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I ROSSI E I NERI
II.
+—————————————————————————————————+ | OPERE di A. G. BARRILI. | ! | | Capitan Dodéro (1865). 13.ª ediz. L. 1 — | | Santa Cecilia (1866). 11.ª ediz. 1 — | | Il libro nero (1868). 4.ª ediz. 2 — | | I Rossi e i Neri (1870). 7.ª ediz. (2 vol) 2 — | | Le confessioni di Fra Gualberto (1873). 13.ª ediz. 1 — | | Val d'olivi (1873). 18.ª edizione 1 — | | Semiramide, racconto babilonese (1873). 9.ª ediz. 1 — | | La notte del commendatore (1875). 2.ª ediz. 4 — | | Castel Gavone (1875). 10.ª ediz. 1 — | | Come un sogno (1875). 25.ª ediz. 1 — | | Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). 18.ª ediz. (2 vol.). 2 — | | Tizio Caio Sempronio (1877). 2.ª ediz. 3 50 | | L'olmo e l'edera (1877). 20.ª ediz. 1 — | | Diana degli Embriaci (1877). 2.ª ediz. 3 — | | La conquista d'Alessandro (1879). 2.ª ediz. 4 — | | Il tesoro di Golconda (1879). 12.ª ediz. 1 — | | Il merlo bianco (1879). 2.ª ediz. 3 50 | | — Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. 5 — | | La donna di picche (1880). 6.ª ediz. 1 — | | L'undecimo comandamento (1881). 13.ª ediz. 1 — | | Il ritratto del Diavolo (1882). 4.ª ediz. 1 — | | Il biancospino (1882). 12.ª ediz. 1 — | | L'anello di Salomone (1883). 3.ª ediz. 3 50 | | O tutto o nulla (1883). 2.ª ediz. 3 50 | | Fior di Mughetto (1883). 4.ª ediz. 3 50 | | Dalla Rupe (1884). 3.ª ediz. 3 50 | | Il conte Rosso (1884). 3.ª ediz. 3 50 | | Amori alla macchia (1884). 3.ª ediz. 3 50 | | Monsù Tomè (1885). 3.ª ediz. 3 50 | | Il lettore della principessa (1885). 3.ª ediz. 4 — | | — Edizione illustrata (1891) 5 — | | Victor Hugo, discorso (1886) 2 50 | | Casa Polidori (1886). 2.ª ediz. 4 — | | La Montanara (1886). 8.ª ediz. 2 — | | — Edizione illustrata (1893) 5 — | | Uomini e bestie (1886). 2.ª ediz. 3 50 | | Arrigo il Savio (1886). 3.ª ediz. 1 — | | La spada di fuoco (1887). 2.ª ediz. 4 — | | Il giudizio di Dio (1887) 4 — | | Il Dantino (1888). 3.ª ediz. 3 50 | | La signora Àutari (1888). 3.ª ediz. 3 50 | | La Sirena (1889) 5.ª ediz. 1 — | | Scudi e corone (1890). 2.ª ediz. 4 — | | Amori antichi (1890). 2.ª ediz. 4 — | | Rosa di Gerico (1891). 3.ª ediz. 1 — | | La bella Graziana (1892). 2.ª ediz. 3 50 | | — Edizione illustrata (1893) 3 50 | | Le due Beatrici (1892) 5.ª ediz. 1 — | | Terra Vergine (1892). 5.ª ediz. 1 — | | I figli del cielo (1893) 5.ª ediz. 1 — | | La Castellana (1894). 2.ª ediz. 3 50 | | Fior d'oro (1895). 4.ª ediz. 1 — | | Il Prato Maledetto (1895) 3 50 | | Galatea (1896). 7.ª ediz. 1 — | | Diamante nero (1897) 3.ª ediz. 1 — | | Sorrisi di gioventù (1898). 2.ª ediz. 3 — | | Raggio di Dio (1899). 2.ª ediz. 1 — | | Il Ponte del Paradiso (1904). 2.º migliaio 3 50 | | | | ——— | | | | Lutezia (1878). 2.ª ediz. 2 — | | Con Garibaldi, alle porte di Roma, ricordi (1895) 4 — | | Zio Cesare, commedia in cinque atti (1888) 1 20 | +—————————————————————————————————+
I ROSSI E I NERI
ROMANZO
DI
Anton Giulio Barrili
(in due volumi)
Volume secondo
SETTIMA EDIZIONE
intieramente riveduta dall'autore
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1906.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Tip. Fratelli Treves.
PARTE SECONDA.
I.
Di ciò che avvenne e di ciò che non avvenne la notte del 29 giugno.
Il cuore parla, ma la ragione giudica; quello si abbandona sovente agl'impeti generosi del sangue, questa non può sempre seguirlo ed è costretta a frenarlo, tal volta con un asciutto consiglio, tal altra con un gelido sarcasmo. Povera ragione! la chiamano fredda e severa, laddove essa non è che sincera. Se ella potesse! figuratevi se non farebbe anch'ella le sue brave pazzie!
Poco innanzi il suo colloquio con la dolce Maria, il nostro Lorenzo Salvani era triste, ma risoluto. Desideroso di finirla con una vita increscevole, già si vedeva il petto squarciato dal piombo di una mischia notturna; egli era il primo a correre innanzi e il primo a cadere. Ma innamorato di Maria, ma dopo di averle detto: «vi amo e non ho nessuna voglia di morire» che avrebb'egli fatto? Come si sarebb'egli sottratto a quel destino che si era, stiam per dire, foggiato colle sue mani medesime? Era egli uomo da ritrarsi dal fare, e, per diserzione o per fiacchezza d'opere, sacrificare all'utile suo la vita degli altri? No, certo; Lorenzo era uno di quegli uomini i quali, quando hanno detto a sè stessi: «farò la tal cosa» gli è come se l'avessero giurato davanti a centomila testimoni; così stando le cose, che sarebbe avvenuto? Il contrasto del nuovo desiderio coll'antico proposito, era evidente, irrimediabile.
Al turbamento che ciò doveva produrre nell'animo suo, si aggiunga la commozione destatagli in cuore dalla novità di quel dialogo. Egli non aveva mai veduto Maria sotto l'aspetto di una donna che potesse un giorno esser sua. Se nella riposata scioltezza di una disputazione estetica, gli avessero chiesto qual donna gli paresse meglio agguagliare il concetto della somma bellezza, egli avrebbe senza titubanza risposto: Maria; nè diversamente avrebbe pensato in quel tempo che il suo cuore cedeva a quella ebbrezza di sensi, che fu l'amor suo per la bionda Cisneri. Ma quella sua opinione era un sentimento ingenuo, che non andava ad alcuna conseguenza. Avvezzo a proteggere fraternamente quella fanciulla, venuta nella sua custodia per la sequela dei domestici eventi, egli non vedeva, non poteva onestamente vedere in lei che una sorella. E se i casi non fossero sopraggiunti imperiosi, urgenti, a strappare dalle vergini labbra di lei una di quelle parole che l'uomo, anco il più chiuso in se stesso, non può non intendere, una di quelle parole che gli rischiarano il cuor d'una donna ed il suo ad un tempo, egli sarebbe andato innanzi nella vita senza pensarvi mai, o senza ardire di pensarvi, chè in simili casi è tutt'uno. Ma la gran parola era detta, ed era stata una gran luce in due cuori. Egli amava Maria, come Maria amava lui. E non poterle dire: vivrò! e dover proseguire un vano disegno ch'egli aveva abbracciato nel fermo proponimento di cercarvi la morte!… La fatalità lo ravvolgeva, lo stritolava nelle sue innumeri spire.
Almeno, a breve conforto tra tanti affannosi pensieri, avesse avuto fede nella rivolta! Ma non l'aveva, e le ore che passò con Giorgio Assereto, innanzi di recarsi al suo posto di combattimento, non fecero altro che scorarlo di più. L'amico Assereto, come sanno i lettori, che lo conoscono un tratto pe' suoi ragionamenti con Lorenzo sul terrazzo della salita di San Francesco d'Albaro, era un pessimista. Ora, i pessimisti, di cento ne indovinano novantanove. Un proverbio dice: «pensa la peggio e l'indovinerai» e i proverbi, ha detto un grand'uomo, sono la sapienza dei popoli.
Il nostro pessimista, adunque, non si riprometteva nulla di buono da quella rivolta, generosa ma pazza. Imperocchè, diceva egli, non ci avevano mano tutte le classi sociali, nè una intieramente; che pure sarebbe stata fortuna. La forma costituzionale appariva a troppi una guarentigia di libertà cittadine, una promessa d'indipendenza nazionale, segnatamente alla gran moltitudine degli svogliati e dei timidi. I pochi volenterosi erano poi tali ad opere, come apparivano a ciance? Chi ti assicura (incalzava l'Assereto) che tutti i tuoi uomini saranno al posto loro? Questa congiura che avete ordita, più la volto e la rivolto, meno la scorgo efficace. Hai giurato? Va; ma bada a' piedi, che non incespichi. Trabocchelli ce ne saranno di molti per via, ma più ancora disinganni!
Così turbato dalla sua ragione e sconfortato dalle argomentazioni dell'amico, andava Lorenzo al suo posto di combattimento, in una viuzza del sestiere di Prè, alle otto di sera del 29 di giugno.
Qui verrebbe a taglio un po' di storia dei casi del 29 di giugno, i quali, che noi sappiamo, non furono mai partitamente narrati. Ma oltre che ciò condurrebbe noi fuor de' confini assegnati al genere del nostro racconto, quel tentativo, per metà venuto fuori, per metà rimasto nel limbo delle buone intenzioni, si mostra irto di grandi e diremmo quasi insuperabili difficoltà.
Agevolmente si racconta la storia degli eventi fortunati; qui i materiali abbondano, essendoci gloria per tutti, e lo storico non ha altra molestia che quella di variare in cento guise la forma delle lodi e di adagiarle in ordinati periodi. Meno agevole torna il narrare gli eventi sfortunati, laddove tutti gli attori del dramma mirano a scagionarsi di questo o di quel fatto che condusse a male il negozio, e non si sa sempre cui credere; ognuno volendo cavarsi d'impaccio col rovesciar la broda sugli altri, si riesce il più delle volte ingiusti. Difficilissimo poi, per non dire impossibile addirittura, narrar casi non interamente avvenuti, dove il fatto riescirebbe sovente a schiarimento del non fatto, e questo a sua volta di quello, e dove, mancando il sostegno delle autentiche relazioni, occorrerebbe inventare di pianta.
Non scriveremo adunque un capitolo di storia, chè tanto e tanto le nostre lettrici torcerebbero la bocca, e noi avremmo punizione, non premio, di una ingrata fatica. In quella vece, e per quel tanto che possa giovare alla chiarezza del nostro racconto, faremo di stringere molte cose in brevi parole.
Da chi venisse il disegno non è ben noto. I più, fidandosi alla consuetudine di siffatti rivolgimenti, lo ascrivono a Giuseppe Mazzini, padre dimostrato d'ogni moto rivoluzionario che dal 1833 al 1857 nascesse in Italia. Uomini che furono testimoni e parte nei casi del 29 giugno, ci asseriscono in quella vece che il disegno nacque tra le classi artigiane della nostra città, e l'illustre agitatore ne fu fatto consapevole solamente più tardi, quando non parve più tempo da indugi. Comunque ciò sia, certo si è che il Mazzini fu in Genova, e che soltanto dopo la sua prima venuta, la quale precedette di alcuni mesi il tentativo, fu posto mano alla costituzione d'un comitato segreto, mezzo di artigiani e mezzo di cittadini di altre classi, il quale raccogliesse denaro, armi ed uomini, e in ogni miglior modo provvedesse al buon esito dell'impresa.
Questa, poi, doveva esser cominciata simultaneamente in più luoghi della penisola, a Genova, a Livorno, a Napoli, e fors'anco altrove. In Genova aveva da venire il Mazzini in persona, e venne diffatti. In Livorno, i volenterosi di quella città dovevano pigliarsi il carico d'ogni cosa, e pareva bastassero. In Napoli dicevasi esser gli animi disposti ad ogni sbaraglio; tutto quel reame essere quasi una polveriera; ma occorrere una scintilla di fuori che andasse a mettervi il fuoco.
E la scintilla partì da Genova, il giorno 25 di giugno. Un drappello di animosi, la più parte fuorusciti napoletani, s'imbarcano sul __Cagliari__, vapore della società Rubattino che scioglie dal nostro porto alla volta di Cagliari e Tunisi. In alto mare s'impadroniscono del legno, e scambio di toccar la Sardegna, voltano la prua sull'isola di Ponza, nelle acque napoletane; liberano con audacissimo colpo i condannati politici che laggiù teneva custoditi il Borbone, e vanno quindi a sbarcare sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro; dove non trovano quel che si ripromettevano nel generoso rapimento del loro amor patrio; dove la piccola falange è combattuta, dispersa, e il prode suo capitano Carlo Pisacane, suggella col proprio sangue una delle più belle pagine del martirologio italiano.
Diamo ora un'occhiata a Livorno. Anche colà aveva a cominciar la rivolta. E diffatti nel pomeriggio del 30 di giugno, cittadini armati la rompono in tre luoghi della città, cioè a dire sulla piazza del Voltone, alla Pina d'oro, e nelle vie San Giovanni e Reale. Lo sforzo maggiore è sulla piazza del Voltone, dove è la gran guardia del presidio; ma gli animosi non superano i duecento, e sono respinti. La zuffa è impegnata; si combatte per le vie, si fa fuoco dalle finestre delle case circonvicine. Miglior esito ha un assalto del popolo contro un altro corpo di guardia; intanto molti gendarmi che percorrono la città sono finiti a stilettate; ma il primo colpo, e il più rilevante è fallito; il presidio, rafforzato in tempo, mette gran nerbo di soldatesche sulla piazza del Voltone: gli sbocchi delle vie sono poderosamente occupati. Due colpi di cannone dànno il segnale di chiudere le porte e di impedire anche l'uscita dalla parte del mare. E la carneficina incomincia: quanti cittadini durano a combattere, quanti sono colti nelle case coll'armi alla mano o in atto di resistenza, tanti son trascinati sulla via e moschettati senza misericordia. La è giustizia sommaria, nè per condannare il prigione occorrono prove. A mezzanotte il governatore Bargagli può scrivere al ministro Landucci in Firenze che «l'ordine è ristabilito» e sette ore dopo, nella mattina del 1^o luglio, il general Ferrari da Grado mandare all'eccellentissimo personaggio anzidetto un nuovo telegramma nel quale si dice:—Qui tutto è tranquillo; la popolazione va pei fatti suoi.—Tuttavia, la vittoria era costata cara al governo granducale, che non ardì contare i suoi morti.
A Genova, siccome abbiamo già detto più volte, l'impresa doveva esser tentata nella sera del 29 di giugno. Ora, perchè in parte fallisse e in parte non giungesse nemmeno alla prova dei fatti, non diremo noi contemporanei. Certo non può dirsi che fosse sventata dalla vigilanza del governo, il quale anzi fu colto alla sprovveduta, e poteva essere sopraffatto dalla novità di un assalto notturno. Vagamente, così in di grosso, sapeva: fors'anco nella mattina era stato avvertito, e gli erano stati additati alcuni depositi d'armi; ma di sicuro non conosceva i particolari del tentativo. Se li avesse conosciuti, avrebbe saputo che ad un assalto per le vie della città doveva rispondere un assalto dei forti principali che la signoreggiavano, nei quali altro non era che uno scarso numero di soldati, tolti da uno dei quattro, e molto assottigliati reggimenti che allora presidiavano la città, insieme con un battaglione di bersaglieri. E se questo disegno non gli fosse stato ignoto, certo si sarebbe adoperato in tempo a sgominarlo, e avrebbe cansato lo scorno, che gli derivò al cospetto dell'universale, di vedersi pigliare impunemente un forte, e tentar la scalata di un altro, sul culmine della cinta fortificata di Genova.
Se dobbiamo aggiustar fede alle testimonianze del processo che fu fatto dipoi per questa congiura, essa fallì principalmente per la scarsezza del numero. Molti a gridare dapprima; pochi ad operare nell'ora convenuta. Laonde, se nella parte alta della città, vogliam dire ai forti, fu tentata l'impresa, nella parte bassa si può asserire che v'ebbero apprestamenti, non cominciamento di lotta.
Fu detto poscia che il segnale della pugna dovesse esser dato da un colpo di cannone, il quale accennasse al popolo congiurato essere gli uomini suoi padroni del forte Sperone. Ma se da questo evento dipendeva il cominciar della lotta, perchè non raddoppiare, triplicare il numero degli assalitori, e assicurare l'esito di quel colpo di mano? Perchè nei pressi di San Pantaleo, dov'era il nerbo degli uomini a ciò destinati, ebbero a trovarsi in quaranta, o poco più, i quali, saliti fin sotto le mura del forte, dovettero al primo allarme sbandarsi?
Il forte Diamante, di assai minore rilievo, cadde in potere dei congiurati per un felicissimo stratagemma. Il guardarme che lo aveva in custodia, teneva fondaco di vino e amava la gente allegra. Da parecchie settimane avea preso la consuetudine di andar lassù una brigatella di buontemponi, i quali entravano nel cortile, bevevano, giuocavano alle pallottole, o ballavano al suon dell'armonica, insieme coi pochi soldati del presidio. La sera del 29 erano, o, per dire più veramente, fingevano d'essere alticci dal vino, e non avrebbero mai detto d'andarsene. Senonchè, era l'ora di chiudere, e il guardarme li condusse al cancello. Colà, fanno ressa intorno alla sentinella; intanto una mano di compagni che stavano appiattati di fuori, balzano dall'aperto ingresso nel cortile, disarmano la sentinella, intimano ai soldati la resa, in nome del governo provvisorio. Il drappello di presidio è disarmato e chiuso in un camerone; il sergente Pastrone che vuole opporsi alle forze soverchianti e gridare, è steso a terra da un colpo di pistola; i congiurati sono padroni del forte.
Ma dallo Sperone non giunge alcun segnale; dalla città sottoposta nemmeno. Uno di loro è mandato fuori a chieder novelle; ma, sia che egli ne porti di tristi, o non torni neppure, il fatto sta che le speranze svaniscono, e sul primo romper dell'alba i vincitori abbandonano la preda e si disperdono lungo i sentieri che conducono al basso.
Che era egli avvenuto in città? Pare che si aspettasse il segnale dallo Sperone: ma il segnale, per quelle ragioni che abbiamo già dette, non era venuto. Intanto l'autorità governativa, posta sull'avviso, aveva schierato i suoi battaglioni nelle vie principali, dintorno al palazzo Ducale, e nei pressi del Municipio. Anche la Darsena era validamente munita. Frattanto, numerosi drappelli di soldati percorrevano le strade, e carabinieri e guardie di pubblica sicurezza andavano frugando qua e là, e mettendo le ugne addosso a quanti avessero aria sospetta. Parecchi depositi d'armi e luoghi di ritrovo erano stati accennati all'autorità governativa, che fu sollecita, sebbene senza ordinatezza di concetto, a mettere i suoi segugi in moto, e per tal guisa le venne fatto di ghermire al varco moltissimi giovanotti, e poscia fucili, polvere, con altri arnesi di guerra.
Niente era più possibile. La rivolta era soffocata sul nascere; le sue membra divise avrebbero tentato invano di ricongiungersi. Il disegno del comandante del presidio (se pure può dirsi che un vero disegno ci fosse) infelicissimo, laddove il popolo avesse potuto ingaggiar la battaglia, riusciva ottimo a dividere le forze, a togliere l'unità di comando, a sbigottire i centri particolari della rivolta.
E ogni cosa ebbe fine. Gli uomini raccolti per menar le mani, abbandonarono i luoghi di ritrovo, e ognuno cercò di provvedere a se stesso. L'illustre agitatore, che, nel segreto di un quartierino presso la Nunziata, stava attendendo (argomentate con quale ardore febbrile) che la gente incominciasse, ebbe in quella vece il triste annunzio che tutto volgeva alla peggio. Sperò un tratto, ma invano, che le cose potessero ancora mutarsi; ma poco stante egli medesimo era costretto ad uscire dal suo nascondiglio, che poteva essere, che già forse era scoperto. E ne uscì infatti, con quella temerità tutta sua, che gli aveva già tante volte giovato nella sua vita fortunosa, andando a riparare oltre l'Acquasola, accanto al teatro Diurno, nella casa ospitale di un gentiluomo suo concittadino; dove i carabinieri andarono inutilmente due volte a cercarlo, due volte ponendo le mani sopra un letto tra le cui materasse egli era stato allogato; due volte rimovendo un monte di biancheria allora allora insaldata, mentre una giovine donna, impavida e sorridente (benedette Inglesine, non ci siete che voi per uscirne con tanta bravura), seguitava col suo ferro a stirare.
I casi del 29 giugno del 1857 misero in chiaro un doppio errore, della rivoluzione e del governo ad un tempo; della rivoluzione, che lasciò fuggirsi il quarto d'ora della vittoria, aspettando un segnale, e si vide in rotta senza pure aver combattuto; del governo, che fu còlto all'impensata, non ebbe vera notizia del tentativo se non tardi, ed anche questa manchevole.
Si disse dai lodatori ad ogni costo che l'autorità sapeva tutto, ma che non volle sgominare i disegni dei rivoltosi, poichè mirava a coglierli tutti quanti in una retata. Ciò non è punto da credersi, perchè la retata non diede alcun frutto. Altri (e furono di parte clericale, che allora osteggiava il governo piemontese, come quegli che non voleva essere nè carne nè pesce, nè soffocare ogni germe di rivoluzione a pro' degli altri governi italiani, nè gittarsi alle imprese più arrisicate con suo danno gravissimo), altri accusarono il governo di sapere ogni cosa, ma di aver lasciato correre, perchè i tentativi di Livorno e di Napoli, dai quali avrebbe potuto cavare un costrutto, non andassero falliti. L'invenzione fece capolino su pei diarii della sètta; ma parve più acuta che verisimile.
Ed ora torniamo al nostro racconto. Abbiamo lasciato Lorenzo Salvani che si recava al suo posto di combattimento, sulle otto di sera, in una viottola del sentiero di Prè.
II.
Dove si legge come andasse a finire l'impresa di Lorenzo Salvani.
Il nostro giovinotto era stato poco dianzi dal capo della rivolta, ed aveva avuto un lungo colloquio con esso lui, tanto per indettarsi d'ogni cosa che avesse a fare, quanto per istabilire i modi più adatti a collegare l'impresa col centro dell'azione, e poterne avere, ad ogni occorrenza, consiglio od aiuto.
Per ciò che si riguardava a lui, comandante di quella perigliosa fazione, egli doveva andarsene al suo ritrovo di Prè. Colaggiù avrebbe trovato cento uomini, con armi e munizioni giusta il bisogno, parte raccolti al pianterreno di una casa a lui già nota, parte in uno stambugio, o cantina, o stalla che fosse, di rimpetto alla casa anzidetta, donde, per la strettezza del vicolo, avrebbe potuto agevolmente, e senza pericolo, comunicare ad ogni ora, ad ogni istante, con essi.
Questi cento uomini posti sotto il comando di Lorenzo, erano divisi in due drappelli, ad ognuno de' quali erano assegnati due uffiziali, scelti tra i più animosi e tra i più esperti dallo stesso Salvani. Il primo drappello, che doveva esser raccolto al pianterreno della casa sovraccennata, era guidato da due ottimi popolani, il Martini ed il Fresia, uno dei quali aveva fatto le campagne del 1848 e 1849, e l'altro, di fresco uscito dal servizio militare, conosceva benissimo il fatto suo. Al secondo drappello era preposto un Nava, lombardo, anch'egli prode soldato e un Doberti, genovese, giovine, adolescente quasi, ma ardito e volenteroso che nulla più. Seguivano i capi squadra, che non istaremo a nominare, i quali ripetevano il loro grado e l'ufficio da cotesto, che eglino avevano, ciascheduno per sè, tirati nell'impresa e raccolti a manipolo gli amici.
Il tentativo della Darsena doveva cominciare al segnale convenuto per l'azione simultanea di tutti i centri particolari della rivolta in città. E il modo in cui questo tentativo aveva ad esser condotto, non è da raccontarsi in queste pagine. Basti sapere che, oltre ai mezzi consueti della guerra, c'era un sottil stratagemma, immaginato da Lorenzo ed approvato dai capi; i quali, poi, facevano assegnamento sopra altri spedienti e fortunate combinazioni, che nemmeno s'hanno a dir qui a guerra finita, anzi neppure cominciata.
Nell'andare al ritrovo e dovendo passare per le vie più popolose di Genova, Lorenzo si stupì di non veder più gente del consueto a passeggio. Gli pareva che a quell'ora sull'imbrunire, e con tutta quella carne in pentola, dovesse notarsi in città maggior brulichio di persone. Ma tosto si fece a pensare che, essendo già forse tutti gli uomini più deliberati al loro posto, quella tranquillità delle vie poteva essere un buon segno; e con questo pensiero in mente giungeva nel vicolo, dov'era la meta del suo viaggio. Colà gli avvenne come ai destrieri generosi, che l'odor della polvere da cannone li scuote, li rinfranca, li rende più baldi. La lotta era imminente; il pericolo incominciava: Lorenzo rizzò alteramente il capo, e l'animo suo si riebbe, si fece pari all'altezza dei casi.
Dopo avere sbadatamente alzati gli occhi e sbirciata una scritta, entrò difilato in un andito buio. Esperto come era del luogo, si inoltrò con passo sicuro fino alla svolta di una parete: trovò brancicando un uscio, e bussò leggermente due volte.
Chi è?—gli fu chiesto di dentro.
—Patria!—rispose sommesso, accostando le labbra alla commettitura dell'imposta collo stipite.
A quella parola, magica come il famoso Sesamo di Ali Babà nelle __Mille e una notte__, l'uscio si aperse, e il Salvani entrò prontamente nel vano.
—Il comandante!—disse una voce.
—Ah, siete voi, Martini? Buona sera! I nostri uomini ci saranno già tutti, a quest'ora….
—Magari ci fossero i due terzi, ed anco la metà, che sarebbe tanto di guadagnato!—rispose il Martini.—Io ci ho il sospetto che molti siano dal notaio a far testamento, e non giungano che a pappa fatta…. se pure non sarà una frittata.—
Quest'ultima parte del periodo, il Martini se la tenne tra' denti, e noi la riferiamo, tanto per dipingervi l'uomo. __Ex ore tuo te judico__, dice il proverbio latino. Il Martini, come le sue parole dimostravano, era un capo ameno, se altro fu mai, sempre ricco di facezie, strambotti ed altre piacevolezze, anche nei momenti più gravi; vero tipo di popolano genovese, col suo ingegno naturale e non senza una certa coltura letteraria, frutto di buona volontà, anzichè di studi fatti. Aveva trentacinque anni; era scapolo; aveva combattuto in Lombardia, ed era giunto al grado di sottotenente nella difesa di Venezia; tornato in patria, aveva ripigliato il suo antico mestiere di bottaio, e cacciava innanzi i cerchi a colpi di mazzo, colla medesima ilarità, colla medesima lena operosa, con cui s'era guadagnato il cerchio di filo d'argento, intorno alla fascia della sua berretta da volontario. Nè tra il pialletto, la spina, il mazzo, il cocchiumatoio e gli altri ferri dell'arte sua, dimenticava la politica, vero ed unico ferro, stiam per dire, dell'anima sua. Nelle ore d'ozio, leggeva sempre; si metteva quotidianamente in corpo l'__Italia del Popolo__, il __Movimento__, e quant'altri fogli stampati gli capitassero sotto le mani; nè soltanto li leggeva, ma vi faceva le sue chiose, e se mai lo scrittore gli usciva di riga, avevate a sentirlo, come lo pettinava colla sua lingua! Ma quando, per contro, gli andava a' versi una cosa, non c'era santi a levargliela di testa, e si sarebbe buttato nel fuoco, se ciò fosse bisognato a provare che aveva ragione. Pensava col suo capo, insomma, se talvolta operava secondo il cenno degli altri. Nella rivolta, verbigrazia, egli c'era, non tanto perchè questa gli piacesse, o gli sembrasse sicura, quanto perchè molti succianespole, diceva egli, molti ciarloni, buoni a nulla, non parlavano d'altro che di menar le mani, ed egli voleva vederli un po' da vicino, i larghi promettitori, e fare a chi lavorasse più sodo. Il Salvani, severo, scarso di parole, gli era piaciuto; nè meno era piaciuto egli, col suo carattere schietto ed aperto, al Salvani, che anzi lo aveva voluto della sua banda, e suo primo uffiziale.
Alle parole del Martini, Lorenzo aveva crollato il capo e dimenate le labbra.
—Diamine!—esclamò egli, dopo una breve pausa.—E quanti sono?
—Qui venticinque, ed Ella fa ventisei. Là di rimpetto, or fanno tre minuti, erano diciotto. Ora ventisei e diciotto, se bene ho imparata l'aritmetica, fanno quarantaquattro, e da quarantaquattro a giungere sui cento, mancano ancora cinquantasei.—
Lorenzo si fece scuro in volto, e in cambio di dimenar le labbra, come aveva fatto prima, le morse, in un impeto di suprema amarezza.
—Per fortuna,—diss'egli poscia, quasi volesse ingannar se medesimo,—non sono appena le otto e mezzo, e gli amici possono capitare da un momento all'altro.
—Sì, aspettiamoli, questi veri Italiani!—soggiunse il Martini, accompagnando la sarcastica frase con un moto ondulatorio del suo atletico torso.—Ah, comandante! Noi in Italia, sia detto con sua licenza, siamo di gran chiacchieroni, col nostro __Elmo di Scipio__ irrugginito e coi nostri __giuriam!__ dove non si mette altro che il fiato. E la veda, non mi fa mica meraviglia che siamo così pochi alla posta. Io n'ero così certo, come della esistenza del figlio unico di mia madre. Ma, per l'anima del Ferruccio, e di tanti altri valentuomini che si citano così spesso e volentieri, io sono stupefatto di non veder qui certi ammazza sette e storpia quattordici, che gli sapeva mill'anni di far le schioppettate, ed erano sempre lì a spingere, a tacciar gli altri di mala voglia. Se mi cascano sotto l'ugne, questi figli di Bruto….
—C'è il Garasso?—chiese Lorenzo, che metteva i nomi dove il Martini non aveva messo altro che gli epiteti.—E il Dellaquinta e il Gasperini, ci sono?
—Neanche l'odore!—rispose il buon popolano.—Già, del Garasso ho sempre dubitato, io, e metterei la mano sul fuoco che egli è una spia.
—Che cosa dite, Martini?
—So quel che dico, e glielo ripeterò a lui, e gli romperò anche il grugno, se ardirà farsi vivo. Quanto agli altri due, non ci hanno altro peccato che la vanità, ed è questa che li fa uscire in tante smargiassate. In fondo son disperatacci che vorrebbero aver quattro soldi, e farebbero patto di non metter più elmi di Scipio, nè giurar morte ai tiranni, per tutto il tempo di lor vita.
—E il Tarlati, e il Geremia?
—Oh, ci sono, questi due, ci sono; ma il primo, mogio mogio, s'è accovacciato nella paglia e dorme dalla paura; il secondo è ubbriaco fradicio, e non fa che rompere il capo alla gente. Lo senta; grida come un dannato.—
E accostandosi ad un uscio semichiuso, donde giungeva ai due interlocutori dell'anticamera un suon confuso di gente raunata, lo spalancò gridando:
—Zitti là, che vi farete sentire di fuori! Ecco il comandante!—
Lorenzo Salvani entrò allora in una stanzaccia male rischiarata da una lucerna a beccucci, posata nel mezzo d'una gran tavola d'osteria, e da due o tre moccoli di candele steariche, piantati nel collo di altrettante bottiglie vuote. Lucerna e candele avevano tanto di moccolaia fungosa, che dava assai più fumo che luce, nè certo aiutava a diradare la nuvola fitta che l'assiduo fumar delle pipe aveva formata sulle teste dei congregati. I quali sedevano, in numero di quattordici o quindici, intorno alla tavola, piena stipata di fiaschi, bottiglie, bicchieri, picce di pane e fette di salame qua e là distese su brandelli di carta. Altri parecchi dormivano della grossa sdraiati lungo le pareti, sopra alcune bracciate di paglia, e se n'udiva il russo accompagnare le voci avvinazzate dei più verbosi seduti.
Un altro dormiva a gomitello, su d'un angolo della tavola, non udendo lo strepito che gli si faceva alle orecchie; due o tre altri comparivano dal vano dell'uscio di una camera vicina, dov'erano le armi, in atto di sperimentare lo scatto dei fucili, o le lame delle sciabole, che erano là dentro in quantità. E le voci alte e fioche dei seduti, l'acciottolìo de' bicchieri, lo strepito delle armi e il russo de' dormenti, facevano una babilonia da non dirsi a parole.
All'apparire di Lorenzo tutto quel frastuono cessò.—Il comandante!—fu la parola che corse sommessamente lungo le sponde della tavola.
—Il comandante?—ripetè, ma più alto, una voce fessa e impacciata dal vino.—Viva il comandante, e si beva alla sua salute!
—Zitto, Geremia!—gridò il Martini.—Tieni la tua parlantina per questa notte.
—O come, sor tenente? voi togliete la libertà della parola?—chiese con un ridevole strascico di frasi il poco biblico Geremia.—Non siamo qui radunati per salvare la libertà, noi? La libertà è libera, io dico; viva la libertà! Parlo bene, o parlo bene?—
Il comandante, a cui era rivolta questa burlesca domanda dell'ubbriaco (e lo dimostrava il gesto di Geremia, che accostava militarmente la palma rovesciata dalla mano alla visiera del caschetto), rispose asciuttamente:
—Sì, avete ragione; ma se fate chiasso fin d'ora, darete la sveglia ai nemici, e non si potrà più far nulla, per questa povera libertà.
—Ben detto! ha ragione il comandante!—soggiunsero molte voci.
—Ma, io dico….—balbettava Geremia.—Io dico che l'uomo….
—È ubbriaco!—proseguì un altro, daccanto al beone, dandogli sulla voce.
—Ubbriaco io? io che ho bevuto appena tre bicchieri di vino?
—Bevine un quarto,—interruppe il Martini,—e falla finita. Se ti garba, potrai andar sulla paglia, a tener compagnia al Tarlati, che russa come un contrabasso.—
In quel mentre si udì picchiare all'uscio. Il Martini andò ad aprire, colle solite cautele. Erano altri cinque che giungevano al ritrovo.
—Trentuno!—disse il tenente.—Vuol forse Ella che io vada a dare un'occhiata agli altri, nella cantina di rimpetto?
—Sì, da bravo. Martini, andate!—
E ciò detto, Lorenzo si diede a passeggiar per la camera, dopo aver accettato dalle mani di uno della brigata un bicchiere di vino, del quale non bevve altro che un sorso. Poco stante, fu di ritorno il tenente.
—Orbene?
—Ventiquattro laggiù, e con questi trentuno, cinquantacinque in tutto.
L'animo di Lorenzo s'era già acconciato a questa mala sorte; epperò il giovane comandante non si fermò a fare altre malinconiche considerazioni sulla scarsezza del numero. Entrato in una cameretta attigua, insieme col Martini e col Fresia, chiamò i sott'ufficiali presenti all'appello, per far la nota dei congregati e dividere, come si poteva la meglio, le squadre. Erano smilzi manipoli, ma bisognava contentarsi. Quanto agli uomini che ancora potevano giungere innanzi l'ora della mischia, Lorenzo comandò che dovessero entrare nelle squadre meno numerose.
Non dissimilmente si adoperò nella casa dirimpetto, dov'erano uffiziali il Nava e il Doberti. Intanto, i seduti a desco e i dormenti sulla paglia furono chiamati a star su, salvo tre o quattro che, non potendo reggersi pel vino cioncato, sarebbero stati d'impaccio anzi che d'aiuto ai compagni; e si venne alla distribuzione delle armi e delle cartucce.
Parecchi si lagnavano che i fucili fossero grami. E certamente avrebbero potuto essere migliori. La più parte eran a martellina, colla pietra focaia; lo scatto in alcuni era troppo duro, e a far battere il cane sulla martellina occorreva il pollice di Alcide; in altri non c'era verso che volesse stare sulla tacca di riposo: tutti avanzi di botteghe di armaiolo, eredità di guardia civica, notevoli a vedersi per le fascette e i guardamani di ottone.
—Ma questi son cassoni, non fucili!—diceva uno.
—Che cassoni?—soggiungeva un altro.—I cassoni son buoni da ardere, e questi non farebbero fuoco neanco a scaldarli in un forno.
—Ci vuol pazienza, amici!—diceva Lorenzo, che incominciava a perderla.—Voi sapete che la rivoluzione non è ricca; i fucili buoni potrete guadagnarveli là, dove andremo; ce ne sono di eccellenti.
—Cattivo soldato,—aggiungeva il Martini,—cattivo soldato quegli che si lagna del suo fucile, quando ci ha una baionetta da poterci innestare!—
In questi ragionamenti e in queste operazioni, erano giunte le dieci. E segnale nessuno! Parecchi incominciavano a mormorare. Che si fa? che si aspetta? Lorenzo aspettò ancora una ventina di minuti; poi, chiamato a sè uno dei più impazienti, lo mandò, con un suo biglietto, a chieder notizie al quartier generale.
—Vado e torno!—aveva detto il messaggero. Ma un quarto d'ora passò; passò mezz'ora; suonarono finalmente le undici; e il messaggero, che s'era veduto andare, non fu visto tornare. Egli aveva fatto come il corvo dell'Arca.
Allora il comandante fece quello che aveva fatto Noè; aspettò un altro poco, e pregò il Martini che volesse andar lui. Questi almeno sarebbe tornato.
Frattanto i capisquadra duravano gran fatica a trattenere i loro uomini. Taluni più chiassosi (gente di malavoglia, diceva il Martini) se la pigliavano coi capi della rivolta, sbraitavano contro i vili che non erano venuti al ritrovo, e bestemmiavano, sacramentavano d'esser stati traditi.
—Le bestemmie non colmano il vuoto;—diceva Lorenzo.—Cinquanta uomini volenterosi e gagliardi ne valgono cento. Quanto a ritardo, sapremo tra poco che cos'è; del resto, se avete voglia di fare, io ne ho quanto voi, e nasca quel che sa nascere, appena tornato il Martini, usciremo noi, la romperemo da soli!—
Queste parole calmarono gli spiriti più irrequieti; che anzi, parecchi incominciarono a dire sommessamente che non c'era gusto a muoversi da soli, e, mentre tutti gli altri se ne stavano colle mani alla cintola, andare a morte certa pel loro bel muso. E questa fu in breve l'opinione di tutti. Ma non ardivano parlarne ad alta voce; il comandante, a cui forse non era sfuggito quel nuovo giro dei loro pensamenti, s'era fatto scuro nel volto come un'imposta chiusa; egli andava accarezzando con troppo amore il calcio della sua rivoltina, che portava nelle tasche della giacca, e bisognava star zitti. Ma allora fu un'altra scena; chi si doleva dell'aria soffocata di quel pianterreno, ermeticamente chiuso; chi si rimetteva a bere, per guadagnarsi la fortuna dei quattro o cinque, lasciati sulla paglia a dormire. I meno vergognosi, poi, imitavano gli scolaretti che non sanno durarla con un'ora di lezione, e chiedevano, per una ragione o per l'altra, di uscire.
Finalmente fu picchiato all'uscio; era il Martini che tornava da far l'ambasciata, e, come la colomba dell'Arca, portava un ramoscello d'olivo. Il colpo era fallito; non c'era più nulla a tentare.
La cosa parve strana a Lorenzo, che fu sollecito a chiamare in disparte il suo luogotenente, e a farsi raccontare ogni cosa per filo e per segno. Il Martini era andato senza risico, passando pei vicoli, e cansando le vie principali, fin dove gli aveva accennato il comandante. Colà egli non aveva potuto abboccarsi col capo, che stava a stretto colloquio con altri. Per contro, aveva parlato con taluni dello stato maggiore (e ne citava i nomi) dai quali aveva udito che non c'era più rimedio: che lo Sperone non s'era potuto prenderlo: che il presidio era tutto in armi, ed occupava militarmente le vie della città; che finalmente non c'era più nulla a fare, e ognuno pensasse a cavarsela.
A Lorenzo non bastavano quelle notizie. Non che dubitasse del Martini, o che avesse fede nella possibilità del tentativo; ma, con una sì grave malleveria sulle spalle, voleva sincerarsi del contr'ordine, co' suoi occhi, colle sue orecchie medesime. Però, ceduto il comando all'ottimo popolano, e ordinato che la gente non si movesse dal posto, salvo il caso di suprema necessità (del resto il luogo aveva due uscite, l'una per l'andito che i lettori conoscono, l'altra dalla porticina d'un orto attiguo) uscì da quella casa per andare a sua volta al quartiere generale.
Verissima in ogni parte la relazione del luogotenente; il colpo era fallito. E ciò saputo dalla bocca istessa dei capi, Lorenzo rifece con pronto passo la sua strada, per andare a sciogliere i suoi, che lo aspettavano. Passato speditamente per la via del Campo e la porta dei Vacca, entrò nella via lunga ed angusta di Prè, dove già tutte le botteghe erano chiuse da un'ora, ed egli non si abbattè in anima nata, salvo in qualche ubbriaco, che proseguiva in lunedì il tripudio vinoso della domenica.
Così giunse alle spalle del palazzo reale; andò oltre; ma quando fu presso al vicolo, nel quale aveva a commettersi, gli ferì improvvisamente l'orecchio un rumore di passi, e uno strepito d'armi.
Era di sicuro un drappello di soldati. Tornare indietro e giuocar di calcagna? No certo, sebbene fosse quello il più savio consiglio. E i compagni? non doveva egli andare a cercarli, e, se erano scoperti, partecipare alla loro sorte? La sua deliberazione fu pronta: impugnò, senza cavarla tuttavia di tasca, la sua rivoltina, e affrettò il passo per entrare nel vicolo.
Ma egli aveva a mala pena svoltato l'angolo, che si udì gridare sul volto:
—Alto là!—
E innanzi che avesse potuto misurare la gravità del pericolo, si vide attorniato da un manipolo di soldati.
—Dove va Ella?—chiese il sergente che comandava la squadra.
—Pe' fatti miei;—rispose asciutto Lorenzo.
—Ah diamine, Sal….! siete voi?—gridò, balzando fuori a quelle parole del giovine, un uffiziale che era rimasto alcuni passi indietro.
—Nelli di Rovereto!—sclamò Lorenzo, ravvisando il capitano.
—Sì, per l'appunto, Nelli di Rovereto, che naviga in questi paraggi per comando del suo generale, e non avrebbe a lodarsene punto, se il caso non lo facesse imbattere in un volto d'amico.—
Ciò detto, il capitano si volse al sergente, che si era tirato in disparte co' suoi, per concedere alcuni minuti di riposo, mentr'egli stava ragionando con quel suo conoscente.
—E adesso a noi;—proseguì, tirando Lorenzo sull'angolo della strada.—Dove andate così frettoloso, mio buon Salvani?
—Passeggiavo; lo vedete.
—E avevate paura (scusate, dico paura, così, per modo di dire) e avevate paura dei ladri?
—Perchè?—dimandò stupefatto il Salvani.
—Perchè,—soggiunse, abbassando ancora la voce, il Rovereto,—perchè vi siete armato della vostra rivoltina, che vi fa un gomito traditore nella falda della giacca.
—Credete che fosse proprio paura dei ladri?—chiese Lorenzo, sorridendo.
—Non vi dirò quel che io credo, come voi non mi direste quello che è. Smettiamo dunque un simile discorso; e andate, che io non voglio trattenervi.
—Grazie!—rispose Lorenzo, stringendogli fortemente la mano. E fece per andar oltre; ma il capitano lo trattenne ancora.
—Intendiamoci, Salvani; non per di qua. Tornate indietro, e sarà meglio per tutti.
—Non posso; o lasciatemi passare, o fatemi
arrestare senz'altro.—
Il buon capitano, che amava molto Lorenzo, avendolo conosciuto prode e gentil cavaliere in quella occasione che i nostri lettori rammentano, stette alquanto sovra pensiero; quindi, mettendo amorevolmente le mani sulle braccia di lui, e guardandolo fisso in volto, gli chiese:
—Che cosa sperate oramai?
—Nulla!—disse il Salvani.
—Dunque?…
—Dunque lasciatemi andare per di là, dove ho alcuni amici da vedere; e sarà, ve lo giuro, senza pericolo per la causa alla quale servite.
—Lo credo; ma se fosse, come io penso, con pericolo vostro?…
—Che importa? Non badate a ciò, e lasciatemi andare.
—Dovunque vi piacerà, salvo al numero __otto__.
—Che?—esclamò il giovine, piantando a sua volta gli occhi in viso all'amico.—Voi sapete….
—Ogni cosa. So, verbigrazia, che laggiù non trovereste più alcuno, salvo una mezza compagnia di soldati che custodisce le porte, e una mano d'altri personaggi, meno riguardosi coi loro avversari politici, i quali vanno rovistando dappertutto, per trovare una carta…. che non c'è.
—Ah!—disse Lorenzo.—E gli amici miei….
—State di buon animo!—interruppe il Nelli.—L'uffiziale di pubblica sicurezza aveva fatto male il suo piano di battaglia, e ha assalito il nemico senza chiudergli la ritirata. Io m'ero avveduto bensì dell'errore; ma non era affar mio. L'intento del soldato era di sgominare da questo lato i vostri disegni, e questo io l'ho fatto. Sono entrato per l'androne, mentre i vostri sgattaiolavano dalla parte del giardino; ho atterrato l'uscio, e sono anche stato il primo a metter il naso in una certa cameretta, su d'un certo tavolino….
—Proseguite!
—Dov'era un certo foglio di carta…. una specie di ruolino di compagnia.
—L'avevano dimenticato!—disse Lorenzo con accento di dolore.
—Sì, ma gli è caduto in mia mano, e mi servirà per accendere Biancolina, una eccellente spuma di mare, che consola i miei ozi pomeridiani.
—Grazie!—soggiunse Lorenzo, respirando;—grazie, non per me, ma per gli altri!
—Che diamine!—disse di rimando il Nelli.—Siamo amici, o non siamo? Io fo il soldato e non lo sgherro; combatto, non lego. Se vi avessi incontrati in armi, avrei comandato il fuoco; il resto non mi risguarda, e se c'è un amico di mezzo, mi adopero a salvarlo. Ma badate, Salvani; voi siete accennato a palazzo Ducale come uno dei capi della rivolta; si citava appunto il tentativo della Darsena come una impresa che doveva esser guidata da voi. Perciò, come addetto al comando generale, ho scelto di venire da questa parte, e la fortuna, che ama i soldati, quando non fa buscar loro una palla in petto, mi ha usato cortesia da gentildonna. Or dunque, io vi consiglio a non tornare in casa vostra, questa notte. Avete amici a cui chiedere ospitalità? andate da essi; io non vi ho veduto, non vi conosco.—
E finita la sua orazione, il cortese capitano profferse la mano, in atto di commiato, al suo avversario.
—Voi avete un cuor d'oro, signor Rovereto!—disse il Salvani, stringendo quella mano tra le sue.
—Che! che! Se foste voi ne' miei panni non fareste lo stesso? Non imitereste l'esempio di que' due amici dell'antichità, che, incontratisi in campo, si strinsero le destre, in cambio di uccidersi, e barattarono le armature? Glauco e Diomede! Bei nomi! E i tempi in cui vivevano di tali valentuomini, ora si chiamano barbari!
—Siete tutti classici, quest'oggi!—notò, sorridendo, il Salvani.—Il Pietrasanta, stamane, pensava all'Eneide; voi questa sera mi citate l'Iliade. Il fatto è che gli uomini generosi e cortesi sono di tutte le età, e niente c'è di nuovo sotto il sole, nemmeno la tolleranza scambievole delle opinioni, che ha in voi un così nobil campione.
—Ah, Salvani, Salvani, se comandassimo noi?
—Che cosa fareste, se comandaste voi, Rovereto?
—Io?… Vorrei anzitutto che non ci fosse più un palmo di terra italiana, dove rimanessero tirannelli a dividere, e forestieri a comandare.
—Mi accorgo che vorreste aver me per capo della maggioranza.
—E mio collega al ministero! Che bella cosa si annunzierebbe alla nazione! Un ministero Rovereto Salvani…. Diamine! mi pare che rimangano molti portafogli senza titolare.
—O dove lasciate il Montalto, il Pietrasanta e l'Assereto?
—Avete ragione, perdinci! Saremmo cinque ministri, e i portafogli d'avanzo li terremmo noi stessi per interim. Sarebbe il ministero di San Nazaro, che varrebbe in fin dei conti come tanti e tant'altri. Ottima pensata! ho da sognarne, stanotte! Ma noi,—proseguì ridendo come un pazzo, il capitano,—stiamo qui a ciaramellare, come se avessimo tempo da buttar via. Statemi sano: io torno ai miei uomini.
—Addio, dunque, e ancora una volta, grazie!
—Zitto là; ne parleremo domani. Buona notte!—
E il Nelli, data una giratina sui tacchi, si allontanò speditamente, alla volta del suo drappello, che aveva avuto dieci o quindici minuti di riposo, in cambio di cinque.
Anche Lorenzo si mosse dal canto suo per andarsene. Ma dove? A casa non era prudente consiglio tornare; perciò gli parve acconcio di andare a chiedere ospitalità presso l'amico Assereto, dal quale avrebbe avuto novelle di casa sua.
Ma l'Assereto quella notte non aveva tenuto fede a' suoi lari, e Lorenzo fu accolto amorevolmente dalla famiglia di lui, che lo introdusse in una linda cameretta, daccanto a quella dell'assente.
Rimasto solo, il giovine si lasciò andare bocconi sulla sponda del letto, colle ginocchia a terra, ringraziando il Nume ignoto che lo serbava in vita e in libertà.
Egli non pensava a se stesso in quel momento, lo sapete; pensava a
Maria.
III.
Di una corte d'amore, la quale fu tenuta nel secolo decimonono.
Messer Lodovico Ariosto, chiamato a buon dritto il divino, non se la cavò neppur egli dai tortuosi meandri del suo meraviglioso poema, se non coll'umile spediente di correre innanzi e indietro senza posa, e, servitore sgobbone di tutti i suoi personaggi (che non erano pochi, nè docili), pigliar questo per mano e guidarlo per un lungo tratto di strada; tornar sollecito indietro e cavarne un altro dal pozzo; voltarsi qua e là, scendere e salire per pianure e montagne, navigar per mare oltre le colonne d'Ercole, volare financo alla luna, ed intricare e districare mai sempre le fila che gli avevan posto tra mani «le donne, i cavalier, l'arme e gli amori».
Lettori, avete capito il latino? Vi abbiamo condotti senza intoppo, o quasi, fino alla prima ora del 30 di giugno, e adesso ci conviene, per le necessità della nostra narrazione, rifarci indietro una mezza giornata. Tante fila s'intrecciano, s'imbrogliano e s'aggrovigliano intorno ai nostri personaggi! Abbiamo veduto come finisse la sua impresa Lorenzo Salvani; ora dobbiamo vedere come finisse la sua Enrico Pietrasanta, tirato a buon trotto dalla sua pariglia di rovani alla villa Vivaldi, nelle vicinanze di Quinto.
Nè basta. Siccome da lungo tempo non s'è più visto in scena Aloise, nè la bella Ginevra dagli occhi verdi, precederemo il Pietrasanta colla nostra fantasia, specie d'ippogrifo che va più veloce a gran pezza de' suoi baldi cornipedi.
Siamo dunque a Quinto, alle spalle del paese, in quel palazzo che sapete, murato a foggia di castello, con la sua torre che usciva da un lato dell'edifizio, rompendo ad angolo due acque del tetto; in quella magnifica villa, dove vi abbiamo condotti, nella prima parte di queste fedelissime cronache contemporanee, il giorno della prima scampagnata del convalescente Aloise.
Ogni cosa colà, il giardino, il prato, la selva, la campagna tutta quanta, ha mutato d'aspetto, per opera d'una rigogliosa vegetazione. Giacomino, il giardiniere ortodosso che sapete, ha fatto miracoli coll'aiuto della madre natura. Le aiuole, le ampie gradinate dei vasi d'ogni forma e misura, i canestri foggiati in terra sulle falde del prato, risplendono di mille fiori svariati, vaporano mille diversi aromi per l'aria serena. Le camelie, le violette e i giacinti, hanno ceduto il luogo allo stuolo moltiforme della flora d'estate. Le molli ninfee sono fiorite nel laghetto dove scherzano i cigni; le paulonie dall'alto fusto e dal largo fogliame verde cupo, si rischiarano in color di smeraldo alla luce del sole; nè più chiedendo il riparo della veste di paglia, le magnolie mettono al sommo d'ogni ramo le candide bocce pannocchiute dalle sottili fragranze. Ne' vasi, in bell'ordine disposti, fioriscono cento famiglie di pelargonii, di rose e di garofani, i mugherini indiani e le gardenie del Malabar, che derivano a noi i narcotici effluvii della terra natale. Nelle aiuole crescono gli elitropii dai lunghi e fogliosi steli, gli eliotropii delle cui ciocche odorose le donne gentili amano ornarsi lo sparato del camicino; gli umili mughetti mettono fuori i verdi litui fregiati di brevi campanellini bianchi; gli amorini d'Egitto si tengono modestamente a terra, dissimulando nel verde delle foglioline la poca apparenza dei fiori, ma non la soavità degli odori, gradito compimento, insieme coi dittami, e quasi cornice dei mazzi eleganti; le tuberose scarse di foglie, ma ricche di fiori, torreggiano qua e là; i gelsomini e le gaggìe salgono a spalliera, s'inerpicano lungo le amiche pareti.
Pari alle gaggìe nei loro serpeggiamenti, s'innalzano le asclepie, mostrando su tenui fili quasi innestate le larghe foglie coriacee e i carnosi fiori stellati. Più sfoggiatamente vestiti si levano in alto gli abùtili, e lasciano con leggiadra civetteria ricader mollemente tra i pampinosi tralci le graziose campanelle socchiuse, dai petali giallognoli e bizzarramente venati di scuro. Guardate il prato, com'è tutto d'un bel verde tenero! Qua e là il dolce declivio è interrotto da larghi ed alti ciuffi di foglie ricadenti a ombrello, lunghe, sottili, affilate e pieghevoli come lame di Toledo. È il ginerio argenteo, che protende in aria, su svelte asticciole, e lascia cullar mollemente da ogni soffio i suoi candidi pennacchi, che appaiono (qua la mano, secentisti!) altrettanti colonnelli dell'esercito di Flora. Più in là l'ibisco siriaco e l'africano, cresciuti ad arbusto, schiudono a centinaia i larghi calici bianchi e vermigli, dagli orli vagamente intagliati e dal fondo screziato. Sui margini della prateria, sbucano le iridi dal fitto delle loro foglie gladiate, a far pompa di grossi fiori turchinicci e odorosi. I cacti, orrida famiglia, mostrano, coi fiorellini nati dai dorsi villosi, che anco nel cuor più duro spuntano qualche volta i soavi pensieri. Le agavi americane, colle vaste foglie aguzze e dentate, sfidano il cielo a battaglia. E più lontano ancora, l'orizzonte è celato agli occhi da una fitta selva di salici, di conifere e di piante d'ogni maniera, che descrivono il fondo a quella scena incantevole.
Tutto è allegrezza, tutto è festa, nella ringiovanita natura. Come tutto vive, come tutto si spande, luce, colori, fragranze, armonie! Vedete i campi, aiuole naturali, canestri foggiati capricciosamente nel suolo dal giardiniere invisibile, dove nascono, vivono ed amano migliaia di tenere pianticelle, dalla graziosa pratellina alla severa piantaggine, dalla euforbia ingrata alla cedragnola pietosa, confuse tutte tra ogni maniera di erbe matte, vicino all'utile cicerbita, all'aromatica pimpinella, al timo e al mentastro odoroso, che formano anch'essi il loro giardino! Vedete più oltre l'erica gentile, inconsapevole dell'uso ingrato a cui la condannerà l'industria umana, quando sarà sfiorata e sfrondata; il corbezzolo ed il ginepro, tutti e due ricchi di frutti, a ristoro dei pennuti avventori, e il pino domestico e il selvatico, e gli elci superbi delle non caduche foglie, e il rovere e il sughero, lieti dei nuovi germogli, che tutti descrivono anch'essi il loro fondo a quel complesso di naturali bellezze!
Il sughero! Lo ricordate, o lettori, quell'albero di sughero, che Giacomino, il giardiniere, faceva notare ad Enrico Pietrasanta, il quale, profano quel giorno alle delicature poetiche, lo sentenziò buonissimo per far turaccioli? Ricordate che a' piè di quell'albero era una tavola di lavagna, con parecchi sedili rustici tutt'intorno? Ricordate che quella era, a detta del giardiniere, la Corte di Amore, così chiamata da gran tempo, e dove tutte le Vivaldi, madre, nonna e bisnonna di Ginevra, avevano sempre avuto per costume di recarsi a passare le ore più calde della giornata? Se ciò v'è rimasto in mente, ricorderete ancora che la bella Ginevra dagli occhi verdi usava starci tre o quattr'ore ogni giorno; che faceva metter cuscini sopra i sedili, un gran tappeto sulla tavola, e una bella tenda tirata fra gli alberi, per custodirsi meglio dai raggi del sole; che Giacomino ci portava fiori; la cameriera dei libri e il telaio da ricamo della marchesa; il servitore dei rinfreschi, e gli amici convitati un subbisso di chiacchiere.
È il tocco dopo il meriggio; la vampa del sole che signoreggia liberamente il prato vicino, non penetra sotto il conserto fogliame degli alberi secolari; e l'ampio velario divisato a liste bianche ed azzurre, sospeso tra i rami sporgenti, vieta ai raggi indiscreti, che hanno potuto trapelare da qualche vano della frasca, di recar molestia alla gentil comitiva. Stridono con monotono metro le cicale su pei tronchi degli alberi soleggiati; le farfalle, screziate di mille colori e cosperse di polverina d'oro, vanno aliando qua e là, lungo le aiuole fiorite; le libellule, dalle svelte forme e dalle ali di zaffiro, si librano a volo sulla superficie del laghetto, che, solcata per ogni verso dalle candide prore dei cigni nuotanti, scintilla in riflessi d'argento.
Vedete ora, seduti al rezzo delle piante che v'abbiam detto, quali su rustici sgabelli di legno, quali su sedili di maiolica, foggiati a pila di cuscini vagamente istoriati, sei o sette gentiluomini. Fanno corona a tre dame, o, per dire più veramente, ad una sola. Le Grazie erano tre, tutte pari in bellezza, per modo che il riguardante rimanesse in forse a cui dare il vanto sulle altre due. Anche queste tre sono belle: ma una più dell'altre a gran pezza; di guisa che voi medesimi, o lettori, chiamati a giudicare, dareste il vostro voto alla marchesa Ginevra.
Padrona di casa, ella non può condurre la cortesia ospitale fino al segno di essere e di apparire inferiore in bellezza, o pari almeno, alle sue nobili visitatrici. La Giulia Monterosso, di cui già vi abbiamo dipinte le labbra tumide e coralline, le guance vivide come le pesche duràcine e gli guardi accesi che avrebbero rimescolato il sangue nelle vene al più tranquillo anacoreta della Tebaide, ha la sua villeggiatura poco lontano da quella di Ginevra, ed è spesso, quasi ogni giorno, presso di lei. Maddalena Torralba, la soave Maddalena, dai grand'occhi azzurrognoli, dalla carnagione di latte, tutta dolci pensieri e dolci parole, è da otto giorni, insieme col marito, ospite del tiranno e della tiranna di Quinto. Aveva stabilito di rimanere soltanto una settimana; ed ecco, è già incominciata l'altra, e Maddalena rimane, cedendo alla dolce violenza della Ginevra. Ma sabato se ne andrà, ella dice; i bagni di Voltaggio l'aspettano. Noi scommettiamo che non sarà neanche sabato, e i bagni, o, per dir meglio, i ballerini di Voltaggio l'aspetteranno ancora un bel pezzo. Maddalena è, come sapete, la più tenera amica di Ginevra, e, dove se ne tolga la Roche Huart, che vive a Parigi, e con cui la Vivaldi tiene assiduo carteggio, è anche la più amata. Ambedue sono state educate in Francia, nel medesimo convento; i loro caratteri, per ragion di contrasto, si combaciano e si fondono assai bene. Oltreciò, la Torralba fu la prima ad accorgersi dell'amor di Aloise per Ginevra, e questa, sebbene si schermisca, nè voglia lasciarsi cader parola a lui più benigna, ascolta tranquillamente le lodi del giovine dalle labbra della compassionevole amica. È riamato il poverino? Maddalena non giunge ad intenderlo, perchè Ginevra sorride sempre e mostra di non darsene gran pensiero, oltre i confini di quella eletta cortesia, di quella signorile dimestichezza, della quale è prodiga a lui, come ad altri parecchi; per esempio al vecchio De' Salvi, che se ne gonfia tutto quanto, e al giovine Cigàla, che non ci si fida per nulla.
Il nostro Aloise era quasi ogni giorno a Quinto, e andava facendo pazzie sopra pazzie, mandandole l'una di costa all'altra, come le avemmarie nella coroncina, e facendone tratto tratto alcuna più grossa, che tenesse luogo di paternostro. Il marchese Antoniotto lo vedeva di buon occhio, come il solo dei suoi giovani visitatori che si adattasse di buon grado alle sue tiranniche voglie di controversia politica. Sicuro; Aloise ragionava di politica, lasciandosi mettere colle spalle al muro al finire d'ogni disputa; inoltre giuocava a scacchi, e pigliava sempre scacco matto. Senonchè, di queste periodiche sconfitte, egli si ricattava in materia di coltivazione, della quale parlava come un __doctus in re__.
Aloise agronomo? Sissignori; agronomo col marchese Antoniotto, in quella guisa che era botanico colla marchesa Ginevra. E poi ci si venga a parlare delle vocazioni! Se lo aveste sentito, a disputare gravemente col suo ospite di terreni silicei, di magri e di grassi, dove meglio provasse la vite o l'ulivo; di nuove e più acconce maniere di sfruttare la terra; del tempo più adatto al taglio delle piante, e via dicendo, lo avreste tolto per un nobile campagnuolo, per un membro effettivo del Comizio agrario, o che so io.
Quando le conversazioni agricole andavano un po' per le lunghe (e questo avveniva ogniqualvolta ci fosse stato qualche dissidio nelle conversazioni botaniche) la marchesa Ginevra si faceva a liberare il giovinotto dalle ugne del marito e dai lacci della sua medesima eloquenza, chiamandolo ad altri e più geniali discorsi. Era pietà? era capriccio? Lo stesso Aloise non avrebbe saputo dirlo; ora gli pareva una cosa, ora l'altra. Intanto egli non s'era anche arrisicato a dirle: __vi amo__; nè ella mai gliene aveva pòrto occasione. E si struggeva, pensando che quella occasione non sarebbe venuta mai; giunto il mattino colla speranza, se ne andava ogni sera colla morte nel cuore, e ammazzava, siam per dire, i cavalli, per la furia di giungere a Genova, come li ammazzava il mattino pel gran desiderio di giungere a Quinto.
Il povero Aloise era per l'appunto in uno de' suoi più brutti quarti d'ora. Qualche nuvola era apparsa a contristare la serenità del suo mattino. La Ginevra, contegnosa oltremodo con lui, dacchè erano andati a sedersi sotto gli alberi, lo aveva a mala pena guardato; gli occhi della dea non si alzavano dal suo telaio da ricamo, se non per volgersi a questo o a quello de' suoi più ciarlieri vicini, accompagnando con graziose occhiate le sue graziose risposte. Luce di sguardi, musica di parole, armonia di sorrisi che non andava a lui, che a lui non era dato di libare, o gli si tramutava in veleno! Ma non aveva egli forse meritato quella severità di Ginevra? Non era egli rimasto un'ora senza parole, rispondendo a monosillabi, quando la pietosa Maddalena aveva tentato con qualche cortesia di tirarlo nella conversazione, quando il faceto Cigàla lo aveva stimolato con qualche arguta dimanda?
Così, scontento di lei e più ancora di sè medesimo, Aloise aveva lasciato il campo, per andarsene a passeggiare lungo la gradinata del palazzo, insieme col marchese Antoniotto, col De' Salvi e col Monterosso, il marito della Giulia, i quali disputavano di fabbricerie. Il Monterosso, uno dei fabbricieri della chiesa di Santa Geltrude, aveva lasciato correre, per alcuni e rilevanti restauri del vecchio organo, una spesa molto maggiore di quella che s'era tra colleghi convenuto di fare. Chi aveva a snocciolarli? I fabbricieri colleghi dicevano il Monterosso; egli per contro non voleva saperne, dappoichè (così argomentava) i restauri s'erano creduti necessarii, e se, nella progressione del lavoro, egli, incaricato di quella bisogna, aveva dovuto andar oltre nello spendere, non aveva fatto cosa che in sostanza non fosse stata decretata nel consiglio di tutti. E qui, controversia accademica tra il Monterosso e il De' Salvi, che voleva saper di ogni cosa; qui sentenze, disgressioni giuridiche del marchese Antoniotto, con qualche dimanda __pro forma__ ad Aloise, il quale doveva rispondere: «__et cum spiritu tuo__».
Come dovesse godersela in questi discorsi, lasciamo che pensiate voi, o lettrici. Egli non si era certo addottorato in leggi per venire a parar quella raffica di giurisprudenza dei suoi attempati colleghi in patriziato, ed esser quarto fra cotanto senno. E si noti che non la volevano smettere così presto; passeggiavano infervorandosi sempre più, e fermandosi ad ogni tratto per udir le sentenze del marchese Antoniotto, il quale amava ascoltar gli altri passeggiando, ma voleva parlare stando fermo e facendo star ferma l'udienza. Il Torre Vivaldi era senatore anche in villa.
Di certo, Aloise avrebbe potuto dire la sua, anco in materia di fabbricerie; ma gli tornava più comodo dar ragione suo ospite. Nè lo faceva per piaggeria; sibbene perchè non era sempre coll'animo presente alla disputa, e l'accennar del capo, e le rotte frasi di approvazione, gli davano licenza di pensare a tutt'altro. Epperò, ad ogni tratto, quando i quattro peripatetici avevano a dar volta per rifare la strada, uno di essi, Aloise, perdendo di vista l'organo e i fabbricieri, dava un'occhiata là dalla parte del prato, sospingeva lo sguardo fin sotto agli alberi, dove, più felici di lui, il Cigàla, il piccolo Riario, e il De' Carli soprannominato Tartaglia, stavano conversando colla bella Ginevra.
Vestita con quella cara semplicità che è lo sfoggio più conveniente della bellezza, Ginevra era seduta al suo solito posto, sotto l'albero prediletto, daccanto alla tavola di lavagna. Indossava una veste di quella seta tenue, leggiera, che i francesi chiamano __foulard__, bianchiccia di fondo e tutta disegnata a ciocche di minuti fiorellini. La vita era tagliata a mezzo scollo; ma, a dissimulare il sommo delle spalle ignude, e più ancora ad accrescere grazia a quella stupenda figura, le si girava intorno all'imbusto, secondo l'antica foggia di Maria Antonietta, un candido fisciù di velo trapunto, i cui capi (felicissimi capi, avrebbe detto il lezioso De' Carli) scendevano ad abbracciarle il giro di una vita, non troppo piena nè troppo snella, come vediamo essere stata condotta dal greco scalpello la vita di Venere. Teneva davanti a sè il suo telaio da ricamo, tra le stecche del quale era teso il canavaccio che ella con lana di svariati colori andava ricamando a punto in croce dei più graziosi rabeschi.
Daccanto a lei, Maddalena stava lavorando all'uncinetto certe maglie, che non sapremmo e che non mette conto descrivere; arnesi da salotto che si fanno per ingannare il tempo ed anco un tantino per impedire ai signori uomini di insudiciare colla manteca delle loro capigliature la spalliera di una poltrona, o d'un canapè. La Giulia, per contro, non faceva nulla, e da un'ora si andava dolendo di non aver portato nessun lavoruccio con sè.
—Cigàla,—disse ella finalmente,—aiutatemi a dipanare la lana di
Ginevra.
—Eccomi pronto;—rispose il giovinotto, mettendo con bel garbo le palme a sostegno di una piccola matassa che gli andava sporgendo la Giulia;—ma vi annunzio che vi servirò molto male.
—Perchè?—disse ella di rimando.—Ogni cosa andrà pel suo verso, se starete attento.
—E lo potrò io?—dimandò con aria di candore il
Cigàla.
Al candore risponde assai bene il rossore, e la marchesa Giulia arrossì tanto più facilmente, in quanto che la cosa tornava agevolissima a quel suo viso di Erigone.
—Oggi siete più galante del solito!—ripigliò la dama, provandosi a guardare in volto il suo faceto vicino.
—Lo credo io!—rispose il Cigàla, che non si lasciava mai cogliere disarmato.—Sono galante per due. In me parla il presente e l'assente.
—Che cosa mi dite voi ora? Vedete, non trovo più il bandolo.
—Io l'ho già perduto da un pezzo!—aggiunse sospirando il giovinotto.
—Parlate anche per l'assente?
—No, marchesa; qui parlo per me, solamente per me.
—Cigàla, io vo in collera!—interruppe Ginevra.
—E perchè, di grazia?
—Perchè voi dite a tutte le dame la medesima cosa; ed è male, assai male!
—Ma il peggio, signora, è più ancora del male, se ben ricordo gl'insegnamenti del mio maestro di grammatica. Ora il peggio si è che con tutte faccio fiasco egualmente.
—E perchè? non lo indovinate voi, il perchè?—soggiunse Ginevra, proseguendo la celia.—Perchè mirate a troppe. Ora voi non ignorate che cos'abbia sentenziato una nostra gentile antecessora, la contessa di Sciampagna. «Egli non si può amare più d'una donna ad un tempo».
—Verissimo, pel tempo d'allora;—rispose il
Cigàla.
—Perchè d'allora, e non d'adesso?—chiese
Maddalena.
—Perchè? È presto detto. Perchè una dama a quel tempo era costretta dalle leggi d'amore a non mandar disperato il cavaliere ch'ella avesse ricevuto in sua mercè, il cavaliere che portasse i suoi colori e facesse ogni maniera di prodezze per lei. Che fanno ora, con vostra licenza, le dame? C'incatenano colle loro lusinghe (lusinghe inconsapevoli, involontarie, s'intende) e poi, come fanciulli crudeli cogli animalucci che cascano sotto le loro mani innocenti, si pigliano spasso de' nostri dolori; ci piantano spille tra le unghie e la carne ci punzecchiano il cuore, come si adopera colle oche, per dilatar loro il fegato; ci mettono a rosolare sulla graticola e in fondo a tutto questo martirio non c'è nemmeno quella speranza del paradiso, che consolava gli antichi confessori della fede cristiana.
—Benissimo!—tartagliò il De' Carli.
—È pretta verità!—soggiunse il piccolo Riario, battendo del tacco sull'erba.
—Mi fate venir la pelle d'oca!—disse a sua volta ridendo la marchesa
Ginevra.
—Ah, buon segno!—gridò con aria di trionfo il Cigàla.—Voi, almeno, sentireste pietà de' nostri tormenti. Ora, volete intorno a ciò il mio schietto parere? Io non voglio patire a questo modo; io sono un filosofo, non già un santo anacoreta che ami flagellarsi le carni, far penitenza de' suoi peccati e di quelli degli altri. Amo la donna in tutte le donne; piglio divotamente (e qui sta il mio pregio) tutto quello che esse non ricusano ad alcuno, voglio dire la vista delle loro bellezze, lo splendore delle loro grazie, i dolci sorrisi, le soavi parole, e ne compongo un elettuario, un brodo ristretto….
—Eravate galante, e diventate volgare!—esclamò Giulia, strappandogli la matassa dalle mani.
—Lasciatemi finire, signora!—ripigliò il Cigàla, trattenendo i pochi giri di lana che gli rimanevano sospesi tra il pollice e l'indice.—Ho detto e ripeto che ne compongo un elettuario, un brodo ristretto, che mi abbia a servire di viatico in questo deserto della vita. Il paragone è volgare, ma esprime il concetto; e il concetto non è volgare, finalmente! Amo in tutte le donne la donna; questo è l'essenziale. E ciò vale meglio che amarne una, una sola, e condannarsi a morire di rabbia. Che ne dici tu Aloise?—
La dimanda era rivolta al Montalto, che in quel frattempo s'era liberato dalle fabbricerie e tornava con lenti passi verso il crocchio delle signore.
—Io?—rispose il giovine, che aveva udito le ultime frasi del discorso di Cigàla.—Io dico che l'amore è la più trista delle umane passioni.—
Questo era l'atto di contrizione di un apostata che tornava alla fede!
Ma la vendetta della sdegnata divinità non si fece aspettare.
—Per chi non ama davvero, sì certo,—rispose asciuttamente Ginevra, senza alzare gli occhi verso di lui, in quella che spingeva la punta del suo ago da ricamo nei trafori del canavaccio.
Più acuto assai che non fosse l'ago da ricamo, giunse lo strale e si piantò nel cuore di Aloise. Egli ricevette il colpo senza badare a pararlo ne a renderlo; barcollò, e, per non far scorgere il suo turbamento, si lasciò andare su d'un sedile ch'era rimasto vuoto.
Ma il Cigàla, sempre armato di tutto punto, e destro schermidore in cosiffatte tenzoni (tanto più destro in quanto che non ci aveva malinconie dentro il cuore), fu pronto a rispondere.
—Questa sarebbe un'eccezione, signora, e noi parliamo sui generali.
—Rispondete anche pel signor di Montalto?
—S'egli lo permette, perchè no?—
Aloise, così messo al punto, accennò all'amico che proseguisse liberamente per tutti e due.
—Stando adunque sui generali,—disse il Cigàla,—io chiederò a voi, gentili signore, chi pensiate amar più fortemente, fra le donne e gli uomini.
—Ah, veramente, voi non volete più avere quest'altra matassa che io stavo slacciando per voi!—gridò la Monterosso in atto di minaccia.
—L'avrà un guindolo migliore;—rispose sospirando il Cigàla.—Ecco infatti un assente, che sarà lietissimo di pigliare il mio posto.—
L'arguta allusione del giovinotto accennava alla comparsa del Pietrasanta alle falde del prato. Poco dianzi s'era udito rumore d'una carrozza dall'altro lato del palazzo, ed era il __landau__ del nostro Eurialo, che veniva in traccia di Niso. Il Pietrasanta si avanzò spigliatamente sul prato, alla volta degli alberi, e col cappello tra mani, il sorriso sulle labbra, corse ad ossequiare la marchesa Ginevra e le altre due dame; dopo di che si volse a salutare i cavalieri, stringendo la mano ai più intrinseci, e da ultimo si sedette accanto ad Aloise, col quale già incominciava a barattare qualche parola, allorquando fu interrotto dalla marchesa Giulia.
—Siete venuto in buon punto, Pietrasanta,—ella diceva,—per aiutarmi a dipanare la lana di Ginevra. Il Cigàla ha ardito mettere in dubbio che le donne siano migliori degli uomini, e non mi farà più da guindolo.
—Crudelissimo Cigàla, ne fai di queste?
—Cioè a dire….—rispose il Cigàla,—io non ho messo in dubbio nulla; chiedevo mi si dicesse chi ami più fortemente, se l'uomo o la donna, e torno a chiederlo, checchè possiate infliggermi per penitenza, ingiustissima dama.
—Alzatevi intanto, e date il posto al Pietrasanta;—disse la Giulia.
—Signora,—soggiunse Enrico, in quella che poggiava amorevolmente le mani sulle spalle dell'amico, per trattenerlo sul sedile;—perdonate al Cigàla, e sarà la grazia maggiore che mi potrete concedere.
—Ma bene, ottimamente!—entrò a dire Ginevra.—Vedi Giulia, come sono galanti tra di loro, questi signori uomini.
—Perchè amano fortemente, marchesa!—gridò, con aria di trionfo, il Cigàla.—Questa cortesia di Enrico, che io non ho chiesta nè preparata, viene in aiuto alla mia tesi.
Ora io lo dimanderò alla signora Maddalena, che non mi ha ancora dato il suo voto di biasimo; chi ama più fortemente? gli uomini o le donne?
—E lo chiedete ancora?—rispose la soave Maddalena.—Le donne, a mio credere. E voi, seriamente, ardireste essere d'una contraria opinione?
—Pur troppo, signora, e non solo tengo che gli uomini amino più fortemente a gran pezza, ma aggiungo….
—Suvvia, non vi fermate a mezza strada!—disse Ginevra.—Dopo quello che avete già sentenziato, non ci può esser altro che rechi stupore a Maddalena.
—Or bene, aggiungo…. Ma intendiamoci, lascio da parte le dame presenti! Aggiungo insomma che le donne amano poco, per non dir nulla, addirittura.
—È grossa!—esclamò la Giulia.
—E la sostengo, foss'anche grossa come il nostro pianeta!—disse di rimando l'oratore pessimista.—Le donne, generalmente parlando, sono egoiste. Amano, sì, non lo nego, ma anzitutto sè stesse. L'affetto di un uomo dice loro, in tutti i modi, una cosa sola: «siete bella!» Ecco perchè l'uomo che ama è ricambiato, e per che modo. Notate, io parlo delle migliori, di quelle che sono grate all'uomo un tantino di più che non allo specchio. Ma che cos'è poi questo loro ricambio di amore? È il superfluo dei loro pensieri, delle loro cure, e che non impedisce loro di contentare ogni loro capriccio, pari a quel superfluo che il Vangelo ci comanda di dare ai poveri, e che, levato di tasca, ci lascia ancor tanto da non patir difetto di nulla. Ora io lo chiedo a voi, gentilissime eccezioni; questo amare per una decima, anzi per una centesima parte della propria potenza spirituale, è egli amare davvero, o non piuttosto per celia?
—L'accusa è antica,—rispose placidamente Ginevra,—e tutte le donne che ci hanno preceduto sulla scena del mondo, l'hanno combattuta, risospingendola agli uomini. Io non mi gioverò di questo spediente; non negherò neppure che ci sia molto di vero in quello che dite. Ma non si meritano questo, e peggio, i signori uomini? Lascio, s'intende, da parte i presenti;—aggiunse ella sorridendo, per rendere la pariglia al Cigàla, che s'alzò a mezzo, per farle un inchino;—ma è certo che i signori uomini sanno molto bene volere, e punto punto guadagnare. Oggi, pur di vederci, si contentano di starci dinanzi in adorazione; domani vogliono già udirci a parlare, e d'una cosa soltanto; entrati a mala pena, e quasi sempre a caso, nella cerchia delle nostre consuetudini, s'atteggiano a conquistatori, e vogliono essere adorati a lor volta, o chiedono una confessione in premio d'un sacrifizio che non hanno fatto, ed anche qui vogliono essere adorati alle prime. Ricordate la sentenza, Cigàla; «il vero amante è sempre timido».
—È la contessa di Sciampagna che lo dice?
—Non so, ma ne ricordo bene un'altra delle sue: «chi non sa nascondere non sa amare».
—Signora, Lanfranco Cigàla, mio antenato, e trovatore di grido, lasciò scritto in una delle sue canzoni: «chi nasconde non fa veder nulla».
—È autentica la citazione?
—Poniamo che sia apocrifa; la sentenza rimane, e può valer quanto un'altra.
—A questi patti ve ne citerò una terza, che potete leggere nel codice d'amore: «L'indiscreto non sarà mai un amante fedele». Ma tornando alla vostra, vi dirò che una donna si avvede mai sempre dell'affetto di un uomo, anco se gelosamente custodito nel profondo del cuore. E così i signori uomini si contentassero a lasciare indovinare i loro pensieri, che n'avrebbero assai più vantaggio.—
Aloise, il quale era stato muto ad udire quella tenzone, respirò più liberamente all'ultima frase della marchesa Ginevra, che gli parve uno zuccherino per lui. Ma il Cigàla, che non poteva averci le ragioni di Aloise a contentarsi di quella chiusa, s'impuntò ancora a rispondere.
—Voi dunque, signora, non ammettete nessuna uguaglianza tra le donne e gli uomini? Voi sarete un cortèo di regine, e noi un branco di schiavi?
—E che altro vorreste essere?—dimandò Ginevra, con piglio di leggiadra alterezza.—Non vi basta di avere lo scettro per tutte l'altre cose della vita? Lasciate a noi il regno del cuore, questo povero regno, questo alveare che abbiamo fabbricato noi, api pazienti, colla nostra industria sottile, cavando la cera e il miele dal calice dei fiori. Ma sapete che se questo regno grazioso cadesse per avventura anch'esso in vostra balìa, ne fareste un bell'uso!
—Non io certamente, marchesa!
—Lasciamo da parte i presenti, uomo di corta memoria! Vi arrendete?
—A discrezione.
—Bene! la Corte vi rimanda assolto, ma non già in grazia vostra, sibbene di Lanfranco Cigàla, vostro antenato, e gentil trovatore, che avete citato, in vostra buon'ora, testè. E poichè parliamo di trovatori, chi di voi, signori, saprebbe raccontarci la vita di Goffredo Rudel, e di Percivalle Doria?
IV.
Qui si racconta di Goffredo Rudel, come per amor si morisse.
Si ricordano i nostri lettori della visita che fece Aloise alla villa Vivaldi, allorquando l'amico Pietrasanta lo condusse a fare la prima passeggiata di convalescenza là dalla parte di Nervi? Se essi non hanno dimenticato quella gita campestre, rammenteranno ancora che, innanzi di uscir dalla villa, e quando il giardiniere aveva additato l'albo dei visitatori, Aloise di Montalto si era fatto sollecito a pigliar la matita, e, dopo avere rivolta un'occhiata d'intelligenza al compagno, aveva scritto sull'albo due strani nomi: __Goffredo Rudel__ e __Percivalle Doria__.
Di questa bizzarria il Pietrasanta aveva chiesta la ragione all'amico; e questi gli aveva risposto con un'altra, ripetendo una frase detta da Enrico al giardiniere, quando erano per rimettersi in carrozza: «i nostri noi viaggiano nel più stretto incognito».
Ma perchè, tra tanti nomi posticci che potevano venirgli in mente, egli era andato a cercar proprio que' due nomi storici? Perchè all'innamorato senza speranze pareva di scorgere una certa somiglianza tra la sua infelicità e quella famosa del poeta provenzale. Un trovatore, poi, ne tirava un altro, e tra i nomi di trovatori da poter mettere accanto al primo, gli era balenato alla fantasia quello di un genovese; però aveva aggiunto Percivalle Doria, come pseudonimo di Enrico Pietrasanta. Si noti che mezz'ora innanzi il giardiniere, conducendoli sotto l'albero di sughero, aveva accennato ad una Corte di amore; si aggiunga che Aloise, a que' tempi, secondo l'uso di tanti innamorati, leggeva assiduamente il Leopardi e il Petrarca. Ora, dal cenno del giardiniere e dai versi del Petrarca, ai trovatori, al Rudel, non c'era altro che un passo, e ad Aloise tornava in mente ciò che aveva scritto messer Francesco nel suo __Trionfo d'amore__.
Gianfrè Rudel, che usò la vela e il remo
A cercar la sua morte….
Dopo quel giorno, molte cose erano avvenute, ed Aloise era introdotto solennemente in casa Torre-Vivaldi. La sua prima visita alla marchesa, dopo ch'ella era in villeggiatura, gli aveva fatto ricordare, non senza un pochino di trepidanza, i due nomi scritti sul libro, e l'altro inciso sulla tavola di lavagna; ma s'era poscia raffidato nel pensiero che i primi dovessero rimanere ignorati, confusi com'erano tra tanti altri forestieri e visitatori d'ogni risma, e l'altro celato sotto il tappeto, che era sempre disteso sulla tavola di lavagna, in quelle ore che la marchesa usava passare in quel suo luogo prediletto.
Una volta aveva tremato davvero, ma non al tutto di sgomento. Egli era, con altri, vicino alla signora, e il discorso era per l'appunto caduto su quella rustica tavola, che il marchese Antoniotto avrebbe desiderato mutare in un'altra di marmo.
—No, essa m'è troppo cara così!—aveva esclamato la marchesa.
Ma il subitaneo timore e il dubbio dolcissimo di Aloise erano tosto svaniti. La marchesa, proseguendo, aveva narrato com'ella non volesse mutar nulla in quel luogo. La disposizione d'ogni cosa, la consuetudine di andarvi a passare le calde ore del giorno, il nome istesso di Corte d'amore, rimontavano alla sua bisavola, a quella «__celebrata—Per ingegno e beltà Tullia divina__» siccome l'avea cantata un poeta famoso del suo tempo. Agli orli di quella tavola si erano appoggiate le crespe rigonfie della sua veste di broccato; su quel piano s'era posato il suo ventaglio piumato, il suo occhialino, il suo libro; quella rozza lastra era sacra; sacri i rozzi sedili fatti di quel medesimo schisto nericcio, sorretti da scabri pilastrini; nient'altro di nuovo ci aveva da essere, salvo l'aggiunta dei sedili di maiolica, poichè i primi non sarebbero bastati alle geniali adunanze dei visitatori moderni.
Tornando ad Aloise, egli, poichè Ginevra niente aveva detto, o lontanamente accennato, s'era facilmente condotto a credere che non si fosse addata di nulla. E inoltre, come avrebbe ella potuto rintracciare in quei muti segni la mano di lui? Il giardiniere, nel quale s'era imbattuto due volte, non aveva mostrato di raffigurarlo; oltre di che, non avrebbe potuto affermare chi, dei tanti forestieri, avesse scritto que' nomi. E li aveva forse pur letti? In queste argomentazioni s'era chetata l'apprensione di Aloise, ed egli non ci pensava già più.
Ma bene, per contro, ci pensava Ginevra, come potrebbe dimostrarvi una lettera di lei alla Roche Huart, scritta ne' primi giorni del giugno, e già debitamente copiata da padre Bonaventura nel noto volume delle Opere di santo Agostino.
Volete leggerla? Tanto, per udire la continuazione dei lieti ragionari e la vita del trovatore Rudel, che qualcheduno si farà pure animo a raccontare, ci sarà sempre tempo, e noi, cronisti patentati, non ve ne faremo perdere neanche una sillaba.
È tempo, d'altra parte, che vi diciamo qualche cosa intorno al cuore della marchesa Ginevra, che fu una delle più notevoli donne della nostra generazione, in quella guisa che è una delle più importanti nel viluppo di questa veridica storia. Già minutamente ve l'abbiamo dipinta nella prima parte del libro, nè abbiamo tralasciato di accennarvi le egregie doti del suo intelletto; del cuore abbiamo detto soltanto che ancora non aveva dato segno di vita, così restando ella una donna della quale non si capiva un bel nulla. Tentiamo ora di capirne qualcosa; la lettera è qui:
«Sono finalmente nella mia tranquilla dimora di Quinto, dove mi è dato di respirare, di vivere. Sei mesi di agitazioni, di feste, di cure, di molestie parigine, non fanno anche a te, mia bellissima, desiderare la quiete della tua Bretagna? Le veglie, i teatri, le visite, le mille cure della città, opprimono me pure, m'infastidiscono per cinque o sei mesi colla monotona sequela dei loro trabalzamenti, e mi fanno parere cento volte più bella, più cara, questa mia vita campestre. Vivo in città, come il fiore nell'aria soffocata d'una stufa; qui torno all'aperto, dove il tepore è sano, dove la luce ravviva.
«Anche quassù s'alternano le visite e i passatempi; ma questi non sono comandati dalla consuetudine; la mia mente li trova e li varia a sua posta; quelle poi si ristringono a un picciol numero di famigliari, uomini sempre, e spesso adoratori molesti, ma sotto la comportabile maschera dell'ossequio, o della amicizia.
«Uomini! stirpe volgare, la cui ammirazione ti rimpicciolisce, il cui amore ti offende! Io non so intendere, per verità, come ci possano essere di così stolte donne, le quali commettano il cuore, la vita loro, al facile, insolente entusiasmo di un uomo. Or vedi che cosa avviene, sotto i nostri occhi, ogni giorno. Perchè una donna è giovane e bella (ardisco scrivere in tal guisa a te, mia bellissima, che m'hai guastata colle tue lodi e che solevi chiamarmi la tua __petite madone italienne__), si ascrivono a debito di ammirarla, di farle intendere in mille modi, non escluso quello della persecuzione, che ella ha l'altissimo onore di piacer loro non poco. Perchè questa donna ha un marito, tal volta severo e uggioso, tal altra maturo d'anni e logoro di cuore, eccoli tosto ad arrogarsi il diritto di amarla e di sperare che li ami. Questa è villania, insulto universale e continuo, che ognuna di noi è costretta a patire, e la più parte ne godono; tanto è vero che la servitù ci ha invilito lo spirito!
«Mi chiedi del Montalto, se continua a fare il malinconico. Sì, mia bellissima, continua, e va peggiorando; ma ti giuro che tutto ciò mi dispiace. Io lo stimavo assai più, allorquando, scrivendoti della mia prima comparsa di donna in questa società genovese, ti accennavo com'egli fosse il solo che non avesse cercato di farsi presentare a me, e in teatro, mentre tutti gli sguardi erano rivolti alla tua __petite madone italienne__, egli solo ostentasse di volger le spalle. Fui curiosa di conoscerlo, questo bizzarro giovinotto, del quale tutti erano, e sono ancora, invaghiti; e ciò forse ha potuto darti di me un concetto disforme dal vero. Egli è venuto, come sai, alla mia veglia annuale di congedo, e mio marito se n'è innamorato come tutti gli altri, egli che non va pazzo per alcuna cosa al mondo. Ma di lui ti ho già parlato a lungo, e di tutti i suoi amori colla politica: laonde non ti sarà difficile indovinare che la sua amicizia pel Montalto ha le sue radici nella ragion di Stato, che a noi donne mette i brividi addosso. Per fartela breve, il giovine amico è già venuto tre volte a Quinto, e mio marito vorrebbe vederlo ogni giorno. Intanto, sai che scoperta ho fatto io? Potrei dartela alle cento, alle mille, come madama Sevignè nella sua famosa lettera, che ci hanno fatta leggere tante volte in collegio, e tanto non la indovineresti. Figurati che quel suo contegno, quella sua arcana severità, nascondevano un antico affetto. E per chi? Per la madonnina italiana.
«Il primo giorno della mia villeggiatura, vado a salutare la Corte d'amore della marchesa Tullia, e quella tavola di lavagna che sai. Sull'orlo di quella tenera lastra di pietra che cosa trovo? Inciso il mio nome, __Ginevra__. Tutto ciò mi dà molto da fantasticare. Chi è stato? Vo a squadernare l'albo dei visitatori della villa. Son tutti nomi di Francesi, di Tedeschi, d'Inglesi, e di persone ignote. Ma l'incisore del mio nome, dico tra me, ha da essere uno del nostro ceto, e che mi conosca per bene. Ora io non so raccapezzarmi tra i nomi scritti nell'albo; due soli mi tengono dubbiosa, due nomi strani, due nomi d'antichi trovatori, Goffredo Rudel e Percivalle Doria. Piglio lingua dal giardiniere. Il brav'uomo si ricorda della venuta di due gran signori, giovani ambedue; l'uno pallido, biondo e svelto della persona, taciturno e infermiccio in apparenza; l'altro di capel bruno, spigliato nei modi, chiacchierino e sempre in moto. Sono certamente costoro che hanno lasciato quei due nomi nell'albo; il giardiniere ha notato che s'era negli ultimi giorni di febbraio, e sulla pagina c'è appunto scritta la data di quel mese. Essi visitarono la villa per ogni verso; ma, il biondo, che pareva stanco, non era andato più oltre della prateria, e, mentre il compagno scendeva nella grotta, era andato a sedersi presso la tavola di lavagna. Ci siamo, ho detto tra me; l'ignoto incisore è il giovine biondo.
«Ma ciò non bastava ancora; ho cavato le parole di bocca al Pietrasanta, l'amico inseparabile del Montalto, e lì, tra mille chiacchiere sbadatamente fatte, ho potuto sapere che egli era stato, in un tempo non molto lontano, a visitare la nostra villa. Non ho chiesto di più, per non metterlo in sospetto; ma il mio dubbio s'è fatto certezza; il tenue filo della mia logica mi ha guidato a questa scoperta: Aloise di Montalto aveva un segreto, e questo segreto lo ha confidato ad una tavola di lavagna, credendola muta. Ma oramai non parlano anche le tavole?
«Scriva a suo talento, il signorino: cada egli pure ed affoghi nella consuetudine di tutti gli uomini suoi pari. Ahimè, mia bellissima! non ci sono creature perfette quaggiù; salvo te, s'intende, salvo la prediletta, la lontana dagli occhi, ma non dal cuore di Ginevra.»
Di questa lettera, come dell'altre scritte prima e poi alla viscontessa di Roche Huart, come, a farla breve, di tutto ciò che pensasse la bella Ginevra, nulla poteva sapere Aloise. Però, argomenti il lettore come rimanesse sgomentito a quella improvvisa dimanda della marchesa, intorno ai due trovatori. Un fulmine, caduto a ciel sereno, non lo avrebbe scosso più forte. Per un tratto rimase muto; e fu ventura che altri parecchi gli fossero compagni, ai quali la domanda era rivolta come a lui; se no, impacciato come un pulcino nella stoppa, non avrebbe trovato niente da dire, e, quel che è peggio, il rossore lo avrebbe tradito.
Primo a rompere il silenzio fu il Cigàla, che rispose candidamente di non conoscere que' due personaggi. Il piccolo Riario fece una ugual confessione; altri due si strinsero nelle spalle; perfino il De' Carli tartagliò le sue quattro parole di scusa. Il Pietrasanta stette duro, come se la cosa non lo risguardasse punto, e se la cavò mandando una languida occhiata alla marchesa Giulia, che si fece tutta rossa nel volto. Ma i lettori non facciano sospetti temerarii; la marchesa arrossiva facilmente, perchè a ciò la traeva il suo color naturale.
Restava Aloise; ma, in quella che gli altri parlavano, il nostro giovine s'era fatto un cuor da leone. Non si diventa prodi, se non guardando in faccia il pericolo. Cotesto occorre in battaglia, e molti che leggono ne avranno fatto sperimento in sè stessi. Chinar la testa una volta al sibilar delle palle, conduce a chinarla per sempre; mettersi al riparo dietro un ciglione, persuade a non trarne più fuori la testa; e l'occasione, che potrebbe fare dell'uomo un eroe, la occasione se ne va, lasciando il soldato nella sua codarda postura.
Aloise aveva veduto il suo segreto scoperto; ma, tocco sul vivo, aveva pure considerata in un batter d'occhio la sua condizione disagiata, e fatto il proposito di uscirne. Però, a mala pena ebbe il marchese Onofrio tartagliate le sue scuse, volse lo sguardo animoso a Ginevra, e le disse:
—Orbene, se gli amici non la sanno, vedrò di raccontarvela io; ma quella soltanto di Goffredo Rudel, che l'altra del Doria non l'ho presente ora.
—Ci contenteremo di quella;—rispose Ginevra.
—Incomincio, dunque; ma badate, signora, che è
lunga.
—Oh, non ve ne date pensiero; il tempo è tutto
nostro.
—Aloise,—bisbigliò il Pietrasanta all'amico,—ero venuto per parlarti di un negozio….
—Me ne parlerai più tardi!—interruppe Aloise, con un accento che non isfuggì al fine udito della marchesa Ginevra.
E mentre tutta la nobile brigata si raccoglieva ad udirlo, Aloise, non senza arrossire un tantino, così incominciò la la narrazione:
—«Goffredo Rudel, signore di Blaia, è uno dei primi trovatori di cui facciano menzione le cronache di Linguadoca. Da giovine, amò, o credette di amare, una Guglielmetta di Benagues, viscontessa guascona, la quale doveva essere una gran lusinghiera, e amica del numero tre, poichè le piaceva tenere a bada, nel medesimo tempo, lui Goffredo, Elia Rudel suo cugino, e Savary di Mal Leone.»
—Povera viscontessa!—interruppe Giulia.—Non sareste per caso un po' crudele con lei?
—No, marchesa, imparziale. «Narra la storia che in una conversazione tra la dama e i tre gentiluomini anzidetti, ella sapesse diportarsi per modo che ognuno di loro, uscendo di là, si tenne il prediletto di lei. Infatti, venuti a disputa, si chiarì che a Goffredo avea data una dolcissima occhiata; ad Elia una eloquentissima stretta di mano; a Savary aveva premuto il piede, sotto la tavola. Così narra Nostradamus, ed io lo ripeto, per dimostrarvi in che guisa Goffredo Rudel si allontanasse da lei. Per ventura, quell'amore del giovine per la Guascona, era un capriccio, uno scherzo, non già un affetto profondo….»
—Non amano tutti ad un modo i signori uomini?—chiese argutamente
Ginevra.
—La storia di Goffredo Rudel vi dimostrerà il contrario;—soggiunse Aloise,—ed io vado innanzi senza paura. «Fatto esperto da quel primo disinganno, Goffredo Rudel non volle metter più la sua fede fuorchè in nobili cuori. Ora i nobili cuori erano rari al suo tempo tra le donne, e per lunga pezza il signore di Blaia visse soltanto per l'amicizia, nè altro ebbe a celebrare ne' suoi versi che questa. Il signore d'Agoult era l'amico suo, e il castello dell'amico lo trattenne a lungo tra le sue mura ospitali. Ma giunge in Provenza il conte Goffredo Plantageneto, fratello a Riccardo Cuor di leone, re d'Inghilterra, e nella breve dimora fatta al castello di Agoult, s'innamora cosiffattamente del gentile poeta, che lo vuole con sè alla corte d'Inghilterra. Il trovatore si schermisce; ma il signore d'Agoult, liberale com'era, nè volendo rimandare scontento un così potente barone, prega a sua volta l'amico di cedere allo invito del conte Goffredo. Ed ecco i due Goffredi, il principe e il trovatore, in viaggio, alla volta d'Albione.»
—Dell'__avara Albione__!—tartagliò il De' Carli.
—Ma non avara di lusinghe pel nostro provenzale;—soggiunse il Cigàla.—Egli certamente avrà fatto dar volta al cervello di molte __ladies__!
—Può darsi;—soggiunse, continuando, Aloise:—«Quel che avvenisse alle dame inglesi non so; ma posso starvi pagatore che Goffredo Rudel non n'ebbe il cuore commosso, e in quella vece s'accese del più gagliardo affetto che uomo sentisse mai, per una donna la quale egli non aveva mai vista, per la contessa di Tripoli, la quale viveva nella sua corte, sulle spiagge di Soria. Innamorarsi di veduta, è cosa agevole e naturale; innamorarsi d'udita, è cosa strana, che molti stenterebbero a credere. Ma che volete? Udendo dai pellegrini, che tornavano da Terrasanta, narrare i pregi della contessa, celebrare la prestanza delle forme, la soavità dei modi, l'ingegno acuto, e virtù d'ogni maniera che la facevano superiore all'altre dame del suo tempo, il povero trovatore tanto se ne invaghì, che non ebbe più pace. E certo quel suo insolito e strano amore diventava la favola di tutta la corte d'Inghilterra, se le canzoni che egli scriveva in lode della lontana sua dama, della sconosciuta beltà, destando l'ammirazione universale, non avessero fatto tacere il sarcasmo.»
—Voi pure ammettete,—interruppe Ginevra,—che fosse strano non poco, questo amore d'udita?
—Non lo nego; sebbene, a que' tempi, la cosa poteva parere meno bizzarra. Le cronache provenzali ci hanno conservata una tenzone tra due poeti, Gerardo e Peronetto, intorno alla quistione, chi più ami la sua dama, se il presente o l'assente, e chi più possente amore introduca, o il cuore o gli occhi.
—Questione difficile!—notò il Pietrasanta.—Che ne pensate voi, signora?
—Io tengo per gli occhi;—rispose arrossendo la Giulia, a cui la dimanda era rivolta.
—E voi?—chiese il Cigàla, alla Torralba.
—Pel cuore;—rispose la soave Maddalena.
—Ed io per tutti e due!—sbruffò il lezioso De'
Carli.
—Ma come fu sciolta la questione, allora?—chiese Ginevra, per dar la parola di bel nuovo al narratore.
—Non saprei dirvelo. Le cronache raccontano che fu portata innanzi alla corte d'amore di Pierafuoco e di Signa; ma non ci recano la sentenza che ne fu data. So bensì che in quella tenzone poetica, tra molte buone ragioni ed esempi per l'una parte e per l'altra, c'era una strofa che vi traduco così: «Tutti gli uomini di perfetto giudizio conoscono molto bene che il cuore ha signoria sopra gli occhi, e che gli occhi non servono punto nelle cose d'amore, se il cuore non acconsente; laddove, senza gli occhi, il cuore può francamente amare una cosa che giammai non abbia veduta, siccome avvenne al signore di Blaia.»
—L'esempio non scioglie la questione!—disse
Ginevra.
—È un circolo vizioso!—aggiunse il De' Carli.
—Ma via,—ripigliò la marchesa,—continuate la vostra storia, signor Aloise, e perdonate le interruzioni troppo frequenti a un uditorio curioso ed attento.
—«Infiammato sempre più dal desiderio di veder la contessa, Goffredo deliberò di andarsene pellegrino in Terrasanta. Un suo dilettissimo, anch'egli buon trovatore, Bertrando di Alamannone, fu pronto, come suol dirsi, a tenergli bordone, e ambedue fecero il disegno d'imbarcarsi a quella volta. Doleva di quella partenza al Plantageneto, che usò d'ogni suo potere per distogliere il suo protetto da quel faticoso viaggio. Ma nulla valse; e finalmente, ottenuta licenza dal conte, il Rudel monta in nave coll'amico. Eccoli in viaggio, alla scoperta dell'ignota bellezza. Il vento fischia nel sartiame; la tempesta assale il naviglio; il masso di Gibilterra torreggia spaventoso frammezzo alle brume; Goffredo Rudel non ode il fischio del vento; non bada ai marosi che invadono la coperta, e canta dolcemente d'amore. Udite la canzone ch'egli ha composto nel tragitto, temendo di non poter subito parlare alla contessa, anzi d'aversene a tornare con suo estremo dolore, dopo un sì lungo e pericoloso viaggio:
Irat et dolent m'en partray.
S'yeu no vey est amour deluench
Et ne say qu' ouras la veyray,
Car son trop nostras terras luench.
«Ma scusate; senza badarvi, la recitavo nel testo provenzale, non rammentando che l'avevo tradotta.
«Corrucciato, dolente, io partirò,
Se pria non vegga l'amor mio lontano,
E non so quando mai lo rivedrò,
Chè nostre terre son troppo lontano!
«Quel Dio che quanto viene e va creò,
Che vita diede a quest'amor lontano,
Mi dia conforto al cor, perchè pur ho
Speranza di vederti, amor lontano!
«Signor, per vero e per leale io dò
L'amor che porto a lei, così lontano:
Giacchè per un sol gaudio che n'avrò,
N'ho mille affanni, tanto son lontano!
«Già d'altri amori ormai non gioirò,
Se di te non gioisco, amor lontano;
Chè donna pia leggiadra esser non so,
In alcun luogo, prossimo, o lontano!
«L'amore è stato paragonato ad una lama che, troppo a lungo rinchiusa, irrugginisce e corrode la guaina. Al misero Goffredo, quell'amore fortissimo per una donna ignota, compresso per così lunga stagione nel profondo del cuore, aveva turbate, distrutte, le fonti della vita. I venti contrarii, le stazioni forzate nei porti del Mediterraneo, tutto concorreva ad accrescere i disagi del tragitto; laonde il desiderio di giungere si tramutò in febbre, e colla febbre si svolsero in breve ora i segni dell'interno struggimento di quelle membra affralite. La nave non aveva anche oltrepassata la punta estrema di Sicilia, che già l'infermo non era più in grado di muoversi dal suo giaciglio, e i governatori del legno pensavano di averlo tra pochi giorni a seppellire nei gorghi del mare.
«—Almeno vivessi io tanto da vederla una volta!—andava ripetendo l'infermo al cortese amico, che passava i giorni e le notti al suo fianco, studiandosi di consolarlo. Veder la contessa e poi morire, era il suo pensiero assiduo, incessante, e, diremo anzi, la sua agonìa.
«La nave giunse finalmente nelle acque di Soria, in vista di Tripoli. Trascinatosi a stento sul cassero di poppa, Goffredo Rudel salutò le bianche torri della sospirata città, che parevano accostarsi a lui sulla liquida superficie, e non volle smuoversi da quella contemplazione fuorchè per scendere a riva. Ma un tanto sforzo lo aveva stremato; e quando, a gran fatica di braccia amorevoli, calato in uno schifo, fu condotto a terra più morto che vivo, parve necessario portarlo immantinente allo spedale dei pellegrini, dove si credette che in quella notte medesima dovesse render l'anima a Dio.
—Poveretto!—esclamò la pietosa Torralba.
—«In tali distrette—proseguì Aloise—Bertrando di Alamannone fu sollecito a recarsi presso il conte di Tripoli. Ma il conte Raimondo non era in città, sibbene ai confini della sua vasta contea, per abboccarsi con un messaggero del Saladino, al quale egli, cristiano, doveva più tardi riuscire di così valido aiuto nella conquista di Gerusalemme. Vide in quella vece la contessa e n'ebbe le più oneste accoglienze che sperar si potesse. E allorquando egli ebbe detto a quella nobile dama com'egli fosse giunto in compagnia del signore di Blaia, la cui fama era pervenuta fino a lei, insieme coi suoi versi d'amore per essa (perchè allora le canzoni dei trovatori correvano il mondo, in quella stessa guisa che oggidì corrono i libri dei più famosi scrittori) e come il gentil trovatore fosse ridotto in fin di vita, ella fu presa da così forte turbamento che la costrinse a sorreggersi sulle braccia delle sue ancelle, per non cadere come corpo morto sul pavimento.
«La donna che sa d'essere amata, è facilmente pietosa (almeno così dicono): e la contessa di Tripoli sentiva nei canti celebrati di Goffredo Rudel e nella fama che del suo affetto correva da più anni in Europa e sulle spiaggie di Palestina, di essere la più amata tra tutte le donne della cristianità. Epperò, tornata in sè stessa, non volle mettere indugio a vedere il morente, e corse, volò, in compagnia di Bertrando, allo spedale dei pellegrini.
«Allorquando dalle labbra dell'amico, che era corso innanzi, udì Goffredo che la sospirata donna gli era già tanto vicina, non seppe resistere a quella grande allegrezza, e uscì per tal modo fuori de' sensi, che fu da Bertrando creduto morto senz'altro.
«—Ahimè,—gridò la contessa di Tripoli, entrando nella cameretta e vedendo quella pallida fronte supina sul capezzale—che questa mia infausta bellezza ha ucciso il più gentil cavaliere che al mondo fosse!—
«E corsa alla sponda del letto, ov'egli giaceva, strinse quella mano che pendeva prosciolta sul ruvido copertoio, e recatasela alle labbra, la baciò amorosamente più volte.
«Al tocco di quelle labbra, tornò in sensi, riaperse gli occhi il moribondo, e vide finalmente, ahi troppo tardi! quella immagine divina. Un'aria di supremo contento gli si diffuse sul volto; la sua mano strinse dolcemente quella di lei; i suoi occhi si affisarono estatici sul bianco viso, sul collo, sugli omeri, e sulla persona tutta quanta di quella gentile, quasi non volessero perdere un lineamento, un contorno, di tanta bellezza. Così guardandola, e palpitando, raggiando verso di lei con tutte le forze stremate dell'anima sua, notò Goffredo le lagrime che le sgorgavano copiose dagli occhi.
«—Madonna,—diss'egli allora, con un filo di voce, e traendo a sè, come gli veniva fatto, quella maravigliosa persona,—qui, qui, presso a me, ve ne prego, che quelle dolcissime lagrime non vadano perdute!
«—State di buon animo, messere!—soggiunse ella, accostando la sua alla faccia di Goffredo, per modo che i suoi capelli ricadenti gli sfiorarono le guance e l'alito della sua bocca scese come una divina ambrosia a rinfrescargli le labbra;—Voi risanerete, e la nostra corte udrà ammirata i nuovi versi di un sì gentil trovatore.—
«A queste parole della contessa di Tripoli, Goffredo crollò malinconicamente la testa sull'origliere.
«—No, madonna,—ripigliò;—io mi sento morire. Solo la speranza di vedervi una volta, mi ha serbato questo soffio di vita. Addio, madonna; io non mi dolgo ora della morte, ora che vi ho veduta. Il mio labbro ha bevute le vostre lagrime; il mio cuore le porterà nella tomba.—
«Furono le ultime parole di Goffredo Rudel, che poco stante, felicissimo nella morte, com'era stato infelicissimo in vita, esalava lo spirito tra le braccia della donna adorata. La quale compose la salma di lui in una ricca ed onorevole sepoltura di porfido, su cui fece intagliare alcuni versi in lingua arabica, a ricordo di un così grande amatore.
«E i versi tutti che Goffredo Rudel aveva composti in lode di lei, fece trascrivere in lettere d'oro e serbò gelosamente con sè. Ma, da quel giorno, mai più la contessa di Tripoli fu veduta con faccia lieta. Visse ancora, ma soltanto per ricordare quel giorno, quell'ora, in cui avea conosciuto, e perduto ad un tempo, il signore di Blaia.
«Il codice dei trovatori che si conserva a Roma, nella biblioteca Vaticana, racconta che la contessa di Tripoli, come potè farlo liberamente, si chiuse in un monastero. Tutti gli altri cronisti narrano che non tardasse molto a seguir nella tomba l'uomo che era morto d'amore per lei.»
V.
L'uomo propone e la donna dispone.
Così finì il racconto di Aloise di Montalto, che, interrotto sul principio dalle gaie considerazioni della brigata, fu poscia, a mano a mano che si avvicinava alla catastrofe, ascoltato con molto raccoglimento da tutti, segnatamente dalle tre dame.
—Se amassero tutti come Goffredo Rudel!—disse la bianca Maddalena.—Ma, pur troppo, nella vita comune non sarà così; e il suo caso….
—Il suo caso prova,—interruppe prontamente Aloise,—che gli uomini non sono poi così brutti come le signore donne li dipingono.
—Non lo nego,—rispose la marchesa Maddalena,—ma il caso è tuttavia dei più strani.—
Aloise si preparava a rispondere; ma Ginevra, accennando col gesto di voler parlare, gli ruppe il filo delle sue argomentazioni.
—Io qui non sono dalla tua;—disse Ginevra.—Io so di un caso anche più strano.—
E così dicendo, ella aveva volto lo sguardo ad Aloise.
—E quale?—dimandò egli.
—Quello del signor Aloise, che sa così bene la storia di Goffredo Rudel, da raccontarcela con tanti particolari, e ricorda i suoi versi provenzali e li ha tradotti per giunta. Sareste per caso un dilettante d'anticaglie?
—Un pochino, signora;—rispose il giovine, cercando di vincere il suo turbamento.—Son sempre vissuto volentieri coi vecchi libri, e se la storia che ne ho cavata non v'è riuscita spiacevole….
—Che dite voi mai? C'è andata anzi a genio, e ve ne siamo gratissime. Peccato che non sappiate anche quella di Percivalle Doria, che vi pregheremmo di raccontarcela adesso. Ho letto questi due nomi in un libro francese,—soggiunse ella, a mo' di parentesi,—e m'era venuta la curiosità di sapere chi fossero. Il secondo, a giudicarne dal nome, dovrebbe essere un genovese. Spero che voi, così dotto nella materia, vorrete cercarne sui libri, e narrarci di quest'altro tra breve.
—Anche domani!—rispose Aloise.—Questa sera medesima andrò a scartabellare i miei vecchi amici.
—Non tanta fretta!—esclamò Ginevra.—Noi leggeremo stasera, se vi piacerà rimanere, quel proverbio di Alfredo de Musset che dicevamo ieri, e che reciteremo sul nostro teatrino rustico, all'aria aperta. Non volete voi che vi diamo una parte?—
A quel cortese invito di Ginevra, la gioia balenò sugli occhi del giovine. Ma tremò in cuor suo l'amico Pietrasanta, a cui la lettera di Lorenzo Salvani bruciava, stiam per dire, nella tasca della giacca.
Come vengono le inspirazioni? Gli antichi, per cavarsela dai viluppi psicologici, le facevano discendere senz'altro dal cielo. Per non metterci a nostra volta nel ginepraio, le deriveremo anche noi di lassù, raccontando che dal cielo venne una ispirazione ad Enrico Pietrasanta; sebbene egli, facendo l'atto di grattarsi una certa protuberanza dietro l'orecchio, dimostrasse che gli veniva dal cervello, posto in quel momento a tortura.
—Voi dicevate dunque, o signora,—entrò egli a dire sollecito,—che vi piacerebbe sapere la vita e i miracoli di Percivalle Doria?
—Sì, per l'appunto, la vita…. e i miracoli, se pure ne ha fatti;—rispose sorridendo la marchesa.
—Oh, ne ha fatti, ne ha fatti!—soggiunse il Pietrasanta, colla deliberata prontezza di un uomo che, dovendo affrontare un pericolo, si butta disperato innanzi, per non rimanere più oltre perplesso.
—E li sapete voi?
—Da capo a fondo.
—E perchè non dircelo subito?
—Perchè…. perchè volevo anzitutto raccapezzarmi…. Ho letto anch'io la mia parte di libri vecchi.
—Benissimo!—saltò su a dire il Cigàla.—Anche a te, Pietrasanta, s'è dischiusa la vena?
—Sicuro, e perchè no? Certo, non racconterò così bene come il mio amico Aloise; ma ognuno fa quel che può, e in fin de' conti, meglio poco e male, che nulla.
—Sentiamola,—disse Ginevra,—sentiamola dunque, la vostra storia!
—La mia, signora?
—Sì, quella che sapete voi. Ho detto forse male?
—Tolga il cielo che io voglia correggervi!—rispose Enrico, che pure avea sentita la botta, e l'aveva per tale.—Voi ci avete le labbra d'oro!
Questa volta fu Ginevra che s'inchinò, per ringraziar l'oratore.
—I complimenti del nostro amico Pietrasanta,—ella soggiunse,—ci fanno pensare che udremo un'altra storia da mandar superbo il nostro sesso.
—Oh no, signora, no!
—Come, no!—interruppe la Giulia.—E avreste allora il coraggio di raccontarla?
—Certamente! Le storie si seguono, e non si rassomigliano. Quella di Aloise incominciava coll'amicizia, e finì coll'amore. La mia rimane da capo a fondo fedele alla amicizia. Io non posso già inventare di pianta! Questa è storia perfetta, la storia, che è donna, non fa complimenti mai, nè a donne, perchè eguale, nè ad uomini, perchè superiore.
—Via, consoliamoci!—disse Ginevra.—Questo almeno è uno zuccherino per noi.
—Voi lo vedete;—ripigliò il Pietrasanta,—finora la storia non è cominciata, e son io che parlo. Ma torniamo al fatto; che cos'è poi l'amicizia? L'amore senz'ali.
—Perciò rade la terra!—notò asciuttamente la
Giulia.
—Ma almeno non vola via;—disse Enrico di
rimando.
—Ben parata!—esclamò il Cigàla, a cui quelle scherme piacevano;—che ne dite, signora?
—Dico, signor Cigàla, che udremo di belle cose, in verità!—rispose la Giulia, fingendo lo sdegno.—Ma via, signor Pietrasanta, raccontate la storia del vostro Percivalle; la Corte d'amore, qui sedente, vi giudicherà.—
Così posto alle strette, Enrico incominciò il suo racconto ai maravigliati uditori. Ma la più gran meraviglia era quella di Aloise, il quale ben sapeva come il Medio Evo non fosse il forte dell'amico Pietrasanta. Che diamine racconterà egli? chiedeva Aloise tra sè. Certo, Enrico ha le sue gravi ragioni, per mettersi in questo garbuglio!
Frattanto, come abbiam detto, Enrico Pietrasanta prendeva il largo.
—Percivalle Doria,—incominciò egli,—fu buon poeta provenzale, come i suoi due concittadini Lanfranco Cigàla e Folchetto, che molti s'ostinano, contro l'autorità del Petrarca, a reputar marsigliese. Io spero che la gravità di questo esordio mi concilierà l'attenzione della nobilissima udienza.
—Contaci su!—rispose il Cigàla, discendente di
Lanfranco.
—Grazie!—ripigliò il Pietrasanta.—Ora, perchè il mio eroe si allontanasse da casa e di cittadino genovese diventasse trovator provenzale, non saprei raccontarvi. Ben so che uscì giovanissimo dalla terra natale, e andò alla corte del re di Francia, Odoacre…. cioè, Faramondo…. anzi no. Luigi Filippo…. Insomma, il nome non mette conto saperlo.
—Lasciamo stare il nome del re;—disse Ginevra ridendo,—ma almeno diteci il secolo, per non farci correre su e giù, quanto è lunga, la storia di Francia.
—Il secolo, signora? Avete ragione! Percivalle Doria fiorì (notate la bellezza del verbo) nel secolo decimoterzo, o giù di lì.
—Sta bene; e adesso, proseguite!
—Proseguo. Percivalle Doria era alla corte del re di Francia…..
—Odoacre!—notò sarcasticamente la marchesa
Giulia.
—No, Alboino!—rispose il Pietrasanta, sul medesimo tono.—Adesso me ne ricordo; era proprio Alboino. Or bene, il mio Percivalle era un fior di cavaliere, sebbene non credesse all'amore, nè ad altre cose parecchie.
—Era un miscredente, adunque?—dimandò Ginevra.
—No: era un uomo che conosceva il mondò e amava la vita, senza concederle una soverchia importanza. E non istate a credere che avesse patito gravi disinganni, perchè era giovine, e la fortuna gli era sempre stata propizia. Ma egli, più felice di tanti e tanti, i quali non acquistano l'esperienza delle cose umane se non a proprie spese, l'aveva acquistata alle spese altrui, vedendo ciò che agli altri accadeva, e facendone tesoro per sè.
—Come può esser ciò?—chiese a sua, volta la
Torralba.
—Non saprei, signora, darvene una spiegazione plausibile, se non col dirvi che nella grande famiglia umana ci sono i caratteri privilegiati, i quali imparano nelle miserie altrui a cansare per se medesimi i dolori della vita.
—Privilegiati!—soggiunse la marchesa Ginevra.—Dite piuttosto senza cuore.
—Oh, vedrete se non ci avesse cuore, il mio Percivalle!—disse di rimando il Pietrasanta.—Egli era, ripeto, alla corte d'Alboino, dove gli avvenne di stringersi in salda amicizia con messere Alardo di Anglona gran siniscalco del re; il quale messer Alardo, a sua volta, era amicissimo di un povero ma gentil cavalier normanno, chiamato Laurent di Sauvaine.
—Erano in tre!—disse il piccolo Riario.
—__Omne trinum est perfectum!__—rispose, senza turbarsi, il Pietrasanta.—Ora udite che cosa avvenisse al povero Laurent di Sauvaine. A cagione di un suo alterco con un possente barone, egli era tenuto lontano dalla corte, Messere Alardo, in quella vece, ci viveva da mattina a sera, e per ragione dell'ufficio suo, e per altro ancora, che gli faceva dimenticare ogni altra cosa che al mondo fosse. Notate, nobilissime dame, come parlo anch'io in pretta lingua del Trecento! Ora, poichè Laurent di Sauvaine, lontano dagli occhi, era anche lontano dal cuore di Alardo d'Anglona, il trovatore, che li aveva in gran pregio ambedue, e si doleva di questa dimenticanza di Alardo, scrisse una canzone bellissima, che io pur troppo non rammento in provenzale, e che in italiano non ho saputo voltare, nella quale erano fortemente biasimati coloro che dimenticano gli amici, poichè l'amicizia, com'è superiore alle mondane ambizioni, così deve essere superiore all'amore.
—In verità,—interruppe la marchesa Giulia,—era poco galante, il vostro Percivalle, e voi, signor Pietrasanta, non siete da meno di lui.
—Badate;—aggiunse Ginevra,—se andate innanzi di questa guisa, non vi daremo più ascolto.
—Lo volesse il cielo!—disse in cuor suo il narratore impacciato, che le buttava fuori a bella posta, quelle massime, tanto per essere interrotto e guadagnar tempo alle sue faticose invenzioni.
—Questa non sarebbe giustizia;—rispose egli poscia ad alta voce,—e voi non vorrete dannarmi prima che sia finita la storia. Ora la mia storia dice che Alboino…. cioè, messere Alardo d'Anglona…. anzi, no, volevo dire Laurent di Sauvaine, fosse stato colto ad un agguato tesogli dal suo nemico e chiuso per comando di questi in un carcere donde non avrebbe potuto toglierlo se non un altro e più possente barone, come il signore d'Anglona. Ma il siniscalco, già ve lo dissi, non pensava all'amico Sauvaine, e questi sarebbe rimasto anco un mese senza comparirgli dinanzi, che egli, immerso com'era nelle delizie della corte, non si sarebbe pur ricordato di lui, non avrebbe pur chiesto a sè stesso: che diamine è egli avvenuto del nostro Sauvaine? Per fortuna, Percivalle vegliava, e saputo del caso del cavaliere di Sauvaine, n'andò da messere Alardo, il quale stava appunto allora architettando un torneo, per far cosa grata alla regina….
—Rosmunda!—saltò su a gridare, non senza sbruffi, il marchese
Tartaglia.
—Ah! l'avete pigliato proprio sul serio, il mio Alboino?—chiese il Pietrasanta, voltandosi all'interruttore.—Orbene, sì, Rosmunda, figlia di Cunimondo, re del Belgio, la quale poi volle un mal di morte a Percivalle Doria, per averle guastata la festa, e fu cagione che re Alboino lo cacciasse dalla sua corte.»
—Ma che cosa aveva egli fatto, il vostro Percivalle?—dimandò
Ginevra.
—Ecco! La corte era adunata e il siniscalco era tutto in faccende. Il trovatore lo tira in disparte e gli dice: messere, l'amico Sauvaine ha bisogno di voi, e subito subito.—O come? Ed io che non posso muovermi! Il re, la regina….—Non c'è re, nè regine, che tengano; l'amico ha bisogno d'aiuto; ponete che sia in fin di vita; lo abbandonereste voi?—A Dio non piaccia….—Orbene, gli è appunto il caso; partiamo, e si dimostri per voi che l'amicizia non è un nome vano. Il siniscalco, cedendo alle istanze di Percivalle Doria, andò con esso lui, e fu tratto il cavaliere di Sauvaine dall'unghie del suo mortale nemico. Ma la corte era rimasta senza il siniscalco; il torneo non fu fatto; la regina si dolse; Alboino strepitò, e il povero trovatore, che aveva turbato le gioie della corte, fu mandato con Dio, senza la croce d'un quattrino; contento tuttavia, nel profondo del cuore, di aver fatto sì che l'amico non fallisse all'amico. __Amen.__
—E finisce qui?—dimandò maliziosamente Ginevra, alla cui perspicacia non era sfuggita la titubanza del narratore, nè certe occhiate ch'egli andava tratto tratto gettando, a mo' di chiosa, all'amico Aloise.
—Finisce qui, marchesa;—rispose Enrico.
—Non mi piace.
—Pure, è storia pretta.
—Mi date licenza di non crederlo?
—Questa ed ogni altra che vi piaccia di ottenere, o di prendervi; ma, per non aggiustar fede ad una storia, bisogna averci le sue brave ragioni. E fino a tanto non venga fuori una storia più autorevole della mia, non mi darò certamente per vinto.
—Qual è l'autore che avete letto voi?
—Non lo ricordo.
—Ha da essere il…. Pietrasanta!—disse, tra le risa di tutti gli astanti, la marchesa Ginevra.
—E per questo non v'è piaciuta la storia!—notò di rimando Enrico.
—Non mi fate dire ciò che neppure mi era passato per la fantasia;—soggiunse Ginevra;—ho detto soltanto che di voi, sviscerato campione dell'amicizia, non bisognava fidarsi.
—Mano agli altri autori, dunque, se li trovate!
—Oh non temete, li troverò. Venite qua, voi, Antoniotto!—proseguì la marchesa, volgendosi al marito, che s'innoltrava a lenti passi verso l'allegra brigata.—Avete qualche libro intorno ai poeti provenzali nella vostra biblioteca?
—Credo di sì; il Crescimbeni…. Anzi, aspettate, ci ha da essere perfino un vecchio esemplare del…. del…. Aiutatemi a dire, Aloise!
—Intorno alle vite dei poeti provenzali ha scritto il
Nostradamus;—rispose il Montalto.
—Sì, per l'appunto, un esemplare del Nostradamus. Volete che vada a cercarlo, Ginevra?
—Mi farete cosa gratissima.
—Spietata giudichessa!—esclamò con aria malinconica il
Pietrasanta.—Voi mi volete morto, senz'altro?
—No, voglio la giustizia e nulla più. Anzi, perchè abbiate a riconoscere la nostra imparzialità, deleghiamo il vostro migliore amico ad accompagnare Antoniotto nelle sue ricerche in libreria.—
L'invito di Ginevra era accompagnato da un sorriso così lusinghiero, che Aloise, quantunque avesse capito il senso della storiella del Pietrasanta e gli premesse di rimaner solo due minuti con esso lui, fu pronto ad alzarsi e rispose all'amata:
—Grazie, signora; vado subito.
—Vado anch'io, se lo permettete….—soggiunse Enrico, che voleva ad ogni costo trovar l'occasione di tirare in disparte Aloise.
—No, Pietrasanta, la Corte non può concedervi tanto. Non siete voi l'accusato? E come abbiamo delegato il vostro amico per le indagini, così deleghiamo la nostra amica Giulia a tenervi in custodia.
—Ed ecco le catene! qua i polsi!—soggiunse la Giulia, mostrando una nuova matassa di lana.
Enrico Pietrasanta, che si era morso il labbro alle prime parole della marchesa Ginevra, non seppe resistere alla dolce violenza della Giulia.
—Non si faccia resistenza a un così vezzoso carabiniere!—diss'egli, sorridendo.—Eccomi in vostra balìa!—
E porse le mani per accettar le catene.
Al marchese Antoniotto, frattanto, non tornò difficile metter le mani su quell'esemplare del Nostradamus che aveva accennato a sua moglie. E fu uno scoppio universale di risa, un nembo d'arguzie, una gazzarra di festosi motteggi, quando venne fuori, da quelle pagine ingiallite dal tempo e rose dai tarli, la vera storia di Percivalle Doria, trovatore di Carlo d'Angiò, poco dianzi svisata, anzi rifatta di pianta, dall'amico di Aloise.
Ma a lui poco importava delle risa universali: se la cavò ridendo ancor egli da quella tempesta di motteggi, alla quale era già preparato, e allorquando la marchesa Giulia notò malignamente che gli allori di Aloise lo avevano ingelosito, non si provò neanche a contraddirla.
Dal canto suo, Aloise pensava, e andava cercando da sè che diamine avesse inteso di fare il Pietrasanta con quella sua pazzesca narrazione. Come gli parve di aver trovato, si accostò discretamente all'amico, e, cogliendo il destro che gli era offerto da alcune frasi impacciate del marchese De' Carli che tiravano altrove l'attenzione delle dame, gli domandò sommessamente:
—Dimmi, il tuo Laurent di Sauvaine sarebbe
egli….
—Sicuramente;—rispose l'altro,—sarebbe Lorenzo
Salvani.—
Ma in quella che Aloise stava per ripigliar la parola, i ragionari della brigata furono interrotti da un servo, che, fermatosi ad una rispettosa distanza dal crocchio, annunziò esser l'ora del pranzo. E qui Aloise fu sollecito ad offrire il suo braccio alla Ginevra; il marchese Antoniotto alla Maddalena; laddove ad Enrico Pietrasanta fu preso, più ch'egli non l'offrisse a lei, dalla vezzosa Giulia, che si avviava con lui, come i lettori discreti hanno già inteso, in quelle amene regioni del Tenero, che ci lasciò descritte, nella sua famosa carta, madamigella di Scudéry.
La faccenda del pranzo occupò due ore buone. Il Pietrasanta, seduto lontano da Aloise, aveva un bel saettarlo d'occhiate; Aloise era tutto nei discorsi di Ginevra, e non poteva badare a lui. Le occhiate, d'altra parte, se bastano talvolta a significare un sentimento, un affetto, non giungono mai ad esprimere un ragionamento.
Per pochi minuti, quando si furono alzati e la consuetudine li ebbe condotti in giardino, Enrico potè finalmente tirare in disparte Aloise. Ma il loro dialogo era a mala pena cominciato, che le dame inoltrandosi da quella banda, vennero a rompergli il filo.
—Voi siete un guastafeste, Pietrasanta;—disse la Ginevra, con un accento che imparadisò il giovine Aloise;—le dame escono a passeggio; e voi rapite loro i cavalieri.
—Perdonatemi, signora; parlavo ad Aloise di un mio negozio piuttosto grave….
—Parlatene a me!—entrò a dire la Giulia.—Le donne ci hanno spesso di buoni consigli in serbo.—
E prese, come aveva già fatto da prima, il braccio di Enrico. Ed egli, che non era sant'Antonio, cedette a quella dolce violenza.
Qui certamente era da scorgersi un deliberato proposito delle signore. La Giulia voleva far ricredere il Pietrasanta di tutte le sue chiacchiere contro l'amore, e questo era facile ad immaginarsi. Ma Ginevra! Che cosa pensava Ginevra? Ella mirava a trattenere Aloise, ed anche questo s'intendeva facilmente. Ma perchè? Voleva forse fare ammenda con lui della sua solita severità? O non era che un capriccio di donna, che aveva notato un segreto tra i due giovani, e s'impuntava a tenerli divisi? O c'era ad un tempo dell'una cosa e dell'altra?
Comunque fosse, la fine fu questa, che suonarono le undici di sera e il Pietrasanta non aveva anche potuto ragionare da solo a solo coll'amico. E bisogna poi dire che ad una cert'ora della sera, il nostro diplomatico aveva fatto di necessità virtù, e tra per le difficoltà moltiplicatesi intorno a lui e i rapimenti di una conversazione geniale, s'era adattato allo __statu quo__, com'era voluto da que' potentati femminei.
Ora, il partire così, presso alla mezzanotte, non metteva più conto; poichè, fossero pure andati di galoppo avrebbero trovate chiuse le porte per rientrare in città. E il Pietrasanta, pensato assai ragionevolmente che avrebbero potuto alzarsi per tempissimo nella mattina vegnente, pose il suo animo in pace.
Tutto il suo correre, il suo almanaccare, il suo beccarsi il cervello, non avevano trovato nulla contro i sottili accorgimenti del sesso gentile. L'uomo propone e la donna dispone.
VI.
Dove si legge di tre naviganti che avevano perduta la bussola.
Per tutto ciò che vi abbiamo raccontato, Enrico Pietrasanta non potè consegnare all'amico la lettera di Lorenzo Salvani se non a notte alta, quando finalmente rimasero soli nel quartierino serbato dal marchese Antoniotto a' suoi ospiti. Ora, a mala pena l'ebbe scorsa da capo a fondo, il giovine Montalto rimase come trasognato. Lo scritto del Salvani diceva troppe cose e troppo poche ad un tempo, svegliando nell'anima di Aloise, insieme coll'ansietà dell'amico, la curiosità dell'uomo, la sollecitudine del cavaliere, la pietà del congiunto.
Però, lasciamo argomentare al lettore con che impazienza Aloise aspettasse il mattino. E sebbene molti altri pensieri, frutto delle prime cortesie usategli dalla donna amata, gli stessero in mente, dobbiamo pur confessare, ad onor suo, ch'egli era assai più sollecito di correre in città che non di rimanere lassù, a sperimentare, nella sua continuazione, la dolcezza di questi scherzi e guerricciuole di donna, che mostra per la prima volta di accorgersi dello amore di un uomo.
Al primo romper dell'alba, egli era già in piedi e raccomandava ad Enrico Pietrasanta, di non metter due ore a vestirsi, come soleva. Ma Enrico, fin dal giorno innanzi, col Salvani, aveva mostrato di sapere alla occorrenza far presto: quella mattina, poi, non era meno impaziente dell'amico Aloise. Per tal modo egli avvenne che le sei non erano anche suonate, e già i due amici passeggiavano davanti al vestibolo, aspettando che il __landau__ fosse pronto per la partenza.
Il palazzo Torre Vivaldi non aveva ancora schiusi gli occhi alla tiepida luce del mattino; la qual cosa, ridotta in istile volgare, significa che le persiane erano tutte chiuse, sulla facciata, e che i signori del luogo dormivano, o ne facevano le viste.
Nel salire in carrozza, gli occhi di Aloise si volsero furtivamente a una persiana del secondo piano, e il suo fazzoletto bianco, cavato di tasca, con atto che voleva parer naturale, andò a stropicciargli la fronte, dove non c'erano sudori da tergere, ma donde per avventura si sprigionavano saluti, giaculatorie, alla diva del luogo. Era dessa in piedi, la diva, dietro le stecche di quella persiana? Il cuore gli diceva di sì; gli veniva persuadendo che la bellissima donna, svegliata dallo scalpitar dei cavalli innanzi al vestibolo, fosse discesa dalle molli piume e, ravvolta nel suo peplo mattutino, stesse dal vano della finestra a vederlo partire. S'ingannava egli, forse; noi non diremo ne sì, nè no; lasciamolo nel suo dolce inganno, o nella sua dolcissima certezza, secondo i casi.
I rovàni del Pietrasanta fornirono rapidamente la corsa da Quinto a Genova. Colà, presso l'entrata di porta Pila, un insolito moto, un affollarsi di gente curiosa, svegliò l'attenzione di Enrico.
—Che è ciò?—domandò egli, senza por mente che Aloise non gli avrebbe potuto rispondere.—Perchè tutti quei capannelli affaccendati, che guardano verso la porta?—Passato il ponte levatoio e l'androne, la curiosità del Pietrasanta si mutò in maraviglia. Drappelli di soldati, coi fucili al piede, vigilavano l'entrata, e visitavano, frugavano, quanti dessero loro nell'occhio, dei viandanti che venivano di fuori. Un carrozzone, di quelli che son chiamati latinamente __omnibus__, e che onestamente non avrebbe dovuto servire a nessuno, tanto era sgangherato, sudicio e polveroso, stava per l'appunto lì fermo, e i viaggiatori malcapitati avevano a sbottarsi la giubba e rivoltare le tasche al cospetto dei vigili.
I due amici si ricambiarono le loro considerazioni, in quella che un sergente, più a modo di formalità che di precauzione, dava una sbirciata in quel cocchio, la cui fresca vernice, la fodera di seta, lo stemma dipinto sugli sportelli e il cocchiere gallonato a cassetta, non davano certamente aria, nè odore, di rivoluzione. E il frutto di quelle loro considerazioni si fu, che, in cambio di andar prima a casa loro, smontarono in piazza Carlo Felice, e, scesi da' Luccoli, si recarono tosto all'uscio di Lorenzo Salvani.
Ma qui, suonarono inutilmente due volte; l'uscio rimase chiuso, la casa muta come una tomba. Aloise ed Enrico si guardarono in volto, senza far motto; poi suonarono una terza volta, una quarta, e, a farvela breve, scampanellarono a riprese per forse dieci minuti. In quella casa, di sicuro, non c'era anima nata. E la sorella adottiva di Lorenzo, fuori anche lei? E Michele, dov'era egli andato a far capo?
Turbati, senza un concetto in mente, uscirono per le vie, dove seppero del tentativo fallito la sera innanzi e dei pericoli che aveva corso la cosa pubblica; pericoli ingranditi nell'universale dalla paura del caso recente e dalla ignoranza de' particolari. Certo il Salvani era imprigionato, o nascosto; ma la fanciulla? ma il servo? E i due amici di Lorenzo, in queste indagini al buio, si andavano stillando inutilmente il cervello.
Due ore dopo, sperando che qualcuno ci sarebbe finalmente tornato, andarono di bel nuovo a casa Salvani. Ma, in quella che facevano le scale, ebbero a persuadersi che era un altro viaggio inutile, il loro; poichè qualcuno stava martellando e scampanellando disperatamente all'uscio, in quella medesima guisa che essi avevano fatto dapprima.
—Basta; vediamo intanto chi sarà quest'altro;—disse Aloise.
E, seguendo la buona ispirazione, continuarono a salire le scale. Alla loro comparsa sul pianerottolo, quegli che stava all'uscio si volse, e il Pietrasanta e il Montalto lo ravvisarono; era l'Assereto, l'Assereto, che, com'essi, veniva a cercar di Maria e di Michele per la seconda volta in quella mattina.
—Oh, alla perfine troviamo un amico!—esclamò Aloise.—Orbene, non c'è alcuno?
—Che volete? Suono, sto per dire, da un'ora, e nessuno mi apre.
—Noi siamo già stati….—disse il Pietrasanta.
—E anch'io,—rispose l'Assereto,—ma, come stavolta, ho trovato faccia di legno.
—E il Salvani, quando lo avete veduto?—dimandò
Aloise.
—Stanotte, nel tornare a casa, dov'egli era ad aspettarmi. Saprete del tentativo di iersera?….
—Sì, e appunto per ciò temevamo.
—Oh, quanto a lui, gli è in salvo, sebbene siano venuti i carabinieri a rovistargli la casa.
—Quando?
—Iersera, sulle dieci. Venne appunto il Michele, in fretta in furia, ad avvisarmene, ed io corsi dalla signorina, la quale era in uno stato da far compassione. I messeri del pennacchio, entrati nella camera di Lorenzo, avevano frugato dappertutto, ed erano usciti portando con sè una cassettina….
—D'ebano?—chiese, interrompendolo, con aria di grave ansietà, il marchese di Montalto.
—Sì, d'ebano; ne sapevate qualcosa?—dimandò stupefatto l'Assereto; ma tosto, col piglio di un uomo che si ricordi, proseguì:—ah! è vero; Lorenzo mi ha detto, per l'appunto, questa notte, della lettera che aveva mandata a voi. Sapete dunque il segreto, come ho dovuto saperlo anch'io. Ora notate; quella cassettina è l'unica cosa che i carabinieri hanno portata via di casa Salvani.
—Strano!—esclamò il Pietrasanta.
—Stranissimo!—rincalzò l'Assereto.—Il nostro amico, a dir vero, non aveva, rispetto a politica, nessuna carta di rilievo; che anzi aveva bruciato, o fatto a pezzettini, ogni cosa. Ma, se nulla c'era di ghiotto pel Fisco, essi certamente non lo avevano da sapere, e, secondo ogni più ragionevole presunzione, dovevano frugar dappertutto per trovare, se potevano, il fatto loro. Dico bene?
—Ottimamente! Proseguite!—rispose Aloise, che teneva dietro alle argomentazioni dell'Assereto con molta attenzione.
—Orbene, Michele mi ha detto, e la signorina mi ha ripetuto, che quei tutori dell'ordine pubblico, entrati deliberatamente nella camera di Lorenzo, andarono difilati al canterano, e, dopo aver posto sossopra tutto quanto era nelle cassette, sparpagliate le carte senza leggerle, buttate a rinfusa sul pavimento le camicie, i fazzoletti, e quanto poteva riuscire d'impedimento alle loro ricerche, adunghiarono la cassettina d'ebano, e senza pure fermarsi ad aprirla, se ne andarono via. Michele, vecchio soldato e punto rispettoso verso i rappresentanti dell'ordine, s'era provato a far loro qualche rimostranza; ma il brigadiere gli aveva risposto: «in nome della legge! noi facciamo il nostro dovere» e s'era allontanato, insieme cogli altri, che ridevano a crepapelle.
—E la signorina Maria, chiese il Montalto,—non sapeva nulla di ciò che conteneva la cassettina?
—Sì, lo sapeva; Lorenzo gliene aveva fatto cenno, innanzi di andare al suo posto di combattimento.
—E perchè allora non farsi innanzi, e dire a quei signori: badate, in quella cassettina non son carte per voi, ma cose di famiglia, le quali non hanno alcuna attinenza con ciò che cercate?
—Che volete? La signorina era fortemente commossa; e turbata dalla assenza del fratello, di cui conosceva le cagioni, sto per dire che non pensava nemmeno ai segreti della cassettina d'ebano. La prima e l'unica cosa che mi domandò, a mala pena mi ebbe veduto, fu questa: «e Lorenzo? dov'è Lorenzo?» Io non potei dirle nulla, poichè, come vi ho raccontato, io lo vidi soltanto a notte alta, quando ebbi fatto ritorno a casa. Ella era in un'ansia mortale, la poverina, ed io non venni a capo di racconsolarla. Partii promettendole di cercar Lorenzo, di metterlo in salvo, e di tornare stamane, a ragguagliarla d'ogni cosa che avessi potuto fare per lui. E difatti, Lorenzo è in salvo, a quest'ora. I soldati, carabinieri e sergenti di pubblica sicurezza che vegliano alle porte, per visitare chi entra, non badano ancora molto attentamente a chi esce; e Lorenzo, travestito da contadino, è andato ad uscire tranquillamente dalla porta degli Angeli.
—Questo è già tanto di guadagnato;—notò Aloise di Montalto; ma la signorina…. E si trovasse almeno il servitore!…
—Voi lo vedete! Scomparsi!—soggiunse l'Assereto;—scomparsi, mentre io venivo a portar novelle di ciò che avevo fatto, non senza fatica, tra le quattro e le sei di questa mattina.
—C'è un grave mistero, qui sotto!—disse, crollando il capo, Enrico
Pietrasanta.
—È quello che penso anch'io;—ripigliò l'Assereto;—ma come scoprirlo? Darei, ve lo giuro, metà del mio sangue.—
In quella che così ragionavano, senza conchiuder nulla, si udì il rumore di un catenaccio che scorreva negli anelli, e di un uscio che rimessamente, timidamente, si apriva, alla svolta del pianerottolo.
All'Assereto, che era pratico di quelle scale, venne come un raggio di speranza, nello udire lo strepito di quell'uscio che si apriva. Fu in due salti all'altro capo dell'andito; scese uno scalino, e si parò innanzi a quell'uscio, dalla cui breve apertura compariva, in atto tra curioso e guardingo, una donna attempata, come dimostravano i suoi capegli grigi e un cuffione bianco, ornato di cannoncini, alla foggia delle nostre vecchie massaie.
—Scusi,—disse l'Assereto, mettendo una mano al cappello, e accennando rispettosamente coll'altra alla vecchia signora, che volesse ascoltarlo;—eravamo venuti a chiedere del nostro amico signor Salvani, e nessuno ci risponde.
—Li ho uditi già parecchie volte suonare, in questa mattina;—risponde la vecchia;—e adesso, parendomi di udire un certo bisbiglio sul pianerottolo, era venuta a vedere chi fosse. Ma Lei, mi par di conoscerla….
—Sì sono un amico di casa Salvani, e ci sono stato ancora iersera.
Dovevo tornare questa mattina per certi ragguagli dalla signorina
Maria.
—Oh, poverina!—interruppe la vecchia signora, che, ravvisando un volto amico, aveva spalancato l'uscio e messa in moto la lingua;—se Ella sapesse che notte ha passata, aspettando suo fratello! Veda, quantunque io fossi sola in casa, perchè mio figlio è partito ieri mattina alla volta di Torino donde tornerà posdimani, quando ho sentito tutto quel viavai di carabinieri, non mi sono potuta trattenere dallo andare a chiedere alla povera ragazza se avesse bisogno di qualcosa. Mi ringraziò, dicendomi che non voleva nulla; ma più tardi, verso la mezzanotte, venne il suo servitore da me per dirmi che egli andava in cerca del padrone, e che io volessi tener compagnia alla signorina, che rimaneva sola. Andai, e rimasi presso di lei fino alle due, cercando di consolarla, perchè la era come disperata. Oh, questi giovanotti non ne hanno mai abbastanza, colla loro politica! Se pensassero che hanno una famiglia, a cui non lasciano che gli occhi da piangere….
—Scusi;—interruppe l'Assereto,—ma il servitore, a che ora tornò in casa?
—Oh, così fosse tornato! Ma si perdette anche lui, e la poverina volle ad ogni costo che me ne tornassi in casa, per dormire un pochino. Ma come si fa a dormire, dopo tanto rimescolo? Io non ho potuto chiuder occhio fino all'Avemaria. Ma che crede, che la fosse finita? Appunto allora, odo bussare all'uscio. Che è, che non è? Una donna, che, a quell'ora, in compagnia d'un vecchio, viene a cercare della signorina Salvani. Avevano fatto errore da un uscio all'altro. E difatti, per chi sale quassù al buio, e non vede la svolta del corridoio, sembra che questo sia l'ultimo uscio della casa.
—Chi poteva essere questa donna?—esclamò l'Assereto.—Ella, non è venuta a capo di conoscer chi fosse?
—Io l'ho a mala pena intravveduta dall'uscio che avevo aperto a mezzo, senza levar la catena. Risposi che i Salvani stavano all'altra porta, in fondo al corridoio, e richiusi l'uscio. Tuttavia, rimasi qualche minuto ad origliare, per sincerarmi se entravano dalla signorina Maria. E diffatti, poco dopo, suonavano all'uscio dei Salvani, e la poverina, udendo una voce di donna, aperse e fece entrare quelle due persone in casa. Mezz'ora dopo, udito uno stropiccìo di piedi nell'andito, io, che come lor signori potranno immaginarsi, non avevo più potuto pigliar sonno, venni nell'anticamera, e mi accorsi che scendevano le scale, insieme colla signorina, della quale intesi la voce.
—Chi sa? Forse erano congiunti della famiglia;—disse l'Assereto, tanto per dir qualche cosa.—Ma non abusiamo più oltre della sua cortesia. La prego, se torneranno in casa, a dir loro che Giorgio Assereto, con altri amici del signor Lorenzo, sono venuti due volte, stamane, a chieder notizie.
—Non dubiti; sarà fatta la commissione, appena udrò giungere qualcheduno della famiglia a metter la chiave nella toppa.—
E qui, ricambiate poche altre parole di commiato, i tre amici infilarono le scale per uscire.
—E adesso?…—chiese il Montalto, quando furono sulla strada.
—Adesso,—rispose il Pietrasanta,—ne sappiamo come prima.
—Adagio!—entrò a dire l'Assereto.—Sappiamo che qualcosa di grave è accaduto, e la polizia, che ha avuto mano nella perquisizione, avrà il bandolo del rimanente.
—Lo credete?—dimandò, con aria dubbiosa, il
Montalto.
—Credo,—rispose l'Assereto,—che sia questo l'unico partito a cui possiamo appigliarci. Che cosa vedete voi di più efficace?
—Nulla, in fede mia! Andiamo dunque al palazzo
Ducale.—
Si era in gran faccende, quella mattina, nel palazzo Ducale. L'intendente (oggi si direbbe il prefetto) non intendeva niente; e strepitava perchè dovessero intendere gli altri. L'assessore capo pigliava il ranno, e lo rovesciava in capo alla turba minore de' suoi satelliti. Il generale del presidio mandava ordini e contr'ordini. L'avvocato fiscale sguinzagliava tutta la falange dei giudici istruttori. E tutti i campanelli, di qua e di là, di su e di giù, erano in moto, come le gambe dei sergenti, degli uscieri, e, a farla breve, di chiunque avesse qualchedun altro sopra di sè, nella gerarchia degli uffizi. Gran lavoro, troppo lavoro, per un ultimo giorno di trimestre!
Quella mattina, di sicuro, l'assessore capo non dava udienza ad ogni sorta di gente. E già alla dimanda dei tre amici, l'usciere aveva risposto, con breviloquenza spartana: «__occupato__.» Ma essi, tenaci, cavarono fuori i loro biglietti di visita, e dissero all'usciere che avrebbero aspettato risposta. E l'usciere, veduti tre nomi accompagnati da tre stemmi (perchè l'Assereto, quantunque non la pretendesse a marchese, conosceva le prerogative del suo casato), si persuase che quei signori francassero la spesa dell'ambasciata. Nè s'ingannava. Un minuto dopo, tornava frettoloso in anticamera, per sollevare rispettosamente la portiera, e dire ai tre visitatori: «Il signor Cavaliere li prega di entrare.»
Il signor Cavaliere era un uomo di quarantacinque anni, o in quel torno, da' capegli brizzolati, che portava sempre tagliati alla radice, e dal volto affatto ignudo, il quale lasciava scorgere in tutta la loro bellezza le cento grinze di un sorriso, che vi era come stereotipato, ed aiutava alla sua nominanza d'uomo piacevole e di belle maniere. Aveva fama altresì d'uomo avveduto; ma in quei giorni era stato ad un pelo di perderla, e quella mattina ancora egli non era ben certo di non aversela guastata davvero. Però il sorriso stereotipo del suo volto arieggiava la smorfia, e il saluto ch'egli fece ai tre signori era a mala pena quel tanto che occorreva, per istare alle buone creanze. Gli atti, poi, volevano dire assai chiaramente: «Signori, è proprio per le vostre pergamene che vi ho fatto entrare; sbrigatevi!»
—Signor cavaliere,—incominciò Aloise,—la cagione che ci conduce da Lei è molto grave, e forse Ella, ne' momenti in cui siamo, non crederà opportuno di darci le informazioni che siamo venuti per chiederle.
—Dica, ad ogni modo, signor marchese, e dove io possa…. senza nocumento….
—Una perquisizione,—proseguì Aloise,—è stata fatta iersera in casa di Lorenzo Salvani….
—Salvani! La scusi,—interruppe l'assessore,—conosco questo nome.
Non sarebbe, per avventura quello di un signore che ebbe un duello con
Lei?
—Per l'appunto, e di presente amicissimo mio. Ora, nella perquisizione fatta iersera in sua casa….
—Perquisizione!—esclamò il magistrato, stringendosi nelle spalle.—Aspettino, dò un'occhiata ai rapporti, per sincerarmene; ma, se ben ricordo, nessuna perquisizione è stata fatta in casa Salvani.
—È stata fatta dai carabinieri;—entrò a dire l'Assereto;—e forse
Ella non ne avrà avuto ragguaglio.
—Oh, in questi negozi si procede d'accordo,—rispose l'assessore capo, in quella che andava scartabellando alcuni fogli che aveva sulla tavola, di costa allo scannello,—ed io, se la perquisizione è stata fatta, avrei pure a saperne qualcosa. E infatti, qui non trovo nulla di ciò.
—Diamine!—borbottò l'Assereto.—O come va, questa faccenda?—
E guardò in viso agli amici, stupefatti al pari di lui. Quindi, richiesto dall'assessore, raccontò per filo e per segno quello che egli aveva udito da Michele e dalla signorina Maria, non ommettendo neppure la conversazione fatta pur dianzi colla vicina di casa.
—Non ne capisco un ette!—disse l'uffiziale di pubblica sicurezza, quando l'Assereto ebbe finito la sua narrazione.
—L'Autorità non ha ordinato nulla di tutto quanto Ella mi dice.
—Ma, in tal caso,—soggiunse Aloise,—qui si chiarirebbe una bricconata, anzi due, di privati….—
Il signor cavaliere si strinse nelle spalle, giusta il suo costume, quasi volesse dirgli: che ci ho da far io?
—E l'Autorità,—fu pronto a seguitare il Pietrasanta,—certamente si farà debito di scoprire….
—Signori miei,—interruppe il magistrato, increspando la faccia alla solita smorfia,—molte cose abbiamo da scoprire quest'oggi. Lor signori intenderanno che le questioni d'ordine pubblico hanno la precedenza. Del resto, se vogliono, possono raccontare il fatto all'avvocato generale…. non oggi, s'intende, poichè ci avrà molto da fare pur egli, ma domani, o poi….—
Così dicendo, il signor cavaliere si alzò; maniera pulita di dir loro: andatevene, signori, che non ho tempo da perdere.
E i tre amici, intesa la mimica, e veduto come il degno tutore dell'ordine pubblico avesse quel giorno altro in capo che quella bagattella di una perquisizione apocrifa e della scomparsa di una fanciulla, si accomiatarono da lui.
—E adesso, indovinala, grillo!—esclamò il Pietrasanta, come furono nell'atrio del palazzo Ducale.
—In questo imbroglio,—disse Aloise,—c'è sicuramente la mano di qualche matricolato furfante. Ma giuro, per l'anima di mia madre, che ne verrò in chiaro, e guai a lui!
—Ci avrete compagni, Aloise,—soggiunse l'Assereto porgendogli la mano,—compagni nel giuramento e nelle opere. Ora leviamoci di qua, e chiamiamo senza indugio i pensieri a capitolo.—
VII.
Nel quale si racconta chi fossero i Templarii.
I Templarii! chi erano i Templarii?
Oh bella! risponderà l'erudito lettore. Erano i cavalieri di quell'ordine tra religioso e militare, che, fondato nel 1118 da nove cavalieri francesi, ebbe il nome dalla dimora che gli assegnò Baldovino II in Gerusalemme, in un palazzo attiguo al luogo dell'antico tempio di Salomone. I cavalieri del Tempio erano ordinati dapprima a soccorrere, curare e proteggere i pellegrini cristiani in Terra Santa; poscia l'ufficio loro si stese, anzi addirittura si volse, a difendere coll'armi la fede di Cristo e il Santo Sepolcro contro gli assalti degli infedeli. Più tardi, ricaduta Gerusalemme in balìa dei Saraceni, i Templarii si ridussero nell'isola di Cipro, donde proseguirono la guerra giurata, combattendo sul mare, o tentando audacissime imprese sui lidi nemici. Sterminatamente ricchi e possenti, avevano, intorno al 1250, alta e bassa signoria su novemila baliaggi, commende, priorati; la più parte de' quali in Francia, dove la baldanza loro, le mire ambiziose, e i tenebrosi instituti dell'ordine tornarono molesti a Filippo il Bello, per modo che egli pensò di sterminarli, e ne venne a capo, col ferro, col fuoco, e colle scomuniche di Clemente V, suo degno compare.
Il lettore erudito ha ragione; parla come un libro stampato, nè si potrebbe, per questo rispetto, insegnargli nulla di nuovo. Ma noi scriviamo cronache contemporanee, non storie antiche, e qui non si tratta dei Templarii, spenti nel 1314, sul rogo del loro gran maestro Giacomo Bernardo di Molay, bensì d'un altro ordine, assai più moderno, cioè a dire dei Templarii che fiorivano in Genova, nell'anno 1857, e non furono spenti da altri roghi, se non da quelli del matrimonio, da altre tanaglie, se non da quelle della necessità, da altre ruote, se non da quella della mutevole fortuna, da altri __in pace__, se non da quelli della spietata vecchiaia.
Ordine, sodalizio, compagnia, e simiglianti, non sono vocaboli adatti a significarvi che cosa fossero i nostri Templarii di Genova. Essi erano, o, per dire più veramente, formavano un __quid__, che sfugge a tutti gli uncini, a tutte le strette della definizione. Anzitutto, perchè si chiamavano Templarii? Forse perchè erano cavalieri nati d'ogni più arrisicata intrapresa, e nelle loro adunanze non ammettevano donne. Entravano scudieri, e poscia diventavano cavalieri. Tutto ciò si faceva naturalmente, senza bisogno di statuti, e diremmo quasi senza lume di consuetudini. Come erano nati? e fors'anco esistevano come corpo?
Costoro, in principio, non erano i Templarii fuorchè dalle undici di sera alle cinque del mattino; gente racimolata da parecchie classi sociali, diverse di costume e d'intenti; signorotti scioperati, studenti svogliati, artisti chiacchierini, dilettanti di critica, fannulloni per elezione, ai quali scorrevano disutili le ore del giorno, di guisa che potevano impunemente dormirle, spendendo quelle della notte in lieti ragionamenti, in pazze scappate. Si radunarono una volta intorno ad una tavola d'osteria; mangiarono poco, bevvero molto, chiacchierarono moltissimo, e si separarono a notte alta, colle frasi del duetto di Pollione e di Adalgisa. __Qui domani, all'ora istessa,—Verrai tu? Ne fo promessa.__ Un'altra sera, mentr'erano seduti, capitò qualcheduno che aveva dimenticata la chiave dell'uscio di casa, e veduta la luce del gasse illuminare i vetri di una finestra sotto i portici del teatro Carlo Felice (colà per l'appunto era il Tempio dei primi cavalieri) aveva deliberato di entrarvi, e sbocconcellare una fetta di arrosto e far ora sul bicchiere. Occorse poi che qualche sfegatato ammiratore della prima donna, o delle due ballerine __comprimarie__ del teatro vicino, riscaldatosi nella controversia, si fermasse un'ora di più nella trattoria, dov'era venuto col proposito di rimanere appena dieci minuti, e nei nuovi arrivati riconoscendo amici suoi di vecchia data, trovasse l'addentellato per altre due ore di conversazione. Tutti costoro, raunati dal caso, rimasero uniti dalla chiacchiera; e videro che ciò era buono.
La promessa di Adalgisa fu ripetuta, e dopo la promessa il giuramento. In progresso di tempo, non fu più bisogno di tanto; la consuetudine s'era formata, e i nostri primi Templarii, che non si chiamavano ancora con quel nome, furono il centro, il nocciolo, intorno a cui vennero raggruppandosi tutti i capi scarichi ed ameni della città. Molti, che pure, a cagione dei loro negozi, non avrebbero potuto far quella vita notturna, ci andarono perchè la tentazione era più forte della loro virtù. I giornalisti, gente avvezza a lavorar di sera, diedero un largo contingente d'uomini alla lega; gli artisti di teatro, legione avventizia, furono gli ausiliarii che venivano quivi, di stagione in stagione, a darsi la muta. E sempre nuovi erano i commensali, e non c'era bisogno dei capi per convocarli in assemblea. Non c'erano statuti, abbiamo già detto, ed aggiungeremo che non c'erano vincoli. Oggi mancava uno; domani l'altro; i primi tre che si radunavano, facevano manipolo; non passava un'ora, ed erano covone; liberi tutti di andarsene, di sparpagliarsi da capo, ma rattenuti dal sapore di una cena dond'era sbandito il cerimoniale, allettati dalle dolcezze di una fruttuosa comunione di pensieri, che sgocciolavano allegramente dai calici, o vaporavano mollemente, raccomandati a buffi di fumo.
In mezzo a questa mutevole e gaia brigata, v'ebbero, come s'intenderà di leggieri, i più volenterosi, i più assidui. E furono costoro i veri, gli autentici Templarii, in numero di dieci, come i comandamenti di Dio. Ma uno solo fu il comandamento della loro fede: __far di notte giorno__; comandamento facile a tenersi in mente, senza mestieri di tavole, poichè ne bastava una sola, imbandita; più facile a seguirsi, senza bisogno che vigilasse un Mosè, poichè erano dieci, tutti legislatori e profeti ad un modo, e se per avventura non sapevano donde far scaturire l'acqua, con un colpo di verga, sapevano bensì da che botti si spillasse il buon vino.
Tra i nostri lettori (chi sa?) c'è forse taluno che avrà partecipato alla lega. A questo invalido senza pensione noi ci volgiamo, pregandolo a dire se non è verità pretta tutto quello che andiamo narrando. Mai sodalizio, confraternita, consorteria, furono più pronti ad accogliere, più larghi a licenziare. Per entrarvi, occorrevano quattro cose; gioventù e danari da spendere; onestà da tenere in serbo, e ingegno da mettere in comune. Per uscirne, bastava cominciare una sera a mettersi in letto di buon'ora, e alzarsi la mattina per tempo. Così facendo, si era certi di non veder più Templarii, e volendo si poteva anco dimenticare che fossero mai esistiti.
Il Templario, per solito, si alzava da letto alle quattro del pomeriggio, e gli amici e i conoscenti lo vedevano verso le cinque, allorquando, vestito di tutto punto, egli andava a goder la frescura mattutina sulla piazza della Posta. Sorseggiato il suo caffè nero (leggete vermutte) dal Moder, faceva colazione all'ora in cui gli altri volevano pranzare; leggeva i giornali del mattino (altri direbbe della sera), e poscia per ingannare il tempo, andava a sedersi nel suo scanno a teatro, dove ascoltava la musica, o la recita di qualche nuovo dramma, secondo i casi, facendo tutte quell'altre cose che fa, in somigliante postura, ogni semplice mortale. Quasi sarebbe inutile il dire che non era sempre a teatro, e che sapeva alternare questo passatempo colle visite, e coll'attendere a' suoi negozi particolari, molti o pochi, sempre secondo i casi, rilevanti o di niun conto che fossero.
Così giungeva la mezzanotte, ora in cui si metteva a desco e pranzava coi soliti amici e con tutti quegli altri avventizii che vi abbiamo già detto. Questo pranzo, che i semplici mortali chiamerebbero cena, riusciva un vero simposio, in cui regnava la più sciolta allegrezza, la più cara festività di modi, la più bizzarra varietà di discorsi; cose tutte che tiravano in lungo il convito, e facevano schierare in bell'ordine una legione di bottiglie vuote nel mezzo della tavola.
Finalmente, verso le tre del mattino, cedendo alla muta eloquenza del tavoleggiante, che pisolava in un angolo, i compari levavano le tende, per andarsene a passeggio, continuando i ragionamenti incominciati a mensa, fino all'ora in cui gli asinelli dei lattai, le ceste delle cavolaie e delle, fruttivendole, giungevano dal Bisagno, a mutare l'aspetto della piazza di San Domenico. Qui veniva in taglio una visita agli ortaggi, e, secondo la disposizione degli animi, si mercanteggiava mezz'ora intorno ad un canestro di frutta, o ad un mazzo di radici, tanto per dar molestia alle erbivendole e farsi dire che lor signori avevano tempo da perdere.
Ciò fatto, e comperata, per farla finita, qualche libbra di patate, o una dozzina di melarance, per accoccarsele a vicenda più in là, si davano la buona notte e andavano a letto per tempissimo, come solevano dire a chi li riprendeva di andarci troppo tardi.
Questa maniera di vivere parrà sregolata a taluni, e strana, per lo meno, all'universale; non già a noi, i quali la reputiamo soltanto regolata diversamente, non altrimenti strana che in apparenza, a cagione di un mutamento d'orario. E di quel loro orario particolare molto si compiacevano i nostri Templarii, poichè le ore che passavano fuori di casa erano quelle appunto che consentivano loro di trovarsi in fiorita compagnia a teatro, con gente di loro elezione a tavola, e d'essere i veri padroni della città, quando uscivano a passeggio, senza aver molestia da ruote di carri, da scuriade di cocchieri, da gomiti di screanzati, nè nausea dalla vista continua di asini calzati, o di furfanti matricolati.
Nè di ciò solo si lodavano i Templarii, ma ancora, del poco spendere. Uno tra essi, ai predicozzi del babbo, che era venuto dal borgo natale per pagargli i debiti, poteva dir di rimando:
—Di che vi lagnate, padre mio? Domandatene a quanti mi conoscono, e tutti vi diranno che vivo con una lira al giorno.
—Ah sì, con una lira? E il resto va tutto in libri, lezioni e limosine, non è vero?
—No, padre mio; non sono tanto ricco da far limosine; lezioni particolari non ne prendo, e i libri non li pago.
—Sentiamo dunque dove va il tuo denaro.
—Ecco, cinquanta centesimi tra assenzio e caffè…. Voi vedete che non è molto! poi, trenta centesimi di sigari, venti di giornali; tutto sommato, è una lira.
—E il pranzo, manigoldo? E la cena, e le male
spese?
—Ah! tutto ciò, padre mio, entra nel conto della notte. Io vi dicevo quello che spendo al giorno, e certo non troverete che sia molto.—
Buona pasta di giovani, quei Templarii! Si riscaldavano per una questione di politica, d'arte o di scienza, come tanti e tant'altri per far roba e quattrini; si ficcavano animosi in ogni ginepreto, col medesimo ardore che altri metterebbe a cavarsene. Non c'era forma, non delicatezza d'intelligenza, a cui fossero o volessero rimanersi stranieri; e tutto ciò senza sussiego, senza pedanteria, senza sforzo. In una città mercatante e affaccendata come la loro, essi erano gli ospiti cortesi, i cerimonieri, i ciceroni volenterosi, di quanti giungessero, artisti, letterati, giornalisti, scienziati d'altre parti d'Italia, anzi d'Europa a dirittura, per visitare la regina del Tirreno. Parecchi di questi signori confessarono ai Templarii, dinanzi a un piatto di dàtteri di mare, che avevano molto sbadigliato il mattino, in compagnia di certi incravattati e stecchiti arcifanfani. Qualche gran diplomatico, ristucco delle visite ufficiali e dei pranzi di gala, respirò liberamente in mezzo ai notturni cavalieri, e dichiarò ad alta voce, tra due sorsate di Barbèra (oh, indimenticabile Sir James Hudson!) che gli Italiani valevano assai più dei loro rispettivi governi.
E insieme con questi giramondi, quante lezioni improvvisate di storia, alle tre dopo la mezzanotte, sulla piazza di Sarzano, o sotto la torre del palazzo Ducale! Quanti aneddoti archeologici, quante cronache gentilizie, sul ponte di Carignano, sugli scalini della Malapaga, e giù per lo Stradone di Sant'Agostino! quante cicalate intorno all'architettura bisantina, araba e lombarda, sulla gradinata di San Lorenzo, e in groppa ai leoni del Rubatto!
Nè mancavano le pazzie, che anzi erano frequenti, e non sempre argute. Lo seppero i cartelloni tondi del teatro Carlo Felice, che spesso andarono a far bella mostra di sè, e ad annunziar la serata della Bendazzi, o della Pochini, in luogo della solita __Indulgenza plenaria__, ai divoti di Sant'Ambrogio. Lo seppero i carri della spazzatura, che più volte ruzzolarono, con grande frastuono, giù per la via Carlo Felice, portando in trionfo qualche Pollione, o qualche conte di Luna, costretto la sera di poi ad omettere la sua cavatina. Lo seppe troppe volte il portone della casa al numero 5 in via Carlo Felice, fatto a due battenti, i cui picchiotti, in forma di S, e girevoli, si incrocicchiavano con bel garbo l'uno sull'altro, per modo che le fantesche mattiniere non potevano più uscire di casa, se qualche pietoso viandante non si faceva a rimuover l'ostacolo.
Ne tralasciamo, per amore di brevità, molte e molte altre, che ai Templarii parevano belle invenzioni, ma non garbavano punto, come s'intenderà facilmente, ai cittadini che avevano necessità di dormire. Accenneremo soltanto, a mo' d'esempio, certe prediche strambe, piene zeppe di frasi senza costrutto, di testi latini citati a rovescio, che or l'uno or l'altro degli allegri compagnoni andava facendo all'uditorio, dall'alto del muricciuolo di piazza Giustiniani, facendosi mandare al diavolo da tutto il vicinato. La predica finiva, per solito, in un battibecco tra l'oratore e qualche pacifico cittadino, che si affacciava stizzito alla finestra, esponendo il suo berretto da notte alle omeriche risa della brigata. E guai al pacifico cittadino, se gli avveniva di gridare che la notte è fatta per dormire; perchè l'oratore era pronto a rispondergli coi sacri testi alla mano, che chi dorme non piglia pesci, che quello era tempo di far penitenza e non di starsene in panciolle, che bisognava vegliare e pregare per non essere indotti in tentazione, e via discorrendo.
Non erano belle cose certamente, ma bisogna condonarne qualcuna a una gioventù per tanti altri rispetti nobilmente operosa. Paragoniamo, verbigrazia, i Templarii con la società del Parafulmine, che già i lettori conoscono. Questa era il frutto di una educazione viziata, in mezzo a tempi di servitù politica, a esempi di abbiettezza morale; tristo era l'intendimento e malvagie le opere. I Templarii ci avevano i loro difettucci, come il sole ci ha le sue macchie, come il cielo più sereno ci ha le sue nubi; queste nubi, queste macchie, questi difettucci dei Templarii, non erano altro che sovrabbondanza di vita, impeto di giovanile baldanza. Erano scapati, ma generosi, ma buoni; la consuetudine dei loro ritrovi amichevoli, dove le donne erano proibite come le pistole corte, dove non si ammetteva che alcuno si lasciasse sopraffare dal vino, dove insomma non era nulla che potesse far degenerare in una stupida orgia il geniale simposio, era un continuo ricambio di pensieri, che allargava i cuori, che aguzzava gl'ingegni. Quell'assiduo stropicciamento scambievole d'arte, di letteratura, di scienza, di politica e di cavalleria, era, sotto apparenza di sollazzo, una palestra, una scuola pei congregati, un nobile esempio per tutti. In essi e con essi, sorse una generazione che poco tempo di poi aveva da rappresentare degnamente Genova, la mercatante, la marinara, nel risorgimento politico e intellettuale della nazione. E questo avvenne facilmente, naturalmente, sebbene i Templarii non mirassero in particolar modo a professioni di fede, e non si guastassero il sangue per dimostrare che la libertà, il progresso, eran ristretti in questo o in quel partito, incarnati in questo o in quell'uomo.
Combattevano per la verità; si commovevano per ogni cosa che lor paresse generosa e in tempi non ancora maturi per opere di maggior conto, tenevano acceso il fuoco sacro, custodivano il palladio, portavano nei loro cuori le speranze del futuro. Si venivano, intanto, esercitando in parziali combattimenti, rendendosi utili in isvariate occasioni, partecipando a parecchie di quelle coperte guerricciuole in cui si manifesta la vita di una città, rompendo talvolta le uova nel paniere ai grossi mestatori, dando qualche mazzata ai bricconi, e qualche botta di terza o di quarta ai prepotenti.
E adesso che sappiamo chi fossero, vediamoli all'opera. Ma anzitutto, chiudiamo il capitolo.
VIII.
Nel quale si disputa lungamente intorno all'origine della donna.
Siamo nella sala superiore della trattoria del Teatro. La sala del pian di sopra, che già abbiamo accennato, non troppo grande nè troppo piccola, par fatta a bella posta per quei cenacoli, di cui diamo un saggio al lettore. Arredata pulitamente, senza pretensione, fa buon viso ad ogni maniera di gente, purchè costumata. Vi si giunge per una scaletta, la quale ha due ingressi, l'uno nella sala a pianterreno, e l'altro nel vestibolo del teatro Carlo Felice.
Non è ancora suonata la mezzanotte, ma già i Templarii sono adunati. Una lucerna a gasse scende dal soffitto a illuminare la mensa; dalle tre finestre spalancate, per dar libero corso all'aria, si spande l'acciottolìo de' tondi e de' bicchieri, il suono delle voci e delle risa festevoli dei commensali, che sono tredici in punto (nè l'hanno per malo augurio) intorno ad una tavola, a cui il rinforzo di due tavolini sui lati minori ha dato la forma della più smilza tra le cinque vocali.
I dieci Templarii, gli autentici, non c'erano tutti; ma ai due che mancavano, supplivano cinque ausiliarii. Tra i primi si notava Mauro Dodero, vecchia conoscenza dei nostri lettori, il quale non aveva raccontata ancora la sua famosa storia d'Ocuenacati ai congregati epuloni di Quinto; Mauro Dodero, a cui la gran barba bionda, già largamente frammista di fila d'argento, aveva fatto ottenere più agevolmente il titolo, d'altra parte meritato, di gran maestro dell'ordine. Gli sedeva daccanto Marcello Contini, quell'allegro giovinotto che, nove anni di poi, doveva morire, glorioso uffiziale dei Carabinieri genovesi, sulle contrastate alture di Montesuello, e che allora era noto al sesso debole per la maschia bellezza della persona, agli amici per la smania di cantare senza azzeccarne mai una, a tutti per l'ottimo cuore, per la schietta cortesia dei modi, posta maggiormente in rilievo, anzichè scemata, come in tant'altri avviene, dagl'impeti di una bollente natura.
Marcello, povero amico! Tu eri de' buoni: perciò, come tanti altri buoni, sei morto nel fiore degli anni. La gran mietitrice che «fura i migliori e lascia stare i rei» s'è chiarita anche con te fedele al costume, e ti ha volto sull'ampio torace il piombo sibilante d'un cacciator tirolese, in quella che tu andavi canticchiando a tuo modo, tra il fischio delle palle e il rombo delle artiglierie, la canzoncina inventata poche ore innanzi dai compagni, e incuorando i tuoi a snidare il nemico da una abbattuta di tronchi d'alberi, donde esso traeva liberamente sulle camicie rosse e sui bigi farsetti dei carabinieri genovesi. Marcello, povero amico! I nostri cuori battono più forte, ogni qual volta si rammenta il tuo nome; il tuo elogio funebre ben sopravvive alla cerimonia della sepoltura, se chi ti conobbe, e t'amò, tuttavia lo ripete.
Templario per eccellenza, era nel numero l'avvocato Emanuel, che diceva di far le sue pratiche nello studio dell'Orsini, e in cambio la faceva a letto, dove rimaneva più a lungo di chicchessia. Per contro, era l'ultimo a rientrare a casa, dopo avere accompagnati ai rispettivi usci tutti i suoi notturni colleghi.
C'era poi nella combriccola il Giuliani, quel giornalista universalmente accusato di non scrivere quattro periodi al giorno, poichè lo vedevano girandolar sempre da piazza Carlo Felice all'angolo della libreria Grondona. Il poveraccio aveva un bel lavorare e far miracoli; non c'era un cane che lo credesse. Egli stesso, così soverchiato dalla voce pubblica, aveva finito col credersi il più gran scioperato del mondo. Nè va dimenticato il Savioli, egregio dilettante di musica, che usciva qualche volta colla chitarra ad armacollo; nè il Lorenzini, il più grave dei matti, che Firenze dapprima e poi Roma ha rapito all'aria libera di Genova, per chiuderlo nella cella penitenziaria di un ministero. Peripezie della vita!
«__J'en passe et des meilleurs__» diremo con Ruy Gomez de Silva. Questi, ed altri che non nominiamo per non esercitare la pazienza dei nostri lettori, se ne stavano seduti a desco, incominciando allegramente la cena, intorno ad un maiuscolo piatto d'ostriche: le quali, lasciato il ruvido guscio nei tondi, andavano ad affogare in que' tredici stomachi sotto una pioggia di vin bianco delle Cinque Terre, che non teme confronto di Capri, nè di Sauterne.
—Lorenzini!—gridò il Savioli, che, sporto il braccio sulla tavola per metter mano al piatto, se lo vedeva portar via da quell'altro:—Tu inghiottisci più ostriche colle tue mascelle, che Sansone non uccidesse Filistei…..
—Colla tua!—proseguì il Lorenzini, tra le risa dell'assemblea; e frattanto si trasse nel tondo un'altra dozzina di gusci pieni.
Tra Templarii la celia era permessa, anco se andasse un poco fuori di riga. Il Giuliani aveva messo fuori questa legge, che dopo le undici di sera non fosse più lecito aversela a male per cosa alcuna che altri dicesse. Però il Savioli si lasciò dare tranquillamente dell'asino, e tirò innanzi.
—Colla mia, o colla tua; fatto sta che ti piacciono maledettamente, le ostriche, e le mandi giù senza misericordia…. per noi….
—L'ostrica,—sentenziò il Lorenzini, in quella che ne alzava una all'altezza delle labbra,—è la regina dei molluschi, ed io, quantunque acefala, non dubito di proclamarla superiore all'uomo.
—E alla donna per conseguenza;—notò l'avvocato Emanuel.
—Oh, questo poi, no!
—Sentiamo quest'altra!—disse capitan Dodero.—Il Lorenzini ha ancora più paradossi in corpo, che ostriche.
—La donna,—proseguì il Lorenzini, col suo piglio cattedratico,—è una cosa….
—Una cosa!—sclamò, interrompendolo, in atto di maraviglia, il
Savioli.
—Una cosa, sicuro, una cosa che non patisce confronti, nemmeno col sole e coll'altre stelle, perchè essa è la cosa più divina dell'universo. E te lo provo, come due e due fanno otto.
—«__Io ti dimostrerò con belle prove__»—canticchiò Marcello Contini, dall'altro capo della tavola,—«__Che la terra si bagna allor che piove__.»
—Chètati, Orfeo!—gridò il Lorenzini.—Io dico e sostengo, anche se m'aveste a pigliare per un poeta, che la donna è cosa tutta divina, o poco meno. Ne ho veduta una, quest'oggi, in via Luccoli, per la quale darei, Dio mi perdoni, tutte le ostriche che sono ancora nel piatto.
—Bello sforzo!—esclamò il Giuliani.—Ce n'hai lasciate sette.
—Anzi, mi piglio anche queste, e proseguo. Credete alla Sacra
Scrittura?
—Siamo gente battezzata!—rispose per tutti il gran maestro Dodero.
—Orbene, narra la Sacra Scrittura che Iddio in principio creò il cielo e la terra….
—__Avocat, passez le déluge!__
—Non posso, Giuliani; non posso uscire dalla
Genesi.
—Tanto meglio, poichè, in tal caso, avrete posto mente che Iddio creò la terra, ogni specie d'animali, e l'uomo medesimo, colla grossa materia, contentandosi, per quest'ultimo, di soffiargli addosso.
—Sta bene; e che cos'è la donna, se non carne della sua carne?
—Adagio Biagio! L'ha detto Adamo, e per dire una corbelleria di quella fatta, poteva fare a meno di svegliarsi. Osso delle sue ossa, meno male, ed anche per una centesima parte.
—Tu stesso lo ammetti;—disse di rimando il Savioli;—la donna è fatta d'una costa dell'uomo.
—Bravissimo, d'una costa. Tu ti danni colle tue ragioni; ti aguzzi il palo sulle ginocchia. Notate bene, o signori; è fatta di una costa, carne od osso che sia, cioè a dire materia già ridotta e trasformata dalla volontà del Creatore. Sappiamo dunque che ella non viene direttamente dalla mota, come l'uomo, suo indegno vicino. Ora, poi, come potrebbe una costa pigliar statura e forma di donna, senza l'aiuto di un nuovo elemento?
—E l'aria?—dimandò il Savioli.
—Ah, tu credi,—proseguì il Lorenzini,—che sia stata gonfiata d'aria, come le bottiglie, o come i palloncini?
—E perchè no?
—Infatti,—disse il Contini, tornando a cantare.
La donna è mobile
Qual piuma al vento…
—Sta zitto…. Piave! e poni mente anche tu alle mie parole. La donna non ci ha di umano altro che la quantità di una costa, cioè a dire venti o venticinque grammi; il resto, cinquanta o sessanta chilogrammi, è tutto soffio di Dio. Io lo vedo, il Creatore,—proseguì con ardita ipotipòsi il Lorenzini,—soffiare sopra una mota di fango per far l'uomo, ma soffiar dentro a una costa per foggiarne la donna; l'unica cosa creata che contenga, checchè ne dicano i chimici, maggior parte di Dio.—
La chiusa del Lorenzini fu accolta dalla brigata con una salva di applausi.
—Peccato non ci siano donne ad udirti!—esclamò il giornalista
Giuliani.
—Non siamo Templarii per nulla!—notò il Savioli.—Le donne se ne stiano da banda. Dov'è la donna, non c'è più libertà di parola; sottentra la cerimonia, o la passione; quella mette il bavaglio alla verità, questa soffoca il raziocinio. Ho detto—proseguì con burlesca gravità l'oratore—e non patisco osservazioni, perchè questa è la mia opinione.
—Sia bene o male—entrò a dire Mauro Dodero—poichè non ci sono donne tra noi, farò una variante alla storia del Lorenzini.
—Ne muta il senso?—dimandò questi.
—Press'a poco.
—Mi riserbo la facoltà di combatterla.
—Anzitutto, sentiamola;—disse il Savioli.—Capitano, hai la parola.
—Grazie tante;—soggiunse capitan Dodero;—ecco la variante. Il Signore aveva tolta la costa all'uomo. Fin qui la è storia conosciuta….
—Sicuramente;—interruppe il Giuliani;—«__immisit ergo Dominus Deus soporem in Adam: cumque obdormisset, tulit unam de costis eius, et replevit carnem pro ea__.»
—Tutto benissimo, salvo l'ultima frase!—ripigliò a dire capitan Dodero.—Il Signore aveva tolta la costa di Adamo ed era lì per farle quell'uffizio che ci raccontò il Lorenzini, allorquando fu veduto dalla volpe, che passava a caso da quella parte dell'Eden. Voi sapete meglio di me che gli animali erano già creati, quel giorno, e ciascheduno secondo la specie sua.
—Verissimo!—tornò a dire il Giuliani, che era forte di Sacra Scrittura, come i suoi colleghi del __Cattolico__;—Ed eccovi il testo che lo dice: «__Et fecit Deus bestias terrae juxta species suas, et jumenta, et omne reptile terrae in genere suo. Et vidit Deus quod esset bonum.__»
—Vuoi finirla. Giuliani, col tuo latino?—gridò Marcello Contini.
—Non mio, ma di san Gerolamo; del resto, ho
finito.
—Meno male; ora, continua tu, Dodero, che parli in genovese, come
Iddio comanda.
—E come difatti parlavano Adamo ed Eva, poichè la genovese è la prima lingua del mondo;—disse gravemente Mauro Dodero, pettinandosi la barba colle dita, come era suo costume.—Ora torno al racconto. La volpe adocchiò la costoletta, e, spiccato un salto, vi pose il dente, come se fosse roba sua, e il Signore non l'avesse tolta all'uomo se non per farne un presente a lei. Fu per tal guisa, come vedete, la prima costoletta mangiata a questo mondo.
—E allora?—dimandò il Lorenzini.
—Allora avvenne che messer Domineddio, volendo riavere la costoletta, sporse la mano per afferrare la volpe; ma siccome la volpe fuggiva, egli non fece in tempo a pigliarla pel collo, e non agguantò altro di lei che la coda. E qui, tira lui per un verso, tira quella per l'altro, accadde che al Signore rimase la coda in mano, e la volpe sguizzò lontana da lui, portandosi la sua preda tra' denti.
—E allora? io torno a dimandartelo, e allora?
—Allora, messer Domineddio, rimasto con quel negozio in mano, sorrise, e poichè di riavere il fatto suo non c'era neanche a pensare, fece in tal guisa i suoi conti:—«Abbiamo già tolta all'uomo una costa, e a levargliene un'altra gli si potrebbe recar troppo danno. Ora, poichè non possiamo fare la donna ad immagine dell'uomo, facciamola ad immagine della volpe». Detto, fatto; il Signore accostò la coda della volpe alle labbra, soffiò, fece la donna….
—__Et vidit Deus quod esset bonum;__—soggiunse l'impenitente latinista Giuliani.
—Questo non so;—proseguì capitan Dodero,—la variante non lo dice. Questo so bene che essa ci chiarisce come e perchè la donna nascesse molto più astuta dell'uomo, e come il serpente trovasse il terreno già preparato, quando le entrò del negozio del pomo.
—È grossa, capitano, è grossa!—esclamò l'avvocato Emanuel.
—Che volete, amici? Non l'ho mica inventata io. Ve la racconteranno tutti i contadini di Quinto, dai quali l'ho raccolta, e che forse l'avranno avuta dal parroco.
—Fortuna per te, che non ci siano donne ad udirti!—gridò il
Lorenzini, copiando a suo modo una frase del Giuliani.
—Che! in fondo in fondo, possiamo esser d'accordo, poichè tutt'e due ammettiamo il soffio di Dio. Quanto alle donne, esse potrebbero risponderci che tra una coda di volpe e una costa d'uomo non c'è poi quella gran differenza, da doversene dar briga.
—L'uomo è un brutto animale; non l'ho sempre detto io?—gridò il giornalista.
—Parla per te, Giuliani!—disse di rimando il
Contini.
—Ah sì, scusate, dimenticavo…. l'Apollo del Belvedere,—prosegui il Giuliani ridendo.—Ma, in fede mia, non avete notato voi altri che nella specie umana occorre tutto il contrario delle bestie? Tra esse, nessuna eccettuata, il maschio è più bello della femmina; uccello, ha più varietà di colori nelle penne, ciuffo e coda più appariscenti; leone, ha più criniera; tigre, ha più chiazze sul mantello, e va dicendo. Solo nella nostra specie avviene che la femmina è più bella, più graziosa ne' suoi contorni, più bianca nella sua carnagione, più elegante nelle sue movenze, più gradevole insomma a vedersi….
—E a toccarsi;—aggiunse il Contini.
—Sicuro, a toccarsi; e qui, parlo proprio per me!—conchiuse il
Giuliani, tra le risa dell'uditorio.
Il Contini si disponeva a rispondere; ma in quel mentre capitan Dodero, che era seduto in capo alla tavola, colla faccia rivolta all'entrata, alzò la mano, in atto di trinciare una benedizione.
—Ah, ecco un renitente!—gridò l'avvocato Emanuel, volgendo gli occhi all'uscio.
—Il figliuol prodigo!—soggiunse il Lorenzini.—Ammazziamo il vitello grasso.
—Sul tardi mordono i mùggini!—disse il Giuliani, ripetendo un noto proverbio genovese, tolto a prestanza dai pescatori.
—Vieni,—cantò Marcello Contini,
Vieni all'amplesso estremo
D'un genitor cadente;
Il giudice supremo
Ti mandi….
—Uno stuzzicadente!—interruppe l'Assereto, che era egli appunto il nuovo venuto, accolto con tanta gazzarra, dai radunati.—Il verso cresce, ma tu cali di mezzo tono, e i conti si pareggiano.
—Hai detto la verità, Assereto!—disse il Savioli.—Per te non c'è più altro in tavola. Chi tardi arriva male alloggia.
—Non ho appetito, io! Sono venuto per salutarvi e ragionare di cose gravi…. se si può.—
IX.
Dove si chiarisce la bontà del metodo induttivo.
—Se si può!—ripetè capitan Dodero.—Si può sempre, purchè se n'abbia voglia.
—Anzitutto, bevi!—soggiunse il Contini, mescendogli nel suo bicchiere.
—Le tue bellezze; grazie!—rispose l'Assereto, accostando il bicchiere alle labbra.
—E raccontaci che cos'è avvenuto di te,—entrò a dire il
Lorenzini,—che non t'abbiamo più visto da due giorni.
—Lo saprete insieme colle cose gravi per le quali sono venuto stanotte.
—Ah, gli è vero: parliamone dunque, e subito.
—__Paulo majora canamus!__—disse il Giuliani.—Eccoci ad ascoltarti.—
Ed egli, e gli altri tutti, si raccolsero nel più profondo silenzio per udire le cose gravi dell'amico Assereto. Questi non entrò subito in materia, e, fosse per meglio disporre gli animi a prestargli attenzione, o fosse per non dipartirsi da certe loro consuetudini di conversazione, si trattenne in quella vece a fare alcune dimande, in maniera d'esordio.
—Amici,—diss'egli gravemente,—siamo Templarii?
—Siamo!—risposero parecchi ad una voce.
—E da senno, s'intende, non già per modo di celia?
—Da senno.
—Deliberati,—proseguì l'Assereto,—ad operar di concerto, ogni qualvolta uno di noi abbia bisogno degli altri? Pronti a soccorrere i deboli contro i prepotenti, a sventare i maneggi degli imbroglioni, a romper le trame dei tristi, quando tornino a danno di noi, o degli amici nostri?
—Perdio! e lo dimandi?—gridò il Lorenzini.—Pronti deliberati, col senno e colla mano, in ogni caso, in ogni occorrenza.
—Orbene, qui abbiamo un caso, per l'appunto: il caso di una fanciulla che è sparita da casa sua, non si sa come, ma certo per opera di furfanti matricolati, e assai potenti per giunta, poichè i signori di palazzo Ducale non vogliono darsene briga, certo per tema di scottarsi le dita.
—Questo è pan pe' tuoi denti!—disse capitan Dodero, volgendosi al Giuliani.—Due paroline sul giornale, e poi si provino a star quatti!…
—No!—rispose il giornalista.—L'accusa sul giornale ha da lasciarsi pei casi disperati. Vediamo in cambio se non si potesse far meglio.—
Il consiglio del Giuliani dovette parer buono, perchè i colleghi di lui si fecero a chiedere all'Assereto che volesse raccontar loro per filo e per segno ogni cosa, e stettero ad udirlo con molta attenzione.
L'ottimo Assereto parlò forse mezz'ora, senza essere interrotto, narrando partitamente e minutamente tutto quel che sapeva; come il suo e loro amico Salvani avesse avuto mano nei rimescolamenti politici de' giorni innanzi; come avesse in casa sua una sorella adottiva; come fosse stato custodito fino a quel tempo in una cassettina d'ebano il segreto dei natali di lei; come un'apocrifa perquisizione rapisse la cassettina appunto in quell'ora che il Salvani metteva a repentaglio la vita e la libertà; come egli, fallito il colpo, si mettesse in salvo, e come la fanciulla, in quella notte medesima, abbandonasse la casa, tratta fuori da una dama sconosciuta che era andata a cercarla, in compagnia d'un vecchio, congiunto, amico, o servitore che fosse.
Queste cose i nostri lettori le sanno, e non occorre ripeterle, seguendo il filo del racconto di Giorgio Assereto ai Templari. Egli narrò inoltre del servo Michele; e questo, che i lettori ignorano tuttavia, faremo di spiegar loro in brevi parole.
Il povero servitore, sapendo anch'egli della congiura e della parte che ci aveva il padrone, ma non volendo far contro a' suoi comandi con lasciar sola in casa la giovinetta, segnatamente dopo quel guaio della perquisizione, per un po' aveva roso il freno, misurando un centinaio di volte, con passo irrequieto, lo spazio che correva dalla cucina all'anticamera, e borbottando tra' denti qualche verso delle sue canzoni spagnuole. In tal guisa passarono due ore, che gli parvero due secoli; finalmente, non udendo mai nulla, nè una schioppettata, nè un grido, commosso dalla ansietà della padroncina, ed aggiungendovi la sua, che non era poca nè lieve, pensò di andar fuori a pigliar lingua egli stesso, e uscire una volta da tanta inquietudine. E così fece, consentendolo la signorina Maria, dopo aver pregato una vicina che volesse andare a farle compagnia, per quella mezz'ora ch'egli sarebbe rimasto fuori.
Da casa alla piazza Carlo Felice non erano stati che due salti. Ma giunto in capo al vicolo della Casana, Michele aveva veduto una compagnia di soldati; e rifatta la sua strada, era andato per le scorciatoie fino alla Nunziata, Anche laggiù, soldati, carabinieri e sergenti di polizia; di popolo, niente. Michele ebbe insomma a confermarsi sempre più nella sua prima opinione, che il colpo fosse andato fallito. Ma Lorenzo, dov'era? Il nostro veterano volle averne l'intero; perciò mosse alla volta della Darsena. Ma non era anche giunto nei pressi di Santa Sabina, che s'imbattè in un popolano suo conoscente, appunto di quelli che dovevano menar le mani da quelle parti là, il quale gli diede in poche parole ragguaglio d'ogni cosa; tutto andato a monte; essi fuggiti in tempo e sparpagliatisi per la città; il loro comandante uscito prima di loro per andare al quartier generale; altro più non sapere di lui.
—Per Sant'Antonio!—esclamò Michele, che giurava volentieri nel nome di quel santo, dopo il combattimento che ne portava il nome laggiù in America;—il padrone è in salvo.—
E fattosi alquanto più tranquillo, se ne tornava a casa, pigliando la strada più larga. Passò senza intoppo per via Nuovissima, e giunto al quadrivio di San Francesco, stette perplesso un istante, se dovesse proseguire per via Nuova, o discendere dalle Vigne. Quest'ultimo consiglio la vinse; ma quel momento d'incertezza gli era tornato a danno, perchè due sergenti di polizia, sbucati di là presso, si fecero a domandargli con mal garbo dove andasse a quell'ora.
—Non lo so;—rispose asciutto Michele, a cui la vista di que' due figuri aveva rimescolato nelle vene il suo sangue repubblicano.
—Non lo sapete? Venite con noi!—
Sulle prime, Michele aveva pensato a resistere; anzi, un moto delle braccia che poteva rassomigliare assai bene ad un pugno, aveva cominciato a far testimonianza del suo proposito. Ma in quel mezzo aveva scorto due carabinieri, i quali salivano l'erta, rasentando il palazzo Brignole, e, posto il caso si fosse liberato dai due sergenti, gli avrebbero impedito ogni scampo. Però, trattenendo il pugno a mezza rada, s'era contentato a protestare contro i modi delle guardie, e aveva finito col dire: orbene, poichè vi piace tanto la mia compagnia, vengo con voi.
Ed ecco per che modo il nostro Michele, in vece di andare a casa, era andato a Sant'Andrea, del quale non era punto divoto.
La mattina seguente, il prigioniero era stato interrogato dal giudice. Avendo imparato a sue spese, nella notte, a tener la lingua a segno, rispose modestamente esser egli Michele Garaventa, servitore del signor Salvani, che se ne andava tranquillamente a casa, dopo averne bevuto un bicchiere, non intendendo nulla di tutto quel subbuglio di __uomini d'arme__.
Il nome del Salvani non parve facesse alcuna impressione sul giudice. Le autorità di palazzo Ducale, colte alla sprovveduta in quei giorni, con tanta roba sulle braccia, molta se ne lasciavano cadere a terra, senza pensare neanco a raccattarla. D'altra parte il nome del Salvani, conosciuto per quel che valeva al comando militare, ma salvato dal più grave pericolo mercè l'amichevole sollecitudine del capitano Nelli di Rovereto, non era ancora, quella mattina, sulla lista del potere civile, e non poteva, per conseguenza, esser noto al potere giudiziario, il quale non aveva tra mani più di una trentina di popolani, arrestati la più parte a caso, e tutti intesi a dichiarare che non sapevano nulla.
Tornando a Michele, egli non era uomo da destar sospetto nell'anima timorata del giudice istruttore, il quale s'impuntò solamente, e più per consuetudine d'ufficio che non per altra ragione, a chiedergli il perchè avesse risposto «non lo so» alla domanda delle guardie.
—Mi hanno colto all'impensata;—rispose Michele senza turbarsi;—avevo anche un po' bevuto, come ho già detto a Vostra Eccellenza…. Ella sa bene…. il vino impedisce lo __sviluppo delle sillabe__…. E poi,—proseguì egli, vedendo le labbra del giudice incresparsi, per trattenere il sorriso,—lo sapeva io, dove andassi? Non potevo mica sapere che mi avrebbero portato in catorbia!—
Qui il magistrato aveva riso a dirittura, e, la sera di quel giorno medesimo, il nostro Michele era posto in libertà. Corso a casa, aveva trovato faccia di legno, come il Montalto, il Pietrasanta e l'Assereto; però, dopo essere stato un pezzo a grattarsi la pera, aveva deliberato di andare da quest'ultimo, per chiedergli se sapesse nulla de' suoi amati padroni.
L'Assereto gli aveva narrato a sua volta tutto quel che sapeva di casa Salvani. Non gli era molto, per verità. Ma la sparizione della fanciulla, tanto più notevole in quanto che pareva essere spontanea, messa a riscontro colla perquisizione, chiarita apocrifa, nella camera del signor Lorenzo, fece gridar Michele e strapparsi i capegli come un dannato.
—Sì certo!—andava egli borbottando negli intermezzi delle sue furie.—Erano venuti soltanto per la cassettina d'ebano, quei carabinieri di nuovo conio. Ah maledetta lingua!…—
E alle ripetute domande dell'Assereto che instava presso di lui per avere la spiegazione di quelle parole, il povero servitore aveva risposto un nome, quello del Bello, che era stato il suo Pilade, e poteva dirsi con più ragione il suo Giuda. Ma non sarebbe andato impunito, o non avrebbe avuto il tempo d'impiccarsi da sè, come l'apostolo del fico; perchè egli, Michele, com'era vero Iddio, l'aveva a freddare colle sue mani.
L'Assereto, che aveva durato molta fatica a cavargli i suoi sospetti di bocca, così furente com'era, ne durò un'altra grandissima a chetarlo. Finalmente (così narrava agli amici) gli aveva ingiunto, per l'amore dei suoi padroni, di non muoversi di casa, fino al suo ritorno, aspettando che egli avesse trovato il modo di porsi sulle tracce della signorina Maria. Questo era l'essenziale; quanto alla vendetta, sarebbe venuta poi; che intanto la era, giusta il proverbio de' Côrsi, una vivanda da mangiarsi fredda.
Il racconto dell'Assereto fu ascoltato dagli amici Templarii con una attenzione che mai la maggiore. E invero, quel tenebroso sviluppo di casi, quella filatessa di malanni che s'era andata svolgendo così assiduamente nel breve giro di pochi mesi, e seguendo la legge del __motus in fine velocior__ su quella giovine coppia fraterna, appariva tale da far pensare non poco, e da far credere che una possanza occulta avesse vigilato l'intrigo, condotto lo svolgimento del dramma.
Chi volle andare al fondo di quella evidente macchinazione fu il giornalista Giuliani, avvezzo per lunga e non lieta consuetudine del suo ufficio, a scrutare i cuori e le reni, per ogni atto degli uomini a metter sempre il naso nelle quinte, sul teatro della vita. Se Adamo fosse stato giornalista, scommettiamo che non avrebbe mangiato così alla leggiera il pomo della scienza, vogliam dire senza levargli la buccia, e senza investigarne la polpa, giù giù, fino alle cellette del torsolo. Epperò il Giuliani, mentre gli amici rimanevano come trasognati, fu sollecito a cogliere il primo appiglio, per tentare il suo lavoro a ritroso.
—Il Bello, hai detto? Chi è costui? Sarebbe per avventura un certo
Garasso?
—Sì, il servitore del Salvani me lo ha indicato anche con questo nome. Lo conosci tu?
—Lo conosco. Molta gente conosco io, e di __diversa mena__, come ha scritto Dante, pigliando il vocabolo da noi Genovesi. Amici,—proseguì il Giuliani, voltandosi con piglio solenne ai Templarii,—qui certamente occorre di far qualche cosa; l'Assereto non ci avrà, spero, raccontata la sua storia per nulla.
—Sicuro; ma che fare?—dissero gli altri.
—Non lo so ancora, ma fare bisogna. Andiamo innanzi; troveremo, strada facendo. Conoscete il metodo induttivo?
—Filosofia!—esclamò il Lorenzini.
—Sia pure; l'ha trovato la filosofia, ma è buono dappertutto, come il prezzemolo. Chi lo ha tolto dal limbo, dove lo avevano cacciato i dogmatici, non fu propriamente un filosofo, sibbene un gran pittore, il quale s'intendeva di moltissime cose, Leonardo da Vinci. Un altro, astronomo e filosofo, Galileo, gli diede forma scientifica; un altro ancora, che fu un po' di tutto, anche un tristo, Bacone da Verulamio, ne foggiò una fiaccola, e la portò a rischiarare tutte le ottenebrate sorgenti dello scibile; noi, Templarii, secondo il nostro bisogno, facciamone un'arma di combattimento.
—Parli come il Boccadoro; vediamo il tuo metodo alla prova.
—Eccolo. Mettiamo le fondamenta. Perchè questa guerra al Salvani? Che nemici ha egli, giovine, modesto, quasi oscuro, come è? Lo sai tu, Assereto?
—Credo non ne abbia alcuno, salvo il Collini, che lo tirò dapprima in quel suo garbuglio che sapete, e poi, quando egli se ne cavò valorosamente colle sue mani, gliene volle un mal di morte.
—Il Collini! Non mi basta;—sentenziò il Giuliani.—Costui è un ambizioso; ma non è, non può essere altri che uno stromento in mano di più ragguardevoli bricconi.
—D'altri non so, e non credo;—proseguì l'Assereto.—Il mio amico Lorenzo se ne è vissuto sempre ne' suoi panni, lontano da ogni briga….
—No, no, il Salvani non c'entra, o c'entra soltanto di sbieco. Qui bisogna tener d'occhio il segreto domestico, la nascita della sua sorella adottiva. Non vedete come tutto è riuscito ad un fine? La perquisizione architettata da questo ignoto avversario, non mira ad altro che ad agguantare la cassettina d'ebano. Dopo la perquisizione, viene il tiro alla ragazza. A proposito, come nasce ella?
—Il segreto era appunto nella cassettina, e Lorenzo ne aveva accennato nella sua lettera al marchese di Montalto.
—Perchè al marchese di Montalto?
—Perchè la fanciulla verrebbe ad essergli congiunta di sangue, come figlia ad un zio paterno del signor Aloise, che è morto in esilio, or fanno dodici anni.
—E la madre?
—Non lo so; Lorenzo ne ha letto il nome in un carteggio che era chiuso nella cassettina, ma non ne ha detto nulla a me, nè al signor Aloise.
—Bisognerà vederlo, e saper questo nome.
—Sicuro, e questo è anche il disegno del marchese di Montalto, le cui ricerche si uniranno alle nostre.
—__Viribus unitis!__—disse il Giuliani;—va benissimo. Intanto sappiamo che qui sotto c'è un vecchio peccato aristocratico, di cui forse una madre vuol sottrarre le prove, od altri giovarsi per suoi fini particolari. Questa seconda congettura mi pare anzi la più ragionevole. C'è troppi congegni in questa trappola che hanno tesa, troppo sforzo di molle!
—Hai ragione;—soggiunse il Savioli,—ma chi le ha foggiate, queste molle? e questa trappola, chi l'avrà tesa?
—Oh, pezzi grossi, di certo! Questa gente che invigila una casa e giunge a risapere d'un cofanetto così gelosamente custodito; questa gente che sa di lunga mano i negozi del partito, in cui s'è gittato il Salvani, e conosce così bene il giorno e l'ora di un tentativo politico da cavarne profitto per sè, mandando lo scatto de' suoi congegni di conserva collo scoppio della rivolta; questa gente che ci ha i carabinieri apocrifi a' suoi comandi, e mentre vi maneggia i bari da carte, i ladri notturni, così facilmente com'io questo bicchiere vuoto, fa a fidanza con tutte le autorità costituite; questa gente che ha modo di farvi uscire spontaneamente una virtuosa e severa fanciulla dalla casa che ama; questa gente, dico io, è schiuma di neri, o ch'io ho perduto l'ultima oncia di cervello. E chi sarà poi la dama che ha condotto via la fanciulla?
—Sua madre;—entrò a dire l'avvocato Emanuel.
—Potrebbe darsi, quantunque non lo creda; ad ogni modo, una dama di misericordia. La pietà è un'ottima bandiera per coprire ogni razza di merce.
—E i falsi carabinieri?
—Furfanti di tre cotte; gente avvezza al furto con rottura, vecchie pratiche della eccellentissima Corte, pensionati di Sant'Andrea; cotesto s'intende a bella prima. A me importa piuttosto indagare chi li ha guidati; e questi, già lo sapete dai sospetti del servitore, è quella buona lana del Garasso. E chi conferisce a costui l'ardimento di mettersi a questa impresa difficile? I pezzi grossi, sempre i pezzi grossi. Notate infatti: all'udire di quel doppio tiro, che farebbe rizzar i capegli in testa ad ogni fedel cristiano, la polizia non si commuove, manda tre gentiluomini da Erode a Pilato….
—Ottimamente!—gridò il Savioli, che non aveva ancor detto la sua.—Ma tutto ciò non ci chiarisce dove sarà la ragazza.
—Bravo! e dovrò dirtelo io? Ma dopo tutto, perchè no? In una casa privata, no certo, che sarebbe poco prudente consiglio. E questo mi fa pensare che la madre non c'entra, o soltanto (scusate la ripetizione) di sbieco. La madre, che ha cercato di occultare per oltre diciott'anni il suo peccato, non sarà diventata così audace ad un tratto. Io mi attengo sempre alla dama di misericordia; e la dama di misericordia mi chiama alla mente il monastero. La fanciulla è chiusa in un monastero; metterei la mano sul fuoco. Ho detto.
—E ben detto, Giuliani!—soggiunse capitan
Dodero.
—Al primo avvocato fiscale che tira le cuoia, ti proporremo candidato a quel ragguardevole uffizio. Ma ora, che si fa?
—Anche questo v'ho a dire? Orbene, mi provo. Due intenti abbiamo; riavere le carte, e per questo occorre sapere chi le ha; riavere la fanciulla, e per questo occorre sapere dov'è.
—Torniamo da capo!—disse il Contini.—Saper questo! sapere quest'altro! Francava la spesa di ragionar tanto!
—Hai finito?—chiese il Giuliani.
—Io sì; e tu hai ancora da cominciare.
—Probabilmente, e tu mi darai una mano, venendo con me alla scoperta di questo segreto.
—Adesso?
—Subito subito; genovese aguzzo, piglialo caldo.
—Possiamo venire anche noi, se c'è da scoprire qualcosa,—entrò a dire l'Assereto.
—No; è un negozio delicato; due bastano, uno di più guasterebbe.
—Ma dove andate?—chiese Mauro Dodero.
—Nell'antro del lupo rapace. Hai fede in me. Contini?—proseguì il Giuliani, volgendosi al compagno che aveva scelto.—Si fa un'impresa da vecchi Templarii.
—Mi piaci più quando operi, che quando ragioni;—rispose romanamente il Contini.
—Ingrato! Io t'amo anche quando canti; chi è il migliore, di noi due?
Ma lasciamo le chiacchiere, e mettiamo alla vela.
—Si potrebbe almeno sapere che cosa hai immaginato?—chiese quell'ostinato di capitan Dodero.
—Ah, gli è il grande arcano; lo saprete tra due ore, se non vi dorrà di aspettarci.
—Aspetteremo sicuramente!—gridò l'Assereto.—Ma dove?
—Sedetevi a consiglio sulle panche delle cavolaie, qui sulla piazza di San Domenico; due ore, e siamo da voi.—
In questi discorsi s'erano alzati da tavola e scendevano, per la scaletta, nella sala a pianterreno. Colaggiù non c'erano più avventori, e il provvido tavoleggiante aveva già spento tre becchi della lucerna a gasse, lasciando a mala pena uno spiraglio nel quarto, per nutrire una scarsa fiammella, alla cui luce azzurrognola si poteva scorgere l'ostessa, che sonnecchiava dietro il suo banco in mezzo alle sue mostre di vivande, come un timoniere alla barra, in una notte di calma.
All'udir scendere quella lieta brigata che la faceva pisolare ogni notte a quel modo, la povera ostessa aperse gli occhi e mise un sospiro.
—Sospira per me?—chiese il Contini, accostandosi al banco.
—Sì, per l'appunto;—rispose l'ostessa,—e penso che non vorrei esser sua moglie per tutto l'oro del mondo.
—E perchè, di grazia?
—Perchè? Ma le par ora, questa, di andare a casa?
—Brava! appunto perchè non ci ho persona ad attendermi sulle celibi piume. Se sapesse com'è triste a vedersi, il letto d'uno scapolo! Vuol forse vederne uno?
—Vada là, vada là, buona lana!
—Non vuole? Ha torto. La cosa meriterebbe d'esser veduta.—
E ridendo a crepapelle, il più matto dei Templarii seguitò l'amico Giuliani, non senza aver stretto la mano agli altri colleghi e ricevuti i loro augurii per la magna impresa fantasticata dal giornalista.
Rimasti in due, tirarono diritto pel vicolo della Casana, e di là fino a Campetto. S'intende che il Giuliani guidava, e il Contini teneva dietro, non sapendo ancor nulla dei disegni dell'amico.
X.
Qui si dimostra che, per far la guerra a modo, ci vogliono alleati.
—E adesso mi spiegherai….—diss'egli, fermandosi alla svolta di
Scurreria.
—Certamente, ogni cosa; ma entriamo in questo andito.—E condotto Marcello nel vano di un portone, il Giuliani si fece a indettarlo sommessamente di ciò che aveva in animo di tentare.
—Sì, perdinci, stupenda pensata! Tu hai buona lingua; io, non fo per dire, ho buone braccia, e se ardisce far l'omo, lo concio come va. Bravo, Giuliani! Ma se lo dicevo io, che mi piaci più quando operi….
—Vuoi sentirti a ripetere che mi piace il tuo canto? Non lo sperare.
Contini! Ma andiamo, che il merlo non ci abbia a sfuggire.—
Abbiamo fede che i lettori discreti non ci chiederanno di condurre la precisione del racconto fino al segno di spiattellar loro il numero dell'uscio dove entrarono i nostri due personaggi. Era uno dei tanti che sono nella via di Scurreria, o di Scutaria, come si diceva cinque o seicent'anni fa, essendo in quella strada le officine degli scudai.
I due Templarii salirono, coll'aiuto di mezza scatoletta di fiammiferi, sino al quarto piano, e colà fecero sosta dinanzi a un uscio di modesta apparenza.
—Ecco il campanello!—disse a mezza voce il Contini, accennando la corda di lana intrecciata che pendeva, colla sua nappa, lunghesso lo stipite.
—No;—rispose il Giuliani;—se ella non ha smesso le antiche consuetudini, questo è il picchio notturno che dovrà farci aprir l'uscio.—
E mandando gli atti compagni alle parole, bussò quattro volte colle nocche delle dita sopra uno dei battenti.
Lo strepito di una porta interna che si apriva e il fruscio d'una veste sul pavimento, annunziarono poco stante che quella maniera di picchio notturno non aveva punto perduto della sua efficacia. Il Giuliani si volse con aria di trionfo a guardare il Contini; ma il Contini non vide quell'atto, perchè appunto allora gittava lungi da sè per le scale un rimasuglio di fiammifero, che gli scottava le dita.
—Chi è?—dimandò una voce di donna, che non doveva esser di donna giovine, nè bella, per conseguenza. Così almeno parve al Giuliani.
—Son io, un amico;—diss'egli.
Ma se la voce di dentro non parve a lui di donna giovine, nè bella, quella di fuori non parve, a chi stava dentro, la voce di persona aspettata, nè altrimenti conosciuta, perchè una nuova dimanda venne in aiuto alla prima.
—Un amico! Ma chi?
—Io, il Giuliani!
—Non la conosco.
—Vedi la fama, com'è traditora!—bisbigliò il Giuliani nell'orecchio al compagno.
Indi proseguì ad alta voce, rivolgendosi all'uscio.
—Non importa; va dalla signora, e dille che c'è il Giuliani, il
Trovatore.
—La padrona è a letto.
—__Ma veglia la sua donna__!—ripigliò il Giuliani con accento melodrammatico.—Va ad ogni modo, e dille che Giuliani, il Trovatore, o Alfredo, se più le torna gradito, è qui, ed ha bisogno di parlarle.—
E siccome la donna borbottava dietro l'uscio, Alfredo, o, se più vi garba, il Trovatore, soggiunse a mo' di perorazione:
—Bada, vecchia, se non fai l'ambasciata, la __regal signora__ ti manderà a spasso. Se la fai, contenti la padrona e ricevi da me dieci lire, in premio «__del celere obbedir__».
—Vado!—disse la voce, rabbonita ad un tratto.
—«__All'idea di quel metallo__»,—canticchiò Marcello tra i denti.—Ma l'ora è già tarda, e la vecchia non aprirà.
—Oh, ci aprirà!—disse il Giuliani.—Se poi non aprisse, non m'importerebbe una saetta. L'esito del picchio ha messo in chiaro che egli non è ancora venuto, e noi potremmo aspettarlo nelle scale. Già, egli, per solito, viene verso le tre, dopo essere stato alla bisca.—
Mentre così ragionavano, tornò la fantesca ed aperse l'uscio.
—Entri;—diss'ella, tirandosi da un lato, colla lucerna in mano;—la mia padrona si veste. Ma quest'altro signore….
—Non temere, è un amico mio, e della signora. Prendi, Gabrina!
—Mi chiamo Rosa, a' suoi comandi!—soggiunse la donna.
—Non importa; io ti chiamo Gabrina. Eccoti il battesimo!—disse il
Giuliani, mettendole in mano un mezzo marengo.
—E questa è la confermazione!—aggiunse il Contini, che aveva stimato opportuno di raddoppiare la dose.
—Grazie! Pregherò il Signore per le loro
Eccellenze.
—Brava!—esclamò il Giuliani.—E procura di ottenere che non ci mandi in un luogo dove ti s'abbia a trovare.
—Ella ha ragione; son vecchia, e le vecchie non le vuole nemmanco il diavolo.
—Per risparmio di legna, perchè no?—le disse di rimando il Giuliani, in quella che la seguiva dall'anticamera nel salottino.—Vanne, Gabrina, e dormi i tuoi sonni tranquilli.—
La fantesca uscì sorridendo e facendo inchini a quei due gran signori. Intanto, il Giuliani, andato alla volta di un uscio che metteva alla camera della padrona, accostò il viso alla toppa, non già per guardare dal buco, ma per mandar queste parole alla diva del santuario.
—Violetta, ve ne prego, non istate a farvi troppo bella; se no caschiamo in tentazione.
—Pazzo!—rispose una voce argentina.—Ma voi non siete solo, m'è parso di udire….
—E le vostre orecchie piccine non vi hanno ingannato. È con me un amico carissimo, il quale è innamorato cotto di voi. Ha già speso cinquantamila lire per una bionda, e per un'altra getterà il rimanente.
—Bravo, e aiutate i negozi degli altri?
—Che volete? Si diventa vecchi; ma il cuore è sempre giovine, e se vi parrà di averlo a preferire….
—Oh, lo conosco, il vostro cuore! un limone strizzato!—gridò la diva, ridendo liberamente, in quella che la sua mano si accostava alla maniglia del saliscendi, per aprire il santuario.
—Prostrati, Marcello! Ecco la leggiadra Violetta che appare, «__misteriosa, altera, croce e delizia al cor__».—
Mentre così parlava il Giuliani, compariva appunto sul limitare la donna, tutta chiusa in un lungo accappatoio bianco, di cui, per vezzo, veniva stringendosi i capi colle braccia raccolte a mo' di croce sul seno.
Quell'atteggiamento riusciva mirabilmente a disegnare i contorni di una persona svelta e pienotta ad un tempo, mettendo anche in mostra la bellezza delle mani, le cui dita affusolate parevano dire ai riguardanti: non sappiamo che sia fatica; non ci siamo mai punzecchiate coll'ago, nè indurite collo strofinaccio di cucina; per contro, morbide, tiepide e candide come siamo, ci è dimestica l'arte delle carezze, in cui sarà forse chi ci agguagli, non mai chi ci superi.
Costei, che i nostri lettori già conoscono moralmente un tantino, per quattro noterelle che abbiamo tirate giù sulla carta, a proposito del Bello e de' suoi dispendiosi amori, veduta di giorno, mostrava di non esser più giovanissima, perocchè la ci aveva, tra gli occhi e le tempie, le tre rughe accusatrici, e qualche chiazza di pallore le guastava le rosee temperanze della carnagione. Ma di sera, quando l'avessero un tal po' riscaldata le svariate cure d'un giorno allegro, o le sfavillasse negli occhi azzurri la pazza allegria del convito, ella appariva giovine e bellissima su tante altre, al cui paragone non avrebbe potuto reggere innanzi il mezzodì. Che fosse bionda, è già noto; che avesse occhi azzurri l'abbiam detto dianzi; che fosse padrona (e padrona per diritto di nascita) di due file di denti mirabili per candore, si aggiunge adesso, anche per far sapere ai lettori come e perchè ella avesse il riso facile, frequente, non pure quando era contenta, ma anche quando era adirata per qualche cosa, o infastidita dalla presenza di qualcheduno. E facciamola finita col ritratto; ella era quel che si dice volgarmente un bel tòcco di femmina, e se in cambio d'essere quella che era, fosse stata una matrona, ornata d'un marito, vivo o morto, e d'un cencio di stemma, antico o moderno, il suo nome sarebbe volato di bocca in bocca come quello di una Giunone, o d'una Venere ligustica, da adorare il giorno all'Acquasola, la sera al teatro Carlo Felice, e da additare agli ospiti forestieri, colla solita aggiunta, a mo' di leggenda sotto il quadro, «salvo il tal di tale, che è morto dieci anni or sono, non si conosce ch'ella abbia avuto amanti; un po' superbiosa, un po' sciocca, ma bella come una figura del Vandyck!»
Una certa smorfia del viso diceva ai due visitatori che la signora Violetta non era molto contenta d'essere disturbata a quell'ora, sebbene uno dei due fosse il Giuliani, un antico Alfredo, cioè uno di quegli uomini, nei quali una donna riconosce qualche diritto di cittadinanza, e pei quali talvolta si scomoda, tanto per vedere come sopportino la memoria del passato.
—Che gravi cose,—domandò ella,—mi procacciano una vostra visita, a quest'ora?
—È l'ora degli innamorati!—rispose modestamente il Giuliani.
—Ma voi non siete più tale.
—Ah, crudele, me lo rammentate?
—Si può ben rammentarlo a chi lo ha dimenticato da cinque anni?
—Proprio da cinque? Mi pareva di più; e questo vi prova come il tempo mi sia parso lungo. Ma permettete che vi presenti il signor Contini, uno dei più bei giovani di Genova.
—Non gli credete!—soggiunse Marcello Contini con un accento e con un piglio così dolce che «parea Gabriel che dicesse Ave».
—Credo a' miei occhi;—rispose la Violetta, guardandolo in volto colla libertà di certe donne, a cui non sogliono andar angioli per ambasciatori. E, ciò detto, venne a sedersi sul canapè, accanto a Marcello.
—Ah, sono contento!—disse il Giuliani, sedendosi a sua volta su d'una scranna, di costa al canapè, e pigliando familiarmente tra le sue una mano della Violetta.—Se non amate più me, amerete il mio amico, colui che io amo, sto per dire, più de' miei occhi medesimi. Non sarò io il preferito; __tu Marcellus eris__….—
Marcello aveva già aperto la bocca per dire al Giuliani che volesse finirla col suo eterno latino; ma non gliene lasciò il tempo la donna.
—Non vi farò il torto di credere,—diss'ella al Giuliani;—che siate venuto per ciò….
—Vi potrei rispondere: «perchè no?»—interruppe il giornalista.—C'è un amico che si strugge d'amore, e bisogna pure aver compassione di lui, non mettere indugio a contentarlo. Ma io rinunzio a questo argomento, e vi parlo col cuore in mano. Marcello è venuto per conoscervi, accompagnando me, il quale….
—Il quale?—incalzò la donna, vedendo che il Giuliani, rimaneva sospeso.
—Il quale sono venuto,—proseguì il Giuliani, la cui esitanza altro non era che un artifizio oratorio,—per parlare col nostro Garasso.
—La bomba è scoppiata!—disse Marcello tra sè.—Ora vediamo che cosa gli risponde costei.—
Bisogna credere che le donne siano meno sensitive degli uomini, o che un'antica necessità, diventata come una seconda natura, le faccia più forti a dissimulare le commozioni dell'animo. Non un lampo degli occhi, non un moto delle labbra, accennò che la Violetta fosse tocca da quel colpo repentino.
—Garasso!—ripetè ella, spalancando i suoi occhi azzurri in atto di maraviglia.—Chi è questo Garasso?
—Ah, non lo sapete?—ripigliò il Giuliani.—Allora ve lo dirò io. Il
Garasso…. è il Bello.
—Ne so come prima;—disse la Violetta, stringendosi nelle spalle.
—Cioè a dire moltissimo;—soggiunse il Giuliani.—Questo Garasso, detto il Bello, è il personaggio misterioso, il notturno amante, che furtivo ascende….
—Parla come un libretto d'opera!—disse la Violetta, ridendo, e voltandosi a Marcello, che fu pronto a saettarla d'una tenera occhiata.—Ma voi,—proseguì, volgendosi all'altro,—vedete pure che sono sola.
—Sì, ma egli verrà tra un'ora, il crudo!
—In fede mia, Giuliani, ne sapete più di me.
—Oh, qui, poi, ci avete ragione; so molte cose di lui, che non vi andranno a sangue. Or via, biondissima creatura, volete che vi parli da amico, da uomo a cui foste un giorno «__croce e delizia al cor__?» Questo Bello, non è un uomo per voi, elegantissima camelia variegata, degna di ornare la risvolta di un abito tagliato dal Cosci, non fatta per insudiciarvi all'occhiello di un Alfredo da trivio, o di un Armando…. da quadrivio. Siete nata per lacerar cuori, ma soltanto ad illustri vittime, come un nobile uccello di rapina. Questo Bello è un farabutto, e la sua giacca ha odore di bisca. Voi stessa lo indovinate, poichè lo nascondete come si nasconde una vergogna. E qui non è tutto. Questo Bello, che, a dirvela di passata, ha venduto la sua gioventù ad una vecchia peccatrice danarosa che si chiama la signora Momina, ha venduto da un pezzo la sua coscienza, e fa un altro mestieraccio che saprete più tardi, quando avrete fatto il proponimento di levarvelo da' piedi e di aver fede in un vecchio amico, che vi parla per amor vostro, e non senza un suo onestissimo perchè.
—Potevate venire da solo, a dirmele, tutte queste cosacce!—gridò stizzita la donna.
Marcello si avvide che questa era per lui, e da quel destro alleato ch'egli era, afferrò l'occasione per dare un'altra piega al discorso.
—Violetta, perdonate al Giuliani!—diss'egli, stendendo le mani, in atto di chetarla e accostando il viso a mezza spanna dal suo.
La Violetta, che era donna da cogliere i moscerini al volo, rispose a Marcello con un'occhiata da tragedia, che aveva l'aria di volerlo passare fuor fuori; e si sciolse dalle sue strette col piglio di donna che è allo stremo delle sue forze e che invita a tener saldo.
Intanto il Giuliani, che vedeva riuscire il suo disegno a buon porto, proseguì:
—Violetta perdonate. Ve ne ha pregato il mio amico Marcello, che mi pare innamorato cotto di voi. Io, poverino, lo vedete, lavoro umilmente per gli altri.
—Pazzo!
—Ridete? Tanto meglio. Ciò vi aiuta a mostrare trentadue perle orientali. Ora, se io vi facessi toccar con mano che il Garasso è un furfante….
—Non lo riceverei più! Anzi, non occorre che lavoriate più oltre;—disse Violetta, volgendo un'occhiata assassina a Marcello,—dico fin d'ora alla Rosa che non gli apra l'uscio…. se gli saltasse in mente di venire quassù.
—Ah, se gli saltasse in mente? Ma bisognerebbe proprio che gli saltasse, poichè ho un gran desiderio di vederlo.
—È vero, me lo avevate già detto….—notò la Violetta, ricordando le prime parole del Giuliani.
E in quella che così parlava, i suoi occhi si volsero a lui, in atto d'interrogarlo. Ma egli non stimò necessario rispondere a quella muta dimanda.
—E la Rosa,—proseguì egli,—farà molto bene ad aprirgli.
—Ma perchè?
—Perchè ho cose importantissime a dirgli.
—Giuliani, qui c'è qualcosa che io….
—Che?
—Un mistero…. Voi mi sembrate molto desideroso di vedere quest'uomo.
—Fate conto che io n'abbia una gran voglia.
—Ma voi andrete ad aspettarlo fuori.
—In verità, avremmo pur fatto così, se voi non ci aveste aperto. Ora siamo dentro e ci stiamo, con vostra licenza, perchè il luogo è più sicuro, e più acconcio al colloquio che debbo avere col nostro galantuomo.
—Galantuomo! Perchè dite galantuomo?
—Ah sì, scusate, dovevo dire briccone; ma ormai l'abuso del vocabolo è tale che può reputarsi un sinonimo dell'altro. Ricordate, Violetta, che ho promesso di mostrarvi chi sia il Garasso….
—Avete ragione; io già ve l'ho data vinta: ma io temo di qualche guaio…. Giuliani, io non consentirò mai… Ve ne prego, andate ad aspettarlo fuori! Pensate al risico che io dovrei correre per un vostro capriccio. Se nulla nulla alzate la voce…. se odono i casigliani. Povera me! Giuliani, ve ne supplico, andate a tendere le vostre trappole altrove.
—Udite;—notò sorridendo il Giuliani;—non è più tempo; salgono le scale.
—È vero! Vedete? per colpa vostra! Oh, ma io non farò aprire.
—Brava! per riceverlo liberamente e tranquillamente domani, il vostro Alfredo da trivio. Povero Marcello, vedi come già se ne va in fumo l'amore!
—Finitela, co' vostri sarcasmi!—gridò la donna, in quella che rispondeva con una stretta di mano alle tenerezze del Contini.
Marcello, già i lettori lo sanno, era un bel giovine, e un gran signore, agli occhi di Violetta. Il Garasso saliva le scale, e non sapeva ancora, il disgraziato, di scendere, anzi, d'esser già sceso.
Ella di sicuro non lo amava, e neanco lo preferiva ad altri, avendolo tolto per sua àncora di salvezza in una di quelle stagioni difficili che talvolta occorrono a certe bellezze stagionate, e lo teneva saldo, perchè era utile; ma nascosto, perchè avrebbe fatto cattivo servizio alla sua riputazione. Anche queste donne hanno una riputazione; le nobili protezioni ne accrescono il pregio; gli ignobili commerci non pure lo scemano, ma lo tolgono affatto. Che il Garasso fosse un poco di buono, lo aveva indovinato alle prime; ma avrebbe arrossito di sentirselo a dire; pronta del resto a piantarlo, se altri si fosse profferto, o se nel suo concetto il danno di quella tresca avesse superato il benefizio. Ora questo era il caso di Violetta. Il Giuliani aveva scoperto il segreto. Si aggiunga che il Bello le pareva sdanaiato; si poteva, si doveva metter fuori. E tutte queste cose le erano girate per la fantasia in quella mezz'ora di dialogo; nella sua ultima resistenza ai disegni del Giuliani non c'era più altro fuorchè il timore di uno scandalo notturno.
—Io non vorrei che avesse ad accadere una qualche disgrazia!—aveva ella soggiunto.
—Non temete, non accadrà nulla.
—Me lo giurate?
—Ve lo giuro. Conosco il mio uomo; so da che piede egli zoppica.
—Ma che gli dirò io?….
—Non gli direte nulla, perchè ve ne andrete in un'altra camera.
—Udite? È sul pianerottolo….
—Padrona!—disse con voce sommessa la vecchia fantesca, che s'era affacciata sull'uscio del salottino.—Ho da aprire?
—Sì, Gabrina;—entrò a dire il Giuliani;—non senti che suonano? Non è cortesia lasciar la gente sulle scale.—
La vecchia non si muoveva, e ci volle un cenno della padrona perchè obbedisse al comando del giovinotto.
—Presto, dunque!—disse questi;—andate con Marcello; non per di qua, che credo sia la vostra camera da letto…. Dove mette quell'uscio di rimpetto?
—Nella sala da pranzo;—bisbigliò Violetta, che udiva la Rosa esser giunta all'uscio di casa e metter mano al catenaccio.
—Orbene, andate, e non vi muovete; gli dirò che siete fuori di casa.
—Ma…. mi promettete?
—Sì, sì, non perdiamo tempo…. E tu, quel che sai!—disse al
Contini, mentre li spingeva ambedue verso la sala da pranzo.
Marcello gli rispose con un gesto eloquente, ed ambedue disparvero nel buio della camera attigua. Il Giuliani tirò l'uscio per modo che paresse chiuso, e andò a sedersi sul canapè dove rimase, con una gamba cavalcioni sull'altra, in atto di contemplare gli arabeschi del soffitto.
Era tempo; il passo del Bello risuonava sul pavimento dell'anticamera, mentre la vecchia Rosa, o Gabrina, se più vi aggrada, richiudeva l'uscio dietro di lui. Poco stante egli entrò nel salottino, dove aspettava di veder la Violetta, e in quella vece gli si parò davanti agli occhi il profilo del Giuliani.
Se fosse in lui maggiore la meraviglia o la molestia, non sapremmo chiarirvi per bene. L'atteggiamento suo rimase perplesso tra il punto ammirativo e l'interrogativo; segno di grave turbamento. E ce n'è d'avanzo, a dipingervi la figura ch'ei fece.
XI.
"Tra male gatte era venuto il sorco."
Qui il Giuliani badò a lavorar di fine, chè ne andava dell'onor suo; e in quella che un sorriso gli si dipingeva sulle labbra, l'anima chiamò tutte le forze a raccolta.
—Oh! siate il benvenuto, Garasso!—diss'egli, voltando a mezzo la persona sul canapè.
—Signor Giuliani, le son servo;—rispose l'altro, ma col piglio di un uomo che in cuor suo mandasse al diavolo l'importuno.
—Vi pare strano di vedermi qui, non è vero?—ripigliò il Giuliani, che non poteva lasciar passare senza nota quell'aria stupefatta e infastidita del Bello.
—Ma sì, veramente, un pochino…. e se Ella, mi vorrà dire….
—Anzi! Avrete giuocato, m'immagino, qualche volta a' goffi….—
Il Bello accennò col capo di sì, non sapendo dove il giornalista volesse andare a parare.
—Orbene, Garasso,—proseguì il Giuliani,—noi andiamo ambedue del medesimo seme; E non facciamo un buon punto, nè voi, nè io, poichè, a quanto pare, un altro aveva già in mano la donna.
—Che vuol dire Ella con ciò?
—Che la donna non c'è, e non ci resta altro che andare a monte, o aspettarla allo scarto.—
Senza fermarsi a gustare quella metafora continuata del suo interlocutore, il Bello si mosse per andare alla camera letto. Girò la maniglia, aperse l'uscio, e vide la camera vuota.
—Uomo di poca fede!—gli disse il Giuliani.—Perchè avete voi dubitato!
—E dov'è?—chiese il Bello.
—Non ve l'ha detto Gabrina? È uscita. Ma venite qua; possiamo aspettarla. In due sarà meno fatica. Consolatevi, poi, che non vi sono rivale, ed ero venuto a bella posta per voi.
—Per me?
—Sì, per voi, col quale ho da ragionare di cose gravi. Non vi stringete nelle spalle; io so bene che siete uno dei grossi.
—Non la capisco, in fede mia!
—Chi non vi conoscesse! Ma vi conosco ben io, e so che in tutti i segreti del partito ci ha mano il Bello, e non si fa un passo che egli non lo sappia, non si tenta una impresa ch'egli non c'entri. So inoltre che la sera del 29 avete fatto il debito vostro…. Non vi schermite, non infingete con me! Sapete pure che io non son uomo da tradire nessuno.
—Oh, signor Giuliani, non ho detto questo; ma gli è che io….
—Eravate al Diamante?—interruppe il Giuliani.
—No signore.
—In Vallechiara?
—No signore.
—E dove eravate voi dunque?
—Ma, la mi scusi, disse il Bello, a cui quelle interrogazioni tornavano moleste,—se Ella sa tutto, perchè mi domanda?
—Ah, vedete,—rispose il Giuliani con piglio che aveva del beffardo,—io so bene che qualcosa di grosso dovete aver fatto; ma per certe mie ragioni, che vi dirò poi, mi metterebbe conto udirne la narrazione da voi.
—Orbene,—ripigliò il Bello spazientito,—sono stato a letto.
—Baie!
—Se non lo crede, non so che farci. Dica Lei quel che ho fatto d'altro, che mi farà gran servizio a informarmene.
—No, non vi dirò nulla; aiuterò piuttosto la vostra memoria, che zoppica un tratto. Che cosa è avvenuto della fanciulla di casa Salvani?—
Il Bello (già i lettori l'hanno inteso) era da parecchi minuti sulle spine. Appena veduto in quella casa il Giuliani, aveva capito che c'era un pericolo per lui. Di qual sorte? Non poteva indovinarlo, ma lo sentiva imminente; paventava, senza saperne il perchè, e le sue risposte alle vaghe interrogazioni del Giuliani mostravano com'egli sapesse di viaggiare in territorio nemico. Quell'ultima domanda del giornalista era stata come lo smascherarsi d'una batteria; la prima palla gli era fischiata all'orecchio. Avrebbe voluto andar subito all'assalto; ma gli parve più prudente consiglio costringere il nemico a spiegar le sue forze.
—Di casa?…—domandò egli, come trasognato.
—Salvani;—ripetè l'altro;—non conoscete il
Salvani?
—Lo conosco, sicuro, perchè è uno dei nostri; ma non capisco che cosa
Ella abbia voluto dire.
—Ah no? proprio no? Ve ne avverto, Garasso, io so che lo sapete, ciò che v'ho chiesto; se non me lo dite, me l'avrò a male.
—Ella ha voglia di scherzare;—disse il Bello, guardandolo fisso.
—No, per Iddio, non è il caso!—rispose il Giuliani, alzandosi dal canapè, su cui da parecchi minuti non era già più seduto che a mezzo.—Facciamola finita, Garasso; o voi parlerete, o vi farò parlar io.
—In che modo?
—Pigliandovi pel collo.
—Ah, era una trappola? Ma vedrà Lei come la gira!—Così dicendo diede uno sbalzo indietro, e cavò di tasca una pistola, quella pistola che poche sere innanzi aveva fatto luccicare agli occhi, o, per dire più veramente, all'occhio buono del Guercio.
«Ma saetta previsa vien più lenta» ha scritto l'Allighieri; e il
Giuliani, che aveva preveduto il gesto, ebbe tempo a cansarsi.
—Signor Garasso,—gridò egli, mentre si tirava da un lato,—avete un bel girare la trappola; essa non è arnese pei gatti della nostra specie.
—E senta le unghie che ci hanno!—tuonò un'altra voce all'orecchio del Garasso, in quella che una mano di ferro lo agguantava nel collo.
Tentò di rivoltarsi, il manigoldo; ma non gli venne fatto, tanto quella mano era salda. Un'altra morsa gli afferrò il polso, e gli fe' dare un grido di dolore, mentre le dita prosciolte lasciavano andar la pistola, che il Giuliani con bel garbo gli tolse, innanzi che cadesse sul pavimento.—Lascialo andare, Marcello;—disse il giornalista.—Non vedi? gli è pavonazzo come il collare d'un canonico, o come la faccia d'un impiccato.
—Come ho da vederlo, se son dietro? Ma aspetta un poco!—
E Marcello, con un mezzo giro sollecito, fece passare la morsa delle sue dita robuste dalla nuca alla strozza. Per tal modo egli si pose da fianco al paziente, e potè vedergli il viso in tre quarti, come direbbe un pittore.
Il Bello, che in quel punto non era tale davvero, vide a sua volta la faccia del nuovo nemico; ma non istette a contemplarla, chè la sua attenzione, se così può dirsi di una suprema angoscia, di uno smarrimento d'agonia, era tutta a quella mano che gli stringeva la gola.
—Misericordia!—gridò con voce soffocata.—Per amore di Dio, non mi uccida!
—Va, ribaldo, sei libero!—gli rispose Marcello, lentando la stretta, per contentare il Giuliani.
Il primo atto del Bello fu di respirare largamente; il secondo di voltare istintivamente gli occhi da un lato, e, veduto un coltello sul ripiano d'una cantoniera, di scagliarsi a quella volta per afferrarlo. Ma innanzi che egli avesse mandato il suo disegno ad effetto, un poderoso manrovescio del Contini volò tra la sua persona e l'arma, facendogli ricadere il braccio intormentito sul fianco.
Allora stramazzò su d'una sedia, e vi rimase col capo chino, come istupidito da quella rovina di casi, dal dolore e dalla vergogna.
—Senti, briccone….—incominciò il Giuliani.
—Parla con te; alza il grugno;—soggiunse il Contini, accompagnando l'invito con un golino;—o ch'io ti dò il secondo per il buon peso.—
Il tapinello, tremando a verghe, rimase col mento all'insù, in quella postura che gli aveva dato il colpo di Marcello Contini.
—Senti, briccone;—ripigliò concitato il Giuliani,—o tu parli, o quella finestra sarà l'altezza dalla quale tu volerai sul selciato.
—Ella non vorrà macchiarsi d'un delitto….—balbettò il disgraziato.
—Ah, tu lo intendi, che a noi non metterebbe conto di risicar la galera per un furfante della tua risma? Ci ho gusto, perchè intenderai altresì quello che io sto per dirti. Abbiamo tre vendette a fare su te, e le faremo tutte e tre se pel tuo meglio non ti disponi a parlare. Quella furia di tua moglie saprà le tue marachelle per filo e per segno e ti concerà lei pel dì delle feste. Poi, siccome io non fo il giornalista per nulla, e ci ho il mio ripostiglio di segreti come tu di roba di malo acquisto, metterò, innanzi che tu possa uscire di qui, la polizia sulle orme di certi negozi che sai. Inoltre, racconterò le tue gesta a coloro che tradisci, apostolo del fico, spione ribaldo. E credi che nessuno ti accopperà, quando io abbia parlato, e quando pure, poichè lupo non mangia lupo, tu avessi scampato l'ergastolo?—
Alla progressione delle minacce aveva risposto una progressione di paura. Il Garasso che sotto il peso delle parole del Giuliani si era fatto piccin piccino sulla scranna, si provò infine con accento supplichevole a dirgli:
—Grazia! grazia! Non mi rovini, per carità….—
Il Giuliani stette immobile e muto alcuni istanti a contemplare quel mucchio d'ossa e di colpe; crollò le spalle, fece colle labbra un verso, come di nausea; quindi si rifece da capo all'interrogatorio.
—Dov'è la sorella di Lorenzo Salvani?
—Non lo so.
—Non lo sai? Bada a te!…
—Non lo so, signor Giuliani; come è vero Dio, non
lo so.
—In bocca tua,—entrò a dire il Contini,—potrebb'esser questa una restrizione mentale.
—Per che cosa ho da giurarlo?—gridò il Bello.—Per tutto quanto c'è di più sacro….
—A te?—ripigliò il Giuliani.—E che cosa puoi avere di sacro, birba matricolata? Io, vedi, non crederei neanche ad un giuramento fatto per la tua viltà. Ma via, stammi alla rimessa; chi ha fatto il colpo della cassettina d'ebano?
—O parla, o ti strozzo come un cane!—gridò il Contini, misurandogli le mani al collo.
Il Garasso sapeva come stringessero quelle tanaglie; però, innanzi d'esser colto, si lasciò andare vigliaccamente in ginocchio.
—Io, io ho tutto preparato, condotto io ogni
cosa. Misericordia!
—E per conto di chi? Rispondi!
—Del padre Bonaventura.
—Chi è costui?
—Bonaventura Gallegos, quel vecchio Spagnuolo, gesuita sfratato, che sta nel palazzo Vivaldi.
—Ah! il capo dei neri! Lo avrei dovuto indovinare;—disse il
Giuliani, scambiando un'occhiata coll'amico Marcello.
Questi, come il dio Termine, anzi come la immagine della giustizia inflessibile, stava lì presso al reo, ritto come un piuolo, colle braccia incrociate sul petto.
—Benissimo! La pagherà!—soggiunse egli recisamente, senza muoversi da quella postura.
—Ma io mi raccomando, signori, non mi tradiscano!—gridò il Garasso.—Quell'uomo è potente; loro signori non lo temono, ma a me può far male e di molto. Per carità, signor Giuliani, Ella è uomo d'onore…. Non mi rovini!
—Questo vedremo; dipenderà anzitutto dalla tua parlantina. E le carte che erano in quel cofanetto, chi le ha?
—Lui, lui, che era venuto, per maggior cautela, ad aspettare con me l'esito del colpo nella casa del Ceretti.
—Del Ceretti? Chi è costui?
—Il padrone della casa ove abitano i Salvani.
—E come c'entra che il tuo gesuita avesse posto colà il suo quartier generale?—
Messo per tal modo alle strette, il Bello raccontò per filo e per segno ogni cosa. Tanto, poichè aveva cominciato, meglio valeva il finire, e mettersi quanto più poteva in grazia a quei due, non giudici, animali feroci.
Così narrò dell'Arturo Ceretti, di quel Ganimede da dozzina, e delle pretensioni che aveva presso la sorella adottiva di Lorenzo Salvani; come fosse respinto da lei e picchiato dal servo Michele; come questi avesse cantato, ed egli, Garasso, per far servizio al gesuita, gli avesse recato in mano quest'altro filo della sua trama tenebrosa; la quale doveva riuscire al colpo della falsa perquisizione e al furto della cassettina d'ebano.
Ma qui si fermavano le notizie del Bello. Egli non sapeva che diamine di segreto si racchiudesse in quel cofanetto; padre Bonaventura lo aveva preso dalle sue mani, e se n'era andato sollecito. Nè altro sapeva della fanciulla, nè della signora che era andata in quella medesima notte a levarla di casa. Ogni più ragionevole congettura faceva credere che il vecchio suo compagno fosse il gesuita medesimo, o che per lo meno quel secondo colpo fosse una conseguenza del primo; ma questo poteva argomentare facilmente di per sè il Giuliani, senza mestieri delle induzioni del Bello. Questi infine non sapeva altro; lasciato il padre Bonaventura, congedati gli apocrifi carabinieri, se n'era andato pe' fatti suoi, a vedere i suoi __amici politici__, perchè egli in fondo in fondo era un buon patriota (diceva lui) e se per sue strettezze domestiche avea fatto quella azionaccia, della quale si pentiva amaramente, era nondimeno devoto alla buona causa, e voleva fedelmente servirla.
A quest'ultima dichiarazione del Bello, i suoi ascoltatori diedero ambedue in uno scroscio di risa, che lo fece rimanere sconcertato e confuso.
—Basta;—soggiunse il Giuliani, dando sulla voce a lui, che umilmente cercava di scolparsi;—questo non è affar nostro, e ne sappiamo quanto occorre.
—Se mi verrà fatto saper altro….—balbettò allora il Bello.—Se mi verrà fatto….
—Ce lo direte, Garasso, non ne dubito; poichè, a tenervi in nostra balìa, c'è la spada di Damocle. Sapete che cos'è, anzi dirò meglio, che cos'era la spada di Damocle?
Il Bello, confuso com'era, non rispose verbo.
—Ve lo dirò io;—ripigliò il giornalista.—Damocle era un cortigiano di Dionigi il vecchio, tiranno di Siracusa, detto il vecchio perchè fu padre di Dionigi il giovane. Questo Dionigi il vecchio era un tiranno arguto, come potrete sincerarvene dal tiro che fece a Damocle, suo cortigiano, il quale lo andava celebrando per la sua felicità senza pari. E gliela fece provare, la dolcezza del suo vivere; lo mise un'ora al suo posto, sdraiato a mensa su d'un letto magnifico, servito da schiavi attenti ad ogni suo cenno; ma ohimè, con una spada la cui impugnatura era raccomandata per un crine di cavallo alla travatura del soffitto, e la cui punta gli pendeva minacciosa sul capo. Immaginate, Garasso, come stesse d'animo il galantuomo; pur gli convenne tirare innanzi a mangiare, con quelle frutte in aria. Mi avrete capito; la spada di Damocle è sempre sospesa; fatene una, e il crine di cavallo si spezza. Ora andate; io non ho a dirvi più altro.—
In questo mentre, quell'uscio per cui era già venuto Marcello ad afferrare non visto il Garasso, si schiuse da capo, e comparve la Violetta nel vano.
—Era in casa!—esclamò il Bello, turbato da quella veduta improvvisa.
—In casa, sì,—rispose la Violetta,—e ne ho udito di belle!
—Perdonategli!—entrò a dirle sarcasticamente Giuliani,—egli ha fatto il male pel troppo amore che vi porta. Costa così caro, l'amore!
—Oh, io non voglio saperne a nessun prezzo, del suo; non voglio avere a che fare con uomini della sua risma; se ne vada per dove è venuto.
—Virtù, dove diamine sei venuta a ficcarti!—borbottò tra' denti il
Giuliani.
Quindi, volgendosi al Bello, gli disse:
—Sicchè, Garasso, per questa notte potrete riparare all'ombra amica del talamo.
—Sì, vado!—ringhiò, stringendo i pugni,
quell'altro.—
Il Giuliani, per farla finita, lo condusse sull'uscio dell'anticamera.
—Gabrina,—gridò egli, che non sapeva piegar la lingua al nome di
Rosa,—Gabrina, fategli lume!
—Non occorre, signor Giuliani, non occorre;—disse il Bello, col medesimo accento di prima.—Ella me l'ha fatta da galeotto.
—A marinaro, Garasso; da galeotto a marinaro; non vi lagnate. Sta in voi che non v'incolga peggio. Andate, andate, e, se vi torna, continuate a peccare.—
Ciò detto, e mentre il can bastonato infilava le scale, il Giuliani rientrò nel salotto, dove la donna preparava una scenetta delle sue.
—Ah signori!—gridò ella con piglio da tragedia.—Un uomo di quella fatta!…—
E svenne, o fece le mostre di svenire, nelle braccia di Marcello.
—Io me ne vado;—disse il Giuliani, senza punto
scomporsi.
—E chi rimarrà,—chiese il Contini,—a farla
rinvenire?
—__Tu Macellus eris;__—rispose l'amico, ridendo.
—Come vuoi.
—No, come vuoi tu.
—E sia pure, come voglio io; ma tu esci, e quell'altro non potrebbe essere in agguato?…
—Ecco la sua rivoltina; ce n'è per cinque suoi pari. Ma non te ne dar pensiero; questa gente scantona alla lesta. A lei dunque, sor Magnifico: si faccia onore coll'inferma.—
E seguitando a ridere, il Giuliani se ne andò, per ritrovare gli altri Templarii. Gabrina, che aveva la virtù della gratitudine, come la sua padrona quella del pudore, lo accompagnò con mille benedizioni e col chiaro d'una lucerna di ottone, fino all'ultimo gradino delle scale.
XII.
Il quale par fatto a posta per servire d'intramessa.
Come un pizzico di sale o di pepe nelle vivande, così un miccino, un'ombra di prepotenza nelle cose di questo mondo, non guasta mai, quando (ci s'intende) le siano condite di giustizia.
La violenza da sola fa il male, e non altro; la libertà fa il bene, gli è vero, ma da sola non basta; perchè non metterle uno zinzino di forza in aiuto? La forza è il braccio destro della giustizia, il braccio che picchia. Dove il nemico sta fermo in agguato, bisogna combattere. A chi assale, si potrà sempre rispondere: ragioniamo? Persuaderemo il male a morire di morte volontaria, e senza trarre un colpo sulle nostre file? Ogni cosa nel mondo procede per via di azione e riazione; la vita istessa si appalesa in questo modo, per diastole e sistole. Colla ragione ridurremo il nemico in più stretti confini; colla ragione gli toglieremo i suoi alleati; ma colla forza bisognerà dargli il tracollo; la giustizia dovrà far capo alle armi, l'acciaio rispondere all'acciaio.
Nel caso nostro, come avrebbe potuto il Giuliani venire in chiaro di quella trama tenebrosa, senza un miccino di prepotenza? Far capo alle leggi? Ottimamente; ma come, se i custodi della giustizia giravano nel manico? Quello non era tempo da sillogismi; la forza occorreva. E i Templarii ne usarono parcamente, come si è potuto vedere. La rivoltina cadde a tempo dalle mani del briccone; per farlo parlare ci volevano quelle medesime argomentazioni __ad hominem__ che già lo avevano disarmato. Fu grave il modo; ma, lo ha detto il proverbio: a mali estremi, estremi rimedii.
Il cominciamento fu felicissimo, poichè la medesima notte in cui l'Assereto narrava l'accaduto agli amici, eglino avevano in mano il bandolo della matassa, mercè la confessione del Bello. Il resto andò più lentamente, per quelle tali ragioni che governano ogni cosa di questo mondo, e fanno maturar tutto col tempo e colla paglia, come le nespole. La nostra storia è umana, nè può dipartirsi da queste leggi naturali.
I Templarii, che furono nella odierna società genovese un breve ma efficace esempio di ciò che possano dodici volontà associate, messero in moto tutti i congegni della loro operosità, e il segreto lavoro del gesuita fu prontamente scoperto. Scoprire era già un aver vinto a mezzo; doveva fare il resto l'astuzia, opponendo stratagemma a stratagemma, imboscata ad imboscata.
Sventuratamente, tutto ciò non salvava Lorenzo, non valeva a rilevarlo dall'abisso. I segugi di palazzo Ducale l'ormavano, come uno de' congiurati, quantunque nessuna testimonianza fosse contro di lui e tutti gl'imprigionati della famosa notte, richiesti dai giudici intorno a lui, avessero fatto prudentemente lo gnorri. Ma ciò non sapeva egli, e ad ogni modo, poichè in Genova lo avrebbero còlto, egli non doveva tornarci.—Del resto, a che pro? (gli diceva l'Assereto). Nè a torto nè a ragione, non lasciar che ti mettano in prigione.—Così rimaneva fuor di città, nei pressi di Bolzaneto, ma senza uscire di casa; prima, perchè lo stato dell'animo suo non era da andar girelloni, poi perchè era la stagione della villeggiatura, e ad uscir fuori c'era pericolo che la gente chiacchierina lo adocchiasse, e allora non c'era più scampo.
—Non ti fidare dei ciarlieri di buona fede,—gli diceva l'amico, portando sassi al Bisagno e campane a Genova.—I signori di palazzo Ducale ci fanno molto assegnamento, su questa classe di galantuomini. Uno solo di questi linguacciuti fa migliore ufficio che non una dozzina di spie.—
E Lorenzo, tra per arrendevolezza e per naturale desiderio, rimaneva chiuso, non pure in casa, ma in camera; svigorito, scorato, come sarà facile intendere, e col rammarico di vivere alle spese dell'Assereto, il quale, se era ricco di cuore, non era altrimenti ricco di borsa.
Ma egli avvenne che un giorno, essendo andato a visitarlo, e vedutolo così giù dell'animo, Aloise gli profferse, con quella amorosa cortesia che non patisce rifiuti, più sicura e più libera ospitalità nel suo castello di Montalto, che, come i lettori rammentano, era posto in cima ad una di quelle tante gole di monti che fiancheggiano la Polcevera.
—Andatevene alla Montalda!—gli disse.—È una rocca solitaria, una vera bicocca ascosa tra i greppi, ultimo ricordo de' miei maggiori. Colà son nato; colà è sepolta mia madre. Quando son triste me ne vado lassù. Dovrei andarci piuttosto quando son lieto, per temperare la baldanza delle illusioni, e misurare dall'alto il nulla delle umane speranze. Ma che volete? siam fatti così. Perchè non vengo da voi quando son gaio, quando il futuro mi arride pieno di dolci promesse? Perchè, quando son mesto, come oggi, invilito, sento il bisogno di venire a passar due ore con voi? Eppure vi amo, Lorenzo, e so che la vostra amicizia è più schietta, più salda, di tanti rapimenti del cuore…. Ma lasciamo stare le mie malinconie; parliamo delle vostre. Lassù sarete triste a vostro bell'agio. Il luogo non è gaio, di fatto. Ma almeno voi non intisichirete, come in questa clausura; ma almeno potrete correre a vostra posta, al cielo aperto, quando il soverchio dell'amarezza, rompendo dal cuore, vi spingerà le maledizioni sul labbro, vano sfogo della creatura che soffre. Ed anche la forza del maledire vi verrà meno lassù, poichè sarete vicino alla tomba di una donna, la quale è vissuta come una martire, ed è morta come una santa, e voi l'avrete esempio continuo ne' travagli dell'anima, e le direte che suo figlio non è molto più lieto di voi.—
Lorenzo non aveva mai udito il suo amico Aloise parlargli in tal guisa. Il marchese di Montalto era cortese, ma severo di modi, affettuoso ne' suoi discorsi, ma riguardoso ad un tempo. Qual rammarico era il suo, che lo rendeva così subitamente espansivo? Lorenzo non istette a cercarlo; ma in atto di andare incontro a quella mestizia, mentre tacitamente accettava la profferta dell'amico, gli disse:
—Perchè non verreste anche voi, Aloise?—
A quelle parole il giovine trasse un sospiro, chinò il capo e fece scorrere la palma della mano sulla fronte, come un uomo che cerchi di scacciare un pensiero molesto.
—Oh perdonate!—soggiunse tosto il Salvani, che ben si accorgeva di aver toccato una piaga.
—Nulla, nulla!—rispose il Montalto.—Debbo rimanere a Genova, per tante cose e nessuna. La vita di città ci tiene legati per mille fili sottilissimi, che non si possono romper tutti ad un tratto. Ciò mi fa ricordare di quel povero Gulliver, quando capitò nella terra di Lilliput, e, addormentatosi sulla riva deserta, si svegliò così strettamente legato da migliaia di crini, come se avesse avuto i polsi stretti da gomene fermate al terreno. E poi, chi sa? dovrò anche andar fuori, in Francia, o in Germania; ma questo vi posso promettere, che verrò più tardi a farvi compagnia, e sarà una festa per me.—
Quel medesimo giorno, salutato l'Assereto, che era sopraggiunto in quel mezzo e aveva rincalzato de' suoi consigli le profferte di Aloise, il nostro Lorenzo si avviò per le colline fino alla Montalda, chiedendo a sè stesso che cosa potesse aver reso così triste quel giovine, il quale era parso tanto felice, dedito com'era a tutti i fastosi passatempi de' suoi pari, e non d'altro curante che delle sue cavalcate, de' suoi patrizii ritrovi e delle sue superbe fatiche d'automedonte.
—Ognuno ha la sua croce!—pensava Lorenzo in quella che andava lentamente per l'erta su cui era murato il castello.—Niente manca ad Aloise, per esser felice; gioventù, bellezza, nobiltà di sangue, e quella agiatezza in cui risiede l'indipendenza, la bella indipendenza, che solo intende ed apprezza chi l'ha perduta, ma di cui tuttavia gode i benefizi chi l'ha. Ed egli è triste, e si paragona a me nel dolore. Ama egli forse?… Amare, soffrire, navigar per mare in tempesta senza scorgere il porto, naufragare senza una vela all'orizzonte che dia speranza di aiuto!—
E il pensiero di Lorenzo tornava a Maria. Dov'era Maria? Come aveva potuto lasciare la casa che era pur sua? Egli ben sentiva di amarla, quella casta fanciulla, fatta donna dal dolore. Perchè veramente era stato un momento d'angoscia suprema, quello che a lei, innocente creatura, aveva strappato dalle labbra il segreto inavvertito dell'anima, e a lui rischiarati di una luce improvvisa i più riposti penetrali del cuore. La santa tenerezza di due vite non affratellate dalla comunanza del sangue, può rimanere come un abisso invarcabile per esse, fino a tanto che duri, colla calma usata degli eventi, la rispettosa consuetudine. Ma viene il tremuoto a scuotere dal profondo la terra, e l'abisso incontanente si colma; una sventura, tremuoto dell'anima, rompe i vincoli della consuetudine, e l'amore trabocca nell'ossequio, lo copre, lo compenetra nel suo torrente di lava. Tutto ciò era accaduto; la tenerezza aveva ceduto il luogo all'amore. E quel giorno medesimo che doveva schiudere un nuovo orizzonte a quelle due vite, mostrar loro nella unione l'indirizzo a quella felicità di cui erano sì degne, quel giorno medesimo le aveva separate, divelte violentemente l'una dall'altra. Egli ramingo; ella perduta per lui. Povero Salvani! povero gladiatore ferito! egli non si alzava altrimenti sulle ginocchia, che per ricadere da capo.
Questi pensieri lo accompagnarono fino alla meta del suo viaggio, dove gli si parò davanti agli occhi un palazzotto quadrato, sullo stile del cinquecento, colla sua torre da un fianco, e la sua cappella dall'altro, aggiunta del secolo decimo settimo, come era facile argomentare dai fregi barocchi della facciata. Un piazzale partito ad aiuole di giardino, e ornato di spalliere di aranci e limoni, correva sulla fronte dell'edifizio. Tutt'intorno, la collina era coltivata, e i ciglioni delle fruttaglie, coperte di pampini, mostravano che il dilettevole era stato sacrificato all'utile dai signori del luogo. Per compenso a questa usurpazione agricola, un bosco foltissimo di castagni si distendeva alle spalle del palazzotto, a cui serviva di cornice, ed esso medesimo appariva incorniciato, sui lembi lontani della costa, da una doppia selva di pini, roveri, frassini, corbezzoli e di ogni altra maniera di piante, che vivono in facile compagnia sulle nostre montagne ligustiche.
In altri tempi la Montalda doveva essere stata una bella dimora, ma sempre di molto severa apparenza. E assai più severa, quasi selvaggia, appariva allora agli occhi di Lorenzo Salvani, a cagione della lunga trascuranza de' suoi signori, e dello squallore che sempre tien dietro alla solitudine. Le persiane tutte chiuse, mostravano per due ordini il loro verde sbiadito; anche la tinta giallognola della facciata, qua e là macchiata dagli sgoccioli nerastri delle finestre, accusava per molte bianche sfaldature dell'intonaco i suoi lunghi anni di servizio.
Un vecchio dalla pelle rugosa, dall'aspetto severo come e forse più del palazzo, levò il capo, all'avvicinarsi di Lorenzo, dal mezzo d'un'aiuola, e si fece innanzi, col sarchiello in una mano e il cappello nell'altra, ad ossequiare sua Eccellenza. Senonchè, come gli fu dappresso, vedutolo bruno e non biondo, poi meno aitante della persona che non fosse Aloise, ammutolì, chiedendogli col gesto che cosa volesse lassù.
Lorenzo, precorrendo quel gesto, aveva già cavato di tasca una lettera.
—È qui l'Antonio?—diss'egli.
—Antonio son io,—rispose il vecchio.
Il Salvani gli porse allora la lettera, che egli con molto rispetto, ma con altrettanta prontezza, si fece a leggere, non senza meraviglia del giovine, che lo vedeva correre così spedito da un verso all'altro dello scritto, come uno de' più esercitati lettori. Veramente, all'aspetto pareva uno zotico villanzone; ma egli era come le melagrane, le quali non hanno di ruvido che la buccia, e celano a centinaia i rubini nel grembo. Nato alla Montalda, Antonio era il più fidato servitore dei castellani; e quando la marchesa di Montalto, morto il marito, si ritrasse a vivere lassù, egli, vecchio arnese della casa, egli che aveva palleggiato sulle sue braccia Aloise bambino, egli che aveva aiutato a rinchiudere nella sua cassa di piombo il marchese Alessandro, egli era rimasto il servo confidente della marchesa Eugenia, egli aveva assistito al lento struggersi di quella santa vittima di un triste Imeneo.
Letta la lettera, che era, come già s'è indovinato, del marchese di Montalto, il vecchio accennò rispettosamente a Lorenzo di seguirlo; quindi, deposto il sarchiello sul ciglio dell'aiuola, lo precedette nel palazzo, spiccò da un chiodo un mazzo di chiavi e salì al primo piano, dov'era una gran sala, le cui alte pareti erano ornate di vecchi ritratti. Tali almeno parvero a Lorenzo, che poco poteva discernerli in quella scarsa luce vespertina che trapelava delle imposte chiuse.
Sempre taciturno, il vecchio gastaldo andò verso un uscio in capo alla sala, e apertolo, si ritrasse per dare il passo all'ospite. Era colà il quartierino di Aloise, che faceva riscontro a quello di sua madre, posto dall'altro lato della sala. Un'anticamera, uno studio, la camera da letto e lo spogliatoio, formavano quel piccolo appartamento, arredato con una severa semplicità che piacque a Lorenzo, il quale amava molto le vecchie masserizie, e non poteva mandar giù il fasto degli arredi, se non era passato per la trafila di due secoli almeno.
Colà si ridusse Lorenzo; e il giorno di poi la sua tristezza s'era già cosiffattamente accomodata a quella solitudine, come se egli non avesse avuto altra dimora da un anno. Egli si avvezzò ad Antonio, Antonio a lui; l'uno e l'altro senza barattar parole, salvo nei casi di vera necessità.