VIAGGI DI ALI BEY EL-ABBASSI IN AFRICA ED IN ASIA
TOMO IV


VIAGGI
DI
ALI BEY EL-ABBASSI
IN AFRICA ED IN ASIA

DALL'ANNO 1803 A TUTTO IL 1807

TRADOTTI

DAL DOTTORE STEFANO TICOZZI

con tavole in rame colorate


TOMO IV

MILANO
Dalla Tipografia Sonzogno e Comp.
1817.


[INDICE]

[INDICE DELLE TAVOLE]


VIAGGI
in AFFRICA ed in ASIA
FATTI DAL 1803 AL 1807.


CAPITOLO XLIV.

Haram, ossia Tempio musulmano nel luogo dell'antico tempio di Salomone.

El-Haram, o il Tempio, detto altresì Beit-el Mokaddes-el-Scherif, o la casa santa principale di Gerusalemme, è una unione di più edificj fabbricati in varie epoche dell'islamismo, e che portano con loro l'impronta del gusto dominante de' diversi secoli in cui furono fatti; formando non pertanto un tutt'insieme abbastanza armonico. Non è precisamente una moschea, ma un gruppo di moschee. Il suo nome Arabo El-Haram significa positivamente un tempio, un luogo consacrato dalla presenza particolare della Divinità, e proibito ai profani, agl'infedeli. La religione Musulmana non riconosce che due tempj; questo, e quello della Mecca, il di cui ingresso è dalla legge proibito a chiunque non sia musulmano, a differenza delle altre moschee non proibite da alcun precetto canonico; cosicchè in virtù d'un ordine della pubblica autorità un cristiano può entrare ancora nella moschea di Santa Sofia di Costantinopoli: ma nessun governatore Musulmano ardirebbe permettere ad un infedele di penetrare sul territorio della Mecca, o nel tempio di Gerusalemme; perchè tale licenza sarebbe riguardata quale orribile sacrilegio, non sarebbe tollerata dal popolo, e l'infedele, che tentasse di metter piede in questi santi luoghi sarebbe la vittima della sua imprudenza.

Questo monumento forma l'angolo S. E. della città di Gerusalemme, nel luogo medesimo in cui era altra volta il tempio di Salomone.

La storia musulmana attribuisce all'antico tempio de' Giudei 1563 piedi e 3 pollici di lunghezza, e 958 piedi e tre pollici di larghezza della misura Parigina. Il nuovo è composto d'una gran corte, o piazza chiusa, lunga 1369 piedi, e larga 845. Ha nove porte dalla banda occidentale e settentrionale, ma nessuna a levante e a mezzodì, perchè chiusa dalle mura della città, che si alzano al di fuori sull'orlo dei precipizj del torrente Cedron, e sull'orlo del burrone che la divide al S. dal monte Sion.

La parte principale del tempio è formata di due corpi di magnifici edificj, che potrebbero riguardarsi come due diversi tempj: ma per la loro rispettiva situazione formano un insieme simmetrico, che non manca d'una tal quale unità. Uno chiamasi Aksa, e l'altro el-Sahhera.

Il primo è composto di sette navi sostenute da pilastri e da colonne; ed in testa alla nave del centro ha una bella cupola, a destra ed a sinistra della quale apronsi due altre navi perpendicolari al corpo principale della chiesa. Questo principal corpo è preceduto da un portico di sette archi di fronte sopra uno di profondità, sostenuti da pilastri quadrati; e l'arco centrale che risponde all'asse dell'edificio ha inoltre colonne incrostate aderenti ai pilastri. La maggior nave può avere 162 piedi di lunghezza e 32 di larghezza. È sostenuta da sette archi, leggermente acuti, da ogni lato appoggiati sopra pilastri cilindrici in forma di colonne, ma senza alcuna proporzione architettonica, con capitelli a foglie che non appartengono a verun ordine. I piloni cilindrici hanno più di due piedi e mezzo di diametro, e sedici piedi d'altezza comprendendo anche le basi ed i capitelli. I muri si alzano tredici piedi sopra gli archi con due ordini di 21 finestre per ogni rango; e quelle dell'ordine superiore guardano sulla parte esterna perchè la nave centrale è più alta delle sei laterali, e le finestre dell'ordine inferiore guardano nella parte interna delle altre navi. Il tetto è di legno senza volta.

Le navi laterali sono appoggiate sopra archi eguali a quelli della centrale, sostenuti da pilastri quadrati.

La cupola è sostenuta da quattro grandi archi appoggiati sopra quattro pilastri quadrati, che hanno belle colonne di marmo bruno balzanti dai diversi loro lati. Questa cupola è sferica con due ordini di fenestre, ed ornata di rabeschi dipinti e dorati assai belli.

Il suo diametro è uguale a quello della nave centrale.

Le navi laterali alla cupola sono sostenute da belle colonne di marmo bruno simili a quelle degli archi di mezzo. Il braccio che si dispiega a sinistra, perpendicolarmente al fondo della nave centrale, è formato d'una semplice volta assai bassa, ed ha due navi. La volta del califfo Omar può avere press'a poco dodici piedi di lunghezza; l'altra sembra avere la stessa lunghezza, ma è chiusa da una grata di legno; e perciò io non vi entrai.

Nella parte esterna a sinistra sono addossate all'Aksa molte case mal fatte ove abitano gli impiegati dell'Haram. Avvi in faccia alla porta principale un rialto lungo 284 piedi, in mezzo al quale trovasi una bella vasca di marmo con un lavoro in forma di conchiglia, che anticamente mesceva acqua. In fondo al rialto una superba scala conduce all'El-Sahhara, che è l'altro ragguardevole edificio dell'Haram, il quale riceve il nome da una rupe assai rispettata che trovasi nel suo centro.

Il Sahhara è posto sopra un piano parallelogrammo lungo circa 460 piedi, e largo 599. È sedici piedi più alto del piano generale dell'Haram, e vi si sale per otto scale poste due al sud, due al nord, una all'est, e tre all'ovest. Quasi in mezzo a questo piano superiore lastricato di bei marmi sollevasi il magnifico edificio del Sahhara, tempio ottagono, i di cui lati nella parte esterna sono lunghi sessantun piedi.

Si entra nel tempio per quattro porte collocate ne' quattro punti cardinali dette Beb-el-Kebla, el-Garb, Djenna e Davoud. La prima ha un bellissimo portico sostenuto da otto colonne corintie di marmo. Le altre sono senza portico.

Dal centro dell'edificio si spinge in alto una cupola sferica con due ordini di grandi finestre, e sostenuta da quattro grossi piloni e da dodici magnifiche colonne disposte in cerchio.

Questo cerchio centrale è circondato da due navi ottagone concentriche, tra loro separate da otto pilastri e da sedici colonne della stessa specie e grandezza di quelle del centro, del più bel marmo bruno che vedere si possa. I tetti sono piani, ed ogni cosa è coperta d'ornati del più squisito gusto e di modanature in marmo ed in oro ec. I capitelli delle colonne sono d'ordine composito interamente dorati, ed attiche la basi delle colonne, che formano il cerchio centrale; e quelle che trovansi tra le navi ottagone, sono tagliate nella parte inferiore e senza listello, ed invece della base vengono portate da un dado di marmo bianco. La proporzione delle colonne le avvicina all'ordine corintio: il loro fusto è di sedici piedi.

La cupola ha quaranta piedi di diametro sopra novantatrè di altezza, ed il totale diametro dell'edificio è press'a poco di cento cinquantanove piedi e mezzo. Il piano del cerchio centrale, tre piedi e mezzo più alto di quello delle navi che lo circondano, vien chiuso da un'alta e magnifica grata di ferro dorato.

Entro a questo cerchio chiudesi la rupe el-Sahhàra Allàh, che è il principale oggetto di questo ricco edifizio, ed in generale di quello del tempio di Gerusalemme. El Hadjerà el Sàhhara, o rupe Sahhara, esce di terra sopra un diametro medio di trentatre piedi in forma di segmento di sfera. La sua superficie è disuguale, scabra, e nella sua forma naturale. Nel fianco del nord vi si vede una cavità, che la tradizione dice fatta dai Cristiani, che volevano rubare la porzione del masso che manca; ma che questa si fece allora invisibile agli occhi degl'infedeli, che fu poi trovata dai fedeli credenti divisa in due parti, che ora trovansi in altri luoghi dell'Haram.

Il fedele musulmano crede che il Sahhàra-Hallàh sia il luogo in cui le preghiere degli uomini riescono più care alla divinità, dopo la casa della Mecca. Per tale motivo tutti i Profeti dalla creazione del mondo fino a Maometto ci vennero a pregare, ed anco presentemente i profeti e gli angioli vengono in schiere invisibili a fare le loro preghiere sulla pietra, non compresa la guardia ordinaria di settantamil'angeli che continuamente la circondano, dandosi ogni giorno la muta.

La notte che il profeta Maometto fu rapito nella Mecca dall'angelo Gabriele, e trasportato colla velocità del lampo a Gerusalemme sopra la giumenta El-Boràk, che ha testa e seno di bella donna, lasciata la giumenta alla porta del tempio, venne a fare la sua preghiera sul Sahhara cogli altri profeti ed angioli, che avendolo rispettosamente salutato gli cedettero il luogo d'onore.

Nell'istante in cui il Profeta si fermò sopra il Sahhara, la pietra sensibile alla felicità di portare questa santa salma si abbassò, e come una molle cera ricevette nella sua parte superiore verso il nord l'impronta del suo sacro piede. Questa impronta fu poi coperta da una specie di gabbia di filo di metallo dorato, fatta in modo che non si vede l'impronta per causa dell'interna oscurità, ma si può per un'apertura fatta nella gabbia toccare colla mano; e ci santifichiamo passando all'istante la stessa mano sul volto e sulla barba: prova troppo manifesta che dessa è la vera orma del piede del più grande dei profeti.

L'interno della roccia forma una cavità nella quale si scende per una scala dal lato di S. O. Vi si trova una camera d'un quadrato irregolare di diciotto piedi di superficie, alta nel centro otto piedi. Il palco consiste in una volta naturale irregolare. In fondo alla scala vedesi alla diritta un piccolo frontispizio di marmo che porta il nome di el-Makam-Soulimànossia lungo di Salomone; ed un'altra lapide posta a sinistra chiamasi el-Makam-Davoud, luogo di Davide. Chiamasi poi el-Makam-Ibrahim, o luogo d'Abramo, una nicchia cavata nella roccia nel lato di S. O.; come un gradino semicircolare concavo si dice el-Makam Djibrila, luogo di Gabriele: finalmente viene chiamato luogo d'Elia el-Makam el-Hòder, una specie di tavola di pietra all'angolo N. E.

In mezzo alla camera la spessezza della volta vedesi forata in forma d'abbaìno cilindrico di tre piedi di diametro; e questo è il luogo del Profeta.

La rupe è circondata da uno steccato di legno ad altezza d'appoggio; ed al di sopra a cinque in sei piedi d'altezza vi è un padiglione di seta a liste alternative rosse e verdi, sospese su tutta la larghezza della rupe con pilastri e colonne.

Per quanto ho potuto vedere, sopra tutto l'interno della cantinetta, questa rupe parmi di marmo fino, di color bianco rossastro.

A poca distanza dalla parte settentrionale vedesi nel pavimento un marmo quadrato verde marezzato bellissimo, di circa quindici pollici da ogni parte, assicurato con quattro o cinque chiodi dorati; e si dice essere la porta del paradiso. Varj altri fori indicano ch'era fermato con più chiodi che non lo è al presente, i quali chiodi credono che siano stati rubati dal Diavolo, quando tentò d'introdursi in paradiso, impeditone dal non aver potuto svellere i chiodi che tuttavia rimangono.

Il Sahhara ha una tribuna di legno pei cantori sostenuta da piccole colonne. Vi ho veduto un Corano i di cui fogli sono quasi alti quattro piedi, e più di due e mezzo larghi. Si pretende che appartenesse al Califfo Omar; ma si dice lo stesso di altri affatto somiglianti che mi furono mostrati al Cairo ed alla Mecca.

L'esterno del Sahhara è incrostato di varie qualità di marmi, fino a metà della sua altezza; il rimanente è ricoperto di piccoli mattoni di diversi colori elegantemente disposti. Le cinque finestre per ogni lato dell'ottagono sono chiuse con bei vetri dipinti a rabeschi.

Il tempio ha quattro torri; una sull'angolo S. O. della gran corte, la seconda nel mezzo del lato occidentale, un'altra sull'angolo N. O., e l'ultima sull'angolo N. E. dello stesso cortile.

CAPITOLO XLV.

Viaggio al sepolcro di Davide, e ad altri sepolcri. — Viaggio al monte Oliveto. — Al sepolcro d'Abramo ad Hébron. — Al presepio di Cristo a Betlemme. — Al sepolcro della Vergine. — Al Calvario ed al sepolcro di Cristo. — Sinagoga de' Giudei. Descrizione di Gerusalemme.

Dopo aver soddisfatto a tutte le cerimonie, ed a tutte le limosine dovute al tempio lo stesso giorno del mio arrivo a Gerusalemme: nel susseguente giorno fui condotto al sepolcro di Davide.

Sortendo di città per la porta di Davide trovasi in distanza di 150 tese un edificio che ha l'apparenza d'un'antica chiesa greca. Appena entrati, prendendo la sinistra, si arriva al sepolcro chiuso da molte porte e grate di ferro. È questo una specie di catafalco coperto di bei drappi di seta di varj colori ricamati in oro, che può avere tredici piedi di larghezza.

Terminate le mie preghiere al sepolcro di Davide fui condotto all'est luogo le mura della città, e scendendo per un pendìo assai ripido giunsi presso all'unica sorgente che trovasi a Gerusalemme, dai cristiani detta fontana di Neemia. Credono i musulmani che l'acqua di questa sorgente derivi per un miracolo dell'onnipotente dal pozzo di Zemzem della Mecca, quantunque l'ultima sia caldissima e salmastra, e quella di Gerusalemme fresca e dolce. Di là passai il torrente Cedron, di dove a traverso a varj poggi andai a visitare i sepolcri di molti santi e profeti del primo e del second'ordine.

Dalla sommità di questi colli scopersi in distanza di tre o quattro leghe in linea retta una parte del Bàhar Lout, detto da' cristiani Lago Asfaltide, o Mar Morto. Col cannocchiale osservai due piccoli seni, e le montagne che coprono il lago a S. E. Vedeva pure le onde rompersi contro la riva; e l'agitamento dei flutti mi mostrava che questo mare non è affatto morto, come lo indica il suo nome. Tutto il paese che lo circonda è montuoso. Giunto in appresso alla cima del Diebel Tor, detto dai cristiani Monte Oliveto; dove assicurasi essere stati sepolti settantadue mila profeti, trovai la chiesa cristiana, nella quale si venera sopra un marmo l'impronta del piede di Cristo lasciatavi quando salì al cielo dopo la risurrezione.

Da questa montagna, posta a levante di Gerusalemme, si scopre la città sì bene che se ne possono contare le case.

Sceso dalla montagna e giunto in fondo al torrente Cedron, passai a lato del sepolcro della madre di Cristo; e dopo salito un colle rientrai in città per la porta detta di Maria.

All'indomani 25 luglio sortii di Gerusalemme al levare del sole per visitare il sepolcro d'Abramo.

Alle sette ore ed un quarto del mattino giunto presso a Betlemme, incontrai una truppa di pastori cristiani che venivano a Gerusalemme per accusare i pastori musulmani di Ebron che loro avevano presi molti bestiami, per rappresaglia dei quali i cristiani avevano portati via due cammelli. Il principale pastore raccontò ad uno de' più rispettabili Sceriffi che m'accompagnava tutto l'accaduto, in così energica maniera, che la mia immaginazione mi rappresentò all'istante le contese de' pastori d'Abramo e di Lot, la guerra dei cinque re, ec., tanto essi ne conservano ancora il carattere, le abitudini e perfino le vesti consistenti in una camicia di lana bianca rossastra attaccata con una cintura, e in un drappo nero gettato sulla spalla, con una fascia di tela bianca intorno al capo.

Appena congedati i pastori, avendo Betlemme a sinistra e Beit-Diele dall'altro lato, mi si presentò lo spettacolo della più singolare meteora che veder si possa. Il sole alto sopra l'orizzonte circa trenta gradi brillava alla sinistra di tutta la sua luce a traverso di una atmosfera purissima; e la luna, vicina al suo ultimo quarto, era sulla mia diritta quasi nella stessa elevazione del sole, così chiara e così bella quanto è possibile di vederla in tale circostanza. Tutt'ad un tratto vidi comparire sotto forma d'una stella due o tre volte più grande, e molto più luminosa di Giove o di Venere nel loro più grande splendore, una meteora che svolse dalla banda di levante una coda, la quale parvemi lunga due gradi. Io non mi potei contenere, e gridai Kif hàda! Kìf hàda! cioè che è questo! che è questo! Le mie genti sbalordite gridarono in pari tempo Minn Allàh! minn Allàh! Dio! Dio! Frattanto la meteora s'avanzava verso occidente facendo ondeggiare dolcemente la sua coda lungo una linea orizzontale, all'altezza di circa 30 gradi, come il sole e la luna. La coda che ben tosto si divise in più raggi, riuniva tutti i colori dell'iride assai vivaci, ed un mezzo minuto dopo, avendo la meteora nel suo pacifico movimento scorsi quasi sei gradi all'O. scomparve senza esplosione, senza tuono, nè alcun'altra spaventosa circostanza. Io mi buttai a terra prostrato avanti al Creatore, e lo stesso fecero tutti quelli che mi seguivano.

Continuai il cammino al sud, assorto nella meditazione di ciò che aveva veduto: la stella dei pastori, la stella de' magi, tutto ricorreva alla mia memoria; ma io sospetto che i vapori bituminosi salini del Mar Morto rendano in questi paesi simili meteore assai frequenti. Lasciai a destra un eremitaggio dedicato ad Elia, ed alquanto più avanti giunsi ad un bell'Alcassaba mezzo ruinato, accanto al quale trovasi una sorgente di bonissima acqua con un serbatoio lungo cinquanta passi, largo trenta, e più a basso da altri di quasi eguale grandezza: finalmente dopo aver superate diverse montagne giunsi in sul mezzo giorno ad el Hhalil, che i cristiani dicono Ebron, e presi alloggio all'osteria.

Ebron è una città di circa 400 famiglie Arabe, posta sul pendio di una montagna con un castello. I viveri sono abbondanti, ed ha molti fondachi. È governata da un Arabo del paese col titolo di Hakim, e di Scheih el Bèled.

I sepolcri d'Abramo e della sua famiglia trovansi in un tempio che fu già una chiesa greca. Si sale per recarvisi una bella e vasta scala che guida ad una lunga loggia, di dove si entra in un piccolo cortile. Dalla banda sinistra vedesi un portico sostenuto da pilastri quadrati, presso al quale sorge il vestibolo del tempio composto di due camere, una delle quali posta a destra contiene il sepolcro di Abramo, e l'altra dall'opposto lato quello di Sara. Nel corpo della chiesa che è gotica, tra due grossi pilastri a destra vedesi una casuccia isolata contenente il sepolcro d'Isacco, ed in simile casuccia a sinistra quello di sua moglie. Questa chiesa ridotta a moschea ha il suo Mereb, la tribuna per il sermone del venerdì, ed un'altra pei cantori. Nell'opposto lato della corte avvi un altro vestibolo con due camere laterali destinate ai sepolcri di Giacobbe e di sua moglie.

All'estremità del portico per una specie di loggia si passa in altra camera contenente il sepolcro di Giuseppe, le cui ceneri furono trasportate dall'Egitto dal popolo d'Israele.

I sepolcri di questi patriarchi sono tutti coperti di ricchi tappeti di seta verde, magnificamente ricamati in oro: rossi egualmente ricamati sono quelli delle loro consorti, che il sultano di Costantinopoli manda di quando in quando. Io ne contai nove, uno sopra l'altro sul sepolcro di Abramo. Anche le pareti delle camere sono coperte di bei tappeti. Le grate delle finestre sono di ferro dorato, e le porte di legno coperte di piastre d'argento con serrature e catenacci dello stesso metallo. Si contano pel servigio del tempio più di cento tra impiegati e domestici; onde può agevolmente calcolarsi il numero delle elemosine che vi si debbono lasciare.

Terminata la visita ai sepolcri all'indomani 26 luglio allo spuntar del giorno ripigliai la Strada di Gerusalemme. A breve distanza da Ebron lasciai da un canto un eremitaggio sacro al profeta Jona; e mi fermai per fare colezione presso ad una bella sorgente; indi presi la strada di Betlemme, ove giunto alle dieci ore e mezzo del mattino, mi recai a dirittura al convento de' Cristiani ove si venera il luogo in cui nacque Gesù Cristo.

È questo convento fatto a guisa di rocca, e la sola porta che serve d'ingresso è tanto bassa, che convien piegare il corpo per entrarvi. Vi stanno circa venti monaci, europei, cattolici, greci, ed armeni; e quasi tutti gli abitanti di Betlemme sono cristiani. Scordava di dire che questa città posta sopra un monte conta circa cinquecento famiglie.

Gli abitanti che vivono in continuo sospetto de' musulmani, vedendoci arrivare a cavallo ed armati, si adombrarono, e molti erano già corsi alla porta del convento che trovarono chiusa; ma rassicurati del nostro contegno, picchiarono essi medesimi alla porta, che dopo molti discorsi ad alta ed a bassa voce con quelli che stavano al di dentro, ci fu alla fine aperta.

Introdotto in un angusto vestibolo oscuro, vi trovai molti uomini armati che avevano l'aria di corpo di guardia. Da questo vestibolo entrai in una vasta sala, il di cui palco è sostenuto da circa quaranta colonne di marmo alte quindici piedi, con basi e capitelli d'ordine corintio, comecchè il fusto abbia le proporzioni del dorico: sala comune dalla quale per diverse porte si passa ne' separati appartamenti de' monaci romani, greci, ed armeni.

Dopo esserci trattenuti alcun tempo in questo luogo, un monaco greco aprì la porta del suo appartamento, e ci fece entrare in una sala, alla di cui estremità scendesi per una scala in una specie di grotta, che è il luogo sacro della nascita di Cristo. Giunto nella grotta vidi una nicchia quasi semisferica nel vivo della rupe, nella quale, secondo mi assicurò il monaco che mi accompagnava, nacque Cristo; e fu deposto dalla Vergine nella mangiatoja, che è una specie di bacino di marmo; di fronte al quale fu innalzato un altare che ha un bel quadro rappresentante l'adorazione dei Magi. Ed il presepio, ed il luogo della nascita sono arricchiti di superbi addobbi, e di molte lampade di cristallo e d'argento; tra le quali ne vidi una in figura di cuore, contenente il cuore del divoto Antonio Camillo de Lellis, il di cui nome con bella iscrizione latina e l'anno 1700 è scolpito nella stessa lampada.

Sortendo dalla grotta il monaco greco mi condusse nella chiesa posta sopra alla grotta, che non ha cosa alcuna di molta importanza. Tutti i luoghi santi furono ampiamente descritti in tanti libri, che avrei potuto dispensarmi dal darne una nuova descrizione; ma ho creduto di farne un cenno in grazia di coloro che non ne avessero verun'altra alla mano.

Dopo aver ringraziato il buon monaco, e lasciategli prove della mia gratitudine, ripresi la strada di Gerusalemme ove arrivai poco dopo il mezzo giorno.

All'indomani, lunedì 27, scesi in fondo al torrente Cedron per una bella scala, alla metà della quale trovansi alla diritta i sepolcri di Gioachino e di Anna, ed in un'altra cavità a sinistra quello di Giuseppe sposo di Maria. In fondo alla scala entrasi in una chiesa greca, il di cui Sancta Sanctorum contiene il sepolcro della Vergine. Ascoltai in chiesa un armonioso coro di monaci, mentre il celebrante vestito de' sacri abiti restava nel santuario.

Dopo mezzo giorno mi recai al sepolcro di Cristo; ma non aprendosi la porta del convento che in certi determinati giorni, trovavasi allora chiusa secondo il praticato, al di fuori dai turchi, dai monaci al di dentro.

A traverso alla grata della porta mi trattenni con un monaco spagnuolo nativo di Ocanna, detto Ramirez d'Arellano, che mi diresse al procuratore generale pure spagnuolo, onde avere il permesso d'aprire la porta. Il procuratore era ammalato, e fu il suo vicario, che ci accolse con estrema cortesia; ma sopraggiungendo il governatore ed il kadì della città, mi ritirai, dopo avere ottenuto di entrare all'indomani nel sepolcro di Cristo.

In fondo ad una vasta chiesa gotica vedesi una magnifica cupola, o rotonda, nel di cui centro è posta una casuccia isolata, nella quale i cristiani venerano il sepolcro di Gesù Cristo. Per entrare in questa casuccia si scende per pochi gradini: il sepolcro è a destra in una piccola camera, che può avere sei piedi e mezzo di lunghezza, e quattro di larghezza. È questi un avello che occupa tutta la lunghezza della camera, e può avere ventisette pollici di larghezza: parvemi di marmo bianco rossiccio, il di cui coperchio è composto di due pietre. Il sarcofago è alto in modo da formare una specie d'altare, sopra il quale i monaci celebrano la messa. In questa angusta camera posta sotto al piano della chiesa, e priva di finestre, ed inoltre riscaldata dai moltissimi lumi che vi si accendono qualunque volta si apre, non è possibile di rimanervi a lungo senza incomodo. Il sarcofago è semplice e senza ornamenti, ma riccamente decorata la camera.

I musulmani fanno preghiere in tutti i luoghi consacrati alla memoria di Gesù Cristo e della Vergine, fuorchè al sepolcro. Credono essi che Cristo non morisse, e che salendo al cielo vivente, lasciasse le apparenze della sua figura a Giuda condannato a morire per lui; che in conseguenza essendo stato crocifisso Giuda, può ben questo sepolcro aver contenuto il corpo di Giuda, ma non quello di Gesù Cristo, e perciò non lo onorano. La chiave della cappella in cui trovasi il sepolcro viene custodita dai monaci latini, che però non possono aprirla senza la presenza di un monaco greco, che resta a lato al sepolcro finchè la cappella è aperta.

La rotonda ove trovasi la cappella del sepolcro è sostenuta da informi colonne e senza proporzioni architettoniche. Tutti i capitelli sono d'ordine corintio o composito. La sommità della cupola è vòta, e forma un'apertura di tredici piedi di diametro per la quale riceve la luce.

Unite alla cupola trovansi le separate chiese de' Cattolici Romani, degli Armeni, de' Sirj, de' Cofti, degli Abissini; ed il corpo centrale del tempio forma la chiesa de' Greci.

Presso al Sancta Sanctorum della chiesa greca una scala conduce ad una cappella. Salendo a sinistra vedesi un altare formato nel vivo sasso, in mezzo al quale trovasi un foro di tre in quattro pollici di diametro, ove si dice che fu piantata la croce; in distanza di tre piedi mi fu mostrata nella rupe una fessura naturale perpendicolare, apertasi nell'istante della morte di Gesù Cristo. Tre o quattro passi più in là vedesi un altare, ed avanti a questo altare uno spazio quadrato, che si venera come il luogo in cui Cristo fu crocifisso. II Monte Calvario, un tempo fuori delle mura dell'antica Gerusalemme, trovasi nel centro della moderna.

La casa posta accanto al tempio che contiene il sepolcro di Gesù Cristo, è abitata da alcuni monaci Musulmani, i quali dalle finestre della casa che guardano nell'interno del tempio, diedero più volte giuste cagioni di lagnanza ai monaci cristiani.

Gerusalemme conosciuta dai Musulmani sotto il nome d'el-Kods, ossia la santa, e per quello d'el-Kodse-scherif, è posta al grado 31 46′ 34″ di latitudine settentrionale, e nel 33º di longitudine orientale dell'osservatorio di Parigi. La di lei forma, quantunque irregolare, ove facciasi astrazione dalla cittadella addossata all'angolo occidentale della città, si avvicina assai al quadrato.

Fabbricata sul lato meridionale della sommità d'una montagna con qualche inclinazione al S. E. è circondata di precipizj, sul di cui orlo girano le mura dalla banda di S. E., di E., e di O., non avendo che un breve piano al S. che conduce al sepolcro di Davide, ed un altro più esteso al N. che forma la parte superiore della montagna attraversata dalla strada di Jaffa.

Le strade di Gerusalemme sono assai regolari, diritte, ben selciate, e molte con marciapiedi; ma triste, strette, e quasi tutte poco o molto inclinate. Le case hanno quasi tutte due o tre piani, e poche finestre con porte assai basse, e colla facciata semplice di pietra senza verun ornamento, di modo che quando si passeggia per la città, sembra che si cammini ne' corridoj di una vasta prigione. In una parola vi si ravvisa la verità della pittura fattane da Geremia: facta est quasi vidua domina gentium.

Alcune case hanno piccoli giardini, ma in generale non vi si trova alcun vòto considerabile; onde sopra un'estensione assai minore di quella della Mecca, contiene, per quanto mi fu detto, circa 30,000 anime, senza contare la popolazione dei sobborghi della città.

Non ho veduto in Gerusalemme alcuna piazza propriamente tale, ed i pubblici mercati e le botteghe sono lungo le strade. Abbondanti vi si trovano i viveri ed a buon prezzo: una mezza dozzina di polli, per esempio, pagasi una piastra spagnuola. Il pan comune è una specie di cattiva focaccia, ma trovasene ancora di assai buono; come pure ottimi legumi, erbaggi, frutta, e squisite carni.

Essendo quasi centrale fra l'Arabia, l'Egitto e la Siria, è assai frequentata dagli Arabi di questi paesi, che vi fanno il loro commercio di cambio. Il principale ramo di commercio attivo della Palestina è quello dell'olio; ma l'importazione del riso, che tirasi dall'Egitto bilancia l'esportazione dell'olio.

I pesi, misure e monete sono le medesime degli altri paesi Turchi; e la piastra spagnuola vale quattro pezze turche e mezzo, ossia cento ottanta parà.

Pochi e di cattiva qualità sono i cavalli della Palestina; molti e ottimi i muli, benchè alquanto piccoli. Gli asini cedono in bontà a quelli dell'Arabia e dell'Egitto, e non si fa frequente uso dei cammelli.

Benchè assai lontane dalla perfezione, le arti vi fioriscono più che alla Mecca; ma le scienze vi sono affatto sconosciute, e le più ragguardevoli persone, che pur vogliono parer costumate, versano nella più profonda ignoranza. La lingua Araba è la più comune, ma vi si pronuncia alquanto diversamente che nell'Arabia, accostandosi all'accento turco.

Contansi in questa città settemila musulmani, de' quali duemila abili alle armi; più di ventimila cristiani di diversi riti: maroniti, greci uniti, greci scismatici, cattolici latini, armeni ec. Pochissimi sono i Giudei nell'antica loro patria.

Quantunque gli abitanti di Gerusalemme, appartenendo a diverse nazioni, e seguendo culti diversi si disprezzino internamente gli uni gli altri; pure perchè i cristiani sono assai più numerosi, vi regna una certa eguaglianza tanto nelle relazioni commerciali, quanto negli affari domestici, e ne' divertimenti. I seguaci di Gesù Cristo vedonsi uniti coi settatori di Maometto, e questa mescolanza è cagione d'una più estesa libertà che in tutt'altra città musulmana.

Il governo di Gerusalemme viene affidato ad una persona del paese, che porta il nome di Scheih el Rele, o di Hhakim; ed il giudice civile è sempre un Turco mandato da Costantinopoli che cambiasi ogni anno. Vi è inoltre un governatore del castello, il capo del tempio, il Muftì o capo della legge, i quali tutti hanno le particolari loro attribuzioni.

In aggiunta di pochi soldati, Gerusalemme può contare sopra duemila musulmani in istato di portare le armi. È circondata di mura merlate assai alte, fiancheggiate di torri; ma incapaci di resistere al cannone. Ho già fatto osservare, che questa città è circondata in più lati da precipizj: negli altri luoghi si supplì a tale difesa naturale con fossi artificiali.

Quando si considera da prima Gerusalemme, circondata da precipizj e da alte mura di pietre tagliate ben conservate, e ricoperte da numerosa artiglieria, con una fortezza di bella e solida costruzione, e ben provveduta di mezzi di difesa; se si fa attenzione al ragguardevole numero di difensori che può dare la sua popolazione, si è tentati di crederla quasi inespugnabile: ma esaminandola più posatamente, svanisce la prima illusione, e si trova incapace di lunga resistenza, perchè per la topografia del suolo non è possibile d'impedire l'avvicinamento del nemico, ed è signoreggiata quasi a vista d'uccello in distanza del tiro di fucile dal monte Oliveto.

La montagna su cui è fabbricata Gerusalemme è affatto sterile, ed è composta d'una roccia cornea o basaltica, facente transizione al trappo, come quasi tutte le montagne del vicinato.

La sua ragguardevole elevazione sopra il livello del mare è cagione della freddezza del clima quantunque vicinissima al tropico. Nel mese di luglio il termometro esposto a mezzo giorno non segnò più di 23° 5′ di Reaumur, e la mattina scese fino a 17° 3′. Il vento fu sempre occidentale, e l'atmosfera variabile. Mi fu detto che nell'inverno cade molta neve, e molta pioggia.

Vi trovai pochi vecchi, ma per altro più che alla Mecca. Le persone del paese osservarono che gli anni più abbondanti d'olive sono quelli ne' quali cade molta neve.

Io ho osservato che il vento vi acquista una straordinaria rapidità.

CAPITOLO XLVI.

Ritorno a Giaffa. — Tragitto ad Aeri, e descrizione di questa città. — Il monte Carmelo. — Viaggio a Nazaret. — Notizie intorno ai monaci di terra Santa.

Partii da Gerusalemme ad otto ore e trequarti del mattino il 29 luglio 1807, per ritornare a Giaffa, strada che aveva fatta venendo in tempo di notte. Dopo la scesa di lunghissima fila di colli, giunsi alle dieci ore in fondo alla valle, ove trovai un ruscello ed un ponte di due archi; a poca distanza in su la diritta il villaggio Alioune, e presso alla strada le ruine di un antico tempio.

Di là salito sulla sommità di altre montagne, passai alquanto prima delle undeci ore presso alle case di Kaskali, poi sceso un poggio, e salitone un altro, mi trovai in sul fare del mezzogiorno a Kariet-el-Aaneb, villaggio meritevole di essere veduto per una bella antica chiesa a tre navi, ora abbandonata, e ridotta ad uso di stalla. Da Kariet montando ancora tre quarti d'ora, si giugne sulla sommità della montagna detta Saariz, appunto nel luogo ov'ebbi l'incontro dei due vecchi gabellieri. Era stato loro detto essere io figlio dell'Imperatore di Marocco; onde, pentiti dall'accaduto, mi aspettavano per iscusarsene, e vedutomi, mi vennero incontro baciandomi le mani, i piedi e la testa. Mi pregarono a scendere da cavallo, e ad aggradire un magnifico pranzo preparatomi presso ad una bella fonte, di dove vedesi il mare.

Poi ch'ebbi mangiato, presi congedo da questi buoni vecchi, e continuai questa penosa strada a traverso di aspre montagne fino ad Abougos, posto in miglior paese, ed alle sei ore arrivai a Ramlè. Le montagne di Gerusalemme fino ad Kariet sono quasi affatto sterili; a Kariet incominciano le vigne, poi piantagioni d'ulivi, e belle foreste di alberi fino ad Abougos La soggetta pianura era tutta coperta di frumento già mietuto, di tabacco, e di frumento della Guinea.

All'indomani 30, partii alle cinque ore e tre quarti, e prendendo la strada di Far e Nazour, arrivai verso le nove a Giaffa, piccola città regolarmente fortificata, capace di buona difesa, e provveduta d'artiglieria, con guarnigione turca e mogrebina.

Il porto non ammette che i piccoli bastimenti che fanno il cabotaggio della Siria, ed i grandi restano in rada sopra una sola ancora per prendere il largo al primo vento essendo la costa troppo aperta. M'imbarcai la stessa sera sopra un battello che fece vela alle nove della sera, e scesi a terra nel porto di S. Giovan d'Acri il giorno susseguente.

Questa piccola città, dai musulmani detta Akka, assai celebre in tempo delle Crociate per la comodità del suo porto, si distinse ultimamente per la bella difesa fatta contro i Francesi; dopo la quale epoca le sue fortificazioni vennero notabilmente migliorate. Il suo porto è molto angusto, ma la rada può contenere numerose flotte. La sua moschea fabbricata dal Pascià Diezzar è tanto gentile, che si assomiglia più ad una casa di delizie, che ad un tempio.

Altra volta era provveduta di eccellente acqua che derivava da lontana sorgente; ma il governo turco non ha fin ora pensato a rimettere l'acquedotto rovinato dai Francesi in tempo della spedizione d'Egitto: onde gli abitanti sono ridotti a bere l'acqua de' pozzi carica di salenite, e pesante come il piombo.

Diezzar Pascià, per quanto mi fu detto, diede prove in tempo dell'assedio de' Francesi, di valore e di fermezza; ma egli era mamelucco, ed educato soltanto nel mestiere delle armi, onde fu estremo nel male e nel bene, non conoscendo la via di mezzo.

Gli Europei hanno in Acri molta libertà, e vi sono rispettati assai, tanto dal governo che dagli abitanti turchi ed arabi. La città è situata nel lato settentrionale d'una vasta baja in faccia al mezzogiorno: e nel tempo della mia dimora il caldo era insopportabile. All'estremità meridionale della baja vedesi il monte Carmelo che prolungasi nella direzione di E. O. fino al mare, ed ha sulla cima un monastero greco dedicato a S. Elia, ed un altro più basso dei cattolici sotto lo stesso titolo, e tra l'uno e l'altro una moschea turca parimenti sacra al Profeta Elia.

Il 6 agosto decisomi di andare a Nazaret, mentre in compagnia di alcuni amici usciva di città, fui attaccato da una vomica spasmodica, dalla quale mi liberai in poche ore con una dose d'emetico, che fortunamente conservava ancora nella mia piccola spezieria. Fu questo il terzo attacco di bile ch'io soffersi in trentotto giorni, il primo al Cairo, ed il secondo a Gerusalemme.

Mi posi in viaggio il giorno 7 alle sei ore del mattino, prendendo la strada all'est per un terreno prima piano, poi montuoso, di tratto in tratto coperto di alti alberi, e sparso di casali circondati da campi e da prati. Trovandomi ancora assai debole camminava lentamente temperando la noja della strada coll'osservare le numerose greggie che pascolavano su quelle pendici.

Non arrivai a Nazaret prima delle quattro della sera, quantunque non sia distante che sei ore da S. Giovanni d'Acri; ma io era forzato di andare lentamente, e di prendere riposo ogni due ore. Andai ad alloggiare nel convento de' Francescani posto nel sito in cui la Vergine fu visitata dall'Angelo Gabriele.

Nazaret di Galilea è città aperta, fabbricata sul pendio d'una montagna volta a levante, popolata da circa mille Turchi, e da altrettanti Cristiani. Gli abitanti approfittano del pendio del suolo per cavare delle camere nella roccia di modo che ogni casa ne ha una parte sotterranea. Tra i Cristiani i cattolici romani sono di lunga mano più numerosi di quelli degli altri riti, che pure vivono in buona armonia. Le donne musulmane sortono col volto scoperto, e le feste e le allegrie sono comuni ai due sessi, ed agli individui di tutte le religioni.

La carne, i legumi, o frutta, l'acqua, il pane, tutto è bonissimo specialmente nel convento. I monaci vi godono piena libertà come in Europa: portano pubblicamente i sacramenti agli ammalati, e sono sommamente rispettati dalle persone di ogni culto, perchè la loro condotta è veramente esemplare e meritevole della riputazione di cui godono.

Il convento è un grande e bello edificio solidamente fabbricato, e capace di una buona difesa militare. In mezzo alla chiesa assai gentile, vedesi una grande scala di marmo che conduce alla grotta ove si effettuò il grande mistero dell'incarnazione. Per due anguste scale si monta all'altar maggiore posto sopra la rupe che forma la volta della grotta, e dietro all'altare trovasi il coro de' monaci; cosicchè questa chiesa è formata di due piani, quello della grotta nel fondo, l'altro del corpo principale della chiesa in mezzo, e l'ultimo dell'altare maggiore e del coro nella parte più elevata. Al di là del coro vedesi pure un altro piano in forma di tribuna, occupato da un eccellente organo. Un'angustissima scala fa capo ad un'altra grotta, che si suppone essere stata la cucina della Vergine, per esservi in un angolo una specie di focolajo. Altra scala, egualmente stretta, comunica coll'interno del convento. Questo convento è composto di tredici religiosi, nove de' quali, compreso il prelato, sono spagnuoli.

I Musulmani credono anch'essi la verginità di Maria, e la miracolosa incarnazione di Gesù, spirito di Dio, per l'intromissione dell'Angelo Gabriele; e venerano il luogo santificato da questo grande mistero, ove vengono frequentemente a fare le loro preghiere. Un giorno vidi una numerosa processione di montanari maomettani venire accompagnati dalla loro musica per presentare un fanciullo alla Vergine, tagliandoli la prima volta i capelli in chiesa.

Mezza lega al S. O. della città avvi un luogo detto precipizio, che è propriamente una gola delle montagne di Nazaret sopra la valle d'Estrelon; accanto alla quale la montagna è tagliata a picco dalla cima al fondo. La tradizione del paese vuole, che i Giudei conducessero Gesù Cristo in questo luogo per precipitarlo, e ch'egli si salvasse rendendosi invisibile. Non molto al di sotto della sommità fu cavato un altare nella rupe, al quale una volta all'anno vi si reca il popolo per celebrarvi una messa; al quale oggetto fu fatta una strada che attraversa il precipizio.

Nella valle d'Estrelon avvi un vasto e popolato villaggio dello stesso nome, ove fu data la celebre battaglia di Nazaret.

Dietro le più autentiche notizie ch'io mi sono procurato in sul luogo, guarentisco il seguente stato de' monaci cattolici romani in Terra Santa

A Gerusalemme 40 a S. Salvatore, de' quali 25 Spagnuoli
11 a S. Sepolcro, 8 Spagnuoli
10 a S. Giovanni tutti Spagnuoli
A Ramlè, o Rama 3 tutti Spagnuoli
A Betlemme 10 7 Spagnuoli
A Taffa 4 tutti Spagnuoli
Ad Acri 4 1 Spagnuolo
A Nazaret 15 9 Spagnuoli
Ad Aleppo 9 tutti Italiani
A Tripoli, Arizza e Latakia 3 Italiani
A Larnica in Cipro 5 Italiani
A Nicosia ibidem 3 Spagnuoli
Totale N.º 124 monaci dei quali 79 Spagnuoli

A Seida avvi un convento pei monaci Francesi ora disabitato. Inoltre trovansi in Levante quattro altri conventi separati dal corpo di Terra santa: cioè

Quello di Costantinopoli N.º 4 monaci Spagnuoli
Del Cairo di 8 monaci Italiani
D'Alessandria di 2 idem
Di Rosetta di 1 idem
Totale N.º 15 di cui 4 Spagnuoli

Le contribuzioni ordinarie che i monaci pagano ogni anno al governo turco, sono così regolate

Al Pascià di Damasco piastre lir. 7,000.
Allo stesso il solo convento di Damasco 1,000.
Al Pascià d'Acri 10.000.
Totale lir. 18,000.

Oltre le ordinarie sono inoltre costretti di pagare altre eventuali contribuzioni, e gratificazioni ai governatori, ec. Il solo Muftì di Gerusalemme ha esatte nel corso di otto anni 40,000 piastre.

Il panno, di cui vestonsi i monaci vien loro spedito dalla Spagna e dall'Italia; come pure il cuojo di cui fannosi in paese i loro sandali. In fine può dirsi, generalmente parlando che i cristiani latini, i quali in altri tempi sconvolsero il mondo per impadronirsi dei luoghi Santi, li hanno adesso talmente abbandonati, che senza i soccorsi della Spagna non sarebbevi alcuno stabilimento del loro rito.

Anche la Francia contribuisce al loro mantenimento colla protezione del suo ministro a Costantinopoli; ma questa non toglie che i governatori turchi non vessino di continuo i monaci di Gerusalemme per cavarne denaro: talchè passano la vita in perpetui travagli, e sono veri martiri del loro zelo.

Poichè lo stabilimento de' religiosi cattolici romani in terra Santa arreca grandi vantaggi agli abitanti di questi paesi, io non temo di raccomandarli alle potenze d'Europa. La diversità dei culti deve dileguarsi innanzi agli occhi del filosofo che desidera il bene della umanità: e questo è il sentimento che dirige le mie azioni, e la mia penna. Senza grandi sacrifici si potrebbe rendere assai migliore la sorte di queste virtuose vittime dello zelo religioso.

CAPITOLO XLVII.

Viaggio a Damasco. — Monte Tabor. — Mare di Galilea. — Fiume Giordano. — Paese vulcanizzato. — Damasco. — Popolazione. — Grande moschea. — Bazar o mercati, e manifatture.

Partii da Nazaret il giorno 19 agosto in migliore stato di salute, che riconosceva da quel felice clima, e dopo due ore di cammino fra le montagne, arrivai a Canaan, celebre pel miracoloso cambiamento dell'acqua in vino. Da questa piccola città che può contenere al più cinquecento famiglie, scesi in una valle alla destra del Tabor, montagna di ragguardevole elevatezza, ove accadde la trasfigurazione di Gesù Cristo, ed alle di cui falde i Francesi diedero la famosa battaglia del Monte Tabor. Dai colli che chiudono la valle a N. E. vidi l'estremità del mare di Tiberiade, di Galilea; e feci alto presso al villaggio Stheltinn.

Il giorno 20 dopo aver passata una stretta gola tra le montagne tutte coperte di boschi, mi trovai quasi sulla spiaggia del mare di Galilea, che ha sette in otto leghe di lunghezza dal nord al sud, e due leghe di larghezza. Questo bel catino d'acqua circondato da alte montagne; l'atmosfera carica di grosse nuvole ammonticchiate che lasciavano appena sfuggire di quando in quando qualche raggio di sole; la città di Tiberiade, famosa per le sue acque termali posta sulla riva occidentale; finalmente il monte Tabor che signoreggia le circostanti montagne, presentavano ai miei occhi un'interessante veduta animata da numerose greggie che pascolavano in ogni lato.

La costa settentrionale di questo mare è tutta coperta di basalte, di lava, e di altri prodotti vulcanici: di modo che se le altre rive da me non vedute sono composte delle medesime materie, non sarebbe fuor di luogo il credere che il mare di Galilea fosse altre volte il cratere di un vulcano.

Salendo il pendio di N. N. E. vedemmo alcuni Bedovini a cavallo, che osservandomi in atto di difesa non osarono di attaccarmi. Presi riposo alle nove ore del mattino nel Khan, ossia casa del profeta Giuseppe, ove trovai un corpo di soldati mogrebini d'Acri, ed una cisterna d'eccellente acqua; a quaranta passi dalla quale sono le ruine di una altra, che la tradizione dice essere quella, in cui i figli di Giacobbe rinchiusero il fratello Giuseppe avanti di venderlo ai mercanti Ismaeliti. Ripresi il cammino alle dieci ore, e giunto sulla sommità d'una collina a N. N. E. mi si aperse innanzi un nuovo orizzonte di dove vedeva scorrere in profondo letto il fiume Giordano. Ad un'ora dopo mezzo giorno giunsi al ponte di Giacobbe (cantara Yacoub) di tre archi acuti di pietra sul Giordano, con un'antica fortezza alla testa occidentale allora occupata da un distaccamento di soldati del pascià d'Acri: ma circa sessanta passi al di là trovai altro corpo di soldati del pascià di Damasco. Queste due guarnigioni poste ai confini dei rispettivi governi, quantunque egualmente composte di turchi, pare che appartengano a differenti nazioni; tale è lo stato di indipendenza dei Pascià, e l'anarchia che regna nelle provincie dell'impero ottomano.

In questo luogo il fiume Giordano può avere sessantaquattro piedi di larghezza, e non è molto profondo, ma scorre rapidamente. L'acqua quantunque alquanto calda è buona, e le sue rive sono coperte di giunchi e di altre piante palustri. Siccome noi altri musulmani conserviamo una particolare riverenza per questo fiume, non mancai di bagnarmi, e di bere della sua acqua a sazietà. Fui qui raggiunto da una carovana assai numerosa, colla quale feci alto sulle rive del fiume.

Venerdì 21.

Partimmo alle quattro e mezzo del mattino, e dopo un lungo e disastroso viaggio per luoghi alpestri, indi per una sterile campagna, entrammo in una piccola macchia, in fondo alla quale trovasi sopra un poggio il villaggio di Sassa, ove si passò la notte.

I campi Flegrei, e tutto quanto può dare un'idea della distruzione vulcanica, non sono che una languida immagine dell'orribile paese attraversato questo giorno. Dal ponte di Giacobbe fino a Sassa il terreno è composto di lava, di basalte, e di altri prodotti vulcanici: tutto è nero, poroso, tarlato, sicchè ci pare di viaggiare in una regione infernale: ma particolarmente presso Sassa vedonsi spaccature ed ammassi così spaventosi di materie vulcaniche, che fanno inorridire, pensando all'epoca in cui vennero lanciate dal seno della terra infiammata. Le spaccature, ed i bachi che vedonsi qua e là, contengono un'acqua nera come l'inchiostro, e per lo più puzzolente.

Da ciò apparisce chiaramente che questi paesi furono in altri tempi popolati di vulcani; e scontransi ancora varj piccoli crateri sul piano. Per un singolare contrapposto questo piano è chiuso a settentrione da una montagna, la di cui sommità inalzandosi fino alla regione delle nevi perpetue, offre al di sopra delle reliquie degli spenti vulcani l'aspetto di un perpetuo inverno.

Sabato 22.

Dopo due ore di viaggio cominciammo a trovare i segni della prossimità di una grande capitale, borgate e villaggi e giardini ad ogni passo. Alle otto e mezzo essendo saliti sulle colline che chiudono l'orizzonte, scopersi all'est un immenso piano, circondato al nord da alte montagne, tra le quali ne marcai una isolata dalle altre di gigantesca forma piramidale, alle di cui falde tra un'infinita quantità di giardini sorgono le torri delle moschee di Damasco; e tutta la campagna è seminata di villaggi e di alberi fruttiferi.

Riposatomi un istante nel villaggio di Daria posto entro ai giardini di Damasco, giunsi poco dopo mezzo giorno alle prime case della città dagli Arabi detta Scham.

Il viaggiatore che si avvicina la prima volta a Damasco crede di vedere un vasto campo di tende coniche; ma avvicinandovisi davvantaggio trova che queste tende altro non sono che un'infinità di cupole, che servono di tetto a quasi tutte le camere delle case nei sobborghi esteriori della città. Queste cupole e per la forma e per la grandezza loro rassomigliano perfettamente alle colombaie d'Egitto di cui si è parlato in addietro.

Le case dell'interno della città formate di più solidi materiali hanno d'ordinario due piani, ed il tetto piatto come nelle città dell'Affrica, avendo egualmente poche finestre e piccolissime porte, e la facciata senza ornati: ciò che unito al silenzio che regna nelle contrade dà alla città un aspetto tristo e monotono. Le strade sono ben selciate con marciapiedi assai elevati da ogni banda, di sufficiente larghezza, ma non livellati.

Credesi in paese, che Damasco abbia quattrocentomila abitanti: ma io sono di sentimento che, compresi anche i sobborghi, non ecceda di molto i dugento mila, tra i quali contansi ventimila cristiani cattolici, cinquemila scismatici, ed altrettanti giudei: al contrario delle altre città del Levante che per lo più hanno maggior numero di scismatici che di cattolici.

La maggiore moschea è un estesissimo edificio, in faccia al quale trovasi un magnifico serbatojo d'acqua, con una fontana di venti piedi di getto. Il caffè presso alla fontana è sempre pieno di oziosi. Sonovi molte altre moschee che non meritano d'essere descritte.

Damasco, siccome le altre città musulmane, non ha piazze pubbliche. L'uso di lasciare grandi spazj vuoti in mezzo alle città per renderle ariose e belle, è affatto ignoto ai musulmani; forse perchè dovendo provvedere al più urgente bisogno di temperare gli effetti d'un sole sempre ardente, pensarono soltanto a non dare troppa ampiezza alle strade, onde più facilmente poterle coprire colle frascate. Per altro a Damasco trovansi poche contrade abbastanza larghe, specialmente intorno al palazzo del Pascià, chiuse in modo dalle altre case, che non se ne vede che la maggior porta. In faccia al palazzo del Pascià trovasi il Kaala, fortezza che può esser utile a tenere in freno la popolazione; affatto inutile per la difesa della città.

I commestibili e le mercanzie d'ogni genere si vendono nelle botteghe poste ai due lati delle strade, che chiamansi Bazar, o Zok; alcune delle quali sono riccamente provvedute. Quale diversità fra questi abbondanti magazzini, e le povere e piccole botteghe del Cairo, di Fez e di altri luoghi, ove pare che il negoziante esponga suo malgrado gli oggetti che vuol vendere?

A Damasco le botteghe rigurgitano, per così dire, di mercanzie, e specialmente di seterie, di belle tele dell'India e della Persia; ma più di tutto di tele fabbricate in paese. Contansi a Damasco più di quattromila famiglie di fabbricatori di stoffe di seta e di cotone: ma non vi si fabbricano tele di lino, che non viene coltivato nella provincia.

Nel nuovo magnifico bazar che si fabbrica adesso di fronte al reraya, vi ho veduto un orologiaio arabo che faceva degli oriuoli da tavola.

I principali rami del commercio di Damasco sono le seterie, e i fornimenti da cavallo, facendosi delle prime un estesissimo consumo nella Turchia, nell'Egitto, nell'Affrica e nell'Arabia; e de' secondi dagli arabi de' vicini deserti di Bagdad, e di Medina, che non hanno altro favorito mercato per tali oggetti che quello di Damasco.

Gli armajuoli formano pure una ragguardevole parte delle manifatture del paese, quantunque più non esista la famosa fabbrica delle sciable damaschine, risguardate adesso come cosa rarissima, e vendute a prezzi enormissimi. Dopo queste antiche sciable, le più riputate sono quelle della fabbrica persiana del Khorassan.

Anche le fabbriche di sapone, i fabri, i calzolaj, ec. occupano molte contrade, e vi si trova pure una fabbrica di vetri. Ma per avere un'adeguata idea del commercio di Damasco, basta fare attenzione alla quantità dei falegnami esclusivamente addetti alla costruzione delle casse che servono ogni anno ad imballare i prodotti del suolo e dell'industria. Più migliaja di persone che occupano un vasto quartiere della città formano ogni giorno parecchie migliaja di casse; benchè non tutti gli oggetti che si esportano da Damasco vengano incassati.

L'affollato popolo de' bazar forma un singolare contrasto colla solitudine delle altre contrade ove non sianvi nè officine, nè botteghe. In tutti i bazar vi sono forni per cuocere continuamente piccoli pani, focaccie, e varie altre pasticcerie: e le botteghe dei barbieri nelle vicinanze dei bazar sono ornate di pitture a rabeschi, di specchi, di cristalli, d'iscrizioni a caratteri d'oro ec. onde allettare gli avventori. I caffè dei bazar sono pieni di gente tutto il giorno. Bianchi, neri, mulatti di qualunque casta, di ogni religione, di qualsiasi nazione, esclusi gli europei, vi hanno un'intera libertà.

Magnifici sono pure i bagni de' bazar, e provveduti di tutto quanto si conviene al comodo, e dirò anche al lusso, ad al divertimento de' concorrenti. Non dirò alcuna cosa della quantità e bontà de' commestibili, non essendovi forse altro paese al mondo che vantar possa più grasse e delicate carni, erbaggi più teneri, più belli e saporiti frutti, più variato ed abbondante selvaggiume, mèle e latticinj più deliziosi, più bianco o miglior pane; in una parola, tutto ciò che può desiderarsi per la vita animale.

CAPITOLO XLVIII.

Acque di Damasco. — Cristiani. — Commercio, prodotti, clima. — Razze dei cavalli. — Abiti. — Donne. — Sanità. — Scuole. — Governo. — Fortificazioni. — Bedovini di Anaze. — Salakhie.

Damasco è in modo provveduta di acqua che tutte le case hanno più fontane; non servendo le pubbliche che all'inaffiamento delle strade. Queste acque formano una quantità di canali: ma derivano da due soli fiumi, che dopo essersi uniti in un solo, dividonsi poi in sette rami, dai quali viene distribuita l'acqua in tutta la città.

Trovansi nella città di Damasco più di cinquecento magnifiche case, che possono dirsi palazzi; che per altro non essendo esternamente ornati di belle facciate non contribuiscono all'abbellimento della città. Tutte le comunioni cristiane hanno le particolari loro chiese, Greci, Maroniti, Siriaci, Armeni, ed inoltre sonovi tre conventi di Francescani, uno di osservanti Spagnuoli, e due di Cappuccini Italiani.

Il Patriarca greco d'Antiochia risiede a Damasco, ove riceve determinate tasse pei battesimi, pei matrimonj, pei funerali de' cristiani d'ogni rito, che sono obbligati di presentarsi innanzi al ministro da lui delegato a quest'effetto.

Vi sono otto sinagoghe di Ebrei, che allora, per quanto mi fa detto, erano assai ben trattati. Per altro mi è parso, che il fanatismo del popolo di Damasco avanzi quello degli Egiziani, perchè un Europeo non potrebbe senza pericolo mostrarsi ove non sia vestito all'orientale. Un cristiano, un ebreo non può andare a cavallo per città, e neppure valersi di un asino.

Si contano dugento negozianti molto accreditati, tra i quali i due più ricchi sono Sckatti, Mehemet Sua, a cadauno dei quali si attribuiscono in circolazione quattro o cinquemila borse (cinque milioni di franchi).

Il commercio si fa d'ordinario colle carovane, di cui le più considerabili sono tre: 1.º quella della Mecca maggiore d'ogni altra, che faceva il viaggio una volta all'anno; ed ora da qualche tempo sospesa per l'invasione de' Wehhabiti[1]: 2.º quelle di Bagdad che vengono a Damasco tre o quattro volte all'anno scortate da oltre duemila cinquecento persone armate: 3.º Le carovane d'Aleppo che partono d'ordinario due o tre volte al mese, e rimangono dodici giorni nel viaggio, quando un corriere montato sopra un dromedario fa questo viaggio in tre giorni. Contansi ancora varie altre minori carovane che ogni giorno arrivano o partono per Beruti, Tripoli di Siria, Acri, ed altri luoghi.

A fronte della eccessiva loro abbondanza i viveri si vendono in Damasco a più alto prezzo che altrove; e ciò a cagione del moltissimo numerario che vi condensa la straordinaria attività del suo commercio.

I principali prodotti del suolo sono formento, orzo, canape, uva, meschmesch, specie d'albicocca che si fa seccare, pistacchj ed ogni qualità di frutti. Poca, ma bellissima è la seta che vi si raccoglie, ed il rimanente che manca al consumo delle sue fabbriche s'importa dai vicini paesi, come pure tutto il cotone, che non si coltiva nel territorio di Damasco. Benchè il raccolto del mèle sia abbondantissimo, gli abitanti non appresero ancora a lavorare la cera; non sapendo fare che cattive candele gialle. Riceve lo zucchero dall'Egitto e dall'Europa, e tutto il riso dall'Egitto.

La fertilità del terreno è tale, che gli abitanti non ricordano veruna cattiva annata. Perciò gli agricoltori trovansi generalmente nell'agiatezza, quantunque aggravati da enormi tasse, e dall'arbitrario mantenimento delle truppe.

Il clima di Damasco è piuttosto dolce, non essendo troppo freddo d'inverno, e venendo i calori dell'estate temperati dalla freschezza delle acque, dalle ombre degli alberi, dalla disposizione delle case, ec. Alcuni anni nevica ancora in Damasco; ogni anno sulle vicine montagne. I più ordinarj venti sono quelli di levante e di ponente, ma senza periodo determinato. Da aprile fino al novembre piove rarissime volte; e regolari e moderate sono le pioggie degli altri mesi, e sempre portate dai venti occidentali. Lo scioglimento delle nevi sulle montagne incomincia in aprile e talvolta in marzo; ma la sommità delle più alte ne rimane sempre coperta; lo che procura a Damasco l'abbondanza del ghiaccio a moderati prezzi tutto l'anno.

Mi si faceva credere che incomodo riuscisse il soggiorno di Damasco per la copia delle cimici, delle pulci e delle zanzare; ma io ne vidi pochissime; e solo mi furono moleste le morsicature assai dolorose dei tafani indigeni di questo paese.

Pochissimi e poco velenosi sono i serpenti e gli scorpioni.

I muli e gli asini non sono più buoni di quelli dell'Egitto, e rispetto ai cavalli io mi sono procurate le seguenti notizie. Sei sono le più conosciute razze; la prima detta djelfè trae la sua origine dall'Arabia felice, ossia dell'Ieman: cavallo maraviglioso al corso, e nelle battaglie; agilissimo, pieno di fuoco, instancabile e sofferente oltre ogni credere della sete e dalla fame; non pertanto docile come un agnello, senza collera, e che nè spranga, nè morde mai. Conviene però nudrirlo scarsamente, e tenerlo continuamente esercitato. È alto di taglio di groppa, ha il collo sottile, e le orecchie piuttosto lunghe. Non può dirsi questo il più bel cavallo, ma è incontrastabilmente il migliore. Un cavallo perfezionato di questa razza, vale a dire di due in tre anni, costa per lo meno duemila piastre turche.

La seconda razza detta seclàoui è indigena della più orientale regione del deserto. È in tutto somigliante alla precedente; tranne pel luogo della nascita; imperciochè i più esperti conoscitori li distinguono a stento, ed uguale ne è il valore, quantunque si preferiscano i cavalli della prima razza.

Ma soprammodo belli sono i cavalli della terza razza detti ooel mefki, inferiori per altro ai precedenti nella velocità del corso. Vengono a Damasco dai vicini deserti, e costano d'ordinario dalle mille alle mille cinquecento piastre. Hanno le belle proporzioni dei cavalli dell'Andalusia, e sono in Damasco assai comuni.

I cavalli della quarta razza, detti ooel sabi, rassomigliano affatto a quelli della terza, da cui non li distinguono che i più sperimentati veterinarj; e costano dalle mille alle mille dugento piastre quando non abbiano difetti, e non più di quattr'anni, nè meno di tre.

La quinta razza a cui si dà il nome d'ooel treidi, è la più comune, siccome quella dei contorni di Damasco, e somministra cavalli abbastanza belli e buoni: ma tra questi ve n'hanno assai di viziosi. Si vendono ordinariamente dalle seicento alle ottocento piastre.

L'ultima razza, indigena della provincia di Bassora, chiamasi ooel nagdi, e pareggia, se non avanza in eccellenza le razze djelfè, e seclaoui; ma rarissimi sono in Damasco, ed il prezzo affatto arbitrario. La maggior parte dei cavalli arabi sono bigi-leardi, o bajo-scuri; pochissimi sono i neri.

L'abito de' Damaschini è un misto d'arabo e di turco; ma più comunemente si fa uso del cappotto arabo a grandi liste, e l'alta berretta turca è più comunemente usata dai Turchi che dagli Arabi. Questi si coprono con una berretta di smisurata grandezza, che loro pende in sul di dietro; e si cingono il capo con un fazzoletto di cotone o di seta screziata; acconciatura non priva di grazia.

Le donne copronsi dal capo ai piedi con grandi veli di cotone bianco, e con enormi mutande. Le donne di condizione tengonsi riservate e modestissime, le volgari sono assai libere, ed anche dissolute. Portano le une e le altre un fazzoletto di seta trasparente, d'ordinario di color giallo che loro nasconde il volto, lo che le fa parere spettri ambulanti: ma molte sogliono gettarsi il fazzoletto sul capo, e portare il volto scoperto. Questa costumanza mi procurò il vantaggio di vedere in Damasco molte donne assai belle, e per la maggior parte di pelle bianca e finissima. Non si vedono in Damasco tante donne isteriche come in Gerusalemme e nell'Arabia, nè meno quelle pelli abbronzate dei paesi dell'Affrica, nè quei fanciulli sudici cisposi e ributtanti d'Alessandria e di altri paesi musulmani, nè finalmente quegli uomini secchi abbronzati o neri dell'Affrica e dell'Arabia. Vedonsi donne e fanciulli di bellissimo e grazioso aspetto, mentre gli uomini hanno maschili lineamenti, tinte robuste, e regolari proporzioni. E per dirlo in una parola la popolazione di Damasco è affatto diversa da quella dell'Affrica e dell'Arabia, tranne Fez, i di cui abitanti sono i più belli di tutta l'Affrica.

Eccellente è il clima di Damasco, ma forse più che al clima devesi alla comune agiatezza, al moderato esercizio, ed all'uso dei bagni caldi, la rarità delle malattie. La durata ordinaria della vita si calcola dai settanta agli ottant'anni; e vi si contano pure alcuni centenarj.

Difficilmente vi s'introduce anche la peste, e le ultime volte fu pure assai debole. Si osserva essere assai mite quando viene dal mare, più feroce quando proviene da Aleppo. Pure gli abitanti non pensano a cautelarsi contro tanta calamità, e mentre in Aleppo faceva orribili stragi, in Damasco ricevevansi e si spedivano ogni giorno le carovane senza prendersi alcun pensiero: eppure con mia sorpresa Damasco ne andò esente. Ciò prova, che la comunicazione della peste non dipende solamente dal contatto, ma ancora dalla combinazione di certe disposizioni locali e personali.

In un paese abitato da persone laboriose, gli oziosi non sono fortunati; e perciò rarissimi sono gli stregoni e gl'indovini, e tutti coloro che altrove trovano di che vivere ingannando i loro simili.

Sonovi in Damasco venti grandi scuole, e molte altre minori pei fanciulli: cinque per gli studj delle scienze, che come nel rimanente della Turchia riduconsi alla scienza della religione, che comprende pure la giurisprudenza.

Benchè questo popolo sussista in gran parte dei prodotti delle fabbriche e del commercio delle tele, e sia più incivilito de' suoi vicini, aveva un numeroso partito nel suo seno che desiderava i Wehhabiti, che pei loro principj religiosi oppongono tanti ostacoli al commercio ed alle manifatture[2].

Il governo della città di Damasco, e di un vasto tratto di paese al S. fino ad Ebron al di là di Gerusalemme, ed al N. fin quasi ad Aleppo, viene affidato ad un Pascià del Gran Signore. Quest'uomo, e per l'estensione del suo governo, e pel nobile incarico di condurre ogni anno la carovana della Mecca col titolo d'Emir-el-Hadj, o principe del pellegrinaggio, è tenuto in altissima considerazione alla corte, riguardandosi come uno de' più grandi dignitarj dell'impero.

Le entrate del pascialaggio si fanno ascendere a quattromila borse, corrispondenti a cinque milioni di franchi, ma le avarie, i regali, le estorsioni sono un altro importantissimo ramo d'entrata. Il Sultano, mentre io soggiornava in Damasco, dava a questo Pascià il governo di Taraboulous, ossia Tripoli di Siria, non meno importante di quello di Damasco.

Questo Pascià può avere nel circondario del suo governo cinque in seimila soldati, turchi, mogrebini, ed altri, e forse attualmente ammontavano ai diecimila, e ciò a cagione delle turbolenze di Gerusalemme.

Damasco è circondato di mura con torri e fosse, ma rovinate in modo da non poter resistere ad un regolare assalto. La sua maggior difesa consiste piuttosto ne' giardini, che formano una foresta d'alberi, ed un laberinto di siepi, di muraglie, di fosse di più di sette leghe di circonferenza; lo che non sarebbe un leggiero ostacolo per un nemico musulmano che volesse attaccarlo.

Tra le tribù Bedovine che abitano ne' deserti vicini a Damasco, la più ragguardevole è quella d'Anaze, il di cui capo chiamasi Fadde. Abita questa tribù il deserto posto a levante della città, e stendesi fin presso a Bagdad.

Io visitai il villaggio di Salokhi, che è la principale villeggiatura degli abitanti di Damasco. È questa una borgata vastissima con due pubblici mercati, e con una infinità di case e di giardini. Trovasi alle falde delle montagne al nord della città, ed è propriamente un delizioso soggiorno.

CAPITOLO XLIX.

Viaggio ad Aleppo. — Descrizione dei Khan. — Carovana. — Tadmor o Palmira. — Città di Homs. — Fiume Oronte. — Città di Hama. — Libertà de' costumi. — Incontro notturno. — Arrivo ad Aleppo. — Osservazioni intorno a questa città.

Partii da Damasco il sabato 29 agosto alle quattr'ore dopo mezzogiorno, con una carovana destinata per Aleppo. Dopo un'ora di viaggio in mezzo ai giardini, si attraversò una campagna posta a N. E. provveduta di alcuni villaggi, ed arrivammo a sette ore e tre quarti ad un Khan detto Khosseir.

Domenica 30.

Alle tre ore ed un quarto del mattino, mi diressi all'E. N. E. lungo la vasta pianura di Damasco, e dopo due ore di viaggio entrai in una gola che mi fu rappresentata come pericolosa, in fondo alla quale vedonsi le ruine di un antico edificio, ed una cisterna di acqua. Di là salii alcune montagne, dopo le quali, attraversata una pianura, giunsi al villaggio di Cataïfa, ove alloggiai nella sua bella moschea fino alle dieci ore della sera.

Lunedì 31.

Alle dieci ore di jeri avendo lasciato Cataïfa, giunsi per un terreno disuguale verso la mezzanotte al Khan Aaron, omai affatto ruinato, posto ad una lega all'O. del villaggio di Maloula; di dove camminando al N. N. E. entrai a sett'ore ed un quarto del mattino nel borgo di Nebka, che può avere un migliajo di famiglie abbondantemente provveduto di giardini e di eccellenti acque. Gli abitanti spargevano la notizia che gli Arabi d'Anaze avevano attaccati i Wehhabiti, e prese loro molte donne e fanciulli, che vendevano come schiavi, riguardandoli come infedeli indegni d'essere musulmani. Si diceva a Damasco che la tribù d'Anazis era amica dei Wehhabiti, onde supposi che si trattasse di una diversa popolazione della stessa contrada.

Martedì 1º settembre.

Dopo tre ore di viaggio giunsi a sette ore ed un quarto a Kara, paese assai ben situato sopra un'altura, e circondato di bei giardini. Al presente non ha più di trecento famiglie; ma in addietro era assai popolato, onde la metà delle sue case va ruinando. Tutto il suolo attraversato questo giorno è affatto deserto.

Le carovane si fermano sempre nei Khan che si trovano in vicinanza dei villaggi e delle città. Il precedente giorno io aveva preso alloggio in casa di un bifolco cristiano; e nel presente presso un bifolco musulmano. Non si può a meno di non ammirare la bontà ed il candore di questa gente; essi trovansi abbastanza agiati, e tengono le case loro con estrema politezza, e provvedute di tutti i necessarj arredi. Osservai in particolare che hanno molti assai gentili materassi e cuscini alla turca, ne' quali ripongono il principale loro lusso.

Siccome ho più volte parlato dei Khan parmi necessario di doverne dare una circostanziata descrizione.

Il Khan è un edificio quadrangolare, talvolta fiancheggiato agli angoli da torrette, e coronato di feritoje che gli danno l'apparenza di fortezza. Diversa ne è la grandezza, ma la media può ritenersi di cento trentatrè piedi per ogni lato. Sonovi internamente uno o due cortili circondati da stalle, con una moschea o semplice cappella per la preghiera; ed alcuni de' più grandi sono anche provveduti di appartamenti. Questi stabilimenti, ch'io credo fatti per ordine del governo, sono sempre aperti, ed i passaggieri e le carovane entrano e sortono liberamente senza chiedere licenza; rimanendovi finchè ognuno vuole, senza pagar nulla a chicchessia.

Così bella istituzione nell'impero turco è dovuta al principio di morale religiosa, che obbliga tutti i musulmani ad esercitare l'ospitalità verso il passaggiero di qualunque nazione o culto egli sia. In conseguenza di tale principio sonovi Khan in tutti i luoghi abitati o deserti, ne' quali i viaggiatori sono costretti a fermarsi. Quelli ch'io ho visitati sono solidamente fatti di pietra ed alcuni con qualche lusso architettonico; ma perchè costruiti già da più secoli, molti vanno ruinando, senza che si pensi a ristaurarli; perchè l'epoca della gloria musulmana è omai passata.

La carovana con cui io viaggiava era formata di circa trecento bestie da carico, muli, cavalli, cammelli ed asini, e quasi tutti di Aleppo. I muli senz'avere una vantaggiosa statura, sono forti e coraggiosi, onde difficilmente si distinguerebbero senza le grandi orecchie che portano sempre diritte. I muli e gli asini sono ordinariamente neri, e cercano sempre di sorpassarsi l'un l'altro nel cammino. Eranvi tra i molti passaggieri della carovana molte donne, e fanciulli d'ambo i sessi.

Dietro le informazioni ch'io mi procurai, seppi che Taraboulous, o Tripoli, trovasi quasi esattamente all'ouest di Kara; lo che coincide pure colla mia stima geodetica. Una giornata al di là verso l'ouest-sud-ouest è situato Baàlbek, città grande, ma ruinata. In distanza di una lega all'ouest trovasi il fiume Caftara, che perdesi in un lago; ed a tre giornate di cammino all'est giace Tadmor, o Palmira, un tempo doviziosa e celebre città, che ora conta appena cinquecento famiglie. Andando a Palmira si arriva il primo giorno al villaggio di Haouarìnn, il secondo a Karìtèìun. Gli arabi d'Anaze due giornate lontani da Kara dalla banda di sud-est, spingono il loro dominio e le scorrerie fino a Palmira.

Mercoledì 2.

La carovana partì alle tre ore e mezzo del mattino, prendendo una strada che attraversa alcune montagne nella direzione di N. ¼ N. E., ed alle sei ore si passò in mezzo ad un gruppo di case dette Kalaat-el-Bridj. Due ore dopo arrivammo in una gola creduta pericolosa, onde tutti gli uomini armati della carovana salirono sulle alture che fiancheggiano la strada, e vi rimasero finchè la carovana si trovò tutta in sicuro. Poco dopo essere usciti da questa gola trovammo un khan quasi affatto ruinato, ed a breve distanza il villaggio di Hassia, ove entrammo alle nove ore e tre quarti del mattino.

Tutto il paese da Damasco fino ad Hassia è affatto deserto, e questa miserabile borgata non ha che alcuni piccoli orti.

Giovedì 3.

Partiti da Hassia avanti la mezza notte, giugnemmo ad Homs alle otto e mezzo del mattino. Attraversammo una montagna quasi perfettamente rotonda, dalla cui sommità circoscritta a mezzo giorno dalla catena delle alte montagne del Libano, scopersi un estesissimo orizzonte. Tutto il paese è deserto, ma cominciavamo a vedere un terreno rossiccio, fangoso, diverso da quello de' precedenti giorni, e coperto di arbusti in questa stagione disseccati. Questo terreno potrebb'essere ridotto a coltura. Allo spuntar del sole ci trovammo avviluppati improvvisamente da una densa nebbia, che dopo dieci minuti si dissipò colla medesima celerità.

In queste contrade le donne, in sull'esempio degli uomini, sono provvedute d'una pipa lunga circa quattro piedi. Questo giorno ne vidi una fumare con tutta gravità sul suo cavallo. Aveva il volto affatto scoperto, e mostrava l'età di diciotto in vent'anni: benchè bella come un angelo, l'uso della pipa la rendeva ai miei occhi deforme.

Homs è una ragguardevole città popolata da venticinque in trentamila musulmani, e da trecento cristiani. Contiene molte moschee con altissime torri sottili all'usanza turca, due chiese cristiane di greci scismatici, ed una siriaca, diversi bazar, o mercati ben provveduti di mercanzie, ed assai frequentati, alcuni caffè molto frequentati, un alcaïsseria considerabile di stoffe di seta, un gran khan, e varj altri più piccoli. Le strade sono regolarmente lastricate; ma le case quantunque fatte di sassi hanno un aspetto lugubre pel loro color nero. Infine Homs ha tutti i requisiti di una gran città.

Gli abitanti fanno un commercio attivissimo. Il paese produce molto frumento, ma importa l'olio dalle coste, ed il riso dall'Egitto. In distanza di mezza lega della città scorre il fiume Wad-al-Aassi che è l'antico Oronte, dal quale derivansi le acque che servono all'innaffiamento dei giardini della città.

Il governatore, il kadì, e gli altri impiegati del governo sono tutti arabi del paese, e ne sono esclusi i turchi. Questa città dipende dal pascià di Damasco, che nomina il scheih el-bedel, ossia governatore, tra i naturali del paese, in conformità delle sue costituzioni.

Le mura sono circondate da un giro d'innumerabili cimiterj, che attestano la grande popolazione della città. Vedesi al mezzodì sopra una montagna isolata, che rassomiglia a quelle delle ruine d'Alessandria, una vasta antichissima fortezza con molte torri ma in gran parte ruinate.

Felice è la posizione della città, alquanto elevata, ariosa, e perciò salubre: onde meno degli altri paesi esposta ai danni della peste.

Conservansi ancora ad Homs una porta, alcuni tratti di muraglia, e due torri, rispettabili avanzi degli antichi Greci che l'abitavano.

Venerdì 4.

La carovana riprese il cammino alle due ore e mezzo del mattino, dirigendosi al nord, e lasciato da una banda il villaggio di Deàa et Teille entrò in Rastan alle sette ore.

Benchè generalmente non coltivato, il terreno scorso questo giorno è coperto di cespugli, e di pianticelle disseccate. Restan è un povero villaggio posto sull'orlo di uno spaventoso precipizio a piè del quale scorre il fiume Aassi, che veduto dall'alto non sembra molto largo. Fu già un tempo in cui questo villaggio dovette essere assai più considerabile che non lo è al presente, di che ne fanno prova molti rottami di colonne di marmo e gli enormi pezzi di granito, ormai ridotti all'ultimo grado di decomposizione. Fioriva forse all'epoca più gloriosa di Palmira? era forse una piazza di frontiera, come sembra indicarlo la sua posizione? Come deciderlo, se manca ogni memoria per appoggiare una qualunque congettura?

Prima di sera scesi in riva al fiume ov'era accampata la carovana. È questi tagliato da grandi dighe assai ben fatte, che servono a dar l'acqua ai mulini, e dalle quali l'acqua si precipita con molto fracasso.

Sabato 5.

A mezzanotte lasciando il fiume a destra, e salito il piano superiore, prendemmo la direzione al N.; indi fatta una dolce scesa, arrivammo alle cinque e un quarto del mattino nella città di Hama posta alle falde di una linea di basse colline, ed attraversata dall'Oronte. Hama è una ragguardevole città la di cui popolazione dovrebb'essere di circa centomila anime. Scende a guisa di anfiteatro dalla sommità delle colline che stanno alla destra dell'Oronte fino alla riva del fiume, e al di là del fiume risale sulla opposta montagna. Piacevolissima ne è la situazione, e tutto dimostra una città di primo ordine, sicchè rimasi estremamente sorpreso nel vedere una così bella e vasta città in luogo di una borgata come stando alle relazioni de' viaggiatori e de' geografi io credeva di trovare. Molte case sono tutte fatte di pietra, altre non di pietra che interiormente, e nella parte superiore di mattoni coperti di marmo bianco: diverse case dei sobborghi sono coronate di cupole come quelle dei sobborghi di Damasco.

L'irregolarità e l'angustia della maggior parte delle strade viene compensata dalla bellezza delle principali che formano i bazar, abbondantemente provveduti di mercanzie e di grascie, e sempre affollati di gente. Sono pure assai frequentati i caffè, tra i quali ne vidi alcuni bellissimi.

L'Oronte chiuso tra belle case e deliziosi giardini, è attraversato da frequenti dighe che sostengono l'acqua, onde far muovere una prodigiosa quantità di ruote idrauliche, alcune delle quali hanno più di trenta piedi di diametro. L'acqua inalzata dalle ruote viene distribuita per la città col mezzo di spaziosi condotti sostenuti da solide arcate. Questi condotti sono belle opere dell'antica età, e fa meraviglia che siansi così ben conservati a fronte della non curanza musulmana, e del genio distruttore del paese. Le ruote sono così ben fatte che invece di quella disgustosa scricchiolata che sogliono d'ordinario produrre cotali macchine, rendono un suono grave assai dolce: queste ruote, i condotti, le case, i giardini e le frequenti cascate delle acque dall'una all'altra diga, formano il più pittoresco punto di vista che immaginar si possa.

Gli abitanti di Hama mostrano una straordinaria inclinazione al commercio ed alle manifatture, delle quali è piena la città. Il grosso della popolazione è formato di arabi. Pochi sono i turchi, i cristiani, gli ebrei, che vi godono molta libertà. Arrivando in città mi parve di entrare in un vasto ospitale: uomini, donne, e fanciulli ne' mesi più caldi dormono nelle strade, sui terrazzi, avanti alle porte delle case. Siccom'era assai di buona ora, la maggior parte dormiva ancora in piena sicurezza, altri già risvegliati mi osservavano senza nulla scomporsi, abbigliandosi tranquillamente uomini e donne come fossero chiusi nei proprj gabinetti. È ciò una conseguenza della depravazione dei costumi, o dell'innocenza?.... Il poco tempo che restai in Hama non mi permette di deciderlo. Nella casa in cui alloggiai vidi molte donne, assai brutte a dir vero, che liberamente entravano senza velo nel mio appartamento per farvi quanto occorreva. Una di queste che aveva l'aria di civetta, portava a traverso la cartilagine destra del naso un anello d'oro del diametro di tre pollici. L'abito loro consiste in una grande camicia di cotone turchino o bianco con sopra una stoffa aperta, senza cintura e poco larga, A queste vesti aggiungono anelli, collane, orecchini, braccialetti, laminette ai capelli, ec.: infine tante e sì varie sorte di gioje, che quando una donna galante cammina, fa un rumore eguale a quello dei muli del mezzodì dell'Europa ornati di sonaglini e di campanelli.

La città viene governata da un paschalik del paese nominato dal pascià di Damasco.

Siccome le acque del fiume non possono rimontare sul più alto piano del paese, l'aridità di questo deserto forma un singolare contrasto col fresco verde del piano inferiore, ove l'inaffiamento è praticabile.

Domenica 6.

Alle due e mezzo del mattino presi la direzione di N. N. O. attraversando varie colline; ed in sullo spuntar del sole mi trovai presso ad una moschea. Alle otto ore giunsi tra le mine d'un'antichissima città, cui la tradizione del paese dà il nome di letmiun. Entro un mucchio di rottami osservai un bel frammento di cornice di un granito rosso, alcuni pezzi di colonne, ed i frammenti di un grande acquidotto. Finalmente alle undici ore arrivai a Khan-Scheikhoun, villaggio posto sul pendio d'un colle, alle di cui falde trovasi un vasto Khan. Le case di questo villaggio coperte di cupole coniche gli danno l'apparenza di un gruppo di arnie, e l'acqua del suo pozzo è assai buona.

Lunedì 7.

Si partì alle quattr'ore del mattino prendendo una strada al N. che attraversa alcune colline, dalla di cui sommità vedonsi all'O. le montagne, dalle quali andavamo allontanandosi. Si trovarono lungo la strada altre ruine omai ridotte all'ultimo stato di decomposizione, ed alcuni pozzi, ne' quali si scende al fondo per bellissime scale di sasso. Quantunque il paese sia incolto, come quello attraversato ne' precedenti giorni, è per altro formato di una terra rossa vegetale, e di roccia calcarea. Alle nove ore e mezzo arrivammo a Màrra, borgata di circa duemila abitanti, al cui ingresso vedonsi molti tumuli di pietra isolati a guisa di catafalchi, circondati da cinque sei gradini. Marra è l'ultimo paese del governo di Damasco, che stendesi ancora tre leghe al di là verso il N.; di modo che questo Pascialaggio prendendo dal deserto d'Egitto fino alle porte di Aleppo, può riguardarsi come un regno.

Martedì 8.

Si riprese il cammino alle tre e mezzo della sera. Due strade conducono da Marra ad Aleppo; ma trovandosi la principale occupata dalle truppe d'un antico pascià d'Aleppo, colle quali i miei Arabi non volevano incontrarsi, si preferì la strada meno frequentata a traverso di un deserto.

Mercoledì 9 settembre.

Oscurissima era la notte; ed il suolo bagnato di rugiada appariva così nero, che nulla distinguevasi alla distanza di dieci passi. Io mi trovava in testa alla carovana con otto o dieci Arabi armati a cavallo, avendo sempre sotto i miei occhi il mulo che portava le mie carte, di cui mi riservava la custodia in tempo di notte. Camminavamo così ordinati quando alle due ore e mezzo del mattino scoprimmo innanzi a noi in distanza di soli venti passi una truppa d'uomini a cavallo. Non eravamo più in tempo di dare a dietro, o di fermarci. Subito io grido; fuor di qui, fuor di qui. I Bedovini rispondono colle medesime parole, e noi avanziamo colla sciabla alla mano. Il mulo che portava le mie carte trovavasi di già in mezzo alla truppa nemica; molti uomini armati della carovana mi raggiungono; ed uno che trovavasi alquanto addietro di me, tira una fucilata all'azzardo, ed io sento fischiare la palla a diritta. Tutto ciò si eseguì in un istante. I Bedovini vedendo la nostra risolutezza, si ritirarono, salutandoci senza tentar nulla. Erano venti uomini all'incirca armati soltanto di lancia.

Alle quattro e mezzo del mattino si prese riposo presso la sponda d'un canale, ov'erano alcune fattorie, nelle quali battevasi il grano.

Ripostici in cammino alle dieci ore, attraversammo alcune colline calcaree coperte di piantagioni di ulivi, ed alle tre dopo mezzogiorno si entrò in Aleppo.

Questa città detta dagli Arabi Hàleb è stata tante volte descritta, che tutto quanto io ne dicessi non potrebb'essere che una ripetizione di ciò che tutti sanno; perciocchè trovandosi assai frequentata da tutte le nazioni commercianti, viene ad essere conosciuta come una città d'Europa: mi limiterò dunque a dire che racchiude molti belli edificj, e quantità di marmi d'ogni specie; che bella è la grande moschea senza essere magnifica; che le strade sono assai ben lastricate; ed i bazar coperti di portici a vòlto, illuminati da frequenti abbaìni: che però i bazar di Damasco sono più ricchi, e meglio provveduti; che in settembre il caldo fu insoffribile fino all'equinozio; e finalmente che allora sulle montagne all'O. vi fu una gagliarda burrasca, dopo la quale l'atmosfera si rese temperata. In Aleppo vedesi la bizzarra mescolanza dei cappelli appuntati colle lunghe vesti orientali.

In tutto il tempo che rimasi in Aleppo mi trovai talmente ammalato, che non potei quasi occuparmi dei più piccoli affari

CAPITOLO L.

Viaggio a Costantinopoli. — Antiochia. — Targo. — Monte Tauro. — Arco trionfale. — Orde di pastori della Turcomania. — Maniera di viaggiare in Turchia. — Città di Konia. — Assiom Karaïssar. — Kutaïeh. — Catena del monte Olimpo. — Scutari. — Ingresso in Costantinopoli.

Il Sabato 26 settembre sortii d'Aleppo allo cinque ore del mattino, seguìto soltanto da uno schiavo, da un tataro, da alcuni mulattieri, e da cinque fucilieri di scorta.

Camminando all'O. con una dolce inclinazione al N. entrai in un paese alto e deserto, tutto composto di roccia calcarea. Giunto alle otto ore presso ad un piccolo casale, congedai i cinque soldati, perchè ad una certa distanza da Aleppo non si corre più pericolo di essere spogliati dai Bedovini, o da altri ladri che sogliono aggirarsi ne' contorni della città.

In questo luogo vedesi accanto alla strada uno scavamento perpendicolare di forma quasi ellittica di un diametro maggiore di trenta piedi, e di quaranta di profondità. A metà circa della sua profondità trovasi una galleria che gira tutto all'intorno, lungo la quale sonovi le aperture di varie caverne. Credono i musulmani essere questi i resti di una città sommersa; ed i cristiani d'Aleppo dicono invece, e con maggiore probabilità che fu già un anfiteatro pei combattimenti delle bestie feroci. Non è pure inverosimile che servisse di prigione o di catacomba; oppure che fosse una vastissima cisterna. Io non oso niente asserire di positivo su quest'oggetto.

Di qui la strada piega a S. O. attraversando aspre rupi che dovetti salire e scendere alternando fino a dieci ore e tre quarti; quando feci alto per fare colezione in un casale detto Tadil.

Dopo un'ora di riposo continuando il cammino attraversai il casale di Tèreb, indi una vastissima campagna tutta sparsa di villaggi, fra i quali considerabilissimo è quello d'Azèni, dove entrai in sul tramontare del sole; poi fui ad alloggiare nel vicino casale di Mortahoua.

Questa pianura assai fertile è popolatissima, e lo sarebbe assai più se non fossa ridotta alle sole acque dei pozzi e delle cisterne. I suoi villaggi presentano frequenti vestigia, e rottami di antichi edificj; ed io penso che ad una lontanissima epoca appartengano ancora le cisterne. S'incontrano ad ogni passo frammenti di cornici, e di altri ornamenti architettonici, ammucchiati con rozze pietre intorno agli orti; come vedonsi molti pezzi di colonne destinati a coprire i pozzi. In tal modo la mano del tempo, sempre più possente dei vani sforzi dell'uomo, restituisce alla natura tutto quanto le era stato tolto dall'arte.

Domenica 27.

Riprendendo il cammino alle cinque ore e mezzo del mattino, uscii poco dopo dalla pianura, che mette capo in una valle assai ben coltivata, e circondata da belle colline coperte d'ulivi.

Alle sette ore dovetti attraversare una difficile gola; dopo la quale, ora salendo ora scendendo alcuni poggi, sboccai alle nove ore nella valle che prende il nome dalla borgata d'Armana. Alle dieci feci alto accanto ad una fonte di eccellente acqua che scorre presso ad un giardino.

Mentre facevamo colezione sei giovanette presentaronsi entro il chiuso del giardino, che potevano supporsi il fiore delle fanciulle del paese, tanto eran vaghe e gentili. La siepe di spine che le separava da noi, rendevale più ardite, onde coprivansi a loro voglia o si scoprivano, facendo pompa di una bianca delicatissima carnagione resa più bella dai grandi e neri loro occhi. Osservai che non avevano il volto imbrattato come le donne d'Affrica, ma soltanto un poco di nero intorno agli occhi. Mandai loro un cartoccio di dolci, che contraccambiarono con un mazzolino di fiori (ecco un gentil cominciamento di romanzo); ma non mi fu possibile di vedere interamente, come ne aveva vaghezza, le loro vesti. Ci separammo alle undici ore, ed io continuai il mio viaggio montando un colle assai aspro e circondato da precipizi; ed alle tre ore e mezzo giunsi sulla riva destra dell'Oronte, detto Wad-el-Aassi nel villaggio Hamzi.

Si passò il fiume, che in questo luogo non può avere più di cento piedi di larghezza, sopra una barca non calafattata, che faceva acqua in ogni lato. Un uomo la governava con una lunga pertica, mentre un altro stava occupato a vuotare la barca colla gotazza: e perchè tutti gli sforzi dell'ultimo non supplivano al bisogno, ad ogni tragitto i due navicellai tiravano la barca a terra, e la liberavano dall'acqua rovesciandola. A quale epoca devesi riferire la perizia nautica di queste buone genti?... Avendo rimproverato a questo moderno Caronte (la di cui veneranda bianchissima barba in nulla cedeva a quella del nocchiero della livida palude) il pessimo stato della sua barca, mi rispose che ne aspettava un'altra nuova da Antiochia. Gli soggiunsi che dovrebbe far buona provvigione di catrame e di stoppa per tenere la barca in buono stato, altrimenti anche la nuova sarebbe in breve ridotta alla condizione della vecchia. Parve sorpreso da questo avviso, come di cosa di cui non avesse mai udito parlare; e dopo essere rimasto alquanto pensieroso, mi disse che approfitterebbe de' miei ricordi, che trovava ragionevoli.

Si fece alto sulla sinistra del fiume. L'acqua in questo luogo è tanto tranquilla, che non se ne può conoscere la direzione senza gettarvi qualche corpo galleggiante. La sua maggiore profondità è di quattro piedi e mezzo; le rive argillose e coperte della melma del fiume sono tagliate quasi a picco, ed alte circa sedici piedi. Il pesce è abbondantissimo.

Lunedì 28.

Si partì alle quattr'ore del mattino viaggiando lungo le falde di alcune montagne. Alle sette passai sopra un ponte di un solo arco sotto al quale scorre un piccol fiume che sbocca nell'Oronte. Appena giunto sull'opposta riva, mi fu presentato un pesce lungo più d'un piede, in quell'istante saltato sulla sabbia, ed era ancora vivo.

Alle otto ore feci colezione al di là di un altro torrente che mette pur foce nell'Oronte, lontano poco più di quattro miglia dal lago d'Antiochia detto Bahar Caramort, formato da più fiumi, le di cui acque si scaricano nell'Oronte.

Dopo tre ore di riposo feci il giro di una montagna, indi ne attraversai alcune altre più basse, che seguono la direzione dell'Oronte. Piegando poi quasi al S., entrai alle undici ore per la porta della vecchia in Antiochia, e dopo il cammino di una mezz'ora in mezzo ai giardini posti entro il circondario delle antiche mura, giunsi nella nuova città, il cui governatore di nazione turco, mi alloggiò in sua casa.

Questo governatore detto Hadj-Bekir-Agà, assai ragguardevole personaggio, per mostrarmi il suo affetto non mi lasciava mai, di modo che non aveva un istante di libertà. Appena arrivato mandò ordine a Souaïdia, che è il porto più vicino, di approntare un bastimento per condurmi a Tarso; trovandosi la strada di terra esposta alle scorrerie della gente di Kouchouk-Ali.

Antiochia, che i Turchi chiamane Antakia contiene quindicimila musulmani, 5000 cristiani di tutti i riti j e 150 ebrei. Il Patriarca greco trovavasi allora a Damasco, ed il cattolico nelle montagne.

La moderna Antiochia non occupa che un piccolo spazio dell'antica; di cui rimangono ancora le mura per attestarne l'ampiezza. Questa nuova città comprende un'area di oltre mezza lega di diametro, con alcune colline coperte di antiche rocche che scendono fino al piano: sono di pietra, fiancheggiate a disuguali distanze da torri quadrate, ma ora tutta va in ruina. Magnifica è l'antica porta per cui era entrato, ma minaccia di cadere da un momento all'altro.

Prima d'entrare per questa porta io aveva veduto a sinistra una montagna, la cui più bassa parte tagliata a picco presenta la forma di una facciata d'edificio, con una porta quadrata ben tagliata nel mezzo e varie finestre tagliate nella viva roccia con eguale perfezione; lo che sembra indicare de' sotterranei troppo interessanti per un antiquario. Le colline poste entro le mura hanno al loro piede alcuni strati perpendicolari da cui zampillano molte acque.

Le strade d'Antiochia sono strette, ma hanno de' marciapiedi alti da ogni banda e ben lastricati. Le case fatte di pietra senza cemento hanno un aspetto tristo e monotono: sono le prime ch'io abbia vedute coperte di tegole dopo essere uscito dalla Mecca. Tutto indica essere questo il paese delle pioggie, ed il clima è più freddo assai di quello d'Aleppo, ove non suole mai nevicare. Pare che il principal prodotto del paese sia quello della seta. Abbonda di buoni cibi e di acque; ma non si fa uso di altro pane che di focaccie arabe. Giungendo in città incontrai molte donne, quasi tutte assai belle.

Il Governatore, dipendente dal pascià d'Aleppo vive splendidamente, e parvemi che il paese fosse ben amministrato.

Martedì 29.

Ebbi a mezzo giorno avviso che il bastimento era pronto; voleva partire all'istante, ma dovetti trattenermi fino all'indomani. La sera dopo cena un ufficiale Francese vestito da Tartaro, che veniva da Costantinopoli, chiese di parlare al Governatore, e prendendomi in iscambio, si lagnò di un Tartaro che non si affrettava a provvederlo di cavalli per continuare il viaggio alla volta di Aleppo. Dopo averlo calmato, ed indicatogli il Governatore, accomodai la faccenda: gli chiesi se poteva essergli utile in qualche cosa, e partì soddisfatto del mio accoglimento[3].

Mercoledì 30.

Essendomi congedato dal cortese governatore, partii alle otto del mattino, e poi che ebbi attraversato l'Oronte, mi avanzai a qualche distanza lungo la riva destra, tenendomi generalmente nella direzione di O. S. O. Alle dieci ore mi trattenni alcun tempo per prendere riposo in mezzo ad alcuni bei giardini; ed alle due ore dopo mezzo giorno giunsi allo sbarco di Soauïdia a piccola distanza dalle fóci dell'Oronte.

Nulla può vedersi di più dilettevole del paese tra Antiochia e Soauïdia, tutto intersecato da pozzi e da valli coperte di campi ben coltivati, da prati e da boschetti. Il cammino, sebbene alquanto aspro, rassomiglia piuttosto a quello di delizioso giardino reso dall'arte disuguale e tortuoso, che ad una pubblica strada. Ad ogni passo s'incontrano ruscelli e piccoli fiumi d'acqua limpidissima che irrigano i giardini e le piantagioni delle valli, ove frequentissimi sono i gelsi bianchi, che formano piccole macchie sparse di viti, di granati, e di altri alberi fruttiferi. Numerose greggie di armenti, coprono le colline e parte delle valli. Il maestoso Oronte, ricco delle acque del lago Caramorto, e di quelle d'infiniti torrenti, scorre maestosamente in traverso di questo gentil paese: e per dirlo in una parola, tutto in questi ameni luoghi annuncia la vicinanza del recesso delizioso un tempo abitato dalla bella Dafni.

Allo sbarco di Soauïdia non vedonsi che cinque o sei baracche, ed una casuccia abitata dai gabellieri.

M'imbarcai sopra una scialuppa alle sette ore della sera, ed un'ora dopo arrivai alla foce del fiume. Il mare era grosso, le onde rompevansi furiosamente sulla barra del fiume, ed il cielo era tutto coperto di nere nuvole. Il bastimento preparatomi aveva dovuto allontanarsi dalla riva, onde soffersi scosse terribili attraversando le barre colla scialuppa. Appena montato a bordo, si fece vela quantunque con vento contrario.

Giovedì 1 ottobre.

Dopo ventiquattr'ore di navigazione con venti diversi, e sempre contrarj, la nave attraversò la bocca del golfo di Scandroun, e diede fondo presso terra sulla costa della Caramania alle otto ore della sera; io però restai quella notte a bordo.

Venerdì 2.

Appena sbarcati, moltissimi facchini con muli e cavalli sempre in agguato delle navi che approdano, ond'essere impiegati, s'impadroniscono delle persone e degli effetti, disputandosi tra di loro a colpi di pugno l'onore di accompagnarci. Vero è che le loro premure non sono affatto disinteressate: ma in ogni luogo l'interesse è la molla delle nostre azioni.

A non molta distanza dal mare trovasi un villaggio chiamato Cazanlìe di una singolare costruzione: è composto di un centinajo di baracche sospese sopra quattro pertiche all'altezza di nove in dieci piedi; ed ogni baracca è formata di un semplice pergolato di travicelli, o di canne, rassomigliando ben più ad un nido di uccelli, che all'abitazione di uomini inciviliti. Per salirvi si adopera una rozza scala.

Vidi a maggior distanza un altro villaggio fatto assai meglio, ed assai più interessante. È questo un dovar abitato da pastori della Turcomania. Le baracche sono piccole, ma gentili, e poste a livello del terreno. Consistono in tre pergolati di quattro piedi di altezza coperti da un tetto della stessa qualità in figura di volta cilindrica; la pergola della parete è formata di canne, di tralci, o di frondi, ed il tetto è coperto di pelli. In questo villaggio non si vedono che donne e fanciulli perchè gli uomini conducono le mandre al pascolo; ma le donne non rimangono oziose, facendo esse il butirro, il formaggio, ed ogni altra sorte di latticinj con un'estrema pulitezza. Il loro abito consiste in una camicia bianca, un giustacuore colle maniche ornate, ordinariamente di cotone trapuntato, una sottana di cotone bianco, con un fazzoletto che loro fascia il capo ed il collo. Sono tutte bianche, ed alcune abbastanza avvenenti. Quelle che allattano non lasciano di lavorare tenendo sospeso al dorso il fanciullo. Tengono il volto scoperto, e benchè musulmane, pare che non sappiano, che la legge non accorda loro questa libertà. I ragazzi vanno ben vestiti, con camicie, casacchini, e turbanti di colore.

Gli abitanti di questo distretto, detti Turcomani, sono tanto terribili colle armi in mano, quanto buoni, dolci, ed onorati in società.

Dopo tre ore di viaggio lungo il mare entrai in Targo alle dieci ore e mezzo del mattino. Aveva incontrati lungo la strada molti bufali, ed alcuni cammelli con basti di differenti colori.

Quasi tutti gli uomini portano camicie e mutande bianche, ed un giustacuore con maniche trapuntate; ma altri non hanno che una casacca senza maniche, legata con una cintura, ed una berretta bianca alta ed acuta da un turbante, sono d'ordinario calzati di grandi stivali neri.

Targo o Turpis (che suole pronunciarsi in un modo e nell'altro), è una ragguardevole città, le di cui case sono assai brutte e fatte di terra. È posta in mezzo ad una vasta campagna, circondata di giardini a breve distanza dal fiume, in cui il grande Alessandro corse rischio di perire; ed è nella vicina pianura a levante che sconfisse lo sfortunato Dario.

Quand'io vi passai non eravi che un solo Europeo.

Il cotone e la seta sono i principali oggetti del commercio di Targo. Piovve tutta la notte dirottamente.

Sabato 3.

Partii a sette ore del mattino, e mezz'ora dopo attraversai il fiume di Targo sopra un ponte di tre archi, indi piegai a settentrione, tenendo la medesima direzione tutto il giorno.

Giunto in sulle nove ore all'estremità della pianura, dovetti valicare più colline, uscendo dalle quali mi trovai circondato alla catena del Monte Tauro, composto nella parte da me veduta di roccia cornea, e di trap talvolta aggruppato in enormi masse, talvolta a strati ondeggiati più o meno obliqui, e talvolta finalmente in aguglie altissime formate dalla unione di prismi perpendicolari, che hanno l'aspetto di una cristallizzazione.... E che è in fati qualunque montagna primitiva, se non una cristallizzazione colossale?..... Io non vidi verun indizio di granito o di porfido.

Questa parte della catena è coperta di magnifiche foreste, i di cui più comuni alberi sono quercie, cedri, cipressi, e lentischj. Tutto quanto mi si offriva questo giorno agli occhi, mi faceva presumere che le alte montagne dell'isola di Cipro fossero in rimotissimi tempi una continuazione del monte Tauro. Le pittoresche vedute, le magnifiche cascate d'acqua trasparente quanto il cristallo che da ogni lato invitavano il mio sguardo, facevanmi nascere rincrescimento di non poter godere che di passaggio così deliziose contrade.

Giunto alla sommità vidi un antico maestoso argine fatto di grandi sassi quadrati lungo un piano orizzontale in cima alla montagna dalla banda di S. E., e terminato con un arco di trionfo semplice, ma nobile, la di cui più elevata parte cominciava a cadere in rovina.

Quest'arco può essere riguardato come una grande finestra, di dove signoreggiansi interamente le pianure che furono il teatro della vittoria di Alessandro sopra Dario; lo che potrebbe dar sospetto che l'arco fosse stato eretto ad onore di questo conquistatore. Anche l'argine incomincia a guastarsi: vidi all'estremità settentrionale un sasso tagliato in figura di piedestallo sul quale dovette probabilmente esservi qualche iscrizione, ma ora affatto cancellata dall'inesorabil mano del tempo, che si prende giuoco degli sforzi che gli uomini fanno per rendere eterni i monumenti del loro orgoglio.

Dopo essermi riposato un istante presso ad una bella fonte, giunsi verso le quattr'ore sulla strada che conduce direttamente da Aleppo a Costantinopoli, e ch'io dovetti abbandonare per la ribellione di Kouhouk-Alì. Pare che anticamente questa strada fosse assai buona; ma al presente trovasi in estremo deperimento. Entrai in Diàïde alle sette ed un quarto della sera, e trovai nella casa della posta cinque Tartari che successivamente erano sortiti da Aleppo dopo di me.

Domenica 4.

Io desiderava di partire di buon mattino, ma essendo accostumati a partir tardi, così non sortii da Diàïde che alle sei ore. La sera si fece alto alla casa di posta di un miserabile villaggio detto Wadicàschli, chiamato dai Turchi Ouloukiscla.

Di mano in mano che avanzavamo verso il N. O., la parte del monte Tauro che attraversammo andava perdendo la sua bellezza; ed in fine non presentava che ignude balze, le di cui sommità settentrionali erano coperte di neve: entrato verso le tre dopo mezzogiorno in un paese alquanto più aperto e meno aspro, trovai alcuni villaggi circondati di orti e di vigne; ed essendo il tempo della vendemmia quegli abitanti mi offrirono uve, e cestelle di saporitissime frutta.

In questo giorno vidi passare alcune truppe di cammelli alquanto differenti da quelli dell'Arabia e dell'Affrica; hanno le gambe davanti più corte e più grosse che le deretane, il collo assai più forte, e tutte le parti anteriori del corpo più coperte di lana.

Aveva pure incontrati molti pastori turcomani: quale diversità da questi ai pastori Arabi! Gli uomini, le donne, i fanciulli, tutti sono ben vestiti, i cammelli che portano i loro effetti, sono coperti di bei tappeti turchi. Pare veramente ch'essi godano di tutta l'agiatezza, e di tutti i piaceri della vita pastorale, ed è tra costoro che dovrebbonsi cercare esclusivamente i modelli de' pastori che furono spesso l'argomento delle più commoventi poesie.

Lunedì 5.

Erano ormai le otto ore quando mi posi in cammino a traverso di un paese di sterili colline, indi di una vasta incolta pianura. In sulle undici ore passai per un casale composto di miserabili casucce di terra; e finalmente dopo altre quattr'ore di viaggio, avendo passato un fiume sopra un ponte, entrai nella borgata d'Erehli posta in un gentil paese pieno di giardini sulla sinistra del fiume, e non sulla destra come viene indicato nella carta d'Arrowsmith. Questa terra è abbastanza grande, ma le case sono brutte, fatte di terra e di mattoni seccati al sole, come costumasi da tutti i popoli della Caramania; per lo contrario i giardini sono belli assai, e danno frutta in copia, e specialmente grosse ed eccellenti pere. L'entrata d'Erehli dalla parte del N. è un magnifico viale fiancheggiato da alti pioppi, e da due canali di limpidissime acque.

Martedì 6.

Partimmo poco dopo le sette ore, camminando al N. a traverso di vastissime praterie piene di mandre, e specialmente di bufali, e sparsa di casucce circolari con tetti piani. Verso le nove ore lasciai a destra la città di Hartan situata sulla sponda sinistra di un piccolo fiume.

Di là volgendo ad O. N. O., ed in seguito a N. O. in mezzo a campagne aride come le montagne che le circondano da due lati, passammo alle due ore dopo mezzodì presso ad una Salina formata da un ampio fossato che circonda una piccola montagna di terra affatto isolata: l'acqua ch'entra nel fossato, svaporando pel calore del sole, lascia sul fondo un sale marino bianchissimo, che viene trasportato coi cammelli ai vicini paesi.

Alle tre ore e mezzo si entrò nel castello di Carabig-Mar, ove feci riposare le mie genti. È questo un ragguardevole paese, ma mal fabbricato alle falde di un monticello aridissimo, siccome affatto sterile è l'adjacente pianura; non vi si vede un solo orto, nè alberi, tranne due pioppi che sono entro il castello. E ciò riesce tanto più sorprendente, che il piano non è privo di acqua. La moschea di Carabig-Mar ha un vago esterno con grandi e piccole cupole, e due sottili altissime torri. Sul monticello vedonsi gli avanzi di un'antica rocca.

In questo luogo, come in altri della Caramania si osserva un vasto edificio, che può rassomigliarsi ad un tempio di tre navate, intorno al quale s'inalzano molti fumajuoli. È una specie di Khan destinato all'alloggio delle carovane della Mecca.

Dei cinque tartari incontrati a Diaïde uno solo ci aveva lasciati addietro, gli altri camminavano con noi.