ANNIE VIVANTI
VAE VICTIS!
ROMANZO
SECONDA EDIZIONE
MILANO
Dott. RICCARDO QUINTIERI — Editore
CORSO VITT. EM., 26
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PROPRIETÀ RISERVATA
per tutti i paesi compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Copyright 1917 by A. Vivanti Chartres.
10089
Premiata Tipografia AGRARIA — Milano, Via Agnello, 8
Novembre 1917
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[pg!1]
I.
La prima ad essere pronta fu Chérie. Si gettò sulle spalle il lungo accappatoio a righe e si chinò a sollevare Amour che le abbaiava alle calcagne rosee e si torceva per l'impazienza di uscire.
«Au revoir dans l'eau», disse la fanciulla con allegro gesto di saluto alla piccola Mirella e a Frida, la governante tedesca.
«Oh, Frida! Vite, vite, dégrafez-moi!» gridò Mirella volgendo le spalle alla giovane donna e indicandole con dito impaziente un gruppo di fettucce annodate che le pendevano dietro.
«Parlate tedesco, l'ho già detto a tutt'e due. Oggi è il vostro giorno di tedesco,» ammonì Frida, sciogliendo con lentezza il groviglio di nodi, mentre Mirella pestava i piedi per l'impazienza.
[pg!2] Indi ritta in sottana e copribusto davanti allo specchio la governante si tolse d'in cima al capo ciò che le ragazze chiamavano il suo «Wurst.» Nello specchio scorse Chérie che si avviava verso la porta, e la richiamò, severa:
«Chérie! voi non andrete per la strada senza calze e senza cappello!»
«Ma Frida, che storie! A Westende tutti vanno al bagno così.» E Chérie levò in aria la rosea gamba ben tornita sventolandola davanti ad Amour per farlo abbaiare.
«Non importa come vanno gli altri. Voi non andrete così;» disse Frida Rothenstein, e spazzolò il suo bruno e lucido «Wurst» prima di appenderlo accuratamente alla cornice dello specchio.
«Allora, cosa siamo venuti qui a fare?» disse Chérie imbronciata, lasciando cadere Amour e dandogli un piccolo calcio col piede nudo. Amour, offeso, si ritrasse sotto al letto.
«Siamo venute qui», sentenziò con teutonica pesantezza Frida, «per godere delle salubri gioie del mare, e non già per esporre sulle pubbliche vie le nostre gambe denudate».
Mirella diede in uno scoppio di riso, e a quel suono rassicurante Amour tornò fuori da sotto al letto e ricominciò ad abbaiare.
[pg!3] Chérie stringendosi nelle spalle traversò la stanza e andò alla sedia dove aveva gettato in tutta fretta le sue vesti. «Se metto i sandali, mi pare che basterà.»
«No, non basta. Sandali e calze», disse Frida. «E cappello», soggiunse, lanciando un'occhiata severa a quella leggiadra testa china, da cui pendevano in lunghi ondeggiamenti le chiome fulvo-dorate.
Chérie si mise in fretta e furia le calze nere, occhieggiando ridente a Mirella; e nulla poteva esser più dolce a vedersi di quelle pupille rilucenti traverso il velo dei capelli sciolti.
Eccola pronta; il largo cappello a pastorella calcato sui baldi riccioli, Amour stretto nuovamente sotto al braccio; e con un cenno di commiserazione a Mirella — fremente d'impazienza per dover aspettare Frida — ella corse giù per la stretta scala di legno di Villa Esther (chez Madame Guillaume) e fuori, col viso ridente rivolto al mare.
La breve rue dei Moulins di Westende, per metà non ancora fiancheggiata da fabbricati, parte da un nuovo «hangar» per aeroplani e conduce alla larga passeggiata asfaltata che costeggia il mare. Chérie v'incontrò qualche altro bagnante. Alcuni uomini tornavano dalla [pg!4] spiaggia, in maglia rigata, nude le gambe abbronzate, con un asciugamano bagnato intorno al collo e i capelli umidi appiccicati sulle gote. Essi passarono accanto alla figuretta pittoresca nel succinto costume da bagno rosso, senza quasi guardarla; già, lungo tutta la spiaggia — da Nieuport, venti minuti verso Ovest, fino ad Ostenda, a mezz'ora verso Est — se ne vedevano a centinaia di questi graziosi tipi di scolaretta lanciati a volo sulle sabbie; mentre tutte le «figlie di gioia» da Bruxelles, Namur e Spa, aggiungevano la loro nota più acre e provocante all'azzurra gaiezza della scena estiva.
Chérie, passando davanti al negozio di biciclette, salutò con un cenno della mano Cirillo Wibon, che inginocchiato davanti alla sua «pétrolette» da corsa, ne lavava il naso lucente colla tenerezza d'una nutrice e l'orgoglio di un padre.
«Non scordate le due biciclette, alle undici, sulla spiaggia», gridò Chérie in fiammingo, e Cirillo sollevando rapidamente l'indice ai bruni capelli fè cenno d'aver inteso.
Chérie proseguì quasi correndo traverso la larga passeggiata e scese a salti gli scalini che vanno alle sabbie, quelle vaste sabbie di Westende da cui si vede un orizzonte di tre quarti [pg!5] di cerchio, quelle sabbie che vanno a perdersi nelle tragiche dune deserte. Chérie si lasciò cadere dalle braccia Amour che, fatto un ruzzolone, si raddrizzò, scavò in fretta colle zampe posteriori una breve serie di buchi nella sabbia e poi si allontanò di trotto in cerca di certi suoi odiati nemici contro cui nutriva foschi e perpetui rancori: un levriere scarno e pretenzioso, un impertinente fox-terrier, e un vilissimo cagnolino nero, tremebondo, di cui i gusti e la storia non comportano indagini.
Chérie s'inoltrò attraverso il mezzo chilometro di arena asciutta nella quale i suoi piedi affondavano ad ogni passo; giunta alla superficie liscia che la marea scendente lascia dura e levigata, tolse rapida accappatoio, cappello, sandali e calze; e a passetti brevi, in punta de' piedi corse nell'acqua. Lesta e leggera traversò a piccoli salti le prime arricciature delle onde finchè l'acqua non le cinse i ginocchi, e la gonnellina rossa si gonfiò a pallone tutto intorno a lei. E corse avanti con piccoli brividi e grida di piacere, alzando le bianche braccia al di sopra della testa, mentre l'acqua saliva e l'accerchiava del suo fresco e forte abbraccio. Il sole gettava una rete di brillanti sul mare di raso celeste; e la fanciulla sentì improvvisa in sè come [pg!6] una cosa selvaggia e viva la gioia dell'esistenza.
Congiunse in alto la punta delle dita, e si tuffò nelle scintillanti acque; indi ne emerse, ricacciando dalla fronte colla manina bagnata i bagnati capelli. E si spinse al largo, nuotando, verso il cerulo orizzonte, sognando di nuotare e nuotare così, per sempre, e andarsi a perdere nell'infinita azzurrità del mondo.
Un aeroplano tornando da Blankenberghe a Nieuport passò con iroso ronzìo, e Chérie si volse e nuotò supina per vederlo meglio; lo salutò agitando il braccio ignudo e sgocciolante.
Per un istante ebbe l'impressione che l'aeroplano facesse un tuffo e stesse quasi per caderle addosso; indi lo seguì collo sguardo, trattenendo il respiro, inquieta per la salvezza del pilota, finchè non si dileguò nella lontananza. Allora si rivolse e riprese a nuotare, guardando verso la spiaggia lontana, per vedere se appariva Mirella.
Sì, sì! Ecco laggiù la stecchita siloetta di Frida, e accanto a lei l'ancor più stecchita siloetta di Mirella, di cui le esili gambette non avevano percorso che dieci brevi aprili. La sua chiara voce infantile trafisse l'aria.
«Chéri-i-e! Chéri-i-e! Torna indietro! Vieni a prendermi!»
[pg!7] E Chérie, con un sospiro, nuotò pianamente verso la spiaggia.
Mirella le corse incontro, mandando a spruzzi l'acqua con molti strilli d'allegria, mentre Frida si fermò vicino alla riva dove l'acqua era alta pochi centimetri. Ivi compì una serie di riti igienici, bagnandosi prima la fronte, poi il petto, e poi ancora la fronte e finalmente sedendo solennemente nell'acqua il tempo di contare da uno a cento.
Così, concluso il suo bagno, la governante tedesca — con molte raccomandazioni gridate a Chérie e Mirella che non l'ascoltavano — tornò a casa a vestirsi.
Un'ora dopo ella apparve di nuovo sulla spiaggia, correttamente abbigliata nel suo Reformkleid, colla salsiccia di capelli asciutti riinstallata a sommo della testa ancora umida. Girando gli occhi intorno in cerca delle due fanciulle le vide stese immobili sulla sabbia, supine, ad occhi chiusi, sotto il sole cocente. Facevano finta d'essere morte; e davvero, pensò Frida nel guardarle così piccole e immote su quella immensità sabbiosa, parevano due poveri esseri affogati, due meschini brandelli d'umanità che il mare avesse rigettato sulla sponda. Prima ancora che arrivasse vicino a loro le [pg!8] passò d'accanto come una saetta Cirillo, il maestro di bicicletta — l'uomo-scimmia, come lo chiamavano le ragazze. Egli andava a tutta velocità — pedalando su di una macchina e guidando l'altra — verso quelle due piccole figure sdraiate. Esse, appena lo udirono, balzarono in piedi; e prima che Frida potesse arrivare a loro, Mirella era già issata su una vecchia bicicletta rugginosa, mentre Chérie — snella figuretta scarlatta, i capelli aurati al vento, le braccia e le gambe candide biancheggianti fuor del vestitino rosso — filava via, già lontana, sulla sabbia elastica e liscia.
«Non approvo», ansò Frida correndo a fianco di Mirella, traballante sul suo ferravecchio mentre l'uomo-scimmia le trotterellava dietro reggendo il sellino, «non approvo questo andare in bicicletta in costume da bagno....»
«Oh, Frida, smetti di sgridarmi, che mi fai cadere,» gridò Mirella, e infatti, dopo varie terrificanti oscillazioni, la bicicletta descrisse un rapido semicerchio, e corse giù nel mare.
Mirella fu molto in collera con Frida e colla bicicletta, e coll'uomo-scimmia; questi, ridendo coi denti molto bianchi nella faccia molto nera, la rimise in sella.
Frida si stancò presto di seguirli e andò a [pg!9] sedersi vicino ad una barca capovolta a leggere «Der Trompeter von Säkkingen».
Säkkingen! Mentre gli occhi di Frida sfioravano le pagine nitidamente stampate e s'indugiavano sull'incisione d'un campanile e d'un ponte, l'anima sua ritornava alla piccola città lontana, sul Reno. Perchè Frida, come il famoso trombettiere dello Scheffel, era oriunda di Säkkingen; i suoi piedi, calzati di solide e quadre scarpe tedesche, avevano barcollato, trotterellato, corso, e passeggiato nelle diverse età di sua vita, su quel famoso ponte coperto; ella s'era affacciata, coi gomiti sul davanzale, a quelle piccole finestre infiorate, mandando i suoi sogni di fanciulla a navigare sulle acque sonnolenti del Reno. Era passata, tutte le mattine andando a scuola, davanti al monumento piccolo e tozzo di Victor von Scheffel; ed ogni sera tornando a casa aveva alzato gli occhi alle finestre chiuse di quella bianca casa accanto al ponte che era stata quella del poeta. Säkkingen — colle sue strade bianche e pulite, la sua Kaffee-Halle dipinta in bianco e celeste, le sue panetterie olezzanti di freschi Kuchen e Schnecken.... Frida alzò gli occhi dal libro per gettare uno sguardo pieno d'ira e di rancore sulle danzanti acque del Mare del Nord, sulla piana e [pg!10] ridente spiaggia belga, sulle figurette lontane di Chérie e di Mirella, sull'uomo-scimmia, e perfino sullo scodinzolante Amour e i suoi compagni d'iniquità. Li odiava tutti. Sì, li odiava. Egoisti tutti quanti, volgari, frivoli, senza poesia nell'anima. In questo paese non c'era senso religioso; non c'era senso d'ordine; la cucina era pessima... Frida scosse amaramente il capo: «Das Land das meine Sprache spricht....», ella mormorò, nostalgica e sospirosa.
Poi riprese il suo libro, e lesse le considerazioni che faceva Hidigeigei, gatto e filosofo, intorno alla primavera e all'amore:
Warum küssen sich die Menschen?
Warum meistens nur die Jungen?
Warum diese meist im Frühjahr?...
***
Quella sera Mirella udendo il fischio del portalettere andò ad aprirgli. Egli le consegnò due lettere, e la bimba — nascondendone una dietro alla schiena — tornò nel salotto dove Frida e Chérie sedevano lavorando. Lesse ad alta voce, con esasperante lentezza, l'indirizzo dell'altra:
[pg!11] «Mademoiselle — Chérie — Brandès — Villa — Esther....»
«Dà qui, dà qui», esclamò Chérie, allungando la mano impaziente.
«E' di Lulù», disse Mirella, porgendo la lettera a Chérie e tenendo l'altra ancora nascosta dietro le spalle.
«Lulù! Che modo è questo di parlar di vostra madre!» rimbrottò Frida.
«Ma se a lei piace!» rispose ridendo Mirella. «Del resto anche Chérie la chiama così.»
«Chérie è sua cognata, non è sua figlia», sentenziò Frida; poi scorgendo d'un tratto l'altra lettera in mano a Mirella: «Per chi è quella lettera?»
«Hochwolgeborenes Fräulein Frida Rothenstein», declamò Mirella; ma Frida era già balzata in piedi, e le strappò la lettera di mano.
«Uh, che sgarbata!» fece Mirella. «E chi è che ti scrive? E' la nostra carta da lettere; ma non è la scrittura di Lulù, e neppure di Papà. Chi è che ti scrive tutte quelle sciocchezze di hochwolgeboren sulla busta?»
Nessuno rispose. Con occhi intenti Frida e Chérie leggevano le loro lettere. E Mirella continuò il suo monologo. «Scommetto che è di Fritz. Il domestico di Papà! Immaginiamoci! [pg!12] Una hochwolgeborene Signorina che riceve lettere da un servitore!»
Frida non si degnò di rispondere; nè sollevò gli occhi dal foglio che teneva in mano; eppure — Mirella lo vedeva — non vi era che una riga di scritto. Quattro o cinque parole, nulla più. Ma Frida sedeva immobile, impietrita, come se quel breve messaggio l'avesse mutata in una statua di sasso.
Ed ora Chérie, che aveva finito di leggere la sua lettera, sollevò il viso costernato.
«Frida! Mirella!... Sapete che cosa accade? Dobbiamo tornare a casa domani.»
«Domani?» gridò Mirella. «Ma cosa dici? Papà ha detto che dobbiamo star qui due mesi e non siamo arrivate che quattro giorni fa!»
«Lo so. Ma la tua mamma scrive che si deve tornare subito a casa. Hai sentito, Frida?»
Frida nè rispose, nè alzò gli occhi.
«Ma perchè? perchè?» ripeteva Mirella quasi piangendo. «Ma dunque non lo sa Lulù che abbiamo fissato di festeggiar qui il tuo compleanno?... E che Lucilla e Jeannette e Cricri vengono tutte qui apposta?»
«Lo sa, lo sa», rispose Chérie volgendo i suoi dolci occhi perplessi dal visino sconcertato di Mirella al volto impassibile di Frida. «Ma dice.... dice che sta per scoppiare la guerra.»
[pg!13] «La guerra? Ebbene? E che cosa c'entra con noi la guerra?» esclamò Mirella risentita. «Oh, che rabbia, che rabbia! E dire che avevo imparato a nuotar tanto bene, toccando terra con un piede solo!»
[pg!14]
II.
L'indomani il sole si alzò caldo ed iroso. Era il trenta di luglio. Alle dieci Frida aveva fatto tutti i bagagli.
Amour, confortato da un osso, fu messo nella sua cesta da viaggio, dove stava assai pigiato; ma un po' con carezze, un po' con qualche schiaffo, il coperchio scricchiolante potè finalmente essere chiuso sopra il suo dorso tondo.
Poi bisognò aspettare la carrozza, ordinata per telefono ad Ostenda fin dalla sera innanzi.
Ma la carrozza non arrivava. Alle undici Chérie corse all'ufficio del telefono e parlò, con molta severità, alla Rimessa Boulant di Ostenda.
«Eh bien? Questa carrozza? L'abbiamo ordinata per le dieci. Viene si o no?»
«Non viene», rispose una voce brusca.
«Non viene?!»
«Nossignora». Indi, in tono più sommesso, quasi confidenziale: «E' stata requisita».
[pg!15] «Cosa vuoi dire? Allora mandatene un'altra», disse Chérie. Ma Ostenda aveva tolto la comunicazione e Chérie se ne tornò mortificata e attonita a Villa Esther, dove Frida con aria fosca, e Mirella piagnucolante, l'aspettavano sedute sui bauli nella stretta anticamera di Madame Guillaume.
«Non c'è carrozza», annunzio Chérie.
«Non c'è carrozza?» esclamò Frida.
«E perchè no?» chiese Mirella.
«Ma... non so; ne hanno fatto qualche cosa....» rispose incerta Chérie. «Non ho capito bene. «E' stata restituita.... o ripulita, o che so io».
A mezzogiorno la buona Madame Guillaume trovò un facchino che caricò i bagagli su una carretta a mano e li trasportò alla stazione del tram di Westende. E il tram portò le viaggiatrici, e il bagaglio, e Amour nella sua cesta, ad Ostenda, dove un altro facchino con un'altra carretta a mano prese bagagli e cesta e li portò alla stazione ferroviaria.
Videro subito che Ostenda aveva un aspetto strano e nuovo. Le strade erano affollate, ma non dalla solita folla di languide demi-mondaines ed oziosi viveurs. No; le strade erano piene di gente affaccendata, di soldati a piedi e a cavallo; [pg!16] automobili, motociclette, carri e furgoni ingombravano le vie; e dietro a questi venivano contadini conducendo a mano lunghe file di cavalli e di muli.
Per la Rue Albert, con rapido passo di marcia, scendeva un drappello di Guardie Civiche, coi loro cappotti lunghi e l'incongruo cappello duro da borghese fermato sotto il mento dalla striscerella di cuoio. Gruppi d'ufficiali arrivati ad Ostenda pochi giorni prima per le gare internazionali di tennis, fermi all'angolo dell'Avenue Léopold, parlavano tra di loro sommessi e concitati.
«Ma che cos'hanno tutti?», chiese Mirella mentre traversavano in fretta la Place St. Joseph e il ponte, seguendo l'uomo coi bagagli, che già spariva dentro all'affollata stazione.
Quasi in risposta alla sua domanda, due strilloni passarono correndo e annunciando con grida assordanti: «Supplément.... supplément de L'Indépendance.... Mobilisation générale...»
«Ma, Frida!... vi sarà davvero la guerra?» esclamò con ansia Chérie volgendosi a interrogare con occhi inquieti l'arcigno profilo della governante.
«Probabilmente,» rispose Frida; «tra la Russia e la Germania».
[pg!17] «Ah, lontano da noi!» rise la giovine Chérie con una scrollatina di spalle; e corse avanti a salvare il prezioso cestello scosso e dondolato dalle rudi mani del facchino.
«Senti Amour, come piagnucola!» susurrò Mirella, mentre, pigiate dalla folla, aspettavano il loro turno davanti allo sportello dei biglietti.
«Guai a lui! Non deve farsi sentire», ammonì Chérie. «Ufficialmente, è la nostra merenda».
Allora Mirella battè ripetutamente sullo scricchiolante canestro il piccolo pugno inguantato, mormorando: «Couche-toi, tais-toi, vilain scélérat!» E la merenda ufficiale si ricompose nella sua cesta e tacque.
Fu un viaggio indescrivibile. Il treno era stipato fino alla soffocazione; pareva che tutta la gente nel mondo volesse andare a Bruxelles; ogni cinque minuti il loro treno si fermava per lasciarne passare altri, più stipati ancora, che passavano come fulmini roboanti lanciati verso la capitale.
«Non ho mai veduto tanti soldati» disse Mirella. «Non credevo ce ne fossero tanti nel mondo!»
Frida Rothenstein ebbe un sorrisetto sprezzante cogli angoli della bocca rivolti in giù. «Nel mio paese ce n'è qualcuno di più!» osservò.
[pg!18] «Come? In Germania?... Ma certo non saranno così belli!» gridò Mirella, sporgendosi dal finestrino a salutare col fazzoletto, come tanti altri facevano, una compagnia di lancieri che passava al galoppo — lance in resta e pennacchi ondeggianti — sulla strada polverosa costeggiante la ferrovia.
Frida li degnò appena d'uno sguardo. «Dovreste vedere i nostri Ulani,» disse. «Chissà,» soggiunse, «che un giorno non li vediate davvero!»
Ma le ragazze non l'ascoltavano. Finalmente si arrivava a Bruxelles.
Il viaggio da Ostenda era durato cinque ore invece di due. E per più di un'ora dovettero restar là, ferme, nel treno immobile nella stazione di Bruxelles.
«Di questo passo non arriveremo mai a Liegi; e tanto meno a Bomal», disse Chérie sgomenta, mentre uno dietro l'altro i treni carichi di soldati l'asciavano la stazione prima di loro, andando verso l'Est. Qui si sarebbe detto che tutta la gente al mondo volesse fuggire da Bruxelles per correre alla frontiera orientale.
Ma tutto ha una fine. E venne anche il momento in cui il loro treno si mosse, e uscì ansante e sbuffante dalla Gare du Nord verso Louvain e Tirlemont.
[pg!19] Era quasi buio quando arrivarono a Liegi; allorchè lasciarono la Gare Guillemain, la morbida notte estiva avvolgeva già tutta la vallata nei suoi drappi tenebrosi.
La piccola Mirella s'addormentò, col visino smunto e sudicio di fuliggine poggiato al braccio di Frida. Anche Chérie sonnecchiava nel suo cantuccio, sognando l'azzurro mare di Westende; ma gli occhi di Frida erano aperti e fissi nel buio, mentre il treno entrava ed usciva rombando dalle gallerie e passava fragoroso sui ponti seguendo la curva nero-luminosa del fiume Ourthe.
Là, dove l'Ourthe incontra il suo minor fratello, l'Aisne, il treno rallentò, fremette, ebbe un lungo sibilo, e si fermò.
«Bomal», annunzio il conduttore.
«Eccoci giunti; su, Mirella, svegliati!» gridò Chérie guardando un istante dal finestrino e poi volgendosi a calcare sulla testolina arruffata e assonnata di Mirella il largo cappello a rose, mentre Frida radunava in fretta i libri, le racchette da tennis e gli ombrellini.
«Eccolo! Eccolo!» e Chérie agitò la mano dalla portiera a salutare un'alta figura maschile che percorreva con volto ansioso la piattaforma. «Claudio! Claudio! siamo qui!»
[pg!20] Claudio Brandès, un bell'uomo, d'una quindicina d'anni più vecchio della sorella Chérie, corse ad aprire lo sportello con un'esclamazione di sollievo. «Ah, sia lodato Iddio, siete qui», disse, alzando Mirella tra le braccia come se fosse una bambina piccola e portandosela sulla spalla. «E così? State bene?... Avete tutto? Andiamo!» E si avviò lungo la piattaforma a passi così rapidi che Chérie e Frida stentavano a tenergli dietro. «Oh, Mademoiselle», diss'egli volgendosi a Frida, «se avete lo scontrino dei bagagli, datelo a Fritz».
«Oui, Monsieur le Docteur,» rispose Frida fermandosi a frugare nella borsetta. Indi si volse e si guardò intorno in cerca del domestico, Fritz, ch'ella non aveva ancora scorto.
Fritz Hollaender («Hollaender di nome e Hollaender di nazionalità», com'egli soleva dire di sè ogni volta che faceva una conoscenza nuova) uscì improvviso dall'ombra e le fu davanti. Le prese di mano il foglietto senza rispondere al timido saluto di lei; nè parve accorgersi dello sguardo interrogante ch'ella gli fissava in volto. Senza una parola girò sui tacchi, e la sua massiccia figura scomparve tosto nell'androne dei bagagli.
La piccola comitiva era già all'uscita della stazione [pg!21] ed il treno con un ultimo fischio serpeggiava via nel buio, allorchè Mirella d'improvviso alzò la faccia dalla spalla di suo padre e diede uno strillo. «Amour! Abbiamo dimenticato Amour!»
Era vero. Amour rattrappito e disgustato nel suo canestro della merenda se ne viaggiava nella notte verso il verde cuore delle Ardenne.
Vi fu un istante di muto sgomento, seguìto da molti vicendevoli rimproveri.
«In fin de' conti, peggio per lui», disse Chérie che era stanca e aveva fame. «E' colpa sua. Perchè non ha abbaiato? Sapeva perfettamente che si scendeva».
«Ma se gli abbiamo insegnato noi», singhiozzò Mirella indignata «a far finta d'essere una cosa da mangiare, quando si viaggia!»
«Via, via, Mirella, non piangere,» disse suo padre. «Telegraferemo alla stazione di Marche che lo fermino e ce lo rispediscano. Vedrai che domani ce lo vedremo ricomparire più seccante e scodinzolante che mai».
E così fu fatto.
Mentre attraversavano a piedi il silenzioso villaggio di Bomal, Chérie chiese a suo fratello: «Come mai Lulù non è venuta anche lei ad incontrarci? Potevi condurla nell'automobile».
[pg!22] Suo fratello esitò un istante prima di rispondere. «Ho mandato via l'automobile», disse.
«Mandata via?» esclamò Chérie. «Perchè?».
«L'ho.... l'ho prestata a qualcuno», disse il dottor Brandès.
«A chi?» chiese Mirella trotterellandogli accanto appesa al suo braccio.
Egli ebbe un piccolo sorriso: «Al re,» rispose.
«Oh, Dio!» disse Mirella, «che idea! Non era proprio un'automobile da prestare al re!... Ne avrà certo lui delle migliori!»
«Ognuno dà quello che ha, in tempo di guerra,» disse suo padre. «Sei stanca, uccelletto mio? Vieni ti porterò in collo». E di nuovo la sollevò e la portò in braccio come una bambinetta.
«Cos'è tutta questa tenerezza?» chiese Mirella, mettendogli il braccio intorno al collo e battendogli con la piccola mano sulle larghe spalle. «Cos'hai da essere così affettuoso?»
Chérie si mise a ridere. «Ma non è sempre affettuoso?» chiese, e alzò verso il suo grande fratello uno sguardo pieno di adorazione.
«Sì, sì, è affettuoso», rispose Mirella, col suo fare positivo. «Ma non così esageratamente». E risero tutt'e tre.
[pg!23] Frida, che li seguiva nell'ombra portando i libri, le racchette e gli ombrellini, sentì di odiarli di più perchè ridevano.
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Luisa Brandès — una sottile figura bianca nella bianca luce lunare — li aspettava, ritta sulla soglia di casa. Abbracciò Mirella e Chérie, salutò affettuosamente Frida; poi fece dare a tutte del latte caldo e dei biscotti e le mandò a letto.
«Ma io voglio raccontare a Papà che a momenti so nuotare, e che quasi so andare in bicicletta,» protestò Mirella attaccandosi stretta alla mano di suo padre.
«Glielo racconterai domani, tesoro mio», disse Luisa.
«Sì, domani», disse Claudio.
Ma il domani era nell'oscuro grembo degli Dei.
La mattina seguente, quando Frida e le due fanciulle scesero di buon'ora per la colazione, furono stupefatte di vedere Luisa — ancora nell'abito bianco della sera innanzi — seduta, sul divano, colla faccia pallida e gli occhi rossi. Alle loro domande essa rispose tremula che Claudio era partito. Due ufficiali erano venuti a chiamarlo [pg!24] verso la mezzanotte.... gli avevano dato appena il tempo di fare la valigia e prendere la sua borsa d'istrumenti chirurgici — poi l'avevano condotto via in gran fretta.
«Ma dove — dove è andato?» chiese Chérie.
«Non lo so,» rispose sua cognata e gli occhi neri le si soffusero di pianto. «Parlavano di mandarlo... non so... a un'ambulanza da campo... o al Deposito Centrale....»
«Cos'è il Deposito Centrale?» domandò Mirella.
Ma poichè nessuno lo sapeva, nessuno rispose.
A quel punto entrò Marietta, la cameriera, portando la colazione; e la seguiva sua madre, Maria, la cuoca. Tutt'e due avevano gli occhi rossi e appena interrogate si rimisero a piangere. Maria narrò che all'alba erano venuti i suoi due figli, Charles e Toinot, vestiti da soldato; avevano detto addio a lei ed a Marietta; il maggiore, Charles, che apparteneva al nono reggimento fanteria partiva per Stavelot; e Toinot, che non aveva ancora diciott'anni, s'era arruolato volontario e l'avrebbero mandato Dio sa dove.
«Certo,» soggiunse Maria, mentre le fitte lacrime le rigavano la faccia travagliata, «non [pg!25] c'è ragione di piangere. Si sa che non c'è alcun pericolo per il nostro paese. Ma tuttavia vedere i propri figli che se ne vanno così... cantando la Brabançonne.... come se andassero a morire» — la voce le si ruppe in singhiozzi.
«Certo, mia buona Maria,» fece eco Luisa, «non c'è ragione di piangere.»
E piansero tutte quante, amaramente e a lungo. Anche Frida, colla faccia nel fazzoletto, singhiozzava — un po' per fare come gli altri e un po' perchè un profondo Weltschmerz le commoveva il falso e sentimentale cuore tedesco.
Dietro suggerimento di Mirella si misero finalmente a tavola, e prendendo il caffè si sentirono un po' meglio. Visto che quasi tutti gli uomini di Bomal erano partiti o dovevano partire, fu un conforto per tutti il pensiero che Fritz Hollaender, il domestico confidenziale del dottore, essendo olandese, poteva rimanere. Certo Fritz non era una persona molto amabile; era anzi quasi sempre imbronciato e taciturno; ma, come fece osservare Luisa, appunto per questo si sentiva che era una persona di cui ci si poteva fidare.
«Io» — disse la saggia Luisa, che aveva ventott'anni ed era una fervida ammiratrice di Georges Ohnet — «io mi fido sempre delle persone [pg!26] che parlano poco e vi guardano bene in faccia quando rivolgete loro la parola.»
«A me Fritz non piace niente affatto,» dichiarò Mirella. «Trovo odiosa la forma della sua testa.»
«Non dir sciocchezze.» osservò Chérie.
«E detesto le sue orecchie,» soggiunse Mirella.
Frida, che stava inzuppando un croissant nel caffè, alzò il capo. «Egli ha le orecchie che Iddio gli ha date,» disse con le sottili labbra un po' tremanti.
Tutte la guardarono stupefatte, ed ella, facendosi di brace, abbassò il capo e rituffò il panino nella tazza.
Dopo colazione Luisa andò a riposare per qualche ora; Frida disse che aveva da scrivere delle lettere, e si ritirò in camera sua; mentre le due fanciulle decisero di andare alla Maisonnette des Lilas a far visita alle loro amiche, Cecilia e Jeannette Dorè. Bisognava decidere insieme che cosa avrebbero fatto per festeggiare il compleanno di Chérie il giorno 4 agosto.
Arrivate alla villetta di Madame Dorè, trovarono Cecilia e Jeannette affaccendate intorno al loro fratello Andrea, un biondo boy-scout di quattordici anni.
[pg!27] Cecilia gli cuciva sulla manica della blusa di tela verde una striscia colle iniziali: S. M.
«Che cosa vuoi dire S. M.?» domandò Mirella.
«Vuoi dire Service Militaire,» rispose con superbia Andrea.
«Ma guarda un po'!» esclamò Mirella, «e dire che non hai ancora quindici anni!»
Andrea si passò con aria distratta la mano nelle chiome. «Eh, già!» disse con fare di superiorità negligente, «poichè gli altri uomini se ne vanno tocca a noi di vegliare su di voi donne;» e degnò d'uno sguardo di benevola protezione la piccola Mirella che lo fissava estatica d'ammirazione.
«Tieni fermo quei braccio,» disse Cecilia, «se non vuoi ch'io ti punga!»
«Vostro padre dove è?» chiese Chérie. «E' partito anche lui?»
«Sicuro,» rispose Andrea. «Fa parte della Guardia Civica. L'hanno mandato alla Chaussée di Louvain, non lontano da Bruxelles.»
«Che confusione! che agitazione!» esclamò Jeannette, saltarellando per la stanza.
«Ma noi,» chiese Mirella — «contro chi combattiamo?»
«Non si sa ancora,» sentenziò Andrea. «Forse contro i francesi; forse contro i tedeschi.»
[pg!28] «E forse contro nessuno,» concluse Cecilia tagliando coi denti il filo, e spianando colla mano il bracciale ben cucito sulla manica del fratello.
«Eh, sì, probabilmente contro nessuno,» fece eco Andrea, non senza un poco di rammarico nella voce. «Già, nessuno oserà mai invadere il nostro paese.»
«Andiamo in giardino!» disse Jeannette.
————
Tale era l'anima del Belgio alla vigilia dello spaventevole suo fato. Senza dubbio, in alti lochi — nella Place Royale e nel Palais de la Nation — vi era chi vegliava in preda a febbrile angoscia, paventando e prevedendo l'immane calamità; ma per tutto il resto del paese non vi era che una certa irrequietezza quasi baldanzosa, un senso d'aspettazione risoluta.
Nessuno dubitava che i sacrosanti diritti della nazione non verrebbero rispettati; ciò nonostante — si diceva — non era un male l'essere preparati a tutto. E il paese si mobilizzava e s'armava.
Ma non v'era in quella dolce sera d'estate alcun serio allarme nei cuori; nessuno — dall'ultimo angolo del Lussemburgo, fino al più remoto casolare delle Fiandre — mirando tramontare [pg!29] quell'ultimo sole del luglio 1914 sui placidi campi di grano sognava che già nel crepuscolo stava a falce alzata la Morte, che già sulla soglia le nordiche belve appiattate e pronte al balzo fremevano, fiutando sangue.... Nessuno, nessuno sognava che di lì a quattro giorni su quelle ridenti vallate delle Ardenne l'orda delle jene germaniche sarebbe passata nel suo delirio di furore, nella sua frenesia di strage.
.... Oh, ridenti vallate delle Ardenne!...
***
Così, mentre nel villaggetto di Bomal, Chérie e Cecilia, Jeannette e Mirella correvano pel giardino soleggiato, a un lontano balcone di Berlino si affacciava in quell'ora stessa un uomo dalla barba grigia.
Ai suoi piedi ondeggiava una folla convulsa e tumultuosa. Parlava, parlava l'uomo dalla barba grigia. E prometteva sangue alle jene.
... Così, mentre le quattro soavi fanciulle progettavano sorridenti la festa che avrebbero fatta il quattro d'agosto, da quel balcone sulla Wilhelmstrasse veniva pronunciata la sentenza che determinava il loro fato e il fato dell'Europa.
«... Inviteremo Lucilla, Cricri e Verbena,» diceva Chérie.
[pg!30] «Distruggeremo quanti si porranno sulla nostra via!» gridava l'uomo sul balcone.
«... Faremo musica,» diceva Jeannette.
«Abbatteremo su loro il nostro pugno di ferro,» diceva l'uomo sul balcone.
«... E balleremo,» rise Mirella.
«E il nostro calcagno ferrato li schiaccerà,» disse Von Bethmann Holweg.
————
E le Jene Grigie ulularono.
[pg!31]
III.
Dal diario di Chérie.
Oggi è il primo d'agosto. Fra tre giorni avrò diciott'anni.
A diciotto anni, dice Luisa, si è una vera signorina. Non si portano più le treccie per le spalle; anzi, io mi pettinerò come Cecilia: tutti i capelli raccolti in cima al capo con un grande pettine spagnuolo! A diciott'anni si può anche portare dei gioielli, quando se ne hanno; e si può mettersi del profumo, e pensare: chi mai amerò?....
Cecilia mi dice che stamattina ha veduto passare Florian Audet. Era a cavallo, alla testa del suo squadrone di Lancieri. Ritto in sella, così bello e severo, pareva Lohengrin, dice lei. Forse quest'anno, con tutto questo trambusto di manovre e di mobilitazione, egli non si ricorderà della mia festa.... Chissà?
[pg!32] Oggi fa molto caldo.
Non abbiamo alcuna notizia di Amour. Povero Amour! Che cosa gli sarà accaduto? Siamo molto rattristate pensando alla sua sorte; e stanotte Mirella è venuta in camera mia a dirmi che non poteva dormire per il pensiero di certi schiaffi che gli aveva dato quando non se li meritava.
————
Più tardi. — Claudio scrive che il suo reggimento ha ricevuto l'ordine di recarsi a Mons. Dice che è possibile — ma non probabile — una invasione del nostro paese. Ci raccomanda, qualsiasi cosa accada, di essere molto calme e coraggiose.
All'idea di dover essere calme e coraggiose ci siamo talmente spaventate che non sappiamo più dove dar della testa. Ogni qual volta il campanello suona, ci figuriamo che è il nemico che arriva, e ci mettiamo tutte a strillare.
(Sentenza da ricordarsi: Non dire mai a nessuno di aver coraggio perchè questo mette paura).
————
2 Agosto. — Altra giornata torrida. Ah, se si fosse a Westende! Com'era bello laggiù quando si andava in bicicletta sulla sabbia nel vestito [pg!33] da bagno. Un giorno, ricordo, io arrivai fino all'Yser. L'Yser è un grazioso canale azzurro che separa Westende da Nieuport; sulla sponda del canale sta un uomo con una barca che vi traghetta a Nieuport per dieci centesimi. (Veramente io quel giorno non volevo affatto andare a Nieuport, poichè ero vestita da bagno. D'altronde, non avendo tasche, non avevo neppure i dieci centesimi).
Mi pare di non scrivere delle cose di grande importanza in questo mio diario. Me lo ha regalato mio fratello Claudio dicendomi che non lo riempissi di futili sciocchezze. Ma cosa scriverci? Qui, di fatti importanti non ne accadono mai.
Non vi è nessuna notizia di Amour.
La Germania ha dichiarato la guerra alla Russia. (Ecco, questo sarebbe un fatto importante, ma mi pare più una notizia da giornali che una cosa da mettere nel mio diario.)
Lulù afferma che la Germania ha tutti i torti, ma noi, essendo neutrali, non dobbiamo dirlo.
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Più tardi. — Questo pomeriggio — essendo oggi domenica — andremo a fare una gita. Si va con Frida a Roche-à-Frêne a girovagare tra le rocce. Verrà forse anche Lulù; e Fritz [pg!34] ci seguirà con un cesto di sandwich, latte e frutta. E' stata Mirella a suggerirlo. Ha detto stamattina a colazione: «Mammà! Adesso mi pare che siamo stati tristi abbastanza. Abbiamo pianto e strillato tutto ieri e ier l'altro. Oggi si potrebbe andare in escursione a Roche-à-Frêne.»
Mirella è intelligentissima; e sarebbe anche bella. Peccato che abbia i capelli che non si arricciano.
————
Sera, tardi. — Siccome niente d'importante è avvenuto quest'oggi — eccettuata una sola cosa — descriverò in questo diario la nostra escursione.
(Dirò subito la cosa importante: abbiamo veduto Florian e mi ha promesso di venire senza fallo a trovarci il giorno della mia festa.) Ora dunque parliamo della gita. Eravamo quasi allegre dopo essere state così tristi e spaventate in questi giorni passati a causa della guerra. Anche Lulù disse che era difficile pensare ad avvenimenti spaventosi con un sole così gaio e un cielo così bleu.
Frida per tutta la strada fu arcigna e silenziosa, e continuamente rallentava il passo per stare dietro a noi e vicino a Fritz. A proposito: Lulù ci disse che se il contegno della [pg!35] Germania non fosse corretto tutti i tedeschi sarebbero espulsi dal Belgio.
Questo vorrebbe dire che anche Frida se ne andrebbe. Se così fosse non ce ne dispereremmo. Essa è assai cambiata da qualche tempo in qua. Non risponde quando le si parla; quando scherziamo e ridiamo tra noi, essa ci guarda fisso coi suoi occhi tondi e vitrei, che sembrano, dice Mirella, quelli di un gatto randagio nella notte.
«Guarda Frida che fa il gatto crepuscolare,» dice Mirella ad ogni istante.
Questa similitudine di Mirella mi dà l'idea che Frida possa essere innamorata, poichè ho sentito dire che è l'amore che rende così strani e pazzeschi i gatti nella notte.
Sarebbe assai romantico e interessante se scoprissimo che Frida è innamorata!
Se non fosse che Fritz è un semplice servitore — mentre Frida è una damigella di compagnia — direi quasi ch'ella potrebbe essere innamorata di lui. Egli però non la guarda mai se non con un cipiglio da far paura.
A proposito di Fritz, oggi durante l'escursione lo vidi fare una cosa molto strana.
Ci eravamo scostati dalla strada e si camminava tra le roccie, quando a un dato punto scoprimmo [pg!36] una fonte d'acqua chiarissima, quasi nascosta tra cespugli e felci. Mentre le altre proseguivano, io ero rimasta indietro e mi arrampicavo a cercare del capelvenere; vedevo da lontano Fritz che aveva lasciato anche lui la strada e veniva lentamente dietro a noi. Appena egli scorse la fonte montanina vidi che si fermò di botto, chinandosi a guardar l'acqua. Indi si tolse rapidamente di tasca un taccuino, ne strappò un foglio e guardatosi attorno come se temesse d'essere veduto, vi scribacchiò qualche cosa. Poi tornò indietro frettoloso. Giunto al punto dove avevamo abbandonato la strada vidi che fissava il foglietto bianco sul tronco di un albero.
Mi venne in mente che potesse essere un messaggio amoroso.... forse per Frida. E appena egli fu ripassato scivolai giù per le rocce e corsi a guardare. Sul foglio erano scritte due sole parole: «Trinkwasser — rechts.»
Trovai la cosa molto strana. Non avevo mai pensato che Fritz sapesse il tedesco. Fantasticando ripresi il cammino e quando raggiunsi Fritz stavo per domandargli il significato di quel foglietto; ma appena egli mi vide parve così sorpreso e incollerito che non osai parlargli. Più tardi seguendo un sentiero nei boschi trovammo [pg!37] appiccicato su una roccia un altro foglietto di carta. Vi stava scritto: «Trinkwasser. — links.» Allora raccontai a Lulù ciò che avevo visto ed essa andò difilata a Fritz a chiedergliene la spiegazione. Fritz rispose che l'aveva fatto per Frida; tanto perch'ella sapesse dove trovare dell'acqua da bere. «Frida è un'anima assetata,» soggiunse ridendo e mostrando una quantità di piccoli denti da coniglio. Credo che sia la prima volta che vedo ridere Fritz in tutto questo tempo che è con noi. Confesso che non è molto bello quando ride.
Ma — come ha detto Frida delle sue orecchie — egli ha il sorriso che gli ha dato Iddio.
La gita a Roche-à-Frêne è grandiosa e fantastica. Dopo la nostra merenda restammo sdraiate sull'erba a guardare il cielo. Io forse sonnecchiai un pochino perchè tutt'a un tratto mi parve di essere a Westende quel giorno che l'aeroplano mi passò sopra mentre nuotavo.... Udii l'aspro ronzio del motore, ma stavolta m'impressionò lo strepito, ch'era straordinario; certo non ho mai udito un motore così rumoroso. Aprii gli occhi e vidi l'aeroplano proprio sopra di noi. Volava ad una grande altezza e aveva una strana apparenza d'insetto. Sembrava uno scarabeo. Era tutto bianco, con una larga [pg!38] striscia di celeste vivo sotto ogni ala. Notai anche che le ali avevano una forma curiosa; non erano diritte come quelle di tutti gli aeroplani che ho veduto, bensì si curvavano all'indietro come le ali degli uccelli.
Tutti guardavano in su e Mirella esclamò: «Com'è bello! pare uno scarabeo bianco! E vedete quelle striscie azzurre sotto le ali?...»
Allora accadde una cosa straordinaria. Fritz che stava seduto un po' discosto da noi leggendo un giornale, scattò in piedi. Egli è miope e, nel balzo che fece, gli occhiali gli caddero dal naso sull'erba. Allora si pose a gridare come un forsennato: «I miei occhiali, i miei occhiali!» E pestava i piedi; pareva impazzito. Per colmo, ecco Frida che si precipita a cercarglieli come se fosse la sua serva. Fritz gridava ancora: «Come ha detto — come ha detto? Uno scarabeo bianco?... con striscie azzurre sotto l'ali?...» e Frida guardando in su diceva: «Ja! ja! ja!» Parevano due pazzi.
L'aeroplano passò ronzando e sparve. Lulù s'era levata in piedi; era pallidissima. Subito dispose che tornassimo a casa; e per tutta la strada non aprì bocca.
Fu mentre attraversavamo Luzaine che c'imbattemmo in Florian. Era a cavallo e ricordai [pg!39] che Cecilia lo aveva paragonato a Lohengrin. Io trovai che somigliava forse più a Carlo il Temerario o a Cid el Campeador. Egli c'informò che il suo reggimento era accampato sulle sponde della Mosa in attesa d'ordini. S'aspettava da un istante all'altro d'essere mandato alla frontiera. Mentre egli ci narrava questo, il suo cavallo — un sauro magnifico — s'impennava e indietreggiava capriolando con passo di danza, come un cavallo da circo. Lui stava in sella, ritto e immobile, e mi sorrideva col sole negli occhi.
Mi promise, che, se non lo mandavano al fronte, sarebbe venuto senza fallo il giorno 4 a farmi gli auguri. Anche se non gli concedevano che un'ora sola di congedo. Gli ricordai che infatti egli non aveva mai mancato di venire a trovarmi in quel giorno; fin dal primissimo anno che arrivai in casa di mio fratello Claudio.
Ricordo perfettamente quel primo compleanno. Compivo — in quel lontano 4 di agosto — gli otto anni, e avevo perduto un mese prima il papà e la mamma a Namur.
Lulù mi dice ancor oggi che in quell'epoca ero una piccola selvaggia, scontrosa e tremante nei miei vestitini da lutto; piangevo sempre e avevo paura di tutto e di tutti.
[pg!40] Ebbene, in quel giorno del mio ottavo compleanno, poichè non facevo che piangere e singhiozzare, mio fratello Claudio ebbe l'idea di mandare a prendere Florian, ch'è suo figlioccio, pregandolo di provarsi a fare amicizia con me. Ricordo, come oggi, Florian al suo entrare in questa camera — proprio qui, in questa camera d'ingresso dove ora sto scrivendo. — Mi par di rivederlo, un ragazzo quattordicenne, alto, coi capelli ricci e gli occhi di un azzurro d'acciaio; mi sembra che assomigliasse un poco ad Andrea; ma più in bello!
Era ciò che Lulù chiama: «un petit type très-crâne.»
«Bonjour,» mi diss'egli nella sua voce chiara e risoluta. «Io mi chiamo Florian. Detesto le ragazze.» Mi parve strano che mi dicesse questo, e smisi di piangere per dare in una risatina. «Già,» continuò Florian guardandomi con aria di disapprovazione, «le ragazze — o stanno sempre a piagnucolare, o allora ridono come tante oche.»
Io cessai subito di ridere; e smisi poi anche di piagnucolare per non essere detestata da Florian.
.... Questi ricordi mi passavano per la mente oggi mentre lo guardavo; egli si chinava verso [pg!41] Luisa e le parlava a bassa voce, mentre il suo cavallo continuava a fare il passage, roteando e capriolando da una parte all'altra della strada.
Sì, egli somigliava davvero a un Charles le Téméraire molto giovane; od anche a quel cavaliere della leggenda che andò a svegliare la «Belle au Bois dormant»...
————
3 Agosto. — Siamo molto felici! Abbiamo saputo che Amour è salvo. Si trova in custodia del capo-stazione di Marche, e il nostro piccolo amico Andrea andrà domattina prestissimo a prenderlo. Andrea ci fa osservare che l'andare a cercare i cani smarriti non è precisamente un servizio militare; ma soggiunge che è dovere di ragazzo esploratore il soddisfare i desideri d'ogni dama che richieda il suo aiuto. Quindi anche il rintracciare le loro bestie favorite non è cosa indegna di un boy-scout. Ha anzi soggiunto che per questa impresa porterà i colori di Mirella; ed essa, molto lusingata, gli ha legato intorno al braccio il nastro rosa un po' sgualcito che porta in fondo alla treccia.
Abbiamo invitate Lucilla, Jeannette, Cecilia e Cricri a venire da noi domani sera. Non sarà una vera festa come l'anno scorso perchè tutto è antipatico e disagevole a cagione dei tedeschi che [pg!42] si comportano così male. Per quanto neutrali si sia, non si può a meno d'essere disgustati di loro.
Credo che anche Frida si vergognasse oggi a tavola, quando Lulù lesse ad alta voce ciò che la Germania ha osato di fare. Figurarsi che i tedeschi si sono permessi di mandare una nota al nostro re proponendo — nientemeno! — ch'egli li lasciasse passare attraverso al nostro paese per arrivare alla Francia! Che insolenza!
Naturalmente il re ha risposto: — No! —
Siamo tutti usciti questo pomeriggio per recarci al piazzale della chiesa ad acclamare il nostro adorato sovrano. E' venuto Andrea a dirci che tutta Bomal vi accorreva; difatti è stata una bellissima dimostrazione. Eravamo tutti entusiasti. Il Borgomastro fece un gran discorso, poi cantammo la Brabançonne; ed infine Monsieur le Curé invocò la benedizione del cielo sul nostro paese e sul nostro re.
Tutti sventolavano i fazzoletti e c'era anche chi piangeva. Era accorso tutto il paese — non mancava nessuno. Solo Frida non volle venire con noi; si tappò in casa vergognandosi, certo, di essere tedesca. C'era anche Fritz; anzi Marietta osservò ch'egli era veramente l'unico giovinetto rimasto in Bomal. E' vero. Tutti gli altri [pg!43] o sono stati chiamati al servizio militare o sono partiti volontari. La piazza oggi era gremita di ragazze, di bambini e di gente molto vecchia.
Confesso che mi fa piacere il fatto che Fritz appartenga a noi. Avere un uomo in casa — come diceva bene l'altro giorno Lulù — vi dà un certo senso di sicurezza. Gliene riparlai oggi mentre tornavamo a casa; ma Lulù scosse nervosamente il capo. Pareva agitata e inquieta. «Ma Chérie!» disse stringendomi convulsamente il braccio, «non ti sei accorta come Fritz è cambiato? Dacchè Claudio è partito egli non si comporta più da domestico; non viene mai a chiedere i miei ordini; e ier l'altro a Roche-à-Frêne pareva un pazzo. — E pareva pazza anche Frida,» continuò Lulù, guardandosi attorno con gli occhi spauriti. «Non so, non so... vorrei che Claudio tornasse!»
E' un fatto che c'è qualche cosa di strano nel contegno di Fritz. Questa sera, per esempio, quando ci portò il giornale rimase lì a guardarci mentre l'aprivamo. Aveva un fare insolente e le mani in tasca.
Io lessi forte dal giornale: «I tedeschi entrano nel granducato di Lussemburgo e s'impossessano delle linee ferroviarie...» All'esclamazione [pg!44] costernata di Lulù alzai gli occhi, e allora scorsi Fritz che ci fissava con un risolino strano. Sotto ai nostri sguardi stupiti egli si tolse le mani di tasca; ma continuò a guardarci fisso.
«Questa è una notizia spaventosa,» mormorò Lulù.
Fritz disse: «Sissignora,» e aveva sempre sul volto quel suo strano sorriso di coniglio.
Vi fu un istante di silenzio: poi Lulù sospirò tra sè e sè: «Chi l'avrebbe mai detto?... Dieci giorni fa nessuno pensava alla guerra...»
«Oh!» fece Fritz. «La signora si sbaglia. C'era — c'era chi ci pensava.»
«Da dieci giorni...» balbettò Lulù.
«No. Da dieci anni!» rispose Fritz, con un sinistro balenìo negli occhi.
Seguì un nuovo silenzio. Indi Lulù domandò con voce-un po' tremante: «Vi disse qualche cosa il padrone l'altra notte quando l'accompagnaste alla stazione?... Lo lasciaste nel treno, non è vero?»
«Sissignora,» rispose Fritz, secco.
«E che cosa vi disse?» ridomandò Luisa.
Fritz attese un gran pezzo prima di rispondere. Poi crollò le spalle. «Ne disse tante di cose.»
[pg!45] «Ditemele!» ordinò Luisa. «Ripetetemi le sue precise parole.»
Fritz si rimise le mani in tasca e si appoggiò in atteggiamento insolente allo stipite della porta. «Mi disse: — Fritz, tu sei un servitore devoto e fedele! —» Ancora gli balenò sul volto quello strano sorriso.
«Già...» mormorò Luisa impallidendo un poco.
«Mi disse: « — Lascio qui tutto ciò che ho di più caro — mia moglie, mia figlia, mia sorella....»
«Sì...» ansò Luisa.
«Mi disse» — e Fritz alzò la voce — «difendile, Fritz, se vengono quelle belve. — Già. Ha proprio detto così: quelle belve! — Quelle belve!» egli ripetè forte e pareva volesse fulminarci cogli occhi.
Lulù divenne bianca come un lino, ed anch'io mi sentii venir freddo.
In quel mentre era entrata saltarellando la piccola Mirella, e udì le ultime parole di Fritz.
«Ma di che belve parlate?» chiese lei, un poco impressionata.
Fritz si rivolse alla piccina e la fissò con uno sguardo terribile.
«Di belve feroci!» disse lui. «Belve tedesche!... E ne sentirete le zanne!»
[pg!46] Poi girò sui tacchi e se ne andò, lasciandoci esterrefatte e mute.
————
Che cosa significa tutto ciò?
Lulù ha scritto una lunga lettera a Claudio. Ma gli giungerà? E se pur gli giunge, potrà egli ritornare a noi?
[pg!47]
IV.
Dal diario di Mirella.
Questo è un giorno importante: il quattro agosto — giorno di nascita di Chérie. Lulù le ha regalato un orologio d'oro e una sciarpa di seta lunga lunga color cielo. Io le ho regalato una scatola di cioccolatini, quasi piena. Anche una testa di clown dipinta su un pezzo di gomma; è una faccia molto comica che se si preme di qua o di là fa delle boccacce e delle smorfie. Le ho anche regalato il mio salvadanaio vuoto, un po' rotto. Ma abbastanza bello. E' foggiato ad elefante, e ciondola la testa quando vi si mette dentro del denaro, e poi seguita a ciondolarla per un pezzo come se ne domandasse ancora.
Cecilia e Jeannette hanno mandato delle rose; Lucilla e Cricri una scatola di fondants; Verveine [pg!48] Mellor, da cui non ci si aspettava nulla, mandò un parasole rosso. Veramente non avevamo invitato Verveine per questa sera perchè abita così lontano, quasi fuori del paese; ma visto il parasole, la inviteremo.
C'è mancato poco che mammà non lasciasse venire nessuno, tanto essa e Chérie si tormentano all'idea dei tedeschi; ma io ho pianto — e so che detestano di vedermi piangere — allora la mamma ha finito col dire che, dopo tutto, lasciar venire quelle cinque ragazze che vediamo tutti i giorni non era poi un ricevimento. Dunque verranno; ed io metterò il mio vestito rosa.
Il grande avvenimento di quest'oggi è stato l'arrivo di Amour nel suo cesto con quattordici franchi da pagare. Siamo molto contente di riaverlo; Chérie ha detto ch'era quasi come se le avessero regalato un cane nuovo per la sua festa. L'unica contrarietà riguardo ad Amour è che ha preso subito tra i denti la faccia di gomma dipinta che io aveva regalata a Chérie e non c'è stato verso di fargliela lasciare. E' scappato via e si è nascosto per rosicchiarla in pace. Difatti, quando l'abbiamo poi ritrovata sotto al letto, tutti i colori erano stati leccati via e non era più che un pezzo di gomma informe. [pg!49] Chérie mi assicura che le piace lo stesso, e Marietta dice che può servire molto bene come gomma da cancellare.
Marietta e Maria oggi se ne vanno; dicono che hanno paura a star qui. Si portano via poca roba e vanno a Liegi, dove si sentiranno più al sicuro. Maria ha raccomandato che andassimo via anche noi, e mammà ha detto che se le cose arrivassero a quel punto, certamente ce ne andremmo.
Mammà ha pianto due o tre volte oggi. E Frida fa finta di essere ammalata e s'è chiusa in camera sua. Da iersera non abbiamo più visto Fritz. Insomma, tutto è molto spaventoso e interessante. A pranzo dovremo servirci da noi e non ci sarà gran che da mangiare perchè nessuno ha fatto la cucina; ma non importa poichè vi sono molte paste e dolci preparati per la festa di questa sera. Anche delle tartine al foie-gras. Tutto è bene accomodato con fiori su una lunga tavola. Da bere avremo aranciata e granatina. Dovevano esserci anche i gelati, ma il pasticciere è andato a fare il soldato avant'ieri e sua moglie dice che ha troppi fastidi e troppi bambini per stare a fare i gelati. Essa ci raccontò che suo marito con tanti altri soldati stavano scavando dei fossi tutto intorno al Belgio [pg!50] per impedire ai tedeschi di entrare. Adesso vado a vestirmi. Chérie si fa molto bella. Mette il suo vestito di velo bianco come una sposa. Si fa anche una pettinatura nuova, tutta a girigoggoli che pare una torta — quella torta col rhum che Frida chiama «Kugelhopf.» Mammà ha promesso di farsi bella anche lei. Ha anche promesso che fino a domani non penserà più alla guerra nè ai tedeschi per non guastarci la serata, perchè — come le ha fatto osservare Chérie — non si compiono i diciotto anni che una sola volta nella vita!
Adesso che ci penso, anche gli undici non si compiono che una sola volta nella vita. Mi ricorderò di dirlo anch'io il giorno del mio compleanno; ho visto che mammà se ne è molto commossa....
————
Così scriveva Mirella seduta al tavolo in sala da pranzo; e il suo atteggiamento — dalla testa molto inclinata sull'omero, alla punta della lingua sporgente e moventesi lentamente da un angolo all'altro della sua piccola bocca socchiusa — dinotava accuratezza e diligenza.
Dietro a lei la porta s'aprì senza grande strepito e Fritz s'affacciò per un istante. Guardò intorno, poi richiuse la porta e stette in ascolto [pg!51] sul pianerottolo; si udivano indistintamente dalla camera da letto le voci sommesse di Luisa e Chérie.
Fritz salì rapido al secondo piano e girò la maniglia della stanza di Frida. Era chiusa a chiave.
«Apri la porta,» comandò.
Frida obbedì. Non era la prima volta ch'essa apriva la sua porta a Fritz.
«Come parli forte,» susurrò ella in tono di rimprovero; e richiuse a chiave l'uscio. «Forse ti avranno udito.»
«E quand'anche?» disse Fritz. «Udranno ben altro.» Sedette ed accese una sigaretta. «Ah, ecco! Da due anni faccio il servitore qui. Da domani in poi diventerò il padrone.»
«Da domani!» balbettò Frida impressionata. «Ma che cosa dici?»
«Dico che ci siamo! Ci siamo finalmente!» esclamò Fritz, e il suo sguardo si levò lucido e feroce, verso la finestra aperta al cielo d'occaso.
Già da tempo il sole tondo e rosso — il gran sole d'agosto — era tramontato, ma il giorno s'indugiava ancora come se gli dolesse di finire. Là dove il cielo era più chiaro esso portava nel seno la falciuola scolorita della luna nuova, [pg!52] come una pallida ferita per la quale il giorno dovesse morire.
«Ci siamo, ci siamo!» ripetè Fritz. «E tu tienti pronta alla partenza.»
————
In quel giorno stesso l'uragano s'era già scatenato sull'Europa. Le Jene Grigie si riversavano sul Belgio dal Sud-Est. A Dohain, a Francorchamps, a Stavelot l'orda cenerognola s'avanzava inesorabile, onda su onda, spargendo intorno la violenza e la morte.
Ma i cannoni non parlavano ancora. Nel villaggetto di Bomal, discosto appena una ventina di miglia, nulla se ne sapeva; e Luisa appuntando una rosa nelle treccie lucenti di Chérie diceva: «Domani penseremo alla guerra.»