ALFREDO PANZINI
Viaggio di un
povero letterato
MILANO
Fratelli Treves, Editori
Nono migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
Tip. Fratelli Treves — 1920.
INDICE.
| [Prefazione] | Pag. IX | |
| I. | [In attesa del treno] | 1 |
| II. | [Luci nella notte] | 6 |
| III. | [Il mattino a Vicenza] | 15 |
| IV. | [Quattordicimila morti!] | 22 |
| V. | [Bologna di notte] | 31 |
| VI. | [Kara-kiri] | 37 |
| VII. | [Che cosa voleva Mimì] | 46 |
| VIII. | [Le due milionàrie] | 65 |
| IX. | [Magister elegantiarum] | 83 |
| X. | [Effetti di Scaricalàsino] | 96 |
| XI. | [Il sogno della gardènia] | 105 |
| XII. | [Battistero, chiesa, cimitero] | 110 |
| XIII. | [La pupa, il prete e la guerra] | 126 |
| XIV. | [Pècore e uòmini] | 139 |
| XV. | [Venèzia e il trippàjo] | 155 |
| XVI. | [Pax, tibi, Marce, Evangelista meus] | 161 |
| XVII. | [Pìccoli penati] | 172 |
| XVIII. | [Il rèduce dalla guerra] | 180 |
| XIX. | [La festa della mamma] | 193 |
| XX. | [Dunque ròndini, addio!] | 201 |
| XXI. | [L'alloro ed il cipresso] | 221 |
A Titì,
Creatura mia, quando tu sarai grande e leggerai queste pagine, forse ti verrà desiderio di me.
Ottobre 1916.
A. P.
PREFAZIONE.
Questo libro nàcque senza l'intenzione di diventare un libro. In orìgine èrano note, o segnalazioni, le quali — in questo mio viàggio nel lùglio del 1913 — battèvano con tanta insistenza nell'apparècchio del cervello, che fui costretto a trovare un lapis e un taccuino.
E come i quìndici giorni del viàggio finìrono, mi distraevo a Bellària nello sviluppare quei segni ed appunti.
Capitava allora, assai spesso, su la bicicletta, nel gran sole del mezzodì, l'alta figura bianca di Renato Serra; e ricordo che gli lessi quel capìtolo che comìncia: Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero e poi il campanile che suona o suonava una volta.
Ricordo che poi volle lèggere lui, e lesse, e segnava le pose con quella sua voce pacata e pura, che era sua singolare maniera di lèggere, quasi attendesse un'eco di risposta interiore. Disse che vi trovava alcun nòbile ritmo.
E così l'anno seguente, che fu il 1914, mandai il manoscritto all'amico Giovanni Cena, che dirigeva — morto anche lui! — la Nuova Antologia.
Cena mi consigliò molti tagli o mutilazioni per quelle ragioni di scrùpolo, che, dal più al meno, si impòngono ai direttori delle Riviste, in generale; poi, in particolare, mi consigliò di smèttere con le impressioni dei miei vagabondaggi.
Così, in proporzioni ridotte, il libro uscì nei nùmeri del gennaio e del febbraio 1915 della Nuova Antologia.
Ma un po' per la Guerra, un po' per quelle parole di Cena, io non pensavo più a questo mio lavoro, quando nel 1916 mi sorprese un «artìcolo»[1] di Giovanni Papini —, che allora non conoscevo di persona —, dove mostrava di essersi accorto di questo mio Viàggio, anzi diceva al pùblico: «Come? non vi siete accorti?». Confesso che le parole di Papini fècero sussultare le ùltime corde del pianoforte della vanità: che non è mai fracassato abbastanza sì che non mandi alcun guizzo. E infatti rileggendo poi me stesso come se altro io fossi stato, mi parve che in questo libro, scritto prima della Guerra, si contenesse qualcosa che presentiva la Guerra, e qualcosa anche che meritava di vìvere anche dopo la Guerra. «Ma perchè stamparlo se gli ànimi e i corpi dovranno cadere sotto il tetro materialismo germànico?» Io vissi questi anni in questo ìncubo; e tutt'al più pensavo a questo libro come a una tomba per seppellirvi con onore certe gentilezze che la vittòria germànica avrebbe raso al suolo, come fece nel suo passàggio di tutte le cose belle.
Ora lo spaventoso ìncubo va dileguando e la vita sembra aver ragione su quella tetra morte germànica. Perciò il libro vede la luce.
Certo è che dopo questa Guerra, se veramente desideriamo che la Germània non vinca, anche se vinta, è necessària un'altra vittòria: quella su noi stessi.
Ma per ciò che riguarda questo libro, voglio ora sperare che Giovanni Papini, il quale fu principale cagione della stampa, non se ne debba pentire.
Roma, ottobre 1918.
Capìtolo Primo.
IN ATTESA DEL TRENO.
— Provi a viaggiare — mi disse il professor A*** direttore del Manicòmio di M***, il quale mi onora della sua benevolenza.
— Ah, sì, signore, il viaggiare sento che mi farà più bene che andare alla seconda cantoniera dello Stèlvio, come mi fu suggerito da altri.
*
«Pensa — dissi a me stesso — che le strade sono tutte tue. È una grande proprietà! Esse si stèndono bianche, notte e giorno, e fàsciano il mondo: non rimane che andare e camminare. Va, dunque, e cammina.» Ma per me ci vorrebbe un'automòbile. Essa va veloce e spezza il pensiero.
Ma io non ho automòbile.
Io potrei anche salpare per l'Amèrica, come il mio amico poeta, Gigino. L'esportazione di un poeta italiano in Amèrica, mi è sembrato un gran fatto.
Ma io non mi posso allontanare troppo.
V'è alcuna cosa (che potrebbe èssere una pìccola testa bionda di fantolina) che non me lo permette; e quando mi sono dilungato cento, duecento chilòmetri, ecco, mi pare che io sia attaccato ad un filo di gomma; e torno addietro.
Approfittiamo allora del treno. Questo gran mezzo di locomozione può fornire notèvoli illusioni e benefici.
Sdraiato sopra un comodo cuscino, e lanciato ad ottanta chilometri all'ora, sentirò spezzarmi il pensiero, come in automòbile; e niente mi vieta di crèdere che tutti quegli omarini in posizione di attenti al passàggio del treno sìano i miei servitori; e che quella carrozza imbottita di velluto sia la mia; e che tutti quei lumi nella notte rimàngano accesi per me; e che tutti quei superbi capistazione vèglino per la mia incolumità personale. Nè io avrò bisogno di comandare. Oh, cosa bellìssima! Èssere servito e non dover comandare! Parere proprietàrio e non èssere censito!
Nulla possedendo, io sono padrone di tutto.
Per tutti i detti motivi, ecco dunque: abbonamento di prima classe, serie IV, durata 15 giorni.
Gran lusso la prima classe, lo so; ma era apposta per facilitare la illusione. In prima classe, poi, si rimane spesso padroni dello scompartimento, e c'è più spàzio fra sedile e sedile. E quando si deve urtare con i nostri stinchi contro gli stinchi del nostro pròssimo, allora soltanto si capisce la complicazione di quella legge evangèlica che pare così sèmplice: Ama il tuo pròssimo come te stesso.
*
Oltre alla tèssera di prima classe, io ero munito di un cappello quasi pànama; di calze quasi di seta; di scarpe nuove di un giallo abbagliante, che mi fùrono garantite come l'ùltima espressione della moda.
Ho preferito poi l'abbonamento anche per evitare la fatica del decìdere. Per me era del tutto indifferente andare verso oriente o verso occidente, vedere Pisa piuttosto che Venèzia. Qualunque rotàia, compresa nell'abbonamento, andava bene per me. L'importante per me era di abolire un pochino me stesso. E appena ebbi la tèssera, pensai con riconoscenza a quella persona sconosciuta, ma certamente piena di càlcoli, che aveva combinato gli orari e a cui io mi potevo affidare docilmente, anzi piacevolmente.
L'abbonamento cominciava col giorno 2 lùglio (1913). Era questione di sapere quale fosse il primo treno in partenza dopo la mezzanotte.
L'orario che mi offrì un elegante cameriere di un caffè sotto la Galleria, a Milano, diceva che il primo treno che parte dopo la mezzanotte, è un diretto per Venèzia: ore zero e venti. «Andiamo in tale caso a Venèzia» — dissi a me stesso: — cioè montiamo su quel treno, e poi decideremo. Io potrò, se mi piace, scèndere a mezza via, quando sentirò chiamare una stazione il cui nome mi suoni grazioso.
*
Erano già le ore dieci e tre quarti e tanto valeva attèndere a quel tavolino di caffè l'ora della partenza.
— Signor cameriere — dissi al cameriere — mi favorisca una birra e qualche sandwich.
I miei pensieri io non ricordo più quali fòssero in quell'ora in cui alternavo delicati sandwiches a fresca birra: ma certamente èrano come in un'atmosfera in cui è calmato il vento. Ed ecco levarsi il tùrbine del vento, perchè passàvano donne, donne, donne con protervi pennacchi e vestite così impudicamente che io sarei stato in diritto di domandare un risarcimento.
Mi affrettai, per ragioni di prudenza, verso la stazione. Però che disgràzia accòrgersi così tardi che il pudore delle donne è un'invenzione degli uòmini.
Capìtolo II.
LUCI NELLA NOTTE.
Io devo aver dormito, forse, su quel rosso e servizièvole cuscino di prima classe. Però ad una certa ora mi sono interamente svegliato: vedevo un bagliore vermìglio, quasi un'enorme pupilla, inseguire la strìscia nera del treno, che fuggiva, scrosciava nella placidità delle cose ancora dormienti, e come evanescenti.
La stella di Marte?
Ma era un più grande, e più vivo bagliore. Ed esso veniva dalla terra, non dal cielo.
Ad un tratto quella luce scattò, e fu un altro bagliore verde: e sùbito dopo una gran bianchezza si diffuse per la diafaneità della prima ora del giorno, come quando la stella Diana appare al mattino. E le tre luci scattàvano alterne, violente, contìnue. Ma il bagliore purpùreo era più dominante. Oh, quale faro bizzarro arde laggiù! Siamo arrivati forse già in riva al mare? Allora ricordai:
È il faro tricolore su la torre bianca di San Martino.
Mi risovvenni di aver già visto qualche anno addietro quelle tre luci alterne. Era sul far della sera, una dolce incantèvole sera di màggio, ed io mi trovavo all'estremità del lungo molo nella penisoletta di Sìrmio.
Non molto discosti da me, alcuni teutònici, col mantello e il cappellino tirolese, attendèvano, come io pure attendevo, l'arrivo del piròscafo dalla riviera di Salò. Essi parlàvano, bonariamente fra loro, assentendo coi loro, ja! ja! in cadenza, e ogni tanto interrompèvano con grosse risa, che parèano singhiozzi. Quando ecco, d'un tratto, dinanzi a noi, su le acque, còrsero come fulmìnei i fasci delle tre luci: bianco, rosso e verde. Quei fasci si sollevàvano, ricadèvano giù dal cielo, si alternàvano sì che parèvano tre enormi catapulte di luce: parèvano volersi addentrare fra i monti tenebrosi, là verso Riva di Trento. Allora le pupille di quei tèutoni si scòssero. Cercàrono donde venìssero quelle luci, che cosa significàssero. Capìrono in fine.
Parlàrono ancora i grossi tèutoni; ma non rìsero più.
Quando una stella si accende nel cielo d'Itàlia, le fronti teutòniche si fanno cupe, e le loro parole si còlmano di irònica amarezza.
*
Ora, in quel mattino, in breve tempo le tre luci (fuggiva il treno) rimàsero addietro. Però la torre su l'alto di San Martino già si distingueva biancheggiare nel giorno nascente.
«A ben considerare — pensai — si tratta anche qui di un faro e noi qui siamo presso un mare; il mare delle genti teutòniche, che batte contro quei monti che corònano il Garda, laggiù. Ma noi vogliamo èssere ragionèvoli e buoni fratelli in Cristo. Voi, bravi tèutoni, ricordate il millenàrio vostro impero quando, a cominciare da Carlo Magno, la spada teutònica pesò sopra di noi: noi abbiamo altra ìndole e non ricordiamo. Noi non ricordiamo quasi più che, qui presso, sta un'altra antica torre, più giù: la torre di Solferino. Lì veramente, il 24 di giugno 1859, Napoleone III spezzò quella vostra spada teutònica che ancora gravava su noi. Ma nessun faro vi splende, nessun segno votivo!»
Ecco, corriamo adesso lungo i begli spaldi di Verona. Brìvidi di luce còrrono già per la campagna. Così doveva essere nell'estate del 1859, quando il grosso prìncipe Plon-plon, a fùria, nella berlina stemmata con l'àquila di Frància, entra in Verona «fedele»: le sentinelle austrìache guàrdano attònite ai colori di Frància. Appare in tùnica celestina l'èsile sire d'Absburgo, l'erede di Carlo V. Si duole assai il giòvane sire, che non rivedrà più la Madonnina del Duomo di Milano, retàggio di Carlo V. Non la vedrà più! Ben sperava di rivederla la mattina del 24 giugno! Ora non più. Mai più!
Sèmbrano vicende d'altri sècoli. Ma il sire di Absburgo è ancora vivo, e noi lo chiamiamo, con dimestichezza obliosa, Cecco Beppe; ma il mare delle genti teutòniche è laggiù, in fondo al Garda; ma il mare delle genti croate e slave batte ad oriente. Hanno rude ànima e bellìgera mano quelle genti. Essi non prègiano la nostra gentilezza latina: e forse questo dolce mattino geòrgico non li inèbria della santità della pace.
Quali pàgine del futuro sono scritte nel quaderno che sta su le ginòcchia di Giove?
*
Io andavo su è giù pel corridòio, io ero il padrone del treno. Non c'era nessuno. Il treno pareva fuggire pazzamente per conto suo, ed io guardavo con la curiosità di un bambino la campagna dai finestrini aperti.
Già albeggiava. Che puro, che ridente mattino! Quali verdure profonde, allineate, ordinate! e qua e là, ampi rettàngoli gialli, formati dalle stòppie del grano, reciso pur ieri. I covoni del grano d'oro si allineàvano a pèrdita d'òcchio; e la bianchezza dei buoi si moveva già per ròmpere le stòppie, nella frescura dell'alba. Dolce mattino geòrgico! oh palpitare del lago di Virgìlio!
Quanti sècoli sono, o inesàusta terra d'Itàlia, che tu in lùglio dài tuoi belli esami, combatti le tue buone battàglie!
*
Il signore chiuso. Ad un tratto — andavo su e giù pel corridòio — sento disperatamente picchiare sui vetri, dietro di me. Mi volto. Vedo dietro il cristallo un signore che gestisce così comicamente che quasi mi viene da rìdere. Ho capito. È un viaggiatore che è rimasto chiuso dentro lo scompartimento. Mi prega, a cenni, perchè chiami qualche guàrdia, che venga a liberarlo. Percorro il treno. È deserto. Giungo, infine, al bagagliàio, e lì trovo le guàrdie dormienti nelle disperate attitùdini dei custodi del Santo Sepolcro. Svèglio i dormienti nella notte. Il signore chiuso viene liberato: mi stringe la mano con effusione. Si era fatto chiùdere apposta per dormire con più sicurezza di non essere disturbato; ma la guàrdia si era addormentata alla sua volta.
«Non deve mica essere diffìcile assassinare uno in treno!»
Perchè formai questo pensiero?
*
Quali dolci colli si profìlano in lontananza? Dove siamo? A Vicenza?
Mi sta in mente che debba èssere una città soavemente idìllica, Vicenza. Pallàdio mi fa rima con Arcàdia, e Fogazzaro con Sannazzaro; e l'abate Zanella, che fu di certo un nòbile ingegno, mi richiama in mente gli antichi abati incipriati e galanti del Settecento. Ma la colpa di queste deformazioni è dovuta al ricordo di un caro signore, che io conosco e rivedo ogni estate, e si chiama signor colonnello. Ora vive in dolce pace nella sua villa, e si ricorda della vita militare e della guerra come di un'altra vita. Egli, al mattino, mette in òrdine i sassolini, i vasetti dei fiori, le statuine pei vialetti della sua villa; poi tutto lindo e bianco come le sue statuine, va su e giù pei vialetti leggendo un libriccino di poesie, le poesie dello Zanella. Mi augura il buon dì e — fra l'altro — mi dice:
«Leopardi, Fòscolo, Carducci e compagnia bella, riverisco, riconosco, ammiro, ma non sono per me. L'Astichello, questi pensierini soavi, tèneri, religiosi, queste belle armonie, creda mi fanno bene. Quanta pace....»
Ed ecco perchè lo Zanella mi diventò un poeta del Settecento: e Vicenza con l'Astichello una cittadina arcàdica.
Sopra Vicenza c'è' Asiago, i sette comuni di Asiago: «Colònia linguìstica straniera nel territòrio linguìstico», come è spiegato in un manuale di letteratura italiana. Ma che bàrbaro italiano.
E allora mi tornò alla mente un mio compagno di collègio al Marco Foscarini di Venèzia, il quale era di Asiago, parlava tedesco e si vantava di èssere discendente dei Cimbri. Gherardo era il suo nome, ed anche nell'aspetto era quasi cimbro: massìccio, alto, occhi freddi, cèruli, capelli irti di un biondo pàllido. In quei tempi in cui nelle nostre scuole tutto era tedesco, dalle edizioni Taübner al bastone Jäger, quel mio compagno Gherardo era molto stimato dai professori. Egli poi aveva instituito in collègio una spècie di Santa Vehme o tribunale secreto, da cui io subii molte condanne. Le mie tènere spalle prèsero molti e segreti pugni: mai però volli riconòscere l'autorità della Santa Vehme.
Mi sorrise allora l'idea di vedere Asiago che è in alto su l'alpe; ed altresì di strìngere la mano al mio compagno Gherardo. «Di Sante Vehme — diceva fra me — ne ho conosciute poi tante che non è il caso di serbar rancore per quella che tu fondasti in collègio. Qua, dunque, la mano, amico, e beviamo insieme.»
Così gli volevo dire, rivedèndolo ad Asiago.
La ferrovia, a rotaia dentata, che conduce ad Asiago, dìcono che sia molto interessante; e anche questo costituiva un motivo per discèndere alla prima fermata.
— Scende o non scende? — mi disse bruscamente la guàrdia a Vicenza.
— Sissignore, scendo.
— Allora fàccia presto perchè il treno parte sùbito.
Scesi: ma appena il diretto si fu dilungato via, quasi ne ebbi pentimento. Tutto chiuso, buio, tutto addormentato ancora alla stazione di Vicenza.
Capìtolo III.
IL MATTINO A VICENZA.
Vicenza: circa ore cinque del mattino.
Esco dalla stazione: oh, che bel piazzale verde, solenne, boscoso dietro la stazione! Esso è compiutamente deserto. Mi siedo sopra una banchina. Di contro, da un'enorme parete verde di altissime piante, ecco perfora la incandescenza del sole nascente. Apro la valìgia: sturo la bottiglietta, contenente vero caffè, caffè con la caffeina; sturo e libo lentamente di contro al sole.
Delizioso! il caffè, la caffeina, il sole, il mattino di lùglio; la solitùdine del luogo, deliziosa. Fa male il caffè con la caffeina? bisogna disarmare il caffè, come scrive il dottor Ry? bisogna disarmare il vino? Altre cose più feroci, piuttosto, bisognerebbe disarmare! Ah, ma noi siamo gente pacìfica, e disarmiamo il caffè e il vino innocenti.
Lodo la mia saggezza e la mia previdenza di avere condotto meco così opportunamente quella bottiglietta di caffè: lodo anche la mia personale abilità nel preparare il caffè; sopratutto lodo il tappo, il quale nel percorso Milano-Vicenza ha tenuto fermo: il caffè non l'hanno bevuto le camìcie e i fazzoletti; ma lo bevo io, ed è assai buono. Questa volta sono molto fortunato. Di sòlito i tappi che io metto non tèngono mai; ovvero calco troppo, e si rompe il vetro: così che in un modo o nell'altro tutti bèvono all'infuori di me. Ma questa volta bevo io.
È un frescolino gentile ed il cielo è di una purità incantèvole, quasi ingènua. È l'ora che il buon Dio fa la toilette al mondo quando gli uòmini dòrmono? Nessuno mi proibisce di pensare al buon Dio; e nemmeno mi è proibito di crèdere che questo bellìssimo sole apra la sua enorme palpèbra, e sorrida, fra il fogliame, tutto per me. Accendo un mezzo toscano ed elevo il suo incenso contro il sole. Anche il toscano è buono, e il mio pensiero va con riconoscenza verso la anònima sigaràia che lavorò onestamente, e non lasciò cadere capelli dalla cuffietta.
Facciamo un breve esame di coscienza; ciò terrà le veci di una preghiera mattutina: io ora guardo con giòia il sole.
Io posso ancora gustare il piacere di un òttimo caffè.
Io posso ancora fumare un mezzo toscano; e fra poche ore sarò in grado di fare un'òttima colazione. Dunque accontentiàmoci.
Sì, è vero: molte volte ho desiderato di «non èssere»; ma questa mattina sono di opinione contrària, e desìdero di rinnovare il contratto di locazione su la superfìcie del mondo.
Io godevo appena di questo pensiero, quando un'ombra mi passò davanti, e mi sovvenni di quelli che vivèvano un tempo nel sole, su la superfìcie del mondo, e sono adesso nell'ombra; e mi sèmbrano darsi la mano, e gli ùltimi scomparsi sono più vicini, vicini a me, ed io sento ancora il contatto delle gèlide e care loro mani. I più lontani scomparsi mi affèrrano e dìcono: «non ti scordare di noi!». E più tormentoso è un senso penosamente oscillante, che mi fa dubitare se la morte sia interamente la morte o se la vita sia la morte. Certo lui non è più. Ma perchè così cupa è l'imàgine tua, caro fanciullo? Fosti così ridente nei dieci anni della tua breve vita! Ed anche la madre mia non è più. Ella, invece, non è cupa imàgine: talvolta mi sorride, non so perchè; mi sorregge ancora, mi par di sentire queste parole: «Su, coràggio!».
Certo però quei capelli grigi sono voluti andar dietro a quei mòrbidi rìccioli biondi. Ah, sole, sole, tu non le essiccherai facilmente queste lagrime!
La vòglia di salire ad Asiago era tutta scomparsa.
Non c'era nessun treno allora in partenza; perchè quando insorge questo spàsimo convulso del dolore, sento una necessità di fuggire, fuggire.
Ma ecco per ventura giunge un carrozzone giallo, vuoto, del tram elèttrico.
Salgo. — Dove va questo tram?
— Il tram attraversa Vicenza — mi si risponde — e poi ritorna ancora alla stazione.
*
Oh, dolce Vicenza! me ne sta tuttavia la visione nel cuore. La città dormiva ancora, e il tram mi faceva passare davanti agli occhi un'armonia di case, casette antiche, istoriate, scure, adorne di bìfore ed archi; e infra mezzo festoni di verdura, e tronchi schietti sorgenti, con la pompa delle chiome verdi su nel gran sereno; e poi acque verdi correnti; e gerani, gerani, fiammanti gerani, come una giovinezza della natura che sorride sui neri balconi. Tutti balconi fioriti. Una giovinezza e una decrepitezza in caro abbracciamento. E stando il tram fermo per qualche minuto, mi affissai nella chioma tonda di un pino che campeggiava nel cielo: e insensibilmente mi parve che si movesse per ritmo di danza, come una fèmina. Eppure l'ària era senza vento.
Sorrisi di letìzia naturale. Oh, Itàlia! Vicenza, cara città itàlica! Ma per capire la ragione di questa mia letìzia, bisogna considerare come io avessi lasciato poche ore prima Milano: Milano enorme, pesante di cemento, con le vie nuove alla tedesca.
Ma già la città si destava, qualche negozio era aperto: svelto, barcollando sotto il peso del «bigòl», passàvano le contadine col loro cappellùccio: odor di maggiorana; vasi di rame lucenti, colmi di latte; e un cinguettar di richiami, di saluti cadenzati: «Buon dì, ciciricì!».
Ad un tratto stupii: davanti ai miei occhi dilatò una piazza con palagi regali, eccelsi: cùpole, domi, logge si incendiàvano ai raggi del sole. Ricordai: lì era stata Venèzia, la Serenìssima. Gente togata e guerriera sporgeva fantasticamente da quei palagi.
— Com'è quel brulichio scuro lì nella piazza? — domandai.
— Oggi è mercato.
Il tram mi riportò onestamente alla stazione. Sono le sei e mezzo. I colli Bèrici rilùcono ora di una verdura profonda; le chiome, o tonde, o cuspidate degli alberi (pini, cipressi), dentèllano il cielo, che adesso è di una purità di cobalto intenso. C'è una villa lassù? Una villa settecentesca, con logge e colonne, affrescata dal Tièpolo? Socchiudo gli occhi: vedo tutti i personaggi del Fogazzaro: le dame in tupè bianco: i signori xe tuti lustrìssimi, con bei panciotti a fiorami: sièdono presso una bella fontana, fra quella verdura. Si dòlgono si pèntono di lor dolci peccati, e se li accarèzzano: si scàmbiano motti leggiadri in francese e in italiano venezièvole.
Ma Franco e Luisa del Pìccolo Mondo Antico non sono lì. Essi stanno in disparte ed immoti: i loro occhi tranquilli e tetri si vòlgono verso la terra, dove siede di per sè, immèmore, la pìccola Ombretta:
Ombretta sdegnosa del Missisipì.
Ella porta le pòvere scarpette, cucite da sua madre; ella giuoca immèmore con una sua pòvera bàmbola. Perchè lagrimai allora in quel mattino? Perchè vidi anche la barba nera, il volto tèrreo di Giovanni Segantini che dipingeva con sacri segni quel quadro, dove sopra un cimitero due àngioli sostèngono verso il cielo una pìccola creatura?
Capìtolo IV.
QUATTORDICIMILA MORTI!
Per andare ad Asiago si prende il treno che va a Schio. Ma si scende prima: a Thiene. Poi altro treno sino a.... Non ricordo più il nome. Poi altro piccolo treno, con ruote dentate che salirà l'alpe.
La pianura si stende ubertosa, ben coltivata, sino ai piè delle Alpi, le quali fanno l'effetto di balzar di colpo minacciose su dalla lìnea dolce del piano. Asiago si nasconde lassù fra quei monti: si trova in una conca verde fra quei monti. Così mi dice la gente. Io ho l'impressione di andare al confine d'Itàlia.
Questo tratto di lìnea non è compreso nell'abbonamento. Salgo perciò in terza classe. Mi sta di fronte un alpino in montura grìgia: è un fanciullo imberbe, ròseo, sano: ma che mani, ma che piedi! o almeno che scarpe! Ha lo zàino affardellato che ricorda la sàrcina dell'antico legionàrio. I suoi occhi celesti vàgano senza l'ombra di un pensiero. Parla vèneto. Parliamo. Ora va in montagna a raggiùngere il suo reggimento, poi verosimilmente andrà in Lìbia. Certo bisogna sostituire quelli della leva del 1891. Andrà dove lo manderanno, farà quello che gli comanderanno. Molti non sono tornati. Lo sa. Ma i suoi occhi celesti non hanno l'ombra di un pensiero. Ora su le Alpi la vita è faticosa; ma l'acqua è buona, i suoi superiori sono buoni. Per mangiare, essi, i soldati, si fanno la minestra in gruppi di quattro o sei, e la cuòciono con la legna dei boschi; e la minestra è buona.
Alla stazione di Thiene grìdano i giornali del mattino.
È scoppiata ancora la guerra nella penìsola balcànica! I giornali ne parlàvano come di cosa probàbile nei giorni addietro. Ma come era possìbile crèderci dopo sei mesi di guerra! E che orrìbile guerra! Allora Bulgaria, Grècia, Montenegro come belve feroci contro quell'altra antica feròcia, che è la Turchia. E adesso Grècia e Sèrbia contro la Bulgària? Gli alleati di ieri sono diventati i nemici di oggi?
Comunque sia, le prime notìzie dei giornali sono impressionanti. Leggo: I Greci alla riscossa. Istip distrutta dalle artiglierie serbe. Quattordicimila morti nella prima battaglia. Ma le grandi Potenze ne sono indignate. Dunque la guerra è scoppiata contro la volontà delle grandi Potenze! Perchè è scoppiata questa seconda guerra? Compro, apro tutti i giornali: tutti i giornali sono confusi ed indignati al pari delle grandi Potenze. Bisogna supporre che un re o più re, dinanzi ai quali i popoli dìcono, «Evviva, Zìvio, Hurrà, Hoch!», si siano incontrati, e invece di dire: Pace! come fanno di sòlito quando si incòntrano, àbbiano detto: Guerra! No, non pare che sia così. Pare che la guerra sia scoppiata di per sè, per accumulamento di matèria umana esplosiva. Gli uòmini esplòdono dunque anche senza i re? Se fosse vero, sarebbe un fatto molto grave, perchè non basterebbe più abolire i re, come molti consìgliano. Una cosa però è certa: Quattordicimila morti nella prima battàglia. E allora occorreranno quattordicimila casse da morto! Non so perchè guardo in su e vedo la piràmide di quattordicimila casse da morto.
È orrìbile! Ma la gente nella luminosa carrozza di terza classe, è tranquilla. Guardo il mio dolce alpino davanti a me. È tranquillo. Guardo nei campi le tranquille òpere geòrgiche; i falciatori recìdono con le falci l'altìssimo fieno. Eppure, ora, in un campo del mondo, esìstono quattordicimila morti; una piràmide di quattordicimila morti! occhi spenti, membra inerti! No! no! Io non vòglio lasciarmi vìncere dalla pietà. In natura non esiste pietà. Perchè allora deve esìstere in me? Ma certo è una visione macabra, quattordicimila morti! Per fortuna sono lontani. Via questa brutta visione di quattordicimila morti. Non vuole andar via. Pensiamo allora così: i turchi sono bàrbari, i serbi sono più bàrbari; i bùlgari sono barbarìssimi; i greci sono una mera denominazione e non hanno più nulla a che fare con l'amico Sòcrate.... La visione macabra non va via. Se ne sovrappone un'altra, anzi. Se vi sono quattordicimila morti, logicamente vi sono o vi sono state quattordicimila madri. Esse all'incirca venti o venticinque anni fa, alimentàvano con le loro mammelle quei morti, che allora èrano pìccoli bambini, èrano tènere carni. Molte di quelle madri avranno trepidato e chiamato il mèdico per una pìccola febbre dei loro piccini. Ebbene, valeva la pena di tutto questo lavoro? Questo, niente altro che questo è l'idea fissa, qui. Anche qui nel treno sento che ognuno ha, che ognuno parla del suo pìccolo, del suo grande, del suo dolce, o del suo greve lavoro. Lavora il trenino che ànsima, lavòrano laggiù i falciatori, lavora il sole lassù. Perchè? Io piego il capo sul bràccio: mòrmoro questo nome solo consolatore: Cristo, Cristo, Cristo!
*
Il trenino che monta ad Asiago è molto pieno di gente: esso si arràmpica un poco con le sue gambe, cioè con le ruote, ma poi domanda l'aiuto e va per mezzo di una ruota dentata. Naturalmente va su quasi a passo di uomo. È un interessante spettàcolo perchè la pianura sembra sprofondare. E dopo un'ora e più di salita, ecco si apre un immenso pianoro ondulato, una conca di colore come vivo smeraldo, con zone e fàscie lucenti di verde assai più scuro ai confini del cielo: sono i grandi boschi. Ecco appare qualche chalet elegante, qualche stazione climàtica lungo la via, a ridosso dei neri boschi. Qua e là, nello smeraldo intenso dei prati, ecco un rosseggiare di tetti e di ville, e case sparse per quel gran verde. Costruzioni bizzarre! Ecco Roana, Rotzo, Asiago. Tutto bello, tutto ben pettinato; ma v'è un barbàglio di ària troppo lùcida; troppo vibrante; e poi qualcosa di esòtico. Ciò mi irrita. Ho anche la sensazione di quel mare vicino delle genti germàniche; ed anche ciò mi irrita. Asiago è l'ùltima stazione. Tutti scèndono. È quasi mezzodì. Il sole scagliava un biancicore abbagliante per le vie, su le pareti intonacate, imbellettate di fresco. Anche ad Asiago attèndono i villeggianti. Gran via vai di alpini giganteschi e di artiglieri enormi, polverosi: sono quassù per gli esercizi di tiro. Ebbene; con tutta la mia avversione per la guerra, adesso i colori delle assise e delle armi italiane a questo confine mi dànno un brìvido di piacere.
Sentivo il bisogno di rifugiarmi in qualche luogo, fuori da quella luce accecante, da quella vibrazione fresca e incresciosa di azzurro. Una contradizione quella luce e quella frescura! Io non appartengo alla spècie della gente villeggiante, e quegli ingressi di alberghi inverniciati coi portieri inverniciati, che attèndono i villeggianti, mi ripugnàvano. Cercai nelle vie interne della vècchia Asiago qualche rifùgio più confacente ai miei gusti. Un alberghetto semideserto, con grosse tovàglie di bucato, pareti di legno, mi offrì più che non cercavo: stanza di luce opaca, un brodo, uno spezzatino di vitello.
— Con tegoline?
Oh, cara parola veneziana, che mi ricorda la giovinezza!
— Sì. Tegoline e vino bianco di Soave, squisitamente soave. Ma non parlate voi — domandai — cimbro o tedesco?
— Una volta! Ora tutti si parla veneto.
Come si beve bene nei paesi degli ùltimi confini del vino, di contro ai paesi della fredda birra! Mi sembrò cosa patriòttica bere molto vino. Domandai notìzie del mio compagno di collègio, Gherardo. La sua famìglia era ragguardèvole e ben nota lassù, ma lui era morto. Morto, ben morto, sicuramente morto, tanti anni fa. Un suo parente venne, e mi narrò anzi la strana istòria di lui: morto come muore l'aereonàuta per mancanza di pressione dell'ària, o, piuttosto, per un sovèrchio di pressione, cioè come uno muore in fondo al mare: vòglio dir questo: che la libertà respirata da lui tutta in una volta, dopo sette anni di collègio, lo aveva ucciso.
Il vino di Soave stava producendo in me il più benèfico effetto che suole il vino, quello di dormire; quando sobbalzai: pensai che il mio compagno Gherardo era morto, ben morto ed era morto per tutti quegli anni durante i quali io avevo seguitato a bere vino, a bere acqua; a fare insomma, tutte quelle cose che fanno i vivi. In che deplorevole stato dovevi èssere adesso, Gherardo, dagli occhi azzurri! Eppure per sette anni abbiamo portato la stessa montura, abbiamo mangiato alla stessa lunga mensa del collègio, ci siamo nutriti dello stesso òdio; lui dell'òdio sicuro di capo della Santa Vehme; e che aveva i pugni che pesàvano molti chili.
Quante cose vane!
Lasciai Asiago nell'ora più calda del pomerìggio. Il trenino di ritorno ora affollato di alpini e artiglieri; essi parèvano anche più titànici dentro il minùscolo scompartimento. Ròsei, felici, chiassosi.
Prima che partisse il treno, venne un tenente d'artiglieria, elegante elegante, e li interpellò bonariamente con la parola «ragazzi!». Strana parola, ai miei orecchi. Perchè «ragazzi» vuol dire: «chiamati a vivere»; ma nella mia fantasia voleva dire: «chiamati a morire!».
Ma in fondo a che cosa siamo chiamati?
Capìtolo V.
BOLOGNA DI NOTTE.
Arrivo a Bologna da Verona; ore dodici e dieci minuti dopo la mezzanotte. L'Hôtel Moderne, o Hôtel Bologna, o Bologna meublé, o comunque si chiama, è tutto occupato.
— Aspetti bene una mezz'ora, — mi dice un personàggio tutto stilizzato, tutto esòtico, ma con un accento così bolognese che era impossìbile rèndere esòtico. — C'è un signore in partenza, e le fàccio sùbito mèttere in òrdine la càmera.
— Merci, monsieur le concierge; e nel frattempo andremo a bere una birra.
Cara, vècchia Bologna, me ne congràtulo per te, e mi dispiace per me. Ti vai stilizzando troppo, e ogni anno di più, ogni anno più esòtica, più Milano; ed io non ti riconosco più. Sei volata via, vècchia Bologna! Vècchia torre degli Asinelli, se hai giudìzio, va là, cadi giù: e anche voi, vècchie torri, cosa ci state più a fare costassù ritte? Dolce San Michele in Bosco, e tu, colle dell'Osservanza! Odor di viole in marzo; in autunno, odor di gaggie. Voi, gente del pòpolo che dicevate: «Torsoà, servitor suus!»; e voi cittadina gente cortese che dicevate, al più lieve urto: «Ehi, ch'al scusa! scusi bene!», dove siete voi? Tagliatelle, che parèvano avere odore di carne dolce di donna, dove si màngiano più? Siete andate via, dolcezza della vita?... O sono andato via io?
Sei andata via tu, vècchia Bologna, o sono andato via io? Questo era il problema che io meditavo andando a bere la birra.
Ma il vècchio caffè dell'Arena del Sole c'era ancora come ai bei tempi. Probabilmente da allora ad oggi non si era mai chiuso, anche per la ragione che manca di porte. Anche l'abitùdine gaudiosa di mangiare tra l'una e le due dopo mezzanotte, era rimasta. Però la vècchia sàpida birra Ronzani non si vende più.
— Spiessbraü! — mi avvertì il cameriere, stilizzato anche lui.
— Quella acquosa amaritùdine tedesca, che si fàbbrica in quella città?... No, io non la berrò! Un gelato, allora! Ma sapeva di melassa, quel gelato.
Guardavo attorno. Giovanotti eleganti, uòmini grigi e bianchi, teste chiomate e crani pelati, frammisti a donnine galanti ed eleganti, sotto la luce bianca delle làmpade elèttriche, presso la gran distesa delle tàvole imbandite, sedèvano, si movèvano, conversàvano con amàbile tranquillità. Ma è notte! «Fàcere de nocte diem, far del giorno la notte — mi disse il dottor Balanzone — bononiense est, è cosa bolognese. E poi non vedi? È finito da poco lo spettàcolo, qui presso, all'Arena del Sole.»
Probabilmente sono andato via io.
«Non ti ricordi — dissi a me stesso — la gran passione che avevi anche tu pei drammi su la scena!»
Chiusi gli occhi e la rividi ancora la Arena del Sole, data agli spettàcoli diurni, in un pulvìscolo d'oro e di pòrpora. Tutte le gradinate gremite di donne in pepli bianchi. Intensi silenzi, grida per l'anfiteatro alla passione del dramma. Ma poi, calato il sipàrio, negli intervalli, era tutto un rosicchiar tranquillo di brustolini. Ma allora io non sentivo il cricchiare dei brustolini; e i pepli bianchi non èrano altro che i corpetti delle lavandàie. Allora io ero un fanciullo come è il pòpolo, il quale non sente il dramma se non lo vede su la scena.
Oh, mio stupore, allora, per l'attrice Teresina Mariani! Era ella un'adolescente bionda che recitava la parte di Ofèlia e Fuoco al Convento, con un'ingenuità deliziosa.
Ricordo che mi fermai una volta a rimirarla lì, ad una tàvola del vicino caffè, mentre mangiava. «Màngia! La pàllida Ofèlia màngia!»
«Sì, idiota, le pàllide Ofèlie màngiano, e qualche volta màngiano anche gli uòmini vivi.»
Poi Teresina Mariani impinguò; faceva su la scena le parti spudorate di cocotte. Poi, morta!
E perchè, dopo Teresina Mariani, mi balenò davanti la testa chiomata di Quìrico Filopanti?
Perchè dietro il Caffè dell'Arena, c'è la Piazza dell'otto Agosto, dove nel 1849 furono scacciati gli austrìaci. Quìrico Filopanti ogni anno, arringava il pòpolo. Rivedo una folla di pòpolo e, sopra la folla, l'àbito nero e la tuba di Quìrico Filopanti. La sua misèria era spettrale: ma àbito nero e tuba. Doveva èssere ancora l'àbito che indossò quando fu deputato della Costituente della Repùblica Romana nel 1849. Ma non importa: àbito nero e tuba! «Pàtria, onore, eroi, repùblica clàssica,» èrano le sue parole. E poi «le stelle», perchè Quìrico Filopanti si occupava anche di Dio e delle stelle. Tutte cose che non ùsano più.
Sentii allora una grande compassione anche per Garibaldi. Perchè?
Perchè sopra quell'esposizione di tàvole imbandite all'aperto, si vedeva sòrgere il monumento a Garibaldi. Pòvero Garibaldi, costretto, nella sua immobilità di bronzo, su quel cavallo lungo da scuderia inglese, a guardare lì, tutte le notti, istrioni e cocottine, gaudenti e impenitenti.... Ti senti la vòglia di dar di sprone al tuo cavallo? Prima di te c'era lì il monumento di quell'altro pòvero eroe, col bràccio teso: Ugo Bassi. E poi hanno messo te, Garibaldi! Va là, va via, Garibaldi! Ah, triste sorte degli eroi! Triste sorte anche delle piante! Vògliono dormire e non pòssono. La luce elèttrica le acceca e le brùcia tutte, le pòvere piante....
Quante donnine van girellando per queste tàvole! Chi saranno?
Vècchie attrici che hanno navigato; artiste erranti che navigheranno; fanciulle senza famìglia, senza focolare, con un pìccolo bagàglio qua e là, un amante qua e là. Tutta un'amàbile promiscuità.
Qualcuna parla un po' forte, e in realtà ha la voce flautata e profonda del palcoscènico. Qualche piccina discute in grande stile. Qualche bocca a cuore ride con perversa intelligenza. Un sospiro, un giudìzio d'arte teatrale, intercalato con il vocale badinage bolognese: «Mo che nervous tutt'incò! Offrìtemi una gita in automòbile». Ròmpono lo sbadìglio mutando tàvola; si accòstano all'uno e all'altro; màngiano con gràzia pìccole cosine: un banano, un fritto dolce, taiadlein con l'odore caldo del ragù. Una, pàllida, immota, pare fissa nella punta della sua scarpetta. Mi manda il fumo oppiato di una sigaretta. Un giovinetto le deve aver detto: «t'amo», perchè colei risponde forte: «t'amo, t'adoro come la salsa di pomidoro». Riprende a fumare con le labbra sprezzantemente cascanti.
Capìtolo VI.
KARA-KIRI.
Mi scosse una tènue ombra nera che intercettò la luce; mi scosse una tènue voce che mi chiamò per nome gioiosamente, con un: — Voi qui?
Guardai con immenso stupore.
Era la signora X***. Ma io dirò semplicemente Mimì: un nome che mi gravò per molto tempo sul cuore e lo fece sobbalzare.
Risposi infine anch'io:
— Voi qui? — Il cuore mi aveva dato un sobbalzo.
— È il nostro mese di riposo — ella disse. — Ma voi cosa fate qui a Bologna?
— Cosa faccio io qui? È ben quello che non so. Aspetto il giorno che verrà per partire.
Mi guardò stranamente, quasi con una spècie di compassione. Poi disse:
— Sentite — e mi chiamò ancora con dolcezza per nome —; ho bisogno di voi. Non me lo negate questo favore....
— Io rimango, signora, qui a Bologna, sino a mezzodì di domani, anzi di oggi — risposi guardando il quadrante dell'orològio. — Se in questo tempo vi posso èssere ùtile, ben volentieri.
— Caro (e ripetè il mio nome), io so che adesso voi siete letterato....
— Chi vi ha detto queste cose?
— Non avete voi scritto dei libri?
— Ma sì, qualcosa del gènere, ma per combinazione. Voi dicevate, Mimì, che avete bisogno di me?
— Ah, sì! Allora venite domattina, verso le dieci, a casa mia....
— Verso le dieci? A casa vostra? Bene. Voi dove state di casa?
— Come, non ricordate più? Via Avesella.
— Sempre lì?
— Sempre lì.
— Allora alle dieci....
Ella disse:
— Io vi trovo abbastanza bene.
Ed anch'io di rimando le dissi: — Io vi trovo bene: — ma automaticamente, come si dice di lùglio: «quest'oggi è caldo», o di gennaio: «quest'oggi è freddo».
Ella mi voleva presentare alla sua compagnia, ma la pregai di dispensarmi.
— Cosa credete di farmi un onore presentàndomi come letterato, un letterato vostro amico? Voi vi sbagliate.
Dopo di che lei tornò al suo tàvolo, fra la sua compagnia. Io assaggiai di nuovo il gelato ed anche il mio cuore. Qualche pulsazione irregolare e nulla più. Ma probabilmente esse provenìvano dallo stupore di sentirmi ancora chiamare col sèmplice mio nome di battèsimo, e così dolcemente. Ohimè, è da due anni che il mio nome di battèsimo io non lo sento più ripètere; e, forse, non sarà più ripetuto.
E sollevando ogni tanto gli occhi, vedevo, presso il tàvolo di fronte, il visetto di Mimì: esso sorgeva da una collarina bianca, sopra una sèmplice veste nera; ed una cuffietta moderna lo incorniciava con molta gràzia. Quel visetto era, o mi pareva, press'a poco uguale come l'ùltima volta che lo aveva veduto, molti anni fa. È colei Mimì, o è l'ombra di Mimì? E se è lei, che cosa vorrà da me? Pensare che per molti anni il ricordo di Mimì mi diede palpitazioni violente. Ora tutto era quieto.
*
Non c'è dùbbio, pensavo al mattino seguente vestèndomi, che l'indivìduo che è riflesso in questo spècchio, è la continuazione di me stesso, cioè di un ùnico indivìduo, vivente ora e vissuto anche molti anni addietro. Eppure io sono un pìccolo cimitero.... in attività di servìzio. La pìccola Mimì giaceva in una delle arche del mio cuore: io la credevo ben morta. Essa è risuscitata, perchè è un fatto che la donna la quale ieri sera mi salutò così dolcemente per nome, è proprio Mimì.
Pensare tanti anni fa, quando io avevo vent'anni! Io ero òrfano di babbo, e vivevo così poveramente che spesso era necessàrio saltare la colazione; la mia pòvera mamma, i miei fratelli piccini.... Ebbene, io volevo sposarla, Mimì, sposarla col sìndaco, col prete, col còdice, con tutti i più lùgubri utensili del matrimònio.
Questa cosa, a pensarci bene, depone in favore della mia precoce imbecillità, ma può èssere istruttiva, e perciò parlo di me. Io esprimevo tutto il mio amore decretando di fare kara-kiri. Non potendo farle omàggio di una collana di brillanti, le facevo omàggio di me stesso, mi immergevo nel ventre il jatagan del matrimònio; mi sposavo, in una parola, e tutto ciò con la impassibilità con cui i Samurai fanno kara-kiri in onore del loro Mikado. Certo non dissi allora: «Mimì, io fàccio kara-kiri per te!» perchè queste cose avvenìvano molti anni prima della guerra russo-giapponese, e il Giappone non era molto conosciuto. Ma dissi a Mimì: «Ti sposo!» cioè ti faccio omàggio di me stesso. È un modo di manifestare l'amore sui venti anni, e ciò è accaduto anche a persone meno imbecillite di me.
Senonchè Mimì rimase così turbata di trovarsi coinvolta in un fatto di tanta gravità, che rifiutò. Un'onesta fanciulla, in fondo: una onesta, una non comune fanciulla.
Ella era, allora, una pìccola pàllida sartina, precoce, venuta al mondo con due enormi tondi occhi colmi di curiosità, un nasetto impertinente, belle labbra sane a cuore, e gusti eccezionali. Le compagne la chiamàvano marchesa Stracciolini. Ah, se io, a quegli anni, avessi fatto qualche scàndalo, Mimì mi cadeva bell'e cotta sul piatto. Ma io ero un sàggio giovanetto e le offrivo il matrimònio.
Però che màggio allora in Bologna! Tutte le sue torri èrano rosse, tutte sventolàvano orifiammi e gonfaloni; ed i versi di Guido bolognese (si spiegàvano allora in iscuola) dove dice di madonna Lucia che portava così bene in testa un cappellino di vajo:
Chi vedesse Lucia un var cappuzzo
In co' portare, e come le sta gente,
mi dàvano la nostalgia dell'amore in tutti i sècoli. Mimì portava un berrettino di lapin bianco! Come le stava gentilmente tuttavia! Mimì a me pareva come la regina di Bologna, e il visetto suo bianco mi pareva dealbato col misterioso issopo. Era forse un po' di volgare paciulì. Quella Mimì bolognese che sapeva di paciulì! Ella non era nè più nè meno di tante altre; eppure io non la potei più scompagnare da quella cosa innebriante che è la giovinezza.
Poi ella si diede all'arte drammàtica; reginetta di palcoscènico; giacchè era pur destino che ella finisse regina di qualche cosa: io diventai travet, e poi andai a far kara-kiri altrove.
Ma confessiàmoci senza vergogna: quante volte di poi, fra la gente, cercai quel pìccolo volto stellante ed il cuore balzò ogni volta che scoprii un nasetto all'insù fra due occhi tondi, che rassomigliàssero a lei. Quante volte mi aggirai per le tue vie più vècchie, o Bologna; e nel lamento dei tuoi organetti, nella fisonomia dei tuoi pòrtici, nel suono del tuo dialetto, cercai l'ombra di un sogno. Ohimè, le tue torri èrano diventate tutte grige, non c'èrano più gonfaloni; il tuo dialetto già così soave al mio cuore, mi suonava come uno sguaiato dialetto; i tuoi orbini che suonàno gli organetti, èrano lùridi; le tue pastine dolci (una cosa che Mimì accettava) sapèvano al mio palato di melassa e di stucchèvole vanìglia, come quel gelato della sera prima.
«Tuttavia converrà andare — pensavo —, giacchè ho promesso. Ma quale che sia la cagione perchè tu hai bisogno di me, non mi offrirai mica un bàcio, Mimì! nè io lo offrirò a te. Due mezzi sècoli, quasi, che si bàciano. Oibò.»
E così andando verso la casa di lei, e passando per la vècchia via delle Belle Arti, mi sorprese quella rovina superba che è il palazzo cinquecentesco dei Bentivòglio. Uno sgretolato sedile marmòreo corre in basso. Sostai come ad un misterioso richiamo; guardai in su le due file delle finestre, fatte per una dimora di re, adesso senza più imposte, vuote come occhiàie di un morto; poi ancora mi fissai a guardare il sedile giù in basso. Mi si disegnò nella mente il ricordo di una gèlida notte di febbraio. Avevo ottenuto il favore di accompagnare Mimì al veglione del Comunale. Le carni di lei tremàvano pel freddo e per l'ira della lunga lite che era avvenuta fra noi, mentre ella si abbigliava. Ci fermammo — ben ricordo — lì: cioè io, dopo lungo silènzio, arrestai il passo di lei saltellante, lì, a quell'àngolo deserto e buio del palazzo Bentivòglio.
— Tu non ballerai con....
— Io ballerò con chi mi pare.
— Io ti strozzerò.
— Va ben là! chè non hai il coràggio. Allacciàtemi piuttosto la scarpetta.
Tutta eròica (ah, è il vero!), era Mimì; e le sue scarpette, anche. Allora non usàvano le American shoes da trenta lire il paio,[2] che ogni modesta ragazza possiede ai dì nostri. Eròiche, vagabonde scarpette! Ma a fùria d'ago, di copale, e di due gran nastri, reggèvano alteramente alle profonde ferite.
Ora, in quel luminoso mattino di lùglio io ero fermo ancora lì, davanti al palazzo Bentivòglio; ed ho riveduto me stesso, tanti anni fa, in quella notte, che, invece di strozzare Mimì, le allacciava fremendo i lunghi nastri delle eròiche scarpette.
Capìtolo VII.
CHE COSA VOLEVA MIMÌ.
Mimì abitava ancora il vècchio appartamento della sua vècchia madre, in una casa diroccata, che dovette èssere un antico monastero. Ma salendo le scale, un lezzo di stantio mi si avventava alle nari. «In verità — pensai — questo nauseabondo fortore era, forse, preesistente. Ma chi se ne accorgeva allora? Era tutto paciulì.»
Riconobbi ancora l'antica porta, l'antico cordone del campanello.
Mimì venne ad aprire in fresco àbito da mattina, visetto incipriato, riccioletti attorno alla fronte: gioiosamente. Mi introdusse in una stanzetta, che guarda sui tetti: era ancora l'ùmile stanzetta con il pìccolo lettùccio da ragazza.
Ma le memòrie del teatro e della vita sua errante; cose bizzarre, ritratti, fiori, libri, avèvano finito per coprire le pareti e i mòbili. Il cristallo della toilette era ingombro di tutte quelle delicate suppellèttili che sèguono la donna come gli zeri alla destra di una cifra.
— Che cosa guardate, che cosa guardate? Piuttosto dìtemi, come mi trovate?
— Come vi trovo? Ve l'ho detto ier sera: bene.
— Ah, non è più la Mimì di una volta.
— Sinceramente, siete un prodìgio di conservazione.
Sorrise un po': — Sapeste (e mi chiamò per nome), che paura ho di morire! Pensate; dover morire....
— Mah! È una cosa che càpita.
— Non lo dite per carità.
— E allora non diciàmolo. Ma, se io mal non ricordo, voi, Mimì, una volta, avete tentato il suicìdio.
— Una volta...!
Lei era piccina e ci stava a suo àgio nella stanzetta. Io? Non so perchè, soffocavo. Guardavo i ritratti.
— Chi è quello lì? — domandai.
— Il pòvero, grande Garavàglia!
— E quello?
— Il pòvero Alfredo Cappelli, il grande tràgico! ed un nòbile cuore, sapete!
— Come «sarà»? È!
— In fondo sono istrioni, — dissi io.
— Oh, — fece Mimì scandalizzata — la più nòbile delle arti.
— Come volete voi: allora diciamo: «la più nòbile delle arti».
Del resto può darsi che tutti e due avèssimo ragione: io guardavo gli istrioni della vita e ne avevo l'ànima amara; lei guardava gli istrioni del palcoscènico, che dopo lo spettàcolo si làvano e vanno piacevolmente a cena, e ne aveva l'ànima dolce.
— E quello là, coi baffi spioventi in giù? Oh, ma quello non è un istrione. Quello, se non mi sbàglio, è Quìrico Filopanti, poveretto.
— Come «poveretto»? — esclamò Mimì sdegnata. — Un eroe, un santo!
Ora ben ricordavo: la gran passione di Mimì, giovanetta, per gli uòmini in qualsiasi modo straordinari....
— Ma quello è il ritratto di Giòsue Carducci! Avete conosciuto anche il Carducci? — domandai stupefatto.
— Voi non ricordate più nulla — esclamò Mimì con profondo stupore dei suoi occhi tondi.
«In verità, Mimì, avete ragione: le pareti mèglio affrescate sbiadìscono, quando la gràndine troppo le batte.» Ma non dissi nulla ed ella seguitò:
— Non ricordate? C'eravate anche voi, quella sera, da Sabatino, quando gli fui presentata. Tutti voi avevate una gran paura che io commettessi qualche gaffe madornale. Ma io me la cavai benìssimo. Non ricordate che bel complimento gli feci?
— Quale?
— Gli dissi: «Professore, lei ha le mani da duchessa!» e lui fece come un ruggito di compiacimento. Sapete? Tutte le volte che sono andata, poi, nei serragli — è una mia passione — a vedere i leoni, con quella testa sconfortata che hanno, mi è venuto sempre in mente il Carducci.
Tacemmo un po'.
— Ma quello lì, quello lì — dissi indicando un ritratto sbiadito dal tempo, — è lo Spad....
— Eròico! — fece Mimì con compunzione.
Mi vi fissai a lungo. Era un profilo di giòvane imberbe, dalla lìnea indefinibilmente aristòcratica, con un non so che di spiritato nelle pupille. Dalla fronte, per le finìssime chiome, pareva vaporare il misterioso ardore della sua giovinezza.
Nel tempo che Bologna fioriva di bizzarrie e gentilezza, Spad.... ebbe per qualche anno gran nome. Lo rividi vivo col pensiero: pàllido, supremamente elegante e sprezzante, signorile e plebeo. Si uccise a trent'anni. Lo Spad.... era stato il mio formidàbile rivale, non perchè egli amasse Mimì, o conoscesse me, mìsero studente; ma perchè lei era pazza per lui.
— Eròico? — risposi. — Uno squilibrato, un ubriaco di assènzio e di paradossi, che scambiò il pòrtico del Pavaglione e l'àngolo delle Spaderie col vasto mondo. Se avesse pensato seriamente che quei due colpi di doppietta contro la sua testa costituìvano l'ùltima sua réclame, non lo avrebbe fatto.
— Voi non capite niente — disse Mimì. — La sua era un'altra morale; e voi siete rimasto pìccolo borghese.
— Pìccolo borghese? Credete di offèndermi? Ma no! È una delle poche cose buone che rimàngano all'Itàlia. Certo quando penso che voi vi siete prodigata agli eroi; mi dispiace di èssere stato pìccolo borghese. Lo Spad..., del resto, non vi amava....
— Questo lo dite voi — scattò Mimì. — A suo modo, sono stata amata da lui. Certo col senso della bellezza che egli aveva, preferiva le donne tizianesche, i grandi corpi statuari. E me lo confessava con la sua divina brutalità.
— E voi eravate sotto misura....
— Impertinente! — disse Mimì facendo anche più tondi i suoi occhioni e scoprendo i suoi denti così deliziosamente che mi parve di rivìvere per un àttimo della mia giovinezza.
— Ah, cara Mimì, — esclamai — se io avessi supposto in voi questo nòbile e così raro culto pei morti, vi avrei offerto anch'io, come costui, il mio cadàvere imbalsamato. Era, allora, una cosa discreta: magro, biondo.... Converrete almeno, che io, invece, vi ho amata moltìssimo.
— Voi? Voi non sapete amare; voi non avete veduto in me che un poco di fèmmina, condita bene, che vi stuzzicava l'appetito.
— E non ne parliamo più — dissi.
Io mi ero alfine seduto. Ella si stava in piedi davanti a me e le sue mani èrano ancora le sue belle mani, i suoi occhi èrano ancora i suoi begli occhi tondi, i suoi denti èrano ancora quei pìccoli aguzzi denti che ella scopriva in modo delizioso.
Però il condimento non c'era più! Il feroce tempo, o Mimì, ti aveva ravvolto i polpastrelli della sua invisìbile mano attorno al collo. È lì, vedi, Mimì, dove il tempo prende le donne e stringe il dolce stelo della loro bellezza. Esso, sì, strozza, e non si scherza allora più, come tu con me quella sera d'inverno sotto il palazzo Bentivòglio, Mimì. «Ah, io non ho veduto in voi che un poco di fèmmina condita bene? — dissi fra me. — Io ho veduto l'inferno, il purgatòrio: e il paradiso me lo avete fatto sospirare. Del resto può darsi che voi abbiate ragione. Mercè vostra, o pìccola Mimì, il mondo era allora per me tutta una appetitosa vivanda ed io non domandavo a Dio che una gran bocca per farne un ùnico boccone, voi compresa, Mimì. Ma oggi soffro di nàusee.»
— Cara signora — dissi, — cambiamo argomento. Voi avete detto ieri sera che avevate bisogno di me.
Esitò alquanto. Disse:
— Io volevo lèggervi alcune mie cose; o le leggete voi, se vi pare; ma lèggere con amore, ve ne sùpplico — e pronunciò il mio nome di battèsimo melodrammaticamente.
— Figuràtevi! Lèggere è il mio mestiere. Saranno, suppongo, memòrie della vostra vita. Non è vero?
— No! Sono poesie!
— Poesie? Ma questo è un volume completo di poesie! — esclamai sfogliando il manoscritto che Mimì mi aveva messo innanzi delicatamente.
Come rimase male, pòvera Mimì, alla mia esclamazione dolorosa.
— Ma non siete anche voi poeta? — domandò.
— Una volta, Mimì! Ma da quando mi sono accorto che i nostri servizi pùblici vanno male perchè vi sono troppi poeti, ho smesso di èssere poeta. Ma che peccato, Mimì, che voi non foste poetessa nel tempo che anch'io cantavo come un merlo! Voi, invece, come avete fatto a diventare poetessa?
Pòvera Mimì, lei credeva quella mattina di ricèvere da me le più sentite congratulazioni letteràrie, ed io dissi quelle parole con la voce accorata come avessi detto: «come avete fatto ad ammalarvi?».
Mimì disse con santa semplicità: — Vi sono adesso tante donne che scrìvono, tante poetesse! poetessa A***, poetessa B***, poetessa C***....
Era arrivata alla G***, all'N***, alla V***.
— Ci posso stare anche io.
«Capisco — dissi fra me —, è un caso di infezione»: ma volevo dirvi questo: che avrei preferito lèggere le memòrie della vostra vita. Per esèmpio, la stòria di quando mi avete fatto ballare sopra un quattrino, passare dal bagno russo alla dòccia fredda. Sapete che sarebbe riuscita una stòria interessantìssima?
— Come siete cattivo! Sapevate bene che in quegli anni ho avuto il tifo, che mi sono caduti i capelli....
— Ah, si chiama «tifo» quel servire un pòvero ragazzo ora cotto arrosto, ora in salsa rifredda? Si chiama tifo?
[In fondo, sì! Mimì aveva ragione, si chiama «tifo», che alla lettera vuol dire «instupidimento». Che colpa aveva Mimì se un ragazzo di vent'anni, tenuto alla catena in collègio per sette anni, dove aveva mangiato tutte le romanticherie possìbili, un bel giorno va a bàttere il naso contro la sottanella di una sartina, la quale, indubbiamente, odorava forte di paciulì? E chi le può fare rimpròvero se per qualche tempo lei si è divertita nel vedere gli strani effetti che su di me produceva il suo inestinguìbile odore di paciulì? A Milano, in fatti, per significare «innamorarsi sul sèrio», dìcono: «fare il tifo».
Quel mio compagno di Asiago, il tremendo teutònico, che durante i sette anni di catena in collègio pareva non pensasse ad altro che alla filologia comparata ed alla Santa Vehme, appena fu lìbero, andò anche lui a sbàttere, ma con tanta violenza, contro una sottanella profumata che gli venne come un furore: e allora giù liquori per rinfrescarsi! E in pochi anni, fra sottanelle e liquori, la sua fibra di cimbro fu spezzata come un fuscello. Egli fece kara-kiri in altro modo.]
— Veniamo a noi, signora. Quale è l'argomento delle vostre poesie? È fàcile supporre: l'amore.
Mimì fece cenno di no, l'amore non era il tema prevalente delle sue poesie.
— Questa è una cosa grave — dissi io.
— Non esìstono forse altre cose che l'amore? — disse Mimì.
— Ma la bontà, la pietà per gli infelici, l'eroismo — disse Mimì con entusiasmo —, la fratellanza umana, il progresso umano, e poi le bellezze del creato. Non esìstono forse tutte queste cose?
— Se voi ci credete, esìstono.