VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI IN AFRICA ED IN ASIA
TOMO III


VIAGGI
DI
ALI BEY EL-ABBASSI
IN AFRICA ED IN ASIA

DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807

TRADOTTI

DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI

con tavole in rame colorate


TOMO III

MILANO
Dalla Tipografia Sonzogno e Comp.
1817.


[INDICE]

[INDICE DELLE TAVOLE]


VIAGGI
in AFFRICA ed in ASIA
FATTI DAL 1803 AL 1807.


CAPITOLO XXVIII.

Alessandria. — Antichità.

Potrebbesi formare facilmente una piccola biblioteca dei viaggi in Egitto e delle descrizioni di questo paese, il quale quantunque conosciutissimo, lo fu assai meglio dopo che tanti letterati francesi i quali accompagnavano l'armata che l'occupò in sul finire dell'ora decorso secolo, ebbero modo di esaminare in tre anni tutto quanto può meritare l'attenzione d'un osservatore. Forse più nulla rimane a dirsi di nuovo intorno alla patria di Sesostri, ma non è possibile di trovarsi in così celebre contrada, e di allontanarsene come un'ombra fuggitiva e muta, senza pagarle qualche tributo d'ammirazione. La posizione geografica d'Alessandria è di 31° 13′ 5″ di latitudine settentrionale, e di 27° 35′ 30″ di longitudine meridionale dell'osservatorio di Parigi.

È noto che l'antica Alessandria, uno de' più grandi emporii di commercio, e soggiorno della splendida corte de' Tolomei, era una immensa città che conteneva più di un milione d'abitanti. La sua dogana produceva in quei felici tempi enormi somme, che potrebbero valutarsi a circa sessantacinque milioni di franchi all'anno, il di cui valore relativo in ragione del presente abbassamento di prezzo dell'argento, può essere considerato equivalente a sei milliardi di franchi. Adesso non produce che un mezzo milione all'incirca.

Riferiscono gli Storici che quando gli Arabi conquistarono questo paese ai tempi del Califfo Omfor, Alessandria contava quattromila palazzi, altrettanti bagni pubblici, quattrocento mercati, e quarantamila Giudei tributarj. Tutti questi edificj più non esistono, ed appena si sa quale sia il luogo che occupavano.

Gli Storici ricordano un infinito numero di giardini e di orti che abbellivano i contorni della città: oggi non è circondata che da sterili deserti.

Finalmente questa magnifica città, opera del Magno Alessandro, doviziosa capitale de' Tolomei, non è più che l'ombra della sua passata grandezza. Un immenso ammasso di ruine in gran parte coperte da banchi di sabbia, la colonna di Pompeo, gli obelischi di Cleopatra, le cisterne, le catacombe, ed alcune colonne intiere o spezzate qua e là sparse sopra una superficie di alcune leghe, sono i soli testimonj del suo antico splendore. Un recinto di alte e larghe mura di circa due leghe con torri in parte ruinate, e molti casolari sparsi tra i rottami di caduti edificj occupano questo spazio: e questi sono i miseri avanzi dei mezzi tempi, ossia della seconda età d'Alessandria quando passò in potere dell'islamismo. Una popolazione di circa cinquemila abitanti d'ogni colore, d'ogni nazione, d'ogni culto, collocata sopra un'angusta lingua di terra che si prolunga entro al mare, senz'altri prodotti che quelli d'un commercio senz'attività, e che in quest'anno per colmo di sue sventure ha perduta l'unica acqua bevibile che possedeva: tale è lo stato della moderna Alessandria.

La massa principale degli abitanti è composta di Arabi, vale a dire di uomini generalmente ignoranti e grossolani: ma che invece d'essere indocili e cattivi verso i Cristiani, li servono, e soffrono perfino i loro capricci ed ingiustizie come se fossero loro schiavi. Io penso che in addietro questo popolo, anche per il solo motivo de' suoi pregiudizj religiosi, fosse assai meno affabile verso i Cristiani; ma la spedizione de' Francesi fece loro credere che il Cristiano non abbia in orrore il Musulmano, perchè avendo allora bastanti forze per farla da padrone, li trattava come fratelli: e queste circostanze produssero una fortunata rivoluzione nello spirito di questa gente. Gl'immensi vantaggi della civiltà, della tattica militare, dell'organizzazione politica, delle arti e delle scienze delle nazioni Europee ch'ebbero opportunità di notare, e le idee filantropiche comuni a tutte le classi della società ch'ebbero abbastanza tempo di apprezzare, loro ispirarono una specie di rispettosa ammirazione per nazioni che possedono così vantaggiose qualità sopra gli Arabi ed i Turchi.

Alcuni piccoli orti posti entro l'attuale recinto d'Alessandria, e sopra lo spazio che occupava l'antica città, non hanno che palme assai belle, e pochi altri alberi fruttiferi stentati perchè non possono inaffiarsi che coll'acqua de' pozzi. Per andare a passeggiare in questi giardini, e per passare da un canto all'altro della città adoperansi certi asini di così piccola razza, che appena bastano perchè il cavaliere non tocchi il suolo; ma la piccolezza è largamente compensata dalla loro vivacità e velocità del movimento, equivalendo l'ordinario loro passo al trotto forte di un cavallo. Vedonsi questi animali carichi di un uomo, e talvolta di enormi pesi correre continuamente da una all'altra parte della città come fossero cavalli di posta. I loro condottieri vanno sempre a piedi correndo quanto possono per poterli seguire, lo che spesse volte serve di piacevole intrattenimento agli spettatori. Io misurai l'altezza di questi interessanti animali, e trovai che il termine medio era di trentanove pollici di Francia, e taluno pure non ne ha più di trentasette. Quanto utili sarebbero questi animali nelle grandi città dell'Europa! Il loro giornaliero mantenimento non arriva al quarto di ciò che consuma un cavallo o un mulo, e i servigi che prestano sono egualmente grandi.

I cavalli che si vendono in Alessandria sono di razze diverse dell'Egitto, dell'Arabia, della Siria, dell'Affrica, ma tutti assai mediocri, ed i pochi buoni vi si vendono carissimi. Le staffe più grandi di quelle che si costumano a Marocco hanno alcuni angoli acuti che servono per spronare il cavallo. Qui come in Cipro quando uno è sceso da cavallo, non ha più nulla a pensare: il domestico lo prende per la briglia, e lo fa lentamente passeggiare per un quarto d'ora, onde l'animale passi gradatamente dallo stato di violento movimento a quello di riposo.

Trovansi in città molte persone che fanno professione di seguire il cavallo a piedi, e di averne cura, e sono chiamati di sàiz. Quando si acquista o si vende un cavallo, questi fanno le veci di cozzone; e quando si sorte a cavallo il sàiz cammina avanti con un bastone rosso o verde lungo sette in otto piedi, che tiene perpendicolarmente in una mano. I Pascià, ed i grandi sono preceduti da molti sàiz, che allora camminano due a due; e per poco che tale corteggio sia numeroso rassomiglia a certe processioni da me vedute in Europa.

Alessandria manca di scuole per le scienze, e perfino l'arte dello scrivere è ridotta in pessimo stato, perchè non venendo i maestri di scuola sottoposti a verun esame, formano ì caratteri della scrittura a capriccio; alterando ognuno a modo suo le lettere dell'alfabeto. I Cofti, i Greci, i Giudei, e dirò ancora ogni tribù hanno tratti e gradazioni insensibili; onde non basta la vita d'un uomo per imparare a leggere speditamente. Coloro che vogliono imparare le scienze vanno al Cairo.

Gli avanzi degli antichi edificj fatti di pietre, e coperti dall'arena, sono le cave ove gli abitanti della nuova Alessandria prendono i materiali per fabbricare le loro case. Tutto questo spazio è inoltre seminato di cisterne, alcune delle quali ornate da più ordini di colonne con archi gli uni sopra gli altri. Vi si vedeva anticamente una moschea detta moschea dalle mille colonne.

Molte colonne dissotterrate in questo luogo erano state in varie epoche condotte sulla riva del mare, di dove volevansi trasportare in diversi paesi di Europa; ma trovandosi un giorno in porto una flotta turca, e spiacendo ai capitani che la comandavano di non avere un comodo sbarco, fecero gettare in acqua tutte le colonne, ammonticchiandole le une sulle altre; ed in tal modo sorse ad un tratto un molo di preziosissimi materiali, rapiti un'altra volta e forse per sempre al lusso europeo.

Gli obelischi, detti ancora guglie di Cleopatra, trovansi in sull'estremità del porto di levante, presso ad una grossa torre chiamata la torre lunga. Sono due, una in piedi e l'altra rovesciata in terra, ambedue di granito rosso di tegola, e coperte di geroglifici assai ben conservati sopra alcuni lati, in altri quasi affatto cancellati. Si fecero alcuni scavamenti per discoprirli del tutto; e perchè i dotti europei ne hanno fatta un'accurata descrizione, come pure della colonna di Pompeo, e delle catacombe reali, ne ho copiato i loro disegni. La base dell'obelisco in piedi è appoggiata sopra tre scaglioni di marmo bianco cocleare.

La colonna Pompea, colosso forse unico nel suo genere, dello stesso granito degli obelischi fu pure esattamente descritta. È questa composta di quattro blocchi[1] che formano il piedestallo, la base, il fusto ed il capitello: il fusto è lungo sessantatrè piedi un pollice e tre linee, sopra otto piedi due pollici e due linee di diametro nella parte inferiore. Quanto mai sono fallaci i sensi degli uomini! In distanza di cinquanta passi da questo monumento, l'occhio ancora non s'accorge della grandezza del colosso che gli sta d'avanti; e l'immaginazione anche a brevissima distanza non è altrimenti colpita da così enorme mole. Ciò procede dal trovarsi la colonna sopra una piccola altura senza avere in vicinanza verun oggetto di ordinaria dimensione, che faccia le funzioni di scala di agguaglio. I sensi rappresentanci una grande colonna, e nulla più, ma quando s'arriva in distanza di soli dieci o dodici passi, allora, come ci cadesse tutt'ad un tratto una benda dagli occhi, vediamo tutta la grandiosità del monumento. Noi impariamo a vedere toccando, e qui l'occhio non dà la misura dell'oggetto che quando siamo vicini a toccarlo, o in istato almeno di agguagliare alcune delle sue parti col nostro corpo: allora un lampo di luce viene a sorprendere la nostra immaginazione scoprendoci la maravigliosa mole che abbiam sotto gli occhi. Io sperimentai più volte questo fenomeno dell'ottica, che le persone dell'arte hanno dottamente spiegato. Il capitello forato in più luoghi ci fa conoscere che altra volta sosteneva una statua. Ignorasi affatto l'epoca della colonna e degli obelischi; ed i nomi di Cleopatra e di Pompeo non possono risguardarsi che quali moderne intitolazioni, mentre questi monumenti sono più antichi de' personaggi da cui ebbero il nome. Quello di Severo dato da taluni alla colonna è ancora più assurdo perchè non ha altro fondamento che l'ignoranza della lingua araba. Questi popoli la chiamano el Souari, vocabolo che significa colonna, e che nella imperfezione della scrittura araba scrivesi cogli stessi caratteri o lettere che il vocabolo Severo; lo che diede luogo all'errore.

Alcuni Arabi più istruiti pensano che la colonna sia opera d'Alessandro, da loro detto Scander: ma io ho trovato fra i dotti del paese una più rispettabile tradizione, e più analoga alla natura ed alla grandezza dell'oggetto; questa vuole che la colonna fosse inalzata a' tempi di Ercole, ch'essi dicono Scander-el-Carnéinn, ossia Alessandro dai due secoli, perchè la traduzione lo fa vivere due secoli; e non Alessandro dalle due corna, come alcuni autori tradussero questo nome. Carn significa secolo, e carneinn, duale di carn, due secoli.

Le catacombe o grotte che formano l'antica Necropoli, (città de' morti ) sono un altro oggetto degno dell'attenzione del viaggiatore. Molte sono cavate nella roccia a guisa di camere più o meno grandi, con uno, due e tre ranghi di nicchie destinate a ricevere i corpi. Presso alla casa di un marabotto detto Sidi-el-Pabbari vedesi una specie di strada tutta composta di catacombe poste a' piedi di due côlli l'uno in faccia all'altro. Da una banda quasi tutte le catacombe sono chiuse dalla sabbia, ad eccezione di una grandissima che contiene tre sale ed un infinito numero di nicchie. Dall'altro lato numerai undici catacombe in generale assai ben conservate, le quali hanno tre ranghi di nicchie.

Ma le più magnifiche grotte sono quelle al S. O., due miglia distanti dalla città. Sembra che queste fossero destinate ai re d'Egitto; ed oggi sono ridotte ad estremo deperimento; onde non tutte sono praticabili. Prima d'inoltrarvisi convien tirare alcuni colpi di fucile o di pistola per atterrire le bestie feroci che d'ordinario ricoveransi in questi lugubri soggiorni, come per mettere l'aria in movimento. Si entra poscia con più fiaccole, e muniti d'una corda che serve di guida per il ritorno, attaccandone una estremità all'ingresso.

Per l'eccessivo calore che vi regna si suda come in un bagno a vapore, talchè prima d'uscire fummo forzati d'intrattenerci mezz'ora nel primo salone, mettendoci gradatamente al livello dell'esterna temperatura. Le tenebre sono così dense, che più fiaccole riunite appena bastano per distinguere alcuna cosa assai da vicino, anche dopo esservi rimasti un'ora, e quando la pupilla dell'occhio ha già acquistato tutto il dilatamento di cui è capace. Le bestie feroci che abitano queste catacombe vi portano le loro prede per divorarle, onde il suolo è pieno di ossa d'ogni specie d'animali, alcune delle quali recentemente spogliate. Non sonovi pipistrelli come in quelle di Amatunta, ma in vece un infinito numero di falene, ossiano farfalle notturne, e mosche di vivaci colori come le cantaridi. Vi si trovano pure molti rospi i di cui buchi s'internano nel suolo, ove trovano l'acqua a poca profondità: la loro pelle d'un bianco grigio sembra coperta di polvere. Tali sono i presenti abitatori di questo soggiorno della morte, che l'uomo preparò con tanto lusso onde perpetuare l'esistenza delle mortali sue spoglie. I corpi postivi dalla vanità, ridotti da più secoli in polvere, non lasciarono veruna traccia, ed ignoriamo i nomi di tutti coloro che fecero scavare questi monumenti.

A pochi passi all'ovest delle catacombe vedonsi i bagni di Cleopatra, i quali sono composti di tre camere cavate nella roccia, di forma quasi quadrata di circa undici piedi da ogni lato. L'acqua del mare può entrarvi per tre aperture alcuni piedi più alte del suolo. Bagni accanto alle case della morte?... Per chi, ed in qual tempo furon fatti?... Nulla, assolutamente nulla sappiamo di tutto questo. Oh perdita irreparabile della biblioteca d'Alessandria...! Ma io rispetto la decisione del Califfo del maggior de' profeti.

Seguendo la riva del mare una lega più all'O. si trova l'abitazione d'un marabotto detto Sid iel-Ajami. È questo il luogo in cui sbarcò l'armata francese.

CAPITOLO XXIX.

Abitanti d'Alessandria. — Corrispondenza. — Clima. — Notizie storiche.

La mescolanza degli abitanti d'Alessandria è cagione che vi si parlino tutte le lingue del mondo; ma tutte male, perchè in questa moderna Babele si dimentica poc'a poco il linguaggio materno per parlare i diversi idiomi di coloro, dai quali desideriamo di essere intesi. I fanciulli imparano nello stesso tempo senza maestro tre o quattro lingue senza che mai ne sappiano una perfettamente.

I Cofti discendenti, come ognun sa, dagli antichi abitanti d'Alessandria e dell'Egitto sono adesso ridotti ad un migliajo d'individui o poco più, quasi tutti commercianti. Avevano altra volta pel loro culto un magnifico tempio, che fu spianato per iscoprire il fuoco della piazza.

Di Greci stabilmente domiciliati in Alessandria non vi sono quaranta famiglie; ma sempre vi sono molti Greci di passaggio, perchè la maggior parte de' bastimenti che vi approdano o sono greci o con equipaggio greco. Il patriarca d'Alessandria, uomo rispettabile e dotto, risiede col vescovo nel convento di questa religione. Sonovi inoltre alcuni cattolici della Siria, che fanno un piccolo commercio eventuale.

Si contano in Alessandria più di trecento Giudei occupati del commercio, e dell'usura, i quali mantengono una vivissima corrispondenza con Livorno. Adesso non hanno che alcune sinagoghe provvisorie, perchè la loro grande sinagoga corse il destino della chiesa de' Cofti.

I Cristiani ed i Giudei del paese vestono all'orientale, senza verun segno che li distingua dagli altri; sono ben trattati dai Turchi e dagli Arabi: perciò fanno i loro affari, celebrano le loro feste, professano la propria religione, e spiegano tutto il lusso che loro piace con tutta libertà, e senza timore d'avanie.

I Franchi, ossia Europei di qualunque nazione, e le loro donne vestono all'europea con tutto il lusso, e secondo la moda giornaliera. Abitano tutti in un quartiere che rassomiglia perfettamente ad una città d'Europa. Uomini e donne escono dalle case loro di giorno e di notte, suonano e cantano per le strade senza che giammai un musulmano commetta contro di loro la più piccola scortesia. Questa libertà stendesi ancora a' semplici protetti dei consolati, i quali vestiti all'europea godono degli stessi diritti degli Europei, quantunque siano giudei del paese. Quale differenza con Marocco!

I Cattolici possedono in Alessandria una chiesa ed un convento posti sotto la protezione della Francia, come lo sono tutti gli stabilimenti religiosi di Levante, d'ordinario poi sono mantenuti dalla Spagna.

Le donne del paese cristiane ed ebree sortono velate, e vivono ritirate come le musulmane, mentre le europee godono della stessa libertà che hanno in Europa. Tra le cristiane e le ebree non sono rare le belle: ma se della bellezza delle musulmane dobbiamo giudicarne da' loro fanciulli, non potressimo formarcene una vantaggiosa idea, perchè tutti hanno forme ributtanti, ventre grosso, gambe corte e cagnesche, testa sproporzionata, occhi affetti d'oftalmia e cisposi, colore citrino verdognolo: mentre i figli delle europee nati ed ellevati in Alessandria sono belli e ben fatti come nella patria de' loro genitori. Quanto diversi sono i fanciulli musulmani di Féz, che frequentemente ci mostrano delle figure angeliche!

In vista dell'estesissimo commercio di questa città parrà strano che non siavi alcuno stabilimento pubblico per diramare le lettere, e perciò la corrispondenza si eseguisce per mezzo dei patroni de' batelli che vengono frequentemente da Smirne, da Costantinopoli, e da altri luoghi. Arrivati in Alessandria scorrono le strade e le case colle lettere avviluppate in un fazzoletto, e chiunque aspetta lettere, domanda il sacco, e visita tutte le lettere perchè d'ordinario il portatore non sa leggere, onde la corrispondenza rimane esposta all'indiscrezione, o all'interesse speculatore di qualche negoziante.

Benchè il clima d'Alessandria sia caldo non lo è per altro in ragione della sua posizione geografica. I venti di mare vi regnano tutta l'estate, e vi mantengono l'aria umida, di modo che il mio igrometro segnava un alto grado d'umidità in uno de' più caldi giorni ch'io vi provassi nel luglio e nell'agosto; ed il termometro all'ombra non si alzò mai oltre i ventidue gradi di Reaumur.

L'oftalmia risguardata come la sola malattia endemica del paese, parmi procedere da una causa affatto meccanica: essendo senza dubbio l'effetto di alcuni grani di sabbia impalpabile, di cui l'atmosfera è sempre ingombra. Penetrando questa nell'occhio, vi eccita una specie di prurito, che provoca a strofinarsi. Siccome l'organo è d'ordinario irritato dal riverbero del sole e della polvere salina, la più leggiera confricazione allorchè la sabbia è penetrata nell'occhio lacera la pellicola, e produce l'infiammazione. Poche persone sfuggono a questa malattia. Convinto di questa verità allorchè mi sentivo qualche corpo straniero nell'occhio resistevo costantemente al prurito, e tale precauzione mi salvò dall'oftalmia.

Fui meno antiveggente pei cambiamenti di temperatura in autunno; i quali sono in questo così improvvisi, che nello spazio di tre o quattr'ore provansi più variazioni di caldo e di freddo; onde vi soffersi una leggiera indisposizione.

Benchè la storia de' paesi da me visitati possa sembrare straniera all'itinerario de' miei viaggi, la singolare situazione politica dell'Egitto, paese privo di sovrano territoriale, e che gode d'una specie d'indipendenza anarchica domanda una particolare attenzione.

Dietro le notizie che ho potuto procurarmi sul luogo, darò dunque un cenno intorno alla sua situazione dalla spedizione francese fino al giorno della mia partenza per la Mecca.

È noto che un branco de' Francesi che occupavano l'Egitto dovettero cedere agli sforzi riuniti di un'armata inglese di 23,400 uomini, comandata dal generale Abercrombis; di un'armata turca di 6,000 sbarcata ad Aboukir, sotto gli ordini di Hassan Pascià, Capitano Pascià della porta Ottomana; di un'altra armata inglese di 6,000 diretti dal general Beird sbarcato a Suez, e di una quarta armata turca di 28,300 uomini, proveniente dalla Siria comandata dal Gran Visir; che uniti a 27,000 marinaj ed impiegati forma un totale di 70,700 uomini. Col mezzo di questa forza l'Egitto rimase in potere degl'Inglesi e de' Turchi.

Alcun tempo dopo in forza del trattato d'Amiens gl'Inglesi evacuarono il paese, Hassan Pascià si ritirò, ed il governo d'Egitto rimase tra le mani di Mehemed Pascià che aveva un corpo di truppe turche ai suoi ordini, composte in gran parte d'Albanesi e d'Arnauti. Ben tosto gli Albanesi si ribellarono contro il Pascià turco, e chiamarono i Mamelucchi che vivevano ritirati nell'alto Egitto. Questi non tardarono ad averne l'esclusivo comando, e gli Arnauti rimasti semplici soldati al servizio dei Bey, non soffrirono a lungo la loro signoria, si rivoltarono, e ne fecero perir molti; gli altri si salvarono nell'alto Egitto. Quando cominciò la sollevazione del Cairo, il bravo Osman Bey Bardissi trovavasi in casa con una ventina al più di Mamelucchi. Attaccato da alcune migliaja d'Arnauti, fa tranquillamente sellare i cavalli, indi tutt'ad un tratto facendo aprire le porte piomba come un fulmine sugli Arnauti, attraversa le loro file, e si ritira nell'alto Egitto ove trovasi anche al presente[2]. È verosimile che questa sollevazione fosse organizzata da Koursouf Pascià, governatore d'Alessandria, e che i scheich del Cairo non vi fossero stranieri.

Koursouf si recò subito al Cairo, e prese il comando dell'Egitto: ma gli Arnauti sempre inquieti, ed altronde tormentati dai scheih del Cairo abbassarono Koursouf, e gli sostituirono Mehemed Alì attuale Pascià.

Mentre i Mamelucchi erano al Cairo, la Porta aveva nominato governatore d'Alessandria l'inquieto Alì Pascià ch'erasi di già fatto conoscere nella rivoluzione di Tripoli di Barbaria, ov'era stato alcun tempo Pascià intruso. Venne in Alessandria con istruzioni d'indebolire la potenza degli Arnauti e de' Mamelucchi, per rimettere l'Egitto sotto l'immediata ubbidienza della Porta. Era seguito da un corpo di truppe di lui degne: l'indisciplina, il disordine, la licenza loro erano giunte a tale, che non facevansi riguardo di tirare dei colpi di fucile contro le persone che incontravano per istrada, e che gli prendeva voglia d'uccidere senza veruna ragione. Gli Europei e le loro case non erano sicure da tanta licenza, e le case de' consoli non erano in verun modo rispettate. Dal suo canto Alì Pascià ch'era il più crudel uomo che immaginare si possa, non lasciava passare un solo giorno senza fare strozzare qualche vittima, facendone poi gettare i corpi nel mare; mentre altre ne faceva assassinare segretamente nelle catacombe. Tale era l'uomo che la Porta incaricava di rimenare l'Egitto sotto le sue leggi.

Infruttuosi riuscirono i reclami de' Consoli Europei al Pascià per metter fine agli eccessi delle sue truppe, onde risolsero di andare colle loro famiglie a bordo di una fregata che trovavasi in porto, e di là spedirono le loro rimostranze ai rispettivi ambasciatori a Costantinopoli.

Alì Pascià intimidito da questo passo dei Consoli gl'invitò a trattare con lui; e finalmente accettarono la proposizione di ritornare alle loro case dopo avere solennemente capitolato col Pascià.

Terminata questa vertenza, ottenne da' Mamelucchi e dagli Arnauti di poter recarsi senza truppe al Cairo. Ma appena vi fu arrivato, facendo avanzare le sue truppe, furono sorprese e disfatte in sulla strada. In conseguenza Alì Pascià ebbe ordine di sortire dal Cairo e dal paese, prendendo la strada della Siria. Il terzo giorno il corpo de' Mamelucchi che lo scortava, rimasto addietro, fece fuoco contro di lui, che ne rimase ucciso con tutta la sua gente.

Mentre ciò accadeva in Egitto, la politica andava preparando per quel paese e pel commercio europeo del Levante un'assai più importante rivoluzione, che andò poi fallita.

Quando gl'Inglesi evacuarono l'Egitto, il Mamelucco Elfi Bey schiavo ed erede di Murat Bey partì con loro alla volta di Malta con intenzione di recarsi a Londra. Ma perchè le circostanze politiche variavano ad ogni istante, e l'importanza della persona d'Elfi Bey ne seguiva le vicende; stanco della poca considerazione in cui dagl'Inglesi era tenuto a Malta, pensò di entrare in trattative colla Francia; ed era già pronto ad imbarcarsi per andarvi, quando gl'Inglesi gli offrirono una nave per passare a Londra; ove appena sbarcato concertò tutto quanto poteva ad un tempo convenire alla propria ambizione, ed agl'interessi della Gran Brettagna. Gli furono in conseguenza assegnati fondi e mezzi per ingrandirsi, e convenuto il piano di condotta che doveva tenersi verso l'Egitto.

Ricolmo di doni e di ricchezze fu Elfi ricondotto in Egitto sopra una fregata inglese: ma Osman Bey Bardissi, il più valoroso ed influente di tutti i Bey adombrato del ritorno d'Elfi, e temendone l'ingrandimento, dispose di disfarsene ad ogni costo. Quando seppe ch'era sbarcato in Egitto, trovò chi si prese l'incarico di avvelenarlo, e temendo che non bastasse il veleno, gli tese insidie per assassinarlo sulla strada.

Elfi dubitò, o fu segretamente avvisato del pericolo che gli sovrastava, e fuggì a cavallo a traverso al deserto, solo, senza danaro, e privo di tutto. Si racconta, che entrato senza saperlo nella tenda di un Bedovino suo nemico mentre non eravi che la sua sposa, palesò il proprio nome per ottenere qualche soccorso. Spaventata la donna del suo pericolo, gli diede viveri ed acqua, pregandolo a fuggir subito onde non essere sorpreso dal marito che mortalmente l'odiava. Elfi approfittò del consiglio. La donna raccontò al marito l'accadutole, il quale non dimenticando in quel primo impeto di collera i generosi sentimenti che lo animavano: donna, gli rispose, se io l'avessi trovato qui non so quello che avrei fatto.... forse l'avrei ammazzato.... ma.... io t'avrei egualmente uccisa, se tu gli avessi rifiutata l'ospitalità, ed i necessarj soccorsi. Tratto maraviglioso di cui non trovansi frequenti esempi nella storia.

Tutti gli effetti preziosi ch'Elfi aveva portati da Londra furono dopo la sua fuga spezzati, saccheggiati, e venduti. Unitosi ad alcuni Mamelucchi suoi partigiani si stabilì nel deserto; e col danaro ch'ebbe dagl'Inglesi non tardò ad ingrossare il suo partito, e sentendosi abbastanza forte, dopo avere sottomesso alcuni dovar, e tribù, venne a bloccare la città di Damanhour poco distante da Alessandria. Ma gli abitanti ch'eransi dichiarati contro di lui, si difendono già da due anni con una piccola guarnigione di Arnauti.

Intanto gl'Inglesi, e gli agenti d'Elfi ottennero firmani dal Gran Signore che lo dichiaravano Schèih-el-Beled, ossia principe feudatario dell'Egitto. Per far eseguire questi firmani la Porta spedì il Capitano Pascià con tutta la squadra ottomana, e spedì inoltre con alcune truppe Mussa Pascià di Salonicchi, come governatore del Cairo: ma Mehemed Alì ed i Scheih di questa città si opposero a tale disposizione, e dopo alcune trattative col capitano Pascià, e colla corte di Costantinopoli, ottennero nuovi firmani in favore di Mehemed Alì. Il capitano Pascià e Mussa Pascià ritiraronsi senza aver fatto nulla il 18 ottobre 1806; ed Elfi Bey rimase solo ed abbandonato nel deserto. Fu questi senza dubbio un fatal colpo per gl'Inglesi, che perdettero i frutti di tanti sacrificj, ed i vantaggi che loro assicurava l'esclusivo commercio dell'Egitto. Ciò è quanto mi fu raccontato, ma io non guarentisco che la verità di ciò che ho veduto io stesso, e quantunque il capitano Pascià e Mussa Pascià mi dassero non equivoche testimonianze di considerazione e di amicizia, portato dai mio carattere più alla contemplazione dalla natura che agl'intrighi degli uomini, mi tenni sempre lontano da simili affari.

Rimasi diciannove giorni accampato fuori d'Alessandria con tutta la mia gente, nel qual tempo raccolsi molte piante marine, e disegnai la veduta d'Alessandria. Avanti di partire da Alessandria il capitan Pascià ebbe la delicatezza di presentarmi, senz'averla richiesta, una lettera commendatizia per Mehemed Alì, un'altra per il Pascià di Damasco, ed un firmano pel Sultano Scheriffo della Mecca.

CAPITOLO XXX.

Tragitto a Rosetta. — Bocche del Nilo. — Rosetta. — Viaggio al Cairo pel Nilo.

Dopo il soggiorno di cinque mesi e mezzo in Alessandria, ripresi il mio pellegrinaggio il giovedì 30 ottobre 1806, e m'imbarcai sopra un dierme accompagnato da alcuni de' principali Scheih della città, che vollero seguirmi per due ore di navigazione. Il dierme è un bastimento scoperto a vele latine o triangolari. Quello che m'aveva ricevuto a bordo era de' più grandi, ed a tre alberi, con una gran vela ad ogni albero. La lenta manovra di queste navi le espone a frequenti pericoli; e non passa anno senza qualche naufragio al pericoloso passaggio delle barre del Nilo. Non potendo per cagione del vento assai fiacco giugnere avanti sera alle bocche del Nilo, si diede fondo nella rada d'Aboukir alle quattro della sera.

Il 31, alle sette ore e mezzo arrivammo alla barra del Nilo, la quale è posta quattro miglia all'incirca entro al mare. D'ordinario l'onda è assai gagliarda per l'urto delle acque del mare con quelle del Nilo; e perchè i passaggi praticabili cambiano continuamente di luogo, vi sta continuamente un battello per indicarli alle navi. Malgrado questa precauzione, essendo la barra assai larga, in tempo che il Nilo è povero d'acque non avvi legno per piccolo ch'egli sia, la di cui chiglia non tocchi più volte la sabbia; ciò che stanca assai gli equipaggi, e li espone a perdersi. Quand'io passai, essendo il Nilo gonfio ed il mare tranquillo, si attraversò la barra senza quasi avvedersene.

Mancato affatto il vento si gettò l'ancora sul Nilo poco più addentro della barra. Come è bella la vista di questo mare d'acqua dolce! la bocca del Nilo era ancor lontana più di una lega, e pure bevevamo le acque del Nilo perfettamente dolci, che rispingono quelle del mare assai al di là della barra. Alle nove ore e mezzo un vento favorevole ci portò in mezz'ora alla bocca del Nilo... Quale sorprendente spettacolo! Un maestoso fiume le di cui acque s'avanzano lentamente fra sponde coperte di alberi d'ogni specie, da vasti campi di riso che mietevasi allora, da una infinita varietà di piante aromatiche, da casali, da capanne, da case qua e là sparse, da vacche, da montoni, e da diverse specie d'uccelli che facevano risuonar la campagna co' loro canti, mentre copriva il Nilo un infinito numero di oche, d'anatre e d'altri uccelli acquatici, tra i quali si distinguevano alcune truppe di cigni, che sembravano aver signoria sugli altri. Ah perchè mai la Dea d'Amore non scelse per suo soggiorno le rive della foce del Nilo?

Lasciando a sinistra il forte Giuliano, e a destra l'isola Verde, che deve la sua origine ad un dierme naufragato, sul quale la sabbia e la melma ammonticchiandosi ne fecero poco a poco una vasta isola ora coperta di case e di giardini.

In una sinuosità del fiume prendendo il vento da prua, tutti gli equipaggi del nostro, e di altri tredici dierme che ci accompagnavano, saltarono a terra, rimurchiando il proprio bastimento colle corde, finchè in un giro prendendo vento in poppa, furono rimesse le vele, e si giunse in sul mezzogiorno a Rosetta. Sbarcato all'istante andai ad alloggiare nella casa che un arabo mio amico mi aveva preparata.

Rosetta posta sulla riva sinistra del Nilo è poco larga, ma lunga assai. Le case sono fatte di mattoni come quelle della vicina campagna, ed hanno quattro o cinque piani; lo che unitamente alle molte finestre ed alle grandi e sontuose torri, la fa parere una bella città d'Europa. Se poi vi si aggiunga la vicinanza d'un vasto fiume, ed al di là la prospettiva del Delta, la bontà del clima, e l'eccellenza de' suoi prodotti, è facile il giudicare quanto delizioso ne sarebbe il soggiorno, se le benefiche disposizioni della natura non fossero contrariate dagli uomini.

Rosetta è governata da un Agà arnauto detto Alì Bey, che d'ordinario tiene sotto i suoi ordini trecento soldati della sua nazione. Eravi accidentalmente in questo tempo un altro Alì Bey turco figliuolo d'un antico Pascià; onde eravamo nello stesso tempo tre Alì Bey a Rosetta.

In questa città fa la sua residenza un vescovo greco, ed adesso vi si trovava pure l'arcivescovo del Monte Sinai che recavasi dal Cairo a Costantinopoli, ov'era in pari tempo diretto anche il luogotenente generale del Capitano Pascià detto Kiùhia.

Non uscii quel giorno di casa che per visitare il celebre sig. Rosetti che mi fece una straordinaria accoglienza. La seguente domenica fu piovosa, e s'udirono gagliardi tuoni.

Il lunedì 3 ottobre m'imbarcai alle due ore dopo mezzogiorno sopra un càncha per rimontare il fiume. Il càncha è una specie di bastimento unicamente destinato alla navigazione del Nilo: rassomiglia ai dierme, ma ha di più una camera assai comoda divisa in due parti che ne formano una sola, ed un gabinetto circondati da belle finestre. Io vi occupai solo le camere, ed il rimanente della nave i miei domestici, equipaggi, e cavalli.

Alle due ore e mezzo si passò in faccia ad Abu Mandour, ed alle cinque giugnemmo presso Berinhal, borgata posta sulla riva destra dopo aver lasciato Lemir a sinistra.

Le frequenti sinuosità del Nilo obbligando gli equipaggi a rimurchiare spesse volte il bastimento, sono cagione che si prendono assai numerosi: il mio era di quattordici uomini. La sera si diede fondo tra i villaggi di Entaube, e di Edfina.

Martedì 4.

Si spiegarono le vele con leggier vento alle otto ore del mattino, e dopo avere lungamente rimurchiata la nave, arrivammo a Fizzara villaggio posto dirimpetto all'altro di Schemschera sulla riva destra, ove vidi passare un feretro. Un uomo ben vestito, probabilmente l'iman, apriva il convoglio seguito da dodici o quindici persone; teneva loro dietro il morto portato sulle spalle da quattro uomini, e coperto da alcuni panni di diversi colori, l'ultimo de' quali era rosso. Era seguito da cento femmine all'incirca che mettevano altissime grida. Giunto il convoglio al luogo della sepoltura le donne si ritirarono, e gli uomini rimasero soli per seppellire il cadavere.

Ad ogni tratto incontravamo delle aje ove battevasi il riso; e le rive erano tutte coperte di vacche e di bufali, che scendevano anche nel fiume fino al collo, e talvolta ancora cacciavano la testa sott'acqua, e ve la tenevano uno o due minuti.

Alle cinque ore e mezzo della sera passammo presso al villaggio di Salmia, e tre ore dopo si gettò l'ancora fra la città di Rähmanieh posta sulla riva sinistra, ed il villaggio di Dessouk situato sull'opposto lato.

La vista di Rähmanieh, come quella delle altre città interne del basso Egitto, è alquanto trista. Le case sono fabbricate sopra piccole alture di terra nera, e fatte di mattoni mal cotti dello stesso colore, che non venendo imbiancati, danno a queste città un aspetto lugubre. Notai un quartiere della città tutto composto di colombaje fatte a guisa di pani di zucchero, o di cupole paraboliche. Accanto alla città trovavansi accampati circa mille Arnauti, che avevano molti battelli al lungo della loro linea.

Mercoledì 5.

Si rimase all'ancora fino alle dieci ore, quando si mise alla vela con buon vento, che in breve tempo ci portò tra i villaggi di Morguese e di Maïdmoun, indi a Mehalet Abouaali e Caffer-Machar, in faccia al quale sulla opposta riva vedonsi molti gruppi di case nelle quali sonovi moltissime colombaje eguali a quelle di Rähmanieh; perciocchè scarseggiando in questi paesi le carni, vi si mangiano assai piccioni. In questo luogo le rive sono prive di alberi.

A mezzodì passammo innanzi a Saaffia, poi Mahhaladiaya, indi a Hheberhhil, Dameguiniddena, Schebberis, Saoun-el-Hajar, Nikleh, per ultimo Addahharie allora occupato da' Mamelucchi: per cui ci siamo ben guardati dall'avvicinarvici, tenendoci presso alla destra riva, ove trovasi il casale di Schabour.

Alle otto della sera giunti al di là di Noffa, il bastimento diede in secco sulla sponda destra; lo che ci forzò a passarvi la notte.

Giovedì 6.

In sul far del giorno mi avvidi d'essere tra Nitmè e Caffer-el-Baga. Non bastando l'equipaggio a metter la nave a galla si fecero venire alcuni Arabi; ma si dovette restare a Caffer-el-Baga finchè durò un gagliardo vento di levante. Approfittai di questo contrattempo per iscendere a terra, ed osservarvi il passaggio del sole che mi diede per latitudine settentrionale di questo villaggio 30° 47′ 55″.

Dopo tre ore di lentissima navigazione arrivammo alle quattro a Mischla, ed un'ora dopo dovemmo gettar l'ancora per mancanza di vento.

Trovavansi colà ancorati due altri bastimenti, dai quali fummo informati che gli Arabi della riva sinistra avevano alquanto più sopra preso un bastimento, e che avevano due scialuppe armate.

Alle sei ore e tre quarti si fece vela con leggier vento, e passata Zaïra, si diede fondo alle otto e mezzo a Tounoub.

Venerdì 7.

Il tempo burrascoso non ci permise di partire avanti le due dopo mezzogiorno. Dopo i villaggi di Komscherif, e di Tschan arrivammo alle quattr'ore e mezzo in faccia a Zaouch. Singolarissima è la vista di questo luogo. Figuriamoci un gruppo di cento cinquanta cupole paraboliche alte diciotto in venti piedi, la di cui base può averne dieci in undici di diametro, formate di terra e di mattoni neri, in mezzo alle quali s'inalza una torre. Queste cupole sono abitate da colombi, e la base dagli uomini; onde potrebbe dirsi essere questo un villaggio di piccioni con pochi individui della razza umana.

Avvicinandosi la notte, i tre equipaggi si posero in armi per esser pronti ad ogni avvenimento in caso che fossero attaccati dagli abitanti della riva sinistra.

Alle sei ore e mezzo, lasciato Nadir sulla sponda destra entrammo mezz'ora dopo nel canale di Menouf al S.O., abbandonando il tronco principale del Nilo, sul quale potevamo trovarci esposti agl'insulti degli Arabi della riva sinistra. Alle dieci ore si diede fondo nel canale.

Sabato 8.

Si spiegarono le vele alle sette ore e mezzo fra una densa nebbia, dissipatasi la quale, trovai che il canale poteva in quel luogo avere duecento cinquanta in trecento piedi di larghezza. Ritenuti dalla calma non arrivammo a Menouf prima del mezzogiorno. Ad un'ora ci rimettemmo in viaggio, e si dovette rimurchiare fino a notte.

Domenica 9.

Dopo essere rimasti all'ancora nel canale fino alle sette del mattino, si fece vela con un leggier vento, ed alle nove eravamo presso a Quèleti di dove incominciai a scoprire col cannocchiale le montagne del Cairo.

Vidi poco dopo sulla sponda diritta un villaggio con molte colombaje formate di segmenti di sfere di terra cotta, il di cui lato convesso è al di fuori, ed il concavo volto all'indentro serve di nido. Ogni sfera può avere un piede di diametro, ed ogni colombaja è composta da molte sfere ordinate in cupole paraboliche; una sola finestra serve all'ingresso ed all'uscita de' colombi; ed il padrone vi entra per un'apertura fatta nella base della cupola. Al di fuori sono assicurati nel muro molti bastoncelli perchè possano appollajarvisi i piccioni.

Alle dieci ore e mezzo entrammo nel tronco sinistro del Nilo che scende a Damiata. Il canale di Menouf riceve le acque del tronco destro del Nilo, e le versa nel sinistro. Alle dieci e tre quarti ci ancorammo sul braccio sinistro del Nilo, di dove vedevo perfettamente le due grandi piramidi benchè distanti ancora dodici leghe.

Si mise alla vela alle undici ore e mezzo, e dopo sei ore e mezzo di navigazione, durante la quale lasciammo a diritta ed a sinistra diversi villaggi, demmo fondo felicemente a Boulak, che è il porto del Cairo sulla riva destra.

La navigazione del Nilo da Rosetta al Cairo è altrettanto deliziosa, quanto stucchevole per il lettore deve riuscire il nome di tanti villaggi; ma avrei creduto di mancare all'esattezza del mio itinerario, ommettendo di ricordarli.

CAPITOLO XXXI.

Sbarco. — Stato politico del Cairo e dell'Egitto. — Le piramidi. — Djizè. — Il Mikkias. — Il vecchio Cairo. — Commercio.

Il giorno dopo diedi avviso del mio arrivo al mio amico scheih El-Medhluti, che ne informò all'istante Seid Omar el Makram primo scheih del Cairo, il quale spedì i cammelli necessarj per lo sbarco del mio equipaggio. Scheih-el-Medluti venne ad incontrarmi con molte persone, e mi condusse a casa sua ove mi aveva preparato un appartamento.

Colà ricevetti le visite di Seid Omar, e di molti altri grandi del Cairo. Ma fui altamente commosso alla vista di Muley Selema fratello dell'imperatore di Marocco. La sua figura, i suoi lineamenti, le sue maniere mi rammentarono vivamente quelle del mio rispettabile amico il Principe Muley Abdsulem: il mio cuore balzò di gioja, e gridai: Muley Selema!... e di già eravamo nelle braccia l'uno dell'altro: lungo tempo le nostre lagrime c'inumidirono le guancie. Sedemmo senza poter parlare. Io ero informato delle sue sventure, egli non ignorava ciò che m'era accaduto partendo dagli Stati di suo fratello; onde potevamo senza preamboli entrare in discorso. Selema si lasciò trasportare assai contro il fratello Imperatore. Cercai di calmarlo, e gli rimproverai amichevolmente alcuni suoi leggieri falli. Dopo un lungo trattenimento alzandosi mi baciò la barba, dicendomi che le mie parole erano più dolci dello zuccaro.

Poi ch'ebbi restituite le visite ai grandi scheih, andai con Seid Omar a trovare il Pascià Mehemed Alì, cui diedi la lettera del capitan Pascià; e non vi fu cortesia che non mi usasse. Questo giovane principe è di gracile corporatura e svajuolato; ha gli occhi vivaci ne' quali scorgesi una cotal aria di diffidenza: è per altro valoroso, e non privo di buon senso, ma non avendo avuto veruna istruzione trovasi spesse volte imbarazzato. In tali congiunture, Seid Omar che ha molta influenza sul di lui spirito, rende importantissimi servigi al popolo ed allo stesso Pascià.

Si fanno ascendere a cinquemila gli Arnauti sotto gli ordini di questo governatore dell'Egitto. Questi soldati sono caparbj ed esigenti oltre ogni dovere; ma il popolo li tollera pazientemente, perchè non sarebbe più felice nè co' Turchi, nè co' Mamelucchi; e non essendo in grado di darsi un governo rappresentativo, sopporta il presente giogo in silenzio. D'altra banda Mehemed Alì che riconosce il suo inalzamento dal coraggio di queste truppe, ne dissimula gli eccessi, e non sa rendersene indipendente. Altronde i grandi scheih avendo sotto questo governo molta influenza e libertà, lo sostengono con tutte le loro forze. Il soldato tiranneggia, ed il basso popolo soffre, ma tacciono i grandi perchè non soffrono, e la macchina va alla meglio. Intanto il governo di Costantinopoli privo di energia per tenere tutt'i paesi sotto l'immediata sua dipendenza, si accontenta di una specie d'alta signoria, che gli frutta alcuni leggieri sussidj, che ogni anno sotto varj pretesti cerca di accrescere. I pochi Mamelucchi che rimangono ancora, vivono rilegati nell'alto Egitto, ove non giugne la potenza di Mehemed Alì: ma siccome questi per una singolarità della natura non possono colla generazione mantenere la loro popolazione in Egitto, e loro non è permesso di tirarne altri dall'Asia, si ridurranno tra poco al nulla. Elfi Bey col suo corpo di Mamelucchi, di Arabi, di Turchi e di rinnegati scorre il deserto di Domanheur. Il governo di Costantinopoli non può fare verun conto d'Alessandria, la quale per la sua posizione geografica non è nè città Egiziana, nè città Turca: tale è il quadro fedele dello stato politico dell'Egitto.

Io non prenderò a descrivere la città del Cairo, troppo nota a tutti gli Europei; nè a parlare dell'immenso suo traffico presentemente ridotto in misero stato per le guerre d'Europa, per la rivoluzione de' Mamelucchi, e per i progressi de' Wehhabiti; nè de' principali scheih ond'è formato il suo governo, perchè il presente sistema dipende in gran parte dall'arbitrio del Pascià.

Quantunque le piramidi di Djizè fossero allora circondate d'Arabi ammutinati, e che fosse pericoloso l'avvicinarsi, volli ad ogni costo tentare di vedere questi colossi inalzati dalla mano degli uomini. Recatomi a Djizè m'avanzai verso le piramidi scortato della mia gente armata fino al punto in cui la prudenza permetteva d'inoltrarsi.

L'immaginazione senza il soccorso del tatto non basta per formarsi un'adequata idea delle piramidi, della colonna d'Alessandro, e di tutt'altro oggetto di forme e proporzioni inusitate. Aveva meco un telescopio acromatico, ed il canocchiale militare di Dollond. A forza di confronti, di avvicinamenti e di raziocinj, io mi lusingo d'aver potuto formarmi un'idea se non del tutto esatta, lo che è impossibile quando non si consulta che un solo senso, almeno assai prossima alla verità.

Io non parlerò delle loro dimensioni, perchè la commissione d'Egitto ha completamente esaurito l'argomento: basta sapere che sono le più grandi moli che esistano.

Tre sono le piramidi di Djizè; una delle quali minore assai delle altre due: ma tra le due maggiori io credo non esservi la differenza indicata da' viaggiatori.

Il profondo storico de' traviamenti dello spirito umano, il sig. Dupuis, ha detto che la grande piramide è fatta in modo, che l'osservatore posto al piede il giorno dell'equinozio vedrebbe il sole a mezzogiorno come seduto o appoggiato sulla sua cima. Ciò vuol dire che il piano inclinato o la faccia della piramide forma col piano dell'orizzonte un angolo eguale all'altezza meridiana del sole a tale epoca, ossia eguale all'altezza dell'equatore. Le piramidi essendo esattamente poste nella latitudine di 30 gradi N., ne viene che quest'angolo dev'essere di 60 gradi. Ora siccome tutte le faccie pajono essere egualmente inclinate, il profilo della piramide tagliato perpendicolarmente dalla sommità alla base per il mezzo delle due opposte faccie, deve esattamente rappresentare un triangolo equilatero. Questo felice azardo, prodotto dalla più semplice figura rettilinea, adoperata nella costruzione di un edificio, produsse questo bel fenomeno, e diventò per me uno sprone che mi spinse a verificarlo.

Quando osservansi le piramidi a qualche distanza ci sembra che abbiano la base alquanto più lunga che i lati, ossia l'angolo della sommità più aperto, e più ottuso che gli angoli della base; ma questa illusione deriva dal vedersi quasi sempre due lati della piramide, ed allora vedesi la diagonale del quadrato della base, che di sua natura è più lungo che un lato; lo che rappresenta all'occhio le piramidi schiacciate quantunque la loro altezza sia eguale alla lunghezza d'uno dei lati della loro base.

Fu pure sciolto il problema rispetto alla loro destinazione, sapendosi destinate per ultimo soggiorno de' sovrani che le inalzarono. Gli Arabi le chiamano El Haràm Firàoun, e raccontano mille scioccherie delle loro strade sotterranee, che stendonsi sotto tutto il basso Egitto.

È noto che su questi antichi monumenti non vedonsi nè iscrizioni, nè geroglifici che possano condurci alla cognizione de' tempi in cui furono fatte. La più grande viene attribuita a Cheops che viveva circa ottocento cinquant'anni avanti l'era cristiana; ma io inclino a crederla anteriore ai tempi storici, perciocchè se fosse opera di quel principe avremmo altre testimonianze oltre quelle di Erodoto sopra un monumento che a' suoi tempi doveva eccitare l'universale ammirazione.

A' piedi della maggior piramide vedesi un dovar arabo, che serve di scala per formarsi una più esatta idea delle sue vaste dimensioni.

Presso alle piramidi vidi la Sfinge busto o testa formata d'una rupe di enorme grandezza, che gli Arabi chiamano Aboullahoul. Io ne rimarcai perfettamente l'acconciatura di capo, gli occhi e la bocca; ma perchè mi trovava quasi in faccia non potei vederla di profilo come lo desideravo.

Il piano e le colline del Sahhara affatto coperti di sabbia bianca mobile chiudono la vista all'occidente.

Djizè è posto sulla sponda sinistra del Nilo. Altra volta, secondo che mi fu detto, questo borgo era un luogo di delizie circondato di belle case di campagna e di giardini; al presente è un tristo villaggio popolato soltanto di soldati Arnauti, che non possono meglio rassomigliarsi che a banditi.

Ritornando da Djizè visitai l'isola di Roudi o Rouda sul Nilo presso la riva destra. Questa isola oggi abbandonata fu anticamente un piccolo paradiso coperto di deliziosi giardini. All'estremità meridionale entro una specie di profondo cortile che comunica colle acque del fiume trovasi il celebre mikkia, colonna innalzata per misurare giornalmente l'altezza delle acque del Nilo in tempo della escrescenza. A quest'effetto è diviso in cubiti disuguali, o a dir meglio inesatti, ed in dita, di modo che chiunque può calcolare l'abbondanza del successivo raccolto. Ma oggi questo monumento di tanta importanza è abbandonato ad un corpo di soldati, o a dir meglio di barbari, che sembrano cospirare alla sua distruzione. Allorchè sbarcai fui condotto sopra un ammasso di ruine abbandonate, di dove vidi con estremo dolore e sorpresa, che in breve preparavasi la stessa sorte al mikkia. Di già una moschea ed altri edificj vicini al mikkia sono stati atterrati; di otto colonne che ne formavano la galleria, quattro giacciono nella polvere, i tetti cadono a pezzi, e per affrettare il troppo lento lavoro del tempo, i soldati levano il piombo che unisce le pietre ed i legni del coperto: per cotal modo si accelera la ruina di un edificio così utile, e che da tanti secoli contribuisce alla gloria dell'Egitto.

I Francesi in tempo della loro spedizione in questo paese avevano ristaurato il mikkia, e ristabilito l'ordine del servizio; ma ogni cosa fu distrutta a quest'ora, e la medesima colonna del mikkia sarebbe già atterrata, se non fosse appoggiata ad una grossa spina trasversale che i Francesi posero sul capitello. Domandai se non eravi persona incaricata della custodia di un edificio di tanta importanza, e mi fu risposto: Chi pagherebbe? Perchè almeno non si provvede d'una porta che ne chiuda l'ingresso? Ciò ancora richiede denaro; altronde i soldati leverebbero la porta e la serratura... — Colle sole lagnanze si può rispondere a sì grande apatia. Sospettai che lo stesso Mehemed Alì cospirasse dal canto suo come gli altri alla distruzione del mikkia, di cui anche il Califfo Omar pare che desiderasse l'annientamento.

I muri del cortile nel di cui centro trovasi il Mikkia hanno l'esterno di pietre quarzose, e dello stesso sasso è la scala per cui si scende a basso, come pure la colonna che non potei avvicinare per essere circondata dall'acqua. Una elegante cupola di legno ond'era ricoperto il cortile e la colonna, viene ogni giorno esportata a pezzi.

Un simile monumento in tutt'altro paese in cui il raccolto discende dalle pioggie e da altre cagioni accidentali, sarebbe superfluo e fuor di luogo; ma in Egitto ove l'abbondanza o la sterilità dipendono unicamente dal grado d'elevazione periodica delle acque del Nilo, avendo l'esperienza dato un esatto risultato degli effetti d'ogni cubito sulla quantità del raccolto, della più alta importanza diventa uno stromento destinato a misurarli: ed un saggio governo deve prendersene la più attenta cura, perchè conoscendo anticipatamente la misura del raccolto, può provvedere, prima che si sentano, ai bisogni della popolazione. Per tali considerazioni i Francesi diedero a quest'oggetto la debita importanza, ed è loro dovuto il bel passeggio con doppie linee di alberi che attraversano in tutta la sua lunghezza l'isola della Rouda dal S. al N.

Di là ritornai al vecchio Cairo o Mussar-el-Atik, sobborgo posto sulla diritta del fiume in faccia all'isola di Djizè. Vuolsi che altra volta questo sobborgo fosse più dilettevole soggiorno di quello del Cairo per le moltissime case di delizia che vi avevano i grandi ed i ricchi abitanti del Cairo e che oggi abbandonate vanno cadendo in ruina. Pure la popolazione del vecchio Cairo è ancora ragguardevole, ed i pubblici mercati abbondantemente provveduti. Sonovi monasteri di varj riti Cristiani. Io visitai quello de' Greci situato in amena posizione, la di cui terrazza signoreggia la città e la campagna. Da questo punto vedonsi le piramidi di Sakkara, che sembrano rivalizzare con quella di Djizè. La cappella di questo monastero dedicata a S. Gregorio è sommamente venerata dalle persone del paese per l'immagine del Santo posta in un angolo sopra un piccolo altare, e chiusa con griglia d'acciajo. Nel centro della cappella s'innalza una colonna, dalla quale pende una catena di ferro con cui vengono legati i pazzi che vi sono condotti per ottenere il patrocinio del Santo; e que' monaci assicurano, che accadono frequenti miracolose guarigioni, qualunque siasi la religione del pazzo che vien presentato.

Visitando il convento de' Cofti fui condotto in una grotta sotto l'altar maggiore, nella quale credesi che si ricoverasse la famiglia di Gesù quando venne in Egitto, salvandosi dalle persecuzioni di Erode: ma la cosa mi parve troppo assurda per meritarsi la menoma considerazione. È non pertanto a credersi che la grotta e la cappella non siano sterili monumenti pei monaci che ne hanno cura.

Boulak posto sulla sponda del Nilo è il più considerabile sobborgo del Cairo. Sonovi molti buoni edificj, e la sua posizione lo assicura dalla distruzione, che si fa già sentire a Djizè, ed al vecchio Cairo. Il porto di Boulak è sempre coperto di bastimenti che commerciano con tutti i paesi posti lungo le rive del Nilo, e perciò vi si vede assai movimento, e le dogane danno molto profitto all'erario. La strada da Boulak al Cairo rifatta ed abbellita dai Francesi offre un dilettevole passeggio.

Rispetto al commercio di Boulak, è certo che adesso non è se non un'ombra di ciò che dovrebbe essere, perchè l'insurrezione dell'alto Egitto, ove sonosi ritirati i Mamelucchi con Ibrahim Bey ed Osman Bey Bardissi, toglie al Cairo tutto il commercio dell'interno dell'Affrica. Inoltre le rivoluzioni di Barbaria impediscono la partenza delle carovane di Marocco, d'Algeri, e di tutti i paesi occidentali; e d'altra parte gli Arabi di Ssaddor, ossia deserto dello smarrimento, si avanzano fin presso a Suez per ispogliare le carovane che portano le mercanzie dell'Arabia e dell'India, procedenti dagli scali del mar Rosso: a ciò si aggiunge per ultimo la guerra degl'Inglesi che guasta affatto il commercio del Mediterraneo: tutte cose estremamente nocive all'esterno commercio dell'Egitto.

Nè più florido è il commercio interno, perchè tutto l'alto Egitto è dominato dai Mamelucchi, la provincia di Bohira da Elfi, e gli Arabi della provincia di Scherkia sono rivoltati; parziali tumulti succedonsi senza interruzione nella Garbia o Delta, di modo che non è possibile fare un passo nell'Egitto senza esporsi a gravissimi rischi.

Se in così triste circostanze si fa tuttavia al Cairo un notabile commercio, quale sarebbe in più felici tempi e sotto un provvido governo...!

CAPITOLO XXXII.

Viaggio a Suez. — Navigli Arabi. — Tragitto del mar Rosso. — Pericolo della Nave. — Arrivo a Diedda. — Vertenza col governatore. — Diedda.

Agli 11 di dicembre, essendo terminato il Ramadan, feci le necessarie disposizioni per proseguire il viaggio della Mecca. Varj miei amici scrissero ai loro corrispondenti di Suez, di Diedda, e della Mecca, per prepararmi alloggio e protezione in tutti i luoghi in cui doveva trattenermi; ed il lunedì 15 dicembre 1806 uscii dal Cairo accompagnato da molti scheik. A non molta distanza dalla città presi congedo da questi buoni amici, cui non poteva permettere d'avanzarsi più oltre nel deserto, e due o tre ore dopo, feci alto ad Ahsas lontano mezza lega al Nord di Mafarieh[3].

Ad Ahsas attesi due giorni sotto la tenda la riunione d'una numerosa carovana. In questo frattempo alcuni amici del Cairo sì musulmani che cristiani vennero a trovarmi, e tra questi il console francese accompagnato da molte persone, e da cinque Mamelucchi rinnegati Francesi al servizio di Mehemed Ali. Interpellai costoro se fossero contenti del presente loro stato, e seppi che dopo aver fatto parte dell'armata francese, avevano preso il turbante, e che trovavansi vantaggiosamente stabiliti in Egitto colle loro famiglie. Hanno una piastra spagnuola al giorno, ed essendo quasi sempre in commissione ne' villaggi per riscuotere le contribuzioni e per altri oggetti, ne ritraggono considerabili vantaggi. Hanno inoltre bellissimi cavalli, e sono riccamente equipaggiati.

Il segno della partenza fu dato il Giovedì 18 a mezzogiorno, e subito si videro arrivare da tutte le bande lunghe file di cammelli che uscivano dai rispettivi accampamenti per riunirsi agli altri, che tutti si posero in cammino a traverso il deserto dirigendosi a levante.

Io non conduceva meco che quattordici cammelli, avendo lasciati in Egitto la maggior parte de' miei effetti ed alcuni domestici. La carovana conteneva cinquemila cammelli, e due in trecento cavalli, ed era composta di musulmani d'ogni nazione che facevano il pellegrinaggio della Mecca. I cammelli camminano in lunga fila, e con un passo eguale come quello di un pendulo. Si passò parte della notte accampati in mezzo al deserto.

Venerdì 19 dicembre.

Siccome la carovana camminava lentamente, tenendo sempre la medesima direzione io la sopravanzava, accompagnato da due domestici, i quali tendevano un piccolo tappeto ed un cuscino presso la strada, e su questo restava seduto più di tre quarti d'ora che richiedevansi pel passaggio della carovana; ed allora rimontando a cavallo ripeteva la stessa operazione tre o quattro volte al giorno, ingannando in tal modo il tedio di quel lento viaggio.

Tutto questo deserto è composto di colline di arena affatto sciolta, e priva di qualunque essere vegetabile o animale; non un insetto, non un uccello. Scopresi a destra in molta distanza una diramazione del Djebèl Mokkattàm, ossia montagna tagliata del Cairo, che si prolunga fin presso a Suez.

Sabato 20.

Si riprese il cammino in sul far del giorno; e giunto sulla sommità d'una collina vidi in molta distanza la città di Suez. Allora tutti quelli ch'erano a cavallo, e gli Arabi armati, sui cammelli o sui dromedarj, si posero in sul davanti della carovana formando come una linea di battaglia, e proseguirono la marcia così ordinati. Non molto dopo scoprimmo un branco di gente a cavallo che sortiva da Suez per venirci incontro. Già ci preparavamo a difenderci, quando si riconobbero per soldati Arnauti, ed abitanti di Suez: la gioja sottentrò al timore, e riunitisi insieme i due corpi si rinnovarono le allegrezze.

Noi marciavamo collo stess'ordine sopra una lunga linea, mentre alcuni Arabi staccandosi qua e là a destra ed a sinistra, si sfidavano l'un l'altro e divertivansi correndo, e tirando delle fucilate parallelamente alla nostra linea, talchè sentivasi il fischio delle palle che ci passavano assai dappresso; lo che riusciva sommamente piacevole alla carovana. Ed a dir vero è uno straordinario colpo d'occhio il vedere questi Arabi staccarsi dalla linea, correre a briglia sciolta, montati sopra cavalli o dromedarj, colla lancia in resta in una direzione parallela alla linea, e tanto vicini che la punta della lancia passava lontana quattro dita dal naso dei nostri cavalli. Figurisi la specie di movimento che dovevano dare ai loro cavalli per non toccare la linea che andava avanzando: era duopo che i loro cavalli corressero con passo obliquo e veloce come il lampo: che cavalli sono mai gli arabi!

Finalmente verso mezzogiorno in mezzo al romore delle fucilate ed ai gridi di gioja la carovana entrò in Suez, ove io fui alloggiato nella casa che mi era stata preparata alcuni giorni avanti.

Suez è una piccola città che cade in ruina, abitata da circa cinquecento musulmani e trenta cristiani. Attesa la sua posizione all'estremità del mar Rosso, da questo lato è la chiave del basso Egitto, tanto più che non avvi alcun altro punto d'appoggio in tutta l'estensione del deserto.

Il suo porto è così cattivo che i bastimenti del mar Rosso, detti Dao, non possono entrarvi che durante l'alta marea, e dopo avere sbarcato il loro carico. Ma il vero porto di Suez trovasi al sud in distanza di mezza lega sulla costa d'Affrica, ed è praticabile anche dalle grandi fregate.

In faccia a Suez il mar Rosso non ha più di due miglia di larghezza in tempo dell'alta marea, e circa due terzi di miglio nella bassa. Lo sbarco è comodo assai; le strade della città di fondo arenoso sono regolari, ma non selciate; e le case, e le moschee vanno quasi tutte in ruina. Variabilissimo è il clima del paese. Il pubblico mercato è sufficientemente provveduto di alcuni articoli: riceve i viveri per mare delle due coste dell'Arabia e dell'Affrica; ed il monte Sinai somministra buone frutta e buone verdure. Il pane è mal fabbricato, i pesci e le carni scarseggiano, e talvolta queste mancano affatto. Il concorso dei convogli marittimi e delle carovane fanno circolare molto danaro tra quegli attivi abitanti, che tutti, niuno eccettuato, sono mercanti o facchini.

Le acque più vicine a Suez sono i pozzi di El-Bir-Suez lontano una lega ed un quarto sulla strada del Cairo, e le El-Aayon-Moussa, o fontane di Mosè sono ancora più lontane; ma le prime sono salmastre, le seconde puzzolenti. La sola acqua buona è quella che si porta dalle montagne dell'est; e questa è carissima, ed in così piccola quantità, che talvolta conviene incontrare dispute e battersi per un otre di acqua. Il terreno che circonda Suez è così arido che non vi si vede un albero, nè un filo d'erba.

I cristiani Greci di Suez vi hanno una chiesa ed un passo.

La città è circondata di cattive mura, di alcune trincee, e di poche altre opere erette dai Francesi; ma tutti questi ripari non sono armati che di due o tre pezzi di cannone di due libbre di palla. Un negro schiavo d'un particolare del Cairo governava in allora Suez col titolo di Agà, ed aveva sotto i suoi ordini una trentina di Arnauti. Il suo kiàja, o luogotenente governatore disimpegnava pure le incombenze di giudice civile. Tutti questi soldati ed i loro capi guadagnano assai con i continui contrabbandi. In Suez non si esercita arte veruna fuorchè quella di calafattiere.

Due soli giorni dimorai in questa città essendomi imbarcato il martedì 23 dicembre 1806 sopra un Dao per passare sul mar Rosso a Diedda.

Il Dao è il naviglio arabo di maggior portata che veleggi su questo mare. Singolare affatto n'è la sua costruzione, l'altezza è un terzo al più della lunghezza del corpo del naviglio, e questa lunghezza viene inoltre accresciuta nella parte superiore da una lunga proiezione a prora ed a poppa in sull'andamento delle antiche galee Trojane.

Proporzioni del Dao da me montato

Piedi Parigini
Lunghezza del Dao 43 —
Projezione della poppa 16 —
Projezione della prora 52 —
Maggior larghezza del corpo 21 —
Altezza del carcasso 16 —
L'albero misurato dal fondo della cala 60 —
L'antenna 80 —
Larghezza media della camera 14 —
Sua lunghezza 14 —
Altezza 5 ¼

Le corde sono di corteccia di palma, e le vele di grosso cotone. Porta tre vele di ricambio di diversa grandezza, e due piccole vele latine; ma non se ne spiega mai più d'una grande o piccola a seconda del bisogno. Il Dao da me montato non aveva altro carico che alcuni gruppi d'argento monetato, chiusi in sacchi suggellati dai negozianti di Suez o del Cairo, diretti ai loro corrispondenti di Diedda. Aveva noleggiata la camera per me solo; ed i miei domestici rimanevano nel corpo del bastimento con altri cinquanta pellegrini all'incirca. Il capitano era di Mokha, ed i quindici marinaj dell'equipaggio erano piccoli e neri come scimie. Dopo essere rimasto tre giorni all'ancora si mise alla vela in sull'avvicinarsi della sera del 26.

Sabato 27.

Avendo navigato tutta la notte e tutto il giorno del 27, si gettò l'ancora alle quattro della sera in un porto della costa d'Arabia chiamato El-Hamman-Piràoun, ossia bagni di Faraone. Dietro le mie osservazioni la longitudine di questo luogo è di 30° 43′ 25″ dell'osservatorio di Parigi alla punta del Capo Almarhha.

Domenica 28.

All'entrare della notte si gettò l'ancora in vicinanza della città di Tor sulla costa d'Arabia.

Lunedì 29.

La mattina il nostro Dao entrò nel porto di Tor, ove restò all'ancora tutto il giorno. Le mie osservazioni mi diedero la longitudine di 31° 12′ 55″.

Martedì 30.

Si tenne il mare tutto il giorno, e passammo innanzi al Capo Ras-Aboumohhammed sulla costa medesima.

Mercoledì 31 dicembre 1806.

Dopo aver navigato tutta la notte per attraversare il braccio di mare che si avanza entro l'Arabia, chiamato Bahàr el-Akkaba, il nostro capitano fece gettar l'ancora avanti sera in un piccolo porto chiuso, posto in una delle isole Naàman, ossia degli struzzi.

Giovedì 1.º gennajo 1807.

Si veleggiò tutto il giorno, e verso sera si diede fondo sulla costa d'Arabia.

Venerdì 2.

La stessa manovra del precedente giorno.

La navigazione del mar Rosso è spaventosa. Si viaggia quasi sempre in mezzo a scogli ed a rupi a fior d'acqua; di modo che per dirigere il bastimento conviene tener sempre quattro o cinque uomini sulla prora che osservino attentamente la strada, ed avvisino colle loro grida il timoniere di piegare a dritta o a sinistra: ma se essi s'ingannano, se scoprono lo scoglio troppo tardi, se il timoniere che non vede gli scogli non se ne scosta abbastanza, o scostandosi troppo porti il naviglio sopra uno scoglio vicino non osservato, se intende a rovescio il grido, come suole talvolta accadere, se nel breve intervallo della scoperta dello scoglio sott'acqua e dell'avanzarsi del bastimento al luogo del pericolo, il vento o la corrente si oppongono al cambiamento di direzione: quanti istanti si cammina tra la vita e la morte in così pericolose acque! Perciò contansi tutti gli anni molti naufragj su questo mare, che sembra vendicarsi dell'audacia dei naviganti: ma che è mai il timore della morte contro l'allettamento del guadagno? I navigli Arabi che portano i preziosi prodotti dell'India, della Persia, e delle Arabie solcano continuamente questo mare avido di vittime.

Per mettere alcun riparo a tanti inconvenienti i Dao hanno al disotto una falsa carena, che quando si tocca ammorza alquanto il colpo, e salva il naviglio, se la scossa non è troppo violenta. D'altra parte l'immensa vela di cotone quasi grossa un dito, la sua cattiva forma che richiede la stessa manovra d'una vela latina, dovendosi per cambiar rombo staccare la vela che allora volteggia come un immenso stendardo, e dà scossa terribili; le corde grossolane di corteccia che ubbidiscono a stento: tutti questi inconvenienti rendono la manovra così pesante e tarda, che io stesso sono sorpreso come i naufragj non siano molto più frequenti. In un naviglio quindici uomini d'equipaggio non bastavano ogni volta per manovrare la vela, e rendevasi necessario l'ajuto de' passeggieri.

Sabbato 3.

Passammo in mezzo al gruppo delle molte isole Hamara, e si gettò l'ancora presso una di loro.

Domenica 4.

Si diede fondo in sul far della notte presso un'isola in mezzo agli scogli.

Lunedì 5.

Giorno terribile. Dopo la mezza notte si levò una furiosa burrasca. Il vento rinfrescò talmente che alle due ore del mattino i colpi d'uragano succedevansi incessantemente con maggior violenza, onde in pochi minuti le gomene delle quattro ancore furono spezzate.

Il naviglio in preda al furore del vento e delle onde fu spinto sopra uno scoglio, contro il quale incominciava a dare colpi terribili. L'equipaggio credendosi perduto gettava grida disperate. Tra questi clamori io distingueva la voce d'un uomo che singhiozzava e piangeva come un fanciullo; ed avendo chiesto chi fosse, mi fu risposto essere il capitano. Feci, ma inutilmente, cercare il piloto; onde vedendo la cosa disperata perchè il naviglio, abbandonato alla sua ventura, continuava a dar colpi orribili, non volli aspettare che si aprisse contro gli scogli: grido ai miei domestici: la scialuppa; ed essi se ne rendono all'istante padroni. Allora tutti vi si vogliono precipitare; mi si dà la mano, e salto nella scialuppa sopra la testa de' passeggieri, ed ordino che si allontani dal naviglio: ma un uomo che aveva il padre a bordo la riteneva con una corda del bastimento che aveva in mano, gridando Abouya! Abouya! oh mio padre! oh mio padre! Io rispettai un momento questo slancio d'amore filiale; ma vedendo un gruppo di gente disposta a saltare nella scialuppa, grido a questo buon figliuolo di lasciar la corda; ma ostinandosi a chiamare il padre, glie la faccio abbandonare con un pugno datogli sulla mano, e nell'istante medesimo la scialuppa vien portata dugento tese lontana dal Dao. Questa scena non durò un minuto; brevi momenti, ma spaventosi.... Invece della dolce luce della luna che doveva rischiarare il nostro cammino, un denso velo di nere nuvole ci teneva in una profonda oscurità. Eravamo quasi nudi: i colpi di mare riempivano tratto tratto la scialuppa di acqua, e ad intervalli cadeva l'acqua a torrenti. Nasce una disputa; gli uni vogliono andare alla dritta; gli altri a sinistra, quasi fosse possibile di conoscere in mezzo alle tenebre la nostra direzione. La disputa facendosi più calda, io la feci cessare impadronendomi del timone, e loro dicendo con voce risoluta: io ne so più degli altri, e prendo il timone della scialuppa; guai a chi tentasse di riprendermelo.

Aveva avanti sera assai bene osservata la posizione della terra, ma non sapeva qual direzione mi prendessi. In mezzo alle tenebre non potendo orizzontarmi, cercava, per quanto lo poteva, di conservare la mia posizione rispetto al bastimento che io vedeva ancora. Per colmo di sventura mi trovava attaccato da frequenti vomiti di bile: pure non abbandonai il timone.

Ordinai di remare, ma i miei compagni non sapevano remare: assegno ad ognuno il suo posto, e dopo aver distribuiti i remi, ne insegno loro la manovra, e mi faccio a cantare sull'andamento de' marinai del mar Rosso per dar loro la misura, onde il movimento fosse uniforme. Quale spettacolo! Io mi trovava quasi nudo esposto ai colpi del mare, alla pioggia, alla grandine, colle mani attaccate al timone senza saper ove andare, molestato da violenti accessi di vomito, eppure obbligato di cantare per regolare la manovra. Talvolta la scialuppa, nostra ultima speranza, urtava nello scoglio, e ci faceva gelare il sangue. Finalmente dopo una lunga ora di così tormentosa angoscia, le nuvole si allargarono alquanto, ed un raggio di luce avendomi dato modo di orizzontarmi, e fatta rinascere nel mio cuore la speranza, gridai: siamo salvi. Allora drizzai la scialuppa verso la costa dell'Arabia, quantunque non fosse ancora visibile; e dopo tre ore d'immense fatiche, ci trovammo presso terra allo spuntar del giorno.

Sbarcammo tutti quasi nudi o in camicia: eravamo quindici. Il nostro primo atto fu quello di abbracciarci a vicenda, felicitandoci della nostra salvezza; i miei compagni sopra tutto non potevano saziarsi di attestarmi la loro sorpresa per così buona riuscita; chiedevanmi come aveva potuto sapere malgrado tanta oscurità, che la terra era là..., e per uno spontaneo movimento di riconoscenza, spogliaronsi di parte delle loro vesti per ricoprirmi; e per tal modo mi trovai ben tosto vestito, grottescamente è vero, ma riparato dal vento che soffiava freddissimo.

Ci rimaneva a sapere a qual terra eravamo approdati. Mandai a riconoscerla quattro uomini; ed il loro rapporto mi persuase essere scesi in un'isola deserta, che altro non era che un piano di arena mobile senz'acqua, senza rupe, e senza vegetazione. Ben si vedeva la gran terra poche leghe lontana, ma come avventurarsi ancora nella scialuppa sopra un mare sempre burrascoso? e se la burrasca durasse alcuni giorni come potevamo durarla senza mangiare e senza bere? Il cielo che s'andava rischiarando, mi permise di vedere il nostro bastimento all'orizzonte accompagnato da un altro Dao. Quale non fu la nostra gioja nel rivederlo quando credevasi già perduto.... Di dove veniva mai l'altro bastimento?

Il tempo tornò ad imperversare: la pioggia cadeva a torrenti, ed un vento gelato ne toglieva quasi il sentimento. Ci tenevamo strettamente serrati gli uni contro gli altri, ed il solo cappotto che avevamo fu steso sopra le nostre teste; difendendoci in tal modo dalla pioggia e dal vento, e riscaldandoci alquanto. Verso mezzo giorno il tempo si calmò un poco, e la scialuppa dell'altro bastimento che andava in traccia di noi vivi o morti, si avanzò abbastanza per conoscere i segni che andavamo facendo con una camicia in cima di un remo. Bentosto si avvicinò; ed i marinai ci assicurarono che il Dao erasi salvato senza aver sofferte considerabili avarie, perchè era fortissimo, ed era quasi senza carico. Perchè aveva perdute tutte le ancore fu fortunatamente soccorso dall'altro, che arrivandogli sopra accidentalmente nell'istante del maggior pericolo, gli somministrò un'ancora e corde.

Ci rimbarcammo sopra le due scialuppe, e tornammo al bastimento. Qual tenera scena fu quella del nostro amico a bordo! Tutti lieti di vedermi salvo gettavanmisi ai piedi piangendo d'allegrezza, mi abbracciavano, e non sapevano come significarmi la loro gioja, perchè ci avevano creduti inghiottiti dalle onde, come noi credevamo il bastimento spezzato contro lo scoglio. Il mio cuore non potè resistere a così tenera scena; e profondamente commosso da questa spontanea testimonianza del loro affetto, mi trovai gli occhi umidi di pianto.

Nel terribile istante in cui abbandonai il bastimento, un uomo volendo saltare nella scialuppa era caduto in mare; e questa fu la sola vittima della tempesta. Si rimase questo e l'altro giorno all'ancora, per dar tempo di rimettere tutto in ordine nel bastimento, onde partire all'indomani.

Mercoledì 6.

Dopo avere navigato tutto il giorno, passata l'isola di Diebel-Hazen, ci ponemmo all'ancora sulla costa d'Arabia in sul cominciare della sera.

Giovedì 7.

Si entrò avanti notte nel porto di Jemboa, città abbastanza considerabile, e dopo Diedda la più importante della costa arabica.

Venerdì 8.

Il capitano volle trattenersi quel giorno a Jemboa per fare acquisto di ancore e di altri oggetti che gli mancavano, e per far raddobbare il bastimento.

Sabato 9.

Questo giorno si passò il tropico, e si gettò l'ancora ad Algiar. Feci colà alcune curiose osservazioni, che in seguito ho perdute.

10, 11 e 12.

Si navigò di giorno, e si stette all'ancora la notte sulle coste dell'Arabia, ma le note da me prese si perdettero. Incominciai allora a sentire un leggiero ma continuato dolore al basso ventre, ed una notabile infiammazione nella parte inferiore: lo che mi fece credere di avere una rottura. Era senza dubbio cagionata dallo sforzo violento ch'io feci saltando nella scialuppa la notte della burrasca. Ciò mi rattristò assai, perchè temeva di rendermi incapace d'ogni fatica, ed anche di montare a cavallo nell'istante in cui aveva maggior bisogno di tutte le mie forze. E come era questi un accidente che non avevo preveduto, e di cui non ne aveva nelle mie note mediche fatta menzione, non sapeva come medicarmi. Guidato dal semplice raziocinio feci uso delle fasce, e mi posi a giacere nella più favorevole posizione.

Giugnemmo uno di questi giorni verso le dieci ore del mattino ad Aràboh, che trovasi al confine settentrionale di Beled-elaharam, o terra santa; il bastimento incagliò da prora nella sabbia, onde facilitare ai pellegrini la pratica delle prime cerimonie del pellegrinaggio detto Jahàrmo. Per soddisfare a questo preliminare, conviene buttarsi in mare, bagnarsi, fare un lavacro generale con acqua dolce e sabbia, in seguito recitare le preghiere affatto nudo, avvolgersi i lombi, e fino alle ginocchia con una salvietta senza cucitura che chiamasi l'Ihràm, camminare alcuni passi verso la Mecca pronunciando la seguente invocazione:

Li Bèïk; Allàhummma li Bèïk.

Li Bèïk; la Scharika laka li Bèïk.

Inna Alhàmda, oua maamàta làka,

Ouèl Moulkou, la schaùka lèïk.

Poi formansi colle mani alcuni monticelli di sabbia, e si rimonta a bordo così coperti ripetendo le stesse preghiere nel rimanente del viaggio.

Trovandomi ammalato non mi gettai in mare, ma feci la mia abluzione colla sabbia; i miei domestici mi formarono una cintura con drappi del letto e dei hhaïc per tenermi riparato dal vento mentre faceva l'abluzione, le preghiere, le invocazioni, ed i monticelli di sabbia, siccome prescrive il rito, senza mancare alla circostanza che esige, che tutto ciò si faccia a cielo scoperto. Tornai a bordo com'era venuto, appoggiato alle loro braccia.

Da qualunque parte il pellegrino arrivi al Bèled-el-Hayam è obbligato di fare le stesse cerimonie, risguardate qual preludio indispensabile del pellegrinaggio; diversificano per altro esse alcun poco ne' quattro riti ortodossi della legge.

Da quest'istante non si può più radersi il capo finchè non siansi fatti i sette giri alla casa di Dio, che siasi baciata la pietra nera, bevuta l'acqua del pozzo sacro, detto Zemzem, e fatti i sette viaggi tra le sacre colline di Saafa e di Mèroua.

Mercoledì 15.

Si gettò felicemente l'ancora nella rada di Diedda, meta di questo tragitto di mare.

Spedii subito a terra uno de' miei domestici con lettere pel negoziante Sidi Mehemed Nas, incaricato de' miei affari.

Poco dopo mezzogiorno vennero a prendermi con un battello, che mi portò a terra ove sbarcai alle tre ore circa. Fui ben accolto in un appartamento ammobigliato con tutto il lusso orientale, e fui all'istante ristorato con un ottimo pranzo.

Verso il tramontare del sole il Dao entrò in porto: ed all'indomani mattina avanti di sbarcare i miei domestici, ed i miei effetti, andai ad alloggiare in una casa che occupai io solo colle mie genti.

Continuava a trovarmi indisposto e debole a segno di non potermi più movere. Ne' primi quattro giorni dopo sbarcato fui travagliato dalla febbre, malgrado la quale il venerdì non mancai di andare alla Moschea, ov'ebbi un leggiero disgusto.

All'indomani del mio arrivo il governatore o Visir, che è un negro schiavo del Sultano sceriffo della Mecca, mi aveva fatto dire, che sapeva aver io alcune selle, e che desiderava di vederle. Non era difficile ad intendere che sotto questa inchiesta si voleva averne almeno una in dono; ma non avendo da costui ricevuto alcun contrassegno di distinzione, e non avendo di lui bisogno nè timore, ordinai al mio scudiere di portargli le cinque selle che aveva meco, ma soltanto per fargliele vedere.

Avendole il governatore osservate, si lasciò in presenza del mio domestico uscir di bocca alcune inconsiderate espressioni: questi mostrò di non intendere, ed a seconda dei miei ordini riportò le cinque selle. Conviene dire che questo procedere offendesse l'orgoglio del governatore, che per vendicarsene cercò di darmi qualche pubblico dispiacere.

In qualunque luogo mi condussero i miei viaggi io era avvezzo per fare alla moschea la mia preghiera del venerdì, di mandare avanti alcuni domestici a prepararmi un tappeto presso all'Imam, custodendolo fino al mio arrivo. Vi prendeva allora posto, e per quanto grande fosse la folla, il mio tappeto fu sempre rispettato.

Avendomi anche in questo venerdì preceduti i miei domestici alla moschea, collocarono il tappeto secondo la pratica, ed io vi feci la mia prima preghiera. Arrivò ben tosto il governatore coi suoi ufficiali negri come lui, ed alcuni soldati che fecero ritirare coloro ch'erano presso di me, e posero il tappeto del governatore in modo che copriva in parte il mio, ma non ebbero il coraggio di dirmi nulla.

Il governatore si pose sul suo tappeto, ed il suo primo ufficiale dopo essere rimasto un momento titubante ardì perfino di battermi dolcemente la spalla, e di farmi segno onde mi ritirassi, ciò ch'eseguii subito per non dar motivo di scandalo; ed egli si pose sul mio tappeto a fare la preghiera.

Tutti erano impazienti di vedere il fine di questa scena, e cosa risolvessi. Io sceriffo, figlio di Osman-Bey-el-Abbassi, avrei potuto sopportare l'insulto d'uno schiavo!... Ma egli aveva la forza in mano, e cercava di provocarmi, onde, nel caso che io non mi fossi saputo contenere, abusare con apparente giustizia della sua autorità; mi appigliai quindi ad un altro espediente.

Appena terminata la preghiera, prima che niuno si alzasse, dissi con voce ferma ai miei domestici «Levate questo tappeto; portatelo all'Imam, e ditegli che glielo dono per servizio della moschea. Io non potrei mai più far la mia preghiera sopra questo tappeto, levatelo». I miei domestici lo levarono bruscamente, e lo consegnarono all'Imam, che fu assai contento di questo dono. Tutti applaudirono, ed il governatore ed i suoi ufficiali rimasero come di sasso. Lasciai alcune elemosine alla moschea ed ai poveri; ed accompagnato da molte persone tornai a casa per mettermi a letto, essendo tormentato dalla febbre.

Questi ufficiali negri fanno pompa di un lusso orientale il più raffinato, portando ricchissimi sciali di cachemire, bellissime tele dell'India, armi magnifiche, squisiti profumi.

Malgrado il cattivo stato di mia salute feci pure alcune osservazioni astronomiche, che mi diedero la longitudine per distanze lunari di 36° 32′ 37″ E. dell'osservatorio di Parigi[4]; la latitudine per i passaggi del sole 21° 33′ 14″ N.; e la declinazione magnetica 10° 4′ 53″ O.

Djedda è una gentile città con belle strade regolari, e con piacevoli case a due o tre piani, tutte fatte di pietra, non però con troppa solidità, avendo molte e grandissime finestre, ed il tetto piano. Vi sono cinque moschee che non meritano la minima attenzione.

La città è circondata da vaghe mura con torri irregolari, ed in distanza di dieci passi da una fossa affatto inutile, perchè senza alcuna opera che la sostenga. In vece di un ponte levatojo in faccia alla porta della città si è riempiuta la fossa di terra.

I pubblici mercati sono ben provveduti, ma le derrate sono assai care. Un pollo costa una piastra spagnuola, e gli erbaggi provengono da luoghi assai lontani, non essendovi nelle vicinanze per mancanza di sorgenti nè giardini nè orti. Non vi si beve che acqua di pioggia, ma assai buona perchè conservata in ottime cisterne. Il pane non mi sembrò troppo bianco. Vi si respira un'aria fragrante perchè in ogni angolo vi sono venditori d'acqua da bevere i quali abbruciano continuamente incensi o altri aromi. Lo stesso metodo si pratica nei caffè, nelle botteghe, nelle case, ed in ogni luogo.

Contansi a Djedda circa cinquemila abitanti; e questa città può riguardarsi come centro della circolazione del commercio interiore del mar Rosso. I bastimenti di Moca vi portano il caffè e le derrate dell'India e di tutto il Levante, ed in Djedda si ricaricano sopra altre navi per Suez, Iemboa, e per tutti gli altri porti delle coste d'Arabia e d'Affrica.

Se gli Arabi conoscessero meglio la navigazione, Moca potrebbe spedire direttamente i suoi carichi a Suez senza accrescerne il prezzo col fare scala a Diedda: ma ciò è quasi impossibile con bastimenti senza ponte, mal costrutti, e mal capitanati.

Inoltre l'interesse degli Arabi deve opporsi a qualunque innovazione su questo particolare, poichè adesso le derrate di transito lasciano nella loro patria il prodotto degl'interessi, delle commissioni, de' trasporti, delle gabelle ec.; il che tutto sarebbe perduto perfezionandosi la navigazione: ed in questo caso Djedda cesserebbe di essere uno scalo di tanta importanza. I negozianti di Djedda acquistano a Moca, o a dir meglio i negozianti di Moca spediscono a Djedda le mercanzie, che i negozianti del Cairo, per mezzo dei commissionati di Suez, acquistano a Djedda. Trasportansi a Djedda per lo scalo di Suez drappi ed altre manifatture d'Europa; ma queste non bastano per pagare i prodotti dell'India, ed il caffè dell'Iemen. Vi si supplisce con piastre Spagnuole, e grossi scudi di Germania, che sono a Djedda ricercatissimi, perchè guadagnano assai nell'Iemen ed a Moca.

Parvemi che il negoziante incaricato de' miei affari a Djedda avesse un commercio assai esteso; ma che scarseggiasse di numerario, perchè difficilmente poteva averne quando gliene chiedeva.

Vidi molto lusso negli abiti e negli appartamenti delle persone agiate, ma tra il basso popolo incontransi molte persone quasi affatto nude ed estremamente miserabili.

La guarnigione è composta di dugento soldati Turchi o Arabi, che non fanno il più piccolo servizio, riducendosi ogni loro incombenza a stare seduti in un caffè giuocando agli scacchi, fumando, e prendendo caffè.

Non trovasi in Djedda verun cristiano Europeo; ed alcuni Cristiani Cofti vivono confinati in una casa o caserma vicina allo sbarco.

Il principale personaggio, ed il più ricco negoziante chiamasi Sïdi Alarbi Djilani; uomo di non comuni talenti, ed attaccato agl'Inglesi, coi quali fa quasi tutto il suo commercio. In questo tempo gli abitanti di Djedda erano crucciati coi Francesi, perchè nel precedente anno questi ultimi eransi impadroniti di un ricco bastimento del Sultano Sceriffo, e di altre navi Arabe; pure non chiedevano vendetta, nè dichiaravano odio alla nazione Francese; anzi bramavano un ravvicinamento, ma non sapevano come incominciarne le trattative. Io suppongo che incominciassero ad amare realmente i Francesi dopo aver veduta la loro condotta in Egitto.

Ingannato dalla fama de' cavalli Arabi avevo da Suez rimandati i miei al Cairo; ma ebbi cagione di esserne pentito, non trovandosi a Djedda che pochi cavalli di proprietà de' più ricchi negozianti che non volevano privarsene. Non vidi alcun mulo; ma bensì asini alti e ben fatti, sebbene però non superiori a quelli d'Egitto. Sonovi moltissimi cammelli, le sole bestie da soma che si adoperino in questo paese.

Le strade sono affollate, come nelle altre città musulmane di cani vagabondi o smarriti. Sembrano naturalmente divisi in separate tribù o famiglie. Quando un cane ha l'ardire o la disgrazia di passare in un dipartimento o tribù straniera, vi cagiona un rumore infernale, ed il temerario non si salva mai senza essere stato assai maltrattato. Nè minore è il numero de' gatti somiglianti affatto a quelli d'Europa. Sonovi alcune mosche, ma non moscherini, nè insetti di altra specie.

Djedda è priva affatto di carbone, e non vi si abbruciano che poche legna, trasportatevi da luoghi lontanissimi, o gli avanzi dei vecchi navigli ed inservibili. Le farine si tirano dall'Affrica.

Gli abitanti sembraronmi una mescolanza di sangue Arabo, Abissino o negro, e di un poco d'Indiano. Osservai parecchj individui di fisonomia assai prossima a quella de' Chinesi, che non diversifica molto dall'indiana. È così famigliare l'usanza di tenere schiave abissine o negre, che appena arrivato a Djedda, il mio mercadante mi propose prima d'ogni altra cosa l'acquisto di una negra: offerta che io rifiutai benchè non proibita dalla legge, perchè durante il mio pellegrinaggio mi riguardava come in istato di penitenza.

Si ritiene che cento bastimenti all'incirca vengono impiegati nel cabotaggio da Djedda a Suez, ed altrettanti da Djedda a Moca; ma trovandosene sempre molti inservibili può ridursi il numero ad ottanta. A quelli che perdonsi ogni anno sugli scogli del Mar Rosso sottentrano i nuovi che si fabbricano a Suez, a Djedda, a Moca.

Djedda poco prima aveva più ricchezze che all'epoca del mio passaggio; essendole riuscite dannose le guerre de' Wehhabiti, perchè per lungo tempo gli abitanti furono costretti di fare notte e giorno il mestiere del soldato. D'altra parte la guerra d'Europa paralizza il commercio del Levante; le rivoluzioni dell'Egitto, e dell'Arabia impediscono le comunicazioni commerciali della contrada, e quelle di Barbaria rendono assai difficili i pellegrinaggi degli occidentali; tutte circostanze contrarie alla felicità ed alla prosperità di Djedda.

Fuori delle mura della città dalla banda di terra avvi un gran quartiere di baracche assai popolato di famiglie quasi tutte povere, onde non si trovano che mercanti di commestibili, e di cose di poco valore.

Il circondario di Djedda è un vero deserto, ed il suo clima incostantissimo. Da un giorno all'altro io vedeva l'igrometro balzare dall'estrema siccità all'estrema umidità. Il vento settentrionale che attraversa i deserti dell'Arabia vi arriva talmente secco che inaridisce all'istante la pelle, e l'aria è sempre ingombra di polvere. Se sottentra il vento di mezzogiorno, si prova subito l'opposto estremo. L'aria, e tutto ciò che si tocca è zeppo di umidità; ed una subita spossatezza s'impadronisce delle nostre membra. Pure si crede più salutare il vento umido, che il secco[5].

Il maggior calore da me osservato fu di 23° di Reaumur. Coi venti di mezzogiorno vidi l'atmosfera carica di una specie di nebbia.

Ebbi una notte la luna al mio zenit, ed un'altra dalla banda di settentrione: era questo effetto della latitudine, trovandomi press'a poco a due gradi al sud del tropico. Dopo il mio arrivo mi venivano presentati ogni giorno piccoli vasi d'acqua del miracoloso pozzo Zemzem della Mecca: io beveva, e pagava.

La vigilia della partenza alla volta della santa città essendo venuto a trovarmi il capitano del bastimento, ruppe il mio igrometro.

CAPITOLO XXXIII.

Continuazione del pellegrinaggio. — El Hhadda. — Arrivo alla Mecca. — Ceremonia del pellegrinaggio alla Casa di Dio a Staffa ed a Meroua. — Visita dell'interno della Kaaba, o Casa di Dio. — Presentazione al Sultano Scheriffo. — Purificazione, o lavacro della Kaaba. — Titolo d'onore acquistato d'Ali Bey. — Arrivo dei Wehhabiti.

Trovandomi alquanto ristabilito in salute, benchè debole assai, partii per la Mecca il 21 gennajo alle tre dopo mezzogiorno sopra una macchina formata di travicelli, proveduta di un materasso in forma di piccolo soffà, coperta di panni sostenuti con archi, e collocata sopra la schiena di un cammello. Questa macchina chiamasi schevria, ed è abbastanza comoda perchè uno può adagiarvisi come vuole: ma il movimento del cammello che io non aveva prima provato, nello stato di attuale debolezza mi riusciva incomodissimo.

I miei Arabi incominciarono a disputare tra di loro nelle strade della città, facendovi altissime grida: e quando credeva terminata la lite, la vidi ricominciata appena sortito di Djedda, in modo da sospendere il cammino per un'ora e mezzo. Finalmente essendo succeduta alla burrasca la calma, e già caricati i cammelli, ci avviammo alle cinque e mezzo verso levante a traverso di una pianura deserta, terminata in fondo all'orizzonte da gruppi staccati di piccole montagne che rompono alquanto la monotonia del deserto.

Alle otto ore e mezzo della sera eravamo arrivati presso alle montagne, che sono piccoli ammassi di pietre affatto prive di vegetazione.

La serenità del cielo, e la luna che passava sulle nostre teste facevano la strada deliziosa, ed i miei Arabi cantavano e danzavano intorno a me. Ma io non mi trovava troppo bene, non potendo più sopportare il moto del cammello. A fronte di ciò stordito dal romore de' domestici, spossato dalla fatica e dalla debolezza, mi addormentai per due ore. Risvegliandomi sentii rinforzarsi la febbre, e mi venne un poco di sangue della bocca.

Intanto i miei Arabi, essendosi anch'essi addormentati, uscirono di strada. Dopo mezza notte accortisi d'essere su quella di Moca, piegarono a N. E. fra montagne di mezzana altezza qua e là coperte di boschi, finchè essendosi rimessi sulla direzione della Mecca, camminarono all'E. fino alle sei ore del mattino di giovedì 22 gennajo, facendo alto in un dovar di baracche detto el Hhadda, ove trovasi un pozzo d'acqua salmastra.

Io non posso dar conto esatto dello spazio percorso, ma suppongo che ci trovassimo allora lontani circa otto leghe da Djedda. Le baracche di questo dovar sono tutte eguali, affatto rotonde, del diametro di sette in otto piedi, con tetti conici alti da terra alla sommità circa sette piedi. Sono formate da una linea di pali piantati in terra, e coperte di foglie di palme, e di ramuscelli. Arrivando, ciascuno si prende una baracca senza chiederne il permesso a chicchessia.

Il pozzo ha un piede e mezzo in ogni lato del quadrato, e dieci braccia di profondità. Sta appeso alla sua apertura un secchio di cuoio con una corda per servizio de' passeggieri. Esaminando l'interno del pozzo vedesi, che il terreno fino a considerabile profondità è formato di arena sciolta, poichè per impedirne lo smottamento fu palificato dalla cima al fondo.

Le poche piante del circondario non hanno nè fiori nè frutta; e questo luogo è precisamente una valle che va da levante a ponente in mezzo a montagne di porfido d'un rosso più o meno oscuro.

Interessante parvemi il modo in cui in questo luogo si dà a mangiare ai cammelli. Viene prima stesa sul suolo una stuoja, o un pezzo di tela in forma circolare del diametro di cinque in sei piedi, sulla quale si pone un mucchio d'erba spinosa minutamente tagliata: fatti questi preparativi, si conduce un cammello che tranquillamente si adagia vicino a questa tavola, poi un secondo, un terzo, un quarto, che adagiansi nella stessa maniera a distanze eguali dalla tavola; allora cominciano a mangiare con una politezza senza pari, e con bell'ordine, prendendo ognuno l'erba a piccolissimi manipoli; e se taluno abbandona il proprio luogo, il suo vicino lo riprende amichevolmente, e l'indiscreto rientra in dovere; in una parola, la tavola dei cammelli è una fedele copia di quella dei loro padroni.

Qui rinnovammo la cerimonia della purificazione, tal quale l'avevamo già fatta ad Arabah, vale a dire l'abluzione generale ch'io feci con acqua calda, e la preghiera recitata in istato di assoluta nudità, ec., come sopra.

Gli abitanti del dovar vendevano acqua dolce assai buona che prendevano nelle vicine montagne dalla banda di mezzodì.

Partendo dal dovar si venne a chiedermi, ed io diedi una gratificazione per l'alloggio.

Alle tre ore dopo mezzogiorno si riprese la strada nella direzione di levante. Non tardai a scoprire alcuni piccoli boschi; e verso sera si passò in mezzo a montagne vulcaniche coperte di lava nera, e vidi gli avanzi di alcune case rovinate dai Wehhabiti. Poi attraversando molte collinette, alle undici e mezzo della sera ci trovammo in profonde e strette gole, ove la strada tagliata a zig-zag offre una eccellente posizione militare. La sera di giovedì 23 gennajo 1807, 14 del mese doulkaada dell'anno 1221 dell'Egira, giunsi a mezza notte col favore della Divina misericordia alle prime case della santa città della Mecca, quindici mesi dopo sortito da Marocco.

Erano all'ingresso della città molti Mogrebini, o Arabi occidentali, che mi aspettavano con piccoli vasi d'acqua del pozzo di Zemzem, che mi offrirono per bere, pregandomi a non riceverne da altra persona, ed assicurandomi di tenerne approvvigionata la mia casa: mi soggiunsero poi all'orecchio di non bevere giammai di quella che mi offrirebbe il capo del pozzo.

Molti particolari della città che pure mi aspettavano, disputavansi tra di loro l'onore o il vantaggio di alloggiarmi, perchè gli alloggi sono la principale speculazione degli abitanti sui pellegrini: ma le persone che in tempo del mio soggiorno a Diedda eransi incaricate di provvedere a tutti i miei bisogni, posero fine alle dispute, conducendomi in una casa che m'era stata preparata accanto al tempio, e presso al palazzo del Sultano Sceriffo.

I pellegrini devono entrare a piedi nella Mecca, ma in vista della mia malattia restai sul cammello fino alla porta della casa.

Appena entrati, io ed i miei domestici facemmo un'abluzione generale, indi fui condotto in processione al tempio con tutta la mia gente. La persona incaricata di guidarmi recitava camminando varie preghiere ad alta voce; e noi le ripetevamo tutt'insieme collo stesso tuono di voce parola per parola. Io era tuttavia così debole che doveva farmi sostenere da due domestici. Giunsi in tal modo al tempio facendo un giro per la principale strada onde entrarvi pel Beb-el Selèm, ossia porta della salute; lo che tien luogo di felice auspicio. Dopo essermi levati i sandali passai per questa avventurata porta posta presso all'angolo settentrionale del tempio. Già avevamo attraversato il portico o la galleria; già stavamo per mettere il piede nel grande cortile, in cui è posta la casa di Dio, quando la guida arrestò i nostri passi, e tenendo il dito rivolto alla Kaaba, mi disse con enfasi: Schous, schous el-Beït-Allah el Haram; «osservate, osservate la casa di Dio, la proibita». Il numeroso seguito che mi circondava, il portico di colonne a perdita di vista, l'immenso cortile del tempio, la casa di Dio coperta della sua tela nera dall'alto fino al basso e circondata di lampade, il silenzio della notte, e la guida che parlava come un ispirato; tutt'insieme formava un imponente quadro che mai non si cancellerà dalla mia memoria.

Entrammo nella corte per un sentiero diagonale alto un piede, che mette dall'angolo del nord alla Kaaba, che è quasi nel centro del tempio. Prima di giugnervi ci fecero passare sotto un arco isolato come una specie d'arco trionfale, detto Beb-el Selema, come la porta per cui eravamo entrati. Giunti innanzi alla Casa di Dio, facemmo una breve preghiera, si baciò la pietra nera portata dall'Angelo Gabriele, e nominata Stàjera el Ason'ad, ossia pietra celeste: avendo alla testa la nostra guida, schierati nello stesso modo con cui eravamo venuti, e recitando le preghiere in comune, facemmo il primo giro intorno alla Casa di Dio.

La Kaaba è una torre quadrata posta quasi in mezzo al tempio, coperta d'una immensa tela nera che non lascia di scoperto che lo zoccolo dell'edificio, lo spazio in cui sta murata la pietra nera all'altezza d'un uomo sull'angolo dell'est, ed un altro eguale spazio nell'angolo del sud occupato da un marmo comune. Dalla banda del N. O. sollevasi un parapetto all'altezza d'appoggio, che forma quasi un mezzo cerchio separato dall'edificio, e nominato El-Stajar Ismail, vale a dire pietre d'Ismaele.

Ecco il circostanziato racconto delle successive cerimonie di questo atto religioso, quali le feci io stesso in quest'epoca. Consistono queste in sette giri intorno alla Kaaba. Si comincia ogni giro dalla pietra nera dell'angolo dell'est seguendo la fronte principale della Kaaba ov'è la porta, e di là girando all'ouest ed al sud al di fuori delle pietre d'Ismaele, e giunti all'angolo del sud si stende il braccio destro, e dopo aver passata la mano sopra il marmo angolare (avendo grandissima attenzione che l'inferior parte dell'abito non tocchi lo zoccolo scoperto), si passa la mano sul volto e sulla barba, dicendo: In nome di Dio: Dio grandissimo, sia data lode a Dio. Si prosegue la marcia verso N. E., dicendo: Oh grande Iddio! siate con me: datemi il bene in questo mondo; e datemi il bene nell'altro; ritornato poscia all'angolo dell'est in faccia alla pietra nera, si alzano le mani come in principio della preghiera canonica, gridando: in nome di Dio; Dio grandissimo; ed abbassate le mani si soggiugne, sia data lode a Dio; dopo ciò si bacia la pietra; e così termina il primo giro.

Il secondo giro è affatto simile al primo; ma sono diverse le preghiere dall'angolo della pietra nera fino a quello del sud. La legge tradizionale vuole che si facciano gli ultimi giri con passo frequente, ma atteso lo stato di debolezza in cui mi trovava feci tutti i giri posatamente.

Alla fine del settimo dopo avere baciata la pietra nera viene recitata in comune una breve preghiera stando in piedi in faccia al muro della Kaaba tra la porta e la pietra nera. Si passa dopo in una specie di corridojo, detto Makam Ibrahim, o luogo d'Abramo, che sta tra la Kaaba e l'arco isolato, e colà si recita una preghiera ordinaria. In seguito si va al pozzo Zemzem, dal quale si attingono molti vasi d'acqua, e se ne beve quanta si può berne. Finalmente si esce dal tempio per el-Beb-Sàffa, porta di Saffa, di dove si sale sopra una piccola strada che gli è in faccia, e che forma la collina di Saffa, Diébel Saffa. In fondo alla strada terminata da un portico di tre archi, su cui si sale per alcuni gradini, avvi il luogo sacro detto Sáffa. Quando il pellegrino vi è salito, volge la fronte verso la porta del tempio, e recita stando in piedi una breve preghiera.

Allora si va in processione verso la strada principale, e si attraversa una parte del Dièbel-Méroua, o collina di Meroua, recitando continuamente preghiere: in fondo alla strada che è tagliata da un'alta muraglia, si sale per pochi gradini, col corpo rivolto al tempio, benchè le case intermedie non permettano di vederlo, e si pronuncia sempre in piedi una piccola preghiera. Si fa un secondo viaggio verso Saffa, un terzo verso Méroua; e così di tempo in tempo fino alla settima volta recitando preghiere ad alta voce, e facendo le piccole preghiere ne' due luoghi sacri; lo che forma il settimo viaggio tra le due colline.

Avendo terminato il mio settimo viaggio a Meroua, vidi alcuni barbieri stazionati in questo luogo per radere la testa ai pellegrini: lo che eseguiscono con somma leggerezza, e recitando preghiere ad alta voce che il pellegrino ripete parola per parola. Questa operazione termina le prime cerimonie del pellegrinaggio alla Mecca.

È noto che quasi tutti i Musulmani si lasciano crescere in mezzo alla testa una ciocca di capelli; ma perchè il riformatore Abdoul-wehhab dichiarò che la conservazione di questa ciocca è un peccato, e che i Wehhabiti, dominano nel paese, tutti si radono interamente la testa. Fui dunque anch'io forzato di lasciar cadere la mia lunga ciocca sotto le mani dell'inesorabile barbiere.

Già si avvicinava il giorno quando si terminava di soddisfare a questi primi doveri: allora mi si disse, che poteva ritirarmi per prendere un poco di riposo; ma perchè non era lontana l'ora della preghiera del mattino, scelsi di tornare al tempio, malgrado la mia debolezza e la sostenuta fatica, ed andai a casa solamente alle sei ore.

Al mezzodì dello stesso giorno tornai al tempio per la preghiera pubblica del venerdì, dopo aver fatta un'altra volta i sette giri della Kaaba, recitata una preghiera particolare, e bevuto largamente dell'acqua dello Zemzem.

All'indomani sabato 24 gennajo 1807, 15 del mese Doulkaada l'anno 1221 dell'Egira, si aprì la porta della Kaaba; ciò che si fa soltanto tre volte all'anno in tre diversi giorni. La prima volta affinchè tutti gli uomini che sono alla Mecca possano fare le loro preghiere nell'interno; la seconda, che ha luogo il giorno dopo, per le donne; e la terza, passati altri cinque giorni, è destinata a lavare e purificare la casa di Dio. Per questa ragione i pellegrini che non si trattengono alla Mecca che otto o dieci giorni all'epoca del pellegrinaggio di Aàrafat, partono senz'aver veduto l'interno del tempio.

La porta della Kaaba è nella faccia del N. E. a breve distanza dalla pietra nera, ed è alta circa sei piedi sopra il livello del gran cortile del tempio. Per entrarvi vien collocata al di fuori una bella scala di legno portata da sei ruote di bronzo.

In questo giorno fui condotto al tempio, e perchè la gente vi era affollata, mi fecero sedere in una specie di ricinto ove sta la guardia della Kaaba in faccia alla pietra nera. Questa guardia è composta di eunuchi negri. Essendosi scemata alquanto la gente, alcune guardie e la mia guida mi condussero nella casa di Dio; e si presero essi la cura di farmi mettere il piè destro sul primo gradino della scala. Entrato nella Kaaba fui direttamente condotto nell'angolo che guarda al sud, ove stando in piedi col corpo, e col volto possibilmente appoggiati contro la muraglia, recitai ad alta voce una preghiera; e quindi feci la preghiera ordinaria in faccia all'angolo del sud. Passai subito all'angolo che guarda all'O., e quindi all'angolo del N. facendo in ambedue ciò che fatto aveva nell'angolo del S. Di là essendo venuto all'angolo dell'E., ove non feci che una breve preghiera in piedi, baciai la chiave d'argento della Kaaba, che un fanciullo dello Sceriffo seduto sopra un soffà teneva a quest'oggetto in mano. Uscii scortato dai Negri che a forza di pugni mi facevano far largo. Appena fui fuori della Kaaba baciai la pietra nera, e feci di nuovo i sette giri della casa di Dio; entrai poscia entro una piccola fossa a piè della Kaaba, ed accanto alla porta, ove recitai la preghiera consueta, e dopo aver bevuta l'acqua del pozzo Zemzem ritornai al mio alloggio. Al mezzo giorno ebbi avviso di tenermi preparato ad essere presentato al sultano Sceriffo.

Il Nikeb-el-Ascharaf, o capo degli Sceriffi, venne a prendermi, e mi condusse al palazzo. Egli mi precedette, ed io rimasi alla porta aspettando l'ordine d'entrare. Un istante dopo il capo del pozzo di Zemzem, ch'era di già mio amico, scese per cercarmi. Montammo la scala, a metà della quale evvi una porta che ne chiude il passaggio. Il mio conduttore picchiò a questa porta, che fu aperta da due domestici, e noi continuammo a salire: attraversammo in seguito un corritojo oscuro, e dopo aver lasciate le pappuzze in questo luogo, entrammo in una bella sala, ov'era il sultano Sceriffo, detto Sceriffo Ghàleb, seduto presso ad una finestra, e circondato da sei personaggi che stavano in piedi. Poichè l'ebbi salutato mi fece le seguenti interrogazioni.

S. Parlate voi l'arabo[6]?

A. Sì, Sire.

S. Ed il turco?

A. No, Sire.

S. L'arabo solamente?

A. Sì, Sire.

S. Parlate voi le lingue dei Cristiani?

A. Alcune.

S. Qual è il vostro paese?

A. Aleppo.

S. Siete voi uscito assai giovane della vostra patria?

A. Sì, Sire.

S. Ove foste durante la vostra assenza?

Gli raccontai la mia storia. Allora lo Sceriffo disse a quello che gli stava a sinistra: parla assai bene l'arabo; il suo accento è veramente arabo; e volgendomi di nuovo la parola, dissemi alzando la voce, avvicinatevi. Mi appressai un poco, ed egli ripetè, avvicinatevi; ed allora mi avanzai fino a lui. Sedetevi, mi disse, ed essendomi affrettato di ubbidirlo, fece pure sedere il personaggio che gli stava a sinistra.

Voi avrete senza dubbio notizie del paese de' cristiani, ripigliò lo Sceriffo: ditemi le ultime che aveste. Gli feci un breve quadro dello stato attuale d'Europa. Mi domandò: sapete voi leggere e scrivere il francese? Un poco, Sire. — Soltanto un poco, o bene? Un poco, e non più, Sire. Quali sono le lingue che parlate e scrivete meglio? L'italiano e lo spagnuolo. Così continuammo a conversare più di un'ora. In appresso dopo avergli presentato il mio regalo, ed il firmano del Capitano pascià, mi ritirai accompagnato dal capo dello Zemzem, che mi condusse fino a casa.

Prima di passar oltre voglio dare contezza di questo importante personaggio, ch'erasi fatto mio amico. Era questi un giovane di ventidue in ventiquattr'anni, di una bellissima figura, occhi vivaci, ben vestito, assai gentile, d'un'aria dolce e seducente, e fornito di tutte le esteriori qualità che rendono amabile una persona. Depositario della intera confidenza dello Sceriffo, occupa il più importante impiego. È l'avvelenatore in titolo.... Rassicurati, lettore; nè questo nome ti faccia tremare per me. Quest'uomo pericoloso mi era noto anche avanti. Dopo la prima volta che fui al Zemzem, egli mi faceva assiduamente la corte; aveva già da lui ricevuto un magnifico pranzo; ogni giorno mandavami due bottiglie d'acqua del pozzo miracoloso: spiava i momenti in cui mi recava al tempio, e si affrettava di venire a presentarmi coi più dilicati modi una tazza colma d'acqua miracolosa, che io beveva senza timore fino all'ultima goccia. Questo scellerato tiene gli stessi modi verso tutti i Pascià, e personaggi d'importanza, che recansi alla Mecca. Dietro il più leggiero sospetto, e per capriccio, lo Sceriffo ordina, e lo sventurato straniero ha ben tosto cessato di esistere. Siccome sarebbe un'empietà il rifiutare l'acqua sacra presentata dal Capo del pozzo, quest'uomo con tal mezzo è padrone della vita di tutti i pellegrini; ed ha già sacrificato molte vittime. Da tempo immemorabile i sultani Sceriffi della Mecca tengono un avvelenatore alla loro corte; ed è cosa notabile che non si curino di tenere celato l'arcano, poichè si conosce in Egitto ed a Costantinopoli a segno, che il Divano ha più volte mandati alla Mecca Pascià, ed altri personaggi per isbarazzarsene in tal maniera. Ecco la ragione per cui i Mogrebini, e gli Arabi d'occidente erano solleciti di prevenirmi di stare in guardia al mio arrivo in questa città. I miei domestici non sapevano soffrire il traditore, ed io gli dava i meno equivoci segni di confidenza, affrontava le sue acque, ed i suoi pranzi con una serenità imperturbabile; e soltanto ebbi la precauzione di tener sempre in tasca tre prese di zinco vitriolato, vomitivo assai più efficace del tartaro emetico, e che opera all'istante, onde usarne tostochè avessi il più piccolo indizio di tradimento.

Parvemi che lo Sceriffo fosse dell'età di trenta in quarant'anni: la sua carnagione è alquanto bruna; ha grandi e begli occhi, e barba regolare; è grasso, e non pertanto assai vivace. Il suo abito consiste in un benisch, caftan esteriore, un caftan interiore con uno sciallo di cachemiro, ed un cachemiro, ed altro sciallo della stessa qualità per turbante. Aveva dietro di lui un gran cuscino, un altro a lato, ed un terzo più piccolo avanti, sul quale si appoggiava frequentemente. Nella sala non vidi altri arredi nè ornamenti fuorchè un gran tappeto che copriva tutto il suolo. In tempo della mia visita il sultano Sceriffo fumava una pipa persiana, o nerguilè, ch'era posta in una altra camera, e la di cui canna di cuojo per mezzo d'un foro fatto nel muro terminavasi alla sua bocca. Il riformatore Abdoulwehhàb avendo dichiarato che l'uso del tabacco è peccaminoso, ed i suoi segretarj che dominano l'Arabia essendo generalmente temuti, non si fuma che con molta circospezione, e quasi di furto.

All'indomani, domenica 25 gennajo, resi la visita al Nekih-el-Ascharaf, o capo degli sceriffi, e gli feci un piccolo regalo. Mi diede tutti i segni di distinzione e d'amicizia, che io poteva desiderare. Era il secondo giorno dell'apertura della Kaaba, come si disse poc'anzi, ma era il giorno esclusivamente destinato per le donne. Esse vi entrarono in folla per recitarvi le loro preghiere, e come gli uomini esse fanno i sette giri intorno.

Il lunedì 29 gennajo, 20 del mese doulkaada, si lavò e purificò la Kaaba colle seguenti cerimonie. Due ore dopo il levar del sole il sultano Sceriffo venne al tempio accompagnato da circa trenta persone, e da dodici guardie parte Negri e parte Arabi. La porta della Kaaba era già aperta e circondata da immenso popolo, ma non eravi ancora la scala. Il sultano Sceriffo montato sopra le spalle degli uni, e su la testa degli altri entrò nella Kaaba cogli Scheih principali delle tribù; gli altri volevano fare lo stesso, ma le guardie negre ne vietavano l'ingresso a colpi di pugni e di canne. Io stava lontano dalla porta per evitare la folla, quando per ordine dello Sceriffo il capo di Zemzem mi fece segno colla mano di avanzare; ma come farmi avanti a traverso di più di mille persone ch'erano tra me e la Kaaba?