DIANA DEGLI EMBRIACI.
DIANA DEGLI EMBRIACI
STORIA DEL XII SECOLO
DI
ANTON GIULIO BARRILI
Seconda edizione
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1882.
Proprietà letteraria.
Tip. Fratelli Treves.
DIANA DEGLI EMBRIACI
CAPITOLO PRIMO. Ero aspetta Leandro.
Era il 20 di ottobre dell'anno 1101 dopo il parto della Vergine, giusta la frase notarile dei tempi, ed era una giornata bellissima, rallegrata da un cielo senza nuvole e dai tiepidi raggi di un sole che pareva di primavera. Miracolo, questo, che accade di sovente in Liguria, ove la limpidezza del firmamento e la mitezza del clima fanno credere talvolta che il vecchio Saturno, o chi per lui, volti a rovescio, non una, ma cinque o sei pagine del calendario.
Le case di Genova, biancastre nello intonaco delle mura e nelle lavagne distese sui tetti, splendevano a quel saluto amoroso del sole; ma più di tutte splendeva la torre degli Embriaci, la regina delle torri genovesi, superba de' suoi cento e ventisei piedi d'altezza, delle sue pietre riquadrate alla foggia romana e del triplice giro delle sue caditoie sporgenti.
Ora, se i lettori benevoli si degnano di seguirmi su quella torre, che offre certamente la più bella tra le vedute della città, io farò loro assai volentieri da cicerone, e mostrerò che cosa fosse Genova, nell'anno di grazia 1101, cioè a dire centosettantasei anni dopo l'edificazione della seconda cinta di mura.
La prima cinta, siccome è noto, si ristringeva al colle di Sarzano (fundus Sergianus) e suoi dintorni, formando un quadrato irregolare, due lati del quale si bagnavano in mare, e gli altri due si prolungavano dentro terra, andando a chiudersi, verso tramontana, in cuspide di freccia, alla porta di Sant'Andrea, una delle cinque per cui si entrava in città. Senonchè, nell'anno 925, si conobbe che la vecchia cinta era strettina parecchio, di guisa che i cittadini già avevano incominciato a rizzar le case di fuori. E allora i consoli fecero una giunta alla derrata, prolungando le mura verso ponente, in modo da poter chiudere nel nuovo giro la chiesa cattedrale di San Lorenzo, le case su cui fu murato più tardi il palazzo del Comune, e tutte le altre verso il mare, dove, tra una chiesa ed una porta (il luogo dicevasi appunto San Pietro della Porta), aveva a costituirsi il centro del traffico genovese, sotto il nome famoso di piazza de' Bianchi.
Come vedete, la città non era spaziosa. Per contro, le case salivano in su, come altrettante torri di Babele, per dare la scalata al firmamento; e le strade non vedevano, la più parte, che una breve lista di cielo, mentre tante altre non ne vedevano affatto.
Fortunati erano gli abitanti del colle di Sarzano, e più fortunati ancora gli Embriaci, la cui torre, sebbene eretta a mezzo il pendìo, si alzava smisuratamente, signoreggiando la sommità delle colline circostanti e del mare vicino. La torre minacciosa presentava i suoi quattro spigoli ai quattro punti cardinali, quasi volesse sfidarli a battaglia. A levante vedeva Carignano (fundus Carinianus) su cui erano ancora da nascere le case dei Fieschi e de' Sauli; più presso, ma sempre dallo stesso lato, il vasto colmo di Sarzano, che le schierava dinanzi le torri del vecchio Castello, insieme colle case dell'arcivescovato. Da settentrione le si affrontavano i monti e le colline digradanti ad anfiteatro fino alla chiesa di Santo Stefano e a quella di Sant'Ambrogio, ove la lunga ospitalità del V secolo al clero ambrosiano avea ristretti gli antichi vincoli di fratellanza tra genovesi e milanesi. Da ponente andavano man mano allungandosi le coste dei monti, lasciando tra le loro falde e il mare un largo campo alle sparse ville, donde torreggiavano i campanili di San Giovanni di Piè, di San Siro e di Nostra Signora delle Vigne, coi loro cappelli di pietra. Lascio pensare ai lettori come avesse a destare l'invidia universale messer Guglielmo Embriaco, padrone di quella torre e delle case sottoposte.
Per molte altre ragioni egli era del resto invidiato, quel degno capitano ed ottimate di Genova. E i lettori sullodati le sapranno tutte per filo e per segno, se non darà loro fastidio lo attendere.
Nella mattina del 20 ottobre dell'anno 1101 (ripeto la data per non avere a tornarci più su) una bella fanciulla, dalle forme elette e dal leggiadro portamento, stava ritta sull'alto della torre che ho detto, facendosi solecchio con una mano, tesa in arco sulle ciglia, mentre coll'altra si appoggiava lievemente alla merlata, ond'era cinto tutto intorno il terrazzo. E il sole, mentre spaziava a sua posta in capricciosi riflessi tra le bionde chiome della fanciulla, rammorbidiva la sua luce sul volto roseo, segnandone senza rigidezza i graziosi contorni, e lasciando la sua giusta parte di efficacia al profondo bagliore di due occhi pericolosamente turchini.
Ho detto pericolosamente turchini, e non mi disdico. Se forse l'ardimento della frase non trova grazia presso i castigati scrittori, io so, per contro, di aver dalla mia le ombre di tutti i genovesi che vissero nei primi trent'anni del dodicesimo secolo e si sentirono feriti dagli occhi inconsapevoli della bella Diana degli Embriaci.
Tornando alla mia descrizione (brevissima, non dubitate, e appena quel tanto che può parer necessario ai più frettolosi) vi dirò che una veste di lana bianca le si stringeva alla vita, scendendo in larghe pieghe dal fianco, senz'altro ornamento che una molle cintura di cuoio. I capegli, non rattenuti da reticella, o trecciera, apparivano poco meno che sciolti, e in dorate anella le ricadevano sul collo. Così semplice nella sua foggia di vestire, ma ricca di grazie naturali, ella era la più leggiadra figura di donna che si potesse immaginare sognando. Laonde, non ho mestieri di dirvi se facesse dar volta al cervello dei giovani cavalieri, quando essi la vedevano scendere, accompagnata dalle sue donne, per recarsi a pregare nella chiesuola vicina di San Cosmo, o nell'altra, poco più lunge, di San Pietro alla Porta.
Diana, dal canto suo, non badava ad alcuno; e non già per infinta verecondia, chè ai tempi suoi le istitutrici forastiere e i monasteri del Sacro Cuore erano ancora di là da venire, sibbene perchè il cuore della bella Diana era in Terra Santa, dove stava suo padre, dove stavano i fratelli. E siccome il cuore delle fanciulle (così dispose provvidamente la divina bontà) non può contentarsi ai soli affetti di casa, è ragionevole il credere che in Terra Santa ci fosse qualchedun altro, il quale tenesse la miglior parte di quel cuoricino in amorosa custodia.
Una supposizione di questa fatta servirebbe anco a chiarirvi perchè la fanciulla, che da parecchi mesi soleva passare ogni giorno lunghe ore sull'alto di quella torre, guardando con mesta assiduità sul mare, là dalle parti di levante, da alcuni giorni usasse guardarvi con ansia irrequieta, e stancasse i suoi begli occhi azzurri su quelle liste luminose segnate dal sole là dove il mare sembra confondersi col cielo, e dove sogliono apparir le navi a guisa di punti neri.
E di punti neri ella ne aveva scorto quella mattina più d'uno; i quali erano venuti a mano a mano ingrossando e già davano sembianza d'una armata in viaggio. Al momento in cui la mia storia incomincia, quei legni erano già a due tratti di balestra dalla punta del Faro, e un occhio esercitato nelle cose marinaresche ne poteva distinguere le insegne.
La pratica navale stava per l'appunto a fianco di Diana, ad una rispettosa distanza, sotto la forma di un uomo a cui le molte rughe segnate sul viso davano un'età fra i cinquanta e i sessanta, sebbene i capelli neri e lucenti mostrassero la loro ostinatezza nel volerne confessare una quarantina soltanto. Il vecchio teneva la sua berretta in mano; era vestito d'un saio, stretto ai fianchi da una larga cintura di cuoio, donde pendeva una rispettabile daga. A compiere il ritratto, dirò che portava raso il mento e le guancie, come un vecchio nostromo delle Riviere ligustiche; la qual cosa faceva spiccar meglio uno sfregio che dal fronte gli scendeva giù lungo la guancia, e colla sua tinta di rosso acceso mostrava di non essere antico.
— Ecco, — diceva egli, proseguendo un discorso che già durava da un pezzo tra lui e la giovine signora, — si ravvisano già tutte. Le son proprio ventisette, con sei navi per giunta, nè più, nè meno, di quante ne partirono un anno fa, il primo giorno d'agosto. Ecco la Embriaca, madonna; vedete come è superba di portare il vostro gran genitore, il valoroso messer Guglielmo, Testa di maglio! —
Testa di maglio, era il soprannome dato dai genovesi a messer Guglielmo Embriaco, per la sua forza erculea e per l'uso che ne aveva fatto in certo frangente. Si raccontava che nella presa di Gerusalemme, rottasi a lui la spada fra le mani, il forte uomo si gettasse col capo innanzi dove più grande era la ressa dei Saraceni, e colla cervice, rivestita com'era dall'elmo di ferro, rompesse bravamente l'ostacolo.
— Maledetta ferita! — proseguiva il vecchio. — Se ella non mi avesse inchiodato sul letto quando i nostri partivano per la seconda giostra, io ora potrei esser là, di ritorno, con messer Guglielmo, a far la mia buona figura a capo dei balestrieri. I miei compagni tornano da accoccarle a quei cani d'infedeli; io, invece, sono stato qui a mondar nespole.
— Mio povero Anselmo, e non potresti anco avervi lasciato la vita? E che sarebbe allora di tua moglie?
— Mia moglie! — borbottò il vecchio balestriere. — Non è ella al vostro servizio, madonna? D'altra parte non son morto in Antiochia e non c'era pericolo che io morissi poi. Vi so dir io che il colpo era bene assestato. Cane d'un Saracino! Fortuna che ho avuto ancora il tempo a rendergli tre pani per coppia.
— Anselmo, — interruppe Diana, — tu devi conoscere tutte le galere che entrano. Potresti dirmene i nomi?
— Oh perdonate, madonna! Raccontavo le mie prodezze per la millesima volta. Ecco, quella che viene prima delle altre è l'Embriaca. Dietro a lei c'è la Raschiera e la Mallona. Quell'altre due più lontane, verso mezzogiorno, sono la Marina e la Caffara. Quella laggiù, che pare non voglia spiccarsi ancora dal promontorio di Carignano, dev'essere la Pomella. Poverina, è carica d'anni e di gloria! Essa è quella che sette anni addietro ha portato in Terra Santa il conte Goffredo di Buglione, quando il degno uomo è andato a buscarsi quella brutta ceffata dal custode del Santo Sepolcro. Questa poi, a poggia della Mallona, è la Spinola, comandata da vostro cugino, il buon messer Lamberto.
— E non vedi tu.... poichè siamo tra cugini.... non vedi tu la Carmandina?
— Aspettate, ci guardo. Dovrebb'essere quell'altra là.
— Dove?
— La penultima, che vien di conserva con quella di vostro zio, il console Amico Brusco. La riconosco al suo castello di poppa, più rilevato degli altri.
— È una ventura, — soggiunse Diana, quasi parlando a sè stessa, — è una ventura che tutti tornino a casa. Beate le famiglie che vedranno i lor cari!
— Sicuro! — ripigliò il balestriere, sorridendo, — e tra essi il leggiadro Arrigo di Carmandino.
— Anselmo!
— Scusate, madonna, la mia rozza sincerità. Qualche volta mi vien voglia di mordermi la lingua.... e forse sarebbe meglio. Ma che volete? Bisogna che dica pane al pane, io! E non vi ho forse veduta alta tanto e palleggiata sulle mie braccia?
— Sì, mio povero Anselmo, gli è vero, e so che tu ci ami tutti, quanti siamo della nostra casa.
— Tutti, davvero. E come non si avrebbe da voler bene a voi, a messere Guglielmo, vostro padre, a messer Ugo, vostro fratello, e da baciare dove passate?
— Tu dimentichi qualcheduno! — esclamò la fanciulla, con accento di rimprovero, temperato dall'atto amorevole con cui posò la sua bella mano sulla spalla del balestriere.
— Ah sì; messere Nicolao. Che farci, madonna? Gli è un prode cavaliere, non lo nego, ma io non posso mandar giù quel Gandolfo del Moro, che lo ha stregato, coi suoi occhi torvi e i suoi capegli arruffati. —
A quel nome, profferito dal suo fedel servitore, la fanciulla degli Embriaci si era fatta pallida in viso, e Anselmo sentì la sua mano delicata tremargli sull'òmero.
— Vedete se non ho ragione! — continuò egli. — Anche a voi, solo quel nome ha fatto sgomento. —
Mentre la sua giovine signora cercava le parole per rispondergli, un lungo grido si levò per l'aria. Le prime galere entravano nel piccolo porto di Genova, e il popolo, che si era accalcato alla riva e lungo le mura alle Grazie, faceva le prime accoglienze festose ai reduci di Palestina.
— Scendiamo, Anselmo; — disse la fanciulla. — Corri tu primo, e fa schierare nel portico tutta la famiglia, perchè sia degnamente onorato il mio gran padre e signore. —
Il balestriero fu sollecito ad obbedire, e disparve tosto per l'abbaino. La bella Diana gli tenne dietro, dopo aver dato un ultimo sguardo alla Carmandina, che si era avvicinata anch'essa alla punta del Faro.
CAPITOLO II. Qui si narra di Arrigo da Carmandino, come pigliasse la croce per gli occhi d'una donna.
Prima di andar oltre nel racconto, e mentre Genova, affollata sul molo, festeggia l'arrivo dei suoi crociati da Cesarea, vi dirò qualche cosa di Arrigo da Carmandino, e dei suoi primi amori colla bella Diana.
Arrigo da Carmandino era il più giovine di tre fratelli, chiarissimi per nobiltà di sangue e per amore della loro terra. Prendevano essi il nome dal borgo di Carmandino, in Polcevera, e i loro antenati erano d'una medesima stirpe coi signori delle Isole e con quelli di Manesseno, più noti pel soprannome di Spinola, donde si spiccavano appunto allora i rami gloriosi degli Embriaci, dei Castello e dei Brusco, mentre da essi, i Carmandino, si spiccavano gli Avvocati, i Lusii, i Pevere, i Mari, i Serra e gli Usodimare.
Rammentate, lettori umanissimi, che siamo all'alba dei Comuni e delle spartizioni un po' chiare, quando i nomi proprii, le professioni, gli stessi nomignoli dati dal volgo, incominciano a distinguere i varii rami, e questi a lor volta fan ceppo.
Tutta quella nobiltà consolare era derivata dalla feudale, che, non avendo più Franchi, nè Longobardi, a cui chiedere l'investitura, ripeteva, poco prima del Mille, i suoi diritti dal Vescovo, ultima autorità rimasta in piedi per mezzo a quella gran confusione.
Vedete, infatti; Ido, il capostipite di tante famiglie, era visconte nel 952, con larga signoria nei pressi di Genova, segnatamente nella valle di Polcevera. Ebbe tre figli, un Oberto Visconte, un Migesio, donde venne il casato delle Isole, e un altro Oberto, detto di Manesseno. Dal primo dei tre, per una genealogia di Ido, Ingo, Rainfredo, e Ingo da capo, scendiamo ai tre fratelli, Gandolfo, Ido ed Arrigo, avvocato il primo del monastero di Santo Stefano, futuro console il secondo, crociato il terzo e uno dei principali personaggi della mia storia.
Torniamo indietro fino al capostipite; lasciamo da banda il suo secondogenito Migesio, e andando a cercare il terzogenito, Oberto di Manesseno, lo vediamo padre a Belo Visconte, da cui nacque un Guido, che fu il primo ad assumere il nome di Spinola, uomo la cui liberalità e la magnificenza andavano famose per tutta Liguria. Narra il Giustiniani (e gli s'ha a credere, in mancanza d'altre autorità) che questo messer Guido usasse onorare gli ospiti suoi facendo spillare da più botti parecchie sorte di vino. Ora, in vernacolo genovese, spinolare è lo stesso che l'italiano spillare, e dicesi spinola lo zipolo con cui si chiude la cannella delle botti. Per tal modo il visconte Guido fu chiamato lo Spinola, e uno zipolo diventò nome ed anche insegna di casato, perchè da quel tempo in poi la famiglia la portò d'oro, con una fascia scaccata di rosso e d'argento di tre file, sormontata da una spina di botte, di rosso, in palo. Notate la mia sbardellata scienza araldica, mentre io proseguo la genealogia, raccontandovi che questo messer Guido ebbe sette figliuoli, un Oberto, un Guido ed un Ansaldo, che si adoprarono a perpetuare il nome degli Spinola; un Primo, che tolse il nome di Castello e fu davvero il primo di tal casato; un Guglielmo, che fu capostipite ai Medici ed agli Alineri; un Amico, che assunse il soprannome di Brusco e fece anch'egli la sua brava razza a parte; finalmente un nuovo Guglielmo, il più glorioso di tutti, distinto col nome di Embriaco e salutato dai suoi soldati col nomignolo, che già conoscete, di Testa di maglio.
E adesso che vi ho dato un cenno bastevole di tutte queste parentele, torno ad Arrigo. Egli era per fermo uno dei più leggiadri cavalieri di Genova, e non avreste trovato chi lo agguagliasse in trattar lancia e spada, o cavalcare in giostra e gualdana. Neanco poteva dirsi fosse digiuno di studi; chè anzi in cotesto egli era andato più oltre che non comportassero le costumanze d'allora. Mite era dell'animo, ma pronto a metter fuori la spada contro ogni atto che gli paresse iniquo, laonde non è a dire come egli avesse il cuore aperto ad ogni affetto generoso.
A ventidue anni, Arrigo non aveva ancora amato. A chi gli toccava di ciò, egli solea dire che il suo cuore avrebbe dato ad una donna, ma per sempre, e che però non si sarebbe innamorato al primo uscio. Arrigo aveva ragione, sebbene molte vaghe gentildonne tenessero contraria sentenza; e lo aspettare fu bene, imperocchè diede agio al caso di condurlo una certa mattina alla chiesa di San Pietro alla Porta, ove per la prima volta s'avvenne in quella rara bellezza della fanciulla degli Embriaci.
Quel giorno, le sue preghiere non andarono tutte all'altare, ed egli adorò il creatore nella sua creatura. Quegli occhi azzurri non si erano pure fissati su lui, quantunque egli si mettesse a bello studio accanto alla pila dell'acquasanta, quando Diana fu per uscire di chiesa; ma Arrigo non si diede per vinto, e da quel giorno gli fu caro aver perduto la pace dell'anima. Dovunque la donna andasse, Arrigo era; dovunque fosse, non indugiava ad apparire; di guisa che, finalmente, ella ebbe ad avvedersi di quel costante amatore, e il suo cuoricino incominciò ad accogliere una immagine d'uomo, il suo labbro a mormorare un nome, allorquando ella udiva, di nottetempo, sotto i veroni della sua casa, certe ballate in provenzale, che era la lingua amorosa di tutti, e parte principale della educazione dei giovani.
Se Arrigo avesse continuato di quella forma nei suoi lai di troviere, forse i posteri avrebbero parlato meno di Folchetto, suo concittadino, che doveva salire più tardi in tanta rinomanza nell'arte. Ma i canti di Arrigo ebbero fine ben presto. La voce improvvisa di Pietro Eremita aveva scosso l'Europa. Quel pazzo sublime, che, senza pure saperlo, dovea col suo grido dare indirizzo nuovo alla storia, era venuto in Occidente a raccontare la caduta di Gerusalemme in balìa dei Saraceni feroci e le crudeltà patite dai pellegrini, che andavano a pregare sulla tomba del Cristo.
La cosa era grave, più grave che non si argomenti ai dì nostri. Al sepolcro del Nazareno andavano i peccatori di tutta Europa a purgarsi dei loro misfatti, e in quei tempi non ancora usciti dalla barbarie, una simile derrata abbondava anzi che no. Premeva alla chiesa, premeva alla Cristianità tutta quanta, che la via di Gerusalemme non fosse impedita. Le città marinare avevano inoltre bisogno di allargare i loro traffichi, e l'Oriente era l'Aurea Chersonesus per essi. Vi erano poi gli uomini di lancia e spada, vaghi di nuove imprese, infastiditi delle guerricciuole di casa, signori di poca terra, o di nessuna, tutti travagliati da una gran sete di possanza e di gloria.
Cotesto vi chiarirà come la voce del monaco dovesse essere udita da un capo all'altro d'Europa, e come scaldar l'animo di chierici e laici, d'uomini di cappa e uomini di spada. A cavallo su d'una mula, che meriterebbe di essere glorificata dalla storia, non foss'altro, per le sue lunghe e faticose trottate, Pietro ne andava di città in città, di terra in terra, col crocifissso in pugno, predicando, piangendo, ed incitando i Cristiani a liberare il Santo Sepolcro. Un pietoso entusiasmo, che andava spesso oltre i confini della pazzia, rispose alle concitate orazioni del monaco; le popolazioni intiere si schieravano sulle sue orme, chiedendo la guerra santa ai loro signori; ed a questi si destavano arcani desiderii, ribollivano alte ambizioni nel petto.
Il concilio di Chiaramonte, radunato nel 1095 sotto la presidenza di Urbano II, deliberò che la guerra santa si facesse. La piccola città di Chiaramonte non bastava a capire tutta quella pioggia di principi e di vescovi, di ambasciatori, di baroni e di frati, che erano accorsi al concilio. Una cronaca di quel tempo narra che, a mezzo novembre, le città e borgate dei dintorni erano così piene di popolo, che fu mestieri di rizzar tende pei campi e recarsi in santa pace un freddo, che non usava misericordia ai cristiani.
A quel concilio si presentò anche Goffredo, duca di Bouillon, che doveva capitanare più tardi i crociati. Il prode soldato, pochi mesi addietro, era andato in Terra Santa col conte di Fiandra ed altri pellegrini della sua levatura. Passati in Genova, si erano imbarcati sopra una nave chiamata Pomella, e approdati al porto di Joppe avevano proseguito il viaggio per alla volta di Gerusalemme. Si erano presentati alla porta del Sepolcro; ma i Saraceni che vi stavano a custodia ne avevano negato loro l'accesso, volendo che pagassero prima un bisanto per ciascheduno. I nostri gran signori non avevano quattrini; il tesoriere della comitiva era rimasto indietro un buon tratto di strada. Si venne a parole, e il pio Goffredo vi buscò una fiera ceffata, di cui si sarebbe fatta subitanea vendetta, se i cristiani non fossero stati così pochi e così numerosi i Saraceni.
Questo narrava Goffredo; e gli animi sempre più s'infiammarono. Urbano impartiva l'indulgenza plenaria a chiunque, pentito e confessato, si votasse all'impresa. «Dio lo vuole! Dio lo vuole!» Fu questo il grido dei baroni, quando Urbano ebbe finito di parlare; e tutti si gettarono ai piedi dei padri del Concilio, per ricevere i due scampoli di lana vermiglia, assestati in forma di croce e cuciti sull'òmero. Di quelle croci ne furono distribuite oltre un milione. Ventura pei lanaiuoli, e non per la nobile impresa, che fu ben lungi dal raccogliere un così gran numero di combattenti.
A Genova, il popolo si commosse a sua volta per l'arrivo di Ugo, vescovo di Grenoble, e di Guglielmo, vescovo di Orange, i quali, caldi ancora degli entusiasmi di Chiaramonte, venivano ai genovesi per invitarli alla crociata, e parlavano alla gente dalle gradinate delle chiese, distribuendo le insegne vermiglie a quanti le chiedevano, che molti furono e dei più riputati cavalieri di Liguria. Fra i primi che pigliarono la croce furono Anselmo Rascherio, Dodone degli Avvocati, Lanfranco Rosa, Opizzone Musso, Oberto de Marini, Ingo Flaòno, Nascenzio Astore, Guglielmo di Buonsignore e Oberto Basso delle Isole.
Tornando colla mente a que' giorni di altissima concitazione di spiriti, è agevole immaginare quale onda di popolo traesse a San Siro e a Santo Stefano, intorno a quelle gradinate donde i due vescovi arringavano la moltitudine. Nobili e popolani, uomini e donne, vecchi e fanciulli, tutti si accalcavano a quei sacri spettacoli, tutti volevano la guerra santa, tutti avrebbero voluto la croce.
Ma il Papa non chiedeva a Genova guerrieri soltanto. Genova, già potente sul mare, doveva fornire navi e marinai per condurre un grosso di crociati d'Occidente in Soria; e mentre i cavalieri e il popolo minuto s'infiammavano per la guerra santa, non sognando che botte da orbi ai Saracini, i Consoli vedevano in quella spedizione lontana e gloriosa, la sorgente delle nuove fortune di Genova.
Anche Guglielmo Embriaco, il nobile figlio di Guido Spinola, il consanguineo degli Avvocati, dei Marini e degli Isola che ho nominati poc'anzi, aveva posta la croce vermiglia sulla cappa bianca, e il suo fratel maggiore, Primo di Castello, aveva imitato l'esempio. Ora egli avvenne che un di quei giorni, Diana pregasse il padre di condurla a vedere il vescovo di Grenoble, che dalla gradinata di Santo Stefano teneva discorso ai fedeli. E messere Guglielmo, da quel padre amoroso che egli era, condusse la figliuola, con gran corteggio dei suoi famigliari, fuor della porta di Sant'Andrea, fino ai piedi dell'erta su cui sorgeva la chiesa del protomartire, tutta listata di marmo bianco e pietra nera di Promontorio, giusta il costume d'allora.
Il popolo accolse con liete grida il nuovo crociato, e Arrigo da Carmandino (vedete se la fortuna non aiuta gl'innamorati) ebbe in sorte di far luogo presso di sè a messer Guglielmo e alla sua bella figliuola.
L'Embriaco salutò cortesemente il Carmandino, e questi si fece tutto rosso, nel ricambiarlo della sua cortesia. Gli occhi di Diana si erano incontrati nei suoi; Diana lo aveva salutato per la prima volta, e Arrigo aveva sentito il sangue rifluirgli al cuore, chè mai gli era parso di aver provato altrettanta allegrezza.
Il tacere più oltre sarebbe stato disdicevole. Guglielmo conosceva Arrigo per un gentil cavaliere, del sangue di Ido Visconte, da cui, come ho detto più sopra, scendevano anche i signori di Manesseno. E Carmandini ed Embriaci avrebbero potuto vantare un dugento anni di certa genealogia, che era già molto per quei tempi, se allora, più che da un lungo ordine di avi, non si fosse reputato più bello derivar fama dalle opere proprie. E nemmeno allora si usavano stemmi a contraddistinguere le casate. Ogni cavaliere inalberava l'emblema che più gli andasse a grado, per essere riconosciuto in giostra, o in battaglia. Soltanto dopo la prima crociata, l'emblema, illustrato sui campi di guerra, parve degno d'essere perpetuato, ad onore di tutto il lignaggio. Così ad esempio gli Embriaci lo portarono d'oro, con tre leoni rampanti di nero; i Carmandini ebbero lo scudo partito di nero e d'argento, con un leone rampante dall'uno all'altro.
Torniamo ad Arrigo. Il giovane, dopo una breve pausa, che gli fu necessaria per trovar le parole, e arrossendo da capo, come potete immaginare cercando tra le memorie della vostra giovinezza il caso consimile, si fece animo a dir qualche cosa.
— Messer Guglielmo, — cominciò egli, — voi dunque partite, per andarvene in Terra Santa a sostenere il buon nome dei cavalieri genovesi?
— Come sapete; — rispose con nobile modestia l'Embriaco; — vo a fare il debito mio e nulla più. Per quanto è di sostenere il buon nome di Genova, voi mi fate, messer Arrigo da Carmandino, troppo gagliarde le spalle. Sono dei primi pel buon volere, non già per l'efficacia delle opere.
— Messer Guglielmo, consentite, che, per amore di verità, io pensi di voi l'una cosa e l'altra. Così voi mi credeste degno di combattere al fianco vostro, come io vi seguirei di buon grado, avendolo per somma grazia ed augurio fortunato. —
La lode dei buoni è grato conforto agli ottimi; e questo è tanto vero, e lo fu tanto in ogni tempo, che a Guglielmo Embriaco le parole di Arrigo da Carmandino toccarono il cuore. Egli non rispose nulla; ma, presa la mano del giovine, la strinse con indicibile affetto. Diana alzò, per guardare Arrigo, i suoi begli occhi azzurri; e traluceva da quegli occhi un sorriso di cielo.
Che cuore fu il vostro, che dolci pensieri vi passarono pel capo, messere Arrigo da Carmandino, quando sentiste la stretta di quella mano paterna e la virtù di quello sguardo virgineo? Per fermo i vicini, in quel momento, videro sulla vostra fronte un'aureola, come quella dei santi, poichè hanno goduto l'aspetto di Dio. E Diana stessa, la leggiadra Diana, ebbe sicuramente a vedere alcunchè di simile, perchè tenne a lungo i grandi occhi fissi su di voi, in atto di compiacenza e di meraviglia.
— Arrigo da Carmandino, — disse, dopo brevi istanti, il padre della fanciulla, — voi siete un nobil garzone e degno d'esser amato da quanti vi conoscono. Non avete voi ancor presa la croce?
— No, messere; — rispose turbato il giovine. — Il desiderio me ne aveva colto fin dal primo giorno che il venerando vescovo di Grenoble arringò il popolo dalla gradinata di San Siro. Ho tardato, per timore non già, sibbene....
— V'intendo, messere; — ripigliò con amichevole festività l'Embriaco; — aspettavate la fascia di zendado trapunta dalla donna dei vostri pensieri.
— Non vi apponete che a mezzo; — rispose Arrigo, facendosi rosso per la terza volta. — La donna che io amo, dopo Dio e la mia fede di cavaliere, è cosa troppo alta per me, e forse io non potrò sperar mai di portarne i colori. Soltanto avrei desiderato che ella sapesse del mio disegno, per leggere nei suoi occhi un saluto. Ma lasciatemi andare; — soggiunse il giovane, dopo aver dato una timida occhiata a Diana; — io non potrei rimanere più oltre al fianco vostro, senza la croce vermiglia sul petto. —
E dette queste parole, Arrigo si mosse con giovanile baldanza verso la chiesa. Il popolo fece largo al cavaliere, sapendo che non si correva tanto in fretta verso il buon vescovo di Grenoble, se non per avere il segno della crociata. E infatti, pochi istanti dopo, il giovine Arrigo era ai piedi di Ugo, diceva il suo nome e tornava benedetto, coi due scampoli di scarlatto incrociati, verso il luogo dove aveva lasciato Guglielmo Embriaco e la sua celeste figliuola. Tutti gli astanti, che conoscevano il terzogenito di Ingo e di Rainoisa (una tra le più belle gentildonne di Genova, alla quale egli somigliava moltissimo) lo salutarono con lunghi evviva; ma il suo trionfo egli lo gustò tutto intiero negli occhi raggianti della bellissima fanciulla e nel bacio del padre di lei.
— Siate il ben venuto, — gli disse questi, — tra i cavalieri di Cristo. Ora è tempo di tornarcene alle case nostre. Arrigo, venite un tratto con noi?
Il giovane innamorato non se lo fece dire due volte. E la sua gioia fu al colmo, allorquando l'Embriaco, postagli una mano sulla spalla, mentre le donne andavano innanzi per la via di Macagnana, donde si giungeva alle case di messer Guglielmo, gli susurrò all'orecchio queste parole:
— Arrigo di Carmandino, io so tutto, ho tutto veduto. Volete voi essere mio figlio, come Ugo e Nicolao? —
CAPITOLO III. Breve anzi che no pei lettori, ma sugoso per Arrigo da Carmandino.
Come la brigata fu giunta alle case degli Embriaci, il giovine Arrigo tolse commiato, non senza promettere a messer Guglielmo che sarebbe andato a visitarlo. Il lettore intenderà che Arrigo dicesse al padre, ma che il discorso, nella sostanza, andasse alla bella figliuola. Ed io glielo lascierò credere, sebbene avrei buono in mano per dimostrare che l'ossequio ad un uomo come l'Embriaco c'entrava per la sua parte.
Arrigo, dunque, tornò una e più volte in quella casa; e, bisogna dirlo a sua lode, ogni qualvolta ei metteva il piede sul limitare, il cuore gli batteva forte, come gli era battuto alla prima. Soltanto gli uomini della nostra generazione stracca possono affogare la delicatezza dell'affetto nelle acque morte della consuetudine; laonde a me, figliuolo del mio secolo, non fa gran senso vedere un amico mio passeggiare con aria uggiosa accanto alla moglie, non ricordando più i giorni ch'egli era tutto fuoco e fiamma per lei, ed affrettava col desiderio l'ora in cui gli fosse dato vederla, fanciulla ancora, in quella conversazione, dove si era introdotto con tanta fatica.
Ogni giorno, al cadere del sole, il nostro giovane era al fianco di messer Guglielmo, il quale si ristorava, conversando con Diana ed Arrigo, dalle quotidiane fatiche per l'allestimento del suo naviglio. L'ospite toccava di sovente il liuto, alla maniera dei trovatori, cantando qualche cobla o serventese nella lingua di Provenza; e Diana, che avea risaputo il discorso fatto da suo padre ad Arrigo, si sentiva la più felice tra le donne.
La sua allegrezza era, a dir vero, turbata dal pensiero della partenza di Arrigo. Ogni giorno ella udiva dalla bocca del padre come andassero solleciti gli apprestamenti navali, e non era quella per fermo una consolazione per lei. Ma non s'ha a credere, per altro, che la fanciulla degli Embriaci fosse una delle nostre Malvine, che dànno negli spasimi per ogni cosa, e si strappano i capegli dalla disperazione. Diana avrebbe commesso un peccato mortale a strappare i suoi, che erano bellissimi, e, nata di padre guerriero e marinaio, in tempi d'avventure e di zuffe continue, si sarebbe mostrata indegna del proprio sangue, se troppo si fosse doluta che il suo fidanzato partisse, per andare in Soria, a romper lancie contro le schiere infedeli.
La bella Diana, scambio di pregare, lavorava assiduamente a metter punti d'oro su d'una fascia di seta. Nessuno le aveva chiesto per qual santo ella usasse tanta diligenza, ma lo indovinavano tutti. In casa di messer Guglielmo non si era anche annunziato solennemente; ma tutti sapevano, congiunti, amici e famigliari, che non si poteva dare nè immaginare una coppia meglio combinata di quella.
Un uomo solo se ne rodeva, un uomo solo guardava di mal occhio il trapunto di madonna Diana. Gandolfo del Moro era amico di Nicolao, il primogenito di Guglielmo Embriaco, e Nicolao gli aveva promesso di aiutarlo presso il padre suo ad ottenere la mano della sorella. Perciò quell'altro si tenne sicuro del fatto suo; e quando tra giovani cavalieri si lodavano le grazie della bella Diana, invidiando anticipatamente il fortunato mortale che l'avrebbe condotta in moglie, messer Gandolfo tronfiava, faceva la ruota, come a dire: «invidiatemi pure, io sono quel desso.» Ma durò poco la sua gloria, ed egli si trovò scavalcato, mentre si credea fermo più che mai sull'arcione. Arrigo da Carmandino s'era fatto avanti, e gli era bastato presentarsi, per vincere. Gandolfo del Moro non volle già persuadersi che il cuore di Diana fosse libero di darsi a cui più gli piacesse, e tutta la sua rabbia si volse contro di Arrigo, come se Arrigo gli avesse rubato una cosa che apparteneva a lui, a lui, Gandolfo del Moro.
Il nostro geloso aveva pensato da prima di romperla apertamente con Arrigo e disfarsene con un buon colpo di spada. Ma il Carmandino era un osso duro da rodere, e Gandolfo era certo di averne la peggio. Allora gli venne fatto un nuovo disegno, che gli parve il migliore, tanto che volle mandarlo subito ad effetto, appostando due ribaldi in una viottola presso la torre dei Della Volta (che ancora non avevano assunto il nome di Cattanei), da dove il Carmandino, tornando da casa gli Embriaci, soleva passare ogni sera. Senonchè, la mattina dopo l'agguato, si trovò un morto sulla strada, e il superstite non ardì ritentare la prova.
Arrigo aveva indovinato donde gli venisse il colpo, ma non fece motto ad alcuno di quel suo rischio notturno, contentandosi da quella sera in poi di girar largo ai canti per esser pronto ad ogni evento e non lasciarsi cogliere alla sprovveduta. In quanto a messer Gandolfo, si può argomentar di leggieri che non andasse attorno a menar vanto della disfatta.
Intanto, l'armata genovese era in assetto per prendere il mare. La partenza fu assegnata pei primi di luglio del 1097, sotto il comando di Guglielmo Embriaco. Erano dodici galere armate di tutto punto, piene di cavalieri e di arcadori, scelti tra i riputati di Liguria, e le seguiva un sandalo, nave oneraria di quei tempi. Padroni di quelle galere erano i cittadini che ho nominati più sopra, uomini prodi e navigatori esercitati nella caccia continua ai pirati, che infestavano allora il Tirreno.
Questo, come ho detto, avveniva nel 1097. Capi dei Crociati erano (lo accennerò brevemente per chi non ne avesse ricordo) Goffredo di Buglione, duca di Lorena, Baldovino ed Eustachio, fratelli di lui, Ugo fratello del re di Francia, due Roberti, l'uno figlio al re inglese e duca di Normandia, l'altro conte di Fiandra, Raimondo conte di Tolosa e Stefano conte di Bles, tutti seguiti da un numero stragrande di Tedeschi, Francesi, Inglesi, Scozzesi, Italiani. Non andarono Spagnuoli, perchè, travagliati da guerra continua coi Mori, si potea dire che avessero la Crociata in casa. Ugo, passato in Italia, aveva rappattumati i due fratelli normanni, Boemondo di Taranto e Ruggero di Puglia, in discordia tra loro pel principato di Melfi. Con essi e con Tancredi, nipote a Ruggero, partivano ventimila uomini; anch'essi gente italiana.
Giunti per vie diverse a Costantinopoli, passato il Bosforo e calati in Bitinia, i Crociati espugnavano in cinquantadue giorni la città di Nicea; donde spartivano l'esercito in due corpi, l'uno destinato a correre la Licia e la Panfilia, l'altro a penetrare in Cilicia, dove occupava Tarso, Malmistro, seguitando poi alla volta d'Antiochia, capitale della Siria, a dodici miglia dal mare, dove era il porto detto allora di San Simeone. Colà approdavano i Genovesi, mentre l'esercito si travagliava nel difficile assedio. Ma di questo a suo luogo; rifacciamoci ora al porto di Genova, dove sta l'armata, sul punto di salpare le ancore.
La sera innanzi la partenza, Arrigo fu, come di consueto, alla casa di messer Guglielmo. L'Embriaco stava a consiglio coi notabili della città presso il vescovo di Ciriaco, e non v'ebbe che Diana a ricevere Arrigo.
— Madonna, — le disse il giovane, — domani si parte.
— Lo so; — rispose Diana, chinando i suoi begli occhi a terra, per nascondere due lagrime. — Addio dunque, messere! Il cielo v'abbia in custodia, e laggiù, tra le donne di Sion, che hanno fama di tanta bellezza, non vi faccia dimenticare di me.
— Oh, non temete! — esclamò egli con accento solenne. — Voi dovete credere, madonna, che Arrigo da Carmandino vi terrà la sua fede, come credete in Dio e nella lealtà del vostro genitore. Io vi amo, Diana, come la più santa cosa che al mondo sia, e un amore cosiffatto non può affievolirsi per volger di tempo nel mio cuore, dove esso rimarrà come sacro suggello ad ogni cosa che io pensi o faccia in futuro. Io, per contro, — soggiunse egli umilmente, — so quanto poco valgo al paragone delle grazie vostre, e temo.... temo che gli occhi di Diana degli Embriaci non abbiano a cadere su altri, migliori a gran pezza di me.
— Perdonatemi, Arrigo! — ripigliò la fanciulla, dicendo assai più cogli occhi supplichevoli che non facesse colle parole. — La donna che vi ama voleva celarvi le sue lagrime e nella confusione non ha trovato miglior cosa a dirvi che una scortesia. Ma non so parlare, io, come si dovrebbe parlare ad un uomo come voi; tutto il meglio dei miei pensieri mi resta qui, dentro il cuore. Ora sappiate che qui dentro c'è pure, e ben custodita, l'alterezza del sangue d'Ido Visconte, donde scendiamo ambedue, e la figlia di Guglielmo non può amare che un prode. O come vorreste, messere, che mentre mio padre, mio zio Primo di Castello, i miei fratelli, e con essi il fiore dei cavalieri di Genova, fossero in Terra Santa a sostenere il buon nome della nostra città (la frase è vostra, messer Arrigo), io potessi volger gli occhi intorno.... o al basso, — aggiunse ella prontamente, — per guardare i rimasti? —
Diana aveva profferito queste ultime parole con molta veemenza. Era forse quella la prima volta che sotto i sembianti della fanciulla trasparisse la donna. Del resto il momento era solenne, e amore è gran maestro d'eloquenza per tutti. Anche Arrigo fu eloquente a rispondere.
— Di ciò non dubitavo io punto; e voi, madonna, non dubitate di Arrigo. Son vissuto finora senza amare altra donna fuor quella da cui nacqui; vivrò il restante della mia vita non amando che voi. —
Non ripeterò ai lettori tutto ciò che, seguendo un bandolo così bene avviato, andavano dipanando i due giovani in quell'amoroso colloquio. Chi non è stato innamorato? E chi dunque non sa che cosa potessero dirsi quei due nobili cuori, in un momento solenne, che era il primo e poteva anche esser l'ultimo delle loro espansioni?
Diana trasse fuor da uno stipo la fascia di seta, trapunta di sua mano, la baciò e la porse ad Arrigo; il quale la prese divotamente, come vi sarà facile argomentare, baciandola a sua volta.
Il giorno seguente, sul far dell'aurora, le galere salparono le ancore, sciolsero i provesi e si misero alla via. Tutta Genova era sulla spiaggia a salutare i suoi cari.
Il mare era cheto e scintillava tremolando ai primi raggi del sole, apparso allora allora di là dall'azzurro promontorio di Portofino. Una brezza leggiera spirava da ponente, come impromessa di fortunato viaggio alle galere della croce.
Diana accompagnò fino al lido il padre, lo zio Primo di Castello e il fratello Ugo e Nicolao. Gandolfo del Moro partiva anch'egli per Terra Santa, e stava al fianco dell'amico. Ma Diana nol vide, o nol curò; ben vide Arrigo, che stava al fianco di suo padre.
La fanciulla si sentìa venir meno; pure, si fece animo, fino a tanto i suoi le furono vicini. L'addio di Guglielmo Embriaco fu quello d'un padre e d'un eroe; il che vuol dire che egli non ebbe vergogna di bagnare con una lagrima amorosa il candido fronte della sua bella figliuola.
— Le vostre preghiere, madonna, ci portino ventura. —
Furono queste le ultime parole di Arrigo; a cui Diana rispose con un gesto eloquente, alzando gli occhi al cielo, quasi lo chiamasse a testimonio del voto.
Ella stette colà, ritta, immobile, senza lagrime, sulla punta del molo, fino a tanto le galere non si dileguarono sull'orizzonte. La povera derelitta aveva la morte nel cuore.
Quando fu giunta alle sue case, nella sua fida cameretta, le forze l'abbandonarono, e pianse, pianse lungamente, colla faccia ascosa sul guanciale del suo letticciuolo. Indi, alzati gli occhi ad una immagine di Maria, che pendeva dalla parete, e che la volgare credenza attribuiva al pennello di San Luca, si fece a pregarla in tal guisa:
— Madre santa, essi vanno a riscattare il sepolcro del vostro divino figliuolo. Ma qui rimane una donna, una povera donna, senza padre, senza fratelli, senza.... Oh Maria, madre d'amore, fate voi che ritornino! —
CAPITOLO IV. Delle prodezze di Arrigo e dei sottili accorgimenti di messere Guglielmo Embriaco.
I crociati genovesi mi pigliano per sopraccarico, ed io me ne vado con essi in Sorìa; non già per farmi cronista delle loro intraprese, chè i consoli non me ne hanno commesso l'ufficio, sibbene per poter scrivere qualche pagina di storia ai lettori, in quella parte che si ragguarda alla mia narrazione.
Le galere, partite da Genova sui primi di luglio, giunsero in ottobre al porto di San Simeone, presso Antiochia, dove allora, espugnata Nicea, stavano ad oste i cristiani. Già da quattro mesi l'esercito stringeva d'assedio quella città, ma senza alcun pro, imperocchè si difettava di artiglierie. Allora, siccome è noto, portavano questo nome tutte le macchine da trarre e ingegni di guerra, come a dire le torri di legno, le briccole, gli arieti, le testuggini, i gatti ed altri arnesi consimili.
Laonde, non è a dire come tornasse grato a messer Goffredo Buglione e a tutti gli altri baroni della crociata l'arrivo dei genovesi, che si sapeva essere in cosiffatte materie espertissimi. Tosto fu mandato incontro ad essi buon numero di cavalieri, per salutare i nuovi compagni e affrettare la loro venuta al campo latino.
Messer Guglielmo, a cui già si può dire che le mani formicolassero, accolse lietamente i messaggieri dell'esercito e lasciato il fratel suo, Primo di Castello, col figlio Nicolao, al comando dell'armata, mosse alla volta del campo con grossa schiera dei suoi e con un drappello di maestri da operare in ogni specie di legnami e congegni ferrati.
Quell'aiuto portò i suoi frutti; i quali tuttavia, per la fortezza del luogo, che era difeso da doppia cerchia di mura, e per la validissima resistenza degli assediati, non giunsero a maturità che nell'ultimo giorno di maggio del seguente anno 1098. Appunto in questo lungo frattempo, i genovesi ebbero a patir grandemente delle loro navi. Ed ecco in qual modo.
La campagna, tutto intorno ad Antiochia e all'oste dei cristiani, era mal sicura, per le continue scorrerie degl'infedeli, ed anco (rincresce il dirlo) di molti fedeli, datisi al lucroso mestiere di ladroni, che forse aveano già esercitato ne' loro paesi. Non tutti avean preso la croce per amore di Cristo; c'erano baroni, che agognavano impadronirsi di qualche città in Sorìa, la quale li confortasse della povertà di loro castellanie in Occidente, e c'erano avventurieri, che dopo avere ribaldeggiato per tutta l'Europa, venivano a cercare miglior fortuna in Terra Santa.
Così stando le cose e non potendosi distogliere dall'esercito una parte di soldatesche, le comunicazioni degli assediati col mare poteano dirsi interrotte, salvo nei casi eccezionali dello approvvigionamento, per cui si spiccavano grossi drappelli fino al porto di San Simeone. E quivi un bel giorno corse la voce, che lo esercito dei cristiani fosse stato disfatto, parte uccisi, o prigioni, e tutti gli altri sbandati per la campagna, senza speranza di poter guadagnare la spiaggia. La nuova era stata recata da due capitani d'oltremonte, i quali, una notte in cui gli assediati erano usciti dalla città e piombato in mezzo ai cristiani, sopraffatti dalla paura, avean preso la fuga e giù a spron battuto erano giunti fino al mare.
Il fratello e il figlio dell'Embriaco non sapeano che farsi, se lasciar le navi per andare in traccia dei superstiti e morire con essi, o salvare almeno l'armata, mettendosi al largo. Mentre così stavano incerti, non dando retta a Gandolfo del Moro, il quale parteggiava caldamente per un ritorno sollecito, ecco giungere alla spiaggia, dalle parti d'Ascalona, numerose schiere di Saracini, i quali accennavano di muovere alla volta d'Antiochia. Lo sbarco era fatto impossibile ormai; la perdita dei compagni più che sicura. Prevalse allora il consiglio di Gandolfo, e le galere genovesi usciron dal porto, per ritornarsene mestamente in Liguria.
Per colmo di sventura, sui primi giorni di navigazione, l'armata fu colta da una fiera burrasca, così che fu mestieri pigliar terra a Mirrea, nell'Asia Minore, sottoposta allora al dominio dell'imperatore Alessio, quel tale che amava i Crociati come il fumo negli occhi e s'augurava di vederli cader tutti quanti sotto le scimitarre dei seguaci di Macone.
A guardare le cose dal lato suo, il Bizantino non aveva poi tutti i torti del mondo. Tra quei fieri baroni d'Occidente, che andavano al conquisto di Gerusalemme, ce n'erano parecchi, e dei più riputati, pei quali il sepolcro di Cristo era un pretesto e nient'altro. A costoro era entrato in mente che, facendo il loro tornaconto, facevano ad un tempo quel della fede. Però, giunti appena a Costantinopoli, facilmente si scordavano di Gerusalemme, pensando che la conquista dell'impero di Oriente sarebbe stata la cosa più agevole e più utile del mondo. E già aveano proposto il colpo a Goffredo di Buglione; ma quell'anima onesta non volle sentirne altro, e costrinse anzi tutti quei principi e baroni a rendere omaggio all'imperatore Alessio per tutte le terre che avrebbero conquistate.
Narra per l'appunto un cronista, che, mentre giuravano, uno di essi, conte di vecchia nobiltà, fu così ardito da andare a sedersi sul trono imperiale, e il povero Alessio non gli disse verbo, ben conoscendo l'oltracotanza dei Franchi. Il conte Baldovino, fratel di Goffredo, fece star su l'insolente, dicendogli che non era costume di sedersi in tal guisa a fianco degl'imperatori. L'altro obbedì, ma non si ristette dal guardare in cagnesco il monarca, dicendo nella sua lingua: «Voyez ce rustre, qui est assis, lorsque tant de braves capitaines sont debout!» L'imperatore si fe' voltare in greco quelle parole. Egli dice, spiegò l'interprete: vedete quel villano che sta seduto, mentre tanti prodi capitani son ritti in piè! Allora Alessio fece chiamare costui e gli chiese il suo nome. — «Son Francese, rispose questi, e dei più nobili. Nella mia terra egli c'è, sull'incontro di tre vie, una chiesa antica, dove ognuno che abbia voglia di combattere entra a pregare il Signore Iddio ed aspetta il suo avversario. Io ho avuto un bello aspettare; nessuno ha ardito venirci.»
Alessio Comneno non volle udire di più, e non si tenne sicuro fino a tanto non ebbe mandato in Asia l'ultimo di quei capitani Fracassa. Io torno al racconto.
A Mirrea non c'era presidio di Greci e le galere c'entrarono come in casa loro. Così mi sembra che s'abbia a dire, poichè non dissimilmente pensarono i nuovi arrivati che andasse la bisogna, non si peritando di portar via dalla chiesa di San Nicolao le venerate reliquie di San Giovanni Battista, colà custodite da quei bravi calogèri.
Taluno dei moderni miscredenti penserà che quei monaci spacciassero una frottola ai Genovesi; e battezzassero quelle ceneri col nome di Precursore, a bella posta per farsele prendere e liberarsi da quegli ospiti un tal poco prepotenti che dovevano essere i nostri antenati. Ma per siffatta gente ci sono i documenti che parlano. Nell'Archivio di Genova si conservano le lettere di Alessandro III e di Innocenzo IV, le quali rendono testimonianza certissima che quelle non fossero ceneri da bucato, ma le vere ed autentiche reliquie del Battista. Carta canta e villan dorme; così dice il proverbio.
L'armata giunse a Genova; ma la sua lunga dimora nel porto di Mirrea aveva fatto sì che la infausta notizia di cui era portatrice alla patria, fosse preceduta da più recenti e lieti messaggi del campo cristiano: come la paura di alcuni fuggiaschi avesse fatto correre la voce d'una sconfitta e come l'avesse poi malamente conformata la presenza di alcuni drappelli saracini innanzi al porto di San Simeone. L'arrivo delle galere non recò dunque nessun lutto in città, e quando per contro si riseppe che portavano le sante reliquie del Precursore, fu una gran festa da per tutto, e v'ebbe chi ringraziò la Provvidenza dell'errore, aggiungendo esser vero verissimo che tutto il male non vien per nuocere. E poco mancò che il vescovo Ciriaco non gridasse il Nicolao, collo zio Primo e con Gandolfo del Moro, salvatori della patria.
Il buon vecchio ebbe cionondimeno tanta gioia, che morì poco dopo, e gli successe Airaldo Guaraco, o Guarco, il quale resse la chiesa diciassette anni, et fue uomo di grande dottrina per li suoi tempi.
Quando le galere fecero ritorno in Soria, Antiochia era espugnata da mesi parecchi, e i Crociati erano già passati per la famosa valle di Giosafat, gridando: «Jerusalem!» alla vista della santa città.
Messer Guglielmo Embriaco, appena i messaggeri vennero a dirgli che due galere dell'armata genovese, la quale stava dalle parti d'Antiochia, erano giunte a Joppe ad aspettare i suoi comandi, lasciò Arrigo da Carmandino a capo delle schiere genovesi in sua vece, e corse al mare, seguito dal figlio Ugo e da una compagnia di balestrieri.
Il Carmandino, del quale ho taciuto finora per la necessità di tirare innanzi il racconto, s'aveva guadagnato molta rinomanza in mezzo ai Crociati d'ogni nazione, per le prodezze sue non meno che per la saviezza dei consigli. Durando l'assedio d'Antiochia, uno dei capi saracini, cavalier generoso e insofferente di indugi, era uscito dalla città sfidando a singolare combattimento quello dei cavalieri cristiani che si fosse sentito da tanto. La novità della cosa, più che la fama del guerriero, la quale era del resto grandissima, avean fatto rimanere un tratto incerti i baroni crociati, e di quell'istante fece suo pro' il Carmandino per andar contro all'araldo e raccogliere primo il guanto di Bahr-Ibn, chè così avea nome il Saracino.
La giostra si tenne il giorno di poi, su d'una spianata in riva all'Oronte, presenti i capi dell'esercito latino da una banda, e quei degl'infedeli dall'altra. Guglielmo Embriaco avea di sua mano indossata la maglia d'acciaio al diletto giovane e serratagli la gorgiera dell'elmetto sul collo.
L'assalto fu violento da ambe le parti; ma Arrigo da Carmandino stette fermo in arcioni. La sua lancia si era spezzata contro l'elmo dell'avversario, che ne ebbe come uno stordimento al capo, e fu appena a tempo di trarre la spada, quando Arrigo tornò a briglia sciolta sopra di lui. Il cozzo dei ferri durò lunga pezza, chè bene combattevano ambedue; finalmente il Saracino toccò un colpo sì fiero, che gli ruppe l'elmetto e aperse ancora una lunga ferita sul fronte. In quanto ad Arrigo, egli aveva l'armatura rotta in due o tre punti e spargeva anch'egli il suo sangue per due ferite, fortunatamente non gravi.
Il cavalier saracino si diede per vinto. La sorte delle armi lo avea fatto prigioniero del Cristiano; ma il Carmandino non volle saperne di riscatto, e come Bahr-Ibn fu risanato, egli lo rimandò libero in Antiochia, non chiedendo altro da lui se non che si astenesse dal combattere contro i Cristiani fino all'espugnazione della città, o altrimenti alla levata dell'assedio. Là qual cosa essendo giusta, secondo le costumanze guerresche d'allora, fu giurata dal Saracino, che si partì dal campo, commosso per tanta gentilezza d'animo, e quasi contento d'essere stato vinto alla prova dell'armi da un cavaliere siffatto.
Torniamo ora a Guglielmo Embriaco, che abbiamo lasciato sulla strada di Joppe. Giunto colà, ebbe a mala pena il tempo di salire a bordo della galera padrona, e di chiedere novelle ai suoi della amata figliuola, che i marinai in vedetta sui calcesi annunziarono la presenza di molte vele dalla parte del mezzogiorno.
L'Embriaco salì tosto sul castello di poppa per osservarle, e conobbe esser quelle di parte nemica. Le navi dei latini erano infatti a tramontana, nel porto di San Simeone, e quest'altre venivano da Ascalona, dove sapevasi raccolta l'armata del soldano d'Egitto. Messer Guglielmo, colla prontezza d'occhio del marinaio, non istette molto ad intendere com'egli s'avesse davanti tutte le forze navali del Soldano, e, prima di scendere dal castello di poppa, aveva già formato il suo disegno nell'animo.
Passarono tre quarti d'ora, in cui le navi degli egiziani non fecero che avvicinarsi a furia di remi, dacchè il vento spirava poco propizio alla loro venuta. I marinai genovesi stavano affacciati alle scale di fuori banda e lunghesso le impavesate, guardando con ansietà quei legni, il cui numero si accresceva man mano che si facean più vicini, e non levavano gli occhi da quella parte se non per guatare all'Embriaco, che stavasi ritto, colle braccia incrociate sul petto e le ciglia aggrottate.
Lo stato delle due galere non era per fermo il migliore del mondo. Erano esse ben armate e difese da uomini gagliardi, sotto il comando di un prode capitano; ma che cosa avrebbe potuto il valore contro quelle trenta navi saracene, le quali non aveano che a presentarsi in lizza per vincere?
Questi ed altri somiglianti erano i pensieri della marinaresca; ma egli bisognerà dire a sua gloria, che nessuno pensava alla resa. Già tutti si disponevano a combattere disperatamente e a farsi ammazzare sull'arrembata.
Messer Guglielmo non aveva ancora aperto bocca. Quando le navi nemiche non furono più che a tre tiri di balestra, egli fe' voltare la prora a tramontana e comandò la voga arrancata, accennando ai Saracini di voler prender il largo e fuggire.
Le galere, cedendo all'impulso dei remi, pigliarono l'abbrivo in alto mare. Allora il capitano dei Saracini si tenne sicuro di vincere, e comandò che le sue navi s'avanzassero in modo da formare un largo cerchio sul mare, dentro cui sarebbero côlti i fuggiaschi, come fiere in caccia.
Dal canto loro, gli uomini delle due galere non avevano capito nulla di quella mossa dell'Embriaco, la quale pareva ad essi il colmo della temerità. Gandolfo del Moro fu il primo a dirne il suo giudizio ad alta voce, affermando che di tal guisa e' sarebbero caduti prigioni in meno di un'ora.
Ma messer Guglielmo, niente turbato, si volse, e crollando le spalle, disse a Gandolfo queste due sole parole:
— Avete paura? —
Era questa la frase consueta dell'Embriaco in simili casi, e non s'era dato mai che ella non costringesse i contradittori al silenzio. Però Gandolfo non ardì rispondere altro, se non poche parole confuse, colle quali cercava di colorire alla meglio il senso della sua osservazione.
— Non temete! — soggiunse allora Guglielmo. — Non passerà mezz'ora che noi saremo tutti in salvo, e senza colpo ferire. Vedete come que' cani si dispongono a darci la caccia! Quel povero capitano ha creduto che io volessi sfuggirgli in alto mare e subito allarga le sue ali per metterci in mezzo, senza avvedersi che sparpaglia i suoi legni e non potrà più farsi udire quando ci avrà altri comandi a dare. Suvvia, figliuoli! nel nome di San Giorgio! Leva remi! Orza, al timone! Vira di bordo! La prua contro terra! Forza nei remi! Arranca! Benissimo, così; e adesso, buon dì ai Saracini! Che ve ne pare, Gandolfo? Saremo noi fatti prigioni in mezz'ora? —
Dalle parole del capitano i lettori hanno già indovinato il suo stratagemma qual fosse: divider le forze dell'armata nemica, e, quando ella si fosse impacciata in que' movimenti disgregati per dargli caccia, voltar la prora a terra e lasciare i Saracini scornati. Appena le ciurme trapelarono l'ardito disegno, levarono un grido di giubilo e si diedero con maggior lena a stringere la voga.
Ma questa non era che la prima parte del disegno di Guglielmo Embriaco. La seconda era dieci cotanti più malagevole. Importava di sfuggire ai Saracini, facendo getto delle galere e salvando tutto ciò che potea tornar utile al campo latino. In quelle due galere erano molti maestri d'operare, con gran copia di strumenti ed attrezzi, dei quali messer Guglielmo sapea per prova il difetto nei quotidiani lavori d'assedio.
— Fermi a' banchi, i rematori! — prese egli da capo a gridare. — Tutti gli altri si tengano saldi al sartiame e dove possono meglio! Ora, figliuoli, raccomandiamoci a San Giorgio il valente, e avanti contro la spiaggia! —
Un nuovo scoppio di evviva accolse questo comando di Guglielmo Embriaco. Le due galere volarono sui flutti, e le chiglie vennero in breve ora a rompere sulla ghiaia del lido, entro cui si affondarono fino a mezzo della loro lunghezza, tanto era stata la violenza dell'urto. Molti dei marinai, sebbene si tenessero parati a quel colpo, stramazzarono sulla tolda.
Ma, grazie a San Giorgio il valente, nessuno si acciaccò tanto da dover rimanere supino, e tutti, anche coloro che aveano le membra indolenzite, gridarono a squarciagola, esaltando lo stratagemma di messere Guglielmo.
Ben s'erano avveduti gli Egizii dell'inganno in cui li avea tratti il Cristiano; ma già gli era tardi per rimediarvi, e non tornava d'alcun pro mordersi le labbra. Il capitano, con tutti quei legni che potevano obbedirgli, mise la prua sulla terra e giù alla disperata, con gran forza di remi e di bestemmie. Senonchè, giunti a un trar di balestra dal lido, i Saracini videro fallita ogni loro speranza. I Genovesi, profittando di un'ora di tempo che era corsa tra lo arenamento e l'arrivo dei nemici, avevano fatto un salto a terra, tagliando il sartiame e portando seco tutte le vele, i ferramenti, i congegni, le macchine, e ogni altra cosa che mettesse conto trar via. Sulla spiaggia si vedevano ancora tutte le cose salvate, ma v'erano a custodia i bravi Genovesi, con molti degli abitanti di Joppe, i quali, scaldati dall'esempio, avrebbero voluto menar le mani ancor essi.
Il nemico si provò a pigliar terra; ma non sì tosto il primo sandalo, carico d'armati, fu per avvicinarsi alla riva, i balestrieri dell'Embriaco presero a sfolgorarlo con tiri così ben aggiustati, che freddarono molti Maomettani e persuasero il loro capitano a tornarsene dond'era venuto.
E così, per sottile accorgimento dell'Embriaco, furono salve le vite di tanti valentuomini e maestri d'operare in arnesi di guerra, con tutti i loro strumenti preziosi.
Il giorno appresso, giungevano al campo latino, accolti dalle grida d'esultanza di tutto l'esercito e dalle congratulazioni di Goffredo Buglione. Questi grandemente pregiava i Genovesi che costituivano nel suo campo ciò che oggi si chiamerebbe il genio e l'artiglieria, mentre tutte quelle schiere, venute di Francia e d'altri luoghi d'Europa, non erano che cavalieri e fantaccini.
Laonde, le cose della guerra, che pareano difficilissime prima, sembrarono un nulla dopo l'arrivo di que' nuovi artefici. Fu assegnato loro l'alloggiamento tra quella eletta di cavalieri e di balestrieri che erano rimasti sotto il comando di Arrigo da Carmandino e la gente guidata dal conte di Tolosa; intanto fu deliberato di metter subito mano alla costruzione di due grosse torri di legno, le quali sovrastassero, colle loro merlate, alle mura della città assediata.
CAPITOLO V. Di una gran torre di legno, che comandò a molte torri di pietra.
Era nei pressi di Gerusalemme una selva, non molto fitta, per verità, la quale fu spogliata interamente dei suoi alberi, per quelle costruzioni che l'Embriaco disegnava di fare. Nessuno aveva pensato, prima di lui, a cavar profitto da quella boscaglia; di guisa che non si aveano, per le necessità dello assedio, che poche macchine, costrutte da artefici mal destri.
Questa volta gli artefici sono valenti per ogni maniera di congegni, e il capo, disegnatore ed operatore ad un tempo, è lo illustre messere Guglielmo. In quella che una parte dei suoi manovali preparano catapulte, baliste, arieti ed altri arnesi minori, il maggior numero suda intorno ad un'opera, non meno maravigliosa, e in pari tempo, più vera del famoso cavallo di Troia; vo' dire la torre murale, che servirà d'esemplare ad altre due di pari grandezza, tutta intessuta di pino e di abete e fasciata di cuoio, per ischermirsi dal bitume infiammato, con cui le genti assediate usavano allora respingere gli assalti.
Quella gran mole è il capolavoro di Guglielmo Embriaco. Ella si scommette e si ricompone, si tien ritta e si snoda, a talento dei difensori, tanto ne sono ben condotte e piene d'artifizio le mille giunture. Il piano più basso è aperto da due lati, per dar passaggio e libertà di moto ad una trave smisurata, col capo a foggia di montone, la quale ha l'ufficio di scuotere le mura dalle fondamenta; mentre la parte superiore della torre è congegnata in modo da potersi piegare a guisa di ponte sui merli, e dal corpo della macchina si spinge subito in su una nuova torre, che sopraggiudica quel ponte improvvisato, e vi scarica all'uopo i suoi combattenti. Un centinaio di saldissime ruote, cerchiate di ferro, sostengono quella macchina enorme e le danno facilità di movimenti, a malgrado del suo peso e del soprassello degli armati.
In breve spazio di tempo la torre è compiuta, e due altre, siccome ho già detto, di egual forma e capacità, le tengono dietro.
Tutto il campo traeva ogni giorno a contemplare questa meraviglia dei Genovesi. Dal canto loro, i Saracini, che dall'alto delle mura vedevano ogni mattina gran salmerie di legname essere portate dai camelli nel campo latino, si beccavano il cervello per indovinarne la cagione, e avendola finalmente risaputa, non riuscivano a capacitarsi del perchè s'innalzassero quelle moli, le quali (pensavano essi) non avrieno potuto esser tratte un palmo più lunge dal loro cantiere.
Ma gl'infedeli aveano fallato il conto. Nella giornata del 3 di luglio dell'anno 1099 dopo la fruttifera incarnazione fu un continuo trar di baliste e di briccole, che rovinarono le mura in luoghi parecchi; laonde la notte fu tutta spesa dagli assediati nel riparare i loro danni e afforzare i punti che l'esperienza avea chiarito più deboli.
L'aurora del giorno quarto spuntò, e grande fu il turbamento dei Pagani, quando s'avvidero che le torri non erano più al loro luogo consueto, ma stavano in quella vece sotto alle mura. Grida di stupore e di spavento salutarono la molesta vicinanza di quelle smisurate macchine, le quali erano collocate in guisa da offendere la città per tre lati, mentre lo spazio che correva tra ognuna di esse, era colmato degli altri arnesi minori, tutti pronti a battaglia.
Alle grida dei Saracini rispondono quelle dei Crociati, e l'assalto incomincia. E qui, sebbene non sia còmpito mio, non posso resistere ad una voglia spasimata che mi ha preso, di raccontarvi, se non tutti, almeno parecchi dei particolari di quella gloriosa giornata.
Si fa un gran parlare delle nostre moderne artiglierie, e non a torto, imperocchè le palle scagliate a forza di fuoco traggono più lontano e fanno più larga la breccia. Ma le artiglierie di messere Guglielmo non eran troppo da meno, in quanto allo spettacolo che esse davano di sè. L'aria era oscurata da nugoli di dardi e verrettoni che scagliavano i Saracini; ma il danno era poco; le schiere latine si tenevano ancora distanti, e gli uomini delle macchine si stavano bene al riparo. Per contro, questi ultimi fornivano più larga bisogna; gli arieti scrollavano le mura con impeto grandissimo, e la terra ad ogni colpo traballava sotto i piedi ai difensori di quelle. Dall'interno delle torri, che si levavano al paro della cresta delle mura, uscivano fischiando le frecce dei balestrieri e non cadevano in fallo. Dall'alto poi di quelle moli, ruinavano giù sui merli e ballatoi del nemico grosse palle di marmo e globi di pece infiammata, che sgominavano, rompevano, bruciavano ovunque cadessero.
Mentre questa gragnuola piombava sui Saracini, le mura per lunghi tratti s'erano sfaldate al cozzo degli arieti e all'urto dei sassi, scagliati da più che cento tra briccole e baliste. Allora parve acconcio al Buglione di far innoltrare il nerbo delle sue schiere, sotto il riparo dei gatti, che erano macchine intessute di legno e di vimini, fino ai piè delle mura. E il cenno fu eseguito; tra i rottami ammonticchiati, la grandine dei sassi, dei verrettoni e del bitume acceso, l'oste cristiana si lanciò alla scalata.
Il vento, levatosi impetuoso pur dianzi, le tornò di grande vantaggio, imperocchè gli assediati non poteano molto servirsi delle fiaccole che scagliavano sui nemici, e quelle dei Cristiani, così secondate dalla bufera, andavano facilmente sulle mura e ardevano i sacchi di strame, le stuoie e gli altri ripari, che i Saracini v'andavano sospendendo man mano, per ammorzare i colpi delle baliste.
L'incendio in breve ora si propagò; nè l'acqua valeva a frenarlo. Il fumo e l'ardore acciecavano, soffocavano gl'infedeli, lasciando una parte di muro senza alcuna difesa. Di ciò si giovarono gli assalitori per uguagliare il terreno, facendo piana la strada a quella torre, che era comandata dall'Embriaco in persona, e che fu tosto avvicinata cosiffattamente al parapetto, da poter tentare la gettata del ponte.
Cotesto disegnava di fare l'Embriaco; ma gli bisognò vincere da prima un ostacolo nuovo. Era piantata sulle mura una grossa antenna, a cui gli assediati avevano sospesa per traverso una trave ferrata, e con questa pigliavano a sfrombolare di replicati colpi la torre. L'Embriaco non si perdette d'animo. Fe' dar di mano alle falci murali, che stavano piantate ai fianchi della torre, e, studiato il momento che quel poderoso arnese tornava a picchiare il gran colpo, quattro falci alzate ad un tempo colsero al passaggio la gomena di sostegno, e il tronco inerte cadde con grande rimbombo sul parapetto, pestando nella caduta i suoi medesimi serventi, che già se ne ripromettevano il trionfo contro la macchina nemica.
Allora l'Embriaco potè mandare il suo disegno ad effetto. La cima della torre, snodata da un fianco, cadde dall'altro sulla opposta muraglia e i Pagani non poterono più farle impedimento.
— Messer lo duca, — disse allora l'Embriaco a Goffredo di Buglione, che era salito sulla torre per esser pronto a balzare nella santa città, — il ponte è fatto, e, sebbene io m'abbia un gran desiderio di corrervi su, debbo pur cedervi il passo. Non sarà mai detto che Guglielmo Embriaco abbia voluto andar primo, dov'era il più prode e nobil guerriero della Cristianità.
Il Buglione non rispose a quelle parole, ma un riso ineffabile si dipinse sul suo volto inspirato. Abbracciò e baciò sulla fronte l'Embriaco, rialzò la ventaglia dell'elmo, e s'innoltrò colla mazza in alto, lungo il cammino coperto. Frattanto, dall'ultimo ripiano della torre, che era stato mandato su, in luogo dell'altro arrovesciato sulle mura, gli arcadori genovesi con spessi colpi tenean lontani i nemici.
L'Embriaco, che per la sua grande modestia, non aveva voluto esser primo, si gettò sulle orme di Goffredo, e dietro a loro corsero spediti i più valenti cavalieri dell'esercito.
In quel mezzo, Arrigo da Carmandino, che stava colla sua gente a guardia della seconda torre, si struggeva di avere e rimanersi degli ultimi. E mentre Primo, il fratello dell'Embriaco, faceva con grande difficoltà innoltrare la sua gran mole di legno, egli, insofferente d'indugi, messe fuori una proposta, che trovò subitamente eco tra i più animosi. Anselmo Rascherio, Gontardo Brusco, Ingo Flaòno lo seguono, e con essi una ventina di cavalieri appiedati, facendosi sotto le mura con scale e rampini, e schermendosi dai colpi nemici colle targhe levate in alto e raccolte a mo' di testuggine. La muraglia, come si è detto, era sfaldata in più luoghi e rotta pel gran trarre di baliste e montoni. S'inerpicano per le macerie ammonticchiate, gettano i rampini alla merlata, appoggiano le scale, e su lestamente di piuolo in piuolo. Altri del campo li seguono a torme, infiammati dal nobile esempio, anelanti di afferrare la cima. Parecchie scale, già gremite di uomini, sono divelte dal muro; vanno ruzzoloni i soldati nella polvere e nel sangue; ma si rialzano, rimettono in piedi le scale, tornano più feroci all'assalto. Di questa guisa giungon parecchi sulla cresta del muro; Arrigo è il primo di tutti; le pietre, le lancie appuntate, i fendenti delle spade, fan mala prova su lui, che para quella tempesta di colpi collo scudo levato.
Afferrare i merli, balzare in piè sulla feritoia e impugnare la mazza ferrata, fu un punto solo per lui. I primi che si fecero a contendergli il terreno, stramazzarono sotto la furia di quell'arma, menata a cerchio dal braccio giovanile. Frattanto una diecina dei suoi avevano agio a salire, e quel tratto di spalto fu ben presto spazzato dai suoi difensori. Il Carmandino gittò allora la mazza, e, strappata la bandiera dalle mani dell'alfiere che lo aveva seguito, sguainò la sua lama poderosa, e corse, volò da quel lato, dove la torre di messere Guglielmo, piegatasi a foggia di ponte, vomitava soldati sul baluardo.
Colà appunto Goffredo di Buglione, Eustachio conte di Bologna, suo fratello, e l'Embriaco, pugnavano valorosamente contro uno stuolo di Saracini, che facevano ressa per rovesciarli dalla merlata. L'arrivo del Carmandino colla sua gente sul fianco degl'infedeli, mutò le sorti della pugna. I Saracini mietuti cadevano e il ponte coperto dava adito a sempre nuovi combattenti. La bandiera della croce sventolò finalmente vittoriosa sovra un monte di cadaveri.
Da un altro lato, il valoroso Tancredi, principe di Taranto, entrava nella città, facendo aspro governo dell'oste pagana. Alle ore tre dopo il meriggio, per le mura cadenti, per le porte sfondate, l'esercito cristiano irrompeva in città, gridando: «Dio lo vuole!» e Gerusalemme, dopo quattrocento novant'anni di servitù, era perduta pei Saracini.
Non è mio còmpito narrare per filo e per segno tutto ciò che avvenne di poi; nè la espugnazione della torre di David, nella quale s'erano chiusi i Saracini, aspettando soccorsi del soldano d'Egitto, o di Babilonia, siccome dicevasi allora, dando il nome di Babilonia alla città del Cairo; nè la battaglia combattuta sul piano di Ramnula, che fiaccò le corna e l'orgoglio al sopraggiunto aiutatore, assicurando così la conquista di Sion. Per tutti questi negozi rimando i lettori agli ultimi canti del poema di Torquato, del sommo e sommamente infelice Torquato, i quali valgono da soli tutta la prosa che io potrei buttar giù, vivendo cent'anni. Ora Iddio tolga che l'una cosa e l'altra mi avvenga; molesta la prima ad ogni ragion di scaffali; l'altra molestissima a me.
Questo solo dirò, che i crociati genovesi, com'erano stati gagliardi all'assedio, così furono alla giornata di Ramnula, e messer Guglielmo s'ebbe la miglior parte dei tesori del Soldano, oro, argento, gemme e tessuti d'altissimo pregio; laonde, come fu l'ora di tornarsene in patria, gli bisognò comperare una galèa per allogarvi il bottino. Le sue navi, s'è detto, eran andate a rompere sulla spiaggia di Joppe, in quella giornata che campò i Genovesi dall'urto di tutta quanta l'armata del Soldano d'Egitto.
— Il Babilonese me l'ha pagate a misura di carbone, le mie povere galere! — disse messer Guglielmo, ridendo, in quella che col fratello, con Arrigo e coi superstiti concittadini, s'imbarcava nel porto di San Simeone, memore di tante lor gesta.
Imperocchè, nè egli, nè altri dei Genovesi, avea voluto rimanere in Soria. A Goffredo di Buglione, fatto re di Gerusalemme, il quale gli profferiva la signoria d'una provincia, per farlo pari a tanti altri baroni che meglio s'erano adoperati alla liberazione della santa città, l'Embriaco aveva risposto, scusandosi: — Noi siamo marinari; i feudi nostri sono sul mare, ed hanno bisogno di specchiarvisi, come le torri di Genova nostra.
— Orbene, — aveva soggiunto Goffredo, — qui la bisogna non è finita; tornate, messere Guglielmo; tornate con maggior numero dei vostri, che so per prova quanto valgano, non pure come arcadori, mastri d'operare ed espugnatori di ròcche, ma eziandio come cavalieri di lancia e spada — (e queste parole rivolte in parte ad Arrigo di Carmandino, rallegrarono il paterno cuore dell'Embriaco); — tornate presto e a voi commetteremo di restituire alla Croce quanto è di spiaggia da Biblo ad Ascalona.
— E lo farò, — rispose Guglielmo; — coll'aiuto di Dio e del valoroso barone San Giorgio, lo farò. Nulla è ormai che ci abbia a tornar malagevole, sotto gli auspici vostri.
— Tornate dunque sollecito, — disse sorridendo il Buglione d'un suo malinconico riso, — imperocchè io sento tal cosa qua dentro, — (ed accennava il petto) — che non mi concederà di attendere a lungo. Non vi turbate, messere Guglielmo; quel che ho vissuto mi basterà per mandarmi contento. Chi più avventurato di me, se, la mercè vostra e di tanti prodi cavalieri, ho potuto liberare il sepolcro di Cristo dalla ignominia del culto di Macone? Ben potrei ora, alla guisa di Simeone, intuonare il Nunc dimittis servum tuum, e senza esser notato di immodestia. —
Indi a due giorni le schiere genovesi, assottigliate di molto, ma liete, superbe, inebbriate dalla vittoria, scioglievano le vele dalla spiaggia di Palestina.
CAPITOLO VI. Che è tutto un miscuglio, come la minestra maritata di Anselmo.
Fu venturoso il tragitto. Le galere genovesi giunsero alle patrie rive, e salutarono le tre torri del Castello la mattina del 24 dicembre 1099. Poco più sotto di quelle, sul culmine di un'altra torre, Arrigo da Carmandino, la mercè di quella seconda vista che aiuta gli amanti, scorse alcunchè di bianco, che gli fe' battere il cuore. Egli si rimaneva immobile, estatico, sul castello di poppa, cogli occhi intenti a quel bianco, allorchè sentì una mano posarsi dolcemente sulla sua spalla.
— Non pare anche a voi, Arrigo, che sia Diana, lassù? —
Così parlava Guglielmo; e Arrigo non gli rispose; ma si fe' rosso in volto come una brace, vedendo scoverto il segreto della sua contemplazione amorosa.
Il popolo salutò festante i reduci vincitori; il focolare domestico esultò di raccogliere a sè dintorno i suoi cari per la festa tradizionale di Ceppo. In molte case furono pianti e sospiri; ma la fede ha virtù di tergere le lagrime e di racconsolare i cuori, nella speranza d'un ricongiungimento che più non patisca offese dalla fortuna o dal tempo. E non erano martiri della fede, gli estinti? Non erano saliti al cielo colla palma del trionfo? Questo ed altro di somigliante disse il clero dai pergami, per modo che i superstiti si gloriarono dei caduti, e la città tutta quanta si rinfiammò ad altre imprese per l'anno vegnente.
Messere Guglielmo recava per l'appunto lettere di Goffredo Buglione e del patriarca Damberto ai consoli e al popolo tutto di Genova, nelle quali, narrata la espugnazione d'Antiochia e di Gerusalemme, era fatto invito ai Genovesi di accorrere in Terra Santa con più validi aiuti. Come fossero accolte dal popolo, argomenti il lettore, riconducendosi coll'animo a quei tempi e a quella novità d'imprese, in cui, tornaconto, religione e carità cittadina avevano la sua parte.
Nella assenza dei crociati, Genova s'era guasta colle discordie. Nobili di prosapia romana, uomini nuovi saliti a possanza consolare, altri venuti dal contado, quali investiti di feudi vescovili, quali di feudi imperiali, mal potevano durare in pace, ove un più grave negozio non fosse venuto a disviare le menti. Epperò, nel furiar delle parti, s'era dismesso il consolato; che era il terzo d'indole laica consentito alla città, poichè s'era liberata dalla intromissione del vescovo nelle cose civili. Amico Brusco, Moro di Piazzalunga, Guido di Rustico del Riso, Pagano della Volta, Ansaldo del Brasile, Bonomato del Molo, essendo usciti di carica, il comando era divenuto una res nullius, in preda ai più audaci, o ai più scaltri. Ma l'annunzio dei fortissimi fatti, scaldando tutti i cittadini di nobile entusiasmo, li ridusse prontamente a più fraterni consigli e i valentuomini sopradetti tornarono di buon grado in ufficio.
La nuova crociata fu bandita in città, senza mestieri di legati pontificii; nel giro di pochi dì, ottomila uomini, il fiore della gioventù genovese, pigliarono la croce, laonde fu mestieri allestire ventisette galere. Fu questo l'esercito, ma, poichè giungevano d'ogni parte pellegrini, desiderosi di accorrere in Terra Santa, alle galere si aggiunsero sei navi onerarie, le quali andassero di conserva con quella ragguardevole armata.
E non contenti di andare eglino stessi, i Genovesi spedirono le lettere gerosolimitane in volta per le città e castella di Lombardia, dove tutti gli animi si accesero di pari entusiasmo, e laici e chierici, il vescovo di Milano, il conte di Briandate, molti conti e marchesi e grand'oste con essi, andarono per la via di Costantinopoli, dove occorse loro ciò che vedremo più avanti.
In città fu un grande rimescolìo, un'ansia, un'ebbrezza universale, fino alle calende d'agosto del 1100. Sei mesi erano pur necessari a tanti apprestamenti di guerra; che anzi è da dire, l'operosità genovese, diventata proverbiale in processo di tempo, non aver mai fatto più cose in più breve spazio di tempo d'allora. Invero, tutti ardeano di fare, e tra i reduci dal conquisto di Gerusalemme e i rimasti a casa era una gara nobilissima di scriversi alla seconda impresa, e di aiutarla con ogni possa, perchè non patisse ritardo.
Chi si doleva di tanta furia era il povero Anselmo, costretto a rimaner tra le donnicciuole, a mondar nespole, siccome egli diceva, per cagione della ferita toccata sotto le mura d'Antiochia. Quella ferita, se i lettori rammentano, gli aveva lasciato un brutto sfregio dall'alto del fronte fino al basso della guancia, e in quella istessa maniera che gli dava ad ogni tratto molestia e gli impediva di tornare uomo valido in Soria, già fin da quella prima spedizione gli avea tolto di proseguire la guerra e di fare a Gerusalemme quel che aveva fatto ad Antiochia. Fin d'allora, curato e rappezzato alla meglio, egli era stato consigliato da messere Guglielmo, che molto lo amava, a tornarsene coi primo sandalo che salpasse dal porto di San Simeone alla volta di Genova; ma lui duro, incocciato a restare.
— Non mi volete uomo d'armi? — diceva. — Orbene, tenetemi come un servo, come un di quei cani senza nome, che seguono il campo, e un tantino più utile di quelle povere bestie, le quali non sanno far altro che leccar le scodelle ai vostri balestrieri, perchè io potrò almanco mutarmi in cuoco e dispensiere, ed ammannirvi quel po' di cibo, guadagnato con tanti disagi e stenti ogni giorno. —
Nè ci fu verso di smuoverlo; così volle, così rimase, consentendolo il suo gran capitano.
Ed era egli, il povero balestriere, che, dolorandogli il capo maledettamente per quello strappo non bene rammarginato ancora, si pigliava il carico della mensa frugale dell'Embriaco, in quei lunghi e fastidiosi giorni dello assedio di Sion. Bisognava vederlo, di costa alla tenda, con tutte quelle bende intorno alla fronte, che lo faceano parere da lunge un Saracino ribaldo, rattizzare il fuoco tra due grosse pietre innalzate a foggia e dignità di fornello, e invigilar lo schidione, e rimestare in un certo paiuolo fuligginoso i suoi orridi manicaretti, che agli affamati guerrieri avevano a parere le più ghiotte cose del mondo!
Ma spesso occorreva (tanto è vero che l'uomo si stucca, perfino dell'ottimo) che le dotte invenzioni d'Anselmo non ottenessero neanco una parola d'encomio e che i suoi dozzinanti si lasciassero andare a troppo fervide giaculatorie all'erbe, alle ortaglie, financo alla cicerbita e al terracrèpolo della memorata Liguria. Fu questa per giorni parecchi una spina al cuore del povero cuoco; ma come fare? dov'erano a trovarsi i camangiari, in quegli aridi campi della Terra Promessa?
Basta, l'uomo è per natura ingegnoso e la necessità suole aguzzare l'ingegno. Ora, Anselmo, a cui la necessità stringeva i fianchi, tanto si rigirò, tanto corse, che finalmente scovò il fatto suo. Dovunque fosse una pozza, un acquitrino, uno sgocciolo di rupe, anche a doverselo trovare con ore ed ore di cammino, il nostro balestriere correva, e raccattava erbucce d'ogni forma e sapore, le quali e' sceglieva con molta cura e saggiava, innanzi di metterle a mazzo. E un bel dì, tornati da sudare intorno a quelle torri di legno, che aveano a far breccia nelle mura dell'assediata città, i commensali di messere Guglielmo furono grandemente solleticati dalla vista e dalla fragranza d'un certo miscuglio a guazzo, che arieggiava la famosa minestra maritata, delizia dei figli di Giano, quando sono a casa, e loro eterno sospiro, quando il cieco caso, o la ferrea necessità, li tien lontani dalla cucina domestica.
Quella volta, le lodi al cuoco furono universali e solenni; il grido d'ammirazione e di giubilo poco mancò non si mutasse in Tedeum. E a chi dei lettori notasse i miei crociati di grossolani appetiti, risponderei che essi non erano da più, nè da meno degli eroi d'Omero, gente cavalleresca se altra fu mai, pratica dello Stige come del latte di Teti, o di Venere; uomini pei quali si scomodavano talvolta dai seggi celesti Iride messaggiera e Minerva pugnace, ma che pure amavano mangiare di tratto in tratto il loro quarto di bue, inaffiandolo con quattro o cinque sorsate di quello di Samo.
E pensate che anco il Buglione, il pro' Buglione, il pio Goffredo, non si sarà pasciuto neppur lui di rugiada! Io so, per esempio, che allorquando i commensali di messere Guglielmo già stavano seduti all'umile desco, e adoravano il grato fumo della minestra che venia scodellando Anselmo, il buon duca venne per caso a passare di là, e i nostri valorosi, con quella cortese entratura che è consentita dalla comunanza del vivere, lo trattennero e gli proffersero di partecipare al frugale banchetto.
Non poteva indugiarsi a lungo il duca, chè le necessità dell'alto ufficio lo chiamavano oltre; ma volendo pure usar cortesia a quel prode uomo dell'Embriaco, fe' sosta di pochi istanti, e dimandato di quella novità dei camangiari, e saputolo, si degnò di assaggiarne, soggiungendo nella sua lingua che la era una saporitissima cosa.
Argomentate l'allegrezza e in pari tempo la confusione del cuoco. Anch'egli volle dire la sua, in quella lingua che tutti, qual più, qual meno, masticavano allora nel campo crociato; ma non gli venne altro alle labbra se non questo: Le preux Bouillon!... le preux Bouillon!...
— Hè bien, quoi d'étrange? — ripigliò il buon duca, percuotendo amorevolmente la spalla allo sfregiato balestriere. — Le preux Bouillon!... a tâtè de ta soupe, et, foi de chevalier, il la trouve excellente. —
Ciò detto, e tolto commiato da messere Guglielmo, inforcò prontamente l'arcione e via a galoppo, mentre Anselmo, che non capiva nella pelle, andava tuttavia ripetendo: le preux Bouillon! le preux Bouillon!
Dopo quel giorno, quando occorreva che i commensali dell'Embriaco volessero dal cuoco quel tale miscuglio innominato d'erbucce, non c'era che a dirgli: preux Bouillon! ed egli capiva senz'altro. Questa è, lettori, l'origine del preboggion, che io metto qui in vernacolo genovese, non essendoci nella lingua italiana il vocabolo corrispondente, a dinotare questa mala minestra di bietole, cappucci bislacchi, prezzemolo ed altri camangiari d'ogni generazione, mescolati col riso, ch'è un vero guazzabuglio; e ciò per l'appunto significa la parola preboggion, almeno in traslato.
Questa è l'origine, ho detto; ma badate, le mie parole non sono evangelio, e tutti, ahimè, siamo fallibili in questo povero mondo.
E adesso, dati gli spiccioli della prima spedizione dei Crociati genovesi, che già avevamo narrata in di grosso, ci asterremo dal raccontarvi la seconda, a cui si conviene altro storico, che non starà molto a giungere in scena.
Si aggiunga che il tempo stringe. Diana è già scesa dall'alto della torre, donde per la seconda volta ha veduto giungere a riva le galere della Croce; e Guglielmo Embriaco, questa volta vincitore di Cesarea, e senza aiuto d'altre braccia, all'infuori delle genovesi, scende a terra dinanzi alla porta di San Pietro, in capo al Mandracchio, tra gli evviva di tutto un popolo accalcato, sulla curva spiaggia, arrampicato su per le antenne delle navi, appollaiato sul ciglio delle mura.
L'ingresso in città volle il suo tempo. Egli non era agevole, con tutta quella ressa di popolo festante, condurre speditamente entro le mura ottomila uomini; chè tanti n'erano tornati incolumi da quella seconda impresa di Terra Santa. Messere Guglielmo, lasciata una parte dei marinai a custodia delle galere, pigliati con sè i maggiori e una scorta pei camelli, che doveano portare al vescovo la decima delle prede di guerra ed altri preziosi donativi alla chiesa e al comune, aveva dato licenza a tutti gli altri di sparpagliarsi a lor posta, e tornarsene ognuno alle case sue. Senonchè, nessuno aveva usato di quella liberalità del capitano, quantunque a tutti la famiglia premesse, e ognuno portasse con sè, spoglie opime della vittoria, due libbre di pepe e quarantotto soldi di pittavini (così detti perchè coniati nel Poitou, là dalle parti di Francia) che non erano una spregevol moneta, dacchè ogni soldo era d'oro e quarantotto di quei soldi facevano una libbra e due oncie di quel nobilissimo metallo.
Il bottino era stato lautissimo in Cesarea, come può rilevarsi dal conto di quelle ottomila parti, alle quali bisognerà aggiungere quelle dei comandanti, il quinto assegnato alle galere e la decima prelevata pel vescovo. Nè, se ottimi erano i pittavini, il pepe era da meno. Derrata preziosa oggidì, bene aveva ad essere preziosissima in quei tempi, chè essa era di tanto più rara, e la si mettea da pertutto, a conforto di più saldi palati che ora non siano in Europa.
A farla breve, i nostri crociati non avevano a lagnarsi della fortuna, e considerato il prezzo dell'oro in quel secolo, poteano anche consolarsi d'aver faticato un anno per la gloria. Nè quello era il tutto, dappoichè la presa di Cesarea ben altro aveva fruttato ai Genovesi; e ne faceva solenne testimonianza un camello, più gelosamente custodito degli altri, la cui soma, ravvolta in un drappo di Balsòra, dovea racchiudere alcun che di maraviglioso.
Ma di cotesta meraviglia lascieremo le primizie ai consoli e al vescovo Airaldo, i quali attendevano in pompa magna l'Embriaco; queglino alla porta Marina, insieme coi maggiorenti della città; questi, coi suoi diaconi, sotto il vestibolo della gran chiesa di San Lorenzo. La era una festa, una solennità, che mai la maggiore, nemmeno per l'arrivo delle ceneri del Battista, ottenute tre anni addietro, siccome ho raccontato. Epperò s'intenderà come i reduci soldati dell'Embriaco non avessero voluto saperne d'andarsene spartitamente alle case loro, e si fossero tenuti in ordinanza, per esser parte di quel trionfo massimo che Genova preparava ai suoi figli.
Ed era bello il vederli, abbronzati dal sole di Palestina, sfilare in lunghi drappelli rilucenti e sonanti dalla Porta Marina alla piazza che fu poscia dei Banchi, dinanzi all'antica chiesuola di San Pietro, in mezzo alla moltitudine che si accalcava plaudente sul loro passaggio, che irrompeva gridando da ogni via, che si affacciava dai veroni, che appariva dalle altane, che s'aggrappava ai comignoli dei tetti, pur di vedere, di salutare con un evviva i crociati genovesi. Viva San Giorgio! gridavano i soldati, rendendo al fortissimo barone, come lo si chiamava in quei tempi, l'onore delle loro vittorie; viva San Giorgio! e commossi dal plauso popolare, alzavano in aria, percuotevano l'una contro l'altra, le balestre, le lancie, le spade. Intanto le campane delle venti chiese di Genova (chè tante ne aveva allora edificate la pietà cittadina) suonavano confusamente a festa, ed era tutto uno scampanìo, un grido, un frastuono, in mezzo al quale non fu pur dato di udire la tromba del cintraco, che annunziava la presenza dei consoli sulla gradinata di San Pietro alla Porta.
Ma bene lo udì messere Guglielmo, che modesto in tanta gloria, e schermendosi come meglio poteva dalla ressa degli ammiratori, procedeva primo tra tutti, badando ad ogni cosa e ad ogni cosa provvedendo, giusta il debito di buon capitano. Giunto egli sulla piazza e veduti i consoli raunati sotto il vessillo del comune, corse loro incontro; essi del pari incontro a lui, chè non volevano esser vinti in cortesia, e tutti, l'un dopo l'altro, vollero stringerlo al seno e baciarlo su ambe le guancie, Amico Brusco, Mauro di Pizzalunga, Guido di Rustico del Riso, Pagano della Volta, Ansaldo del Brasile e Bonomato del Molo.
Indi, precedendo i consoli, e messere Guglielmo tra essi, la schiera s'inoltrò per la via dei Fabbri, donde, svoltata in Campetto, salì per la via degli Scudai, che metteva alla piazzetta di San Lorenzo. Fu colà un entusiasmo da non dirsi a parole; quei bravi artefici erano in visibilio; ritti sulle soglie delle loro botteghe, ammiravano quelle maglie, quelle targhe e quegli elmetti, opera loro, e applaudivano, e n'aveano ben donde. Di quelle armature che passavano dinanzi a loro, nessuna vedevasi sana; segno che il soldato avea fatto il debito suo, combattendo, e l'armatura del pari, poichè, con tutti quei danni, avea pur restituito incolume il suo possessore.
Qui raddoppiarono gli evviva a San Giorgio, che certo ebbe a sentirne il rimbombo dal cielo; e assai lungamente, imperocchè, per un'ora, se non forse di più, quelle grida echeggiarono. Nè poteva esser diverso, chè il corteggio era lungo oltremodo, non pure pel numero de' Crociati, ma eziandio delle loro salmerie e di quelle strane bestie gibbose che recavano la parte del bottino dovuta alla Chiesa. Gli ultimi erano tuttavia alla porta Marina, che già messere Guglielmo saliva la gradinata di San Lorenzo e sotto il vestibolo del tempio maggiore di Genova era accolto tra le braccia del vescovo Airaldo.
Qui sarebbe il caso di sciorinare un po' di erudizione ammuffita intorno alla prima fra le cattedrali italiane, che, sebbene non fosse ancora tanto ampia nè tanto vistosa come appare ai dì nostri, era già allora una cosa compiuta, coi suoi tre portali a sesto acuto, che sfondavano in mezzo a fasci di colonnette di marmi svariati, quali avvolte a spira, quali ritte a sembianza di pali, che salissero a sostenere un pergolato. Ma queste cose oramai le si leggono in tutte le guide, ed io me ne lavo le mani, da gran signore, nel catino di Cesarea, preziosissimo tra tutti i doni che Guglielmo Embriaco ha recato alla patria.
Vi ho detto per l'appunto di un certo cammello, la cui soma era coperta da un drappo di Balsòra. Il gran capitano aveva chiuso là dentro una scodella di smeraldo, trovata coll'altre ricchezze nel sacco di Cesarea, e creduta comunemente un avanzo del tesoro di Erode Ascalonita, quel tale che ordinò la memoranda strage degl'innocenti. Era voce che in quella scodella il Nazareno avesse mangiato l'agnello pasquale; la qual cosa, se vera, non si accorderebbe troppo col ritrovamento del prezioso cimelio in Cesarea e colla sua leggenda erodiana.
La vista di quella gemma smisurata fece inarcare le ciglia al buon vescovo, ai diaconi e ai consoli radunati sotto il vestibolo del tempio. Che si fa celia? Una meraviglia di smeraldo simile non si era mai veduta a Genova, nè altrove; e nessuno aveva presente il testo di Plinio, dove dice di smeraldi anco più grossi e più finamente lavorati, per toglier pregio a quel vaso, d'un bel verde trasparente, ottagono e largo almeno tre spanne. «Il quale nondimeno (è Monsignor Giustiniani che parla), se fosse quello dell'agnello pasquale di Cristo, la quale cosa io non nego nè affermo, ovvero che in esso da quell'evangelico Nicodemo fosse stato riposto al tempo della Passione il prezioso sangue del Salvator nostro, come pare, secondo alcuni, che si legga negli annali degli Inglesi, saria da preporre a tutti gli smeraldi etiam coadunati insieme, e a tutte l'altre gioie e tesori che mai si trovassero nel mondo.»
Ma basti di ciò. Il famoso smeraldo, rapito sul finire del secolo scorso dagli agenti dell'Impero francese, si ruppe in viaggio, e si dimostrò qual era veramente, un catino di vetro colorato. Ragione per cui i rapitori non fecero poi tante difficoltà a restituircelo.
La tarda scoperta non deve far ridere i nepoti irriverenti alle spalle di messere Guglielmo Embriaco e di tutti i suoi contemporanei, che credettero nella preziosità del sacro catino. Scemato il valore venale di questa reliquia, essa rimase (lo dirò coll'Alizeri) un meraviglioso esempio dell'antico magistero nella vetraria; e non iscade per nulla il pregio che gli è derivato dall'antichità e dalla storia.
— Richiama pure il tuo servo, o Signore, — esclamò il vescovo Airoldo, levando le palme al cielo, innanzi di abbracciare l'Embriaco, — perchè gli occhi miei hanno veduto il tuo nuovo trionfo.
— Padre mio, — rispose Guglielmo, — coll'aiuto di Dio i Genovesi compiranno altre laudabili imprese, e avranno mestieri perciò delle vostre benedizioni.
— Noi siamo impazienti, — soggiunse uno dei consoli, — di udire dalle vostre labbra, messere Guglielmo, il racconto della spedizione che ha fruttato tanta gloria e tante ricchezze alla patria.
— Non dalle mie, messer Pagano della Volta; — rispose l'Embriaco. — È qui tra i miei cavalieri un giovane, che sa molto di lettere, ed ha già scritto un cenno delle cose da noi operate; e voi dovete conoscerlo.
— Io? ditemi il suo nome, vi prego.
— Un vostro congiunto, nato da vostra sorella Giulia e da Rustico di Caschifellone. Caffaro, — proseguì messer Guglielmo, volgendosi alla brigata di gentiluomini che lo aveva seguito sotto il vestibolo, — mostrate a vostro zio, e agli altri onorandissimi consoli, che Genova avrà quind'innanzi uno storico delle sue gesta, e uscito dalle file dei suoi migliori soldati.
CAPITOLO VII. La presentazione del primo annalista di Genova.
Le parole di messer Guglielmo Embriaco fecero inventar rosso come una fravola il viso d'un giovane, a mala pena ventenne, che era nella sua comitiva. Consideriamolo un tratto, mentre gli occhi di tutti gli astanti sono rivolti su di lui.
Il giovane vestiva come tutti gli uomini d'arme del suo tempo: camicia di maglia d'acciaio, che scendeva fino al ginocchio, e cappuccio, anch'esso di maglia, arrovesciato sugli omeri, perchè non aveva elmo, ma in quella vece una semplice berretta d'ormesino rosso, donde uscivano in lucide anella i capegli biondi, incoronando un viso più allungato che tondeggiante, ma così fresco e gentile, che sarebbe parso di fanciulla, se le guancie e il labbro superiore, coi primi peli morbidi ond'erano ornati, non avessero fatto alla bella prima una testimonianza contraria. Del resto, lo si poteva credere un guerriero, che avesse vergogna di mostrarsi tale in mezzo a tante facce d'uomini prodi, abbronzate dal sole dei campi di battaglia e fatte ruvide dalla vita sul mare, alla spruzzaglia dei marosi e al fischio dei venti; perchè, come l'elmo era messo da banda, così anche la maglia si teneva nascosta sotto una tunica di lana bianca, ornata sul petto di una modesta croce vermiglia.
All'invito di messer Guglielmo, accolto da lui come fosse un comando, il giovane uscì fuori dal gruppo, andando alla volta dei consoli.
Pagano si mosse incontro a lui e lo baciò su ambedue le guance; indi, tenendolo stretto fra le sue braccia e guardandolo amorevolmente negli occhi, gli disse:
— Eccoti qui, ragazzo mio! Sei partito fanciullo e torni uomo. Sarà felice tua madre, quando ti vedrà salir l'erta di Caschifellone!
— Ah, non sono a Genova, i miei? — chiese il giovane, leggermente turbato dalle ultime parole di suo zio.
— No, sono in Polcevera. Il castellano ha gli obblighi del suo ufficio, che passano avanti a ogni cosa.
— È giusto; — disse il crociato. — Partirò dunque subito, se voi e messere Guglielmo me ne date licenza.
— Pare che ti rincresca; di' su! — gli susurrò nell'orecchio lo zio. — Avresti per avventura qualche bel viso di donna da rivedere?
— Zio!
— Eh, non ti far rosso, via! Che cosa ci sarebbe di male?
— Sì, ho per l'appunto da vedere... qualcheduno; — rispose il giovine tutto confuso.
— Qualcheduna, vorrai dire.
— E sia, qualcheduna, ma non per me. Ho una imbasciata da fare.
— Fàlla prima e poi corri da' tuoi.
— Poterlo! — mormorò il giovane. — Non conosco la donna a cui debbo parlare.
— Che cosa mi narri tu ora?
— Storia pretta, mio zio.
— A proposito di storia, non dimentichiamo che ci hai da leggere quella delle vostre prodezze in Terra Santa; — ripigliò Pagano della Volta, alzando la voce, poichè i suoi colleghi di consolato si erano avvicinati per stringere la mano al suo valoroso nipote.
— A voi dunque, messer Caffaro di Caschifellone; — disse il console Amico Brusco, uno dei sette figli di Guido Spinola e perciò fratello dell'Embriaco; — leggete il racconto delle imprese a cui avete partecipato. Il santissimo Airaldo ve ne prega, e i consoli tutti, per mia bocca, ugualmente.
— Qui? — balbettò il giovane, facendosi piccin piccino nella sua cotta di maglia.
— E perchè no? — disse un altro personaggio, grave all'aspetto, che era il diacono Sallustio, consigliere del vescovo. — Tutto quanto voi narrerete, messer Caffaro, è gloria della croce, ed è ragione che si ascolti nella casa di Dio. —
Un mormorio di approvazione accolse le parole del vecchio Sallustio. La cosa non dee recare meraviglia ai lettori, se ricorderanno che il duomo di San Lorenzo, essendo una cosa medesima col Comune, era appunto il luogo da ciò. Diventato secolare il governo, i consoli, tuttochè non fossero più gli scabini del vescovo, in ossequio alla sua venerata autorità usavano amministrare la giustizia e tenere i parlamenti sotto il vestibolo del tempio.
Colà, all'ombra della graticola di marmo, su cui era raffigurato il martire Lorenzo, si facevano adunque i decreti consolari, si ricevevano gli atti di cittadinanza e di vassallaggio di principi e popoli, si davano le investiture, si manomettevano i servi, si pubblicavano le leggi a suon di tromba dal cintraco, si deliberavano le imprese, si bandivano le guerre, si conchiudevano le paci, si stringevano le alleanze, si celebravano le vittorie.
Aggiungerò che il Duomo di San Lorenzo era compreso in ogni trattato, che i feudatarii e i vassalli giuravano fedeltà ed obbedienza ad esso, e che in ogni disposizione testamentaria dovevasi rammentar la sua fabbrica. Fu insomma il monumento più glorioso del nuovo Comune, ordinato sugli avanzi della curia romana e della barbarie feudale, e durò a lungo come il palladio della libertà genovese. Le sue case contigue e le sue torri, se occupate, davano il dominio di tutto lo Stato agli occupatori; e i Ghibellini più d'una volta minacciarono d'appiccarvi il fuoco. Ma forse prevalse la reverenza ad un miracolo dell'arte italiana, prevalse quel culto della forma, che s'infiltra a poco a poco negli animi più rozzi, nec sinit esse feros.
Il giovane Caffaro, così caldamente pregato dai maggiorenti della città, pose mano al suo cartolaro; e alla presenza del vescovo, dei consoli e dei capitani, lesse la sua narrazione, semplice, disadorna, ma veritiera e scevra di tutte quelle esagerazioni che la pedissequa cura degli esemplari antichi doveva ficcare nel latino di quattro secoli dopo.
È questo un dirvi chiaro che il racconto del giovine gentiluomo era dettato in quella lingua, giusta il costume d'allora. E perchè riesca chiara anche la narrazione dei fatti, io vi compendierò lo scritto in volgare, avvertendo che questa, se Dio vuole, sarà l'ultima indigestione di storia che farete per colpa mia.
Si torna indietro fino al capitolo sesto, dove ho già detto delle ventisette galere partite nel 1100 per la seconda spedizione di Terra Santa, con sei navi cariche di pellegrini d'ogni nazione. Giunti nel porto di Laodicea, città della Siria e soggetta ad Alessio imperatore di Costantinopoli, vi si trattennero per tutta la seguente invernata. Morto era il pio Buglione di peste, nel mese di giugno, non essendo vissuto che un anno nell'amministrazione del regno di Gerusalemme. Ed essendo ridotto in ischiavitù Boemondo, figlio a Roberto Guiscardo, duca di Puglia, que' paesi, conquistati con tanta fatica ai Saracini, erano abbandonati in balìa di sè stessi. Li ebbero in tutela i Genovesi, che si può dire capitassero davvero in buon punto; e d'accordo col vescovo Maurizio, legato del Papa, mandarono a Baldovino, fratello dell'estinto Goffredo e a Tancredi, cugino di Boemondo, perchè assumessero, quegli, la corona di Gerusalemme, questi il principato di Antiochia. Consentì Baldovino, a patto che i Genovesi lo aiutassero. E così avvenne che, cavalcando alla volta di Sion, incontrati tremila Saracini, nel distretto di Bairut, li ruppe e procedette senz'altro contrasto fino a Gerusalemme.
Arrideva la fortuna ai Genovesi. Nella quaresima dello stesso anno 1101 partivano essi di Laodicea, colle galere, le navi e tutto l'esercito, costeggiando le città marittime infino a Caiffa, anticamente denominata Porfiria, che era de' Cristiani. Colà, per un violento fortunale, tirarono le galere in terra; il che tolse loro di potersi misurare, come avrebbero voluto, coll'armata del Soldano d'Egitto, forte di quaranta vele, che, sbattuta dal vento impetuoso, passò davanti alla costa, andando fino al porto di Ascalona.
Messer Guglielmo Embriaco rammentava ancora il primo incontro avuto cogli Egiziani, e volendo ricattarsi della perdita di due galere, che ho già raccontato ai lettori, fece quella medesima notte prendere il mare ad una parte dei suoi legni, per dar caccia al nemico. Ma fu tanta la rabbia del mare, che, giunti alle viste dei Saracini e già disposti a far arme in coperta, ne furono separati senz'altra speranza, e l'armata nemica ebbe campo a salvarsi.
— Sarà per un'altra volta! — disse l'Embriaco. E celebrata nelle acque di Porfiria la festa della domenica delle Palme, navigò verso Joppe; nella quale città gli venne incontro il re Baldovino colle bandiere spiegate e salutò l'armata e l'esercito con alto suono di trombe.
Colà, tirate in secco le navi, si sbarcarono i cavalieri e le ciurme. Baldovino volle i suoi Genovesi a Gerusalemme, dove entrarono, per la seconda volta il mercoledì santo, e dove, poi ch'ebbero digiunato tutto il giorno e la notte sopra il sabato, si recarono a visitare il Santo Sepolcro, aspettando che dal cielo, come era fama, si facesse scorgere in quel dì il lume di Cristo; fuoco miracoloso «disceso visibilmente dal cielo, il quale si vedeva accendere tutte le lampade che sogliono stare appese intorno al sepolcro.»
Ma per tutto quel giorno, nè la notte appresso, il santo lume non si mostrò, quantunque tutti lo dimandassero con lagrime, sospiri e Kirie eleison a perdita di fiato. Il patriarca Damberto, già vescovo di Pisa, li esortò allora a recarsi tutti nel tempio di Salomone, imperocchè Dio aveva promesso di consentire ogni dono a chi lo supplicasse con mondo cuore sull'ingresso del tempio. Andarono, a piedi scalzi, divotamente pregando, visitarono il tempio, chiedendo l'aspettato miracolo, a conforto della pietosa curiosità, indi ritornarono al Santo Sepolcro. L'accenditore era pronto e i nostri buoni antenati ebbero la grazia. Il vescovo Maurizio e il patriarca Damberto furono i primi, come era giusto, a veder scendere il lume in due lampade, che sogliono stare nell'ultima camera del Santo Sepolcro. «E diffusa la voce per la città, poichè la maggior parte erano andati a desinare, subito ognuno corse al tempio del Santo Sepolcro, e in quella meridiana luce furono vedute essere accese le sedici lampade che erano di fuori intorno al Santo Sepolcro, l'una dopo l'altra; e si vedevano a modo d'un fumo affogato ed ardente, che veniva dal cielo, ed ascendeva per l'acqua e per l'olio insino allo stoppino della lampada, e facevalo scintillare tre volte, e restava il lucignolo acceso.»
Non sono io che racconto; è Caffaro giovinetto e pieno di fede.
Dopo ciò, andarono i Genovesi alla visita dei santi luoghi. Videro il Giordano e tornarono a Joppe; con Baldovino deliberarono la espugnazione di Tiro (Assur, dicevano allora), e la condussero a buon fine in tre giorni. Poscia, nel mese di maggio andarono le galere coll'esercito all'assedio di Cesarea, detta anticamente Torre di Stratone, poi Cesarea, in onore di Cesare Augusto, da Erode che la riedificò, in ultimo Flavia da Vespasiano, che la fece colonia romana. Tirati i legni alla riva, i Genovesi occuparono di primo impeto il paese e stettero accampati nei giardini e negli orti insino alle mura della città. Intanto, colla usata diligenza, si diedero a fabbricare castella di legname ed altre macchine, per condurre innanzi l'assedio.
Impensieriti da quella vista, i Saracini mandarono due messaggieri, con parole di pace.
— La vostra legge, o Cristiani, non proibisce ella di uccidere uomini fatti a somiglianza di Dio, e di pigliare la roba d'altri? E nondimeno, voi, che siete maestri e dottori della legge cristiana, comandate alle vostre genti di uccider noi e di usurpare la roba nostra! —
Così cavillavano i Saracini. Ma udite come rispondesse di trionfo il patriarca.
— Noi non vogliamo già usurpare l'altrui, ma ricuperare la terra che fu dell'apostolo San Pietro e che appartiene a noi, come suoi vicarii e successori. Per quanto è dell'uccidere, Dio vuole che sia fatta vendetta, col coltello e colla spada, di chi fa contro alla sua legge. Lo ha detto il profeta: «A me si appartiene la vendetta, ed io sarò il pagatore; a me si appartiene far piaga e sanarla, e non è chi possa campare dalle mie mani.» E perciò brevemente vi diciamo che abbiate a restituire la città, e sarannovi salvate le persone e le robe; se no, Iddio vi ferirà col suo coltello, e sarete morti giustamente. —
Recata questa intimazione in città, si riconobbe che con simili avvocati non c'era a far altro. Il Cadì, capo civile della terra, avrebbe voluto arrendersi, per salvare le robe. Ma per contro, l'Emiro, che era il comandante militare, gridò che innanzi di render la terra voleva si provassero le spade dei suoi uomini con quelle dei Genovesi, sperando egli di far partire questi ultimi dall'assedio, e con loro grande vergogna. E prevalse, com'era naturale, il consiglio dell'Emiro.
Udita questa risoluzione, che gli parve arrogante oltre ogni credere, il patriarca arringò l'esercito.
— «Venerdì prossimo, che è il giorno della Passione, la mattina per tempo, dopo che ciascuno di voi avrà comunicato e ricevuto il corpo e il sangue del Signore, senza castella e senza macchina alcuna, con le sole scale delle galere, salirete sulle mura; e se avrete fede che, non per virtù vostra, ma per grazia di Dio dobbiate aver vittoria della città, io vi annunzio e profetizzo che, prima dell'ora di sesta, Dio onnipotente darà in vostra mano la città, gli uomini, le ricchezze ed ogni altra cosa che essa contiene.» —
Parlava l'entusiamo, non l'arte, e molto meno il senno militare. Ma per allora non era il caso di aver contraria opinione. Guglielmo Embriaco, pensandoci su quel tanto che può correre dal lampo al tuono, accettò l'invito del Pisano, ma a patto di essere il primo a tentare l'impresa, forse per non assistere allo sbaraglio de' suoi, se falliva. Il vescovo aveva a mala pena finito di parlare, che egli secondò con infiammate esortazioni l'audace proposito, facendo giurare l'esercito che lo avrebbe immantinente seguito all'assalto.
— Con voi, capitano, alla morte e alla gloria! — gridò Arrigo da Carmandino, a cui fecero eco tutti i suoi generosi compagni.
— Orbene, andate alle galere, spiccate le scale di fuori banda e venite. Nessun invito ha da essere tenuto più prontamente di questo, che ci ha fatto il patriarca Damberto. —
Corsero le ciurme; tolsero le scale dai bandinetti, e via di corsa, a braccia tese, fino a' piè delle mura, circondati da numeroso stuolo di cavalieri. Guglielmo Embriaco, Testa di maglio, era il primo di tutti. Armato di corazza, di lancia e di spada, pose il piede sulla prima scala che fu accostata al muro, e si inerpicò veloce di piuolo in piuolo, senza pure munirsi di scudo, contro le frecce, i sassi e la rena infuocata, che gli avventavano sopra i nemici. L'elmo di ferro, e più la fortuna, schermì l'animoso condottiero, che giunse ad afferrare la merlata, mentre la scala, non potendo sostenere il gran numero di coloro che seguivano, si rompeva, facendo cadere quei volenterosi nel fosso.
— Sire Iddio! — gridò il Carmandino, rizzandosi a stento sulle ginocchia. — L'ho detto io, che si saliva in troppi!
— Vi siete fatto male, Arrigo? — chiese una voce accanto a lui.
— Chi siete? Ah, il giovine Caffaro! Bravo, eravate dei primi anche voi? Non è nulla, vedete; un po' di stordimento e nient'altro. Animo, su, a quell'altra scala! Purchè giungiamo in tempo, e non accada disgrazia al capitano, che deve esser rimasto solo lassù. —
Era proprio mestieri che volassero al soccorso. Trovatosi solo ed incolume sul parapetto, Guglielmo Embriaco pregò Iddio che si degnasse di aiutarlo; siccome era uomo da poter fare due cose ad un tempo, menò attorno la lancia, atterrando i primi che gli capitarono sotto. Una torre sorgeva lì presso, e l'Embriaco vi corse a riparo. Ma appunto allora ne usciva un Saracino, che gli si avvinghiò al petto, tentando, se gli veniva fatto, di soverchiarlo. Era una bisogna difficile assai, e alle prime strette che diede l'Embriaco per svincolarsi da lui, il Saracino ebbe a domandargli mercè. Gittata la lancia, inutile in quel frangente, messere Guglielmo aveva afferrato il nemico per un braccio, e così forte, che a quell'altro parve di esser còlto da una tanaglia di ferro.
— Signore, te ne prego; — gridò egli allora con accento compassionevole; — lasciami andare e sarà meglio per te.
— In che modo? — chiese l'Embriaco, che non coglieva il senso di quella esortazione.
— Perchè i miei compagni verranno a liberarmi, o a vendicarmi: — rispose il Saracino; — e tu non farai in tempo ad entrar nella torre.
— Ragioni diritto! — esclamò Guglielmo. — Va dunque, e trova un altro che ti perdoni la vita, come io te la perdono. —
Così dicendo, lentò la stretta, sicchè il nemico potè sfuggirgli di mano. E corse, non dubitate, come se avesse le ali alla calcagna, e temesse lì per lì un mutamento di proposito.
L'Embriaco già pensava a tutt'altro. La torre non era alta ed egli poteva sperare di giungere in pochi istanti alla sommità, donde avrebbe potuto vedere più largo spazio di mura. Incontanente vi entrò, salì in furia i due piani che mettevano alla piattaforma, e assicuratosi che nessuno dei difensori aveva ancora potuto seguirlo lassù, si fece al ballatoio, per guardare dalla parte del fosso, come volgessero le sorti della battaglia.
Poco lunge di là si combatteva aspramente. Un manipolo di cavalieri aveva afferrato il ciglio delle mura e vi si teneva saldo, quantunque i Saracini facessero ogni sforzo per ricacciarlo indietro. Messer Guglielmo intese allora perchè lo avessero lasciato libero lui, occupati com'erano a respingere i nuovi e più numerosi assalitori.