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ALESSANDRO MANZONI
STUDIO BIOGRAFICO DI ANGELO DE GUBERNATIS.
Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878
NOTEVOLMENTE AMPLIATE.
FIRENZE.
1879.
INDICE DEL VOLUME.
A FEDERICO MAX MULLER
Proemio del Libro
I. Prologo
II. La nobiltà del Manzoni
III. Il Manzoni a scuola
IV. Primi versi
V. Il Manzoni ed il Parini
VI. Il Trionfo della Libertà
VII. Il Manzoni Poeta satirico
VIII. Il Manzoni e Vincenzo Monti
IX. I primi amici
X. Carme autobiografico
XI. Il Manzoni a Parigi
XII. L'Urania.—L'Idillio manzoniano
XIII. La Conversione
XIV. Il Manzoni a Brusuglio.—Gl'Inni Sacri e la Morale cattolica
XV. Il Manzoni Poeta drammatico
XVI. Il Manzoni unitario
XVII. Intermezzo lirico: Le strofe del Marzo 1821—Il Cinque Maggio
XVIII. I Promossi Sposi
XIX. Il Manzoni e la critica
A FEDERICO MAX MÜLLER
Professore nella Università di Oxford e Curatore della Taylorian
Institution
Illustre Amico,
_Nessuno meglio di Voi potrebbe dire in qual modo sia nato inaspettatamente questo mio nuovo tenue volume. Chè, se mia fu la scelta del tèma, Vostro fu il merito, posto che il libro non accresca i miei torti verso le lettere, se mi venne fornita l'occasione di scriverlo. E quale occasione! La più solenne che amor proprio di autore potesse ambire. Nè contento di avermi coi vostri insigni colleghi, i Curatori di codesta illustre Tayloriana Istituzione intesa a promuovere fra gli Inglesi lo studio delle lingue e delle letterature moderne, messo in condizione di ragionare per tre volte, innanzi ad un pubblico veramente eletto, intorno al sommo fra i nostri scrittori contemporanei, la vostra bontà e cortesia volle non pure che, tra le agiatezze della vostra casa ospitale, io dimenticassi in Inghilterra la mia condizione di straniero, ma ancora che, nelle vostre domestiche contentezze, se pure visibilmente contristate da un amaro ricordo, io vedessi, in alcune parte, l'immagine di quelle vivissime che mi attendevano al mio ritorno in patria. A Voi, illustre concittadino ed ammiratore di quel Goethe che diede al Manzoni nostro il vero battesimo della gloria, a Voi avvezzo, dal cielo olimpico e luminoso in cui spaziate, a contemplar le cime più ardue di quell'açvattha infinito, ch'è l'albero della scienza, non increscerà, io spero, dopo avere, con la vostra costante benevolenza accresciuto coraggio al vostro amico lettore, se io sono in qualche modo riuscito a presentarvi del Manzoni un ritratto abbastanza fedele, ritrovacelo nuovamente innanzi come figura degna di Voi; questo ritratto, in ogni maniera, nel mio desiderio Vi appartiene, se non altro come ricordo di quegli obblighi di sentita gratitudine, per i quali sono lieto io medesimo di non esservi più interamente straniero. Con questi sentimenti, gradite, illustre amico, il libro che Vi invio con la fiducia, non vorrei dire solamente speranza, che ne durasse lungamente in Voi la memoria, se non per alcun merito particolare del biografo, almeno sicuramente per la nobiltà della vita intellettuale che impresi a descrivere, dalla quale, fin che le nuove generazioni deriveranno luce ed esempio, le lettere continueranno sempre a sostenere il loro desiderabile e necessario ufficio d'instauratrici amabili e generose di ogni civile sapienza._
Il vostro
ANGELO DE GUBERNATIS.
PROEMIO DEL LIBRO
Il Discorso che segue, col quale tentai di studiare la vita del primo fra i nostri moderni scrittori, fu letto in tre giorni consecutivi dello scorso maggio in una sala della Taylorian Institution di Oxford, innanzi ad eletto uditorio che mi è venuto intorno, fino all'ultimo, crescendo per numero e benevolenza. Dovendo ogni lettura restringersi al breve giro di un'ora, dovetti pure, per non abusare della pazienta de' miei cortesi uditori, sopprimere parecchie parti del Discorso che io avea preparato per la importante & splendida occasione, e che un'ora non avrebbe bastato a svolgere. Desidero ora dunque ricolmare nella stampa le inevitabili lacune di que' discorsi, lieto d'offrire, per intiero, ai dotti e gentili Curatori dell'Istituto Oxoniano e a' miei proprii concittadini il frutto di que' pochi studii da me fatti sopra lo scrittore italiano, che ho più ammirato nell'età nostra e dal nome del quale tolse pure il proprio il carissimo fanciullo nel quale io ho riposto le mie migliori speranze. Mi sia ora indulgente la critica, com'io sono sicuro che furono onesti tutti gl'intendimenti che mi hanno mosso a scrivere; e chi ha poi qualche cosa di meglio e di più da dire intorno al Manzoni lo dica, che non troverà, per un tèma così simpatico, alcun lettore più attento di me e più desideroso d'imparare. Io non sono, e lo dichiaro subito, idolatra d'alcun nome; ma è pure tanto in me il sentimento della grandezza dell'uomo che ha chiuso in Italia tutto un secolo di storia letteraria, che spero di non essere accusato per falsa modestia, s'io confesso ingenuamente che il tèma altissimo mi sgomenta, e ch'io lo riconosco, pur troppo, superiore ad ogni mia virtù. S'io dovessi qui solamente discorrere degli scritti di Alessandro Manzoni, mi farei animo a ragionarne, reso forte ed illuminato dal consenso ammirativo dell'universo che legge; ma quando un uomo s'inalza alla grandezza del Manzoni, quando, dopo avere contemplato questo mirabile gigante dell'arte nostra, è necessità persuadersi che la sua originalità è specialmente riposta nel suo modo particolare di sentire, e questo modo di sentire non si può bene comprendere e non si ha quindi il diritto di giudicarlo, se non fa germogliare insieme il proponimento virtuoso di conformare la propria vita a que' sentimenti medesimi, io mi domando con piena sincerità: "Sono io degno di parlare di Alessandro Manzoni?" Io non voglio inalzarmi qui come critico sopra di esso; voglio anch'io guardare in su, e con tanto maggior obbligo di Giuseppe Giusti che pure avrebbe avuto per la qualità dell'ingegno il diritto di guardare il Manzoni in faccia; ma le parole verrebbero a morirmi sopra le labbra, se io non sapessi ammirare il Manzoni altrimenti che come un altro uomo che sia stato più grande di noi tutti, per sè stesso soltanto, e non ancora per lasciarci alcun memorabile esempio. Ora io che ho sempre desiderato richiamare molta gioventù della mia terra a ristudiarlo con me, io che lo propongo sicuramente ad esempio[1] non lo potrei, non dovrei poterlo fare, se prima non avessi fatto promessa a me medesimo di seguire docilmente i principii di quella filosofia letteraria che ammiro sovra ogni altra. E, pur troppo, per quanto sia grande in me il desiderio, sento povere le forze ed insufficienti all'uopo; e ripeto, pieno di confusione e di sincerità, il domine, non sum dignus. Ma io prevedo, pur troppo, a questo punto il moto impaziente di alcuni lettori, i quali prima di proseguire avranno già sentenziato presso a poco così: "Abbiamo capito, l'Autore ci promette un panegirico, invece d'uno studio critico; invece d'un Manzoni diminuito e fatto minutamente, come ora si deve, in pezzi, avremo un Manzoni altissimo, iperbolico, messo sugli altari ed idealeggiato, per edificazione de' buoni." Chi ha di tali impazienze non legga più oltre. Io voglio sì, io spero provare come il Manzoni fu grande, com'egli è stato, e sarà forse ancora per molto tempo, il massimo de' nostri scrittori; ma chi teme una tale dimostrazione, chi non la permette, chiuda il libro; che, in verità, io non lo scrivo con la speranza di convertire alcun profano, ma nel desiderio, il quale può ingannarmi, ma è onesto, di delineare il Manzoni quale mi apparve, dopo averlo ricercato attentamente ne' suoi scritti e nelle memorie del nostro tempo; e, poichè ne verrà fuori, come io spero, non solo la figura di un grande scrittore, ma ancora quella di un grand'uomo, sì mi tenta anche la speranza che alcuno già ben disposto, innamorandosi più forte della sua figura, si giovi dell'esempio che sotto di essa si cela, come tento io stesso di cavarne come posso alcun profitto non solo per l'arte dello scrivere, ma per quella assai più difficile del vivere. Da queste stesse parole si deve, parmi, capire che io non mi propongo di scrivere la vita d'un Santo; se il Manzoni fosse stato un uomo perfetto in ogni cosa, non ci rimarrebbe altro che adorarlo. Ma poich'egli era mortale come noi e soggetto ad errare ed alcuna volta può avere anch'esso umanamente errato, sarà utile a noi l'apprendere in qual modo egli vincesse le sue battaglie ideali, e quale ostinazione virtuosa egli abbia messo per vincere. "Ma noi non vogliamo più la noia di libri siffatti, che ci diano la biografia d'uno scrittore, con l'intendimento dichiarato di offrirci un modello virtuoso. Dateci l'uomo come l'avete visto. Penseremo noi alla conclusione, se ce ne sarà da farne alcuna, o non ne faremo, che sarà il meglio. Risparmiateci dunque i vostri fervorini." Sento già correre in aria queste parole più di minaccia che di consiglio; e, mettendomene in pensiero, prometto, fin d'ora, che risparmierò i fervorini, quanto mi sarà possibile, ma non prometto poi nulla di più: perchè, se, nello scrivere, mi accadrà, in qualche momento, che il cuore mi batta un poco più rapido, e mi esca per avventura una parola più calda, io non sacrificherà quel po' di fuoco che m'accende ancora, ad alcun domma della nuova critica; poichè io non ammetto, e lo dichiaro subito, in alcuna opera d'arte, principii, i quali escludano il principale, anzi il solo creatore d'ogni arte grande, che è il sentimento.
[1] Che la mia venerazione pel Manzoni sia óramai antica, ne recherò qui un breve documento. Ero studente nella Università di Torino; nella Facoltà di lettere si era disegnata la fondazione di un giornale letterario; io doveva esserne il direttore e proporne il titolo. Posi innanzi il nome di Alessandro Manzoni. Ma, temendo pure che al Manzoni potesse non piacere che da lui s'intitolasse un giornale di studenti, il quale avrebbe potuto riuscir battagliero, gli scrissi, in nome de' miei compagni, per domandare un permesso che alla nostra fiera, ma pur delicata, baldanza giovanile pareva necessario. Il venerando uomo si turbò all'idea che il suo nome potesse diventar simbolo di una battaglia di giovani, e c'indirizzò la lettera seguente, finqui inedita, l'autografo della quale trovasi ora nelle mani dell'egregio Antonio Ghislanzoni a Lecco: "Pregiatissimi Signori, Non ho mai avuto nell'animo un conflitto d'opposti sentimenti, come quello d'una profonda riconoscenza e d'un vivo dispiacere che m'ha fatto nascere la troppo cortese lettera, di cui m'hanno voluto onorare. Ma la benevolenza che attesta in ogni sua parte, mi da la certezza che di que' sentimenti non mi rimarrà che il primo. Per codesta così spontanea e per me preziosa benevolenza, Vi prego dunque, o Signori, di non dare al giornale, l'annunzio del quale mi rallegra, il titolo che v'eravate proposto. Sarebbe una cagione di vero e continuo turbamento alla mia vecchiezza, che, per quaggiù, non aspira ad altro che alla quiete. L'indulgentissimo vostro giudizio è già una gran ricompensa per de' lavori che non hanno altro merito, che d'esser fatti in coscienza. Confido, anzi mi tengo sicuro che non me la vorrete cambiare in un castigo, e che potrò goder subito in pace la speranza de' frutti che mi promette il saggio del vostro ingegno e del vostro cuore. Chiudo in fretta la lettera, perchè arrivi a tempo, come desidero ardentemente, e mi rassegno
Milano, 1 novembre 1859.
Dev.mo obbl.mo ALESSANDRO MANZONI."
Ricevuta questa lettera stimammo debito nostro, per rispetto alla volontà del Manzoni, rinunciare tosto al primo titolo desiderato di Alessandro Manzoni, e lo sostituimmo perciò un altro che, nel nostro pensiero, doveva riuscire equivalente. Il nuovo giornale s'intitolò per tanto: La Letteratura civile; ebbe, tuttavia, la vita solita de' giornali compilati da studenti.
I.
Prologo.
Se bene a molti rechi oramai gran tedio che si parli ancora nel mondo del Manzoni, e tra i molti i più siano persuasi che sopra un tale argomento, da essi chiamato giustamente eterno, non ci sia più nulla di nuovo da dire, dovendo io tener discorso intorno ad un nostro moderno scrittore, innanzi ad un'eletta d'Inglesi, presso i quali da Giuseppe Baretti ad Ugo Foscolo, da Ugo Foscolo a Gabriele Rossetti, da Gabriele Rossetti a Giuseppe Mazzini, per tacere degli onorati viventi che hanno insegnato od insegnano tuttora la letteratura italiana in Inghilterra, le nostre lettere da un secolo in qua furono sempre coltivate con amore, io non ho saputo trovare alcun tèma non solo più nobile, ma più nuovo del Manzoni. Non sorridete, o Signori. Io so bene che gli stranieri, i quali hanno fatto i loro primi, in verità, non molto divertenti esercizii d'italiano sopra i Promessi Sposi e sopra le Mie Prigioni, riguardano come stranamente idolatrico il nostro culto manzoniano. Lo so, e se credessi che la loro opinione avesse buon fondamento, me ne turberei; poichè, in verità, se il Manzoni fosse per noi un idolo, innanzi ad un idolo lo vedrei solamente possibile una di queste due altitudini: adorare tacendo con gli occhi chiusi, che non è il miglior modo per veder bene; o passargli accanto sdegnosi, sprezzanti, correndo via, che non è, di certo, un modo di veder meglio. Io ammiro grandemente il Manzoni, ma non l'adoro, e però, quantunque pieno di riverenza a tanta umana grandezza, oserò accostarmele e studiarla, anco perchè stimo che giovi il vedere come un uomo non solo sia nato, ch'è merito di natura, ma come abbia saputo egli stesso divenire e mantenersi grande. Ogni vanto di priorità in lavori simili al presente mi parrebbe, o Signori, intieramente oziosa e puerile; e però, prima d'accennare ad un fatto singolare che mi riguarda, debbo dichiararvi candidamente che non solo io non me ne faccio merito alcuno, ma che mi vergognerei se alcuno attribuisse a me un merito ch'è stato del caso. Ora sono più di sei anni, quando il Manzoni era pur sempre vivo, avendo io la debolezza di credere che la letteratura abbia alcuna virtù educatrice, tentai, come potei meglio, rinfrescare nella mente de' giovani il ricordo, e nel cuore di essi la riconoscenza per gli scrittori italiani, i quali avevano, a parer mio, più efficacemente cooperato non solo a mantenere vivo il decoro delle nostre lettere, ma a farle operative di virtù domestica e civile. Io m'era detto e persuaso che la loro modestia avrebbe loro vietato di parlare prima di scendere nel sepolcro; intanto i giovani che vengono su, poichè, ad uno ad uno, i nostri buoni vecchi se ne vanno, poco o nulla ne potranno sapere, onde mancheranno ad essi quei nobili esempi ed eccitamenti che in parte servirono, in parte avrebbero dovuto servire a noi per animarci nel sentimento del nostro dovere e per educarci alla virtù del sacrificio. Era dunque, o almeno parevami, che fosse debito nostro servire d'anello ideale fra la generazione che passa e quella che viene, portare virilmente ai giovani la parola de' vecchi; e, non credendo di potere far meglio, incominciai da Alessandro Manzoni. Ma quale non fu il mio stupore, quando, messomi intorno a cercare se esistessero biografie italiane del nostro primo scrittore vivente, in un secolo pur così prodigo di biografie, dovetti, con molta confusione, rinunciare alla speranza di trovarne alcuna e provarmi a tentar da me solo con le notizie del Fauriel e del Loménie, con gli sparsi articoli di critica letteraria, con le onorevoli disperse testimonianze degli amici a ammiratori del Manzoni, e con una nuova lettura delle sue opere, la prima biografia del grande Poeta milanese! La cosa parrebbe incredibile, se non fosse vera. Morto il Manzoni, il 22 maggio dell'anno 1873, in età di ottantotto anni, quel primo saggio biografico ebbe naturalmente la buona fortuna di servire come addentellato ad altri, che lo resero presto insufficiente; seguirono! pertanto nuove spigolature e nuove biografie, tra le quali convien ricordare quelle di Vittorio Bersezio, Giulio Carcano, B. Prina, F. Galanti, Antonio Stoppani, A. Buccellati, Cario Magenta, Carlo Romussi, Giovanni Sforza, Salvatore De Benedetti, Felice Venosta, Nunzio Rocca, Antonio Vismara; Carlo Morbio e Cesare Cantù tutte diversamente pregevoli per la nuova luce che recarono alla biografia manzoniana. Ma è cosa singolare che non sia ancora comparso fin qui alcun discorso critico un po' largo sopra tanta novità di materia biografica. Non ci si è pensato, pur troppo; onde è ancora veramente un caso per me felice, ma non lieto per l'Italia, che, dopo oltre sei anni dal mio primo saggio biografico, io abbia ancora, senza alcun merito e senz'alcuna pretesa, ad essere per ordine cronologico, il primo che tenti una biografia ragionata di Alessandro Manzoni. Chè, se io mi sono, ora volge il sest'anno, messo nell'impegno difficile di lodare il Manzoni vivo, senza tradire la maestà di quel santo vero che fu la sua prima e vorrebb'essere la mia religione, ognuno intenderà facilmente come una parte delle indagini, le quali son divenute possibili, sarebbero state sconvenienti, quando il grand'uomo era vivo e potea provarne pena; ognuno si persuaderà dunque come un nuovo studio biografico intrapreso in così diversa, e, per rispetto alla critica, migliorata condizione, deve necessariamente riuscire alquanto più ricco e più dimostrativo del primo. Queste dichiarazioni scuseranno pure il tono alquanto dimesso del mio presente Discorso. Non si tratta qui, invero, di giudicare dall'alto, che sarebbe sempre una impertinenza, nè da lontano, che non si potrebbe senza molta imprudenza, un Manzoni già ben cognito, o supposto tale, per farne, con pochi vivaci tratti di penna, un nuovo e splendido ritratto ideale. Il mio ufficio vuol essere, almeno per questa volta, assai più modesto. Si tratta, cioè, semplicemente di ristudiare da capo il nostro Poeta, di seguirne passo passo la vita, i pensieri, i sentimenti, prendendo per guida principalissima i suoi proprii scritti. Questo esercizio minuto richiede naturalmente un po' di pazienza, tanto in chi lo intraprende, quanto in chi conviene ad osservarlo; ma, s'io non erro, poichè avremo, voi ed io, fatto prova insieme di questa necessaria virtù, ci troveremo finalmente innanzi, quasi senz'accorgercene, vivo ed in piedi, un nuovo Manzoni, che nè voi nè io ci eravamo, prima di ristudiarlo, immaginato fosse per riescire così grande, per quanto lo ingrandisse già la nostra ammirazione, nè così importante, per quanto fosse già molto viva la nostra curiosità di conoscere tutto ciò che lo riguardava.
II.
La nobiltà del Manzoni.
In una delle sue lettere alla propria moglie, Massimo d'Azegiio le narrava una visita fatta al paese originario di casa Manzoni: "Ci hanno detto (egli scrive) che i vecchi della famiglia, ai tempi feudali, avevano un certo cane grosso, che quando andava per il paese i contadini erano obbligati a levargli il cappello, e dirgli: Reverissi, sur can (La riverisco, signor cane)." Un proverbio della Valsássina, ove i Manzoni una volta spadroneggiavano come signori del luogo insieme con la famiglia de' Cuzzi, suona ancora così:
Cuzzi, Pioverna e Manzòn
Minga intenden de resòn.
Cioè, le famiglie Cuzzi e Manzoni ed il torrente Pioverna, quando straripa, non intendono punto la ragione. Dalla Valsássina la famiglia Manzoni passò ad abitare in quel di Lecco, dove il signor Pietro Manzoni, padre del nostro Poeta, possedeva molte terre ed una bella palazzina detta Il Caleotto, che nell'anno 1818 Alessandro Manzoni fu costretto a vendere, insieme con gli altri beni per la mala amministrazione di chi aveva tenuto, per oltre un decennio, la procura ed il governo di quelle terre, una parte delle quali si trovava nel Comune di Lecco, altre in Castello, altre in Acquate, il villaggio per l'appunto de' Promessi Sposi. Come Renzo si trova obbligato a lasciare il proprio villaggio ed a vendere la propria vigna per recarsi ad abitare nel Bergamasco; così il nostro Poeta dovette, per salvar la villa di Brusuglio, abbandonar luoghi che gli erano cari, dove aveva passata una parte della sua infanzia, dov'era tornato a villeggiare tra gli anni 1815 e 1818, onde non è meraviglia l'intendere dallo Stoppani che in quegli anni, per l'appunto, Alessandro Manzoni si trovasse pure a capo dell'amministrazione del Comune di Lecco; meno ancora ci meraviglieremo, dopo di ciò, che la scena de' Promessi Sposi sia stata posta dall'Autore nel villaggio di Acquate, nel territorio di Lecco, nei luoghi ove lo riportavano le prime e le più care sue reminiscenze e dai quali egli s'era dovuto staccare per sempre con un vivo dolore, tre anni e mezzo soltanto innanzi ch'egli incominciasse a scrivere il proprio romanzo. I Manzoni erano dunque nobili, ma nobili decaduti dai loro titoli di nobiltà e dalla loro antica potenza. Avevano dominato una volta con la forza. La fortuna d'Italia volle che col sangue del Manzoni, che la tradizione ci rappresenta quali uomini violenti, si mescolasse un giorno un sangue più gentile, e che, per gli ufficii dell'economista Pietro Verri e, come vuolsi, del poeta Giuseppe Parini, l'illustre marchese Cesare Beccaria sposasse un giorno la non ricca, ma bella, giovine ed intelligente sua figlia Giulia al proprietario del Caleotto, a Don Pietro Manzoni, uomo intorno alla cinquantina; e che da quelle nozze fra una nobile fanciulla milanese ed un grosso signorotto di provincia, il 7 marzo dell'anno 1785, nella città di Milano, nascesse un figlio. Se mi si domandasse ora qual conto il nostro Poeta facesse della sua origine nobilesca, mi troverei alquanto imbarazzato a rispondere. Nel suo discorso, nel suo contegno, tutto pareva in lui signorile; ma, nel tempo stesso, egli si adoprava a riuscir uomo semplice ed alla mano.[1] Forse in gioventù aveano desiderato dargli una educazione più aristocratica che la sua vera condizione di nobile decaduto non comportasse; Don Pietro Manzoni, uomo alquanto materiale, venuto dalla provincia a stabilirsi in Milano[2], dovea, fra i nobili milanesi, trovarsi alquanto spostato e l'arguta intelligenza del figlio potè sentire, per tempo, ciò che v'era di falso in quella condizione della propria famiglia fra l'alto patriziato lombardo. Se è vero che, nella educazione del giovane Ludovico, divenuto poi Fra Cristoforo, il Manzoni abbia inteso, in qualche modo, rappresentare la propria gioventù, convien dire ch'egli non avesse della propria nobiltà gentilizia, per la stima che se ne faceva a Milano, una opinione superlativa; ma, come discendente dagli antichi signori di Barzio nella Valsássina, come antico proprietario del Caleotto egli dovea pure ricordare che i suoi padri erano stati una volta il terrore delle terre da loro dominate e persuadersi che, se la sua nobiltà contava poco a Milano, avea contato troppo dalle parti di Lecco. Questa speciale contradizione nella stima ch'egli potea fare della propria nobiltà, lo tirava ora a farsi piccino con Renzo, ora a immaginarsi grande con l'Innominato, ora a collocarsi ragionevolmente fra i due con la figura di Fra Cristoforo. Ma quali fossero i panni, di cui gli piacesse vestirsi, o rivestirsi, egli doveva sentir sempre l'altezza del proprio ingegno sovrano, la quale poi si dimostrava altrui molto più nella modestia che ne' vanti volgari. Poichè uno de' privilegi degli uomini grandi (un privilegio che talora può anche divenire una loro debolezza) è quello di trovar compiacenza nel farsi piccini. Crediamo, dice, con molto garbo, il conte Carlo Belgioioso, che una squisita modestia convivesse coi Manzoni con una ben misurata stima di sè. Egli riconobbe di certo i privilegi della propria intelligenza, e ne ringraziò Dio; ma li scordò davanti agli uomini. Della nobiltà del Manzoni altri si occuparono, non lui; quando il signor Samuele Cattaneo di Primaluna[3] pensò fargli cosa grata, inviandogli l'antico stemma de' Manzoni ch'egli avea ritrovato nella casa di Barzio, il Poeta ringraziò tosto del pensiero amorevole, ma non aggiunse altro. Gli pareva sul serio di offender qualcheduno, quando avesse lasciato capire ch'egli sapesse o sentisse, e, peggio ancora, si compiacesse d'appartenere ad una casta privilegiata. Ma tanto fa, egli era un signore; e, quando s'accostava al popolo per fargli del bene, mosso da un sentimento di umanità, di giustizia, di carità cristiana e da una gentilezza squisita, quando, nella vendita del Caleotto e delle sue terre ereditate dal padre in quel di Lecco, egli tirava un frego sopra i debiti de' suoi contadini e affittaioli e li perdonava tutti, si mostrava generoso ed umile al modo di quell'ottimo suo marchese erede di Don Rodrigo de' Promessi Sposi: quel marchese, se vi ricordate, volendo far del bene a Renzo ed a Lucia e riparare verso di essi i gravi torti del suo predecessore, compra la vigna di Renzo pagandola il doppio del prezzo richiesto; poi invita i due fidanzati al suo palazzotto, fa loro imbandire un buon desinare ed ordina che venga servito bene, anzi lo serve, in parte, da sè, ma non si mette addirittura a tavola coi villani. A questo punto il Manzoni entra direttamente in iscena, ed osserva: "A nessuno verrà, spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per un originale, come si direbbe ora; vi ha detto ch'era umile, non già che fosse un portento di umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari." Questo brano mi pare abbastanza eloquente per sè, nè mi obbliga ad aggiugnere altro intorno al modo con cui il Manzoni sentiva la propria signoria,[4]
[1] Quanto alla fisionomia del Manzoni, non si potrebbe tuttavia dire che essa avesse un carattere diverso da quello de' popolani di Lecco, ove, come me ne assicura il prof. Stoppani, s'incontrano spesso contadini, alla vista de' quali vien voglia di gridare:—Ecco il Manzoni.—Cade quindi l'indiscreta ciarla nata in Milano, per cui si suppose possibile che il Manzoni fosse figlio dell'Imbonati, ciarla, alla quale alludeva forse il verso del noto Carme giovanile, In morte dell'Imbonati: Contro il mio nome armaro L'operosa calunnia.
[2] Don Pietro Manzoni abitava allora nella Via San Damiano, nella casa che porta ora il numero venti, e il battesimo venne celebrato nella chiesa di Santo Babila dal prete Alessio Nava; al fanciullo furono imposti i nomi di Alessandro, Francesco, Tommaso, Antonio. Il primo nome era quello del padre di Don Pietro, ossia del nonno del Manzoni, allora già morto; il secondo il nome del padrino Don Francesco Arrigoni. Il nome di Tommaso gli fu imposto, senza dubbio, perchè la Chiesa il dì 7 marzo festeggia San Tommaso. Antonio era il nome di un cugino canonico in San Nazaro; ma potrebbe pure esser venuto al Manzoni da una madrina Antonietta, intorno alla quale tuttavia, per ora, non sappiamo proprio nulla. Poichè si è qui ricordata la prima abitazione del Manzoni (l'ultima in Via del Morone, ove egli morì, è ben nota), ricorderò ancora col Morbio le altre case abitate dal Manzoni in Milano: "Altra casa, già abitata precedentemente da Manzoni, col padre, oltre l'accennata a San Damiano, fu quella segnata col N, 134, in Via Santa Prassede, ora Via Fontana, N. 44. Manzoni fu molto instabile nelle sue dimore. Nel 1808 abitava in Via Cavenaghi al N. 2528, ora N. 5. Sul declinare dell'anno 1810 scelse un'altra dimora; e colla madre, la sposa e la figlia Giulia, recossi ad abitare in Via San Vito al Carrobbio, al vecchio N. 3883, ora N. 27. Ponete un'iscrizione su quella casa. Ivi cominciò ad ideare gli Inni Sacri; ma essi furono ultimati e perfezionati nella sua Villa di Brusuglio, e precisamente in una capannuccia del giardino."
[3] Cfr. il volume delle Lettere pubblicato da Giovanni Sforza.
[4] Intorno alla nobiltà della famiglia Manzoni, ecco quanto scrisse l'erudito Carlo Morbio nella Rivista Europea dell'anno 1874 "Fu creduto da quasi tutti i biografi di Manzoni che Egli fosse stretto in parentela colla Francesca, celebre poetessa e letterata, della quale lungamente scrisse l'Argelati, che morì nel 1743 alla Cerreda sua villetta presso Lecco, nella ancor fresca età di 33 anni. Ma io già provai con lettera, direttami dallo stesso grande Poeta, nel 25 gennaio 1844, che Egli colla Francesca non aveva di comune che il cognome, comunissimo del resto, com'Egli m'osserva, nei territorio di Lecco e della Valsássina. Il grande Poeta fu egli di nobile casato? I Manzoni ebbero, è vero, feudi e onoranze in quei paesi, ma la loro nobiltà non venne mai ufficialmente riconosciuta. Don Pietro, padre di Alessandro, ed i suoi fratelli, presentarono bensì nel 1794 un'istanza documentata al Consiglio Generale della città di Milano, onde essere ammessi agli onori del Patriziato Milanese; ma prima che il Consiglio si pronunciasse in proposito, i supplicanti in causa d'urgenti affari di famiglia chiesero ed ottennero la restituzione de' loro documenti, obbligandosi però a riprodurli a tempo opportuno. Ma non mi consta che la famiglia Manzoni riproducesse più tardi la sua istanza. È poi assolutamente erroneo che la sua nobiltà venisse riconosciuta dal Tribunale Araldico, con sentenza del 10 luglio dell'anno 1771, perchè i Manzoni non si trovano accennati in nessuno degli elenchi dei nobili cittadini, proclamati come tali dal Tribunale Araldico e dal Consiglio Generale della città di Milano.—Manzoni non ha mai fatto uso di stemma gentilizio, neppure nelle lettere; il suo sigillo porta semplicemente le sue iniziali, entro un cerchietto a linee concentriche.
III.
Il Manzoni a scuola.
Io non mi fermerò ora a darvi notizie della culla del Manzoni, che fu ritrovata e si conserva in una villa del signor Rosinelli a Mozzana sopra Galbiate; nè della cascina detta La Costa, ove il grand'uomo fu allattato da Caterina Zanzeri, nè di questa nutrice, la quale vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona.[1]. Ma non è senza importanza il fatto che a soli sei anni il fanciullo Manzoni fu allontanato da casa sua e chiuso nel Collegio de' Frati Somaschi di Merate, ove rimase dall'anno 1791 all'anno 1796.[2] La mamma ve l'accompagnò, ma scomparve intanto che il fanciullo era tenuto a bada da un frate maestro. Si possono facilmente immaginare gli strilli del povero fanciullo non appena egli s'accorse che la mamma sua l'aveva lasciato; ma, poichè ad uno de' prefetti parve pure che il pianto durasse troppo, il fanciullo ricevette un colpo sulla guancia accompagnato da queste parole: "E quando la finirete di piangere?" Quello fu il primo dolore provato dal grand'uomo, che se ne rammentava anche negli ultimi anni della sua vita. "Buona gente (del resto egli concludeva, parlando di que' suoi primi istitutori), quantunque, come educatori, lasciassero troppo a desiderare che fossero prima un po' più educati loro stessi." I frati di Merate lo avvezzarono dunque ai primi castighi. Ad undici anni, Alessandro Manzoni passò nel Collegio di Lugano, ove gli toccò la buona fortuna di avere tra i suoi maestri il buon padre Francesco Soave,[3] onesto letterato e, per quei tempi, educatore assai liberale, sebbene s'indispettisse contro il nostro piccolo scolaro, che s'ostinava a scrivere le parole Re, Imperatore e Papa con la prima lettera minuscola. Il Manzoni parlando un giorno del Soave a Cesare Cantù gli disse, tra l'altre cose: "Teneva nella manica della tonaca una sottile bacchetta, presso a poco come quella che fa i miracoli dei giocolieri; e quando alcuno di noi gli facesse scappare la pazienza, egli la impugnava, e la vibrava terque quaterque verso la testa o le spalle del monello, senza toccarlo; poi la riponeva e tornava in calma." Al Manzoni rincresceva d'avere talvolta inquietato quel Padre, che tanto fece, sebbene non sempre il meglio, per l'istruzione della gioventù. Narrava pure il Manzoni come una volta gli scappasse detto in iscuola "ne faremo anche a meno," quando il Padre Soave annunziò che fra poco ci sarebbe stata la lezione d'aritmetica. Il Padre maestro si levò allora dalla cattedra, e si mosse gravemente verso il piccolo ribelle, che si sentiva già agghiacciare per lo sgomento il sangue nelle vene; gli si accostò, gli pose sulla guancia legermente due dita, come per carezzarlo, ma dicendogli con voce grossa: "E di queste ne farete a meno?" come se lo avesse percosso ferocemente. Il Manzoni, come assicura lo Stoppani e come si può ben credere, rimase "profondamente colpito da tanta mitezza, e ne parlava ancora con vera compiacenza quasi 70 anni più tardi." Ma la via crucis de' collegi non era ancora finita pel nostro piccolo proscritto. Verso il suo tredicesimo anno, lasciati i Somaschi di Lugano, egli veniva raccomandato ai Barnabiti del Collegio di Castellazzo, poscia a quelli del Collegio de' Nobili di Milano; e qui sebbene egli n'abbia poi detto un gran male nei noti versi In morte di Carlo Imbonati, nacque e si rivelò fra il tredicesimo e il quindicesimo anno il suo genio poetico, o per lo meno, la sua felice attitudine al poetare.[4]
[1] Cfr. I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature di Antonio Stoppani.
[2] La poca armonia che dovea regnare in casa di Don Pietro Manzoni fra moglie e marito, onde sappiamo che, alcuni anni dopo, la signora Giulia Beccaria si trasferiva con l'Imbonati a Parigi, dovette essere una delle principali cagioni, per le quali il Manzoni, in così tenera età, fu rinchiuso in collegio. Il Manzoni concepì poi per la vita di collegio una tale avversione, che, al dire del Loménie, egli non volle mandare in collegio alcuno de' suoi figli, ch'egli educò, invece, presso di sè. "On dit (aggiunge il Laménie) que, par suite de son excessive tendresse de père, l'expérience de l'éducation domestique ne lui a pas parfaitement réussi." Ed è vero, pur troppo, per quello che riguarda i maschi, i quali, ad eccezione forse del primogenito Pietro, che gli fece almeno buona compagnia negli ultimi anni della vita, non risparmiarono al grand'uomo noie e dolori.
[3] Francesco Soave era nato in Lugano nel giugno dell'anno 1743; avea fatto i suoi primi studii a Milano, quindi a Pavia, finalmente a Roma nel Collegio Clementino. Soppressa la Compagnia di Gesù, della quale faceva parte, andò nel 1767 ad insegnare poesia a Parma; fu allora che pubblicò la sua Grammatica ragionata della lingua italiana. Non è inutile avvertire che il primo impulso agli studii di lingua, che poi l'occuparono tanto, può esser venuto al Manzoni dai primi insegnamenti del Soave. Avendo, dice un biografo del Soave, la Reale Accademia di Berlino proposto il quesito: "Se gli uomini abbandonati alle loro facoltà naturali sieno in grado per sè medesimi d'istituire un linguaggio, e in qual modo potrebbero pervenirvi," il Soave vi mandò una dissertazione latina che ottenne il primo Accessit. Lo stesso Padre Soave la tradusse poi in italiano e la pubblicò in Milano nel 1772; quantunque Gesuita, il Padre Soave vi sosteneva arditamente il concetto poco ortodosso, che l'uomo può da sè stesso istituire il proprio linguaggio. Nello stesso anno 1772, il conte Firmian elesse il Padre Soave a leggere nel Collegio di Brera la filosofia morale, quindi la logica e la metafisica; nel tempo stesso egli coltivava le scienze fisiche e adopravasi a divulgare le nuove scoperte scientifiche; alcune delle sue osservazioni parvero anzi vere invenzioni. Per eccitamento del conte Carlo Bettoni di Brescia, il Padre Soave scrisse pure le Novelle morali per la Gioventù, e ne ottenne un premio di cento zecchini. Un altro riscontro curioso si può notare fra la vita del maestro Soave e quella del discepolo Manzoni. Il primo, inorridito nell'anno 1789 e ne' successivi per i rivolgimenti di Francia, imprese a scrivere un libro storico, sotto l'anagramma grecizzato di Glice Coresiano (Soave Luganese), col titolo: La vera idea della rivoluzione di Francia; il secondo termina la sua vita scrivendo per l'appunto un libro sopra la rivoluzione di Francia, per disapprovarla (sebbene in modo e per motivi assai diversi) come il suo primo vero maestro. Quando il Soave riparò nel 1796 in Lugano e vi ammaestrò il nostro piccolo Manzoni, era fuggiasco da Milano, ove spadroneggiavano vittoriosi i Sanculotti. Si capisce pertanto qual animo fosse allora il suo contro i repubblicani e come li dovesse rappresentare a' suoi piccoli alunni del Collegio di Lugano. Da Lugano lo richiamava poi in Napoli il principe d'Angri per affidargli l'educazione del proprio figliuolo. Il Manzoni dovette rivedere il Soave nel 1803 a Pavia, ove il buon Padre insegnava l'analisi delle idee; chi sa che il Manzoni non abbia pure frequentate le sue nuove lezioni di logica. Accennerò finalmente come, a promuovere le idee del giovine stoico Manzoni, può avere pure conferito alcun poco l'esempio del Soave che ci è rappresentato come uomo "d'ingenui e sinceri costumi, dal parlare lento e grave, dal viso alquanto austero, dal far contegnoso, non ostante il quale, la bontà sua lo rendea caro e venerato."
[4] "I locali del sozzo ovile (scrive Carlo Morbio, che fu egli pure alunno nel Collegio de' Nobili) non avevano subìto cambiamento importante dall'epoca in cui fuvvi Manzoni; così almeno assicuravano i vecchi del Collegio, che si ricordavano benissimo del vispo e caro Don Alessandro o Lisandrino. Verso la seconda corte ed i giardini, il Collegio spiegava un aspetto grandioso, ma melanconico e severo. Nell'interno, ampi eranvi i corridoi e le camerate. Era, per dir così, la fronte d'un vasto caseggiato, che non venne poi condotto a compimento. Verso il Naviglio poi l'Imperiale Collegio presentava una fronte ignobile e bassa. Gli alti pioppi di quella seconda corte già avevano ombreggiato il capo del giovane Poeta, il cui ritratto ad olio, grande al vero, stava appeso fra quelli dei più distinti allievi (Principi) del Collegio. È quindi troppo assoluta la sentenza della signora Dupin che i ritratti di Manzoni giovane sarebbero apocrifi. Questo all'incontro è bene autentico e genuino. È anche fama che a vent'anni Manzoni si facesse ritrarre a Parigi, a guisa d'inspirato, colle chiome sciolte e collo sguardo volto al cielo. (Con gli occhi rivolti in su lo rappresentava pure nella virilità il pittore Molteni in un quadro ad olio, che si conserva presso la marchesa Alessandrina Ricci D'Azeglio.) Fu scritto da quasi tutti i biografi di Manzoni, che egli da giovinetto fosse di tardo ingegno, e punto non istudiasse. Non ignoro che il grande Poeta, forse burlando, lasciò creder ciò; ma io combatto Manzoni colle stesse sue anni, coi bellissimi suoi Versi giovanili alla mano; ma io cito l'onoranza del ritratto, certamente non sospetta, che egli ottenne nello stesso Collegio Longone, ove fu alunno dal 1796 all'anno 1800."
IV.
Primi versi.
Invero, ch'egli amasse molto i versi e ne scrivesse fin dal tempo, nel quale sedeva ancora sui banchi della scuola, ce lo dice egli medesimo in un sermone giovanile diretto al suo compagno Giambattista Pagani di Brescia,[1] onde rileviamo ch'egli prediligeva già, fra tutti i metri, il verso sciolto, e che non gli toccarono mai, per cagione di poeti, quali Orazio, Virgilio e il Petrarca, quelle battiture che non gli saranno certamente mancate per altre ragioni. Ma, ingegno precocemente riflessivo, egli dovette accorgersi assai presto della vanità degli esercizii rettorici, ne' quali i frati maestri del Collegio de' Nobili in Milano costringevano allora, e così non li costringessero più ora, frati e non frati, nelle scuole d'Italia, i giovinetti ingegni. Nel suo sermone al Pagani egli si burla delle gonfie orazioni che, giovinetto, gli toccava comporre nella scuola, travestito, com'ei dice satiricamente, da moglie di Coriolano, e dell'arte rettorica, per la quale si chiude "in parole molte, poco senso," precisamente l'opposto di quello ch'egli fece dipoi, dicendo sempre molto in poco:
Pensier null'altro io m'ebbi infin dal tempo
Che a me tremante il precettor severo
Segnava l'arte, onde in parole molte
Poco senso si chiuda; ed io, vestita
La gonna di Volunnia, al figlio irato
Persüadea, coi gonfii sillogismi,
Ch'umil tornasse disarmato in Roma,
Allor sol degno del materno amplesso.
Me dalla palla spesso e dalle noci
Chiamava Euterpe al pollice percosso
Undici volte, nè giammai di verga
Mi rosseggiò la man, perchè di Flacco
Recitar non sapessi i vaghi scherzi,
O le gare di Mopso o quel dolente
"Voi che ascoltate in rime sparse il suono."
Ma vi ha di più: io sono lieto di potervi oggi recare una nuova prova meravigliosa della precoce potenza, con la quale Alessandro Manzoni sentì sè stesso. Uno de' più geniali amici della sua vecchiaia, il professor Giovanni Rizzi, poeta gentile e sapiente educatore, conservava inedito presso di sè un mirabile Sonetto, composto dal Manzoni nell'anno 1801, il che vuol dire sul fine del suo quindicesimo o sul principio del sedicesimo anno della sua vita. Egli mi permise, per tratto di grande amorevolezza, in questa occasione a me tanto solenne, di levarlo dall'oblio immeritato, in cui rimaneva da settantasette anni. È, come vedrete, un ritratto fisico e morale che lo stupendo giovinetto faceva di sè stesso; vi è qualche cosa d'ingenuo nell'espressione, ma nel tempo stesso vi si ammira, insieme con una grande e preziosa sincerità, il felice presentimento di una vita lunga e gloriosa.
Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,
Naso non grande e non soverchio umìle,
Tonda la gota e di color vivace,
Stretto labbro e vermiglio, e bocca esìle.
Lingua or spedita or tarda, e non mai vile,
Che il ver favella apertamente o tace;
Giovin d'anni e di senno, non audace,
Duro di modi, ma di cor gentile.
La gloria amo e le selve e il biondo Iddio.[2]
Spregio, non odio mai; m'attristo spesso,
Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
All'ira presto, e più presto al perdono,
Poco noto ad altrui, poco a me stesso,
Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
Quest'ultimo verso profetico mi scioglie dall'obbligo di qualsiasi commento. Vi è qui tutto l'afflato del genio potente, che doveva rivelare al suo secolo ed alla sua terra una nuova poesia.
[1] Anche nell'Urania, il Manzoni dice ch'egli ambì la fama di poeta italiano fin dai passi primi nel terrestre viaggio:
Da' passi primi
Nel terrestre viaggio, ove il desio
Crudel compagno è della via, profondo
Mi sollecita amor che Italia un giorno
Me de' suoi vati al drappel sacro aggiunga.
[2] Variante: "Di riposo e di gloria insiem desìo."
V.
Il Manzoni ed il Parini.
Nella sua prima maniera satirica il Manzoni parineggia; il Parini, egli non avea conosciuto di persona, se bene lo potesse per le relazioni che il poeta di Bosisio avea avute con la famiglia Beccarla. Quando il Parini morì, il Manzoni, quattordicenne, incominciava già a sentire la poesia e ad ammirare veramente i poeti; si narra anzi ch'egli leggesse per l'appunto la celebre Ode La caduta, quando gli venne annunciato che il Parini era morto.[1] Il Manzoni vecchio dolevasi con Giovanni Rizzi di non averlo cercato, e scusavasi malamente col dire che allora egli era "un ragazzaccio che non sapeva nulla di nulla." Il vero è che non ci avrà pensato, che non avrà, come accade, creduto il Parini già così vicino a morire, e che la vita di collegio gli avrà pure diminuite le occasioni d'incontrarlo. Che se, al dire di Giulio Carcano, quando, nel Collegio de' Nobili, il giovinetto Manzoni fu, la prima volta, presentato al Monti come nipote di Cesare Beccarla, il Monti gli parve un Dio, è probabile che il vecchio Parini, quantunque non bello, gli avrebbe lasciata nell'animo una impressione più soave e più durevole. Ricordano gli amici del Manzoni che egli sapeva a memoria tutto il Giorno e che, sul fine della propria vita, quando sentiva affievolirsi la memoria, per assicurarsi di non averla perduta tutta, soleva trascrivere a mente qualche verso del suo Parini.[2] Quando, nel settembre dell'anno 1803, il diciottenne Manzoni mandava al suo maestro Monti un Idillio allegorico intitolato: L'Adda, egli lo accompagnava con una lettera, di cui, perchè si vegga quanta destrezza e causticità d'ingegno era già nel giovine Poeta, riporterò qui le prime parole: "Voi mi avete più volte ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi vedere che non sono nè l'uno nè l'altro, vi mando questi versi."[3] Il discepolo domanda al maestro un parere sopra i suoi nuovi versi, per limarli, ed, intanto, invita il Monti alla propria villa. Nell'Idillio, il fiume Adda personificato in una Dea si volge così al Monti:
Te, come piacque al ciel, nato a le grandi
De l'Eridano sponde, a questi ameni
Cheti recessi e a tacit'ombra invito.
L'Adda sa bene di non poter contendere col Po, presso il quale il Monti è nato, e prima di lui Lodovico Ariosto ed il Guarini, ma pur si gloria che presso le sue rive abbia cantato un giorno Giuseppe Parini, l'Orazio lombardo. L'Adda dice:
Quivi sovente il buon cantor vid'io
Venir trattando con la man secura
Il plettro di Venosa e il suo flagello,
O traendo l'inerte fianco a stento,
Invocar la salute e la ritrosa
Erato bella, che di lui temea
L'irato ciglio e il satiresco ghigno;
Ma alfin seguïalo e su le tempie antiche
Fêa di sua mano rinverdire il mirto.
Qui spesso udillo rammentar piangendo,
Come si fa di cosa amata e tolta,
Il dolce tempo della prima etade,
O de' potenti maledir l'orgoglio,
Come il genio natìo movealo al canto
E l'indomata gioventù dell'alma.
Or tace il plettro arguto e ne' miei boschi
È silenzio ed orror. Te dunque invito,
Canoro spirto, a risvegliar col canto
Novo rumor Cirreo. A te concesse
Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi
E le imagini e l'estro e il furor sacro
E l'estasi soavi e l'auree voci
Già di sua man rinchiuse. A te venturo
Fiorisce il dorso brïanteo; le poma
Mostra Vertunno e con la man ti chiama,
Ed io, più ch'altri di tuo canto vaga,
Già mi preparo a salutar da lunge
L'alto Eridano tuo, che, al nuovo suono,
Trarrà meravigliando il capo algoso,
E tra gl'invidi plausi de le Ninfe,
Bella d'un inno tuo corrergli in seno.
Nonostante la grazia di questo voluttuoso invito, il Monti non può muoversi, e se ne scusa con una lettera, la quale incomincia cerimoniosamente col voi e prosegue affettuosamente col tu. Loda moltissimo i versi, e conchiude: "Dopo tutto, sempre più mi confermo che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa carriera; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali." Nell'amore del Parini fu ancora confermato il Manzoni dall'affetto che lo legò poco dopo alla memoria del più caro discepolo dell'Autore del Giorno, l'Imbonati, dall'ombra del quale, nel noto Carme, ei si fa dire:
……Quei che sul plettro immacolato
Cantò per me: torna a fiorir la rosa,[4]
Cui, di maestro a me poi fatto amico,
Con reverente affetto ammirai sempre,
Scola e palestra di virtù.
E i consigli dell'Imbonati non sono altro, in somma, se non quelli che si trovano già espressi nei versi sentenziosi del Parini. Il Manzoni sentì che erano veri, e li fece suoi proprii, per seguirne i precetti. Scegliere il vero per farne argomento e fondamento di alta poesia è virtù di pochi ingegni potenti. Il Manzoni non solamente sceglie bene, ma quello ch'egli ha scelto, perfeziona e migliora. Spoglia, a poco a poco, di una parte del loro apparato classico e mitologico i nobili pensieri del Parini e li rifeconda col proprio sentimento, per esprimerli con un linguaggio più caldo e più semplice.
[1] Tutti ricordano il principio commovente dell'Ode pariniana:
Quando Orïon dal cielo
Declinando imperversa,
E pioggia e nevi e gelo
Sopra la terra ottenebrata versa,
Me, spinto nella iniqua
Stagione, infermo il piede,
Tra il fango e tra l'obliqua
Furia de' carri la città gir vede;
E per avverso sasso
Mal fra gli altri sorgente
O per lubrico passo
Lungo il cammino stramazzar sovente, ec.
Il Manzoni vecchio che, per timore di cadere, soleva sempre, quando usciva, farsi accompagnare, dovette spesso pensare al suo Parini. "Una volta (mi scrive il Rizzi), quando egli andava a passeggio, una carrozza signorile passò così accosto a una povera donna che quasi la schiacciava. Avessi veduto che occhi fece, in quel momento! E pazienza gli occhi! Gli scappò nientemeno che questa frase: porchi de sciori! (porci signori!). E tutti intorno la sentirono."
[2] Le ultime parole trascritte dal Manzoni, per quanto me ne assicura il professor Giovanni Rizzi, furono versi del Giorno.
[3] Cfr. il libro del signor Romussi, Il Trionfo della libertà.
[4] Allude all'Ode La educazione, che il Parini scrisse pel giorno natalizio del suo allievo undicenne Carlo Imbonati all'uscire da una malattia, e che incomincia:
Torna a fiorir la rosa
Che pur dianzi languia
E molle si riposa
Sopra i gigli di pria.
Brillano le pupille
Di vivaci scintille.
Questi versi sentenziosi del Parini dovettero far pensar molto il
Manzoni, e persuaderlo; il Carme In morte dell'Imbonati ha
perfetto riscontro di pensieri ed anche di parole con essi:
Dall'alma origin solo
Han le lodevol opre.
Mal giova illustre sangue
Ad animo che langue.
—Chi della gloria è vago
Sol di virtù sia pago.
—Giustizia entro il tuo seno
Sieda e sul labbro il vero.—
—Perchè sì pronti affetti
Nel core il ciel ti pose?
Questi a Ragion commetti,
E tu vedrai gran cose.
—Sì bei doni del cielo,
No, non celar, garzone,
Con ipocrito velo,
Che alla virtù si oppone.
Il marchio, ond'è il cor scolto,
Lascia apparir nel volto.
Dalla lor mèta han lode,
Figlio, gli affetti umani.
Si può, si deve combattere per la patria, ma chi vince
Pietà non nieghi
Al debole che cade.
Soccorriamo il povero, e l'uomo si mostri fido amante e indomabile amico. Il Giusti, nell'Elogio del Parini, scriveva: "La Lombardia perdè il suo poeta e non poteva cadere in mente ai cittadini, che lo piangevano, di consolarsene nel caro aspetto di un fanciullo di tredici anni ch'era allora in Milano e che di lì a poco fu quell'uomo che tutti sanno." Il Manzoni avrebbe pure potuto far propria la famosa strofa dell'Ode pariniana, La vita rustica:
Me non nato a percotere
Le dure illustri porte,
Nudo accorrà, ma libero,
Il regno della morte.
No, ricchezza nè onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Mercar non mi vedrà.
Il Manzoni vide pure, come il Parini, nell'educazione un mezzo per rialzare non solo i costumi, ma la patria infelice ed oppressa. Nella Canzone: Per l'innesto del vaiuolo, il Parini intese anco a preparar fanciulli sani, perchè potessero un giorno dar prova
D'industria in pace o di coraggio in guerra.
Nell'Ode: L'educazione, facendo apostrofare da Chirone il giovinetto
Achille
Nato al soccorso Di Grecia,
il Parini rammenta al giovine Conte lombardo che può intraprendere ogni più ardua impresa per la patria
Un'alma ardita, Se in forti membra ha vita.
Così la poesia pariniana non è un vano giuoco, come non saranno mai pel Manzoni le lettore; tutta la sua letteratura è civile, anche dove scopre meno direttamente il suo intento educativo.
VI.
Il Trionfo della Libertà.
Il Manzoni, per sua natura, s'accostava, invero, più al fare un po' rigido del Parini che a quello pieno ed ampio, ma un po' reboante del Monti; quindi il Monti, che pur lo lodava tanto, desiderava in lui alcuna maggiore larghezza e rotondità di frase, ossia, come diceva, "un po' più di virgiliana mollezza," che si sarebbe ancora definita convenientemente "pastosità lombarda." Nel Sonetto giovanile che vi ho già riferito, il Manzoni si accusa da sè stesso come "duro di modi." Questa durezza è pure un poco nella sua poesia, quando alcun sentimento specialmente soave e vivace non viene a commuoverlo, obbligando il critico arcigno a tacere innanzi al poeta commosso. Tuttavia il Manzoni, negli anni de' suoi studii a Pavia, più tosto che un alunno e un ammiratore del discreto, austero e parco di versi tessitor, ci si dimostra un seguace dell'impetuoso Monti, verseggiatore facile, ad un tempo, e solenne ed altitonante, dal quale egli dovette pure avere appreso a studiare e ad imitar la Divina Commedia.[1] Dall'Autobiografia del medico inglese Granville, il quale nell'anno 1802 studiava la Medicina nell'Università di Pavia, rilevo che, in quell'anno medesimo, egli vi conobbe il Manzoni, il quale doveva esservisi recato per frequentare specialmente le lezioni di eloquenza italiana di Vincenzo Monti. Sappiamo ancora che il Monti, dalla sua cattedra di Pavia, fulminava dantescamente il governo temporale de' preti, parlava alto dell'amore di Dante per la patria e per la libertà. Le impressioni ricevute a quella scuola si rivelano chiaramente nel primo componimento manzoniano che si conosca, un poema in terza rima, diviso in quattro canti, intitolato: Il Trionfo della libertà, scritto ad imitazione dei Trionfi del Petrarca, e con molte reminiscenze della Divina Commedia, della Bassvilliana e della Mascheroniana del maestro Monti; il Manzoni lo concepì e lo scrisse fra il 1800 e il 1801, il che vuol dire tra il fine del suo quindicesimo e il principio del suo sedicesimo anno. Rileggendo alquanto più tardi il suo lavoro giovanile, il Manzoni, che lo poteva fare, poichè non s'era pubblicato, non lo distrusse; ma si contentò di porvi su la seguente Avvertenza: "Questi versi scriveva io Alessandro Manzoni nell'anno quindicesimo dell'età mia, non senza compiacenza e presunzione di nome di Poeta, i quali ora, con miglior consiglio e forse con più fino occhio rileggendo, rifiuto; ma veggendo non menzogna, non laude vile, non cosa di me indegna esservi alcuna, i sentimenti riconosco per miei; i primi come follia di giovanile ingegno, i secondi come dote di puro e virile animo." L'Avvertenza manca di quella lucidità e naturalezza che divenne, specialmente nella prosa, uno de' privilegi dello stile manzoniano, il che mi fa naturalmente sospettare che risalga essa stessa ad un tempo, nel quale il Manzoni, non più giovinetto, ma pur sempre giovanissimo, non era ancora interamente padrone di sè come prosatore, e probabilmente all'anno, in cui egli scriveva la faticata Urania. Il Manzoni parlando di un ritratto che gli aveano fatto in gioventù (forse quello di Parigi), con gli occhi rivolti al cielo, diceva: "Io era in quell'età, nella quale chi si lascia fare un ritratto, si crede in obbligo di prendere l'attitudine di un uomo ispirato." In quell'età soltanto il Manzoni poteva, dunque, parlando di sè, scrivere "io, Alessandro Manzoni," e vantarsi del suo "puro e virile animo." Il Manzoni, divenuto cattolico convinto, avrebbe della propria persona e delle proprie virtù parlato con molto maggiore umiltà. Il Manzoni vecchio poi non solo avrebbe scritta altrimenti quell'Avvertenza, non solo vi avrebbe condannati molti de' sentimenti sdegnosi espressi in quel poema; ma, cosa più probabile, ei non l'avrebbe scritta affatto, che, invece di scriverla, egli avrebbe semplicemente distrutti, con uno spietato auto-da-fè, i versi giovanili che rifiutava. Quando, assai più tardi, egli disapprovò pure ed anzi ripudiò, per molte gravi ragioni, i versi In morte dell'Imbonati, non era più in suo potere il distruggerli, perchè già troppo divulgati. È cosa certa poi, o almeno può tenersi come probabile fino alla certezza, che il Manzoni, dall'anno 1818 in qua, non avrebbe mai scritta in prosa la parola laude, invece di lode, la sintassi finalmente dell'Avvertenza rivela ancora l'impaccio del periodo classico, dal quale il Manzoni pose dipoi tanto studio a liberarsi. Il prosatore Manzoni, che conosciamo come maestro di mirabile naturalezza ed evidenza, non avrebbe mai detto, per esempio: non cosa di me indegna esservi alcuna; ma semplicemente: non esservi alcuna cosa indegna di me. Sono minuzie, lo vedo, delle quali parrà forse superfluo che si pigli nota in un breve discorso biografico. Ma, se io ammettessi che il Manzoni non pur vecchio, ma dopo il suo anno ventesimoterzo, avesse potuto scrivere quella singolare Avvertenza, non comprenderei più il Manzoni e sarebbe un cattivo principio per chi ha impreso a parlarne con la pretesa, la quale vedrete voi stessi in qual misura sia legittima, di farlo meglio conoscere agli altri. Il Manzoni tra i venti e i ventidue anni, non ancora risoluto di credere cattolicamente, ma già seguace di Zenone lo Stoico ed avido insieme di gloria poetica, poteva benissimo, nella fiducia di aver fatto qualche progresso nell'arte sua, ripudiare la forma letteraria del suo primo componimento per impedirne la stampa e, in pari tempo, compiacersi nella manifestazione di sentimenti, ai quali non aveva ancora rinunciato, nè poteva facilmente rinunciare fin che si trovava in mezzo ai liberi ragionari degli atei o deisti, dei materialisti o ideologi, dei rivoluzionarii, in ogni modo, e in pari tempo, galantuomini suoi amici, i quali frequentavano la Maisonnette. Il Manzoni vecchio sarebbe stato forse alquanto più indulgente, per quella serenità olimpica ch'è la bontà de' vecchi, ai difetti letterarii del suo componimento giovanile; ma egli ne avrebbe, senza dubbio, deplorato i sentimenti che vi si esprimono in modo violento, contro la Madre Chiesa, e contro quella povera Maria Antonietta, la quale, appena che il Manzoni incominciò a studiare criticamente la storia della prima rivoluzione francese, diventò una delle sue più forti simpatie storiche. Io so bene che a molti deve piacere il poter affermare che il Manzoni, riconoscendo come proprii i sentimenti espressi nel suo poema giovanile, si schierò addirittura contro il Papato e coi repubblicani; ma per un tale riconoscimento la questione cronologica è di capitale importanza, quando noi non vogliamo, per seguire le nostre fantasie o le nostre passioni, foggiarci, ad inganno di noi medesimi, in un discorso biografico sopra il Manzoni, un Manzoni diverso dal vero. Il quindicenne Manzoni, nel suo poemetto intitolato: Il Trionfo della libertà, ci dà l'aspetto di un generoso aquilotto che vuol tentare il primo suo volo. Egli sente già le ali che gli battono i fianchi generosi, ma ignora ancora quale via terrà. Si capisce già che egli ambisce volar alto, quando invoca la sua Musa, perchè rinfranchi la cadente poesia italiana, perchè sostenga la virtù che vien meno:
Tu la cadente poesia rinfranca,
Tu la rivesti d'armonia beata,
E tu sostieni la virtù che manca;
mirabili versi per un poeta di quindici anni che esce dalle scuole de' frati e da un secolo cicisbeo educato fra le canzonette del Metastasio e del Frugoni; ma il giovinetto non ha ancora potuto pensare a crearsi una propria forma letteraria. Noi vediamo nel suo Trionfo piuttosto la destrezza di un forte ingegno imitatore, nutrito di buoni studii, che gl'indizii del più originale fra i nostri scrittori moderni. Egli ha già studiato molto, e incomincia a sentire gagliardamente, ma gli manca ancora l'abitudine, che fa grande l'artista, di meditare lungamente sopra i suoi sentimenti ed il proposito virile di esprimerli con naturalezza. Si sente già in parecchi versi il fremito di un'anima ardente, ma il paludamento del poeta è ancora tutto classico. Qualche indizio di originalità lo troviamo, appena, in que' passi, ove il poeta abbassa la tonante terzina ad uno stile più umile, vinto dalla propria urgente natura satirica. Egli incomincia allora ad esercitare la più difficile e la più utile di tutte le critiche, quella che uno scrittore intraprende sopra sè stesso, temperando talora l'iperbole di alcune immagini sproporzionate. Dopo avere, per esempio, dantescamente imprecato contro la città di Catania, onde era partito l'ordine regio delle stragi napoletane, dopo aver fatto invito tremendo all'Etna, perchè getti fuoco e cenere sopra tutta la città, il Poeta s'accorge da sè stesso che sarebbe troppo castigo, e che non si può per un solo reo punire tutto un popolo innocente; dominato però da quel sentimento della giusta misura così raro nell'arte, e pel quale appunto egli divenne poi artista così eccellente, modera e corregge l'imprecazione, trasportandola sopra il solo capo della regina Carolina:
Deh! vomiti l'acceso Etna l'ultrice
Fiamma, che la città fetente copra
E la penetri fino a la radice.
Ma no; sol pèra il delinquente; sopra
Lei cada il divo sdegno, e sui diademi,
Autori infami de l'orribil'opra.
E fin da lunge e nei recessi estremi,
Ove s'appiatta, e ne' covigli occulti
L'oda l'empia tiranna, odalo e tremi.
In altri passi del poema pare affacciarsi direttamente il poeta satirico, ossia incominciarsi a rivelare uno de' caratteri più specifici dell'ingegno manzoniano. L'attitudine de' Lombardi innanzi al Francese arrivato come liberatore, e dominante come padrone, non contenta il giovine Poeta, anzi gli muove la bile; rivolto pertanto all'Italia, egli le domanda che cosa facciano i suoi figli, per rispondere tosto:
…… I tuoi figli abbietti e ligi
Strisciangli intorno in atto umile e chino;
E tal, di risse amante e di litigi,
D'invido morso addenta il suo vicino,
Contra il nemico timido e vigliacco,
Ma coraggioso incontro al cittadino.
Tal ne' vizii s'avvolge, come Ciacco
Nel lordo loto fa; soldato esperto
Ne' conflitti di Venere e di Bacco.
E tal di mirto al vergognoso serto
Il lauro sanguinoso aggiunger vuole,
Ricco d'audacia e povero di merto.
Tal pasce il volgo di sonanti fole,
Vile, di patrio amor par tutto accenso,
E liberal non è che di parole.
Un giovinetto capace di scrivere tali versi annunzia non solo un ingegno precoce, ma ancora una precoce e formidabile esperienza della vita.
[1] Cfr. il Trionfo della libertà, e il Carme: In morte dell'Imbonati.
VII.
Il Manzoni poeta satirico.
In questi versi vi è già la forza, ma non ancora la finezza dell'umorismo manzoniano. Egli li apprese troppo di fresco nelle scuole, per poterli già smettere, quell'accento rettorico, quel fare magniloquente che presto sdegnò ed evitò poi sempre negli altri suoi scritti. La rima stessa doveva inceppargli il pensiero; la terzina imporgli quasi l'obbligo d'imitare ora il Dante ora il Monti, quando, non imitando alcuno, egli avrebbe già, fin d'allora, potuto rivelarsi come Manzoni. Negli anni seguenti, sebbene egli ricordasse ancora altri modelli poetici, avendo preferito il verso sciolto e quella forma di sermone pedestre che, nel secolo passato, il veneziano Gaspare Gozzi avea messo in qualche voga, il Manzoni potè sfogar meglio il suo umore satirico. I suoi Sermoni giovanili che si conoscono, pubblicati dal professore Antonio Stoppani, risalgono agli anni 1803 e 1804. Il terzo Sermone, diretto all'amico Pagani, fu scritto dalla patria stessa del Gozzi, nel marzo dell'anno 1804.[Veggasi la lettera diretta da Venezia al Pagani, pubblicata dal signor Carlo Romussi] Il Poeta sente d'avere un po' malato il cervello; egli s'era innamorato in quel tempo, egli, diciottenne studente, di una ragazza veneziana sulla trentina, ed era andato tanto in là ne' desiderii e nelle speranze da chiederle la mano. "All'età vostra (gli fu risposto) si pensa ad andare alla scuola, non a fare all'amore."—"Sotto quella doccia a freddo (scrive lo Stoppani) la guarigione fu istantanea, nè di quell'aneddoto altro rimase al Manzoni che la memoria per riderne piacevolmente coi famigliari negli anni più tardi." Egli si consola dunque della disgrazia amorosa nella gioconda vita e nei versi; non ha ardori belligeri, nè smania di divenire un gran filosofo, od un legislatore e uomo di Stato potente; la sua cura solenne sono i versi:
Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra
Non chiegga di Galen; men sano alquanto
Il frammento di Giove, e non è rado
Che a purgar quei due morbi, ira ed amore,
O la febbre d'onor, mi giovin l'erbe
Dell'orto epicureo. Chè se mi chiedi:
"A che l'ingegno giovinetto educhi?"
Non a cercar come si possa in campo
Mandar più vivi a Dite, o, con la forza
Del robusto cerèbro, ad un volere
Ridur le mille volontà del volgo,
E i feroci domar; ma freno imporre
Agli indocili versi, e i miei pensieri
Chiuder con certo piè; questa è la febbre,
Di cui virtù di farmaco o di voto
Non ho speranza che sanar mi possa.
A scuola, noi lo abbiamo già detto, i versi gli erano sempre piaciuti; ora che egli, avendo il primo pelo sul mento, potrebbe quasi già venir coscritto fra le milizie del Regno, risolve consacrar tutto il suo tempo alla poesia:
Ed or di pel già sparso il mento e quasi
Fra i coscritti censito, in quella mente
Vivo, e quant'ozio il fato e i tempi iniqui
A me concederanno, ho stabilito
Consacrarlo alle Muse. Or come il mio
Furor difenda, dolce amico, ascolta.
Egli, discepolo ideale del Parini, non cura le ricchezze, nè l'illustre discendenza, nè i palazzi, nè la gran signoria, nè il rumore di eccelsi fatti, perchè ne parlino i tardi nepoti; Giove, a lui più mite, lo obbliga ai versi. Ma quali versi? Oramai gli vennero a noia i sonanti, e però, prendendo nota di ciò che vede intorno a sè, che non è degno di poema, egli prosegue a scrivere umili sermoni, ad occuparsi di quella povera plebe, che sarà pure primissima cura dell'Autore de Promessi Sposi:
Or ti dirò perchè piuttosto io scelga
Notar la plebe con sermon pedestre,
Che far soggetto ai numeri sonanti
Detti e gesta d'eroi. Fatti e costumi
Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa
Nega esprimer Talìa.
Egli avrebbe bisogno, per rappresentar degli eroi, di vederne intorno a sè; ma non ne vede pur troppo; quelli che vorrebbero passare per eroi, invece di destare in lui ammirazione, lo fanno più tosto ridere. Quando la fantasia lo porta fra gli antichi, al fervido pensiero, ei dice:
Mi s'attraversa Ubaldo, il qual pur ieri
Pitocco, oggi pretor, poco si stima
Minor di Giove e spaventar mi crede
Con la novella maestà del guardo.
Se anche il nostro tempo, ei dice, opera cose grandi, lo tentano poco le odierne guerre e le paci, e i nuovi Greci e Quiriti, e la ghigliottina nuovamente inventata per affrettar la morte che finqui pareva venire all'uomo troppo lenta:
… quella cieca
Famosa falce, che trovò l'acuto
Gallico ingegno, onde accorciar con arte
La troppo lunga in pria strada di Lete.
Un altro Sermone dello stesso anno 1804 fu diretto ad un autore di cattivi versi per nozze. Il giovine Poeta si sdegna che si mettano a far versi i medici e gli avvocati, come se fosse cosa facile il frenare
Di questa plebe indocile i tumulti.
Si burla il poeta dell'uso di scrivere versi per ogni matrimonio che si celebra, onde vengono fuori tanti cattivi poeti e tanti versi scellerati; ognuno deve fare l'arte sua; ma ogni arte ha bisogno d'essere appresa; egli non crede che la poesia sia un'arte sacra e necessaria; ride anzi volentieri di chi lo pensa e lo dice; necessaria è l'agricoltura, che insegna all'uomo il modo di alimentarsi, necessaria la scienza della legislazione; ma è un'arte, insomma, anche la poesia e domanda molto studio. I versaiuoli che cantano sopra ogni cantante, e scrivono per ispassarsi, quelli certamente non sudano. Ma sudava invece il divino Parini nel tornire i suoi versi oraziani:
Quando sull'orme dell'immenso Flacco
Con italico piè correr volevi,
E dei potenti maledir l'orgoglio,
Divo Parin, fama è che spesso a l'ugne,
Al crin mentito ed a la calva nuca
Facessi oltraggio. Indi è che, dopo cento
E cento lustri, il postero fanciullo
Con balba cantilena al pedagogo
Reciterà: Torna a fiorir la rosa.
Dopo il Parini, il giovine Poeta rende uno splendido omaggio all'Alfieri morto Fanno innanzi,[1] per condannare con esso i poeti Metastasiani; quindi, come pensa Paolo Ferrari, il poeta viene pure a condannare il melodramma grottesco con le maschere, la tragi-commedia, il dramma semi-serio che ottenne favore sulle scene italiane e francesi nel principio di questo secolo:
Mentre Emon si spolmona e il crudo padre
Alto minaccia, e la viril sua fiamma
Ad Antigone svela, o con l'armata
Destra l'infame reggia e il cielo accenna,
Odi sclamar dai palchi: "Oh duri versi!
O duro amante! Dal tuo fero labbro
Un ben mio! non s'ascolta. Oh quanto meglio
Megacle ad Aristea, Giulia ad Orazio!"
Che ti val l'alto ingegno e l'aspra lima,
Primo signor dell'italo coturno?
Te ad imparar come si faccia il verso,
Degli itali aristarchi il popol manda.
Mirabil mostro in su le ausonie scene
Or giganteggia. Al destro piè si calza
l'alto coturno e l'umil socco al manco;
Quindi va zoppicando. Informe al volto
Maschera mal s'adatta, ove sul ghigno
Grondan lagrime e sangue. Allor che al denso
Spettatore ei si mostra, alzarsi ascolti
Di voci e palme un suon, che per le cave
Vôlte rumoreggiando, i lati fianchi
Scote al teatro e fa sostar per via
Maravigliato il passeggier notturno.
Qui il verso è già intieramente sicuro; l'artista appare padrone della sua materia e la domina; il fanciullo sembra intieramente scomparso. Il Manzoni a diciannove anni è uomo. I compagni di scuola del Manzoni, Giambattista Pagani, Ignazio Calderari, Luigi Arese, incominciano a mescolare all'affetto un po' di ammirazione; il Foscolo gli diviene amico,[2] il Monti incomincia a temerne i giudizii. Poco prima, egli aveva sul giovinetto autorità di maestro e quasi di padre.
[1] Vittorio Alfieri era molto ammirato dal giovine Manzoni; dubito tuttavia assai che il Manzoni abbia conservato sempre la stessa ammirazione per l'illustre Astigiano. Tra i due poeti erano alcune conformità nel comune disdegno della poesia vana e servile, e della mitologia, {Il Manzoni non doveva ignorare la terzina alfieriana: Certo in un Dio fatt'uom creder vorrei A salvar l'uman genere, piuttosto Che in Giove fatt'un tauro ai furti rei.} nel sentimento comune dell'ufficio civile delle lettere, nello studio posto da entrambi gli scrittori a scrivere non pure italianamente, ma toscanamente: il Manzoni adorò tuttavia quella Francia che l'Alfieri odiò fino all'oltraggio; il Manzoni pose ogni cura a scrivere con naturalezza, l'Alfieri volle esser duro ed aspro, sperando riuscire più efficace. Nella gioventù accade tuttavia che s'ammira ingenuamente tutto ciò ch'è grande, senza domandarsi troppo se l'ammirazione abbia fondamento in alcuna viva simpatia, il giovane ammira talora con entusiasmo un grande per una sola qualità principale che lo tenta; l'età matura vuole rendersi maggior conto della stima che concede agli uomini; quindi accade che l'uomo ammiri tanto meno, ma ami poi e stimi molto più profondamente del giovane. Il Manzoni giovine aveva ammirato l'Alfieri che il Parini e l'Imbonati ammiravano; l'Imbonati è perciò dal Manzoni fatto parlare, nel modo seguente, intorno all'Alfieri:
Venerando il nome
Fummi di lui, che nelle reggie primo
L'orma stampò dell'italo coturno;
E l'aureo manto lacerato, ai grandi
Mostrò lor piaghe e vendicò gli umìli.
Quando poi l'amico Pagani fece al Manzoni la poco piacevole sorpresa di dedicare a Vincenzo Monti, in nome del poeta, in modo alquanto infelice, il Carme per l'Imbonati, il Manzoni gli scrisse in termini abbastanza vivaci e risentiti. In quella lettera del 18 aprile 1806 che il signor Romussi ci ha fatta conoscere, son notevoli queste parole relative all'Astigiano: "Tu mi parli di Alfieri, la cui vita è una prova del suo pazzo orgoglioso furore per l'indipendenza, secondo il tuo modo di pensare, e secondo il mio un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo, di cui debba arrossire. Ebbene, Alfieri dedicò. Ma a chi e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro, ec." Nella lettera francese al Chauvet sopra l'unità di tempo e di luogo, pubblicata nell'anno 1820, il Manzoni, che combatteva come poeta drammatico le unità alfieriane, poneva pure una parola di biasimo contro l'Autore del Misogallo: "Un uomo celebre, cui l'Italia era avvezza ad ascoltare con riverenza, aveva annunziato ch'egli avrebbe lasciato postumo uno scritto, al quale erano confidati i suoi più intimi sentimenti. Vide la luce il Misogallo, e la voce d'Alfieri, la sua voce che usciva dalla tomba, non levò alcun rumore in Italia, perchè una voce più potente si levava in ogni cuore contro un risentimento che mirava a fondare il patriottismo sull'odio. L'odio per la Francia! per la Francia illustrata da tanti genii e da tante virtù, donde sono sorte tante verità e tanti esempi! per la Francia che non si può vedere senza provare un'affezione somigliante ad amore di patria, e che non si può lasciare senza che al ricordo d'averla abitata non si mescoli qualche cosa di malinconico e di profondo simile all'impressione di un esiglio."
[2] Il Manzoni dovette conoscere il Foscolo, quando ritornò studente da Pavia. Gliene dovette conciliar la simpatia, oltre l'ingegno fervido, il culto che il Foscolo professava al Parini e il suo amore dell'indipendenza che lo rese forte contro l'adulato Buonaparte. Il Manzoni dovea essere tornato da Pavia meno entusiasta del Monti che non fosse quando vi si era recato: ne' litigi letterarii che il Monti ebbe col Foscolo, il Manzoni non parteggiò forse per alcuno, ma probabilmente ascoltò più volentieri il poeta più indipendente. Il Foscolo venerava l'Alfieri; al Monti, invece, parlando un giorno dell'Alfieri in casa del conte Venéri, scappò detto: "Un'arietta del Metastasio val più di tutte le sue opere insieme." Nel passo citato del Sermone manzoniano, ove si difende l'Alfieri contro i Metastasiani, è forse un'eco dei battibecchi letterarii fra il Monti ed il Foscolo: il Monti chiamò poi sacrilegio epico la traduzione alfieriana dell'Eneide, e non ebbe tutti i torti. Il Foscolo faceva credere che il Monti lo evitasse per timore di compromettersi, a motivo del suo carattere indipendente; è dunque assai possibile che ne' suoi colloquii degli anni 1804 e 1805 col Foscolo il Manzoni abbia udito più volte giudicare il Monti severamente. Il Foscolo parlando di sè dice: "Il Foscolo, figlio della Repubblica veneta che Buonaparte distrusse, si nutrì nel sentimento dei più, i quali considerano l'indipendenza de' rispettivi Stati d'Italia come la sola causa necessaria che può essere produttrice della intera sua rigenerazione. Coerente dunque a tali principii, egli non volle mai intervenire nelle adunanze dei Collegi elettorali di cui era membro, per non trovarsi nell'obbligo di prestare il solito giuramento di obbedienza." Per quanto una parte della condotta del Foscolo sotto l'impero non sia stata conforme a queste parole, non è dubbio che l'animo del Foscolo era piuttosto alieno dalla signoria napoleonica in Italia; e il Manzoni che aveva frequentata la contessa Cicognara e appreso da essa a giudicare il Buonaparte, dovette assai naturalmente accostarsi più volentieri al Foscolo dopo avere conosciuto il Monti. Dico più oltre come mi sembri pure scorgere un'allusione contraria al Monti nel Carme In morte dell'Imbonati. Se io non mi sono ingannato in tale congettura, si spiega forse meglio come, pubblicando i Sepolcri a Brescia nell'anno 1807, il Foscolo provasse una certa maliziosa compiacenza nel citare, per segno d'onore, in una nota i versi del Manzoni, relativi ad Omero libero, che non adulava i potenti, ad Omero, di cui il Monti e il Foscolo rivali traducevano allora l'Iliade, I versi citati sono questi per l'appunto:
Non ombra di possente amico,
nè lodator comprati avea quel sommo
D'occhi cieco e divin raggio di mente
Che per la Grecia mendicò cantando.
Il Foscolo che non avea perdonato al vecchio Cesarotti la Pronea, di cui diceva: "Misera concezione, frasi grottesche, verseggiatura di dramma per musica e per giunta gran lezzo d'adulazione, infame ad ogni scrittore, ma più infame ad un ottuagenario che non ha bisogno di pane o poco omai può temere dalla fortuna," non dovea perdonare più tardi al Monti la dedicazione servile della sua Iliade al Beauharnais. È giusto tuttavia avvertire che il Monti divenne aperto nemico dell'Autore dei Sepolcri, la polvere dei quali minacciava di scuotere, solo tre anni dopo. Ma poichè il motivo primo della guerra fu la rivalità per la versione dell'Iliade, il primo saggio pubblico della quale comparve insieme coi Sepolcri nel 1807, non mi pare improbabile che, quantunque per tre anni nelle loro esterne relazioni i due poeti siansi mostrati amici, in privato avessero già incominciato a lacerarsi. Checchè ne sia, per altro, dell'intendimento, col quale fu scritta la nota de' Sepolcri, essa basta in ogni modo a provare l'amicizia e la stima che il Foscolo nutriva pel giovine Manzoni; come il Parini aveva pronosticata la gloria poetica del Foscolo, così il Foscolo augurò bene di quella nascente del Manzoni. Quando poi questi si convertì al Cattolicismo, e diede motivo a molti commenti maligni, tra i quali non doveano mancare quelli dei mitologisti Montiani, il Foscolo, che aveva potuto pregiare la sincerità de' sentimenti del suo giovane amico, no prese apertamente in Milano le difese, come rileviamo da una nota lettera di Silvio Pellico a Nicomede Bianchi.
VIII.
Il Manzoni e Vincenzo Monti.[1]
Il professore Stoppani narra un aneddoto, secondo il quale il giovinetto Manzoni sarebbe stato corretto dal vizio del giuoco, per un solo affettuoso rimprovero che gli fece Vincenzo Monti. "Il così detto Ridotto del Teatro alla Scala" era allora precisamente un ridotto di biscaiuoli. L'inesperto Alessandrino si era lasciato prendere all'esca, confessando egli stesso più tardi che si sentiva già fortemente invasato da quella terribile passione, che può in brev'ora trasformare un amoroso padre di famiglia in un parricida, e in suicida un giovine morigerato. Una sera Alessandro Manzoni sedeva al banco dei giuocatori. Tutto a un tratto si sente leggermente battere sopra la spalla. Voltosi indietro, si trovò in faccia lo sguardo affascinante di Vincenzo Monti, il quale gli disse queste semplici, ma gravi parole: "Se andate avanti così, bei versi che faremo in avvenire!" Dopo di quella sera il Manzoni, quantunque, per avvezzarsi a contemplare lo spettacolo del vizio, senza lasciarsene signoreggiare, abbia continuato di proposito, per un altro mese, a frequentare ogni sera il Ridotto, non giuocò più. Ma il giovinetto che nel bollore degli anni primi aveva potuto cedere egli stesso all'impeto di qualche passione infelice, non tardò ad acquistare non pure tra' suoi compagni, ma presso il proprio maestro, una singolare e veramente straordinaria autorità come consigliere sapiente. Onde, per esempio, quando il Monti, che apparteneva forse più di ogni altro poeta all'irritabile genus, entrò in lunga briga col mediocre letterato e poeta De Coureil e sostenne contro di lui un'acerba polemica letteraria, gravemente ammonito per lettera dal giovine suo discepolo che quello scandalo gli avrebbe fatto gran torto e diminuito quel prestigio che il Monti aveva sperato invece di accrescere rispondendo al De Coureil, il maestro ne rimase così colpito, che ne fece motto in una sua lettera del 6 febbraio 1805, diretta ad Andrea Mustoxidi, dandogli facoltà di pubblicare, se lo credeva utile, la lettera del Manzoni consigliatrice del partito più ragionevole, se pure non era il più piacevole all'amor proprio ferito del poeta-storiografo delle Alfonsine.[2] Ma nel 1805, conviene pur dirlo, il Manzoni era già lontano da quel primo entusiasmo, col quale quindicenne, nel Trionfo della libertà, ammirando più che altro la gloria di colui che chiamavano allora il Dante ringentilito, egli aveva glorificato e difeso contro i suoi detrattori il suo maestro Vincenzo Monti. Questo magnifico ed enfatico elogio del Monti fatto dal giovinetto Manzoni merita di venir riscontrato col famoso iperbolico epigramma, col quale ei lo piangeva morto, dopo ventott'anni:
Salve, o Divino, cui largì natura
Il cor di Dante e del suo Duca il canto;
Questo fia 'l grido dell'età ventura,
Ma l'età che fu tua tel dice in pianto.
Piacque al giovine Manzoni la gloria del suo maestro, ed è ben chiaro dal fine del saluto del nostro mirabile giovinetto al Monti, ch'egli sperava già o ardeva, almeno, del desiderio di acquistarne una simile:
Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi e trapassando pungi
La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.
Tu il gran cantor di Beatrice aggiungi
E l'avanzi talor; d'invidia piene
Ti rimirali le felle alme da lungi,
Che non bagnâr le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffâr ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.
Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.
Ma tu l'invida turba addietro lassi
E, le robuste penne ergendo, come
Aquila altera, li compiangi e passi.
Invano atro velen sovra il tuo nome
Sparge l'invidia, al proprio danno industre,
Da le inquiete sibilanti chiome;
Ed io puranco, ed io, vate trilustre,
Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume
A me fo scorta ne l'arringo illustre.
E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso, alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.
Forse, ah che spero? io la seconda vita
Vivrò, se alle mie forze inferme e frali
Le nove suore porgeranno aita.
Notiamo presso quell'ambizioso io, vate trilustre, quel prudente, ma non meno ambizioso forse tutto manzoniano, messo innanzi al vivrò immortale che ci prenunzia già l'Autore del Cinque Maggio predestinato a sciogliere all'urna del primo Napoleone un cantico
Che forse non morrà.
Quando il Manzoni scrive, nell'anno 1803, al Monti, lo fa già in un tuono di una certa famigliare baldanza che rivela la poca soggezione, e gli dà del voi. Il Monti invitato a dir la sua opinione sopra l'Idillio del Manzoni, gli risponde lodandolo sinceramente, facendo i migliori augurii al giovinetto e dicendogli finalmente: "Io non sono da tanto da poterti fare il dottore." Fra maestro e discepolo un tale linguaggio colpisce. Nella risposta del Monti, il maestro dice che egli ha incominciata la stampa del Persio. Nel marzo dell'anno 1804, il Manzoni si trovava a Venezia e scriveva di là al suo amico Pagani, studente di giurisprudenza a Pavia; nella sua lettera è una parola impaziente contro il Monti, che può già dimostrare la scaduta riverenza del discepolo. "Se Monti (egli scrive) vuol mandarmi il Persio, lo faccia avere, nel nome di Dio, a mio padre, a Milano." Questi indizii mi bisognava raccogliere per ispiegare non pure la vivacità del battibecco letterario che nacque dipoi fra i Manzoniani e i Montiani sopra l'argomento della mitologia nella poesia moderna, ma ancora per illustrare qualche passo del Carme In morte dell'Imbonati. Il giovine Poeta rammentando l'indegna educazione ed istruzione ch'egli avea ricevuta specialmente nel Collegio de' Nobili, non rattiene, com'è ben noto, il proprio sdegno, e lo sfoga in una forma intemperante che non si trova poi più in alcun altro suo scritto; ed accennando in particolare ad un maestro di poesia che lo disgustò, dice che da lui si rivolse, invece, agli antichi poeti: Questa Qual sia favilla, che mia mente alluma, Custodii com'io valgo e tenni viva Finor. Nè ti dirò com'io, nodrito In sozzo ovil di mercenario armento, Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto Dell'insipida stoppia, il viso torsi Dalla fetente mangiatoia, e franco M'addussi al sorso dell'ascrea fontana; Come, talor, discepolo di tale, Cui mi sarìa vergogna esser maestro, Mi volsi ai prischi sommi, e ne fui preso Di tanto amor, che mi parea vederli Veracemente e ragionar con loro.
Qui mi arresta un dubbio assai penoso. Chi fu mai codesto maestro, da cui il Manzoni, sentendo vergogna di lui, si diparte per correre ad inspirarsi direttamente presso i poeti antichi? Io so bene che, a questo punto, qualche amico discreto mi raccomanderà discrezione, invitandomi a passar oltre, a non arrischiar congetture che potrebbero riuscir vane ed ingiuriose. Ma passar oltre vuol dire o non capire o non voler capire. E se noi contemporanei ci contentiamo di leggere così il primo fra i nostri scrittori viventi, come potranno sperare d'intenderlo meglio quelli che verranno dopo di noi? So bene che il vivente discepolo del vecchio Vincenzo Monti, l'illustre Andrea Maffei, il quale ricorda pur sempre come, dopo l'anno 1820, il Manzoni visitasse spesso il Monti infermo, come nel mandargli la cantafera de' suoi Promessi Sposi glieli raccomandasse affettuosamente,[3] come lo encomiasse morto con lodi iperboliche, non farà buon viso alla nostra congettura; ed essa ripugna pure vivamente a me stesso, come ripugna, per dire il vero, ogni maniera o specie d'ingratitudine. Ma io non posso tacere che corsero parecchi anni, ne' quali il Manzoni ed il Monti apparvero veramente come avversarii; la storia letteraria ha i suoi diritti, e, per quanto c'incresca vedere il Manzoni, che aveva egli stesso fatto grande abuso, ne' primi suoi studii poetici, della mitologia, divenirci aperto derisore del Monti che volea mantenerla in onore, e colpirlo direttamente con l'Ode satirica intitolata: L'ira d'Apollo, ove, con nuova malizia, s'imita pure lo stile cancelleresco della Polizia austriaca, quale era adoprato allora da un poeta da strapazzo, Pietro Stoppani di Beroldinghen, e da un giornalista venduto, il Pezzi, grandi lodatori entrambi di Vincenzo Monti divenuto buon servitore dell'Austria, il Manzoni, che giovinetto avea molto ammirato e lodato, come sappiamo, il suo maestro Monti, divenuto amico di Ugo Foscolo, imparò forse da lui a giudicarne con minore indulgenza la condotta politica; e nella diminuzione di stima per l'uomo è assai probabile che siasi pure diminuito il concetto che il Manzoni si formava del Monti poeta. Recatosi poi a Parigi, in mezzo a una società, per la massima parte repubblicana, anzi che pietà, parve ch'egli concepisse un vero disprezzo pel Monti. Il Manzoni dice che tra i prischi sommi, egli cercò prima di Omero, per la traduzione del quale specialmente nacque tra il Foscolo ed il Monti così fiero dissenso, e, nominando Omero, sembra volerne, per antitesi, ferire il traduttore:
…. Non ombra di possente amico,
Nè lodator comprati avea quel sommo
D'occhi cieco e divin raggio di mente
Che per la Grecia mendicò cantando.
Nè era, io debbo pur ripeterlo, forse intieramente innocente e fuor d'ogni intendimento malizioso Ugo Foscolo, quando in una nota al suo Carme de' Sepolcri, volendo nominare il Manzoni, per mostrargli il conto ch'ei ne faceva e com'ei fosse memore di lui lontano, citava precisamente que' versi relativi ad Omero, ove si dice più tosto quello che non era stato Omero e quello ch'era invece qualche altro moderno poeta. L'amico Pagani, che ristampava a Milano il Carme per l'Imbonati, desiderava egli forse distruggere il sospetto che si alludesse con que' versi al Monti, quando, senza averne avuto l'incarico, dedicava, anche a nome dell'Autore, il poemetto a Vincenzo Monti? Lo ignoriamo; ma ci è noto intanto che l'imprudenza e l'arbitrio del Pagani maravigliarono ed irritarono grandemente il giovine Poeta, e furono per guastare l'amicizia di que' due buoni compagni di scuola. Il Manzoni voleva, invero, obbligare il Pagani a pubblicar subito una protesta che disdicesse la dedicatoria. Il Pagani gli opponeva che il dedicare non è un avvilirsi; che anche l'Alfieri avea fatto delle dedicatorie, e nessuno potrebbe negarlo uomo libero ed indipendente. Il Manzoni rispondeva esser vero, ma l'Alfieri essere stato "un modello di pura, incontaminata, vera virtù, di un uomo che sente la sua dignità e che non fa un passo, di cui debba arrossire."—"Ebbene (soggiungeva ancora da Parigi il nostro giovine Poeta), Alfieri dedicò; ma a chi, e perchè dedicò? Dedicò a sua madre, al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro." Ci è noto finalmente come il Manzoni deplorava il Carme per l'Imbonati per altre ragioni più gravi che non fossero le allusioni al Collegio de' Nobili. Una di queste ragioni può essere stato il tacito biasimo del Monti, e l'altra ragione la vedremo in breve. Fu detto da qualche biografo che, quando nel 1801 il Manzoni pubblicò l'Urania, il Monti abbia esclamato: "Questo giovine incomincia dove vorrei finire." È possibile che un giorno il Monti abbia reso un tale omaggio al suo discepolo; ma a questo detto suppongo che siasi attribuita un'origine troppo recente. Il Manzoni non incominciava più con l'Urania; da ben sette anni egli scriveva, ed i primi suoi componimenti il Monti aveva letti e lodati; è assai probabile quindi che il complimento, di cui si tratta, siasi fatto veramente dal Monti, ma nel 1801, poich'egli ebbe conosciuto il Trionfo della libertà, poema che il discepolo avea scritto per imitare, forse per emulare il maestro, e che termina in ogni modo, come abbiamo già udito, con la esaltazione del Monti sopra lo stesso Dante.
[1] Cfr. il paragrafo VI.
[2] La lettera è questa; il Manzoni era ancora in Milano, onde partì soltanto nella primavera, dopo la morte dell'Imbonati:
Ad Andrea Mustoxidi.
"In appendice alla mia del passato ordinario ve ne acchiudo un'altra del nostro amico Manzoni. Egli ha voluto farla passare per le mie mani, perchè mi risguarda direttamente e contiene una sua onesta disapprovazione dell'essermi io avvilito a parlare di De Coureil. Del quale mio errore io non meriterei veramente perdono, se non mi scusasse il fatto di quelli che hanno confuso il reverendo lor nome con quello d'un pazzo, e si sono condotti peggio di me, e non veggo che abbiano ancor redenta questa ignominia, separandosi da così vile e disonesta compagnia. Vera è pur troppo la riflessione di Manzoni che, prendendo briga col De Coureil, è forza che i buoni si scordino di quella gentilezza che pure è il primo frutto delle lettere, vero per conseguenza che in quella mia nota sono corsi dei termini non gentili. Ma se un facchino imbriaco, mentre io vado per la mia strada, mi viene addosso con villanìa, e mi lorda di fango, dovrò io dirgli:—Signore, siate più rispettoso coi galantuomini; signore, maltrattatemi con più discrezione; considerate, vi prego, che mi si deve un poco più di rispetto—e altre simili gentilezze? Chi può dunque incolparmi d'aver dato al mio critico i nomi ch'ei merita? Le creanze si usano con chi le pratica, e il bastone con gli asini mal educati. Ma parlerò con altro linguaggio, se avverrà che io sia forzato a drizzare più alto il mio giusto risentimento. Il contegno che così si usa con me, ha ormai irritata tutta l'Italia, e la sana porzione dei letterati, anche stranieri, ha già manifestato il suo sdegno su queste vili e scandalose ingiustizie. Della lettera di Manzoni fate l'uso che più vi piace, anche pubblico. Milano, 6 febbraio 1805"
[3] Il Monti non fu, tuttavia, a quanto pare, de' lettori più solleciti de' Promessi Sposi, secondo quanto trovo scritto nelle Memorie autografe di un ribelle, di Giuseppe Ricciardi (Milano, 1873): "Recatici a visitare l'Osservatorio astronomico posto nel Palazzo di Brera, trovammo quivi l'Oriani e il Carlini. Altri uomini, più o meno illustri, conoscemmo indi a poco, fra cui nominerò primo il Manzoni. Il quale io vidi la prima volta in Milano, nel giugno del 1827. Sedeva in mezzo alla sua bella e numerosa famiglia e ad un nobile crocchio d'amici, in cui tenevano il primo luogo Ermes Visconti, Tommaso Grossi e Giovanni Torti, cioè, quasi tutta la così detta Scuola romantica. Ci fu introduttore in casa Manzoni il Rosmini, giovanissimo allora, ed il quale avevo conosciuto per mezzo di un assai colto e gentil veneziano, per nome Antonio Papadopoli. I Promessi Sposi erano usciti in luce pochi dì prima, ed io li avevo divorati con un piacere infinito, tanto più poi in quanto che m'avevo sott'occhio i luoghi, dei quali parla quel mirabile libro. Desiderosi oltremodo di salutare il decano dei poeti allora viventi, Vincenzo Monti, n'andammo a Monza col Papadopoli. Trovammo il povero vecchio adagiato, o, per dir meglio, giacente in un seggiolone. Teneva gli occhiali inforcati sul naso, e leggicchiava non so qual commedia di Goldoni. Scorta sur un tavolino una copia dei Promessi Sposi, mio padre chiese al buon vecchio che ne pensasse, e quegli rispose aver provato alquanto fastidio nel leggere il primo capitolo, ma pur voler trapassare al secondo. Ne mostrò poi una bella lettera scrittagli dal Manzoni nell'inviargli in dono il suo libro."
IX.
I primi amici.
Il libro del signor Romussi ci ha recata in quest'anno una grata sorpresa, ponendoci sott'occhio alcune lettere o frammenti di lettere giovanili del Bianconi, dalle quali ricaviamo il nome de' suoi tre primi amici. Il più intimo tra questi fu Giambattista Pagani di Brescia, col quale il Manzoni avea studiato a Pavia; le lettere del Manzoni ce lo mostrano affettuoso, devoto, pronto a render servigii, alcuna volta anche troppo, come quando volle dedicar di suo capo, in nome del Manzoni, a Vincenzo Monti il Carme In morte dell'Imbonati, che si ristampava in Milano dal De Stefanis.[1] Veniva secondo Ignazio Calderari, che il Manzoni stesso chiamava aureo, amabile e rispettabile; e pure doveva essere un giovine ardente e pieno di entusiasmo, a giudicarne dalla lettera, in cui egli descrive il proprio viaggio a Brusuglio, la nuova villa manzoniana, per conoscere la madre dell'amico e per vedere se l'amico era sempre il medesimo. Pare che il Manzoni fin d'allora scrivesse lettere mal volentieri, e preferisse, stando a Milano, incaricare l'amico Calderari di mandare i suoi saluti al Pagani, anzi che scrivere egli stesso. "Aggiungi (egli scriveva al Pagani) che nel mio soggiorno a Milano la facilità di aver tue nuove per mezzo del nostro Calderari favoriva e scusava la mia pigrizia, la quale, a dir vero, non era scossa da alcuna tua sollecitudine a scrivermi." Il terzo amico, Luigi Arese, morì tisico nel 1806, intorno a' suoi vent'anni; gli amici lo chiamavano: "caro e adorabile."[2]
Non è raro il caso che le amicizie fatte nella scuola si raffreddino e si dileguino nella lontananza, per tornare a ravvivarsi nella vecchiaia. Il Calderari non accompagnò altrimenti la vita del Manzoni; la loro corrispondenza parve cessare quasi intieramente nell'anno 1808, quando il Manzoni, sposata Enrichetta Blondel, si ritrasse a vivere per alcuni anni isolato In Brusuglio; ed anche l'amicizia col Pagani cessò, dopo quell'anno, dall'essere attiva. Così non sappiamo altro dell'amicizia che il Manzoni parve avere con Antonio Buttura, letterato amico di sua madre,[3] e con Francesco Lomonaco.
[1] Mi giova qui intorno al Pagani riferire per intiero la nota che trovasi nell'importante volume del Romussi; "Giambattista Pagani fu condiscepolo di Manzoni nel Collegio dei Nobili (Longone) di Milano, e gli conservò sempre un'amicizia che molti anni di lontananza non riescirono nè a spegnere, nè ad indebolire. Fino ai loro ultimi giorni si scambiarono con schietta cordialità proteste di affetto; e la ritrosia di Manzoni in questi ultimi anni a scriver lettere non lo fece mai tardo nel rispondere all'antico amico. Il Pagani era nato nel 1784 in Lonato: era quindi maggiore di un anno di Manzoni. Terminati gli studii del Collegio, il Pagani passò a Pavia a studiar giurisprudenza, e colà conobbe Vincenzo Monti, che teneva cattedra d'eloquenza, e che lo accolse fra i suoi famigliari. In quel tempo Manzoni erasi recato a Venezia, e di là mandava all'amico i versi che man mano scriveva, fra cui un Sermone allo stesso Pagani indirizzato, e nel quale parla dapprima della vocazione ch'ebbe fin dall'infanzia di essere poeta e giustifica il genere satirico di poesia, cui intendeva consacrarsi. Questo Sermone rimase ignoto fino al 1874, in cui fu pubblicato dall'abate Antonio Stoppani nel suo bel libro: I primi anni di Alessandro Manzoni. Il Pagani aveva ingegno da comprendere l'amico, egli pure scrisse reputati lavori: opere giuridiche, perchè avea per la severa scienza del diritto una vera passione, e opere letterarie, cui si applicava per diletto, ma con molta intelligenza. Fra queste ultime si ricorda un Discorso intorno all'Adelchi letto all'Ateneo di Brescia, in difesa dell'opera dell'amico che era allora da molti, con indegna guerra, combattuto. Fra le giuridiche sono lodati il Repertorio legale pei diritti reali ed un Trattato sulle Rendite giuridiche. Durante il primo Regno d'Italia era stato eletto Conservatore delle Ipoteche in Brescia. Nei dolorosi anni della dominazione straniera conservò, con dignitosa fermezza, la fede e l'affetto per la patria, che ebbe la gioia di vedere risorta. Morì nel 19 febbraio 1874, e fu pianto da tutti i buoni, che perdevano un vivente esempio d'integrità e di modestia."
[2] Le due lettere del Manzoni al Calderari e la lettera intermedia al Pagani, pubblicate dal Romossi, volgono intorno alla malattia ed alla morte dell'Arese; le riproduco, perchè rivelano bene l'animo ed i pensieri del giovine Manzoni, il preteso ateo che dovea fare il miracolo di convertirsi:
"Parigi, 7 settembre 1806,
"Mio Calderari,
L'amara novella che mi hai data mi ha riempito di dolore e di melanconia. Io era per iscrivere a te, a Pagani, al povero Arese per annunciarvi il mio ritorno a Parigi, e per chiedere di voi tutti. Non puoi credere quanto m'abbia colpito l'annuncio della grave malattia del nostro Arese. La speranza che tu conservi, rianima la mia; ma le circostanze che tocchi, la indeboliscono pur troppo (In questo passo si vede già l'amore speciale del Manzoni per le antitesi, amore che si può pure avvertire nella lettera del 1803 al Monti già citata.) L'apparato della morte è quello che la accelera. Chi ha avuto il cuore di dargli la sentenza finale? Di farlo soffrire nei forse ultimi suoi momenti? Oh piaccia a Dio che io possa avere da te nuova del suo rivivere! Quando un malato ha presso di sè dei veri amici che gli nascondono il suo stato, egli muore senza avvedersene; la morte non è terribile che per quelli che rimangono a piangere. Ma quando gli amici sono allontanati, quando vi sentite intronare all'orecchio: Tu devi morire! allora la morte appare nel suo aspetto più deforme. Povero Arese! Ho sempre davanti gli occhi quella sua camera deserta degli amici, senza te, senza Pagani che potreste sollevarlo. Alcuni sono morti che sarebbero guariti, pel timore solo cagionato loro dalla sentenza che fu data al povero nostro Arese. Ti prego di scrivermi presto e senza interruzione; non ho bisogno di raccomandartelo. Mia madre divide la mia afflizione, e freme parlando della fredda crudeltà che è tanto comune nei nostri paesi. Scrivimi, ti prego, a lungo ogni minuzia che riguarda Arese. Povero Arese! nel fiore dell'età! Ti prego di scrivere a Pagani che io non ho ora testa nè tempo di scrivergli, ma che, al primo ordinario, lo farò sicuramente. Se mai il mio silenzio gli fosse dispiacente, digli che io sono sempre il suo Manzoni; al mio Pagani ciò deve bastare. Tu amami, Calderari, e sii certo che io ti amo e ti riverisco veramente, e scrivimi presto. Addio; dammi nuove di Arese.
Il tuo MANZONI B.a"
"Mio Pagani,
M'hai tu dimenticato davvero? Sono tre mesi che non ho tue nuove; e l'ultima mia lettera, nella quale ti annunciava la mia partita da Parigi, è rimasta senza risposta. Non posso dubitare della tua salute, giacchè il nostro aureo Calderari che mi scrive, me ne avrebbe senza dubbio fatto cenno. Io sperava che Zinammi, col quale ci siamo abboccati, avesse qualche tua lettera a consegnarmi; ma, non vedendone ed aspettandone di giorno in giorno, tardai a scriverti fino al mio ritorno. Scrivimi al più presto, dimmi se sei ancora il mio Pagani, com'io sarò sempre il tuo Manzoni; dammi nuove di te, e di tutto quello che ti è a cuore. Non puoi credere quanta pena mi abbia fatto la nuova della grave malattia del nostro povero Arese; e mia madre, che divide ogni mio affetto, ne fu pure assai triste ed in timore. Calderari mi annunciò qualche miglioramento che mi riempì di gioia e di speranza. Duolmi amaramente che gli amici non abbiano adito al suo letto, e che invece egli debba aver dinanzi agli occhi l'orribile figura di un prete. Nè puoi figurarti quanto dolore ed indignazione abbia in noi eccitato il sentire da Calderari che ad Arese era stata annunciata la fatale sentenza (spero, per Dio! che sarà vana). Crudeli, così se egli schiva la morte, avrà dovuto nullameno assaporare tutte le sue angosce! E quante volte l'annunzio della morte ha ridotto agli estremi dei malati che, ignorando il loro stato, sarebbero guariti? Basta: i mali del caro ed infelice Arese, che ho sempre dinanzi agli occhi, mi allontanano sempre più da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. (Qui vi sono accenti intieramente foscoliani.) Io preferisco l'indifferenza naturale dei Francesi, che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri, che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare, come se chi ha una testa, un cuore, due gambe e una pancia, e cammina da sè, non potesse disporre di sè e di tutto quello che è in lui a suo piacimento. Mi accorgo di aver fatto un pasticcio di parole, pazienza! Il mio Pagani è buono. Due parole di me. Io continuo il ben cominciato modo di vivere, senza cangiamento, senza interruzione. Se tu rileggi le mie passate lettere, ti farà ben maraviglia l'udire da me che mia madre, quest'unica madre e donna, ha aumentato il suo amore e le sue premure per me. Eppure la cosa è così. Io sono più felice che mai, e non mi manca che d'esserlo vicino a te e ai pochi scelti nostri amici, che si riducono ad Arese che vorrei risanato, e a Calderari che vorrei felice come egli merita. Ho vergogna di dirti che, dopo i versi stampati, non ne ho fatto più uno: ora però voglio mettermi il capo tra le mani, e lavorare, massime che mia madre non ha mai lasciato di punzecchiarmi, perchè io cacci la mia pigrizia. A proposito di versi, devo parlarti di un affare che mi è a cuore assai assai, e che in conseguenza premerà anche a te. Io non ho avuto dal libraio un soldo per l'edizione, e mi sono messo in puntiglio di non rilasciargli niente niente, perchè non voglio essere lo zimbello di nessuno e massime d'un libraio. La sua renitenza o noncuranza è veramente stomachevole. Nè ha alcun appiglio per eludere le mie richieste e per evitare di rendermi il mio. Perchè o le copie sono vendute e mi dia il danaro, o sono invendute e me le renda. Arese si era impegnato di parlargli. Rispose che egli aveva ottocento copie non vendute: io scrissi a Zinammi quello che doveva fargli dire da Arese, ma il povero Arese cadde malato. Ecco la mia risposta: rendere al signor Zinammi, procuratore di mia madre, il prezzo delle 200 vendute e le 800 copie invendute. E veramente mi fa maraviglia che il numero di quelle che sono in bottega sia così grande, non già perchè io credessi che dovessero avere grande spaccio (giacchè v'è un ostacolo a ciò, non so se per colpa dell'opera o dei lettori), ma perchè tu mi avevi annunziato che si vendevano a furia. Come tu facesti il negozio col libraio, così spero che vorrai ora ridurlo a fine, e te ne prego caldamente. Ho veduto su un giornale di Roma un giudizio di quei versi, con una lode tanto esagerata, che non ardisco riportarlo. "Caro Pagani, scrivimi ed amami, anzi amaci, giacchè tu sai che mia madre non ha mediocre stima di te e desiderio della tua amicizia. Scrivi a lungo e vale."
Il tuo MANZONI B.a"
"Parigi, 30 ottobre 1806."
"Caro il mio Calderari,
O Arese, giovine buono, amico vero della virtù e degli amici, giovine che in tempi migliori saresti stato perfetto, ma che nella nostra infame corruttela ti conservasti incontaminato, ricevi un vale da quelli che ti amarono caldamente in vita, e che ora amaramente ti desiderano. Povero Calderari, tu lo amasti, tu lo desideri e tu non hai potuto vederlo, consolarlo! Egli è morto nel fiore degli anni, nella stagione delle speranze, e l'ultimo oggetto che i suoi occhi hanno veduto non è stato un amico. Egli che era degno di amici! Povero Calderari! Mia madre ed io piangiamo sopra di Arese e sopra di te. Seppi da Buttura che tu eri assiduo alla sua porta, che le tue lagrime mostravano la forza del tuo affetto, ma invano. Noi rileggiamo le lettere di Arese, quel che ci resta di lui, quello che rimane in questo mondaccio di quell'anima fervida e pura. Odi quello che egli ci scrisse nell'ultima lettera, dove traspira quasi un presentimento della sua separazione. Egli parla con mia madre e con me, e par ch'egli non abbia voluto darmi l'ultimo addio, se non unendomi con Lei che tutto divide con me, e che abbia voluto così render più sacre per me le ultime sue parole. La lettera è del mese di giugno o di luglio al più tardi: "Ho veduto con sommo dolore partire il mio Pagani. Mi rimane Calderari, che è un angelo. È veramente degno di miglior sorte e di…. Le sue disgrazie, che egli soffre con animo veramente forte, mi stringono a lui più fortemente, e mi servono di un grande esempio. Oh Giulia, Giulia! non è così rara in Italia la virtù come tu pensi!" E finisce con queste parole che mai non rileggiamo senza un fremito di dolore e di speranza: "Giulia, Alessandro, ci rivedremo certamente. Un giorno, superiori all'umano orgoglio, beati e puri ragioneremo sorridendo delle passate nostre debolezze. Addio." Oh sì! ci rivedremo. Se questa speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l'orrore della presenza dei perversi, che sarebbe la vita? Calderari, noi siamo afflitti di non poter essere con te. Tu sei degno d'aver degli amici, e in noi troveresti del cuore, quello di cui tu hai bisogno. Non posso scrivere a Pagani. Egli pure deve essere conturbato. In verità la morte di un amico nel fior degli anni vi lascia, oltre il dolore, un certo risentimento; pare un'orribile ingiustizia. Addio, caro ed infelice Calderari, amami e scrivi. Addio.
Il tuo MANZONI B.a"
[3] "Buttura Antonio (scrive il Romussi) buon critico e poeta, nato a Malcesine sul Lago di Garda nel 1771, partigiano della Repubblica francese a Venezia, epperciò favorito da Napoleone, si trasferì, dopo il Trattato di Campoformio, a Parigi, dove morì nel 1832. Fu professore al Pritaneo di San Ciro ed all'Ateneo, dove successe al Ginguené; la traduzione del Boileau, di cui parla il Manzoni (in una sua lettera del 1806), fu pubblicata nel 1816.
X
Carme autobiografico.
Quantunque già pubblicato a Lugano in fronte alle Vite degli illustri italiani di Francesco Lomonaco, fino a pochi anni innanzi era pochissimo noto il Sonetto giovanile di Alessandro Manzoni, ove si muove lamento, perchè l'Italia trascuri i suoi migliori ingegni, fin che son vivi, per piangerli morti:
Tal premii, Italia, i tuoi migliori; e poi,
Che pro se piangi e 'l cener freddo adori,
E al nome vôto onor divini fai?
Sì, da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
E ognor tuoi danni e tue colpe deplori
Pentita sempre, e non cangiata mai.
Nel principio del Sonetto, diretto a Francesco Lomonaco, si compiange la sorte di questo giovine e già illustre esule napoletano, obbligato a condur vita misera e raminga come Dante, l'antico esule gloriosa fiorentino, del quale il Lomonaco aveva narrata la vita. Due anni innanzi, in una nota al terzo canto del Trionfo, ove si descrivono le stragi di Napoli, il Manzoni raccomandava già "l'energico e veramente vesuviano rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriotta napoletano". Vogliono che il Manzoni vecchio dicesse avere in gioventù concepite del Lomonaco grandi speranze, che non furono poi mantenute; ma chi riferì quelle parole del Manzoni dovette frantendere; il Lomonaco non ebbe tempo d'acquistar maggior gloria, poichè nell'anno 1810 che era, a pena, il trentesimoprimo della sua vita, egli miseramente s'uccise. L'ingratitudine è cosa mostruosa in tutti, ma più nei grandi ingegni. Ora io non posso credere che il Manzoni degli scrittori che lo fecero maggiormente pensare, e quello che importa, pensar giusto. Io ho voluto rileggere la Vita di Dante scritta dal Lomonaco. Ora, udite quali parole si leggono in fine di quella Vita: "I benemeriti della repubblica letteraria non sono i pedanti, o i servili imitatori, bensì quei che informati di una qualche potenza vivificativa sanno altamente e profondamente pensare. Un filosofo interrogò una volta l'Oracolo: quai mezzi praticar dovesse per divenir immortale, e l'Oracolo gli rispose: Segui il tuo genio." Ci sono simpatici quegli scrittori che esprimono meglio i nostri proprii sentimenti; il Manzoni deve aver detto leggendo tali parole: esse furono scritte per me; ed averle presenti quando, due o tre anni dopo, scriveva in Parigi il suo programma civile e poetico, ossia il Carme per l'Imbonati.[1] È vera fortuna per l'Italia che, nella primavera dell'anno 1805, Alessandro Manzoni abbia dovuto recarsi in Francia. È possibile, invero che proseguendo a rimanere in Milano, a respirar l'aria delle scuole letterarie d'Italia, a vivere tra le maldicenze puerili e pettegole de' nostri letterati, egli, a malgrado di tutta l'originalità del proprio ingegno, non avrebbe trovato così presto quella forma chiara, schietta, popolare di linguaggio, pel quale veramente col Carme dell'Imbonati per la nostra poesia incipit vita nova. A Parigi egli si trovò libero d'ogni impaccio scolastico, ed il suo genio, per la prima volta, potè spaziare per vie proprie e non ancora battute. Sentir e meditar: ecco la sua gran formola poetica; in Francia egli trovò pure il modo di esprimere naturalmente questi sedimenti meditati, per l'esempio che gli offrivano gli scrittori francesi. Il Carme per l'Imbonati è una prova eloquente che il Manzoni ha sentito, meditato e imparato a scrivere con semplicità e naturalezza. Esaminiamo ora dunque quali forti sentimenti dovessero agitarlo e commuoverlo, quali pensieri governarlo, quando egli scrisse a vent'anni, in Parigi, il bellissimo Carme. Che cosa sia veramente avvenuto nella famiglia Manzoni, nel principio dell'anno 1805, quando la signora Giulia Beccaria s'indusse a lasciare precipitosamente Milano in compagnia del figlio Alessandro, non si può fino ad ora bene affermare. Che il giovine Alessandro avesse avuto in Milano de' grossi dispiaceri, si può argomentare dai versi stessi del Carme, ov'egli si sfoga contro i vili che armarono contro il suo nome l'operosa calunnia. Carlo Imbonati era morto il 15 marzo dell'anno 1805, in Parigi, assistito dalla signora Giulia Beccaria, madre del Manzoni. La Giulia accompagnò le spoglie dell'amico a Brusuglio: villa, di cui egli, sebbene avesse parecchie sorelle, l'aveva fatta erede. La madre ed il figlio, dopo quella morte, partirono per Parigi, lasciando solo Don Pietro in Milano; l'eredità lasciata alla Giulia Beccaria diede occasione a molte ciarle; ora le ciarle, nelle quali anche gli uomini eletti che vi si abbandonano, diventano volgo, le nove volte su dieci, come sono figlie dell'ozio, sono madri di maldicenza. La signora Giulia Beccaria non dovette essere risparmiata. Che fece allora il figlio? Prima di tutto, egli non l'abbandonò più, e poi si preparò a vendicarne, come potè, la fama oltraggiata. Del padre che morì settantenne in Milano, due anni dopo la morte dell'Imbonati, e a cui il figlio, avvertito troppo tardi in Parigi, non arrivò in tempo a chiudere gli occhi, non troviamo se non un rapido cenno, abbastanza freddo, per annunciarne la morte, in una lettera che il Manzoni diresse nel marzo del 1807 all'amico Pagani da Brusuglio, ov'egli s'era per pochi giorni condotto con la madre a mettervi in ordine i suoi affari più urgenti. Nella stessa lettera, invece, il Manzoni rappresenta all'amico la propria "felicità di avere per madre ed amica una donna, parlando della quale, egli dice, troverò sempre più ogni espressione debole e monca."[2] Ignazio Calderari, comune amico del Manzoni e del Pagani, avendo poi, allora per l'appunto passato, com'ei diceva: "due mezze giornate in paradiso," o sia, nella villa dell'amico Manzoni a Brusuglio, scrivendo nel giorno stesso al Pagani, gli fa il ritratto della signora Beccaria: "Che dirotti di sua madre? Mi palpitava il cuore nel viaggio pel desiderio di conoscere una tal donna, che io già amava e venerava come quella che forma la felicità del nostro Manzoni, e da quanto vidi non posso ingannarmi che l'uno formi la contentezza dell'altro, perchè nulla è tra loro di segreto: l'uno a vicenda ambisce di prevenire i desiderii dell'altro, e si protestano l'un dell'altro indivisibili. Tu trovi in lei una donna, cui, non mancando alcuna delle vere grazie che adornano una donna, è dato un senno maschio ed una facile quanto soave ed affettuosa parola; è poi nel discorso tutta sentimento; ma quel che più attrae l'ammirazione, è il vedere queste prerogative d'ingegno e di cuore accompagnate da modestissimo contegno e spoglie affatto d'ogni donnesco, benchè minimo pettegolezzo; mi pare insomma che essa si assomigli perfettamente a quello che ce la rappresentavano le sue lettere a te e al sempre caro e adorabile Arese, quando le leggevamo insieme. Che bella coppia è mai quella! In verità, io credo non si possa pregare miglior cosa ad un uomo che di avere una tal madre o un simile padre!" Ma è pure unica la fortuna di una donna, la quale abbia avuto per padre un Cesare Beccaria[3] e per figlio un Alessandro Manzoni.[4] La madre del Manzoni, quando si recò a Parigi, non si faceva chiamare altrimenti che la signora Giulia Beccaria; il nome del Beccaria servì di passaporto e di commendatizia anche al nostro giovine Alessandro presso la più eletta e la più colta società parigina, ov'egli ebbe pure occasione di conoscere, fra gli altri valentuomini, lo storico piemontese Carlo Botta, il quale, non potendo ancora presagire in lui il futuro caposcuola del romanticismo in Italia, gli divenne amico.[5] Il Manzoni stesso, in quel tempo, un poco per farsi meglio conoscere, ma molto più forse per compiacere alla propria madre, firmava le proprie lettere col doppio nome di Manzoni-Beccaria; quando poi l'amico suo Pagani fece ristampare in Milano, per conto dell'Autore,[6] il Carme In morte dell'Imbonati, egli lo pregò di aggiungere pure sul frontispizio il nome del Beccaria, specialmente dopochè il poeta Lebrun, allora molto in voga, inviandogli un suo nuovo componimento stampato, lo avea, senz'altro, salutato col nome di Beccaria, soggiungendo nella dedicatoria manoscritta queste parole: "C'est un nom trop honorable pour ne pas saisir l'occasion de le porter. Je veux que le nom de Lebrun choque avec celui de Beccaria."[7] Il Pagani o dimenticò o finse o volle dimenticare il singolare desiderio espressogli dall'amico, il quale dovette contentarsi di sentirsi chiamare semplicemente: Alessandro Manzoni. I versi per l'Imbonati non furono dunque scritti, come sembrami siasi creduto fin qui, immediatamente dopo la morte di colui, che, discepolo del Parini, dovea, se avesse vissuto, divenire la guida spirituale del Manzoni; ma parecchi mesi dopo, nel febbraio dell'anno 1806, quando s'appressava l'anniversario della sua morte, ed assai probabilmente per dare, in quel giorno funebre, una consolazione alla nobile amica derelitta dell'Imbonati. Noi sappiamo ora intanto dal signor Romussi che, per quell'anniversario funebre, il Manzoni faceva ristampare i suoi versi in Milano, per mezzo del suo amico Pagani, al quale soggiungeva il seguente poscritto: "Il 15 corrente è il fatale giorno anniversario della morte del virtuoso Imbonati. Mia madre dice che un tuo sospiro per lui sarà a lui un omaggio, una consolazione a lei, e che in quel momento le nostre anime saranno unite."[8] Nel Carme commemorativo, ove si esalta la virtù dell'Imbonati, ove si confessa pubblicamente l'amicizia che lo legava a Giulia Beccaria, ove si promette dal poeta all'ombra dell'Imbonati ch'egli avrebbe seguito i sapienti consigli dell'amico di sua madre, si esalta insieme e si consola la virtù e il dolore della madre. Sotto questo aspetto speciale, parmi che il Carme, sebbene già notissimo, In morte dell'Imbonati, possa ora venir riletto dagli ammiratori del Manzoni, con più viva, se pure non nuova, curiosità, poichè insieme col genio nascente del poeta ci mostra il coraggioso ed eloquente affetto del figlio vendicatore dell'onore materno.[9] Incomincia il Poeta accortamente col rivolgersi alla madre, rammentando com'egli fosse solito a scusarsi presso di lei, per avere fino a quel di coltivata solamente la poesia satirica, poichè non gli era apparso sopra la terra un solo raggio di virtù, al quale potesse consacrare l'ingegno poetico. Ma, dopo avere inteso come la madre rimpiangesse la rara virtù dell'amico che le era stato tolto, gli parve almeno che il ricordo di quelle virtù potesse destare in alcuno il proposito di farle rivivere in sè. Il giovine Poeta vede veramente o immagina d'avere veduto in sogno il conte Carlo Imbonati, ma in figura di malato già consunto dal proprio male. Egli serba tuttavia sempre molta calma nell'aperto volto e nell'aspetto, i quali inspirano pronta fiducia anche agl'ignoti. Pensosa è la fronte di lui, mite e sereno lo sguardo, il labbro sorridente. Il Poeta ventenne fa prontamente atto di volerlo abbracciare e di favellargli:
ma irrigidita
Da timor, da stupor, da reverenza
Stette la lingua.
Allora l'Imbonati stesso prende a parlare, e dice come un affetto imperioso lo muova a ritornar presso di lui, che, nel fine di sua vita, era stato oggetto dei suoi più vivi desiderii:
E sai se, quando
Il mio cor nelle membra ancor battea,
Di te fu pieno, e quanta parte avesti
Degli estremi suoi moti.—Or, poi che dato
Non m'è, com'io bramava, a passo a passo,
Per man guidarti su la via scoscesa,
Che, anelando, ho fornita, e tu cominci,
Volli almeno una volta confortarti
Di mia presenza.
L'Imbonati, non credendo forse ancora imminente l'ultimo suo giorno, avea diretta al giovine Manzoni che, in quel tempo, dovea condurre fra la gioventù milanese una vita alquanto dissipata, una prima ed ultima lettera eloquente, dove gli dava alcuni suoi consigli amorosi, fiducioso certamente di deporre il buon seme in ottimo terreno. Il Manzoni, alla sua volta, rispose con una lettera caldissima; ma la risposta arrivò all'Imbonati, quand'egli avea già chiusi gli occhi alla luce. Mi si domanderà: Come sapete voi questo? In quale biografia l'avete voi letto? Avreste, per avventura, vedute quelle preziose lettere? No: lo non le ho vedute; ma ho semplicemente letto, con intento biografico, i versi stessi del Manzoni. Gli abbiamo letti anche noi, e sono chiari abbastanza da non abbisognare di commenti. Io ne convengo perfettamente, e vi prego dunque soltanto di rileggerli ancora una volta:
…. Allor ch'io l'amorose e vere
Note leggea, che a me dettasti prime,
E novissime fôro, e la dolcezza
Dell'esser teco presentìa, chi detto
M'avrìa che tolto m'eri! E quando in caldo
Scritto gli affetti del mio cor t'apersi,
Che non sarìa dagli occhi tuoi veduto,
Chiusi per sempre! Or quanto e come acerbo
Di te nutrissi desiderio, il pensa.
Il Manzoni non pare dunque aver conosciuto l'Imbonati, ma essersene solamente innamorato per la fama delle sue molte virtù e per l'affetto sincero e profondo che egli aveva inspirato alla signora Beccaria; il che è intieramente regolare, poichè sappiamo dal Fauriel che la Beccaria s'era recata a Parigi con l'Imbonati fin dai primi anni del Consolato. Si spiega quindi pure come, per un certo periodo della vita giovanile di Alessandro Manzoni, appaia educatrice di lui non già la madre, ma una zia uscita da uno de' conventi soppressi, nel tempo in cui i Manzoni abitavano nella Via di Santa Prassede.[10] Essa aveva l'incarico di accompagnare in chiesa il giovinetto, e di fargli dare lezioni di musica e di danza, forse pure di scherma. Come spiegarsi altrimenti che l'Imbonati fosse così poco noto al figlio di colei, per la quale egli era tutto, e che, invece di parlare al Manzoni, egli si risolvesse a scrivergli? Un giorno qualche altra lettera inedita ci darà forse la chiave di questo enigma biografico; intanto proseguiamo la nostra lettura:
Io sentìa le tue lodi; e qual tu fosti
Di retto, acuto senno, d'incolpato
Costume e d'alte voglie, ugual, sincero,
Non vantator di probità, ma probo,
Com'oggi, al mondo, al par di te nessuno
Gusti il sapor del beneficio, e senta
Dolor dell'altrui danno. Egli ascoltava
Con volto nè superbo, nè modesto.
Io, rincorato, proseguia: se cura,
Se pensier di qua giù vince l'avello,
Certo so ben che il duol t'aggiugne e il pianto
Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto,
Te perdendo, ha perduto.
L'Imbonati sorride mestamente, e risponde:
Se non fosse
Ch'io l'amo tanto, io pregherei che ratto
Quell'anima gentil fuor delle membra
Prendesse il vol, per chiuder l'ali in grembo
Di Quei ch'eterna ciò che a Lui somiglia.
Che, fin ch'io non la veggo, e ch'io son certo
Di mai più non lasciarla, esser felice
Pienamente non posso. A questi accenti
Chinammo il volto, e taciti ristemmo;
Ma, per gli occhi d'entrambi, il cor parlava.
Dopo questo omaggio che il giovine Poeta, preteso ateo, rende per le parole dell'Imbonati alla credenza in Dio e nella immortalità dell'anima umana, egli domanda all'ombra dell'Imbonati quale impressione essa abbia provato nel punto della morte.[11] Essa risponde evasivamente che non provò alcun dolore, che le parve liberarsi da un breve sonno; ma poi, ridesta alla vita eterna, le increbbe non ritrovarsi più vicina la cara donna che vegliava, con amorosa pietà, al fianco di lui infermo. Altro l'Imbonati non può rimpiangere di questa vita mortale, nè il tristo mondo ch'egli abbandonò. Anima virtuosamente stoica e scettica ad un tempo, comunica il proprio scetticismo all'amica diletta ed al carissimo alunno:
Che dolermi dovea? forse il partirmi
Da questa terra, ov'è il ben far portento,
E somma lode il non aver peccato?
Dove il pensier dalla parola è sempre
Altro, è virtù per ogni labbro ad alta
Voce lodata, ma ne' cor derisa;
Dov'è spento il pudor, dove sagace
Usura è fatto il beneficio, e frutta
Lussuria amor; dove sol reo si stima
Chi non compie il delitto; ove il delitto
Turpe non è, se fortunato; dove
Sempre in alto i ribaldi e i buoni in fondo.
Dura è pel giusto solitario, il credi,
Dura e, pur troppo, disugual la guerra
Contro i perversi affratellati e molti.
Tu, cui non piacque su la via più trita
La folla urtar che dietro al piacer corre
E all'onor vano e al lucro, e delle sale
Al gracchiar vôto, e del censito volgo
Al petulante cinguettìo, d'amici
Ceto preponi intemerati e pochi,
E la pacata compagnia di quelli
Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma,
Segui tua strada; e dal viril proposto
Noti ti partir, se sai.
Qui, dove torna pure ad affacciarsi in parte il poeta de' Sermoni che si mostra alieno dai pubblici affidi, appaiono chiare le ragioni, per le quali il Manzoni, disgustato della società milanese, si recò in Francia con la madre. Segue il già citato ricordo dell'educazione ricevuta in collegio, quindi l'allusione allo innominato maestro ch'egli disprezza; viene infine l'alunno sdegnoso alle calunnie dei vili che assalirono il nome del giovine poeta in Italia, alle quali egli non diede risposta, unico modo savio per farle cadere; e caddero infatti così bene, che non si potrebbe oggi più argomentare con qualche fondamenta di qual natura veramente esse fossero e onde partissero. È possibile tuttavia, se è vero che il Manzoni abbia, in qualche modo, nella gioventù di Lodovico, voluto raffigurar la propria ch'egli, non ignaro, per averle particolarmente studiate, delle leggi cavalleresche, invece di sfidare il suo avversario calunniatore l'abbia disprezzato, per mostrare poi in età più matura, con tutta la forza stringente della sua logica poderosa, e per l'esempio del duello di Lodovico, come un tal partito, tragico insieme e ridicolo, non risolva mai alcuna questione d'onore. I versi giovanili del Manzoni ci dicono, in somma, in modo indiretto, che egli nè entrò in polemica letteraria, nè chiese a' suoi calunniatori alcuna riparazione di sangue:
Nè l'orecchio tuo santo io vo' del nome
Macchiar de' vili che, ozïosi sempre,
Fuor che in mal far, contra il mio nome armâro
L'operosa calunnia. Alle lor grida
Silenzio opposi, e all'odio lor disprezzo;
Qual merti l'ira mia fra lor non veggio;
Ond'io lieve men vado a mia salita
Non li curando:
non curanza che, ricordando il disdegnoso verso dantesco,
Non ti curar di lor, ma guarda e passa,
conferma pure il verso del Manzoni giovinetto:
Spregio, non odio mai.
Per quale intima associazione d'idee non si potrebbe ora ben dire, il giovine Manzoni domanda quindi all'Imbonati, se sia vero quello che di lui si va dicendo, ch'egli abbia, cioè, disprezzato i poeti e le Muse. Ma l'Imbonati è pronto a soggiungere che gli furono venerandi e cari Vittorio Alfieri e Giuseppe Parini, ma ch'egli disprezza, invece, i poeti triviali, arroganti, viziosi, di perduta fama, i quali fanno un vergognoso mercato di lodi e di strapazzi, e dai quali si attende una vecchiaia oscura e ignominiosa; e qui forse il Manzoni mirava ancora al cavaliere storiografo Vincenzo Monti od all'improvvisatore Francesco Gianni che viveva a Parigi, e metteva in verso i bollettini delle vittorie napoleoniche. La vecchiaia dell'Autore della Bassvilliana e della Mascheroniana fu, pur troppo, quale il Manzoni la pronosticava ai venali poeti, dai quali egli abborriva; al Gianni fu invece, dopo la caduta di Napoleone, conservata la sua lauta pensione. Udite, pertanto, le generose parole dell'Imbonati, il Manzoni prorompe egli stesso e conchiude stupendamente il Canto:
Gioia il suo dir mi prese, e non ignota[12]
Bile destommi; e replicai: deh! vogli
La via segnarmi, onde toccar la cima
Io possa, o far che, s'io cadrò su l'erta,
Dicasi almen: su l'orma propria ei giace.
Sentir, riprese, e meditar; di poco
Esser contento; dalla mèta mai
Non torcer gli occhi; conservar la mano
Pura e la mente; delle umane cose
Tanto sperimentar, quanto ti basti
Per non curarle; non ti far mai servo;
Non far tregua coi vili; il santo vero
Mai non tradir; nè proferir mai verbo,
Che plauda al vizio, o la virtù derida.
O maestro, o, gridai, scorta amorosa,
Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio
Non mi sia spento, a governar rimani
Me, cui natura e gioventù fa cieco
L'ingegno e serva la ragion del core.
Così parlava e lagrimava; al mio
Pianto ei compianse, E, non è questa, disse,
Quella città, dove sarem compagni
Eternamente. Ora colei, cui figlio
Se' per natura e, per eletta, amico,
Ama ed ascolta, e di figlial dolcezza
L'intensa amaritudine le molci;
Dille ch'io so ch'ella sol cerca il piede
Metter su l'orme mie; dille che i fiori
Che sul mio cener spande, io li raccolgo,
E li rendo immortali; e tal ne tesso
Serto che sol non temerà nè bruma,
Ch'io stesso in fronte riporrolle, ancora
Delle sue belle lagrime irrorato.
Dolce tristezza, amor, d'affetti mille
Turba m'assalse; e, da seder levato,
Ambo le braccia con voler tendea
Alla cara cervice. A quella scossa,
Quasi al partir di sonno, io mi rimasi;
E con l'acume del veder tentando
E con la man, solo mi vidi; e calda
Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.
Qui tutto è vero e caldo come fiamma viva; qui spira l'alito di una poesia originale e potente. L'ombra dell'Imbonati, in conformità delle idee svolte nell'Ode pariniana Sull'Educazione e di quelle del Fauriel (il prediletto tra i pochi ed intemerati amici del Manzoni in Parigi), il quale, intorno a quel tempo, stava, per l'appunto, meditando una storia dello Stoicismo, traccia al discepolo e, per mezzo di esso, a noi, un intiero bellissimo programma di Filosofia stoica. Con un tale espediente, non saprei dire se più ingegnoso o affettuoso, avendo l'Imbonati parlato per mezzo del figlio all'amico, la signora Giulia Beccaria dovette persuadersi come, per la virtù dell'amor figliale, divenuta poesia sovrana, la madre non solamente potea consolarsi, ma avesse ogni ragione di inorgoglirsi, nella lieta certezza di aver fatto all'Italia il dono celeste di un nuovo grande poeta.[13]
[1] È giusto tuttavia l'avvertire che consigli simili il Manzoni dovea averli talora intesi dallo stesso Monti. Questi, in una sua lettera di risposta al Tedaldi-Fores, ringraziando il giovine Poeta romantico per un Inno all'Aurora, gli scriveva come lo potrebbe ora fare un manzoniano: "Perchè in avvenire trionfi ne' vostri versi l'affetto, innamoratevi, fate che le vostre idee prima di andar sulla carta passino per mezzo il fuoco del cuore; in una parola, sentite."
[2] In una lettera del marzo 1806 diretta da Parigi al Pagani, il Manzoni si esprime così. "Scrivimi presto, te ne prego per me e per mia madre, che legge le tue lettere coi miei occhi. Ella t'ama quanto io t'amo. Ella è continuamente occupata…. ad amarmi e a fare la mia felicità."
[3] Quando, nel 1793, il Beccaria morì, il Manzoni si trovava in collegio, e contava appena otto anni. Non pare ch'egli abbia ricevute altre impressioni del nonno, fuori di quelle che gli furono comunicate dalla madre e dalla lettura delle opere, specialmente dei due libretti, Intorno ai Delitti e alle Pene, e Intorno alla Natura dello stile. In quest'ultima opera, quantunque scritta assai male, trovansi parecchi pensieri, che devono aver servito di base ai primi discorsi che il Manzoni tenne in Parigi col Fauriel intorno allo stile. Io ne accennerò alcuni che mi sembrano particolarmente essere divenuti manzoniani: "Un'eccellente poetica sarebbe quella che insegnasse a risvegliare in sè stesso l'indolente ed indeterminata sensibilità, che facesse scorrere lo spirito osservatore su tutte le cagioni che gli produssero piacere o dolore. Sono le osservazioni sopra le interne operazioni dello spirito, non sulle esterne manifestazioni di esso, che formano le vere istituzioni.—Io parlo solamente a quegli animi pronti e penetranti che sanno ripiegarsi in sè medesimi e sentir profondamente, ed a quegl'ingegni arditi e liberi che si formano una scienza de' loro pensieri e non degli scritti altrui." Il sensismo del Condillac adoperato nella statistica è il fondamento della dottrina del Beccarla, che il Manzoni tradusse in pratica. "Il principal artificio (conchiudeva il Beccaria) di chi vuole riuscire eccellente scrittore sarà quello di ridurre a tutte le idee sensibili, componenti, tutto il corredo delle parole, delle quali egli, conversando e studiando, carica la memoria, il che finalmente si riduce al principio medesimo esposto nella prima parte di queste ricerche; se l'eccellenza dello stile consiste nell'esprimere immediatamente il massimo numero di sensazioni unibili colle idee principali, per mettersi in istato appunto di esprimere questo massimo numero, il miglior mezzo sarà quello di averne ricca l'immaginazione. Ora come mai ciò potrà aversi se tre quarti dell'istituzione nostra si fa per mezzo delle parole, ed è necessario di farlo attesa la complicata coltura de' nostri costumi? non certamente in altra maniera, infuori che in quella di studiosamente e ad ogni occasione portare l'unione delle generali ed indeterminate espressioni alle sensibili, precise e determinate.
[4] Così l'Imbonati che ebbe per discepolo il Manzoni, aveva avuto per maestro il Parini. Il Manzoni stesso dovea avere per maestro un Monti, per amici un Foscolo ed un Fauriel, un Rosmini ed un Grossi, per critico un Goethe, per genero un Azeglio, per discepolo ideale un Giusti! Le visite del Mazzini e del Garibaldi, di Vittorio Emanuele e del Principe Umberto, di Don Pedro d'Alcantara e del Granduca Alessandro di Weimar, erano dimostrazioni particolari di quel consenso universale d'ammirazione, pel quale la gloria letteraria del Manzoni fu insuperata ed insuperabile.
[5] Il Botta dava a leggere al giovine Manzoni il manoscritto della sua Storia della Indipendenza degli Stati Uniti, della quale il Manzoni scriveva con entusiasmo all'amico Pagani, dicendogli, tra l'altre cose: "Credi che, dopo i nostri storici vecchi, nulla d'eguale è mai comparso in Italia," e gli raccomandava di trovargli un editore in Italia. L'editore non si potè trovare. Il Botta stampò il libro a sue spese; poi, avendo la moglie malata, e bisogno urgente di far danaro, vendette tutta l'edizione a peso di carta!—È noto come, dopo la pubblicazione de' Promessi Sposi, il Botta classicheggiante si schierò tra gli avversarii della Scuola manzoniana.
[6] La prima edizione de' soli cento esemplari, uscita nel febbraio del 1806, non fu messa in vendita; l'edizione di Milano fu di 1000 esemplari, ed uscì nel marzo di quello stesso anno.
[7] Fra i poeti che destarono maggior entusiasmo nel giovine Manzoni vuol essere ricordato, per l'appunto, questo Lebrun. {P. D. E., da non confondersi con un altro poeta Lebrun (P. A.) nato nello stesso anno, in cui nacque il Manzoni, morto membro dell'Accademia Francese, di cui il Dumas figlio ebbe a tessere l'elogio insieme col D'Haussonville. Questo Lebrun ebbe pure una gloria precoce, cantò pure le vittorie napoleoniche, e ottenne perciò anch'esso una pensione annua, ma di soli 1200 franchi.} Egli era nato nel 1729, e s'era acquistato fra i suoi contemporanei il nome di Pindare francais. A quattordici anni aveva già fatta un'Ode che prometteva un poeta insigne. Nato nella casa del principe di Conti, che lo prese a proteggere e lo adoperò poi per molti anni come suo segretario, vogliono che egli potesse esserne figlio. Il figlio del grande tragico Racine, poeta egli stesso, innamorò il giovane Lebrun della poesia; naufragato il Racine presso Cadice, il Lebrun lo pianse con un'Ode tenerissima. Sopra il suo quinto lustro, il Lebrun noveravasi già fra i primi Lirici francesi. L'indole satirica del poeta gli fece molti nemici; ma vuolsi pure ricordare che la figlia del grande Corneille ebbe dote per un'Ode famosa, nella quale il Lebrun supplicava in favore di lei il Voltaire. E quando il Voltaire morì, il Lebrun lo onorò con questa strofe efficace:
O Parnasse! frémis de douleur et d'effroi!
Pleurez, Muses, brisez vos lyres immortelles
Toi dont il fatigua les cent voix et les ailes,
Dis que Voltaire est mort, pleure et repose-toi.
Ma gli epigrammi pungenti del Lebrun sono molto più numerosi. La morte del prìncipe di Conti, la sua separazione dalla moglie, il fallimento del principe di Guémenée, presso il quale il Lebrun avea collocati i suoi risparmii, ne amareggiarono la vita. Per la intercessione del conte di Vaudreuil e del Calonne, impietosito il re Luigi XVI concesse al povero Lebrun una pensione annua di duemila franchi, il che non impedì, allo scoppiar della rivoluzione, che il Pindaro francese scrivesse le più ardenti odi rivoluzionarie. Ma il regno del Terrore lo spaventò; il Lebrun lamentò allora la libertà perduta e l'umanità oltraggiata. Passata la tempesta rivoluzionaria, creato l'Institut National, ei fu de' primi ad esservi accolto. Sotto il Direttorio, gli fu dato quartiere nel Louvre, con una pensione annua di mille scudi; Napoleone, primo console, la portò nel 1804 a seimila franchi. Negli ultimi anni della sua vita, il poeta perdette la vista; ma la ricuperò, in parte, per le cure del dottor Forlenze, onde il Cournand componeva la graziosa strofa seguente:
D'un nuage fatal tes yeux étaient voilés;
Forlenze, par son art, te rendit la lumière.
En des siècles plus reculés
Ce qu'il fit pour Pindare, il l'eût fait pour Homère.
Ma del beneficio della luce il Lebrun godette per poco tempo, poichè morì nel mese di settembre dell'anno 1807. I critici contemporanei del Lebrun non lo stimavano inferiore al lirico Giambattista Rousseau, specialmente per le due Odi al Buffon, per l'Ode sopra il vascello Le Vengeur, e per le sue traduzioni e imitazioni delle Odi d'Orazio. Ebbi sotto gli occhi un ritratto del poeta Lebrun, una figura nervosa, un profilo sottile, che non doveva inspirar molta simpatia; il Manzoni era tuttavia in quell'età, in cui tutti gli scrittori celebri sembrano degni d'essere amati, quando incontrò il Lebrun; e però il 17 marzo dell'anno 1806 scriveva da Parigi al suo amico Pagani: "Ieri ebbi l'onore di pranzare con un grande uomo, con un poeta sommo, con un lirico trascendente, con Lebrun. Avendomi onorato di un suo componimento stampato, volle assolutamente scrivere sull'esemplare, che conserverò per sempre: A. M. Beccaria. Ho avuto l'onore di imprimere due baci sulle sue smunte e scarnate guancie; e sono stati per me più saporiti che se gli avessi colti sulle labbra di Venere. È un grande uomo, per Dio! Spiacemi che le sue Odi sieno sparse e non riunite in un volume per potertele far conoscere; il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che noi Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non vi è poesia francese. Io credo e creder credo il vero, che noi non abbiamo (all'orecchio), che noi non abbiamo un lirico da contrapporre a Lebrun per quello che si chiama forza lirica. E perciò qui lo chiamano comunemente Pindare Lebrun, e non dicono forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi mi domina, e per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche verso qua e là delle sue Odi. In una imitata dall'Exegi monumentum di Orazio, egli dice che il suo monumento è più ardito della piramide e più durevole del bronzo. E poi (ascolta, per Dio!):
Qu'atteste leur masse insensée?
Rien qu'un néant ambitieux:
Mais l'ouvrage de la pensée
Est immortel comme les Dieux.
Eh? e nella medesima Ode:
Comme l'encens qui s'évapore
Et des Dieux parfume l'autel,
Le feu sacré qui me dévore
Brûle ce que j'ai de mortel.
E nella stessa ancora:
J'échappe à ce globe de fange:
Quel triomphe plus solennel!
C'est la mort même qui me venge;
Je commence un jour éternel.
E, in un'Ode a Bonaparte, due anni fa:
Le peuple souverain qu'un Héros sent défendre
N'obéira qu'aux Lois;
Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendre
Jusqu'au trône des Rois.
In un'Ode per la famosa notte del 10 agosto,—attento bene:
O Nuit, dont le voile imposteur
Servit un roi conspirateur,
Je te dénonce à la mémoire!
ors de ta lâche obscurité,
Parais dans ton affreuse gloire,
Subis ton immortalité!
Se questi non sono versi, quelli d'Orazio e di Pindaro sono
cavoli!—E parlando di Dio in un poema;
Au-delà du soleil, au-delà de l'espace,
Il n'est rien qu'il ne voie, il n'est rien qu'il n'embrasse,
Et la création respire dans son sein.
[8] Una lettera del maggio 1806 diretta in poscritto dalla Giulia
Beccaria al Pagani lo pregava di visitare in Milano la tomba
dell'Imbonati: "Un vostro puro vale (scriveva essa), sarà
aggradito da Lui, sarà accetto dal mio povero cuore."
[9] L'Autore della Biografia del Manzoni che si legge ora nel_
Supplemento all'Enciclopedia popolare_ del Pomba, preferisce
invece far credere che il Manzoni abbia scritto il Carme per
l'Imbonati, per riconoscenza della pingue eredità ricevuta!
[10] "Il Manzoni (scrive lo Stoppani) si ricordava fin negli ultimi suoi anni della buona zia, la quale gli aveva lasciato delle impressioni vivissime, che egli ricordava agli amici, come fossero ancora quei giorni. Ritornata ai patrii lari, l'ex-monaca si era assunta lei una parte dell'educazione di Lisandrino, a cui aveva preso a volere un gran bene, e questa parte era di farne un giovinotto… se vi par troppo il dire galante, diremo brillante, chè non daremo così occasione di pensar male a nessuno. Non pare che per una coltivazione di questo genere il terreno fosse così facile, come avrebbe desiderato la coltivatrice. Anche il Manzoni dovette subire il supplizio inevitabile delle lezioni di musica e di danza…. Non vi cadesse mai in mente che l'ex-monaca fosse una donna meno che ammodo, anzi meno che pia; ella non mancava mai di condur seco Lisandrino alla benedizione nella chiesa detta alla Pace. Vuol dire che lungo la via c'era tempo di discorrere d'altre cose.—Vede lei,—diceva un giorno il Manzoni, in uno degli ultimi anni della sua vita, ad un amico, mentre passavano per la Via di Santa Prassede,—vede lei quella finestra? Un giorno ero là colla zia che m'insegnava il viver del mondo. D'un tratto eccoci alle spalle lo zio monsignore; e la zia svelta a regalargli, come si dice, una buona cavatina, cambiando discorso con tale disinvoltura, da fare invidia al comico più provetto.—Dove mai aveva la zia appreso una tattica così sorprendente? Ma!… La cosa aveva fatto un gran senso al giovinetto, e gli avrà dato certamente da pensare. Talvolta certamente nella conversazione il discorso cadeva sulla soppressione, con tutti quei pro e contro che udiamo anche noi a' nostri giorni. La zia a questo proposito non si lasciava mai cogliere nelle spire di un ragionamento qualsiasi. Con quel suo fare spigliato e disinvolto saltava a piè pari alla conclusione.—Io per me—diceva—sono del parere di Giuseppe II. Aria: Aria!—soggiungeva, trinciando nell'aria di gran cerchi colla mano destra, quasi avesse voluto farsi largo, e sgombrarsi dattorno quel non so che, da cui aveva impedito per tant'anni il respiro."
[11] Questa pareva una preoccupazione forte nel Manzoni: noi abbiamo veduto nelle lettere che scrive intorno all'Arese moribondo com'egli si sdegni contro il sacerdote che viene a crescere il terrore della morte; è noto poi come l'estrema agonia del Manzoni sia stata dolorosa, pel terrore che lo invase nell'ultimo momento.
[12] Egli ricordava senza dubbio, in quel punto, il proprio già citato Sermone contro i cattivi poeti.
[13] L'indole intieramente soggettiva del Carme, le lodi date all'Imbonati amico di sua madre, quando il padre ancora viveva, e la possibilità che alcuno venisse un giorno, come venne pur troppo, a sospettare ch'egli cantasse l'Imbonati per riconoscenza venale, dopo che il Conte aveva diseredato i proprii parenti per lasciare le proprie sostanze alla bella ed intelligente amica, furono, senza dubbiò, i motivi gravissimi, per i quali il Canzoni ebbe più tardi a dolersi d'avere scritto quel Carme giovanile.
XI.
Il Manzoni a Parigi.
Il nome che portava la madre del Manzoni l'avea fatta accogliere in tutte le conversazioni più eleganti e più dotte del Consolato e del Primo Impero. Ad Auteuil, presso Parigi, viveva la vedova dell'Helvetius, in una casa già frequentata dai famosi Holbach, Franklin, Jefferson, Condillac, Diderot, D'Alembert, Condorcet, Laplace, Volney, Garat, Chenier, Ginguenè, Daunou, Thurot, Tracy l'ideologo e Cabanis. Ma il Cabanis frequentava specialmente la Maisonnette ove viveva la vedova del Condorcet, sorella del maresciallo Grouchy e della moglie di Giorgio Cabanis. Fu alla Maisonnette, ove la signora Beccarla si recava con particolare frequenza, che il Manzoni dovette conoscere il grande medico filosofo di Auteuil. Dal Sainte-Beuve apprendiamo che il Manzoni, parlandone col Fauriel, lo chiamava cet angélique Cabanis. Il Cabanis era nato nel 1757 a Cosnac e morì nel 1808 presso Meulan. Il Manzoni lo conobbe dunque negli ultimi tre anni della sua vita, e al colmo della sua gloria. Nell'anno 1806 il Cabanis aveva indirizzata al Fauriel una bella lettera sopra le cause prime, che fu pubblicata solo parecchi anni dopo la sua morte; probabilmente il Manzoni la lesse manoscritta presso il Fauriel. Il Sainte-Beuve riportò un passo eloquente della lettera del Cabanis; io ne riferirò qui, invece, la conclusione, nella quale il medico filosofo si rivolgeva allo storico sperato dello Stoicismo: "C'est a vous, mon ami, qu'il appartient de nous offrir les images des grandes âmes formées par ces maximes, de retracer dignement des souvenirs si touchants et si majestueux. Sans doute il est toujours utile de proposer aux hommes de semblables modèles; mais, aux époques des révolutions politiques, le bon sens et la vertu n'ont de garantie que dans la constance des principes, dans l'inébranlable fermeté des habitudes. Le débordement de toutes les folies, de toutes les fureurs, les excès de tous genres, inséparables de ces grands bouleversements, troublent les tètes faibles, leur rendent problématique ce qu'elles ont regardé comme le plus certain; les exemples corrupteurs, les succès momentanés du crime, les malheurs, les persécutions qui s'attachent si souvent aux gens de bien, ébranlent la morale des âmes flottantes; le ressort des plus énergiques s'affaiblit lui-même quelquefois, et toutes celles qui ne sont affermies dans la pratique des actions honnêtes que par le respect de l'opinion publique, voyant cette opinion toujours équitable à la longue dans les temps calmes, alors incertaine, égarée et souvent criminelle dans ses jugements, s'habituent à mépriser une voix qui leur tenait lieu de conscience; et si elles ne finissent bientôt par traiter de vaines illusions les devoirs les plus sacrés, il ne leur reste plus du moins assez de courage pour les faire triompher, dans le secret de leurs pensées, des impressions de terreur dont elles sont environnées de toutes parts. Poursuivez donc, mon ami, cet utile et noble travail: si la plus grande partie des temps historiques vers lesquels il vous ramène doivent remettre sous vos yeux les plus horribles et les plus hideux tableaux, vous y trouverez aussi celui des plus admirables et des plus touchantes vertus; leur aspect reposera votre coeur, révolté et fatigué de tant de scènes d'horreur et de bassesse. Jouissez, en le retraçant avec complaissance, des encouragements qu'il peut donner à tous les hommes en qui vit quelque étincelle du feu sacré, surtout à cette bonne jeunesse, qui entre toujours dans la carrière de la vie avec tous les sentiments élevés et généreux; et ne craignez pas d'embrasser une ombre vaine, en jouissant d'avance encore de la reconnaissance des vrais amis de l'humanité." A me pare tra le cose probabili che il Cabanis, quando scriveva queste parole, scritte, prima del Manzoni, un poco alla manzoniana, per le quali insieme col Fauriel si confortava nella speranza che la nuova gioventù avrebbe raccolto l'esempio delle virtù stoiche, di cui il Fauriel dovea scrivere la storia, sebbene fosse avvezzo a terminare i suoi scritti con una generosa perorazione ai giovani, pensasse questa volta, particolarmente, al giovine amico del Fauriel, al Manzoni, che, nel suo Carme in morte di Carlo Imbonati, fin dal mese di febbraio dello stesso anno 1806 si era fatto un vero programma poetico di Filosofia stoica. In parecchi scritti poi del Cabanis trovo traccie di quello stile modestamente arguto, un po' vago d'antitesi e di paralleli, che piaceva pur tanto al Manzoni e che gli divenne proprio, ma ch'egli potè forse sentirsi capace di rinnovare leggendo alcuno degli scrittori francesi. Non vorrei ingannarmi, innanzi ai professori di stilistica, dicendo che riconosco, per esempio, anticipato in parte il fare manzoniano in queste parole, con le quali si termina la prefazione del Coup-d'oeil sur les révolutions et sur la réforme de la Médecine, del Cabanis: "Cette introduction est la seule partie que j'aie pu terminer. Je m'étais refusé jusqu'à ce moment à la rendre publique, dans l'espoir de compléter un jour l'ouvrage entier tel que je l'avais conçu. Mais le dépérissement total de ma santé ne me permet plus de nourrir cet espoir, qui fut toujours peut-ètre beaucoup trop ambitieux pour moi. Je finis donc par céder aux voeux de quelques amis, et par livrer au public cette faible esquisse. J'aurais voulu la rendre plus digne de lui et d'eux, mais la même raison qui m'engage à la tirer de mon portefeuille, m'ôte le courage et les moyens de la perfectionner. Telle qu'elle est, elle renferme, je crois, des idées utiles, c'est assez pour écarter les conseils de mon amour-propre, qui peut-ètre la condamneraient a l'oubli; et si nos jeunes élèves, auxquels elle est particulièrement destinée, retirent quelque fruit de cette lecture, l'avantage de les avoir aidés dans leurs travaux sera pour mon coeur bien au-dessus de tous les succes les plus glorieux." Io non dico che qui dentro ci sia il Manzoni; ma mi pare di ritrovarci, fino ad un certo segno, il suo modo di dire, e però non ho creduto di doverlo tacere. Nel Cabanis, oltre al medico filosofo, vi era l'apostolo, un bisogno continuo di comunicarsi vivamente ed utilmente agli altri; questo bisogno il Manzoni non l'ha sentito in pari grado, anzi, per dire il vero, egli mi pare averlo sentito pochissimo. Il Cabanis non si contentava che il medico fosse dotto; lo voleva principalmente buono; e tutti i suoi migliori scritti riescono ad una tale conclusione. Ma, se il Manzoni non provava la stessa impazienza nel manifestare i proprii sentimenti e nel farli attivi leggendo gli scritti e ascoltando i discorsi di colui che gli parve angelico, dovette provare più volte una viva simpatia, e, approvando in cuor suo i pensieri del sapiente di Auteuil, trarne qualche profitto per la regola della propria vita, ed in parte, anche, in quanto il Cabanis gli parve scrittore efficace, giovarsene per dare, ad un tempo, rilievo singolare e disinvoltura alla propria prosa. Il Manzoni entrò nella vita con un programma etico ben determinato. Così il Cabanis, quando, nel 1783, ottenne il dottorato, avea proferito innanzi a' suoi giudici un generoso giuramento in versi non molto eleganti, ma, in compenso, molto sinceri, onde rilevo questi brani:
Je jure qu'à mon art obstinément livrée
Ma vie aux passions n'offrirà nulle entrée;
Qu'il remplira mes jours; que, pour l'approfondir,
L'embrasser tout entier, peut-être l'agrandir,
Mon âme à cet objet sans repos attachée,
Poursuivant sans repos la vérité cachée,
Formera, nourrira, par des efforts constants,
Sa lente expérience et ses trésors savants.
Je jure que jamais l'intérêt ni l'envie
Par leurs lâches conseils ne souilleront ma vie;
Que partout mes respects chercheront les talents;
Que ma tendre pitié, que mes soins consolants
Appartiendront surtout au malheur solitaire,
Et du pauvre d'abord trouveront la chaumière;
Que mes jours, dont mon coeur lui réserve l'emploi,
Pour conserver les siens ne seront rien pour moi
………………………………..
………………………………..
Libre de vains égards ou d'un orgueil coupable,
Je jure que ma voix, de détours incapable,
Montrera sans faiblesse, ainsi qu'avec candeur,
Et l'erreur étrangère et surtout mon erreur.
Je jure encor, fidèle à mon saint ministère,
Je jure, au nom des moeurs, que mon respect austère
Ne laissera jamais mes désirs ni mon coeur
S'égarer hors des lois que chérit la pudeur.
………………………………..
………………………………..
Ah! si mon coeur jamais, dans de honteux moments,
Abjurait sans puàeur ses vertueux serments,
Attache à tous mes pas les remords et le blâme,
Dieu vengeur qui m'entends! qu'en me fermant son âme,
La sévère amitié me laisse en un désert!
Dans ce coeur maintenant aux goûts simples ouvert
Flétris les vrais désirs, étouffe la nature,
Frappe-le des terreurs que nourrit l'imposture;
Et que plein de l'effroi d'un obscur avenir,
Je meure sans laisser aucun doux souvenir!
Mais, si de la vertu dont l'image m'enflamme
La sévère beauté toujours parle à mon âme;
Si, malgré tant de maux dont les assauts constants
Ont flétri mes beaux jours et glacé mon printemps,
À mes devoirs livré, moi-même je m'oublie,
Pour ne songer qu'aux maux qu'un autre me confie;
Si toujours mes serments sont présents a mon coeur,
Dieu juste, sur mes jours répands quelque douceur;
Veille sur les amis qui consolent ma vie;
Nourris les sentiments dont tu l'as embellie!
Chéri du malheureux, du puissant révéré,
Que mon nom soit béni plutôt que célébré!
Il Cabanis, come più tardi il Manzoni, tenne fede al suo programma giovanile. E, se fu caso che due uomini come il Cabanis ed il Manzoni, l'uno al tramonto, l'altro al principio della vita, s'incontrassero e si amassero, quel caso almeno non si potè dir cieco, poichè, se il temperamento dei due scrittori era diverso, non potevano incontrarsi due uomini che si somigliassero di più nel desiderio del bene. Il ritratto del Cabanis che accompagna il primo volume della edizione delle sue opere fatta nell'anno 1823 a Parigi dal Didot, ci offre la figura d'uomo pensoso e malinconico, ma benevolo e dall'espressione soave. La gioventù del Cabanis era stata molto agitata; giovinetto, egli aveva seguito, in qualità di segretario, un signore polacco a Varsavia; tornato a diciott'anni a Parigi, vi aveva atteso per alcuni anni a lavori letterarii, tra gli altri, a una versione dell'Iliade; ma non trovandosi abbastanza incoraggiato, elesse infine di studiar la medicina; laureato dopo sei anni di studio, si stabilì ad Auteuil, dove ebbe la ventura di conoscere la vedova del celebre Helvetius, che lo trattò come proprio figlio e gli fece conoscere gli uomini illustri che ne frequentavano la casa, tra i quali quel Beniamino Franklin, di cui il Cabanis ci ha poi raccontata così bene e con tanta efficacia morale la vita. Per mezzo dell'Holbach, divenne amico del Diderot, del D'Alembert e del Voltaire. All'arrivo della rivoluzione, il Cabanis ne approvò i principii e ne deplorò gli eccessi. Amico intimo del Mirabeau, ne descrisse la malattia e la morte. Assistette fino all'ultima ora il Condorcet, ne raccolse gli scritti, ne consolò la vedova; poco dopo, si congiunse in matrimonio con una cognata di lei, sorella del generale Grouchy. Nominato quindi professore, membro dell'Istituto, membro del Senato, la sua fama d'allora in poi andò sempre crescendo e la sua vita potè dirsi relativamente felice. Tutti gli scrittori francesi contemporanei s'accordarono nel chiamare il Cabanis non solo un gran medico, professore e filosofo, ma un homme de bien. Questa lode ch'egli ambiva sopra ogni altra, gli meritò pure la gloria di essere amato ed ammirato dal nostro Manzoni; ora, poichè nessuna delle ammirazioni del Manzoni rimase sterile per la sua vita, noi non possiamo tacere che, se il Manzoni tornò in Italia migliore che non ne fosse partito, una parte del merito vuole pure riferirsi all'angelico Cabanis. Quando il Cabanis morì, nel 1808, il suo posto nell'Accademia francese fu occupato da un altro filosofo, un amico, una conoscenza intima anch'esso del Fauriel e del Manzoni, l'ideologo Destutt de Tracy, l'autore dei celebri Élements d'idéologie, nato nel 1751, morto nel 1836.[1] Sebbene, per l'età, il Tracy potesse essere padre al Fauriel, sappiamo tuttavia che egli avea tanta fiducia nel criterio di lui, che gli dava ad esaminare e giudicare i proprii scritti prima di pubblicarli. Scrivendo poi al Fauriel, il Tracy gli diceva, citando un bell'adagio orientale, che l'albero dell'amicizia "est le seul qui porte des fruits toujours doux." Ma il grande amico, l'anima gemella, nella gioventù del Manzoni, fu Claudio Fauriel. La signora di Staël, scrivendo al Fauriel, fra le altre cose gli diceva: "Ce n'est pas assurément que votre esprit aussi ne me plaise, mais il me semble qu'il tire son originalité de vos sentiments." Queste parole ci possono dare la ragione della profonda simpatia, della viva amicizia che il Manzoni sentì pel Fauriel. La forza, la grandezza originale del Manzoni consiste pure nella sua capacità di sentire vivacemente e di tradurre sinceramente il proprio sentimento. Ammiratore del Parini e di Carlo Imbonati, due stoici, il giovine Manzoni arrivava a Parigi e vi incontrava lo stoico Fauriel, nel 1805, cioè nell'anno in cui questi preparava una storia dello Stoicismo ed attirava alle dottrine stoichei suoi migliori amici. Ma lo stoicismo del Fauriel non si scompagnava da un sentimento filantropico, più moderno che lo raddolciva. Amico del vero, e persuaso che il vero si può conciliar sempre col buono, per amor del vero egli amava pure nell'arte la naturalezza. Il Manzoni trovò dunque nel Fauriel più tosto un consenso che un ammaestramento; i due amici confermarono a vicenda, ne' loro lunghi e geniali discorsi, e determinarono meglio a sè stessi la loro poetica letteraria che riusciva al tempo stesso una poetica della vita. Anche al Manzoni si sarebbero forse potute rivolgere le parole che la Stael indirizzava al Fauriel: "Vous aimez les sentiments exaltés, et, quoique vous n'ayez pas, du moins je le crois, un caractère passionné, comme votre âme est pure, elle jouit de tout ce qui est noble avec délices." Ingegni critici entrambi, ossia correttivi, erano impediti essi stessi da una clamorosa e tumultuosa dimostrazione de' loro sentimenti; poeti entrambi, non potevano tuttavia guardare con freddezza alcun oggetto della loro critica; moderavano dunque la passione e scaldavano la riflessione con una specie di compenso euritmico che le metteva quasi sempre fra loro in perfetta armonia. Il Fauriel sarebbe stato amato con ardore dalla Stael, se egli lo avesse voluto; ma preferì una soddisfazione più viva, quella di essere ammirato da lei, che, deposta oramai ogni speranza di una corrispondenza amorosa, poteva quindi scrivergli: "Je croirai moins de mal de la nature humaine quand votre âme noble et pure me fera sentir au moins tout le charme et tout le mérite des ètres privilégiés." Si comprende il fascino che un tal uomo dovette esercitare sopra il giovane Manzoni al suo arrivo in Parigi, e si capisce ancora come il Fauriel dovesse fortificarsi ne' suoi virtuosi convincimenti, trovando adesione ad essi nell'animo di un Manzoni. Vuolsi egli da ciò argomentare che il Fauriel fosse, nella sua qualità di stoico, insensibile all'amore, e fargli quasi un merito di una tale insensibilità? Non è questo il mio pensiero. Pare, invece, che l'animo del Fauriel fosse preso, più ancora che dalle grazie, dalle virtù della vedova del Condorcet. Essa era nata sei anni prima di lui, ma, se egli amò alcuna donna, fu quella; ed amando fortemente quella, non ne poteva onestamente amare un'altra; perciò Beniamino Constant, scrivendo al Fauriel, dopo avere chiamata la Stael "la meilleure et la plus spirituelle des femmes," si scusa, soggiungendo queste altre parole significanti: "Je m'aperçois que le superlatif est malhonnête, et je le rétracte pour l'habitante de la Maisonnette." Il Fauriel era nato per sentire fortemente l'amicizia, degno quindi d'incontrarsi col Manzoni che si mostrò anch'esso affettuoso e costante nelle sue amicizie. E si può ancora riferire al Manzoni quello che il Sainte-Beuve scrisse del Fauriel: "En lui les extrémités, les terminaisons de l'âge précédent se confondent, se combinent à petit bruit avec les origines de l'autre; il y a de ces intermédiaires cachés qui font qu'ainsi deux époques, en divorce et en rupture à la surface, se tiennent comme par les entrailles." Come il Fauriel comunicò al Cabanis, ad un ideologo, ad un filosofo, che era pure non grande, ma neppure infimo poeta, il proprio amore delle indagini storiche, così ne innamorò un altro poeta più grande e più originale, il nostro Manzoni. Il dramma storico, il romanzo storico, il discorso storico, la Storia della Colonna infame, riconoscono per loro padre legittimo, effettivo, il Manzoni; ma se il Manzoni ne fu il padre, il Fauriel ne vuol essere tenuto come l'amoroso padrino. Alla sua volta, il Manzoni, rapito da un nuovo profondo sentimento religioso, dovea forse contribuire ad animare di nuova poesia cristiana il sentimento stoico, quasi pagano, del Fauriel, e aggiungere a' pensieri virili dello storico una maggior soavità di espressione poetica. Il Fauriel poi ed il Manzoni erano di quegli uomini, in compagnia del quali, anche non volendo, si diventa migliore: il poeta danese Bággesen, per esempio, che era temuto da' suoi avversarii per i suoi frizzi e per le sue invettive, presso il sereno e virtuoso Fauriel diveniva o voleva almeno apparire un agnello: i frammenti delle sue lettere al Fauriel pubblicati dal Sainte-Beuve lo dimostrano. Lo stoico Fauriel, amico della vedova del Condorcet, ma, senza dubbio, amico nel più nobile senso della parola, dovea tenere il posto presso il Manzoni di quel Carlo Imbonati, lo stoico discepolo del Parini, ed amico della signora Giulia Beccaria. Quando la signora Condorcet morì nel 1822, il Fauriel venne a cercare conforto al suo vivo, irreparabile dolore, presso il suo Manzoni, a Brusuglio. Premesse queste poche parole intorno alle ragioni profonde della simpatia ed amicizia che legò insieme il Manzoni ed il Fauriel, mi giova ora, con la guida del Sainte-Beuve, seguire i discorsi che i due grandi scrittori tennero in Parigi sull'arte loro. Ma io discorderei tosto dall'illustre critico francese, il quale attribuiva al Fauriel il merito d'avere, dopo la lettura del noto Carme In morte dell'Imbonati, non pure consigliato al Manzoni di perfezionarsi nel verso sciolto, ma indicatigli "les modèles qu'il préférait." Per quanto il Fauriel fosse intelligente di poesia italiana, conviene ammettere che il Manzoni se ne intendesse un poco più: il Fauriel provavasi egli pure a scrivere sonetti italiani e li leggeva al Manzoni; ma, se que' sonetti avessero avuto un vero valore, è assai probabile che gli avrebbero sopravvissuto. Il Fauriel deve avere semplicemente ammirato i bei versi del Manzoni, e convenuto con lui che il miglior modello di verso sciolto italiano era quello del Parini, che molto probabilmente il Manzoni fece conoscere al Fauriel e non, di certo, viceversa. Il Sainte-Beuve scrive, del rimanente, egli stesso parlando del Manzoni: "Le divin Parini, comme il l'appelait quelquefois, fut son premier maître; mais, en avançant, son vers tendit de plus en plus à se dégager de toute imitation prochaine, à se retremper directement dans la vérité et la nature." Il che è vero soltanto, se si confronti lo sciolto della tragedia con quello del Carme per l'Imbonati, ma non potrebbe stare se si volesse riguardare come un progresso l'Urania ed altri componimenti lirici immediatamente successivi, rispetto a quel primo Carme mirabile per verità e naturalezza. Ma a questo punta non mi giova più citare; mi conviene invece riferire, per intiero, quanto il Sainte-Beuve ci lasciò scritta intorno ai discorsi principali che si tennero su argomenti letterarii fra il Manzoni ed il Fauriel, dall'anno 1806 all'anno 1808. "Quante volte (scrive il Sainte-Beuve), correndo l'estate del 1806 o alcuno degli anni dipoi, nel giardino della Maisonnette e fuori, per le colline di Saint-Avoie, sul pendio di quella vetta, onde si scorge sì bello il corso della Senna, e l'isoletta coperta di salici e di cipressi, da cui l'occhio si allarga contento su quella fresca e tranquilla vallata, quante volte i due amici andavano ragionando tra loro sul fine supremo d'ogni poesia, sulle false immagini di che conveniva spogliarla, sull'arte bella e semplice che bisognava richiamare alla vita! Certo, il Cartesio non fu tanto insistente nel raccomandare al filosofo di deporre le idee della scuola e i pregiudizii dell'educazione, quanto il Fauriel nel raccomandare al poeta di liberarsi intieramente da quelle false immagini che sogliono ricevere nome di poetiche. Bisogna che la poesia sia cavata dall'intimo del cuore, bisogna sentire e saper esprimere i proprii sentimenti con sincerità. Quest'era il primo articolo della riforma poetica meditata dal Fauriel e dal Manzoni. Non è però che di mezzo alle speranze questi non sentisse un'amarezza nel cuore. Ben intendendo che la poesia non può corrispondere nè alle sue origini nè al suo fine, se non opera sulla vita del popolo e della società, scorgeva facilmente, che, per mille titoli, l'Italia non poteva arrivare a tanto. La divisione degli Stati, il difetto d'un centro comune, l'ozio, l'ignoranza, le pretensioni locali avevano arrecato differenze troppo profonde tra la lingua scritta e le parlate. Quella divenne addirittura una lingua morta. Non potè quindi prendere ed esercitare sulle varie popolazioni un'azione diretta, immediata, universale. E così, per una contradizione veramente singolare, la prima condizione in Italia d'una lingua poetica, pura e semplice, era di fondarsi sull'artificio. Il Manzoni sentì assai presto la gravità di questo inconveniente. Egli non poteva contemplare senza un certo piacere, misto d'invidia, il pubblico di Parigi tutto plaudente alla commedia del Molière. Quel vedere un popolo intero che gustava e intendeva in tutte le loro parti i capolavori del genio, come cosa sua, quasi ponendosi in comunicazione con esso, gli pareva un sintomo di quella vita attiva che temeva fosse divietata a una nazione divisa In tanti dialetti. Egli ch'era destinato a riunire un giorno i più eletti ingegni del suo paese in un concorde sentimento d'ammirazione, egli allora non credeva possibile siffatta unanimità, o almeno dolevasi che non potesse partire dal maggior numero. Il Fauriel lo incoraggiava con autorità, e ponevagli sott'occhio molti illustri esempi, anche di scrittori italiani, ricordandogli che tutti, più o meno, ebbero a lottare con difficoltà della stessa specie." Il soggiorno in Francia non valse di certo al Manzoni per fargli imparar meglio quella lingua italiana, allo studio della quale egli si appassionò poi tanto dopo il suo ritorno in Italia. Ma gli diede, quanto allo stile, quella naturalezza, quell'agevolezza e disinvoltura che le nostre scuole e le nostre Accademie non ci hanno mai insegnate, avendo anzi mirato molto spesso a nascondere con la frase elegante i pensieri, o il vuoto de' pensieri, più tosto che ad esprimerli. Il Manzoni ammirava grandemente e sovra tutti i prosatori il Voltaire, le opere del quale egli citava spesso, avendole fino al suo trentesimo anno 1820 avute sempre fra le mani! Se ne privò poi, per farne dono al proprio confessore monsignor Tosi, canonico del Duomo, poi vescovo di Pavia, e togliersi così la tentazione di ascoltare il Voltaire altrimenti che come scrittore, e di sorbire con l'ambrosia delle belle parole il veleno di pensieri che quella fede cattolica, della quale egli aveva assunta la difesa, gli comandava di riprovare.[2]
[1] L'Elogio del Cabanis recitato dal Tracy fu tradotto in italiano da Defendente Sacchi sopra il manoscritto dell'Autore e pubblicato nel 1834 a Piacenza.
[2] Il fatto ci è affermato dal professor Magenta, il quale aggiunge che il Voltaire appartenuto al Manzoni "era un magnifico esemplare parigino del 1785, di circa 100 volumi in-8°, legati in marocchino col labbro dorato. L'egregio Carlo Tosi ne tiene quattro soltanto, che degli altri alla morte del Vescovo non si trova che i cartoni."
XII.
L'Urania. —L'Idillio manzoniano.
Fu scritto molto e forse troppo sopra gli amori molteplici e non tutti egualmente ammirabili e confessabili di Volfango Goethe. Il capitolo che tratta degli amori del Manzoni sarà assai più breve e più discreto, ma, come parmi, non privo d'importanza per chi s'occupi di psicologia letteraria. Io non piglio molto sul serio e però non dovrei curar qui il breve disgraziato amoretto di Venezia, del quale ho già fatto un breve cenno, perchè non sembra aver lasciata alcuna traccia profonda nell'arte manzoniana. Ma non posso, tuttavia, passare sotto silenzio che Niccolò Tommaseo aveva veduto un Sonetto giovanile del Manzoni, ov'era un verso molto espressivo. Il nostro Poeta, fin da giovinetto, aveva fermata la sua mente ad un alto ideale, e rivolgendosi alla sua Musa inspiratrice le prometteva di serbar fede al virtuoso ideale, arrecandone in pegno una ragione stupenda per la sua naturalezza:
Perch'io non posso tralasciar d'amarti!
Questo bel verso ci assicura già che per Alessandro Manzoni l'amore non sarà una debolezza, ma una sola grande virtù, e che dalla donna egli avrebbe ricevuto soltanto inspirazioni gentili e benefiche. Dopo avere pubblicato il Carme In morte dell'Imbonati, e ricevute per esso magnifiche lodi in Italia ed in Francia,[1] il Manzoni che, in una variante del suo Sonetto Ritratto giovanile, aveva scritto questo verso singolarissimo:
Di riposo e di gloria insiem desìo,
contento di quel primo saggio della propria gloria, si riposò, e trovò in quel riposo una specie di voluttà, della quale, mi si perdoni la confusione di parole che sembrano farsi guerra, pensando prima da stoico, poi da cristiano, godette molte volte, nella sua vita, con una squisita compiacenza, non vorrei dire da epicureo. Di questa sua beata pigrizia poetica egli fu più volte piacevolmente rimproverato e canzonato da' suoi amici, uno de' quali, il poeta Giovanni Torti, lo raffigurava, anzi, sotto il nome di
Cleon nostro
Di beato far nulla inclito speglio.[2]
Dicono che il Manzoni vecchio si compiacesse molto di quella canzonatura dell'amico, e non mi parrebbe niente improbabile, che quelle famose parole de' Promessi Sposi, le quali si pigliano generalmente come un complimento puro e semplice al poeta Giovanni Torti, fossero pure un'amabile vendetta intima di Cleone. L'Innominato una volta avea intorno a sè molti bravi, e tra questi, come si capisce, pochi galantuomini; dopo la conversione del padrone si dispersero, e rimasero soltanto presso l'Innominato alcuni fidati amici, pochi e valenti come i versi del Torti, il quale probabilmente ne aveva pure anch'esso dispersi e distrutti molti cattivi, prima di far grazia ai pochi che gli parevano riusciti secondo il suo cuore.[3] Ad ogni modo, per molti mesi dopo la pubblicazione del Carme In morte dell'Imbonati, il Manzoni non iscrisse più versi; nè gli valse "il dolce sprone" materno a toglierlo da quella specie di letargia. Quale fu dunque l'occasione, o, per dirla con Massimo d'Azeglio, la tentazione tentante che mosse il giovine Poeta, nell'anno seguente, a comporre il nuovo poemetto Urania? A me pare di non ingannarmi dicendo semplicemente che il Manzoni, in quell'anno, s'era innamorato della fanciulla, che divenne poi sua moglie, Enrichetta Blondel, e che l'Urania fu scritta specialmente per piacerle. Il Poeta incomincia ad invocare le Grazie per cantare un nuovo inno, il quale sia ascoltato, non solo all'ombra de' pioppi lombardi, ma anco presso i sacri colli dell'Arno, ai quali il Carme foscoliano De' Sepolcri, uscito nella primavera di quell'anno, dovea più fortemente tentarlo. Anch'egli desidera venire ascritto, non alla turba, ma "al drappel sacro" de' poeti d'Italia "antico ospizio delle Muse." La recrudescenza nel desiderio della gloria presso i poeti risponde quasi sempre ad una recrudescenza d'amore; le donne amanti di poeti furono quasi sempre o autrici o principali collaboratrici della loro gloria; anche il Manzoni, il meno erotico forse di tutti i nostri grandi poeti, sentì crescere l'ardore poetico all'improvviso sollevarsi nel suo petto di una fiamma gentile. Ma, dopo ch'egli s'era scostato dagl'imitatori per accostarsi, com'egli canta, "ai prischi sommi," la poca gloria poetica non bastava più alla sua giovanile ambizione, aut Caesar, aut nihil; anche il nostro pensava dunque fra sè, dopo avere conosciuto il Pindaro Lebrun, o Pindaro, o Dante, o Manzoni; e, dopo avere lodato il primo, si velava sotto la figura del secondo; per avere il diritto di ascoltare il glorioso discorso delle Muse. Dante vien celebrato per aver primo dato le bende ed il manto alla poesia italiana, per averla, primo, condotta a fonti illibate, per averla, maestro dell'ira nell'Inferno e del sorriso nel Purgatorio e nel Paradiso, creata degna di emular la madre latina:
…. e nelle stanze sacre
Tu le insegnasti ad emular la madre,
Tu dolce maestro e del sorriso,
Divo Alighier, le fosti. In lunga notte
Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,
Tu nostra.
Quanta maestà e virgiliana soavità di affetto In quel nostro!—A questo punto, nondimeno, il Poeta che non ha per anco rinunciato a tutte le reminiscenze della scuola, si ricorda troppo d'avervi studiata la Mitologia greca; onde quello stesso Manzoni che, pochi anni dopo, scriverà l'Ode satirica intitolata: L'ira d'Apollo, nella quale, in pena d'aver posto da banda le vecchie ciarpe mitologiche, il poeta riformato si farà giocosamente condannare da Apollo a non più bere l'onda Castalia, a non cingersi più la fronte d'alloro, a non più salire sul Pegaso, a non più volare, a cantar sempre in umile stile quello ch'egli sentirà e nulla più:
Rada il basso terren del vostro mondo,
Non spiri aura di Pindo in sua parola;
Tutto ei deggia da l'intimo
Suo petto trarre e dal pensier profondo;
quello stesso poeta, per rappresentare gli antichi beneficii che le nove Muse recarono un giorno ai mortali, immagina che, discesa dal cielo, la stessa dea Urania gli abbia un giorno cantati al poeta Pindaro. Non sono da sperare stupendi effetti poetici da una tale intonazione mitologica, e però tutto l'Inno, nel tutt'insieme, riesce manierato e freddo. Pure qua e là la natura potente vince l'arte delle scuole, e ne vien fuori qualche verso di calore, di colore e di sapore tutto manzoniano, ove l'effetto è proprio cavato, come in molte delle immagini dantesche, dalla potenza di meditar sopra lo impressioni: questi, per esempio:
Fra il romor del plauso,
Chinò la bella gota, ove salìa
Del gaudio mista e del pudor la fiamma.
Sono versi pittoreschi; ma il Manzoni ricordava senza dubbio, nel comporli una impressione propria, essendo ben noto agli amici del Poeta, com'egli soleva, innanzi a lodi che gli facevano piacere, arrossire come fanciullo. In questi altri versi, il primo è da notare per l'equivoco della parola amanti, la quale si può riferire alla Gloria, come a tutte le donne amate in genere; ed è vero pur troppo, che di mille innamorati, i quali sognano la gloria, uno solo riesce, con pena, a conseguirla; parecchi de' versi che seguono, sentono come un soave afflato virgiliano:
V'è la Gloria, sospir di mille amanti:
Vede la schiva i mille, e ad un sorride.
Ivi il trasse la Diva. All'appressarsi,
Dell'aura sacra all'aspirar, di lieto
Orror compreso in ogni vena il sangue
Sentìa l'eletto, ed una fiamma lieve
Lambir la fronte ed occupar l'ingegno.
Poi che nell'alto della selva il pose
Non conscio passo, abbandonò l'altezza
Del solitario trono, e nel segreto
Asilo Urania il prode alunno aggiunse.
Come talvolta ad uom rassembra in sogno
Su lunga scala, o per dirupo, lieve
Scorrer col piè non alternato all'imo,
Nè mai grado calcar, nè offender sasso;
Tal su gli aerei gioghi sorvolando,
Discendea la Celeste.
L'immagine seguente ci ricorda un'analoga similitudine dantesca; quella che vien dopo ha pure per noi qualche importanza biografica, perchè, sotto la impressione provata dal poeta Pindaro, reso improvvisamente dubitoso delle sue forze, dopo aver fatto concepire di sè solenni speranze, sono da riconoscersi i sentimenti particolari che dovea provare il Manzoni divenuto quasi inerte, dopo le lodi forse più ambite che sperate, onde fu coronato il Carme per l'Imbonati; ed anco questi versi, ove l'Autore trae l'espressione dal proprio modo di sentire, riescono pieni di poetica efficacia:
Come la madre al fantolin caduto,
Mentre lieto al suo piè movea tumulto,
Che guata impaurito e già sul ciglio
Turgida appar la lagrimetta, ed ella
Nel suo trepido cor contiene il grido,
E blandamente gli sorride in volto
Per ch'ei non pianga; un tal divino riso
Con questi detti a lui la Musa aperse:
"A confortarti io vegno. Onde sì ratto
L'anima tua è da viltade offesa?
Non senza il nume delle Muse, o figlio,
Di te tant'alto io promettea."—"Deh! come,
Pindaro rispondea, cura dei vati
Aver le Muse io crederò? Se culto
Placabil mai degl'Immortali alcuno
Rendesse all'uom, chi mai d'ostie e di lodi,
Chi più di me, di pregi e di cor puro,
Venerò le Camene?[4] Or, se del mio
Dolor ti duoli, proseguir, deh! vogli
L'egro mio spirto consolar col canto"
Tacque il labbro, ma il volto ancor pregava,
Qual d'uom che d'udir arda, e fra sè tema
Di far, parlando, alla risposta indugio.
Allor su l'erba s'adagiàro, il plettro
Urania prese; e gli accordò quest'inno
Che, in minor suono, il canto mio ripete.
Ma spogliando il Carme del suo apparato mitologico, noi troviamo in esso i sentimenti particolari del poeta e però un nuovo elemento biografico, del quale ci giova tener conto. Il poeta Pindaro, dopo aver dato prove del suo valore poetico ed onorate le Muse, riesce improvvisamente dubitoso delle proprie forze; onde la Musa discende a rimproverarlo insieme ed aggiungergli coraggio. Il Manzoni, quantunque vago di riposo, quando s'accingeva all'opera non s'arrestava facilmente innanzi alle cose difficili; anzi, metteva più forte impegno per riuscire; il modo con cui tormentò sè stesso negli Inni Sacri, lo sforzo giovanile per frenare i versi volubili e ribelli, il lungo, ostinato studio ch'egli, lombardo, pose nella parlata fiorentina, possono servire di commento a questi versi dell'Urania:
…. Baldanza a quel voler non tolse
Difficoltà, che all'impotente è freno,
Stimolo al forte.
Le Muse e le Grazie discendono sulla terra e recano i loro benefici ai mortali, cioè la pace, la concordia, la pietà. I versi seguenti del Manzoni, non ancora cattolico, concordano perfettamente col fine dell'Inno sulla Pentecoste, e col precetto evangelico che la mano sinistra non deve sapere quello che fa la destra, e ci dimostrano insomma ch'è una poco pia menzogna il miracolo della conversione dall'ateismo, dal materialismo e dal cinismo del Manzoni, che non fu mai nè ateo, nè materialista, nè cinico. Ma su questo argomento avremo occasione di ritornare; intanto, spogliando della loro veste classico-mitologica i versi che seguono, compiacciamoci di veder già vivo sotto di essa un Manzoni cristiano. Scrivendo nel 1805 al Monti, il giovine Manzoni gli ricordava già che le lettere non sono buone a nulla, se non servono a ringentilire i costumi; nell'Urania, le Muse devono fare qualche cosa di più, insegnarci la pietà ed il perdono delle offese, e la carità benefica e modesta:
Così dal sangue e dal ferino istinto
Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo
Di lor, che a terra ancor tenea il costume
Che del passato l'avvenir fa servo.
Levâr di nuova forza avvalorato.
E quei gli occhi giraro, e vider tutta
La compagnia degli stranier divini,
Che alle Dive fea guerra. Ove furente
Imperversar la Crudeltà solea
Orribil mostro che ferisce e ride,
Viver pietà che mollemente intorno
Ai cor fremendo, dei veduti mali
Dolor chiedea: Pietà, degl'infelici
Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta
Con alta fronte passeggiar l'Offesa
Vider, gl'ingegni provocando, e mite
Ovunque un Genio a quella Furia opporsi,
Lo spontaneo Perdon che con la destra
Cancella il torto e nella manca reca
Il beneficio, e l'uno e l'altro obblia.
Per virtù delle Muse nasce nell'uomo l'amor della fatica industre, il sentimento dell'onore, della fedeltà, dell'umana ospitale fratellanza,
…. che gl'ignoti astringe
Di fraterna catena; e tutta in fine
La schiera pia nell'opra affaticarsi
Videro, e nuovo di pietà, d'amore
Negli attoniti sorse animi un senso,
Che infiammando occupolli.
I poeti si destano e cantano alla turba le vedute bellezze, la terra non più squallida, ride; al discendere dell'armonia nel cuore dei mortali, l'ira tace e sii sveglia un secreto ardente desiderio di carità e di pace, onde la vita si fa bella e riposata:
L'ira
V'ammorzava quel canto, e dolce, invece,
Di carità, di pace vi destava
Ignota brama.
Dopo aver'cantato, le Muse risalgono all'Olimpo e ne ricevono le lodi di Giove, ma per tornar sollecite presso Pindaro, a que' luoghi che un gentile ricordo rende cari,
…. chè ameno
Oltre ogni loco a rivedersi è quello
Che un gentil fatto ti rimembri.
Le Muse spiegano a Pindaro che, se egli, a malgrado dell'amor delle
Muse, non potè ancora sciogliere canti immortali, ciò accade per la
vendetta d'un Nume, poich'egli, fino ad ora, negò il canto alle
Grazie; senza le quali nè pure gli Dei
…. son usi
Mover mai danza o moderar convito.
Da lor sol vien se cosa in fra i mortali
E di gentile, e sol qua giù quel canto
Vivrà che lingua dal pensier profondo
Con la fortuna delle Grazie attinga.
Queste implora coi voti, ed al perdono
Facili or piega. E la rapita lode
Più non ti dolga. A giovin quercia accanto
Talor felce orgogliosa il suolo usurpa;
E cresce in selva, e il gentil ramo eccede
Col breve onor delle digiune frondi:
Ed ecco il verno le dissipa; e intanto
Tacitamente il solidario arbusto
Gran parte abbranca di terreno, e mille
Rami nutrendo nel felice tronco
Al grato pellegrin l'ombra prepara.
Signor così degl'inni eterni, un giorno,
Solo in Olimpia regnerai: compagna
Questa lira al tuo canto, a te sovente
Il tuo destino e l'amor mio rimembri.
Qui il Manzoni sembra certamente voler fare qualche allusione personale. È evidente ch'egli lascia rivolger la parola a Pindaro, perchè gli parrebbe cosa troppo vana ed orgogliosa obbligar le Muse a discendere dall'Olimpo per lui e augurargli di regnar solo in Olimpia. Se così è, noi dobbiamo riconoscere in questa giovine quercia olimpica, che un giorno regnerà sola, il Manzoni stesso, e domandargli chi possa nascondersi sotto la felce orgogliosa che ingombra intanto la via alla giovine quercia, ma che, in pena della sua temerità, vivrà un anno solo. Gl'indizii precisi od anco probabili ci mancano per arrischiarci a qualsiasi congettura. Osservo, invece, come una potente ragione segreta dovette determinare il Manzoni a compiere la sua prima formola poetica sentir e meditare, con un nuovo elemento che le mancava, la grazia. Il Manzoni vecchio diceva che l'arte deve aver per oggetto il vero, per fine l'utile, per mezzo l'interessante, ossia il bello. Il senso dei versi dell'Urania è il medesimo:
…. sol qua giù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la fortuna delle Grazie attinga.
Io dubito che l'amore abbia dettato que' versi, e che nell'anno 1807 il Poeta avesse già veduta la giovinetta che dovea l'anno seguente sposare. L'Urania, a malgrado della bellezza di alcune parti, riesce, tuttavia, un componimento freddo e stentato, a motivo specialmente della morta Mitologia evocata a velare più che a significare i sentimenti vivi e contemporanei del Poeta. Lo studio ch'e' fece per nascondersi, dopo essersi molto e forse troppo scoperto nel Carme per l'Imbonati, gli fece parer buoni quegli stessi mezzi mitologici, sopra i quali, pochi anni dopo, egli medesimo dovea gettar tanto ridicolo. Ed è a dolersi che l'amico Fauriel non abbia sconsigliato il Manzoni dal ritentar quella vana forma poetica. È da dolersi, ma non da stupire; poichè, in quel tempo medesimo, il Fauriel traduceva la Parteneide, poema alpestre del poeta danese Jens Bággesen,[5] ove non solamente si rimettono in iscena gli Dei ma si crea una nuova dea della Vertigine, dove la Jungfrau o la Vergine è allegoricamente rappresentata come una poetica persona viva. Nè pago il Fauriel di tradurre in francese il poema che il Bággesen avea composto in tedesco, invitava il Manzoni a tradurlo in italiano. Ma il Manzoni, che intanto avea già fatto, con la madre, nel 1806 il suo viaggio in Isvizzera e ammirato dappresso le montagne, che vi ritornò forse nel 1807, invece di tradurre, si provò a comporre un poema originale sopra le montagne, accompagnandone l'invio al Fauriel suo secondo duca alpestre, come il Bággesen era stato il primo, con una epistola in versi, della quale il Sainte-Beuve ci ha fatto conoscere un frammento "Alla Vergine ideale" del Danese egli opponeva nell'epistola e nel poema una Vergine che le somigliava, da lui conosciuta sui colli orobii, in una villa del Bergamasco: siamo, ove precisamente egli conobbe la sua Enrichetta Blondel. Il suo matrimonio con essa si celebrò in Milano il 6 febbraio dell'anno 1808 innanzi all'ufficiale civile. Enrichetta Blondel aveva sedici anni, era nata a Casirate, apparteneva ad una famiglia di origine ginevrina, di confessione evangelica riformata, onde nel giorno stesso in cui celebravasi il matrimonio civile, veniva in Milano da Bergamo il pastore protestante Giovanni Gaspare Degli Orelli a benedire quelle nozze evangelicamente; testimone dello sposo era non solo un cattolico, ma un prete, il sacerdote Francesco Zinammi (o Zinamini?). Dopo le nozze, gli sposi partirono per Parigi, ov'era rimasta la signora Beccaria. Il 31 agosto dell'anno 1808, il Manzoni scriveva da Parigi al suo amico Pagani: "Ho trovato una compagna che riunisce veramente tutti i pregi che possono rendere veramente felice un uomo e me particolarmente; mia madre è guarita affatto, e non regna fra di noi che un amore ed un volere." In Parigi nasce al Manzoni una figlia; vien battezzata secondo il rito cattolico e le s'impone il nome di Giulia, in onore della madrina ch'era la nonna, e di Claudina, in onore del padrino Claudio Fauriel.
[1] Per la Francia bastavano in ogni modo quelle del Fauriel, per
l'Italia quelle del Foscolo.
[2] Il signor Romussi crede pure che il Torti nella Torre di Capua
raffigurasse il Manzoni convertito in Fra Calisto da Firenze:
……rifuggissi alla Scrittura, o quando
S'avvenne al loco, ove il Maestro disse
Che stretto è in quel d'amare ogni comando,
Fu come gli occhi della mente aprisse:
Tutto qui sta (diss'ei) vivere amando,
E amar fu sua scienza fin ch'ei visse;
Di che pur reso in suo sermon potente
Innamorava di ben far la gente.
[3] Anche il Monti, del resto, scrivendo nel 1818 a Giovanni Torti, gli avea detto: "Da chi avete voi imparata l'arte di far versi così corretti, così belli? _Fatene di più spessi _e crescete la gloria degl'Italiani, il più caldo lodatore della vostra Musa sarà sempre il vostro Monti."
[4] In quell'anno medesimo il Manzoni aveva composto una Canzone di tessitura classica, in onore delle Nove Muse. Ne ho veduto un frammento non molto felice. Ogni strofa dovea descrivere una Musa.
[5] L'incontro del Manzoni in Parigi con questo illustre poeta danese non fu, di certo, senza risultamenti. Il Bággesen era nato nel 1761 da una povera famiglia; ricevuto gratuitamente all'Università di Copenhagen, diede tosto parecchi saggi del suo valore nel poetare. In età di ventun anno avea pubblicata la prima raccolta de' suoi versi, alla quale, dopo sette anni, era serbato l'onore di una versione tedesca; a ventiquattro anni, usciva il suo dramma Uggiero il Danese, che cadde intieramente dopo la parodia che ne fece l'Heiberg intitolata: Uggiero il Tedesco. Allora il giovine poeta disgustato desiderò lasciare il proprio paese e visitare la Germania, la Svizzera e la Francia; il Duca di Augustemborgo, suo protettore, gliene fornì i mezzi. Il Bággesen viaggiò così fuori di patria per quattro anni, e s'addestrò in questo tempo specialmente nella lingua tedesca, la quale divenne per lui come una seconda lingua. Impromessosi a Berna con una nipote dell'Haller, rientrò per poco in patria, per ripartirne nell'anno 1793 e visitare nuovamente la Svizzera, Vienna e l'Italia. Lo ritroviamo nel 1796 a Copenhagen, aggregato a quel Corpo universitario; ma l'anno dipoi egli s'era già rimesso in viaggio, avea perduto la moglie a Kiel e sposava, in seconde nozze, a Parigi, come più tardi il Manzoni, la figlia di un pastore di Ginevra, con la quale, nell'anno 1798, ritornava in Danimarca. Chiamato a prender parte nella direzione di quel Teatro reale, vi rappresentava un proprio dramma, che fu molto applaudito. Ma, nel 1800, tornava a chiedere un congedo per recarsi a Parigi, dove, dopo avere pubblicato in Amburgo due volumi di poesie tedesche assai maltrattate dai giornali di quel tempo, e il suo poema della Parteneide, scritto pure in tedesco, nell'anno 1806 faceva ritorno a Copenhagen, dove intanto il Rahbez e l'Oehlenschlaeger, coi giovani ammiratori del Goethe e della scuola romantica di Weimar, avevano preso il posto del Bággesen nella simpatia del pubblico. Il nostro poeta ne sentì pena. Volle col suo Labirinto provare di esser anch'esso capace di trattare quel genere di poesia che piaceva ai romantici, ma intanto non si rattenne dallo scrivere una satira contro la moderna scuola, dal pubblicare epigrammi contro i capi romantici, e specialmente contro il Goethe che avea ammirato e certamente molto studiato, come lo prova lo stesso suo dramma Il perfetto Faust, e contro l'Oehlenschlaeger da lui prima molto onorato. Non potendo più esser riguardato come primo fra i poeti della Danimarca, il Bággesen lasciava nuovamente il suo paese nell'anno 1807, e soggiornava ora in Francia, ora in Germania, fino all'anno 1814, scrivendo ora satire ed epigrammi, ora inni d'amore pel suo paese, secondo il suo vario umore poetico. Natura mobile, egli subiva facilmente e mutava impressioni ed idee, in contradizione e lotta continua fra lo spirito romantico ed il classico, fra la fede e lo scetticismo. Il nostro giovane Manzoni, per mezzo del Fauriel, conobbe il Bággesen in Parigi fra gli anni 1806 e 1808, e fu tra i suoi più caldi ammiratori. Il Fauriel non fu amico inutile dei letterati e filosofi, dei quali divenne famigliare; com'egli rivedeva, prima della stampa, gli scritti del Tracy, attirava il Cabanis alle ricerche storiche, come più tardi traduceva e raccomandava ai Francesi le tragedie del suo Manzoni, così, innamoratosi della Parteneide del Bággesen, imprese a tradurla e quasi a rifarla, facendola precedere da una introduzione, ove scriveva il Sainte-Beuve: "A la définition délicate qu'il donne de l'idylle, à la peinture complaisante et suave qu'il en retrace, je crois retrouverà travers l'écrivain didactique l'homme heureux et sensible, l'hôte de la Maisonnette et l'amant de la nature." Il Fauriel confessava poi che, primo il Bággesen, nella Parteneide, gli aveva dato: "le sentiment des Alpes," e per questo pregio gli perdonava molte stranezze; il Botta ed il Manzoni parteciparono a quell'ammirazione. Quando nel 1810 il Fauriel pubblicò finalmente la Parteneide in francese, il primo gli scriveva: "Vous avez rencontré des beautés pures et presque angéliques, vous avez été attiré vers elles, vous les avez saisies, vous en avez été pénétré et nous les avez rendues avec le ton et le style qui leur conviennent;" il secondo, come scrive il Sainte-Beuve, "réinstallé à Milan, adressait A Parteneide une pièce de vers allégoriques dans le genre de son Urania, et il semblait se promettre de faire en italien une traduction, ou quelque poème analogue sur ses montagnes. Voici" prosegue il Sainte-Beuve "un passage dans lequel il exprime l'impression vive qu'il ressentit lorsque la belle Vierge lui fut présentée par son second guide, par ce cher Fauriel, qui la lui amenait par la main. Manzoni nous pardonnera d'arracher à l'oubli ces quelques vers de sa jeunesse, ce premier jet non corrigé (non corretto, est-il dit en marge); il nous le pardonnera en faveur du témoignage qu'il y rend a son ami:"
……… Col tuo secondo duca
Te vidi io prima, e de lo sacre danze
O dimentica o schiva; e pur sì franco.
Sì numeroso il portamento, e tanto
Di rosea luce ti fioriva il volto,
Che Diva io ti conobbi, e t'adorai.
Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieta
D'amor primiero ti porgea la destra,
Di sì fidata compagnia, che primo
Giurato avrei che per trovarti ei l'erta
Superasse de l'Alpe, ei le tempeste
Affrontasse del Tuna, e tremebondo
Da la mobil Vertigo e da l'ardente
Confusïon battuto in sul petroso
Orlo giacesse. Entro il mio cor fêan lite
Quegli avversarii che van sempre insieme,
Riverenza ed Amor; ma pur sì pio
Aprivi il riso, e non so che di noto
Mi splendea ne' tuoi guardi, che Amor vinse,
E m'appressai sicuro. E quel cortese,
Di cui cara l'immago ed onorata
Sarammi, infin che la purpurea vita
M'irrigherà le vene, a me rivolto,
Con gentil piglio la tua man levando,
Fêa d'offrirmela cenno. Ond'io più baldo
La man ti stesi.
Mi piace ora aggiungere che Parteneide rispose al Manzoni, in lingua tedesca, per bocca dello stesso Bággesen in una poesia intitolata precisamente: Parthenais au Manzoni, la quale si legge nella quinta parte delle Poesie del Bággesen pubblicate dal figlio del poeta a Lipsia nell'anno 1836. Una nota dice: "Questa poesia si fonda sul fatto che dopo che il Fauriel ebbe tradotta la Parteneide in francese, il Bággesen ricevette dal Mansioni la promessa ch'egli l'avrebbe tradotta in italiano. La traduzione francese è in prosa; il Manzoni si proponeva di adoperare la terza rima. Non sappiamo per quali motivi il lavoro non sia poi stato seguito." Debbo questa notizia alla cortesia del signor Kr. Arentzen, autore di un pregiato lavoro biografico sopra il Bággesen pubblicatosi di recente in lingua danese. Il signor Arentzen ebbe pure la bontà di trascrivermi gli esametri tedeschi del Bággesen diretti al Manzoni. Anche in essi come nel poema della Parteneide, egli si cela sotto il nome di Nordfrank, il poeta viaggiatore. Parteneide parla e dice come, guidata dal Bággesen, ella visitò la regione del Nord, guidata dal Fauriel la regione dell'Occidente; l'amicizia del Fauriel, essa dice, mi è cara, come quella di Nordfrank. Si compiace in tale compagnia, quando sente un dolce richiamo verso il Mezzogiorno; le par di sognare, le par di viaggiare verso un mondo incantato, e stende la mano al nipote di Dante, del Tasso e del Petrarca, all'amico del Fauriel e del Bággesen, al simpatico Manzoni:
Ach! und ich ahne dass mildere Duft and sanftere Tüne
Wonniger noch mit der blühenden Gluth lebhafterer Farben
Würden umwehn und vollenden den Schmück, wenn irgend ein Enkel
Dantes', Tasso's oder Petratk's mit gönnte der Bildung
Blümenkron, geflückt in des jungfraubeiligen Maro's
Muttergefild. O reichte die Hand mir Fauriel's Freund und
Nordfranks! Liebe zuletzt noch lernte, holder Manzoni!
Hold sunt Erröthen Dir schon die freundschaftseliger Jungfrau.
Questi due versi sembrano lasciar capire che al Bággesen fosse noto che nel tempo in cui il Manzoni tornato in Lombardia si preparava a tradurre la Parteneide (1807), per la prima volta conoscesse veramente l'amore, nel suo incontro con un'altra Vergine, la giovinetta Blondel, che divenne, poco dopo, sua moglie e che ciò possa essere, lo confermerebbe pure la seguente nota che troviamo nel caro libriccino dello Stoppani: I primi anni di Alessandro Manzoni, pag. 234: "I versi pubblicati di preferenza dal Sainte-Beuve, perchè gli tornavano bene ad illustrare il suo soggetto, sento ora con piacere che esistono fra le carte del Manzoni, preceduti da pochi altri che formano il principio del Carme, e seguiti da un numero maggiore che ne costituiscono come il corpo, sia questo o non sia del tutto compiuto." Chi mi dà questa notizia aggiunge che, dopo aver letti quei versi, glien'è rimasta l'impressione che il Manzoni abbia cominciato il suo Carme col richiamo della Vergine ideale della Parteneide, per dire in seguito, come infatti dice, che egli ha trovato in Italia, sul colli orobii, una Vergine a lei somigliante. Sarebbe poi sua opinione che questa seconda Vergine del Manzoni non fosse ideale, ma reale, molto probabilmente la stessa Enrichetta Blondel, che fu poi sua sposa, o che egli deve aver conosciuta la prima volta da vicino, o presso i di lei zii Mariton in una lor villa, nelle vicinanze di Bergamo. Ad ogni modo non sarebbe questo Carme, secondo lui, quel lavoro, a cui allude il Sainte-Beuve, che il Manzoni sembrava promettersi di fare in italiano, perchè un poemetto sul gusto di quello di Bággesen il Manzoni diceva di averlo fatto realmente_ in ottava_ rima, e alcune stanze le recitava, anche in questi ultimi anni, a chi l'accompagnava nella passeggiata. Sfortunatamente questo poemetto non si trovò fra i suoi scritti, e pare indubitato che egli l'abbia consegnato alle fiamme. La stessa Vergine ci descrive finalmente il Poeta in un'Ode giovanile, della quale citerò te strofe più espressive. Il Poeta, ancora irretito nelle immagini mitologiche, ci assicura che la sua fanciulla gli apparve la prima volta in forma somigliante a quella della dea Cinzia. Crediamogli sulla parola, e compiacciamoci ora nel veder partitamente descritte le qualità esteriori della sedicenne sposa sperata dal Manzoni, la quale dovea poi aver tanta parte, per quanto destramente dissimulata, nell'arte sua:
Tal prima agli occhi miei,
Non ancor dotti d'amorose lagrime,
Appariva costei,
Vincendo di splendor l'emule vergini
Per mover d'occhi dolcemente grave
E per voce soave.
Dagl'innocenti sguardi,
Che ancor lor possa e gli altrui danni ignorano,
Escono accesi dardi;
Non certi men, nè di più lieve incendio,
Se dal fronte scendendo il crine avaro
Lor fa lene riparo;
Oh qual tutta di nuove
Fatali grazie ride allor che l'invido
Crin col dito rimove:
E doppio appresta di beltà spettacolo
Sul fronte schietto, trascorrendo lieve
Con la destra di neve.
Nè tacerò la bella
Bocca gentil, fonte di riso ingenuo
E di cara favella;
E in cui prepara, ahi, per chi dunque! Venere
I casti baci e le punture ardite
E le dolci ferite.
Non giova al Poeta il suo proposito, fatto nel Carme per l'Imbonati, di voler seguire la dottrina di Zenone; l'Amore lo ferì; egli è invitato ad amare e a cantare d'amore, quando per l'appunto ben più alti soggetti e più fieri gli occupavano la mente; Amore non vuole, egli esclama:
……….ch'io canti rossa
Di sangue Italia, onde ancor pochi godano;
Nè di plebe commossa
Le feroci vendette ed i terribili
Brevi furori, e i rovesciati scanni
Dei tremanti tiranni.
Il Poeta, come nell'Urania, cede alle grazie di Venere, e, per essa, lascia le cure della politica. Notiamo ora questa sua prima confessione poetica, perchè essa ci potrà aiutare, in appresso, a comprender meglio le sue tragedie ed il suo romanzo, e a scusare, in parte, il Manzoni della poca parte attiva ch'egli prese con la sua persona alle vicende politiche Italiane, alle quali diede pure co' suoi proprii scritti pieni d'efficacia educativa una spinta così gagliarda.
XIII.
La Conversione.
A questo punto si colloca dal biografi quella che si chiamò la meravigliosa conversione del Manzoni, e si raccontano storielle forse tutte veridiche, ma ove si dia loro una soverchia ed esclusiva importanza, poco credibili. Alcuni vogliono che un semplice "io ci credo" opposto risolutamente dal piemontese conte Somis di Chiavrie alle invettive lanciate contro la religione cattolica in una conversazione di Parigi, abbia persuaso il giovine miscredente, e indottolo a cercar consigli edificanti presso il medesimo conte Somis, presso l'abate Grègoire e presso il giansenista genovese Padre Degola, che allora si trovava a Parigi e col quale entrò quindi in corrispondenza letteraria; altri che, smarrita un giorno la giovine sposa in mezzo alla folla delle vie di Parigi, attiratovi da un canto religioso, sia entrato nella chiesa di San Rocco, e abbia mormorato in ginocchio questa semplice preghiera: "O Dio, se tu ci sei, fammiti palese." Egli ritrovò, dicesi, tosto la sposa, e divenne credente. Qualche piccolo fatto deve, senza dubbio, essere intervenuto per risolvere in un dato momento il Manzoni a fissare un po' meglio quelle idee vaghe ch'egli aveva intorno al Cattolicismo.[1] Ma egli era nato cattolico, la sua educazione di collegio era stata tutta cattolica; uscito di collegio, sappiamo ch'egli frequentava ancora le chiese; le scene orrende del cardinal Ruffo a Napoli, quelle di Binasco e di Pavia stavano presenti alla memoria del Manzoni; e però il Trionfo della Libertà esce in frequenti imprecazioni contro la Chiesa, ma a quel modo stesso con cui Dante cattolico imprecava contro la Lupa, e il canonico Petrarca contro l'avara Babilonia. Se il giovine Manzoni amava poco i preti ed i frati, se la lettura delle opere del Voltaire lo aveva anche maggiormente alienato da essi, se quando morì il suo giovine compagno di scuola Luigi Arese, ei si doleva che tenendosi lontani dal letto dell'infermo gli amici, gli si fosse accostata soltanto "l'orribile figura del prete" per accrescergli il terrore della morte, se, in somma, il Manzoni, pur credendo nella immortalità dell'anima, nell'esistenza di un Dio che premia "eternando ciò che a lui somiglia," nei doveri cristiani della pietà e della carità, e pure adempiendo alcuno de' riti religiosi prescritti dalla sua condizione di cattolico, fra i quindici ed i ventitrè anni non fu un cattolico profondamente convinto, devoto e zelante, in un pariniano, in uno stoico suo pari doveva riuscir molto agevole l'innestare un po' di devozione cattolica. Ma i preti furono solleciti a levarne soverchio romore e a trarne troppo grande profitto. Parlando, nel 1806, dei preti italiani che assediano il letto de' moribondi, in una lettera diretta all'amico Pagani, il ventenne Manzoni usciva in un fiero lamento, dichiarando ch'egli voleva rimaner lontano "da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. Io preferisco, proseguiva egli, l'indifferenza naturale dei Francesi che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare." Due anni dopo aver levato questo vivo lamento, Alessandro Manzoni doveva egli stesso cadere in cura d'anima, ed il tristo frutto di questo stato di forzata docilità, alla quale egli si sottomise, fu una sterilità intellettuale che durò quasi dieci anni, 1808-1818, e, per l'appunto i dieci anni più belli della sua vita, ne' quali con molto stento, con molti pentimenti, il Manzoni riuscì a pena a mettere insieme quattro Inni sacri, due Parodie letterarie e due povere e stentate Canzoni politiche di genere classico. Si dirà: in quegli anni, egli si godette le sue prime gioie domestiche, ed attese a' suoi affari un po' imbrogliati ed alle cure agrarie, ed è vero; ma nè le une nè le altre hanno mai impedita la manifestazione del genio. Il Manzoni ebbe, pur troppo, in quegli anni un'idea fissa, che non era la sua, un'idea che gli aveano messa; e quando v'ha un'idea fissa, tutte le altre idee, per quante siano, e per quanto originali, non trovano l'opportunità e l'agevolezza di manifestarsi. L'idea fissa era ch'egli dovesse come scrittore diventare il poeta e l'apologista della religione cattolica, o non iscrivere più.
[1] "L'histoire de la conversion de Manzoni (scrive il compianto Loménie) est diversement racontée; suivant quelques-uns, la première pensée en serait venue au poëte dans le voyage à Paris dont je viens de parler. Au milieu d'une conversation où le Catholicisme n'était pas épargné, une personne se serait tout-à-coup écriée "Et moi, je crois!" Et ce cri d'un homme avouant sa foi au milieu des sarcasmes de l'incrédulité aurait été pour Manzoni le signal d'une révolution intellectuelle. Suivant d'autres, l'écrivain milanais, marié avec une protestante en haine de la croyance catholique, aurait été conduit par elle et avec elle au Catholicisme. Un écrivain (M. Didier) qui a publié, dans la Revue des Deux Mondes de 1831, un article sur Manzoni, et qui raconte ce dernier fait, ajoute: "On aimerait que de telles démarches fussent spontanées et procédassent moins de circonstances accidentelles que d'une volonté libre et solitaire." Le même écrivain semble reprocher a la détermination de Manzoni d'être l'effet "d'une influence de foyer beaucoup plus que le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante." Je crois ce reproche mal fondé, et le fait sur lequel il repose inexact. Je ne sais pas au juste toutes les circonstances qui ont précède et occasionné, de près ou de loin, la conversion de Manzoni, mais je sais que ce fait est bien le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante; car, durant la temps où Manzoni, revenu de Paris à Milan, flottait avec inquiétude entre le scepticisme et la foi, il écrivait à Paris, à un ami, des lettres où il peint l'état de son esprit, et où il s'annonce comme absorbé par l'examen d'une question à ses yeux la plus importante de toutes. Cette situation de doute et d'examen se prolonge fort longtemps; il est naturel de penser que cette résolution a été prise en connaissance de cause. Il n'est pas exact non plus que Manzoni ait épousé une protestante en haine de la croyance catholique. A son retour a Milan il se maria, très-jeune lui-même, avec une jeune personne de seize ans, mademoiselle Henriette Blondel, fille d'un Génevois établi à Milan, et qui était en effet protestante; mais il l'épousa, non parce qu'elle était protestante, mais parce quelle était fort intéressante, parce qu'il l'aimait beaucoup, et que sa mère désirait qu'il n'épousât pas une Milanaise. De plus, si mes renseignements sont exacts, loin d'avoir été conduit au Catholicisme par sa femme, ce serait lui au contraire qui aurait décidé l'abjuration de cette dernière." Vogliono, come dissi, che il Padre Degola giansenista, ed il Padre Grégoire abbiano avuto il primo merito come catechisti del neo-cattolico; venuto poi ad abitar nuovamente in Lombardia, il giansenista monsignor Tosi, divenuto confessore del giovino Poeta, compì, a poco a poco, il preteso miracolo, con tanto maggiore efficacia, in quanto egli conformava intèramente la propria vita ai precetti religiosi che insegnava.—Tra le opere che formavano parte della libreria del Manzoni a Brusuglio, vi era un magnifico Sant'Agostino in undici volumi, con qualche postilla autografa. Le Confessioni di Sant'Agostino dovettero offrire materia di lunga meditazione al neo-cattolico Manzoni. Il professor Magenta è persuaso che la vera conversione del Manzoni sia stata operata dal Tosi, e noi lo crediamo tanto più facilmente, in quanto riconoscendo che nel Tosi vi erano le doti d'un santo, e che dal lato morale egli dovette fare un gran bene al Manzoni, pel rigore del suo Giansenismo, per l'angustia de' suoi sillogismi religiosi minacciò pure di soffocarne l'alto ingegno creatore. Il professor Magenta, al quale avevo domandato qualche schiarimento sul contenuto di certe lettere confidenziali da lui omesse nella stampa dell'importante suo libro relativo al Tosi, egli, dichiarando di non potermene dare, si distende nuovamente nelle lodi di monsignor Tosi, ed io credo mio dovere riferir qui le sue proprie parole: "Non s'esagera dicendo che (il Tosi) dominava l'animo del grande scrittore. Non pare vero che nessuno del biografi del Manzoni abbia mai parlato del vescovo Tosi, vero tipo di sacerdote, al quale il Manzoni professava una venerazione che non aveva limiti. Lo Sclopis, il Ferrucci e lo Zoncada, per citare alcuni nomi, mi scrissero che, dopo il mio libriccino, l'origine del ritorno del Manzoni al Cattolicismo non è più dubbia per loro; nè so se a lei paia così. In quanto a me le dirò che la mia persuasione è profondissima, persuasione che cavai anche dai tenore di talune lettere della Blondel che io aveva già stampate, e che, per ragioni che debbo tacere, levai dai torchi. L'eccesso delle dottrine volteriane, gli avvenimenti politici, la nativa temperanza e la grande dirittura di mente del Manzoni, tutto cospirava ad apparecchiare un'atmosfera morale, in cui fosse a lui facile di ricevere l'influenza d'un uomo ch'era altrettanto pio, quanto largo d'idee. Ho ragione di credere che la Curia Romana avesse ingiunto al Tosi di stampare una ritrattazione dell'illustre Tamburini, quando questi si trovava sul letto di morte; ma il venerando Vescovo di Pavia, pigliando tempo, riuscì a sottrarsi all'odioso ufficio. Una vita così immacolata, così caritatevole, così forte, umile e liberale ad un tempo, doveva esercitare un fascino sullo spirito del Manzoni, spirito de' più larghi anche in fatto di religione che sieno mai stati al mondo." Noi conveniamo solamente in parte in questa ammirazione; noi crediamo che il Tosi ed il Manzoni, per natura, avessero ingegno ed animo largo; ma in quanto si proponevano di voler riuscire cattolici, esclusivamente cattolici, divenivano intolleranti. Quando giudicavano senza preconcetti cattolici, giudicavano bene, e liberalmente. Nella bella è lunga lettera che il Manzoni diresse da Parigi al Tosi sopra la questione religiosa, si trovano alcuni giudizii larghi che fanno onore a chi li proferiva e a chi gli ascoltava. La conclusione tuttavia è che noi in Italia dobbiamo essere contenti del nostro buon clero e della credulità del nostro volgo, ed una tale conclusione agghiaccia tutto il nostro entusiasmo: "Chi può dissimularsi gl'inconvenienti che esistono fra di noi? ma non v'è stato di guerra, perchè non ci son quasi protestanti; ma v'è una classe di buoni preti, i più dei quali potrebbero, è vero, senza danno, essere un po' più dotti, ma i quali per lo più hanno uno zelo sincero per la religione non mista di altre teorie, e una buona classe di fedeli che sono cristiani di cuore, e che non credono ad altri dogmi che ai rivelati."
XIV.
Il Manzoni a Brusuglio. Gl'Inni Sacri e la Morale cattolica.
Sopra la luna di miele manzoniana noi non abbiamo altre notizie, oltre quelle che il Sainte-Beuve e il Loménie avevano potuto raccogliere dai ricordi del Cousin e del Fauriel. Il Manzoni,[1] già convertito alla fede cattolica, tediato delle ciarle, alle quali quella conversione avea dato motivo, in compagnia della madre e della giovine sposa, ch'egli adorava, si ritrasse alla sua villa di Brusuglio, e parve nelle cure agresti dimenticare ogni tumulto della vita mondana. Il Loménie trova un'analogia fra il Manzoni ed il Ràcine,[2] rapportandosi per l'appunto ai primi anni del soggiorno di Alessandro Manzoni in Brusuglio, e la sua comparazione non è priva d'ogni fondamento; non ispiega tuttavia come il nostro Poeta, in mezzo agli splendori della natura ed alle contentezze domestiche trovasse così scarse occasioni d'ispirazione poetica. Mi duole dover ripetere che nello sforzo lungo e doloroso che il Manzoni dovette fare per credere, isterilì per alcuni anni il proprio ingegno, costretto a lavoro che dovette riuscirgli ingrato dall'autorità riverita del proprio confessore. Il Tosi volendo fare del Manzoni un poeta cattolico, gli aveva ordinato di comporre gl'Inni Sacri e le Osservazioni in difesa della Religione cattolica rivolte contro il Sismondi. Gli Inni Sacri doveano, nel primo intendimento, riuscir dodici come i dodici Apostoli o come i dodici mesi dell'anno;[3] ma il Manzoni stentò tanto a comporli, che in sette anni ne terminò a fatica cinque. L'Inno della Risurrezione fu incominciato nell'aprile del 1812, e compiuto soltanto i l 23 giugno; anzi l'ultima lima ricevette più tardi; il Manzoni vi notò di suo pugno, che era ancora da correggersi; nel vero, l'autografo e la stampa differiscono notevolmente. Il 6 novembre del 1812, il Manzoni si accinse a comporre l'inno, Il Nome di Maria; durò sei mesi in quel breve lavoro, e vi si affaticò grandemente; Io stento appare ora grandissimo anche nel leggerlo: fu terminato il 19 aprile 1813. Il Natale, pieno di cancellature, costò più di quattro mesi di lavoro: incominciato il 15 luglio 1813, ebbe compimento il 29 novembre dello stesso anno, ma con poca soddisfazione dell'Autore che vi appose questa nota: explicit infeliciter. L'Inno della Passione costò un anno e mezzo di lavoro; fu ripreso in quattro volte: la prima nel 3 marzo dell'anno 1814, la seconda nel di 11 luglio dello stesso anno, la terza nel 5 gennaio del 1815, la quarta nell'ottobre di quell'anno. La Pentecoste, ch'è il più bello, il più inspirato, il più caldo degli Inni Sacri, fu bensì incominciato nel giugno 1817, ma abbandonato nel suo primo disegno dal Manzoni che vi scrisse sopra rifiutato, e ripreso soltanto il 17 aprile del 1819 e terminato, fra molte soste e cancellature, il 2 ottobre di quell'anno. Esso appartiene dunque già al nuovo periodo più agitato e più operoso della vita poetica manzoniana. Queste note cronologiche sopra la composizione degl'Inni Sacri devono avere per la critica la loro importanza. La lentezza del comporre non accenna a una troppo grande vivezza del sentire, ma l'ostinazione che il Manzoni pose per finirli, anche a dispetto delle Muse, provano la sua ferma volontà di credere, e la sua persuasione che fosse necessario comunicare altrui la propria fede; ma questa maniera di fede, pur troppo, male si comunica. Vivo il Manzoni, osai fare sopra gl'Inni Sacri il seguente giudizio, ove nel rendere un omaggio riverente all'Autore intendevo lasciare aperto un adito alla critica dell'opera. "Gl'Inni Sacri, io diceva, hanno creato in Italia una nuova forma di poesia, il contenuto della quale che si giudicò, da prima, romantico, era semplicemente biblico, li Manzoni ha il gran merito d'avere liberato in Italia la poesia cristiana dalle forme convenzionali ereditate dal Paganesimo; forme convenzionali per noi moderni, che ci studiamo d'imitarle, mentrechè, invece, per gli antichi erano proprie, naturali, e frutto spontaneo e necessario di quella civiltà. Egli restituì ai poeti d'Italia la loro libertà, e col proprio esempio disse loro: essendo cristiani, inspiratevi da Cristo; essendo moderni, diffondete la parola di Cristo con la lingua vostra ch'è la lingua del cuore. Per questo rispetto gli Inni Sacri segnano nella storia della nostra poesia una vera rivoluzione letteraria, della quale saranno sentiti per sempre, ed invano si dissimulerebbero, i benefici effetti. Io non chiamo, senza dubbio, tali i numerosi inni nati dipoi in varie parti d'Italia ad imitazione di que' primi che avean fatto, se bene lentamente, fortuna; gl'imitatori avevano ne' loro esercizii dimenticato l'essenziale, cioè che per cantare la religione bisogna almeno portarla un poco, anzi molto nell'anima; essi lavoravano a soggetto come gli antichi istrioni, sul modello degl'Inni Sacri, ma per istemperare i primi colori, stancare le prime immagini, e dir poco in molto, come il Manzoni avea detto molto in poco. E questo carattere distintivo della poesia manzoniana parmi pure creare il suo difetto principale; poichè lo studio di restringere un gran senso in brevi parole fa sì che talora queste brevi parole siano adoperate ad esprimere più che naturalmente esse non potrebbero, e a diventare talora semplici formole astratte: il che se prova la potenza del poeta del concentrare le sue idee, impedisce per altro che la sua poesia riesca popolare, e le toglie molta parte di quell'impeto lirico e di quel calore che si comunica, tanto necessario ad ogni poesia, ma alla lirica religiosa in modo specialissimo. Il Manzoni giovine fece opera da vecchio, costringendo in linguaggio matematico le verità della religione che gli eran nuovamente apparse in modo luminoso, quasi egli volesse porsele innanzi, ed estrinsecarsele in una forma più precisa per potersi meglio persuadere della loro realtà e più durevolmente contemplarle ed adorarle. Ma ci sembra di non rischiar troppo, dicendo come il Manzoni vecchio, innamorato com'egli è e maestro nelle bellezza del linguaggio popolare, se dovesse oggi cantar la religione, sceglierebbe una via opposta a quella ch'ei tenne in gioventù, escludendo ogni parola equivoca che il popolo non potesse comprendere da sè ed ogni trasposizione men naturale di parole, per riuscire subito al desiderato effetto di dare al popolo un canto che non muoia appena recitato, che si diffonda senza bisogno d'interpreti, e che consoli veramente chi si muove a cantarlo." Ma, nell'ordine specialmente de' pensieri religiosi volendo sollevare l'espressione all'altezza del pensiero e chiudere quest'ultimo in una forma sacra ed immobile, che non gli permetta di deviare ad alcun senso profano, o l'espressione manca od assume un carattere mistico che non può riuscir popolare. L'età nostra non è punto mistica; il Manzoni dovea sentirlo più d'ogni altro. Per un verso egli voleva credere, e per rendersi degno della propria fede si adoprava ad esprimerla per infonderla in altri. Ma il lungo meditare sopra un sentimento religioso, più tosto che accrescerlo, lo diminuisce. In un'Ode sopra l'Innesto del vaiuolo, rimasta inedita, e forse incompiuta, dominato, senza dubbio, da un sentimento religioso, e riflettendovi lungamente sopra, per trovargli una espressione corrispondente, il Manzoni sentendo che egli usciva dal vero, e che fuori del vero fortemente amato non può più essere vera poesia, si scusava con due bellissimi versi, che sono pure una eccellente scappatoia:
come il più divin s'invola, Nè può il giogo patir della parola.
Quanto più il pensiero del poeta s'innalza, tanto più la materia fonica diviene inerte e incapace di farsene messaggiera; ma è vero ancora che, lanciando imprudentemente il pensiero in un campo, ove esso non può prender radice, invece di fecondarvisi, muore di sterilità. Il Manzoni parafrasando spiritosamente in prosa il pensiero dissimulato ne' due versi citati, accompagnava l'invio di un frammento d'Inno sacro inedito alla signora Louise Colet con questa scusa per non averlo finito: "Je me suis aperçu (diceva egli) que ce n'était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui m'essoufflais a courir après elle." Ed i pochi versi erano questi, che celebravano la presenza, l'onnipotenza, l'onnisapienza di Dio nella natura:
A lui che nell'erba del campo
La spiga vitale nascose,
Il fil di tue vesti compose,
Di farmachi il succo temprò,
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano.
Che il larice ai verni, e l'ontano
Durevole all'acque creò;
A quello domanda, o sdegnoso,
Perchè sull'inospite piagge,
Al tremito d'aure selvagge,
Fa sorgere il tacito fior,
Che spiega davanti a lui solo
La pompa del pinto suo velo,
Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice e muor.
Il Manzoni, per propria confessione, voleva dimostrare che non vi è nulla e nessuno inutile a questo mondo; che come Dio ha le sue ragioni per far crescere il fiore nel deserto, così anche i monaci, anche gli eremiti sebbene apparentemente inutili alla società, avranno qualche merito, per le loro solitarie e segrete virtù, innanzi al Creatore. Ma ancora qui il ragionamento vince ed ammazza il sentimento. Il Manzoni ha pensato molto più che sentito gl'Inni Sacri. Non gli uscirono dal cuore per impeto di una fede ardente, ma dalla testa, per disciplina della propria ragione piegata e costretta a quell'esercizio letterario dai consigli, dagli eccitamenti, anzi dai precetti di monsignor Luigi Tosi suo confessore. Egli obbedì, ma era evidente che l'obbedienza gli costava molta fatica. Si voleva fare dell'ode Pariniana un'ode Cattolica, e si toglieva alla lirica il principale dei suoi caratteri, la spontaneità. Nello sforzo per riuscir sublime, molte volte il Manzoni negl'Inni Sacri riuscì oscuro; una tale oscurità non si dissimulava egli medesimo, e, anzi che scusarsene a chi gli domandava schiarimento di qualche passo ambiguo, rispondeva su per giù come a Luigi Frati, il quale aveva assunta l'apologia degl'Inni Sacri contro il sacerdote Salvagnoli-Marchetti, autore di un opuscolo che li bistrattava: "Si contenti ch'io non dica nulla sul passo, dove Ella incontra difficoltà, e che, del rimanente, non porta il prezzo che Ella se ne occupi, appunto perchè v'incontra difficoltà; giacchè le parole hanno a dire da sè, a prima giunta, quel che voglion dire; e quelle che hanno bisogno d'interpretazione, non la meritano."[4] . L'Inno sacro del Manzoni è assai dotto, grave, solenne, elevato, quasi epico; è evidente che, dopa essersi immerso nella lettura della Sacra Scrittura per derivarne immagini, e tradurle in un linguaggio più moderno, il Manzoni fece quanto poteva per inalzarle. Ma in questo sforzo egli tolse un po' di naturalezza e di evidenza al sentimento; volle fare un commento poetico, anzi un compendio della leggenda biblica, e in questo lavoro tutto sintetico arrivò talvolta ad interpretarla in modo grandioso, ma non mai, o quasi che non mai, in modo popolare. L'Inno sacro manzoniano è buono per l'artista che vuol credere, ma non pel popolo che crede. Cristo col suo mondo storico appare, negl'Inni Sacri, come qualche cosa d'antico, di lontano da noi, che la sola immaginazione storica può ritrovare, non già presente, non già vivo, che nasce, che soffre, che risorge. Le immagini degl'Inni Sacri, quasi tutte bibliche, non sono più vive per la nostra moderna poesia, e non corrispondono quasi mai all'altezza de' pensieri e de' fatti che dovrebbero esprimere e far più evidenti. Tutti hanno a memoria le due prime strofe del Natale cioè l'immagine d'una valanga che ci ricorda il Manzoni alpinista, tornato di fresco da un viaggio nella Svizzera e dall'ammirazione della Parteneide del Bággesen; la valanga è stupendamente descritta:
Qual masso, che dal vertice;
Di lunga erta montana,
Abbandonato all'impeto;
Di romorosa frana,
Per lo scheggiato calle,
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta;
Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole,
Nè per mutar di secoli
Fia che riveggia il Sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà;
a questo punto il lettore s'arresta, perchè ha bisogno di ripigliar fiato, come l'avrà di certo ripreso assai lungo il Manzoni scrivendo, e questo riposo che l'autore ed il lettore sono obbligati a prendere dopo due strofe, non è atto troppo ad agevolare l'intelligenza di quello che deve seguire. Lasciando poi stare che non è mai venuto in mente ad alcuno, e al Manzoni meno che ad altri, che alcuna virtù amica possa immaginarsi di far risalire in cima d'un monte quel macigno che n'è precipitato, nessuno si sentirà disposto a commuoversi al pensiero poco dopo espresso che l'uomo, per il peccato originale, sia caduto nella condizione medesima di quel macigno che non può da sè risorgere a quell'altezza, onde la giustizia o la vendetta di Dio lo precipitò. La comparazione dal maggior numero de' lettori che declamano l'Inno del Natale, non è, per fortuna, intesa; si guarda alla similitudine e non all'oggetto comparato; se fosse intesa, più tosto che commuovere, quasi offenderebbe. Ed il Manzoni non era di certo commosso, quando intonava il suo Inno. Proseguendo, il Poeta s'infiamma nel suo canto mistico e trova parole eloquenti per esprimere alcuni alti concetti; ma il Bambino Gesù si vede poco, quel Bambino che nei rozzi canti popolari di Natale, i quali si sentono in Italia, in Francia, in Ispagna, si ode veramente piangere, ha freddo, è povero, è accarezzato, è venerato. Io mi ricordo essermi intenerito, da fanciullo, cantando in coro con ingenua fede uno di que' rozzi idillii natalizii innanzi al Presepio; nessuno potrebbe innanzi al Presepio cantare ora tutto il Natale del Manzoni, perchè troppi versi vi sono, i quali avrebbero bisogno di commento per venire intesi, atti benissimo a significare alle persone colte (che pur troppo, in Italia almeno, non vanno più in chiesa a cantar inni) la grandezza del mistero che si vela nel nascimento di Cristo, ma non già a rappresentarlo in forma viva al popolo, al quale la poesia sacra è specialmente destinata. Il fine dell'Inno manzoniano sul Natale assume il tono del canto popolare; tuttavia qua e là occorrono ancora versi o immagini troppo sapienti. Il popolo capirà, per esempio, perfettamente il principio di questa strofa:
Dormi, o Fanciul non piangere,
Dormi, o Fanciul celeste;
Sovra il tuo capo stridere
Non osin le tempeste.
Il popolo capisce questa specie di tenerezza; ma essa non avrebbe mai aggiunto di suo i tre versi rettorici che seguono, i quali descrivono le tempeste:
Use su l'empia terra,
Come cavalli in guerra,
Correr dinanzi a te;
oltre che al nostro popolo l'idea che la terra sia empia non può entrare. Il popolo intenderà i due primi versi della strofa che segue:
Dormi, o Celeste, i popoli
Chi nato sia non sanno;
e non più i seguenti:
Ma il dì verrà che nobile
Retaggio tuo saranno;
Che in quell'umil riposo,
Che nella polve ascoso
Conosceranno il Re.
Per il popolo il Bambino nasce ogni anno. Il Manzoni si riporta col suo pensiero all'anno storico della nascita del Redentore, per profetare che un giorno il Bambino sarà adorato "in quell'umil riposo" come il Re. Ma il popolo che canta il Bambino che nasce, e però la poesia del Natale, non si cura di quello che ne penseranno i posteri; il Bambino è nato a posta per esso, esso lo canta, lo adora, come suo proprio Dio, che crescerà per lui, che per lui farà miracoli e si lascerà un giorno ammazzare. Il Manzoni volle, nel suo Inno, abbracciare il passato e l'avvenire, cantare ad un tempo come un antico cristiano, e come un cattolico del secolo XIX, quasi da Dio mandato a spiegare con la poesia i misteri del Cristianesimo. Egli compose parecchi bei versi, espresse alcuni alti e nobili concetti; come poeta, sostenne e forse accrebbe la propria fama, ma, sebbene gl'Inni Sacri si leggano, si spieghino e si raccomandino nelle scuole e nei seminarii d'Italia, nessuno è riuscito fin qui a farli imparare a memoria e cantare dal nostro popolo. Il Manzoni credette talora con immagini popolari render più chiari i suoi concetti morali; ma l'immagine, senza dubbio, chiarissima ed in Manzoni quasi sempre pittoresca, per la sua troppa luce abbaglia, e c'impedisce di veder bene quello che è destinata ad illuminare. Nella Passione ci si descrive, per esempio, l'altare della chiesa parato a bruno:
Qual di donna che piange il marito.
Ecco l'immagine di una realtà ben viva; ma bisogna andare a pensare che la Chiesa ha chiamato sè stessa la Sposa di Cristo, per intenderne il motivo; onde, per capire l'immagine bisogna presupporre nel popolo una nozione che gli manca. Nella Risurrezione, per dirci che Cristo non durò alcuna fatica a rovesciare il marmo del suo sepolcro, il Manzoni ricorre ad una similitudine, per la quale il Redentore ci appare in figura di uno di que' poderosi Giganti della leggenda popolare indoeuropea, che senza alcuna fatica operano prodigiosi tours de force; e la lenta cura che pone il Poeta nel rappresentarci la similitudine, diminuisce l'efficacia dell'atto taumaturgico attribuito al Cristo:
Come, a mezzo del cammino,
Riposato, alla foresta,
Si risente il pellegrino
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che dal ramo dipartita
Lenta lenta vi ristè;
Tale il marmo inoperoso,
Che premea l'arca scavata,
Gittò via quel Vigoroso,
Quando l'anima tornata
Dalla squallida vallea
Al Divino che tacea:
Sorgi, disse, io son con te.
Ma quando il Manzoni, nell'Inno medesimo, lascia stare i dogmi od i miti, per tornare a predicar semplicemente quella carità cristiana ch'egli sentiva già fortemente anche prima di mettersi nelle mani del suo confessore, quella carità ch'è principio, fonte, alimento d'ogni religione, il suo linguaggio torna semplice, naturale, eloquente. Nella festa della Pasqua, ossia nella risurrezione primaverile, tutto il mondo si rallegra e sorride, ed i Cristiani si danno il bacio fraterno del perdono, e siedono democraticamente ad una mensa comune; ma perchè tutti mangino, il ricco non deve mangiar troppo; onde il Manzoni ci canta:
Sia frugal del ricco il pasto;
Ogni mensa abbia i suoi doni;
E il tesor negato al fasto
Di superbe imbandigioni
Scorra amico all'umil tetto;
Faccia il desco poveretto
Più ridente oggi apparir.
Nel Nome di Maria notasi non pure lo stento dei pensieri, ma ancora un certo stento di parole, non di rado antiquate;[5] il Manzoni si ricordò forse troppo delle nostre antiche Laudi spirituali, e questo riuscì certamente l'Inno più cattolico del Manzoni. Ma il puro Cattolicismo non seppe mai inspirar nulla di grande; e se non si sapesse che il Manzoni non ischerzava mai con le cose sacre, si direbbe in alcune strofe ch'egli, anzi che scrivere un inno originale, volesse parodiare certi poeti classicheggianti. È strano infatti il trovare in una sola poesia manzoniana forme come queste: quando cade il die, invita ad onorarte, d'oblianza il copra, se ne parla e plora, d'ogni laudato esser la prima, in onor tanto avémo, vostri antiqui Vati, i verginal trofei, nosco invocate. Conviene invece a tutti i Cristiani, siano cattolici, sian protestanti, l'Inno manzoniano della Pentecoste, ossia l'inno dell'amore, l'inno della carità. Il Manzoni sta per uscir dalla tutela troppo opprimente della sua guida spirituale. Egli è arrivato finalmente a riposare non più nel genere, ma in una sua propria specie di fede; ma egli vuole poi esser libero di cantarla come la sente, non vuol più traccie, la traccia egli se la darà questa volta da sè; non teme oramai più il ridicolo, che da principio lo disturbava ed irritava, è arrivato alla calma, anzi a quella pace che il mondo irride, ma non può rapire, e chi ha la pace nell'anima è libero e padrone di sè. Perciò, nel suo Canto della Pentecoste, che appartiene già ad un nuovo ciclo della vita manzoniana, il Poeta ritrova nuovamente sè stesso, tutta la sua originalità, tutta la sua potenza; noi sentiamo risorgere il Manzoni dell'Imbonati, ma rinvigorito, ma più eloquente, ma più sereno e più grande; noi recitiamo commossi la sua magnifica invocazione lirica all'Amore cristiano, perchè si diffonda e si comunichi a tutte le vite, a tutte le età della vita:
Noi t'imploriam; nei languidi
Pensier dell'infelice
Scendi, piacevol Alito,
Aura consolatrice;
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del vïolento;
Vi spira uno sgomento,
Che insegni la pietà.
Per te sollevi il povero
Al ciel ch'è suo, le ciglia;
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a Cui somiglia;
Cui fu donato in copia,
Doni con volto amico,
Con quel tacer pudìco,
Che accetto il don ti fa.
Spira dei nostri bamboli
Nell'innocente riso;
Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;
Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose;
Consacra delle spose
Il verecondo amor.
Tempra dei baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
Ad infallibil segno;
Adorna la canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor.
Dopo queste strofe sacre il Manzoni non ne scrisse altre; egli sentì che non si poteva andare più in su, tutti i dogmi religiosi si riducono finalmente ad una sola parola: amate. Dopo aver cantato l'amore, dopo averlo probabilmente sentito nella sua maggior veemenza, e sotto le varie forme, con le quali nella vita si può amare, il Manzoni stava per espandere liberamente il suo genio giovanile già temprato, e per drizzare il suo proposito virile a segno infallibile. Ma il confessore gli stava ancora presso per ricordargli ch'egli avea dato di sè pubblico scandalo, e che come pubblico era statolo scandalo, pubblica dovea essere la riparazione.[6] Non bastava che ci fosse diventato cattolico, e che egli avesse composto inni intieramente ortodossi; doveva adoprare tutto il suo ingegno in difesa della religione cattolica. La Chiesa sapeva bene quanto quell'ingegno valesse, e se lo volle appropriare. Al Manzoni fu imposto come penitenza da monsignor Tosi l'obbligo di scrivere le Osservazioni sopra la Morale cattolica. Noi leggiamo con ammirazione nella Vita dell'Alfieri che il grande Astigiano ordinava al suo servitore di legarlo fortemente alla sedia per obbligarsi al lavoro; ma non abbiamo letto senza una grande pietà e confusione, che monsignor Tosi chiudeva in camera Alessandro Manzoni, perchè mandasse innanzi il libro sulla Morale cattolica che non voleva andare avanti. Il fatto ci è assicurato dall'egregio biografo del Tosi, professor Carlo Magenta, il quale scrive precisamente: "Il Tosi, vedendo che quel lavoro procedeva lento, perchè l'Autore era occupato in altri studii, trovandosi a Brusuglio, ad una cert'ora del giorno andava a chiudere il Manzoni nel suo studio, dichiarandogli che non l'avrebbe lasciato escire, finchè non avesse scritto un certo numero di pagine." Dallo stesso biografo abbiamo appreso con una specie di terrore che il Tosi consigliava il Manzoni a mettere in versi la storia di Mosè ed un lavoro ascetico, di cui ci è rimasta una traccia. Basterà per saggio che io ne riporti l'introduzione: "L'uomo aspira a riposare nella contentezza, ed è agitato dal desiderio di sapere; e, pur troppo, abbandonato a sè stesso cerca la soddisfazione in vani diletti ed in una scienza vana. Oggi ci è dato un Consolatore che insegna. Felici noi, se sappiamo comprendere che l'unica vera gioia e l'unico vero sapere vengono dallo Spirito che il Padre ci manda, nel nome di Gesù Cristo." Come non fremere al pensiero che, se il Manzoni s'imbecilliva in un'opera di tal natura, l'Italia non avrebbe forse mai avuto i Promessi Sposi? E chi sa quante belle pagine de' Promessi Sposi sono andate perdute per la condanna di quel bravo e sant'uomo, che era monsignor Tosi! Il signor Magenta ci dice che il Tosi "avrebbe voluto togliere quel brano bellissimo dei Promessi Sposi, in cui il Padre Cristoforo, dopo avere sciolta Lucia, soggiunge quelle commoventi parole che tutti sanno: Peccato, figliuola? peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell'autorità che ha ricevuta da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; certo, se mai m'è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli; ora non vedo perchè Dio v'abbia a voler separati;" parrebbe che questo passo fosso abbastanza religioso: ma al Tosi non bastava; ei si faceva ancora scrupolo, non avrebbe prosciolto Lucia dai voti, e da cattolico conseguente non poteva permettere che l'Autore del romanzo, posto che Lucia avea fatto voto alla Madonna di non isposar Renzo, li mandasse finalmente insieme all'altare. Ma si trovò, per fortuna, in Milano un altro prete di manica più larga, un altro amico, Don Gaetono Giudici, al quale il Manzoni dava a leggere gli stamponi dei Promessi Sposi, e Don Giudici vedendo che il Manzoni, per obbedienza al confessore, stava già per dar di frego a quelle parole e a parecchie altre pagine, vi si oppose energicamente. Il Manzoni lavorava dunque sotto una duplice censura, l'austriaca e l'ecclesiastica; ed abbiamo tutte le ragioni di credere che, se la prima sacrificò qualche parola, la seconda ci privò di molte belle pagine e chi sa forse d'intieri volumi manzoniani. Non apprendiamo forse dalle lettere del Manzoni al Tosi che questi cercava pure distoglierlo, nel 1824, dal lavoro sulla lingua italiana, al quale il Manzoni fin da quel tempo attendeva, temendo ch'egli vi si affaticasse troppo ed entrasse in polemiche letterarie? Polemiche contro il Sismondi per la difesa del Cattolicismo si potevano fare, e non erano da temersi; il Manzoni dovea invece più tosto riposarsi in un ozio beato ed infingardo, che correre il pericolo di agitare in Italia alcuna nuova questione letteraria che poteva divenir nazionale. Ma io qui mi fermo, per timore di cambiare il mio studio biografico sopra il Manzoni in una specie di processo contro il suo confessore, che, lo ripeto, era uomo di santi costumi, ed aggiungerò ancora di svegliato ingegno e d'animo liberale ed amantissimo della patria; ma i sillogismi cattolici sono terribili e fatali per la loro angustia; chi si rassegna a ragionare in quel dato modo, come l'esemplare delle opere del Voltaire già possedute dal Manzoni, avrebbe potuto indifferentemente sopprimere il genio del Manzoni. Alcune delle lettere di lui al Tosi ci fanno paura; questa per esempio:—"Veneratissimo e Carissimo Signor Canonico. Le rispondo immediatamente, perchè Ella possa assicurare la nota persona che tutto sarà saldato. Io intanto ringrazio vivamente il Signore che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi peccatori, e ringrazio pure di cuore la carità di Lei, del cui Santo Ministero Dio si vale per tutto quel bene ch'io possa fare. Dico senza esitare questa parola, perchè malgrado la mia profonda indegnità sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia. Si compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. È inutile raccomandarle il segreto. Si ricordi intanto d'una famiglia che tanto la venera ed ama, e mi tenga sempre Suo umilissimo e affezionatissimo Figlio in Gesù Cristo, ALESSANDRO MANZONI."—Questo eccesso di umiltà cristiana ci atterra. La lettera allude, senza dubbio, ad una buona azione, a qualche opera di carità, per la quale il futuro Autore di quei bei versi, in cui si raccomanderà di far l'elemosina:
Con quel tacer pudìco
Che accetto il don ti fa,
domanda il segreto. Ma il linguaggio di quella lettera, pur troppo, ci umilia. Per fortuna, il Manzoni stesso reagì da sè medesimo contro quella servitù e contro quell'unzione di linguaggio, per tornare uomo anche col proprio confessore. Si trovano perciò con piacere molte altre lettere, nelle quali il Manzoni scrive al Tosi con molta naturalezza, e si rivela bonariamente qual è, senza prendere ad imprestito alcuno stile d'occasione e di convenienza o di obbedienza; che se il Manzoni solamente cattolico ci faceva l'effetto di un uomo asfissiato, noi ci sentiamo in esse inondare da un aere più spirabile che ci rinfresca e ci rasserena. Il Manzoni stesso temette, del resto, egli medesimo d'esser preso per più cattolico ch'egli veramente non fosse e non si sentisse, e in un momento di molta, se non ancora di perfetta, sincerità, nei primi giorni dell'anno 1828, se ne confessava candidamente ad una donna, alla poetessa piemontese Diodata Saluzzo Roero, la quale rallegravasi con lui, perch'egli fosse apparso al prete Lamennais di allora "religieux et catholique jusqu'au profond de l'ame." Quell'opinione lo spaventava come eccessiva, e però egli le scriveva: "Egli è vero che l'evidenza della religione cattolica riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde è esclusa. Le verità stesse che pur si trovano senza la sua scorta, non mi sembrano intere, fondate, inconcusse, se non quando sono ricondotte ad essa ed appaiono quel che sono, conseguenze della sua dottrina. Un tale convincimento dee trasparire naturalmente da tutti i miei scritti, se non fosse altro, perciocchè, scrivendo, si vorrebbe esser forti e una tale forza non si trova che nella propria persuasione. Ma l'espressione sincera di questa può, nel mio caso, indurre un'idea pur troppo falsa, l'idea di una fede custodita sempre con amore, e in cui l'aumento sia un premio di una continua riconoscenza; mentre invece questa fede io l'ho altre volte ripudiata e contraddetta col pensiero, coi discorsi e colla condotta; e dappoichè, per un eccesso di misericordia, mi fu restituita (avvertasi la parola restituzione, la quale implica soltanto che vi furono anni, in cui il Manzoni negò o più tosto non custodì bene la fede cattolica, in cui era stato allevato, e diminuisce perciò il merito taumaturgico degli operatori della conversione di lui), troppo ci manca che essa animi i miei sentimenti e governi la mia vita, come soggioga il mio raziocinio. E non vorrei avere a confessare di non sentirla mai così vivamente, come quando si tratta di cavarne delle frasi; ma almeno non ho il proposito d'ingannare, e col dubbio d'aver potuto anche involontariamente dar di me un concetto non giusto, mi nasce un timore cristiano d'essere stato ipocrita, e un timore mondano di comparire tale agli occhi di chi mi conosce meglio." Questa preziosa confessione può ridursi ad una sola formola: dal Manzoni cattolico uscirono, in somma, sole voci di testa; ed ora udremo, se vi piace, le sue più gagliarde e spontanee voci di petto, e vedremo finalmente spiegarsi tutta la singolare originalità del genio manzoniano.
[1] La vita del Manzoni in quegli anni ci è così descritta dal Sainte-Beuve: "Nel 1808 si ammogliava. Occupavasi d'agricoltura e d'abbellire la sua villa di Brusuglio presso Milano; poi tornava in Francia a rivedere gli amici della Maisonnette: e dava il Fauriel per padrino alla sua primonata, imponendole i nomi di Giulietta-Claudina. Così passava i giorni tra la famiglia, le piante ed i versi; e questi tenean forse l'ultimo posto. Il Mustoxidi scriveva da Milano al Fauriel: "Alessandro e gli altri della famiglia godono salute, e spesso vi ricordano. Tutto dedito alle cure domestiche, mi pare che s'allontani troppo di frequente dalle Muse, le quali pur gli furono liberali di santi favori (20 dicembre 1811)." Ma il Manzoni non s'allontanava forse dalla poesia quanto pareva; essa doveva tornare a lui, di lì a qualche tempo, ricca di nuovi e più santi gaudii. Dato alla famiglia come il Racine, sebbene forse un po' troppo presto convertito verso il 1810 alle idee religiose e alla pratica cristiana, padre, sposo, amico, davasi tutto, con animo pacato, ai più ordinati sentimenti, prendeva i costumi e gli abiti più puri e naturali; pareva vi si seppellisse. Non temete! L'immaginazione saprà trovar la sua strada; essa rimane sempre viva in certe anime ardenti insieme e delicate. Egli era di quelli, nel quali dovea verificarsi il bel motto proferito dal Fauriel nei loro primi colloquii: "L'immaginazione, quando s'applica alle idee morali, cogli anni, anzichè raffreddarsi, si fortifica e raddoppia d'energia." Il Manzoni adunque in que' tempi occupavasi pur sempre di poesia, se non per farne, almeno per godere di tutto ciò che ne forma l'oggetto, e la parte migliore. Se l'architettura e i disegni di ville degni del Palladio parevan qualche volta dominare soverchiamente nelle sue fantasie, l'agricoltura e i suoi piaceri innocenti gli sorridevano più tranquillamente in mezzo a quella quiete. Il Fauriel inviavagli di Francia gran copia di scelte semenze, che riempivano i desiderii dell'amico cadendo su terra ubertosa; e i bachi da seta soprattutto e i gelsi erano la sua grande faccenda sul fine di maggio, come la trattura della seta. Un giorno, nei primi momenti della sua andata in campagna, uno sciame di api venne a stabilirsi nel suo giardino, proprio sotto i suoi occhi, quasi per dar pascolo di piaceri e studii classici a questo figliuol di Virgilio. Erano gioie sì pure, che la poesia non poteva esser lontana." Fin qui il Sainte-Beuve.—Ho veduto due opere d'agricoltura, del Re e del Lastri, con postille autografe del Manzoni. La lettera del Manzoni al Grossi che pubblicai nella Rivista Europea, ed uno scritto pubblicato dai signor Galanti nella Perseveranza sopra il Manzoni agronomo, provano chiaramente che egli era non solo molto appassionato, ma anche intelligentissimo delle cose agrarie. Sappiamo pure ch'egli s'occupava a Brusuglio di bachicoltura; e non ci deve perciò recar meraviglia" sebbene possa parere un po' tirata, la similitudine che troviamo ne' Promessi Sposi, quando Don Gonzalo, per risovvenirsi dell'affare di Lorenzo Tramaglino, un filatore di seta come il Manzoni, che ha dimenticato "al campo sopra Casale, dov'era tornato, e dove aveva tutt'altri pensieri, alzò e dimenò la testa, come un baco da seta, che cerchi la foglia."—Poichè abbiamo ora sorpreso il Manzoni in casa sua, dirò pure che egli non solo leggeva i proprii libri, ma che li postillava quasi sempre, mettendosi volentieri in dialogo con l'autore da lui letto; ebbi in mano alcuni de' suoi libri postillati: uno di essi che posseggo è il seguente; La théorie del'Economie politique fondée sur les faits résultants des statistiques de la France et da l'Angleterre, par M. Ch. Ganilh: Paris, 1815. Nel secondo volume si trovano sei postille. Credo che possa destare qualche curiosità il vedere in qual modo il Manzoni leggeva e intendeva e criticava un libro di economia politica. Alla pag. 249 l'Autore scrive: "Comme l'on ne peut consommer habituellement les produits de l'étranger, qu'autant qu'on peut en payer la valeur en produits indigènes, il s'ensuit évidement que la consommation des produits indigènes est de la même valeur; et ce qu'il ne faut pas perdre de vue, c'est que, sans la consommation des produits exotiques, l'équivalent en produits indigènes n'aurait pas existé. L'effet nécessaire de la circulation des produits étrangers dans un pays, quand ils sont d'une nature différente de celle des produits nationaux, est donc d'accroître ces produits, de favoriser l'industrie particulière de chaque peuple, etc." Il lettore Manzoni riproduce in margine lo stesso passo con una breve omissione e con alcune proprie aggiunte, che segneremo in corsivo: "Comme l'on ne peut consommer, habituellement ou non, les produits de l'étranger (qu'ils soient ou non d'une nature differente de celle des produits nationaux) qu'autant qu'on peut en payer la valeur en produits nationaux, il s'ensuit évidemment que la consommation des produits exotiques, quelle que soit leur nature, nécessite la production d'une quantité de produits indigènes de la même valeur. L'effet nécessaire de la circulation des produits étrangers dans un pays, même quand ils sont de même nature que les produits nationaux, est donc d'accroître ces produits, de favoriser l'industrie particulière de chaque peuple, etc." L'Autore ripiglia: "Enfin les peuples, en se refusant à la circulation de leurs produits identiques, me semblent avoir rempli parfaitement les intentions de la nature, et s'être conformés strictement à ses lois bienfaisantes. La circulation des produits identiques ne peut s'établir et se maintenir que par la concurrence, qui excite parmi les concurrens l'envie, la haine, et toutes les passions anti-sociales". Il Manzoni è pronto a ribattere: "Oh prodige d'irréflexion! Il ne s'est pas souvenu que la concurrence est tout naturellement établie entre les fabricants et les débitants de produits identiques dans un même pays. Pour la prévenir, il faudrait qu'il n'y eût, par exemple, qu'un seul cordonnier en France." Alla pag. 221, il Ganilh scriveva; "On chercherait inutilement, par la pensée, un seul cas où un individu quelconque pût être offensé ou affligé de voir, dans le marché de sa localité, des produits différens de ceux de son sol et de son industrie." Il Manzoni, che ama la precisione, scrive in margine, con la solita arguzia: "Il n'a pas observé qu'il y a des produits de nature différente, et qui servent aux mêmes usages. Ainsi un individu quelconque_ qui fabriquerait des étoffes de laine ou de fil, pourrait être fort bien offensé ou affligé de voir apparaître pour la première fois sur son marché des étoffes de soie; un fruitier de voir pour la première fois arriver des oranges, etc." A pag. 222, l'Autore dice d'un'imposta che è a danno dei produttori e dei consumatori, ma torna a beneficio dello Stato: il Manzoni annota maliziosamente: "Il faut donc entendre un État duquel sont exclus les consommateurs et les producteurs." A pagina 224, il Ganilh si pronuncia contro la libertà sconfinata del cambio, che "tend a soumettre toutes les industries particulières a l'industrie du peuple le plus industrieux, toutes les aisances nationales a la richesse du peuple le plus riche." Il Manzoni, logico implacabile, interrompe questo slancio di eloquenza protezionista, osservando che il popolo più ricco vende "mais a condition que ceux qui lui achètent ne s'appauvriront pas; car autrement il ne pourrait plus leur vendre." Alla pag. 292, l'Autore sconsiglia i trattati di commercio con la Cocincina; l'Europa comprerebbe dalla Cina che, alla sua volta, non farebbe acquisto dei prodotti dell'Europa. Il Manzoni obbietta: "Inconcevable! Il ne voit pas que si l'Europe achetait le sucre de la Cochinchine, celle-ci aurait le moyen d'acheter les produits du sol et de l'industrie de l'Europe: car, sans cela que ferait-elle des 125 millions (supposés} que l'Europe lui enverrait? Il ne voit pas que 125,000,000 importés tous les ans et jamais rendus embarrasseraient autant un pays que la même somme exportée annuellement et jamais remplacée. Au reste, il suppose que la Cochinchine pourrait fournir du sucre pour la consommation entière de l'Europe, etc., etc."_
[2] "Au sortir (scrive il Loménie) d'une conversation avec une personne fort distinguée qui a vécu dans l'intimité de Manzoni, et qui, après m'avoir raconté en quelques mots sa vie assez dénuée d'incidents pittoresques, avait excité au plus haut point mon intérêt en me parlant longuement du caractère et des habitudes du poëte milanais, dans le but de me prouver que Manzoni était, suivant l'expression du narrateur, tout ce qu'ily a de moins homme de lettres, je m'en allais cherchant parmi les hommes de lettres de notre pays et de notre temps quelque poëte célèbre, douè d'une modestie plus grande encore que son talent, d'une piété aussi sincère qu'éclairée, sans affectation comme sans intolérance; quelque nature riche à la fois d'élévation, de finesse, d'ingénuité et d'abandon; quelque caractère reste simple, honnête et bon, malgré les séductions du génie et les corruptions de la gloire; quelque chose enfin qui pût m'aider à comprendre et faire comprendre Manzoni au lecteur par la comparaison. J'étais un peu embarrassé, quand j'eus l'idée de rétrograder de deux siècles, et de relire les Mémoires que le fils de Racine nous a laissés sur la vie de son père. J'avais trouvé mon affaire.—Et ce n'est pas seulement par le côté moral qu'il (Manzoni} ressemble á Racine; ce n'est pas seulement parce qu'il s'est renfermé très-jeune encore dans ces jouissances paisibles et pures d'époux, de père et de chrétien, qui firent le bonheur de Racine après Phèdre, depuis son mariage jusqu'à sa mort; ce n'est pas seulement parce qu'il a de Racine, avec la simplicité des goûts, une légère teinte de causticité tempérée par le sentiment religieux qui charme dans maintes pages du beau roman des Fiancés, comme elle se fait jour dans la comédie des Plaideurs; ce n'est pas seulement parce qu'il abhorre franchement, comme Racine, tout entretien relatif à lui-même et à ses productions littéraires, que l'auteur de Carmagnola et d'Adelchi peut, sous plusieurs rapports, être comparé à l'auteur d'Esther et d'Athalie. Ces deux hommes représentent à la vérité dans l'art dramatique deux systèmes bien différents; mais, de tous les dramaturges de l'école dite romantique, je n'en connais point qui, par la délicatesse du sentiment moral, le fini et la distinction de la forme, se rapproche autant que Manzoni du plus pur, du plus élégant, du plus harmonieux représentant de la tragédie classique. Offrant dans leur caractère, dans le tour de leur inspiration, et dans la physionomie générale de leurs oeuvres, je ne sais quel air de famille qui perce à travers la différence des idées, des pays et des temps, ces deux poëtes présentent encore une certaine analogie au point de vue biographique. Des deux côtés c'est la même vie honnête et simple, plus calme, plus solitaire, plus indépendante chez Manzoni, garantie plus tôt des orages du coeur par la croyance religieuse et les chastes douceurs d'un mariage heureux, moins affairée que celle de Racine, moins mélangée de soucis mondains et de devoirs de cour, mais également marquée par une double période d'inquiétude dans le doute et de repos dans la foi."
[3] Gli argomenti dovevano esser questi: Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti, I Morti.
[4] Il pubblico italiano non s'accorse degl'_Inni Sacri, se non dopo pubblicato il Cinque Maggio_. Quando, nel 1817, Carlo Mazzoleni indirizzava per essi complimenti al Manzoni, questi gli rispondeva: "Io non so quali grazie rendervi per le lodi, colle quali mi fate animo a proseguire questi lavori. Se io non dovessi attribuirle in gran parte alla indulgente vostra amicizia, mi leverei davvero in superbia; ma ad ogni modo l'indifferenza del pubblico mi farà stare a segno." Quando il Manzoni era forse ancora contento degl'Inni Sacri usciti di fresco da un parto molto laborioso, il pubblico non se ne volle accorgere; quando il pubblico se ne accorse e se ne contentò, chi non era più contento degl'Inni Sacri era il Manzoni stesso
[5] In Milano si conservano alcune strofe dello stesso componimento, non più felici, che lo stesso Poeta tolse via, nel momento di stamparlo.
[6] Dopo la morte del Manzoni, fu raccontato che il grand'uomo un giorno a chi lo ringraziava del bene ch'egli avea fatto, rispose commosso: "Senta, se c'è un nome che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse non sa che io fui un incredulo e un propagatore d'incredulità e con una vita conforme alla dottrina, che è il peggio. E se la Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è perchè mi ricordi sempre che fui una bestia e un cattivo." Il Manzoni evidentemente, per eccesso di umiltà cattolica e d'immaginazione, si calunniava, esagerando la propria giovanile empietà e gli stravizii della sua vita di studente.
XV.
Il Manzoni Poeta drammatico.
Un psicologo troverebbe argomento di uno studio molto importante, esaminando in qual modo la mente del Manzoni abbia potuto, nel 1815, scrivere, dopo il Carme In morte dell'Imbonati, una Canzone stentata e rettorica, e poi rivelarsi di nuovo, con insolito splendore, nei Cori del Carmagnola. Ma converrebbe pure che fosse aiutato, in questa indagine, da qualche indizio biografico. Ora la biografia manzoniana dal 1810 al 1818, o tace intieramente, o ci dice soltanto che il Manzoni in quel tempo rimase sotto la disciplina religiosa di monsignor Tosi, scrisse alcuni Inni Sacri e s'occupò d'agricoltura. È troppo poco per ispiegarci la singolare, quasi febbrile e potente operosità dell'ingegno manzoniano che muove dall'anno 1818 e va fino al termine dell'anno 1824, sei anni preziosi, ne' quali veramente si è rivelato tutto il genio poetico del Manzoni. Le lettere di quel tempo dirette dalla Giulia Beccarla e dal Manzoni al Tosi ci mostrano Don Alessandro molto malato di nervi; ebbene, erano forse le insonnie del genio agitato da una specie di furore divino. Nel 1818, il Manzoni aveva pure avuto uno de' più grossi dispiaceri della sua vita; era stato costretto a vendere il Caleotto, la casa, le terre di suo padre, presso Lecco. In mezzo a que' disastri economici cercò forse sollievo nella poesia; il dramma che si compieva nella sua vita, gli fece forse eleggere la forma drammatica. Studiando una volta la storia di Venezia con l'intendimento di scrivere un poema sopra la fondazione della città delle Lagune, si era probabilmente innamorato della figura del Carmagnola; ma il momento non era più per lui da poemi; l'animo del Manzoni agitato, non più contenuto dalla pietà e dalla rassegnazione, che monsignor Tosi non si stancava di raccomandargli, avea bisogno di sfogarsi, mettendo fra loro in poetico contrasto drammatico diversi affetti. Forse la vendita del Caleotto avea dato occasione in Milano a nuove chiacchiere che lo avevano disgustato; la madre, la moglie, il Tosi, forse pure il Fauriel, a cui, dopo alcuni anni di silenzio, egli era tornato con più vivace affetto, aveano cercato di calmarlo; e vi erano, senza dubbio, riusciti in parte: ma il maggior conforto egli avea dovuto provarlo, ritirandosi in sè stesso, e creandosi, come avveniva in casi simili al Goethe, a sua immagine un proprio mondo poetico. In quel mondo tutto ideale egli poteva liberamente sfogare i suoi sentimenti, in quella finzione storica esprimere ad un tempo e nascondere i proprii dolori. E coi proprii il Manzoni sentiva pure profondamente i dolori della patria avvilita ed oppressa sotto l'ignominia d'un Governo straniero. Nella Prefazione del Conte di Carmagnola il Manzoni stesso dichiarò che una delle ragioni che lo determinarono a introdurvi i Cori, fu questa, che "riserbando al poeta un cantuccio dov'egli possa parlare in persona propria, (essi) gli diminuiranno la tentazione d'introdursi nell'azione, e di prestare ai personaggi i suoi proprii sentimenti, difetto dei più noti negli scrittori drammatici." Ma, quando leggiamo uno scrittore come il Manzoni, dobbiamo guardar sempre al senso preciso che vogliono aver le parole; egli non dice già che i Cori toglieranno, ma solamente che essi diminuiranno all'autore la tentazione di mettersi in iscena. Approfittiamo dunque di questa mezza negazione, che implica necessariamente una mezza affermazione. In una bella lettera che il Manzoni scrisse nel febbraio dell'anno 1820 al suo amico abate Gaetano Giudici di Milano, rimasta fino ad oggi inedita, trovo, fra le altre, queste parole: "Io aveva sentito che le circostanze e le azioni del Carmagnola non erano in proporzione coll'animo suo e coi suoi disegni; ma questa dissonanza appunto è quella che io ho voluto rappresentare. Un uomo di animo forte ed elevato e desideroso di grandi imprese, che si dibatte colla debolezza e colla perfidia de' suoi tempi, e con istituzioni misere, improvvide, irragionevoli, ma astute e già fortificate dall'abitudine e dal rispetto, e dagl'interessi di quelli che hanno iniziativa della forza, è egli un personaggio drammatico?"[1] Quest'uomo potrebbe essere così bene il Manzoni posto fra gli uomini del suo tempo, con un Governo come quello di Lombardia, posto a rischio continuo di perdere, nell'adempimento dei suoi doveri civili, la pace domestica e la vita, come il Conte di Carmagnola. In ogni modo, nelle parole della tragedia che s'intitola dal Conte di Carmagnola, più che i sensi di un capitano di ventura del Medio Evo, noi ritroviamo spesso l'animo, i pensieri, i dubbii, gl'interni combattimenti del Manzoni, geloso del suo buon nome, timido nell'opera, ardito ne' concepimenti, pio, delicato, amante della patria e della famiglia. Queste parole messe in bocca al Conte di Carmagnola non istonerebbero, per esempio, ove si collocassero nel Carme In morte dell'Imbonati:
Oh! beato colui, cui la fortuna;
Così distinte in suo cammin presenta
Le vie del biasmo e dell'onor, ch'ei puote
Correr certo del plauso e non dar mai
Passo, ove trovi a malignar l'intento
Sguardo del suo nemico. Un altro campo
Correr degg'io, dove in periglio sono
Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto
Nome d'ingrato, l'insoffribil nome
Di traditor. So che de' grandi è l'uso
Valersi d'opra ch'essi stiman rea;
E profondere a quel che l'ha compita
Premi e disprezzo, il so; ma io non sono
Nato a questo; e il maggior premio che bramo,
Il solo, egli è la vostra stima, e quella
D'ogni cortese; e, arditamente il dico,
Sento di meritarla.
Così avrebbe parlato, così forse parlava allora il Manzoni a' suoi proprii accusatori. Noi sappiamo già che prima della pubblicazione del Carme In morte dell'Imbonati, ossia nell'anno 1805, si era ciarlato molto in Milano contro il Manzoni, e che si tornò a ciarlare contro di lui, quando, nel 1819, egli malato di nervi ritornò con la madre e con la moglie a Parigi. La madre del Manzoni, nell'aprile dell'anno 1820, scriveva a monsignor Tosi che il Manzoni preferiva "il soggiorno di Parigi a quello di Milano, per il gran ribrezzo che gli produce quella benedetta mania che si ha di parlare degli affari degli altri. Si ricorda di tante ciarle e di tante supposizioni fatte sul nostro viaggio; e qualche volta questa idea lo mette di cattivo umore:" Il malumore, o almeno un po' di malumore, penetra pure in alcuni versi del Conte di Carmagnola. Ma il sentimento cristiano e l'amor patrio vincono finalmente ogni altra cura. Il Manzoni assai più che il suo Conte di Carmagnola esplorava il suo tempo e cercava persuadersi ora che la salute d'Italia sarebbe venuta dalla Toscana, ora dal Piemonte. Il Carmagnola, infatti, alludendo ai Fiorentini, dice:
A molti in mente
Dura il pensier del glorïoso, antico
Viver civile; e subito uno sguardo
Rivolgon di desìo, là dove appena
D'un qualunque avvenir si mostri un raggio,
Frementi del presente e vergognosi;
e al suo Piemonte belligero fida, con la propria, la vendetta d'Italia: