A. DE GUBERNATIS


STORIA COMPARATA
DEGLI
USI NUZIALI IN ITALIA
E PRESSO
GLI ALTRI POPOLI INDO-EUROPEI


SECONDA EDIZIONE
RIVEDUTA E AMPLIATA DALL'AUTORE

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1878.


Proprietà letteraria.
Tip. Treves.


[INDICE]


AI NUOVI LETTORI.

Dopo nove anni, riprendo nelle mani il mio libretto a cui il pubblico italiano fece così cortese accoglienza. S'io dovessi scriverlo oggi da capo, forse lo farei molto più ampio e gli darei un altro ordine. Ma, poichè il libro, com'è nato, non dispiacque e non fu trovato inutile, prendo coraggio a lasciarlo stare qual è, aggiungendo solo qua e là alcuna notizia che m'è venuta alle mani da sè stessa dopo pubblicato il lavoro e che può contribuire a renderlo manco imperfetto, lieto intanto che esso abbia servito ad avviare in Italia un nuovo genere di ricerche sopra i nostri usi popolari. In appendice si troveranno pure riprodotte alcune notizie speciali sopra gli usi corsi e veneziani, venute alla luce alcuni anni dopo la pubblicazione della presente operetta, che ha forse, in parte, determinato i loro autori a raccoglierle.

Io non ho ora, in ogni modo, a far altro se non ringraziare l'intelligente editore che m'ha procurato un primo pubblico indulgente ed augurarmi che egli possa trovarmene ora in Italia un secondo non meno benevolo, il quale non trovi superflua la ristampa d'un libro che tratta di un uso il quale può trasformarsi, ma che si rinnoverà sempre fin che ci saranno nel mondo un Adamo, un'Eva ed un serpente seduttore che faccia da procolo e da paraninfo.

Angelo De Gubernatis.


AL CONTE GEZA KUUN
IN UNGHERIA

Mio carissimo Geza.

Questo libretto che fu pubblicato, per la prima volta, senza alcuna dedica, nell'anno in cui ci siamo conosciuti, vuol essere ora dedicato a te, come pubblico pegno di un'amicizia la quale non mi ha procurato fin qui altro se non grandi e soavi consolazioni, e che io mi auguro possa, fin che vivremo, recarci conforto. Gli anni che passano fanno invecchiare ogni cosa intorno a noi, ma non i sentimenti, che, quanto più mettono radice nel tempo, più gagliardi crescono. Possa il tuo nome messo sulla prima pagina di questo libretto fortunato ricordare per molto tempo ed a molti il bene che ti vuole

Firenze, primavera del 1877.

il tuo
ANGELO DE GUBERNATIS.


PREFAZIONE
alla prima edizione

Non so se io dico una grande eresia; ma parmi che la storia si scriva molto più che non si faccia. Sopra le miriadi d'uomini che vengono ogni secolo a popolare e fecondare, da vivi e da morti, la terra, infimo è al certo il numero de' privilegiati, che, per lustro od infamia, sono eletti all'immortalità. Mentre il grosso degli uomini nasce, lavora e si estingue, martire uniforme, ne' periodi veloci di oscure generazioni, io non so se come fiore o come crusca, alla superficie, si agita e dà spettacolo di sè un'aristocratica famiglia di benefattori e di tiranni che rimorchia, in parte, le moltitudini e seco le trascina a dividere la sua pubblica fortuna. Ma, come nella prospera sorte de' così detti grandi, il pubblico beneficio, il più delle volte, è, in realtà, assai poco, per la ragione medesima, precipitando essi, il popolo alla sua volta non muore mai tutto; egli non è stato il solo autore della sua così detta nazionale grandezza, e però, quando questa appare più gloriosa, egli la gode assai male; per altro verso, egli prende pure una minima parte alla sua rovina; e, però, continuerà facilmente a vivere anche dopo che questa, o per suo vizio organico, o per alcuna violenza di interni ed esterni nemici, sia cessata. I protagonisti della storia raccomandano il nome loro alla posterità col monumento, ma periscono come le loro istituzioni; il popolo a cui nessuno innalza monumenti, per compenso e quasi direi per vendetta della natura, vive immortale come le sue tradizioni e le sue patriarcali consuetudini.

Mi pare poi che se volgessimo soltanto lo sguardo intorno a noi medesimi, per osservare come la storia odierna vada intessendo le sue fila, a traverso le quali presumeranno le generazioni future giudicare la nostra, come noi giudichiamo, senza appello, le passate, io non credo che seguiremmo con tanta passione il racconto delle gesta consegnate da autenticissimi, se si voglia, ma poco sinceri documenti, alla storia; delle gesta, io dico, le quali, per essere state pubbliche, immaginiamo universali, per essere state pompose, supponiamo importanti, per essere antiche, veneriamo.

Certo, quando si ritenga per fermo che l'arte meretricia, la quale converte spesso la ragione dell'individuo o della parte in solenne ragione di Stato, non imbelletti mai la vergogna de' grandi, quando si ritenga per fermo che lo storiografo non sia mai condotto nè da vezzo rettorico, nè da vigliacca assentazione ad esagerare, a travestire, ad inventar nulla di ciò ch'ei narra, ha pure la sua importanza la narrazione delle pubbliche vicende di un popolo costituito in proprio Stato; ma, come nello studio della natura, prima del fenomeno, vuole osservarsi la legge, così ragion vuole che si ricerchi la vita intima ed immutabile di un popolo, innanzi di rappresentarcelo nelle sue esteriori, più aperte bensì, ma assai meno complete e assai più combinate manifestazioni. Il più delle volte, il fenomeno non è la legge in atto, che appare, ma l'eccezione della legge, l'anomalia; così la storia ci riferisce della vita di un popolo molto più che il suo modo di essere costantemente, il suo modo di apparire in alcune circostanze eccezionali.

A costo pertanto di lasciar parere che io dica qui una seconda eresia, piglio la parola nel suo senso etimologico e più nobile e non chiamo la così detta storia d'un popolo altrimenti che la sua caricatura, quando pure esso non sia qualcosa di peggio, destinato a mascherarlo. Poichè, eziandio facendosi una distinzione molto larga fra la storia delle democrazie e quella delle monarchie, oligarchie e teocrazie, non può sfuggire come presso le prime ancora non di rado avvenga che il popolo, per affermarsi insieme e per consentire fiducioso con tutti, nasconda e neghi individualmente sè stesso o sia ci sottragga la sua propria e vera parte di originalità.

Per fare la storia e per dare degno soggetto al filosofo di meditarla è necessario adunque qualche cosa di più profondo e di più saldo che il vago e mobile tessuto degli avvenimenti esterni, i quali esprimono imperfettamente il carattere d'un popolo come le escandescenze o le imposture quelle d'un individuo. Negli individui molte delle azioni loro si attribuiscono alla loro eccitabilità nervosa od a ragioni segrete; anche ai popoli si vuole tener conto di cosiffatta eccitabilità e di certe ragioni occulte; ma, evidentemente, nè quella nè queste non bastano di certo a lasciarci intendere quello che un popolo abbia potuto essere o quello che sia.

Ma, sotto la storia pubblica o civile o politica o convenzionale che addimandar si voglia, vi è una storia viva e perenne che si potrebbe forse chiamar domestica, poichè vive della vita delle famiglie, nel loro intimo focolare e nelle loro mutue relazioni d'ogni giorno. Questa storia accetta o subisce dalle vicende e dalle istituzioni politiche quello che le conviene o quello che non può evitare; ma conserva, a traverso le fasi della storia esterna che hanno potuto alterarla, un fondamento tradizionale, il quale è tanto più solido e puro quanto meno varia e accidentata riuscì la vita pubblica. Questa nuova specie di storia si studierà dunque meglio presso que' popoli che non ebbero storie propriamente dette. Dirò di più: sopprimendo le storie della vita dei popoli di una razza, l'unità della razza, nel legame dell'uso e della tradizione, emergerà al nostro pensiero ricreatore delle nostre origini, con una evidenza sorprendente, non risultando più altre varietà nella razza medesima, all'infuori di quelle che determinarono, ne' primi tempi, la discordia delle famiglie, la distinzione delle famiglie in tribù, e la loro dispersione, varietà che il diverso clima e la diversa regione hanno quindi potuto accrescere ed alimentare, molte consuetudini d'un popolo essendo intimamente legate con le condizioni fisiche le quali esso, nelle sue migrazioni, incontra; così che certi usi antichi si depongono per altri nuovi che sorgono; ma sempre è rimasto qualcosa che ci richiama all'unità caratteristica della razza. Questo qualcosa è nel nostro sangue; questo qualcosa può diminuire ed offuscarsi: ma non si perde. Nello stesso modo, in seno ad una famiglia, si notano diverso carattere, diverso umore, diversa maniera di favellare; e due fratelli differiranno fra loro tanto che l'uno parrà straniero all'altro; essi saranno fra loro orribilmente discordi e divisi; e pure, se noi, che ci troviamo al di fuori delle loro differenze, li osserviamo senza alcuna preoccupazione, ne scorgeremo soltanto la somiglianza e la consanguineità, li affermeremo figliuoli d'uno stesso parente. Basta una linea per dare la somiglianza ad un ritratto; ora questa linea lega tuttora il gran quadro delle famiglie alle quali diedesi il nome d'Indo-Europee. L'uso della prima famiglia patriarcale si moltiplicò nelle famiglie successive, e, nel moltiplicarsi, naturalmente prese modo differente; ma nè le varie inclinazioni che divisero per tempo le tribù di una stessa antica unica famiglia e talora persino le armarono l'una contro l'altra, nè la varietà del colore locale, nè l'incontro con altre razze, nè, mi si permetta l'espressione, il lungo uso dell'uso, hanno potuto presso alcun popolo estinguere i caratteri essenziali della primitiva sua stirpe.

Un autore indiano, alcuni secoli innanzi all'êra volgare, a proposito degli usi domestici e particolarmente nuziali dell'India, scriveva: «Varii sono gli usi secondo le regioni ed i luoghi, i quali possono osservarsi nelle nozze; noi recheremo soltanto quello che essi hanno di comune[1].» Lo stesso pressapoco debbo io qui ripetere, in questo primo saggio di una storia comparata degli usi nuziali. Ma poichè l'Italia formerà l'oggetto speciale delle mie ricerche, ho bisogno di prevenire il giudizio del lettore italiano, affinchè per avventura non s'inorgoglisca se anche, per la copia degli usi, il nostro paese sia forse sovra ogni altro ricco. Non c'è di che andare troppo superbi; questi usi non sono tutti indigeni; nella loro varietà, invece, essi provano pur troppo come l'Italia fu visitata da stranieri d'ogni nazione; Greci ed Arabi nel mezzogiorno, Celti e Germani nel settentrione hanno più largamente contribuito, invadendo la nostra contrada, e confondendosi quindi con noi, a trasformarci in parte nelle nostre consuetudini; e soltanto nell'Italia di mezzo e nella Sardegna, ove lo straniero si arrestò meno, l'antica tradizione italica può, nella sua povertà, gloriarsi di essere rimasta più originale. Converrà quindi, quando io verrò riferendo gli usi nuziali d'Italia, tener qualche conto della provincia onde li ho rilevati; quelli dell'Italia centrale, ossia di quella Italia che sta in digrosso fra l'antica Magna Grecia e l'antica Gallia Transpadana, sono, per lo più, indigeni; quelli della rimanente Italia, non di rado, importati. Il che non toglie che spesso fra usi indigeni ed importati si trovi somiglianza; poichè la somiglianza ha la sua ragione nel vincolo di parentela Indo-Europea. Solamente, dove, per esempio, nell'Italia superiore, l'uso nuziale, che sente di feudalismo, ci richiama spesso alla dominazione germanica, arrivando per tal modo a noi di seconda mano, nella media Italia, ove sente ancora il pagano, risaliamo direttamente con esso, malgrado il papa, e forse un poco a motivo di esso, all'antico e tutto nostro mondo latino.

E spiegatomi così sovra gl'intendimenti che io ebbi nel distendere il presente lavoro, non avrei altro d'essenziale che mi prema d'aggiungere, se non che, prima di offrire ai concittadini miei il povero frutto delle mie povere fatiche, mi è necessario render grazie alle cortesi persone che mi vennero in aiuto nelle ricerche. So bene che non si troveranno nel mio libro tutte le notizie relative agli usi nuziali, e che quest'opera potrà col concorso di futuri scrittori ancora centuplicarsi; io non ho quindi la pretesa d'avere punto punto esaurito il mio argomento; ma ho fiducia che il poco che ho detto possa difficilmente contradirsi, e che serva intanto come di scheletro ad opere di più ampio disegno che sopra gli usi popolari, non per appagare una lieve curiosità, ma per far parlare un solo linguaggio all'uomo Indo-Europeo, auguro vivamente possano un giorno concepirsi e mandarsi ad effetto da qualche nostro felice ingegno.

In parte vidi io medesimo, in parte udii, in parte lessi quello che io descrivo, primo forse esplorando i nostri Statuti Municipali per cavarne notizie relative all'uso popolare; ma, per l'Italia odierna, io debbo specialmente molto alla sollecitudine di due sorelle mie, della signora Carolina Bertoldo residente a Riva di Chieri, dell'ing. Giuseppe Chiaroviglio da Pinerolo, del cavalier Alerino Como da Alba, di Agostino Isola da Novi Ligure, del benemeritissimo delle storie Genovesi cav. Emanuele Celesia, di Pietro Vayra ed Antonio Bertolotti Canavesani, di monsignor Losana vescovo di Biella, di Desiderio Chilovi Tridentino, di Pietro ed Emilio Ferrari residenti nella Lunigiana, del prof. Giuliano Vanzolini da Pesaro, del cav. Marcolini da Fano, del professor Luigi Morandi Tudertino, del cav. Andrea Miotti Valtellinese, del prof. Ferdinando Santini residente ad Arpino, del cav. Gabriello Cherubini da Atri e del prof. Giuseppe Pitrè Palermitano. Per gli usi Russi, oltre all'esserne io medesimo stato testimonio oculare ed essenzial parte, mi giovarono assai le rimembranze di mia moglie e di mia suocera; e, per alcuni canti popolari Russi che illustrano l'uso nuziale del distretto di Tarszok, i lettori italiani ringrazieranno l'amabile zelo della signora Tatiana Lvoff.

Le donne hanno contribuito a questo libro quello ch'esso contiene forse di più poetico; possa ora il libro medesimo, come povero compenso a tanta gentilezza, nel venire fra le loro mani, non parere nè troppo indiscreto nè troppo pesante.

Santo Stefano di Calcinaia, 1.º settembre 1868.

Angelo De-Gubernatis.


INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA


SCOPO DEL MATRIMONIO.

Dall'inno vedico al catechismo cattolico si è sempre consacrato il matrimonio per una sola potente ragione, quella di procrear figliuoli; ma la ragione fu spesso sottintesa o temperata da un naturale istinto di poesia, che non permetteva di considerare la compagna dell'uomo come un solo servile strumento di generazione. Unico il Diritto romano pose per legge e considerò come sacro[2] che il matrimonio si compie per cagione dell'ottener figli. Unico il Diritto romano distinse, per legge, la dignità della donna da quella dell'uomo, decretando che vi sia potestà sopra il maschio e che la femmina si possa dar nelle mani, ossia, ciò che torna poi il medesimo, manomettere[3]. Unico il diritto sacro romano inventò una dea Viriplaca[4], ossia placatrice del marito, alla quale s'innalzò pure un tempio a fine di comporre le contese domestiche.

La donna riuscì per tal modo, una schiava dell'uomo, e, malgrado il cristianesimo, questo barbaro sentimento penetrò ancora dal diritto romano nell'italiano. Gli statuti di Lugo, confermati nel 1520 dal duca Alfonso di Ferrara, affermano nel marito il diritto di batterla, e se adultera, di esporla sul rogo, tanto che muoia ove a lui piaccia[5]. La barbarie della legge contribuì ovunque in Italia a rendervi talora barbaro l'uso. Quindi alla legge stessa la necessità talora di correggersi e di contraddirsi per sopprimere l'uso che perseguitava la donna. Gli Statuti di Perugia, pubblicati nel 1523[6] mettono una multa ai maschi che insultino per via una donna di buona condizione e di buona fama. Un decreto del 13 maggio 1709, pubblicato dalla Repubblica di Genova[7], tenta correggere lo stesso abuso nell'isola di Corsica, ove era pur divenuto un'arte di darsi moglie. La donna si rispetta male finchè si considera da meno dell'uomo; e il diritto romano che ne proclamava la servitù contribuì non poco a rimuovere dai nostri usi quella specie di culto per la donna che prima di essere cristiano fu celtico e Germanico, quella specie di culto estetico alla madre, alla sposa, alla indovina, ossia all'essere di più delicato e più pronto sentire, che ci lascia così felicemente distinguere la donna dalla femmina. Perciò, in Italia, e, precisamente nel seno del cattolicismo, nell'Italia del papa, ossia nell'Italia della superstizione, più ostinati che altrove si mantennero gli usi fallici. Non sono molti anni che a Veroli nella Sabina si compievano ancora processioni falliche. E mi sembra simbolo di un'antica processione fallica, l'uso che vigeva, nella città di Gallese, per la festa di San Famiano, nella quale si portava attorno un talamo acceso[8]. Nel seguito di quest'operetta, ci accadrà di notare i varii usi persistenti in Italia, come augurio di fecondità alla sposa, alcuni de' quali troveremo perfettamente conformi con altri de' tempi patriarcali vedici. Qui si benedice ancora la terra perchè porti buon grano; si benedice la sposa perchè riesca feconda; ed altra virtù alla benedizione non si desidera.

La donna pel nostro popolo unicamente partorisce; resta perciò una cruda ironìa la risposta che l'epicureo imperatore Elio Vero dava alle lagnanze della moglie negletta: «Soffri ch'io mi dia piacere con altre. Perocchè il nome di moglie suona dignità e non voluttà»[9]. Elio Vero metteva così la donna al di sotto di quello che piace ai sensi: ne faceva una fredda cosa elegante.


LIBRO PRIMO


PRIMA DELLE NOZZE


I.
Quando la fanciulla è bambina.

La pupa de' Latini, pupattola degli Italiani, poupée de' Francesi, è il primo oggetto che richiama l'attenzione della donna al suo destino; ancora bambina ella è già madre; la bambola ch'ella inventò per bisogno di prodigar tenerezze a qualcosa di più debole ch'essa non sia, fu creazione del suo solo istinto di madre. La pupattola è comune all'uso indo-europeo; paidiskê l'addimandano i Greci, come noi diciamo bambola presso bambina; e per la stessa analogia gli Indiani chiamavano la pupattola putrì, o dàruputrì, dàruputrikà, che vale fanciulla di legno[10].


II.
Quando la fanciulla cresce.

La donna si anticipa le gioie nuziali ne' giuochi fanciulleschi, ove la sposa è figura prediletta. Lascio stare, per ora, la parte che i fanciulli pigliano nelle vere nozze, ora per fare allegria, ora per festeggiare, ora per maledire, dovendo qua e là farvi accenno in diversi capitoli; quello che essi ripetono ora facevano in antico; quello che si nota fra noi, osservasi pure, a mia notizia, in Germania, tra i Bretoni, tra i Finni, nell'India; la festa è un po' per loro, perchè essi sono lo scopo finale della festa. Essi rompono le vecchie stoviglie, essi mandano urli di gioia, essi salutano e servono[11] gli sposi, e talora, per ischerzo, li arrestano; talora vanno più in là; per esser fatti tacere con regalini d'ogni maniera, molestano gli sposi per mezzo di ostinate insolenze. I fanciulli sono adunque la morale, il coro della favola; e come la favola è spesso fatta per la morale, così la festa nuziale è animata da fanciulli, la presenza de' quali è necessaria come un augurio per la fecondità del talamo.

Per questa parte probabilmente che i fanciulli da lungo tempo hanno preso alle feste nuziali, la tendenza nei loro giuochi ad imitarle. Io so di parecchi giuochi somiglianti che si fanno in Italia, de' quali il più evidente parmi quello che usa in Piemonte detto dell'ambasciatore, che qui descriverò, poichè mal noto o punto ai non Piemontesi. Ambasciatore chiamano i Piemontesi nel loro giuoco, come i Toscani ne' loro stornelli, il messaggiero d'amore. Un fanciullo che figura il capo di casa dà la mano a due fanciulle che formano catena con altre disposte in una lunga fila. L'ambasciatore, che è un altro fanciullo, si avanza e con la cantilena, alla quale io segno qui sotto le note, dice solennemente:

Sur imbasciatur[12]
(mi) (fa) (sol) (la) (sol)

quindi facendo alcuni passi indietro:

Lantantirulirulena
(mi) (sol) (sol) (re) (mi) (mi) (do) (sol);

il fanciullo si avanza di nuovo e ridice:

Sur imbasciatur

quindi si ritrae al suo posto, cantando:

Lantantirulirlàlà
(do)

Allora le fanciulle guidate dal capo di casa si avanzano verso il messaggero d'amore e cantano:

Cosa völi vui?[13]
Lantantirulirulena[14]
Cosa völi vui?[15]
Lantantirulirulà.

Ritorna la volta dell'ambasciatore, che avanzandosi al primo e al terzo, ritirandosi al secondo e quarto versetto, ricomincia a cantare:

I vöi üna d' vostre fie[16]
Lantantirulirulena, ecc.

Le fanciulle e il capo di casa, muovendo di nuovo incontro, domandano:

Quala völi vui?[17]
Lantantirulirulena, ecc.

La risposta dell'ambasciatore non è sempre la medesima; ora egli dice che vorrebbe la bionda, ora la bruna, ora la più bella e così via finchè il giuoco si stanca. Le fanciulle interpellano l'ambasciatore sul mestiere dello sposo che fa domandare la loro compagna:

Che mestè farála?[18]
Lantantirulirulena, ecc.

Qui pure la risposta dell'ambasciatore può essere varia; ora la sposa è destinata a diventare principessa, ora fruttivendola, ora qualcosa di meno, secondo l'umore variamente burlesco dell'ambasciatore. Ma non di rado avviene che il giuoco si guasta e la partita si scombina, poichè la fanciulla si sente offesa di essere chiamata ad un mestiere troppo vile. Allora si mettono in mezzo i pacieri e si studia di placarla col rifare il giuoco ed invitarla a nozze più illustri. Le fanciulle e il capo di casa ripigliano le loro domande, una delle quali sopra la dote[19] che il marito intende fare alla sposa. Dopo alcune altre domande e risposte, il capo di casa e le fanciulle lasciano andare la fanciulla eletta alle nozze con le parole sacramentali:

Piévla püra ch'a l'è vostra[20]
Lantantirulirulena, ecc.

L'ambasciatore la mena con sè e tutti, fanciulli e fanciulle, che pigliano parte al giuoco, formano un circolo e girano, mettendo grida di gioia, poichè la sposa è fatta.

Io suppongo che questo animatissimo giuoco dei fanciulli piemontesi sia di origine celtica, per la gran parte che nelle nozze assume l'ambasciatore[21]. Il giuoco riproduce, al vivo, tutta una chiesta nuziale alla maniera celtica, sebbene la chiesta stessa, in genere, e le danze che la conchiudono siano conformi a tutto il rito indo-europeo.

Probabilmente, in Piemonte, appena l'uso celtico, che dura pur sempre tra i Bretoni, si andò perdendo, divenne un giuoco da fanciulli.

Così pure la moscacieca, che si fa nell'Annoverese[22], per nozze, è diventata, in Piemonte, un giuoco da fanciulli, mentre vi scomparve dall'uso nuziale. Un fanciullo bendato deve, fra molte fanciulle, ritrovare la sua; se egli si sbaglia, diviene ridicolo a tutta la brigata.

In Piemonte, usa ancora un altro giuoco che si riferisce alle nozze. Esso rappresenta i doni da farsi alla sposa. I fanciulli stanno seduti in giro. Il capo-giuoco domanda a ciascuno di essi quello ch'essi sarebbero disposti a regalare alla sposa. I fanciulli rispondono, avendo cura di evitare, nella descrizione dell'oggetto ch'essi destinano alla sposa, la lettera r. Ove si sbaglino, lasciano nelle mani del capo-giuoco un piccolo pegno da riscattarsi, in fin di giuoco, per mezzo di una penitenza. Particolarmente le fanciulle, nella minuta descrizione degli oggetti per la sposa, mostrano una sollecitudine tutta amorosa; i loro occhietti si animano e brillano quanto vorrebbero far brillare le stupende vesti delle quali intendono regalare liberalmente la loro sposa.

In Toscana usa il giuoco del verde[23]; piace agli innamorati; chi perde, in questo giuoco, perde spesso l'amore; poichè per il damo e per l'amata è segno d'obblio, di disprezzo, il non trovare il verde nelle mani di chi ama. I bambini lo fanno volontieri coi vecchi che hanno altri pensieri pel capo, sapendo come sogliono rimediare con doni alle patite sconfitte; gli amanti maliziosi, nel principio de' loro timidi amori, mettono volentieri, per condizione, un bacio che chi perde deve dare o lasciarsi dare da chi ha vinto; gli amanti inoltrati invece s'insospettiscono, diffidano, s'adirano, si allontanano talvolta, per la sola cagione del verde dimenticato[24]. L'uso tuttavia va in disuso; ed è a prevedersi che resterà, col tempo, un solo giuoco da fanciulli, finchè alla loro volta i fanciulli, per la cresciuta serietà de' tempi, diventati serii, non ismettano anch'essi di giuocare.

Ho inteso che in Grecia gli innamorati dividono per mezzo una foglia di platano, la quale devono rimettere insieme quando si ritrovano.


III.
Pronostici.

La funzione più importante della vita è il matrimonio; occorre quindi averlo propizio; le stelle, il cielo, la sorte, il destino si invocano come augurii. La fanciulla incomincia a sottintendere ch'ella non può mancare di maritarsi. Ma quando gli amanti si fanno desiderare ella sa il modo di attirarli a sè e di vincerli.

Nell'India[25] e in Grecia v'erano formole per far nascere l'amore e per far arrivare lo sposo. Nell'India, la fanciulla le recitava sopra una pelle di vacca tentando il suo destino. Queste formole usano pure nella Germania meridionale[26]; la giaculatoria ha la virtù di destare l'amore nella persona indifferente che si ama[27]. Nato l'amore, chi ne è posseduto diventa furioso. La Venere ellenica si vendicava spesso così de' ribelli al suo potere; e le streghe del medio evo avevano mille maniere d'unguenti e di incantamenti per muovere la passione d'amore o allontanarla. Nelle nostre novelline non di rado l'eroe è acceso, per erba o bevanda che gli passarono le streghe, da subita passione per altra donna che non sia quella che egli ama.

Posta la necessità di un marito, bisogna sapere di qual parte egli verrà, e quale sarà la sua condizione, e quando e dove si faranno le nozze. Ora, con la rovina di Delfo non rovinarono tutti gli oracoli; le nostre fanciulle ne conoscono parecchi i quali, a senso loro, non possono sbagliare; e, poichè la sorte è quella che deve decidere, esse la tentano in ogni onesta maniera. A Roma i due iddii Pilummo e Picummo, secondo Nonio Marcello, presiedevano anticamente agli auspicii per nozze; e in Toscana, era l'uso di digiunare, per assicurarsi un felice matrimonio[28].

In Grecia ed in Roma si pigliavano pure augurii per nozze da parecchi uccelli. Rileviamo da Plutarco che i Greci consultavano, per sapere se la fidanzata sarebbe stata sposa fedele, le cornacchie, le quali gracchiando fanno ingiuria alla castità di Penelope, che, per una sola vita, attese il marito assente, quando invece esse, morto il marito, rimangono vedove per nove intiere generazioni; le cornacchie erano sacre anche in Roma a Giunone Dea delle nozze, onde abbiamo da Festo che al di là del Tevere vi era un luogo sacro ad esse, detto perciò corniscarum divarum locus[29]. Plinio ci fa ancora sapere che una specie di sparviere detto Egituo, zoppo d'un piede, era di ottimo augurio per le nozze[30]. Ma già fin dai tempi di Cicerone, che ne fa motto nel suo trattato De divinatione, i riti augurali si erano smessi nelle nozze, ed erano solo rimasti gli auguri come mediatori e testimoni delle cerimonie nuziali[31]; questi auspici delle nozze sono ancora ricordati da Giovenale e da Lucano.

A novembre s'incomincia, come dicono nel Canavese

A purtè le büsche pr fe' 'l nì[32].

Ma la vigilia dell'Epifania, e, in genere, il tempo fra il Natale e l'Epifania, si elegge particolarmente dalle fanciulle così in Italia, come, a mia notizia, in Germania, in Russia e Scandinavia, per riscaldare i loro amori. Gli antichi Ateniesi chiamavano col nome di Gamelione il mese di gennaio, siccome quello in cui celebravasi il maggior numero di matrimonii.

Altro giorno propizio a tirare l'oroscopo per nozze è in Italia, in Grecia, in Francia, in Isvezia e, come suppongo, anche in Germania, la vigilia di San Giovanni.

Nell'Umbria, la sera dell'Epifania, le ragazze, per sapere se troveranno marito, vanno nude (così almeno, perchè l'oroscopo riescisse bene, dovrebbero andare) a cogliere un ramo d'olivo verde. Preparano un posticino sul focolare, staccano una fogliuzza, la bagnano di saliva e la buttano quindi sul focolare; se la fogliuzza fa tre salti, o per lo meno gira e rigira sopra sè stessa, ne traggono augurio di prossimo e felice matrimonio; se, al contrario, la foglia brucia senza muoversi, ogni speranza di matrimonio è perduta. Mi piace qui ricordare l'erba che, presso l'Atharvaveda[33], si rallegra innanzi a quello che arriva.

In Piemonte, come in Russia (e forse pure in Germania) usa per l'Epifania nella focaccia, che in tal giorno si mangia, mettere due fave, l'una nera, l'altra bianca; l'una rappresenta il re, l'altra la regina; i due che trovano la fava, ossia il re e la regina, si levano e si baciano; il re e la regina rappresentano evidentemente gli sposi[34].

A Riva di Chieri si piglia uno stelo d'erba a più nodi e si rompe ciascuno di questi nodi, dicendo all'uno: io mi sposerò qui, e all'altro io mi sposerò fuori. L'ultimo nodo è quello che deve dir la verità. Somiglia questo oroscopo a quello che pigliano le innamorate francesi, e, per riflesso di moda, le nostre sopra i petali della margheritina per indovinare la forza dell'amore della persona amata.

A Riva di Chieri ancora, e nel Canavese, all'Epifania, le ragazze da marito usano lanciare la pantofola o lo zoccolo verso la porta di casa; se la punta si volge verso la porta, il segno è buono, la ragazza, entro il carnovale, piglierà marito; se no, no. Lo stesso pronostico si leva a Pinerolo, ma il primo giorno dell'anno. Una simile usanza vige ancora in Russia, ove si getta una pianella sopra la strada; lo sposo dovrà arrivare da quella parte verso la quale si volge la punta della pantofola.

I pronostici nuziali del Bolognese ci sono descritti così dalla signora Carolina Coronedi Berti[35]. «Una ragazza si mette alla punta d'un piede una ciabatta e dal sommo d'una scala la getta in basso; palpitante discende tosto insieme alle compagne, per vedere da qual lato sia rivolta la punta; se verso l'uscio di strada, coglie l'augurio d'andare in quell'anno a marito; se verso la scala, si prepara a rimanere zitella. Dopo questo viene un altro esperimento: Far ai quater canton. E vuol dire, prendere un anello, un vasetto pieno di cenere, un altro pieno di acqua, ed una chiave, ponendo ad uno ad uno questi oggetti a' quattro canti della stanza, e facendo attenzione di coprirli acciò ne resti nascosta la qualità a chi ne va in cerca. Quindi si fa entrare una delle giovani che vogliono mettersi alla prova, la quale si avanza fra il timore e la speranza verso l'uno de' canti, e a quello a cui si sente più attirata. Se vi troverà l'anello sarà come la buona notizia di maritarsi; se la chiave, avrà in quell'anno il governo della casa. Ma se incappa nella cenere, può esser certa di morire. L'acqua indica ch'ella ha da sparger lagrime. — L'usanza di consultare gli spilli poche donne la dimenticano. Prima di coricarsi, mettono alla punta del guanciale tre spilli; l'uno avrà la capocchia rossa, l'altro bianca, il terzo nera. Messe in letto, e trovandosi allo scuro, cambiano la posizione agli spilli in modo da confonderne i colori, poi ne estraggono uno e lo piantano all'estremo opposto del guanciale. Al primo raggio di luce, volgono gli occhi allo spillo, e se la sorte è favorevole avran levato il rosso. Il bianco significa che le cose di famiglia seguiteranno senza nessun cambiamento; il nero, al solito, è indicazione di morte. — Si fanno dalle nostre ragazze esperimenti col piombo fuso e gettato in acqua, e dalle svariate forme che prende, come di martello, vanga, forbici e simili, fanno giudizio del mestiere a cui il futuro sposo sarà dedicato.» La stessa scrittrice ci fa ancora conoscere un altro uso[36]. «Nell'estate le spighe de' prati sono alle fanciulle strumenti per tentare la sorte. Ne staccano una, la troncano per metà, e la parte staccata accomodano un'altra volta al posto come intera, prendono poi la spiga fra le dita della sinistra mano, e dando colla destra un colpo sul braccio, esclamano: Viva o morta? Se al colpo la spiga staccata si slancia via, l'amore è vivo, cioè il giovane ama davvero, ma se l'erba non si muove, oh allora la ragazza non è riamata; ed ecco il mal augurio. Il seme di certe erbe campestri che a guisa di leggiero involucro di sottil piuma, staccato dal vento s'inalza e percorre l'aria, è di buon augurio se volge il suo corso verso il volto della fidanzata; quel seme chiamano furtòna (fortuna) e vedendolo in aria si sta fermi per indagare la direzione che prende.»

Non meno diffusa è l'usanza di consultare il destino intorno allo sposo futuro, per mezzo delle figure che si osservano sopra il ghiaccio. A Pinerolo, nel Canavese e nel Mantovano, la notte dell'Epifania, le fanciulle mettono fuori di casa, possibilmente sul tetto, una scodella piena d'acqua. L'acqua diacciandosi nella notte, dalle impronte che si vedranno sul ghiaccio, le quali, nel Canavese, sono attribuite ai tre Re Magi, la fanciulla al mattino indovinerà il mestiere dello sposo predestinato.

Poichè le donne credono alla predestinazione; e fu tempo che vi credevano anche gli uomini. Leggo nella vita di Settimio Severo, presso gli Scriptores Historiæ Augustæ[37], come questo imperatore sposò una fanciulla, credendola sortita a nozze regie, se pure, come è probabile, non simulò di credere quello che gli tornava. Così, presso il Lalita-Vistara[38], Buddha non conoscendo ancora la sua futura sposa, appena la incontra, sente ch'è dessa. Egli ha la piena intelligenza delle sue virtù. Ora a questi presentimenti che sono diventati una superstizione particolarmente femminina, io do volentieri una origine mitica. Mi par difficile che una giovinetta dica d'una cosa accaduta «il cuore me lo diceva», se simili avvisi del cuore non abbia mai udito vantare prima da sua madre; la credenza ne' presentimenti è tradizionale, ereditaria di madre in figlia. Buddha s'accosta alla sua sposa e ha l'intendimento della sua virtù; Buddha è il sole, quello che vede tutto; la sua sposa è l'aurora; il sole s'accosta all'aurora; il sole trova la sua sposa, la indovina alla prima. Per altra parte, l'aurora è la più sollecita a destarsi; è la prima a vedere, a scoprire; essa prevede; l'aurora è donna, e la donna si paragonò all'aurora; ossia si fece indovina. Ma non solo l'aurora è sposa del sole; anche talora la nuvola: la nuvola tuona; la nuvola avvisa; la nuvola è donna; e la donna si paragonò alla nuvola, ossia si fece pitonessa, sibilla, druidessa, fata, profetessa. Come aurora, presente; come nuvola, predice.

Ad altri pronostici ricorrono ancora in Italia e fuori le fanciulle da marito.

Nel contado di Pinerolo, per sapere se un matrimonio avrà luogo sì o no, mettono insieme due pallottole di stoppa destinate a rappresentare gli sposi desiderati; quindi le due pallottole si abbruciano nell'aria; se le ceneri si sollevano, buon segno, il matrimonio si fa; se restano giù, cade pure ogni speranza nella povera villanella. Un'altra forma dello stesso uso è il così detto mignofet; si mettono due fantoccioni di stoppa l'uno innanzi l'altro e s'appicca loro il fuoco; cadono essi l'uno verso l'altro? e tutto andrà bene; si voltano essi da un'altra parte? ed anche le nozze si voltano.

Nell'Atharvaveda, è una strofa ove si invita la sposa a salire sopra una navicella della fortuna che la porterà verso il suo predestinato. Il Weber, che la scoperse e la citò[39], riferisce alcune usanze germaniche, le quali mi sembrano bene provare come la formola d'invito alla fanciulla perchè si imbarchi con la sua fortuna dovesse pure accompagnare qualche esperimento che le fanciulle indiane facevano della loro sorte come spose.

Ora una tale corrispondenza de' giuochi a certe popolari usanze, parmi che renderebbe, a chi lo tentasse, molto interessante un altro libro, che si potrebbe intitolare la storia dei giuochi. Auguro pertanto che, fra tanti giuocatori, uno se ne trovi, che il desiderio di illustrar l'arte, alla quale si appassiona, muova a soddisfare con la vanità sua la nostra curiosità, raccogliendo materiali per l'opera da me proposta, alla quale non farebbero certamente difetto i lettori.

Oltre l'Epifania, è vivamente desiderata dalle nostre fanciulle la notte di S. Giovanni[40], per interrogare l'oracolo d'amore. In Santo Stefano di Calcinaia, piccolo borgo ad otto miglia toscane da Firenze, ove io sto scrivendo queste pagine, le fanciulle ricorrono a tre forme di oroscopi. Verso l'albeggiare, pigliano del piombo e lo liquefanno; così liquefatto lo mettono nell'acqua, ove il piombo assume figura di un omino; secondo la figura di quest'omino, argomentano del mestiere che farà il loro sposo.

Oppure le fanciulle, pigliano tre fave; sbucciano l'una per intero, l'altra a mezzo, la terza punto e le involgono in tre pezzi di carta per riporle sotto il guanciale; la notte ne levano a caso una di sotto il guanciale: se la fava è tutta sbucciata, lo sposo sarà un povero; se a mezzo, nè povero nè ricco; se punto, lo sposo sarà ricco. Finalmente, ancora consultano la sera le stelle e ne fissano particolarmente tre, le quali chiamano de' mercanti; la notte, com'esse dicono, sogneranno inevitabilmente tre uomini; e l'uomo che esse vedranno in mezzo sarà lo sposo loro destinato.

A Modica, scrive il signor Amabile, nel primo giorno di ottobre, la ragazza semina due fave in un vaso, l'una per sè, l'altra per colui che le diresse qualche occhiatina amorosa; e se le due fave spunteranno prima della novena o nel corso della novena dell'Arcangelo Raffaele, il matrimonio pare assicurato; se spunta la sola fava del maschio, è segno che la fanciulla mancherà di parola, se la sola fava della fanciulla, essa verrà invece tradita. La fava è un noto simbolo fallico, uno de' motivi per cui era considerata come cibo impuro dagli antichi, onde Pitagora si asteneva dal mangiarla.

Mattia di Martino, in uno scritterello sopra gli usi e le credenze della Sicilia[41], ci fa conoscere un altro pronostico fatto con le fave: una donna gli raccontò come assistendo ad una di quelle fattucchierie che sogliono farsi la sera di San Giovanni «vide mettere in un sacco tre fave, una intera (sana), una senza l'occhio, (la parte nera pizzicata), ed una terza sgusciata (munnata); ciascuna avvolta in un pezzetto di carta. Dopo averle mosse ben bene, vi si faceva mettere dentro la mano a quella ragazza a cui si voleva predire che razza di marito avesse a pigliare; se si tirava su quella intera, segno che doveva essere benestante; se quella senza l'occhio, tignoso; se quella sgusciata, nudo[42]

A Mineo, in Sicilia, la notte di San Giovanni, le ragazze mettono alla finestra la così detta spina (il fiore del cardo selvatico); ove la spina si apra e fiorisca nella notte, esse si sposeranno, oppure il loro amante sarà fedele.

Ma le più copiose notizie sopra gli usi popolari siciliani del San Giovanni che si riferiscono alle nozze le trovo in una lettera che il mio amico Giuseppe Pitrè diresse nell'anno 1871 alla cara e compianta baronessa Ida Reinsberg von Düringsfeld. «Tutte le fanciulle insofferenti d'indugio, nei tredici giorni che precedono la festa di Sant'Antonino, cercano propiziarselo con una tredicina, durante la quale altre nella chiesa di lui, altre nel silenzio delle pareti domestiche lo pregano a caldi occhi perchè con S. Pasquale e S. Onofrio avvii un matrimonio tra lei e un giovane grazioso e simpatico; di che l'invocazione:

Sant'Antuninu,
Mittitilu 'n caminu;
San Pasquali,
Facitulu fari;
Santu Nofriu gluriusu:
Beddu, picciottu e graziusu!

Ora supponiamo negli invocati santi le migliori disposizioni di questo mondo a favore della troppo ingenua supplicante; chi, e di qual mestiere sarà lo sposo di là da venire? e chi lo sa? E come si fa a saperlo? Niente di più facile, dicono le donne, non s'ha che attendere la festa di S. Giovanni Battista, e se ne vedrà la esperienza. Allora verso il mezzogiorno, quando il sole è più alto, ogni ragazza che sente il pizzicor d'amore mette innanzi l'uscio di casa sua una catinella con acqua limpida e fresca; fonde un pezzo di piombo, e ve lo riversa d'un colpo. Il piombo, istantaneamente raffreddato, vien tratto fuori dall'acqua; tremante e palpitante la ragazza lo guarda, lo affissa e vi scorge, o crede di scorgervi, un carro, una vanga, una vela, una pialla e che so io; ed ecco fatto: il futuro sposo sarà un carrettiere, un contadino, un pescatore, un falegname! — In Belpasso, comunello su quel di Catania, si cerca appurare il mestiere dell'amante per mezzo della farina. La ragazza prende uno staccio, e colle mani rivolte indietro tanto che nè anche lei veda nulla, si mette a cernere e cernere. Terminata l'opera, si volta e chinasi a guardare la farina caduta; la quale se è a barre dà indizio che c'è a vista un falegname, se a rivelature e a mucchietti, un contadino, ecc. — Le ragazze dello stesso Belpasso e di Assoro, un giorno prima della festa, si riuniscono in varii gruppi. Colei, a cui venga nel giuoco la volta sua, addoppia un laccio o una cordella e dai due capi messi insieme lo avvolge a un pezzettino di legno, a un bubbolo, a una cosa qualunque; e così avvolto lo gira per tre volte di seguito senza pure vederlo, intorno alla persona, e secondo i suoi desiderii ripete:

San Giovanni sì, San Giovanni no;
Sì m'hè pigghiari a iddu,
Pozz'essiri 'mbrugghiatu, o dunca no.

Se S. Giovanni vuol bene alla ragazza, in capo al terzo giro, il laccio o la cordella dev'essere talmente intrigato che i due capi del principio s'hanno a trovare in fine, e quello che è sopra deve passar sotto. E qui sta, m'ha detto una buona donna di quel comune, il miracolo di S. Giovanni. In Prizzi e Salaparuta ogni fanciulla corta di sorte raccoglie un fiore, detto perciò Ciura di S. Giovanni, gli abbruciacchia le estremità della corolla e lo ripone in un buco all'aria aperta. Il domani, se esso è ravvivato, se ne promettono buoni augurii pel futuro sposo e per l'indole e condizion sua, altrimenti egli o non si troverà o porterà la mala ventura. In Milazzo questo fiore è un piccolo carciofo selvaggio[43], in Assoro e in Belpasso un quissimile, ma in Belpasso lo si mette sui forni invece che in un buco qualunque. A Monte S. Giuliano (l'antico Erice, prov. di Trapani), nel giorno di cui parliamo, ogni ragazza getta dalla sua casa in mezzo la via una mela, e la tiene d'occhio finchè altri la raccolga. Se il primo a passare per quella via è un uomo, sarà questo un augurio di sicure e non lontane nozze; se una donna, o essa raccoglie la mela, e questo vuol dire che non c'è da sperare nessun matrimonio; o la guarda senza toccarla, e questo significa che la ragazza che attende il presagio resterà vedova; se un prete, ella morrà nubile. Nè questa maniera di trarre auspicii è solamente per San Giuliano. Se ci fermiamo a Milazzo, ne veggiamo una anche più curiosa. Quivi le donne, sopratutto le ragazze, fanno, secondo la loro intenzione, la novena a San Giovanni. Al nono giorno, si mettono in via a sentir parole che eventualmente il primo incontrato dirà. Le prime parole che udranno saranno indizio se l'oggetto per cui han fatto la novena sarà o non sarà per avverarsi. A mo' d'esempio, sentiamo a dire: nenti, nenti, è inutili; oppure mmalidittu ddu jornu, ovvero sunu perduti li spisi, e allora diranno: la cosa non avverrà, non può avvenire.»

A Venezia, le ragazze prendono la ventura mischiando insieme i tarocchi, e poi vi fanno passare ad una ad una tutte le carte, dicendo: uomo, bell'uomo, mercante, ladro, spia. Se quando passa il due di spade, si dice bell'uomo, è segno che si sposerà un bell'uomo, se si dice spia, è segno che si sposerà una spia, e così di seguito. Il giuoco si fa pure con una variante per sapere se si è amati: si dice: mi ama, mi brama, mi vuol bene, così così, non me ne vuole; la parola che si dice quando passa il due di spade dice la verità. Si prova ancora l'amore nel modo seguente: si toglie un capello al damo, lo si distende sopra una mano; con le unghie del pollice e dell'indice dell'altra mano si distende in giù tre volte, ricordando il damo; poi si guarda come il capello è rimasto: se il capello si rizza, è segno che il damo vuol bene (si può confrontar qui la prova che si fa nell'Umbria con la fogliolina d'ulivo); se nè si rizza nè si distende, l'amante non è caldo, se rimane disteso, l'amante è intieramente freddo, e fa solo per celia. La vigilia di San Giovanni si fanno tre lettere col nome che si vuole, ma differente per ciascuna lettera, che si chiude ma non si suggella; e si va sul tetto e si mettono le tre lettere sotto gli embrici. All'alba si torna sul tetto, e si è sicuri di trovare una delle tre lettere aperte; il nome che è scritto in quella lettera che s'apre è il nome dello sposo futuro. Si fa pure a Venezia la prova del piombo, o quella della chiara d'uovo che le somiglia, ed anche quella della pantofola, che si getta giù dalla scala; mancano tanti anni al matrimonio quanti sono gli scalini che la pantofola ha passati andando giù, onde le ragazze mettono ogni arte nel buttar con la punta del piede la pantofola perch'ella ritorni allo scalino da cui si butta. Si pianta pure frumento in un vaso, lo si inaffia e si mette al buio; dopo otto giorni, il grano è nato; se si trova duro, verde, bello, si sposerà un giovine bello e ricco, se si trova bianco o giallo, lo sposo non varrà niente. Se il frumento è bello, lo si lega con un nastro rosso, e lo si mette in vista sul balcone, perchè si vegga quale fortuna sta per toccare alla fanciulla. Si ascoltano pure a Venezia i nomi di quelli che passano la mattina di San Giovanni, e si fa pure una prova simile a quella toscana e siciliana delle fave[44]. La prova de' fagiuoli riunisce insieme le due prove; si va alla riva, e quando l'acqua è calma, si buttano ad uno ad uno in mare, i tre fagiuoli dicendo:

Fasiol, bel fasiol,
Va più lontan che ti pol;
Va più lontan del mar,
Dime 'l nome de quello che m'à da sposar.

Allora si ascolta, ed il primo nome che si ode è quello di colui che si deve sposare.

Per una simile ventura, s'invoca pure alla vigilia di Sant'Agostino questo santo:

Sant'Agustin de l'abito,
Santo sè e santo sarè,
La mia fortuna vu la savè;
De la del mar, de qua del mar,
Diseme 'l nome che m'à da capitar.

Allora s'ascolta quello che l'acqua risponde, e il primo nome che si ode rammentare sarà quello dello sposo futuro.

In Francia, nel mattino di San Giovanni, è il trifoglio che annunzia alle ragazze un prossimo matrimonio o un matrimonio felice[45]. Una simile credenza esiste in Italia pel trifoglio delle quattro foglie; lo rammenta pure S. Farina, nel suo Tesoro di Donnina.

Nella Svezia, secondo il Léouzon Le Duc[46], la vigilia di San Giovanni tre ragazze si raccolgono a preparare in silenzio un pasticcio, che insieme fanno cuocere e dividono a caso in tre parti; le quali mangiano. Vanno quindi a dormire e sognano la notte inevitabilmente un giovane che muove alla lor volta con una dolcissima bevanda; quello è il giovine destinato a menarle all'altare. È chiara la somiglianza di quest'uso con quelli di Calcinaia sopra riferiti; un altro, pure della Svezia, ci richiama ai medesimi; ma io temo che il Léouzon Le Duc non ce lo abbia descritto per intiero. Secondo questo viaggiatore e dotto francese, le ragazze svedesi compongono a San Giovanni un mazzo di nove fiori diversi, fra i quali sempre l'hypericum o fior di San Giovanni; questi fiori vogliono essere raccolti da nove campi diversi. Composto il mazzetto, lo mettono sotto il guanciale e si coricano; quello che nella notte sogneranno, avverrà. Non sembra egli probabile che ogni fiore abbia un suo proprio significato? e che dal tirar fuori del mazzo a caso uno di quei fiori si disegni alle fanciulle svedesi il loro destino?[47].

Ad altri oracoli d'amore ricorrono in Grecia per San Giovanni, ai quali allude pure il canto popolare:

La sorte gettai per provarti
E la mia sorte mi disse che moglie ti pigli:

ed una prova sarebbe accennata in questo distico:

La mia mano ha ben presa la tua tenera mano,
Quest'è segno buono ch'io ti farò compagna[48].

Il dottor Pierviviano Zecchini, ne' suoi Quadri della Grecia Moderna[49], ci ha fatti conoscere due de' pronostici nuziali ai quali ricorrono le fanciulle greche. «San Giovanni, egli scrive, è per queste ragazze quello che San Nicolò è per le giovani di molti paesi d'Italia, il quale, dappoi che dotò tre fanciulle per condurre ad onor lor giovinezza, facendo il miracolo del pomo d'oro, venne generalmente considerato il protettore delle pitocche, tanto più che difficilmente ne troverebbero uno in terra, e al certo è meglio averlo in paradiso che qui, ove lo stesso patrocinio è spesso pericoloso. Le zitelle dell'isole dell'Egeo, nella vigilia della festa di quel santo, riunisconsi insieme in varii drappelli, sia nelle chiuse stanze, sia nell'aperto de' campi, con un bel pomo in mano, che però è meno bello delle fiorite lor guance; e la prima cura in cui si occupano dopo qualche colloquio amichevole, o qualche giuoco innocente, è di farsi recare dell'acqua da un secchio, o da una sorgente. La persona ch'è incaricata di tale uffizio non deve proferire alcuna parola, ed è perciò che quell'acqua è detta acqua secreta. Avuta che la s'ebbe, se ne riempie un gran vaso, entro il quale ciascuna ragazza mette il suo pomo, indi coprono il vaso, e lo chiudono a chiave; finita questa operazione, lo collocano sopra la terrazza della casa, o su d'un luogo elevato, un poggetto, se in campagna; ed ivi lo si lascia all'aria libera durante la notte. Nel domani, cioè nel giorno della festa del santo, voi vedete quelle angeliche creature prese da una curiosità e trepidezza inesprimibile, stringersi di nuovo insieme, finiti i vespri della chiesa; ned è a temere che alcuna tardi a raggiungere le sue compagne. Postesi in ginocchio, d'accordo innalzano una tenera e divota preghiera a San Giovanni, la quale in conclusione non è che una invocazione ad Amore. Cantato quest'inno, si fanno recare di nuovo il misterioso vaso pieno d'acqua, che vien portato con somma precauzione; tosto che l'hanno dinanzi, piene di una impaziente sollecitudine, lo aprono e ciascuna alla sua volta prende un po' di quell'acqua secreta per versarla in un piccolo vaso, nel quale pone anche il pomo che il giorno addietro aveva tuffato nel vaso maggiore; e fatti tre segni di croce sì sopra l'uno che l'altro dei due recipienti, comincia così ad apostrofare il santo nuvolato: «oh gran santo Giovanni! fa che s'io debba sposare N.... questo vaso giri a destra, e, se non deve essere mio sposo, si volga a mancina.» Quella delle giovani che pronunciò questa preghiera, congiunge le mani in atto supplichevole, e tenendo i pollici elevati e disgiunti tra loro, si mette davanti ad una delle sue compagne, la quale fa la stessa cosa; appresso v'è una che colloca sull'estremità di quei quattro pollici così ritti il vaso che, dicesi, non manca mai di girare da sè a destra o a sinistra. Nello stesso giorno di san Giovanni pongono in opera un altro mezzo, oltre quello del vaso pensile; e consiste nel lavarsi il volto con quell'acqua secreta, in cui dev'essere già stato immerso il pomo di ciascuna; poco dopo si conducono in istrada, se chiuse erano in camera, o nel paese, se in campagna; strano è poi il primo nome di un giovine che sentan a pronunciare, sia quello che debba essere il loro sposo.» Il dottor Zecchini ricorda ancora l'uso delle fanciulle greche, per assicurarsi se sono amate, di percotere sulla mano un petalo di rosa; se il petalo scoppia, è buon segno; così il capraio di Teocrito, nella prima delle egloghe, si duole con l'amata che il petalo d'un papavero schiacciato sul braccio non avesse scoppiato.

Nell'India, il sedersi sulla coscia sinistra d'un uomo è segno di volerlo fare suo sposo; il sedersi invece sulla coscia destra è proprio dei figli e delle nuore[50]. Un moto singolare del braccio avverte il re Dushyanta dell'avvicinarsi della sposa nella Çakuntalâ di Kâlidása. I moti del corpo seguono quelli dell'anima; nell'India e in Russia, si crede ancora che l'uomo provi il bisogno di starnutare quando una donna pensa a lui.

In Italia si dice: «Chi a digiuno ha starnutato sarà nel giorno regalato o mortificato.» A me sembra, per cagione del buon senso attribuito ai proverbi, che quest'ultima parte del proverbio, ossia la mortificazione che segue lo starnuto, sia un'aggiunta posteriore[51] fatta da chi non credeva alla sincerità del primo proverbio. Gli augurii poi che accompagnano fra noi l'uomo che starnuta, i prosit, le felicità, i Dio ti prosperi, i bonheur, gli inchini che accolgono, ovunque ne arrivi il caso, colui che starnuta, sono, come parmi, un resto della superstiziosa credenza, che considerava lo starnuto come una benedizione.

I medici troveranno forse a questi augurii una ragione tutta igienica, ed avranno l'augurio che si fa allo starnutante, come uno scongiuro di qualsiasi caso apopletico che potesse cogliere l'uomo nell'atto dello starnutare. Ma io non so allora perchè non si farebbero simiglianti augurii per colui che ha un accesso di tosse, per dire d'un caso molto più pericoloso.

Stimo invece veramente che si avesse lo starnuto come avviso profetico, e interpreto pur questa credenza col mito del tuono. Il tuono è uccello di buon augurio, è il gallo che canta e farà piovere, nella mitologia vedica[52]; è insomma il nunzio della pioggia; l'uomo suscitato da Prometeo, nella mitologia ellenica, si fa sentire per mezzo di uno starnuto: ora Prometeo è un eroe tutto solare e congiunto ai fenomeni del cielo tempestoso. Raffigurato il tuono come uno starnuto del Dio, si potè agevolmente dare anco allo starnuto, in genere, la virtù di presagire. In Oriente, lo starnuto, specialmente del re, viene accompagnato da preghiere; per i Greci e per i Latini, era una specie di oracolo. È noto il culto che ebbe ne' paesi germanici il tuono e come vi si denominasse dal medesimo il giorno che noi sacrammo pure a Giove tonante, ossia il giovedì (Donnerstag). Perciò il giovedì rimase per i Tedeschi devoti alle antiche loro credenze, giorno di riposo[53] e di festa; ma il giovedì, il giorno del tuono, viene essenzialmente prescelto per compimento delle nozze, e i contadini tedeschi chiamano una bella fanciulla da marito granata del tuono[54]. Giove tuona, Giove starnuta, Giove benedice; il giorno sacro a Giove è ancora sacro a Giunone arbitra di matrimoni, ossia sacro alle nozze; Giove starnuta; Giove si sposa, l'uomo starnuta; dunque una donna ha pensato a lui; non altra origine parmi che si possa attribuire più probabile alla superstizione indiana e russa, e in parte pure italiana. Poichè, non conviene obbliarlo, se i creduli sono da compatirsi, se la credulità umana è deplorevole, l'origine della credenza ha quasi sempre un significato naturale che appaga la ragione. Ora io non so se ho precisamente indovinato qui le fonti del proverbio italiano, che riguarda lo starnuto, ma son contento di questa breve digressione che mi porge opportunità di raccomandare ai nostri raccoglitori e comparatori di proverbi la maggiore importanza ed utilità che avrebbero le loro fatiche se di alcuno dei proverbi omai messi tutti insieme (gli essenziali al meno), si muovessero finalmente a rintracciare quello che più ci rileva, cioè la loro origine mitica e storica.


IV.
Come si fa l'amore.

Sull'amore fu scritto tanto, dal Cantico dei Cantici a Stendhal. E pure il capitolo che io metto qui era ancora da scriversi. Io so che, dal più al meno, l'amore è sempre il medesimo, in sostanza; ma, nella forma, varia assai; e variano poi non poco fra loro l'amore per l'amore e l'amore pel matrimonio. Io mi lascio qui occupare da quest'ultimo soltanto.

A quale età incominciano gli amori? Non parlo degli erotici, ma di quelli che hanno per fine il connubio. La questione, presso di noi, è risolta dalla sola fanciulla; appena ella sia matura, le si può permettere d'incominciare a far l'amore.

Ma nell'India antica, ove si facevano spose di otto anni, nell'India odierna, ove si usa fidanzare le figlie a cinque o sei anni, sebbene si consegnino al marito solo fra i dieci o dodici anni, ossia soltanto dopo che abbiano dato segni di fecondità; presso i turchi ove si destina la fanciulla a tre o quattro anni, per consegnarla a dodici o tredici: nel Kirmàn, ove si promettono le fanciulle a nove anni e a tredici si sposano, non rimane evidentemente alle fanciulle nessun tempo per fare all'amore. E, in genere, si può dire che ove l'autorità paterna preme troppo la famiglia, non hanno luogo innamoramenti che conducano a nozze.

Presso i Serbi la fanciulla viene fidanzata, prima di essere matura alle nozze; ella obbedisce quindi al destino che le fa il padre. Il padre dispone pure della fanciulla tra i russi; e lo stesso avveniva nella società romana, ove la tirannide paterna era il solo governo della famiglia[55].

Il matrimonio si combinava dai parenti, che facevano gli sposi prima di innamorarli[56].

Se molti pertanto di tali matrimoni si fanno ancora tra noi ne ha colpa il diritto romano[57]. Il diritto germanico portava invece altra libertà; i Germani si sposavano assai tardi; anzi, avevano per cosa turpe che un uomo conoscesse donna innanzi ai vent'anni[58]; questo voleva dire, che, prima di imporsi un legame, l'uomo doveva sentirsi libero e liberamente imporselo. Nè ad una donna era concesso, innanzi alla sua maturità, nè fidanzarsi, nè essere fidanzata. Il diritto longobardico prescriveva i dodici anni compiuti[59]. Anche la Brunilde dell'Edda aspetta i suoi dodici inverni per darsi uno sposo. In Francia, non prima dei dodici anni, poteva una fanciulla essere sposata. In Grecia, non prima de' quindici[60]; Platone, poi, nelle Leggi e Aristotile nella Rettorica, fermano come età giusta per i maritaggi, alla donna quella che passa fra i sedici e i diciotto; all'uomo quella che cade fra i trenta e i trentacinque anni[61]; convien dire, che quell'ideale de' due filosofi rispondesse alla consuetudine già viva tra la gente più ragionevole e temperata. Così, nell'India, mentre sappiamo che l'uso esisteva di fidanzare bambini e di sposare i figli giovanissimi, il Sahityadarpan.a viene fuori con una sentenza moderatrice dell'uso: «L'uom saggio come penserà alle donne, innanzi di aver terminato il suo tempo? il sole non manifesta il rosso vespertino innanzi d'aver percorso l'intiero mondo».

Per tal modo, ora vediamo l'uso diventar legge e confermare; ora la legge diventar uso e riparare.

In Italia, a dispetto del diritto romano, le fanciulle innanzi di andar a marito, vogliono far all'amore, e in nessun paese forse si ama di più che fra noi, io non dico certo con maggior forza, ma intendo con maggior facilità, varietà e gaiezza. Qui ed in Grecia e un tantino pure in Ispagna i fidanzati si amano cantando; vi è strepito e vi è pompa ne' nostri amori; perciò i nostri amori si prestano agevolmente a venir descritti. In Italia poi il canto popolare è quasi tutto amore: e ci sovrabbonda.

Quale contrasto fra le nostre fanciulle da marito e la serba Roskanda vittima di Marco Cralievic', in onore della quale la poesia canta: «La fanciulla crebbe rinchiusa, crebbe, dicono, quindici anni, nè vide sole nè luna[62]». Si lotta qui ancora e in Grecia e in Ispagna contro la gelosia de' parenti; ma essa non basta ad arrestare ne' suoi amori la giovine coppia che si vuol sposare. In un racconto popolare spagnuolo[63], l'amante inveisce, con una strofa, contro la vecchia suocera, e in un canto popolare[64] disfida il padre della fanciulla ch'ei vuole far sua.

Amore, nel mezzogiorno, è audace e non ha scrupoli e non fa differenza, o, come dice Pietro Belfiore, nella Tancia di Buonarroti il giovine[65]:

. . . . . . . non la guarda al casato,
Nè fa provanze, o leggi Prioristi;
Ma ch'egli agguaglia il piccin col maggiore,
E nobiltà non guarda, nè onore.

Amore fra noi è un vero attacco, che si fa col canto. Nell'Abruzzo teramano, piglia talora forma di una caccia[66], e se la fanciulla si mostra ritrosa, sono schioppettate di versi insolenti che la maltrattano.

A Mineo in Sicilia, sembra, ad un assedio per approcci, l'amante fa tanti passi quanti sono i versi ch'egli canta; all'ultimo verso, che chiamano piede, egli fa pure l'ultimo passo, e si trova sotto la finestra della innamorata. In altre parti della Sicilia, amore è seduzione; la comare tenta il cuore della fanciulla, con le lodi del giovine:

Signura zita[67], signora damuzza[68]
Voi siti ciuri[69] di vera biddizza[70]
Lu vostru zitu si tagghia e sminuzza
E cè sguagghia[71] lu cori a stizza a stizza[72]
Beddu[73] diamanti aviti a ssa[74] manuzza[75]
'N pettini d'oru 'ntra ssa biunna trizza[76]
Quannu[77] si 'nguaggirà[78] ssa zitiduzza
Spinci[79], Amuri, bannera[80] d'alligrizza.
Vi fazzu, 'ngnura[81] zita, la bon'ura,
Cu ssa facciudda[82] di 'na ninfa antera[83]

Aviti li vranchizzi[84] di la luna,
E lu sblennuri[85] di 'na nova sfera[86];
Aviti un garzuneddu ca v'adura,
Ch'è chinu di biddizzi di primera;
Gesù lodatu sia ca junci ss'ura,
Si junci tu stinnardu[87] e la bannera.
'Ngnura zita, vi fazzu la bon'ura,
Facci 'nfatata di ninfa sirena,
Ccà[88] cc'é lu vostru zitu chi v'adura,
Chinu di fantasia tuta sirena:
'Ntra ssu pittuzzu portati la luna,
E 'intra li manu lu suli, Gna Mena[89],
E sia ludata 'sta jurnata e 'st'ura,
Guditivi lu munnu sanza pena.

Più spesso il seduttore è il damo stesso, come in un canto popolare piemontese inedito, il quale io pubblico qui non perchè, secondo la variante del Nisard,

Il faut de l'inédit, n'en fût-il plus au monde,

ma perchè questo dialogo in versi fra il pretendente e la dama, goffo com'è, rende ad evidenza i rozzi amori delle campagne piemontesi, dove spesso una crollata di spalle od uno sgarbo simigliante della ragazza che accompagni un suo sorriso è un'eloquente maniera d'invito. Si cantava, un tempo, a Riva di Chieri, nella prima visita che il giovine faceva alla stalla della ragazza. La ragazza finisce con una risposta insolente, dove accenna, come se ella ama poco, egli ama punto, dopo la quale, probabilmente, ella si ritirava ridendo, e col suo riso, impegnava l'amante al ritorno:

— Bela fìa d'l faudal rigà,
Seve cuntenta che 'l me braie a tucu vost faudà?
— El me faudà l'è d' canavassia,
Venta tuchelu cun bela grassia.
— Oh bela fìa, stala fr'sca l'eva ant la sìa?
— A sta fr'sca e dulenta.
— Si turneisa n'autra seira, sariive cuntent?
— O cuntenta, o no, p'r na volta venta nen di che d'no.
— O bella fìa, chi sei tant bin risponde,
L'acqua d'l mar va a bell'unde.
— O bel unde, o bei saut,
Mì sai rispunde sussì e d'autr.
— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
— La mia füssa parei d'la vostra savrìa deve risposta.
— Bela fìa, la vostr'amur l'è parei d'la mia?
— La mia l'è sut al tavul, la vostra l'è a ca d'l diavul[90].

Negli Apennini liguri, gli innamorati cantano la seguente canzone, che io ricevo dalla gentilezza del Celesia: la fanciulla non vuole aprire all'amante ma al fidanzato; perciò il giovine promette ritornare il giorno dopo con l'anello. Se non sia intieramente opera di popolo, questa canzone spira tutta la grazia e naturalezza dei canti popolari:

— Chi picca la mia porta?
Chi l'è che picca lì?
— L'è il vostr'amant, Maria;
Vi prego in cortesia,
Bella, vegnì a dervì[91]
— V'ho mai dovert[92] a st'ora,
Nanca vi vôi dervì[93];
Son scalza, in camisola,
Mi[94] dentro e voi di fora,
Sté[95] lì fin che l'è dì.
— La porta di voi, bella,
Mai più la vederò,
Me fate[96] un gran disdegno,
Lo porterò per segno,
Fin che scamperò.
— Se vú mì bandonate,
Mì 'm morirò d' magon[97];
Ma 'm[98] preme il mio onore
Tant come il vostro amore;
Abbié[99] un po' compassion.
— Se il raggio della luna
Splendesse come il sol,
Mì vorris scriv[100], Marìa,
La vostra scortesìa
In lod del vostr'onor.

— Vi las la bonasira[101];
Diman ritornerò;
Vi porterò ú anello[102]
Tutto dorato e bello;
Con quel vi sposerò.

Dalla lingua adoperata in questo canto mi parrebbe che esso fosse passato in Liguria dal Monferrato, mentre poi vi spira dentro un'aura di serenata provenzale.

Nel Canavese è popolarissima una canzone che chiamano Martina, la quale cantata forse, in antico, da un così detto Martino di Madonna che tornava dalla fiera con un dono per la sua innamorata, o per il padre di essa, si ripete ora innanzi alla porta delle stalle dai giovani pretendenti e dalle ragazze che vi sono ricercate, chiamate le vioire ossia le vegliatrici. È una gara di canto. Vi sono strofe obbligate che tutti sanno a memoria; ve ne sono altre intermedie che conviene improvvisare; se quei di fuori, cioè i giovani, s'arrestano nel canto e non trovano più la via di continuare, non pure non viene loro aperto l'uscio dalle vegliatrici, ma essi si raccomandano alle gambe per non lasciarsi riconoscere e per evitare il ridicolo; se, invece, s'imbrogliano le vegliatrici, i giovani irrompono nella stalla, urlano e sghignazzano per la riportata vittoria.

Quindi si danno liberamente a corteggiar le loro dame; ma se, mentre essi corteggiano, arriva un'altra brigata di giovani per cantar Martina e dal canto escono pur questi con onore, si apre alla nuova brigata ed i primi venuti se ne vanno, per la necessità di obbedire al proverbio canavesano che dice: chi ch'a l'a môt ch'ansaca[103]. Ecco ora le strofe obbligate della canzone Martina; prima delle ultime due strofe vanno le improvvisate, le quali possono essere molte o poche, secondo la pazienza od impazienza degli innamorati[104]:

I giovani: Oh! buña seira, vioire,
Corpo d' mi! buña seira.
Oh! buña seira, vioire,
O vioire, buña seira.

Le giovani: Chielu ch'a j'è lì d' fora?
Corpo d' mi, chi ch'a j'è lì?
Sangh d' mi; chi ch'a j'è fora?
Chielu? chi ch'a j'è lì?

I giovani: I sun Martin d' Madona,
Corpo d' mi! i sun Martina,
I sun Martin d' Madonna
Sangh d' mi! Martin Martina,

Le giovani: Duv sestu stait, Martina?
Corp d' mi! duv sestu stait?
Duv sestu stait Martina?
Sangh d' mi! duv sestu stait?

I giovani: A la gran fera, vioire,
Corpo d' mi! a la gran fera,
A la gran fera, vioire,
Sangue d' mi! a la gran fera,

Le giovani: Cos l'astu cumprà d' fera,
Corp d' mi! cos t'as cumprà?
Cos l'astu cumprà d' fera,
Sangh d' mi! cos t'as cumprà?

I giovani: Un bel caplin, vioire,
Corp d' mi, vioire, ün caplin.
Un bel caplin, vioire,
Sangh d' mi! vioire, ün caplin.

Le vegliatrici seguono a domandare col canto come sia ornato il cappello, quanto costi, a chi sia destinato: se i giovani rispondono finalmente che esso va al padrone della stalla, le vegliatrici per lo più si dichiarano contente; allora i giovani ripigliano:

I giovani: Dörbimi l'üss, o vioire,
Corpo d' mi, dörbimi l'üss,
Dörbimi l'üss, vioire,
Sangh d' mi, dörbimi l'üss.

Le giovani: Eco düvert, Martina,
Corpo d' mi, l'üss è düvert,
A l'è düvert, Martina,
Sangh d' mi, l'üss è düvert.

Il canto era già caro agli innamorati romani, come parmi rilevare dal Curculion di Plauto[105]; ma in Toscana, particolarmente, l'amore visse e vive di canto. Nel mese di maggio, altrimenti chiamato mese degli amori, mese degli asini[106], mensis hilaritatis, si festeggia qui la natura che si rifeconda e il canto viene ad accompagnare questo allegro ridestamento; e poichè il mondo vegetale e l'animale si danno vita reciproca, si benedice ai campi e si preparano nuove spese, si porta in giro un albero fronzuto, il così detto maio, carico di fiori e frutte, come segno che la natura è ridesta, e si pianta innanzi all'uscio delle belle come augurio di una fecondità novella. Ma in Italia è difficile immaginare una festa senza suoni e canti; in Toscana, ove il maggio si festeggia, cantano pure il maggio, e maggio, per l'appunto, si addimanda questa canzone. A San Romolo, paesello, che dista due sole miglia dal luogo in cui scrivo, il primo di maggio, usavano raccogliersi sotto un padiglione dodici garzoni e dodici fanciulle per cantare il maggio; in altre parti della Toscana e nel Perugino, usano i maggiaiuoli andare attorno in brigata, di casa in casa, presso le varie innamorate, che discendono a regalarli di uova, formaggio, berlingozzi, rinfreschi e simili presenti. Il Tigri[107] riferisce due delle antiche canzoni che si cantano per calendimaggio, ossia il primo giorno di maggio; la seconda soltanto fa all'oggetto nostro ed è questa:

Or è di maggio, e fiorito è il limone;
Ora è di maggio, e gli è fiorito i rami;
Ora è di maggio che fiorito è i fiori;
Noi salutiamo di casa il padrone.
Salutiam le ragazze co' suoi dami.
Salutiam le ragazze co' suoi amori.

Talora i suoni e canti per la festa di maggio sono accompagnati da giuochi; così era in Francia[108]; così ancora in Sardegna e particolarmente ad Ozieri. «I giovani d'ambo i sessi si adunano e siedono in circolo innanzi alla casa d'uno di essi; allora ricopronsi d'un bianco lenzuolo, e collocano in mezzo a loro un canestro in cui ciascuno degli astanti depone un oggetto proprio. Eseguito il deposito, una ragazzina eletta dalla società ad estrarre le cose nascoste, copre il canestro e gli siede accanto. Ma innanzi che la giovinetta s'accinga all'estrazione, una delle fanciulle che compongono il giuoco, intuona una strofa d'una canzone così concepita:

Maju maju beni venga
Cun totu su sole e amore
Cun s'arma e cun su fiore
E cun sa margaritina.

Succede a questa un'altra strofa di felice augurio e di complimento, finita la quale, la ragazza estrae dal canestro un oggetto di cui il proprietario è designato ad accettare il voto e la felicitazione. La cantatrice ripetendo poi la strofa primiera, a quella ne aggiunge un'altra di funesto presagio, che si rivolge e devesi accettare dalla persona, il cui oggetto è contemporaneamente tratto dal canestro. Continuando il giuoco in questa maniera sino alla perfetta mancanza di oggetti, ne avviene che mezza l'assemblea è favorita, l'altra maltrattata»[109].

Questa descrizione di un giuoco della sorte fatta col canestro agevola, parmi, la via a dichiarare una espressione tedesca, molto originale. I tedeschi dicono: einen Korb geben, ossia dare un corbello[110] per rifiutare e particolarmente dare un rifiuto di matrimonio. È probabile che, in un giuoco di sorte, simile a quello che si fa in Sardegna, si lasciasse qualcheduno dei giovani senza regali, ossia col canestro vuoto.

Abbiamo veduto fin qui in quale età si incominci a far l'amore, per fine di matrimonio, e come il canto sia fra noi mezzano di tali amori; mi giova ora ricercare quale stagione dell'anno sia loro più propizia e qual luogo li favorisca meglio.

Trattandosi di usi popolari, conviene studiarli fra il popolo, e particolarmente nel contado, dove il popolo è più di sè stesso.

La vera poesia dei nostri amori vive sulle aie e nelle stalle; la prima conoscenza si fa per lo più sulle aie, quando si batte il grano o si spanna il granturco; si conferma l'inverno nelle calde stalle. Nel Pesarese, per esempio, il giovine leva dal pagliaio una pagliuzza, e si gingilla con essa dichiarando il suo amore alla ragazza, con una di queste tre formole quasi consacrate «A vlet donca to' marit?[111]» V' piac'ria la mi' persona?[112]» «V' piac'ria chesa nostra?[113]» Al che, la ragazza abbassa gli occhi, e, avvolgendosi attorno alle dita le fettuccie dello zinnale o copriseno, risponde, secondo la sua varia modestia e voglia, con un «magara fussa![114]» oppure con un «Santit mal bab o malla mama[115]».

Nel Monferrato, scrive il signor Ferraro[116], nella vigilia di Natale o dell'Epifania, si usa circondare un cerchio di legno di aranci, di castagne, di pomi, e si attacca al solaio. Se la ragazza, a cui un giovanotto offre frutta, accetta dalle mani di lui qualche cosa, si intende che accetti anche di amarlo.

Talvolta, fatta la prima conoscenza ne' campi o sull'aia o alle vendemmie, si elegge come luogo per dichiarare l'amore il sagrato della chiesa. Nell'Osimano, per esempio, i contadini che hanno fissata una ragazza, l'appostano al fine della messa sulla porta della chiesa; e quando ella esce, con un colpo di gomito, le fanno intendere come sospirano per essa.

Non di rado ancora le ragazze si attirano dietro i giovani, quando muovono vestite pomposamente nella processione del Corpus Domini. E queste nostre processioni mi richiamano in mente la descrizione che ci fa Senofonte Efesio delle nozze di Abrocome ed Anzia. «Celebravasi la festa di Diana, solennità del paese, andandosi dalla città al tempio, per lo spazio di sette ottavi di miglio. Era d'uopo che gissero in processione tutte le donzelle di quella contrada, sontuosamente adorne ecc.... Poichè costumanza era in quella ragunata di trovare gli sposi alle pulzelle e le donne ai garzoni»[117].

Ma dove l'amore piglia più spesso radice è nelle stalle. Ordinariamente, quando il giovine vi entra, sa già quello che va a cercarvi; ma rimane, per contro, ancora incerto, se la ragazza da marito, o mariora, come in Piemonte la chiamano, lo voglia o no. Per non esporsi alla vergogna di un rifiuto, egli manda alcuna volta innanzi il così detto messaggiero d'amore.


V.
Il messaggiero d'amore.

Lasciando stare i cigni, le colombe, gli sparvieri, gli uccelli insomma della leggenda popolare, che portano le novelle agli amanti, messaggiero d'amore, sensale, mezzano[118], baccelliere[119], marussè[120] o malossè[121], camerata[122], ruffiano[123], domandatore[124] sono varii appellativi, che si danno in Italia al procuratore di matrimoni[125], il quale talvolta si confonde pure col paraninfo, di cui avremo occasione di ragionare nel secondo libro di quest'opera.

A me piace notare fra gli altri il titolo di baccelliere[126], per l'etimologia significativa della parola. Poichè baccelliere viene da baculus, e ricorda, per l'appunto, il bastoncello degli antichi ambasciatori, a incominciare dal caduceo di Mercurio, l'ambasciatore degli Dei. Il bazvalan, ossia procolo de' Bretoni[127], ed i procoli ungheresi, portano ancora tali bacchette, ornate di nastri e fiori, quando muovono a fare la domanda della sposa. Presso i Bretoni, l'ufficio di bazvalan è un privilegio de' sarti, i quali vi mettono zelo singolarissimo. Essi devono sapere tutta la storia della famiglia del pretendente e ridirla, al caso, come pure avere notizia di tutte le sue sostanze. Il bazvalan combina le nozze con la madre della fanciulla, fa gli inviti per le nozze medesime, ed assiste ad esse, come personaggio principale. Nell'India antica, talvolta erano due compagni o parenti del garzone che facevano da procoli presso il padre della fanciulla; talora era il guru o maestro spirituale del giovine.

Così da noi, specialmente nelle campagne, non di rado, il procolo è il parroco od il prete confessore.

In Russia, il procolo è un parente dello sposo; così per l'ordinario in Italia; questo parente fra noi è talvolta lo stesso padre; così nell'India odierna, la domanda è fatta dal padre del giovine a quello della fanciulla.

A Palermo e nel Birman[128], la procuratrice del matrimonio è invece la madre o altra donna da lei deputata; così, nel Canavese, ove non si trovi il bacialer, è una comare quella che mette insieme le nozze. Ma, quasi sempre, fra noi, la domanda ai parenti è preceduta dalla domanda del pretendente alla fanciulla, e dal consenso di questa; ossia prima il cuore dei giovani elegge, quindi la ragione dei vecchi approva o condanna.


VI.
Il matrimonio per libera elezione.

Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior rispetto alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del bràhmano, o sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle nozze, la figlia del cavaliero è lasciata libera nella scelta dello sposo. L'uomo deve meritare la donna e non la donna l'uomo. Le corti d'amore, i tornei, le giostre del nostro così detto medio evo, ove premio del valore era la mano d'una donna, sono più antiche del medio evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita guerriera insieme e patriarcale.

Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e baroni, o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta svayamvara, ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.

Acvalàyana[129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze, fra i quali mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il giovine fa dono di un paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto matrimonio dei r'ishi, (che ricorda il matrimonio bràhmanico e degli antichi Germani[130]); 2.º quello per cui il giovane sposa la ragazza, dopo che i giovani si sono fra loro piaciuti, anche senza il consenso dei parenti, detto matrimonio alla maniera de' ganharvi[131] o svayamvara, e in uso presso i guerrieri. Di questa seconda forma di matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi esempi illustri; così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero Arg'una, Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa[132], perchè stima, da quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il padre solo abbia diritto di disporre della propria figlia. Nel Mahàbhàrata, vien detto che il matrimonio, per via di svayamvara, ossia in cui la fanciulla si elegge lo sposo che più le piace, è caro ai poeti[133].

Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali occasione di sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi, nelle quali la giovine principessa si elegge lo sposo, le prove che i pretendenti hanno a dare del loro valore, l'incoronamento dell'eletto per parte della fanciulla[134], sono un campo ove l'immaginazione del poeta può accendersi e animare al nostro sguardo pitture vivissime. Poichè raro è che uno svayamvara non sia accompagnato da una gara di valore fra i contendenti. La sposa si ha da conquistare. Indra con la forza conquista Sità, nel Rigveda, Ràma suo successore, nel Ràmàyana, la conquista per mezzo della prova di un arco meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii cimenti superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de' poeti e de' racconti popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo deve mostrarsi mandato dal destino, o predestinato con qualche miracolo; chè, secondo il proverbio, gli sposi Dio li fa e poi li accoppia[135]. E di grandi miracoli sono autori gli sposi delle leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il Sigurd dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono l'impossibile[136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.

In una novellina greca[137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non sapendo decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni invidia, sposa esso stesso la fanciulla disputata.

Nel Pan' c' anada (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano notata una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano da sè stessi in matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera, come ce lo confermano gli odierni bellicosi principi e briganti Rag'puti, i quali, malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi delle loro antiche tradizioni, non hanno dismesso il poetico uso dello svayamvara. Il signor Chiefalà, nella sua Descrizione della città di Benares[138], scrive: «Quando una principessa di Ragaa (tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il permesso di scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo a suo piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il loro assenso era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la passava al collo di colui che volea per isposo, il giovane la riceveva ed in segno di acconsentimento la teneva al collo senza restituirla, e con ciò l'accordo era fatto, e si sposavano. Questa usanza esiste ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i Marattes, e dovunque hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro medio evo, lo svayamvara doveva essere pure in onore presso certe tribù slave e presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente antico, il quale dice:

Io sedeva nel castello,
Io infilava le perle
Sopra il rosso velluto.
Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,
Egli agitò l'ala destra,
Egli toccò il piatto,
Il piatto d'argento,
E disperse le grosse perle
Fino all'ultima,
E la fanciulla incominciò a piangere,
Mentre le stava innanzi il padre.

«Non piangere, fanciulla mia,
Io inviterò per te i principi, i boiari;
Essi raccoglieranno le tue grosse perle,
Fino all'ultima.»

Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più noti, i Nibelunghi, come per gli Scandinavi, le Edda e la saga di Ervora, e per i Franchi, i Reali di Francia, dove il re Erminione fa bandire un torneamento, al quale intervengono molti signori per isposare Drusiana. È uno svayamvara il matrimonio medievale della principessa Teodolinda col re Autari suo ospite.

La leggenda greca del matrimonio di Elena disputata da trenta garzoni, e la scelta fatta da Menelao, rilevano dal mondo eroico ellenico la medesima usanza, che, secondo Ateneo[139], era pur viva tra i Marsigliesi, presso i quali la fanciulla, in un convito, offriva la tazza a quello de' giovani, che più le piaceva.

Ne' nostri usi popolari la fanciulla generalmente si elegge lo sposo; quindi i parenti, se non hanno nulla in contrario, dispongono l'affare.

Così è degno di osservarsi, come presso il Ramayan.a[140], Ràma e Sità, quantunque sposati, per via di svayamvara, si uniscono col pieno consenso dei loro genitori. Se non che le nostre fanciulle del popolo, invece di troni nelle assemblee, si contentano di una povera panca nelle stalle. Questa panca, che non manca neppure alle capanne dei Russi e dei Finni[141], è destinata a ricevere i giovani pretendenti. Nel contado di Bra, in Piemonte, i giovani vanno insieme alla stalla, dove siede la dama de' loro pensieri; l'un dopo l'altro si recano a corteggiarla, e quando alcuno indugia troppo, si scuotono i gioghi delle bovine, per fargli intendere che è tempo di levarsi e di lasciare il posto a chi vien dopo.

Nelle stalle del Canavese, le fanciulle da marito si siedono sopra la lunga panca; i giovani, che, per lo più, dopo avere vittoriosamente cantato la Martina, entrarono nella stalla, sono ricevuti alla panca. Ed il ricevimento ha le sue formalità. Qualunque giovane che sia seduto presso la mariora o fanciulla da marito, se un altro giovane arriva, deve cedergli il posto. Il mancare a questo riguardo è cagione talvolta, nel Canavese, di spargimento di sangue. A Riva di Chieri il giovane che visita la fanciulla da marito può sperar bene, se egli viene invitato a ritornare.

A Pinerolo, la fanciulla, va ad accendere il fuoco, quando un damo le deve piacere, ed insieme coi parenti si beve; il non fare, come la chiamano, tale onestà, val quanto congedare il pretendente.

Nella valle di Andorno, la fanciulla lascia cadere a terra il fuso perchè le sia raccolto dal giovane, al quale vuol dare speranze, cui essa poi consola intieramente, quando gli mette in mano delle nocciuole.

Nella campagna d'Alba, il giovine, entrando nella stalla, getta alla fanciulla un fazzoletto; se la fanciulla lo ritiene, egli pure è ricevuto; se invece glielo restituisce, deve tenersi per congedato.

Nell'Abruzzo Ultra I, il giovine porta la notte, all'uscio della ragazza un ceppo di quercia, detto tecchio; se il ceppo è messo in casa, il pretendente può entrarvi anch'esso; se invece, il ceppo è lasciato ov'egli il lasciò, al giovine non resta altro partito, se non quello di ripigliarsi, in modo che nessuno lo vegga, il ceppo, e ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un uso simile incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno di Calabria: «l'amante usa di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad amare, un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è ritirato, la ragazza accetta l'amor suo; se no i parenti dicono: non abbiamo figlie da marito, e allontanano il ceppo.»

Nel Montenegro, come apprendiamo dai signori Frilley e Wlahovic[142], la domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo o proszi (chieditori). Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il capo dei chieditori offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta, è segno che i parenti consentono; allora il rappresentante dello sposo dà quasi per caparra, come presso i Pugliesi, una mela, nella quale è conficcata una moneta, che la fanciulla consegna al padre, al fratello, o, insomma, al capo di casa.


VII.
Gli sposi si provano.

Dopo essersi eletti, gli sposi si provano. Le prove più semplici si usano nel Pesarese e in Terra d'Otranto. Nel Pesarese, il giovine invita la fanciulla a varii lavori campestri o domestici, per misurarne la forza e la destrezza, avvertendo, quando si batte il grano, di mettersi petto a petto, innanzi ad essa; al che rifiutandosi una delle parti, si avrebbe il rifiuto come un segno di corruccio. E cosiffatti esperimenti, per lo più, si rinnovano.

Al Capo di Leuca, nel distretto di Gallipoli, è la sposa che prova la robustezza dello sposo. Un giovane non merita d'impalmare alcuna ragazza, finch'egli non abbia almeno portato lo stendardo (cacciatu lu stennardu) nella processione, che si fa per la festa del santo del luogo, e nell'aver fatto il Battente «si tiene tanto, scrive il signor De Simone[143], a queste prove che ho udito dire in un rifiuto di matrimonio da parte della madre della sposa: vole sse'nzura (l'uomo richiedente) e nu ha cacciatu ancora lu stinnardu.» Nei luoghi in cui fanno tuttavia le processioni dei Battenti, guardasi al sangue che spruzza dai loro corpi flagellati; chi ha il più bel sangue, è il giovane alla moda; se pure non avesse fatto almeno una volta il Battente sarebbe rifiutato, quando offrisse la mano sua a qualche ragazza.

È ancora una specie di svayamvara della donna, il quale mi richiama ai vari casi riferiti nel Libro dei Giudici, di donne date come premio al valore dell'uomo, e all'uso degli antichi Scandinavi, presso i quali, verso il Natale, o propriamente, nel solstizio d'inverno, le fanciulle indicavano ai loro amanti il fatto eroico, che essi dovevano compiere per meritare la loro mano.

Nell'Arpinate, le fanciulle misurano l'amore dei fidanzati dal colore del nastro, onde essi avvolgono, nella domenica delle Palme, il ramo d'ulivo che portano loro dalla chiesa. Se il nastro è giallo, indica trattare la fanciulla da pazza; se verde, che la si vuol tenere in sola speranza; se rosso, guerra; se bianco, pace; se turchino, amore[144].

Nell'Ascolano, per la festa di Sant'Emidio, gli sposi arrivano alla piazza dell'Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori che strimpellano, mimi che fanno smorfie d'ogni maniera ridicole, si mettono attorno alla sposa, per provocarne il riso. Guai se la sposa ride! ella non sarà una buona massaia, nè una donna prudente; e lo sposo perciò l'abbandona al suo destino.

Nella campagna di Perugia, ora lo sposo, ora la suocera provano la sposa; le si presenta una polpetta; la sposa deve ingoiarla intiera o sana, come dicono nell'Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla giù, se ne levano sinistri augurii.

A Riva di Chieri, in Piemonte, quando, nel primo giorno delle nozze, si porta in tavola il tacchino, la sposa deve prontamente alzarsi; se non lo fa, si porta uno scaldaletto sotto la sua sedia, dicendosi che la sposa è fredda e bisogna riscaldarla.

A Pinerolo in Piemonte, a Pernate nel Novarese, e a Gallarate in Lombardia, la suocera sbarra la porta con una scopa; se la sposa è prudente, deve alzarla e portarla al posto suo; se invece vi passa sopra, vorrà essere una cattiva massaia.

Nella montagna di Pistoja[145] e nel Campidanese in Sardegna si prova l'amore del giovine, con lo scambiarle la ragazza. Ma, in Sardegna, propriamente, lo scambio è fatto al padre del giovine, che va, per suo desiderio ed in suo nome, a fare la chiesta della fanciulla. Il messaggiero arriva, e, adoperando un linguaggio che ci trasporta ad una età affatto patriarcale, dice: «Io vengo a cercare una giovenca bianca e di una bellezza perfetta che voi possedete e che potrebbe fare la gloria del mio gregge e la consolazione de' miei vecchi anni». Gli ospiti comprendono, ma dissimulano e rispondono con linguaggio altrettanto figurato; e alfine, mostrando di consentire, presentano l'una dopo l'altra le donne della casa, all'infuori dell'aspettata e soggiungendo sempre: «è questa che desiderate?» Sul diniego del forestiere, simulando di averla lungamente cercata, ritornano, all'ultimo, con la fanciulla richiesta, la quale si lascia trascinare come per forza. Il forestiere allora si alza, batte le mani e grida: «è quanto io desidero»[146].

Anche nell'India, secondo il Kàuçikasùtra, sul punto di partire viene scambiata la sposa allo sposo; nell'Annoverese, si mettono le donne in giro intorno alla sposa; si porta via il lume e lo sposo deve afferrare la sposa; se afferra invece un'altra, sinistro augurio; ed egli stesso è oggetto di ridicolo. Ho già notato come il nostro giuoco della moscacieca debba riferirsi ad una tale usanza.

In Isvezia, nella Slesia superiore polacca, presso Saarlouis, e nella campagna di Pistoja, invece della sposa, conducono prima al giovine la più vecchia donna della casa, la quale viene così esposta alla berlina.

In altre forme ancora si provano gli sposi nell'India e in Germania.

Negli usi del popolo tedesco, il fidanzato, per accertarsi che la fanciulla con cui egli ha parlato sarà moglie pulita e massaia, fa portare del cacio e lo affetta, offrendone alla fidanzata; se questa mangia il cacio senza nettarlo, lo sposo è minacciato che la fanciulla non gli farà, qual moglie, buona compagnia[147].

Secondo Açvalàyana, una delle prime cose che si ha da cercare nelle nozze indiane, è la onestà della famiglia; la figlia dev'essere data ad un uomo prudente, la donna dev'essere saggia, bella, costumata e fornita di buoni segni (lakshanya, indizii). L'amante perciò mette insieme otto acervi di terra levata da luoghi diversi, e parla a ciascuno di essi così: «L'ordine è la prima cosa, nell'ordine sta la verità; dove questa fanciulla è nata, là essa vada». (Ossia mostri con questa prova augurale, di qual casato essa sia e qual parentado essa meriti). «La verità si faccia palese,» quindi rivolto alla fanciulla, le dice: «piglia uno di questi».

Se la sposa eleggeva la zolla d'un terreno che si fecondasse due volte l'anno, era prova che alla sua prole non sarebbe mai venuto meno il cibo; se la zolla del terreno levato da una stalla, prenunziava ricchezza di bestiame; se la polvere di zolla levata dal circolo ove si celebrava il sacrificio, era segno di molta devozione; se la zolla estratta da un lago che si disseccasse, rivelava prudenza e cortesia in ogni cosa e con tutti; se la zolla formata da un terreno ove si giuocasse, minacciava passione al giuoco; se la zolla di un trivio, si tradiva impudica; se la zolla di landa, si manifestava infeconda; se la zolla di sepolcro, avrebbe ucciso il proprio marito. Altri augurii analoghi a questo, fatto con gli otto acervi, possono ancora riscontrarsi ne' sùtra.

A Tarnassari, sopra la costa del Coromandel, secondo la relazione del nostro viaggiatore Ludovico Barthema[148], vigeva, nel secolo decimosesto, quest'uso: «Sarà un giovine che parlerà con una donna d'amore e le vorrà dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol bene e che non è cosa al mondo che per lei non facesse, e stando in questo ragionamento piglierà una pezza ben bagnata nell'olio e appiccagli dentro il fuoco e se lo pone sopra il braccio a carne nuda e mentre che quella brucia egli sta a parlare quietamente con quella donna e senza una minima perturbazione non si curando che s'abbruci il braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e che per lei è apparecchiato a fare ogni gran cosa.»

A Pernate, nel Novarese, la prova a rovescio; è lo sposo che, per assicurarsi se la sposa lo ama, le dà un pizzicotto.

Ma la più comune, pur troppo, delle prove, e più conforme agli usi moderni, è quella che si ricorda in un canto popolare Albanese, alla quale sola, mentre forse tutte le altre scompariranno, si può assicurare l'immortalità:

Tu, se mi vuoi per moglie,
Mantieni costante la fede,
Quattro, cinque, sei anni,
Non per domani, doman l'altro o sta sera,
Su, va all'estero,
Va, lavora in Oriente!
E con il lavoro raccogli denaro,
E poi vedrai che io vengo[149].


VIII.
L'autorità del padre e del fratello nelle nozze.

La famiglia è una monarchia, dove il padre fa da re; se il padre manca, il maggiore de' fratelli ne sostiene le veci.

I re sogliono considerare il regno come una loro proprietà; così il capo di casa o capoccia, come lo chiamano in Toscana e nell'Umbria, in molti codici umani, possiede moglie e figli, come chi dicesse, greggi e campi. Il marito arriva a espropriare il padre o il fratello maggiore, il capoccia, in somma, di quello ch'egli tiene per suo; e diventa proprietario alla sua volta. L'inno vedico, alla fanciulla che si sposa dice esplicitamente: io ti sciolgo di qui (cioè dal padre), ma non di qui (cioè non dal marito); e queste parole possono servire per i legisti di lucido commentario al disputato mundio. Nell'India, come si può agevolmente scorgere dalle leggi di Manu, l'autorità domestica è tutta presso il padre; ed, ove il padre manchi, presso il fratello; sono essi che dispongono della figlia o sorella, la quale non può in alcuna maniera da sè emanciparsi; è necessario che il pretendente la domandi a' suoi proprietarii, e, in certo modo, la compri[150].

Nel Diritto romano, l'autorità paterna non solo è monarchica, ma dispotica, assoluta; il padre ha diritto di vendere il figlio, poichè ha diritto di ucciderlo[151].

L'autorità materna non conta invece nulla, poichè le madri non posseggono i figli; i figli possono quindi liberamente sposarsi senza il consenso della madre, ma nol possono, ove il padre loro padrone nol voglia[152].

Il Diritto longobardico e il comunale italiano si modellarono, per questo articolo, intieramente sopra il Diritto romano; ma il primo raddolcisce alquanto il decreto, facendo partecipe anche la madre nella facoltà di vietare o permettere[153]; gli Statuti di Riva di Trento[154] restringono il caso di colpa alle nozze volontarie d'una fanciulla, senza il consenso paterno, o fraterno, od anche materno, se il padre e il fratello manchino, con un uomo infame o di troppo bassa condizione; gli Statuti di Lugo finalmente, che pure manifestano carattere ferocissimo, permettono ai figli una scappatoia, notando come il padre od il fratello o l'avo e quanti hanno, in somma, la facoltà del divieto, debbano godere del pieno uso della ragione. Si vede bene che la legge formidabile dovea contraddirsi e mostrarsi più clemente nell'uso. L'uso era già più umano della legge presso gli stessi legislatori; ed a me basta per rendermene persuaso questo bel passo di Ennio, onde si scorge come la vittima non muovea sempre silenziosa al supplizio e riusciva alcuna volta a commuovere il suo sacrificatore: «O padre, io sono da te indegnamente offesa; poichè, se tu giudicavi tristo Cresfonte, per qual motivo a lui mi destinavi in moglie? se onesto, perchè mi obblighi contro mia voglia a lasciarlo, quando egli mi vuole?»[155].


IX.
Nozze per ordine superiore.

Notai di sopra, come la casta guerriera abbia mostrato, più di ogni altra, rispetto alla donna; ma alla casta guerriera corrispondeva pur troppo, nel medio evo, un reggimento feudale; e nel reggimento feudale, la sola padrona rimaneva donna; il resto, o maschio o femmina che fosse, si considerava come cosa vile e venale. La libertà de' matrimonii era fra gli infimi vassalli interdetta; e, mentre pur si voleva si moltiplicassero perchè si moltiplicassero le braccia al lavoro, ciò si voleva in quel modo e con quelle condizioni che piacesse meglio al signore di imporre. Tra i Lettoni, per relazione del signor Henriet, prima dell'ultimo decreto imperiale per la emancipazione de' contadini, si raccoglievano in un determinato giorno di festa dal padrone i giovani e le ragazze della terra in una osteria; rinchiusi nell'osteria per un'ora, il fattore distribuiva loro noci e pane pepato. Ricevuto il qual dono, proprio delle nozze[156], i giovani e le ragazze si sceglievano e uscivano quindi, a due a due, dall'osteria per farsi benedire.

Della proprietà sembra lecito il disporre a piacere; finchè pertanto resta per legge o l'uso tollera che il lavoratore sia un annesso della terra lavorata per il signore, quest'ultimo può trattare l'uomo e la terra al modo medesimo. Non recano quindi meraviglia le sentenze delle Assisiæ Hierosolym[157], che proibiscono il matrimonio di alcun contadino, sia maschio o femmina, al di fuori della terra, senza che il signore della terra in cui il contadino è passato ne restituisca l'equivalente al proprietario.

Sopra i servi della gleba aveva dunque il signore feudale potestà suprema per le nozze; egli le ordinava od impediva a sua posta; le ritardava, interrompeva, aggravava senza che alcuna autorità venisse a limitarne gli arbitrii. E potrebbe forse essere un resto infelice di tali consuetudini l'uso che, scomparso quasi intieramente in Francia, si mantiene ancora in Piemonte dove la contadina che si sposa porta al suo padrone una specie di coccarda fatta con nastri, la quale chiamano livrea. Cosiffatta livrea viene pure distribuita fra le varie persone che gli sposi intendono invitare alla festa nuziale, e particolarmente al banchetto dove il padrone interviene, se egli lo voglia, come di diritto[158].

Qualche riserbo maggiore si osservava nelle forme, quando la sposa non era già una contadina, ma soltanto una vassalla sottoposta al gran feudatario. Il feudatario le domandava quello che nel medio evo chiamavano maritagii servigium. Egli mandava tre de' suoi baroni alla donzella, con l'intimazione: Signora, voi mi dovete il servigio di maritarvi[159]. Essa era costretta ad eleggerne uno. Permesse le nozze, dovea quindi pagarsi con più maniere di balzelli al feudatario il nuptiaticum o diritto di nozze, il più esecrando de' quali che aveva nome marcheta, dovrò più oltre illustrare[160]. All'incontro, se il feudatario menava moglie, non pagava nessun tributo ad alcuno, fuorchè al re, e imponeva a' suoi vassalli un tributo novello, chiamato auxilium od aiuto. Che al re si dovesse una specie di tributo per nozze, lo argomento dal brano di una carta di Enrico III re d'Inghilterra, ove si proibisce a' signori qualsiasi maritaggio senza il consenso reale[161].

Nel Dekhan, il re ha facoltà d'imporre un maritaggio, quando un pretendente rifiutato gli si presenta a cavallo di alcuni rami di palma, lacero e insanguinato per le ferite, onde il proverbio dekhanico: «per gli amanti disperati non vi è altra salvezza che il cavallo fatto con rami di palma[162].».


X.
Nozze per procura.

Non so se abbiano usato altrove che in Europa, in altro tempo che nel medio evo, fra altra gente che principesca; e se usino oggi ancora tra principi, confesso di non sapere; ma credo saper certo che le formalità le quali usavano nel medio evo per una tal cerimonia sono oggi dismesse. L'incaricato, per parte dello sposo, aveva il diritto di mettere, come in segno di matrimonio consumato, una gamba sopra il letto della sposa. Ove gli ambasciatori erano più di uno, come nel caso di Pipino con la Berta d'Ungheria, presso i Reali di Francia, suppongo che un tal diritto fosse riserbato al più anziano. L'ambasciatore portava, in nome dello sposo, alla sposa i doni e l'anello; e con l'anello sposava. Quando il re Ottone manda di Germania alla prigioniera Adelaide un suo ambasciatore con l'anello, intende significarle ch'egli la tiene già per propria sposa. Tal senso ha pure l'anello coi doni, che, ne' Canti Illirici, il re Stefano manda alla giovine Roskanda, convertendo in svat o procuratore il suo ministro Teodoro.


XI.
Monogamia, poligamia e poliandria.

Come il celibato, per chi non faccia professione di astinenza[163], è un delitto contro la società, così la poligamia, la quale, se non distrugge intieramente, pregiudica assai il principale elemento della società ch'è la famiglia. L'uso indo-europeo, rispettando la santità della famiglia, si fonda sopra la monogamia; ma, come non vi ha legge che non si violi, così non vi ha, si può dire, uso che non diventi abuso. L'abuso cerca giustificarsi con pretesti; e non mancano ai poligami pretesti mitologici. Gli Olimpi sono pieni di apparenti contraddizioni e anomalie; prese queste apparenze come leggi alla vita terrena si rischia di spostare ogni principio di economia sociale. Il dio od eroe si presenta alcuna volta con una donna sola, per la quale mette in moto e scompiglio cielo e terra; talvolta invece si abbandona ad ogni nuova figura della bellezza, ora schiavo alle lusinghe di una donna, ora suo instabile seduttore.

Ove sono poligami gli dêi, è naturale trovare poligami anche gli eroi che appaiono come la loro seconda forma. Nel Ràmàyana, sono illustri le due mogli di Daçaratha; nel Mahàbhàrata, le due mogli di Pàndu; e le due mogli epiche appaiono per lo più come rivali. I Nibelunghi e le Edda, con la leggenda delle due donne amate da Sigifredo-Sigurd, e rivali, sembrano avere alcuna coscienza della poligamia eroica. La stessa rivalità si manifesta nella leggenda semitica delle due mogli di Abramo, e, come parmi, anche delle due mogli di Giacobbe.

Ma la poligamia non è necessaria nel mito, dove anzi vediamo, per lo più, l'eroe fedele all'unica sua sposa, la quale ora egli muove a conquistare, ora a ritogliere dalle mani del suo rapitore; nell'uso, la poligamia è proscritta, e la legge la condanna, sebbene talora lo stesso legislatore abbia peccato o pecchi in contrario. Questo è il caso di Augusto, il quale, come abbiamo da Svetonio, per impedire la troppo frequente mutazione di matrimonii, pose un freno alla facoltà del divorzio, mentre egli stesso nella sua vita diede esempii affatto contrarii. Bigamo fu Antonio, secondo il racconto di Plutarco[164]. E l'imperatore Carino menò ben nove mogli, come ci riferisce Flavio Vopisco[165]. Giulio Cesare aveva conceduto per legge il diritto d'esser poligamo ai soli Quiriti; ma la legge, comunicata ad Elio Cinna tribuno della plebe, non ebbe l'onore della promulgazione[166].

Della poligamia presso gli Ateniesi, discorre Ateneo[167]; egli cita pure l'esempio dell'eroe Priamo poligamo, senza che Ecuba se l'abbia per male; ma non si parla qui propriamente di più mogli, sì bene di concubine, oltre la moglie. Così, ragionandosi delle donne di Teseo, si dice ch'egli rapì Elena, Arianna, Ippolita e le figlie di Cercione e di Sinide, e sposò invece legittimamente Melibea madre di Aiace. Più mogli effettive ebbe invece Filippo il Macedone; e così parecchi altri sovrani, i quali si fanno lecito e legittimo ogni arbitrio. È famosa, fra tutte, per le sue conseguenze, la poligamia di Arrigo VIII d'Inghilterra. Alfonso X, re di Spagna, voleva, alla maniera degli odierni Parsi, sostituire alla prima moglie che gli pareva sterile una seconda capace di far figliuoli; ma, mentre le nozze si combinavano, la prima moglie s'ingravidò; preoccupato soltanto della successione, il re lasciò andare la nuova sposa, che, dotata, consegnò al proprio fratello.

Il trovare in parecchi de' nostri Statuti un articolo a posta per punire i poligami, ci prova come spesso in Italia si dovesse, nel medio evo, infrangere l'uso della monogamia. Negli Statuti di Trento[168], i bigami sono multati, e se non pagano, frustati; in quelli di Rovigno[169], frustati, spodestati ed esiliati; in quelli di Civitavecchia, se non pagano, bruciati vivi; in quelli draconiani di Lugo, multati senz'altro nel capo, purchè il matrimonio siasi consumato[170].

Meno frequenti, invece, i casi di poliandria; ma pure ad essi accenna alcuno de' nostri Statuti[171], e presso gli antichi Britanni, per memoria di Giulio Cesare[172], e presso gli Spartani, per memoria di Senofonte e Polibio, volendosi accennare ai soli Indoeuropei, intieramente conformi all'uso. Nelle leggende indiane, sono famose una ninfa che sposò dieci fratelli, Gàutamì che sposò sette sapienti, Dràupadì che sposò i cinque fratelli panduidi[173]; ma è preziosa la confessione dello stesso Mahàbhàrata che riferisce tali casi di poliandria, e li dice contrarî alle usanze ed alle leggi vediche[174]. Di maniera che sembra doversi supporre qualche ragione fisica ed economica aver solamente determinato i Britanni e gli Spartani ad uscire dalla legge generale. Il Wilson lasciò scritto: «Fra gli abitatori del Butan, una famiglia di fratelli possiede una moglie in comune, ed osservando la sterilità del paese in cui prevale usanza siffatta, non è troppo necessario il domandarsi qual sia il motivo di un tale accomodamento. Egli è probabilmente lo stesso motivo, quello cioè, d'uno scarso nutrimento, che portò fra gli Sciti la stessa usanza, secondo che ci insegna Erodoto. Meno agevolmente si spiega per qual ragione la tribù de' Nairi del Malabar segua un tale costume; pure, poichè vi son traccie di parentela, quantunque omai dissipate, fra questi e la gente dell'Himàlaya, esse traccie indicano che i Nairi poterono venir dalle montagne e portare con sè quell'usanza»[175]. Al che il professore Foucaux, il quale ha riportato le parole del Wilson[176], soggiunge il nome dei Dardi, tribù montanara del Kaçmira, ove una sola donna è moglie di più fratelli, e quello degli isolani di Lancerote, nelle Canarie, ove, secondo l'informazione di Béthencourt, viaggiatore del secolo decimoquinto, ciascuna donna, per lo più, bastava per tre mariti.


XII.
Nozze fra parenti.

Vi sono due correnti nell'uso indo-europeo; nell'una, le nozze fra i più intimi, per non perdere la nobiltà della propria razza, si favoriscono; nell'altra, a rinfrescare il sangue ed animare i commerci, e a raddoppiare la vita, si cercano le nozze fuori del proprio circolo e talora fuori del proprio paese. Quando i paesi sono nemici, le nozze pigliano forma di un rapimento. Nell'India, abbiamo consigli, perchè i membri di uno stesso gotra non si ricongiungano; ne abbiamo poi altri che hanno vigore di legge, i quali non permettono alle caste di mescolarsi. Il solo Buddha appare spregiudicato: suo padre Çuddhodana disposto a farne la volontà dice pertanto al sommo de' bràhmani: «Se si trova una fanciulla che possegga tali qualità (cioè quelle che Buddha ha descritto), sia ella di razza kshatriya, o bràhmanica, o vàiçya, o çùdra, menala qua. E perchè no? Il giovinetto non bada nè alla famiglia, nè alla razza; il giovinetto sta attento alle sole qualità»[177]. Quanto meno tollerante per questo rispetto l'Occidente, ove ora si vieta al popolano di sposare una nobile, ora ad una nobile di sposare un popolano. Tucidide narra[178]: «I popolani di Samo si sollevarono contro gli ottimati, in ciò aiutati dagli Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne uccisero in tutti dugento incirca, quattrocento ne confinarono e si divisero le loro terre ed abitazioni. Dopo di questo, avendo gli Ateniesi accordata loro con decreto l'indipendenza in premio di fedeltà, governavano d'allora in poi la repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse popolano di menar moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie fanciulle». In Roma, fino alla legge Canuleia, era vietato ai popolani di sposare donne patrizie e ai patrizii di sposar popolane; il qual pregiudizio, malgrado la legge Canuleia, e malgrado la rivoluzione francese, si accarezza oggi ancora dal patriziato, al quale non so quanto prosperi; poichè nello studio di farsi un erede, raro lo trovano; chè, siccome da una botte vuota non è da cavar vino, così neppure alcun seme, altro che poco e tristo, da piante intisichite. E i nostri Statuti comunali assai poco democratici, per la massima parte, mantengono vivo l'infelice privilegio: valga d'esempio il decreto che segue[179]: «Non sia lecito a persona alcuna far parentado con signori, caporali, ed altri principali dell'isola, così di qua come di là de' monti senza la solita licenza». La licenza naturalmente non si dava, se potesse dispiacere al capo della casa con cui si volea stringere il parentado. Più umano l'editto di Rothari, pone soltanto per condizione che la fanciulla non sia una schiava, la quale il padrone non poteva sposare, se prima non l'avea messa in libertà[180].

Non potendosi, col progresso de' tempi e con la civiltà, proibir sempre e per tutte le nozze fra gente di condizione diversa, si volle almeno bandire dalle nozze coi cittadini il forestiero. Già i Romani proscrivevano da ogni connubio con i cittadini colui che non godeva della romana cittadinanza[181]; ma, quando la legge è troppo stretta, l'uso l'allarga da sè ed allargata la fa ricomparire, e a suo tempo riconoscere, sotto la forma di nuova legge; così si spiega che Valentiniano e Valente abbiano per legge escluso dal connubio coi Romani i soli barbari non appartenenti alle provincie dell'impero; finchè i barbari, così detti, arrivarono da sè e si misero in casa nostra e la fecero casa loro, e disposero de' connubi a modo e usanza loro.

Ma l'amor del campanile cionondimeno è rimasto in Italia e le mamme nostre continuano ad aver paura di forestieri e forestiere. Nella valle d'Andorno, le madri dicono alle figliuole che le piante forestiere lassù non fanno buon frutto, e hanno un proverbio loro che dice: alle veglie ed ai balli mai sotto il ponte della Balma. Ora questo ponte è al fine della valle, e vogliono significare con ciò, che vi è pericolo a passarlo o a lasciarlo passare; il che non toglie tuttavia che l'accolgano bene e direi quasi cavallerescamente, quando un forestiero arriva. Il modo è questo, secondo una descrizione che mi venne favorita dalla gentilezza del compianto Mons. Losana vescovo di Biella. «Ad un'ora di notte veste lo sposo gli abiti di mezza festa, si caccia un pistolone nella saccoccia, e sotto l'ascella, e solo od anche accompagnato da qualche coetaneo, si dirige verso il Cantone dove spera trovar corrispondenza d'amore. Giunto alle prime case, spara un colpo, segnale alle veglie, che vi arrivano amorosi. Immantinente i giovani del paese escono ad incontrarlo e trovatolo in abito di etichetta coll'indispensabile cappello, si fanno rimettere l'arma e l'introducono in quante veglie egli desidera, nè più l'abbandonano finchè chiegga esso di ritornare a casa. Allora l'accompagnano sino al luogo dove l'hanno trovato e restituitagli la pistola e fattegli alcune cortesie, lo lasciano andare. Nelle notti susseguenti, ritornando, lo stesso segnale, la stessa accoglienza, la stessa compagnia finchè l'amoroso non sia fidanzato».

In Toscana, un proverbio dice: moglie e buoi de' paesi tuoi, e uno stornello canta:

Pampani e uva
E la mia mamma sempre lo diceva,
L'amor del forestiero poco dura.

E fanno eco a queste popolari sentenze, i rigorosi divieti presso i nostri Statuti comunali di sposar gente forestiera[182].

Ora, in Italia, pur troppo, forestiero non vuol dire uomo d'altra nazione, ma d'altro campanile; sì che, restringendosi sempre più i limiti de' connubii possibili, non è meraviglia che lo stesso sentimento d'orgoglio, d'indipendenza, d'egoismo, abbia portato, presso certi popoli, l'uso delle nozze tra i parenti, anche tra i più stretti.

In Toscana, quando due non si possono mettere d'accordo dicono: Fra me e te siamo parenti, non ci si può pigliare. Il proverbio va dietro il Diritto romano, che escludeva il connubio fra ascendenti e discendenti e fra parenti collaterali fino al settimo grado[183].

Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori romani. È celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla diede al figliastro, che l'ammirava ignuda[184]: detto e fatto scelleratissimi, che la legge avrebbe puniti, se non si chiamava col nome poco onesto di Augusto l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto, Caligola si compiaceva narrare che il suo incesto con la figlia Giulia avea dato il giorno alla madre di lui, mostro. Nè potè valere a Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni biasimo, quando sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il permesso di fare il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori all'infuori di due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido violator di leggi.

In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti; non tra collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio Probo nel proemio al suo libro[185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo personaggio ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma ciò, per gli usi nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani stupra una dopo le altre tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una mostruosa eccezione. E Alcibiade è un'altra mostruosa eccezione presso i Greci, siccome quello che dormì con la propria figlia[186]; egli vuole, com'è noto, far parlare ad ogni costo di sè; ed è con questo intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul talamo del re di Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta come discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in Grecia, in Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era fatto tra persone intime e migliore si riconosceva. Il Vispered[187] lo dice esplicito: «Io amo quelli che sono sposati con parenti»; e se i parenti erano padre e figlia, madre e figlio, meglio; il matrimonio riusciva privilegiato.

Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono tali matrimoni come gli ottimi.


XIII.
Come la fanciulla si domanda.

Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il matrimonio, come dicono nell'India, alla maniera de' gandharvi[188], dove insomma interviene l'autorità de' parenti e la festa non è solamente della giovine coppia, ma più forse delle loro rispettive famiglie, ha importanza la cerimonia della chiesta nuziale.

Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso italiano è questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per esplorare se non vi sia pericolo di rifiuto; quindi muove il padre stesso dello sposo a fare la domanda; in Sicilia, come appare dai canti popolari e dalle informazioni del Pitrè, assume piuttosto un tale ufficio la madre.

Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:

— Arsira[189] me' matruzza[190] mi spiau[191]
E mi dissi unni[192] vai, figghiuzzu miu?

— Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193]
Ca cc'è 'na bedda[194] di geniu miu.

— Fighiuzzu, 'nsignamillu[195] ca cci vaju
Quantu tanticchia[196] mi nni preju iu[197]

— Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199]
Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].

In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo della chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il puntamento, ossia si fissa il giorno delle nozze. Che il medesimo a Roma si facesse lo argomento da questo brano di Terenzio[201]: «Mosso da tal fama Cremete se ne venne a me spontaneo, per dare a mio figlio in moglie l'unica sua figlia immensamente dotata. Mi piacque; feci la promessa; si fermò questo giorno alle nozze.» In questa prima cerimonia, quando le parti si trovano d'accordo, gli sposi si danno la mano; e l'aver compiuto un tale atto è un primo e forte legame, come lo era per gl'Indiani[202]. Il padre della Tancia al cittadino Pietro Belfiore, dice:

La v'ha data la man, l'è obbrigata
Non ci bisogna su nè sal nè olio[203]

Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi sono assai popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il toccamano e il dare l'anello quello che, nella credenza comune, sembra legar più è l'aver dato l'anello della promessa, chiamato dai Latini anulus pronubus, diverso da quello che si dà ora in chiesa dal prete quando benedice le nozze omai combinate e non più possibili a rompersi senza grave scandalo. L'anello della promessa è un pegno di unione futura; l'anello che si dà in chiesa è simbolo dell'unione che si fa. L'uso dell'anulus pronubus è generale in Italia, dato «o per segno di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel pegno i cuori si leghino[204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'anulus pronubus non è ancora vincolo legale di matrimonio[205]; lo è invece pel diritto visigotico e longobardico[206], e più poi ne' nostri canti popolari, uno de' quali dice così:

Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!
M'è stato detto, amor, che siete sposo.
Se siate sposo ancora non lo so;
Ancora siete a tempo a dir di no.
Se siete sposo ancor non lo so io;
Ancora siete a tempo a dirgli addio.
Quando vi vederò l'anello in dito
Allor ci piglierò pena e partito.
Quando vi vederò l'anello d'oro,
Allor ci piglierò partito e duolo[207].

Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro; anzi nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al tempo di Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come nell'agro Tuderte e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi rammento, chiamano questo anello nuziale la fede, e nel Veneto, la vera; ora vera è parola slava che vale precisamente la fede.

L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma talora può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con Adelaide[208], o dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge alla sposa, come ne abbiamo un caso presso il Bandello[209], o fatto dare, come ci occorre presso il Doni[210]. Nell'India era una vecchia parente che metteva in dito ai due sposi un anello di ferro[211]. Tra principi si trova pure il caso in cui la fanciulla per ordine paterno si fidanzi per mezzo di un anello, che ella manda allo sposo destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la stringe pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un casus belli[212].

L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della promessa, no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual proposito mi piace rilevare, da un eccellente scritto di Dora d'Istria[213], l'uso che la dotta ed elegante scrittrice ha potuto osservare tra i Serbi: «I pesma sembrano avere inteso a rendere popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a distinguere i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà il basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le tradizioni orientali, la mela vien considerata come un simbolo di seduzione. Una mela sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle mani di Paride, Hera, il tipo della matrona ellenica, e Athene, la vergine austera, consentirono a mostrarsi ignude come Afrodite nel cospetto di un pastor frigio. Una fanciulla serba più prudente che non fosse l'Eva della Genesi, si affretta a gettar sul naso di Mirko la mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua mela», grida ella irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda lungi col piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente sorride sì tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende l'anello d'oro, l'anello della promessa.»

Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia in origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di osservare come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non usa più offrire l'anello.

Nell'India antica, secondo i sùtra, i due messaggieri d'amore, lasciata la casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e frutti, andavano soli alla casa della sposa, si annunziavano al padre, e in presenza di tutti i parenti, esposto prima il loro mandato, scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi dello sposo e domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre i parenti erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il più bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i messaggieri toccano una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la stessa coppa veniva quindi posta sul capo della sposa, come augurio di fecondità. Recitata qualche formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo faceva sedere sopra l'erba kuça e gli dava a bere latte con miele; lo sposo presentava quindi i suoi primi doni alla sposa.

Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi, manifesta il proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui elegge un giorno propizio, appresta i doni e si avvia con essi alla casa della sposa. Il padre fa la promessa e presenta i doni; il padre della sposa, prima di rispondere, tenta gli augurii; e, ove egli consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le promesse e si fissa il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre ancora quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze, purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di alcun dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come penitenza poi, egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà. L'apparato del viaggio si fornisce in tutto punto, e il giovine fidanzato si mette in via; ma com'egli è appena giunto fuor della città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che gli domanda ove sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio, pur ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste e si sollecitano le nozze.

Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le quali si facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia mia per l'onore e pel matrimonio e per la metà del letto, per la serratura e per le chiavi»[214], intendendosi con ciò che il matrimonio dovesse riuscire onorato e che la moglie, oltre alla partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il dominio della casa.

In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa abita. Il padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il forestiero risponde: «Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce, se voi la volete lasciar entrare.» Il padre lo fa entrare, e si tratta; la fanciulla origlia intanto dalla stanza vicina; se i due contraenti si mettono d'accordo e combinano le nozze, la fanciulla incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel governo di Tver, dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si reca in visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come è l'uso russo, prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si siede e prega Dio. Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della sposa, ove giunto, i due suoceri ripiegano in su un lembo della loro pelliccia[215], e il padre dello sposo dice: «Quello che hai immaginato, facciamolo; battiamo le mani». Allora la palma dell'uno batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si chiama il battimano; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo chiamano il toccamano; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di altre parti d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de' loro contratti sia un vero battimano. Fatto il battimano, i contadini russi aggiungono: «Dio ci permetta di vivere amici e di visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e sale insieme, di modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti finiscono in bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si scambiano, oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in Russia, che la sposa è bevuta, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il padre dello sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare via la sposa? Se non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la principessa»[216]. Il padre della sposa risponde: «Io stesso la condurrò; non vi recherò codesto disturbo». Alla sua volta, la madre della sposa presenta i suoi doni per lo sposo e pel mandatario, dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le pene vostre, per averci dato un erede, e questo per il principe[217]: un fazzoletto ed un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa[218]». Dopo di ciò, il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa piglia il pasticcietto (pirog), preparato per l'occasione, col lembo diritto della pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia del padre dello sposo, il quale, appena ricevutolo, corre, con quanta più prestezza può, verso la propria dimora, senza toccare con la mano il pasticcietto. A una tal forma di chiesta nuziale si riferisce il seguente canto popolare del distretto di Tarszok (governo di Tver), nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come paurosa, a difesa, delle sue dilette compagne, dei cigni, secondo la sua poetica immagine, e dice:

Tu, mio sostentatore padre,
Non biasimarmi, non metterti in collera,
Mio sostentatore padre,
Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,
Le mie care compagne.
Tu, mia carissima compagna N. N.,
Avvicinati a me, alla malinconia amara,
Aiutami a sopportare la mia tristezza.

Voi, mie care compagne,
Siete senza pietà;
Forse i vostri visi sono di carta,
Le ardenti lacrime di perla,
I cuori più duri della pietra.
Tu, mio sostentatore padre,
E tu, mia cara madre,
Non battete delle mani[219],
Nè il lembo contro il lembo[220].
Non impegnarmi, sostentatore padre,
Nè tu mia propria madre
Con impegni forti,
Forti, eterni.


XIV.
La sposa si accaparra.

L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo di Giulio Capitolino, tra gli Scriptores Historiæ Augustæ[221]. L'uso italiano le ha continuate non contraddetto dal Diritto longobardico, la cui meta era una vera caparra[222]. La caparra in danaro o strenna (come la chiamano nel Canavese e nel Biellese) che lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non eccede mai la somma di lire cinquanta[223]; se le nozze si guastano, per causa dello sposo egli perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la caparra viene restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa nel contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno veramente i parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non sempre la sposa accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle sembrando offesa quel pegno; o se, come nell'Abruzzo[224], l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica moneta che acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala, se l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.

È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di Tver, in Russia, che si chiama bere la beltà della ragazza. In una bottiglia di acquavite si mette un'erba detta del diavolo; la si orna di nastri e candelotti ed il padre dello sposo deve riscattare questo diavolo per mezzo di cinque kapeika[225]. A tale offerta gli si dice: «La nostra principessa[226] non vale solo questo;» allora il mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il medesimo, ed egli sempre aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a cinquanta kapeika[227].