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AMBROGIO BAZZERO
UGO
SCENE DEL SECOLO X
PARTE PRIMA
MILANO
1876
ALLA MIA PRIMA AMARISSIMA DELUSIONE
CAPITOLO I.
Sulla piazza della curte di ***, di messer Ugo cavaliero, conte di
Lanciasalda, sui monti di Saluzzo, ad ora di vespro, Guidello,
trombetto e araldo dell'eccellentissimo signore Adalberto, conte di
Auriate, lesse il bando pasquale: e così:
"Avvicinandosi il giorno di Pasqua di Resurrezione, ed il nostro illustre signore desiderando partecipare coi vassalli dell'inclita signorìa la grazia, il gaudio, la letizia avuta e concessa dall'onnipotente Signore Iddio, in questo dì per la solennità di messer Jesù Salvatore, ha deliberato ed ordinato di ricevere l'omaggio dalli gentiluomini predetti. Si gridano i nomi delli cavalieri:
Messere Gisalberto, di messere Ursulo, cavaliero d'arme, con investitura per lanceam et vexillum.
Messere Aginaldo, di messere Luitardo, cavaliero addobbato, con investitura per tradizione ed omaggio della coppa d'oro.
Messere Baldo, di messere Erimberto, cavaliero d'arme, con investitura per tradizione ed omaggio delli sproni.
Messere Ildebrandino, di messere Sichelmo, cavaliero a sprone d'oro, con investitura per tradizione ed omaggio del guanto.
Messere Ugo, di messere Oldrado, cavaliero a sprone d'oro, con investitura per tradizione ed omaggio dello sparviero.
Il che per la presente ordinazione e mandamento di Sua Celsitudine si fa manifesto, a gaudio e consolazione e per speciale partecipazione, come è predetto, dell'allegrezza e festività, a laude e gloria dell'altissimo Iddio e del nostro glorioso patrono e della celeste curia in eterno trionfante.
Signat: Warinus. Ingus. Gridata da Guidello, sono tubæ præmisso…."
Guidello, finita la lettura, prese la pergamena, colla sua funicella rossa la assicurò spiegata al bastoncino d'araldo e la levò sopra la testa, osservando:—Io dico. Se vi è qualcuno, il quale tacci di mislealtà i miei occhi nel leggere, la mia lingua nel parlare, la mia intenzione volta a vilipendio di messer Domineddio, del nostro avvocato santissimo, della giustizia degli uomini, quello si faccia avanti, e purchè sia tale che porti o possa portare speroni d'oro o d'argento, alla presenza di un chierico che conosca l'arte della lettura, comprovi quanto dica.
Ai piedi della scalea della chiesa, intorno a Guidello, v'erano quattro cavalieri cogli scudieri. Ma nessuno parlò.
Per cui l'araldo:—Messeri, allora dichiaro.
Stette un poco, poi si rivolse a un chierico che gli era accanto, come_ magister librarius_, e disse:—Recitate.
Fu recitata l'avemaria, e tutti risposero ad alta voce.
All'amen Guidello aggiunse con solennità:—Dichiaro bandita la volontà del molto magnifico nostro signore.
Poi, colla destra impugnata una lunghissima tromba, adorna di un drappo quadro stemmato:—Messeri,—disse:—fate come di conformità agli usi. Voi sapete: quando la tromba dell'araldo suona a festa si suole dire tromba d'argento. Da valenti messeri adunque—e mise alle labbra lo strumento, ne volse la bocca all'insù, e squillò tre volte. Intanto i cavalieri diedero mano alle borsucce, e fecero come d'usanza: poi se ne andarono.
Guidello si chinò, dicendo:—Tromba di rame—perchè raccolse poche monete: acconciò il cordone con un nodo alla militare, in guisa che gli si attraversasse alla schiena la tromba e il drappo sventolasse come un mantelletto, tolse la pergamena dal bastone, la fece a rotolo, e la consegnò al chierico.
Questi interrogò:—Guidello?
L'araldo rispose:—Non si guadagna nemmeno il fiato.
E mossero giù dalla scalea della chiesa. La piazzuola della curte era deserta. Essi presero ad uscire dalla viuzza fiancheggiata dalle casucce dei montanari, oggi boscaiuoli, domani alle giornate d'armi, sempre poveri e sempre irosi. Intorno all'edera frusciavano con volo tortuoso le nottole; gli usci erano chiusi, gli arconcelli delle finestre lucenti di strisce rosse dal sotto in su, che venivano dai focolari posti in mezzo alle stanze; sullo sfondo si vedeva una montagna già sfumata nella nebbia del crepuscolo.
I nostri due procedevano silenziosi, e, benchè sotto la protezione del loro signore, pure affrettavano il passo e sulla punta dei piedi.
E l'uno calava il cappuccetto sulla testa tonsurata e nascondeva la pergamena sotto la tonaca, e l'altro storceva una mano all'indietro ad assicurarsi che la tromba non percuotesse coll'elsa della spada o col pugnale: e quegli guardava sospettoso le pieghe del drappo ventilante dallo strumento del compagno, come se da quelle dovesse uscirgli il malanno: e questi imprecava il calzolaio che aveva fatto pel chierico scarpe così disacconce per suolo sospettato.
Passavano e guardavano. Quelle tavolacce di quercia parevano fatte apposta per spalancarsi ad un'insidia: da quegli arconcelli i tizzoni che erano sui focolari con maledetta furia potevano essere sbattacchiati nella strada. Basta! il santo patrono tenesse buoni i gloria! Ma la preghiera era smezzata: e l'uno calcolava che con quell'antacce si facevano tante aste, coi chiodi tante punte, colle toppe tante scuri: e l'altro si ricordava, ai tempi che il padre soffiava alla guerresca, e ch'egli giovinetto gli era accanto col piffero per imparare a toccare il soldo e le graffiate, si ricordava di una certa mistura diabolica che venne giù da una balestriera a impegolare i baffi al vecchio trombettiere, e a conciare un povero ribaldo come un torcione di resina acceso nelle gazzarre soldatesche. Si continuava il gloria…. Ah! erano passati da quell'uscio, da quelle finestre: si poteva fiatare. Di più: messere il chierico sapeva leggere, sapeva pingere le capitales litteras dei messali, cioè le iniziali, sapeva a mente i canoni accetti al vescovo di Saluzzo; d'armi credeva intendersi sin troppo, dicendo:—A chi le toccano, le toccano le ferite e la morte!—Niente altro: pure in quel momento nella sua fantasìa staccava tante maglie dall'armerìa del castello e tante spade, trovava gagliardi che le vestivano, le impugnavano, e moveva contro quelle case di rabbiosi: no, prima alla rôcca di Ugo. Messere l'araldo sapeva suonare con voce dolcissima o squarciata: Guidello proprio avrebbe voluto essere a fianco del padre, tra un'oste poderosa, e dare alle trombe il fragore delle petriere, curve le travi sotto ai pesantissimi massi. Ma sì, ma sì! Altro che il cappuccio aguzzo a vece di pennacchio da cavaliero: altro che il bastone d'araldo in luogo di un buon lanciotto!
Fuori della curte di messer Ugo c'era una cappelletta: qui i due fecero un inchino pieno di gratitudine, e da qui cominciarono a mettersi l'uno a fianco dell'altro, e salirono per la stradetta, la quale, grigiastra, lasciava vedere tante e tante pozzette d'acqua dai melanconicissimi riflessi di cielo: erano le orme dei cavalli passativi il dì innanzi, dalla curte al castello di messere Adalberto. E stradetta e cavalli menavano al sicuro.
Incominciò Guidello:—Dacchè suono la maledetta, vi dico, Ingo, che non mi parve mai mi tormentasse le labbra come stassera, sulla scalea. Sapete: ieri a mattina, abbiamo pubblicato il bando al castello d'Ildebrandino; a dì basso, al ponte levatoio di Baldo; l'altro ieri a vespro, alla piazza di Aginaldo. Che si è raccolto? Tanto da poter proclamare solennemente, al primo armeggiamento festoso, che il cavaliero di Rupemala, quello di Roccanera, e messere della curte di santo Uperto, sono fregiati di cortesìa cavalieresca. Dico vero?
—Verissimo, Guidello.
—E sapete: tra voi che avete appreso l'arte della lettura e me che la professo a obbedienza del nostro padrone, lasciando da parte la cavallerìa, e discorrendo della tascuccia che ogni cristiano ha allato se deve camparla, tra noi si è spartito un bel mucchietto.
—E di quelli d'argento.
—Così si dà e si riceve a gloria di messere Domineddio; e così si fa differenza tra il vento che buffa alla foresta e il fiato dei battezzati.
—Verissimo, Guidello.
—Mi diceva il padre mio, il valente Guidaccio….
—A cui Dio conceda la verace gloria!
—-Mi diceva così, nè più, nè manco. E il suo fiato da battezzato, eh!
Ingo, fu come l'uragano nella tromba, contro ai dannati nella Spagna e
contro ai miscredenti in Terrasanta, a fianco del padre di messere
Adalberto, il cavaliero Brunone.
—Requiem in pace!
—A fianco del cavaliero Brunone, lo dicevano della stirpe di
Tubalcain.
—Santa Maria!
—Quella era voce del padre mio! Quella ci voleva adesso là sulla scalea della curte di Ugo, ma ad un patto.
—Tromba d'argento.
—Messere, no: lo strumento suonasse come quelli, dicono, del dì del finimondo.
—E le mura di quella rôcca fossero come quelle di Jerico, per virtù soprannaturale, che noi possiamo chiedere colla preghiera.
—Così fosse!
—L'altro dubitò, e riprese:—Ed io avrei voluto che la pergamena parlasse come la condanna che appiccammo alla porta di Lamberto, il ribello a messere il vescovo di Saluzzo. Vi ricordate?
—Voi non ci eravate.
—C'era Gausprando; ma so. A Gambazza sulla destra del Po.
—Chi ci appose il vidit e dichiarò bandita la pergamena? Il nostro signore Adalberto istesso, piantando poderosamente un pugnale al luogo del suggello. Quella la fu impresa! Di lì a un mese, del castello non rimase in piedi che un arco e quello per dire:—Di qui passarono i prigionieri!—So che il padre mio ghignava burlescamente e fieramente, e so che mi disse:—Figliuolo, quando suoni, ricordati che hai in mano tutt'altra cosa che un'azza. Guarda che, stringendo troppo, il rame si ammacca, e le ammaccature tra noi soldati le cerchiamo soltanto sul petto nudo e non sull'arme e sui bagagli—mi disse. Tant'altre cose mi raccomandò, finchè s'ebbe quella seconda impegolata a scuoiargli la faccia, e allora mi fece cenno che le labbra arsicce erano buone all'avemaria e ai paternostri, lasciò il castello e cercò un monistero.
—Se lo conobbi, quel valente Guidaccio!
—E Guidaccio anche lui suonò su quella scalea di Ugo, quando c'era ancora, più arcigno di questi, il suo padre Oldrado, che fu quello, sapete, il quale aizzò i suoi servi contro l'araldo che bandiva le giornate d'armi, sì che quelli a vespero spalancarono usci e finestre, e mostrarono scuri da boscaiuoli fra certe manacce rabbiose!
—Rammentate la storia di Guidinga.
—Gesummaria!
Tacquero, perchè vicino era il castello del loro signore, e quel discorso, spiato o frainteso, poteva far scricchiolare alla sera istessa i cavalletti di tortura.
I due, alla parola del saluzzese che era di guardia, risposero come il motto d'ordine portava quel dì: entrarono, salirono una scala, e, trovato in capo a un corritoio un paggetto, il quale sonnecchiava su un archipanco, Guidello domandò:—Filippuccio, ne attende il nostro signore?
Il fanciullo, come se d'intorno agli occhi si togliesse le ragnatele, affaccendandosi colle manine, rispose:—Io non credevo che foste per ritornare dalla guerra sì tosto…. Ero lontano assai, sulle ginocchia della madre mia… là giù…. Ah siete? Il sonno coglie, e si va, si va…. Chiedete?
—Ne attende messere Adalberto, e dove?
—Sì, Guidello araldo, e voi, maestro: nella sala della torre.—E li precedette nel corritoio fino in fondo, s'arrestò a destra, alzò un usciale, e disse:—Sono tornati: a vostra obbedienza, messere.
Al comando:—Siano messi dentro e vattene, Filippuccio—i tre atteggiarono la persona alle linee marcatissime della loro professione: l'araldo si drizzò dignitoso, come se gridasse un bando, l'altro si piegò, come se sfogliasse un messale nella cappella, il paggetto si storse, sollevando l'usciale con sforzo per verità degno di compassione. Entrarono.
La sala era triste: e, a dire quello che si poteva scorgere alla poca luce delle tozze finestre, presentava le muraglie saldissime e nude: solo ornamento una statuina di un beato protettore con lancia e pastorale, male allogata in una nicchia che pareva una balestriera; e, sotto quella, due drappi, tutti a polvere e sudiciume, forse due stendardi, forse due coltri mortuarie: v'erano dei seggioloni a masse d'ombre così nere da far richiamare alla fantasìa il frate bianco che sopra vi stesse nel coro, e un macchinoso tavolaccio, adatto a sostenere quello che sosteneva, la potentissima persona di un cavaliero.
Messer Adalberto era un uomo nel vigore pieno della età virile: mostravasi vestito di panni oscuri: volto verso la porta: e dalla sua posizione, da sedere tanto irrequieto, chiaramente può dirsene l'indole ruvida e l'attesa impaziente. Nè più, nè manco: erano quelli i tempi in cui un cavaliere noverava, come un sellaio, le fibbie e i chiodi della sua sella da battaglia e neppure sbagliava in un sopranome a quegli arnesi, e forse forse moriva senza tutto avere appreso il paternoster dalla bocca della madre o del chierico: tempi in cui, io credo, che la natura non si sarebbe messa su via fallata, se avesse ai priminati delle famiglie baronali dato a vece di cranio addirittura un elmo, a vece di lingua una lama, e per cervello qualcosa di bollente che fuori uscisse e fosse mostruoso cimiero. Io non so se anche allora i bambinelli si tormentassero colle fasce se così fosse stato, non mi sarebbe punto di maraviglia se ancora trovassi nelle cronache che la madre di Garmario saluzzese, madonna Sandra, torturasse le membra del suo figliuolo, serrandole in una bandiera insanguinata, o che il padre di Forcone da Ivrea recasse al castello per la bisogna materna della sua moglie Ageltruda la soprasberga dell'inimico bucata e ribucata a colpi di spada: l'avo Attone da Susa legò con sacramento ai nascituri dal suo Rogerio il lembo stracciato a morsi della sozza camicia che vestiva nella torre della fame. Messer Adalberto era primogenito, ed aveva avuto madre come l'ebbe Garmario, padre come quello di Forcone, ed avo della taglia di Atto. Finchè vissero i suoi, imparò che nelle sale feudali l'agnello santo del perdono ci sta figurato solo per spasso di qualche frate dipintore, il quale fa il mestiero, è pagato, e se ne va dal ponte: imparò che negli steccati dei giuochi d'arme, se le cadute da cavallo v'incarnano gli anelli di maglia nelle membra, perchè la lancia dell'avversario vi coglie, è meglio che quelli vadano fino al cuore a condensarvi dentro tutto l'odio, e questa vi avesse passato fuor fuora, senza accorgervi di provare vergogna! Imparò che le dita ci furono date da natura per contare le vendette da farsi: segnar croce colla penna è da monaco, tagliare colla spada da cavaliero: si vive collo usbergo maledetto, si muore coll'abito immacolato di qualche monistero. Insomma tanto e tanto: sicchè, quando dallo stanzone dell'armi uscì un feretro, e un altro, e un altro, all'ultimo messere Adalberto schiuse la portaccia colle sue mani stesse. Partì, per sempre suo padre, messer Brunone: ma venne dentro subito un ospite aspettato e vagheggiato: l'orgoglio del comandare! Adalberto se gli abbracciò siffattamente, che si trovò tolta la requie di giorno e il sonno di notte.
Il cavaliere, divenuto signore, sentì tutta la potenza del suo volere e s'ingagliardì tristamente ne' suoi disegni d'impero e di conquisto. Si trovò forte per un vastissimo patrimonio. Dal suo castello, sui monti di Saluzzo, poteva fino alle cime di Monviso spingere i segugi, inseguendo camozzi su terreni suoi: da oriente a Po se sorgevano torri di cavalieri, stavano a condizione di ubbidienza a lui; alzavano i pennoni degli avi a seconda della investitura dei feudi, a patto fastoso dell'omaggio, e a patto più valido di bei mucchi d'oro e di giornate d'armi. Su quello adunque che c'era non so chi osasse scuotere una lancia adorna di una banderuola di ribellione: a quei tempi le idee manco sottomesse di un valentuomo si pagavano a slogature di membra, a flagellazioni da ebrei, a carezze d'aguzzino: e dico poco; lascio le scuri, le forche, e i quattro cavalli per gli squartamenti.
Messer Adalberto fece atto da padrone, riconfermando i feudi e ricevendo con bieca superbia l'omaggio. Se non che, siccome da desiderio nasce cupidigia, comandare su quello che si ha è molto, poter comandare su quello che si vorrebbe avere è moltissimo: il cavaliero guardò le armi del padre sepolto, e disse:—Quello scudo egli adoperò quando mosse al castello di Baldo. Quel petto ebbe le falde smagliate dalla lancia di Aginaldo. Su questa sella messere passò vittorioso sui ponti dei nemici!
Guardò le sue armi: lucentissime nei giuochi di guerra e nel giorno della festa, quelle non erano da cavaliero: buone solo per chi avesse speroni d'argento. L'armatura che si sogna nelle cupide veglie dell'ambizione è quella ammaccata, schiodata, fatta nera dalla pece e dagli olii bollenti, quella che si sveste la sera dopo il combattimento furioso, esclamando:—Datela da riassettare alle mani del vinto!
Duri erano i tempi; e così avvenne di Adalberto, come di tutti. Ho detto: indole ruvida e attesa impaziente. Comandava: e, per vero dire, nessuna differenza metteva tra il ringhiare a un soggetto signore:—Messere, mi obbedirete!—e al suo cavallo:—Torci a diritta.—Sorrise alla sua spada:—Se vuoi fodero, cercala alla pelle di un mio nemico.—Acquetò gli scrupoli di suo fratello monaco:—Pensateci: voglio la mia eterna salvazione: pregate o vi faccio baciare una medaglia arroventata.—Voleva comandare: e sapeva che c'era una rôcca da cui non poteva passare, se non guardandosi alle terga, e nel fossato della quale giacevano con poco convenevole sepoltura, insaccati nelle ferraglie rose dal tempo, gli avanzi di un suo avo Adalberto, il quale v'era andato a conquisto e non a morte da stoccate traditore. Sapeva che c'era un altro castello in cui gemeva una donna! Per Adalberto non era amore, era furore!
Adalberto bandì a' suoi vassalli le giornate d'armi, poi si fece predire la ventura dall'astrologo, e perchè questi sapeva che nel suo mestiero bisognava vedere le stelle, come voleva il padrone, per non vederle da stare sul cavalletto della tortura, come voleva il tormentatore, gliela predisse buona, e così:—Egli è opinione degli astrologhi che quando l'animo dell'uomo è spinto al desiderio di sapere alcuna cosa in un subito, ciò nasca non da elezione o consiglio, ma dall'influsso della costellazione, che in quell'ora si ritrova nel cielo. E però se costui domanderà consiglio all'astrologo, esso potrà dirgli il vero della cosa che gli domanderà dalla figura del cielo fatta in quell'ora della interrogazione, cioè: se l'amico assente sia vivo o morto, se l'ambasciatore mandato ritornerà salvo, se ritroverà ovvero spedirà prosperamente la cosa per la quale egli è stato mandato, se il tempo sarà buono per seminare, tagliare legni per le fabbriche, acciocchè non siano mangiati dai tarli e corrotti dalla tarma, per cavare il sangue, per tagliare membri, per risanare, per prendere medicine, per fondare case, per menare moglie, per comperare, per vendere, per vestire nuovi vestimenti, per vendemmiare, per bere il vino in pace, per incominciare opera di alchimìa, per mettere putti a' maestri, per mutare luogo, per accingersi a viaggio per terra od acqua, per far compagnìa, per parlare con uomini di qualunque stato e dignità, per trattare negozii, per entrare nei bagni, per torre servi, per mandare messi, per andare a caccia nelle selve o nei fiumi. Vostra Celsitudine domanda se avrà vittoria nella intrapresa guerresca. Questa richiesta non nasce da elezione o consiglio, ma dall'influsso della costellazione che in quest'ora si ritrova nel cielo. Ho interrogato gli astri: ho interrogato la sorte. La sorte si fa sicura, tirando i punti di numero incerto, avendo voltata la faccia nella luna, con altre osservanze, dal raccogliere i quali punti si fanno quattro figure che si chiamano matri, dalle quali si cavano altre non poche, e i loro aspetti si nominano con nome dei pianeti, e così il rispetto, che hanno fra loro, come li considerano nel cielo. Perocchè mentre l'uomo dal desiderio di ricercare le cose future segna i punti, egli è venuto a questo per la costellazione della sua natività, talchè la forza del cielo guidi la sua mano, talchè non faccia nè più nè meno punti di quello che basta al giudicio delle cose che ricerchiamo: la quale divinazione si chiama Geomanzìa. Mio signore, gli astri e la sorte hanno risposto: vittoria!
Adalberto, prima che l'astrologo fosse a metà della noiosa chiaccherata, sbuffando, fece trarre le torri di legno e le macchine guerresche, i trabuchi, le manganelle, le petriere; si pose a capo dei cavalieri, e colla somma ragione del più forte e del più ladro, mosse al castello d'Ildebrandino. Mandò Guidaccio con quaranta lance al cavaliero, dicendo: messer Adalberto l'aspettava per la prossima Pasqua di Resurrezione all'omaggio: da cavaliero non mancasse: era istituito vassallo col guanto da volare gli astori, con molto onore, con giuramento.
Il presidio della rôcca era inferiore assai alla scorta dell'araldo: per il che messere Ildebrandino, sporgendo il capo tra un merlo e l'altro a guardar giù, dovette dirsi:—Sono spacciato!—e tanto dovette mordersi le labbra a sangue, che fosse lì lì per scagliare, a vece di risposta, il trombetto a gambe levate: pure pensò alla ruina di Lamberto, l'oppositore del vescovo di Saluzzo, e, serrato tra le quaranta lance, lui stesso sentì il bisogno di guardarsi alle spalle. Domandò a Guidaccio:—Messere l'araldo, avete altro a dire?
—Messere sì.
—Vi ascolto.
—Le nostre torri d'assedio e i nostri trabuchi sono fatti colle legna dei ribelli vinti: il cavaliero Lamberto, lo rammentate?
—Chi vi disse?
—Il mio signore.
—Il nostro signore è potentissimo—e Ildebrandino, amarissimo, fece una reverenza di sommessione, e aggiunse:—È ventura l'essere sotto le bandiere del signore, quando si hanno sproni d'oro e fortuna nemica, ma anima sempre libera. Suonate la tromba per noi: i nostri figli, ove Dio li conceda, spero ricorderanno questi squilli!
Così s'arrese Ildebrandino. Messere Adalberto, quando Guidaccio gli ricomparve innanzi, per poco non gli dette la mazza sul capo. Egli desiderava l'araldo insultato o peggio, le lance catturate, il ponte levatoio alzato a precipizio, inalberato sulle torri lo stendardo, tumultuosamente bandita l'oste: invece l'impresa si racconciava, come una briga da' frati, con un inchino e un—Fiat voluntas tua.
Con tempestoso desiderio Adalberto si fece capo della vanguardia delle lance, e, mandato Guidaccio in coda alla torma a fare compagnìa all'arnese più disutile, l'astrologo, corse al castello di Oldrado…. In quello c'era madonna Guidinga!… Ad Adalberto scoppiava il cuore al fragorosissimo segno dell'arme! Fu calato il ponte, s'aperse il portone, e venne innanzi un garzonotto tutto in bianco, con un bastoncello alzato, il quale proclamò:—Quelle non essere le regole delle castella, doversi procedere come l'uso fra onorati cavalieri comporta. Passate tre ore da questa dichiarazione, mandate pure l'araldo, e noi risponderemo, e mandatelo suonando le campanelle dalle torri di legno, noi risponderemo suonando i pifferi dalle torri di sasso.—E il garzonotto tanto tenne levato il bastoncello bianco, a segno di inviolabilità, sicchè nessuno potè coglierlo in fallo, e nessuno per tema di essere tacciato misleale alzò la mano su di lui. Ch'ei fosse venuto, insultando, non c'era dubbio: ch'ei si partisse sano e salvo, era stizza di tutti, ma norma di guerra, la quale tanto più feriva messer Adalberto che aveva voluto solo procedere colla forza e senza lealtà.—O Guidinga! o schiava di messer Oldrado!—smaniava, tormentandosi, Adalberto…. Ma per consiglio dei capitani aspettò… Tre ore sulle brage dell'inferno, tre eternità!
Si schiuse tutto il portone, segno d'arresa, e comparve il garzonotto in nero, e lesse il bando, per cui—al molto glorioso signore di Auriate si calavano le bandiere.—Messere Adalberto galoppò dritto nella rôcca, e ambiziosissimo s'impose:—Prima regoliamo la bisogna del marito! Venga Oldrado, ed oggi stesso riceverò da lui l'omaggio. Questo suo vitupero sarà la più bella gioia per Guidinga!—E, scavalcato, passando per la porticina stretta che da un corritoio dava nella chiesa solitaria, udì dietro le spalle sbattersi irremissibilmente l'antaccia di quercia, si trovò a un tratto separato da' suoi capitani, si volse all'indietro e scorse tutto buio, si volse all'innanzi, ed ecco in capo al corritoio il paggio nero, il quale recava un cuscino nero e s'inchinava rispettoso, dicendo:—Messere Oldrado è pronto a prestarvi l'omaggio.—Adalberto si contorse molto iroso, irosissimo più che del pericolo, d'avere avuto per un momento paura, s'avanzò, e, sotto l'usciale sollevato dal paggio, entrò nella chiesa. Quivi trovò Oldrado solo e ritto, in aria così beffarda che pareva gli dicesse:—Sono il marito di Guidinga: lasciate fare a me! Avete saputo fare voi?—Che in quei tempi non si trovasse neppure schermo alle vendette ai piedi degli altari, si sa, e si sa che gli accorgimenti per condurre allo scopo i giuochi insidiosissimi avevano tutto lo studio delle faccende scrupolose. Adalberto doveva ascoltare quell'araldo bianco, vipera forse del tradimento? Doveva sgozzarlo! Doveva aspettare le tre ore? E rivederlo ancora? Doveva sgozzarlo! E il pronte s'era messo giù, il secondo portone spalancato, i porticati apparivano deserti. I traditori tutti! Ed egli si era lasciato cogliere! Oh il suo furioso amore per Guidinga era di quelli che si spaventano dei mezzi? Ma se lo scopo era già per sè stesso tremendo e ineluttabile!… E quell'arcone che menava al corritoio, e il coirritoio che menata alla chiesa! Che c'era nel corritoio? Una porta inchiovata che valse una muraglia: i suoi cavalieri al di là forse erano scannati: egli al di qua forse con tutta la irrisione di una vendetta pensata e ripensata era tratto all'inganno, e dall'inganno alla morte! O Guidinga! Guidinga!
Messere Oldrado era là nella chiesa solo e ritto. Aveva faccia di quelle che anche nel sonno mostrano aggrottate le sopraciglia, rugosa tenacemente la fronte, aperta la bocca al grido di battaglia, collo da far disperare quelli che, per amore di qualche taglia bandita da alcuno prepotentaccio vicino, dessero ascolto all'inferno, e arrotassero la coltellazza e già preparassero il sacco, come Giuditta la gagliarda; torace che portava tre usberghi e poi chiedeva anche il quarto, braccia da armaiuolo milanese, gambe le quali se inforcavano gli arcioni vi si serravano con tanta saldezza, sì che non ci fosse lancia da cavaliero poderoso da allentarle o farle staffeggiare.
—O conte,—disse per il primo Oldrado:—mi accorgo che la cerimonia poco soddisfa il vostro amor proprio.
E l'altro:—Messere neppure è da scudiero la insidia.
—Voi sbagliate: non sono armato e mi dichiaro vassallo vostro.
—Consento—con questa risoluzione Adalberto richiamò tutto il suo odio;
E Oldrado:—Ed io consento. Udite: un debole cerbiatto tanto fa che un giorno o l'altro debba essere dilaniato da uno sparviero: ma gli può ficcare attraverso la gola un ossicino da mettergli tanto strozzamento da far maledire il pasto.
—Messere, Oldrado, che le azioni vostre mi permettano di chiamarvi cavaliere!
—Vi dissi: non sono armato e mi dichiaro vassallo vostro. Volete ricevere l'omaggio? O fuggite le pompe?
—Voglio.
—Io pure. Bonello, fatti avanti—comandò Oldrado; e il paggio che si era fermato sulla porta, entrò nella chiesa e recò il cuscino. Il padrone lo prese, lo depose ai piedi di uno scanno larghissimo, a seggio baronale, e invitò Adalberto. Il quale con grande dignità s'assise, e le parole furono poche.
—Cavaliero, riconoscete vostro signore Adalberto, conte di Auriate?
—Riconosco.
—A quale istituzione?
—Questo tocca a voi.
—Sì: e giacchè avete parlato di sparviero, sia ad instituzione collo sparviero.
—Collo sparviero.
—Giurate.
—Giuro a messere Domineiddio.
Poi spaventoso Adalberto corse per tutto il castello, e, ghignando, entrò nella stanza di madonna Guidinga….
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il signore di Auriate, quando furono introdotti nella sua sala della torre Guidello ed Ingo, si levò impazientissimo, interrogando:—E così, araldo?
—Con la grazia somma—rispose Guidello:—io ho salve l'ossa, voi la onoratezza di cavaliero.
—Come andò?
—Il sagrato ci parve una benedizione del cielo: spiegai il bando e diedi l'avviso.
—Chi accorse? Venne Ugo?
—Messere sì, c'era Ugo.
—Dunque?
—Con Ugo, lo scudiero: c'erano messere Ildebrandino, messere Aginaldo, messer Baldo, con certi uomini di facce così sinistre!… Il chierico bisbigliò un esorcismo di tutto cuore, ed io di tutto cuore risposi.
A questo punto anche mastro Ingo entrò interlocutore:—Cavaliero potentissimo, mio padrone, vi dico che qui ai vostri comandi scrivo quanti malefizi volete, ma quando tirano cert'arie ai quattro venti….
Gridò il signore:—Dì su, Guidello.
E l'araldo:—Vi dico: vidi l'Aimone d'Oldrado, con quel ceffo di cane rabbioso!
—Chi ti parla di scudieri?—interruppe sdegnosamente il signore:—E chi ti dice che quelli siano a sproni d'argento?
—Messere, dico per dire.
—Parla di quei dappochi coi garzoni di falconerìa, e tieni le loro imprese per narrare quando i miei servi stregghiano i somieri.
—Fatemi perdono.
—A un patto, Guidello: che la tua mano un dì o l'altro corregga la scappata della lingua. Hai capito?
—Presto capito, e presto fatto con l'aiuto del mio santo protettore.
—Dunque c'era Ugo. E disse?
—Nessuno dei cavalieri parlò.
—IL bando fu pubblicato a tutte le castella?
—Messere sì.
—Senti, Guidello, tienti bene nutrito e conserva buon petto. Orvìa—e messere prese una borsa dal tavolaccio:—La gola è asciutta: a voi.
—Ecco qui—disse l'araldo e cavò di petto alcune monete di rame, le noverò, poi, dandone una metà al chierico che gli stava serrato alle coste, cupido come un bracco alla ferma:—Che mi rimane?
—Ma c'è il padrone che pensa. Vanne, Guidello, chiedi a Filippuccio, e quegli ti condurrà dove c'è mensa rizzata.
Si mosse con reverenza l'araldo, e si mosse anche il chierico.
—Ingo,—lo trattenne il cavaliero:—restate, chè ho da parlarvi.
Ingo, già stizzito per la paura, per il poco guadagno e per la tolta speranza di una cena, fece visino sorridente, e piegò la persona a un—V'obbedisco.
—Ho d'uopo—disse il messere:—della vostra saggezza e del vostro buon volere.
—Se voi comandate così, mi compiaccio assai: la saggezza a pro di ricco e nobilissimo conte, come voi, deve sempre essere accompagnata dal buon volere di saperla così ben usata.
—L'astrologo m'è diventato un fanciullo…. Nella vostra camera voi avete certi rotoli antichissimi di pergamene.
—Signore sì, certe disquisizioni dei latini.
—L'astrologo non sa suggerirmi…. Erano valenti questi latini?
—Oh pensate, messere, sono i maestri del mondo.
—Sta bene. Che cosa insegnarono?
—Messere, di tutto.
—E a petto di quello che dicono questi maestri nessuno sa schermirsi?
—Ai nostri tempi, no certo. Nell'abbadìa io sentii dire da frate Giocondo che noi siamo più rozzi degli ungari, e so che cinque frati altro non facevano tutto l'anno che copiare certi e certi codici sbiaditi di Cicerone che valevano un archivio e mezzo: e tanto mi raccontò l'abbate, che appresi l'arte della lettura per desiderio, poi quella della scrittura, ed ora vi dico che mi lagno d'avere soli due occhi che bastano a leggere poco, e vorrei che ci fosse un inchiostro d'oro fino stemperato per potere con quello scrivere certe sentenze antiche, le quali sono la magnificenza istessa di Salomone.
—L'astrologo non sa suggerirmi…. Ingo, dite, e i greci?
—I greci furono popolo artistico e coltissimo.
—Avete rotoli vecchi di quelli?
—Messere, se vorrei averne! Ci fu Platone che scrisse degli Dei, come se li vedesse, ci fu Aristotele che disse tanto dell'anima, quanto un dottore di santa madre chiesa, ci fu Socrate che morì, bevendo il veleno con tanta filosofia….
—E non sapeva farlo bere agli altri?—interruppe Adalberto, così mostrando la sua intenzione.
—Socrate era filosofo stupendo. Se vorrei averne di quei rotoli! Ho solo un discorso che è un pozzo di sapienza! Se lo vedeste! Un manoscritto che mi costò un anno di lavoro nella cella, ma riuscì così nitido, così corretto, a facciuole di santi e di beati, che sono cose da mettere su un altare, se quel sommo non fosse pagano, e l'anima dannata, com'è!
—Non sapevano farlo bere agli altri!—risolse Adalberto:—Ingo, io vorrei un greco, un latino, o un dimonio che fosse diverso da quel vostro filosofo stupendo.
—Ho capito.
—L'astrologo è diventato un fanciullo. E perchè non vi abbiate a pentire, Ingo, d'avere due soli occhi, vi do di che allegrarli a sazietà: queste le sono monete d'oro: ma l'oro non stemperatelo in inchiostri per onorare di fregi le chiacchere disutili dei morti, tenetelo per, voi che siete vivo. Avete capito?
—Ho capito!
CAPITOLO II.
Pel giorno di Pasqua di Resurrezíone, nella chiesa del castello d'Adalberto, diceva la messa un frate, e ad ascoltarla vi era il signore su un seggio, a destra dell'altare maggiore: a sinistra cinque cavalieri, in piedi, con più di cinque paggi in seconda linea, e di questi chi recava lancia, chi vessillo, chi coppa, e via, a seconda dell'omaggio che doveva rendere il proprio padrone. Messer Adalberto, perchè in quell'ora si gloriasse di tutta la sua dignità, vestiva una maglia lucente, a maniche, cappuccio e falda assai lunga, portava strisce di cuoio rinforzate da piastrelle di acciaio intorno alle gambe a stringergli i panni ruvidissimi e attorcigliati, scarpe acute pure di maglia, e speroni d'oro da combattimento. La spada a croce, col cingolo d'arme, e un cerchio comitale di ferro, gli erano accosto su un tavolaccio di faggio, sul quale anche si vedevano certe collane disusate, gli emblemi della perfetta cavallerìa degli avi, da Brunone suo a Sannuto, l'antichissimo fondatore dalla stirpe dei lupi d'Auriate. I vassalli comparivano quali in quel dì dovevano, cioè spogli di tutte le insegne che accennassero vita guerresca disgiunta dalla obbedienza al signore: avevano tonache succinte, corte, aderenti alle braccia e al busto, calze strette in gamba, di colore oscuro, usatti neri, puntuti, senza calcagni e senza lacciuoli.
Finita la messa, Adalberto si alzò, e fece cenno al maestro Ingo, il quale spiegò una pergamena: Guidello, divisato coi colori del suo signore, entrò, recando bastone e tromba, e su quello legò il bando pubblicato la settimana prima: poi si pose dietro il seggio di Adalberto. E questi, appoggiandosi con fierezza ai bracciuoli, si drizzò in piedi, come per degnazione, levò la destra all'altezza delle teste, quasi per deprimerle, e—Cavalieri,—disse:—quello che lesse il nostro araldo è quanto noi pensammo e pensiamo. La festa fu celebrata nella chiesa a maggior lode di Dio, il quale ci diede il potere.—Queste le parole, ma il pensiero ben diverso.
Il signore sedette, comandò a Guidello, e Guidello gridò i nomi, giusta l'ordine della nobiltà più antica. Venne innanzi Gisalberto, conducendosi allato due paggi, uno che reggeva la lancia, l'altro il vessillo su un'asta ferrata. Poi il cavaliero Ugo….
Questi aveva vesti nere, affatto nere, lo scudo coi propri colori ricamato sul petto, gli sproni d'oro ai piedi: chi l'avesse osservato bene, come certo notarono i baroni che stavano con lui, avrebbe scorto che il suo ampio giustacuore era stretto fìn sotto alla gola, e non lasciava vedere la striscia bianca del collare, sì bene una gorgera a fìtti anelli d'acciaio, i primi giri della maglia del giaco. Il suo volto aveva certe rughe sulla fronte che di sicuro non vi avevano impresso gli anni, i quali erano pochissimi; capegli rabbuffati, come quelli che di recente si fossero sprigionati di sotto il ferro di un elmo; gli occhi che pareva guardassero innanzi l'adempimento di un disegno, e chi sa quale, a giudicare dalla pertinace contrazione delle labbra. Aveva Ugo uno scudiero, vestito pure di panni neri, un uomo dall'aria più spavalda che irata, il quale, porgendo le braccia in avanti, recava un cuscino coperto da un drappo colore di lutto. Messere Adalberto, durante la messa, aveva bensì cercato di fìggere gli occhi sopra Ugo, e di avvezzarsi tanto alla vista di esso, che, quando colui gli fosso per comparire innanzi, il sospetto e l'ira non trapelassero dalla sua persona, e così potesse accogliere l'omaggio colla stessa autorità con cui voleva ricevere gli altri: ma Ugo col suo scudiero ad arte tenevasi prima dietro ai cavalieri, poi anche dietro ai paggi, nel canto più oscuro, nella posa più dimessa. Aveva pensato Adalberto:—E dov'è il maledetto figlio di Oldrado? Forse che abbia sdegnato di presentarsi all'invito? O che tema qualche agguato? O che invece lo tenda?—e guardava sul tavolaccio la spada, rassicurandosi:—Il filo ne è liscio e lucente, messeri, e pare da gioco? Verrà giorno in cui sarà dentato come una sega, e insanguinato come quello che mi scuoteva innanzi il padre, quando mi disse che le merlature delle rôcche vassalle irridono da beffarde!—e qui Adalberto procellosamente risognava un assedio, come voleva!… O Dio! nel castello di Ugo non c'era più madonna Guidinga!… E messere, soffogando gli antichi strazi dell'amore orrendo nella sua ambizione infrangibile, saettava d'uno sguardo i cavalieri lì soggetti, e—Questo me lo diede il vecchio, e questo, e questo… Oh lasciate fare anche a me!—e si tormentava:—E quell'Ugo?—Guarda, guarda: l'aveva veduto finalmente! Era là, volto all'altare, appoggiato, come stanco, la spalla destra alla parete, tutto in ombra: la quale posizione non permetteva che si svelassero i distintivi che aveva sui talloni e sul petto. Pure lo sguardo acuto, reso acutissimo dall'odio, fece sì che messer Adalberto potesse dal profilo risoluto di Ugo leggere, e tanto e così rabbiosamente, che egli si dicesse:—Tal e quale il padre suo, quando mi invitò all'instituzione!
Allorché adunque Guidello chiamò messer Ugo di Oldrado da Lanciasalda, il cavaliero, tenendosi allato lo scudiere, si fece avanti con un certo passo violento che e' pareva movesse incontro al suo cavallo sellato per la zuffa, s'arrestò davanti al seggio del signore, come se aspettasse clamore di sfida, poi si chinò, e, chinandosi, diede a divedere tutt'altra intenzione che quella per cui era stato chiamato, toccò con rustica noncuranza le corregge degli sproni, quasi ad assicurarsi ch'elle fossero affibbiate. Messer Adalberto intese troppo bene, e, seduto com'era, colla persona appoggiata tutta sul bracciuolo destro, si storse tutto sul sinistro; ebbe un movimento verso il tavolaccio su cui gravava la spada, e guardò lo scudiero. Questi si stette ritto dietro il proprio padrone, e per verità tanto alzava il cuscino che si sarebbe detto scambiava l'atto della offerta con quello consueto di porre l'elmo al cavaliero.
Messer Ugo gli disse:—Offrite, o Bonello.
Adalberto vide il garzonaccio in volto. Ah chi era? Lo sapeva ora! Il giovanetto s'era fatto un uomo. Ecco il paggio stesso che recava lo stesso cuscino nero, colla stessa aria ribalda, con cui gli aveva detto vent'anni prima:—Messer Oldrado è pronto a darvi l'omaggio!—Adalberto fissò il garzonaccio. Costui, come se fosse ufficio suo l'operare sempre con tristizia, buttò giù dal cuscino il drappo, e sporse l'offerta. Intanto Ugo diceva:—Messere, instituzione collo sparviero.
Adalberto, prima di ricevere, guardò. Sul cuscino giaceva uno sparviero stecchito.
—Messere!—ripetè Ugo.
Il signore allungò la mano, ma la trattenne dal percuotere sul capo di Ugo, o dal venire dal sotto in su a gettare il cuscino ed ammaccare la faccia dello scudiero: contrasse i pugni ed urlò—Messere, pei falconieri disattenti ci sono le verghe dei servi!
—Oh conte, no!—rise allora Ugo colla sicurezza la più aizzante:—Non ti apponi bene. Lo sparviero era montano: si trovò di becco forte e volle divorarsi un cerbiatto: un ossicino se gli pose attraverso la gola, e tanto gli fece male che dovette morirne. Ti ho reso l'omaggio mio!—e si levò animoso.
Quando l'araldo chiamò messer Ildebrandino, messer Aginaldo, messer Baldo, nè Ildebrandino, nè Aginaldo, nè Baldo, si mossero: si strinsero accanto ad Ugo: e davvero fu ventura che essi dovevano presentare solo un guanto da astori, una coppa d'oro e gli sproni, perchè se si fosse trattato di spada, lancia e vessillo, attesto che quelle avrebbero lavorato come il loro uso comporta, e questa avrebbe potuto servire di ultima coltre per messere l'infeudante. Pure qualcosa di gagliardo, si vide: il guanto cadde sfidatore sulle gambe di Adalberto: questi si drizzò come una biscia, l'araldo suonò dalla porta nel cortile. Allora i cavalieri non badarono all'altare, e si urtarono verso quello per toglierne le due armi già presentate all'omaggio: gli scudieri si rimescolarono urlando. Si sarebbe potuto fare, ma non si fece, perchè autorevolmente messer Ugo gridò:—Il segno è dato da noi: ma l'araldo avvertì di chiuder il portone e di chiamare le azze mercenarie!—E Gisalberto e Ildebrandino affermarono:—Qui ne vieta di colpire l'onore della cavalleria!—e uscirono tutti, frettolosi e tumultuanti, cercando scampo…
E, colle due armi e col pugnale d'Ugo, l'ebbero.
CAPITOLO III.
Oldrado di Lanciasalda è conte sconosciuto nelle istorie. Solo qualche poeta solitario, il quale si abbia posto tra mano il bordone e in testa il cappellaccio da pellegrino, e su per la valle di Po siasi arrampicato ad un mestissimo santuario dell'alpi, può aver letto quell'unico nome Oldradus, su un avello di granito: solo i bimbi del sagrestano, innanzi a quella chiesetta, s'inginocchiano vicino al luogo della requie… fra le poche ruine di un castello! Il poeta nell'impeto della fantasìa avrà interrogato quello squallore, avrà evocato la vita, e la polvere giacente inerte si sarà levata a potentissimo corpo, e l'anima sarà scesa in quello, come vento d'uragano!… Oh recate l'armatura, portate la lancia! Venite, vassalli, e inchinatevi all'omaggio, siate corteo alle mense giulive, fate ala per le uscite fragorosissime alla caccia! Arrendetevi, o nemici: le vostre bandiere serviranno di gualdrappe ai ronzini, i vostri nomi suoneranno infimi tra quelli de' servi… Che?… Porgete il salterio e cantatemi, o paggi, l'amore del cavaliero!… Era bella? Era fastosa? Era tripudiante nella vita delle castella?… Silenzio… I puttini del sacrestano s'inginocchiano davanti quell'avello. Perchè ancora il mesto e pietoso pensiero?… O bimbi, perchè il suolo è erboso lì davanti, perchè l'attenzione al vostro giuochetto infantile vuole che stiate sui ginocchi a spiare se la pietruzza, che uno di voi getta in alto, cade nelle manine o cade sul terreno… Forse a te, fanciulla, a te, maschietto, a voi che apprendeste l'alfabeto sul grembo della mamma, forse in quei giorni d'autunno in cui la scuola del paese è chiusa, e voi tutto il dì su vi state all'ozio, forse capitò sott'occhio quell'Oldradus, e voi raccoglieste a stizza ed a cattivo augurio, perchè vi rammentò una lettera dimenticata del libricciuolo, e un inverno che verrà, e una bacchetta minacciante, sempre a stizza ed a cattivo augurio!…
Oldrado fu cavaliero a sperone d'oro. Io non so quando nascesse, nè come crescesse. Me lo presento al suo castello, appoggiato ad una colonna nella stalla dei cavalli, rivolto ad Ugo, il quale fa porre la sella d'arme al suo puledro membruto.
—Tu sai quanto abbisogna ad un conte.
—Messere sì. Conoscere la propria lancia, conoscere il cavallo, non conoscere una cosa sola, la paura.
—Ad un cavaliero per farsi con onore porre la propria spada accanto, quando venga calato nella buca dei maggiori?
—Avere molti nemici, come diceste voi.
—Basta?
—Averli vinti, come voglio fare io.
—Ricordati che sei di messere Oldrado!—e il padre si strinse con amore guerriero il giovane, ed io affermo che vi ponesse la istessa forza e la istessa intenzione, che usava, serrandosi al suo cavallo, per inseguire un nemico.
Ugo moveva ad un armeggiamento ad armi cortesi, per il che il padre lo domandò con scienza sperimentata:—Sai come si chiama il rischio a cui tu corri?
—Giuoco.
—Si chiama giuoco, perchè, per quanto tu faccia, non potrai mai forare da banda a banda il tuo avversario. Conosci la tua lancia?
—O messer sì. L'asta è fatta col legno folto sulle nostre rupi, e il ferro si chiama da passafuora: quella è tre volte di lunghezza la persona, per attestare che tre virtù sono necessarie a chi la maneggia, fortezza nel pensare, fortezza nel fare, perseveranza sempre: quello è assicurato da quattro chiovi, per dichiarare che quattro sono i nemici da vincere, quelli dell'onore, quelli del nome, quelli del potere, quelli della religione.
—Conosci il tuo cavallo?
—Meglio che se fosse mio fratello: è baio sanguigno, balzano della staffa, sulla testa segnato di cometa.
—Conosci la paura?
—Voi pure non me la dipingeste, conte, ed io dico che ho troppo bene appreso alla scuola vostra.
Ugo, afferrata la criniera dell'animale, stava per saltare in arcioni, se non che Oldrado:—Sei pure impaziente! Non vedi che tu, uscendo a cavallo di qui, ti romperesti la fronte nell'arco della porta? Chi t'ha insegnato a metterti in sella come un indiavolato?
Il giovane superbissimo di questo rimproccio che tornava a tanta sua esaltazione, ripose il piede in terra, si fece portare la sua maglia e il piastrone del petto, indossò l'una, si affibbiò l'altro, cinse la spada che era appiccata alla colonna, e, come si provò saldo, disse:—Avete ragione, padre, messer Adalberto non ci viene incontro di certo.
E il padre:—Conviene esser leali: neppure fuggo.
L'armeggiamento fu vinto con assai gloria da Ugo, e, quando questi, alla sera, stava nello stanzone dell'arme, Oldrado, ruvidamente passandogli la mano tra i capegli per disbrogliargli certe ciocche grommate di sangue, Oldrado gli parlava:—Ti ho avvertito: figliuolo, andavi a giuoco: pure se da quello che tu hai operato devo presagire di te e del mio casato, fatti cuore e pensa che il giuoco fu buono. Dimmi: chi ti diede questa?—e il padre gli toccava la scalfittura del capo.
—Oberto, nipote d'Ildebrandino!
—Oberto, mi dicono lavori assai bene di spada.
—Ed io di lancia! Lo pagai a mille doppi, facendolo staffeggiare al primo incontro, ruinandolo giù dalla sella al secondo, schiodandogli il piastrone al terzo.
—In oggi sei degno di tuo padre! Ed oggi è deciso che io ti parli assai gravemente, e tu mi ascolti con quella reverenza che si conviene a chi si accinge a prestare un giuramento. Ti ripeto: figliuolo, andavi a giuoco, ma fatti cuore, e pensa che fra poco devi cambiare gli speroni d'argento in altri d'oro, e saranno quelli del padre.
Ugo, che per sentirsi dire tali parole avrebbe voluto ritornare dalla lizza anche col petto squarciato o la testa fessa, si toccò la scalfittura, con atto così rozzo e spietato, che il padre gli domandò:—Ugo, che fai?
—Voi mi concedete troppo onore: io ho sofferto poco e non lo merito!
—Oh pensa! pensa, figliuolo mio: non darti cura se l'operato ti pare così inferiore al guiderdone: questo, sta sicuro, ti offrirà da fare più che tu non creda e più che non comporti il tuo debito. Io condanno il tuo capo ad ogni sorta d'affanno, e tu, pronunciando il giuramento, avvelenerai le tue labbra con tutta l'amarezza della maledizione e ti dilanierai il cuore con lo strazio della vendetta!—lamentò Oldrado.
—Accetto il tormento del corpo e dell'anima, se voi mi credete capace di fortissimi fatti!—esultò Ugo.
—Figliuolo, sì, ti saranno cinti… Ma ricordati: non è solo la mano scabra del padre che ti porgerà gli sproni: un'altra manina, lenta, dilicata, bellissima… La destra di tua madre!—e Oldrado rise con tetra ironìa.
—Requie a lei!… Come? Voi non me ne parlaste mai?
Oggi…?—maravigliò Ugo.
—Perchè sia requie ai morti, vuolsi guerra tra i vivi!
—Padre mio, ditemi! Ed io vi affermo, per la promessa che mi avete fatta, che questa sera medesima mostrerò ai vostri nemici ch' io so reggere l'armi di messer Oldrado!
—Io ti dirò!
Il figliuolo con piglio militare tolse da un trofeo la spada del padre, se la pose innanzi, appoggiò le mani sopramesse al pomo, e levò la persona così gagliardamente, che e' parve già cavaliero. Messere Oldrado se gli allontanò d'alcuni passi, fece scricchiolare il dossale di un seggiolone, poi si alzò e tremendo nella posa, e colla tempesta nella voce, incominciò:—Figliuolo, quanti anni hai?
—Voi sapete: venti.
—No, io non so, perchè i tuoi li misurai dall'angoscia, e questa degli anni fa secoli! Dici venti, e sarà bene: da venti anni è morta tua madre, madonna Guidinga! Ascolti?
—Ascolto.
—E fremi! Qual ricordo hai tu della tua infanzia?
—Rammento una sala deserta, oscura, vastissima e in quella una donna.
—Non era tua madre!—interruppe irosamente Oldrado.
—Sulle sue ginocchia, mi pare… Ma se stavo su quel grembo, ricordo che ci stavo piangendo, e se piangevo, lì vicino… schiacciante e formidabile, al solo mio agitarmi, una mano guantata di ferro, mi sembra mi sorreggesse, dondolandomi, e con aspra cantilena una bocca m'invocasse il sonno.
—Tuo padre non sapeva più che fosse carità!
—Rammento i portici paurosi, una cappella sempre parata a lutto, e, sotto gli archi, fra i neri drappi, io so di certe strisce candidissime, fumose, che mi apparivano innanzi gli occhi… le dita come di una larva…
—La madonna perduta!—gemette Oldrado, e si fece segno di croce.
—Padre mio, sì, nell'aria c'era qualcosa che mi ammaliava… Io non so… Ero fanciullo, e sempre, sempre solo! Amavo il silenzio, la notte, la vasta oscurità: tacevo, mi rannicchiavo, affranto sotto il peso di un mistero, ficcavo gli occhi nella tenebra… Qualcuno era con me!… Chiamavo, spiavo, salutavo!… Perchè fuggi? Ma chi fuggiva? Fuggiva per ritornare: ritornava per fuggire… Chi era?
—Ascolta, figliuolo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
—Come l'amai! Oh madonna Guidinga! Ella fu dell'invitto Eude, il quale, conducendola sposa a questo castello, con lieto seguito di baroni, annunziò il suo gaudio nel proclamare che la diletta usciva dal portone degli avi per entrare grande signora in quello di un cavaliere di Lanciasalda. Eude dall'anima altera e fatta audace colle lotte sostenute per conservare la sua indipendenza dalla rapacità dei castellani più forti. Guidinga pose il piede in queste sale, e sorrise! Ma oh la gioia si andò, come suono di salterio nella bufera!… Sorrise! Mi parve bella, immacolata, come le nevi delle nostre cime, promettitrice di pace, come un'alba rosata: colle manine che dovevano spargere fiori! Aveva diciassett'anni o poco meno. Chi era Oldrado? Ella nol conosceva.
Messer Eude le aveva detto:—Lo sposerai—ed ella aveva risposto:—Sì,—mestissima, come all'ancella, che sedevale da' piedi, toccando l'arpa nei crepuscoli, e che le rimproverava:—Madonna, non cantate più le laudi?—come all'ancella rispondeva:—No, cara.—Inconscia di tutto, melanconica o gaia, cupida di fantasìe ultraterrene, Guidinga conosceva non l'amore, ma l'irrequietudine, e questa la sospingeva, la sospingeva nei voli del desiderio… Dove aleggiava, sorradendo giardini dalla eterna primavera, la sua mente desiosa?
—Chi è il mio sposo?—domandava la gentile al padre, varcando il mio ponte.
—Figliuola: i cavalieri della stirpe di Oldrado e le fanciulle della mia usarono sempre di darsi la mano, quelli togliendo la destra dall'elsa della spada adoperata nel combattimento, queste offrendo la ciarpa d'onore al vittorioso. Così si conoscono la prima volta.
—Perchè si ritarda adunque dall'armi? Chi sarà il mio sposo?
—È Oldrado.—Così diceva messer Eude. Lo sposo doveva essere vincitore: se vinto, supplicava l'avversario di misericordia, e misericordia somma era l'essere ucciso con un solo colpo. Allora la sposa dallo steccato funesto passava diritta al monistero, ove dichiarava all'abbadessa:—Dio Sapiente ben provvide: piuttostochè essere donna di marito fiacco e madre di figli che un dì possano seguire l'esempio del padre col vitupero di mia schiatta, piuttosto consento ad essere sposa del Signore e madre dei poverelli. Ciò a salvazione dell'anima e a soddisfacimento dell'onore. Voglio prendere il velo.
Guidinga sorrise ai giovinetti cantori che la salutavano regina della beltà, fiore della gentilezza virginea, speranza del signore e dei vassalli! Sorrise e fece doni, e si ammantò di bianco, e, a mano del padre, attraversando le corti del castello, affollate e rumorose, uscì alla spianata, entrò nello steccato, e s'assise al posto eminente.
—Chi è lo sposo?—ridomandò la giovinetta ad Eude.
—Ti dissi.
—Fate cominciare l'armeggiamento.
Figliuolo, in quell'istante io non potei togliere gli sguardi dalla sua bellezza delicatissima. Ero tutto serrato nell'armi, e mi sentivo soffogare dall'ardore di mostrarmi degno di lei, dalla brama perigliosa di cimentarmi con qualunque avversario, dalla preghiera sfidatrice che io lanciavo al cielo:—Mandami il piu formidabile cavaliere! Io ti giuro che ella, non ravvisandomi dall'armi, mi ravviserà dall'imprese superbissime. Ella deve esser mia! Moglie di gagliardo guerriero, madre di figli i cui vagiti si mescoleranno agli squilli vittoriosi delle trombe paterne!… Vengano, vengano i forti!
Vennero: arnesati, io non li riconobbi: però il mio scudiero Unfrido mi disse:—Là è Baldo, questo è Aginaldo, quell'altro il Montanaro. Messere, per amore del nostro santo protettore, state saldissimo contro Baldo! Messere, l'altro è debole sulle staffe. Il Montanaro vien sotto, come un toro inferocito, ma nella furia… Ed io:—Lo so.—E pensavo, guardando la bellissima:—O Guidinga, tu attendi! Qui vi sono i cavalieri, nessuno ha distintivo nell'armi, e tu non conosci! Oh il tuo cuore ti dice: "Vedi! eccolo!" Non lo sai?… Vittoria! vittoria! Fra brev'ora lo saprai! Alzerà l'elmo! Lui! eccolo! eccolo il trionfante Oldrado!
L'araldo del primo campione gridò:—A cavallo!
Lo scudiero mi susurrò:—Messere, ascoltate un fedele: fate il giro dello steccato e fermatevi di là: così non avrete il sole negli occhi.
Corsi lo steccato: trovai il cavallo, mi serrai su quello. Ad un tratto mi soccorse un pensiero:—Mi riconoscerà dall'animale bianco!-ma dai pertugi dell'elmo vidi che Unfrido, il quale ancora mi era accanto, faceva un certo viso da traditore che mi sapeva maladettamente, vidi che io non avevo sotto il mio bianco, sibbene un morello!
Con l'aiuto d'Iddio, abbattei il primo avversario e il secondo, e lo steccato così suonò d'applausi.
Dopo udii che si diceva, non so da chi:—Ma come? Messer Oldrado non si muove?—È sempre là ritto accanto al suo cavallo bianco.—Era lui che doveva fare tante prodezze!—Come sapete che è Oldrado? Non si deve conoscere alcuno nell'armi.—Sì, non conosce chi non vuole. Chi dei castellani a venti miglia tutt'ingiro ha un bianco come quello? E poi rispondetemi se quell'armato là non è Oldrado, se dal cavallo si fa ragione del cavaliero.—Ma vedrete!
Io mi tormentavo:—Oh perché mi fu cambiato l'animale? Che giuoco c'è sotto? Ed io non dovevo accorgermi?… Ma Unfrido mi avrebbe dato l'usbergo che si smagliasse o una lancia fessa, o addirittura una coltellata alle reni, quando mi vestiva il saio di pelle! Ma il cavallo me l'avrebbe mutato con uno tristo! E invece questo pare nato per le mie ginocchia! e l'armi saldissime! Chi ha pagato Unfrido? E dov'è? Là proprio vicino al mio bianco e tiene la staffa al cavaliero. Chi è quel cavaliero? Per Dio! quell'animale è tutto fuoco, e crede di reggere il padrone! Chi è quel cavaliero?
Facendo il giro dello steccato, passai sotto al seggio di madonna, e sa il cielo che cosa fantasticai: parvemi che una manina tremante mi levasse l'elmo, sorretto da' miei polsi febbrili, e due labbra mi baciassero sussultanti, acclamandomi già vittorioso: mi rizzai sugli arcioni con grande orgoglio e fui lì lì per gridare:—O vergine, voglio per te farmi degno di alto onore!—Dimenticai Unfrido e il bianco mio… No, che non li dimenticai: me li sentii tosto fitti in cuore ad atroce martirio e per opera tanto villana, che, ti dico, poco stetti ch'io non balzassi giù ad adoperare sulle schiene la mia spada, come si usa coi traditori. Senti: proprio sotto a quel palco due garzoncelli parlavano assai clamorosamente, e volti colla facce all'insù, perchè madonna ascoltasse.
Diceva uno:—Chi è lo sposo?
E l'altro:—Non lo sapete?
—Costui che passa, a lancia alzata?
—Oh sì! costui sa fare tanto d'andare ruzzoloni nella polvere, come un mastino trattato a calci.
—Come? se vinse i due?
—In grazia di sortilegio.
—Dite vero?
—Vedrete la terza impresa se vorrà essere così scempia: la terza si corre tra messere dal cavallo morello e quello là dal bianco.—
—Chi è quello?
—Evviva lo sposo!
Mi sentii le briglie tra mano e la lancia alla staffa, perchè suonò la tromba. L'ignoto avversario mi venne incontro: alle punte opponemmo lo scudo, ma nessuno colpì, per il che, scagliate le aste, diemmo mano alle spade. Era combattimento di due valentissimi… Quando si levava dalla moltitudine il grido di:—Viva lo sposo!—io l'ascoltavo con tale tumulto di gioia e di spavento di non meritarmelo, che tempestavo di braccia, come un fabbro sull'incude, e l'altro addoppiava la furia verso di me. Maledizione! una volta intesi:—Viva lo sposo!—e fu contrapposto, parmi, da due vociacce sotto il palco di madonna:—Viva il cavallo bianco!—Che fossimo in due a meritarci quel grido? Io non sapevo quale, ma certo si celava insidia! Per il che badavo nel tirare le botte ad accompagnarle col nome di qualche santo. Figliuolo, potei finire una litanìa e ancora incominciarla e ancora finirla: pure nessuno di noi consentiva a cedere, e il giuoco cortese s'avviava ad essere duello a tutto transito, con grandissima festa degli spettatori.
A un tratto l'araldo squillò, come si usa quando si ingiunge di cessare dall'armi. Nessuno di noi obbedì, tanto eravamo odiosi, e, menando quegli ultimi colpi, procuravamo con potente ira che fossero i mortali. Di nuovo la tromba suonò grave, e allora io, tra il dare un fendente, lui tra il pararlo, ascoltammo queste parole:—Cavalieri, per la cortesìa della dama.—E noi lasciammo andare le braccia penzoloni: in quel momento di posa alla tempesta del corpo in me successe quella dell'anima: il perchè io ruggivo domandandomi:—E chi è questo dannato?—In lui, credo, succedesse altrettanto, perchè ascoltai una bestemmia atrocissima verso Dio! Stemmo l'uno contro l'altro, e, se non era l'araldo a porre il suo bastoncino tra noi, io dico ci avremmo scambievolmente fatto contro qualunque tradimento. Eravamo di posizione vicino al palancato di legno e vicinissimo al palco di madonna. Si alzavano d'ogni intorno le grida: chi parteggiava per il morello, chi per il bianco, chi per lo sposo, chi per l'avversario, chi pel sinistro e chi pel dritto. Messer Eude non poteva restare indifferente a tanta lotta di favori, egli già maestro di cento feste d'armi e già vecchissimo guerriero in cento battaglie, si levò… Non so che facesse, tra baroni, perchè io aveva impedita la veduta dalle gocce di sudore, so che udii anche la sua voce:—Lo sposo principiò colla offesa e finì colla offesa…—Madonna del cielo! Se io avessi potuto vedere come si stava Guidinga! Sì, che vidi ad un tratto, vidi che sventolava una ciarpa!
Pesti, ansanti, a fatica retti dai cavalli, prendemmo postura riverente dinnanzi ai gradini della dama, ed ascoltammo l'araldo: questi proclamò, un giudice, messer Eude.
Tra il silenzio Eude parlò:—Da valenti cavalieri. Il giuoco fu aperto con gagliardìa, sostenuto con scienza, finito… No, messeri, finito non può dirsi: pure io, re d'armi, dichiaro che sia finito, e ognuno di voi faccia promessa di attenersi al mio detto. L'accanimento mi piacque! Per il che io dichiaro qui che nessuno dei due combattenti procedette per virtù occulta: ambidue invitati a comparire innanzi al seggio della regina. A me è data facoltà di instituire i premi: lo sposo avrà la ciarpa, il valoroso compagno un bacio di madonna. Così si potrà dire che l'uno e l'altro avranno bene meritato.
Noi due avversari, scavalcati, ci demmo la mano, poi a paro venimmo sotto al palco di Guidinga.
Ella mosse incontro al mio compagno: egli si levò l'elmo… Era messere Adalberto!… Guidinga sorrise!
Eude mostrò grandissima sorpresa, e domandò:—Ma chi aveva cavallo, bianco?
-Lo sposo mio!—affermò vivacemente la donzella, e di nuovo sorrise ad
Adalberto, come ad un arcangelo.
Eude mi tolse l'elmo…—Messere Oldrado!—esclamò, e volto a Guidinga tristamente:—A lui il bacio: ad Oldrado la ciarpa—Ed io non so come si tenesse in piedi:
—Chi aveva cavallo bianco?—domandò la fanciulla dolorosissima.
Adalberto ricevette il bacio… Era bellissimo il giovane: era bellissima la giovinetta! Io, sposo, non potevo che piangere!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qui il cavaliero narratore interruppe il racconto, tormentandosi gli occhi perché non dessero lagrime; e la luna che entrava dal finestrone fu riflessa da un guizzo; terribile, la spada di Oldrado negli artigli di Ugo.
—Figliuolo, che fai?
—Vorrei fare quello che non faceste voi!—rampognò trucemente la voce del figlio.
—Giudicherai se queste erano parole da dirsi ad un padre!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Adalberto aveva veduto una sola volta Guidinga, ad una caccia, nei lontani monti di lei, quand'ella era a fianco di Eude: ma una sola volta bastò per aizzare nell'anima maledetta una passione così rovente e rodente di desideri, che il cavaliero ghignò di volerla un giorno nelle sue braccia!
Inconscia di tutto, melanconica e gaia, inesplicabile e cupida sempre di fantasie ultraterrene, Guidinga conosceva non l'amore, ma la tremenda irrequietudine de' suoi sedici anni e delle sue sventure, e questa la sospingeva nei voli del desiderio… Ella aveva veduto Adalberto! Dal di della caccia fino a quello dell'armeggiamento era scorso un anno senza più che l'uno si abbattesse nell'altra: nulla ella sapeva di lui, neppure il nome: nè mai il padre parlò. Sapeva che per lui, più notti, il cuore le si era scosso nei tumulti febbrili! Poi si sentì spossata! Nei sogni l'immagine di Adalberto veniva, ma coi mesi e coi mesi sempre più sfumata… Ed era vestito di bianco e per lei sorrideva e piangeva (Adalberto!): ma non aveva profilo; le linee si perdevano nell'espressione; era una gioia, un dolore carissimo. E Guidinga sempre più diveniva ansiosa di fantasìe, e spandeva l'anima sua nella immensità dei cieli, ponendo negli azzurri l'ideale della vita poeticissima, e là sfavillava di tutte le luci il suo desiderio, e là la gioia e il dolore avevano tanta voluttà di dolcezza, quanto mistero l'infinito!… Svegliata dal suo delirio abituale, nella vita di quaggiù più non trovava cose degne di lei, provava la noia del cammino dopo lo slancio placidissimo del volo! Svegliata, più non chiamava lo sposo! Quando il padre Eude le disse:—Sposerai Oldrado-ella rispose:—Sì—perché certo pensava:—È lui!…
—Ma se è lui… perché sciupare colla realtà l'ideale affascinantissimo che io ho nell'orizzonte tutto mio? E se non è lui… perché vivere, se questa è vita d'anni e quella sognata è eterna e sempre inebbriata d'amore?—e disse all'ancella che più non amava le armonie: la musica è divina e dell'anime blandite dalle lusinghe dell'ignoto…
Richiamata alle scosse della esistenza giornaliera, la sua indole fece sì ch'ella dinnanzi agli occhi portasse sempre un lembo di nebbia iridescente, la nebbia dai vortici pieni di sogni, la quale, posandosi sugli oggetti veduti o intraveduti, li rendeva circonfusi di luci mitissime, li tuffava come nel crepuscolo dileguante di una visione. Così l'ideale si sfumava col reale: e il volto del padre cavaliere divenne buono e tutto per lei, la imagine della madre sepolta si presentava alla culla, o quella dello sposo veniva, veniva, come nei primi giorni… Che? il viso di messere Adalberto. Guidinga domandava:—Dov'è lo sposo?—e poi sorrise.—Sarà per me: o lui, o il monistero! E se nell'armeggiamento egli restasse vinto?—E tacque, fidentissima, con Eude.
—Messer Adalberto sapeva di struggersi, non sapeva d'essere amato. Per furore di gelosia giurò (perchè non voleva scoprirsi a lei se non con atto tale che facesse parlare tutti i cavalieri) giurò di uccidere me Oldrado e di vituperarmi, insomma in modo che ella fosse non mia, come l'ebbi richiesta! E che non fosse nemmanco del monistero lascia fare a lui! Era prontissimo ad ogni sacrilegio. Così si presentò al giuoco, comperò il mio scudiere, per far credere lo sposo dal cavallo bianco autore di tante prodezze, mentre poi alla fìne Oldrado doveva esser trovato morto, e lui colmo di tutto l'onore! E Guidinga… Oh! fu aiutato dalla fortuna più che non credesse: la decisione del re d'armi lo ammise al bacio della dama! Si levò l'elmo..; O Signore! Guidinga guardò il suo volto e il mio!… Guidinga bestemmiò a me condannato il corpo di lei, ad Adalberto benedettamente dedicava tutta l'anima!.. Ci sposammo, ma, se a vece della ciarpa a toccare il petto dalla parte del cuore, a vece della corona di fiori d'arancio sul capo, ella avesse dato a me tante stoccate, io a lei una corona di spini, noi avremmo offerto a Dio la espiazione delle nostre peccata! Guidinga da angiolo divenne, dimonio!
Dopo nove mesi ella portava sozzamente nelle viscere il beffardo frutto dell'odiatissimo nostro connubio, e giurava e spergiurava che perdere madre e figliuolo sarebbe stato opera meritoria. Io la facevo di continuo guardare. Un giorno ella era presa da strazianti dolori; io origliavo all'uscio attendendo… A un tratto di fuori al castello odo un suono di trombe, poi un paggio mi strappa la veste, gridando:—Messere! messere! i nemici!
—Chi è?
—Adalberto!
O Signore! nel castello so che eravamo male apparecchiati, scarsi d'uomini e scarsissimi di vettovaglie. Che fare? Oh che tormento fu quello! Resistere? Il sommo pericolo! Arrenderci? Il vitupero di mia schiatta!… Guidinga udì quel nome, e nel delirio proruppe:—Adalberto! tu vieni a togliermi da questo inferno!—Invocava il nimico, ed io aspettavo da lei uscisse o un bambino un dì destinato ad ascoltare il testamento del padre, o una bambina che avesse a dare ai figli col latte il veleno dell'odio! Ringhiavano le trombe al di fuori. Io mi precipitai dalle scale, ed ecco occorrermi il mio fedele Aimone.
—Messere, siamo perduti!
—Per Dio! ditemi! fate qualcosa!
E quegli dubitava:—Ricorrere alle armi…
—Ricorriamo al tradimento! E che fece egli con me? Per Dio!—e mi accordai con lui, e conclusi:—Dammi un pugnale avvelenato, e tu a tempo sbatti la porticina nel corritoio.
—Messere sì!
—Dammi un pugnale avvelenato: e lascia a me la cura di sgozzare
Adalberto!
In cima allo scalone ascoltai un grido così feroce che mi rivolsi e temetti di avere alle terga il nominato: guardai e vidi madonna che, nuda, oscenissima e sanguinante, si rotolava giù di gradino in gradino… Accorsi, più che per odio a lei, per amore furioso della creatura che si teneva in seno!… forse già schiacciata per le violenti percosse! Accorsi e la avvinghiai, ed ella con affanno straziantissimo, supplicandomi ed imprecandomi:—Messere, salvate Adalberto! Non fate tradimento! Non fate, per pietà dei sette dolori santissimi!
Ed io:—Datemi la mia creatura!
—Sì!
—Datemela!
—Salvatelo! Che vi ha fatto! V'ha fatto troppo! Ma era destino così!
Perdo le viscere!
—Datemi la mia creatura!
—Si, vi giuro! Giurate voi di non fare tradimento!
—Lasciatemi!
—Ho giurato! E voi siete così sleale! Voi siete cavaliero? Ah so! non giurate perchè siete dannato nell'altra vita! Non credete in Dio!
—Madonna! vi giuro!
—Vieni, o mio Adalberto! Egli non ti uccide!—rincominciò ella nel delirio, ed io balzai dalla scala!… No! ritornai, e la trasportai nel suo letto, nel nostro talamo! E stetti al suo fianco, attendendo l'istante… Oh quelle tre ore!… Nacque il bambino:—sei tu! Entrò Adalberto nel castello, io gli prestai l'omaggio nella chiesetta. Quando gli dissi ch'ero disarmato e mi dichiaravo vassallo suo, gittai il pugnale, perchè avevo giurato a lei! Poi feci aprire la porticina del corritoio e tutte l'altre delle camere, indovinando il tristo pensiero di Adalberto. Quando il signore, correndo per il castello, venne al letto di Guidinga, trovò una morta, senza lume accanto, senza frate, senza croce fra le mani!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Così rompeva messer Oldrado il suo racconto. E fremeva:—Però nessuna occasione fu da me trascurata! Chiamo in testimonio il bianco spettro di tua madre! Ho ribellato Lamberto, mancai all'omaggio, comparvi al convito colla spada, feci percuotere l'araldo! Combattei! Ma non ebbi mai completa ventura, per maledetta condanna! Figliuolo, sei cavaliero: eccoti gli speroni: figliuolo, sei erede di tutto. Ecco il mio testamento!
CAPITOLO IV.
Pochi giorni dopo Oldrado, trascinatosi nello stanzone del castello, cogli occhi smarriti cercava i suoi sproni, e, solissimo, là moriva percuotendo le sue armi. Un tristissimo malore, toltagli la ragione, l'aveva tutto disfigurato. Ugo lo volle vedere nel cofano aperto: e comandò lo si lasciasse giacere due notti ai piedi di quel tremendo scalone…. Dicono le cronache che vi venisse la _madonna perduta _e ripetesse la condanna:—Voi non credete in Dio!
Oldrado fu sepolto. Ugo si fece cupo, angosciosissimo, apparve come la fiera che tende l'insidia: temette le squille pei poveri trapassati, e, rammentando certi portici deserti, una cappella sempre parata a lutto, fingendosi alla fantasìa un dì in cui si sentissero suonare tutte le trombe del castello, correva al camerotto dell'armi, quasi attendesse ancora il padre, si travolgeva sul letto nel quale sapeva lui essere nato, essere morta la madre, interrogando:—È questa la vita a cui mi dannaste? Che delitto ho commesso prima del mio nascimento? Perchè nacqui colla maledizione?—e lagrimava nell'angoscia:—Ho venti anni! E in venti anni tre volte ho sorriso: quando la prima volta su un'altissima cima vidi all'orizzonte sorgere il sole, e vidi che avvolgeva anche me ne' suoi raggi: quando suonò la tromba che mi chiamava all'armi: quando…. Non è riso, è sogghigno! Ebbene sogghigno oggi in cui mi trovo tanto deserto!… Dicono che ci sia il mare. Com'è il mare? Dovrebb'essere come l'anima… Com'è l'anima?—Non aveva mai parlato nè con una donna, nè con un frate, nè con un amico: e si sentiva rozzo, villano, cattivo, crudele, fortissimo, libero…. Con economìa di parole si esprimeva:—Mi sento tormentato! Voglio odiare! E voglio amare!
Il testamento di Oldrado era confìtto nella memoria e nella volontà di Ugo.—Vendicati! Sì, e poteva sorridere o sogghignare per la quarta volta: Adalberto stava sempre chiuso nel suo castello d'Auriate, forte d'uomini, e scaltrito dall'astrologo. Venisse il giorno in cui Ugo, battendo l'avello del padre colle calcagna spronate, potesse dirsi:—Mi ascoltate? Io non ho tempo d'ascoltar voi, se anche mi narraste le istorie del di là!
Venne il giorno, sì: quello in cui l'araldo bandì doversi prestare l'omaggio al signore. Ugo stava ai piedi della chiesa nella sua curte: c'erano pure messer Ildebrandino, Baldo, Aginaldo, e tra gli scudieri Aimone. I cavalieri ascoltarono, diedero mano alle borsucce, poi se ne andarono: Ugo, tenendosi vicino Aimone; gli altri dietro, legati da nessun aperto discorso, pure tacitamente affratellati da un odio solo.
Ugo disse allo scudiere:—Il meno che si sarebbe potuto fare?
—Messere,—rispose questi—dargli a masticare la pergamena.
—Ah! parli dell'araldo?
—In quanto a messere…!
—Ci abbiamo pensato!—attestò Ugo: poi—Aimone, hai conosciuto
Unfrido? Sai com'è morto?
—Vostro padre lo fece trascinare dall'istesso puledro morello. Ma perchè dite così?