The Project Gutenberg eBook, Sorella di Messalina, by Annie Vivanti

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...SORELLA DI MESSALINA


Opere di ANNIE VIVANTI


NAJA TRIPUDIANS
Romanzo (R. Bemporad—Firenze) L. 6,50
LIRICA
(R. Bemporad—Firenze) L. 6 —
I DIVORATORI
Romanzo (R. Bemporad—Firenze) L. 10 —
GIOIA
Novelle (R. Bemporad—Firenze) L. 7,50
CIRCE
Romanzo (R. Quintieri—Milano) L. 7 —
L'INVASORE
Dramma (R. Quintieri—Milano) L. 6,50
VAE VICTIS
Romanzo (R. Quintieri—Milano) L. 6,50
«ZINGARESCA»
(R. Quintieri—Milano) L. 6 —
LE BOCCHE INUTILI
Dramma (R. Quintieri—Milano) L. 6 —
MARION
Romanzo (R. Quintieri—Milano) L. 7,50
...SORELLA DI MESSALINA
Romanzo («Letteraria» Torino) L. 6 —

ANNIE VIVANTI


...SORELLA
DI MESSALINA


ROMANZO


LETTERARIA
CASA EDITRICE ITALIANA
Corso Vinzaglio, 23
TORINO
1922

TUTTI I DIRITTI RISERVATI PER TUTTI I PAESI


Copyright 1922—by Annie Vivanti Chartres


Officina Grafica Editrice Bodoniana—OGEB
Torino—Corso Principe Oddone, 34

PARTE PRIMA


I.

SIGNORA nè buona, nè bella, nè giovane, nè ricca, desidera fare la conoscenza di un signore che possegga tutte le doti che a lei mancano. Intelligenza non necessaria. Avventurieri e studenti si astengano dal rispondere. Scrivere X. Y. ecc.».

Piero e Alberto in barca sul Po lessero casualmente l'annuncio nella quarta pagina del giornale, e risero.

—Che cinismo!—disse Alberto, disapprovando.

—Che sfrontatezza!—disse Piero, ridendo.—Rispondiamo?

—Ah, io no!—esclamò Alberto.

—Tu hai l'anima di un trepido coniglio in un corpo di giovane pantera,—disse Piero.—Risponderò io.

Ma avendo egli l'anima (e la professione) di impiegato di banca in un corpo di Giovane Werther, e non volendo compromettersi con una sconosciuta, firmò col nome di Alberto e diede l'indirizzo dello studio di lui, che era un pittore.

La signora nè buona nè bella nè giovane nè ricca rispose. Alberto aprì la lettera, si stupì, comprese, si sdegnò; ma non ne parlò con Piero. Piero da parte sua non ne parlò ad Alberto perchè il coniglio, quando qualcosa gli spiaceva, non era comodissimo a trattare. E quanto a Piero l'incidente si chiuse lì.

Alberto lesse e rilesse la lettera, ch'era breve.

«Stasera, ore nove. Giardino Ambasciatori. Abbiate una rosa in mano».

—Ridicolo!—mormorò Alberto, sgualcendo la lettera e gettandola in un angolo dello studio disordinato.—«Abbiate una rosa in mano!». Non sarò così idiota.—(Era il coniglio che parlava).

Tuttavia alle otto comprò una rosa (era la pantera che aveva il sopravvento). Però alle nove non andò agli Ambasciatori, bensì a sentire il concerto di Boasso al Balbo, spintovi dal coniglio.

Ciononostante alle dieci e un quarto andò agli Ambasciatori trascinatovi dalla pantera.

Non aveva la rosa in mano, ma all'occhiello.

Non vide nessuna signora che non fosse bella e giovane; e, in quella penombra soavemente illuminata da lampadette colorate, parevano anche tutte buone e ricche. Allora egli si strappò la rosa dall'occhiello e, prima di gettarla via, la trattenne nelle mani un momento. Poi la rosa cadde.

In quel momento da un tavolino in un angolo appartato nel verde, partì una sommessa risatina femminile.

Alberto si volse a guardare, e vide due signore; una vestita di nero e l'altra di chiaro; una con un cappello piccolo e l'altra con un cappello grande; una sorrideva e l'altra rideva.

Il coniglio fuggì, morsicato e dilaniato dalla pantera che avrebbe voluto restare.

L'indomani Alberto ricevette un'altra lettera:

«Stasera. Ore nove. Al San Giorgio.

«Siete bello».

Allora la pantera mangiò il coniglio e Alberto vi andò.

Strada facendo egli si domandava:—Quale delle due sarà? Spero sia quella vestita di nero col cappello piccolo. Mi pareva più carina.

Era quella vestita di chiaro col cappello grande. Sedeva sola a un tavolo, e vicino a lei una sedia inclinata all'orlo della tavola indicava che il posto era preso. Alberto esitò molto prima di accostarsi.

Ella alzò gli occhi, e guardandolo senza sorriso, gli fece un gesto d'invito colla mano. Allora egli, scoprendosi, la salutò. Ella studiò un attimo con occhi lampeggianti i folti capelli e la chiara fronte aperta del giovane.

—Segga—disse indicandogli la sedia appoggiata.—La aspettavo.

Invero non era bella. Aveva un tipo quasi orientale; gli occhi però molto chiari (e sciupati, come per aver visto molte cose inusitate); la bocca tinta un po' viziosa (e amara, come se su di essa fossero passate molte parole e molti baci); le mani bianche e lunghe (dalle dita irrequiete, come cercanti il contatto di denari e di carezze).

E invero non era giovane. Aveva quell'età indefinita, così difficile a indovinare, della donna molto sicura di sè e molto esperta, che ha talora i gesti di una bambinetta viziata e talora gli sguardi dell'antico serpente del giardino d'Adamo. Aveva quell'apparenza raffinata, stanca e insidiosa di chi molto ha sofferto e fatto soffrire, e di chi molto ha gioito e fatto gioire, che per alcuni uomini ha un fascino assai maggiore che non la sana, candida e impacciata giovinezza.

Non per Alberto, però, il quale era un'anima semplice e che—eccetto in arte—aveva dei gusti elementari e primitivi. Nella sua pittura egli metteva tutte le stravaganti e morbose eccentricità ch'egli nè sentiva nè credeva sentissero gli altri; ma che, essendo prescritte dalla moda del momento, diventavano ipso facto regolamentari e convenzionali.

Nulla essendovi oggi in arte di più normale dell'anormale, Alberto dipingeva delle mostruosità per paura di sembrare bizzarro.

—Avrete trovato strano il mio annuncio;—disse la signora in una calda voce vellutata, poggiando il mento sulla mano sottile, e fissandogli in viso gli occhi chiari e lunghi.

—Sì,—ammise Alberto—l'ho trovato un poco strano.

—Ebbene—diss'ella, sempre guardandolo fisso—a me pare più strano che voi abbiate risposto.

—Già,—fece Alberto, e i suoi pensieri corsero a Piero con un senso di ostilità. Poi, riprendendosi:—Posso offrirle qualche cosa?

La signora ordinò svariate bevande che non bevve e vivande che non mangiò. Aveva molta sicurezza e «aplomb», e Alberto si sentiva come un collegiale impacciato e maldestro al suo cospetto.

—Siete giovane,—constatò ella squadrandolo con lentezza dalla punta dei capelli bruni alla punta delle scarpe di vernice: il percorso era lungo ed attraente.

Alberto rise.

—L'annuncio lo esigeva,—disse.—Chiedevate un signore che possedesse tutte quelle doti—Tacque.

—... Che mancano a me? È vero—disse la signora.—Io non sono giovane. Non sono affatto giovane. Quando la vostra bocca suggeva il latte, la mia era già bruciata dai baci degli uomini.

Alberto ebbe uno strano senso di dispetto. La sua gioventù, che gli sembrava una innegabile superiorità, cessava di esserlo, presentata a quel modo. Anche gli fece orrore l'immagine di quegli uomini ch'ella aveva baciato, e gli parve di odiare loro e lei.

—D'altronde—disse la signora,—che cos'è la gioventù? Che cosa conta? Noi donne che l'abbiamo oltrepassata siamo molto più interessanti; e siamo anche più felici. Conosciamo il valore di ogni cosa. Non vi è nulla di più inquieto ed infelice che la gioventù.—E additando una fanciulla in diafane vesti colle gambe snelle scoperte fino alle ginocchia che passava in quel momento:—Un po' di tempo fa io ero così. Un po' di tempo ancora e lei sarà come me. E poi, un po' di tempo ancora... e saremo morte tutt'e due. Anzi,—disse, volgendosi a guardare Alberto cogli occhi semichiusi, stringendo ed alzando la palpebra inferiore fino a dare ai suoi occhi una strana forma triangolare—anzi, saremo morti tutt'e tre. Anche voi.

—Già!—sospirò Alberto, che non trovava la conversazione soverchiamente gaia.—Anch'io.

—Voi forse prima di noi,—soggiunse la donna, contemplandolo pensosa.—Forse prima di noi.

—E perchè?—fece Alberto, risentito. La signora si strinse nelle spalle che erano esili e spioventi.

—Mah! Così... Un pensiero...—Indi, cambiando tono:—E dunque? che cosa fate di bello al mondo?

Alberto glielo disse, dilungandosi in molti particolari riguardo alla vecchia scuola accademica e il nuovo movimento separatista, raffrontando le tendenze della scuola olandese di Van Gogh a quelle della scuola spagnuola di Bertran Massès, deplorando le ingiustizie dei concorsi e la inettitudine delle giurìe.

Ella parve interessarsi intensamente a tutto ciò ch'egli le narrava.

—Vi comprendo!—esclamava ogni tanto—ah; vi comprendo. Voi siete «un puro»! Avete la sublime semplicità del genio. Siete come Parsifal: «ein reiner Tor».

Alberto che non capiva il tedesco abbozzò un sorriso che poteva essere di assenso o di protesta.»

—Quanto a me—diss'ella subitamente,—vi avverto che sono una persona corretta e per bene, nonostante il mio strano contegno. Ho molte conoscenze eminenti, e frequento la migliore società.

—Non ne dubito,—disse Alberto.

—Ho messo quell'annuncio un po' per capriccio, un po' per trovare qualchecosa o qualcuno di nuovo, di inedito, di diverso... di attraente.... d'inquietante....

—Ed io, sarei forse tutto ciò?—chiese Alberto appoggiandosi indietro alla spalliera della seggiola.

—Tutto ciò,—disse la signora, guardandolo fisso.—Ed altro ancora.

Alberto, sentendosi molto disinvolto e mondano, fece un inchino. E le chiese il permesso di accendere una sigaretta.

—Siete anche molto bello,—soggiunse la signora, guardandolo mentre il fiammifero gli illuminava il volto di sotto in su. E, per prevenire l'immancabile risposta di lui, che ella indovinava, aggiunse subito sorridendo:

—Anche questo, è vero, l'annuncio lo esigeva! Non essendo bella io...

Alberto fece un debole mormorio di protesta.

—D'altronde... la bellezza...—riflettè lei, stringendosi nelle spalle,—in fondo qual'è la bellezza che conta? la bellezza che veramente ci dà la gioia? Quella degli altri. A me che importerebbe ora di essere una Venere Anadiomène se dovessi star qui seduta accanto a uno spauracchio? Se dovessi parlare e sorridere con un gorilla o un orangutan? No, no! ciò che conta—e di nuovo fissò il giovane con quello strano sguardo penetrante e acuto—ciò che conta è la bellezza altrui. Per me, l'importante è che siate bello voi.

Alberto, non sapendo che cosa rispondere, tacque. Ed ella, dopo un breve silenzio, riprese:

—Quanto a noi donne non belle, abbiamo sulle altre un immenso vantaggio; questo: che l'uomo non ci teme. L'uomo anche più cauto e circospetto si avvicina alla donna non bella con un senso di tranquillità e di sicurezza, «Questa donna», egli pensa, «non è pericolosa; sarà una creatura di tutto riposo che non mi farà mai soffrire». E calmo egli si confida e si affida a lei. La donna, frattanto, se è astuta e sa quello che fa e quello che vuole, ha il tempo di esplicare le sue arti, di tramare le sue insidie... E quando l'uomo vuole riprendersi, liberarsi, lasciarla... non lo può. La donna brutta lo tiene, lo possiede più profondamente che qualsiasi altra.

—Ah!... certo!—fece il cortese Alberto, crollando saggiamente il capo.

La signora lo guardò e rise. Indi gli offrì l'astuccio delle sue sigarette ch'erano violentemente profumate.—Voi, per esempio, non avete per nulla paura di me.

—Paura? Veramente, no.—disse Alberto.

—Lo so; io sono una creatura innocua.—E sorrise ancora. (Se il biblico rettile del giardino d'Eden possedeva un sorriso, doveva assomigliare al suo).—Mi accompagnate fino a casa?

Alberto la accompagnò fino a casa, una bella casa in corso Umberto; e camminando conversarono di svariate cose. Sulla porta ella gli tese la mano da baciare.

—Venite a trovarmi domani alle cinque. Volete?

Sì; Alberto voleva. E lasciatala con un corretto inchino egli rientrò nella sua «garçonnière» in Corso Cairoli, sentendosi molto calmo e molto soddisfatto di sè, del suo fisico, della sua serata e del mondo in generale. E, sì!... anche di Piero.

Si svestì in fretta; e dormì bene.


II.

—... Non voglio chiamarvi «Alberto»,—disse la signora, ricevendolo all'indomani in un salotto crepuscolare tappezzato di raso arancino.—Faccio troppa fatica a pronunciarlo. Vi chiamerò Giorgio.

—Sì, sì. Chiamatemi pure Giorgio,—fece Alberto che sentiva già di essere un altro uomo.—Ed io, come devo chiamarvi?

—Chiamatemi Raimonda,—disse la signora, offrendogli in una piccola tazza di giada un fluido rosato, di pungente effluvio e di una dolcezza d'idromele.

—Raimonda!... Che bel nome!—fece Alberto.

—Io non mi chiamo affatto così,—spiegò la signora;—ma cambio nome a seconda di chi è con me. Oh! quelle donne che sono sempre Maria, o Cecilia, o Caterina per tutti gli uomini indistintamente! Che banalità!... Io no. Io sono una donna diversa per ogni persona che mi avvicina. Per voi, io sono Raimonda.

Alberto trovò questa idea assai originale. E mentre beveva il liquido misterioso e gli sguardi anche più misteriosi che fluivano per lui dall'anfora di giada e dagli occhi chiari della dama, sentì che davanti a lui si schiudeva in un nuovo e deliziante aspetto il panorama dell'esistenza.

Ella frattanto gli esponeva le sue teorie sugli uomini e sulle cose, teorie che erano—o ad Alberto parevano—assai avventate e originali.

—Vorrei—disse Alberto chinando l'agile corpo in avanti e poggiando il gomito sul ginocchio—conoscere il vostro pensiero sull'amore e la vita...

—«L'amore e la vita», dite voi?—La donna tacque, tacque di proposito, un lungo momento, come tacciono le attrici sulla scena. Poi, alzando gli occhi in cui passavano dei bagliori verdi.—Ma io non comprendo che l'amore... e la morte.

—L'amore e la morte? Perchè?

—Perchè l'amore è una cosa eterna e terribile come la morte.

—Brrr!...—fece Alberto ostentando un brivido.

—Non ridete, non ridete!—ammonì lei, corrugando la sottile linea nera delle sopracciglia.—Io detesto che si rida delle cose gravi. E l'amore è una cosa grave; l'amore è una cosa tragica e solenne. Io non concepisco l'amore che comincia con un sorriso e termina con un sospiro.

—E come volete che termini?—azzardò il giovane.

Ella lo saettò con gli occhi.

—Non deve terminare, non può terminare,—esclamò.—Io non ammetto che un uomo, il quale oggi mi ama, possa un giorno lasciarmi, riprendere la sua vita come se nulla fosse, parlare, camminare, ridere, scordare... o peggio! ricordare!... Ah!—e la signora rabbrividì,—è un pensiero mostruoso, abominevole.—Abbassò la voce e fissò nel giovane quei suoi occhi chiari, quasi fosforescenti tra le ciglia socchiuse:—Aveva pur ragione Messalina!... o era la duchessa di Nesle?... che quando aveva finito di amare un uomo lo faceva strozzare e gettare nel pozzo!

—Deliziosa amante!—fece Alberto, non potendo trattenere il sorriso.—Voi dunque, fareste gettare nel pozzo l'uomo che vi avesse amata?

Ella gli fissò in viso quel suo sguardo strano, senza rispondere, e Alberto ripetè l'interrogazione, variandola un poco.

—Voi non ammettete che un uomo che vi ha amata, vi lasci?

—L'uomo che mi ha amata—disse lei con voce profonda,—non mi lascia... che per morire.

Alberto di nuovo sorrise a questa macabra dichiarazione.

—Misericordia!—esclamò.—Quale truce modo di amare!

—È l'unico modo,—ribattè lei, e la sua voce era bassa e calda nella bianca gola pulsante—l'unico! Badate ch'io non parlo nè della tenerezza, nè dell'amicizia, nè dell'affetto; parlo dell'amore: di questa cosa crudele spietata truculenta che esige l'inesorabile e l'eterno. E di inesorabile e d'eterno non vi è che la morte.

Queste teorie parvero ad Alberto alquanto eccessive ed esaltate. D'altronde, era in tutto bizzarra la sua nuova conoscenza. Alberto notò che si profumava il fazzoletto coll'etere.

Egli si compiacque di quest'atmosfera inusitata, ma non ne fu per nulla turbato. Accomiatandosi disse a lei che sarebbe tornato l'indomani; e a sè stesso disse che non sarebbe tornato più. Già, aveva molto da fare: doveva finire la Madonna per la chiesa di Laghet, e il ritratto della baronessa Ferrari; e poi quello dell'ex-sindaco di Chieri. Anche una «Danzatrice Araba» e una «Ebe Giovinetta» dovevano essere pronte per l'Espositione di Venezia. No; non aveva davvero tempo da perdere.

—Addio, Raimonda.

—Giorgio!... Addio.


III.

Ma all'indomani ecco che ella comparve inaspettatamente nello studio di lui.

Ammirò molto le sue opere, fermandosi con lunghi silenzi pieni d'intensità davanti a tutti i piccoli sgorbi e abbozzi a cui Alberto stesso non aveva fino allora attribuito grande importanza.

Sfortunatamente si fermò a contemplare colla stessa repressa emozione una tela che era del Bosìa. Ritta davanti al piccolo quadro vibrante di colorazione, lo fissava mordendosi le labbra e ansando un poco.

—Quello non è mio,—disse Alberto, contrariato.

—Ah!...—fece lei con un lungo sospiro come di sollievo.—Mi pareva... diverso! Mi pareva... un altro temperamento, un'altra anima!

Indi volle suggerirgli lei l'idea per un quadro.

—Lo intitolerete «La Riluttante». Nello sfondo, a sinistra, una pianura piena di luce. A destra, in primo piano una vallata tenebrosa. Nel centro, venendo dalla luce e rivolte verso l'ombra, due figure: una Donna (una donna non più giovane) e il Tempo... sapete pure, il vecchio Tempo convenzionale, colla barba, la falce e la clessidra... Egli tiene per il polso la donna e la trae presso di sè, forzandola a seguirlo verso la vallata buia. Ma ella, desiosa e nostalgica, volge il capo verso la pianura soleggiata e primaverile che ha lasciato dietro di sè...

—La giovinezza!—interpretò Alberto.

—... dove danzano in cerchio delle diafane figurette adolescenti... Da queste si stacca un giovane, divino di bellezza, che stende ancora verso la Partente una mano piena di fiori...—Tacque con un piccolo sospiro; indi fissando coi profondi occhi Alberto, riprese:—Ma, inesorabile, il Tempo trascina seco la riluttante. La trascina, giù, verso la vallata nubilosa e profonda... E tutte le rose ch'ella aveva in mano cadono a terra, sfiorite...

—Bello!—disse Alberto, non troppo convinto.—Ma i quadri che dicono qualche cosa non sono più di moda.

Ella gli diede subito ragione; e si estasiò davanti alla sua ultima tela raffigurante tre donne sedute in fila—due vestite e una nuda—che fisse ed intontite contemplavano una finestra chiusa.

Ella lo trovò magnifico. Trovò magnifico tutto. Bevette del Malaga ch'egli le offerse; suonò qualche accordo al pianoforte; fu piena di vivaci, inaspettate e affascinanti eccentricità. Si rizzò in punta de' piedi a baciare rabbrividendo, i ghignanti denti di un teschio, che Alberto teneva presso un vaso di fiori su uno scaffale.

—Io adoro la morte!—esclamò.

Poi tornò ad ammirare Alberto e i suoi occhi e il suo studio e la sua arte; si stupì che tutti i suoi quadri non fossero già conosciuti e venduti a Parigi, a New York, a Costantinopoli, a Londra, e si meravigliò che tutte le donne d'Italia non fossero ai piedi di lui, convulse d'estasi e di passione.

—Ah, Giorgio! Giorgio!... come siete meraviglioso e conturbevole!...—esclamava stringendo il fazzoletto orlato di trina alle narici.—Come mi piace odorare l'etere e guardare la linea del vostro profilo perduto...

—Vi vedrò questa sera?—chiese Alberto un poco agitato.

—No. Questa sera no.

—Allora domani?—insistette lui, scordando gli impegni colla baronessa e coll'ex-sindaco.

—No, Giorgio. Neppure domani.

Alberto passò la serata al Caffè Nazionale con Piero; e fu irascibile, distratto e impaziente. Vi erano parecchie donne nel Caffè, di quelle che avrebbero dovuto essere ai suoi piedi; ma nessuna aveva l'aria di pensarci.

Alberto andò a casa pensieroso. E non dormì.


IV.

—Detesto i baci,—disse lei allorchè, al terzo incontro, Alberto credette giunta l'ora di chiedergliene uno.

La signora detestava molte cose che le donne in generale sogliono amare.

—Detesto i baci, detesto i fiori, detesto i bambini,—dichiarò.

Alberto fu non poco stupito da queste asserzioni che gli parvero anormali ed inestetiche; indi osò chiederle, se in fatto di bambini, non conoscesse che quelli degli altri.

—Conosco anche i miei,—rise la signora.

—Ah?—fece Alberto.

—Sì, due.—diss'ella, laconica, stringendosi nelle spalle.—Grandi e lontani. Quando sarò così vecchia da non potermi più nè tingere nè incipriare, andrò a stare con loro. Mi adorano.

—E... vostro marito?...—chiese tentativamente Alberto.

Di nuovo ella si strinse nelle spalle.

—È in Africa;—disse.

—Non torna?

—Sì, sì. Tornerà. Mi adora.

Secondo lei, tutti la adoravano. E poteva anche essere vero. Ma lei continuava a detestare molta gente e molte cose.

—Detesto le donne,—disse un giorno, allorchè, giungendo inattesa nello studio, lo aveva trovato invaso da una deputazione di signore del Comitato di Coltura femminile. E all'Esposizione della Promotrice, avendole Alberto presentato due dei suoi amici (di cui uno le fece la corte e l'altro no) ella si mostrò assai risentita.

—Non mi presentate mai i vostri amici—esclamò.—Detesto gli uomini.

Egli allora, per distrarla e placarla, e anche perchè cominciava ad interessarsi a quel viso strano che cambiava di linea, di espressione e di colore ogni momento, la pregò di posare per un ritratto.

—No! no! Detesto i ritratti!—disse lei.—E detesto i ritrattisti! Detesto tutto.

Egli non insistette.

Ma l'imagine di lei, il ricordo delle sue frasi e dei suoi atteggiamenti, il bisogno di vederla ogni giorno, crebbe e lo ossessionò.


V.

Quando si conoscevano da circa due mesi, ed egli non pensava più che a lei e come lei; e non parlava più che con lei o di lei, adottando gli atteggiamenti spirituali, le pose e le espressioni un poco eccentriche a lei abituali; quando tutti i suoi quadri—la danzatrice Araba, l'Ebe giovinetta, la Madonna di Laghet, la baronessa Ferrari, e anche l'ex-sindaco di Chieri—mostravano senza eccezione una vaga ma indiscutibile somiglianza a lei, egli d'un tratto le cadde in ginocchio dinanzi.

—Ti amo, Raimonda!...

—No, Giorgio! non amarmi!—sospirò essa.

—Non posso non amarti. Amarti... è la vita.

Ella si chinò verso di lui e gli pose le lunghe mani sulle spalle.

—Amarmi... è la morte,—sussurrò.

Alberto, per quanto innamorato, ebbe voglia di sorridere a questa dichiarazione che gli parve un po' spinta verso il melodrammatico.

Ella gli lesse in volto il pensiero, e sospirò:

—Tu credi;—disse con lenta intensità,—tu credi che io esageri o scherzi. Mi trovi stravagante ed esaltata. Ebbene, ti sbagli. Io voglio che tu sappia in che genere di avventura tu ti arrischi con me. Non dirmi poi che non t'ho preavvisato.

Tacque un istante, poi riprese:

—Tu crederai pure che io non sono passata traverso la vita senza amori. Crederai pure che gli uomini mi hanno amata... molto amata...

—Sì,—disse Alberto.

—Ebbene, non vi è nel mondo un sol uomo che possa dire di essere stato mio amante. Non uno!

Alberto si sentì vagamente impressionato. Gli parve ch'ella dicesse il vero. Difatti, nei primi tempi, egli aveva pur parlato di lei, un po' coll'uno, un po' coll'altro; e tutti le avevano attribuito molte passioni e un passato turbolento e tempestoso. Ma chi erano i suoi amanti? o chi erano stati? Nessuno lo sapeva.

E ancora, come s'ella gli leggesse in fronte il pensiero, china verso di lui, mormorò:

—Félix de Courcy... morto. Gilberto Nelson... morto. Goffredo Sarti... morto. Theo Smith... morto. Adriano Scotti...—S'interruppe d'improvviso e si coprì il volto.

Alberto aveva ascoltato attonito il lugubre elenco. Pur avendo voglia di sorriderne, sentiva un piccolo brivido serpeggiargli per le vene.

—Tutti nel pozzo?—chiese finalmente, con una risatina nervosa.

Ella non rispose. Era pallida: due linee dure le solcavano le guancie. Ad Alberto parve brutta: brutta e assurda e temibile a un tempo.

Egli si alzò di scatto.

—Fuggo!—disse.—Voi siete una terribile donna!

E si chinò, quasi ironico, a baciarle la mano.

Solo, nella strada, nel pallido e prosaico tramonto cittadino, il giovane sorrise ancora ripensando la grottesca e macabra posa di costei.

—Basta!—disse, aggiustandosi al collo il bavero del soprabito.—Quella donna è un'esaltata e un'isterica. Non ci andrò più.


VI.

Mantenne per tre giorni il saggio proponimento. Poi le scrisse chiedendo di rivederla. Ella non rispose.

Allora la sera seguente, andò da lei.

La trovò, elegantissima, circondata da molta gente: uomini noti ed ignoti; donne della società e dell'arte. Si rivelava una perfetta padrona di casa, calma, corretta e cortese.

E Alberto stupito si domandò:—Era questa la donna dell'annuncio? Era questa la Messalina dall'elenco di amanti morti?

—E come—si chiedeva il giovane, con una tazza di thè in una mano e un sandwich nell'altra,—come erano morti?...

De Courcy doveva essersi suicidato. Gilberto Nelson?... Egli ne ricordava la fine improvvisa in una casa di salute; se ne era assai parlato qualche anno addietro... Degli altri Alberto non aveva mai udito il nome.

Quando gli altri invitati si congedarono, egli restò.

Appena furono soli ella cambiò atteggiamento. Al giovane parve che i suoi lineamenti si trasformassero. Non era più la signora di pochi istanti prima, calma, dignitosa e corretta; gli occhi verdi ridivennero triangolari; le labbra ch'ella mordeva convulsamente eran scarlatte; stringeva con violenza alle narici il fazzoletto intriso d'etere.

Alberto turbato le s'inginocchiò dinanzi, e piegò il volto sul braccio di lei, fresco alla sua guancia accaldata.

—Raimonda!—mormorò convulso—amami! amami!

—Ma ti amo! ti amo! Non hai compreso che ti amo?—singhiozzò lei.

E colle due mani gli alzò il viso e gli affondò nelle pupille lo sguardo violento, assetato di voluttà.

Al giovane ella apparve d'un tratto intristita, avvizzita, pietosa. Ed egli pensò che la donna è meno bella quanto più è ardente, meno inebriante quanto più è appassionata, meno commovente quanto più è commossa.

Con subitaneo finissimo intuito ella parve leggergli in fronte quel pensiero. Si riprese, subitamente calmata, sorrise, lo cinse col braccio e gli battè lievemente le dita sulla schiena, come se suonasse il pianoforte.

—Ma tu, dopo ciò che ti ho detto, tu hai forse paura di me!

—No! no! non ho paura—esclamò il giovane, ripreso a sua volta dalla passione.—Hai detto che amarti era la morte! Ebbene, io non ho vissuto prima di amarti!

—Nè vivrai dopo di avermi amata,—disse, accarezzandogli con mano leggerissima i capelli.

Di nuovo egli si sentì urtato da questa asserzione sensazionale che gli parve assai spostata.

Che strana manìa era questa, di voler drappeggiare un grazioso idillio, una piacevole avventura, nel manto tenebroso della grande tragedia?...

Tuttavia, riflettè Alberto, se questa donna voleva ad ogni costo un amore truce e macabro, una passione alla Grand Guignol, bisognava accontentarla. Egli intonerebbe in minore la sua passione e avvolgerebbe di veli neri le rosse fiamme del suo desiderio.

Già. Le donne sono delle strane creature. Bisogna prenderle come sono.

Ed egli la prese com'era.


VII.

Com'era?

Era feroce e dolce, era magnifica e mostruosa. In lei l'amore era qualcosa di convulso e di atroce.

E il giovane, da principio stordito e quasi respinto da tanta feroce frenesia passionale, disse a sè stesso:

—Di questa donna mi stancherò presto.

Ma non se ne stancò.

Poichè ella si rivelò un'amante portentosa. Un'amante di profondo e prodigioso intuito; di una sensitività acre e morbosa, di una sensibilità fantasiosa e ispirata. Era così varia e sorprendente che al giovane pareva di conoscere in lei tutta la muliebrità del mondo. Ella era mille donne! Era tutte le donne. Era la donna!

Ora appariva all'amante candida come una bimba; ora corrotta come una meretrice. Oggi ostentava una lubrica depravazione, domani una sognante idealità. Oggi era commovente di ingenua dolcezza, domani spaventosa di delirante lussuria.

Egli la lasciava a tarda notte sopita in un letargo mortale, quasi inabissata nell'inerte stupore di un ipnotico; e, dopo qualche ora, la ritrovava, lieta e candida, gaia e fanciullesca.

Nei soleggiati meriggi uscivano insieme ed ella era con lui saggia e positiva, consigliatrice affettuosa, amica dolce e quasi materna.

Nei ritrovi mondani si rivelava la dama spirituale e corretta, di una dignità calma e irreprensibile...

E la sera, ecco! gli si abbatteva tra le braccia, empia e violatrice, iena, furia, vampiro!

Alberto ne fu avvinto e travolto. Egli che fino allora, con altre donne, era sempre stato un amante blando, temperato e sufficiente, con lei divenne un vulcanico amatore, un amante sovrumano e trascendentale. Turbini e tempeste gli scotevano i nervi. Ed egli sentiva di essere un uomo speciale, prescelto, eletto! Sentiva di essere un dio.

Andava intorno per la città con aria spavalda e sprezzante; disdegnava le donne, insultava gli uomini, si pettinava come un apache, si profumava il fazzoletto coll'etere. Dipingeva con balda iattanza, sbattendo sulla tela delle spennellate sprezzanti e disdegnose.

E trattando così, con altezzosa villania, gli uomini, le donne e l'arte, si fece molto notare ed apprezzare.

Ed essa lo amò. Lo amò con frenesia ed estasi, con rapimento e strazio.

Ben presto venne l'epoca, come in tutti gli amori, in cui ella non volle più vedere nessuno all'infuori di lui; nè amici, nè amiche, nè conoscenze, nè estranei. Lo rinchiuse nella sua passione come in una fortezza, esigendo da lui il passato, il presente e l'avvenire, chiedendogli la rinuncia ai suoi ideali, alle sue aspirazioni, alla sua individualità.

Conobbero insieme l'acre tedio e la snervante dolcezza della perenne solitudine a due.

E la donna, talvolta, ne fu quasi soddisfatta.

Trop suffit—quelquefois!—à la femme!

Ma nei convulsi allacciamenti saliva sempre dal cuore di lei—macabro ritornello—il desiderio della morte.

La morte!... Quella parola come un funebre rintocco accompagnava in lei la voluttà.

E a poco a poco il giovane sentì quel delittuoso e voluttuoso sospiro sferzargli i nervi come un possente, oscuro afrodisiaco.

. . . . . . .

Infine la fosca furia e lussuria di lei vinse e travolse anche l'uomo. Gli scavò nell'anima degli abissi insospettati. Lo avvolse e sconvolse, lo soggiogò e bruciò.

In breve egli non comprese più come si potesse «amare in letizia», compiere con baci e sorrisi il feroce e tragico rito d'amore.

E calò nelle sue braccia come in un abisso.


PARTE SECONDA

VIII.

Un giorno di febbraio Alberto ricevette dal paesello sul Veronese dove viveva la sua famiglia—il padre medico condotto, la madre mite e semplice massaia, e Betty, la sorellina, soave fiore diciottenne—un telegramma. Betty era ammalata.

Egli si precipitò da Raimonda: la baciò, l'abbracciò, ascoltò distratto le sue parole di rammarico, e partì per San Vincenzo col cuore angosciato.

La sorellina guarì quasi subito: ed egli dopo pochi giorni fece ritorno in città.

Passò nello studio in corso Cairoli a prendere la sua esigua e poco interessante corrispondenza, indi si recò subito da Raimonda.

Non c'era. Era partita.

—Partita!

La cameriera, magra e maliziosa, non sapeva dove fosse andata. La cuoca, grassa ed intontita, non sapeva quando sarebbe tornata.

Alberto rientrò nel suo studio di cupo umore.

Passarono tre giorni, tre giorni di tormento e d'ansia per il giovane; indi Raimonda ritornò.

Era pallida e sciupata. Spiegò ad Alberto ch'era stata da una parente inferma, a Recoaro, e che non aveva mai dormito.

—Ho passato delle notti infernali,—disse sbadigliando, e togliendosi la pelliccia di cincillà, magnifico indumento che Alberto non le conosceva;—... delle notti infernali!

Si mise a letto subito e dormì fino al meriggio dell'indomani.

Quando rivide Alberto volle sapere tutti i particolari della malattia di Betty; ciò che non lasciò a lui il tempo di informarsi sui particolari dell'infermità della parente di Recoaro.


IX.

Dopo questa breve separazione si amarono come prima.

O più di prima? O diversamente di prima?

Alberto se lo chiedeva talvolta. Gli pareva ch'ella lo abbracciasse con maggior tenerezza e con minore frenesia.

Pareva divenuta più dolce, più buona, e più paziente; certo, era meno viziosa, meno torva e appassionata.

Alberto se ne felicitava come di una vittoria propria, dovuta al suo semplice e sano modo di concepire la vita e l'amore. L'elemento spasmodico, febbrile, morboso scemava nella loro relazione...

Era bene, era giusto che fosse così,—rifletteva Alberto tranquillizzato, ma non senza una lieve punta di rimpianto.

Egli allora ricominciò a pettinarsi meglio; riprese a dipingere con maggior cura, e si profumò il fazzoletto semplicemente coll'acqua di Colonia.


X.

S'avvicinavano le feste di Pasqua. E alla vigilia della Domenica delle Palme giunse ad Alberto la notizia che tutta la sua famiglia si sarebbe recata a trovarlo e a passare con lui, in città, la Settimana Santa.

Alberto, turbato ma pur rallegrato da questa novella, si recò dall'amante colla lettera in tasca.

Trovò Raimonda tutta sorrisi nel suo salotto pieno di fiori; un orario ferroviario e una carta della Riviera erano aperti sul tavolo dinanzi a lei.

—Ho un progetto delizioso,—disse ella alzando verso Alberto il volto fine, irradiato da quel sorriso a un tempo malizioso e infantile, che da un pezzo il giovane non le aveva veduto più.—Andiamo a passare dieci giorni a Bordighera. Sfuggiremo a questa lugubre atmosfera quaresimale e alla più lugubre allegrezza festiva che seguirà. E là, in faccia alle azzurre acque danzanti del mare, sui tappeti d'erba nuova già costellati di primule e pervinche, io mi rinnamorerò di te, o mio giovane amante cittadino! che non ho mai veduto se non su uno sfondo di strade e di piazze, di portici e monumenti. Sei contento?

—Oh, peccato!—esclamò Alberto.—Perchè non me l'hai detto prima?

Il volto di lei si fece subitamente duro e ostile.

—Che cosa c'è?—chiese con la voce un poco aspra che Alberto di recente aveva imparato a conoscere e temere.

Egli trasse con riluttanza la lettera di tasca.

—Vedi... è la mia gente che mi scrive...

E le porse il foglietto.

Ma Raimonda aveva voltato il capo ed egli non le vedeva che la sottile e rigida linea della guancia e del mento.

—Leggi, dunque!—insistè—leggi ciò che mi scrive la mia famiglia.—E per ammansarla si chinò a baciarle i capelli ondulati e profumati, ritoccati all'henné.

Ella ritrasse di scatto il capo come una viperetta che voglia mordere.

—La tua famiglia! la tua famiglia!... non seccarmi l'anima con la tua famiglia.

Alberto tremò. Sentì una vampata d'ira salirgli dal cuore alla fronte.

—Non mi pare di averti seccata molto colla mia famiglia,—disse.—Ma mi guarderò bene, d'ora innanzi, dal parlartene.

—E te ne sarò grata,—fece lei sarcastica e pungente. S'alzò e uscì dalla stanza.