giovane. Ben con pure mani e con candida veste egli si accosta all'ara di Febo Apolline!
Il fremito della rivoluzione maturantesi nel decennio, segue il giovane poeta su per il sentiero dell'arte, e se ne risente l'eco, non in allusioni a fatti e uomini del tempo, ma in un bisogno di rinnovarsi e di rinnovare, assorgere ad un vivere civile più libero, più virtuoso, più conforme ai grandi esempi del passato. La tristezza stessa che aleggia su quei canti è tutta ardente d'idealità e di speranza. Rileggendo i Iuvenilia io provo un'impressione strana, come di un uomo che è in fondo ad una valle caliginosa e densa di gravi vapori: respira a stento, eppure cammina con un'energia indomita per salire in alto; molto in alto. O l'uragano o la gran calma delle alte vette lo attendono. Non importa, ma si respirerà meglio lassù. Il suo gran petto e la sua ardente fronte hanno bisogno di questo.
***
Le poche poesie d'argomento politico non appartengono alla primitiva raccolta dei Iuvenilia, la cui prima stampa fu nel '57 in San Miniato[6], quando il Carducci era appena ventenne e nè meno sono accolte nelle successive edizioni del Barbera,[7] da cui furono escluse per ragioni d'arte e di opportunità. Esse sono: una canzone petrarchesca a Vittorio Emanuele che chiude:
Poi sui colli italiani
l'ombra adora di Roma e il voto augusto
sciogli di Giulio e di Traian sul busto.
altre rime cagionate dagli avvenimenti di quegl'anni; in fine la nota ode alla Croce di Savoia, stampata in fascicoli e messa in vendita e anche in musica nell'ottobre del '59. Nelle edizioni dello Zanichelli vennero poi fuse fra i Iuvenilia[8] e fu più giusto criterio perchè esse hanno grande valore nella storia del suo pensiero politico.
Il Carducci, fin da allora repubblicano classico (tanto per esprimere con parola poco determinante una quantità di fatti e di idee determinate, ma che richiederebbero assai tempo per dichiarare convenientemente) repubblicano per istudi, per l'antica origine della sua gente, per educazione famigliare, per la perfetta italianità del suo genio, dimostra in questo canto giovanile come il concetto dell'unità politica fosse in lui superiore a qualsiasi preoccupazione partigiana, supposto che ve ne fosse stata. Inoltre in questo poetico e gentile invocare l'elemento signorile, conservatore, eroico-feudale a fondersi con il popolo e con la borghesia, non si contiene un'esplicita affermazione di fede monarchica, come poi gli fu mosso rimprovero, quanto un'aspirazione sincera e sinceramente espressa di valersi di tutte quelle forze etniche e storiche che, formanti, per così dire, la complessa geologia morale di questa secolare Italia, potevano contribuire validamente a risaldare la compagine della risorgente nazione.
***
Sotto il secondo titolo di Levia Gravia si raccolgono le rime composte fra gli anni 1861-1867, cioè nel tempo in cui, anche a cagione dell'alto ufficio, rivolse tutta la sua mente ad ampliare ed approfondire la sua coltura; tempo «vissuto — come Egli stesso dice — in pacifica ed ignota solitudine fra gli studi e la famiglia.»
Nei Levia Gravia, scriveva il Carducci nel '71, «faccio la mia vigilia d'armi;» ma dieci anni dopo, nella prefazione ad una definitiva ristampa (Bologna, Zanichelli, 1881), così ne ragiona:
«Ci si vede l'uomo che non ha fede nella poesia nè in sè e pur tenta; tenta la novità, e non ha il coraggio di romperla con le vecchie consuetudini; discorda dalla maggioranza e la segue; scambia la materia per l'arte, o le mette in urto fra loro; si balocca facendo sul serio; gitta un grido, e ha paura della sua voce che si perde nel vuoto.
«Rileggendomi, mi giudico come un morto; e anche di questo volumetto che do a ristampare veggo e sento la livida screziatura e il freddo, come d'un pezzo di marmo che aggiungo a murare il sepolcro de' miei sogni di gioventù. Sparite via presto, o morticini; io non ho nè il tempo nè la voglia di farvi nè meno il compianto.»
A parte la violenza del giudizio che Egli nè meno a sè stesso risparmia, è certo che i Levia Gravia mancano di personalità e di originalità; sono piuttosto una sosta che un progresso. Egli forse volle significare ciò col togliere in questa ristampa dell'81 alcuni bellissimi sonetti i quali furono poi compresi nelle Rime Nuove, e con l'accogliere invece le meno perfette rime dei Decennalia[9]: ma è una sosta piena di raccoglimento, quasi a chiamare ed esercitare le forze per ispingersi a nuovo e libero viaggio.
***
L'Inno a Satana segna appunto il termine di partenza per il futuro viaggio.
Quest'inno concepito di getto «dopo anni di ricerche e di dubbi» in una notte di settembre del 1863, in una vera stasi di eccitamento lirico, chiude la serie delle poesie giovanili ed è la prima delle poesie nuove del Carducci, o piuttosto sta a sè come intermezzo di un impeto così pauroso e folgorante cui non trovo riscontro adeguato nella poesia moderna[10]. È lo scoppio di una forza selvaggia che si regge più per ingenito equilibrio che per meditato freno della ragione.
Quest'inno, ripeto, concepito e gettato nel 1863, pubblicato (si noti il lasso di tempo e il modo che sono di una significazione grandissima) nel '65 «per amici e conoscenti,» diventa di dominio pubblico, corre la penisola, i giornali massonici e democratici se ne impadroniscono come di un'arma e lo ristampano; il nome del poeta è fatto popolare oltre l'aspettazione e l'intenzione, più che per qualsiasi altra sua opera d'arte; ma nel tempo stesso si stabilisce il primo dei malintesi fra il Carducci ed il pubblico.
***
Ed ora una domanda: quest'inno ha veramente il valore letterale che gli fu dato, cioè di un carme oggettivo sciolto all'ara della pura dea Ragione?
Così pare ad una prima lettura, così venne interpretato: v'è di più, così il Carducci stesso lo difese nelle polemiche sataniche; dove, scusando la poco estetica sintesi, disse «di avere adombrato, come in una poesia lirica potevasi, la storia del naturalismo panteistico, politeistico, artistico, storico, scientifico, sociale;» cioè «la natura e l'umanità ribelli necessariamente nei tempi cristiani all'oppressura del principio di autorità dogmatico congiunto al feudale e dinastico.»
L'inno, fuor di dubbio, vuole anche significare tutto questo.
Ma ora un'altra domanda: il Carducci quando concepì quel canto, sentì la necessità sociale o filosofica o politica che dir si voglia di bandire al pubblico quelle verità? No certamente; tanto è vero che due anni passarono prima che fosse reso di pubblica ragione.
Se Egli era davvero convinto che vi si contenesse un insegnamento utile, una verità nuova da rivelarsi, perchè non lo divulgò subito? Forse perchè come esecuzione non rispondeva al suo concetto artistico? Ma questo, cioè che «mai chitarronata (salvo cinque o sei strofe) gli uscì dalle mani tanto volgare,» Egli potè dire nel 1881, dopo aver composto le Rime Nuove e le Odi Barbare, non allora che vivo era ancora l'ardore del concepimento. Di fatto in questa fine di secolo un tale intendimento filosofico, espresso per giunta in forma lirica, può sembrare un anacronismo o un'ingenuità. Non voglio dire con questo che la reazione politica di allora non coonestasse in parte questo intendimento; ma non giunge certo sino a spiegare la subitaneità e lo scatto lirico di quel canto. Le cause si debbono ricercare in fonti più intime e riposte.
***
Questo canto alla vittoria del pensiero umano sembra essere piuttosto il grido d'osanna alla vittoria sua, della sua ragione divenuta perfettamente libera, e segna il passaggio alla fase piena e virile.
Una più profonda e comprensiva conoscenza dello svolgersi del pensiero storico-umano, maturatasi in quelle sue divinatrici ricerche sul trecento e sul quattrocento e in un largo studio degli scrittori moderni, specie stranieri, diede origine al passaggio, formò la convinzione e l'inno balzò fuori come folgore. Esso in fine altra cosa non è che il paganesimo artistico degli anni giovanili, il quale è fatto cosciente di sè e si afferma naturalismo ed umanesimo: da questa convinzione procede il poeta nuovo e vi si mantiene.
«L'Inno a Satana — scrive tra le altre cose il Carducci in risposta all'affettuosa ma non profonda lettera che Quirico Filopanti gli rivolse in proposito il 9 dicembre 1868 nel giornale bolognese Il Popolo — è l'espressione subitanea di sentimenti tutt'affatto individuali;» e, se non vo errato, non molto diversamente da ciò che io ho detto, si espresse più tardi nel prologo Al Lettore, premesso alle edizioni Barbera.
Si può insomma affermare che quest'inno ha sopra tutto un senso non pur soggettivo ma simbolico: invece fu interpretato soltanto nel senso letterale ed oggettivo come un proclama di fede civile e politica.
E qui sta l'errore: errore a cui il Carducci stesso contribuì involontariamente, non tanto con la poesia quanto con le polemiche sataniche.
Egli non potè o non volle dare dell'inno la spiegazione che verosimilmente è la vera, ma accettò invece la battaglia nel campo che i suoi avversari avevano scelto e dove lo trassero in agguato, senza che nè meno essi il pensassero. L'irruenza alata, ridente, folgorante di quelle polemiche dovea di necessità riportare vittoria completa; ma fu una vittoria in cui è vero che gli anonimi o trascurabili avversari rimasero schiacciati; ma è vero altresì che Egli fu costretto ad avanzare con affermazioni di tal natura che pure essendo assolutamente esatte in sè, non potevano dal pubblico essere comprese se non in senso assai partigiano.
A queste polemiche Egli fu tratto sì dalla critica poco illuminata e molto settaria che gli fu mossa da ogni parte, come anche dalla sua indole «proclive — Egli stesso lo dice — all'opposizione, anche letterariamente». Vi sono poi altre particolarità del suo temperamento d'uomo e di artista determinanti la forma e la sostanza di questa e delle altre sue prose battagliere.
Non eccitato, il suo giudizio è di una serenità olimpica; ma l'opposizione sistematica ovvero informata di saccenteria partigiana, di burbanzosa sicurezza, di malafede o d'ignoranza, lo squilibra; non può restarne impassibile, ma corre dalla difesa all'offesa: e allora il fenomeno particolare, transitorio, sembra acquistare un carattere assoluto ed immanente; l'eccesso dell'intelligenza e le gemme scintillanti della prosa accumulano argomenti e prove come diga immensa contro un torrente da nulla; e tutto un esercito Egli accampa contro un nemico che cadrà l'indomani da per sè per difetto di forze.
Per queste cause mentre ogni singola ragione è vera in sè e tale ci appare e il tutto ci trascina e ci ammalia, non però ci persuade interamente. L'avversario ne esce disfatto; il lettore non sempre è vinto.
Ancora: molte fra quelle polemiche sono modelli meravigliosi di ardimento, di verità e di bontà illuminata dal genio; eppure hanno un altro lato debole, appunto perchè il Carducci è debole in questo che la sua mente, specie quando è contrariata, diviene troppo suscettibile a tutto ciò che si presenti con un lato estetico e questo gli esclude o per lo meno gli adombra gli altri.
Saranno forse queste le cause per cui rileggendo alcune di quelle pagine di prosa io provo oggi un'impressione strana, perchè mi sembra che il tempo le abbia troppo rapidamente scolorite; e pensando a tanta ricchezza di verità, di affetti, di pensieri che rimane lì inerte, un'immagine non lieta mi si affaccia, come di un nembo di gemme che ricoprano un cadavere.
Del resto sarebbe presunzione e mancanza di gentilezza l'avere accennato a questi caratteri difettosi senza dire per anche che essi (se pur difetti si possono chiamare) traggono origine da un invincibile ed eroico sentimento del bene e del vero, che noi mal nati a pena riusciamo ad intendere non che a sentire. Forse è per questo anche che quelle pagine ci sembrano scolorite. Ma di questa impronta e natura originalissima delle sue polemiche sarà detto più diffusamente nel capitolo che segue.
Concludendo per ciò che riguarda l'Inno a Satana, è certo che la difesa che Egli ne fece diede valore all'interpretazione popolare: l'intendimento politico venne subito a galla e s'impose alle altre e più difficili considerazioni filosofiche e storiche; la voce brutta di — cantore di Satana — divenne, malgrado l'austerità del Poeta, il maggior titolo di gloria; e la crescente generazione, inceppata da intellettuale, atavistico servaggio; incapace, per la più parte, di salire con meditazione, con pazienza e con raccolta energia di virtù e di studi al livello dei nuovi tempi, ma pur bramosa di giungervi ad ogni costo e di fare presto, ripetè le strofe di quel canto come dogma di una nuova fede, come espressioni di una dottrina nuova che già si respirava nell'aria, ma di cui mancavano i convincimenti e i salutari ritegni. Infine se ne valse come di un'asta per varcare d'un salto, allegramente, al di là del precipizio, ove sono i regni della dea Ragione, ne' quali è assai facile lo smarrirsi, se pure non si giunga per la difficile via del dolore e della vera sapienza.
***
Quelle energie che nell'Inno a Satana si risvegliarono indomite e selvagge, sono poi da una sovrana ragione rese domite e docili. L'arte ed il pensiero si modificano, ed acquistano una sicurezza di obbiettivo, una coscienza di sè che prima non erano; un ardimento cui la convinzione e l'alto intento non permettono di trasmodare, e perciò anche quando è eccessivo, ci pare vero e ci vince.
Appunto è in quel tempo che la sua Musa:
prese d'assalto intrepida
i clivi de l'arte.
La forma stessa si adatta al nuovo pensiero: metri più agili e saettanti subentrano; ed il sonetto acquista quell'equilibrio di struttura, quell'oggettiva e fremente comprensione di cose e di idee che lo rendono più unico che nuovo, tale che Egli si può con pari onore accompagnare ai massimi poeti ricordati[11] come maestri di questa originale forma della nostra poesia.
Non è più l'uomo che, come Egli stesso disse, «non ha fede nella poesia nè in sè», ma è il cavaliere che ha compito la sua vigilia d'armi, che esce dalla solitudine temperato nell'onda della sapienza e si affaccia al popolo d'Italia nell'invincibile sua fede.
Non è più la gioventù che mal cela il vigore delle membra nel raccoglimento delle venerate forme dell'arte; ma è una gioventù nuova, libera, quale è sorta dall'Inno a Satana, eccitata, infiammata, armata di tutto punto per la battaglia.
E di fatto tutta la sua vita è una battaglia.
Egli nella storia del risorgimento è un personaggio fatale.
Mazzini e Garibaldi formano due lati di quella base di cui il Carducci rappresenta il terzo lato.
Egli è la loro logica continuazione.
In Mazzini l'idea politica storicamente desunta dalle nostre tradizioni più pure; in Garibaldi il combattente eroismo congiunto ad un senso di umanità semplice e buono, proprio di nostra gente; nel Carducci l'arte e gli studi che furono tanta parte della antica vita italiana e così grande cagione nel sentire e nell'affermare il diritto di nazionalità; e in quelli e in questo quel senso dell'idealità e della virtù storica che si presentava come fisso termine di confronto per tutte le riforme richieste dalla necessità dei tempi.
Io so bene che a molti che appartengono alla vita combattente dell'oggi questo ravvicinamento sembrerà strano per lo meno; eppure io lo ho voluto dire perchè lo sento vero.
***
Gli avvenimenti politici che vanno dalla battaglia di Aspromonte alla presa di Roma, determinano l'indirizzo della nuova poesia del Carducci. I Giambi ed Epodi[12] sono il frutto di quegli anni, e muovono da quegli avvenimenti i quali segnano, a vero dire, non la via della gloria ma la via crucis per cui la patria si ricongiunse in nazione.
È inutile fare raffronti su la satira del Carducci: essa è tutta sua, tutta del tempo. Muoverà, forse, come arte dal Barbier e da Victor Hugo; nel Carducci vi sarà forse meno finezza di sarcasmo e meno intenzione letteraria: ma v'è più dolore.
Io non la chiamerei neppur satira: quello è un grido disperato al tradimento e al parricidio.
Senza dubbio i Giambi ed Epodi sono una requisitoria terribile contro il partito moderato monarchico che in quegli anni resse ed ebbe la responsabilità della cosa pubblica.
Sono queste questioni difficili, dolorose e pericolose non solo a risolvere ma ad accennare soltanto. Tuttavia, per usare di una metafora che può sembrare graziosa in questi tempi sgraziati, si può dire che la cambiale avente per sua scritta «unità e indipendenza d'Italia» ebbe bisogno della regia firma di re Vittorio se volle passare allo sconto della politica europea.
La firma di Giuseppe Mazzini non fu riconosciuta valida, e se una gran parte della nazione ne sentì sdegno e protestò, non vi fu però quell'unanimità di energie, di virtù, di convinzioni maturate tali da imporre ad ogni costo, anche a chi non voleva, la firma del grande agitatore.
Il nuovo avallo rese accetta la cambiale: se poi le condizioni e il metodo furono alquanto mutati, bisognava pur rassegnarsi e contentarsene, anzi saper grado al monarca, giacchè il fine si voleva e le forze morali e materiali per ottenerlo col primo mezzo si erano mostrate ed erano in realtà insufficienti.
Lungi ad ogni modo la supposizione di voler farmi io giudice del partito monarchico moderato d'allora: io credo tutt'al più a certe fatalità storiche che si impongono agli uomini loro malgrado; credo che i migliori fra quelli abbiano operato così non per incompleto senso di italianità, quanto facendo sacrificio di questo sentimento ad un fine che si presentava troppo facile per essere il vero, e per converso troppo immediato per lasciarlo sfuggire.
Quando si dice che l'unità d'Italia fu un fatto miracoloso, non si esagera. Ma non è una lode. Fu in vero un miracolo di contingenze, parte spontanee, parte provocate da un ministro di genio che produssero in breve tempo la unità della terra quando l'universale della nazione non era compresa da quell'altissima idea.
Con queste parole io non credo di menomare la dovuta venerazione agli eroi della patria, nel culto de' quali sento di non essere inferiore ad alcuno; sì di accennare ad un fatto storico che per opportunità si potrà nascondere, ma non con valide ragioni negare.
***
Sono i Giambi ed Epodi una requisitoria contro un partito? Sono. Ma un critico del tempo futuro che trascendesse a più lato senso, li potrebbe anche chiamare una requisitoria contro l'intera nazione.
Vi sono strofe come queste:
Solingo vate, in su l'urne de' morti
Io vo' spezzar la lira.
Accoglietemi, udite, o degli eroi
Esercito gentile:
Triste novella io recherò fra voi:
La patria nostra è vile.
e l'altra:
O popolo d'Italia, vita del mio pensier;
O popolo d'Italia, vecchio titano ignavo,
Vile io ti dissi in faccia, tu mi gridasti: Bravo,
E de' miei versi funebri t'incoroni il bicchier.
ed altre, molto consimili di senso se non così di violenza, che sono voci nuove.
Non sono espressioni di poeta solitario od irato; e non sembrano nemmeno la voce d'un uomo solo: sembrano un grido fatale che muova dalla profondità della storia, quasi ultima strofa del carme secolare italico che palpita diffuso dai canti de' poeti che già vissero sotto il nostro gran sole.
Alcuno può ricordare le imprecazioni dantesche, i versi del Petrarca, ove chiama l'Italia «vecchia, ozïosa e lenta.» Sia pure; ma la storia è là a dimostrare come questa nostra patria seppe ne' suoi complessi elementi ringiovanire ancora, come per il fenomeno di una vitalità sorprendente seppe aprirsi la via fra infiniti ostacoli, e pur priva di unità politica, imporre alle circostanti nazioni l'unità del suo genio.
Speranza in una simile vitalità ci affida per l'avvenire? Così fosse! Ma fra l'esausta stanchezza di nostra gente e la maturità dei tempi e degli altri popoli vi è troppo dislivello così da sperare che quella possa dare l'impronta del suo essere a questi, o non piuttosto esserne assorbita e quindi distrutta in una più complessa e nuova forma di vita.
Tale presentimento di morte si diffonde come larga ombra su tutta l'opera del Carducci e dà alla sua energia l'aspetto di una difesa personale, appunto perchè Egli più di ogni altro sente di avere concentrate in sè le più nobili qualità del genio italico.
L'esaltazione che da ciò ne deriva è sublime e assolutamente logica.
Egli irrompe contro il partito moderato perchè offriva più manifeste le stigmate del male.
Esso ci dà Custoza, Lissa, la soggezione all'impero di Francia, la cessione della Venezia, la presa di Roma nel modo e nel tempo che avvenne; invece il partito repubblicano, libero dalla diretta responsabilità politica e avente ne' suoi capi un'idealità superiore, non solo esce immune da transazioni o da sospettate colpe, ma si cinge d'eroismo semplicemente. L'epica impresa dei Mille, Aspromonte, la spedizione dei Cairoli, Mentana, le cavalleresche gesta di Francia, per tacere dei fatti minori, sono così gentili e mirabili opere che alla nostra fantasia, dopo così pochi anni, si presentano cinte dall'aureola della leggenda: e i personaggi anche minori che da quei fatti emergono, hanno un'impronta così geniale d'italianità e di bontà, che io non so se sia effetto del tempo o della morte che placa le passioni presenti e dà agli uomini un'attitudine di fratellanza e di virtù, ovvero se proprio sia perchè essi erano tali, ma è certo che messi al confronto del positivismo utilitario che è il carattere più saliente di noi modernissimi, ci paiono troppo diversi e infinitamente più avanti nell'ideale della verace perfezione umana.
È il caso qui di ragionare dell'opportunità politica di quelle imprese repubblicane? No certo. Solo una considerazione io voglio fare, ed è che, se quelle che furono opere di pochi, fossero state opere dell'intera nazione cosciente e volente, nè prima nè poi sarebbe avvenuto di parlare di opportunità, ed altra sarebbe la fortuna della patria.
A parte dunque anche il lato eroico, è certo che quelle azioni e quegli uomini, per sè soli, astraendo affatto dalla loro fede politica, dovessero presentarsi come molto affini agli intendimenti ed all'idealità del Carducci.
E perchè quegli uomini erano naturalmente repubblicani, così il Carducci non solo riconobbe in questo concetto qualche cosa che rispondeva molto da vicino a' suoi individuali convincimenti già maturati nello studio e nella solitudine; ma per quello spirito di opposizione e di assoluto che gli è proprio, a quel nome di repubblica congiunse tutto ciò che la sua mente concepì come bene e come alto dovere, e lo spinse come un'arma contro il partito moderato monarchico.
A tutto ciò che non era allora e che non è oggi sì nella vita civile e politica, sì negli studi e nella molteplice attività nazionale: a tutto ciò che non è e che avrebbe dovuto essere, di cui la grande tradizione italica avrebbe dovuto imporre la coscienza e lo stimolo non solo in pochi ma nell'universale: a tutto quel complesso di idealità antiche e nuove a cui un popolo troppo vecchio, sebbene avesse l'apparente gioventù della rivoluzione, non poteva sorgere: a tutto ciò che è libero, generoso, bello, vero, il Carducci diede un epiteto di cui si compiacque come quello che rispondeva ad uno stato politico logico per la nazione quale Egli avrebbe voluto che fosse, l'epiteto «repubblicano.»
Che per tali affermazioni non fosse allora nè compreso nè piacente al partito avverso (il quale fra i torti attribuiti ebbe anche quello di dover fare, come già dissi, il molto col poco) non deve far meraviglia; come non parrà innaturale se io affermo che il grosso pubblico in quelle sue reiterate e sdegnose invettive non riconobbe che una semplice ribellione di parte, mentre erano espressioni della più fine aristocrazia del pensiero e della più alta italianità.
Ma in qualsiasi modo venisse dal pubblico interpretata, è sempre vero che quella sua lirica che suonava disperatamente, come campana a martello, acquistava grande forza di attualità politica per il fatto che in quel tempo vivevano Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Mario e con essi il fiore del patriottismo eroico; i quali reggevano e improntavano l'opinione popolare della loro volontà e della loro fede: e il canto del Poeta, inspirato a quella volontà e a quella fede, sembrava ricordare al popolo i giorni numerati che mancavano all'avvento della santa repubblica.
***
Ma oggi che le idee ed i fatti hanno preso una piega ben diversa, bisogna convenire che l'influsso esercitato da quegli uomini fu più di apparenza che reale. In fatto da non pochi si sperò allora e si credette che le nuove generazioni, pur modificandosi in parte secondo le necessità storiche, avrebbero avuto origine da quegli uomini, e che la nuova civiltà italiana si sarebbe formata su i loro ideali. Invece pare vero il contrario, cioè che quegli uomini siano stati definitivi e non abbiano avuto discendenza morale se non effimera o apparente, quasi piante senza propaggini; e che la civiltà quale si va disegnando nel presente derivi le sue origini piuttosto da un movimento esteriore, internazionale, scientifico, di cui la libertà politica favorì e l'ingresso e lo sviluppo.
Per tali ragioni quelle rime dei Giambi ed Epodi che poco più di un ventennio addietro erano di una opportunità ed efficacia grandissime, oggi possono sembrare a molti come appartenenti alla storia politica e letteraria del tempo; e questo non per la sola ragione che la poesia politica è di durata breve, ma perchè il sentimento patrio che ne è la nota dominante, non è più sentito a quel modo o non è sentito affatto. Tanto è vero che la poesia civile del Carducci di questi ultimi tempi, informata allo stesso sentimento, sebbene con indirizzo politico apparentemente diverso, non commuove più il pubblico nè sarebbe più tale da procacciare popolarità ad un poeta nuovo.
***
Ma ritornando alla fede repubblicana del Carducci in quel tempo, si osservi di quante necessarie cautele Egli si munì, ogni qual volta dovette esplicitamente dichiararsi, perchè il suo giudizio non venisse frainteso.
Nelle elezioni generali del '76, agli elettori di Lugo che lo aveano eletto loro deputato, dopo avere con altissima parola sostenuto che a lui perchè poeta non dovea essere preclusa la via della rappresentanza nazionale, aggiunge: «Sì; io sono repubblicano. (Scoppio di prolungati e replicati applausi) E repubblicano divenni non per rapimento giovanile, nè per dispetti che io avessi col Governo dei moderati, del quale io personalmente non avrei che a lodarmi. Mi chiamarono ancor molto giovane, senza che io ne li chiedessi, a insegnare in una delle prime Università: mi diedero anche, sempre non richieste, altre onorificenze e commissioni didattiche: un solo torto mi fecero e ben lieve, e scusabile in tempi di tanta concitazione delle parti politiche.
«Nè prima io aveva preso parte ad associazioni politiche, nè vi presi parte, poi, per un pezzo. La mia gioventù fu tutta negli studi: nella solitudine degli studi nacque, crebbe, si afforzò in me l'idea repubblicana. Ma la repubblica mia non è repubblica per sorpresa: anche questa può sorgere a certi momenti, sebbene non è più desiderabile ai veri repubblicani, come troppo difficile a mantenere e ad assodare. E nemmeno è la repubblica oligarchica di un partito anche ottimo, e tanto meno la repubblica dittatoria d'una fazione. Ma non per questo io credo che la repubblica sia solamente quistione di forma: la repubblica per me è l'esplicazione storica necessaria, è l'assettamento morale della democrazia nei suoi termini razionali: la repubblica è per me il partito logico dell'umanesimo che pervade oramai tutte le istituzioni sociali (Applausi). Tale essendo per me la repubblica, è naturale che essa, questo governo di tutti, deve escire dalla persuasione della maggioranza; e dai voti della maggioranza io l'aspetto, e spero che non s'abbia a dire col poeta: Qual di te lungo qui aspettar s'è fatto!»
Questa esplicita quanto elevata professione di fede politica fu compresa nel suo pieno significato, o non si applaudì piuttosto che alla parola repubblica, giudicando le altre come un contorno estetico di quella? Così io penso: ma volendo giudicare il Carducci quale è, non quale appare ai più, è certo che quel discorso non solo contiene un'aspirazione quanto un avvertimento severo dove dice che tale forma politica non deve essere nè donata nè imposta ma conquistata col graduale e cosciente assorgere morale del popolo ad un più elevato tipo di vita e quindi ad una forma di governo che ad essa è conforme.
Forse movendo da tale considerazione o piuttosto da tale fede in un'umanità migliore, dopo sei anni, nel 1882, scriveva[13]:
«Io dico che in Italia, dopo Cesare Balbo, Camillo Cavour, Alfonso La Marmora, Vittorio Emanuele, non conosco monarchici altro che sentimentali e opportunisti; opportunisti, per amore dell'unità e per timore del mutamento: io dico (e lo dico con tutto il rispetto che devo al capo dello Stato e ad un nobilissimo gentiluomo) che nè anche la Maestà del Re Umberto non è un vero e proprio monarchico».
CAPITOLO IV.
Le odi barbare e l'individualismo del Carducci.
Nell'intervallo, ed al cessare degli avvenimenti che diedero origine ai Giambi ed Epodi, specie dopo la rivendicazione di Roma, che chiude, bene o male, il dramma del risorgimento politico, l'arte pura riprende il sopravvento, e si dilata ed occupa tutto l'orizzonte del pensiero e dell'anima.
È un sole folgorante in pieno meriggio che penetra da per tutto, non nasconde nulla perchè di tutto è cosciente. V'è un'esuberanza di vitalità artistica e di passione che ci incatena e ci fa piccoli come dinanzi ad ogni altro grande fenomeno della natura. Se v'è un difetto, questo è nella ricchezza sua stessa. E quante nuove corde aggiunte alla sua lira: la nota intima, famigliare, lagrimosamente semplice e composta come in Pianto antico, nel sonetto O tu che dormi là su la fiorita, l'Idillio maremmano e Davanti San Guido; la riproduzione icastica e psichica dell'evo medio, come Su i campi di Marengo, Faida di Comune, La leggenda di Teodorico, concezioni epiche con forma e movimento lirico; cose nuove nella storia della poesia italiana; le Primavere elleniche, primavera delle odi barbare; i sonetti Il bove, Santa Maria degli Angeli; meraviglie di un'arte insuperabile!
Tutti i critici che trattarono di queste rime s'accordano nel notare l'immediata corrispondenza fra l'uomo e la natura. Ma la natura del Carducci non è solo quella che fiorisce e si muove sotto questo pallido sole dell'oggi; ma è tutta la natura che già visse e fu forse più ridente, più originale e più libera: ed Egli la fa palpitare e muovere tutta come su la tastiera di un organo immenso.
Se per questa diretta comunione del poeta col mondo esteriore, se per la nitida e plastica rappresentazione de' propri fantasmi, se per un senso umano e profondo da cui l'artefice è naturalmente portato ad elevare il suo canto a missione maggiore che il diletto artistico. Egli debba essere, come fu da molti suoi critici, chiamato pagano, io non so. A me sembra vero e grande semplicemente; e tanto più grande in quanto che a tale altezza Egli sorge più per prepotente sviluppo del suo genio, che per azione diretta degli uomini e dei tempi.
Del resto avverta il lettore che io non intendo con queste poche parole di fare nè qui nè in altri luoghi uno studio sull'arte: altri, e maggiori e più competenti di me e letterati di professione, ciò fecero. Il mio intento è di seguire un filo di idee che mi guidi alla soluzione della questione da cui si intitola questo scritto.
***
Ma se tutta quella ricchezza di canti, in vario tempo e modo pubblicati, raccolti infine sotto il nome di Rime nuove, segna il punto della maggiore varietà e genialità della sua poesia, pure a me sembra che questo incontentabile artefice non abbia ancora trovato l'espressione artistica che lo soddisfi interamente e raccolga in forma nitida ed una il suo complesso pensiero.
Le Odi barbare sono appunto questa espressione ultima e sinteticamente felice del suo genio di poeta, di filosofo, di italiano.
Esaminiamone da prima la forma o contenuto, avendo essa un gran significato; e benchè un tempo se ne sia ragionato e scritto moltissimo, tuttavia qualche cosa ancora rimane a dire.
Nel 1881, sotto il titolo La poesia barbara nei secoli XV e XVI[14] il Carducci stesso pubblicò un dottissimo volume ove con ogni diligenza sono ricercati i documenti e le tradizioni della poesia barbara nella lirica italiana: non solo, ma letterati e critici ne presero occasione per trattare con molta competenza e serietà la questione scientifica e metrica. Vedasi sopra ogni altro il dotto studio del Chiarini: I critici e la metrica delle odi barbare, precedente la seconda edizione delle prime odi[15].
Questi pregevoli studi mentre valsero a ridurre al silenzio molte affermazioni malsicure od erronee con cui una parte della critica non erudita combattè le Odi barbare, tuttavia ebbero a mio avviso un torto involontario, perchè contribuirono a rassodare una falsa opinione che era nel grosso pubblico, cioè che quelle odi fossero di formazione non spontanea, ma ricercata; una specie di esercitazione poetica elevatissima e dottissima fin che si vuole, ma che risente dell'arte del mosaico e della virtuosità dell'erudito.
Opinione falsissima se altra mai: eppure bisogna tenerne conto almeno da parte mia, poichè nel rilevare questo dissidio fra l'individuo ed il pubblico, consiste grande parte della forza e del concetto di questo mio scritto. Apriamo dunque una parentesi e cominciamo a fermarci un po' su questo punto che sarà ripreso più avanti e con diversa intonazione.
Quando il Carducci in fine dell'Eterno femminino regale (23 dicembre 1881) esclama: Ah vil maggioranza! A te il suffragio universale e tante scatole di penne di ferro quante servano a scrivere altrettanti romanzi che t'appestino e muoian con te. Ma strofe e te, mai! Sciagurato il poeta che pensi a te! Da lui la strofe alata rifugge su penna d'aquila o d'usignolo, cantando «Odi profanum vulgus et arceo»[16], dice cosa vera.
Ma quando dinanzi agli elettori di Pisa, nel '86, afferma che la sovranità popolare sta su tutto e su tutti, indiscutibile principio d'ogni autorità e d'ogni funzione politica... che non abdica mai, che nessuna forza può sequestrare, che nessun uomo può impersonare, dice cosa ugualmente vera.
Solo a me sembra che la vil maggioranza sia proprio una cosa sola con la sovranità popolare, sia essa o monarchica, o repubblicana, o socialista, o indifferente o quel che più piace; la quale se imprime la propria volontà nella politica, anche nell'arte non si astiene dal far sentire ciò che giudica e ciò che vuole. Un trattato d'erudizione potrà mettere alla berlina un critico impudente; ma non farà ricredere il pubblico, oggi che il pubblico è tutto; nè su di esso lascierà traccia maggiore che una barca sul mare. Il suo giudizio il pubblico se lo forma subbiettivamente con un'intuitiva e istintiva conoscenza di sè, delle sue forze, delle sue volontà, delle sue aspirazioni.
Il vero, il bello, il buono non esistono per esso in via assoluta.
Il vero, il bello, il buono sono ciò che giudica assimilabile, confacente, utile a sè: il resto può essere quello che si vuole: una sinfonia di Wagner, un'ode come Alle fonti del Clitumno; ma è sempre qualcosa che non soddisfa, che non s'intende o non giova intendere: cioè retorica. E intendiamoci: questa maggioranza è formata non da una speciale classe sociale; ma tutti vi contribuiscono anche quelli che sono conservatori e ricchi e borghesi. È semplicemente un fenomeno della nostra vita contemporanea che non tutti avvertono od ammettono, e per quanto possa essere individualmente spiacevole, ogni recriminazione in proposito sarebbe vana.
L'artista, sia poeta, sia pittore, sia drammaturgo, sia musico, dovrà scegliere: o rinunciare alla propria individualità o rinunciare alla popolarità e quindi a tutti i vantaggi che ne derivano.
Per ciò che riguarda questo mio lavoro, mi sono proposto di non perdere mai di vista il giudizio del pubblico e de' suoi interpreti, ma di tenerne conto anche se sostanzialmente erroneo, appunto perchè (ripeto) nel contrasto o latente o palese fra esso e il Poeta, sta la causa della sua evoluzione.
E ritorniamo ora alla forma delle Odi barbare.
***
Che le Odi barbare abbiano una parentela letteraria con erudite esercitazioni metriche dei secoli XV e XVI, è un fatto puramente occasionale e non deve avere influito che in parte minima su la scelta di quella forma lirica. Essa nacque non pensatamente, ma spontaneamente; cioè non la forma generò ed impresse la sua linea all'idea, ma l'idea si plasmò di per sè in quella forma. Appunto inversamente di ciò che dice il pentametro del Platen premesso alle prime odi:
forma più nobile abbisogna di profondi pensieri.
Il Carducci tolse la melodia degli usati metri ed il ritorno della rima per ragioni consimili a quelle che mossero un altro grande aristocratico dell'arte, il Wagner, nel suo teatro di Bayreuth, a sprofondare l'orchestra e spegnere ogni luce, appunto perchè tutta l'attenzione fosse rivolta alla scena.
Parimente il Carducci togliendo l'allettamento melodico dei metri conosciuti e la distrazione della rima, intese a costringere l'attenzione del lettore su la pura idea. Ma perchè un'idea per quanto poetica non può chiamarsi lirica se non riveste una forma ritmica costante, così il Poeta occultò e dispose i soliti versi italiani secondo lo schema della metrica greca e latina creando così un'armonia nuova, che io chiamerei esteriore o apparente.
Questa, a vero dire, è assai facile intendere come è facile comporre versi barbari anche senza conoscere affatto la metrica greca o latina. Lo prova il numero grande dei poeti imitatori che fiorirono breve ora attorno alla gran pianta della lirica carducciana.
Ma sotto quell'armonia esteriore ve n'ha un'altra interiore che vivifica quella forma antica e non è possibile imitare.
Questa seconda armonia se per un orecchio educato è facile a sentire, non è così facile a spiegare. Mi ci proverò tuttavia.
Nelle Odi barbare le parole si raggruppano in modo nuovo, acquistano significati speciali, si dispongono con trasposizioni talvolta audaci. Questa apparente contorsione del periodo sembra essere congenita al metro barbaro, invece è congenita al pensiero. Le forme della nostra lirica italiana non avrebbero avuto dimensioni e forza per accogliere questo nuovo stile senza perdere della loro linea naturale, invece il metro barbaro non solo l'accetta ma sembra quasi imporlo esso stesso.
Ma così nitido, così sicuro, così potente è il fantasma poetico, e per contro tanta grande la conoscenza della forze di ogni parola, che in questo nuovo stile Egli plasma di getto tutta la sua visione interiore e riesce con quello stesso inusitato senso e disposizione delle voci, a farci vedere questo interiore fantasma nitidamente nelle sue più lievi sfumature.
In altre parole è una meravigliosa e individualissima pienezza di pensiero che come si va svolgendo così si veste subito, senza alcun mezzo, della parola; la quale si piega, s'affina, si tormenta con vaghissimo spasimo a seguirlo e renderlo con esattezza fotografica, e questa parola così tormentata pur riesce divinamente naturale ed armonica, non per sè ma perchè divinamente armonico è il fantasma che sotto si scorge.
Vi sono versi che mettono dinanzi il quadro e la statua, come ove dice:
Tale ne i gotici
delubri, tra candide e nere
cuspidi rapide salïenti
con doppia al cielo fila marmorea,
sta su l'estremo pinnacol placida
la dolce fanciulla di Iesse
tutta avvolta in faville d'oro.
Altra volta il verso giunge a dare contorno e forma plastica a infiammati fantasmi del pensiero, come questo: