VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI IN AFRICA ED IN ASIA
TOMO II
VIAGGI
DI
ALI BEY EL-ABBASSI
IN AFRICA ED IN ASIA
DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807
TRADOTTI
DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI
con tavole in rame colorate
TOMO II
MILANO
Dalla Tipografia Sonzogno e Comp.
1816.
VIAGGI
in AFFRICA ed in ASIA
FATTI DAL 1803 AL 1807.
CAPITOLO XV.
Descrizione di Marocco. — Santi. — Palazzo del sultano. — Giudei. — Giardini. — Corvi. — Leprosi. — Monte Atlante. — Brebi. — Collezione di alcuni vocaboli di quell'idioma.
La città di Marràhsch, o Marocco, antica capitale del regno di questo nome, ruinata da una lunga serie di disastrose guerre, spopolata dalla peste, non conserva ora che l'ombra del suo passato splendore. Ne' tempi della sua prosperità una popolazione di quasi settecento mille abitanti ravvivava l'agricoltura, le arti, ed il commercio del paese: al presente appena conta trenta mille abitanti.
Le sue mura che sopravissero alle ingiurie del tempo, e della mano degli uomini, ne attestano l'antica grandezza. Esse girano tre leghe, e questo spazio è adesso ingombro di ruine, o trasformato in orti; la minor parte forma la presente città; e quantunque le muraglie delle case siano tirate a filo, e formino contrade, lasciano ancora nell'interno delle isole grandi spazj vuoti.
Molte osservazioni astronomiche mi hanno data la longitudine della mia casa, chiamata Bebhamed Duquali posta quasi nel centro delle mura: longitudine orientale = 9° 55′ 45″: dell'osservatorio di Parigi, latitudine settentrionale = 31° 37′ 31″; e la declinazione magnetica = 20° 38′ 40″ Orient.
Le strade della città sono di larghezza assai disuguali, allargandosi qua e là e ristringendosi più volte. Gli accessi alle case alquanto considerabili sono quasi sempre formati da chiassolini tanto angusti e così tortuosi, che un cavallo non vi passa senza difficoltà; e ciò fu espressamente fatto dai grandi per potersi più facilmente difendere nelle rivoluzioni popolari, e nelle frequenti guerre de' scheriffi per la successione al trono, poichè bastano quattro o sei uomini per difendere uno di questi vicoli. Per la stessa ragione le case sono provvedute di feritoj, e la mia sembra, piuttosto che una casa, una fortezza.
L'architettura di Marocco non è diversa da quella delle altre città dell'impero; val a dire che le case sono composte di un cortile con gallerie, o corritoj all'intorno, cui corrispondono lunghe e strette sale, illuminate soltanto dalla luce che entra per la porta. Le principali case hanno due e tre cortili simili al descritto; la mia ne conta cinque. Poche sono quelle che abbiano finestre verso la strada. Molte sono fatte di pietra, ma la massima parte di smalto composto con terra, sabbia, e calce che si batte entro due tavole applicate alle due superficie del muro; ciò che chiamasi tàbbi.
La città di Marocco contiene varie piazze o mercati, che come le strade, non sono nè lastricate, nè coperte d'arena; la qual cosa le rende estremamente incomode, sia ne' giorni piovosi a cagione del fango, come ne' tempi asciutti per la soverchia polvere.
Tra le molte moschee di Marocco se ne contano sei grandi, delle quali le principali sono El Kautoubia, El Moazinn, El Benious. Trovasi la prima isolata in mezzo ad un grande spazio scoperto: elegante ne è la sua architettura, e l'altissima sua torre si rassomiglia molto a quella di Salè. La moschea di Benious conta omai seicento cinquantadue anni da che fu fabbricata: è grande assai, ma la sua architettura presenta una bizzarra mescolanza di architettura antica e moderna, essendo stata in molte parti rifatta di nuovo. Trecento cinquant'anni dopo fu innalzata la moschea El Moazinn veramente magnifica, e posta in vicinanza della mia casa. Le sono addetti dieci ministri, assai mediocremente pagati per ordine del sultano colle entrate della moschea: di modo che questi ministri, come tutti gli altri di Marocco sono obbligati di procacciarsi la loro sussistenza col travaglio, o colle pie truffe dei talismani che vendono per guarire le malattie, i veleni, le ferite, i maleficj ed altri accidenti.... Ah grande Maometto! voi non ingannaste mai gli uomini con sì piccole frodi!... Il profeta non si arrogò giammai il dono dei miracoli, pubblicamente confessando che fu accordato a Gesù Cristo, e non a lui.
Sidi Belabbèss è il santo patrono di Marocco. La sua moschea, come quella di Muley Edris a Fez, è composta d'una sala quadrata coperta da una cupola ottagona, le di cui travature sono incise e dipinte in rabeschi, e coperte al di fuori di tegole inverniciate e colorite. Il sepolcro del santo è coperto di molte stoffe di lana e di seta, poste le une sopra le altre: vedesi da un lato la cassa delle elemosine. Il palco, ed una parte delle muraglie sono coperti di tappeti, e di altri drappi.
Presso al salone o moschea sono molti cortili con portici e camere destinate ad alloggiare i poveri, i storpiati, gl'invalidi, i vecchi. Questo spettacolo è ributtante, ed al triste aspetto che presentano tante miserie dell'umanità, si aggiunge la mancanza di quelle saggie istituzioni praticate in Europa negli stabilimenti di tale natura. Mille ed ottocento infelici dei due sessi sono al presente alimentati in questo luogo col prodotto delle elemosine, e colle entrate della moschea.
Questo santuario serve pure d'asilo agli sgraziati perseguitati dal dispotismo, i quali rifugiatisi nel suo circondario possono negoziare la loro grazia, ed aspettare di essere riammessi al godimento de' loro diritti, essendo intanto sicuri che il loro asilo non sarà violato. Per altro non avvi veruna legge positiva in favore di tale immunità, ma è talmente fondata sulla pubblica opinione, che quel monarca che, abusando del suo potere, osasse di violarla, sarebbe irrimediabilmente perduto nelle rivoluzioni che farebbe nascere. Quanto è mai vantaggioso all'umanità questo pregiudizio in un paese ove l'abitante, privo d'ogni civile guarenzia, trovasi assorbito dallo spaventoso vortice del despotismo! Il capo di questo stabilimento ha, come quello di Muley Edris a Fez, il titolo El Emkàddem, il vecchio, ed è egualmente rispettato; anzi incomincia ad avere odore di santità.
Farò qui parola dei due più gran santi che attualmente vivono nell'impero di Marocco; uno de' quali Sidi Ali Benhamet risiede a Wareu, ed il secondo chiamato Sidi Alarbi Beumàte trovasi a Tedla.
Questi due santi si può dire che quasi decidano della sorte dell'impero, perchè si crede ch'essi soli provochino sul paese le benedizioni del cielo. Nel loro distretto non avvi nè pascià, nè kaïd, nè governatore del sultano, e non si paga alcun tributo: il popolo viene governato dal rispettivo Santo, sotto una specie di teocrazia ed in una tal quale indipendenza. È tanta la venerazione di cui essi godono, che quando visitano le provincie, i governatori vicini ricevono i loro ordini, ed i loro consigli. Non però lasciano i due santi di predicare la sommissione al sultano, la pace domestica, e la pratica delle virtù. Immenso è il prodotto dei doni, e delle elemosine che loro si fanno, e forse non v'è una sola donna in tutto l'impero che non si procuri l'opportunità di parlargli quando vengono nel proprio paese. In questi religiosi viaggi sono accompagnati da una folla di miserabili che cantano le lodi del Signore, o quelle dei Santi personaggi. Li seguono pure molti uomini armati, preparati a difendere la santa causa a colpi di fucile.
Ho di già fatto osservare che questa celeste grazia della santità era in alcune famiglie ereditaria: il padre di Sidi Ali era un gran santo; Sidi Ali lo è attualmente, ed il suo maggior figlio Sidi Bentcami incomincia ad esserlo.
In un gran giro che Sidi Ali fece a Marocco, ebbi l'onore d'intrattenermi con lui; egli liberò la mia dilicata coscienza da qualche scrupolo. Gli feci un piccolo dono di mille franchi, ed egli mi diede una magnifica pelle di leone, sopra la quale egli da tredici anni faceva la preghiera: vi aggiunse molte confetture ed un gran vaso di siroppo di limone, ch'egli costuma di mischiare col suo te. Non trascurai di encomiare molto questo siroppo quando ne presi in sua compagnia. Sciolto affatto da ogni mondano interesse, il sant'uomo impiegò il danaro ch'io gli diedi, ed il prodotto delle abbondanti elemosine che aveva ricevute, nell'acquisto di fucili e di altre armi pei difensori della fede che l'accompagnano.
L'aspetto di Sidi Ali, dell'età di circa cinquant'anni, è venerando e grave. Un volto regolare, colori risentiti, occhi vivaci, piccola barba candida come la neve, forme piccole e pienotte perfettamente proporzionate... Dio sia lodato! Il suo abito sempre uguale consiste in una specie di camicia, o piccolo caftan di lana bianca, un piccolo turbante, una specie di hhaik leggere di lana bianca, che coprendo la testa del santo gli ondeggia sciolto sulle spalle e sui fianchi a guisa di piccolo mantello. La sua voce alquanto nasale acquista grazia dalla sua divina dolcezza. Il maggior figlio di Sidi Ali cammina sulle traccie del padre, e spira santità malgrado la sua fresca età. Può avere ventisei anni, ma è più grande e grosso di suo padre, e più rossiccio. Altri figli avuti dalle sue negre, accompagnavano il santo che viaggia in una lettiera sostenuta da due muli. Questa lettiera è abbastanza lunga perchè l'uomo apostolico possa coricarsi quando trovasi stanco d'avere colle sue ferventi preghiere chiamate sopra l'impero le grazie della divinità.
Non ho potuto vedere Sidi Alarbi che era a Tedla, ma conosco un suo nipote venuto a ritrovarmi da parte sua. Egli è rubicondo assai, e talmente grosso d'avere difficoltà di respiro. Mi si disse che Sidi Alarbi, è ancora più grande e grasso del nipote. Onde apparisce che i digiuni, e le mortificazioni non pregiudicano al vigore ed alla sanità dei nostri santi. Si aggiungeva che a fronte della sua pinguedine Sidi Alarbi monta leggermente a cavallo, e sa ben tirare un colpo di fucile, lo che è un nuovo favore della divinità. Sgraziatamente ebbero luogo alcuni diverbi tra questo santo ed il Sultano Muley Solimano. Avendo l'ultimo fatta fabbricare una moschea nel territorio di Tedla, ed avendo forse mancato a certi riguardi, Sidi Alarbi credette di doverla convertire in una scuderia. Muley Solimano per rappacificarlo gli donò mille ducati; ed il venerabile santo mandò in vece mille montoni al Sultano. Giova sperare che quest'atto di pentimento gli procurerà la misericordia di Dio per le raccomandazioni del santo.
La città di Marocco ha nove porte. Le mura che la circondano sono abbastanza solide, altissime, ed armate di torri al di fuori, tranne dalla banda del palazzo del sultano, ove invece sono al di dentro, formando come una cittadella che domina la città. Le muraglie sono quasi tutte costrutte di terra battuta colla calce.
Il palazzo del sultano trovasi al S. E. del circondario della città. Viene formato dall'unione di molte fabbriche assai vaste; perchè oltre gli appartamenti del Sultano, de' suoi figliuoli, di Muley Abdsulem, e dell'infinito numero di donne che loro appartengono; vi si trovano diversi giardini ed orti. Sonovi pure le abitazioni delle persone della corte, dei domestici, delle guardie, due moschee, ed immensi cortili o piazze nelle quali il Sultano accorda le sue meschouàrs, ossia pubbliche udienze. Tanti edificj formano un laberinto di muri, e come un'altra città, il di cui esterno recinto può avere una lega e mezzo di circonferenza.
Per entrare nel palazzo propriamente tale, dopo avere attraversate tre immensi cortili, o piazze d'udienza, conviene da prima entrare in un quarto cortile ove trovasi il corpo di guardia, di poi passare in un altro, in mezzo al quale vedesi un cobba, o casuccia quadrata alcuni piedi più alta sopra il piano del cortile. Questa casuccia internamente coperta di tappeti, e provveduta di alcuni cuscini è il luogo in cui stanno i grandi ufficiali di corte in attenzione degli ordini del Sultano: è propriamente un'anticamera, ove le persone obbligate a risiedervi si fanno servire di pranzo e di cena. Da questo cortile si entra in un vestibolo, ove trovansi paggi di servizio, ed un'altra guardia; e di là finalmente si entra in un giardino, ove sono due casette di legno, in una delle quali il Sultano suol ricevere le persone.
Questo giardino di forma regolare è pieno d'aranci, è assai bello, e ben provveduto di fiori e di piante aromatiche. Le donne non vi entrano. Esse ne hanno alcuni altri di loro esclusivo uso inaccessibili agli uomini. Tra le due casette vedesi un pilastro sopra il quale è collocato un quadrante solare orizzontale. Un giorno che aveva fatto portare i miei strumenti, osservai il passaggio del sole per prendere la latitudine di questo punto, e feci un segno sul pilastro, affinchè si rettificasse la posizione del quadrante che trovavasi alquanto disorientato. Feci quest'operazione in presenza del sultano.
Un'altra volta il sultano mi condusse egli medesimo nell'interno del palazzo, e mi fece vedere i bei appartamenti fatti all'europea con grandi finestre dalla banda del giardino, ed una magnifica sala, che non aveva altri mobili che pochi tappeti. Quest'appartamento che trovasi al primo piano è assai bello, e soltanto la scala è mal collocata, oscura, ed assai meschina. Nello stesso giardino trovasi un passaggio interno per andare nell'appartamento di Muley Abdsulem posto a fianco del palazzo. Quest'entrata non ha guardie, ma le porte sono sempre chiuse; ed il portinajo non le apre che al Sultano, a Muley Abdsulem, ed a me: per ogni altra persona è necessario un ordine particolare del Sultano. La casa di Muley Abdsulem è abbastanza spaziosa, ed ha pure in sul davanti un bel giardino.
La Giuderia ossia il quartiere de' Giudei, che ha pure un parziale recinto, è situato tra il palazzo e la città. Anche questo quartiere fu ruinato come gli altri, e vi si trova solamente un mercato abbondantemente provveduto. La porta viene chiusa la notte ed il sabbato, è custodita da un kaïd.
I Giudei di questo quartiere si fanno ascendere a circa due mille; quali tutti, senza distinzione d'età nè di sesso, non possono entrare in città che a piedi nudi; e sono trattati con estremo disprezzo. Il loro abito di color nero è assai meschino, ed è perfettamente eguale a quello de' Giudei di Tanger. Il loro capo che sembra un buon uomo, e che venne più volte a ritrovarmi, non veste meglio degli altri. Le donne vanno per le strade col volto scoperto, ed io ne vidi alcune assai belle, anzi straordinariamente belle. La loro capigliatura per lo più bionda, ornata di rose e di gelsomini, dà ai loro volti un'aria seducente. La dilicatezza e la regolarità dei tratti, l'eleganza del corpo, la bellezza degli espressivi loro occhi, le grazie allettatrici sparse su tutta la persona, danno loro quel bello ideale, che invano cercasi altrove che nei capi d'opera della greca scoltura. Eppure queste singolari bellezze sono disprezzate ed avvilite; esse vanno a piedi nudi, e sono obbligate di prostrarsi ai piedi riccamente ornati delle orribili negre, che godono dell'amor brutale e della confidenza dei Musulmani loro padroni. I figli maschi de' Giudei sono belli finchè sono giovanetti, ma degradono coll'avvanzare degli anni, talchè difficilmente si vede un Giudeo di bell'aspetto in età matura. Devesi ciò forse ascrivere alle sofferenze inseparabili dall'orribile schiavitù che li opprime?
I Giudei esercitano molte arti o mestieri; sono essi i soli argentieri, i soli lattonaj, i soli sarti di Marocco. I mori sono soltanto calzolai, falegnami, muratori, magnani, e fabbricatori di hhaik.
Anticamente la città di Marocco era circondata di giardini, e di belle piantagioni, che stendevansi a grandissima distanza. Per l'irrigazione di que' giardini vi derivavano dalle montagne dell'Atlante moltissime sorgenti per mezzo di acquedotti, o canali scoperti: grandiose opere, di cui al presente non rimangono che le ruine per attestare alle persone istruite che gli arridi deserti ond'è al presente circondata la città, erano ameni e fertili orti. I pochi giardini tutt'ora esistenti ricevono l'acqua da alcuni conservati acquedotti sotterranei; tra i quali quello che conduce alla mia villa di Semelalia è così grande, che gli uomini incaricati di ripulirlo vi passeggiavano sotto in piedi fino ad una ragguardevole distanza. Quest'acqua è eccellente.
La pianta più comune ne' contorni di Marocco è la palma. Quest'albero si solleva ad una prodigiosa altezza; ma i frutti nè uguagliano quelli di Taffilet, nè possono conservarsi secchi tutto l'anno: chiamansi billòh. Entro e fuori del circondario di Semelalia io possiedo molte di queste piante; e nel mio giardino io mangiavo frequentemente del midollo, ossia della parte centrale del tronco, che è un'eccellente cosa.
In una foresta di palme tra Semelalia e Marocco si è formata una specie di repubblica di corvi, le di cui costumanze sono affatto singolari. Ogni mattino allo spuntar del giorno questi uccelli partono tutti in traccia di cibo, recandosi in luoghi assai lontani senza che che rimanga un solo in quel contorno: tornano poi verso sera riunendosi a migliaja nel bosco e facendo un orribile fracasso, quasi fra di loro si facessero il racconto delle avventure di quel giorno: cosa da me più volte osservata tanto in tempo d'estate che d'inverno. A fronte delle praticate diligenze io non ho mai potuto trovare in queste parti i corvi a piedi rossi osservati da altri viaggiatori e naturalisti.
Trovasi a breve distanza da questo bosco un sobborgo isolato abitato soltanto da famiglie che hanno la sventura di essere infette da una espulsione somigliante alla lepra, che si propaga di padre in figlio. Quest'infelici sono esclusi dalla società degli altri abitanti, e non avvi persona che ardisca di avvicinarli.
Vedesi stando a Marocco la Cordelliera dell'Atlante, di cui un quarto rimane costantemente coperto dalla neve. Ho calcolato che nella sua totalità possa avere 13,200 piedi d'altezza sopra il livello del mare; ciò dico per approssimazione, giacchè per averne un'esatta misura avrei dovuto eseguire delle operazioni trigonometriche, che avrebbero allarmato i barbari che mi circondavano, e sagrificai quest'oggetto, siccome molti altri, al mio grande progetto. Questa cordelliera è posta obbliquamente innanzi a Marocco dirigendosi dal S. O. al N. E., ma la parte più immediata trovasi al S. della città non più distante di sei leghe. Essa si prolunga nell'interno dell'Affrica, e si volge al levante passando al S. d'Algeri, e di Tunisi fino ai confini di Tripoli. Avremo opportunità di parlare altrove di queste montagne, esaminandole sotto un diverso rapporto.
I viveri sono più a buon mercato a Marocco, che a Tanger, o a Fez. Questa sgraziata capitale quasi spopolata affatto dalle guerre e dalla peste ha perduto ogni commercio. Le arti e le scienze non possono prosperarvi, nè avervi incoraggiamento, mancando Marocco perfino d'una scuola di qualche importanza. Il circuito delle mura, l'immenso ammasso di ruine, gl'infiniti acquedotti resi inutili, i vasti cimiterj che la circondano, possono soli rendere credibile una distruzione così rapida, e così sorprendente.
L'alcaïsseria di Marocco non è paragonabile a quella di Fez, ma gli Arabi delle vicine montagne vengono a farvi le loro provvisioni; lo che anima alcun poco il mercato.
Questi Arabi montagnardi sono tutti di piccola statura, negri, abbrustoliti del sole, e di un ributtante aspetto. Sono conosciuti sotto il nome di Brebi, e formano una nazione separata. Quantunque la maggior parte di loro sappia parlare l'arabo come gli altri abitanti, si valgono d'un idioma affatto diverso dalla lingua araba, fuorchè nelle espressioni prese dalla medesima. Io mi feci spiegare alcuni vocaboli, di cui ne do la seguente nota:
| Amànn | acqua. |
| Agròm | pane. |
| Tiffli | carne. |
| Oudi | buttiro. |
| Tàmment | miele. |
| Adìl | uva. |
| Accaïnn | dattilo. |
| Agmàr | cavallo. |
| Tèzerdunt | mulo. |
| Erguez | uomo. |
| Tamgart | donna. |
| Tamtot | donna. |
| Taouàïa | negra. |
| Yessèmh | negro. |
| Aguioul | asino. |
| Taguiòul | montone. |
| Tehzi | pecora. |
| Tagat | capra. |
| Tofòunagt | vacca. |
| Azuer | bue. |
| Aïdi | cane. |
| Idan | cagna. |
| Tigmi | casa. |
| Agadir | muro. |
| Lafit | fuoco. |
| Imi | porta. |
| Zeccar | albero. |
| Timuzunìn | argento monetato. |
| Kareden | rame monetato. |
| Afous | mano. |
| Adar | piede. |
| Alen | occhio. |
| Imi | bocca. |
| Tamàrt | mento. |
| Medden | del mondo. |
| Tadovatz | calamajo. |
| Taparout | chiave. |
| Touslinn | forbici. |
| Hint | coltello. |
| Ohsan | dente. |
| Ils | lingua. |
| Egf | testa. |
| Iberdan | arredi. |
| Amzog | orecchio. |
| Inzar | naso. |
| Adouco | scarpa. |
| Sabàït | scarpa. |
| Iducan | scarpe. |
| Zifr | libro. |
| Quièguit | carta. |
| Maismennek | come vi chiamate? |
| Saoval | chiamare. |
| Aglid | sultano. |
| Amgar | pascià. |
| Aronco | vaso. |
| Torazinn | orzo. |
| Ierdenu | grano. |
| Ibaun | fave. |
| Turigt | sale. |
| Abdan | pelle. |
| Idemmen | sangue. |
| Azèr | capelli. |
| Iegzan | braccio. |
| Ifedden | ginocchio. |
| Tàdautt | dorso. |
| Addiss | ventre. |
| Ovoul | cuore. |
| Eguer | spalla. |
| Adat | dito. |
| Idudan | dita. |
| Aglid moccorn | Dio. |
| Taffoct | sale. |
| Aïour | luna. |
| Azal | giorno. |
| Gayret | notte. |
| Zik | mattino. |
| Tedduguet | sera. |
| Tirerninn | l'ora dopo mezzogiorno. |
| Takourinn | due o tre ore dopo mezzogiorno |
| Tenouschi o el mogareb | tramontana del sole. |
| Tenietz o al Ascha | ultimo crepuscolo. |
| Idgam | jeri. |
| Azca | domani. |
| Azzummeit | freddo. |
| Ierga | calore. |
| Elhhall | tempo. |
| Behra | molto. |
| Imik | poco. |
| Ariatzaat | di qui a poco. |
| Aschat | venite. |
| Ascht | venite. |
| Souddo | andate via. |
| Adrer | montagna. |
| Azif | fiume. |
| Aragar | piano. |
| Orti | giardino. |
| Atchag | mangiate. |
| Atzog | bevete. |
| Igdad | uccelli. |
| Hoùloussen | pollo. |
| Tigliaï | ovo. |
| Taouount | rupe. |
| Accoraï | bastone. |
| Aganìmm | canna. |
| Ouchen | lupo. |
| Tiflouz | tavola. |
| Acal | terra. |
| Imèndi | grano. |
| Tigant | sale. |
| Agauhha | cucchiajo. |
| Timsguida | moschea. |
| Tahanutz | bottega. |
| Araam | cammello. |
Numeri.
| Tau | uno. |
| Sin | due. |
| Crad | tre. |
| Cos | quattro. |
| Semmòs | cinque. |
| Seddès | sei. |
| Za | sette. |
| Tam | otto. |
| Tza | nove. |
| Meràou | dieci. |
| Ian de meraou | undici. |
| Sin di meraou ec. | dodici. |
I Brebi contano così fino al venti, ch'essi chiamano aascharinn come gli Arabi, di cui ne hanno adottate le espressioni numerali di decine, che combinano colle unità brebe; per esempio
| Cos de ascharinn | ventiquattro. |
| Za de telatiun | trentasette. |
Usano pure le espressioni;
| Ascharin de meraou | trenta. |
| Telatin de meraou | quaranta ec. |
Secondo la costumanza de' Francesi, che dicono sessanta dieci, quattroventi dieci.
Rimarcansi nelle montagne diversi dialetti della lingua breba: tutti estremamente poveri e formanti misti d'arabo; di modo che si può prevedere che la lingua breba scomparirà in pochi secoli. Per iscrivere in questa lingua si adoperano i caratteri e l'ortografia araba: ma a fronte delle mie più diligenti ricerche non ebbi notizia di verun altro libro scritto in questo idioma.
CAPITOLO XVI.
Malattia d'Ali Bey. — Storia naturale. — Eclissi della luna. — Ritorno del Sultano. — Regalo di donne. — Annuncio del viaggio alla Mecca. — Visita di etichetta, e regalo del Sultano. — Tenda mandata dal medesimo. — Ali Bey parte da Marocco.
Mentre mi trovavo a Semelalia fui sorpreso da grave malattia, che mi ridusse agli estremi. Nel corso di tre mesi ebbi cinque gravi ricadute, che mi lasciarono così debole da non potermi neppure leggermente occupare de' miei più favoriti studj. Rimasi costantemente nel mio palazzo di Semelalia senza medico, perchè non voleva prevalermi di quelli del paese, e non eravi in Marocco alcun medico europeo. Dovetti perciò curarmi da me stesso, adoperando i medicamenti, di cui ne aveva meco un abbondante provvisione, accompagnata da una apposita istruzione intorno al modo di farne uso; ed ebbi la fortuna nel tristo stato di trovarmi affatto abbandonato a me medesimo, di non perdere affatto i sensi. Quando potevo alzarmi del letto non omettevo di fare qualche operazione astronomica; e rispetto alla storia naturale raccolsi i seguenti fatti.
In maggio i pomi granati erano perfettamente fioriti, come ancora le palme e gli ulivi: gli albicocchi erano maturi, e tagliavasi l'orzo.
In sul finire di giugno incominciava la stagione dei fichi che durava fino alla metà d'agosto.
In luglio eranvi popponi e pastinache, e verso la fine d'agosto si ebbero i primi dattili di Taffilet.
Alla metà d'agosto i mercati incominciarono ad essere abbondantemente provveduti di uve.
In giugno ed in luglio eranvi molti citriuoli, pomi d'oro, ec., legumi di varie sorti, e si raccolsero le granaglie.
Il giorno 31 luglio i miei domestici uccisero nel mio giardino d'estate un serpente lungo sei piedi e quattro pollici, e della circonferenza di cinque pollici ed otto linee nella parte più grossa. Questo rettile mi parve analogo al coluber molurus o al boa; ma egli aveva sulla testa alcune grandi piastre, che lo avvicinavano al Scitale. Io sono di parere che sia d'una specie sconosciuta: ma per mala sorte era un animale immondo, che la legge non permetteva di toccare; onde non potei esaminarlo attentamente, nè disegnarlo, lo che sarebbe stato un delitto in faccia alla gente che mi stava intorno. Perciò i miei domestici si affrettarono di levarmelo dinnanzi e portar lontano quest'animale così bello e curioso. Come mai potrebbero le scienze naturali fare alcun progresso ne' paesi mussulmani!
Ne' tre mesi di maggio, giugno e luglio l'atmosfera fu quasi sempre serena.
Nel medesimo giorno in cui si trovò il bel serpente un vento di S. O. portò una specie di turbine che si mantenne molto elevato, o dirò forse meglio, una massa di vapori che aveva un orribile aspetto. Non vedevasi alcuna nube, ed il lontano orizzonte sembrava un immenso vortice di fiamme, mentre una linea rubiconda sembrava circondarci da ogni lato all'altezza apparente di sei gradi; e di là fino allo zenit il cielo era tutto di colore citrino. Il disco solare era bianco smaccato, affatto privo di splendore e rassomigliava ad un globo di terraglia, o a dir meglio ad un disco di carta bianca. Il termometro era salito al 36°, ed il calore era effettivamente soffocante. Questa meteora si mantenne tutto il giorno; e fu portata senza dubbio dal vento simoum dal deserto, comechè non abbia potuto per cagione del monte Atlante dispiegare al di qua delle cordelliere la sua forza distruggitrice.
L'atmosfera fu alquanto meno carica all'indomani, e quantunque il sole la penetrasse con difficoltà, non presentò il fenomeno del precedente giorno.
Due dì dopo l'atmosfera si caricò di nubi, il tempo fu borrascoso, il vento soffiava interrotto con violenza, accompagnato da' rovesci d'acqua, e da tuoni.
Mi fu detto con asseveranza che in tale epoca non avevansi mai nè borrasche nè pioggie, che non incominciano prima d'ottobre.
Alla metà d'agosto i popponi sono maturi.
In sul finire dello stesso mese maturano ancora e sono già grossi i pomi granati che si raccolgono alla metà di settembre.
Incominciasi ad aver dattili a mezz'ottobre, di cui se ne fa la piena raccolta in novembre, come nell'ultima quindicina dello stesso mese raccolgonsi ancora le olive.
Alla stessa epoca incominciano a cadere le foglie; ma quest'anno gli alberi si spogliarono così lentamente, che ne' primi giorni di decembre conservavano ancora due terzi di foglie.
In tale stagione io avevo nel mio orto ogni sorta di verdure e di legumi: radici, cipolle, agli, lattuche, fave, cavoli ec. L'orzo era bellissimo, ed era già alto quasi otto pollici.
Dopo le borrasche d'agosto, il tempo fu costantemente bello, non essendovi state che alcune brevi e leggieri pioggie; onde incominciavasi a sentire il bisogno dell'acqua, perciocchè alla fine di novembre i terreni erano così asciutti, che non si potevano seminare. Può darsi che quest'anomalia fosse cagione della tarda caduta delle foglie. Fatto è che tale siccità fu assai dannosa alla provincia di Duquela, risguardata come il principale granajo dell'impero.
Viene costantemente osservato che in sul finire d'agosto tutte le cigogne sono di già partite alla volta di Soudan. Io ne avevo tre nel giardino d'estate, cui erano state raccorciate le ali, che rimasero tranquille affatto, ed assai famigliari: di modo che venivano, a farmi compagnia quando io pranzavo nel padiglione sotto un pergolato, e quantunque avessero rifatte le ali non pensarono pure alla partenza.
Le notti e le mattine freddissime alla fine di novembre cagionano molti reumi. Fra i primi giorni di questo mese non si videro più nè ranocchi, nè rospi. Il dieci novembre furono trovati sotto il guanciale del mio letto due scorpioni (scorpio africanus di Linneo).
Le mosche incominciano a diminuire verso la metà di novembre, e verso il fine non se ne vedono più. I mosconi erano di già scomparsi in ottobre.
Il termometro esposto al sole ad un'ora dopo mezzogiorno marcò il primo di decembre 41°; e perchè continuava a salire, mancando maggior vuoto nel tubo dovetti ritirarlo perchè non si rompesse. Lo stesso giorno segnò all'ombra 21° 2′.
Lo esposi più volte ne' giorni susseguenti, e gradatamente montò sempre meno.
Il maggior caldo che si ebbe in estate fu il due, ed il tre di settembre. Il termometro all'ombra segnò 38° 8′.
Alla metà di decembre gli alberi non erano ancora spogliati affatto di foglie.
Il 18 decembre osservai una cigogna che volava sopra i miei giardini senza che le mie tre cigogne facessero verun movimento. Siccome non trovavasi allora ne' contorni di Marocco alcun uccello di tale specie non saprei dire da qual parte venisse questa, tanto più che non era di passaggio, giacchè dopo aver volteggiato tre o quatro volte sopra Semelalia partì dirigendosi al N. E. Forse che alcune cigogne si rimangono tutto l'inverno nascoste in paese. Questo giorno era turbato, e la mattina vi fu un uragano che forse fu quello che fece sortire la cigogna dal suo ritiro.
Il 19 decembre incominciarono le pioggie; e prima che terminasse il mese gli alberi non avevano più foglie.
Dopo mezzogiorno del 31 decembre il sole aveva una corona mal terminata, che mostrava tutti i colori dell'iride assai vivaci sopra una superficie di due gradi della sua circonferenza. Il fondo, per così esprimermi, era d'un bianco che piegava al grigio come una corona lunare sopra uno spazio di duecento, ed il rimanente appariva confuso.
Le pioggie continuarono, e la seminagione si fece alla fine di decembre. Non si udì il tuono che la notte del 30 decembre, ed il primo fu veramente spaventoso. I venti furono quasi costantemente d'Ovest.
Il minor calore fu da 7° sopra zero di Réaumur il 18 decembre alle cinque ore della mattina; e pure in quel giorno, e nell'ora medesima il freddo era sensibilissimo.
Il primo gennajo alle dieci ore e mezzo del mattino il termometro esposto al sole segnava 29° 5′.
Avevo ne' miei giardini quattro gazzelle perfettamente addomesticate. Allorchè vedonsi affatto libere i loro giuochi sono veramente dilettevoli, facendo salti e capriole sorprendenti. I miei giardinieri le perseguitavano perchè mangiavano, e guastavano le piante, ma io le proteggevo perchè i giardini erano abbastanza grandi per non lasciar sentire i guasti che facevano. Addomesticate come le cigogne non mi privavano mai della loro compagnia in tempo del pranzo e della cena; di modo che aveva in loro e nelle cigogne le sette mie migliori amiche.
Desiderando che la morte non rattristasse il sacro recinto della mia semelalia, proibij, severamente ogni sorta di caccia. Volevo con ciò offrire agli uccelli nel mio podere un sicuro asilo; ove il variato canto di tante diverse specie faceva della mia Semelalia un paradiso terrestre. Allorchè passeggiavo fuori dei giardini; ma però sempre entro il recinto generale, varie bande di pernici mi stavano dintorno, ed i conigli passavano spesso, per così dire, tra le gambe. Io cercavo d'allettare, ed addomesticare questi animali, che corrispondevano alle mie cure assai più di alcuni uomini che chiamansi civilizzati. Gli uccelli non temevano di venire a prendere le miche di pane che gli gettavo, ed entravano senza timore nelle mie camere, e la notte io avevo le tende del mio letto coronate di uccelli liberi nel paese della schiavitù.
Non ottenni però mai di render familiare un triste chakal ch'erami stato recato. Gli avevo fatta fabbricare una casuccia; terminata la quale, per lasciargli maggiore libertà, gli feci levare la catena, e lo lasciai padrone del suo nuovo alloggio: ma egli seppe aprirsi un passaggio sotto il muro, e fuggì con tanta destrezza (giacchè non oserei dire altrimenti) quanta ne avrebbe appena saputo impiegare un essere ragionevole. Vero è che il mio chakal era incoraggiato dalle grida de' suoi compagni, che venivano la notte in truppe intorno a Semelalia: e perchè i molti cani d'ogni specie ch'io tenevo al di dentro rispondevano abbajando in varj tuoni, venivo ad avere due bande di musica notturna, spesse volte sostenuta dai contrabassi dei ragli dei giumenti, mentre i galli, ed i polli di Guinea faceano le parti di soprano. Tale cacofonia lungi dal sembrarmi disaggradevole mi riusciva aggradevole: niente vi era d'artefatto.
Pareva che la fama dell'immunità della mia villa si fosse estesa fino ai deserti poichè io vidi numerosissime truppe di gazzelle venire a diporto, e giuocare a centinaja intorno alle mura di Semelalia. Forse m'illuderò, ma parvemi talvolta, ch'esse bramassero la licenza d'entrarvi.
Feci un assai interessante collezione di piante, d'insetti, e di fossili di Semelalia. Fra gl'insetti trovasi l'aranea galleopodes magnifica per la sua grandezza: la prima volta ch'io la vidi mi spaventò da dovero, tanto più ch'ella passò sul mio petto mentre stavo seduto sul soffà. Tra i fossili bellissima è la raccolta dei porfidi e dei ciottoli rotolati giù dall'Atlante.
Avendo dato avviso di un eclissi della luna, che doveva vedersi la notte del 15 gennajo del 1805 molti pascià ed altri ragguardevoli personaggi vennero a casa mia per osservarlo: ma sgraziatamente il tempo fu tutta notte affatto coperto, e cadde tant'acqua accompagnata da violenti colpi di vento, che ci fu tolto di fare veruna osservazione.
Il Sultano non rimane mai lungamente nello stesso luogo: pochi giorni dopo l'eclissi si ebbe notizia dell'imminente suo arrivo a Marocco, notizia assai gradita al popolo, e specialmente a me, che desideravo di prendere da lui congedo per fare il pellegrinaggio della Mecca.
Il Sultano giunse a Marocco nel giorno indicato, ed io andai ad incontrarlo a molta distanza. Stava in una lettiga portata da due muli. Appena vedutomi, si fermò, e discorse meco alquanto, testificandomi la sincerità del suo affetto. Muley Abdsulem, che lo seguiva mi trattò come fossi stato suo fratello. Durante la loro lontananza la nostra corrispondenza non era stata interrotta; e quando la malattia non permettevami di scrivere, supplivano le persone che venivano spedite da Fez con ordine di vedermi, e di riferir loro lo stato di mia salute. Ora che vedevanmi rimesso in salute, e capace di sostenere il disagio della cavalcatura, non sapevano saziarsi di attestarmi la piena loro soddisfazione. Soggiornando essi a Marocco fummo costantemente nella più intima confidenza.
Pochi giorni dopo fui stranamente sorpreso dall'avviso, che il Sultano mi regalava due donne. Nella ferma risoluzione di non prenderne alcuna finchè non avessi terminato il mio pellegrinaggio alla casa di Dio, rifiutai di ricevere il dono; ma le donne erano già sortite dall'harem del Sultano, e non potevano più rientrarvi: il buono Muley Abdsulem, si compiacque di accoglierle in sua casa. Egli temeva di parlare del mio rifiuto col Sultano, e con me. Tutta la corte teneva gli occhi sopra di noi, desiderando di conoscere il fine di questo grande affare: ognuno sussurrava all'orecchio del suo vicino, ma niuno ardiva spiegarsi intorno a quest'oggetto apertamente: io andavo continuamente a corte, come se nulla fosse accaduto.
Intanto Muley Abdsulem non potendo durarla in così imbarrazzante situazione, mi aprì finalmente il suo cuore: io gli risposi che all'indomani mi recherei al suo appartamento per rispondere a quanto vorrà dirmi.
Quando andai a ritrovarlo stava aspettandomi insieme al primo fakih del Sultano, uomo rispettabile per ogni riguardo. L'attacco incominciò, ed io fui costretto di rispondere a tutti gli argomenti de' miei avversarj. La disputa durò alcune ore. Muley Abdsulem che non voleva disgustare nè il Sultano nè l'amico, era agitatissimo, ed i suoi occhi per sempre chiusi alla luce, s'inumidivano di lagrime. Più commosso dal pericolo in cui per amor mio erasi posto questo buon principe, che dai mali che potevano rovesciarsi sopra di me; io mi alzai, e presagli la mano gli dissi: «Infine Muley Abdsulem io conosco quanto voi mi amate, voi che leggete nel fondo del cuore dell'amico i più segreti pensieri, indicatemi quale condotta io debba tenere; ditemi ciò che volete ch'io faccia, ed io lo farò, ma pensateci bene.» Egli prese la mia mano, che accostò al suo cuore, e dopo alcuni istanti di silenzio, mi disse con voce mal ferma. «Che si conducano le donne a casa vostra. — Io vi acconsento, gli risposi, ma sappiate Muley Abdsulem, che io non le vedrò; che non tarderà ad arrivare il giorno in cui partirò per la Mecca che in allora, se le donne vogliono rimanere potranno farlo, perchè io non le avrò vedute, e se vogliono seguirmi, accorderò loro protezione.»
Sollevato dal peso che l'opprimeva, Muley Abdsulem non potè più contenersi. Passando dall'estrema tristezza alla più viva gioja, mi saltò al collo abbracciandomi con tenerezza fraterna. Il suo volto brillò di gioja, e fu bagnato dalle lagrime di tenerezza. Fu convenuto che la sera dello stesso giorno le donne sarebbero condotte a casa mia: chiesi che la cosa si facesse senza romore e senza alcuna ceremonia; e passai subito al mio alloggio. Il Sultano mi aveva regalato una bianca chiamata Mohhàna, e la nera Tigmu.
Ordinai che venisse allestito un appartamento separato nella mia casa di campagna, e lo feci ammobigliare decentemente; vi feci riporre abbondanti provvisioni di zuccaro, di caffè, di te, ec., ed inoltre un forziere con entro molte stoffe, ed altre bagatelle, alcuni giojelli, ed una borsa con alcune monete d'oro.
Erano quasi le dieci della sera quando il mio mastro di casa venne ad annunciarmi che le donne erano arrivate. Che si conducano al loro appartamento, io gli risposi, e continuai a discorrere col mio segretario, il mio fakih, e due altri amici. La governante dell'harem di Muley Abdsulem con una mezza dozzina di donne erano venute ad accompagnare le mie. S'imbandì la cena alle donne, ed un'altra agli uomini, terminata la quale chiamai la governante dell'harem di Muley Abdsulem, che si presentò velata secondo il costume. Le feci un piccolo dono, poi consegnandole la chiave del forziere, gli dissi: «Date questa chiave a Mohhàna; ditele ch'io la stimo; ma che alcune particolari circostanze m'impediscono di vederla. Tutto quanto ella troverà nell'appartamento, e sotto questa chiave è robba sua. Spero che proteggerà Tigmu. Io parto alla volta di Semelalia; ma lascio qui in mia assenza uno di casa della mia famiglia il scheriffo Muley Hhamèt, il quale avrà cura di servirla con due domestici e due serventi. Tutto quanto ella desidera non ha che a chiederlo a Muley Hhamèt.»
Licenziai all'istante la governante sorpresa. Era ormai mezzanotte, ed io montai a cavallo coi miei amici, e la mia gente, ed accompagnato da molte lanterne, presi la strada di Semelalia, ove contavo di trattenermi lungo tempo. Le donne di Muley Abdsulem rimasero in casa mia fino all'indomani.
Se la corte di Marocco si maravigliò del rifiuto delle donne, non fu meno sorpresa del modo con cui le ricevetti. Non era possibile con tanti domestici, e con tante altre persone che frequentavano la mia casa, che la cosa rimanesse segreta: nè passarono ventiquattr'ore, che tutta la città fu informata di tutte le più minute circostanze.
Io continuavo a vedere il Sultano e Muley Abdsulem, come se niente fosse accaduto, presso i Musulmani vuole la creanza che non si parli mai di donne.
Finalmente palesai la mia risoluzione di andare alla Mecca. Ebbi su quest'oggetto lunghe conferenze col Sultano, con Muley Abdsulem, e con i miei amici, che mi sconsigliavano dall'intraprendere questo penoso viaggio. Mi veniva opposto che il medesimo Sultano non l'aveva fatto; che la religione non obbligava a farlo personalmente, e che facendo le spese ad un pellegrino mi acquistavo agli occhi della divinità lo stesso merito. Queste ragioni ed altre molte che non accade accennare, non mi rimossero punto dalla presa risoluzione.
Il Sultano che desiderava d'avermi vicino venne un giorno alla mia casa accompagnato da suo fratello Muley Abdsulem, da suo cugino Muley Abdelmelek, e da tutta la corte. Il Sultano arrivò alle nove ore del mattino, e si ritirò soltanto alle quattro e mezzo della sera. In questo tempo si parlò più volte del mio pellegrinaggio ma non mi rimossi dal mio proposito: due volte s'imbandì la mensa, quando arrivò il Sultano col suo seguito, e quando partì. Il Sultano che voleva convincermi del suo affetto, e della illimitata sua confidenza, mangiò una volta, prese molte volte il caffè, te e limone; scrisse e firmò dispacci sulla mia scrivania; mi trattò in ogni cosa come fratello; e finalmente, partendo, sei de' suoi domestici mi presentarono da parte sua due magnifici tappeti.
La maggior parte degli ufficiali dopo avere ricondotto il Sultano al suo appartamento, tornarono a complimentarmi ed a scongiurarmi di nuovo a non partire, facendomi le più lusinghiere predizioni sul mio destino se rimanevo. Insensibile a tante belle promesse, fissai l'epoca della mia partenza entro tredici giorni.
Giunse il tempo di dare l'ultimo addio al Sultano. Rinnovò le più calde istanze, e mi replicò le mille volte di pensar bene a quel ch'io facevo, di riflettere alle fatiche ed ai pericoli cui mi esponevo in così lungo viaggio. Nell'abbandonarlo ci abbracciammo colle lagrime agli occhi. L'udienza di congedo con Muley Abdsulem fu ancora più tenera, e fino all'ultimo mio sospiro io porterò scolpita nel mio cuore l'immagine di così caro principe.
Il Sultano mi regalò una ricchissima tenda foderata di drappo rosso, ed ornata di frangie di seta. Prima di mandarmela la fece alzare in sua presenza: allora v'entrarono dodici fackiri, recitandovi certe preghiere che dovevano assicurarmi le grazie del cielo ed una costante prosperità in tutto il viaggio. Aggiunse a questo dono alcuni otri per portar l'acqua, articolo necessario in questo viaggio.
Feci dire a Mohhàna, che si coprisse perchè dovea parlarle. Appena si fu assettata, mi recai al suo appartamento accompagnato da molta gente, e le dissi: «Mohhàna in procinto di partire per il Levante, io non vi abbandonerò se volete seguirmi; ma voi siete ugualmente in libertà di rimanervene, poichè voi sapete essere questa la prima volta ch'io vi vedo, e vi parlo.»
Ella modestamente rispose: «Io voglio seguire il mio Signore. — Pensate bene, gli replicai, a ciò che voi dite, perchè risposto che abbiate non v'è luogo a pentimento. — Mohhàna replicò; sì mio signore, io vi seguirò in qualunque parte del mondo vi portiate, e fino alla morte.» Allora rivoltomi a quelli che mi accompagnavano; «voi udite, dissi loro, ciò che dice Mohhàna, voi siete testimonj della mia risoluzione. Indi dissi a Mohhàna; voi siete una buona donna, avete dell'attaccamento per me; ed io vi proteggerò sempre. Preparatevi a partire con me. Addio.»
Feci subito fare per Mohhàna una specie di lettiera chiamata darboùcco chiuso da ogni banda, che si colloca sopra un mulo, e sopra un cammello, e che si usa in paese per le principali dame. Non si fecero per Tigmu tante ceremonie; essa poteva viaggiare avviluppata nel suo hhaïk, o bournous. Destinai a queste donne una gran tenda, ove non potevano essere vedute da alcuno. In tal modo io intrapresi il mio viaggio alla Mecca lasciando incaricato dell'amministrazione de' miei beni a Marocco Sidi Omar Bujèta pascià di quella capitale, con le opportune istruzioni.
CAPITOLO XVII.
Casa regnante a Marocco. — Genealogia. — Scheriffi. — Tattica. — Entrate del Sultano. — Sue guardie. — Sue donne. — Partenza d'Ali Bey da Fez. — Viaggio ad Ouschda.
Molti autori scrissero la storia de' Sovrani dei paesi, che formano l'attuale regno di Marocco. Tra le composte da' Scrittori Europei, quella del sig. Schénier incaricato d'affari del re di Francia presso l'imperatore di Marocco, mi sembra la più pregievole.
È noto che dopo Muley Edris, che vivea nel secondo secolo dell'Egira, ottavo dell'era cristiana, il regno di Marocco, di Fez, di Mequinez, di Sus e di Taffilet furono governati da diverse dinastie sempre in guerra tra di loro fino al tempo in cui il Sceriffo dell'Yenboa, Muley Schèrif si stabilì a Taffilet, acquistandosi colle sue virtù la stima di tutti i popoli, che si affrettarono di sottomettersi alle sue leggi.
Suo figlio Muley Ismaïl, che dopo molte guerre occupò il trono, e Muley Abdalla suo nipote resero colle crudeltà famoso il loro governo. Muley Mohamed più politico de' suoi predecessori fu meno crudele, ma non meno avaro. L'attuale Sultano Muley Solimano è il più moderato di quanti scheriffi occuparono prima di lui il suo trono.
L'impero di Marocco non ha nè costituzione nè legge scritta. La successione al trono non è regolata, ed ogni Sovrano prima di rimanere padrone dell'impero deve sempre combattere contro i suoi fratelli, ed altri rivali, che tutti del canto loro armano i popoli per la propria causa; talchè la morte di un principe Marocchino è sempre cagione di quella di centomille uomini.
L'attuale Sultano Muley Solimano ha tre fratelli, che sono Muley Abdsulem[1] il maggiore della famiglia; Muley Selema, che dopo aver combattuto contro suo fratello, ritirossi vinto al Cairo ove vive miseramente; e finalmente Muley Moussa che dimora a Taffilet, ove mena una vita dissolutissima.
Muley Solimano è un uomo abbastanza istruito nella scienza della religione: è fakih o dottore della legge: ma per ciò appunto più devoto degli altri, consuma parte del giorno in preghiere, e veste d'ordinario un grossolano hhaik, sdegnando ogni sorta di lusso, ed ispirando la stessa religiosa severità ai suoi sudditi: quindi ad eccezione di Muley Abdsulem, e di me, non avvi forse alcun altro che osi far pompa di qualche appariscenza di lusso.
Dietro questo principio, allorchè Muley Solimano trionfatore de' suoi fratelli, si vide tranquillamente stabilito sul trono, fu sua prima cura quella di far estirpare tutte le piante di tabacco che trovavansi nel suo impero, e che davano il sostentamento ad alcune migliaja di famiglie. Quantunque l'uso del tabacco non sia dalla legge espressamente proibito, non avendone il profeta fatto uso, viene dai rigoristi riguardato come una lordura. Non pertanto Muley Abdsulem ne prende molto; e Muley Solimano, benchè di raro assai, non lascia di usarne alcune volte. Ad eccezione degli abitanti dei porti e dei marinai, pochi altri Marocchini prendono tabacco.
E questo è pure il motivo che lo ritrae dall'aver commercio coi cristiani. Teme sempre che le relazioni cogl'infedeli non finiscano col corrompere e pervertire i fedeli credenti. Questo modo di vedere rende tanto difficile ogni relazione commerciale, che sonovi persone che potrebbero caricare intere flotte di grani, e che mancano di danaro per vivere, per l'impossibilità di venderlo all'estero. In una nazione ove l'uomo non ha veruna proprietà, poichè il Sultano è padrone d'ogni cosa; ove l'uomo non ha la libertà di vendere, o di disporre dei frutti del suo travaglio; ove finalmente non può nè goderne nè farne pompa in su gli occhi de' suoi compatriotti, è chiara la cagione della sua inerzia e della sua miseria.
Ho copiato l'albero genealogico di Muley Solimano, ch'egli medesimo mi confidò originale. Rimontando da lui fino al profeta conserva il seguente ordine:
| Solimano | Hassèn | Ismaïl |
| Mohamèd[2] | Kàssem | El Kassèm |
| Abdallà | Mouhamèd | Mouhemèd |
| Ismaïl | Abulkàssem | Abdallà el Kàmel |
| Scherif | Mouhamèd | Hassàh el Meschna |
| Ali | Stassèn | Stassèn es Sèbet, figlio di Ali Ben Abutàleb, e di Fatima el Zòhra (la Perla) figlia del profeta Mouhhammed. |
| Mohamèd | Abdallà | |
| Ali | Mouhamèd | |
| Jussuf | Aàrafat | |
| Ali | Elltassèn | |
| Stassèn | Abubekr | |
| Mouhamèd | El Kassèm |
In Taffilet contansi più di due mille scheriffi, che tutti vantano diritti al trono di Marocco, e che per tale cagione godono di alcune leggieri gratificazioni del Sultano. In tempo degl'interregni molti prendono le armi, siccome Marocco non ha verun'armata propriamente tale per comprimere all'istante questi parziali movimenti, la nazione intera soffre tutti i mali dell'anarchia.
La tattica de' Marocchini è sempre la stessa in tutte le battaglie. Consiste nell'avvicinarsi alla distanza press'a poco di cinquecento passi dal nemico. Colà giunti dispiegansi con un subito movimento cercando di presentare la più estesa fronte possibile; indi corrono a tutto potere imbracciando il fucile. Giunti a mezzo tiro fanno il loro colpo: fermando allora il cavallo tutt'ad un tratto, ritiransi colla medesima celerità con cui avanzarono. Ricaricano il fucile correndo, e se il nemico si ritira, continuano il fuoco guadagnando terreno. Ma se l'azione si fa calda, e si viene a far uso della spada, in quale imbarrazzo non devono trovarsi questi combattenti, i quali senz'alcun ordine, sono costretti di tenere colla sinistra la briglia, ed un lungo fucile, e la spada colla mano destra! In questa circostanza collocano essi il fucile sopra l'arcione della sella, ed in allora ogni uomo occupa una fronte più estesa che quella di due, e rimane isolato, e senza appoggio ai fianchi. Quale sarebbe in allora l'effetto di una linea di battaglia europea sopra tali ranghi di truppe! Per tale motivo appunto il soldato moro non s'impegna che sforzato, a battersi colla spada; riponendo la sua superiorità nella velocità dell'attacco, della ritirata, e nella destrezza del maneggio del fucile.
Le entrate del Sultano di Marocco si valutano venticinque milioni di franchi. Avendo pochi impiegati, i quali non hanno altro appuntamento che i prodotti eventuali, ed alcune gratificazioni che ben poche volte sono loro accordate; non avendo bisogno di mantenere un'armata, perchè nel caso di guerra ogni Mussulmano è soldato per religione; la maggior parte di questo danaro va a seppelirsi nel tesoro di Marocco, di Fez, e principalmente di Mequinez.
La guardia del Sultano, che si vuole di circa dieci mille uomini è la sola truppa che venga mantenuta anche in tempo di pace: è questa in parte composta di schiavi negri comperati dal Sultano, o ricevuti in dono, o in pagamento; oppure figli di soldati negri. L'altra parte è formata di mori tolti dalle tribù Oudaïas. Queste truppe rimangono di fazione nelle provincie dell'impero, ed un grosso corpo segue sempre il Sultano. I soldati quasi tutti a cavallo hanno il nome di el bokhari, che presero, quasi mettendosi sotto la protezione dell'imam espositore di questo nome, la di cui dottrina è addottata a Marocco.
Quantunque Muley Solimano viva senza splendore, la spesa della sua casa è per altro ragguardevole per cagione delle moltissime sue donne e figliuoli. Egli non può avere più di quattro mogli legittime, oltre le concubine; ma egli suole ripudiarle frequentemente per prenderne delle altre. Le ripudiate vengono relegate a Taffilet, accordando loro una pensione per il mantenimento. Ho veduto più volte gli abitanti presentargli le loro figliuole, che in conseguenza entravano nell'harem sotto nome di serventi, e che avendo la fortuna di piacere al Sovrano, vengono poi sollevate al rango di sue mogli, per essere poscia a vicenda ripudiate. Nè Muley Solimano si fa scrupulo d'avere nello stesso tempo due sorelle per mogli, quantunque i dottori non riguardino quest'azione di buon occhio, come ne pure quella di bever vino la notte nell'harem; cose proibite dalla legge.
Il Sultano è del resto sobrio, e mangia colle dita come gli altri arabi; pure quando m'invitava a pranzo con lui, mi faceva portare un cucchiajo di legno, perchè la legge non permette l'uso de' preziosi metalli nel vassellame; e per questo motivo i suoi piatti e la tavola sono affatto simili a quelli dei suoi sudditi. Egli non mangia che le vivande cucinate nell'harem dalle sue negre. A casa mia per altro mangiò cibi preparati da' miei cuochi.
Io tenni andando a Fez la medesima strada che avevo fatto venendo a Marocco. Benchè non fossi pienamente ristabilito in salute, non ommisi nel mio viaggio di fare alcune osservazioni astronomiche, che confermarono le precedenti; sgraziatamente però non ero ancora capace di sostenere un lavoro continuato.
Ne' primi giorni dopo il mio arrivo a Fez ebbi una disputa col pascià; egli pretendeva che in conseguenza d'essermi congedato dal Sultano per andare in Algeri, avrei dovuto partire entro otto o dieci giorni; e mi preparò pure gli oggetti necessarj al mio trasporto, e la scorta che doveva accompagnarmi, ma io mi dichiarai in termini positivi, che non poteva ancora partire, e rimasi a Fez un mese e mezzo. Poco prima ch'io partissi Muley Abdsulem venne a Fez, mi portò una commendatizia del Sultano per il Dey di Tunisi, ed un'altra per il pascià di Tarabba o di Tripoli: Muley Abdsulem me ne diede una sua per il Dey d'Algeri, cui per alcune considerazioni politiche il Sultano non aveva voluto scrivere.
Avendo finalmente fissato il giorno della mia partenza da Fez, mi congedai da Muley Abdsulem, e dai miei amici con maggior rincrescimento che la prima volta, perchè vedevanmi intraprendere un viaggio azzardoso, e temevano di non più vedermi.
La mattina del giovedì 30 maggio 1805 sortj a nove ore e tre quarti di casa coi miei amici che mi accompagnarono prima alla moschea di Muley Edris, indi per un tratto di strada fino all'istante in cui li congedai. La mia casa, le strade, la moschea, e l'uscita della città erano affollate di gente, che da ogni banda cercava d'avvicinarmisi per toccarmi, per chiedermi una preghiera, ec. Dirigendomi al N. giunsi a mezzogiorno nel mio campo di già stabilito al di là del ponte sulla riva destra del Sebou, fiume assai considerabile, che scorre all'ouest.
Venerdì 31 Maggio.
Ci ponemmo in cammino alle otto del mattino, diriggendoci d'ordinario all'E. N. E., e facendo mille ravvolgimenti nelle montagne, fino alle due dopo mezzogiorno, che feci alzare le tende in riva al fiume Jenaoul che scorre con poche acque all'ouest.
Il paese è composto di montagne secondarie, la maggior parte calcaree, con alcuni tratti di terra coltivata.
Tra gli omaggi che mi furono resi dagli abitanti de' Dovar posti lungo la strada merita d'essere ricordato il seguente. Io vidi i fanciulli riuniti per incontrarmi; de' quali colui che precedeva gli altri era vestito d'una tonaca bianca, con un fazzoletto di seta sul capo, e portava in mano un bastone alto sette piedi, all'estremità del quale eravi una tavoletta su cui era scritta una preghiera. Dopo avermi fatto un complimento studiato, mi baciarono la mano, la stoffa, o ciò che potevano toccare, e partirono in seguito assai soddisfatti. Quanto era commovente la loro semplicità! Le madri facevano la scolta per vedere l'accoglimento ch'io faceva ai loro figliuoli.
Sabbato primo Giugno.
Alle otto del mattino eravamo già in su la strada andando nella direzione di E. seguendo più d'un'ora e mezzo il fiume Yenaoul che scorre lungo la vallata. Si entrò subito dopo nelle montagne, e si attraversò un piccolo fiume ad un'ora dopo il mezzogiorno. Alle due si fece alto sulla sponda destra.
Il terreno non diversifica da quello di jeri, se non che la vegetazione era alquanto più rigogliosa. Vidi molti campi lavorati, ed un solo dovar.
Il tempo era in parte coperto, ed il termometro nella mia tenda segnava alle quattro della sera 26 e 7 di Réaumur.
Domenica 2.
Si riprese il cammino alle sette del mattino seguendo l'andamento di molte vallate tra montagne di mediocre altezza, ove si dovettero attraversare ad ogni istante alcuni piccoli fiumi; ed alle quattr'ore ed un quarto della sera si piantarono le tende presso a Tezza, piccola città posta sopra una rupe alle falde d'altre montagne più alte al N. O. Assai pittoresco è il quadro che offre questa città, circondata di antiche mura, colla torre della moschea che s'innalza fuori delle case come un obelisco. La rupe è scoscesa in alcuni lati, ed in altri coperta di piante fruttifere. I giardini ne circondano la base. Da un altro lato aggiungono varietà alla veduta un ruscello ed altri minori rigagnoli che si precipitano dall'alto, ed un ponte mezzo rovinato. Una sorprendente quantità d'ussignuoli, di tortorelle, e d'altri uccelli di varie specie, rendono questo luogo assai delizioso.
La valle coperta d'abbondante messe, mi convinse che questi abitanti sono più laboriosi che quelli delle coste del mare.
Il tempo fu sereno, e caldo assai fino all'istante di far alto, in cui il cielo coprissi di dense nubi; ed appena alzate le tende si udirono terribili colpi di tuono, e cadde una dirotta pioggia.
Malgrado questo contrattempo, ebbi il vantaggio di poter approfittare d'un istante in cui il sole apparve tra le nuvole, e trovai la mia longitudine cronometrica — 6° 0′ 15″ Ouest dell'osservatorio di Parigi.
Incontrai sulla strada molte carovane di Arabi che venivano da Levante, cacciati dalla carestia che regnava ne' loro paesi: erano composte d'intere tribù, che conducevano con loro gli avanzi de' loro bestiami, e tutto quanto possedevano. L'aspetto di tali carovane può dare un'adeguata idea delle antiche emigrazioni della Palestina e dell'Egitto, prodotte dalla stessa cagione.
Un colpo di sole sul rovescio delle mani mi cagionò una resipola. Si gonfiarono assai, e l'infiammazione diventò forte in modo di farmi soffrire acuti dolori.
Lunedì 3.
Non diminuendo le mie doglie non feci levare il campo: altronde tutta la notte e la mattina il tempo imperversò.
Osservai il passaggio del sole di mezzo a grosse nubi, che mi diede la latitudine al N. di — 34° 30′ 7″; ma quest'osservazione non è attendibile. La pioggia continuava ancora verso sera con un gagliardo vento d'O., e la mia mano sinistra proseguiva a tormentarmi.
Martedì 4.
La dirotta pioggia non ci permise di riprendere il cammino.
Mercoledì 5.
Alle otto del mattino si partì dirigendoci all'E., attraversando vallate, salendo e scendendo colline rinfrescate da molli ruscelli. Ad un'ora ed un quarto essendosi passato un fiume, feci alzare le tende entro il circondario d'un antico Alcassaba (castello) detto Temessovín.
Il terreno di questa contrada è tutto composto di argilla glutinosa che forma le colline e le valli fino ad una grande profondità, poichè io vidi degli strati verticali di oltre quaranta piedi. Io suppongo essere il medesimo strato generale, che da una parte va fino alla strada che conduce da Tanger a Mequinez, e dall'altra va a formare le montagne del Tetovan.
In questo giorno incontrai una càffila (carovana) proveniente dal Levante, che conduceva una greggia di più di mille cinquecento capre. Avevano collocate sopra alcuni camelli una specie di baldacchini o piccole tende entro le quali stavano le donne ed i fanciulli delle famiglie più ricche della tribù; le altre camminavano scoperte. Molti buoi e vacche erano cariche, e portavano, come i muli loro carico sul dorso.
Questo era l'ordine della marcia. Il bestiame collocato avanti era diviso in corpi di circa cento capi cadauno, e diretti da quattro o cinque garzoni, che cercavano di conservare un intervallo di circa venti passi tra un corpo e l'altro; le tende, gli equipaggi e la maggior parte delle donne e dei fanciulli collocati sui camelli stavano nel centro; gli uomini a cavallo e a piedi portando il fucile appeso, formavano la retroguardia, ed andavano pure dispersi sui due lati.
L'Alcassaba ove noi eravamo accampati è formato d'un quadrato di muri di 425 piedi di fronte con una torre quadrata ad ogni angolo, ed un'altra nel centro di ogni faccia. Il muro aveva tre piedi di spessezza, ed era alto diciotto. Da quest'altezza sorge un sottile parapetto sull'estremità esteriore tutto sparso di feritoj; e la residua grossezza del muro è il solo spazio su cui devono stare i difensori, che non possono fare alcun movimento senza pericolo di cadere. Vedesi nel centro dell'Alcassaba una moschea ruinata, presso alle rovine d'altri edificj. Varj gruppi, ciascuno di tre o quattro baracche, sono il miserabile asilo degli abitanti di questa solitudine. Il kaïd dell'Alcassaba che abita in un dovar distante una lega, venne a complimentarmi, e ad offrirmi un montone, orzo, latte, ed altre derrate.
Giovedì 6.
Alle sette ore e mezzo del mattino la mia carovana si avanzava all'Est, e continuò a tenere la stessa direzione fino alle tre e mezzo della sera, quando a canto di un povero dovar, ed a poca distanza da alcune rovine, o informi abituri, feci collocare il mio campo.
Il terreno formato d'argilla pura presentava una vasta pianura, ed un vero deserto senz'abitanti, e senz'altra verdura che quella d'alcuni cespugli abbruciati. Alle dieci si passò presso ad una grande cisterna piena d'eccellente acqua, e verso il mezzogiorno si attraversò un piccolo fiume.
Il tempo benchè sereno era rinfrescato da un vento d'E.
Venerdì 7.
Partj alcuni minuti prima delle sette del mattino, e dopo di avere passato il fiume Moulovìa, vidi le ruine d'un Alcassaba. Per lo spazio di due ore seguitai a tenere la strada al N. E. in poca distanza dal fiume, indi piegando all'E. continuai fino alle due dopo mezzogiorno. Passai in seguito presso ad un grande Alcassaba minato, intorno al quale vedevansi molti dovar: indi dopo aver attraversato il fiume Enzà si fermò il campo sulla sua sponda.
Profondo è il fiume Moulovìa, ma nel luogo in cui noi lo varcammo, avendo molta estensione, presenta un buon guado. Egli scorre al N. E., le sue acque cariche di melma erano rosse, e dense come quelle del Nilo, ma lasciate alquanto in riposo sono assai buone. Le rive sono basse e coperte di alberi nel luogo in cui eravamo jeri.
Il fiume Enzà, oltre d'avere naturalmente poche acque, viene impoverito di più dai canali che servono all'irrigazione. Era per me un vero piacere il contemplare in mezzo ad un deserto queste tracce dell'umana industria. Le sue acque scendono all'O.
A principio il suolo pare una continuazione della stessa pianura argillosa, deserta, osservata nel precedente giorno. Ma alle dieci del mattino si discese in un altro paese alternativamente composto di strati argillosi e calcarei che formano delle colline. A mezzogiorno passai innanzi ad una montagna che mi sembrò formata di basalto, e che lasciai sulla diritta. Ad un'ora e mezzo entrai in un bel paese, ben coltivato, coperto di belle messi nel di cui centro vedesi l'Alcassaba, ed al N. l'Enzà, sulla di cui riva diritta feci far alto.
Il cielo era mezzo coperto, ed un forte vento di N. E. rinfrescava l'aria. Questo deserto è noto sotto il nome di Angad. Sembra che si dilati nella direzione di N. O. dall'Alcassaba di Temessouinn fino al Sud d'Algeri.
Sabbato 8.
La mia gente levò il campo alle sette ore ed un quarto, e prendemmo la direzione di N. O. seguendo lo stesso deserto. Alle otto trovammo un ruscello di acqua assai buona. Alle nove e mezzo il paese si andava restringendo tra piccole montagne calcaree ed argillose. Ad un'ora e tre quarti dopo mezzogiorno si passò un piccolo fiume, e volgendomi all'E. camminai alcun tempo lungo la riva destra; alcun tempo dopo si cominciò a vedere qualche terreno coltivato, ed in seguito un dovar. Alle tre e mezzo si alzarono le tende vicino ad un Alcassaba, e ad un dovar chiamato l'Aaïaun Maylouk.
Il suolo attraversato questo giorno è a vicenda argilloso e calcareo. Due linee di montagne che fanno parte del Piccolo-Atlante chiudono l'orizzonte al N. ed al S.
In tutto questo deserto non si videro altri animali che alcuni piccoli ramarri, alcuni ragni morti o addormentati sui rami spinosi di una piccola pianta abbrucciata.
Sopraggiunsi colà nell'atto che gli abitanti facevano la ceremonia d'un convoglio funebre. Il cadavere posto in parata sopra un luogo eminente era circondato da una quarantena di donne, che divise in due cori gridavano in misura avvicendando: Ah-ah-ah ah. Tutte le donne del coro pronunciando il loro ah rispettivo, graffiavansi, e guastavano la cute del volto in modo che grondavano sangue. Stavano al loro fianco sei uomini in linea cogli occhi rivolti al paese d'una tribù nemica, che aveva ucciso l'uomo cui facevansi i funerali: gli altri Arabi a piedi, che formavano il corteggio, le circondavano interamente.
Rimasero mezz'ora in tale attitudine; e le donne dopo avere continuate per tutto questo tempo le loro grida e le loro graffiature, separaronsi dal morto piangendo in battuta. Gli uomini sepellirono il morto nello stesso luogo, e tutti ritiraronsi senz'altra ceremonia.
Il tempo sempre fresco fu costantemente coperto.
Domenica 9.
Alle sei ore del mattino si riprese la via verso il N. E. Alle sette ore attraversammo un fiumicello; e piegando poi all'E. N. E., alle due dopo mezzogiorno si passò altro fiumicello uguale al primo, ed alle quattro meno un quarto entrai in Ouschda.
Qui il suolo conserva la stessa natura di quello della pianura deserta di cui abbiamo parlato. Alle otto del mattino vidi per altro una buona terra vegetale, ma mal seminata. Le due catene d'alte montagne continuavano a limitare l'orizzonte al N. ed al S. ad una ragguardevole distanza.
Alle sett'ore e mezzo del mattino avevo scoperto in lontananza sopra una eminenza presso al cammino due uomini armati a cavallo, che avanzavansi lentamente verso di noi. Le mie genti incominciavano ad allarmarsi, ma io li acquietai, e quando giungemmo presso di loro seppimo ch'erano scolte della tribù nemica che aveva ucciso l'uomo Aaïaun Moylouk, e che dietro di loro trovavansi le truppe della tribù.
Scontraronsi poi alcuni uomini che mietevano le biade che avevano tutti presso di loro i cavalli sellati ed imbrigliati. Più lontano vedevasi la truppa armata.
Alle dieci ore eravamo nel territorio di questa tribù: è questo uno spazio d'una lega di diametro, tutta coltivata, ed avente più di venti dovar. Ci vennero incontro quattro uomini armati a cavallo, che mi chiesero una preghiera, indi mi licenziarono cortesemente. Questa tribù nominata Mahaïa parvemi composta di gente armigera; e credo che il Sultano di Marocco non eserciti su di lei un precario potere.
CAPITOLO XVIII.
Descrizione d'Ouschda. — Difficoltà per proseguire il viaggio. — Detenzione per ordine del Sultano. — Partenza da Ouschda. — Avventure del deserto. — Arrivo a Laraïsck e sua descrizione. — Partenza dall'impero di Marocco.
Ouschda, villaggio che contiene cinquecento abitanti all'incirca, è come gli altri luoghi popolati che trovai al di qua dell'Alcassaba di Temessouin, nel deserto d'Angad.
Le case fatte di terra, sono piccole, e così basse che a pena vi si può stare in piedi. Sono inoltre così succide, e piene d'insetti, ch'io preferj di rimanere sotto la tenda nell'Alcassaba che è assai grande e posto a canto del villaggio: passeggiai alcun tempo entro un piccolo ma grazioso orto di sua pertinenza.
Un'abbondantissima fonte che scaturisce mezza lega al di là d'Ouschda somministra un'eccellente acqua, ed inaffia gli orti del villaggio. Offrono questi una bella verdura e varie specie d'alberi fruttiferi, tra i quali il fico, l'ulivo, la vite, la palma, tengono il primo rango. Il paese produce pure deliziosi popponi, e carni d'una squisita qualità; nè può immaginarsi quanto sia delicato il montone del deserto. Questi animali sono lunghi, magri, hanno poca lana, e vivono in un paese ove trovano appena di che vivere; ma la loro carne è forse la migliore del mondo.
Sia nel villaggio, sia ne' contorni trovansi pochi polli, e nessun selvaggiume; ma abbondano le carni, il riso, la farina, i legumi.
L'esatte osservazioni astronomiche da me fatte collocano Ouschda nella longitudine orientale dall'osservatorio di Parigi di 4° 8′ 0″; e nella latitudine settentrionale di 34° 40′ 54″. In una latitudine così elevata il clima dovrebb'essere poco diverso da quello d'Europa, ma il deserto che la circonda ne riscalda l'aria a dismisura. Vi ebbimo non pertanto alcuni giorni abbastanza freschi nel mese di giugno, totalmente coperti, ed anche piovosi.
Osservai ad Ouschda un'eclissi della luna. Avrei dovuto fare alcune altre osservazioni, ma sgraziatamente non mi furono dalle circostanze permesse, perchè io doveva tutto sagrificare all'oggetto principale del mio viaggio.
Quando arrivai, il capo ed i principali del villaggio mi avevano dichiarato ch'io non potrei proseguire il viaggio, perchè in questo stesso giorno avevano avuto avviso della rivoluzione manifestatasi nel regno d'Algeri, e che a Tlèmsen, o Tremecèn dov'ero io diretto scorreva il sangue Turco ed Arabo.
Dopo molti discorsi, e dopo avere maturamente riflettuto, mi determinai di spedire un corriere, che al suo ritorno mi portò la notizia, che i torbidi nati in Tlèmsen erano sedati, ma che la strada era infestata dai ribelli che rubbavano ed assassinavano. Chiesi all'istante una scorta al capo del villaggio, il quale mi rispose non aver forze bastanti, ma che cercherebbe ad ogni modo di assecondare il mio desiderio.
Avanti che passassero due giorni il capo ed i principali d'Ouschda fecero venire il Schèk el Boanani che è il capo di una vicina tribù, e gli proposero di scortarmi a Tlèmsen. In sulle prime il Schek non vi acconsentì, e dopo avere lungamente discusso l'affare, partì senza nulla decidere.
Erano già scorsi più giorni in trattative inutili; ed intanto i rivoltosi erano venuti fino sotto le mura d'Ouschda, tirando alcuni colpi di fucile che uccisero due uomini. La mia situazione diventava sempre più difficile, perchè da una parte si esaurivano tutti i miei mezzi di sussistenza, e dall'altra io non ignoravo che i miei nemici di Marocco, che avevano saputo rendere sospetto al Sultano il mio lungo soggiorno di Fez, non ommetterebbero di approfittare di questa circostanza per calunniarmi: risolsi quindi di montar solo a cavallo per andare in traccia di Boanani, che aveva il suo dovar alla foce delle montagne, due leghe distante da Ouschda.
A tale notizia le mie genti si sbigottirono, fuorchè due rinnegati Spagnuoli, che mi seguirono da Fez, e che in questa difficile circostanza mi si presentarono, dicendomi; «Signore se voi ce lo permettete noi vi seguiremo, e divideremo la vostra sorte». Fissai loro gli occhi in volto, e conoscendoli coraggiosi, gli ordinai di prendere le armi affinchè uno mi tenesse compagnia, e l'altro rimanesse coi miei equipaggi.
M'incamminai per sortire accompagnato da uno schiavo fedele detto Salem, e dal mio rinnegato, ma trovai chiusa la porta delle mura, e circa quaranta o cinquanta de' principali abitanti determinati di vietarmene l'uscita.
Io li scongiurai di lasciarmi sortire; ma mi risposero tutti ad un tratto, alcuni colle ragioni, altri colle grida. Io instai, essi resistettero. Finalmente rivolgendomi al capo, presi una delle pistole appese all'arcione della mia sella, e con un tuono tra l'amichevole, ed il minaccioso, gli dissi: «Schek Solimano, noi abbiamo cominciato bene, ma credo che la voglia finir male. Aprite la porta.» Allora Schek Solimano aprì la porta, dicendo agli altri: «poichè egli vuol perire, lasciatelo andare.»
Sortj seguito dal mio schiavo e dal rinnegato, e presi la strada delle montagne di Boanani. Poco dopo la mia partenza vidi avanzarsi a briglia sciolta gli stessi abitanti, che venivano per scortarmi: mi s'avvicinarono scusandosi della loro opposizione, che non aveva avuto altro scopo, dicevan essi, che il loro attaccamento alla mia persona, ed il timore di qualche sventura.
Fummo assai ben accolti da Boanani. Si diede premura d'invitarci a pranzo, e ci trattò lautamente, ma trovava sempre mille ostacoli per condurmi solo a Tlemsen. Finalmente vinto dalle mie persuasioni e da quelle di Schek Solimano che in quest'occasione mi servì assai bene, convenne di accordarsi con il Schek d'un'altra tribù chiamata Benisnouz. Quest'ultimo doveva aspettarmi colla sua gente a mezza strada per scortarmi fino a Tlemsen, ed il Boanani incaricavasi di condurmi fino a lui.
Due giorni dopo Boanani venne a dirmi di star pronto per partire all'indomani. Giunse infatti con circa cento uomini, e sortimmo subito da Ouschda. Quando eravamo solamente distanti una mezza lega ci vennero dietro a briglia sciolta due soldati del Sultano, gridando di fermarmi. Erano seguiti da un corpo di truppa comandato da un ufficiale superiore della guardia chiamato El Kaïd Dlaïmì. Egli mi disse che il Sultano avendo saputo ch'io era ritenuto ad Ouschda l'aveva spedito per proteggermi, e per difendermi in caso di bisogno.
Gli risposi che la rivoluzione d'Algeri e di Tlèmsen, ed il brigandaggio de' rivoltosi essendo le sole cagioni della mia dimora ad Ouschda, io potevo proseguire senza pericolo il viaggio, perchè il pericolo era passato, tanto più che mi trovavo scortato dalle tribù dei boananis e dei benisnouz.
Malgrado le mie rappresentanze Dlaïmi mi disse, che in vista dell'attuale stato di cose, egli non poteva accondiscendere alla mia partenza finchè non ricevesse nuovi ordini dal Sultano. Fui perciò costretto di tornare ad Ouschda, e di scrivere al Sultano. Questi appena ricevuta la mia lettera, mi spedì due altri ufficiali di scorta con ordine di condurmi, dicevano essi, a Tanger, ove potermi imbarcare per il Levante. Tale disposizione Sovrana mi forzò a sortire d'Ouschda con tutta la mia gente ed i miei equipaggi il giorno 3 agosto alle nove ore della sera. Ero accompagnato dai due ufficiali, e da trenta oudaïas, o guardie del corpo del Sultano. Io lasciai ad Ouschda il Kaïd Dlaïnci, ed il rimanente della sua truppa.
Partj così tardi a cagione che Dlaïnci aveva ricevuto avviso che quattrocento Arabi armati aspettavanmi sulla strada. Fui però obbligato di lasciare la città segretamente, e senza sapere quale direzione dovessi tenere fino all'istante della partenza, in cui Dlaïnci l'indicò ai miei conduttori. Lasciando da banda il cammino frequentato, attraversammo i campi verso il S. entrando assai avanti nel deserto. La notte era assai tenebrosa, ed il cielo tutto coperto.
Domenica 4 agosto.
Dopo aver camminato celeremente tutta la notte, e sormontate delle montagne, arrivai alle sei del mattino presso le rovine d'un grande Alcassaba, a' piedi del quale trovammo una sorgente d'acqua ed un grande dovar.
Si continuò a camminare senza prendere riposo, a seconda dell'andamento di molte tortuose vallate, in fondo alle quali scorreva un fiume che quantunque piccolo, non riusciva meno utile per l'inaffiamento de' loro poderi ai laboriosi abitanti di molti dovar.
In conseguenza di un ordine che avevano i due ufficiali che mi accompagnavano, da ogni dovar sortivano uno o due Arabi montati ed equipaggiati, che s'incorporavano alle persone del mio seguito. Arrivato verso le nove del mattino al luogo in cui terminava il piccolo fiume i trenta oudaïas si congedarono da me, lasciandomi la scorta degli Arabi armati sotto il comando dei due ufficiali.
Nell'istante che le guardie del Sultano si ritiravano, diedi alcune monete d'oro ad uno degli ufficiali per gratificare i soldati, e continuai il cammino; ma ben tosto avendo udito qualche rumore in sul di dietro, volsi il capo, e vidi gli oudaïas rivoltati contro i loro capi, minacciare di massacrarli. Contemporaneamente giunsero due di loro a briglia sciolta per riclamare, supponendo che gli ufficiali avessero ricevuto parte del danaro loro destinato. Accorsi verso questa truppa, cui mi affrettai di far abbassare le armi. Ottenni di rimandarli tranquilli, e di persuaderli. Durante questa rissa che ci tenne alquanto inquieti per le tristi conseguenze che poteva avere, niuno pensò a provvedersi d'acqua; pure incominciavamo ad averne bisogno, e sgraziatamente io non sapevo che questo era l'ultimo luogo in cui poteva trovarsene.
Si camminava sempre con celerità temendo l'incontro dei quattrocento Arabi, dai quali procuravamo di allontanarsi. Per tale cagione si avanzava a traverso al deserto, invece di tenere la strada. Questo paese è affatto privo di acqua, non vi si trova un albero, non una rupe isolata che possa offrire la più piccola difesa contro i raggi d'un sole infuocato. Una atmosfera perfettamente trasparente, un sole immenso che ferisce il capo, un terreno bianchiccio, e d'ordinario di forma concava come uno specchio ardente, un legger vento che abbrucia come la fiamma; tale è il fedele ritratto dei deserti che noi attraversammo.
Ogni uomo incontrato in questa solitudine viene risguardato come un nemico. Perciò avendo i miei tredici Beduini veduto, verso il mezzogiorno, un uomo armato a cavallo, che tenevasi ad una considerabile distanza, riunironsi all'istante, e partirono come un lampo per sorprenderlo, mettendo acute grida, interrotte soltanto da motti di disprezzo e d'irrisione: Che vai tu cercando fratel mio? Ove ten vai mio figliuolo? ec., ed in pari tempo facevansi scherzando passare il fucile sopra la testa. Il Bedovino trovandosi scoperto approfittò del suo vantaggio, e fuggì nelle montagne, ove non lo raggiunsero. Fu questo il solo uomo da noi incontrato.
Intanto e gli uomini e gli animali non avevano quasi nulla mangiato nè bevuto questo giorno, e dalle nove di jeri sera avevano sempre camminato senza prendere riposo. All'un'ora dopo mezzogiorno non avevamo più una gocciola d'acqua, e le mie genti, e le loro cavalcature, incominciavano a mostrarsi abbattute dalla fatica. Ad ogni passo i muli cadevano col loro carico; e bisognava rilevarli, e sostenere il carico che portavano. Questo penoso esercizio consumò le poche forze che ci rimanevano.
Alle due ore dopo mezzogiorno un uomo cadde irrigidito come un morto spossato dalla fatica e dalla sete. Io mi fermai con tre o quattro de' miei domestici per soccorrerlo. Si spremette il poco umido che rimaneva in un otre, e si ottenne d'introdurre poche gocciole d'acqua nella sua bocca, ma così debole soccorso non produsse verun effetto. Io stesso incominciavo a provare certa quale debolezza, che accrescendosi a dismisura mi presagiva la prossima perdita delle mie forze. Abbandonai quello sventurato, e rimontai a cavallo.
Intanto andavano successivamente cadendo altre persone del mio seguito, e rimanevano sul terreno abbandonate alla sventurata loro sorte, perchè la carovana si era già dispersa, salvisi chi può salvarsi. Furono pure abbandonati i muli col loro carico, e vidi due grandi miei bauli in terra, senza che potessi sapere cosa fosse accaduto alle bestie che li portavano, giacchè non eravi più alcuno che si prendesse cura de' miei effetti. Ma io vedevo queste perdite coll'indifferenza medesima che avrei veduto cose di niuno valore, e passai oltre. Sentivo tremarmi sotto il cavallo, comecchè fosse il più robusto della carovana. Tutti camminavamo abbattuti e senza parlare, nè guardarsi in volto: e quando io mi provavo d'incoraggiare qualcuno ad affrettare il passo, in luogo di rispondermi mi guardava fissamente, e portava l'indice verso la bocca, per indicarmi la sete che lo struggeva. Volli rimproverare agli ufficiali condottieri la poca cura che avevano avuto di provvederci d'acqua; ed essi ne incolpavano l'ammutinamento degli oudaïas; e soggiungevano, forse non soffriamo noi pure come gli altri? La nostra sorte era tanto più spaventosa in quanto che nessuno di noi credeva mai di poter sostenersi fino al luogo in cui troverebbesi dell'acqua. Finalmente verso le quattro ore della sera caddi ancor io spossato dalla fatica e dalla sete.
Steso al suolo, senza sentimenti, in mezzo ad un deserto, circondato da quattro o cinque uomini solamente, uno de' quali era caduto quando caddi ancor io, e gli altri tutti incapaci di soccorrermi perchè non sapevano ove trovare acqua, e perchè altronde non avrebbero avuto forza bastante per andarne in traccia, sarei indubitatamente perito in quello stesso luogo coi miei domestici, se un miracolo della Provvidenza non ci salvava.
Era già passata mezz'ora da che mi trovavo in quello stato, secondo mi venne dopo riferito, quando si scoperse a molta distanza una grossa carovana di più di due mille persone che s'avvanzava verso di noi. Era questa diretta da un marabotto, o santo, chiamato Sidi Alarbi, che recavasi a Tlésmen, ossia Tremegen, per ordine del Sultano. Vedendoci in così disperata situazione, s'affrettò di far versare sopra ciascuno di noi alcuni otri d'acqua.
Poichè me n'ebbero gettato a varie riprese sul volto e sulle mani, incominciai a rinvenire; aprj gli occhi, e guardando da ogni lato non potevo conoscere alcuno. Finalmente vidi sette od otto Scheriffi, e Fakihs, che standomi intorno, mi parlavano amichevolmente. Volevo rispondere, ma un nodo insuperabile nella gola non permettevami di articolare una parola, e dovetti supplirvi coi segni, indicando la mia bocca colle dita.
Si continuò a spruzzarmi d'acqua il viso, le braccia, le mani, e finalmente potei inghiottirne a diverse riprese alcuni sorsi. Allora potei pronunciare: chi siete voi? Tosto che mi udirono parlare, mi risposero con allegrezza. Non temete nulla; lungi dall'essere ladri o briganti, siamo anzi vostri amici: io sono un tale ec. Allora mi risovenni della loro fisonomia senza potermi però ricordare i loro nomi. Mi fu nuovamente gettata addosso dell'acqua, ed in maggiore quantità che le altre volte; bevetti ancora: e quando videro che incominciavo a rimettermi, riempirono una parte de' miei otri d'acqua, e mi lasciarono all'istante, perchè preziosi erano tutti i momenti che perdevano in questo luogo, ed irreparabile la perdita.
Quest'attacco della sete si manifesta su tutta la superficie del corpo con una somma aridità della pelle; gli occhi pajono sanguigni, la lingua e la bocca, sì internamente che al di fuori si ricuoprono d'un tartaro della densità di una linea: questa crosta è d'un giallo fosco, insipida al palato, e d'una consistenza perfettamente uguale alla cera molle d'un favo di miele. Una spossatezza, un certo languore impediscono il movimento; e l'angoscia, ed una specie di nodo nel diafragma e nella gola impediscono la respirazione; cadono dagli occhi alcune grosse lagrime isolale; si cade a terra, ed in pochi istanti si perdono i sensi. Tali sono i sintomi ch'io notai sugli sventurati compagni del mio viaggio, e che poco dopo provai in me stesso.
Montai a cavallo con molta difficoltà, e si riprese l'interrotto cammino. I miei Bedovini, ed il mio fedele Salem erano ognuno dal suo lato in traccia d'acqua, due ore dopo tornarono l'un dopo l'altro con un poco d'acqua buona o cattiva. Siccome ognuno arrivava frettoloso per porgermi ciò che aveva ritrovato, dovetti beverne, e bevetti più di venti volte: ma sì tosto ch'io avevo inghiottito un poco d'acqua, la mia bocca tornava ad essere arsa come avanti di bagnarla; di modo che io non potevo nè sputare nè parlare.
Alle sette ore della sera facemmo alto presso ad un dovar e ad un ruscello dopo una marcia sforzata di ventidue ore consecutive, senza un momento di riposo.
Le mie genti ed i miei equipaggi arrivarono la notte a diverse riprese. Io non perdei quasi nulla perchè la carovana di Sidi Alarbi avendo successivamente incontrati i miei equipaggi ed i miei domestici, soccorse e salvò colla sua acqua gli uomini e gli animali.
Se non giugneva questa carovana noi tutti perivamo infallibilmente, perchè l'acqua portata dai Bedovini e da Salem sarebbe giunta troppo tardi: la respirazione e le funzioni vitali andavano già mancando, ed io credo che non sarebbesi durato altre due ore in così violento stato senza perire. Allorchè io penso che questa grande carovana erasi allontanata dalla strada ordinaria dietro la falsa notizia che vi erano due o tre mille uomini disposti ad attaccarla, (non erano poi che i quattrocento Arabi che mi aspettavano) che quest'errore fu la cagione della mia salute, io, confesso il vero, non posso stancarmi d'ammirare e benedire la Provvidenza.
Adesso comprendo facilmente come lo sgraziato maggiore Houghtton può essere perito nel deserto in conseguenza di una circostanza simile alla mia, senza che vi abbia avuto parte la perfidia di coloro, che lo accompagnavano.
La maggior parte del suolo del deserto è di pura argilla, ad eccezione d'un breve tratto di terreno calcareo, la superficie è coperta da uno strato di ciottoli calcarei bianchi, rotolati, liberi, grossi come il pugno, quasi tutti eguali, aventi la superficie bucherata come fossero pezzi di vecchio calcinaccio, lo che mi persuade a ritenerli come un prodotto vulcanico. Questo strato è steso con sì perfetta eguaglianza, che non lascia assolutamente verun punto discoperto, e rende il cammino assai faticoso.
Non vedesi in questo deserto veruna specie d'animali, quadrupedi, od uccelli, rettili od insetti; l'occhio vi cerca invano una pianta, e l'uomo non si vede altro d'intorno che il silenzio e la morte. Soltanto verso le quattr'ore della sera si poterono distinguere a qualche distanza alcune piccole piante abbrucciate, ed un albero spinoso senza fiori e senza frutti. Io avevo raccolte nel deserto due pietre, un pezzo d'argilla, e due pezzi di minerale: ma tutto andò perduto.
In questa orribile calamità i miei muli ed i miei cavalli non solamente perdettero i ferri, ma rimasero quasi tutti storpiati.
Lunedì 5.
Erano le sette del mattino quando si riprese la strada a traverso lo stesso deserto, e facendo un giro al S., ed al S. O.
Il terreno è lo stesso di quello di jeri. Alle undici ore del mattino si scese una lunga costiera, dopo di che ci trovammo nella provincia di Schaonia, e sulla sponda diritta del fiume Enzà. Sull'opposta riva vedevasi una sola casa ove abitava Schek Schaoui, o capo della provincia. Poi che si ebbe tre volte attraversato il fiume, ci accampammo a mezzogiorno sulla riva sinistra presso ad un dovar, e ad un mercato. Le mie genti avevano l'immaginazione ancora così calda del passato pericolo, e gli animali risentivansi in modo delle fatiche dell'antecedente giorno, che gli uni e gli altri appena veduto il fiume, corsero a gettarvisi dentro all'istante, gli uomini vestiti com'erano, e gli animali coi loro carichi; onde vi abbisognò molto tempo, pena e travaglio per farneli sortire.
Io fui tormentato dalla febbre tutto il giorno, effetto, non v'ha dubbio del sofferto disastro.
Assai ben coltivate erano le sponde dell'Enzà; e vi trovammo in abbondanza pastinache, popponi, uve, che furono da noi risguardate come un dono del cielo nello stato d'irritamento in cui trovavasi il nostro sangue.
Schek Schaoui, la di cui provincia parvemi assai ricca, era assente, ma suo fratello venne a trovarmi, e mi mandò a regalare molte provvisioni.
Martedì 6.
Alle sei ore del mattino si levò il campo dirigendoci all'O. nelle montagne, e dopo mezzogiorno soltanto scendemmo nella grande pianura, ove camminando a N.O. si passò verso le quattr'ore della sera il gran fiume Moulouia: al di là del quale feci far alto presso ad un dovar.
Le montagne attraversate questo giorno non sono sterili come le precedenti; vi si trovano di quando in quando piccoli fiumi e terreni coltivati. La pianura è quel medesimo deserto, ch'io avevo attraversato precedentemente andando verso Ouschda.
Io continuavo ad essere assai indisposto, e temevo di qualche più serio attacco.
Mercoledì 7.
La mia carovana prese il già descritto cammino, che ci condusse all'alcassaba di Temessouinn.
Giovedì 8.
Proseguendo la stessa strada giunsimo presso alla città di Tezza.
Venerdì 9.
Questo giorno non si levò il campo; ed io entrai in città per assistere alla pubblica preghiera del venerdì.
Tezza è la più gentile città che io vedessi nell'impero di Marocco; la sola ove l'occhio non è rattristato dalla vista delle ruine: le strade sono belle, le case dipinte. La principale moschea è grande assai, ben fatta, ed ornata d'un vago vestibolo. Sonovi varj mercati ben provveduti, molte botteghe, orti assai fertili, acque eccellenti, l'aria purissima: vi si trovano buoni cibi, ed a prezzi assai moderati, ed in grande abbondanza; e gli abitanti mi sembrarono assai risvegliati. Questi vantaggi riuniti mi fanno preferire Tezza a tutte le città dell'impero, non escluse Fez e Marocco.
Trovavasi accampato presso alle nostre tende un corpo di truppe comandate da un pascià, che mi fece rendere gli onori dovuti al mio rango, e mi mandò alcune provvisioni. Eravi con lui Muley Moussa fratello dell'imperatore di Marocco; cui la mia indisposizione non mi permise di visitare.
Più accurate osservazioni delle prime mi diedero la latitudine di Tezza a 34° 9′ 32″; lo che dimostra l'errore in cui ero caduto la prima volta. Soltanto la longitudine fu esatta.
Deviando dalla nostra pratica si riprese il viaggio alle nove della sera, dirigendoci al S. O. Dopo aver passato il fiume Tezza, e fatte molte sinuosità in mezzo alle montagne, si passarono altri fiumi.
Sabbato 10.
Dopo avere camminato tutta la notte passammo in sul far del giorno un altro fiume che va verso l'E. Attraversando un paese sempre montuoso, mi volsi all'O., ed alle otto del mattino feci far alto presso ad un dovar. Ero allora nella provincia di Hiàïna.
Si riponemmo in via ad un'ora dopo mezzogiorno volgendoci all'O., ed al S. O. fino alle cinque della sera; ed allora feci piantare le tende presso ad un dovar, patria di uno degli ufficiali che mi accompagnavano.
Domenica 11.
I buoni abitanti di questo dovar mi pregarono di così buona grazia a rimanere un giorno con loro, che non mi vi potei rifiutare. Nulla essi ommisero di tutto ciò che poteva riuscirmi dilettevole, onde testificarmi la loro gratitudine e rendermi meno nojosa la dimora. Io non mi dolevo di questa circostanza, che mi diede agio di riposarmi dopo tante fatiche sofferte.
Lunedì 12.
Dato ch'ebbi un addio a questi buoni Arabi, mi posi in cammino alle sei ore, facendo molti giri entro le montagne. Erano le nove ore quando scendemmo per passare il Levèn fiume assai vasto che va al S. O. Si costeggiò la sua sponda destra per lo spazio di due ore in un luogo piano, dopo il quale si tornò a salire sulle montagne. Ad un'ora dopo mezzogiorno si fece alto presso ad un dovar.
A poca distanza dal mio campo trovansi alcune ricche saline; di là scoprivansi una serie di sei o sette montagne isolate in forma di pani di zuccaro; il di cui colore rosso mi fece sospettare che siano interamente metalliche.
Martedì 13.
Alle sei ore del mattino si proseguì il viaggio tra le montagne fino alle due dopo mezzogiorno, che si pose il campo presso ad un grosso dovar.
Tutto il paese ch'io avevo attraversato apparteneva alla provincia di Hiaïna.
Il suolo è composto di montagne rotonde di argilla glutinosa come quelle di Tetovan. Sono esse naturalmente sterili; ma gli abitanti sono laboriosi, e vedonsi quasi tutte le colline coperte di panicum ossia di quel miglio; che s'avvicina al mais, e costituisce la base della loro sussistenza. Era allora maturo, e tutti i poderi venivano custoditi da alcuni uomini che avevano cura d'allontanarne gli uccelli con continue grida.
Tranne i fiumi di cui si è parlato, gli abitanti della provincia di Hiaïna non hanno che acqua dei piccoli pozzi che scavano sul pendio delle montagne: le acque di quasi tutti questi pozzi hanno un cattivo gusto sono salate, sulfuree, o minerali. Vedonsi alcuni burroni, e letti di torrenti coperti di uno strato bianco di sale. È probabile che questo paese abbondi di minerali; senza che gli abitanti abbiano il più leggero sospetto dei tesori su cui passeggiano. In molti luoghi gli strati metallici si manifestano di sotto all'argilla che li ricopre; ed alcune roccie perpendicolari, quasi affatto composte di sostanze metalliche, s'alzano qua e là in mezzo alla pianura come torri isolate.
Gli abitanti dediti all'agricoltura abbondano di granaglie, ma non hanno alberi, e non coltivano che pochissimi erbaggi, o frutta. Le loro case fatte di terra, e coperte di tralci sono assai piccole, ed abitate soltanto nell'inverno; perchè durante la bella stagione stanno sotto le tende come gli altri Arabi.
Mercoledì 14.
Alle sei ore del mattino ci ponemmo in viaggio facendo mille ravvolgimenti tra montagne assai alte e sparse di dovar. Era ormai mezzogiorno allorchè scendemmo in sul piano. Dopo avere traversata la Wérga fiume assai largo che scorre all'O., costeggiammo la sua sponda destra nella stessa direzione fino alle tre della sera; ed in allora piantaronsi le tende presso a due dovar.
La tribù che abita questi e molti altri dovar vicini chiamasi Vlèd-Aaïza, o figlia di Gesù; ed è assai numerosa.
Giovedì 15.
Alle sei ore tutti eravamo pronti a porsi in cammino prendendo la direzione di N. O. Entrammo alle otto nel distretto di Wazéin, e poc'appresso vidi al N. la montagna su cui è posta la città; che si lasciò alla dritta, continuando la strada fino alle tre ore della sera, che si alzarono le tende presso a molti dovar.
Il distretto di Wazéin è composto di vaste pianure chiuse all'E. da alte montagne. In mezzo alle pianure alzasi una grande montagna vasta affatto isolata, a metà del di cui declivio è posta la città di Wazéin; che chiamasi la forte, ma che non è cinta di mura come le altre città dell'impero. Colà dimora il celebre Santo Sidi Ali Benhamet di cui si parlò poco sopra. Padrone della città e del distretto, egli vive quasi affatto indipendente.
Io non vidi mai altrove un paese più bello, più popoloso, e meglio alimentato, nè più belle messi. Onde convien credere che la Divina grazia protegga in particolar modo questi abitanti. Il paese è tutto sparso di grandi dovar disposti affatto diversamente da tutti gli altri: qui le tende sono poste in linea retta, e negli altri luoghi in cerchio.
In tutta l'estensione del piano non vedesi un albero; e non vi si trova che l'acqua di alcune piccole sorgenti.
Il mio campo trovavasi distante dalla montagna di Wazéin all'O. Dalle osservazioni astronomiche ebbi il risultato di 6° 55′ 0″ di longitudine orientale, e di 34° 42′ 29″ di latitudine.
Notai ne' due ufficiali condottieri una cert'aria misteriosa, e segni di connivenza; pure continuavano a trattarmi con profondo rispetto; ed io non potevo dir loro alcuna cosa, nè manco concepire verun dubbio sui loro segreti abboccamenti. Le tribù stazionate sul mio passaggio venivano a rendermi tutti gli onori, ed a offrirmi i doni di viveri e di foraggi; ed io continuavo a far uso del parasole; ero in somma sempre trattato come un figlio o fratello del Sultano. Questo stato di cose potev'egli durare? Ecco ciò che vedremo tra poco.
Venerdì 16.
Si riprese in cammino verso le sei del mattino dirigendoci all'O. in mezzo a piccole montagne, ed un'ora dopo la nostra partenza essendo arrivati sulla strada da Fez a Tanger, ci volgemmo direttamente al N. fino alle tre ore della sera, ed allora ordinai di spiegare le tende tra i giardini situati al N. della città d'Alcassar.
Feci una cattiva osservazione intorno alla longitudine; ma non mi riuscì d'afferrare il passaggio d'alcuna stella, nè meno quello della luna in su lo spontar del giorno, per causa di alcune grosse nubi che ingombravano l'emisfero.
Sabbato 17 Agosto.
In questo giorno finalmente cadde il velo che copriva il misterioso contegno de' miei ufficiali; allorchè mi annunciarono che dovevasi andare a Laraïsch, o Larache, e non già a Tanger, ov'essi avevano prima detto di andare. Questo procedere spiacquemi assaissimo, ma dopo avervi riflettuto, mi lasciai condurre, essendomi affatto indifferente l'andare in uno, o in altro luogo.
In conseguenza di ciò alle sei ore del mattino si riprese la strada all'O.; ed un'ora dopo si piegò al N. o al N. O. Entrammo in un bosco di lecci assai alti abbondante di felci, del quale non uscimmo che a mezzogiorno dopo aver fatti molti giri. Finalmente si passò un fiume, ed un'ora dopo mezzogiorno giungemmo a Larache.
Laroïsch che i Cristiani dimandano Larache è una piccola città di circa quattrocento case, poste sul pendio settentrionale d'una ripida collina, di dove le case si prolungano fino sulla riva del fiume, la di cui imboccatura serve di baja alle grandi navi. I bastimenti che non oltrepassano la portata di duecento tonnellate possono entrare nel fiume, ma sono costretti di scaricarsi onde passare la barra.
Larache abbonda di moschee, la principale delle quali è pregevole per la sua architettura. Vi si trova un grande mercato, circondato da portici sostenuti da piccole colonne di sasso; ed è il più bel mercato ch'io vedessi nell'impero di Marocco. Fu fabbricato dai Cristiani, ugualmente che le principali fortificazioni. La città appartenne agli Spagnuoli, ai quali fu tolta da Muley Ismaïl.
Dalla parte di terra la città è difesa da buone mura con larga fossa; e due bastioni proteggono la porta ed il ponte. L'alcassaba o castello posto verso terra al S. della città è un piccolo quadrato di bastioni ad orecchioni circondato da una fossa. Ogni cosa trovasi bastantemente conservata, fuorchè il parapetto estremamente guasto. Sgraziatamente la piazza non ha acqua, e quella che vi si beve deriva da una sorgente che scaturisce in riva al mare a cento ottanta tese di distanza dalle mura, in luogo coperto dal fuoco della piazza. Ne viene presa ancora da un'altra sorgente lontana una lega. All'estremità della città, presso la foce del fiume, avvi un castello che mi si disse fabbricato per ordine di Muley Edris. La fortezza quadrata è provveduta di molte piccole colombrine. La bocca del porto viene difesa da due batterie poste al S., e da una specie di castello situato dalla stessa banda a tre cento cinquanta tese di distanza, con cannoni e mortai. Non avvi veruna fortificazione al N. del fiume o del porto.
A trecento tese al S. dell'ultima batteria di cannoni e mortai, sonovi presso all'acqua alcune opere, che viste dal mare, hanno l'apparenza di fortezza, ma che in realtà non sono che le ruine d'una casa e d'un molino a vento.
A sessanta leghe all'E. S. E. del castello quadrato trovasi una Cappella o santuario di una santa femmina patrona della città, chiamata Làla Minàna. Vi si onora il suo sepolcro. Io non ho giammai potuto dicifrare la complicazione delle idee che risvegliò in me l'esistenza della canonizzazione d'una donna, colla credenza mussulmana dell'esclusione di questo sesso dal paradiso. Ma Dio ne sa più che gli uomini.
La costa del S. è formata da una rupe assai alta, mentre quella del N. ha un piccolo banco di sabbia.
Per ordine del Sultano, Sidi Mohamed Safaxi, che era pascià di Larasche, mi destinò la miglior casa, situata sul gran mercato a lato alla principale moschea.
Malgrado questa vantaggiosa posizione, non potendo salire sopra la casa per osservare il cielo senza impedimenti, non potei prendere le distanze lunari; a fronte di ciò per mezzo degli ecclissi dei satelliti ho potuto fissare la longitudine O. dell'osservatorio di Parigi ad 8° 21′ 45″; come la latitudine per il passaggio del sole a 35° 13′ 15″ N. La declinazione magnetica è di 21° 39′ 15″ orientale. La temperatura è assai dolce e corrispondente a quella dell'Andalusia.
La città è circondata da un'arena rossiccia, ch'io riguardo come una decomposizione di feldspato, con molta disposizione a conglutinarsi. La rupe alta del mezzodì è formata di strati perfettamente orizzontali, sottili assai, e vicinissimi gli uni agli altri, lo che forma un'ardesia tagliata perpendicolarmente in riva al mare. Questi strati di roccia sono formati soltanto di arena rossa di già conglutinata nella sottile tessitura d'ardesia.
La città non è affatto sprovveduta di giardini. I viveri sono buoni, e l'acqua, quantunque alquanto cruda, non è malsana.
Le fatiche sofferte nel viaggio d'Ouschda mi cagionarono una malattia di quindici giorni. Furono pure indisposti alcuni miei domestici, e le bestie da soma, alcune delle quali rimasero storpiate; ma non morì che un mulo. Feci i bagni di mare, ed approfittai dell'opportunità per arricchire la mia collezione di piante marine.
Una corvetta di Tripoli, che da più mesi era entrata nelle acque del fiume, trovavasi a Larache. Il Sultano ordinò di equipaggiarla a sue spese, destinandomi la camera di poppa per il mio viaggio in Levante. Visitai questa nave che dovea tra pochi giorni mettere alla vela per Tripoli, e feci disporre per questo lungo viaggio la camera che mi era stata destinata.
La Domenica 13 ottobre 1805, giorno fissato per la mia partenza andai la mattina a congedarmi dal pascià, che mi diede tutte le migliori dimostrazioni di stima, e di considerazione, soggiungendo, che se volevo differire il mio imbarco fino alle tre ore dopo mezzogiorno, egli avrebbe assistito alla mia partenza. Tale inchiesta era per me troppo lusinghiera per non la poter rifiutare.
Essendo i miei equipaggi già imballati e caricati a bordo, andai al porto all'ora concertata per imbarcarmi colle mie genti. Chiesi conto del Pascià, e mi fu risposto che non tarderebbe ad arrivare. Mentre veniva la scialuppa, mi trattenni alcun tempo sulla spiaggia, ove la muraglia forma un angolo rientrante, e dove trovasi un vicoletto che sbocca dall'angolo.
Arrivata la scialuppa, e non vedendo venire il Pascià, mi disponevo di andare a bordo, quando due distaccamenti di soldati si presentarono a dritta ed a sinistra, e un terzo uscì dal vicolo in fondo all'angolo. I due primi s'impadronirono bruscamente di tutte le mie genti, l'altro mi prende in mezzo, e mi comanda d'imbarcarmi solo, e di partire all'istante. Chiedo la ragione di così strano procedere; e mi viene risposto: così ordina il Sultano. Domando di parlare al Pascià, e mi vien detto, imbarcatevi. Conobbi allora apertamente la mala fede del Sultano, e del Pascià, che fino all'ultimo istante, avevano ordinato che mi fossero resi i più grandi onori dalle truppe e del popolo, mentre meditavano il colpo che doveva profondamente ferirmi, poichè io non avevo meno premura per le persone che mi erano affezionate, che per me medesimo.
M'imbarcai nella scialuppa col cuore lacerato dalle grida di alcune persone della mia famiglia desolate da così subita separazione. Scesi il fiume divorato dalla rabbia e dalla disperazione finchè si giunse al passaggio della barra, ove i violenti colpi dell'onda mi sconvolgevano lo stomaco; lo che mi fu salutare, essendomi scaricato di un'enorne quantità di bile: ma spossato da così violenti scosse morali e fisiche, arrivai quasi privo di sensi alla corvetta che stava ancorata a poca distanza dalla barra. Mi trasportarono nella mia camera, e coricaronmi a letto.
In tal modo uscii dall'impero di Marocco. Sopprimo tutte le riflessioni che qui sarebbero inopportune. Forse avranno luogo in altra opera.