SANTIPPE.
ALFREDO PANZINI
SANTIPPE
PICCOLO ROMANZO FRA
L’ANTICO E IL MODERNO
propter speciem mulieris
multi homines perierunt
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
—
10.º migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi i regni di Svezia, Norvegia e Olanda.
Copyright by Fratelli Treves, 1914.
Tip. Treves. — 1921.
ALL’AMICO
Avv. NICOLA MONTANARI
A CHI LEGGERÀ.
Questo piccolo romanzo non è stato scritto per gli eruditi, benchè parli della Grecia; e sebbene parli di un filosofo, non è stato scritto per i filosofi.
Si intitola bensì con il nome di Santippe, un nome di donna infamata nei secoli; e si potrebbe pensare che l’autore avesse avuto in mente di servirsi di Santippe, moglie di Socrate, come di un laido pupazzo per ripetere vecchie e sgarbate cose contro le donne: le quali cose, anche se fossero verità, sarebbero pur sempre verità maschili, a cui è lecito opporre altre verità femminili. E poi quale irriverenza è mai questa di dir male della donna che è l’anfora della vita?
No, il libro non ha questo scopo; forse non ha scopo nessuno; è venuto al mondo, così, come noi veniamo al mondo, senza scopo.
La sua prima pubblicazione è stata nella Nuova Antologia, nella primavera dell’anno passato; così che si può dire che Giovanni Cena la tenne a battesimo, questa povera Santippe. In questo tempo però si è fatta più sciolta e vivace; cioè il libro è divenuto più facile e snello.
Però, se pure essendo tale, se pure essendo breve, non si ripeterà di lui la brutta lode, si legge tutto d’un fiato; se molte cose che comunemente si credono serie, faranno sorridere; e molte altre cose ritenute ridicole indurranno ad alcuna meditazione, il piccolo libro crederà non del tutto inutile la sua venuta al mondo. Anzi crederà di essere anche lui venuto al mondo per amare e servire Iddio.
Milano, primavera del 1914.
SANTIPPE
I. Ellade, giovinezza del mondo.
Nel tempo antichissimo, quando gli uomini erano molto occupati per popolare il mondo, ci fu come una piccola schiera di uomini che pervenne ad una piccola terra. Essa era ricamata dai mari, e pareva come l’umbelico del mondo. Era stagione di primavera e il mare mandava tutt’intorno i suoi effluvi.
Quegli uomini sostarono.
Si scoprivano di lassù i corsi degli astri; si vedevano le vie del mare. Allora essi scoprirono le vie della loro anima, ed una divina esaltazione li vinse. Rivaleggiarono con gli Dei immortali: crearono quelle multiformi opere che rimangono anche oggi come modelli, e non furono mai più superate in bellezza.
Questa piccola terra fu l’Ellade: quel piccolo popolo fu il popolo ellenico. La vita che esso visse si chiamò «giovinezza»!
Ma esso visse una breve vita; esso consumò, bruciò, — per così dire, — nel giro di qualche secolo l’ardore della sua vita, cinta di rose.
*
Più tardi, gli uomini ripresero ancora il loro viaggio; buttarono via le rose, e si coronarono di una corona di spine, anzi inalberarono per loro emblema una croce da cui pendeva un povero morto, che si chiamava Cristo.
Questa, probabilmente, era la verità più vera e le spine erano più vere delle rose.
Senonchè un bel giorno gli uomini si accorsero con terrore di una spaventosa cosa: che essi in questo modo anticipavano sotto il sole il regno delle tenebre.
Da allora serbarono per Cristo un culto di semplice simpatia: rifecero la loro strada, avanzarono ancora nei secoli, poi si moltiplicarono, coprirono anzi la faccia del mondo, e fecero infinite scoperte e progressi.
Siccome faceva molto freddo, inventarono anche il riscaldamento a termosifone; e similmente per rinfrescarsi, d’estate, crearono il ghiaccio artificiale. Innumerevoli, incredibili si susseguirono le creazioni dell’uomo; le macchine per correre, le macchine per cucire, le macchine per volare, le macchine per votare, le macchine per ammazzare, le macchine per cantare. Scoprirono i microbi, il colletto inamidato, il positivismo, il socialismo, la burocrazia, i campanelli elettrici: ma non rividero più la loro giovinezza.
Un cittadino nord-americano dei nostri tempi potrebbe ben far risuonare il suo grosso riso paragonando, ad esempio, il suo Mississipì ai fiumicelli dell’Attica, così poveri di acque che nell’estate non arrivavano al mare. Ma che nomi! L’Illisso, il Cefiso! I monti dell’Attica avrebbero fatto contorcere di sprezzo le labbra altezzose di un alpinista teutonico, che trasporta, come niente fosse, le sue scarpe ferrate e le penne di gallo cedrone sino in vetta al Cervino.
Senonchè quei monti avevano meravigliosi nomi, meravigliose virtù: dal Parnaso cantavano le Muse: Muse titaniche e severe — non come le odierne Muse che sembrano una troupe di malsane dame viennesi. Esse, figlie della memoria e del vaticinio, cantavano, non per facilitare la digestione, ma canti non più uditi cantavano per accompagnare ed aiutare il cammino della vita.
Un altro monte si chiamava l’Imetto. Intorno ad esso era tutto uno sciame di api scintillanti d’oro, e ne sgorgava il miele, che si trasfuse poi nel linguaggio; il più volubile, scorrevole, lieve linguaggio che mai sia stato parlato, senza bisogno di domandare ogni tanto: «Come si dice, signor grammatico? mi è lecito adoperare questa parola, signor accademico?».
Un altro monte si chiamava il Pentelico; ma la sua pietra bianca e immortale si plasmava docilmente sotto la divina forza dell’uomo, in quelle statue di cui qualcuna, mùtila ed esule, sotto la vòlta di qualche cimitero o museo, ancora e come prigioniera rimane.
Non che io, contemplando queste statue, mi sia messo a piangere come fece Arrigo Heine davanti alla Venere di Milo. Arrigo Heine, poveretto, era paralitico, allora, e può aver pianto anche in considerazione della sua esistenza finita; ma certo un gran fremito vinse me pure: «Oh, destatevi nude carni, ridonateci la giovinezza meravigliosa!» sospirai.
Qualche monte abbastanza alto e gelido lo avevano pur anche gli Elleni; ma ci collocavano gli Dei.
Del resto era un povero e sterile paese l’Ellade, tanto che ai suoi abitanti, per mangiare, conveniva navigare e combattere. Mancavano i cereali. Però dalla roccia calcarea balzava il tralcio della vite e sorgeva impetuoso, con le sue pallide chiome, l’ulivo.
Il mare che penetrava fra le terre, teneva in vibrazione gli spiriti, come in una azzurra irrequietudine: tutt’all’intorno poi fiorivano le viole, colore della morte e profumo della pura giovinezza, tanto che un poeta, come vinto da quella ebrietà, cantava: «O, Atene, splendida, gloriosa città, incoronata di viole, celebrata, sostegno della Grecia, demoniaca».[1]
Questo popolo ellenico fu come la cicala[2] canora, come l’ape industre, che sono animali alati, asciutti, preziosi, irrequieti, diffonditori di armonie e di dolcezza: non fu come altri popoli, che hanno in loro qualcosa di pesante, di viscido, di adiposo, di strisciante, di tossico, da cui la mano delicata del filosofo rifugge. Questo popolo si affacciò in un mattino puro alla finestra della vita, e vide quelle cose della vita che hanno vero valore; e meravigliò non per le cose meccaniche, come noi meravigliamo, ma per le cose naturali, come fa la cortigiana Diotima quando dice: «Cosa divina è questa, e in creature mortali, cosa immortale: il concepire e il generare».
*
A noi la conoscenza di questo popolo è venuta attraverso il martirio della scuola, attraverso un nembo di parole irte, pungenti, con cui i greci mai non avrebbero tormentato la loro giovinezza.
A dispetto di queste memorie dolorose della scuola, la mia ammirazione per questo piccolo popolo ellenico mi è venuta crescendo quanto più mi apparvero piccoli i così detti popoli grandi.
Io lo ho ammirato nelle sue contraddizioni, nelle sue lotte fratricide e terribili, nella sua breve vita.
Soprattutto le sue contraddizioni! Esse sono il cuscino su cui qualche volta riposa la mia testa stanca. Pensare! un popolo che ha disputato di filosofia più che non cantassero le sue adorabili cicale, eppure non ha imposto un dogma, non ha avuto preti; un popolo che ha creato quel magnifico parlamento di Dei e di Dee sull’Olimpo, con tutti i vizi ed i servizi possibili: il nèttare, l’ambrosia, Ebe, Ganimede, il meccanico Vulcano, Mercurio per i dispacci fra la terra ed il cielo; e poi un bel giorno se ne stancò dei suoi Numi! e: «Via, parassiti! — gridò — via oziosi! via crudeli! via buffoni!» E poi atterrì vedendo il vuoto nell’Olimpo gelido, e il vuoto nel suo cuore: un popolo che ebbe la magnifica impertinenza di chiamare barbare tutte le altre genti; che in politica ci lasciò questo terribile ammaestramento, che non è possibile vivere che, o sotto la tirannia di un individuo o sotto la tirannia della plebe: il demos e la tirannis, come la tragedia e la commedia: un popolo che adorò la sua minuscola città, la sua polis, ed ebbe per patria il mondo! Ma la patria, la patria, cioè il genio della stirpe, guai chi l’avesse obliata! guai all’infingardo che avesse scioperato nel divino lavoro, che avesse obliato la patria! E così Ulisse ai compagni, stanchi, strappa il dolce oblioso frutto del loto. «Via! via! il vile dolce frutto del loto, che fa obliare la patria!»
E guai a chi avesse disturbato questo popolo nel suo lavoro di creazione! Come l’ape s’avventa contro il nemico e infigge l’aculeo pur sapendo che ne morrà, così questo popolo s’avventava alla morte con l’asta e con lo scudo, nel divino impeto della sua Minerva guerriera, contro il barbaro disturbatore. E adorava la vita!
E sapeva che laggiù non era resurrezione dei morti. Sapeva? certamente sapeva che laggiù erano tenebre, e se anche era vita, era vita di tenebre, alcunchè di oscuro e di severo come, l’aspetto di Tànatos, il melanconico iddio.
No, un popolo, così unico e savio, non era destinato nè a vivere a lungo, nè a formare una di quelle nazioni che oggi diciamo una grande nazione.
Esso fu dilaniato dalla forza contradditoria dello stesso suo genio: cadde in balìa di quei virtuosissimi ma pesantissimi Romani: forse anche con il suo esempio volle illustrare la verità della sua sentenza: che è meglio morire che vivere, e che ad ogni modo muore giovane chi è caro agli Dei.
*
Questa meravigliosa Ellade antica è oggi ai miei occhi come una necropoli bianca, una città morta piena di statue bianche, dai marmorei occhi vuoti.
Molte volte io, alquanto seccato dai fischi delle macchine, irritati i nervi dal sibilare delle sirene, nauseato anche un po’ dalle circolari, dagli avvisi fiscali di questa nostra civiltà, mi sono rifugiato per mio spirituale riposo in questa necropoli bianca dei grandi morti ellenici.
Quando voi siete ammalati di nervi, il medico vi dice: «Fate un bel viaggio!» Ma non tutti hanno la possibilità di fare un bel viaggio; ed è per questo che allora io viaggio per questa necropoli di morti; così imperturbabili in apparenza, così commossi in profondo.
*
Ora un giorno io stavo guardando Socrate, personaggio molto conosciuto, e lo guardavo non soltanto perchè lui fu, come tutti sanno, il fondatore di quella che si chiama filosofia morale; ma perchè lui spiccava assai brutto in mezzo a una corona di splendenti giovani. E come sotto la scrittura di un codice antico avviene di scoprire le tracce di una seconda scrittura, così io dietro Socrate vedevo accampare, entro contorni nebulosi, una figura enorme, rossiccia, quasi furiosa.
«Oh, ma chi è costei?» dissi prendendo la lente.
Non uno dei discepoli di Socrate, certamente!
Anzi i suoi discepoli, i bei giovani splendenti di giovinezza, si rivolgevano verso quella figura con un sentimento di dolore, di meraviglia o di riso.
Allora, dopo aver molto guardato, ben conobbi chi era colei: essa era Santippe, la mala femmina, rossa di pelo, la tormentatrice dell’eroe, la moglie di Socrate. Santippe, dico!
*
Da quel tempo la mia ammirazione per il popolo ellenico è venuta crescendo.
Perchè è cosa nota che gli Elleni ci hanno lasciato anche i modelli più vari e straordinari del tipo femminile; da Elena, dalla chioma fiorita, per cui tanti eroi morirono volontieri; ad Aspasia, donna intellettuale che teneva un salotto e rovinò la politica del suo paese; a Penelope, straordinaria, che giunse ad ingannare gli amanti per mantenere fede al marito, il quale non soltanto era lontano, ma dicevano anzi che era morto.
Tutti i tipi, dico, ha fornito la Grecia, del furore guerriero, del furore erotico.... Clitennestra lorda di sangue e di lussuria ed Antigone, la santa della terra, più bella di Ofelia! Tutti i tipi; eppure io sentiva che mancava qualche cosa. Ora, trovata Santippe, non mancava più niente!
Ma mi pareva ben impossibile che i Greci avessero tralasciato di consegnare all’umanità uno dei modelli più comuni, come quello che anche oggi va sotto la denominazione di Santippe.
Ah, sì! Noi abbiamo fatto una grande scoperta viaggiando per la necropoli dei morti ellenici. Noi abbiamo scoperto la infame Santippe.
È strano però come gli eruditi non se ne siano accorti! Forse perchè non era nei codici.
E allora, benchè io sia uomo modesto, mi sono congratulato con me stesso della bella scoperta.
II. Come io mi trovai alle prese con Santippe.
Dunque io presi Santippe, e pensai fra me: ci sei cascata finalmente, o progenitrice di tutte le mogli fastidiose, rossa Santippe! Noi ti faremo la vivisezione, e così vendicheremo quel povero e santo uomo di tuo marito e consoleremo tutti i mariti vivi ed anche tutti i mariti morti.
Però, esaminiamo le cose con saviezza e ponderazione.
Noi, ben è vero, sappiamo pochissimo intorno a Santippe; ma sappiamo di certo che essa fu la moglie di Socrate.
I discepoli e gli amici del grande filosofo ne parlarono anche, ma con un senso di raccapriccio e di paura, come si fosse trattato di un’orribile malattia attaccata a quell’uomo straordinario. Ma certamente, ripeto, Santippe fu la moglie di Socrate; perchè una cosa è certa, che Socrate, il più savio degli uomini, prese moglie; e questa moglie si chiamava Santippe.
E adesso vediamo quello che gli amici di Socrate tramandarono intorno a costei.
Senofonte scrive con chiarezza e brutalità che «Santippe fu la moglie più bisbetica e riottosa di quante furono, sono e saranno».
«Ma come fai, Socrate, — domandava il bellissimo Alcibiade, — a sopportare una donna così importuna e maldicente?»
«Ci sono abituato, — gli rispondeva Socrate. — Per me oramai è come sentir stridere la carrùcola del pozzo.»
Non era molto gentile, Socrate; ma non bisogna scandolezzarci: a quei tempi la cavalleria con le dame usava poco. In Omero, per esempio, si legge che fra i premi alle corse si metteva indifferentemente un tripode, una donna ed un bue.
«Come fai, Socrate, — insisteva Alcibiade, — a convivere con una donna che non ti può offrire oramai se non lo spettacolo di una stupidità permanente e clamorosa?»
«Scusa, Alcibiade, ma tu non sopporti le oche che strepitano e gridano continuamente?»
«Sì, ma le oche fanno le uova ed i pàperi.»
«Lo stesso, caro: Santippe fa i figliuoli.»
Socrate, come si vede, usava l’arma dell’ironia; e noi sappiamo di alcune donne che sopportarono anche le busse, anche di essere valutate meno di un tripode: ma non l’ironia!
Busse, anzi, Socrate non ne dava, come appare da quest’altro episodio.
Un giorno, Socrate tornava a casa insieme con gli amici, ed ecco venire incontro Santippe, che aveva fra mani il mantello di lui; e non appena lo vide, cominciò a dire:
«Eccolo, eccolo qua. E non è solo. Ha con sè tutta la compagnia, e anche quel suo bardasso di Fedone! È questo il momento buono per dirgli, ben alto e ben forte, quello che gli va detto: Di’, amorino, vieni tu ora dalle case di Aspasia, di Diotima, le svergognate femmine che maneggiarono più amori, che non lance Diomede? Ma alla moglie si consegnano gli stracci da rammendare! Ah, tu non rispondi?»
E con le unghie si accostò alle sporgenti pupille di Socrate.
Gli amici allora le dissero «vergogna», e colei inferocì e proferì le più laide parole che possano offendere la rispettabilità del nostro sesso.
Allora Alcibiade disse ridendo: «Socrate, la senti? Ecco il momento per darle una lezione a suon di busse».
Ma Socrate si rivolse agli amici e disse: «Sì, per far divertir la gente alle nostre spalle e sentir dire: To’ guarda Socrate! Guarda Santippe! Bravi tutti e due! sotto! dài! Oh, come si bastonano di gusto! Ma vi pare, amici, una cosa da farsi?»
Sembrerebbe anzi che fosse stata Santippe a picchiare.
Il silenzio filosofico del marito aveva la virtù di esasperare la buona donna sino al parossismo.
E Socrate, silenzioso. Silenzioso sì, ma meditante la fuga.
Ma Santippe si è accorta della fuga. Ha afferrato un vil vaso domestico; ha atteso al varco, cioè alla finestra. E quando Socrate è passato sotto la finestra, ha scaricato il vaso.
«Non dicevo io, — spiegò Socrate ai vicini che erano accorsi al diverbio, — che Santippe dopo aver tanto tuonato, stava per piovere?»
Questo episodio è così conosciuto che anche gli scolaretti lo sanno, perchè i professori lo fanno servire di esercizio per i loro innocenti latinucci. (Tutto serve ai maestri di scuola per i loro latinucci e le loro cosucce: i teschi degli uomini morti servono ai barbari per motivo architettonico).
Oh, non si creda per questo esempio che Socrate fosse uomo timido! Più volte fu anzi in guerra e vide intorno a sè il sangue rosseggiare. Ma anche nella battaglia è ricordato come uomo assorto e meditabondo.
Alla battaglia di Potidea, per esempio, i soldati, meravigliando, lo videro tutto un dì ed una notte ritto in piedi, con la faccia pensosa, sinchè non cominciò a rosseggiare l’aurora e non si fu levato il sole: e allora, fatta una preghiera al sole, se ne andò.
E così, serenamente assorto, egli era anche il dì della sua ultima battaglia, perchè si dice che il dì innanzi la morte, quando Critone tutto affannoso entrò nella carcere, che non era nè notte nè giorno, per indurlo a fuggire, Socrate, quasi destandosi alle cose esterne, gli domandò: «Critone, come è a quest’ora? è già mattutino?».
Ora in questo stato di assorbimento, sentire i lunghi discorsi di lei, tutti pieni di Idiòtes, màtaios (cretino, insensato, direbbe una nostra signora), io credo che dovesse far dispiacere a Socrate.
Sì, io credo che dovesse far dispiacere, non soltanto per le mani adunche di lei, ma perchè con quello strappo lo aveva tolto dalla mirabile primavera del suo pensiero e lo aveva richiamato ai sensi materiali, i quali secondo l’opinione di Santippe erano diventati ottusi. Anzi lei diceva: «Quest’uomo oramai non sente più niente».
*
Ma — si può chiedere, — delle altre cose, di quelle brutte cose che fanno le mogli ai mariti, nulla fece Santippe?
Non pare, o non fu tramandato. Parrebbe anzi che lei si dolesse che tutto il servizio domestico fosse un po’ in cattivo stato. Perchè un giorno Socrate disse a Santippe: «Senti, cara, domani verranno a casa alcuni amici miei ospiti, e tu preparerai da pranzo».
E lei disse: «Ma come mai hai il coraggio di invitare la gente a pranzo che mancano i piatti, che non vi sono tovaglioli, che c’è appena da mangiare per noi?»,
Socrate così le rispose: «Sta di buon animo, Santippe. Se gli invitati saranno discreti e frugali, non rifiuteranno quello che c’è in tavola; se saranno indiscreti e senza rispetto, noi non ci cureremo di loro».
Qui, — diciamo il vero, — Santippe, come padrona di casa, non era in obbligo di gustare tutta la saviezza della risposta di Socrate.
Queste sono le cose che la Storia tramanda intorno a Santippe. Ed ora vediamo del «tipo Santippe».
*
Santippe, — la mal famata nei secoli, Santippe, — ha dato origine al tipo Santippe, alla cui formazione quelle tali brutte cose non sono proprio necessarie; ma anche senza di esse, la vita diventa intollerabile.
Oh! chi avrebbe mai supposto che quella creatura tutta bianca, tutta pavida, tutta docile che noi orgogliosamente conducemmo, in un dì beato, in carrozza, davanti al codice del signor sindaco, si sarebbe ammalata e sarebbe diventata Santippe?
Sì, è vero, si dice anche per celia, «la mia Santippe», per significare «la mia signora». Ma una signora non dirà mai: «Io sono la Santippe di mio marito». Potrà esclamare: «Te lo farò vedere io chi è Santippe». E può anche farglielo vedere! Perchè se lei dicesse ponderatamente: «Sì, io sono la Santippe di mio marito», rivelerebbe di possedere la coscienza, e in tale caso non sarebbe più Santippe.
Le varietà del tipo Santippe sono molte; e forse non è inutile, a beneficio di quelli che non conoscono le conseguenze del viaggio davanti al codice del signor sindaco, riferire qualche onesto esempio; benchè in questo, come in altre cose, la sagace natura ha provveduto alla propria salvezza facendo sì che l’uomo non potesse acquistar conoscenza se non dopo il fatto o experimentum, cioè una conoscenza che non serve nemmeno ad accender la pipa!
*
Un marito era incanutito precocemente: ma la signora non poteva soffrire quel bianco e versava premurosamente sulla testa del marito fini tinture. Considerazioni del marito: «Non era meglio, o donna, evitare che i miei capelli diventassero canuti così presto?»
Altro esempio:
Noi siamo giunti a casa, abbiamo mangiato un boccone. La stufa era accesa, il sofà ci invitava. Noi vi ci siamo distesi per obliare in un breve chiudersi della pupilla i fastidi e le cure della mattina e quelle che ci aspettano nel dopo pranzo.
Noi invochiamo una piccola dose di sonno, cioè una piccola dose di morte, dieci minuti, ecco, per immagazzinare l’energia indispensabile per l’altra metà del giorno. Già ci pare di chiudere gli occhi, il cuore ha dato un impercettibile tuffo, una specie di registrazione automatica con cui esso attenua le sue pulsazioni; la memoria ha distaccato i suoi dolorosi corsieri....
«Ah, con quella testa unta sul sofà! con quei piedacci sul mio voltaire! L’ho stirato proprio questa mattina. E quella puzza nauseabonda di pipa! Un marito non ha più nessun riguardo. Ma chi ha creato i mariti?»
Chi parla così?
È una Santippe che parla così. Ella spalanca le finestre.
«Moglie mia — diceva un marito prudente che voleva andare a letto presto la sera, — che camicetta ti metterai tu per andare a teatro?» Oppure, quando voleva una minestrina leggera in brodo: «Moglie mia, perchè non fai quegli eccellenti gnocchi di patate?»
Altro esempio:
Un signore era diventato principe-consorte. Non che egli avesse sposato una principessa di sangue reale; ma soltanto una principessa della penna. La signora sdegnava nominarsi e firmarsi col nome del suo ignoto marito. Questi non poteva invocare l’intervento del signor sindaco; è evidente! ma in lui era così a dismisura cresciuto il terrore per l’arte, per la penna, per la gloria letteraria che se per caso doveva subire qualche presentazione di signora, domandava in antecedenza: «scusi, la signora scrive?»
*
Da ciò avviene che qualche volta uomo e donna si dividano senza voltarsi indietro; ma ciò avviene più di rado del necessario, perchè la sagace natura ha provveduto in modo che le voci dei bimbi che dicono: «Babbo mamma, perchè ci abbandonate?» abbiano tali vibrazioni che il cuore umano difficilmente vi regge.
Creda, il signor sindaco: questa è la forza maggiore del suo codice!
*
Come giunsi a questo punto delle mie piacevoli meditazioni, ecco che quello che sino allora mi era apparso quasi barbarico, mi si disegnò come cosa ideale: cioè la biografia della perfetta donna presso gli antichi Romani: Rimase in casa, filò la lana, parlò poco, visse casta.
E allora più ideale ancora l’educazione giapponese delle loro pulitissime donne! Dice, un marito giapponese alla sua piccola musmè:
«Nessuna cosa, piccola musmè, è più dannosa alla pace domestica della vostra loquacità; e il non sapere cuocere il riso a puntino, è un giusto motivo per ripudiarvi!»
E la piccola musmè risponde con le manine in croce e gli occhioni abbassati:
«Onorevole marito, sì! Le vostre parole sono tutte onorevoli verità, e le vostre azioni sono tutte onorevoli azioni!»
*
A questo punto fu da me udito un crepitare di sibili e di metalli. Mio Dio, Santippe si destava, Santippe parlava! Non avevo io con me preso Santippe?.
Gran Dio, a quanti pericoli si espongono i pacifici uomini di studio nei loro esperimenti!
Santippe parlava, e parlava appunto così:
«Infame razza prepotente, ipocrita, di uomini! rimasta tal quale! Ah, a voi torna comoda la donna, oca di Strasburgo e ingrassata pel vostro egoismo! A noi le gravi cure! Noi siamo uomini! — Tu torna, o donna, all’ago e al pennecchio infra le ancelle; e ti ricorda che niuna cosa rende più brutta la donna come la inverecondia. E poi le vanno a cercar fuori le donne con gli occhi cerchiati di inverecondi pallori! Sii massaia, o donna! E sono capaci di far soffrire la fame in casa per far baldoria con le baldracche!...»
«Oh buona donna, — io dissi, — se tu puoi parlare, parla. Ma di una cosa ti prego: non parlare così. Tempera la voce; fa pausa ogni tanto! Qualunque cosa tu dica, dilla con voce soave, senza irruenza. Tutto è tollerabile, forse, dalla donna quando avviene soavemente.»
Oimè, ella non poteva far pause, la sua voce si alimentava con la sua voce, ed io cominciai a sentirmi male, e mormorai con Cristo: Perdona a lei che ignora la sua spaventevole voce! Però che sistema nervoso straordinario e perfetto deve aver avuto Socrate!
«Maledette le vostre lusinghe, — proseguì la irritante voce di Santippe, — che ci hanno ridotte a questo stato di servitù! Noi siamo state troppo buone, troppo generose di cuore, ed ecco la ricompensa! Noi siamo uguali a voi!
Sapete voi che in origine eravamo forti e pelose anche noi come voi? I figliuoli, si è vero, li facevamo noi; ma quando eravamo stanche di allattare i marmocchi, li davamo all’uomo, e dicevamo: «To’, allatta tu,» e andavamo fuori di casa a caccia dell’orso anche noi.
Poi, per compiacervi, siamo rimaste in casa; per compiacervi ci siamo profumate col paciulì, abbiamo fatto la voce di flauto, i piedini piccoli, e vi sono anche oggi delle donne che non stanno in piedi, se non sono appoggiate ad un maschio. Maledetto lo specchio di Venere! Oh, ma noi lo romperemo e allora vedremo chi vale di più! Che diritto, che diritto aveva il poeta Archiloco sopra le figlie di Licambe, che non ne volevano sapere di lui? E lui perseguitarle coi suoi versi, finchè le poverette, disperate, si impiccarono?»
Così parlò Santippe.
Or bene, prescindendo dalla voce che offendeva il mio sistema nervoso, non posso negare che nelle parole di lei v’era qualcosa che impressionava quel delicatissimo sentimento della giustizia che per mia sventura possiedo.
Io non so se la donna fosse nei tempi preistorici pelosa e guerriera: le più antiche memorie storiche risalgono ad Eva, la quale era bianca e la prima cosa che fece, dopo aver perso il pudore, fu una toilette con la pianta del fico: e quanto alle lusinghe ed al programma di creare una nuova morale frantumando lo specchio di Venere, io credo che sia impossibile. Ne è prova la signora Curie, la quale dopo essere diventata grande scienziata, dopo avere scoperto il radio, pur non essendo così giovane nè così bella come Eva, non potè sfuggire alle seduzioni di Venere e sedusse o si lasciò sedurre da un suo collaboratore di gabinetto.
Certo è che alcune delle osservazioni di Santippe erano impressionanti; e non si può affermare che l’uomo sia stato eccessivamente logico. Vediamo un po’:
Ha detto l’uomo:
«Amami, o donna, senza di te l’universo è vuoto, il sole è tenebra. Un bacio, un bacio, un bacio per carità!» E pareva che senza quel bacio non potessero addormentarsi, poveri uomini, non potessero neanche morire, come i bimbi che domandano il bacio della mamma. Ed ella fu compiacente e gentile: si attorcigliò la chioma, o se la lasciò cader giù sulle spalle, secondo i casi: imparò a dare i baci, a languire con gli occhi chiusi, come morta, e diceva all’uomo: «Va bene così? O devo prendere un’altra posizione?» Dopo avere imparato i baci, imparò a fare l’infermiera. Spesso l’uomo giungeva a casa ferito o ammalato, e allora quelle mani che gli si erano attorcigliate al collo al tempo dei baci, se le sentì posare come un balsamo su le sue ferite; e le pupille che si erano chiuse nel piacere dei baci, egli le sentì sopra di sè vigilanti e materne. Non basta; ma spesso il focolare dell’uomo era spento e lo ha ritrovato acceso; la sua casa era vuota, e la presenza di lei sola, la donna, bastò a renderla piena e consolata.
E poi dopo tutti questi benefici, hanno avuto il coraggio di dire alla donna:
«Ah l’impudica! Torna all’ago e al pennecchio.»
E i dominatori del mondo? Noi li abbiamo, visti troppo spesso ai piedi di lei.
E i santi della Chiesa non hanno fatto lo stesso come gli altri uomini? Un giorno hanno detto alla donna: «Tu sei Maria Vergine Santissima!»
Un altro giorno, stralunando gli occhi, hanno detto «Tu sei il demonio in figura di Venere! Fuggite, fuggite la demoniaca, la insaziabile!» Ma in verità non fuggivano. Gridavano come i passeri attorno alla civetta.
Ed è altresì vero che tutto il lavoro del mondo se lo è preso lui, l’uomo: alla donna niente!
«Alla donna, con la scusa che non capiva, le si vietò persino di affacciarsi alla finestra e di contemplare il creato!» — gridò Santippe.
E i poeti? Sono poco illogici i poeti?
Essi hanno celebrato continuamente i denti, gli occhi, i capelli ed altre cose della donna.
«Mai la nostra intelligenza, mai il nostro cuore....»
«Sì, signora Santippe, qui posso convenire con lei! Francesco Petrarca impiegò tre lunghe canzoni per lodare gli occhi della sua donna....»
«Che dovevamo noi celebrare, la barba, i piedi dell’uomo?» gridò ancora Santippe.
«Sì, signora Santippe; ed io non escludo che la donna lusingata da tutto quel gorghèggio abbia avuto come una spinta ad ingrandire gli occhi, ad allungare i capelli, a cambiarli di biondi in bruni e viceversa, ad impicciolire i piedi, ad affusolare le mani, e specialmente a prendere quell’aria di bambolina, profumata di paciulì e con la voce di flauto, che costituisce, anche nei tempi nostri, la qualità che l’uomo stima di più nella donna. Ammetto tutto questo e convengo che Archiloco ebbe torto, signora, e fu un prepotente.
Potrei recare altro esempio di torti e di prepotenze in poeti posteriori, anche più grandi di Archiloco. Per esempio, Dante.
Una signora gli disse di no, e Dante che cantò l’universo, perdette la sua calma e chiamò quella donna, ladra, scherana, micidiale, insensibile pietra, e che la voleva pigliar per le trecce bionde, e darle una coltellata nel cuore; ed il Leopardi, un santo oltre che un filosofo, non perdette gran parte della sua filosofia quando una bella donna gli disse ridendo «Caro conte, no!»?
Così io parlai per amor di giustizia ed anche per acquetar Santippe, la quale nei ventitrè secoli da che era all’inferno, mi pareva che fosse diventata assai intelligente e saccente; quand’ecco, quei due nomi del Leopardi e di Dante, proferiti come a caso, mi spalancarono per così dire le porte del pensiero, e vidi una terribile visione. Allora non mi seppi più frenare, alzai anch’io la voce, e dissi:
«Sta però il fatto, signora, che voi, Santippe, siete stata la tormentatrice degli eroi, o almeno degli eroi metafisici; e specialmente degli eroi che presero moglie. È una schiera infinita; è una legge costante! Udite, udite, o Santippe:
Ercole ebbe una moglie chiamata Deianira che regalò a suo marito una camicia avvelenata. Deianira era Santippe; il saggio Minosse ebbe una moglie chiamata Pasifae che regalò a suo marito quel mostro chiamato Minotauro; Eschilo, il gran tragico, ebbe una moglie tremendamente Santippe, che gli mutò la dolce vita in tragedia; Marco Aurelio, il più savio degli imperatori, ebbe una moglie che non nominerò, ma Santippe certamente; Sady, gran poeta persiano, ebbe una moglie ricca, ma Santippe, che non gli lasciò aver bene un giorno solo della sua vita. Passando poi al nostro occidente e ai nostri tempi, io potrei compilare un elenco non meno lungo di eroi: da Martin Lutero a Leone Tolstoi, che ebbero mogli Santippe, cioè fecero un’orribile attraversata della vita. Fra gli eroi, che io ricordi, non ci fu che Cristo a salvarsi; Cristo ai cui piedi insanguinati Maria di Magdala versò tutto il nardo prezioso che possedeva, contro il parere di Giuda che voleva specularci sopra favorendo i pezzenti. Ma è pur vero, signora, che Cristo non sposò Maria di Magdala. Chi sa come sarebbero andate le cose, se Cristo la avesse sposata! Anzi Cristo fu un dio, e transitò come un sogno per la vita.
Ora, o signora Santippe, quando una legge è costante dai tempi di Minosse a Leone Tolstoi, dall’oriente all’occidente, essa deve pur avere un valore!»
Così io parlai. Ma un crepitare terribile e come compresso, come un mugghiare feroce mi arrestò. Ne uscì una voce sardonica:
«Gli eroi! Gente moscia che vale meno degli altri. Inutili gli eroi! Gli eroi metafisici, più che inutili!»
Strabiliai! Così aveva risposto Santippe.
«Ah, signora! Inutili gli eroi? Inutile vostro marito? Socrate inutile? il metafisico, il fondatore della filosofia morale? Anzi il creatore — io direi — della morale, perchè prima di lui non esisteva morale, ed il mondo è fondato sulla morale; così che possiamo ben affermare che il mondo gràvita su quel grand’uomo di cui voi aveste l’onore di essere consorte!»
«E chi ti dice, idiotes, che sia necessaria la morale inventata da mio marito?»
Così villanamente sibilarono le parole di Santippe contro di me. Era diventata socialista costei in ventitrè secoli di abitazione all’inferno?
«Chi lo dice? Già, chi lo dice? Ma tutti lo dicono! Dai libri delle scuole elementari ai discorsi del trono e dei ministri voi trovate, o signora, la morale, cioè vostro marito....»
«Sì, l’etichetta buona per i calli!»
Nella mia qualità di uomo giusto e morale, confesso che strabiliai una seconda volta a queste parole di Santippe. Credetti opportuno per la dignità di Socrate, della morale, ed un poco anche mia, di non replicare. Santippe, come donna, essendo fisica, non poteva forse penetrare dentro la metafisica.
Però dissi: «Ah, signora, adesso capisco per quale ragione quando Critone entrò nel carcere e disse: «Socrate, fuggi!», Socrate non volle fuggire e preferì la morte. Ah, signora, se le vostre labbra fossero state capaci di qualche parola gentile, se le vostre mani fossero state capaci di preparare un tranquillo desco con una bella zuppa di ceci con olio e rosmarino, se aveste conservato un poco di nardo per ungere la dolorante anima di vostro marito, egli sarebbe evaso dalla prigione: l’umanità avrebbe avuto un martire di meno, ma anche un infelice di meno!»
E già proferendo queste parole, io mi preparavo a proteggere il mio volto, quando con somma stupefazione non udii alcuna risposta.
Fissai Santippe. Le sue pallide labbra tremavano di un convulso tremore. Disse a pena, disdegnosamente: «Va, va un po’ anche a cercare chi era lui!»
*
Allora è come dicono i dizionari, quando si cerca «Santippe», che rimandano a «Santippe: vedi Socrate».
Oh, ma che orribile mostro, Santippe! Che non sia una donna?
Eppure, no! Lei era la donna, era la glabra, la mammifera, la contorta, la chiomata, dall’ampio grembo generatore, la portatrice dell’uomo!
Inutile però interrogarla di più!
Non rimaneva che seguire il suo consiglio, ed andare in cerca di Socrate.
Però, conveniamone, la scoperta di Santippe, di cui tanto mi ero rallegrato in principio, mi portava ad un viaggio piuttosto lungo e difficile.
III. Socrate per le vie di Atene.
Andiamo, dunque, in cerca di Socrate. Egli non suole muoversi da Atene. Noi siamo certi di trovarlo in Atene.
E andando, io pensava: perchè Socrate prese moglie?
Si racconta che una volta gli amici domandassero a Socrate: — Come fai, o Socrate, a sopportare tua moglie?
— Perchè, — rispose gravemente il filosofo, — se io riesco a sopportare costei, riuscirò a sopportare qualunque altro individuo del genere umano. Anzi, — confermò, — la ho scelta apposta!
Eccomi, dunque, per le vie di Atene, ed ecco Socrate! Egli si riconosce subito: è diverso da tutti gli altri uomini; è brutto in mezzo a uomini belli; e a differenza dei filosofi che scrivono libri e svelano il loro pensiero nelle Accademie, Socrate non scrisse libri, e parlava per le strade.
Se, per così dire, io chiudo gli occhi, io lo vedo ancora, Socrate! Lo vedo per le vie della sua dolce Atene.
Anche la città era bella, non troppo grande, ma meravigliosa città; marmorea, sì anche. Ma i marmi di Atene erano screziati di azzurro, di oro, intermezzati da piante, animati da tante significazioni della vita che quei marmi rallegravano l’umanità, e non avevano l’aria di volerla soffocare. Atene non era nemmeno una delle nostre moderne città piatte e monotone. Si elevava nell’acropoli, sino all’asta e all’elmo di Minerva: poi declinava verso il mare.
Ora in una città così bella e fra gente così bella, Socrate doveva spiccare stranamente. È vero che i suoi pensieri erano bellissimi ed armonici come una musica, anzi; ma questi pensieri non si vedevano; si vedevano invece i suoi abiti che dovevano essere in disordine.
I suoi calzari certamente dovevano portare la traccia del suo perpetuo vagabondare per le vie di Atene, giacchè Socrate era un continuo andare e stare; e credo di non essere troppo lontano dal vero paragonando i calzari di Socrate a quelli dei nostri frati zoccolanti.
Ora guai agli uomini dalla calzatura in disordine; essi sono destinati in vita ad assaggiare il sapore della cicuta.
Al tempo dì Socrate si portavano i sandali, e queste cose si capivano meno. Ma al tempo nostro in cui usano le scarpe, non sarà, mai abbastanza raccomandata la maggior cura e la maggior spesa nelle scarpe. Gli Inglesi, dominatori del mondo, portano scarpe di eccellente modello. I Tedeschi, che vengono dopo gli Inglesi, hanno l’abitudine di portare scarpe solidissime. Gli Americani si affermano con la filosofia delle loro scarpe: american shoe!
La bellezza di Socrate era tutta di dentro. Ma ciò non poteva esser bene apprezzato se non da un Dio, ed infatti Apolline, uno dei più seri fra i dodici Iddii greci, lo aveva proclamato «il più savio fra tutti gli uomini», che in greco si dice sofòtatos!
Ma è pur vero che Apolline non vestiva mica come Socrate, ma con rara eleganza; le pieghe della clamide di quel Dio erano molto curate, i calzari stupendi, e la chioma la portava lucida e fluente come quella di una bellissima femmina.
Non si pensi per tutto questo che Socrate fosse, come i filosofi cristiani, un disprezzatore della bellezza. Lui non era bello ma era un entusiasta della bellezza, alla quale anzi non dava i confini ristretti che diamo noi. Le chiome bionde del giovanetto Fedone gli producevano un intenso piacere; ma lui era senza chiome e nel volto era piuttosto anti-estetico.
Tutti gli Ateniesi avevano una fronte diritta ed il naso regolare. Socrate, invece, aveva una fronte un po’ sfuggevole, ed una brutta insenatura si approfondiva tra la fronte ed il naso. Ciò oggidì sarebbe poco avvertito; ma a quei tempi, in cui tutti possedevano quella squisita conformazione, doveva produrre uno spiacevole effetto.
Il naso, poi, sarebbe sembrato brutto anche ai nostri tempi: lunghetto ed in avanti, con le narici scoperte e dilatate, quasi in atto di indagare, di fiutare, di cercare che cosa ci fosse dentro in ogni cosa, ti en ècaston, come si dice in greco. E questa era la sua passione.
Due baffi, lasciando scoperto il labbro inferiore, labbro tumido ed alquanto carnale, si accartocciavano, in giù per il mento, in due volute che si intrecciavano con altre grosse arricciature della barba, e con un pizzo sul mento; rigonfio il pizzo ed a punta caprina. Il tutto poi si confondeva con i folti cernecchi di una specie di tonsura naturale, perchè il cranio era lungo, bozzoluto; ma calvo del tutto. Un barbiere moderno si sarebbe trovato in grande impaccio per dipanare e mettere in ordine quella testa, e distinguere baffi, barba, pizzo, capelli. I suoi occhi erano grossi, intenti, sporgenti e come fissi nello stupore delle cose che lui solo aveva veduto indagando quel terribile ti en ècaston.
Sapientissimo, dunque, era stato proclamato Socrate, ma non bellissimo, e, pur troppo, neanche felicissimo.
Era proprio ellenico Socrate, o asiatico, o trace? Forse di tutto il mondo; e forse aveva dal deforme Esopo strappato, con la linea esterna, anche una scintilla di immortale gaiezza.
Già! Cadrebbe in errore chi imaginasse Socrate come un melanconico, oppure un infastidito. Era così bella la vita, e così splendente il suo pensiero! E poi come si poteva far amare la sapienza, se la sapienza ha il tristo privilegio di renderci melanconici?
Io non dico per ciò che fosse un ottimista, perchè ottimista vuol dire anche imbecille. Ecco: era un uomo allegro, che però non fu aiutato dal cielo, come dice il proverbio, che il cielo aiuta gli uomini allegri.
Anche quando Anito, un signore di cui parleremo più avanti, lo obbligò in fine a bere la cicuta, egli non era di cattivo umore verso l’umanità! Non disse come Cristo: «passi lungi da me questo amaro calice!» ma bevve la sua cicuta.
Ma era possibile che per un po’ di cicuta propinata dalla malvagità di Anito e compagni si dovesse spegnere del tutto questa bella lampada del sole? e tutta quella bella lampada ardente che era dentro di lui, dovesse scomparire? E allora dove andava a finire la logica?
*
Brutto, dunque, col mantello un po’ in disordine, gioviale, anzi pieno di spirito, come si dice noi, e piuttosto avanti con gli anni. Attorno poi a questo vecchio c’erano molti bei giovani. Sì, così! Ma per carità, non venga in mente un professore.
Perchè questo paragone è stato fatto, ma è erroneo per molte ragioni, fra cui non ultima è questa: che Socrate dichiarava apertamente di non saper nulla; e un professore che oggi dicesse così, verrebbe squalificato, nè alcun merito avrebbe per aver, forse, dichiarato il vero.
A me, dunque, pare di vedere questo vecchio Socrate per le vie di Atene. Egli conosceva tutti nella sua cara città e da tutti era conosciuto. Fermava la gente, ammiccava con quei suoi occhi grossi, sorrideva, si studiava di parere piacente, anzi allettatore. In quella città loquace come le sue cicale, egli era loquacissimo con tutti. Fermava la gente e diceva:
— Amico, bada a me, io sono un buon mezzano: sai che ci stanno di belle giovinette lassù? Di’, le vogliamo andare a trovare?
— Sì bene, o Socrate, e come si chiamano esse?
— Una si chiama Aretè (Virtù), l’altra Enkràteia (Temperanza): e poi c’è Dike (Giustizia), c’è Sofrosine (Saggezza).
— Sta buono, Socrate; tu hai tempo da perdere: lasciami andare per le mie faccende.... Dike è un pezzo che ha abbandonato il mondo degli uomini. Lo dice anche Esiodo. Si vede che fra noi non ci stava troppo bene ed ha chiesto a Giove il passaporto.
— Ma di’, amico, non vogliamo noi diventare belli e buoni, e richiamare in terra la nobile Dike, anche se ella si è disgustata di noi, e promettere di non farle più oltraggio? E non ci piglieremo noi cura della bellissima Aretè, figlia abbandonata? E non ti pare ella cosa per cui noi saremmo superiori agli Dei, non fare mai oltraggio e torto a nessuno, nemmeno, sì, nemmeno ai nostri nemici?
— Sono cose troppo difficili. Io credo che sarà bene rimandarle per un’altra volta. Ora preferisco ragazze di più dilettevole genere che la non più giovane signorina Aretè. Sai che c’è in Atene Cleonetta, Socrate caro? È il più bel fiore che io abbia mai visto sbocciare nei giardini umani; essa poi è stata qualche tempo a scuola a Mitilene, nell’isola di Lesbo, ed è sbarcata, or non è molto, piena di sapienza e di entusiasmo.
— Oh, amico, — gli rispondeva Socrate, — pensa a questa cosa: le tarantole che sono ragni grandi non più di mezzo òbolo, se toccano l’uomo con la bocca, lo straziano e gli fanno perdere il giudizio. Se tanto arriva a fare una bestia così piccola, pensa che cosa può fare una bestia così grossa con i suoi baci! E poi, di’ un po’, dov’è la dignità dell’uomo, dov’è la libertà dello spirito, ed anche la sanità del corpo a star lì, appiccicato ad una donna, a domandare la carità dei baci come un mendicante?
— Avrai ragione anche qui, non ti dico di no. Ma se tu mi incominci a far della morale, ti saluto gioia della vita! Preferisco Cleonetta.
E quegli se ne andava.
E allora Socrate ne fermava un altro: — To’, senti: io ho una vergine, la più bella di tutte le donne....
— Più di Leena? più di Cioè?
— Più di tutte.
— Vediamo se la conosco. Si chiama?...
— Eleuteria (Libertà).
— Va, pazzerellone! Eleuteria? La libertà? Vergine costei? Vecchia baldracca ella è! Non c’è nessuna spia, vero? nessun sicofante c’è qui vicino che ci ascolti? Bene, senti, Socrate mio: io non ne posso più della libertà, siamo soffocati dalla libertà, qui in Atene. Come si stava bene quando il lacedemone Lisandro inaugurò coi suoi trenta Tiranni il sistema della cuffia del silenzio e delle verghe! I galantuomini potevano vivere in pace, in quei giorni di stato d’assedio. Oggi la libertà è tutta a beneficio dei politicanti e dei birbanti. Oh, ma non ti scappi mica per detto, sai!
— Ma io non ti parlo, o ammirabile uomo, di quella libertà; ma di un’altra libertà ben più vera: la libertà dell’animo io voglio dire.
— Bravo, Socrate, e di quella poi cosa me ne faccio? Mi dovrò regolare io con la mia testa e non con la testa degli altri? Ma sai che è una vaga fatica questa che mi vuoi far fare tu? No, caro Socrate, la libertà dell’anima sarà una cosa assai bella; ma, credi, non è pratica.
*
Non v’erano che i giovani, l’eterna purità della vita, non ancora contaminata dall’esperimento, che lo ascoltavano con entusiasmo.
La divina giovinezza ha sempre creduto, e crede anche oggi, che sia cosa facile rinnovare il mondo. E ci credeva probabilmente, anzi certamente, anche Socrate. Egli era vecchio, sì bene; ma il mondo era giovane; il mondo era piccolo, il mondo era Atene, utero dell’avvenire.
Oh, i giovani subivano il fascino dell’ammirabile favolatore. Essi venivano da lontano per ascoltarlo. Antistene di Tracia faceva quaranta stadi al giorno per poterlo ascoltare; Euclide di Megara si travestiva da donna per potere entrare in Atene, e le parole di lui accendevano tale ebbrezza che nell’udirle balzava a quei giovani il cuore come ai coribanti. E quali potenti ed ingenue imagini essi trovarono per esaltare il loro maestro! Memnone, un altro discepolo, paragonava Socrate ad una torpedine, che è un brutto pesce di mare, gelatinoso, tutto maculato e a bitorzoli; ma guai a chi lo tocca: dà una scossa e fa cader nel torpore. Così la parola di Socrate faceva cadere l’anima in un divino torpore.
Bisognava chiamarsi Anito per rimanere insensibili!
Ma il bell’Alcibiade aveva un paragone anche più folgorante e superbo. Egli diceva: «Tu, o Socrate, sei come un Sileno, buffone al di fuori con zampogne e con flauti in mano; ma divino dentro tu sei, e tutto pieno delle terribili imagini dei Numi».
Oh, incredibile paragone! Dunque attraverso la corporalità materiale di Socrate intuivano quei giovani alcunchè di divino e di terribile? Sì! Essi, attraverso la mobilità irrequieta dei gesti e delle parole di Socrate, vedevano una cotale impassibilità interiore, un che di incognito di dentro, proprio come quando noi riguardiamo negli occhi aperti, ma senza luce, di una statua di nume greco.
*
— Ma sai tu, o uomo, — proseguì allora Socrate, accendendosi di entusiasmo contro colui che non sapea che farsene della libertà, — sai tu il segreto degli Dei?
— Io no, ma se è bello raccontalo!
— Sai tu quello che il Dio ha detto all’uomo? Dio ha detto all’uomo: io non ti do un volto, non ti do una sede fissa, non ti do una speciale forza o istinto come agli altri animali; ma quello che vorrai, sarai. Tutte le altre cose ubbidiscono a leggi immutabili; tu, uomo, sei nell’arbitrio tuo. Tutto ha confine; ma tu, uomo, lo stabilirai tu il tuo confine. Ti collocai in mezzo al mondo perchè tu vedessi quello che è il mondo. Non ti ho creato nè terreno, nè celeste, nè mortale, nè immortale. Sarai quello che tu vorrai! Tu, tu potrai, se vuoi, degenerare giù sino ai bruti; potrai, se vuoi, trasformarti sino agli Dei....
— Bravo, — rispose l’allegro Ateniese, — e i miei affari allora? Ci badi tu ai miei affari? Dare la scalata all’Olimpo? All’Olimpo della ricchezza, del gran chic, eh, eh! ci starei. Ma all’Olimpo degli Dei, oibò, Socrate! Oh, ma guarda, Socrate, Socrate, già che tu mi costringi a pensare anche con la mia testa, guarda un po’: gli Dei poi in fin dei conti cosa sono? un gran chic, un gran snob. Te lo dimostro subito: noi andiamo a piedi o a cavallo, se abbiamo il cavallo: loro vanno in processione sulle nubi: noi soffriamo qualche volta di indigestione, essi no: essi godono il piacere della guerra, ma evitano la noia di farsi del male o di morire: essi si divertono a mettere al mondo figliuoli, ma hai visto mai Giunone fasciare ed allattare marmocchi o Giove condurli a scuola? «Gli Dei dinanzi al piacere posero il sudore!» hanno sentenziato gli Dei. Bella sentenza! Per i minchioni, però. Hai visto mai un Dio sudare? Mai! Bensì dall’Olimpo loro si divertono a veder sudare gli uomini e dicono: «Oh, gli industri uomini!» Dunque sì, Socrate, io voglio essere simile agli Dei, cioè stare in panciolle, libero di godere e niente lavorare.
— Altri, altri Dei più veri e più grandi.... — disse Socrate.
— Questi li hai tu nel tuo cervello strambo, o Socrate. Va là, non mi far pensare! Sai tu perchè Giove ha quella bell’aria gioviale; è sereno, olimpico, beato, ed è decorato di quella bella barba nero-turchina, con quella capigliatura solida che gli ha appiccicato Fidia? Perchè pensa poco, caro! Perciò non ha mai mal di testa. La sola volta che se la sentì un poco pesante, prese una purga e venne fuori Minerva: una dea, sia detto fra noi, un po’ turbolenta e seccante, benchè sia la protettrice della nostra città.
E colui se ne andava.
*
Colui se ne era andato; ed ecco cautamente un leggiadro giovanetto si accostò a Socrate. Questo giovanetto oltre che leggiadro e ben vestito, era anche molto prudente. Il suo nome era Iscomake. Costui era innamorato di una bella giovinetta, la quale filava virtuosamente la lana nel gineceo, con le ciglia abbassate, accanto alla cara madre.
Ora Iscomake vedeva sotto le grandi ciglia abbassate modestamente della sua cara fanciulla passare un lampo delizioso che gli metteva i brividi addosso, e quel lampeggiare diceva: «Iscomake, Iscomake, sapessi come mi annoio qui, nel gineceo, a filare, soletta soletta, la lana, e come mi è faticoso oramai essere savia, savia, savia, come mi dice sempre la mamma!»
Anche vedeva quel suo bianco piccolo piede nudo, sorretto da un sottile calzare che le dava una grazia ed una venustà senza pari; sentiva l’umido profumo della sua chioma nera e delle sue carni di ambra.
Dunque Iscomake era molto innamorato ma anche molto prudente. Egli perciò, sapendo della grande sapienza di Socrate, gli domandò: — Socrate, faccio bene o faccio male a prender moglie?
E Socrate contemplò con quei suoi occhi la ingenua giovinezza di Iscomake, e disse: — Io dico, Iscomake, che quale di queste due cose farai, tu te ne pentirai.
— Oh, Socrate, — disse il giovane. — quale risposta è la tua! Pensa che i miei genitori e i genitori di lei oramai tutto hanno disposto perchè le nozze avvengano nel più breve tempo, ed io altra cosa non desidero più ardentemente. La mia domanda a te, che sei savio, voleva piuttosto dire questo: «che cosa è il matrimonio? come devo comportarmi verso quella che amo, e come lei verso di me, affinchè noi possiamo condurre una vita felice?»
E Iscomake cominciò a lagrimare, come quegli che vedeva per quella strana risposta un’ombra lugubre distendersi sull’orizzonte della sua vita.
— Io ti rispondo come è veramente: io ti dico, Iscomake, — disse Socrate, — che tu farai male a non prender moglie, e la ragione è questa: perchè la casa dell’uomo senza la donna è infinitamente triste. Il focolare di Vesta, o amico, non arde e non riscalda, se Vesta, la dea, cioè la donna, manca nella casa.
— Ed allora, perchè, o Socrate, io mi pentirò lo stesso se prenderò moglie?
— Perchè tu, Iscomake, credi che il matrimonio sia la soddisfazione del piacere, mentre è la soddisfazione della saviezza.
— Oh, per questo, Socrate, — disse Iscomake, — sta pur sicuro che i miei genitori mi hanno allevato bene: mio padre mi ha sempre detto: «il tuo dovere, Iscomake, è di esser savio».
— Bene, Iscomake. E la tua sposa? È savia anche lei?
— La madre di lei, — rispose Iscomake, — le ripete sempre: «il tuo dovere, figliuola, è di essere savia».
— Sa tessere e filare?
— Sa tessere e filare.
— Docilmente e silenziosamente?
— Io credo di sì, Socrate.
— Hai osservato anche se per caso non abbia disposizione a consumare in un mese quello che deve bastare per un anno? a comparire più bella di quello che è, perchè il matrimonio — bada! — è anche la società di due corpi!
— Ha quindici anni soltanto, Socrate. Ma io credo che sia massaia, silenziosa, docile, modesta. Però ti dico che a tutte queste cose non ho mai pensato. Ad ogni modo io farò come fanno tutti gli altri Ateniesi che hanno moglie: provvederò che le serrature del gineceo chiudano bene.
— Sì, ma questo che si usa in Atene, non è, o Iscomake, il matrimonio come fu stabilito dal Dio che ha costruito il mondo, — disse Socrate.
— Che cosa ha stabilito il Dio, quello che tu chiami il costruttore del mondo?
— Ha stabilito che il matrimonio fosse una specie di giogo, o tiro a due, rappresentato da un uomo e da una donna. Ti spiegherò meglio: una società mutua in cui le condizioni dei due contraenti, cioè dell’uomo e della donna, siano perfettamente eguali e squisitamente leali. Il contratto non sarà leale, se, per esempio, la donna cercherà di apparire più bella col lavorarsi la faccia, o più affascinante col camminare sopra un paio di sandali alti!
— Ed anche se io sono più ricco di lei, lei sarà uguale a me? — domandò Iscomake.
— Anche, Iscomake! Se lei saprà meglio di te amministrare questa società del matrimonio, lei sarà superiore a te. E se la donna sarà migliore dell’uomo, tu sarai ben felice di esserle servo e cavaliere.
— Ma questa cosa non si è mai sentita dire, che la donna sia uguale all’uomo, — disse Iscomake.
— Eppure è proprio così, — rispose Socrate. — L’uomo e la donna sono stati fabbricati con le stesse facoltà, e per questo non si distingue se sia superiore il genere maschile o il femminile. La differenza consiste in questo, che i due sessi non sono adatti per le stesse cose: anzi il Dio punisce l’uomo che fa opera da donna, e la donna che fa opera da uomo. L’uomo è più adatto per le cose esterne; la donna, per le cose interne. La donna ha più affettività, una attività più solerte e minuziosa, un senso di previdenza del pericolo. Alla sua volta l’uomo è più forte ed ha il dovere della intrepidità e della difesa. Perciò i due sessi si completano in quanto l’uno ha bisogno dell’altro.
— E quando la donna diventa brutta o vecchia, — domandò Iscomake, — non la ripudierò io per prenderne un’altra più bella e più fresca?
— Quanto più la donna — disse Socrate — sarà buona compagna, custode di te, dei figli, della casa, tanto più la onorerai, perchè i veri beni si acquistano non con la bellezza, ma con la virtù.
— Ma allora il matrimonio è un esercizio di virtù, — disse Iscomake, molto avvilito. — E tutto questo sacrificio, perchè?
— A vantaggio del genere umano, — rispose Socrate. — Il piacere serve per la vita, ma non è la vita.
Ora Iscomake aveva poco più di vent’anni. Egli aveva pensato a portarsi a casa la sua adorabile giovinetta, e non a lavorare per il genere umano.
Era il volto di Iscomake assai triste e avvilito, nè sapea che rispondere, quando improvvisamente esclamò:
— Ecco, ecco, anche tu, Socrate, ti volti e la guardi!
In quel punto passava Cleonetta, la bella etèra che era stata agli studi nell’isola di Lesbo, ed ora era venuta in Atene a vendere rose; e profumo di rose e di muschio sfuggiva dalla sua persona, come da un’anfora.
— Che mi guardi anche tu, figlio di Sofronisco? — disse la bella etèra. — Sta in pace, Socrate, la deliziosa taràntola non morderà al tuo vecchio cuoio!
*
Che cosa abbia poi deliberato il giovanetto Iscomake, noi non sappiamo e ci interessa ben poco. A noi importa di assicurare che il discorso su riferito non è per niente una nostra invenzione: ma è autentico. Esso dimostra che razza di complicazione fosse fin da allora il matrimonio nella mente di quel giudizioso filosofo!
Ah, se invece di un Dio, grande Architetto dell’Universo, fosse stata una Dea, la Architetta, le cose sarebbero passate più semplici e meno melanconiche!
Ma una cosa a me sta a cuore di notare in questi ragionamenti di Socrate ad Iscomake intorno al matrimonio, ed è la questione dei calzari, che noi diremmo delle scarpette.
Si tratta di una seria questione, perchè Socrate dice: «il contratto fra l’uomo e la donna non sarà leale se la donna cercherà di apparire più splendente col tingersi la faccia, o più dominante ed affascinante camminando sopra un paio di sandali alti».
Ora è il vero che un paio di pantofole — invece delle scarpette — rendono una donna antiestetica, e non è questa una scoperta — come ben si vede — fatta ai nostri tempi!
E generalmente accade che una donna preferisce apparire sleale piuttosto che antiestetica per colpa delle pantofole.
Tuttavia è indiscutibile che le pantofole hanno, sotto un certo aspetto, un pregio molto superiore alla questione della lealtà: esse non fanno rumore!
Imaginiamo una moglie che passi come un crotalo da una stanza all’altra, battendo sul pavimento i tacchi alti delle sue scarpette; e un’altra moglie invece che si muove silenziosamente, monacalmente silenziosa entro due pantofole....
Ah, sì! io lo so: un’anima giovane di uomo rimane atterrita da quelle pantofole: egli sogna due tacchi alti in due scarpette lucide. E dato il caso che possano far rumore, ci stende sotto una processione di viole e di rose, o più semplicemente un folto tappeto d’oriente. E dopo le scarpette, sogna due mani carezzevoli ambrate e profumate, che sono il prolungamento tattile di due braccia tenere e poderose insieme, le quali — quando lui torna a casa con la bocca un poco amara per avere mangiato le prime foglie secche della delusione — gli si avviticchiano dietro le spalle; e le mani soavi gli si posano sulle guance, poi sugli occhi. Una voce adorabile dice intanto: «Mi conosci, amore? Chi è? È la tua adorabile sposina?» E spesso le lebbra umidette e ristrette si allungano, si applicano sul volto dell’uomo in un’azione benefica, e, dirò così, antiflogistica, come fa la sanguisuga che porta via le acrità e il mal calore del sangue.