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GALATEA

ROMANZO

DI
ANTON GIULIO BARRILI

MILANO—FRATELLI TREVES, EDITORI—MILANO

ROMA
Via del Corso, 383.
NAPOLI
Via Roma (già Toledo), 34.

BOLOGNA: Libreria Fratelli Treves, di P. Virano, Angolo Via Farini.
TRIESTE: presso G. Schubart.
PARIGI: presso Boyveau et Chevillet, 22, rue de la Banque.
LIPSIA, BERLINO e VIENNA: presso F. A. Brockhaus.

OPERE di A. G. BARRILI.

Capitan Dodero (1865). ll.^a ediz………………..L.1— Santa Cecilia (1865). 9.^a ediz……………………1— Il libro nero (1868). 4.^a ediz……………………2— I Rossi e i Neri (1870). 5.^a ediz. (2 vol.)………..2— Le confessioni di Fra Gualberto (1878). 7.^a ediz……1— Val d'Olivi (1873). 13.° migliaio………………….1— Semiramide, racconto babilonese (1873). 7.^a ediz……1— La notte del commendatore (1875). 2.^a ediz…………4— Castel Gavone (1875). 8.^a ediz……………………1— Come un sogno (1875). 19.^a ediz…………………..1— Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). 14^a ediz. (2 vol.).2— Tizio Caio Sempronio (1877), 2.^a ediz……………..3 50 L'olmo e l'edera (1879) 16.^a ediz…………………1— Diana degli Embriaci (1877). 2.^a ediz……………..3— Lutezia (1878). 2.^a ediz…………………………2— La conquista d'Alessandro (1879). 2.^a ediz…………4— Il tesoro di Golconda (1879). 8.^a ediz…………….1— Il merlo bianco (1879). 2.^a ediz………………….3 50 —Edizione illustrata (1890). 5.^a ediz…………………..5— La donna di picche (1880). 4.^a ediz……………….1— L'undecimo comandamento (1881). 9.^a ediz…………..1— Il ritratto del Diavolo (1882). 3.^a ediz…………..3— Il biancospino (1882). 9.^a ediz…………………..1— L'anello di Salomone (1883). 3.^a ediz……………..3 50 O tutto o nulla (1883). 2.^a ediz………………….3 50 Fior di Mughetto (1883). 4.^a ediz…………………3 50 Dalla Rupe (1884). 2.^a ediz………………………3 50 Il conte Rosso (1884). 3.^a ediz…………………..3 50 Amori alla macchia (1884). 3.^a ediz……………….3 50 Monsù Tomé (1885). 2.^a ediz………………………3 50 Il lettore della principessa (1885). 3.^a ediz………4— —Edizione illustrata (1891)…………………………….5— Victor Hugo, discorso (1885)………………………2 50 Casa Polidori (1886). 2.^a ediz……………………4— La Montanara (1886). 5.^a ediz…………………….2— —Edizione illustrata (1893)…………………………….5— Uomini e bestie (1886). 2.^a ediz………………….3 50 Arrigo il Savio (1886). 2.^a ediz………………….3 50 La spada di fuoco (1887). 2.^a ediz………………..4— Il giudizio di Dio (1887)…………………………4— Zio Cesare, commedia in cinque atti (1888)………….1 20 Il Dandino (1888). 2.^a ediz………………………3 50 La signora Autari (1888). 2.^a ediz………………..3 50 La Sirena (1889)…………………………………2— Scudi e corone (1890). 2.^a ediz…………………..4— Amori antichi (1890). 2.^a ediz……………………4— Rosa di Gerico (1891). 2.^a ediz…………………..3 50 La bella Graziana (1892). 2.^a ediz………………..3 50 —Edizione illustrata (1893)…………………………….3 50 Le due Beatrici (1892) 2.^a ediz…………………..3 50 Terra Vergine (1892). 2.^a ediz……………………3 50 I figli del cielo (1893)………………………….3 50 La Castellana (1894). 2.^a ediz……………………3 50 Fior d'oro (1895)………………………………..3 50 Con Garibaldi, alle porte di Roma, ricordi (1895)……4— Il Prato Maledetto (1895)…………………………3 50 Galatea (1896)…………………………………..3 50

IN PREPARAZIONE:

Sorrisi di gioventù—Il diamante nero.

GALATEA

ROMANZO

Di

ANTON GIULIO BARRILI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI

1896.

PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.

Milano.—Tip. Fratelli Treves.

GALATEA

I.

Rinaldo a Filippo.

Corsenna, 7 luglio 18…

Notizie mie? Eccole. Son venuto qua, come sai, per dar pace a questi poveri nervi; e ci lavoro alacremente, chiudendomi nell'inerzia più fitta. Bada, io non so quanto sia vero che ai giorni nostri i nervi si sciupino più di prima, nella gran varietà e nella troppa intensità delle sensazioni: ma è certo che oggi come prima lo strapazzo nuoce ad ogni organismo, e certissimo poi che il tuo vecchio amico aveva bisogno di questo riposo; tanto gli pare d'esser tuttavia sfiaccolato. Pure non faccio nulla, assolutamente nulla; questa lettera, che viene un po' tardi in risposta al tuo cortese biglietto, è la prima fatica dopo un mese di quiete. Già, non potrei far nulla, anche volendo. Non sento più; e se, come dice il filosofo, niente può essere nell'intelletto che non sia stato prima nel senso, io posso stimarmi finito, e metter magari l'appigionasi in fronte, come sulla facciata d'una casa vuota. Che bella cosa, dopo tutto, non sentir nulla; esser libero e netto d'ogni cura del mondo circostante; udendo senza commuoversi, vedendo senza partecipare, vivendo la vita dello specchio, che riflette tranquillamente ogni cosa e sorride! Ma sì, un po' d'ironia nel fondo ce la dovrebbe avere anche lui; per virtù, non foss'altro, degl'ingredienti che lo rendono opaco. Quel po' d'ironia non è finalmente la meno feroce delle nostre vendette? e il genere umano, salva sempre la immagine del suo creatore, non meriterebbe di peggio?

"Ama il prossimo tuo come te stesso" è alla fin fine il comando del principale: ed egli sa bene che io non amo me stesso. Frattanto, come è vero che quello è il mio prossimo! Io l'ho sempre sentito dal premere che mi faceva d'attorno, pari ai gomiti di quattro o cinque vicini nella calca dove ci ha ficcati il nostro mal genio, in un quarto d'ora di sciocca curiosità. E il mondo è una calca, una moltitudine, una ressa di forze invisibili, che d'ogni parte lavorano su te, per prenderti il posto che occupi, per non lasciarti occupare il posto che desideri, fosse pure un posto d'usciere. Si tira a tutto, e con la stessa arte da tutti; qualunque sia il grado, o l'educazione, è sempre guerra sorda di agguati, d'insidie, di tradimenti. Ognuno l'ha con te: più sei forte, o più ti credono tale, più si affannano a soverchiarti, a tirarti giù, a darti il gambetto. Gl'interessi che non hai offesi fischiano da tutti i pruneti, si avventano da tutte le macchie; nessun briccone è più appostato di te dagli onest'uomini in caccia. Se tu provassi a morire! oh, allora, lodato il cielo, una buona rifiatata di mille petti, che si diffonderebbe dalla tua città, come un soffio di primavera, a tutti i punti del "bello italo regno." Vivo, non avevi scritto altro che birbonate; morto te, erano tutte maravigile. Ti gabellavano per un asino? eccoti diventato un cigno; l'ultima tua ode era degna di Pindaro. Prova a morire, e vedrai; ti faranno un funerale di prima classe, e tutta una cittadinanza "dipinta di cordoglio" farà spalliera al cortèo, mentre tu, felice grand'uomo, traballerai nel tuo carro sotto una montagna di corone, che più non ebbe scudi addosso la vergine Tarpeia, in premio del Campidoglio aperto ai Sabini. Quanto a me, senti: ho già fatto testamento, e scritto in chiarissima forma: "Non voglio discorsi, nè marce funebri; nè bugie, nè stuonature. Voglio andare al mio ripostiglio di nottetempo; con due amici, se tanti me ne saranno rimasti, i quali si prenderanno cura di vigilare che le mie ossa vadano proprio al luogo assegnato, e un altro morto non mi rubi la fossa." Con questo prossimo benedetto, non si sa mai quel che possa succedere.

Idee nere, dirai. Ma io, se rammenti, le ho sempre avute. A certe cose bisogna pensarci in tempo, per non esser poi colti alla sprovveduta. Quella gran diavola della falce è così capricciosa! Già, donna anche lei; ed io non voglio esser più corbellato. Errori, ne ho commessi molti, fin troppi, cercando l'introvabile. Povere donne, del resto! Ossequiate, lusingate, insidiate, ti amano per vanità: molte, se sei ricco, sentono il bisogno di entrare nella tua casa; nessuna il desiderio di penetrare nell'anima tua. Ed è strano contrasto; perchè noi uomini, chi più chi meno, avremmo tutti la curiosità di penetrare nell'anima loro, anche a costo di non trovarci niente. Così l'amore, rinunziando al piacere dell'indagine psicologica, si riduce necessariamente ad uno scherzo, ad un grazioso errore commesso qualche volta per ardore di temperamento, più spesso per follia d'imitazione. Ah, il mondo non è più dei sensitivi. Si fanno tante cose per consuetudine, per vezzo, per moda, non ritrovandoci più il senso arcano dei loro principii; esempio l'andare in campagna, un piacere estivo, che si compra senza gustarlo, senza intenderlo, trasformandolo secondo l'uso della città. Dov'è strada piana, gli uomini portano la bicicletta; dov'è lago, il sandolino; da per tutto il lawn-tennis. In fin de' conti, meglio così; la campagna è tutta per me. Sono miei i folti castagni del bosco; miei gli olmi e i salici, i fràssini e gli ontàni del fiumo; mia la borraccina delle balze, donde si levano gli argentei pennacchi dei cardi, rilucenti ad una spera di sole.

Questa campagna è bella, quantunque senza carattere. Salvator Rosa ci perderebbe l'ispirazione tormentata e robusta, Claudio Lorenese la sua placida e larga vena poetica. Non ci sono dirupi minacciosi, non classiche aperture d'orizzonti lontani. Così niente fa pensare, tutto fa vegetare; ottima cosa per me, che non ho più fantasia. Dov'è andata a finire? Sicuramente, l'ho fatta correr troppo. L'uomo ha le sue quaranta libbre di sangue e le sue quattr'once d'ideale: se egli sa farne un uso discreto, bene; se no, addio roba. Io non iscrivo più una riga. Il mio Don Giovanni dorme. Buon poema, che voleva esprimer la vita veduta, collegandola coll'invisibile sentito! Non lo intendo più; ne rigiro per ogni verso la tela, e non ci trovo il vivagno; vedo il contorno e mi sfugge la linea, l'idea madre, che mi pareva già tanto chiara, originale e profonda. Sono una rovina, e brutta, che per le rovine è il peggio. C'è qui, sulla fine di un campo, lungo la strada maestra, una casupola ad uscio e tetto, ma coll'uscio sfondato e il tetto crollato. Corse un giorno la voce che là dentro si fosse veduta la Madonna; e non mancava la ragazzina innocente per dar fede al miracolo. Ma che vuoi? il miracolo non ha potuto attecchire, come attecchivano le ortiche, in quel cumulo di macerie così poco romantiche. Poesia, voleva essere; e qui non c'è poesia.

Tanto meglio per me. Questa vita vegetativa mi conviene benissimo. Leggo poco; a mala pena giornali, e nei giornali solamente i telegrammi, per tenermi in comunione di noie con l'Europa. Gli eventi politici son grigi, come il mio spirito, e mi fanno dormire. Ma che follia, nel dormire! Sogno ancora qualche volta, vedendo la bella inglesina. Te ne rammenti, dell'inglesina dei miei sogni d'adolescente, che soleva ritornare a punti di luna nei miei sogni di giovinetto? C'era, obbligata in chiave, la strada polverosa, bianca, abbagliante, sotto la sferza del sol di giugno; la grossa berlina a tre cavalli, coi bauli dietro e il postiglione alto a cassetta; lei, l'inglesina, accanto al suo babbo, vecchio muso di cartapecora, miniato liberalmente di rosso tra due fedinoni grigi, ma sempre mezzo nascosto nell'ombra, dall altra parte della carrozza, per comodo della mia prospettiva amorosa; mentre lei, dolce creatura bionda, si vedeva tutta quanta allo sportello, intesa a ricambiare d'uno sguardo pietoso il mio gesto e il mio grido di supplicante. Cara inglesina del sogno ricorrente! Tu raffiguravi il divino ideale, che passa sempre a galoppo, che se ne va inesorabilmente, dileguandosi nel polverìo della strada battuta.

Che ideale, poi! Se, col permesso del babbo, l'inglesina ci pigliasse in parola, e in carrozza, poveri a noi!—How do you do?—Very well, Sir; we have never been better.—How do you like Italy?—Very much indeed: do you like sandwiches, Sir?—I like them very much.—And roastbeef?—It is delicious, but I should prefer a veal-cutlet.— Che orrori!

II.

Sequitur Lamentatio….

Corsenna, 12 luglio 18…

Hai un bel canzonarmi, osservando che io porto i miei sopraccapi anche in villa, e paragonandomi (questa poi è nuovissima) al triste cavaliere di Orazio, che si trascinava in groppa la più fastidiosa tra le dame. Ma io non posso farmi diverso da quello che sono: faccio già molto a scriverti, e tu dovresti essermi grato d'un sacrifizio che nessun altri ottiene da me. Del resto, canzonami pure; mentre io, per non disimparare del tutto la vecchia arte di Cadmo, bene o male continuo a scrivere, facendo per te una specie di giornale; il giornale di Corsenna, niente di meno! Questo villaggio non ha mai sognato, nella più felice delle sue notti, un onor così grande. Il giornale rimarrà inedito, pur troppo: ma i Corsennati avranno pazienza; l'avranno tanto più volentieri, in quanto che, se il giornale fosse stampato, essi non si prenderebbero certamente la briga di leggerlo. Sono un popolo saggio, i Corsennati, di ceppo italico antico e sincero.

Incominciamo ad ogni modo. Articolo di fondo: ho trovato una bella passeggiata veramente degna di noi. Seguimi, facendoti coraggio tuttavia, perchè bisogna passare sopra un pancone, anzi su due, accostati pei lor capi a tocca e non tocca sull'asse d'una piedica, che vorrebbe parere una pila di ponte. La vedo brutta, quella povera pila, ai primi rovesci d'autunno; e vedo brutti egualmente i due panconi sconnessi, con quel tronco di pino che fa da ringhiera, mal rimondato e peggio assicurato su quattro pali malissimo inchiodati, per uso dei passeggeri che soffrono di vertigini. Già, i più non ci si fidano, e passan di sotto. Per tua norma, il fiume è magro anzi che no, tanto magro che fa pena a vederlo, disteso in quel suo grandissimo letto. Pozze e pozzanghere non gliene mancano, ma già tirano al verde: ci ha da una sponda o dall'altra qualche fosserello addormentato sotto la frasca sporgente dei frassini, e qualche tonfano rannicchiato al riparo d'un gran masso rugoso; mentre un fil d'acqua viva corre brillando e sussurrando tra i ciottoli, per collegare e nutrire tutti quei Nianza e Tanganica, dei quali il più grosso non è largo due metri.

Di là dal greto, che si vede qua e là screziato e rallegrato da larghi cesti di romice, da candelabri fogliosi di tasso barbasso, di labbra d'asino, di denti di leone, d'orecchi di topo e di scarpette di Venere, si stende una fila nereggiante di ontàni. Un po' radi, gli ontàni e non alti, perchè i proprietarii di qui non lasciano invecchiare le piante da taglio, smaniosi di far quattrini, che il diavolo se li porti! Dietro la scarsa fila degli ontàni, corre un sentiero campestre, costeggiando la riva; di là dal sentiero, davanti a me ed al mio ponte di legno, si dilunga verso la montagna una doppia fila di pioppi, spettacolosi per l'altezza delle vette ed anche per la grossezza dei tronchi. Ah, sia lodato il cielo; si capisce qui che il padrone di quei pioppi è un signore per davvero, o che almeno non ha l'acqua alla gola, e in ogni caso è un poeta, che ama le belle cose e vuol dare la sua parte anche agli occhi.

Che sarà mai questa piantata di pioppi? Sono un centinaio per parte, e il largo viale che si stende nel mezzo dovrebbe condurre ad un castello, ad un palazzo, ad un nobile edifizio, insomma. Cerca cerca, l'edifizio non c'è; neanche le rovine. Meglio così; le rovine non avrebbero carattere; un edifizio in piedi, abitato e custodito, mi costringerebbe a girar largo, per non dar noia o non riceverne dai suoi possessori. Quel gran viale, bontà sua, ti conduce ad una vasta prateria, ad una conca, ad un anfiteatro di verdura, più nobile di qualsivoglia edifizio. Che bellezza! e che pace, compimento di bellezza! Il dolce piano, leggermente incavato, è tutto un tappeto di verde tenero, che si ravviva di toni gialli al sorriso del sole; screziato a capriccio dalle candide rappe delle piantaggini tremolanti alla brezza sui loro elegantissimi steli, o dai rossi calici spampanati dei rosolacci in ritardo; rotto a larghi intervalli, o infoscato sui lembi, da cesti di sermollino, da ciuffi di règamo, da cespugli di mentastro. In capo alla prateria, che sale via via come il labbro d'una coppa di malachite, sorge e si spande una siepe di carpinelle, oltre la quale si leva la costa del poggio, tutta densa di castagni fino al suo colmo, donde sbuca un campanile aguzzo e trapela il tetto della chiesuola di Santa Giustina.

Non conosco la santa, e non ho ancora veduto il santuario. È la prima volta che mi decido a passare il fiume, e che quel campanile m'invita. Dicono che il fulmine l'abbia già visitato due volte. Certo, il fulmine è più volenteroso alpinista di me; ed anche più allegro. Lo ha notato il poeta nella indimenticabile strofa:

Il gentile terremoto
Con l'amabile suo moto
Diroccava le città;

Ed il fulmine giulivo
Che non lascia uomo vivo
Saltellava qua e là.

Facciamoci avanti. Tra la siepe delle carpinelle e le falde del monte, serrata ai fianchi dal margine naturale del terreno e da quello di un rialto artificiale tutto vestito di zolle verdeggianti, corre un'acqua profonda, limpida e cristallina. Ah, capisco finalmente perchè il fiume abbia sete. Gli han fatto una pescaia molto più in su, e l'acqua se ne viene da un lato, per il suo canaletto, mormorando il suo saluto alle felci e ai capelveneri, cheta cheta immollando il terreno senza corroderlo. Quante erbe ci vivono, in quella grazia di Dio. succhiandola con mille e mille radici! quanti fiori ci pendon sopra, come se volessero covarla con gli occhi innamorati! Fiorellini, fiorellini, oserò dir io i vostri nomi, nella barbara lingua dotta che voi non sapete? Nella lingua del paese non li so io, e non ho tempo da perdere, volendo piuttosto ammirarvi. Il vostro nome è bellezza; e questo in tutte le lingue del mondo. Uno di essi è bianco di latte, e la sua corolla piccina, fatta di quattro petali spanti, pesa ancor molto sulla lunga asticciuola filiforme. Dev'esser zuccherino, il suo calice, perchè troppo volentieri gl'insetti vanno ad immergere il muso là dentro. Un altro ha il gambo più grosso, almeno quanto un cordoncino di tre fili di refe; e porta in capo un tubetto rigonfio alla base, più stretto al collo, donde salgono arrovesciandosi quattro eleganti lacinie, per mezzo alle quali guardando s'intravvede nel fondo un giro di grumoletti d'oro, sospesi su tenui stami d'argento, come perle o gemme sulle punte d'una corona. A chi è destinato il tesoro? Qual genio minuscolo, della figliuolanza di Oberone e Titania, cingerà il grazioso diadema custodito in quell'urna di zaffiro? Non indaghiamo, non facciamo almanacchi. Vegetiamo, sia la parola d'ordine per me, come a Pertinace il suo "Militemus" come il suo "Laboremus" a Settimio Severo.

"Qui freno al corso," come dice David nella prima scena del Saul; qui siedo e me ne sto un paio d'ore al rezzo, contemplando i moscerini che volano nell'aria cupa, non trattenendo i pensieri che passano liberamente per l'anima, senza lasciarci una traccia. È in questo recesso ombroso una quiete, una calma tiepida, attraversata a quando a quando da soavissimi aliti di frescura, onde hai tutte le sensazioni del supremo benessere. Non so come sia che un miliardo e mezzo di creature, tra ragionanti, e sragionanti, sparse sulla faccia della terra, non l'abbiano ancora sentito. Capisco che per molti è questione di vivere, e i bisogni urgenti non danno agio a pensare: capisco ancora che la felicità suprema dell'estasi inerte richiede un alto grado di perfezione intellettuale. Ma tutti quelli che l'hanno raggiunto, quel grado, perchè si vengono moltiplicando senza ragione i bisogni? perchè vanno attorno cercando i malanni col lumicino? perchè ficcano la mano nel vaso di Pandora, rovistando nel fondo, se per caso ci fosse rimasto ancora un fastidio? A buon conto, io non mi prenderò quello di salire a Santa Giustina. Si sta qui tanto bene, mezzo appoggiati e mezzo seduti sulla spalla dell'argine! Passano a coppie le farfalle, pieridi e vanesse dorate, rincorrendosi tra le piante, apparendo e disparendo senza posa, contente di agitarsi e di vivere; vengono folgorando nell'aria, quasi radendo il pelo dell'acqua, le damigelle e i cavalocchi dalle diafane ali iridate, dai corpicini sottili, tutti a colori metallici, per andare a librarsi un tratto sulle rappe fiorite, donde guizzano e scintillano senza posa, come pennini di gioie tremolanti sul capo di una bella donna a teatro.

E dove lascio gli uccellini? Ce ne sono di tutte le specie, che attendono ai fatti loro senza curarsi di me; cincie, pettirossi, cardellini, scriccioli; pigolanti, strillanti, zirlanti nella macchia, ch'è un piacere a sentirli. Le stonature non mancano. Laggiù, dagli olmi del gran viale, si sente un gracchio che non mi va niente a sangue.

—È il rosignuolo;—mi dice un contadino che passa e che mi ha dato il buon giorno.

—Il rosignuolo, quello?—esclamo io.—Avrei detto un corvo, piuttosto, o una gazza, sua parente.

—Nossignore, gli è proprio il rosignuolo. Da mezzo giugno in poi, canta così. È nel nido.

—In famiglia, non è vero?

—Eh sì, come vuole Vossignoria. La casa del rosignuolo è il suo nido, e la rosignuola è sua moglie.—

Ho capito, e ne sono tutto confuso. Dunque la storia è questa? Appaiato e contento, il rosignuolo non canta più così bene come quando faceva all'amore; anzi, non canta più affatto, dà fuori un grido rauco d'animale accidioso e brontolone. Ah, figlio d'un…. rosignuolo anche tu! Dopo le dolci pene del desiderio, la fiaccona del possesso; e addio le ventiquattro arie diverse, non tenendo conto delle variazioni, dei passaggi, delle rifiorite che nel tuo canto ha notate con diligenza tedesca il Bechstein. Ma sono uomini, dunque, i rosignuoli? uomini anch'essi? Ahi, triste cosa!

III.

All'Acqua Ascosa.

Corsenna, 15 luglio 18…

Ci sono molti villeggianti a Corsenna. Li chiama la bontà dell'aria, a quattrocentosessanta metri soltanto sul livello del mare; li chiama il fresco di queste convalli, e finalmente lo spirito d'imitazione, che l'uomo ha comune con tanti altri animali. Uno ha provato, e s'è ritrovato bene; lo ha detto, e lo hanno seguito due altri; quei due a lor volta…. Ma no, non voglio rifarti l'enumerazione degli atti; mi basta di dirti che quest'anno tutti i villini dei dintorni sono occupati, ed anche molti quartierini in paese; dove per altro bisogna adattarsi. Ma si è in campagna, e non si guarda nel sottile; tanto più che la gente, venuta per goder l'aria, sta in casa il meno che può. La vita villereccia è gaia: fanno scarrozzate ai paesi vicini; non disdegnano la vecchia invenzione degli omnibus, rinfrescata col nuovo nome di tranvai, che permette di andare qua e là per pochi soldi, in dodici o quattordici persone. Fanno concerti, la sera, con gran giubilo e maraviglia di questi naturali; ballano anche, mi si dice, dove col pianoforte, dove coll'organino di Barberia, e dove coll'herofon, un nuovo strumento macinatore di musica; necessario, in verità, perchè di simili arnesi non ce n'era abbastanza.

Te ne parlo per sentita dire, non andando io in nessun luogo. Vedo le brigate, passando; cappellini e cappelloni, gonne e casacche, guarnelli e vestaglie, roste, sciarpe, ombrellini, tutto un rigoglio di colori sgargianti, tutto un miscuglio di cose; ma per lo più da lontano. M'imbatto nella gente quando vado alla posta, per ritirare i miei giornali, le poche lettere che mi vengon da casa o dai pochissimi amici che vogliono ricordarsi di me. Conosco appena tre o quattro famiglie di questi ospiti estivi; saluto, baratto alcune frasi di convenienza, e non mi accompagno mai. L'orso di Corsenna, mi chiamano. È questa la notizia che mi ha dato un diavolo di ragazzino, nella sua terribile ingenuità, che ha fatta arrossire la sua mamma dalla radice del collo fino a quella dei capelli. Ebbene, sia, l'orso di Corsenna, e d'ogni luogo dove mi piaccia di andare. Non si viene egli al verde per goder libertà? Soddisfatto l'obbligo della leva, pagate le tasse, quante sono o vorranno essere in processo di tempo, faccia ognuno quel che gli pare.

Io, poi, vestito ordinariamente di tela, con un cappellaccio di sparto che ha la falda rialzata sulla nuca e tirata giù sul naso, con una mazza di nocciuolo, tagliata da me, e più lunga di quelle che usavano i Babilonesi (qui è utilissima per tener distanti i buoi e per mettere in fuga le serpi), non sono un figurino da far bella mostra in società. Lascio agli altri la strada maestra, l'abitato e i dintorni dell'abitato; passo il ponte di legno e mi ritrovo sul mio. Per altro, non ci corro; m'indugio di qua e di là per i campi, aspettando a passare quando sono ben certo che nessuno mi veda. Se, Dio guardi, avessero a scoprire il mio regno, mi potrei tappare in casa; tanto la riva destra del fiume è invasa e corsa e ricorsa da questo gaio sciame "d'infanti, di femmine e di viri". Alla riva sinistra, almeno in questo tratto per circa due miglia, non ci s'arrischia nessuno, perchè non mette a nessun luogo; mentre alla chiesuola di Santa Giustina, che è meta di scampagnate, si va più comodamente da un'altra via, per un ponte vero e sicuro, gittato all'estremità del paese. Così, dopo avere imitati nella mazza lunga i Babilonesi, ho imitati nella sottile accortezza i Fenicii, quando ebbero scoperta oltre le colonne d'Ercole la via delle isole Esperidi; faccio quanto posso per tener celata la mia direzione, e a buon conto non metto nessun sull'orma. Così il gran viale dei pioppi è mio; mio il grande tappeto verde, mia l'acqua ascosa, che dietro la fila delle carpinelle va cercando il mulino, per ritrovarlo un mezzo chilometro più in giù.

Ho preso Orazio in compagnia; Orazio, per far la corte a te, che me lo hai citato; nella edizione civettuola del Murray, per far piacere a me, che amo tanto veder belli i libri buoni. Quel caro Orazio è il più vario di tutti i poeti del mondo: ha tutte le corde della lira; c'è Pindaro, in lui, ed Anacreonte, Saffo, Simonide, Alceo, e chi sa quanti altri smarriti della greca antichità, i quali ci si faranno ritrovare un giorno (voglio sperarlo, almeno) nelle fasce di qualche mummia egiziana del periodo alessandrino. Come li ha tutti condensati, il Venosino, esprimendoli tutti con quel sentimento della misura ch'è la vera dote del genio! come li ha tutti rivissuti in sè stesso, non già intarsiator diligente ed accorto, ma fonditore balioso e geniale, rendendoli come guizzi dell'anima sua, da tanti spiragli di sincerità, con tanti lumi di vero! Senza vantarmi, credo d'essere un po' come lui; non nell'arte, intendiamoci, ma nel modo di pensare e d'intender la vita. Egli amò la campagna per le sue intime bellezze naturali, dopo aver goduta la città nei suoi eleganti artifizi. Non odiava gli uomini, conoscendoli, e sapendone ridere; aveva in pregio gli amici, e amava qualche delicatezza nel vivere. Perchè rinunzieremmo alle grazie? Può mai dimenticarle, chi le ha conosciute e praticate una volta?

Amo Orazio, e mi godo qualche sua ode, centellinando, assaporando le strofe, in mezzo a quei fregi, ornati, bozzetti di scene romane e pompeiane, onde il Murray ha accompagnato il testo, come di cose che gli appartengono. Più volentieri mi fermo ai passi dov'è fatta menzione dell'acqua. Quell'amico del vino sentì la poesia delle fonti. La sentirono, del resto, tutti i Romani. L'acqua è diamante liquido; abbraccia bene, penetra e scioglie, purifica e rallegra, canta bene e non istuona mai, salvo a maritarla col vino.

Orazio in una tasca della mia giacca e due panini nell'altra, me ne vado ogni giorno al mio rifugio nel verde. Perchè i panini, dirai, e per chi? Pei cani che ho sempre amati e più sento di amare, dopo che gli uomini hanno lavorato più alacremente a renderli uggiosi, vedendo da per tutto la rabbia. Se i cani diventano idrofobi, non hanno poi tutti i torti. Li vogliamo amici ad ogni costo, e neghiamo loro ogni onesta libertà; non li lasciamo ben avere in nessun modo, e li facciamo servire alle nostre esperienze fisiologiche. I cani lo sanno, e ne arrabbiano. Un giorno o l'altro vedrai diventare idrofobi i conigli e i porcellini d'India; questi, anzi, sotto il lor nome scientifico di cavie, saranno i primi a mordere i polpacci dei dotti.

Qui, dove son liberi, ma dove pare che ricevano i viveri in contanti, i cani mi vogliono tutti un gran bene, e vengono volentieri con me; cani da caccia e da pagliaio, da guardia e da tartufi, mi fanno le capriole, mi saltano alla cintola, mugolando, scodinzolando, fiutando, girandomi attorno, seguendomi, precedendomi, ringhiando per onor mio a tutti coloro che passano. Questa è stata la storia della prima settimana; ma poi s'è dovuto smettere via via, non passando più dai casolari dove incontravo quei cari amici, che a certe ore mi usavano la cortesia d'aspettarmi sugli usci. I padroni non vedevano volentieri queste amicizie dei guardiani di casa col signor forestiero; ed io, che ho capita la solfa, ho diradate le visite. L'ultimo dei miei amici di qui è stato Buci, il cane più stravagante di Corsenna. Piccolo e tozzo, di pelo rossigno con una macchia bianca dall'occhio destro al naso, gli occhi rossi, mozzate le orecchie e la coda, non è davvero l'Adone dei cani; ma ride, e ciò lo rende piacevole a vedere; ride, arricciando con atto strano il labbro superiore e mostrandomi tutti i suoi denti, corti, serrati, sani e bianchissimi. S'intende che ride con me e con altri pochi a cui vuol bene; sa ringhiare, per contro, e ringhia volentieri a molti, specie agli altri cani, volendo battaglia con tutti.

—Buci, che cosa sono queste scenate?—gli ho detto io qualche volta.—Non è da cani addentare il proprio simile, ricordatelo bene, è da uomini. Voi siate buono, affabile, cortese, morigerato e virtuoso; virtuoso sopra tutto, mi capite? La virtù, per vostra norma, ha sempre il suo premio, qui, nella mia tasca di destra.—

Questi discorsi fanno sempre un certo effetto su lui. Penso che quel cane sia capace d'una vera educazione. Il nome della virtù, sopra tutto, gli fa drizzare quei suoi mozziconi d'orecchi. Gli occhietti rossi ammiccano maliziosamente all'idea del premio serbato alla virtù sulla terra; e ride, di quel suo riso muto, ma tanto espressivo, arricciando le froge sulla chiostra dei denti. Povero Bucino! Ho dovuto rinunciare alla sua educazione compiuta. Il suo padrone, un contadino del colle qui presso, dice che glielo svio; perciò da otto giorni non mi faccio più vedere da quella parte. Ma se non ci sono io a sviargli il suo cane, c'è altri. Ah, questi benedetti villeggianti, che frucano da per tutto!

Oggi, per l'appunto, era andato sulle nove del mattino a fare la mia solita passeggiata, con la solita fermatina oraziana al mio rivolo. "O fonte di Bandusia, più lucente del vetro!" E letto un paio d'odi, m'ero anche addormentato; non per colpa d'Orazio, ma dell'argine erboso, che faceva gradevole invito. Dormivo nondimeno d'un sonno molto leggero, perchè uno stormir di frasche bastò a risvegliarmi. Chi vedo? Lui, proprio lui; Buci che mi scova, Buci che mi salta addosso, mi vuol baciare, mi fiuta il premio della virtù nella tasca…. No, non calunniamo quel povero Buci. È stato uno dei tanti suoi atti incomposti; e a quello non si è fermato, non ha insistito su quello. Per oggi, sicuramente, egli pensa coll'antico filosofo, che la virtù sia premio a sè stessa.

—Voi qui, Buci?—gli grido, destandomi in soprassalto.—Dormivo così bene!—

Ma egli non era solo, e la mia frase fu rotta appena incominciata. Di mezzo alla frappa delle carpinelle appariva una bianca figura; la signorina Wilson, vestita alla Pamela, o giù di lì, colla sua gonna di mussolina bianca a fiorellini, un gran fisciù incrociato intorno alla vita, di mussolina, di tulle, o di garza, non so più bene, certo della medesima stoffa del cappellino, assai largo di giro, chiuso serrato sotto il mento, per modo da farle una candida aureola intorno alla faccia colorita.

Ah, ecco l'inglesina! dirai tu, giungendo a questo punto del mio letterone. No, niente inglesina; il nome straniero è qui per trarti in inganno. Si chiamava Wilson il babbo di lei, ora morto, ma nato in Italia, dove i suoi erano venuti a stabilirsi per ragione di commercio; è italiana la mamma, fiorentina per la pelle. Aggiungi che la signorina non è bionda, anzi ha neri, ma proprio neri d'inchiostro, i capelli; che non è vaporosa di forme, nè altrimenti preraffaellesca, come pare si costumi laggiù. Di carnagione, per altro, doveva esser bianca; ma oramai, dal gran vivere che fa sempre all'aperto, è cotta bruciata dal sole. Mani e braccia sono egualmente abbronzite, non calzando mai guanti. L'ombrellino lo porta solamente, io credo, per darsi alle mosche. È, a dirti tutto in due parole, una mezza viragine. E lei e sua madre ho conosciute due settimane fa, con la Berti e con altre signore, tutte donne di sboccio; per istrada, si capisce, in un momento che non potevo più cansare l'incontro, ed ho barattate quattro parole di complimento, come s'usa in tutte le presentazioni. Non gridar dunque all'armi; niente inglesina, e la strada polverosa ha portato via tutti gl'ideali. A quest'età, poi, caro Filippo, vorrei vederlo io l'ideale che avesse il coraggio di farsi avanti!

Ed anche oggi si barattarono quattro parole, mentre io, da buon cavaliere forzato, l'accompagnavo fino al principio del paese. Tanto, il mio sonno era rotto, e rotto l'incantesimo della mia pace nel verde. Quel che è peggio, e non potrò mai consolarmene, è violato il mio dolce segreto. Povera acqua ascosa, com'io volevo battezzarla! Ne verranno, delle brigate, ne verranno a far chiasso da queste parti, specie per il gran viale dei pioppi, che la signorina Wilson ha dichiarato un prodigio.

Pazienza! cercherò dell'altro. E se non troverò dell'altro, me ne andrò. Il diavolo si porti le fanciulle girandolone, e i cani riconoscenti!

IV.

Poscritto…. rimasto a casa.

15 luglio 18…

Strano incontro e bizzarra conversazione, con questa signorina Wilson. Ben a ragione l'ho chiamata viragine. S'è fatta avanti arrossendo un poco, anzi diciamo pur molto, se molto ce ne voleva per trasparire dal bruno della carnagione, e ridendo in pari tempo, ridendo alto, più gradevolmente di Buci, che ha il riso muto.

—Il signor Morelli!—diss'ella, inoltrandosi.—Capisco ora perchè Buci voleva venire quassù ad ogni costo. Ma che cosa faceva Lei qui? dormiva, accanto all'acqua? Narciso ci si sarebbe voluto specchiare.

—Segno,—risposi io,—che non sono un Narciso.

—O piuttosto,—ribattè la signorina Wilson,—questa non è acqua da affogarci.

—Lo crede?—replicai.—Provando a tenerci dentro la testa….

—Allora, capisco bene, anche un catino basterebbe. Che bell'acqua viva, del resto!—soggiunse ella, affacciandosi all'argine.—Vien voglia di ficcarci le mani.—

E fece come diceva, affondando le mani, una dopo l'altra, e le braccia fino al gomito nell'onda cristallina, che fece intorno ad esse un lucido braccialetto d'argento. Io frattanto raccattavo il mio povero Orazio, che era scivolato sull'erba, e correva il rischio di prendere una bagnatura tanto molesta, quanto era piacevole alla signorina Wilson quella delle sue braccia indorate dal sole.

—Ecco il compagno di solitudine;—diss'ella, ridendo ancora alla vista del libro che stavo allora per rimettermi in tasca.—Un romanzo!

—Che! veda piuttosto.—

Così dicendo le squadernai sotto gli occhi il volume, avendo essa le mani impacciate e non amando io che quelle mani, per quanto gentili, battezzassero il mio poeta, pagano nella vita e nell'arte; e già anglicano nell'edizione, se mai.

Sis licet felix ubicumque mavis,—lesse ella, accostando la sua faccia a quelle del libro,—et memor nostri, Galatea, vivas…. Che cos'è? latino? Capisco ora perchè si fosse addormentato il lettore.

—Oh!—gridai.—Non faccia questo torto ad Orazio, nè a Galatea, il cui bel nome le è capitato sott'occhio. Mi ero addormentato qui, perchè avevo dormito poco stanotte.

—Ha ballato?—mi chiese, ammiccando.

—Io! Le pare?

—Ah, sì, è vero; non son cose per Lei, che è… se lo lascia dire?

—L'orso di Corsenna? Dica pure liberamente.

—Come lo sa?

—L'innocenza ha parlato, per bocca del figliuoletto dei Rossi. E sarà
Lei, m'immagino, che ha inventato il soprannome.

—Mi crede dunque molto cattiva?

—No, ma poichè voleva dirmelo….—ripigliai.—Gli autori recitano così volentieri le cose loro!

—Non sono stata io;—disse la signorina con accento più grave, che voleva acquistar fede alla sua asserzione.—Ma certamente mi pare che Le convenga. È proprio un orso, signor Morelli. Si fa la vita di campagna, vita allegra, di buona compagnia, e Lei se ne sta sempre da parte come un frate certosino. Si fanno corse di qua e di là, pranzi nei paesi e merende nei boschi, in dieci, in quindici, in venti persone, e Lei non si lascia vedere. Si balla qualche volta….

—E l'orso, contro l'uso, non fa neppur questo;—interruppi io.—Che orso male addestrato, non è vero? Quanto alle passeggiate, vede bene, signorina, che ne faccio.

—Ma da solo. L'ha mai veduto uno che si diverta da solo?

—Potrei dirle di sì, se avessi l'uso di guardarmi allo specchio. Ma io sono anche un orso mal pettinato. Infine, vivo da solo, com'Ella dice.

—E basta a sè stesso, non è così? Capisco infatti che tutto assorto nei suoi alti pensieri….

—No, non dica questo, La prego. Io non mi basto; e i miei pensieri, se mai, radono piuttosto la terra.—

Guardavo a terra, accompagnando col gesto la frase. E lì, a due passi da me, sporgeva il piedino della fanciulla; non un piede da viragine, in verità, e bisognava rendergli giustizia. Ella certamente si vergognò, perchè ritrasse il piede, dissimulando tuttavia l'atto sollecito con una carezza a Buci, che si era posto a sedere molto gravemente lì presso, quasi in mezzo a noi due. Dal canto mio, ero pentito già del mio atto, e tanto più facilmente, in quanto che era stato involontario.

—Radono piuttosto la terra,—ripigliai, volendo mostrare che non facevo nessuna allusione di cattivo gusto,—perchè appunto la terra mi piace, così verde, così sana, così confortante allo spirito. Per amor della terra vengo in campagna. Lor signore, lo so, guardano più volentieri in aria; quando giuocano al lawn-tennis, per esempio.

—Un bel giuoco; non Le piace?

—Avrò il coraggio di confessarlo; niente affatto.

—Pure, è ginnastica.

—Per che farne?

—Per rinvigorirsi. Alle battaglie della vita bisogna esser forti, respirar bene, muoversi bene….

—Certo; per ballare, per andare nell'inverno a teatro.

—Due cose che hanno la loro bellezza; non è anche Lei di questa opinione?

—No, signorina.

—Perchè?

—Sono molti, i perchè; richiederebbero molto tempo; ed è forse ora per Lei di ritornare a casa.

—Ecco, ci muoveremo, e Lei li potrà dir tutti passeggiando.

—Non tutti, non tutti; sarebbero troppi. Ma uno basterà. Nelle conversazioni, nei ricevimenti, nei balli, nei teatri, in tutti i luoghi, insomma, dove le donne portano la loro grazia e la loro gioventù, c'è sempre una caterva di sciocchi. Sono essi il maggior numero, vorrà convenirne. Per costoro si avrà da perdere il tempo e l'arte? per costoro da sciupar la grazia e l'ingegno?

—Ma non è vero, non è vero ciò ch'Ella dice;—esclamò la signorina Wilson, mentre passava davanti a me attraverso il fogliame delle carpinelle.—Per un uomo che sa il latino,—soggiunse, prendendo coraggio dall'andar che faceva senza guardarmi,—sono idee molto… molto… mi aiuti a dire?

—Stravaganti.

—Eh, quasi. Infatti, vediamo, crede proprio che le donne vadano ai balli e ai teatri per darsi pensiero degli sciocchi? Gli sciocchi son sciocchi, e nella società si accettano per contorno, come in certi piatti, mi passi il paragone, gli zucchettini e i cavoli di Brusselles!

—Poveri zucchettini!—mormorai.—Poveri cavoli di Brusselles!

—Ho detto quelli, non avendo altro alla mano;—diss'ella ridendo.—Cerchi Lei il contorno più sciocco, e sarà quello che ci servirà per definire tutti quei personaggi, che dispiacciono a me come a Lei.

—Ma non dispiace egualmente essere ammirate, citate sui giornali, vedere il giorno appresso descritte in tutti i loro particolari le graziose abbigliature.

—Oh sì, mi parli di quelle! Con tanti errori, dovendo farsi aiutare dalle modiste, e se Dio vuole riuscendo ad imprestare ad una signora il vestito di un'altra. Del resto, ritornando sui generali, voglio ammettere anch'io che un po' di tempo si perda in queste occupazioni di società. Ma questo avviene a tutti, e in ogni genere di vita. Lo guadagna forse Lei, il suo tempo, leggendo libri latini?

—Chi sa? Il vivere è un disporsi a morire.

—Ah bene! altre idee… come quelle di poco fa.

—Rinunziamoci dunque. Il vivere è un vegetare.—

Qui la viragine diede addirittura in uno scoppio di risa.

—Povera vita, a che la riduce! Ma almeno, per vegetare, bisognerebbe farsi piantare. Preferisce in vaso, o in piena terra?—

Gran diavola! Con lei, così pronta alla ribattuta, non si poteva vincere nè impattare.

—Ci sono,—provai a rispondere,—delle piante che non vivono per le radici, non avendone affatto; piante che vanno, come una arcana inquietudine interna le sospinge; piante che volano, come il vento le porta.

—Davvero? Le metteremo alla prova. Mi accompagni, sulla cima di quel monte.

—Signorina!…

—Perchè no? Tal quale mi vede, io vado da per tutto, anche da sola. Stamane ho già fatta una scorribanda assai lunga, e per luoghi abbastanza selvatici, senz'altra compagnia che quella di Buci. È un eroe, non lo sa?

—Lo so benissimo. Qualche volta è fin troppo ardito, temerario a dirittura. Ma per andare lassù, a Santa Giustina, giudicando così ad occhio e croce, penso che tra il salire, il restare, il discendere ci vorranno almeno due ore. E sono adesso le undici.

—Allora sarà per domani. Cioè, non per domani. Domani si va a visitare un altro santo. Come si chiama più? È il monte più alto di questi dintorni, a mille metri sul livello del mare.

—San Donato;—le dissi.

—Sì, per l'appunto, San Donato;—rispose ella.—C'è forse già stato?

—No, mai: ho letto il nome sulla carta.

—Senta il desiderio di portargli la sua; voglio dire la sua carta di visita. Ci venga anche Lei, domattina.

—Io? Le pare?

—Lei, sì, Lei. Saremo una ventina di persone; le Berti, ch'Ella conosce; la contessa Quarneri, col sèguito; il commendator Matteini; Terenzio Spazzòli, detto l'impareggiabile, ed altri che non ricordo, ma tra i quali non vanno dimenticati i ragazzi della signora Berti. Hanno poi promesso di accompagnarci la signora sindachessa e la signora segretaria comunale, che sono, vorrà convenirne, le due prime dame di Corsenna, per diritto d'uffizio. Condurremo anche Buci, qui presente ed accettante. Non si decide?

—Oh, non sarebbe per Buci, se mai; nè per tante altre persone che mi ha nominate.

—Volevo ben dire!—gridò ella battendo le palme.—Non sarebbe stato cavaliere. Parlando sul serio, signor Morelli, veda un po' d'esser buono. Tutte queste signore villeggianti di Corsenna dicono che Lei vive così appartato, perchè non ha trovata una compagnia abbastanza piacevole. Smentisca la calunnia, e venga.

—Signorina… non per la calunnia, che si chiarirebbe tale da sè, ma per non rispondere con un mal garbo alla sua gentilezza, verrò. I posteri non lo crederanno, ma infine….

—I posteri non lo sapranno neanche;—rispose ella, entrando con gioconda padronanza nella mia celia.—E poi, chi vuole occuparsi di loro?—

In questi discorsi eravamo giunti al viale dei pioppi. La signorina Wilson, venuta su da un'altra parte, non lo aveva ancora veduto. Ne fu tutta ammirata, innamorata, rapita al settimo cielo. Sincera, vivace, tutta di primo impeto, aveva facili le espansioni, come pronta la lingua. Di quella maravigliosa piantata di pioppi volle fare uno schizzo nel piccolo albo che portava sempre con sè. Furono pochi segni di matita, ma sicuri ed efficaci. Gran diavola, l'ho già detto e lo ripeterò ancora Dio sa quante volte, gran diavola di ragazza! Osservavo, intanto; e com'ella ebbe finito, lodai, non solamente per obbligo di cortesia, ma ancora per sentimento di verità, ch'ella doveva pur riconoscere.

—No, non mi lodi;—rispose ella tuttavia;—come disegno non val niente. È un ricordo, e come ricordo può andare. Vede intanto, signor Morelli, che io non perdo sempre il mio tempo? Se una cosa è bella, se franca la spesa, ne godo; se è sciocca, la lascio stare.

—Amen;—fui per rispondere; ma mi contentai di dirlo col gesto.

Mezz'ora dopo eravamo al principio del paese, dov'io presi commiato ed
ora per il giorno seguente. Giunto a casa, ho finita la lettera per
Filippo Ferri, ed ho tirato giù questo passio. Anch'io per ricordo.
Come ricordo può andare… e restare. Che perditempi, dopo tutto!

V.

All'altra bellissima ottava.

17 luglio 18…

Sì, diciamolo pure, che perditempi! E vanno proprio notati nel memoriale. Questo, davvero, meglio delle mie lettere a Filippo Ferri, vuol riuscire il "Giornale di Corsenna".

Ieri mattina alle sei, puntuale come un creditore, mi sono presentato in armi sulla piazza. Avrei voluto fare più nobili apparecchi di vestiario; ma poi ho pensato che si andava in montagna, che ero io l'invitato e non il mio abito, che finalmente il mio tutto vestito di tela era decentissimo, e il far novità sarebbe parso un atto di debolezza. Così non ho mutato niente del mio fornimento; solo v'ho aggiunto un bel fiocco di cravatta a capi svolazzanti, che facesse un pochino di spicco, dando tono e grazia a tutto il restante. Sciocchezze! ma chi non ne fa non ne conta.

C'erano le Berti, mamma, tre figliuole e due ragazzi, come a dire la chioccia e i pulcini. C'era la segretaria comunale, ma senza la sindachessa, che non aveva potuto muoversi da casa, essendo indisposto il primo magistrato di Corsenna. Si prevedeva, del resto; non già che fosse indisposto il sindaco, ma che la sindachessa, dopo aver detto di sì, facesse di no: era quello il suo modo di affermare la propria importanza. Giungevano in quel punto le Wilson, madre e figliuola; si faceva aspettare mezz'ora buona la contessa Quarneri, luminosa bellezza che non era mai pronta, ed aveva bisogno di comparire ultima sull'orizzonte, da quell'astro che era, e accompagnata dai suoi satelliti, come è costume degli astri. Appena giunta lei, ci mettemmo in cammino. Ricorderò, per amor d'esattezza, il commendator Matteini, un gentiluomo che ha conservato per trentacinque anni le patrie ipoteche, ed ora con eguale pertinacia conserva le sue fedine bionde, facendo il bello con la modesta gravità dell'uomo che non vuol dare importanza soverchia a questo dono di natura. Brav'uomo, del resto, e niente noioso, neanche quando parla del tempo ch'egli era di posto a Bologna; la "città dell'anima" com'egli la chiama, accompagnando la frase con una certa allargata di mantici e con certi stravolgimenti d'occhi, da lasciar balenare Dio sa quali ipoteche; radiate, speriamo, radiate oramai.

I vecchi son giovani, viva la faccia loro; ma chi sarà vecchio, se non ci si mettono i giovani? Ecco appunto Terenzio Spazzòli, che tiene nobilmente il suo posto di vecchio, senza averne l'età; Terenzio Spazzòli, senz'altri titoli, nè personali, nè ereditarii. Ma quello ha l'aria d'esser tutto; indispensabile in società, gran velocipedista nel cospetto delle tribune, gran guidatore di cotillons nelle feste, gran mastro di campo in tutte le giostre, socio nato di tutti i clubs che Dio misericordioso permette, di tutte le brigate "sportive" che sanno architettare e favorire le donne, queste graziose emulatrici della onnipotenza divina. Severo nel vestire, inappuntabile, inimitabile, impareggiabile, come lo ha battezzato la signorina Wilson; angoloso, bislungo e magro, ma adatto come un attaccapanni a tutte le mode; parco di parole e di gesti; un po' can barbone all'aspetto. Ha intera la barba, di fatti, ma rada, corta intorno alle guance, solamente più lunga e appuntata alla spagnuola sul mento; barba nera, aggiungo, che dà risalto ai denti bianchissimi, spesso e volentieri in mostra, come quelli di Buci. Anch'egli ha questo modo di ridere, a denti stretti, senza sonorità, senza spruzzi, manco male; e di ciò gli va data gran lode.

Mi fanno tutti di gran cortesie, non c'è che dire. La signora Berti e la signora Wilson, due mamme, mi prendono in mezzo, dopo che tutti gli altri mi hanno salutato; il commendator Matteini, con benevolenza tranquilla di capo d'ufficio in vacanza; Terenzio Spazzòli con gravità contegnosa, che potrebb'essere timidezza ed è forse degnazione; i tre satelliti della contessa Quarneri con pronta ed eguale affabilità, dopo che l'astro luminoso m'ha involto benignamente in un effluvio di pelle di Spagna, in una musica di paroline soavi, in un barbaglio di raggi e di sorrisi. Bravi, ragazzi; così va bene, senza dissonanze tra voi e senza sospetti per me. Ma dove mi sono imbarcato! Non vedo neanche il mio Buci, buon amico personale, e diciamo pure politico.

—Gliel'avevo fatto sperare;—trovò modo di dirmi la signorina Wilson, che pareva indovinare la causa della mia tristezza.—Ma il suo padrone è venuto iersera a ridomandarlo. Povero cane! non voleva spiccarsi da noi, temendo forse di buscarle. Ho ottenuto dal suo padrone che non lo bastonasse; quanto a lui, l'ho fatto andar più contento, promettendogli tutti gli avanzi della grande giornata.—

Gli avanzi promettono d'esser vistosi, perchè gli apparecchi son molti. C'è tutta una batteria di ceste, di canestri, di sporte, a cui bastano appena due muli e un somarello, fissati da Terenzio Spazzòli, nostro duca e signore. Come sempre avviene, l'asino è il più carico; del che non si duole. Con quei suoi passi corti e veloci, mossi a contrattempo, va sempre avanti a tutti, povero ciuco, e le sue grandi orecchie tese danno il buon esempio ai membruti compagni. Saltellano intanto le some; si sentono tintinnire le latte delle conserve, acciottolar le stoviglie, sgrigiolare gl'involti del pane, delle carni arrostite, lesse, salate. Fortuna che le bottiglie sono diligentemente impagliate, e i fiaschi bene affondati in grandi ceste di fieno. C'è un canestro che Terenzio Spazzòli ha fatto caricare con maggior cura; e non si sa che cosa ci sia dentro, e tutti muoiono dal desiderio di saperlo; ma l'inflessibile condottiero non si lascia smuovere da domande nè da supplicazioni; mostra i denti con una autorità inesorabile. Non vuole nemmeno che si parli di un altro carico misterioso, che dovrebb'essere la sua improvvisata più grande. È il più voluminoso, di fatti.

La mia mazza babilonese, tagliata in un ramo diritto di nocciuolo, ha destata la maraviglia delle signore. Ho dovuto spiegare perchè sia così lunga, e la signora Berti se n'è sbigottita. Ci son dunque molte serpi, in montagna? No, su per giù quante ce ne sono in pianura, e inoffensive, se mai, cioè non velenose; ma bisogna potersi guardare, e in questi casi un bastone lungo, pieghevole e rustico, val sempre meglio d'una corta e pulita mazza cittadinesca. Terenzio Spazzòli mi ha dato ragione, osservando giudiziosamente che male servirebbe in questi luoghi l'alpenstock, tanto di moda oggidì, ed anche fatto di bambù; vero arnese di parata, che nei passi difficili serve poco a sostenere, e nei brutti incontri, dovendo assestare due o tre colpi, si spezza, o alla men trista si sciupa; mentre un buon bastone egualmente lungo, di nocciuolo o di fràssino, sarebbe in ogni caso il più adatto.

Abiti convenienti per una gita in montagna sono stati messi fuori dalla contessa Quarneri, dalle signorine Berti e dalle due Wilson, madre e figliuola: cappellini semplici, senza sfoggio di nastri e di pennacchi, giacche alla marinara e gonne corte, che lasciano vedere i borzacchini di pelle chiara, allacciati sopra la noce del piede. Anche gli uomini tiroleggiano (concediamoci il gaudio d'un verbo nuovo), col fondo dei calzoni chiuso dentro le ghette, o dentro il collo delle scarpe da caccia; le giacche di panno bigio, tagliate a camiciotto e la cintura cucita addosso, per accoglierle in artistiche piegoline attorno alla vita. Il commendator Matteini è un poema; ha perfino la penna di pavone e il fiore stellato dell'edelweiss sulla testiera del suo cappello verde.

Nella prima ora del nostro viaggio eravamo tutti uniti in un solo drappello. A poco a poco, salendo la strada a ritroso del fiume, ci troviamo divisi in manipoli, secondo che hanno portato i capricci della conversazione, gli umori diversi e la maggiore o minore sveltezza delle gambe. Senza volerlo, io sono rimasto degli ultimi, colla Berti madre, che è la mia conoscenza più vecchia, e rappresenta del resto il maggior volume della brigata. La buona signora mi parla con arguta sincerità dei suoi ottantanove chilogrammi di peso, che non sono sempre piacevoli a portare: ma si consola pensando che erano già stati novantaquattro; ond'ella si è già liberata di cinque, e più spera di lasciarne in istrada, facendo continuamente del moto. Iddio l'esaudisca; ma per intanto ella viene ultima da per tutto.

E si sale ancora, si sale sempre su per la valle lunga; traversando paeselli e casolari; prendendo alcuni, un po' per chiasso, un po' per comodità, l'aiuto dei carri di contadini che si combinano per via; riunendosi qualche volta i manipoli sparsi, e separandosi da capo; ridendo tutti, chiacchierando, vociando, ammirando qua e là, facendo le maraviglie d'ogni più piccola cosa, e giurando che mai e poi mai si è fatta una più bella scampagnata. Così abbiamo passato l'ultimo ceppo di case, un mulino e una ferriera, dove la valle si fa più stretta e più fosca, e la via diventa un sentiero, tra macchie di ontàni, di querci e di fràssini, tra ciuffi d'eriche, di felci, di rovi, tra rumori continui di acque zampillanti, sussurranti, gorgoglianti d'ogni parte. La natura è qui d'una bellezza orrida, che piace assai, come tutti i contrasti. Il fiume, più ristretto d'alveo, si fa anche più capriccioso. Spesso il suo letto è quasi interamente attraversato da grossi petroni, impedito da balze e scogliere, ingombrato da massi tondeggianti come palle di bombarde spettacolose, non mai più viste, non mai più fabbricate. La signorina Wilson vuol sapere perchè quei massi rotondi, rugosi, di color rossastro si trovino là. Pietre cadute dai monti, risponde il commendator Matteini. Passi pei petroni, pei lastroni, per le falde e i macigni di calcare, che si vedono qua e là lungo il cammino, ancor male arrotondati dalle acque e dagli attriti del viaggio; ma quei massi tondeggianti appariscono più compatti e più antichi; son di granito, o di quarzo; centinaia di secoli li han visti così, e non sempre a quel posto. Io qui metto fuori la teorica dei massi erratici, lavorati e trasportati dagli immensi ghiacciai dell'epoca terziaria. Ciò mi solleva di qualche cubito nell'estimazione dei miei uditori; ci divento il geologo, lo scienziato della spedizione. A buon patto, non è vero? Ma io non ne abuso, e mi chiudo tosto in un prudente riserbo. Troppo vorrebbero saper ora da me le graziose signore, specie in materia di botanica, e più che io non mi ricordi d'averne imparato a pezzi e bocconi.

Seguendo i capricci del sentiero, si passa l'acqua almeno una dozzina di volte; si beve a tutti gli zampilli delle balze circostanti; si assaggiano tutti i frutti che offre la macchia. Abbondano le bagole, piccoli chicchi d'uva nera, che nascono dai ramicelli d'una specie di mirto, tanto graditi nell'autunno agli uccelli di passo; si trovano perfino le nespole selvatiche, piccine, ma più fresche al palato e più gustose delle domestiche. La signorina Wilson fruga per tutte le siepi, e ad ogni frutto che vede, domanda a me se può metterci il dente. "Mangi pure, signorina; queste bacche dal colore dell'indaco son le prune selvatiche, le madri delle nostre susine; asprigne, ma di gusto piacevole. Non ne abusi, per altro; si attacchi piuttosto alle fragole montanine, ai lamponi." Così ragionando, assaggiando di qua e di là il pasto degli uccelli, si sale, si sale ancora, fino al borro dove ha le sue sorgenti il fiume, diventato una cosa da nulla, e donde, chiuso il cammino dalla gran parete del monte, bisogna inerpicarsi da un lato sulla ripida costiera, per un sentiero a sghembi, che a vederlo di lì si direbbe un passo da capre. Ma ardito ci si arrampica il ciuco, e lo seguono i muli; ci arrampichiamo allegramente anche noi. La signora Berti è rimasta più ultima che mai; la regge e governa un fiero alpinista, il commendator Matteini. La contessa Quarneri ci ha i suoi tre satelliti; la segretaria comunale, la signora Wilson e le tre Berti, carine adolescenti, obbediscono ai cenni di Terenzio Spazzòli, sempre severo in ogni cosa che faccia, sempre sicuro di sè. I ragazzi trottano come puledri, ficcandosi tra i piedi dei grandi, inciampando, ruzzolando, saltellando e facendo il diavolo a quattro. Io prendo le mie vendette d'un troppo lungo restare in serrafila; sono in testa di colonna, e la signorina Wilson mi segue.

Gran montanara, gran camminatrice nel cospetto di Dio! E non suda, o non pare, mentre io grondo come una fonte. Ma è questo il mio solito; e non mi sento men forte, per ciò, meno voglioso di muovermi. In questo essa è come me; sente il piacere di andare in alto, sente come me il piacere di guardarsi indietro. Questo, poi, diciamo pure che può esserle venuto dalla moglie di Lot. Per fortuna non ci resta di sale. Quantunque, ad un certo punto della nostra salita, e in una delle nostre più belle fermate, la gran diavola fu per rimanermi di stucco. Contemplavamo la valle, così larga e così pittoresca davanti a noi, con tanti casolari sospesi come nidi sui fianchi verdi dei monti, con quella linea della strada che biancheggiava a tratti nel fondo, da qualche radura della frappa, allorquando la mia compagna diede un grido di maraviglia.

—Il lupo, signor Morelli, il lupo! Oh che bella cosa!

—Non tanto, signorina;—risposi.—Ma dove?

—Laggiù, veda; guardando diritto a quella sporgenza della montagna; più sotto, di qua dal grande albero….

—Ci sono, ci sono. Ma non è un lupo, quello; sarà un suo parente; voglio dire un cane.

—Già; e lo pensavo ancor io; ma volevo vedere che atteggiamento mi prendeva Lei, colla sua mazza babilonese. Proprio un cane; e come corre!

—Se non sapessi che è sotto chiave,—soggiunsi,—direi….

—Lo dica; abbia fede, signor Morelli, lo dica. È lui, il nostro
Buci.—

Il nostro Buci! Questo suonava più grato dell'accenno alla mia mazza babilonese e all'atteggiamento che la signorina Wilson si riprometteva da me per far fronte al pericolo. Ed anche, diciamo pur tutto, poteva far piacere l'idea di posseder qualche cosa in società con una bella ragazza; fosse pure un cane di villa.

Era lui, povero cane; era lui veramente, che aveva delusa la vigilanza del padrone, ed era corso sull'orma dei suoi protettori. Quanta strada aveva dovuto fare, per raggiungerci! Ma n'era finalmente venuto a capo; ed arrivando a noi, ansante, trafelato, con un palmo di lingua fuori, faceva ancora una mezza dozzina di salti buffi, mugolando ed alzando le froge per mostrarci tutti i suoi denti in un riso. Terenzio Spazzòli non sarebbe più stato solo a rider così.

Vorremmo concedere qualche minuto di riposo a Buci; ma egli non mostra di averne voglia; perciò ripigliamo la salita, restando d'un bel tratto i primi della comitiva. Sull'ultimo scaglione del monte ci fermiamo ad aspettarla.

—Che bellezza!—gridai, dando un'occhiata in giro a tutta quella gloria di vette, digradanti di prospettiva e di colore.

—Bravo! e Lei che non voleva venirci!

—Ma no, signorina. Ho accettato, appena me lo ha detto Lei.

—Con qualche restrizione. I suoi posteri, per esempio, che non lo avrebbero creduto….

—È vero; ma quando Lei mi ha soggiunto che non lo avrebbero saputo….

—A proposito, signor Morelli…. I posteri, voglio sperare, sapranno il suo nome di battesimo, mentre io, sua contemporanea, non ho ancora questa fortuna.

—Fortuna! Vogliamo dire? Mi chiamo Rinaldo.

—Rinaldo!—ripetè ella.—Un nome di paladino.

—Che non sarà mai esistito, se Dio vuole. E Lei? Sentiamo il suo, ora.

—Un brutto nome; sicuro, ne giudichi; Caterina.

—Bellissimo, anzi. E se ne possono cavare anche parecchi vezzeggiativi.

—Cominciando da Càtera, non è vero?

—No, lasciamo Càtera a Mercato Vecchio, C'è Rina, non Le garba?

—Ah!—esclamò essa ridendo.—Lei vuole accostarmi a Rinaldo.

—Senza sforzo, se mai; ed è il vezzeggiativo più signorile di Caterina. Ci sono poi le forme esotiche; le inglesi, prima di tutto, poichè Lei ha già inglese il casato. Kathleen, che è così dolce; Kate, che è così fine; Kitty, che è così birichino….

—Si fermi, e levi l'epiteto. Così per l'appunto mi chiamano in famiglia. Del resto, ci ho parecchi altri nomi, a registro; Frances, Evelyn, Dorothea.—

Il mio pensiero volò a Galatea e all'ode d'Orazio che il giorno innanzi le era caduta sott'occhio. Volevo ripigliare; ma in quel punto si affacciavano dalla salita le signorine Berti, e la nostra conversazione s'interruppe di schianto. Ed altri seguivano per l'erta, tutti affrettando il passo, a mala pena ebbero veduto noi, con quella furia montanina che è così naturale alla vista del luogo dove si farà la fermata. Là, poi, tutti si voltarono ad ammirare la valle, e si diè tempo di arrivare anche agli ottantanove chilogrammi della signora Berti, guardati, conservati e ipotecati per allora dal giubilato e giubilante commendator Matteini. Per la coppia ultima venuta bisognava allungare la stazione; e la signorina Kitty volle approfittare dell'indugio, correndo più in là a visitare una grande e folta piantata di faggi; vecchi faggi secolari, come se ne vedono più pochi sulle nostre montagne, poichè il bisogno e l'ingordigia hanno appiccicata all'umanità sprecona la malattia del far assi a tutto spiano. E si contentasse ancora di ciò! Dove ho letto io l'altro giorno che si pensa ad usare come forza motrice la cascata delle Marmore, cantata dal Byron? e che in Francia si pensa a fare il somigliante delle "chiare, fresche e dolci acque" di Valchiusa? Gli uomini son vandali su tutta la faccia della terra; e un giorno, ne ho fede, verrà un altro diluvio per castigarli. Spoglino per intanto le montagne, e vedranno.

Corsi dietro alla signorina Kitty, per trattenerla.

—Non vada laggiù; ci son buche e tradimenti.

—Come! tra i faggi?

—Per l'appunto, tra i faggi vecchi. Cascano i più vecchi e marciscono sotto le nevi; tra rami, foglie, licheni e borraccina, si forma su quell'intreccio di tronchi uno strato che inganna; par di andare sul sodo, e ad un tratto cricche, ci si può lasciare una gamba. Ha capito? Le proibisco di andare.—

La signorina Kitty abbassò il capo, alzando le pupille a guardarmi di traverso.

—Come comanda bene!—mormorava frattanto.

—Ho piacere che l'osservi;—risposi.—E Lei obbedisca bene.—

Mi fece il muso lungo lungo; poi scoppiò in una risata, che fece ridere anche me. Gran diavola e buona compagnona!

Si ripigliò la strada, costeggiando il bosco dei faggi, così nero sotto il denso fogliame, che alle nove del mattino si distinguevano appena le prime cinque o sei file di tronchi, e tutto l'altro era sepolto nell'ombra. Mezz'ora dopo, si afferrava la vetta; non la più alta del San Donato, ma uno dei suoi sproni, e il più prossimo, tra il quale e la cima del monte si stendeva una lunghissima prateria, tutta liscia e verde di smeraldo. Dall'orlo di questa, affacciandosi verso mezzodì, si offriva ai nostri occhi una scena stupenda. "Thalatta! Thalatta!" avrei gridato io, se fossi stato certo che i miei compagni gradissero il greco. "Il mare! il mare!" gridarono essi, tutti accorrendo, perfino la signora Berti, che prese un'ipoteca temporanea sul braccio del commendator Matteini.

Scena stupenda, per verità, incantevole, divina, come una di quelle che immaginiamo qualche volta essere arrise nei luoghi eccelsi alle albe del genere umano. Gran verde ai nostri piedi; poi subito un gran vano, come un abisso spalancato, profondo, buio alla prima vista, ma pieno di cose e di colori indistinti; di là dall'abisso un lungo disordine, ma severo e solenne, di dorsi montuosi, di picchi e di guglie rocciose; di là ancora, oltre una riva non vista, l'ampia infinita distesa del mare, calma superficie tra turchiniccia e verdognola, solcata per lungo da liste di bianco, sfumata qua e là da chiazze irregolari di grigio; e tutto fremente, tutto sfavillante d'una luce vaporosa, come sotto un mobile polviscolo d'argento e d'oro. Immobili a fior d'acqua, come ninfe marine, apparivano le prime isole del Tirreno: la Gorgona e la Capraia, minuscole, quasi burchielli arrovesciati sui flutti; l'Elba, più vasta, in forma d'un lungo scudo sannitico; e laggiù, a destra, sull'orizzonte, bianca scogliera rilucente al sole, la punta settentrionale della Corsica. Bellissimo! bellissimo! E non si sapeva dir altro. Bellissimo, infatti, com'è sempre il bello, quando si vede da lontano, e lascia modo a pensarci, a fantasticarlo secondo i nostri desiderii.

Ho sonno; finirò domani.

VI.

In alto, e in basso.

18 luglio 18…

Le signore hanno protestato di non voler salire più oltre. L'ultima punta del San Donato è alta ancora un centinaio di metri; ma che cosa si potrà vedere di lassù, che non si veda dall'orlo del prato? la Sardegna, forse? o la costa d'Africa? Dunque, fermi lì, dove si sta così bene. Terenzio Spazzòli è interrogato da una quindicina di sguardi, più o meno supplichevoli; Terenzio Spazzòli si arrende al desiderio dei popoli, ma con la dignità di un re, che sembra dire coll'atto: era questo il parer mio per l'appunto. E subito comanda ai serventi di portare le provvigioni di bocca in un vicino boschetto di faggi, che già aveva adocchiato arrivando.

—Non là;—disse la signorina Kitty, gittando verso di me un'occhiata maliziosa.—Ci saranno delle buche, tra i faggi.

—Non c'è pericolo; rispose l'esperienza paesana, per bocca di uno dei mulattieri.—È una faggeta di pochi anni, e c'è sodo come sulla strada battuta.—

Si va a vedere, seguendo le nostre salmerie. Il luogo è adatto e grazioso; una selvetta che par pettinata mezz'ora prima dalla madre natura, tutta a masse ben distribuite, tutta viali, sentieri, redole, andirivieni, che paion tracciati a disegno. Fatti un cento di passi, ecco una bella radura, con una fontana nel fondo, certamente più alta di tutte quelle che danno origine al fiume. Sgorga l'acqua da un fiorellino, tra ciuffi di felci e capelveneri; zampilla, gorgoglia, sussurra per un po' di cammino fra i sassi, andando a far lago in una buca di forse due metri, che s'è scavata nella zolla del prato; donde poi straripa e scivola a valle, immollando per un buon tratto il terreno. Acqua limpida e fredda, dove la signorina Wilson è già corsa a tuffar le mani con gioia infantile, io l'amo e la venero come tutte le fonti, in ciò sentendomi veramente pagano. Terenzio Spazzòli si affretta a profanarla, ficcandoci dentro non meno di trentasei bottiglie, fra segni non dubbi di approvazione e di ammirazione da parte dei saggi. A che altro, di grazia, dovrebbero servire le fonti, se non a tenere in fresco il vino, specie quando le bottiglie, mal difese dal tessuto delle ceste, si sono scaldate al sole in tre ore di marcia?

Terenzio Spazzòli è l'uomo sapiente che nessuna cosa vale a turbare, o solamente a commuovere. Potrà essere uno sciocco; ma è certamente un personaggio destinato al comando, solo che altri lo tenga da ciò, riconoscendo la mediocrità di lui quanto bisogna per non sentirne invidia; donde ha origine un bel moto dell'anima, e la voglia matta di spingerlo in alto. Egli frattanto può raccomandarsi benissimo all'attenzione de' suoi simili, rendendosi utile e tenendosi abbastanza prezioso. È a buon conto uno di quegli uomini che fanno di tutto: non eccessivamente bene, capisco; ma ogni eccesso non è forse difetto? Gran gente, i mediocri, quando sono operosi, attenti e pacati. Non hanno scatti di pensieri, di affetti, di risoluzioni; fanno quel che possono e sanno, magari quel che non sanno, ma con tanta buona volontà! Chi crede di far meglio si faccia avanti; essi hanno data la loro misura, non facendosi pregar troppo, non ispaventandosi di nessuna malleveria. E riescono, il più delle volte; se non riescono, sarà ancora un bel merito aver provato di fare. Sono utili, così; diventano necessarii; chi ne rideva da principio, si avvezza a loro, non vede che loro, non sa passarsi più dell'opera loro e della loro persona. Mediocri, io vi saluto; se stèsse in me, vi adoprerei tutti al governo.

Si fanno grandi apparecchi intorno alla fontana; ed anche poco distante, tra i faggi, dove sono state condotte e scaricate le bestie da soma. I serventi son tutti in faccende, obbedendo agli ordini di Terenzio Spazzòli. Hanno perfino improvvisato un focolare, di cui sentiamo crepitare la stipa. Che cosa vorrà essere la nostra refezione all'aperto? Terenzio viene modestamente a consigliarsi con le signore; propone un pasto che sia colazione e desinare ad un tempo, osservando che due pasti separati da troppo breve intervallo si guasterebbero l'un l'altro. La sua osservazione è giudiziosa, quasi profonda, come tutto ciò che gli esce di bocca. Terenzio bocca d'oro! E niente insuperbito dell'approvazione universale, si volge a me, domandando come si potrebbe chiamare il pasto consigliato da lui. A me? certo, ed anche naturalmente: non son io, per decreto delle signore, lo scienziato della spedizione? Propongo di chiamarlo "colazione desinatoria", corroborando la mia proposta con la "coulassion disnoira" dei Piemontesi e col "dèjeuner dinatoire" dei Francesi. La necessità di copiare è evidente; se c'è la cosa, perchè dovrà mancar la parola? e se degli italiani l'han trovata in dialetto, perchè non si dovrebbe farla passare nella lingua?

Accettata la parola, o le parole, si aspetta con desiderio la cosa. La camminata lunga e l'aria montanina hanno recati i loro effetti maravigliosi; gli stomachi vuoti rimordono, come altrettante coscienze aggravate. Ma bisogna aver pazienza un momentino; quel tal momentino che diventa un quarto d'ora per via. Non è molto, poi; ed anche è bene speso quel po' di tempo, perchè sono arrivate le scodelle e distribuite sui tovagliuoli, davanti ai commensali, adagiati sull'erba; e dietro le scodelle arrivano parecchie latte di brodo fumante. "Questo ristora" osserva Terenzio Spazzòli, facendosi attorno col cucchiaione, per servir le signore. I fabbricatori di conserve alimentari hanno fatto il miracolo; il fuoco l'ha compiuto, dando una scaldata alle latte; nondimeno, si dà merito di tutto a Terenzio Spazzòli. Infatti, è giusto; l'idea di ristorare gli stomachi, prima di nutrirli con le vivande fredde, l'ha avuta lui, e gliene va data la lode. Notate ancora: arrivato il brodo, a parecchi viene l'idea di far la zuppa del cane, rompendoci dentro una mezza pagnottina. Ma no, non c'è bisogno di questo; Terenzio Spazzòli ha pensato egualmente ai piccoli dadi di pane tostato nel burro. Sarà la zuppa del viaggiatore, se mai; zuppa da persone di garbo, che vogliono dare la sua parte anche all'occhio. E sia pure zuppa del cane anche questa, ma solo quando ne avrà assaggiato il povero Buci, che va trottolando, scodinzolando, mugolando, fiutando, dalla fontana alla cucina, dalla cucina alla fontana; certo, all'apparenza, il più affaccendato di tutti. Il brodo caldo ha ristorati gli stomachi: ora vengono i freddi: prosciutto, mortadelle, polli arrosto, galantine, gelatine, burro, sardelle di Nantes, bottarghe e via discorrendo; tutta roba che dà buon bere agli uomini. Ed anche le signore non canzonano; è bello vederle all'opera, sgranocchiare allegramente d'ogni cosa, rinunziando volentieri alle forchette e ai coltelli, dove possono bastare le mani, non badando ad ungersi un pochino le dita, e magari gli angoli della bocca. Ai miei tempi sono stato romantico anch'io, e poco mi piacevano le donne in atto di mangiare; cresciuto negli anni, nella esperienza e nel sentimento della vita, amo vederle a tavola, occupate graziosamente a morsicchiar petti di pollo e pasticcini di Strasburgo; senza contare che la tavola meglio imbandita, dov'esse manchino, è triste. Per passare la musoneria, lo so bene, ci si beve di più; ma allora, peggio che andar di notte, corrono i discorsacci, volano i motti pungenti e si risica di finire come alle nozze di Pulcinella, che le furon legnate. Colle donne a tavola, c'è sempre in ogni piatto il condimento della grazia, che vi farebbe parer buona anche una frittata senz'ova; c'è l'allegria contenuta, la celia garbata, il desiderio di piacere, la cura di non esser noiosi; tutte le buone qualità dell'uomo sono in mostra, e le cattive abilmente dissimulate; sicchè par proprio di ritrovarsi fra gente civile.

Così pensano i classicisti, che oramai tengono il campo. Ma ecco, mentre clan volta i romantici, venir fuori un'altra razza di guastamestieri, gli uomini politici e i politicanti, coi loro banchetti mascolini a un tanto a testa, colla minestra cotta stracotta e raffreddata per via, colle salse andate a male, col pesce passato, col servizio fatto a casaccio; e tutto ciò per il maledetto gusto di sorbirsi alle frutta un bicchiere di vinello che la pretende a Sciampagna, e una tantafera sconclusionata che la pretende a discorso. Ma ne sono quasi sempre puniti; perchè, se il bicchiere è uno, son due i discorsi, tre, cinque, sette; e qualche volta, data la gravità del fallo, s'aggiunge il castigo di Dio d'un sonetto, improvvisato per l'occasione la sera innanzi, o quell'altro del personaggio cupo che si leva ultimo, incominciando: "Signori, io non sono oratore…" e cava dalla tasca del soprabito uno scartafaccio enorme.

Sono di cattivo umore, io. E non erano così, l'altro ieri, i miei compagni di San Donato. Alle frutta non si fecero discorsi, quantunque fossero molto bene snodate le lingue. Venne e fu aperto sotto i nostri occhi il vaso di Pandora; voglio dire il canestro misterioso, per cui si erano fatte tante ciarle e tante supposizioni durante il viaggio. Ne uscirono fuori chicchere, piattini, cucchiaini, caffettiera, zuccheriera, tutto un servizio da caffè. Dio degli Dei! e già dalla cucina nascosta tra i faggi si spandeva, giungendo fino a noi, l'aroma della bevanda celestiale, che staccava il bollore nel bricco.

Terenzio Spazzòli fu proclamato ad unanimi voti un grand'uomo. Lo avremmo levato sugli scudi, se non ci fossero mancati gli arnesi da ciò, e se non fosse stato necessario levarci noi da sedere. Il nostro condottiero accolse con tacita compiacenza le lodi, e attese egli stesso al servizio, presentando la chicchera fumante alle dame. Lo aiutava la signorina Wilson, presentando la chicchera ai cavalieri; gran degnazione in lei, nuovo pregio che si aggiungeva alla cosa, e per cui Galatea si tramutava in Ebe. La seconda immagine non è mia; è del commendator Matteini, giubilato come conservator d'ipoteche, ma non ancora come conservatore delle buone tradizioni letterarie. Ed era graziosa, quell'Ebe; ma forse un po' troppo gloriosa, avendo l'aria d'essere stata a parte del segreto. Anzi, diciamo tutto, ad un certo punto se lo lasciò sfuggire di bocca. "Ma sì, volevamo fare una improvvisata." Ahi, questo non è bene. Dunque la signorina Kitty ci ha l'uso delle partecipazioni? Infatti, può dire a me: "il nostro Buci"; a Terenzio Spazzòli: "il nostro caffè."

La signorina Kitty conosce anche il segreto della cesta? Ma sì, figuriamoci se non ne ha la sua parte! Non ho ancora digerito il caffè, e già mi danno l'assenzio. Il taciturno condottiero ha lasciata la compagnia, sottraendosi al coro dei suoi lodatori. Ed anche lei si muove, andando tra i faggi, verso il deposito delle provvigioni. C'è del nuovo, per aria, e si sente. Quando ritorna, con la sua aria birichina e col suo risolino malizioso, va a discorrere sottovoce colla contessa Quarneri. Non afferro che questa frase, con cui ella finisce: "ci sta Lei?"

—Ma sì,—risponde la luminosa contessa, è un'idea stupenda. A mille —metri sopra il livello del mare! Non potranno vantarsene molti.

—Che c'è?—domandano le signore, poichè la contessa ha parlato a voce alta, e non vuol far mistero di nulla.—Un'altra improvvisata?

—E come! un lawn-tennis su quella prateria, che par fatta a bella posta.—

Un lawn-tennis! Le ragazze Berti saltano dalla gioia. La mamma loro non farà certamente quell'esercizio ginnastico; ma in fondo non le dispiace, dopo desinare, godersi un po' di spettacolo. La signora Wilson madre non può sgradire un divertimento della sua patria d'adozione. La signora segretaria comunale non lo conosce ancora da vicino; sarà felice di essere ai primi posti, per assistere ad una delle tante inezie della moda. I tre satelliti della contessa amano tutto ciò che ama il loro astro dominatore. Il commendator Matteini non ha opinioni in proposito; rammenta d'essere stato ai suoi tempi un dilettante di pallone; si adatterà volentieri a veder giuocare alla palla; condizione di spettatore tranquillo, che può pensare intanto a tutt'altro, magari alla "città dell'anima" Quanto a me, dovevo immaginarmelo, questo tiro mancino. Abomino il lawn-tennis, più ch'io non faccia i miei peccati di gioventù, pensieri, opere ed ommissioni; e proprio a me doveva toccare questa delizia, a mille metri, anzi a mille e diciannove, sul livello del mare.

Ho fatto di necessità virtù, accompagnando la brigata sulla prateria destinata. Avrei fatta anche la fatica di andare attorno, in cerca di petroni, per far sedili alle signore. Ma c'erano i ripieghini, utili e maneschi sederini di tela, coi due staggi mastiettati a iccase, che venivano a fare l'ufficio loro in buon punto. Il saggio Terenzio Spazzòli aveva proprio pensato a tutto, perfino agli ottantanove chilogrammi della signora Berti.

E già, in quella sua breve assenza dalla fontana, aveva fatto prodigi. Aiutato dai serventi che gli tenevano le cordicelle tese, e dai due piccoli Berti che gli portavano il gesso, aveva segnate le doppie linee parallele del campo di giuoco; poi, piantati i piuoli, aveva rizzata nel mezzo la rete, che fa nel lawn-tenis l'uffizio del cordino nel giuoco del pallone, e che bisogna sempre trapassare con la palla, perchè il giuoco sia buono. Le racchette erano a posto sulle due estremità del campo; a posto sulla battuta le palle di guttaperca, in numero di sei, per averne sempre una in pronto, se un'altra si crepasse, e un'altra o parecchie volassero di qua o di là fuor del confine. Per quelle, poi, vigilavano i ragazzi, sempre vogliosi di correre. Così tutte disposte le cose, in mezzo a due file di spettatori si distribuirono le coppie dei giuocatori e le mute rispettive. Primi a giuocare furono da una parte la contessa Quarneri con Terenzio Spazzòli, dall'altra la signorina Wilson col primo (è poi veramente il primo?) dei famosi satelliti. Anche a me fecero cortesia, invitandomi a giuocare. Mi sono scusato, confessando d'essere ad ogni giuoco una sbercia.

Non è meno sbercia (sia detto con tutto l'ossequio dovuto a tanti pregi fisici e intellettuali) non è meno sbercia di me la contessa Quarneri, che con una sequela di falli conduce in perdizione il suo compagno di giuoco e sè stessa. Pure, aveva contrario uno dei fidi satelliti, che lavorava con ogni suo potere a farla guadagnare, non azzeccandone mai una. Ma vegliava accanto a lui la signorina Kitty, che le imbroccava tutte, e che, com'ebbe visto far cilecca il compagno, prese a levargli la mano, muovendosi lei, leggera come una ninfa, e sopramano e sottomano, come le veniva fatto, rimandando la palla; ma, da furba, non mai dalla parte di Terenzio Spazzòli.

Ho detto che le imbroccava tutte, e non mi disdico, sebbene due le uscissero dalle righe. Ma quelle due le aveva gettate a bella posta fuori del giuoco. Scambio di rimandarle alla parte avversaria, con un abile giro di racchetta le scagliava verso di me, una facendone ruzzolare fino a' miei piedi, e l'altra, poi, accoccandomela senza misericordia sul mio cappello di sparto; senza averne l'aria, si capisce, mentre io stavo discorrendo colla contessa Quarneri, che si era stancata alle prime partite, e uscita di giuoco e surrogata dalla maggiore delle Berti, era venuta a sedersi presso di me, rimasto a caso in disparte. Non più Ebe, no davvero, Galatea da capo; e non già quella di Orazio, che si metteva in viaggio; non già quella di Teocrito, che tradiva Polifemo per Aci; la Virgiliana, dico, della quale cantò Darneta nella terza delle Bucoliche:

Malo me Galateo, petti, lasciva puèlla, Et fugit ad salices et se cupit ante videri.

Ad un certo punto, approfittando della distrazione di uno dei ragazzi, viene a raccogliere una palla a poca distanza da me. Avrei dovuto alzarmi io a raccoglierla; ma mi tratteneva nel dialogo una battuta un po' lunga della contessa Quarneri. Passando leggera davanti a noi, la signorina Wilson mi gitta poche parole, che rompono a mezzo il discorsetto della mia interlocutrice.

—Non è vero, signor Rinaldo, che è bello il lawn-tennis?—

Le rispondo che è bellissimo; ma ella è già trascorsa veloce, sorridente, graziosa; si curva sulla vita, raccoglie la palla, e fugge al suo posto di combattimento. Gran diavola di ninfa! Non offre all'occhio che belle linee flessuose, elegantissime nella loro mobilità: ogni atto, in lei, ogni gesto, ogni movenza, è un prodigio di grazia. Ci ha parte sicuramente il lawn-tennis, con tanta varietà di movimenti che richiede; ed è forse per questo che le signorine giuocano volentieri al lawn-tennis.

Ma ogni bel giuoco dura poco, anche quando pare una gran novità, a mille diciannove metri sul livello del mare. La signora Wilson e la signora Berti, madri, ed arbitro del campo, hanno guardato l'orologio e fatto un gesto a Terenzio Spazzòli. La signora Berti è anche un po' di cattivo umore. Perchè? Immagino che le dia noia la luminosa bionda che ha tre serventi, mentre le sue figliuole non ne hanno nessuno. Eppure son tanto carine! Ma che mania, scusi, è la sua, di condurle da per tutto in mostra, a far numero tra le donne di sboccio, tra quelle, io vo' dire, che stanno sulle mode e sugli spassi, che son vaghe di conversazioni, di teatri e di feste da ballo? Giuro, anzi scommetto, che a far così non troveranno marito. Uno che abbia la vocazione di prender moglie, o cerca una dote vistosa, o si appiglia a qualità più modeste. Le sue care figliuole hanno tutte le mode ultimissime, scorrazzano su tutti i marciapiedi, si fanno vedere a tutte le prime rappresentazioni, a tutte le feste, a tutti i ricevimenti solenni. È una cattiva strada, quella che prende la signora Berti degnissima. E ci ha, dopo tutto, un cuor d'eroina: per il suo nobile errore si adatta ad ogni fatica più improba; corre di qua e di là senza posa, naviga e pesca in ogni acqua, povero vascello a tre ponti, e si scusa dicendo che fa tutto ciò per ragion di salute.

Se almeno uno dei tre satelliti lasciasse un po' la Quarneri! Ma no, niente; son fermi al posto, e si direbbe quasi che si facciano la guardia l'un l'altro. Dove uno va, si cacciano gli altri due. Garbati, silenziosi, sospettosi, non sanno neanche marciare in fila; vanno sempre di fronte. Quando uno ha l'ombrellino della signora da tenere, l'altro porta il ventaglio, e il terzo i guanti. La contessa li tratta tutti egualmente, con languida benevolenza imperatoria. Con altrettanta benevolenza ha chiesto dei versi a me, pel suo albo. "Gli amici miei ci son tutti," mi ha detto, "e non altri che amici." Dio, quanti ce ne debbono essere! È molto bella, e d'una bellezza che attrae: carnagione di madreperla, con toni rosei; capelli biondi, ma d'un biondo strano che tira all'amaranto, con vene e riflessi d'oro di zecchino; occhi un po' grigi, ma fosforescenti; bellezza luminosa, ho già detto, e non c'è altro da aggiungere.

Gli arnesi del giuoco sono raccolti nella cesta; raccolta e caricata la batteria degli impicci, delle provvigioni avanzate, delle stoviglie, e via discorrendo. Si dà un'occhiata stracca alla gran scena del mare, che ci aveva tanto commossi all'arrivo, e si riprende il sentiero della valle. Laggiù, a due terzi di strada, dove si era notato un luogo assai pittoresco in vicinanza del mulino, si farà una lunga fermata ed anche una merenda. Così decreta Terenzio Spazzòli. Le signore protestano che non toccheranno più cibo; ma egli, sicuro del fatto suo, sentenzia che giunte laggiù sentiranno ancora gli stimoli dell'appetito, e non vorranno poi lasciar soli a macinare i compagni del sesso forte, che sentiranno gli strazii della fame. Si ride, si salta, si canta e si scende.

La signorina Wilson è venuta al mio fianco, a caso, e per non rimanerci a lungo.

—Di che cosa le parlava con tanto ardore la signora Quarneri?—mi chiede.

—Di poeti, in genere;—rispondo.—Ma più del Leopardi. Ne va matta.

—Sì?—-esclama lei, torcendo le labbra.—Oh cara!—

Qui fa una pausa, e poi parla d'altro; finalmente, disponendosi a lasciarmi per andar colla Berti, mi scaglia la frecciata del Parto fuggente.

—Ho osservato che Lei diventerà un discreto giuocatore di lawn-tennis.

—Io? e perchè?

—Perchè si adatta così bene a fare il quarto—

Assassina! Vorrei chiederle conto della sua frase, ritenendola oscura: ma lei è già lontana, e chiama Buci ad alta voce. Buci arriva, ma a piccole giornate; non salta più, trova appena il tempo di ridere, avendo fatta una scorpacciata da vicario foraneo.

Lascio la signorina Kitty al suo Buci. Ed ella non sa che potrei farla ridere con più gusto e più rumorosamente di Buci. Basterebbe che io le riferissi un brano di discorso della signora Quarneri.

—Quanto l'amo, quel caro Leopardi! E dica, è sempre laggiù confinato nella sua Recanati?—

VII.

Rinaldo a Filippo.

25 luglio 18…

Che idee ti passano per la testa? Che opinione ti sei formata di me? che io sia diventato un mulino a vento, da muover le pale ad ogni soffio? un arcolaio, che quanto è più vecchio e più gira, ai capricci delle donne gentili che si trastullano a dipanare? un guancialino da aghi e da spilli, per uso delle ragazze che si addestrano a pungere? e peggio, poi, un tappeto, una pedana, un posapiedi da contesse?

Tu vuoi aver l'aria di saper molto addentro dei fatti di Corsenna; e non sai niente, lasciatelo dire, niente di niente. Se sai, perchè ti lagni che non ti scrivo io? Ma infine, è vero, non ti ho più scritto da dieci giorni, magari da quindici. Ho la malattia degli scrittori, mio caro; quella specie d'intermittenza, ch'essi hanno comune con certe fontane. Sono periodi d'inerzia. Quando non riesco ad azzeccare un'idea, ed ho nondimeno il prurito nelle mani, scrivo lettere; è giusto allora che io scriva al miglior degli amici. Ma poi le idee mi ritornano, o mi pare; e allora son tutto al lavoro. Guai se non fosse così.

Quanto al "giornale di Corsenna", checchè tu ne pensi, non si poteva tirare avanti; era vuoto di cose, ed io non potevo tesserlo tutto di ciance. Altro che articoli di fondo, come li vuoi chiamar tu, sognando ad occhi aperti. Vedo qualche volta, saluto, e da lontano, se posso: quando non posso da lontano, adempio gli obblighi di società, tirandomi fuori alla svelta, e mi rifaccio al poema. Sicuro, al poema, mio tormento e mia gloria. Rivedo più chiara l'idea madre; anzi, ti dirò che mi è cresciuta fra mani. Don Giovanni è l'uomo, nella sua bramosia insaziata d'ideale, dell'ideale che cerca da per tutto, che crede ad ogni istante di afferrare, e che da ogni parte gli sfugge. Mi dirai che questo è poi Faust, quello della seconda, e più ancora della terza parte. Vero; ma quello è veduto un po' tardi, ed espresso anche timidamente, sarei per dire fiaccamente, con ingegno sempre sveglio, ma con mano senile, del tempo triste in cui ride ancora al poeta l'immagine, ma incomincia a mancare la fantasia ordinatrice. Nè io voglio dirti che farò meglio del Goethe; mi basta assicurarti che farò diversamente da lui.

La signorina…. di cui mi parli, fu un'apparizione momentanea, ed anche, se ti degnerai di rileggermi, capitata in mal punto a romper la quiete del mio rifugio nel verde. Sei tanto curioso di lei? Perchè non mi domandi ancora del cane? Quello, per esempio, è interessante davvero; e vive oramai con me. Il padrone, dopo un'assenza un po' lunga, l'ha castigato chiudendolo in casa. Quell'altro è scappato dalla finestra; ha fatto un'assenza anche più lunga, tanto lunga che non ha più voluto ritornare. Il contadino l'ha cercato da per tutto in paese; finalmente l'ha ritrovato da me. Ma la povera bestia, che ride così volentieri, s'è messa a guaire, anche prima di ricevere il più piccolo colpo. Ne ho fatta una delle mie; ho proposto al contadino di comperargli il suo cane. A quello non parve neppur vero di buscarsi venti lire per un povero cane da pastori, non più di primo pelo, e sviato oramai, che non gli avrebbe più fatto niente di buono. Buci, a farla grossa, non val dieci lire, come cane; come amico vale un Perù. È felicissimo del trapasso. Non mi lascia un minuto; dorme accanto al mio letto sopra una sedia che fa ballar tutta la notte, dandosi poco riguardosamente alle pulci; ringhia a tutti, per via; mangia quando gli fa comodo, e mi obbedisce quando gli piace; a fartela breve, aveva un padrone, lo ha lasciato, e si è procacciato un servitore.

Ti ho date così, e non brevemente, tutte le mie notizie. In ricambio, dovresti farmi un piacere; mandarmi tre libri, che ti sarà facile ritrovare da ogni libraio: un Teocrito, un Virgilio, un Orazio, per far certi confronti che mi son necessarii. Edizioni del Teubner, mi raccomando, che hanno le varianti di tutti i codici. Il Teocrito mi pare sia quello che porta le note del Fritzche. Dell'Orazio son sicuro che ha le note del Mueller, e del Virgilio son parimente sicuro che ha quelle del Kappes.

Son venuto qua senza libri, non contando l'Orazio del Murray, un gingillo, non un libro di studio, e non contando il mio Dante, il babbo di tutti, e non se l'abbia a male nessuno. C'è tutto in lui, come nella Bibbia; ed è sempre nuovo. Dio di misericordia, non si potrà dunque far meglio? Consoliamoci, per altro; l'insuperabile è nostro italiano, e quelli che di tanto in tanto gli voglion mettere a paro possono farlo colla voglia; non hanno descritto nè contenuto un mondo come il suo, così pieno, così vario, così mirabilmente fuso, del reale e dell'ideale; perciò non reggono alla prova, cadono irreparabilmente con quella moda medesima che li aveva fatti sorgere alla gloria degli altari.

Mi raccomando, adunque: Teocrito, Virgilio, Orazio, e del Teubner, per veder tutte le varianti in quei passi che mi preme di confrontare, e fors'anche mi verrà voglia di tradurre. Non ti puoi immaginare come giovi il tradurre, come rifaccia la mano. Ci andiamo sbrandellando, sfilacciando, sbriciolando, nella facilità della nostra lingua corrente, che porta a dir tutto, anche l'inutile; e Dante ci richiama alla sobrietà efficace. Ma Dante è l'esempio: occorre l'esercizio. Allora si traduce dal latino o dal greco, si combatte a corpo a corpo coll'idea e colla espressione che le è propria, si acquista precisione, si consegue agilità, si ottiene fermezza.

Vedi bene che non ho il capo alle donne. Che idee ti passano per la testa?

30 luglio 18…

Troppo breve! Ti lagni ancora. Troppo breve! Ma che cosa dovevo io dirti di più, per allungare l'epistola? Leggi quelle di Cicerone, e vedrai che il grand'uomo ne ha scritte d'ogni misura, anche da Roma, capo del mondo, e conoscendone tutti i segreti. Da Cuma, poi, o da altro dei suoi luoghi di villeggiatura, non scriveva più lettere, ma biglietti, pagillares, come dicevano allora, da stare nel pugno; e guai a stringere, non se ne spremeva una goccia di sugo. Che cosa dovrò raccontarti io da Corsenna?

La contessa Quarneri, mi dici; e vedo che ti sta molto a cuore. Caro mio, prega il marito di morire alle sue acque di San Pellegrino; passa, da quel terribile spadaccino che sei, sopra i cadaveri fumanti della sua guardia…. del corpo, e sposala; per me, te la rinunzio. Mi ha chiesto dei versi per il suo albo, dove non scrivono che amici. Che piena! Affrèttati anche tu, perchè ci sono a mala pena due pagine bianche. Io mi sono contentato di un angolo, dove ho ricopiato per la ottantesima volta il mio famoso sonetto del cigno. Dicono che è classico; lei lo ha trovato stupendo; ma tu, che sai la storia di queste repliche, qual prova più convincente vorresti della mia innocenza e della mia indifferenza?

È bella, sì, Dio mio, fin troppo bella; è una di quelle donne che dicono alla gente: guardatemi, contemplatemi, adoratemi. In una città sono istituzioni, monumenti, musei; si va a visitarle, e si segna nel taccuino: l'ho veduta. Compiango per altro il custode di quel museo; povero custode, che ha perdute le chiavi, e deve lasciare aperto a tutti i curiosi! Non capisco veramente come sia venuta quest'anno a Corsenna, dove non ha modo di brillare…. a suo modo. Che il marito l'abbia mandata qui in punizione? o per cautela? Certo, non sarebbe stato bello che mentre egli era a curar gli acciacchi a San Pellegrino, la signora fosse a Rimini, a Livorno, a Viareggio. Si, dev'essere per questo.

Sono andato tre giorni fa a visitarla. Non tremare, facevo il quarto. Per una visita sola, può andare; ma non ci cascherei la seconda volta. Nè quarto, nè terzo, nè secondo. Cesare aveva ragione. Arrivato l'ultimo nel salotto della contessa Quarneri, ci son pure rimasto un'ora buona, per non parerle desideroso di fuggirla, o seccato dalla compagnia importuna: e nondimeno ho dovuto partirmene per il primo, tanto quei tre Anabattisti tenevano duro.

Grazie dei libri, che ho ricevuti ieri. Ho già incominciato a servirmene, traducendo una saffica di Orazio. Te ne manderò un assaggio a suo tempo, se pure sarò contento dei fatti miei.

E tu non vai in nessun luogo? Rammento la tua massima: quando tutti se ne vanno in campagna, l'uomo sapiente villeggia al largo in città. È un'idea; voglio provare un altr'anno ancor io.

4 agosto 18…

E neanche la Wilsoncina, no, niente nientissimo. Che uomo sei tu, che non ti basta neanche la parola? Fai anche le tue supposizioni sul fatto che io non la nomino. Sei troppo sospettoso. A buon conto, non son io che te ne ho scritto? Se non t'accennavo io il suo nome, un mese fa, non ne sapresti forse l'esistenza; certo, ne ignoreresti la presenza in Corsenna.

Del resto, sappi che la signorina non è il mio genere. Sono un uomo tranquillo, io, amico della pace, e quella è un argento vivo. Mi pare una giovane Baccante; ed io vorrei Diana, se mai, la tacita dea delle selve. Correre, divertirsi, giuocare, far chiasso, è il suo gusto. Ti par fatta per piacere ad un letterato, sia pure un letterato dilettante, come il tuo divotissimo servo?

Senti questa, dopo tutto, e finisci di persuaderti. L'altra sera, passando per istrada, incontrai tutta la comitiva delle signore e dei cavalieri, che tornavano dal loro eterno lavorar di racchette. Costretto a rimanere qualche minuto con loro, non mi lasciai fuggir l'occasione di dire del lawn-tennis (garbatamente, per altro) tutto ciò che ne penso. E la graziosa Wilsoncina, cinque minuti dopo, trovò il modo di dire, non so più bene a chi, ma in guisa che io potessi sentirla:

—Ho osservato che il lawn-tennis non piace ai grassi, e che la caccia non piace ai miopi.—

Applica, filosofo. Ella sa benissimo che non amo la caccia. Così m'ha dato ad un punto del grasso e del miope; m'ha fatto due offese che sarebbero mortali, se io non fossi corazzato da un pezzo contro i motteggi delle fanciulle audaci, come contro i vezzi delle signore cascanti.

Sei persuaso? Dammi pace, e lasciami tradurre da Orazio.

VIII.

Si torna al memoriale.

4 agosto 18…

Quel diavolo del Ferri! Non ne passa una. Ma già, per la Quarneri, si sa da tutti che è venuta in Corsenna. È uno di quei corpi luminosi che hanno tanto di strascico, e lasciano il solco dovunque trascorrano: quando non si vede più niente di loro nello spazio, si sente che mancano, e si vuol sapere ad ogni costo dove siano andati a parare; gli astronomi del marciapiede ne studiano il corso, ne determinano l'orbita, come si fa delle comete. Della Wilson, poi, ho scritto io. Che sciocco imprudente! Potevo dire: "una giovane villeggiante", e ce n'era d'avanzo. Non bisogna mai scriver nomi di donne; neanche agli amici più intimi. Quello ora s'immagina che io ne sia innamorato.

Innamorato io! io, legno stagionato, navigato, provato ad ogni vento, passato per tutte le acque. Quanti pericoli non ho affrontati, quante Cicladi, quante Sirti, e Sirene cantanti, e Scille latranti e Cariddi voraci! Forse, come il Don Giovanni del Campoamor, sono passato accanto alla felicità senza avvedermene, ed ho lasciato intatto il suggello al dolce bigliettino in cui mi era promessa.

Innamorato io! ma che? mi sento libero il cuore, calmo, tranquillo, sereno lo spirito, senza alcuno di quei turbamenti che accompagnano il nascere d'una passione. Studiamoci su, analizziamo, che è sempre il miglior modo d'intendere; la sintesi è troppo spesso una confusione. Certo, considerando il primo principio della mia conoscenza colla signorina Wilson, o, per dire più esattamente, del mio pensare a lei, un carattere dell'amore si potrebbe rinvenire; ed è il modo strano del nostro avvicinamento, la prontezza quasi fulminea, certo senza passaggi, senza gradazioni, di quella certa intimità, che ci ha condotti ridendo a dirci ogni cosa più amena. Ma già, molti giorni prima, avevo conosciuta la signorina Wilson, l'avevo riverita insieme colle altre villeggianti di qui, e non m'aveva fatto un senso particolare; tanto che trovavo carine le Berti, e di lei non avevo pensato nulla; tanto che trovavo bellissima la Quarneri, anzi pericolosissima, e per la Wilsoncina non m'era venuto in mente il più modesto superlativo, neanche un "gentilissima" che si prodiga a tutte.

Osservo che il suo genere di bellezza non è tale da colpire, e forse bisogna vederla a lungo per esserne presi. È sana, forte e fresca; ha la grazia della donna nascente, sotto la scorza della fanciullona matta. Così avviene della camelia; si annunzia male, sotto quella embriciata di ruvide brattee giallognole che ne inviluppano il calice, mentre il bocciuolo della rosa s'invermiglia delicato e piacente alla prima vista tra i sèpali verdi, che lo proteggono senza volerlo nascondere. Cerchiamo un altro paragone, e non tra i fiori; la signorina Wilson ricorda la ingenuità rusticana che tiene ancora un pochino della corteccia dei tronchi, donde gli antichi hanno fatto sbocciar le Amadriadi; le quali, poi, dispiccate dalle fibre del legno nel dolce silenzio d'una notte di primavera, frementi di gioventù, fosforescenti di bellezza, corrono per l'ombra dei boschi, escono nelle radure, danzando lietamente al queto lume della luna, timidi sussurri, intime fragranze, occhi amorosi della natura, che si rivolgono al cielo. E d'una ninfa ha la persona, snella ad un tempo e robusta; d'una ninfa il portamento altero e i movimenti non senza eleganza impetuosi; d'una ninfa la carne tra vermiglia e dorata, l'indocile capigliatura corvina, l'occhio curioso nella sua bella semplicità di nuova venuta ai misteri della vita, la bocca fiorente, umida e viva, che il piacere non ha ancora dischiusa, nè ancor suggellata il dolore.

Sì, tutto questo andrà bene, se pure non è un tantino arbitrario, come tutte le osservazioni personali: ma una cosa è fuori di dubbio, che la strana forma del nostro primo incontro è quella che mi ha colpito, e non altra ragione, non altra. Questo è senza fallo uno dei caratteri dell'amore; ma non basta, e d'un solo fiore non si può tesser ghirlanda. Sento, o piuttosto riconosco, che la signorina Wilson sarebbe una buona compagna di passeggiate. Vado con lei di qua e di là; tutte le volte che c'incontriamo si riesce a fare insieme un'ora di cammino per forre o per balze, con Buci in avanguardia. Ride volentieri, ed ha il riso piacevole, comunicativo in sommo grado. Ha poi delle scappate che mi rallegrano, come raggi di sole che splendano d'improvviso sull'erba, passando tra il fogliame d'un bosco. Dice qualche volta, confessiamolo pure, delle cose che non rallegrano affatto, e a cui bisogna far bocca da ridere per non aver aria di gente permalosa. Ma ella stessa si affretta a spiegarle. "Ho detto per celia; che uomo è Lei, che va in collera?"

"Io, signorina? No davvero, non sono andato in collera affatto; quantunque, esser chiamato grasso e miope tutto d'un colpo"… "Ah, vede? Ne aveva avuto noia. Ed è grasso, sì; almeno non può prender posto tra i magri. Ma corre, si arrampica, resiste ad ogni fatica, e questo non è da grassi. Quanto all'esser miope, l'ho creduto, sa? ma ora non ne sono più tanto persuasa, e dubito che lo faccia a posta, per ingannare la gente." "Eccone un'altra; che cosa intenderebbe di dire con questa?" "Niente, niente; ho fatto per celia." E ride, ride, e non c'è verso di cavarne più altro.

E così, come niente la trattiene, niente la spaventa, niente le pare impossibile o inammissibile, neanche l'andare attorno con un uomo che non è suo fratello, nè suo zio, e neppure suo cugino, quel buon cugino che fa tanto comodo alle altre italiane. Ma in fondo in fondo, non è italiana, lei, essendo inglese dal babbo, e tenendo assai di quelle donne inglesi, che erano già di doppia indole fin dai principii della stirpe, vaporose e pensose come Sassoni, forti e imperterrite come Angliche e Danesi; donne che ornano singolarmente la casa, e corrono così volentieri le strade maestre; donne che fanno il tè, che hanno inventata la celeste mistura delle acciughe e del burro, che hanno accolta a festa l'invenzione delle patate e ritrovato che tra i cento modi di servirle in tavola il migliore è ancora il più semplice, d'imbandirle a lesso per contorno alla carne; donne che sanno distillare il rosolio di gooseberry, come la moglie del vicario di Wakefield, e galoppare pel mondo, come lady Stanhope; terribili come Anna Radcliffe, appassionate come Carolina Lamb, calze azzurre come lady Wortley Montaigue e come la contessa di Blessington, qualche volta con un granellino di pazzia, sempre con due o tre di piacente originalità; donne soprattutto da mandar sempre uniti i pregi più disparati del loro doppio carattere, da portare in ogni luogo più inospite le confortevoli usanze della casa, da prepararvi un tè sulla piramide di Cheope o in riva al lago Tanganika, sulle sponde dell'Eufrate o sulle rovine di Tello. Ah, forse bisognerebbe che una buona e veramente efficace alleanza anglo-italiana stabilisse in due articoli il suo patto fondamentale; articolo primo: "Dal 1901 in giù, per la durata di cinquantanni, gl'Inglesi non isposeranno che donne Italiane, e gl'Italiani non isposeranno che donne Inglesi"; articolo secondo: "In capo ai cinquantanni si vedrà se sia o non sia il caso di continuare." Ma che matto son io! Io che non amo il tè, starei fresco.

Kathleen (già non la chiamerò più Kitty; ciò la rende troppo minuscola) Kathleen ha molto di Galatea. Ma di quale? della Oraziana, della Virgiliana, o della Teocritèa? La Oraziana, a ben guardare, non consiste che in due versi, quelli che son caduti, per istrana combinazione, sotto gli occhi della signorina Wilson:

"Sii pur felice ovunque andar ti piaccia,
"E di noi, Galatea, memore vivi."

Il resto è tutto un ripieno; il poeta ha messi quei due versi con quel noi tutto suo, tra tanta enumerazione d'animali di buono e di cattivo augurio, e una diffusa descrizione del ratto d'Europa; il qual noi è come una tenerezza nascosta, da lasciarci pensare due cose: che Lelia Galla piaceva ad Orazio, e che per piacere in quel modo ad un uomo di buon naso come lui, bisognava essere un fior di donna, possedere il quid arcanum; una cosa che a noi sfugge, poichè egli non ha stimato prudente di dircela. Tradurrò certamente tutta l'ode, e resterà una memoria dell'Acqua Ascosa, come tante e tante altre che dormono nel cassetto dei ricordi: poveri ricordi, che qualche volta (inorridisco a dirlo) non mi ricordan più nulla.

È forse la Galatea Virgiliana? Appare anch'essa in due versi di Dameta, che fa agli strambotti con Menalca, come due capri farebbero a' cozzi in un prato. Ricordando la scena del San Donato, si potrebbe tradurre così:

"Un pomo in su la testa
"Matta fanciulla, Galatea m'assesta;
"E se ne fugge via
"Fra i salci, ed ama esser veduta in pria."

Gran birichina, quella Galatea di Dameta! ma anche piena d'ingegno e di grazia nel suo discorso. Infatti il daino continua:

"Oh dolci parolette
"Che tante volte Galatea mi ha dette!
"Vorrei che un saggio il vento
"Ne portasse agii dei del firmamento."

Sì, questa è la Galatea che mi piace. Ma la mia non potrebbe esser quella di Teocrito? Amata pazzamente da Polifemo, è invaghita del giovane Aci. Sventuratissimo Polifemo! Quanti caldi sospiri, quante ardenti proteste, quante vane querele, che Ovidio ha raccolte, e non paion troppe al bisogno, in quella stemperata fuga d'esametri delle sue Metamorfosi! Che farci? Egli è la scarmigliata vecchiaia, ed Aci è la florida gioventù. Inoltre, il disgraziato Polifemo ha un occhio solo, quasi a significare la sua vita dimezzata. "Nel mezzo del cammin di nostra vita!" Non ci sono ancor io, Dante da strapazzo, ancor io? Galatea è invaghita di Aci; non può essere altrimenti. Se un Aci non è ancora capitato, mettiamo pure che non sia molto lontano.

Per fortuna, non amo Galatea. Quattro chiacchiere, più garbate e più amene che mi vengano fatte, ora e sempre; ma niente di più. Vediamo intanto; quest'Aci non potrebb'essere…. Terenzio Spazzòli! Non è bello, e ci corre. Oh Dio, e che significa ciò? È la mia opinione, dopo tutto; e si è sempre visto piacere alle donne quello che a noi pareva un becco di cutrettola, un muso di pecora, un ceffo di cane. Già, le donne badano molto al figurino; anche quelle che non lo vogliono ammettere, e quelle che non lo confessano neppure a sè stesse. Terenzio è sempre all'ultima moda; in ogni cosa, dal capo alle piante, sia fuori o in casa, in piedi o a letto, un prodigio. E poi, vecchi e giovani, per piacere, bisogna sapersi mettere a pari con quei che piacciono. Io mi lascio andar troppo giù; la mia semplicità potrebbe passare, ma a patto che non paresse negligenza. Per fortuna, ripeto, non amo Galatea; e non soffro niente a pensare che ci ha avuto un segreto in comune con Terenzio Spazzòli, anzi due segreti: il canestro del caffè e la cesta del lawn-tennis. Ah, respiro! Questa analisi mi ha fatto bene: posso andarmene a letto tranquillo.

IX.

Il castello dei burattini.

6 agosto 18…

—Perchè non è venuto ai burattini, iersera?

—Ah, perbacco!—esclamai, battendomi la fronte.

—Se n'era dimenticato? Belle cose!

—Dimenticato io, dei burattini? Come si vede che non mi conosce! Ma non sa che li adoro? Sì, è il verbo adatto, e Lei dica pure ch'è un'iperbole mia. Delizia della mia infanzia, sorriso della mia giovinezza, memore dilettazione della mia… maturità, i burattini hanno sempre avuto un fascino strano su me. Cari fantocci di cenci, con la testa di legno, che da ragazzo mi parevano uomini, e più mi paiono uomini quanto più m'inoltro nell'esperienza del mondo; sempre quelli, sempre maneggiati da un burattinaio invisibile dietro la tenda, per dire e per fare mai sempre le medesime cose, con quelle loro smorfie intagliate, fissate, irrigidite nella sorda materia! E noti, signorina; quelle smorfie sono le loro qualità e le loro virtù, i loro difetti e i loro vizi, un po' contraffatti, ma per eccesso di significazione, che è pur necessario, a darci da lontano l'apparenza del vero. E riescono tanto evidenti, così! Non c'è modo di scambiar gli uni per gli altri, nè da crederli diversi da noi. La nostra sciocchezza e la nostra viltà, le nostre astuzie e le nostre piccinerie, tutto ciò che siamo e tutto ciò che sentiamo, hanno la loro espressione chiara, sicura, efficace, in quelle facce di legno. Tutto il teatro, e per conseguenza tutta la vita, è là dentro, e non c'è più nulla da aggiungere. Com'è giunto l'uomo, per qual arte divinatoria, per qual lampo d'ingegno, a immaginare il burattino? Ed è così antico, oramai! Ma nessuna maraviglia di ciò; è pure antica L'Iliade. C'è stato un tempo, molto lontano da noi, che l'uomo ha veduto, inteso e potuto esprimere artisticamente sè stesso. Quello è stato il gran punto; in quel giorno tutto è stato creato, nella filosofia, nella morale e nell'arte; tutto, capisce? tutto, tranne la polvere da cannone, la stampa, la strada ferrata e il telegrafo; quattro arnesi di utilità, ne convengo, e non sarò venuto al mondo io per dirne male. Voglio dire piuttosto che son cose piccine; mentre tutte le cose alte e grandi, che per via della rappresentazione hanno raggiunta l'intelligenza della vita, avevano già da duemil'anni, forse da tremila, la loro estrinsecazione miracolosa, il loro svolgimento felice, il loro ufficio rinnovatore nel mondo.—

La signorina Wilson mi lasciava dire. Ero in vena, ed ella non voleva trattenermi. Forse ha imparato a conoscermi, ed ha presa l'abitudine di lasciarmi sfogare. Il che, dopo tutto, mi fa piacere, e vuol essere una delle ragioni che me la rendono simpatica. L'uomo che ciancia, bisogna lasciarlo cianciare; egli si persuade di piacervi, e piacete tanto più a lui quanto più state a sentirlo. Ma non bisogna distrarsi, quando egli ha sciolto Giordano. Povero a voi, se egli si ferma per domandarvi approvazione, e voi siete col capo ad altro. Io, per esempio, quando mi fanno un discorso troppo lungo, penso volentieri ai fatti miei; ma uso l'avvertenza di collocare ad ogni tanto un "già" un "sicuro" un "è proprio così" che mi vengono naturalissimi, facilissimi, senza bisogno di studiarci. Guardatevi per altro dalle interruzioni che escano dai generali. A me accadde un giorno di collocare un "e lui?" che fece rimaner male l'amico.

—Ma che lui!—mi gridò egli stizzito.—Ti parlavo di lei.

—Ah sì, è vero;—rimediai alla meglio. È stato un lapsus linguae.—

Torniamo alla signorina Wilson, che mi aveva lasciato dire a mia posta, e poi soggiunse, con accento malinconico:

—Il burattinaio ha fatto capolino tre volte dalla sua tenda, cercando con gli occhi in giro nel suo uditorio. Pareva il patriarca Noè, quando mise il capo fuori dal finestrino dell'Arca, per vedere se il corvo fosse ancora tornato. Ma il corvo non c'era.

—Ah, me ne dispiace, creda, me ne dispiace.

—E a me più di Lei. Sono una ragazza, e non ho la borsa troppo gaia. La mamma, del resto, non mi lascerebbe fare la bella follia che ha fatta Lei l'altra sera. Ah, come l'avrei dato volentieri io, quello scudo!

—Signorina… Le ha fatto piacere? Ne sono contento, più ancora che degli occhi sbarrati della burattinaia, quando vide il mio biglietto da cinque nel suo piattellino di stagno. Ma dica, non c'erano dunque cavalieri, alla rappresentazione di iersera?

—Tutti; non mancava che Lei. Ma non vogliono andare in rovina, quei là, Due soldi appena, mi capisce? due miseri soldi. E si scusano con una buona ragione, quei signori: dicono che il burattinaio manda la moglie in giro tre volte, e che tre volte due soldi fan sei.

—E sei per ognuno dei tre satelliti della contessa, fanno diciotto soldi in una sera; che scialo!