VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI IN AFRICA ED IN ASIA
TOMO I


VIAGGI
DI
ALI BEY EL-ABBASSI
IN AFRICA ED IN ASIA

DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807

TRADOTTI

DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI

con tavole in rame colorate


TOMO I

MILANO
Dalla Tipografia Sonzogno e Comp.
1816.


[INDICE]

[INDICE DELLE TAVOLE]


ALLA SIGNORA CONTESSA
LUCREZIA COLLOREDO

NATA
BUSCA
DAMA DELLA CROCE STELLATA
E DI PALAZZO.

Sonzogno e Comp. Editori.

Voi vi distingueste, Madama, per ogni genere di gentilezze, e di civili studj. A Voi dunque con ragione presentiamo i Viaggi di un uomo di tale generazione e religione, che a molte Dame potrebbe forse a primo colpo apparire troppo straniero per accordargli favore, ma che senza dubbio otterrà il vostro.

E ben nel riconoscere degno, e piaceravvi, perciocchè egli è di tanto spirito e di tanta coltura, e nel tempo stesso si mostra di sì buona indole, che passerebbe facilmente per uno de' più garbati gentiluomini d'Europa, se in Europa fosse nato, e fosse stato educato.

Nell'ornare del nome vostro rispettabile i Viaggi di Aly-Bey, noi intendiamo manifestare al Pubblico i sensi di altissima considerazione, con cui riguardiamo la persona Vostra; e di fortificare la nostra impresa col valido vostro patrocinio. Nè, mercè la bontà vostra, resterà vana, o Madama, la nostra intenzione.

CENNI
SULL'AUTORE DI QUESTI VIAGGI.

Nell'autunno scorso noi abbiamo conosciuto qui di persona un Principe Mammelucco egiziano, di nome Ali Bey di Solimano. Era egli uno de' ventiquattro Bey, ossieno Principi, che formavano l'aristocrazia militare straniera imperante in Egitto prima che alle invasioni francese ed inglese succedesse in quella sì celebre ed importante Provincia lo stabilimento del dominio assoluto del Gran Signore. Il nostro Ali Bey dagli avvenimenti condotto in Europa, ha avuto campo d'apprenderne varie lingue, di erudirsi negli elementi di varie scienze, e sopra tutto di conoscere e ben meditare sui nostri costumi, sulle arti e leggi nostre. Nè v'ha dubbio che se la fortuna avesse a restituirlo allo stato, in cui trovossi quando l'ultima volta l'armata turca pose piede in Egitto, e fu tra il Visire e i Mammelucchi stipulato accordo, essendo allora egli capo de' Mammelucchi, e signore del Cairo, non adoperasse gli acquistati lumi per introdurre in quel paese utili istituzioni, e fondare, com'egli diceva, sulla base della civiltà de' Cofti, e della libertà pubblica, un imperio benefico. Il nostro Ali Bey, nato in Tiflis di assai distinta famiglia, rapito dai Lesghi, generazione barbara del monte Caucaso, ebbe per due o tre anni a correre co' suoi rapitori, e co' mercanti di schiavi, ai quali i suoi rapitori lo vendettero, per molti paesi dell'Oriente, avendo in quella occasione vedute parecchie città poste sul mar Caspio; poi la Persia, Bagdad, Bassora, Damasco, Gerusalemme, Aleppo, Smirne, Costantinopoli, e il Cairo finalmente, ove fu venduto per l'ultima volta, ed entrò fra i Mammelucchi della casa di Soliman-Bey, imperante allora in Egitto.

La grazia, che trovò nel suo padrone, e più di tutto verosimilmente il suo bel garbo, la vivacità del suo spirito, la facilità sua s'apprendere le arti cavalleresche de' Mamelucchi, e il suo coraggio, di cui ebbe a dar prove fin d'allora in parecchj incontri, lo portarono giovinetto ancora di ventidue anni ad essere uno dei 24 Bey, ne' quali era concentrata la signoria dell'Egitto; e in questa qualità gli toccò la sua volta il comando della carovana della Mecca, e l'onor singolare di entrare solo, come è di costume, nel Santuario della gran Kaaba, e togliendone il vecchio padiglione, attaccarvi di nuovo; cerimonia presso i Musulmani sacra e solennissima, che nella loro opinione costituisce santo colui, il quale alla medesima è prescelto.

Il nostro Ali Bey ci ha narrato non solo la serie di singolari avvenimenti succedutigli in quel viaggio, ma di più la notabile avventura, che ito egli alla Mecca con quell'interno senso di fede e di religione, che conceputo aveva per la superstiziosa educazione datagli dagl'Imani d'Egitto, musulmano a più prove, fu ad un tratto condotto a dover conoscere l'impostura di que' dottori fanatici. Imperciocchè avendogli essi detto prima della sua partenza dal Cairo, che quanto era felicissimo per la sua destinazione di entrare nel secreto santuario della Kaaba, altrettanto guardar si doveva, penetrato che fosse colà, di volgere gli occhi in alto, perchè avrebbe subitamente veduta la Maestà di Dio, e ne sarebbe restato abbacinato a pieno, egli, che in cuor suo preferiva sì alta visione alla conservazione degli occhi, entro sè medesimo ragionando, che se gli avvenisse di veder Dio, niuna voglia, e niun bisogno avrebbe avuto più di vedere le cose del mondo; operando secondo questo proposito finì col guardare quanto mai potè al lacunare del sacrario della Kaaba, nè altro vide che travi di cedro. La Maestà di Dio restò nascosta a' suoi occhi, come a quelli degli altri uomini; nè d'altro restò certo che dell'insidia tesa al suo spirito da quegl'Imani impostori, che come su quel punto, così non dubitò, che non ingannassero i deboli sopra moltissimi altri.

Ora di tutti i suoi Viaggi, e di tutte le cose occorsegli in Egitto, e fuori, e della sua venuta in Francia, e della parte presa nella guerra del 1814, e di quanto in essa, e dopo gli è seguito, disse a noi avere già stesa amplissima relazione, poichè e parla e scrive assai bene in francese, e volerla pubblicare quanto prima per le stampe in Parigi, verso dove allora s'incamminava dopo avere visitata l'Italia. Nè abbiamo noi mancato di vivamente sollecitarlo a ciò fare, certi essendo, che molte cose ci saranno fatte palesi per esso lui, che da niun Viaggiatore europeo potremmo giammai sapere, ammenochè non foss'egli nelle circostanze di quel Battema bolognese, i cui Viaggi vengono riportati dal Ramusio.

Ma nel mentre, che facevamo codeste considerazioni sui Viaggi del nostro Principe Mammelucco egiziano, ci sono capitati sotto gli occhi quelli di un altro Ali Bey di più nobile stirpe, e più famosa, quale si è quella degli Abbassidi, chiarissimi singolarmente per l'onore del Califfato da essi tenuto parecchj secoli, e per la protezione, che accordarono alle arti, e scienze, promotori risolutissimi di ogni maniera di civiltà e di bel costume; e quantunque Pontefici sommi della Religione Maomettana, sì fieramente, come è noto, propagata col ferro, e colla strage, tollerantissimi di ogni altra contraria alla medesima; di modo che nel vastissimo loro imperio, e in quella ammirabile città di Bagdad, loro residenza, famosa per oltre ventimila moschee, una delle quali dicesi essere stata capace di cento mila persone, niuno mai nè ebreo, nè cristiano fu a motivo di Religione inquietato in alcuna maniera.

In qual luogo dell'Asia questo Ali Bey sia nato, e come sia passato in Europa, noi lo sapremo quando vengano pubblicati altri suoi scritti, siccome l'Editore di questi Viaggi ci fa sperare poter in breve succedere. Basterà per ora prevenire i nostri Associati, che sicuramente troveranno questi Viaggi e curiosissimi, ed importantissimi, perciocchè sono appunto e fatti e scritti da uomo musulmano; il che è grande singolarità, e da tale musulmano, che nulla fa vedere, che in alcun modo sappia di prevenzione o nazionale, o settaria; che parla di cose, che un musulmano solo poteva essere in istato di vedere e riferire con verità; e che in fine parla di tutto da uomo nelle nostre lingue europee, come nella sua nativa, istrutto, e pieno conoscitore delle nostre scienze, i cui principj egli applica ad ogni opportunità in argomenti sia di astronomia, e di geografia, sia di fisica, e di storia naturale.

Noi non intratterremo più a lungo su di ciò i nostri leggitori, non dovendo noi diminuir loro il piacere della sorpresa, che avranno scorrendo questi Viaggi; e del quale siamo certi che ci faranno merito per la deliberazione in che siamo venuti di preferirli al momento ad altri, che avevamo pur pronti.

VIAGGI
in AFFRICA ed in ASIA
FATTI DAL 1803 AL 1807.

«Sia lode a Dio, a lui che è altissimo ed immenso, a lui che ne ammaestra coll'uso della penna ad uscire dall'ignoranza! Lode a Dio che ci guida alla vera fede d'Islam, fino al termine del pellegrinaggio, e fino alla Santa Terra.»

«Questo libro è del religioso, principe, dottore, sapiente, scheriff pellegrino, Ali Bey figlio d'Othman principe degli Abassidi, servitore della casa di Dio.»

Dopo molt'anni passati ne' paesi cristiani per apprendere nelle loro scuole le scienze della natura, e le arti utili all'uomo nello stato di società, risolsi infine di tornare ne' paesi musulmani, e nell'atto di soddisfare al sacro dovere del pellegrinaggio alla Mecca, determinai di osservare le costumanze, gli usi e la natura delle contrade che dovrò attraversare, onde ricavare profitto dai travagli di così lungo viaggio, e renderli utili ai miei concittadini ne' paesi che dopo tante fatiche, sceglierò per mia patria.

CAPITOLO PRIMO.

Arrivo a Tanger. — Interrogatorio. — Presentazione al governatore. — Stabilimento d'Ali Bey nella sua casa. — Preparativi per andare alla moschea. — Festa natale del profeta. — Marabout. — Visita al Kadi. — Congedo del suo introduttore.

Dietro la presa risoluzione essendo tornato in Ispagna nell'aprile del 1803, m'imbarcai a Tariffa sopra un piccolo battello; ed attraversato in quattr'ore lo stretto di Gibilterra, entrai nel porto di Tanja o Tanger alle dieci ore del mattino, il giorno 29 giugno dello stesso anno, mercoledì 9 del mese vabiul-anal dell'anno 1218 dell'egira.

La sensazione che prova colui che fa la prima volta questo tragitto brevissimo con può paragonarsi che all'effetto d'un sogno. Passando in così corto spazio di tempo in un mondo affatto nuovo, e che non ha veruna rassomiglianza con quello che si è lasciato; si trova come trasportati in un altro pianeta.

In tutte le contrade del mondo gli abitanti de' paesi limitrofi più o meno uniti da reciproche relazioni, amalgamano, per così dire, e confondono i loro idiomi, le usanze, i costumi, talchè si passa gradatamente dagli uni agli altri, e quasi senz'avvedersene; ma questa costante legge della natura non è comune agli abitanti delle due coste dello stretto di Gibilterra, i quali, malgrado la vicinanza loro, sono gli uni agli altri così stranieri quanto un francese lo sarebbe ad un chinese. Nelle nostre contrade del Levante, se noi osserviamo progressivamente l'abitante dell'Arabia, della Siria, della Turchia, della Valacchia, dell'Allemagna, una lunga serie di transizioni ne indica in qualche modo tutti i gradi che separano l'uomo barbaro dall'uomo civilizzato: ma qui l'osservatore tocca in un solo mattino gli estremi della catena della civilizzazione, e nella piccola distanza di due leghe e due terzi, che è la più breve tra le due coste[1], trova la differenza di venti secoli.

Avvicinandoci a terra si presentarono a noi alcuni Mori; uno de' quali, che mi si disse essere il capitano del porto, avvilupato in una specie di sacco grossolano con cappuccio, colle gambe ed i piedi ignudi, tenendo una gran canna in mano, entrò nell'acqua chiedendo il certificato di sanità, che gli fu dato dal mio padrone; indi rivoltosi a me, fecemi le seguenti interrogazioni.

Capitano. Di dove venite?

Ali Bey. Da Londra, per Cadice.

C. Non parlate voi il moresco?[2]

A. No.

C. Qual è adunque la vostra patria?

A. Aleppo.

C. E dove trovasi Aleppo?

A. Nello Scham (la Siria).

C. Che paese è Scham?

A. È a levante presso la Turchia.

C. Voi dunque siete Turco?

A. Non sono Turco, ma il mio paese è sotto il dominio del Gran Signore.

C. Ma voi siete musulmano?

A. Sì.

C. Avete passaporti?

A. Sì, ne tengo uno di Cadice.

C. E perchè non è di Londra?

A. Perchè il governatore di Cadice lo ritenne, rilasciandomi questo.

C. Datemelo.

Io lo passai al capitano, il quale, dando ordine di non permettere ad alcuno di sbarcare, partì per mostrare il mio passaporto al Kaïd ossia governatore. Questi lo mandò al console di Spagna perchè lo riconoscesse; il quale avendolo dichiarato autentico, me lo rimise per mezzo del vice-console, che venne al mio battello con un Turco chiamato Sid Mohamed, capo dei cannonieri della piazza, che il governatore aveva incaricato di farmi nuove interrogazioni.

Mi furono rinnovate quelle del capitano del porto, dopo di che partirono per farne rapporto al Kaïd.

Ricomparve in appresso il capitano coll'ordine del governatore per il mio sbarco. Scesi tosto a terra facendomi condurre al Kaïd appoggiato a due mori, perchè quando attraversai la Spagna avevo riportata una grave ferita alla gamba, rovesciandosi la mia vettura.

Il Kaïd mi accolse gentilmente: e dopo avermi fatte press'a poco le medesime interpellazìoni, diede ordine di allestirmi una casa, e mi congedò complimentandomi ed offrendomi i suoi servigi.

Dopo averlo ringraziato uscj accompagnato dalle stesse persone, e fui condotto alla bottega d'un barbiere. Il turco che mi aveva interrogato nel battello andò e tornò più volte senza poter procurarsi la chiave della casa destinatami, il di cui proprietario trovavasi in campagna. Sopraggiunta la notte il mio turco recò del pesce da mangiarsi con lui; e quando, dopo avere leggiermente cenato, mi disponevo a coricarmi sopra una specie di banca da letto, alcuni soldati della guardia del Kaïd entrarono bruscamente, ordinandomi di ripassare dal Kaïd.

Io mi alzai e mi lasciai condurre dal Kaïd, il quale aspettavami con impazienza alcuni passi fuori della porta, e mi fece salire in una camera, ove trovavasi il suo segretario, ed il suo kiàhia, ossia luogotenente governatore. Dopo essersi scusato perchè non mi ritenne la mattina, soggiunse gentilmente, che voleva essermi ospite finchè fosse preparata la mia casa. Fummo serviti di caffè senza zuccaro, e più volte ripetute le interrogazioni, e le risposte sul conto mio; e finalmente dopo un'abbondante cena, di cui ne gustai pochissimo, mi coricai come gli altri sullo stesso tappeto.

Nel dopo pranzo dello stesso giorno aveva sbarcata la mia valigia ov'era tutto il mio equipaggio. Ne offrj la chiave alla dogana; dove non si volle nè visitarla, nè ricevere alcuna mancia. Questa valigia mi accompagnò costantemente finchè fui collocato nella mia casa.

All'indomani dopo merenda il padrone del battello mi pregò di chiedere al Kaïd il permesso di caricare alcune vittovaglie: al che mi rifiutai, non credendomi entrato così avanti nell'amicizia del governatore, per azzardare tali inchieste. Si pranzò a mezzogiorno; durante il quale chiesi spesso notizie della mia casa, e non ebbi in risposta che dei sì; ma verso sera mi fu dato avviso ch'era allestita. Presi allora congedo da Kaïd che mi offrì di nuovo i suoi servigi, e fui condotto al nuovo mio domicilio.

Vidi entrando ch'erasi consumato l'antecedente giorno ad imbiancarne i muri, ed a coprire il palco di tutte le camere d'uno strato di due in tre pollici di argilla, che non era peranco perfettamente asciutta. Feci molti ringraziamenti per la cura presa nell'abbellire la mia abitazione; ed ammirai nello stesso tempo la rara semplicità dei costumi di un popolo, che s'accontenta di simili case, e che nè pure conosce probabilmente l'uso delle finestre nelle fabbriche delle case; di modo che le camere non ricevono aria e luce che dalla porta d'un andatojo, che mette sul cortile. A fronte di tali inconvenienti, era tale il mio desiderio, o dirò meglio l'estremo bisogno ch'io avevo di trovarmi finalmente solo e pienamente libero, che ricevetti questo cattivo alloggio come un singolare beneficio, e ne approfittai in sul momento. Per questa prima notte mi coricai sopra una stuoja, valendomi della valigia per guanciale, e d'un drappo di lana per ricoprirmi.

All'indomani, venerdì primo luglio, feci comperare quanto strettamente occorrevami per gli usi domestici della casa, stuoje per coprire il suolo e parte delle pareti, alcuni tappeti, un materasso, cuscini ed altri utensiglj.

Le usanze de' Marocchini sono in Europa pochissimo conosciute, perchè coloro che vi vengono, sogliono d'ordinario adottare i costumi dei Turchi delle reggenze. Il Marocchino non copre mai le gambe; ha pantoffole gialle assai grossolane, ove non entra il tallone; la veste principale consiste in una specie di grandissimo drappo bianco di lana chiamato hhaïk, entro il quale s'avviluppa dal capo fino ai piedi. Perchè desiderando ancor io di vestire come gli altri, sacrificai le mie calze e le mie gentili pantoffole turche, avvolgendomi in un immenso hhaïk, e lasciando le gambe ed i piedi ignudi, ad eccezione della punta che entrava nelle mie enormi e pesanti papuzze.

Era venerdì, onde dovendo andare alla moschea per le preghiere del mezzogiorno, il mio turco m'istruì intorno al rito del paese alquanto diverso da quello dei turchi. Ma ciò non bastava: mi dovetti far radere nuovamente il capo, quantunque già raso pochi dì prima a Cadice: e quest'operazione fu ancora eseguita dallo stesso turco, la di cui inesorabil mano mi rese la cute tutta rossa ad eccezione d'una ciocca di capelli nel mezzo. Dalla testa passò a radere tutte le altre parti del corpo, non lasciando indizio di quanto il nostro santo profeta proscrisse nella sua legge quale orribile impurità. Mi condusse poi al bagno pubblico ove facemmo il nostro lavacro legale. Ma di ciò più diffusamente altrove, come pure delle cerimonie della preghiera alla moschea ove s'andò a mezzodì, chiudendosi in tal modo le pie opere di questo giorno.

Nella susseguente mattina di sabbato ebbe principio la solennità d'Elmouloud, o natività del nostro Santo profeta, che dura otto giorni; ne' quali vengono circoncisi i fanciulli. Ogni giorno mattina e sera alcuni musici eseguiscono con grossolani e sconcertati stromenti varie suonate innanzi alla porta del Kaïd.

In questi giorni festivi ci siamo recati a fare le nostre divozioni in un eremitaggio, o luogo sacro posto a duecento tese dalla città, ove si venerano le spoglie mortali d'un santo; e serve ad un tempo d'abitazione ad un altro santo vivo, fratello del defunto, che riceve le offerte per l'uno e per l'altro. Vedesi da questo lato della città il cimitero dei musulmani.

Il sepolcro del santo situato nel centro della cappella era ricoperto di varj pezzi di stoffa assai sdruscita tessuta di seta, cotone, oro ed argento. Stavano in un angolo alcuni Mori, che cantavano a coro pochi versetti del Corano[3].

Poi ch'ebbimo fatte le nostre preghiere al sepolcro si passò a visitare il santo vivo, che vidimo in mezzo ad altri Mori nell'orto vicino alla cappella. Egli ci accolse di buon garbo, ed il mio Turco, dopo esserci seduti, gli raccontò la mia storia. Il santo ringraziava Dio d'ogni cosa, ma in particolare d'avermi ricondotto nella terra de' fedeli credenti. Mi prese per mano, e fatta un'orazione sotto voce, mi pose la sua sul petto, e ne recitò un'altra; dopo di che ci separammo. Quest'uomo vestiva come gli altri abitanti.

Di là si andò a trovare il Fakih Sidi Abderrahmam-Mfarrasch capo dei fakih ossia dottori della legge, imam o capo della principale moschea di Tanger, e Kadi, val a dire giudice del cantone. Questo venerabil vecchio rispettato da tutto il paese, è in grandissima riputazione presso lo stesso Re di Marocco. Ascoltò con molta attenzione il racconto delle mie avventare fattogli dal Turco, e mi accertò del suo parziale attaccamento. Poi ch'ebbi soddisfatto a queste convenienze, desideravo di potermi liberamente occupare intorno ai miei affari, ma l'incessante compagnia del mio Turco riuscivami infinitamente molesta, perchè non poteva travagliare nè giorno nè notte. Avrei voluto tenerlo alcun poco lontano, ma non m'arrischiavo di farlo, temendo che avesse avuto commissione dal Kaïd di osservare da vicino tutti i miei andamenti, nel qual caso i miei tentativi potevano avere disgustose conseguenze. Pure siccome s'incaricava ogni giorno de' miei piccoli affari, e dell'economia domestica, non senza qualche suo profitto, non fu difficile trovare veri o falsi pretesti di mostrarmi scontento di lui; in seguito ai quali essendo venute in chiaro, che non aveva verun appoggio presso il Kaïd, l'allontanai interamente, dopo averlo per altro generosamente regalato, onde compensarlo de' servigi resimi ne' primi giorni, e non inimicarmelo.

Ricuperata in tal modo la mia libertà, ripresi le mie favorite occupazioni.

CAPITOLO II.

Circoncisione. — Descrizione di Tanger. — Fortificazioni. — Servizio militare. — Corsa de' cavalli. — Popolazione. — Carattere degli abitanti. — Costumi.

Dissi che nella festa del Mouloud i Mori fanno circoncidere i loro fanciulli: operazione che si eseguisce fuori di città nella cappella sopra accennata, operazione solennizzata dalla famiglia del neofito. Per andare al luogo del sacrificio riunisconsi alcuni giovanetti che portano fazzoletti, cinture, ed ancor de' cenci sospesi a canne o bastoni a guisa di stendardi. Tengono dietro a questo gruppo due suonatori di cornamuse, e due o più tamburri, lo che forma una musica insoffribile per chiunque avvezzò l'orecchio alla musica europea. S'avvanza dietro ai suonatori il padre, o il parente più prossimo colle persone invitate, che circondano il fanciullo, montato sopra un cavallo colla sella ricoperta d'una stoffa rossa: ma se il neofito è troppo piccolo vien portato in collo da un uomo a cavallo. Tutti gli altri camminano a piedi. D'ordinario il neofito è vestito di una specie di mantello dì tela bianca, cui viene sovrapposta un'altra tela di color rosso, ornata di varj nastri; ed ha coperto il capo da una fascia di seta. Ai due lati del cavallo vedonsi due uomini con un fazzoletto di seta in mano, con cui scacciano le mosche dal fanciullo e dal cavallo. Chiudono la processione alcune femmine avviluppate negli enormi loro hhaïks.

Quantunque in ogni giorno della festa del Mouloud si circoncidessero dei bambini, aspettai l'ultimo, perchè mi fu detto, che ve n'erano assai più che ne' precedenti; ed in fatti quel giorno tutte le strade erano affollate di popolo e di soldati coi loro fucili.

Io sortj di casa a dieci ore del mattino, ed attraversando la folla per recarmi alla cappella, mi scontrai in accompagnamenti di tre, di quattro, ed ancora di più fanciulli, che venivano condotti assieme alla circoncisione. La campagna vedevasi coperta di cavalli, di soldati, di abitanti, di Arabi, di crocchj, di donne affatto coperte, sedute all'ombra degli alberi, e in certe cavità del terreno, le quali nell'atto che i fanciulli passavano presso di loro mandavano acute strida, indizio presso questa gente d'allegrezza, e d'incoraggiamento.

Arrivato che fui all'eremitaggio, attraversai il cortile in mezzo ad infinito popolo, ed entrato nella cappella, trovai ciò che ardisco chiamare un vero macello. Stavano presso al sepolcro del santo cinque uomini coperti della sola camicia, e d'un pajo di mutande, colle maniche rimboccate fino alle spalle. Quattro di costoro sedevano in faccia alla porta della cappella, il quinto era in piedi presso alla porta per ricevere le vittime. Due de' seduti tenevano in mano gli stromenti del sacrificio, e gli altri due una borsa o piccolo sacco pieno di una polvere astringente.

Dietro ai quattro ministri eran collocati circa venti fanciulli di età e di colore diverso, i quali, come vedremo ben tosto, avevano pure le loro incombenze: al di là dei fanciulli, ed a non molta distanza, un'orchestra uguale alla già descritta, eseguiva suonate affatto discordi.

Allorchè arrivava un neofito, il padre o la persona che ne faceva le veci, lo precedeva: entrava nella cappella, baciava il capo al ministro principale, e gli faceva alcuni complimenti. Si conduceva dopo il fanciullo, il quale era preso all'istante da un uomo vigoroso, che rimboccatogli l'abito, lo presentava all'esecutore per il sacrificio. In quell'istante la musica suonava con strepito, ed i venti fanciulli seduti dietro ai ministri mandando alte grida, richiamavano lo sguardo della vittima alla volta della cappella, che indicavano coll'alzar l'indice. Stordito da tanto romore, il fanciullo alzava il capo, ed allora il ministro prendendo la pelle del prepuzio tirava assai forte e con un colpo di forbici la tagliava. In pari tempo un altro gettava la polvere astringente sulla ferita, ed un terzo la copriva di filaccie assicurandole con una benda, indi si portava fuori il fanciullo sulle braccia. Quantunque fatta assai grossolanamente, l'operazione non durava più di mezzo minuto. Lo schiamazzar de' giovanetti, ed il frastuono della musica m'impedivano d'udire le grida delle vittime, le quali esprimevano coi loro gesti l'acuto dolore che soffrivano. Ogni fanciullo veniva posto in appresso sul dorso di una femmina; che lo riportava a casa coperto del suo hhaïk, ed accompagnato dal corteggio di prima.

Presso ai neofiti campagnuoli vidi molti militari e beduini maneggiare con mirabile destrezza i lunghissimi loro fucili, che tiravano nelle gambe gli uni degli altri in segno d'amicizia.

Udj raccontare da alcuni cristiani, che taluno di loro visitando i paesi Mussulmani, fecero i loro viaggi con piena sicurezza, coll'addottare le loro costumanze; ciò che io non posso credere, a meno che non siansi preventivamente assoggettati alla circoncisione, della qual cosa sogliono informarsi tosto che vedono uno straniero; e quando io giunsi a Tanger, ne fecero inchiesta ai miei domestici ed a me medesimo.

La città di Tanger offre dalla banda del mare una prospettiva abbastanza vaga. La sua figura d'anfiteatro, le case bianche, quelle de' consoli regolarmente fabbricate, le mura della città, l'alcassaba, ossia castello, che la signoreggia dall'alto d'un colle, la baja vasta e circondata di ridenti colline, formano tutt'insieme un complesso di cose che illudono il viaggiatore: illusione che sparisce all'istante che entra nell'interno della medesima, ove si vede circondato da tutto quanto può riunire assieme la più ributtante meschinità.

Tranne la strada principale passabilmente larga, e che attraversa alquanto tortuosamente la città da levante a ponente, tutte le altre sono in modo anguste ed irregolari, che tre persone di fronte vi passano a stento. Bassissime sono quasi tutte le case, talchè il passaggiero può toccarne colla mano il tetto affatto piano, e coperto d'argilla. Le case dei consoli sono abbastanza ben fatte, ma quelle degli abitanti hanno appena qualche finestra, o piuttosto pertugio d'un piede quadrato al più, e moltissime uno spiraglio largo uno o due pollici, ed alto un piede. La principale strada vedesi in alcuni luoghi mal selciata, altrove abbandonata alla semplice natura ed ingombrata d'enormi sassi, che niuno si prende la cura di appianare.

Le mura della città sono ridotte ad un estremo stato di deperimento. Sono qua e là interrotte di torri rotonde o quadrate, e dalla banda di terra circondate da larga fossa ugualmente in rovina, e ridotta a coltura.

Sulla diritta della porta a mare sonovi due batterie l'una quasi a fior d'acqua di quindici pezzi di cannone, l'altra più alta di undici. La seconda batte il mare di fronte, ed ha pure una piccola piattaforma con due cannoni per difesa della porta, l'altra batte ugualmente il mare e la spiaggia. Altri dodici cannoni trovansi sopra la più elevata parte delle mura. Tutti questi cannoni di vario calibro sono di fabbrica europea, ma i carri sono del paese, e tanto malfatti, che quelli dei cannoni da 12 a 24 non reggerebbero ad un quarto d'ora di fuoco. Due informi tronchi con tre o quattro traversi, un debolissimo asse e due ruote formate di grosse tavole quasi prive di ferramenti compongono il carro: è tutto coperto di color nero, ma lo credo di legno di quercia. Nella parte orientale della spiaggia sonovi tre altre batterie.

Le maggiori navi ch'io vedessi entrare in porto non eccedevano la portata di 250 tonnellate, ma quantunque la baja sia alquanto esposta ai venti di levante, la sua situazione è molto bella; e sono di sentimento che vi si potrebbe formare con piccolissima spesa un eccellente porto.

Dalla banda di terra Tanger non ha altra difesa che il muro e la fossa rovinati, senza cannoni. Al nord il muro della città si riunisce a quello del vecchio castello alcassaba, posto sopra un'eminenza, e dove trovasi un sobborgo ed una moschea.

E perchè i Mori non conoscono affatto il servizio militare, lasciano d'ordinario le loro batterie senza guardia. Soltanto presso alla porta del Kaïh trovasi un piccolo corpo di guardia, ed un altro corpo di guardia viene rappresentato, quantunque effettivamente non esista, da alcuni fucili posti a porta a mare, ove al più alcune volte si vedono due o tre soldati. Ogni giorno in sul far della sera, mentre il Kaïh passeggia o sta seduto sulla spiaggia, alcuni soldati fanno la ceremonia di mutar la guardia; ma poco dopo tutti ritornano alle loro case.

L'avviso della ritirata vien dato alle dieci della sera con un colpo di fucile tirato in su la piazza; ove nello stesso tempo viene collocata una sentinella, la quale ogni cinque minuti dà la parola ad un'altra posta alla porta a mare, gridando assassa, cui l'altra risponde alabata. I Mori fanno le loro fazioni sempre seduti, e d'ordinario disarmati, lo che è comodo assai.

Nelle guerre d'Affrica il fantaccino non ha veruna considerazione, di modo che le forze d'ogni potentato viene calcolata sul numero de' loro cavalli, e per tale ragione i Mori si esercitano principalmente nel cavalcare. A Tanger fannosi tali esercizj lungo la spiaggia, facendo correre i cavalli sull'arena ancor bagnata dalla bassa marea. Con questi continuati esercizj si rendono eccellenti cavalieri. Adoperano selle assai pesanti, con arcioni altissimi assicurati sul cavallo da due cinghie che serrano il cavallo, una passandogli sotto le coste, e l'altra obbliquamente per i fianchi sotto il basso ventre. Hanno cortissime staffe per montare, ed i loro speroni sono formati da due ferri appuntati lunghi circa otto pollici. Con questo equipaggio, e con un morso durissimo martirizzano talmente i poveri cavalli, che frequentemente spargono sangue dai fianchi e dalla bocca.

Essi non conoscono che una sola manovra: tre o quattro cavalieri, e talvolta anche più, partono assieme mettendo altissime grida, e presso alla metà della corsa scaricano il loro fucile senza unione di tempo o di luogo. Talvolta l'uno corre dietro l'altro sempre gridando, e nell'atto di raggiungerlo scarica il suo colpo tra le gambe del cavallo.

Nè solo trattano duramente adoperandoli i loro cavalli, ma non curansi pure di metterli al coperto; lasciandoli per lo più in aperta campagna, in un cortile con i piedi d'avanti assicurati ad una corda tirata orizzontalmente tra due pivoli, senza testiera, e senza cavezza. Gettano loro della paglia in terra, e danno un poco d'orzo in un piccolo sacco che viene sospeso alla loro testa. Per lo più danno la paglia al cavallo due o tre volte al giorno, e soltanto una volta la biada verso sera. Quando viaggiano non sogliono fermarsi finchè non giungano al luogo destinato a passarvi la notte; e non mangiano prima di sera. Avvezzati ugualmente all'ardente sole della state, ed alle continue pioggie dell'inverno, si conservano grassi e sani, lo che mi persuaderebbe che il reggime degli Affricani debba preferirsi a quello degli Europei, che rende i cavalli soverchiamente dilicati, e poco destri ne' grandi movimenti militari; se altronde non si dovesse aver riguardo alla diversità dei climi.

Veggonsi a Tanger molti cavalli, alcuni muli, e pochissimi asini; e questi ultimi sono generalmente assai piccoli, come anco i muli. Di cavalli se ne trovano d'ogni grandezza, ma non già della maggiore: sono vivaci, e ben disposti, benchè male ammaestrati per colpa de' cavalieri che non conoscono l'arte. Il pelo bianco e cenericcio è il più comune, ed è quello de' cavalli più robusti; i più belli per altro sono quelli di color bajo-oscuro, o balzano.

La popolazione di Tanger ammonta a circa dieci mille uomini, soldati, mercanti spicciolati, cattivi artigiani, poche famiglie agiate, e pochi ebrei.

L'infingardaggine è il distintivo carattere di questi abitanti, i quali sogliono rimanersi quasi tutto il giorno seduti o stesi al suolo nelle strade, e nei luoghi pubblici. Sono loquaci assai, e ceremoniosi in modo, che a stento ne' primi giorni potevo sbarazzarmene: ma avendo in seguito appreso a rispettarmi, si ritiravano al primo segno che loro ne facessi, e mi lasciavano attendere alle mie faccende.

L'abito degli abitanti riducesi ad una camicia con maniche estremamente larghe, un enorme pajo di mutande di tela bianca, un giubboncello di lana, o corto sopr'abito di seta, ed una berretta rossa appuntata. Sogliono i più avvolgersi intorno alla berretta una mussola o tela bianca, e formarne il turbante; il hhaïk li avviluppa interamente e gli cuopre ancora il capo con una specie di grande cappuccio; hanno talvolta un cappotto bianco sopra il hhaïk, e le pappuzze o pantoffole gialle. Altri ancora invece del giubboncello portano un caftan, o lunga veste abbottonata sul davanti da cima a fondo, con maniche assai larghe, ma meno lunghe di quelle dei caftan turchi. Tutti poi adoperano una cintura di lana o di seta.

Le donne escono di casa sempre coperte in modo, che a stento si vede un occhio in fondo ad una enorme piega del loro hhaïk: calzano grandi pappuzze rosse, e, come gli uomini, non usano calze. Se portano un fanciullo, o qualche altra cosa, la tengono sulle spalle, onde le si vedono le mani.

I fanciulli non hanno che una semplice tonaca, ed una cintura.

Il bournous sopra il hhaïk è l'abito di cerimonia per i tables ossia letterati, gl'iman o capi di Moschea, ed i fakihs dottori della legge.

CAPITOLO III.

Udienze del governatore. — Del Kadi. — Viveri. — Matrimonj. — Funerali. — Bagni pubblici.

Il kaïd o governatore suole dar udienza al pubblico ogni giorno, e rende quasi sempre giustizia con sentenze verbali. Talvolta le due parti si presentano assieme, e talvolta soltanto la parte riclamante: in tal caso il kaïd l'autorizza a condurre il suo avversario; lo che viene eseguito senza incontrare opposizione, perchè la menoma resistenza verrebbe severamente castigata.

Il kaïd, adagiato sopra un tappeto ed alcuni cuscini, ascolta le parti rannicchiate presso alla porta della sala. La discussione incomincia, e si prosiegue talvolta parlando tutti assieme, il kaïd, ed i litiganti, un quarto d'ora o più, senza potersi intendere, finchè i soldati che stanno sempre in piedi dietro alle parti impongono loro il silenzio a forza di pugni: allora il kaïd pronuncia la sentenza, e nell'istante medesimo i litiganti vengono cacciati dalla presenza del giudice a replicati colpi dai soldati, e la sentenza qualunque siasi s'eseguisce irrevocabilmente. La è una circostanza veramente notabile, che chiunque presentasi al kaïd per essere giudicato, debba dopo il giudizio essere rimandato dai soldati che vanno gridando Sirr, Sirr, corri, corri.

Talvolta il kaïd dà udienza sulla porta della casa, seduto sopra una seggiola, in mezzo al popolo affollato.

Non molto dopo il mio arrivo a Tanger assistetti ad una di queste udienze. Un giovanetto si fece innanzi al kaïd mostrando una leggier graffiatura al corpo, e chiedendo giustizia: fu condotto il colpevole che venne condannato a trentun colpi. Pronunciata appena la sentenza, fu steso a terra da quattro soldati, e gli furono passati i piedi entro un laccio a nodo corrente attaccato ad un bastone, indi un soldato gli scaricò sulla pianta dei piedi trentun colpi con una doppia corda incatramata: finita l'operazione venne cacciato fuori dall'udienza il reclamante con replicati colpi. Io desideravo di chieder grazia pel condannato, ma non osai di farlo per timore che la mia domanda venisse mal accolta. Seppi poscia, che in ogni caso simile avrei potuto ottener grazia a favor del reo dopo aver ricevuto dieci o dodici colpi. D'ordinario il paziente suole gridare ad ogni colpo Allah! Dio; ma taluni invece di gridare Allah, contano con fierezza i colpi l'un dopo l'altro.

Rarissime volte si presentano istanze al kaïd di quattro o sei linee; e perciò tutti gli attrezzi del suo segretario riduconsi ad un piccolo calamajo di osso con una penna di canna, e pochi pezzettini di carta piegati per mezzo, e preparati per ricevere qualche ordine, ciò che pure accade rarissime volte. Il segretario non ha nè registro nè archivio; cosicchè le carte che gli si consegnano vanno subito a male, non tenendo verun registro degli ordini che riceve.

Il buono o il cattivo senso del kaïd è l'unica norma de' suoi giudizj, e tutt'al più qualche precetto del Corano. Suole pure alcuna rarissima volta accadere ch'egli consulti i fakihs, o rimetta le parti al kadi, ossia giudice civile.

L'attuale governatore di Tanger chiamasi Sid Abderrahman Aschasch; era semplice mulattiere; non sa nè leggere, nè scrivere, e ne pure far il suo nome; ma non è privo di naturali talenti, e di certa quale ardita vivacità. Non trovandosi a portata di sentire quanto l'istruzione sia utile all'uomo, non la procura per sistema ai suoi figliuoli, che, come il padre non sanno leggere nè scrivere. Al presente egli possiede molti averi a Tetovan, città subordinata al suo governo, ove dimora la sua famiglia, risiedendo egli alternativamente quando in una e quando nell'altra città, avendo un luogotenente che ne fa le veci in sua assenza.

Alquanto meno tumultosi sono i giudizj del kadi, comechè si emanino press'a poco colle stesse formalità. Le decisioni appoggiansi ai precetti del Corano, ed alla tradizione in tutto ciò che non è contrario alla volontà del sovrano. Dopo il giudizio pronunciato dal kaïd o dal kadi non rimane alle parti che il ricorso al Sultano medesimo, non essendovi tribunale intermedio.

I viveri sono a Tanger assai abbondanti, ed a vil prezzo, e specialmente la carne, che è molto pingue. Vi si fa del pane bellissimo, e non è pur cattivo il più comune. A fronte della poca cura con cui conservansi gli acquedotti, l'acqua si mantiene buona. Non vi si trova alcuna osteria, e altro venditore di vino; ed i consoli sono costretti di provvederlo in Europa.

Il terreno produce eccellenti frutti, ed in ispecie fichi, popponi, uve ed aranci di Tetovan.

Il principal cibo degli abitanti di tutto il regno di Marocco è il couscoussou, pasta composta di sola farina ed acqua, che si va impastando finchè sia resa durissima; ed allora viene divisa in pezzi cilindrici della grossezza d'un dito, che poi riduconsi in grani assotigliando successivamente questi pezzetti, e dividendoli con molta destrezza colle mani. Questa pasta per ultimo così divisa si secca esponendola sopra le salviette al sole, od anche semplicemente all'aria. Il couscoussou si fa poi cuocere col burro in una specie di pentola col fondo pertugiato a piccoli pertugi, e posta entro una altra pentola alquanto più grande, in cui i poveri non pongono che acqua, ed i ricchi carni e polli. Posta a fuoco la doppia pentola, il vapore che s'alza dalla inferiore entra pei pertugi, e fa cuocere il couscoussou posto nel pentolino. La carne cotta nella maggior pentola viene posta in un piatto, circondata e coperta di couscoussou, formando così una specie di piramide senza salsa, o brodo. I grani del couscoussou sono sciolti: se ne fanno d'ogni genere dal più fino, come un granello d'orzo macinato, fino al più grosso come un grano di riso. Io risguardo quest'alimento come il migliore di tutti per il popolo, perchè facile ad aversi, ed a trasportarsi, perchè è sostanzioso assai, sano ed aggradevole al palato.

Ogni musulmano mangia colle dite della destra, non adoperando nè forchetta nè coltello, perchè anche il Profeta mangiava così. Tale costumanza che ributta i cristiani, non ha per altro nulla d'incomodo, o di disgustoso. Dopo tante legali abluzioni che il musulmano deve fare ogni giorno, nelle quali, come vedremo ben tosto, si lava le mani; egli le lava altresì qualunque volta vuol mangiare, e dopo aver mangiato, talmente che esclude perfino il sospetto d'ogni sozzurra. Altronde poi niente è più comodo del prendere i cibi colle proprie dita. Rispetto al couscoussou suol pigliarsi riunendolo in grumi, che s'accostano alla bocca.

A Marocco per altro non mancano cucinieri molto esperti, che sanno fare varie squisite vivande di carne, di polli, di uccelli, di pesci, di legumi e di erbaggi. Ma perchè la legge non permette di mangiar sangue, conviene adoperare molta circospezione. Rispetto ai volatili ed al pesce non si mangiano che dopo avere avuta la precauzione di scannarli ancora vivi, affinchè tutto il sangue sorta loro dal corpo. I ricchi abitanti sogliono avere delle schiave negre, che hanno opinione d'essere eccellenti cuciniere.

Per mangiare si ripone il piatto sopra una piccola tavola rotonda senza piedi, di venti a trenta pollici di diametro, con un bordo alto cinque in sei pollici: la tavola vien coperta da una specie di paniere conico fatto di vinchi, oppure di foglie di palma, talvolta di varj colori. A Marocco tutti i piatti hanno la figura di cono rovesciato o troncato, sicchè la base del piatto viene ad essere strettissima. Talvolta pongonsi sulla medesima tavola intorno al piatto alcuni piccoli pani assai teneri, e ciascuno piglia a pezzetti il pane che gli sta innanzi. Ogni piatto viene servito sopra una diversa tavola sempre coperta, onde sonovi tante tavole quanti sono i piatti. Costumasi ancora di presentare talvolta una grande tazza piena di latte agro con molti cucchiai di legno assai grossolani lunghi e profondi, coi quali i convitati prendono di quando in quando, e taluno ancora ad ogni boccone di carne o di couscoussou, un poco di questo latte. Siedono in terra, o sopra tappeti intorno alla tavola prendendo tutti la vivanda dallo stesso piatto; ma quando i convitati sono molti, vengono servite più tavole, in modo che ogni tavola abbia intorno cinque o sei persone sedute e colle gambe incrocicchiate.

I musulmani avanti di porsi a tavola invocano la divinità dicendo Bism-Illah, in nome del Signore; e terminato il pranzo, lo ringraziano coll'espressione Alhmado-Liliahi, sia lode al Signore! Le stesse invocazioni sogliono farsi prima e dopo di bevere; e le ripetono qualunque volta intraprendono qualunque affare. Ma se hanno sempre sulla bocca il nome di Dio; non sempre ne hanno il rispetto in fondo al cuore. Uscendo di tavola si lavano le mani, la bocca, e la barba. Al quale oggetto si fa loro innanzi un domestico, od uno schiavo, con un piatto di rame o di majolica nella mano sinistra, una brocca nella destra, ed un asciugatojo sulla spalla sinistra. Il domestico passa successivamente dall'uno all'altro convitato; questi stende la mano sopra la brocca senza toccarla, ed il domestico gli versa l'acqua con cui si lava le mani, indi la bocca e la barba; e termina asciugandosi col drappo che sta sulla spalla del domestico. In casa delle persone più ricche un domestico versa l'acqua, ed un altro presenta l'asciugatojo. Il costume di asciugarsi col tovagliolo in tempo del pranzo non è molto comune. Il pranzo termina sempre con una tazza di caffè.

Anticamente facevasi a Marocco grandissimo uso di caffè prendendosi in qualunque ora come costumasi in Levante; ma avendo gl'Inglesi regalato del te ai Sultani, e questi ai loro cortigiani, in breve tempo questa nuova bevanda si comunicò dagli uni agli altri fino alle ultime classi della società: di modo che, proporzionatamente consumasi più te a Marocco che in Inghilterra, non essendovi musulmano per povero ch'egli sia che non abbia te da offrirne in qualunque ora a coloro che vengono a fargli visita. Suole prendersi assai carico, pochissime volte col latte; e lo zuccaro si pone nel vaso. I Marocchini ricevono questi generi dagl'Inglesi, e ne importano altresì molto essi medesimi da Gibilterra.

La legge permette ai Mussulmani d'avere quattro mogli, e quante concubine possono mantenere; le ultime devono essere comperate o prese in guerra, o avute in dono. Le altre si hanno in forza d'un contratto stipulato tra il pretendente o i suoi parenti, ed i parenti della pretesa, in presenza del kadi e dei testimonj; e l'unione si fa senza alcuna ceremonia religiosa, onde il matrimonio è puramente civile. È per altro cosa notabile che malgrado la mancanza della sanzione religiosa, che altre sette religiose danno a questo contratto, le leggi della castità conjugale, e la pace domestica, trovinsi d'ordinario meglio mantenute nelle famiglie musulmane, che in quelle delle altre religioni.

Dopo la stipulazione del contratto la famiglia dello sposo manda d'ordinario a quella della sposa alcuni regali. Questa ceremonia si eseguisce con molta pompa in tempo di notte accompagnando i regali con molti lampioni, candele, fanali, con una compagnia di quei cattivi musici di cui si è già parlato, e da molte donne che mandano acutissime voci.

La novella sposa si conduce alla casa dello spose con molta ceremonia, e con un corteggio press'a poco uguale a quello che accompagna i fanciulli alla circoncisione. La prima volta che m'avvenni a Tanger in questo spettacolo fu una mattina alle sei ore. La sposa era portata sulle spalle da quattro uomini in una specie di paniere cilindrico coperto al di fuori da una tela bianca, e con sovrapposto un coperchio di figura conica dipinto a varj colori, come quelli del panierino di cui cuopresi la tavola da mangiare: ogni cosa era così piccola che non pareva possibile che potesse contenere una donna; e questo paniere aveva perfettamente l'apparenza d'un piatto di vivande che si mandasse allo sposo. Questi, ricevendola, alza il coperchio, e vede la prima volta la futura compagna.

Quando muore un musulmano è posto sopra una barella, e ricoperto col suo hhaïk, e talvolta con fronde d'alberi, indi viene portato sulle spalle da quattro uomini, ed accompagnato da molte persone che camminano a gran passi senza alcun ordine, e senza verun segno di cordoglio. Il convoglio nell'ora della preghiera del mezzogiorno si reca alla porta d'una moschea; e terminata la preghiera l'imam avvisa che trovasi un morto alla porta: allora tutti si alzano per pregare in comune riposo all'anima del fedele credente; ma il corpo non viene introdotto nella moschea.

Terminata questa preghiera il convoglio riprende la strada, ed il corteggio cammina precipitosamente perchè l'angelo della morte aspetta l'individuo nel sepolcro per sottoporlo ad un interrogatorio, e per pronunciare il giudizio che deve decidere della sua sorte: ad ogni istante i portatori si cambiano desiderando tutti di prendere parte a quest'opera di misericordia. Lungo il cammino cantano tutti alcuni versetti del Corano sull'aria rè, ut, rè, ut.

Arrivati al cimitero depongono, dopo una breve preghiera, il cadavere nella fossa senza cassa, e steso col volto alquanto rivolto verso la Mecca, gli fanno portare la mano destra all'orecchio dello stesso lato, poscia gettando della terra sul corpo, il corteggio ritorna alla casa del defunto per complimentarne la famiglia. In questo tempo, come pure all'istante dell'agonia, e per otto giorni consecutivi, le donne della casa riunisconsi per fare urli spaventosi, che durano gran parte del giorno.

Schifosi sono i pubblici bagni di Tanger, e d'un aspetto assai meschino. Entrando per una piccola porta si scende per un'angusta scala, al di cui sinistro lato vedesi un pozzo dal quale si attinge l'acqua per servigio dello stabilimento: dall'altra banda presso ad una specie di vestibolo avvi una piccola camera. In questi due luoghi si depongono e si ripigliano gli abiti. Alla diritta del vestibolo trovasi una camera che ha l'aspetto di cantina così poco illuminata, che all'entrarvi si crederebbe affatto oscura; e su quel suolo sempre coperto d'acqua si sdrucciola con molta facilità. I più vi prendono i bagni con un secchio d'acqua calda, ed un altro di fredda, che riducono alla temperatura che loro piace, e che gettansi poc'a poco sul corpo colle mani, dopo aver adempiute le ceremonie dell'abluzione.

Coloro, che vogliono prendere i bagni a vapore, entrano in una camera posta alla sinistra, lastricata a scacchi di pezzi quadrati di marmo bianco e nero: il palco a volta ha tre lucerne circolari del diametro di quasi tre pollici coperte di vetro di diversi colori, lo che produce un buon effetto per la luce. La porta di questa camera sta sempre chiusa, e dicontro alla medesima avvi un piccolo recipiente che riceve l'acqua calda da un tubo; la fredda trovasi ne' secchi. Entrando in questa camera s'incontra un'aria soffocante che difficulta la respirazione, ed in meno d'un minuto il corpo trovasi ricoperto d'acqua, che riunendosi in grosse gocciole, scorre lungo la cute, ed un abbondante sudore tutto vi ricuopre da capo ai piedi. Si siede nel lastricato talmente caldo, che da principio sembra insopportabile, ma che presto si dissipa: si resta in questa camera seduti finchè ognun vuole; ed in appresso si fanno le abluzioni, e si lava, o si bagna il corpo. L'uscita riesce incomodissima perchè non avvi alcuna camera ove trattenersi alcun tempo prima d'esporsi all'aria libera.

Quando entrai la prima volta in questo bagno soffersi assai per l'eccessivo calore che vi si conserva; ma non tardai ad avvezzarmi, e ne riconobbi la salubrità: pure avrei desiderato maggior comodo, e meno calore. Qualunque volta v'andai, ho sempre trovato otto, dieci, ed anche più persone ignude, cosa poco decente.

Il prezzo di questi bagni monta ad una mouzouna, che gli Europei del paese chiamano blanquille, e che può rispondere press'a poco a due soldi di Francia.

Per conservare il caldo, ed il vapore del bagno, vi è un forno sotto la camera, che riscalda il pavimento; indi una caldaja dalla quale per mezzo d'un tubo che con una chiave s'apre e si chiude, a piacere si attinge l'acqua: avvi pure un altro tubo che conduce il vapore dell'acqua della caldaja. Questo vapore cresce a dismisura quando versandosi l'acqua sul pavimento caldo, ed alzandosi in vapori, carica l'atmosfera d'assai maggiore umidità, e produce sulle persone che entrano i già descritti effetti.

CAPITOLO IV.

Architettura. — Moschea. — Musica. — Divertimenti. — Grida delle donne. — Scienze. — Santi.

L'attuale architettura araba mogrebina, o occidentale, non ha veruna rassomiglianza coll'architettura antica o moderna. Lungi dal trovare nell'attuale architettura mogrebina l'eleganza e l'ardire dell'antica architettura araba, si riconosce in tutte le sue opere il carattere della più grossolana ignoranza. Gli edifici sono fabbricati senza alcun piano preventivo, e quasi all'azzardo, con tanta ignoranza delle regole elementari dell'arte, che in alcune ragguardevoli case ho trovato la scala senza lume affatto; per cui dovevano tenersi sempre accesi alcuni fanali. Generalmente i vestiboli, gli atrj, le scale, sono meschinissimi anche nelle case della più grande estensione.

Ogni casa ha sempre la medesima forma, una corte quadrata con un andatojo da due, tre, ed anche da quattro lati. Avvi una camera assai stretta paralella all'andatojo, e lunga ugualmente; le camere non hanno d'ordinario alcuna apertura o fenestra, fuorchè la porta di mezzo che comunica coll'andatojo; e da ciò procede che le abitazioni sono poco ariose. I tetti sono piani, e coperti di uno strato d'argilla, come il suolo delle camere.

I muri sono fatti di sassi con cemento di calce, o di argilla, ma il più delle volte non sono che di terra grassa battuta e bagnata. Per fabbricare in questa maniera alzano delle tavole perpendicolari da ogni lato per contenere le due superficie del muro, e gettano nel centro delle medesime terra impastata coll'acqua, cui vien data la consistenza della pasta; e due uomini la battono colla mazza. Mentre lavorano cantano ordinariamente accompagnando il fracasso del loro stromento. E perchè riesce difficile il trovare grandi travi, sono costretti di far le camere ristrette onde poter costruire il tetto col piccolo legname del paese. Su questa cavriata piana si pone da prima uno strato di canna, indi un piede di terra coperta di argilla; pesante coperto che schiaccia la fabbrica, e dura pochissimo.

Le porte sono fatte assai goffamente. La maggior parte delle serrature di Tanger sono di legno; ed io le descriverò minutamente in una memoria che pubblicherò su quest'argomento.

L'uso delle latrine è quasi sconosciuto, e vi si supplisce con un recipiente posto nel cortile rustico.

Nè l'architettura delle moschee è più elegante di quella delle case. La principale è composta d'un cortile circondato da archi, di cui la sola linea paralella trovasi in faccia alla porta. La facciata è interamente unita, e la torre è posta in un angolo a sinistra. Bassissimi sono gli archi ed il tetto, e tutto il lavoro di legname assai mal fatto resta allo scoperto. Nel totale la costruzione di quest'edificio è meschinissima. Avendo osservato che nella moschea non eravi acqua, feci costruire a lato alla porta una gran vasca solidamente attaccata, ed un vaso per bere; e lasciai allo stabilimento una dotazione pel mantenimento della fontana.

In una camera posta sopra la moschea alloggia un figliuolo del Kadi incaricato della custodia di un gran pendolo, e di un altro assai più piccolo, che servono ad indicare le ore della preghiera; ma perchè a regolare la loro marcia col sole quest'uomo non aveva che un quadrante inesatto, così non poteva saper l'ora che per approssimazione, quindi finchè io rimasi a Tanger gli davo l'ora per i penduli, e per conseguenza l'istante delle preghiere, e le chiamate dalla torre venivano regolate dal mio orologio.

La moschea chiamasi in arabico El-jamaa, ossia luogo dell'assemblea. In fondo alla moschea vedesi una nicchia quasi nella direzione della linea che guarda la Mecca, entro la quale si pone l'imam, cioè il direttore della pubblica preghiera. Dalla banda sinistra avvi una specie di tribuna formata da una scala di legno su cui sale l'imam ogni venerdì avanti la preghiera del mezzogiorno per fare la predica al popolo. Nella grande moschea trovasi un cassone chiuso a chiave, entro al quale si custodiscono il Corano, e gli altri libri religiosi. Sonovi ancora due scranne di legno ove sedevano i fakihs quando facevano la lettura al popolo. Alla sommità di molti archi stanno sospese alcune lumiere, ed alcune lampade di cattivo vetro verde, disposte senz'ordine e senza simmetria. La maggior parte del suolo è coperto di stuoje, ed in un cortile dietro la moschea vedesi un pozzo d'acqua assai cattiva, che serve alle abluzioni. Ma io ritornerò più opportunamente a parlare della religione o del culto quando descriverò la città di Fez.

La musica di Tanger ha ben poche cose soffribili anche dalle meno delicate orecchie: due suonatori con una piva ancora più discorde delle loro orecchie, che volendo suonare all'unissono con istrumenti che non s'accordano, non hanno nè tempo nè movimento uguale, nè nota scritta che li contenga, e che tutto hanno imparato a memoria; sono il vero ritratto dei musici di Tanger.

Accade spesse volte che uno dei musici strascini l'altro a suo capriccio, obbligandolo di tenergli dietro alla meglio; lo che produce un effetto precisamente somigliante a quello d'un cattivo organo che si sta accordando. Malgrado così spaventosa melodia, tale è la forza dell'abitudine, che poc'a poco quasi m'avvezzai a questo carivari, e feci anzi sì fatti progressi in questa musica, che giunsi a scifrare alcune delle arie più accreditate, ed a poterle notare coi segui della musica europea. Queste arie, cui difficilmente può aggiungersi un basso, sono quasi sempre in tuono di re.

Sembra impossibile che questi suonatori di pira possano vivere lungamente a fronte dello sforzo continuo ch'essi fanno suonando il loro istromento; le loro guancie vedonsi estremamente enfiate, e malgrado un cerchio di cuojo che le ricopre due o tre pollici intorno alla bocca, gettano molta saliva, ed il loro ventre irrigidito per la violenta espansione del fiato che devono aspirare e respirare, dimostra quanta fatica essi sostengano.

Ho già fatto osservare che questi stromenti sono sempre accompagnati da un grosso tamburro, il di cui rauco suono si fa sentire ad intervalli di quattro o cinque minuti, ed anche più spesso, tranne in una specie d'aria nella quale marca colpi regolari assai più vicini.

I musici accompagnano d'ordinario i matrimonj, le circoncisioni, i complimenti di felicitazione, e le feste di Pasqua; ma non sono ricevuti nelle moschee, e l'arte loro è straniera ad ogni atto del culto. Essi temono, come facetamente osservò un viaggiatore, di risvegliare l'Eterno.....

A Tanger non vi sono nè divertimenti pubblici nè private società. Il Moro ozioso esce la mattina di casa, si pone a sedere in terra sulla piazza e in altro luogo pubblico, ove altri abitanti sopraggiungono per azzardo e fanno lo stesso, e per tal modo formano alle volte dei circoli ove stanno parlando tutto il giorno.

Finchè io rimasi in quella città, la mia casa fu ogni sera l'unico luogo di riunione dei fakihs, i quali venivano a prendere il te. I consoli e gli altri Europei unisconsi tra di loro, formando una specie di repubblica affatto segregata dai musulmani, dividendo fra di loro le notti per le adunanze e le conversazioni.

Alle donne, assolutamente separate dalla società degli uomini, non altro rimane a farsi ne' giorni di festa, che mandare a prova, di sotto alle molte vesti onde sono coperte, acute e penetranti voci. Quando un fanciullo ha terminati i suoi studj di leggere e scrivere, nel che consiste tutta la scienza d'un moro, viene condotto per le strade a cavallo colla medesima solennità delle circoncisioni, e le feste, che dà in tale occasione la sua famiglia, sono sempre accompagnate dai penetranti gridi delle femmine. Esse gridano per la presenza del re, e gridavano per me poich'ebbi acquistata molta riputazione. Essendosi ridotto ad arte, e risguardandosi come prova di talento il saper fare spaventose grida, le donne approfittano d'ogni occasione per mostrare la loro abilità, sforzandosi di sorpassar l'une l'altre non solo coi tuoni più acuti, ma col saper più lungo tempo sostenerli. Talora io le udiva due o tre ore dopo mezza notte gettare acutissime voci mentre passavano in truppa innanzi alla mia casa.

La lettura è difficilissima, sia per la forma arbitraria dei caratteri scritti, quanto per la mancanza di vocali e di segni ortografici; difetti sempre crescenti, finchè non s'introduca una stamperia. Per ciò gli abitanti di Tanger trovansi immersi nella più stupida ignoranza. Una sola persona io trovai in questo paese, la quale aveva udito parlare del movimento della terra. Riferiscono mille stranezze intorno ai pianeti, alle stelle, al movimento dei cieli, senza che abbiano la più leggiere conoscenza della fisica. Uno di coloro, che chiamansi dotti, vedendomi un giorno tra le mani un orizzonte artificiale pieno di mercurio nell'atto di fare un'osservazione astronomica, m'avvisò, come di cosa importantissima, essere questo un eccellente rimedio per far morire i schifosi animali e gl'insetti; m'insegnò la maniera d'applicarlo alle pieghe ed ai contorni degli abiti; facendomi sentire essere questo l'uso più utile che potesse farsi del mercurio.

I mori confondono l'astronomia coll'astrologia, e quest'ultima ha non pochi coltivatori. Non sospettavan pure che siavi la chimica; ma trovansi tra di loro alcuni pretesi alchimisti: la medicina è affatto sconosciuta. Limitatissime sono le loro cognizioni aritmetiche, e geometriche. Si può dire che non abbiano quasi poeti, e meno storici; e quindi ignorano la storia del proprio paese, e le belle arti loro sono affatto straniere.

Il Corano ed i suoi commenti formano l'unica lettura degli abitanti di Tanger. Questo quadro è sgraziatamente rassomigliantissimo; e questi paesi possono in tutta l'estensione del termine chiamarsi barbari.

Quella d'essere Santo è tra i Musulmani una professione, o piuttosto un mestiere, che si esercita, e si abbandona ad arbitrio, e talvolta ancora diventa ereditario. Sidi Mohamed el Hadji fu a Tanger un riputatissimo Santo. Dopo la di lui morte viene riverito il suo sepolcro posto nella cappella sopra descritta; suo fratello, che fu l'erede della sua santità viene parimenti venerato. È questi un accortissimo furbo che di quando in quando veniva a visitarmi; cosa risguardata dagli abitanti come un singolar favore. La sua cappella ed il suo giardino sono un sicuro asilo per i delinquenti perseguitati dalla giustizia; e non si troverebbe verun musulmano tanto audace che esasse entrarvi senz'essersi prima assoggettato alla legale abluzione dell'acqua del pozzo posto in vicinanza della sua porta; ma io che per favore speciale della mia origine ero risguardato come superiore agli altri, v'entravo talvolta a cavallo col mio domestico per trovare il santo senza alcuna preventiva ceremonia.

Tanger possiede pure un altro veneratissimo santo, che divenne anch'esso mio amico; il quale, dopo avergli infinite volte detto ch'era un furbo che ingannava i suoi concittadini coll'impostura, si ridusse a confessarmi finalmente la verità, ed a ridersi meco in segreto dell'altrui credulità; ripetendo spesse volte che su questa terra i sciocchi servono ad alimentare i minuti piaceri degli uomini di spirito.

Un altro santo scorreva le strade come un insensato, seguito da molto popolo: aveva la testa scoperta, una lunga capigliatura arricciata, e portava in mano una specie di spartum che abbonda nel paese. Distribuiva come reliquie alcuni pezzetti di questa pianta a coloro che glie ne chiedevano; de' quali, allorchè l'incontraj per istrada, me ne diede un pugno come dimostrazione di particolar favore, che io mi posi sul petto colla più grande venerazione.

Passeggiando una volta per la città mi s'avvicinò un moro, dicendomi, datemi una piastra e mezza per comperarmi un bournous; io sono santo, e se non volete credermi, o se diffidate della mia parola, chiedetene ai vostri domestici, ai vostri amici, e troverete che non v'inganno. Mostrando di credere a quanto mi diceva venni a patti, e gli diedi mezza piastra.

Ricorderò pure un altro santo di Tanger, che è, o finge d'essere imbecille: egli sta sempre sulla gran piazza imitando il grido dell'oca o dell'anitra: estrema è la sua sudiceria, e sarebbe indecenza il descriverla. Mi fu detto che questo santo aveva talvolta fatte pubblicamente cose affatto contrarie al buon costume. Lo stupido fanatismo degli abitanti su quest'oggetto non par credibile. I fakihs ed i talbas lasciano il popolo nell'errore quantunque siano abbastanza istruiti, e mi abbiano più volte parlato di queste aberrazioni dello spirito umano.

CAPITOLO V.

Giudei — Pesi, misure e monete. — Commercio. — Storia naturale. — Situazione geografica.

I Giudei del regno di Marocco vivono nel più misero stato di schiavitù. È veramente cosa straordinaria che i Giudei abitino in Tanger indistintamente coi Mori senza avere un separato quartiere, siccome costumasi in tutte le altre città ove domina l'islamismo, ma questa stessa distinzione è una perenne sorgente di dispiaceri per questa casta disgraziata; rendendo più frequenti i motivi di contese, nelle quali se il giudeo ha torto il moro si fa giustizia da se medesimo; e se il giudeo ha ragione è costretto di portare i suoi riclami al giudice sempre parziale per il musulmano.

Quest'orribile disuguaglianza di diritti tra individui della stessa setta rimonta fino alla culla; di modo che un giovinetto musulmano insulta o batte un giudeo qualunque siasi l'età sua, e le sue infermità, senza che questi abbia, sto per dire, il diritto di lagnarsene, non che quello di difendersi. I fanciulli delle due religioni trovansi nella medesima disuguaglianza, avendo più volte veduto i fanciulli musulmani divertirsi a battere i fanciulli giudei, senza che questi osassero giammai opporgli la più piccola difesa.

Per ordine del governo i Giudei vestono diversamente dagli altri: il loro abito è composto d'un pajo di mutande, d'una tonaca che scende fino al ginocchio, e d'una specie di bournous o mantello posto da un lato, pantoffole, ed una piccola berretta; tutte le quali cose, devon essere di color nero, ad eccezione della camicia le di cui maniche estremamente larghe rimangono scoperte e pendenti.

Quando i Giudei passano avanti ad una moschea, sono obbligati di levarsi le pantoffole, come pure innanzi alle case del kaïd, del kadi, e de' principali musulmani. A Fez ed in alcune altre città non possono camminare che a piedi nudi.

Se scontransi in un musulmano di alto rango devono a una certa distanza precipitosamente gettarsi sulla sinistra, lasciar in terra le pantoffole in distanza di un passo o due, e porsi in sommessa attitudine col corpo tutto piegato davanti, finchè il musulmano sia passato, e trovisi a considerabile distanza. Se non si prestano subito a così umiliante dimostrazione, come a quella di smontare da cavallo quando scontransi in un seguace di Maometto, vengono severamente castigati. Io dovetti più volte richiamare i miei soldati o domestici, che avventavansi contro questi sgraziati per batterli, quando avevano tardato un istante a porsi nell'attitudine prescritta dal despotismo musulmano.

Malgrado tutto questo i Giudei fanno a Marocco un grandissimo commercio; e più d'una volta ebbero la ferma delle dovane: accade però d'ordinario ch'essi vengano spogliati dai Mori o dal governo. Quand'io v'andai la prima volta aveva due giudei tra i miei domestici, ai quali, vedendoli così duramente trattati, chiedevo perchè non riparavansi in altri paesi; ed assi mi rispondevano di non lo poter fare per essere schiavi del Sultano.

I Giudei sono i principali artigiani di Tanger quantunque travaglino più male del peggiore artigiano europeo. Da ciò può argomentarsi cosa siano gli artigiani mori. Ma nel medesimo tempo i giudei hanno una particolare destrezza nel rubbare, vendicandosi dei cattivi trattamenti dei Mori col giontarli continuamente.

I Giudei hanno in Tanger alcune sinagoghe; ed hanno pure alcuni santi, o savj che vivono una vita beata a spese degli altri, come in tutte le sette.

Le donne ebree sono generalmente belle, ed alcune bellissime, che per lo più diventano le amanti dei Mori, lo che talvolta contribuisce ad avvicinare le due sette nemiche. Estremamente bello è il colorito delle ebree, mentre la tinta delle more è d'un bianco smaccato che s'assomiglia a quello delle statue di marmo bianco, sia per cagione della vita sedentaria che menano, o perchè vivono sempre rinchiuse nelle loro case; e se sortono talvolta, sortono coperte in maniera che il loro volto non rimane mai esposto all'aria aperta.

La sola misura lineare che conoscasi in Marocco è la draa, che dividesi in otto parti chiamate tomins.

Non essendovi campione o modello originario per l'esatta dimensione della misura, difficilmente se ne trovano due rigorosamente eguali, ma per un termine medio tra le differenti draa che io paragonai ai miei modelli europei, trovai che quella di Marocco è uguale a 244, 7 linee della tesa di Francia, e a 0,55126 d'un metro.

La misura di capacità per i grani chiamasi el moude: de' quali ve ne sono due, il grande ed il piccolo, cioè il secondo la metà del grande.

Lo stesso difetto d'esattezza notata nella misura lineare trovasi ancora in questo. El moude è un cilindro vuoto assai mal fatto, la di cui capacità, avuto riguardo a tutte le imperfezioni, può essere considerato come eguale a 123 linee 56 di diametro, e 106 linee 29 di altezza, ciò che dà 856 pollici e mezzo cubi della tesa di Francia.

Anche il peso va soggetto alle medesime varietà o vacillazioni come le misure; ma finalmente dopo il confronto di molti di questi pesi co' miei campioni d'europa, risulta, preso un termine medio, che la libra di Marocco chiamata artal contiene 16 oncie 347 grani 40 centesimi del grano di Parigi.

La più piccola moneta del paese è il kirat, e la più grande il banind'ki. Eccone la progressione:

In rame il kirat[4].
il flous[5].
In argento il mouzouna, o blanquilla[6].
il derham, o l'oncia[7].
In oro il mezzo ducato.
il metzkal, mat'boa, o ducato che vale dieci oncie.
il baind'ki che vale 25 oncie.

Ogni moneta di Spagna ha corso a Marocco, e mi sembra che il duro o la piastra spagnuola che chiamano arrial sia la più abbondante specie del paese: ma il suo valore varia ad arbitrio, poichè la piastra spagnuola vale ordinariamente dodici oncie del paese, e la pezzetta di Spagna tre oncie, cosicchè dall'una all'altra passa una diversità del 25 per 100; e quantunque venga cambiato il duro o la piastra per quattro pezzette e mezza, ciò che ristringe il guadagno, tale varietà è cagione di grandissimi contrabbandi di moneta, poichè la maggior parte di piccoli e grandi bastimenti che vengono d'Europa portano piecettes di Spagna per cambiarle coi derros.

Vi sono pure molto monete false che provengono dall'estero, e dietro le notizie ch'io mi sono proccurate potrebbero essere di fabbrica inglese.

La bilancia del commercio è assai vantaggiosa per le vittovaglie ma altissima per le manifatture. Malgrado l'eccellente posizione del porto di Tanger il suo commercio trovasi ridotto ad una limitata esportazione di viveri, ad un piccolo commercio di contrabbando colla Spagna, ed a qualche languida corrispondenza con Tetovan e Fez ove spedisconsi pochi oggetti europei. Rispetto al commercio del regno di Marocco in generale tornerà più in acconcio di parlarne diffusamente altrove. Le botteghe di Tanger sono tanto anguste, che il mercante seduto in mezzo, non ha bisogno di scomodarsi per prendere tutti gli oggetti e presentarli al compratore.

Il suolo che forma la base della costa di Tanger è composto di varj strati di granito secondario di tessitura compatta, ossia di grana fina. Questi strati che sono inclinati all'orizzonte formano con lui un angolo di 50 a 70 gradi; la loro spessezza è ordinariamente d'un piede e mezzo ai due piedi; la loro direzione all'est-ovest; e la loro inclinazione per formare l'angolo è dalla parte del nord.

La distanza d'uno strato all'altro è ordinariamente di due piedi, e questo spazio è ripieno d'un'argilla poco compatta, che nella stessa direzione forma degli strati intermedj d'ardesia.

Questi strati di granito d'argilla alzansi pochissimo sopra il livello del mare, poichè la maggiore altezza che gli abbia trovato è di 30 ai 40 piedi, ma grande è la loro estensione, poichè sono esattamente le medesime al fiume di Tetovan distante otto leghe. Ho inoltre osservati alcuni strati di granito che entrano nel mare nella stessa direzione e ad una grande distanza.

Se fosse permesso di tirar grandi induzioni da piccole cose, direi che la catastrofe che aprì lo stretto di Gibilterra, fu un subitaneo sprofondamento, non del suolo che forma il fondo dello stretto, ma di quello che l'avvicina al mezzodì, e sul di cui vuoto cadde la montagna, o la massa terrestre che occupava lo spazio oggi riempiuto dal braccio di mare: ed in conseguenza di questo movimento gli strati perpendicolari del granito presero l'attuale direzione: ma d'altronde siccome questo granito compatto sembra d'una formazione secondaria, possono ammettersi nella sua stratificazione tutte le possibili direzioni, senza aver bisogno di supporre uno smottamento posteriore alla sua formazione.

Sopra questo letto, o base generale della costa, le acque ed i venti accumulavano altri strati d'argilla sciolta, e di arena che formano le colline e le montagne della strada Tetovan: finalmente le spoglie vegetali ed animali formano quello strato di terra vegetabile che copre il tutto, ed è di una maravigliosa fertilità.

Al sud della baja di Tanger sulla riva del mare i venti dell'est formarono a poco a poco grandi ammassi di arena, che hanno di già forma di colline, le quali vanno restringendo la baja, che un giorno chiuderanno affatto. Queste arene sono assolutamente mobili, e non hanno in se principio che possa legarle: ma null'ostante questa particolarità vi si vedono vegetare i liliacei, ed alcune altre piante che conservo nella mia raccolta.

La temperatura di Tanger è assai dolce. Il mio termometro collocato colla necessaria attenzione affinchè non ricevesse nè l'impressione diretta, nè la riflessione immediata del sole, onde esprimesse soltanto la vera temperatura della massa dell'aria, non marcò nei maggiori caldi della dimora da me fattavi che 24° 6′ di Reaumur il 31 agosto a mezzogiorno, in cui si ebbe un calore straordinario. Un altro termometro posto colla possibile cura al sole affinchè ricevesse tutta la sua maggiore influenza marcò il giorno 22 agosto alle due ore dopo mezzo giorno 39° 5′.

La maggiore altezza del barometro fu di 28 pollici, 1 linea, 9 decimi di linea del piede parigino e la più piccola 27 pollici, 3 linee, ciò che dà un risultato di 4 linee e 9 decimi di linea di variazione.

La minore umidità atmosferica osservata fu di 38 gradi dell'igrometro di Supur il 15 luglio: ma qui l'aria trovasi comunemente impregnata d'umidità, che si rende sensibile non solo colle indicazioni dell'igrometro, ma dalla rapidità con cui a Tanger s'ossidano tutti i metalli a cagione della soprabbondante umidità atmosferica.

Assai marcata è in Tanger la differenza delle stagioni. L'estate fu costantemente serena. Verso l'equinozio cominciarono le pioggie e le borrasche, che continuarono colla medesima costanza. In questo tempo cadde più volte la folgore sulla città, ed uccise un uomo.

Malgrado la fertilità del terreno le specie delle piante ne' contorni di Tanger sono pochissimo variate: e lo stesso deve dirsi rispetto agl'insetti, almeno pel tempo ch'io vi dimorai; giacchè la stagione più propizia a tali indagini dev'essere la primavera.

A Tanger non può un uomo senza compromettersi salire sul terrazzo della propria casa per la gelosia degli abitanti delle case vicine. Le due case ch'io abitai successivamente erano così mal collocate, che non potei fare che pochissime osservazioni astronomiche, e queste ancora con molto stento: inoltre avendo lasciati i miei stromenti astronomici col mio equipaggio a Cadice, non mi furono portati che nella stagione delle pioggie, nella quale rarissime volte vedesi il cielo scoperto per pochi istanti. A fronte di questi ostacoli, la mia latitudine osservata per un termine medio assai poco distante dagli estremi, diede 35° 47′ 54″ nord.

A fronte degli ostacoli che s'opponevano al mio desiderio di fare una collezione di storia naturale, raccolsi a Tanger nella sua baja molti articoli, tra i quali trovansi alcuni fucus assai belli. Tutte le piante marine furono da me raccolte assai vivaci in fondo al mare.

Noi altri musulmani dobbiamo sormontare troppe difficoltà quando vogliamo fare delle collezioni entomologiche; e per cagione della purità legale che proibisce di toccare gli animali immondi, e perchè non possiamo abbruciare verun animale vivo. Il primo ostacolo difficolta la formazione d'una collezione di Cleoptere, ed il secondo rende inutile quella delle farfalle d'ogni genere, perchè avanti di morire senza fuoco, battono le ali per la semplice ferita della spilla che le assicura. Per lo stesso motivo m'accadde un giorno, che uno scarabeo fortissimo che aveva riposto nella scattola con altri insetti, si andò dibattendo con tanta violenza, che staccò la sua spilla, e distrusse tutti gli insetti da me raccolti. Trovavasi in questo numero una falsa tarantola assai grande, ed assai interessante.

CAPITOLO VI.

Continuazione della storia d'Ali Bey. — Notizie intorno all'interno dell'Affrica. — Presentazione all'imperatore di Marocco. — Visite del Sultano e della sua Corte.

Poco dopo arrivato a Tanger la mia esistenza cominciò a diventare aggradevole. La prima visita che mi fece il Kadi Sidi Abderrahman Mfarrasch; il mio annuncio dell'eclissi del sole che doveva aver luogo il 17 agosto, e di cui io ne avevo disegnata la figura quale doveva vedersi nella sua massima oscurità; la vista de' miei equipaggi e de' miei istromenti che arrivavano d'Europa in un battello; i miei regali al Kadi, al Kaïd, ed ai primarj personaggi; le mie liberalità verso altre persone, tutto contribuì a fissare sopra di me l'attenzione del pubblico; cosicchè in breve tempo acquistai un'assoluta superiorità su tutti i forastieri, e sopra i più distinti abitanti della città.

Dall'altro lato il cambiamento del clima, le sostenute fatiche, ed il nuove genere di vita da me abbracciato alterarono alcun poco la mia salute: onde fui costretto di assoggettarmi ad un regime rinfrescativo, ed a prendere i bagni di mare. Queste precauzioni mi resero ben tosto la salute; ricuperata la quale potei occuparmi delle mie collezioni. Un giorno che, nuotando, mi ero alquanto allontanato dalla spiaggia, vidi avvanzarsi quasi a fior d'acqua un enorme pesce lungo dai venticinque ai trenta piedi, onde presi precipitosamente la direzione verso terra ove le mie genti attonite mi richiamavano ad alta voce. Il pesce andò sott'acqua, ma pochi istanti dopo ricomparve precisamente nel luogo ove io mi ritrovavo quando lo vidi.

Un talbe chiamato Sidi Amkeschet, venendo un giorno a trovarmi, ed entrati accidentalmente sull'argomento dell'interno dell'Affrica, mi parlò in tal modo:

«Dalla mia provincia di Sus, e di Tafilet partono spesse volte le carovane che attraversano in due mesi il gran deserto per portarsi a Ghana ed a Tombouctou

«Nell'interno dell'Affrica conosconsi due fiumi col nome di Nilo; l'uno de' quali attraversa il Cairo ed Alessandria, l'altro si dirige verso Tombouctou.»

«Questi due fiumi sortono da un lago che trovasi nelle montagne della Luna (Djebel Kamar). Quello dal Tombouctou non arriva fino al mare, ma si perde in un altro lago. Le montagne della Luna ebbero tal nome dal colore che prendono in ogni lunazione d'una corona, o d'un arco baleno».

«Da Marocco alle rive del Nilo di Tombouctou si viaggia con piena sicurezza come in mezzo ad una città quantunque colle mani piene d'oro; ma nell'altra banda del fiume non avvi più giustizia nè salvaguardia, perchè abitata da nazioni assai diverse da questa. Entro al fiume trovansi ferocissimi animali chiamati tsemsah, che divorano gli uomini».

M'indicò colla mano la direzione dei due fiumi; il Nilo del Cairo, diss'egli si volge a levante.... Io gli chiesi allora, interrompendolo; «quello di Tombouctou anderà dunque a ponente?»... Certamente, risposemi egli senza esitare, verso l'occidente».

Come mai conciliare tanta contraddizione? Stando al racconto che mi fu fatto, farebbesi un commercio assai attivo e continuato tra i paesi meridionali di Marocco e di Tombouctou; e per conseguenza sembra impossibile che quella gente possa ignorare il corso del Nilo di Tombouctou, trovandosi quasi giornalmente frequentate le sue rive dai Marocchini. Riferiscono questi ultimi che quel fiume va ad Occidente; e Mungo-Park assicura che volge le sue acque verso l'Oriente: che dobbiamo conchiuderne?.... Accordando alla scoperta di Mungo-Park tutta la fede che merita, diremo che passa per Tombouctou verso Occidente un altro fiume, che ancora non conosciamo, e che i Marocchini confondono senza dubbio col gran Nilo Occidentale o Joliba scoperto da Mungo-Park, il quale confessò che questo fiume non passa precisamente per Tombouctou, o pure che il Joliba fa in questo luogo uno straordinario contorcimento, che è cagione dell'errore in cui versano gli abitanti di Marocco; o pure convien supporre che questi ultimi ne parlino senza aver nulla veduto, e soltanto dietro il racconto degli antichi geografi. Frattanto questa relazione spogliata dagli errori che la sfigurano, indica sempre due cose singolari: l'unione, o la comunicazione dei due Nili verso la loro origine nello stesso lago, e lo smarrimento del Nilo occidentale in un altro lago. Ritorneremo altrove su questo argomento.

L'artiglieria delle batterie di Tanger annunciò il 5 ottobre l'arrivo del Sultano Muley Solimano imperatore di Marocco, che scese al suo alloggio nell'Alcassaba o castello della città. Siccome non ero ancora stato presentato al Sultano, io non sortivo di casa, onde aspettarvi gli ordini, a seconda delle intelligenze che avevo col kaïd ed il kadi: e perciò non potei vedere la cerimonia del suo arrivo.

All'indomani il kaïd mi fece sapere, che potevo allestire il regalo di pratica per il susseguente giorno; lo che io feci all'istante. Al mattino del giorno indicato ebbi una conferenza col kaïd ed il kadi intorno al modo della mia presentazione. Il kaïd mi chiese la lista dei doni che destinavo al Sultano; io gliela diedi, e fummo subito d'accordo.

Perchè era giorno di venerdì andai prima alla gran moschea per fare la preghiera del mezzogiorno, perchè questa è una indispensabile obbligazione, e perchè doveva recarvisi ancora il Sultano.

Fui appena entrato nella moschea che un moro mi s'accostò, dicendomi, che il Sultano aveva allora mandato uno de' suoi domestici per prevenirmi che io potevo salire all'Alcassaba alle quattr'ore, ond'essergli presentato.

Prima che giungesse il Sultano alla moschea entraronvi alcuni soldati disordinati, e, quantunque armati, si posero dall'una parte e dell'altra senza conservare alcun rango.

Il Sultano non fecesi aspettar molto; entrò seguito da un piccolo accompagnamento di grandi, e di ufficiali tutti così semplicemente abbigliati, che non distinguevansi altrimenti dal rimanente della compagnia. Eranvi nella moschea, affollata di popolo, circa due mille persone. Finchè io vi rimasi ebbi cura di tenermi un poco appartato.

La preghiera si eseguì al solito degli altri venerdì; ma la predica si fece da un fakih del Sultano, che perorò con molta energia intorno all'argomento «essere gravissimo peccato il commerciare coi cristiani, non doversi dar loro nè vendere alcuna specie di vittovaglie, e simili altre cose.

Terminata la preghiera mi feci aprire un passaggio dai miei domestici, e sortj. Un centinajo di soldati negri trovavasi sotto le armi in semicerchio fuori della porta, ov'era adunata moltissima gente. Tornato a casa venne a cercarmi un domestico del Sultano per significarmi gli ordini del suo padrone, ed in pari tempo per ricevere la mancia di consuetudine.

Alle tre ore dopo mezzogiorno il Kaïd mi spedì nove uomini per ajutare la mia gente a portare il mio regalo composto de' seguenti oggetti:

Venti fucili inglesi colle loro bajonette.

Due moschetti di grosso calibro.

Quindici paja di pistole inglesi.

Alcune migliaja di pietre focaje.

Due sacchi di piombo per la caccia.

Un equipaggio compiuto da cacciatore.

Un barile della miglior polvere inglese.

Varie pezze di ricche mussoline semplici e ricamate.

Alcune piccole bijotterie.

Un bellissimo parasole.

Varie confetture ed essenze.

Le armi erano entro alcune casse chiuse a chiave, e le altre cose disposte sopra grandissimi piatti coperti da stoffe di damasco rosso gallonate d'argento. Salj all'alcassaba alla testa degli uomini e dei domestici che portavano il dono. Il kaïd aspettavami alla porta, ove mi complimentò. Attraversai un portico sotto al quale trovavansi molti ufficiali della corte; di dove entrai in una piccola moschea che gli sta di fianco per fare la preghiera del vespero, cui assistette ancora il Sultano.

Appena terminata la preghiera essendo uscito dalla moschea, vidi presso alla porta un mulo per il Sultano, intorno al quale stava un infinito numero di domestici, e di ufficiali della corte. Precedevano due uomini armati di picca, o di lancia che tenevano perpendicolarmente, ed aveva press'a poco la lunghezza di quattordici piedi. Il corteggio era seguito da circa settecento soldati negri, armati di fucile, strettamente riuniti, senz'ordine nè rango, e circondati da molto popolo. Io, ed il kaïd presimo posto in mezzo al passaggio presso ai due lancieri. A canto a noi venivano i regali portati sulle spalle dai miei domestici, e dagli uomini mandatimi dal kaïd.

Giunse bentosto anche il Sultano e montò sulla sua cavalcatura, e quando giunse in mezzo al cerchio, il kaïd ed io ci facemmo innanzi: il sultano fermò la sua mula, ed il kaïd mi presentò: io chinai la testa, ponendomi la mano al petto, cui il sultano corrispose abbassando il capo, e mi disse; Siate il ben venuto; indi si volse alla folla, ed avendola invitata a salutarmi con queste parole: Ditegli che sia il ben venuto: all'istante tutta la gente gridò: ben venuto. Il sultano spronò il suo muletto, e recossi ad una batteria lontana due cento passi.

Colà portatomi col mio introduttore, rimasi presso alla porta, lasciando che s'avanzasse il solo kaïd col donativo. Quando entrammo nelle batterie si fece un profondo silenzio. Eranvi almeno venti persone, la maggior parte usceri e grandi ufficiali.

Poco dopo fui chiamato dal kaïd e lo seguii nel terrapieno della batteria che formava una specie di terrazzo che guardava al nord sul mare, ed era armato da nove pezzi di cannone del maggior calibro. Nell'angolo orientale eravi una casuccia di legno, alcuni piedi più alta della batteria, onde dominare il parapetto, a cui si saliva per una scala di otto gradi.

Il sultano trovavasi entro questa casuccia seduto sopra un piccolo materasso guarnito di guanciali. Il kaïd, due grandi ufficiali, ed io, lasciammo le nostre pantoffole alla porta onde avere i piedi nudi, come vuole l'usanza. Due ufficiali mi presero in mezzo tenendo ognuno per un braccio, ed il kaïd mi si pose alla sinistra e ci presentammo al sultano facendo una riverenza o profondo inchino della metà del corpo colla mano destra al petto.

Il sultano dopo aver replicate le sue espressioni di benvenuto, mi fece sedere sulla scala; gli ufficiali si ritirarono, ed il kaïd rimase in piedi. Allora il sultano mi disse umanamente, e con voce amichevole «che era assai contento di vedermi» e replicò molte volte somiglianti espressioni tenendosi la mano al petto, onde farmi conoscere i suoi sentimenti non meno colla voce che coi gesti. Conobbi questo sovrano assai propenso a mio favore, lo che mi sorprese assai perchè niente aveva fatto per meritarmi la sua grazia.

Mi chiese in seguito in quali paesi ero stato, quai linguaggi parlavo, e se sapeva anche scriverli; quali scienze avevo studiato nelle scuole dei cristiani, e quanto tempo mi ero trattenuto in Europa. Dopo avere ringraziato il cielo d'avermi fatto uscire dai paesi infedeli, mi testificò il suo rincrescimento perchè un uomo della mia qualità non si fosse più presto recato a Marocco. Mi ringraziò d'avere preferito il suo paese a quello d'Algeri, di Tunisi o di Tripoli, mi assicurò replicatamente della sua protezione, e della sua amicizia. Mi chiese poi se avevo stromenti per fare osservazioni scientifiche; e dietro la mia risposta affermativa, mi disse che desiderava vederli, e che potevo portarli.... Ebbe appena pronunciate queste parole, che il kaïd s'avvicinò e prendendomi per mano voleva condurmi via: ma senza movermi io feci osservare al sultano, che bisognava aspettare fino all'indomani, perchè avvicinandosi la sera non avevo tempo di prepararli. Il kaïd mi guardava attonito perchè a Marocco non è permesso di contraddire alle voglie del sultano; il quale mi disse: «E bene dunque portateli domani — a quale ora? Alle otto del mattino. — Io non mancherò». Allora mi congedai dal sultano, e partii col kaïd.

Ero di poco ritornato a casa che vennero ad avvisarmi della visita generale dei domestici del palazzo, cui doveasi in tale circostanza una gratificazione. I miei domestici mi sbarazzarono da questa visita con minor spesa ch'io non credevo.

Quando il sultano parlavami de' miei stromenti aveva fatto portare un piccolo astrolabio di metallo di tre pollici di diametro, che serve per regolare gli orologi, e le ore per la preghiera, e mi avea domandato se ne avessi uno somigliante; al che rispondeva di no, soggiungendo che questo stromento era troppo inferiore a quelli di moderna invenzione.

All'indomani andai al castello all'ora indicatami; trovai che il sultano mi stava aspettando nello stesso luogo col suo primo fakih, o muftì ed un altro suo favorito. Teneva avanti di se un servizio di tè.

Vedendomi entrare mi fece salire subito la scala, e sedere al suo lato: indi preso il vaso, versò il tè in una tazza, ed avendovi posto del latte, me la presentò colle sue proprie mani. In tanto egli chiese carta, e calamajo, e gli fu portato un pezzo di cattiva carta, un piccolo calamajo di corno con una penna di canna: scrisse in quattro linee e mezzo una specie di preghiera che diede a leggere al suo fakih; il quale gli fece osservare che aveva dimenticata una parola; ed il sultano ripresa la penna vi aggiunse ciò che mancava. Avendo terminato di prendere il tè S. M. Marocchina mi presentò la scrittura perchè la leggessi, ed egli accompagnava la mia lettura indicandomi col dito sulla carta ogni parola progressivamente e correggendo i difetti della mia pronuncia come farebbe il maestro collo scolare. Terminata la lettura mi pregò di custodire questa carta, che ancora conservo.

Si levò il vassellame del tè composto d'una zuccariera d'oro, d'un vaso di tè, d'uno per il latte e di tre tazze di porcellana bianca ornata di oro, il tutto posto sopra un gran piatto indorato.

Come porta l'uso del paese, egli aveva posto lo zuccaro nel vaso del tè; metodo incomodo assai perchè obbliga a prendere la bevanda o troppo, o poco addolcita.

Il sultano mi dava frequenti prove del suo affetto. Chiese di vedere i miei strumenti, che osservò pezzo per pezzo con molta attenzione, chiedendomi la spiegazione di ciò che non conosceva, o non sapeva quale ne fosse l'uso. Mostrava di compiacersi assai di quanto gli rispondeva, e desiderò che facessi in sua presenza una dimostrazione astronomica; onde per appagarlo presi due altezze del sole con il circolo moltiplicatore. Gli feci vedere varj libri di tavole e di logaritmi che avevo portati meco per dimostrargli che gli strumenti non servono a nulla, se non s'intendono que' libri, e molti altri. Mostrò d'essere estremamente sorpreso alla vista di tante cifre, e quando gli offersi i miei strumenti, risposemi, che io «dovevo conservarli perchè io solo ne conosceva l'uso; e che avressimo avuto molti giorni, e molte notti per contemplare con piacere il cielo». Da ciò compresi che pensava di tenermi presso di se, avendomene fatti altri cenni. Soggiunse che desiderava di vedere gli altri miei strumenti, che promisi di portare all'indomani e mi congedai.

Il susseguente giorno essendomi portato al castello, salii nella sua camera, ove lo trovai coricato sopra un piccolissimo matterasso ed un guanciale: stavan seduti innanzi a lui sopra un tappeto il suo gran fakih e due suoi favoriti. Appena vedutomi alzossi da sedere, ordinando di portare un materasso somigliante al suo, che fece collocare al suo fianco, e mi ordinò di adagiarmivi.

Dopo i vicendevoli complimenti, feci introdurre una macchina elettrica, ed una camera oscura che gli presentai siccome oggetti di semplice curiosità non applicabili alle scienze. Avendo montate le due macchine posi la camera oscura presso ad una finestra: il sultano levossi e vi entrò due volte; lo ricopersi io stesso colla coltre durante tutto il tempo che vi rimase, compiacendosi di osservare gli oggetti trasmessi dalla macchina; lo che io risguardai come una grandissima prova di confidenza. Si divertì in seguito a vedere scaricarsi la bottiglia elettrica a diverse riprese. Ma ciò che maravigliosamente lo sorprese fu l'esperienza del colpo elettrico, che mi fece replicare più volte, mentre ci tenevamo tutti per la mano per formare la catena, e volle essere a lungo istruito intorno a queste macchine, ed all'influenza dell'elettricità.

Il precedente giorno avevo mandato al sultano un cannocchiale, che allora glie lo richiesi per regolarlo secondo la sua vista; ciò che io feci all'istante, marcando sul tubo il conveniente grado dietro l'esperimento da lui fattone.

Io avevo lunghissimi mustacchi, onde il sultano mi domandò perchè non li accorciassi come gli altri Mori. Ed avendogli rimostrato che in Levante non si tagliavano; mi rispose; «va bene, ma questa non è l'usanza del paese». Quindi avendo fatto recare un pajo di forbici, tagliò alquanto i suoi, ed in appresso prendendo i miei m'indicò quanto doveva toglierne e lasciarne: e forse il primo suo pensiero era quello di scorciarmeli egli medesimo, ma perchè io nulla risposi, depose le forbici. Mi chiese poi se io tenevo une strumento adattato a misurare il calore; e gli promisi di mandargliene uno. Mi congedai facendo levare i miei strumenti, e lo stesso giorno gl'inviai un termometro.

Verso sera mentre stavo con alcuni amici, un domestico del sultano mi recò da parte sua un regalo. Avendogli ordinalo di avanzarsi, si presentò chinandosi fino a terra, e pose innanzi a me un involto di tela d'oro e d'argento. La curiosità di vedere il primo regalo che mi faceva l'imperatore di Marocco mi fece aprire l'involto con molta premura, e vi trovai...... due pani assai neri.

Non essendo preparato a cotal dono, non mi sovvenne in quel primo istante di cercarne il significato; e rimasi un momento così sorpreso che non sapeva che dirmi; ma coloro ch'eran meco s'affrettarono di complimentarmi, dicendo, quanto siete fortunato! quale felicità è la vostra! Voi siete fratello del sultano; il sultano è vostro fratello: mi rissovvenni allora, che tra gli Arabi il più sacro segno di fraternità è di darsi a vicenda un pezzo di pane, e di mangiarne ambedue; e per conseguenza i pani mandatimi dal Sultano erano il suo segno di fraternità con me. Erano neri perchè il pane mangiato dal sultano si fa cuocere entro fornelli portatili di ferro; ciò che dà loro un colore oscuro al di fuori, ma internamente sono bianchi e buonissimi.

All'indomani, dopo aver ricevuto le visite di alcuni cugini, o altri parenti del Sultano, andai col kadi a visitare il fratello maggiore dell'imperatore: egli chiamasi Muley Abdsulem, che ha la sventura d'essere cieco. Il nostro intrattenimento che si prolungò quasi un'ora fu tutto filantropico.

Il martedì undici ottobre il kaïd mi ordinò per parte del Sultano di tenermi pronto a partire con lui il susseguente giorno alla volta di Mequinez; prevenendomi di domandare tutto quanto poteva abbisognarmi. Passai tosto a trovarlo nel castello per fargli sapere che io non potevo partire così presto, avendo bisogno di rimanere a Tanger alcuni altri giorni. Mi chiese quanto tempo mi abbisognava, ed avendogli risposto dieci giorni, entrò dal Sultano, che me li accordò senza difficoltà.

Le stessa sera, accompagnato dal mio buon kadi, andai a render visita al primo ministro Sidi Mohamet Salaoui che mi ricevette seduto in su le calcagna in un angolo della cameretta di legno, in cui avevo veduto il Sultano; ma egli stava sul suolo senza pur avere una semplice stuoja, al lume d'una miserabile lucerna di latta con quattro vetri, posta sul suolo al suo fianco. Egli aveva poc'anzi ricevuto nella medesima maniera il console generale di Francia che sortiva nell'atto ch'io entrai. Sedemmo in terra presso di lui, trattenendoci un quarto d'ora in complimenti.

Fui in appresso col kadi a visitare Muley Abdelmélek cugino germano del Sultano, uomo rispettabilissimo che era generale della guardia. Accampato sotto la tenda, stava co' suoi figliuoletti sdrajato sopra un matterasso, ed aveva a lato il suo fakih. Appena entrati, il fakih si alzò; Muley Abdelmélek si pose a sedere, e fece che noi pure sedessimo presso di lui sopra un altro matterasso. La nostra conversazione che durò quasi un'ora fu assai amichevole. Nel fare queste visite il kadi servivasi della sua mula, ed io del mio cavallo, e la mia gente ci accompagnava a piedi colle lanterne. Regalai tutte le persone visitate, senza scordarmi di dar la mancia agli usceri ed ai domestici. Feci pure qualche regalo ad alcuni grandi ufficiali e favoriti del Sultano.

Mercoledì 12, il Sultano partì di buon mattino alla volta di Mequinez. In tal modo ebbe fine il mio ricevimento alla corte del sovrano di Marocco.

Il Sultano Muley Solimano mostra l'età di quarant'anni. È grande di statura, e la sua carnagione è assai fresca. Il volto non bianco, ma non soverchiamente bruno porta i segni della bontà; ha grandi e vivacissimi occhi; semplicissimo è il suo vestire, per non dir di più, essendo solito di portare un grossolano hhaïk; sono disinvolti i suoi movimenti; parla con rapidità, agevolmente comprende ogni cosa. Egli è fakih, ossia dottore della legge, e la sua istruzione è puramente ed interamente musulmana.

Ogni lusso è sbandito dalla sua corte. Durante il soggiorno ch'egli fece a Tanger rimase accampato sotto le tende poste all'ouest della città senza alcun ordine. Le sue erano in mezzo ad un grandissimo spazio vuoto, e circondato da un parapetto di tela dipinta in forma di muraglia. Nella tenda di Muley Abdelmélek ch'era molto grande, non vedevansi che due matterassi, un gran tappeto, un candelliere d'argento con una gran torchia acceso. Intorno ad ogni tenda stavano attaccati i cavalli ed i muli del padrone, ed in tutto il campo non vidi che due cammelli. Malgrado la confusione ed il disordine di questo campo, calcolai che poteva contenere all'incirca sei mille uomini.

Il kaïh accompagnò il Sultano fino alla prima stazione della sera; ed allorchè ritornò a Tanger mi fece replicate istanze a chiedergli tutto quanto poteva abbisognarmi. Lo pregai di farmi venir tende ed altri oggetti necessarj ai miei progetti.

CAPITOLO VII.

Uscita di Tanger. — Viaggio a Mequinez, ed a Fez.

Avendo tutto disposto per il mio viaggio, impiegai il giorno di martedì 25 ottobre a far sortire il mio equipaggio da Tanger. Si dispose il campo a cento tese all'ouest dalle mura, ove aveva fatte riunire le mie genti ed ogni mia cosa.

Dopo fatta la mia preghiera nella moschea, ed abbracciati i miei amici, sortii di casa a cavallo alle cinque ore della sera, accompagnato dal kadi, ch'era pure a cavallo, da tutti gli altri fakih e talbi della città, ed alcuni domestici ne seguivano a piedi. Arrivai con questo seguito fino al luogo del mio campo, ove mi lasciarono solo affinchè potessi riposarmi.

Prima ch'io sortissi di casa un fakih mi prese l'indice della mano diritta, e lo girò sopra una parete della camera, facendomi formare certi caratteri misteriosi per ottenere buon viaggio e felice ritorno.

La notte era già fatta quando il kadi e gli altri fakih ritornarono alla mia tenda. Presero meco il tè, e m'inbandirono una squisita cena. Vennero pure a trovarmi i principali santi, e tutti ritiraronsi per entrare in città, prima che si chiudessero le porte.

Il giorno fu bello; e la mattina il barometro segnava 28 pollici e due linee e mezzo. La notte fu serena e tranquilla, e la luna risplendeva di tutto il suo lume. Le mie genti eransi accampate sopra un'altura; la mia tenda aveva alla sua base diciotto piedi di diametro, e tredici alla sua sommità: aveva un doppio ordine di cortine ermeticamente chiuse, illuminata da due fanali. Il termometro marcava alle nove ore della sera 15° 1′, e l'igrometro 85°.

Mercoledì 26 ottobre.

La mattina si levò il campo, e quando stavo per montare a cavallo, il kadi e tutti i fakih tornarono per l'ultima volta. Essi mi posero in mezzo, e facemmo due preghiere all'Eterno perchè renda felice il mio viaggio, e dopo i più teneri abbracciamenti, ci separammo colle lagrime agli occhi: erano le sette ore e mezzo del mattino.

Appena rimasi solo caddi in un profondo pensiero.

Diffatti allevato com'ero io in varj paesi dell'Europa civilizzata, mi trovava per la prima volta alla testa d'una carovana, viaggiando in un paese selvaggio senz'altra garanzia per la mia individuale sicurezza, che le mie proprie forze. Partendo dalla costa N. dell'Africa, ed internandomi verso il mezzodì, dicevo a me medesimo: sarò io in ogni luogo ben ricevuto?... quali vicende m'aspettano?... quale sarà l'esito delle mie imprese?.... Sarò io la sventurata vittima di qualche tiranno?.... Ah no! no senza dubbio.... Il sommo Dio che dall'alto del suo trono vede la purità delle mie intenzioni, mi darà il suo appoggio. Uscito da questo stato di turbamento, ne dedussi questa conseguenza: poichè Dio colla sua mano onnipotente mi ha felicemente condotto fin qui a traverso di tanti pericoli, mi condurrà colla medesima prosperità sino al fine.

La mia carovana era composta di diecisette uomini, di trenta bestie, e di quattro soldati di scorta. La tenda destinata alla mia sola persona, aveva per mobili un letto, alcuni tappeti e guanciali, uno scrittojo, e due casse contenenti i miei strumenti, i miei libri e le mie biancherie per uso giornaliero. Tre altre tende erano occupate dal mio equipaggio, dalla mia scorta e dalla mia cucina.

Si viaggiò verso il S. ¼ S. E. fino alle undici ore del mattino che si piegò al S. O. Ad un'ora dopo mezzogiorno si prese la direzione del S. ¼ S. O. fino alle ore tre e mezzo che si fece alto. Quel giorno viaggiando si passò in vicinanza di cinque dovar[8], due de' quali formati di case fabbricate di fango e di pietre, e gli altri tre di semplici tende. Il nostro campo si pose in distanza di cento tese da un dovar di più di sessanta tende divise in quattro gruppi, val a dire in quattro famiglie. Le tende sono fatte di pelo di cammello, e gli sgraziati che vi dimorano non hanno altra abilità che quella di condurre e di aver cura delle gregge. In quel giorno la monotonia abituale del luogo era interrotta dalla ceremonia d'un maritaggio festeggiato col romore del tamburro, delle picche, e di pochi colpi di fucile: non s'udivano le strida delle donne perchè quivi vanno scoperte, e vivono in società cogli uomini. Io non saprei a cosa attribuire questa prevaricazione della santa legge del profeta, che proibisce tale costumanza. Mi riferirono pure i miei domestici d'averne vedute alcune mal vestite e quasi nude.

Il suolo composto di una buona terra vegetale è coperto da una eccellente verdura per i bestiami, ma inutile per le api e per i botanici perchè quasi affatto priva di fiori. Io non potei raccogliere che tre o quattro piante pel mio erbolajo.

Il paese vien circondato di colline da ogni banda: da quella dell'E. vedesi la catena delle montagne di Tetovàn, che si prolunga nella direzione N. S.; ma quivi s'avvanzano all'ouest in guisa che non sono più di due leghe lontane dalla costa occidentale dell'Africa.

All'un'ora e mezzo dopo mezzogiorno attraversammo una ramificazione di queste montagne, che prolungasi fino al mare. Vidi cammin facendo alcuni pezzi di granito di color rosso incarnato con pochissimo feldspato. Dalla sommità di queste montagne scoprivasi perfettamente il Capo Spartel al N. O., ed una immensa estensione della costa. Vedemmo pure ad una grandissima distanza due gruppi di vascelli di linea che sembravano essere quaranta all'incirca[9].

Scendendo al S. della montagna trovasi una vasta e bella pianura, lungo la quale s'aggira il fiume Meschavaalaschef abbondante di acque quantunque diviso in due rami, che passammo a guazzo.

Il cielo era questo giorno alquanto coperto; l'aria rinfrescata da un vento del mattino si fece assai forte dopo il mezzogiorno, in modo d'esserci incomoda perchè accampati sopra un'altura.

Scontravansi varie sorgenti, ed una ne avevamo presso al campo d'un'eccellente acqua.

Alle otto della sera il termometro e l'igrometro esposti all'aria aperta segnavano, il primo 14° e l'altro 85°. Il vento N. E. era fortissimo.

Lungo la strada vidi molte mandre, unica ricchezza di quegli abitanti; ma tutto il terreno era incolto.

Giovedì 27.

Sì riprese il cammino a sett'ore ed un quarto nella direzione di S. E., e due ore dopo si piegò a S. O. fino alle dieci e tre quarti, quando trovandomi sopra un'altura scoprii il Capo Spartel quasi esattamente al N., alla distanza di sei leghe. Vedevasi il mare lontano due leghe e mezzo all'O.; avevamo all'E. la catena delle montagne che dopo tre leghe piega al S. Proseguendo a camminare tra il S. ed il S. ¼ S. O. si perdette di vista il mare, ma non le montagne, che mantennero la stessa apparente distanza sulla nostra sinistra fino alle quattro della sera quando feci alzar le tende.

Il terreno è somigliante a quello percorso nel precedente giorno. Il paese viene formato da vaste pianure qua e là sparse di colline, e coperte d'una verzura, che le uguaglierebbe ai prati dell'Inghilterra se fossero coltivate. La vista di prati così belli affatto abbandonati toccavano vivamente il mio cuore, pensando che nell'Asia e nell'Europa gli uomini circoscritti entro piccoli spazj, periscono in parte, o strascinano una miserabil vita: laddove qui nissuno gode dei benefizj della natura!

Trovai lungo la strada molte sorgenti non discoste le une dalle altre, e di un'acqua assai buona; ed inoltre due piccoli fiumi. Vidi parecchi dovar di tende ai due lati della strada, ed alcuni pochi arabi che aravano coi buoi; mentre da ogni banda osservavansi numerose mandre di pecore, di capre e principalmente di animali bovini.

Le piante di questa contrada non diversificano da quelle che avevo di già raccolte, ad eccezione soltanto di molte palme, palma agrestis latifolia, e di varie felci.

Il tempo ch'era stato assai freddo al mattino a cagione d'un gagliardo vento N. E., si fece caldissimo dopo le dieci ore in cui, calmato il vento, e fattosi il cielo sereno, rimanevo esposto ai cocenti raggi del sole, che mi percuotevano violentemente il capo, quantunque difeso dal turbante, e dal capuccio del bonruons: onde non so comprendere in qual maniera possano i cristiani, che viaggiano in Affrica con cappelli tanto leggieri, resistere ai colpi di così ardente sole.

Gli abitanti d'un dovar vicino al mio campo mi donarono del latte e dell'orzo. La notte non poteva essere migliore, essendosi mantenuta sempre serena e placida.

Avendo prese quattro altezze del sole, trovai col cronometro la longitudine del 23 di tempo O. da Tanger, lo che s'avvicinava assaissimo alla mia stima geodesica: come dall'osservazione del passaggio della luna al meridiano trovai la latitudine N. — 35° 11′ 44″.

Alle nove ore e 20 minuti della sera il termometro nella mia tenda aperta segnava 13° e l'igrometro 64°.

Il luogo in cui eravamo accampati è consacrato ad un pubblico mercato che vi si tiene ogni martedì quantunque non sia che una campagna aperta senza il menomo distintivo. Il vicino Dovar chiamasi Daraïzàna ed è abitato dalla tribù Sahhèl. Gli abitanti mi dissero che Laraisch ossia Larache è posta all'O. ed assai vicina al luogo in cui mi trovavo: se ciò è vero la sua latitudine sarebbe troppo alta nelle carte di Chénier e di Arrowsmith.

Venerdì 28.

Alle sett'ore ed un quarto c'incamminammo al S. O. a traverso una macchia di quercie larga un quarto di lega, chiamata la macchia di Daraïzàna. Alle nove attraversammo il fiume Wademhàzen, e proseguendo la strada nella direzione di S. S. E. scopersi a dieci ore una cappella ed alcune case di campagna, che mi fu detto essere assai vicine a Larache, ed erano da noi lontane circa quattro leghe al N. O. Piegando allora al S. S. O. arrivammo poco dopo il mezzodì ad Alcassar-kibir.

Il paese è formato di bellissime praterie chiuse all'ouest da piccole colline, ed all'est da una catena di monti che s'innalza a tre leghe di distanza. Un'appendice di queste montagne sembrava staccarsi all'ouest per prolungarsi fino al mare ad una lega al sud da Alcassar. Si attraversarono quattro burroni non molto profondi.

Il terreno non diversifica da quelli esaminati ne' giorni antecedenti, fuorchè sembra alquanto più arenoso. Si passò in vicinanza di tre o quattro dovar composti di tende e di baracche, il più grande de' quali non ne aveva più di venti. Feci mettere il campo in distanza di circa sessanta tese da Alcassar. Essendo venerdì entrai in città per fare la mia preghiera nella moschea, che trovai piccola, e di cattivo aspetto; ma la sua principale facciata interna vedesi adorna di alcuni disegni arabeschi.

Alcassar è più grande di Tanger. Le case sono fatte di mattoni, ed i tetti colle capriate a schiena d'asino, sono coperte di tegole come in Europa. Vi si trovano molte botteghe di mori e molte officine in cui lavorano gli ebrei. Questa città, quantunque ricca, mi parve trista e monotona. Vidi varie persone signorilmente vestite: qui tutte le donne portano le calze, e sortono come a Tanger sempre coperte con un velo.

Il cielo in questo giorno fu sempre oscuro, ed insoffribile il caldo soffocante dell'atmosfera nebbiosa. Il governatore d'Alcassar mi fece portare alle otto ore della sera un'abbondante cena, ed accrebbe di sei soldati la mia scorta. Un altro ragguardevole personaggio mi mandò una seconda cena. Il tempo coperto non mi permise di fare veruna osservazione astronomica. Alle otto ore e mezzo il mio termometro all'aria aperta segnava 16° 3, e l'igrometro 40°. Poco dopo incominciò la pioggia; ma l'idrometro indicava che l'aria non era presso alla terra carica d'umidità. Pure una terribile borrasca imperversò tutta la notte.

Sabbato 29.

Non fu possibile di partire avanti le dieci; alcuni muli caddero in quel terreno argilloso ed ancora molle. Attraversai varj orti, ed in seguito si varcò il fiume Luccos che scorre al sud d'Alcassar, e non già al nord, come erroneamente lo indicano tutte le carte. Venni assicurato che questo fiume si getta in mare presso a Larache, nel quale supposto convien dire che piega assai verso il nord nord ouest. Nel luogo in cui io lo varcai a non molta distanza da Alcassar scorre ad ouest ¼ nord est; ed in tal luogo è povero d'acque, comecchè per altro si sappia che le sue escrescenze sono terribili.

Continuammo il cammino ora in una, ora in altra direzione, ma generalmente al sud sud est; ed al sud dalle due ore dopo mezzodì fino alle cinque, allorchè si fece alto.

Dopo avere attraversato il fiume si trovò il paese continuamente montuoso, e la vista era sempre circoscritta dalle sommità vicine. Ad un'ora dopo mezzogiorno scendemmo in una bella pianura di circa una lega di diametro, sparsa di alcuni dovar, e fiancheggiata di montagne, lungo le quali si camminò fino a sera.

Il terreno era di quando in quando arenoso, ma per lo più composto d'una terra argillosa tutta ingombra di cardi secchi assai bianchi, che presentavano l'immagine d'un paese coperto di nevi. Osservai altresì alcuni tratti sparsi di sassi calcarei rotolati dalle acque.

In questo giorno si videro passare sopra di noi, ma ad una sterminata altezza nella direzione nord est immense schiere di uccelli, di cui, per la soverchia distanza, non si potè conoscerne la specie. Una di queste schiere di circa quattro mille individui, aveva l'apparenza d'un'armata ordinata in battaglia.

Il cielo fu coperto di nubi, ed alle tre ore pioveva leggermente. La notte fu simile al giorno; e mi tolse il piacere di occuparmi di qualche operazione astronomica. Alle tre ore, essendo esposti all'aria libera, il termometro segnava tredici gradi e sei linee, e l'igrometro 85.

Domenica 30.