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BIBLIOTECA AMENA
AD UNA LIRA IL VOLUME
15 Ottobre 1905. —N. 691— 15 Ottobre 1905.
ANTON GIULIO BARRILI
Il Ritratto del Diavolo
ROMANZO
MILANO—FRATELLI TREVES, EDITORI—MILANO
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QUARTO MIGLIAIO
IL RITRATTO DEL DIAVOLO
I.
Lettori gentili, siete mai stati ad Arezzo? Se non ci siete mai stati, vi prego di andarci alla prima occasione, anche a costo di farla nascere, o d'inventare un pretesto. Vi assicuro io che mi ringrazierete del consiglio. La Val di Chiana è una tra le più amene e le più pittoresche "del bel paese là dove il sì suona". Anzi, un dilettante di bisticci potrebbe sostenere che il sì è nato proprio in Arezzo, poichè fu aretino quel monaco Guido, a cui siamo debitori della scala armonica. Ma, a farlo apposta, Guido d'Arezzo non inventò che sei note, dimenticando per l'appunto di inventare la settima. Forse, ribatterà il dilettante di cui sopra, Guido non ha inventato il si, perchè questo era già nella lingua madre, o il brav'uomo non voleva farsi bello del sol di luglio. Comunque sia, andate in Val di Chiana e smontate ad Arezzo. La città non è vasta, ma che importa? Il Guadagnoli, che era d'Arezzo, pensava forse alla sua terra, quando diceva ad una graziosa dama:
Signora, se l'essere
Piccina d'aspetto
Vi sembra difetto,
Difetto non è.
A buon conto, la città è piccola, ma ci ha le vie larghe, pulite e ben selciate, il che non si trova mica da per tutto; possiede molte ed insigni opere d'arte, un prefetto, un vescovo, due buoni alberghi e un caffè dei Costanti, che vi dà subito l'idea di una popolazione d'innamorati. La qual cosa non mi farebbe punto specie, poichè le aretine son belle di molto, tanto da far dimenticare perfino i grandi uomini che son nati in Arezzo, da Mecenate, amico d'Augusto, a Francesco Redi, amico del vino.
Frattanto, lettori gentili, venite in Arezzo con me. Non ci si va col vapore, ma a cavallo, perchè siamo cinque secoli addietro; si passa una delle quattro porte della città, che è cerchiata di mura per un giro di tre miglia, e si scende alla bottega di mastro Jacopo da Casentino.
Dico bottega, per andare coi tempi; ma oggi si dovrebbe dire studio, perchè mastro Jacopo da Casentino era un pittore, e meritamente annoverato tra i migliori del suo tempo. Era nato a Prato vecchio, nella famiglia di messer Cristoforo Landino, e il nome patronimico lo aveva avuto da un frate di Casentino, guardiano al Sasso della Vernia, che l'aveva preso a ben volere, e, vedendo la sua inclinazione all'arte del dipingere, lo aveva acconciato con Taddeo Gaddi, nel tempo che questo valoroso scolaro di Giotto era a lavorare nel suo convento.
Sotto la scuola di mastro Taddeo, il giovinetto Jacopo aveva profittato grandemente, sì nel disegno, sì nell'arte del colorire. Erano quelli i bei tempi della pittura. Giotto, con nuova maniera, sciogliendo la figura umana dalle rigidezze dell'arte bisantina, aveva additata una strada su cui tutti i giovani si gittavano animosi, sperando di avanzare in eccellenza il maestro. E Jacopo, andato a Firenze con Taddeo Gaddi, non fece torto alle speranze che questi aveva concepite di lui, dipingendo tra l'altre cose il tabernacolo della Madonna di Mercato Vecchio e le vòlte d'Orsanmichele, che aveva ad essere il granaio del Comune.
Rimasto alcuni anni col Gaddi, come a provar le sue forze, e persuaso oramai di poter volare da sè, Jacopo era tornato nel suo Casentino, e in Pratovecchio, in Poppi e in altri luoghi della valle medesima, aveva dato mano a molte opere di cui s'era vantaggiata la sua fama, non così la sua borsa. Dopo di che, adescato da più ragguardevoli offerte, si era ridotto a stabile dimora in Arezzo, che allora si governava da sè medesima, col consiglio di sessanta cittadini dei più ricchi e più onorati, alla cura dei quali era commesso tutto il reggimento.
Mastro Jacopo non era solamente pittore, ma pizzicava eziandio d'architetto. E perchè in Arezzo scarseggiavano le acque, fin dal tempo dei Goti, che avevano guasti i condotti onde l'acqua scendeva dal poggio di Pori in città, fu commesso a mastro Jacopo di ricondurvela. Il che egli fece a sua lode, portandola per nuovi canali fin sotto le mura, ad una fonte detta allora dei Guinicelli, e poscia, corrottamente, dei Veneziani.
Ma questo sono notizie che importano poco al soggetto. Passiamo, dunque, senza fermarci troppo sull'architettura di mastro Jacopo, e raccontiamo ai lettori che da molti anni il degno artefice aveva messo su famiglia, e viveva felice, come può esserlo un uomo in questa valle di lagrime, che non è tutta una Val di Chiana, pur troppo. Intanto, seminava dei suoi affreschi tutte le chiese di Arezzo, facendo prova di una maniera e dì una pratica maravigliosa.
Un'altra fortuna era toccata a mastro Jacopo; quella io vo' dire di mostrare ad un altro, e con frutto, i principii di quell'arte che a lui aveva insegnata il Gaddi. Ai giorni nostri i pittori non fanno più scuola, o non si rodono di avere dei buoni discepoli, come una volta. Ogni artista lavora per sè, gelosamente tappato nel suo studio, quasi temendo che altri gli rubi il tocco, o l'impasto dei colori. Ma in quei tempi di vita rigogliosa per l'arte, era una festa aver gente dattorno, e un pittore non si teneva per maestro, se non aveva una mezza dozzina di scolari, uno dei quali, uno almeno, di più facile ingegno e di più pronta volontà, seguitasse la maniera, serbasse le tradizioni del principale e facesse onore alla scuola.
Di questi scolari, o garzoni, o fattori (come si dicevano in quel tempo che lo studio d'un pittore si chiamava bottega) mastro Jacopo ne aveva parecchi; ma uno solo meritava il nome di discepolo, e si domandava Spinello, figlio ad un certo Luca Spinelli, fiorentino, che era andato forse vent'anni addietro ad abitare in Arezzo, quando, una volta fra l'altre erano stati discacciati da Firenze i Ghibellini. Arezzo, se nol sapete, era ghibellina nell'anima.
Spinello Spinelli era un bel giovinottino, nato pittore come Giotto, e inclinato fin da fanciullo ad operare nel disegno tali miracoli, che non si sarebbero creduti possibili senza la disciplina di ottimi maestri. Jacopo di Casentino, veduti i suoi tocchi in penna, lo aveva voluto a bottega. E Spinello non si era fatto pregare; che anzi, moriva dalla voglia di andarci, specie dopo che aveva veduta e ammirata nel Duomo vecchio la più bell'opera di mastro Jacopo.
Ora, la più bell'opera di mastro Jacopo, che Spinello potesse ammirare nel Duomo vecchio, non era già il ritratto di papa Innocenzo VI, come qualcuno potrebbe credere a tutta prima. La più bell'opera di mastro Jacopo era madonna Fiordalisa, a lui nata in Firenze, quando egli stava laggiù, ai servigi del Gaddi.
Dico Fiordalisa, per non ingenerar confusione. Ma i toscani d'allora non sentivano nessuna ripugnanza a dire madonna Fiordaliso, in quella stessa guisa che non ne sentivano a dire madonna Fiore, madonna Belcolore, e via di questo passo, concordando un nome mascolino con un nome femminile. Del resto, la grazia e l'eleganza femminile c'erano tutte, nel viso di madonna, spiravano da ogni parte della sua bella persona, e le desinenze non ci avevano nulla a vedere.
Fiordalisa, nata a Firenze, era in Arezzo da pochi mesi; ma fin dai primi giorni del suo arrivo colà, era stata veduta, notata e riconosciuta come un miracolo di bellezza. È facile che si nasconda un grand'uomo, in mezzo alla moltitudine, e che rimanga ignoto, in una città nuova per lui; ma non c'è caso che si nasconda egualmente una bella ragazza. Il primo che l'ha vista, poniamo anche di sbieco, ne passa parola ad un altro, e questi ad un terzo, anche prima di averla intravveduta lui; donde avviene che fin dal primo giorno che è stata annunziata la selvaggina, un centinaio di bracchi da punta sieno sguinzagliati alla macchia.
Ora, i giovinotti d'Arezzo non s'erano mica indugiati per istrada; avevano scoperto subito la bella fiorentina, l'avevano scovata, levata, come i suoi concittadini avrebbero levato il grillo dal buco, la mattina dell'Ascensione. Fiordalisa non esciva di casa che i dì di festa, per andare nel Duomo vecchio agli uffizi divini. Ma tanto bastava perchè la vedessero tutti, e perchè ci fossero di gran capannelli sul sagrato del Duomo, quando ella doveva passare.
Spinello Spinelli l'aveva vista a quel modo, come tutti gli altri. Era un giovinotto allegro, che portava il cervello sopra la berretta. Ma da quel giorno che vide madonna Fiordalisa, incominciò a pensare con qualche rammarico alla sua condizione, che non gli permetteva di passare avanti a tutti i suoi giovani rivali. Vi ho già detto che era figlio d'un fuoruscito fiorentino. Luca Spinelli esercitava un'arte, a Firenze, e ci aveva anche quattro sassi al sole; ma l'arte era nulla, senza clientela, e di quei quattro sassi gliene avevano fatto vento i Guelfi, dopo averlo sbandito dalla città. Non dissimilmente avrebbero adoperato i Ghibellini, se a loro fosse toccato di poter bandire i Guelfi; non c'era dunque da gridare all'ingiustizia. A quei tempi si usava così. Oggi, la Dio grazia, abbiamo un pochettino di progresso, e certe cose non si fanno più; ci si restringe a desiderarle.
Ma se Spinello non era ricco, aveva tuttavia una gran forza per sè; era giovine e innamorato morto. Madonna Fiordalisa era la figlia d'un pittore. Vedete come il destino aveva disposte le fila! Anche lui era un pittore, o almeno poteva diventarlo; poichè l'inclinazione c'era, ed anche una certa pratica naturale. Fino allora, egli aveva disegnato per capriccio: da quel giorno incominciò a disegnare per passione. Si fa così bene quel che si fa, quando si pensa ad una bella donna! Sopra tutto, poi, quando si capisce che é l'unica via per giungere a lei!
Mastro Jacopo lavorava allora nella chiesa di San Domenico, e più propriamente in una parte della chiesa, cioè a dire nella cappella di San Cristofano, ritraendovi al naturale il beato Masuolo, profeta minimo, il quale, ne' suoi tempi, predisse molte disavventure agli Aretini. L'opera gli era commessa da un mercante de' Fei, che aveva molto a lodarsi del Santo, per esserne stato liberato dal carcere. E mastro Jacopo aveva per l'appunto rappresentato il Santo nell'atto di fare quel miracolo, che oggi si farebbe con uno sbruffo ai guardiani, o con un buco nel muro.
Spinello, come potete argomentare, andò in San Domenico, incominciò a piantarsi davanti alla cappella di San Cristofano e diventò un grande ammiratore dei miracoli del beato Masuolo, o almeno di quel tanto che se ne poteva scorgere attraverso le commessure del tavolato. Mastro Jacopo non tardò ad avvedersi di quella curiosità e chiese al giovanotto se per caso volesse vedere l'affresco prima del mercante, che gli aveva data la commissione.
—Maisì, messere;—rispose Spinello, facendosi un coraggio pari alla gravità del caso.—Il mercante vi pagherà l'opera vostra una volta sola; io l'ammirerò quante volte vi piacerà di lasciarmela vedere prima d'ogni altro.
—Ecco una ragione che mi capacita;—disse mastro Jacopo, facendo bocca da ridere.—Ma ti piacerà poi da senno, il mio beato Masuolo? Vieni sul ponte e sia come ti pare.—
Spinello non se lo fece dire due volte; salì sul ponte, osservò la composizione e rimase a bocca aperta, com'era naturale che facesse, e per la bontà intrinseca del dipinto e per il desiderio che aveva di entrare nella grazia dell'artefice.
—Per caso,—gli disse mastro Jacopo a un tratto;—anche tu saresti pittore.
—Mainò, messere;—rispose Spinello, chinando umilmente la fronte;—ma sarei felice di diventarlo, sotto la vostra disciplina.
—Perchè no? Vediamo anzi tutto che cosa sai fare. Un O, come Giotto?
Una linea come Apelle?
—Ohimè, maestro, assai meno. Disegno alla meglio, o alla peggio, come vi parrà meglio, senza ombra di studio.
—Bene! To' i pennelli e la sinopia;—gli disse mastro Jacopo.—Vai là, al muro, dove non è ancora stata messa la calce fresca, e segna un contorno.—
Spinello non domandava altro. Ma, per sicuro che fosse di non far troppo male, non poteva difendersi da un certo rimescolamento, dovendo operare così sotto gli occhi del maestro. Se gli fosse riuscito di far bene alla prima, che fortuna! Basta, il giovinotto pensò a madonna Fiordalisa, afferrò il pennello, lo intinse nel vaso e si mise all'opera, tratteggiando sulla parete una mezza figura di San Giovanni. L'aveva attaccata alla brava e la tirò via alla lesta, per non aversi a pentire, e perchè il pennello non avesse a tremargli fra le dita.
Mastro Jacopo stette zitto, sulle prime, a vederlo lavorare: poi, come gli balzò davanti agli occhi la figura abbozzata, borbottò un cenno d'approvazione.
Spinello si era dimostrato valente ed accorto. Valente, perchè il suo disegno era buonino; accorto, perchè quella mezza figura era una copia fatta a memoria, d'un San Giovanni che mastro Jacopo aveva dipinto qualche mese innanzi in San Bartolomeo, nella cappella di Santa Maria della Neve.
—Ah, ah!—disse mastro Jacopo, a cui si spianavano in fronte le rughe, accumulate pur dianzi nella arcigna severità del suo atteggiamento di giudice.—Tu studi l'arte nuova, giovinotto.
—Maisì, maestro. Ed è la buona, mi pare.
—Eh, sì e no. Bisognerebbe, ad esempio, saper scegliere un po' meglio tra nuovi e nuovi. Giotto di Bondone è un gran maestro, e Taddeo Gaddi gli si stringe ai panni. Ti consiglio d'imitare questi due. L'altro, da cui t'è piaciuto di copiare, è un artista da dozzina, il quale non si raccomanda che per un poco di buona volontà.
—Voi gli siete nemico, maestro;—rispose argutamente il giovine.—Lo
si vede dalle vostre parole. Ma io lo difenderò anche contro di voi.
Per esempio, quella sua storia di San Martino, nella cappella del
Vescovado….
—Ahimè, ragazzo, ahimè!—interruppe mastro Jacopo con un sorriso che faceva contro alla mestizia della interiezione.—Bisogna essere stati a Firenze e aver visto il Convito di Erode, che Giotto ha dipinto nella cappella dei Peruzzi di Santa Croce; bisogna essere stati nella cappella del Palagio del Podestà, e aver visto quel Dante Alighieri, improntato di tanta dolcezza, che pare una cosa di cielo! Ma già, tu non vuoi intender nulla, ragazzo mio. Come ti chiami?
—Spinello, di Luca Spinelli, messere.
—Ah, conosco tuo padre di nome, ed anche di veduta. È un uomo per bene. E tu dunque, vuoi diventar pittore? Vediamo, che cos'hai fatto finora?
—Poca cosa, maestro. Degli schizzi, dei tocchi in penna….
—Dal vero?
—Maisì, maestro, dal vero, ed anche ricordando le cose vedute.
—Già, come questo San Giovanni;—ripigliò mastro Jacopo, crollando la lesta—-Non copiar che dal vero, sai; oppure da Giotto, poichè non vide meglio di lui chi vide il vero. Del resto, portami i tuoi occhi in penna. Li vedrò volentieri.—
Mastro Jacopo, intanto, scendeva dal ponte per ritornarsene a casa.
Spinello Spinelli domandò in grazia di poterlo compagnare un tratto.
Tanto, era tutta strada per lui, essendo la sua abitazione da quella
medesima parte della città.
Come furono in via dell'Orto, poco lunge dal Duomo, il giovane disse a mastro Jacopo:
—Ecco l'uscio di casa mia. Se permettete, maestro, dò un salto fin lassù, prendo i miei disegni, che avete mostrato desiderio di vedere, e vi raggiungo subito.
—Fa come ti piace;—rispose mastro Jacopo.
Spinello Spinelli andò via lesto come un capriolo, anzi come uno scoiattolo; fece una manata delle sue carte, e, scendendo gli scalini a quattro a quattro, ritornò sulla via. Mastro Jacopo quando egli lo raggiunse, non era ancora giunto all'angolo del Duomo.
Il vecchio pittore diede una rapida occhiata a tutti quei fogli. Erano studi dal vero, o reminiscenze, motivi buttati là, con un fare tra l'accorto e l'ingenuo, che indicava una vera e fortunata indole d'artista. Spesso non erano che quattro tocchi; ma in quei quattro tocchi si vedeva la natura colta sul vivo.
Mentre egli così sfogliava i quaderni del giovine seguitando la sua strada verso casa, gli venne veduta tra l'altre cose una figura di donna. Era a mala pena accennata, ma il pittore non durò fatica a riconoscere d'onde Spinello avesse tratto il suo tipo. E così, di sbieco, mentre guardava la figura, gittò un'occhiata al suo giovine compagno.
Spinello non vide lo sguardo del pittore, ma lo sentì, e si fece rosso in volto. Maledetta furia! O non avrebbe potuto egli aspettare una mezz'ora, e portare egli i disegni a casa del maestro? Per la smania di far presto, come se temesse di perdere l'occasione, aveva preso tutto alla rinfusa, e quei quattro segni, in cui egli aveva fissato il ricordo di madonna Fiordalisa, cadevano contro sua voglia sotto gli occhi del babbo.
—In verità,—diss'egli allora, tanto per isviar l'attenzione del pittore,—son povere cose e certamente indegne di voi. Ma, che volete? non so far altro.
—Che! che!—rispose mastro Jacopo.—La modestia è una bella cosa, ragazzo mio; ma tu ora fai torto alla natura, che ha voluto indicarti molto chiaramente la tua vocazione. Ho caro di averti conosciuto. Cimabue si tenne fortunato di essersi imbattuto in un pastorello che disegnava le pecore del suo armento sui lastroni di Vespignano. Io avrò in quella vece posta la mano su d'un artista formato.—
E dentro di sè, mastro Jacopo, come rispondendo ad una osservazione del suo spirito famigliare diceva:
—Dopo tutto che male c'è? Se un artista simile diventasse mio genero, dovrei averne dicatti. Sarebbe il miglior modo per legarlo alla mia scuola e farmene un aiuto.
Indi, ad alta voce, mastro Jacopo proseguì:
—Vieni a bottega quando ti piace, anche oggi, se tuo padre si contenta, io mi contento e godo. Non metto che una condizione ad averti con me.
—Quale? Io l'accetto fin d'ora;—disse Spinello, a cui brillavano gli occhi dalla contentezza.
—Di tenere i tuoi tocchi in penna per me. Ci serviranno ad entrambi per ricordo di ciò che eri, quando sei entrato a bottega da me.—
Spinello non capiva in sè dalla gioia. Un'ora dopo quella conversazione, egli tornava dal pittore in compagnia dì suo padre. Luca Spinelli e Jacopo di Casentino s'intesero facilmente, e il giovine Spinello rimase a' servigi del maestro.
Quella sera, madonna Fiordalisa fu vista da lui nella luce modesta delle pareti domestiche. Dio santo, com'era bella! Due cotanti più bella delle altre volte, quando egli la vedeva in Duomo, agli uffizi divini, con gli occhi bassi e la testa e il collo gelosamente custoditi da un velo di seta bianca, assai largo, che le scendeva giù per le spalle.
Vestita così semplicemente, d'una veste di ferrandina a larghe pieghe, le quali scendevano in bei partiti dal fianco, senza fronzoli che dissimulassero le curve gentili del busto con le maniche lisce e la radice del collo a mala pena coperta da un baveretto bianco, madonna Fiordalisa era un miracolo di eleganza e di grazia. La testa, incoronata di capegli castagni, e il profilo del volto rosato, mostravano una delicatezza di contorni e una soavità di espressione, che a lui veramente parve di non aver vedute prima d'allora.
Fiordalisa riconobbe in quel giovine uno dei suoi cento curiosi ammiratori del Duomo. Egli, per altro, era il più riguardoso di tutti. Come mai aveva egli potuto essere il più ardito, tanto da penetrare per il primo in sua casa?
Mentre questo pensiero si affacciava alla sua mente, mastro Jacopo le disse:
—Ecco un nuovo scolaro. Sarà il primo di tutti, se continua come ha cominciato, e sopra tutto se non mette il capo alle frascheria della gioventù.—
A quella parole di suo padre, Fiordalisa, che si era posta da principio in sul grave, divenne tosto più umana e salutò cortesemente il nuovo venuto.
Egli, del resto, si contenne da uomo di garbo. Non aveva occhi che per mastro Jacopo e pendeva dalle sue labbra. Chi vuol la figlia, accarezzi la mamma, dice il proverbio. Ora la figlia di mastro Jacopo da lungo tempo aveva perduta la mamma, non restava a Spinello che di accarezzare il babbo. E i babbi s'accarezzano, stando a sentirli con attenzione, senz'altra noia che di dover dir loro ad ogni tanto: et cum spiritu tuo.
Affrettiamoci a dire che Spinello non si annoiava punto in quell'ufficio modesto. Jacopo era un buon maestro e Spinello sentiva una gran voglia d'imparare. Finalmente se aveva l'aria di badar poco a madonna, questa non doveva apporglielo a negligenza. Si dicono tante cose, tacendo! Egli a buon conto, non ne diceva che una. Quando gli accadeva di muover la testa e di volgersi a lei, diventava del color della fiamma.
Ora una donna, quando vede di simili cose, non ha mestieri di lunghi discorsi, nè di lunghe contemplazioni. L'essenziale è che conosca il valore delle tinte. Ma questo, come non conoscerlo, quando si ha per babbo un pittore?
II
L'entrata di Spinello Spinelli ai servigi di mastro Jacopo da Casentino fece chiasso nella scuola. Egli era caduto là come un sasso in una pozzanghera, facendo schizzare acqua e fango d'ogni parte. Sicuro, anche fango. Certe acque non appaiono pulite se non quando e fino a tanto son chete. Provatevi a rimestarle!
Nella bottega di mastro Jacopo erano cinque garzoni. Di quei cinque, soli due potevano passare, ed essere considerati come speranze per l'arte. Gli altri non promettevano nulla, e mastro Jacopo li adoperava a mesticare i colori, a macinare le terrene sulla pietra, a far le imbasciate della bottega, a portargli la cartella dei disegni e la scatola dei pennelli, quando andava a lavorare fuori via.
Quei cinque lasagnoni, com'egli spesso usava chiamarli, con dimestichezza punto piacevole a loro, si domandavano, Tuccio di Credi, Lippo del Calzaiuolo, Parri della Quercia, Cristoforo Granacci e Angiolino Lorenzetti, soprannominato il Chiacchiera. Nessuno di costoro salì in eccellenza nell'arte del dipingere, quantunque due, come vi ho detto, lo avrebbero potuto, cioè Parri della Quercia e Tuccio di Credi. Ma il povero Parri della Quercia morì giovane, non lasciando raccomandato il suo nome che ad una tavola di Santa Margherita, nella chiesa cattedrale di Cortona; e Tuccio di Credi…. Quanto a Tuccio di Credi, egli avrebbe fatto opera più degna, morendo lui, in luogo di Parri della Quercia.
L'apparizione di Spinello Spinelli nella bottega di mastro Jacopo aveva destato un vero baccano in mezzo a quei cinque fattori. In primo luogo perchè nessuno sapeva che quel giovinottino elegante fosse un pittore. Per esser riconosciuti pittori, a quel tempo, bisognava essere entrati fanciulli ai servizi di un vecchio artista, aver macinata per qualche anno la terra di Siena, aver fatto cuocere il travertino, di cui si faceva il bianco per gli affreschi, e portata magari la zuppa al principale, quando lavorava sui ponti, e non ismetteva per tutta la giornata, temendo giustamente che gli avesse a seccare l'intonaco.
Un'altra cagione di meraviglia tra i cinque scolari di mastro Jacopo era questa, che il nuovo venuto si presentava con un quaderno di tocchi in penna, che diceva di aver fatti lui, senza preparazione di studi. Questo, a dir vero, non significava nulla. Ognuno, a cui piaccia, può imbrattare un foglio di carta e credere d'aver fatto un disegno. Ma il guaio era che mastro Jacopo aveva lodati i disegni del nuovo venuto, proponendoli come esempio ai vecchi della scuola.
—Ecco qua,—aveva detto, mettendo il rotolo dei fogli sotto il naso dei suoi fattori,—lasagnoni, imparate. Quando vi dico che bisogna copiare dal vero! Voi altri, invece, perdete il vostro tempo a grattarvi le ginocchia. Si intende, quando non giuocate a zara.—
Rimasti soli davanti ai disegni di quel famoso artista che era piovuto dalle nuvole, i cinque scolari di mastro Jacopo avevano sfogliato il quaderno e guardato curiosamente ciò che formava l'argomento delle sue meraviglie. Si capisce alla bella prima che avevano trovato tutto mediocre. Non c'era franchezza di tocco; i contorni erano duri; gli atteggiamenti goffi; le pieghe così trite, che peggio non avrebbe fatto Cimabue nei suoi primi tentativi. Che cosa aveva inteso il maestro, proponendo loro ad esempio gli sgorbi di quel principiante? Di canzonarli, forse?
In quella che stavano guardando e criticando alla libera, uno di essi scappò fuori con un grido di stupore.
—Che cos'ha veduto, il Chiacchiera?—domandò Tuccio di Credi.—Forse il basilisco?
—In fede mia,—ripigliò il Chiacchiera,—questo non lo ha veduto di certo il maestro.
—Che cosa? Il basilisco?—disse ridendo il Granacci.
—Questo ritratto;—rispose il Chiacchiera, senza badare allo scherzo dei compagni.—Perchè, infatti, è un ritratto. Vedete qua!—
E levato dal quaderno il foglio che aveva destata la sua attenzione, lo pose sotto gli occhi della brigata.
C'erano parecchie figure disegnate su quel foglio; ma il Chiacchiera ne indicava una tra tante, che si vedeva nel mezzo, tirata giù alla brava, come una impressione momentanea. Avete già indovinato che era una figura di donna. Con due tratti di penna era segnata la veste, lunga, a larghe pieghe, accennate, anzichè delineate, da qualche zaffardata d'inchiostro. Le braccia, che escivano di sotto ai lembi frastagliati del manto, si raccoglievano sul taglio della vita, e la mano destra, sovrapposta all'avambraccio sinistro, sosteneva un piccolo uffiziuolo. Sulla testa era gittato un velo che scendeva fino agli òmeri e si confondeva col manto. I contorni della figura e i pochi segni con cui era accennato il viso, apparivan di persona viva, colta da una mano maestra, sull'atto di recarsi alla chiesa.
—Eh, che vi pare?—continuò il Chiacchiera.—Non la riconoscete?
—La figlia del maestro!—gridò Lippo del Calzaiuolo.
—To', è vero;—soggiunse Cristofano Granacci.—È madonna Fiordalisa.
—Infatti,—disse a sua volta Parri della Quercia,—è proprio lei, o una che le somiglia di molto. Ma perchè dicevi tu dianzi che il maestro non ha veduto questo disegno! È impossibile che non abbia riconosciuta la sua figliuola.
—Eh,—rispose il Chiacchiera, stringendosi nelle spalle,—in questo caso bisognerà dire che si è innamorato dello scolaro in grazia del ritratto che questi ha fatto della sua Fiordalisa. Già, l'ama tanto!
—Se non c'è bisogno d'altro, per entrar nelle grazie di mastro Jacopo,—esclamò Cristofano Granacci,—glielo facciamo tutti, il ritratto a madonna Fiordalisa.
—Credete che sia così facile?—entrò a dire Parri della Quercia.
—Perchè no? Che cosa c'è egli di tanto difficile?—ribattè il
Granacci.
—Tutto;—rispose Parri.—-Non avete osservato come ella si muta ad ogni momento?
—Già,—disse il Chiacchiera,—donna e luna, oggi serena e doman bruna.
—Non parlo dell'umore, parlo del tipo;—ripigliò Parri della Quercia.—È un tipo assai delicato, con una certa espressione, che non è sempre la stessa a tutte le ore del giorno.
—È vero, quel che dice Parri;—notò Lippo del Calzaiuolo.—Ci son de' momenti che non sembra più lei.—
Tuccio di Credi torse le labbra e diede un'alzata di spalle.
—Baie!—diss'egli—-I contorni non si mutano mica così facilmente!
Sarà quistione delle parti mobili, le labbra e gli occhi.
—Già, le labbra e gli occhi;—rispose Parri della Quercia.—E ti par poco! Ora, se un moto delle labbra, o un diverso grado di forza nello sguardo, basta a cangiarti l'espressione del volto, mi pare che la immobilità dei contorni non ci abbia nulla a vedere. Piuttosto è da chiarire quale delle due parti mobili ha maggiore virtù nel cangiamento del tipo.
—Dev'esser la bocca;—osservò Lippo del Calzaiuolo.
—Infatti,—disse il Chiacchiera,—quando madonna Fiordalisa sorride, vi apparisce due tanti più bella.
—Non si tratta di sapere quando apparisca più bella, poichè lo è sempre moltissimo;—replicò Parri della Quercia.—Io ho detto soltanto che ella vi muta espressione, e sembra avere un'altr'aria da quella di prima. È sempre lei, per chi la conosce, e tuttavia è un'altra bellezza. Il pittore che la ritraesse in uno di quei punti, crederebbe di non averla resa con verità, se la vedesse in un altro.
—Pure,—notò il Chiacchiera,—questo Spinello, che non è un pittore, e neanche un principiante, con due tratti di penna ce l'ha fatta ravvisare alla prima.
—Bella forza!—esclamò Tuccio di Credi.—È una somiglianza ottenuta nel complesso; buon per lui che non è andato ai particolari. La sua parsimonia gli ha fatto buon giuoco. Vedete qua; con due tratti di penna vi ha data un'aria di madonna Fiordalisa. Se ne avesse aggiunti altri due, gli sarebbe andato a male ogni cosa.
—Che diamine gli è saltato, di fare il ritratto alla figlia del maestro?—chiese Cristofano Granacci.
—Oh bella!—esclamò il Chiacchiera.—E stenti tanto a capirla? Ne sarà innamorato. È così naturale che un giovanotto s'innamori d'una bella ragazza! Domandane a Tuccio di Credi: egli ti risponderà….
—Che sei uno scimunito;—interruppe Tuccio di Credi, dando al
Chiacchiera una guardataccia, che pareva volesse mangiarselo.
Ma il Chiacchiera non si spaventava per così poco.
—Oh, ecco,—gridò egli, ghignando,—ecco una riprova di ciò che ha detto Parri poc'anzi, sulla varietà delle espressioni. Guardate Tuccio di Credi, se non sembra tutt'altri. O Tuccio, chi ti facesse il ritratto in questo momento, in fede mia, non ti renderebbe un servizio.—
Tuccio di Credi, veduto così sottosopra, cioè computando l'una cosa per l'altra, poteva anche passare per un bel giovinotto. La carnagione, è vero, traeva all'olivastro; ma non è detto che l'olivastro sia un brutto colore, e ci son molti a cui simili impasti di giallo e di verde non dispiacciono punto. E poi, s'accordavano bene con quella tinta scura i capegli e le sopracciglia nerissime; di guisa che sotto quella vigoria di toni fuligginosi, l'olivastro delle carni poteva acquistare l'apparenza di un amabile pallore. Ma anche Tuccio di Credi aveva un tipo mobilissimo, che giustificava pienamente l'osservazione beffarda del Chiacchiera. Incominciamo a dire che nel suo volto si notavano due parti distinte, la superiore virilmente modellata, a contorni risentiti e gagliardi, l'inferiore timidamente condotta, quasi appena accennata. Si sarebbe detto che la natura, facendo quella testa, si fosse annoiata a metà dell'opera sua. Il naso, ad esempio, non era in proporzione con l'ampiezza della fronte; le labbra sottili e smorte mancavano di fermezza; il mento sfuggiva senz'altro. In quella faccia, fluita di mala voglia, c'era alcun che di stonato, che i pochi peli vani delle labbra e del mento non bastavano a dissimulare, e che la barba più folta non avrebbe potuto correggere. Anche gli occhi, neri, ma senza luce, dipinti di nerofumo, lasciavano qualche cosa a desiderare. Per solito, li vedevate poco; sfuggivano ad ogni esame. Quando Tuccio di Credi parlava con voi, quegli occhi guardavano sempre in basso e da un lato; poi, tutto ad un tratto, vi passavano dall'altro, senza che li aveste veduti fermarsi sui legacci del vostro giustacore. Osservando il rapido trapasso di quei due lumi spenti, pensavate involontariamente alla lucciola, che nel fosco della notte vi brilla trasvolando da destra, indi vi apparisce a sinistra, dopo esservi passata davanti alla chetichella, rattenendo il palpito della sua luce fosforica.
Mastro Jacopo, una volta aveva detto di lui:
—Tuccio di Credi non sarà mai un valente disegnatore. Un uomo che non guarda mai davanti a sè, può egli vedere quel che si faccia?
Alle beffe dal Chiacchiera. Tuccio di Credi aveva aggrottate le ciglia e si era morso le labbra. Indi, facendo spallucce, aveva risposto:
—Che grullerie! Basta che il primo venuto dica una cosa per chiasso, perchè tu ci fabbrichi subito un ragionamento. Già, non l'hanno battezzato il Chiacchiera per nulla. Oggi tu hai visto l'innamorato in una figurina di donna, e questo è anche peggio della trovata di Parri della Quercia. O che? Non si può egli vedere una bella ragazza per via, e sentire il desiderio di segnarne il profilo sulla carta, come si segna il profilo d'un frate che va alla cerca, o d'un cane che s'accosta al muro? L'uomo che vuole avanzare nell'eccellenza dell'arte, studia tutto quello che vede. E se gli capita di vedere qualche bella figura di donna, vuoi tu che chiuda gli occhi e dica: Domine salvum fac, come un santo eremita, esposto alle tentazioni del diavolo?
—Se almeno ce ne fossero due, qua dentro, di donne!—ribattè il Chiacchiera, che non voleva darsi per vinto.—Ma, a farlo a posta, non c'è che questa, non c'è.
—Non prova nulla.
—Prova moltissimo. Che non ci sian più belle donne, in Arezzo? O che abbiano presa l'abitudine di tapparsi in casa, quando passa il Giotto redivivo?
—Ah sì, Giotto ridivivo! Ben detto!—esclamò Lippo del Calzaiuolo.—Se ti sente mastro Jacopo, ti abbraccia e ti bacia sulle gote.
—Chi parla di mastro Jacopo?—gridò una voce, che mise lo scompiglio nella brigata.—E chi ho da baciar sulle gote, se è lecito?
—Maestro!—dissero i garzoni, tirandosi indietro mogi e confusi.
Il maestro si avanzò in mezzo al crocchio e vide il quaderno dei disegni di Spinello Spinelli.
—Ah!—riprese egli, con accento mutato.—Studiavate? Ammiravate anche voi quel che sa fare questo bravo giovinetto? Avanti, su, si faccia avanti quello che ho da baciar sulle gote, e mi dica cosa pensa di Spinello Spinelli.
—Maestro,—scappò fuori il Chiacchiera,—io non so se mi bacerete sulle gote, o se piuttosto non mi allungherete una pedata; ma dico, con vostra licenza, che questo Spinello ha voluto fare un ritratto, in questo piccolo schizzo.
—Orbene,—disse mastro Jacopo, rabbruscandosi;—e se avesse proprio voluto fare un ritratto, che ci vedreste di male voi altri?
—Niente, Dio guardi; niente nell'intenzione. Ma quanto all'esito del tentativo…. Vedete qua Tuccio di Credi, il quale sostiene che la somiglianza è tutta dovuta alla parsimonia dei tratti. Il vostro protetto ha trovata l'aria della figura, e nient'altro. Se dovesse fare un ritratto, si troverebbe molto impicciato.—
Mastro Jacopo crollò sdegnosamente le spalle.
—Eh via, lasagnoni! Quello è un giovane che, se vorrà fare un ritratto, anche da pittore novellino qual è, lo farà, in barba a tutti voi, quando avrete messo su barba.
—Parri della Quercia non è di questa opinione.
—Ah, Parri?… sentiamo qual è l'opinione di messer Parri della
Quercia.—
Parri, così tirato in ballo dalla imprudenza del Chiacchiera, si fece modestamente a rispondere:
—Io, veramente, maestro, non intendevo di togliere i meriti al vostro nuovo scolaro. Non lo conosco ancora di persona, ma lo stimo già assai per questi tocchi di penna, che voi ci avete proposti ad esempio. Dicevo solamente che madonna Fiordalisa….—
Jacopo di Casentino diede un balzo e guardò il migliore de' suoi discepoli con aria tra maravigliata e scontrosa.
—Che c'entra madonna Fiordalisa?—diss'egli interrompendolo.
—Eh, c'entra in questo modo,—rispose Parri della Quercia,—che nei
quattro tocchi di cui parlavamo dianzi, quando voi siete capitato….
Eccoli qua, del resto; non ci vedete il ritratto di madonna
Fiordalisa? Almeno almeno, si può dire che arieggiano la sua figura.
—-Sia pure;—disse mastro Jacopo, col piglio di chi non vuol negare nè ammettere una cosa.—E che cosa dicevi tu dunque?
—Dicevo che madonna può riconoscersi in questi contorni, ma che questo non può dirsi un vero ritratto. Un ritratto della vostra figliuola io l'ho per la cosa più difficile del mondo, se non per avventura impossibile. Madonna Fiordalisa ha un'aria così mutevole!
—Aria mutevole! aria mutevole!—borbottò mastro Jacopo.—Non so che cosa intendiate di dire, con quest'aria mutevole. I vecchi pittori non le conoscevano, queste novità del vostro gergo.
—Maestro,—entrò a dire il Chiacchiera, vedendo che Parri della
Quercia era rimasto mutolo,—sono le parti mobili del viso, che fanno
di questi scherzi. Il viso ha le sue parti mobili; è l'opinione di
Tuccio di Credi.—
Mastro Jacopo andava di meraviglia in meraviglia.
—Ah sì! Anche Tuccio di Credi ha un'opinione?—chiese egli, con accento sarcastico.
Tuccio di Credi fu toccato sul vivo da quelle parole, ma più dal tono canzonatorio con cui erano profferite.
—Che male ci sarebbe, maestro?—disse egli.—E che ci vedreste di strano?
—Niente, in verità; niente strano in voi altri. E non ci sarebbe neanche ombra di male, se almeno voleste prendervi il fastidio di lavorare. Siete lasagnoni, buoni a nulla…. Cioè, mi correggo; siete buoni a far chiacchiere; tanto che uno di voi ci ha buscato il soprannome. Ragionare di principii, far trattati, inventar dottrine, ecco il fatto vostro. Lavoro, vuol essere, lavoro, e poi sempre lavoro. Le ragioni dell'arte son qui, nel braccio e nella schiena; il resto non vale più che tanto. Fatemi la grazia di lasciare le ragioni dell'arte, i principii, i trattati, a coloro che sono invecchiati nell'operare. Anche voi, un giorno, quando sarete giunti a compieta, potrete dire ai giovani: così va fatto e così non va fatto. In nome di che? In nome della vostra esperienza. Senza di questa non ci son dottrine che tengano.
—Maestro,—osò dire il Chiacchiera,—voi restringete il campo dell'arte.
—Che campo m'andate voi sfringuellando? Il campo dell'arte! Ecco un'altra invenzione dei pittori parolai. Dovevate vederlo che cos'era il campo dell'arte, quando vivevano i grandi maestri. Non le si conoscevano mica, queste cianciafruscole ai bei tempi di Taddeo Gaddi e di Giotto!
—Giotto fu un rinnovatore dell'arte;—ribattè il Chiacchiera.—E noi dobbiam mirar tutti a fare del nuovo.
—Ah sì? E credete che sia possibile, far sempre del nuovo? Badate, lasagnoni, che le vostre novità non siano ritorni alle mosse. L'unica novità, che io possa raccomandarvi è questa: fate, fate, non vi stancate di fare. E per intanto smettete le ciance, che il fistolo vi colga!—
Ciò detto, maestro Jacopo si allontanò dal crocchio dando una poderosa alzata di spalle. Al quale atto il Chiacchiera rispose per tutti, facendo le boccacce. Poco stante si affacciava un giovinotto sull'uscio della bottega.
—È qui mastro Jacopo di Casentino?—chiese egli con aria peritosa.
—È qui;—rispose il Chiacchiera.—Che cosa volete da lui?—
Mastro Jacopo aveva udito la voce del nuovo visitatore, ed era subito escito sul limitare della sua camera.
—Oh, bravo, ragazzo mio, fatti avanti!—gridò egli.—Ti aspettavo. Eccoti in casa tua. Questi sono i tuoi compagni di lavoro; Tuccio di Credi, Parri della Quercia, Cristofano Granacci, Lippo del Calzaiolo, il Chiacchiera… cioè, diciamo prima il nome che ha avuto a battesimo, Angiolino Lorenzetti, e poi diremo quello che gli hanno appioppato le persone intendenti.—
Il giovane a cui erano presentati in quella forma gli scolari di mastro Jacopo, li salutò con un cenno grazioso del capo, indi soggiunse:
—Saremo amici, io spero.
—A voi, lasagnoni,—ripigliò maestro Jacopo,—salutate Spinello Spinelli, l'autore dei tocchi in penna che avete veduti poco fa. È un ragazzo che, se non si svia per cammino, farà parlare di sè.—
Gli scolari di mastro Jacopo s'inchinarono davanti a Spinello. Parri della Quercia gli stese la mano, dicendogli:
—Amico e fratello, se vi piace.—
Ma gli altri non si fecero così avanti, non si buttarono via come
Parri della Quercia.
—Saremo amici, io spero!—ripeteva sommesso il Chiacchiera, rifacendo il verso del nuovo venuto.—Vedete che degnazione! O che si crederebbe, per caso, d'essere il duca Namo di Baviera?
—O il Saladino;—soggiunse Lippo del Calzaiolo.
—Sarà poi Calandrino, e nulla più;—conchiuse Cristofano Granacci.
Tuccio di Credi non disse nulla; ma dentro di sè pensava:
—Amico tuo! Sei sciocco, affè mia, se lo speri!—
III.
Abbiano la mala pasqua i pessimisti, gli scettici, ed altri filosofi di tal fatta, i quali sostengono che l'uomo sia un animale invidioso per natura, e che le nostre buone qualità sieno solamente effetto di paziente educazione, come a dire di strofinamento e di verniciatura.
Grazie al cielo, e con licenza dei filosofi sullodatì, ci sono ancora delle anime intimamente buone, la cui virtù è frutto di generazione spontanea, non già conseguenza d'innesto sapiente, o d'arte giudiziosamente educatrice. E ci sono altresì degli uomini che non soffrono il male dell'invidia, neanche (e questo è meritorio da parte loro) quando vedono che Tizio o Caio ha ingegno o attitudine da superarli di gran lunga, in questa o in quella disciplina.
Vedete, ad esempio, il nostro bravo messer Jacopo di Casentino. Il vecchio scolaro di Taddeo Gaddi, il degno continuatore della tradizione di Giotto, indovinava facilmente che quel giovinottino da lui preso a bottega, quando avesse fatto un tantino di pratica nel maneggio dei pennelli, sarebbe diventato di schianto un artista insigne, un maestro, da lasciarsi addietro i migliori del suo tempo. E per lui, per quell'aquilotto che metteva appena i bordoni, mastro Jacopo aveva smosso il suo piglio burbero; per lui trovava le parole amorevoli, la placida assiduità degli insegnamenti, la ineffabile tenerezza dei conforti paterni.
Due sentimenti diversi lo persuadevano a ciò. Il primo era quello dell'ambizione. Esser maestro ad un discepolo che non aveva punto mestieri di rimproveri e così poco di incitamenti a far meglio, poter raccomandare il suo nome ad un nuovo argomento di gloria, eccovi l'ambizione di mastro Jacopo; ambizione legittima, e, quel che più monta, di effetto sicuro, si sarebbe detto un giorno: Spinello Spinelli, il famoso pittore d'Arezzo, era scolaro di Jacopo da Casentino. Degno del maestro il discepolo! E se pure si fosse dovuto dire: migliore del maestro la gran pezza, sarebbe stato poi un gran male? Avere indovinato un ingegno potente, averlo tratto dall'oscurità, avergli per così dire adattate le ali agli omeri, non è forse una gloria, un titolo di merito al cospetto dei posteri, specie quando un simil titolo si può metter di costa ad altri parecchi?
Ora, che mastro Jacopo di Casentino non s'ingannasse in questi suoi sogni ambiziosi, la storia dell'arte italiana lo ha dimostrato. La fama di Spinello Aretino ha confermata, se non per avventura accresciuta, la fama del suo vecchio maestro.
L'altro sentimento era d'indole affatto domestica. Gli dò mia figlia;—diceva tra sè mastro Jacopo.—Bello lui, come essa è bella: ha ingegno, salirà presto in eccellenza d'arte; avrò in lui un aiuto maraviglioso; prospererà la mia scuola; Arezzo contenderà la palma a Firenze….—
E qui mastro Spinello….Ma via, non precipitiamo nulla, raccontiamo le cose per filo e per segno, non mettiamo il carro avanti ai buoi.
Madonna Fiordalisa, ve l'ho già detto, si dimostrava umana col nuovo discepolo dì suo padre. Più volte nel corso della settimana, o con un pretesto o con l'altro, Spinello Spinelli era invitato a desinare dal maestro; onore che toccava di rado agli altri compagni suoi di bottega. Qualche volta anche lei discendeva al pian terreno; e certamente più spesso che non le accadesse da prima; ora per avvertire il babbo che si dava in tavola, ora per chiedergli il suo parere su questo o su quel particolare d'economia domestica, ed anche, perchè bisogna dir tutto, anche senza una ragione sufficiente per scendere. Ma già deve trovarla sempre, e per ogni cosa, la ragione sufficiente? I filosofi, che hanno voluto metterla come fondamento dei loro sistemi, si sono trovati anch'essi il più delle volte impacciati.
E Spinello ardeva; e l'interno ardore gli traluceva dagli occhi. Voi lo sapete, lettori, perchè di lì ci sarete passati un giorno anche voi; l'amore e la tosse si nascondono male. Anche madonna Fiordalisa nascondeva male il senso che faceva su lei l'amore di Spinello Spinelli; anzi, non lo nascondeva affatto. Perchè avrebbe dovuto nasconderlo? Non era nato, quell'affetto, e non cresceva forse liberamente sotto lo sguardo benevolo di suo padre? Era da principio un po' timida; poi, nel ravvisare la stato del proprio cuore, si era fatta contegnosa. Ma queste deboli difese, pari alle fortificazioni improvvisate lì per lì da un esercito in aperta campagna, durano appena quel tanto che basti ad una semplice ricognizione. E madonna Fiordalisa non aveva durato fatica a riconoscere che quel gentile e modesto innamorato non era altrimenti un ingannatore. Si sentì raffidata e gli diede senza contrasto il suo cuore. Dolce abbandono, che non è turbato da nessun sospetto, da nessuna paura!
Mentre faceva quei progressi nel cuore di lei, e forse per la stessa ragione che li faceva, il nostro Spinello avanzava rapidamente nella disciplina che aveva con tanto ardore abbracciata. Imparava facilmente quel che oggi si chiama il meccanismo dell'arte. Sapeva come si dovessero unire i colori, a fresco e a tempera, o come si avessero a dipingere le carni e i panni, per modo che ne venisse rilievo e forza alle figure, mostrando l'opera chiara ed aperta; conosceva quali colori si dovessero usare nel dipingere a fresco, cioè tutti di terra e non di miniere; con che risolutezza di mano si avesse a condurre il lavoro, prima che l'intonaco del muro potesse disseccarsi, e qual forza dovesse dare al colore, perchè le tinte, mentre che il muro è molle, mostrano una cosa in un modo, che poi, secco il muro, non è più quella di prima. Ed altre cose aveva prontamente imparate, con potenza di desiderio, anzichè per pratica; del dipingere a tempera, cioè col rosso dell'uovo e col latte del fico mescolati nei colori; del dipingere a chiaroscuro, contraffacendo le cose di bronzo: e finalmente del fare gli sgraffiti sulle mura, per modo che reggessero all'acqua piovana.
E tutto ciò senza rifarsi pure una volta ai principii. Tirato dalla sua inclinazione a schizzare dal vivo, od altrimenti dal naturale, Spinello Spinelli era già andato molto innanzi nel disegno, esprimendo col lapis rosso di Lamagna, o col nero di Francia, figure, atteggiamenti, partiti di pieghe, od altro che gli toccasse l'animo. Così lavorando, aveva acquistato una maravigliosa destrezza a fare con la penna i dintorni delle cose vedute, dando le velature e le ombre con una tinta dolce, che otteneva dall'inchiostro stemperato nell'acqua. E da ultimo, come abbiamo veduto dai disegni suoi, che erano andati sotto gli occhi di mastro Jacopo, faceva ogni cosa a tratti di penna, lasciando che i lumi delle figure fossero resi dal bianco della carta.
Del resto, in quei cominciamenti della pittura mancavano i grandi esemplari da proporre ai discepoli, e ognuno ritraeva dal vero, portando nell'opera quei medesimi difetti e qualità, che erano nell'occhio di ciascheduno, e nel suo modo particolare di veder la natura. Che se a voi, lettori discreti, paresse strano il caso di tanti pittori i quali vedevano la figura umana più smilza del naturale, di guisa che nei dipinti di quel secolo non si scorge ombra di quella pienezza di forme che è tanto comune in natura, io vi pregherò di ricordare che quei bravi rinnovatori dell'arte escivano allora dagli stecchi della pittura bisantina, e, per vedere tutto il vero nel vero, dovette mancar loro il coraggio. Natura non facit saltum, si è detto; anche l'arte ha dovuto andare per gradi.
Per contro, se i pittori della scuola di Giotto davano ancora troppo nello smilzo, avevano già la cura lodevole del finito; laonde se i corpi delle loro figure, asciutti come sono, accusano la povertà degli studi anatomici, la espressione dei volti e diligenza nel disegnare le estremità, ci appalesano quel sentimento profondo della verità, che doveva rifare di sana pianta le arti figurative e non far rimpiangere al mondo la perdita dei capolavori di Apelle e di Zeusi.
Ho detto, e ritorno a Spinello Spinelli. Il quale, vedendo operare mastro Jacopo di Casentino, si accese del desiderio di dipingere a fresco, che era in quei tempi il sommo dell'arte. Ma tacque il suo pensiero, che gli pareva troppo audace, anzi temerario senz'altro, e si restrinse ad osservare il modo con cui mastro Jacopo preparava i cartoni, ringrandendo a vaste proporzioni i suoi disegni, e qualche volta, ad ottenere i giusti effetti di luce e d'ombra, facendo modelli di creta, i quali disposti in una data azione tra loro, lasciavano vedere gli sbattimenti, i rilievi, e tutte l'altre particolarità di cui si vantaggia la prospettiva d'un quadro.
Tre mesi erano scorsi dacchè Spinello viveva al fianco di mastro Jacopo, e il giovinotto, a mala pena ventenne, aiutava già il principale negli affreschi del Duomo Vecchio, di quel Duomo in cui per la prima volta aveva veduto madonna Fiordalisa. S'intende che Spinello tratteggiava sull'intonaco i disegni del maestro, e sotto gli occhi di lui ci metteva il colore.
Immaginate voi come si struggessero di rabbia i compagni di Spinello. Escludiamo, per altro, il povero Parri della Quercia, modesto e buon giovane, il quale non si sentiva nato per la grand'arte dell'affresco e si contentava di lavorare a tempera certi trittici, e pale d'altare, che erano commesse a mastro Jacopo da qualche pieve, o da qualche oratorio del contado. L'affresco voleva ardimento d'ingegno, franchezza di mano, sicurezza di giudizio. e tante altre belle qualità, che non erano nell'indole di Parri. Ma gli altri discepoli di mastro Jacopo, assai meno valenti di Parri della Quercia, erano anche assai meno modesti di lui, e si rodevano di vedere quel nuovo venuto, che si spingeva in brev'ora tanto innanzi nel magistero dell'arte, e, quel ch'era peggio, nelle grazie del maestro.
Un giorno, essendo Spinello a lavorare sulle impalcature del Duomo, in compagnia di mastro Jacopo, questi gli disse di punto in bianco:
—Ragazzo mio, è tempo che tu voli da te.
—Volare da me!—esclamò il giovine levando gli occhi dal muro, per guardare il maestro.—Che intendete di dire?
—Mi sembra di parlar chiaro;—ripigliò mastro Jacopo.—Il tuo ingegno ha messe le penne maestre; puoi volare senza aiuto di chicchessia.
Spinello si fece rosso, chinò la fronte e rispose:
—Maestro, al fianco vostro ho un cuor da leone. Ma da solo! Ci pensate voi! Non mi avverrà egli dì fare come quell'Icaro di Creta, che perse le penne e andò a sommergersi in mare?
—Vedete la modestia, che è andata a stare ad uscio e bottega coi giovani!—gridò mastro Jacopo, ridendo.—Ma sia pur giusto il paragone che tu fai delle tue ali con quelle d'Icaro. Nessuno ti dice che tu abbia a discostarti dal tuo maestro, dal tuo secondo padre. Lavorerai sotto i miei occhi, se Dio vuole, e baderai sempre ai miei consigli. Hai risolutezza di mano e buon giudizio per fare da te. Vuoi? C'è da dipingere, nella cappella qui presso, un Miracolo di san Donato. L'opera è di grande rilievo, perchè il santo è qui in casa sua; ma ho fede che te la caverai con onore.
—Maestro, e se mi fallisse la prova? Vorranno poi i massari della chiesa commettere a me un'opera di tanta importanza?
—Non lo sapranno che poi;—rispose mastro Jacopo, dando un'alzata di spalle.—E noi cancelleremo il dipinto, se non riescirà secondo le speranze che io ho concepite di te.—
Spinello tuttavia esitava.
—Bell'ardire!—esclamò mastro Jacopo,—Così ami tu Fiordalisa?—
All'udire quelle parole, Spinello si scosse e il cuore gli diede un balzo nel petto. Figuratevi! Era la prima volta che mastro Jacopo gli parlava di sua figlia. E per la prima volta ne diceva abbastanza, non vi pare?
—Ah maestro! maestro, che dite voi mai?—gridò il giovine, turbato.—Ho io bene inteso?—
Mastro Jacopo sorrise, come sanno sorridere i babbi, quando non hanno nulla da rifiutarvi, o giovinotti innamorati.
—Se ho bene inteso io, fin dal primo giorno che sei entrato a bottega,—rispose allora il vecchio pittore,—sì certamente, tu mi hai bene inteso quest'oggi.—
Spinello Spinelli rimase lì, pallido dalla commozione, ansante, con gli occhi imbambolati. Non poteva credere alla propria felicità. Guardava il maestro, come se volesse leggere nel volto di lui la conferma delle parole udite; poi guardava in aria, come se cercasse un'immagine cara, che doveva trovarsi là, pronta alle sue invocazioni amorose.
—Orbene, che hai?—disse mastro Jacopo.—Non sei contento?—
Spinello si abbandonò sui gradini del trespolo che serviva a mastro
Jacopo per accostarsi alla vòlta, e diede in uno scoppio di pianto.
—Animo, via! Che cos'è questa ragazzata!—borbottò mastro Jacopo.—Se ti sentono di laggiù!…
—Ah, lasciatemi piangere, maestro, padre mio, lasciatemi piangere. Avere amato tanto tempo senza speranza!… Essere entrato da voi, temendo che non mi accettaste come vostro scolaro!… Poi, essere vissuto così, accanto a voi, disperando di potervi dire un giorno…. di potervi confessare…. E sempre con la paura di sentirmi annunziare da voi, o da altri di bottega, che madonna Fiordalisa era sposa…. Oh, maestro, maestro, vorrei che ci foste stato voi, nel mio caso!
—Eh, non dubitare, ci sono stato anch'io, in diebus illis;—rispose mastro Jacopo.—Ci si passa tutti, o presto o tardi, per queste benedette ansietà. Ma, come vedi, non era il caso di tremare. Si pensava a te, mentre tu ti guastavi il sangue coi sospetti e con le paure. E c'è voluto che la fortuna venisse a cercarti lei; che il babbo fosse il primo a parlare….
—Oh, padre mio, non dite ciò, ve ne prego! Sapete pure che non ardivo!
—Già, tu non ardisci mai. Ma bada, ragazzo mio, la tua fortuna è a questo patto. Tu farai il Miracolo di san Donato, e sarà davvero….
—Un miracolo;—interruppe Spinello.—Ve lo prometto.
—Ci fo assegnamento. Ed ora, andiamo a casa, che qui s'è fatto abbastanza, per oggi.
—No, maestro, lasciatemi qui. Voglio pensare al mio soggetto.
—Qui? a cinquanta palmi da terra?
—Che importa? La mia testa è più alta di mille miglia. Non sono io al settimo cielo? Poi vedete, maestro, qui siamo nel Duomo vecchio. Laggiù—continuò Spinello, accennando in basso, attraverso le commessure del ponte,—laggiù, presso la quarta colonna di destra, ho veduto per la prima volta madonna Fiordaliso. Non sapevo chi fosse; ma ne rimasi colpito. Andai quel giorno a nascondermi là, dietro quel pilastro della navata di destra, per poterla vedere di profilo, senza che ella si accorgesse di nulla. Che allegrezza fu quella, per i miei occhi! E ogni festa, sapete, ogni festa, io la vedevo così. Eravamo nel giugno dell'anno scorso. Benedetto mese, che ne ha tante di feste! Gli altri ne hanno meno, o non lo valgono. L'aspettavo all'ingresso, avendo l'aria di guardare tutt'altro; poi me ne venivo laggiù; anzi, ricordo che fu quello un gran dolore per me.
—Sentiamo quest'altra!—esclamò mastro Jacopo, ridendo.
—Sì,—riprese Spinello,—perchè tutti i giovani d'Arezzo la conoscevano come la bellissima tra le belle. Ahimè, pensai, quanti non si augureranno di piacerle al pari di me! E quanti non avranno ragione a sperare di essere più fortunati! Temevo, e il soverchio della paura fa quello che mi diede le forze per muovere incontro a voi. Tremavo come una foglia, ve ne ricordate? E quando poi, nella furia, commisi l'errore di portarvi tutti i miei disegni, senza pensare li per li che ce n'era uno….
—Già, il ritratto della mia figliuola;—disse mastro Jacopo.—Oh, l'ho veduto e riconosciuto alla bella prima, non dubitare. Come avrei capito il resto, se non avessi indovinato il principio? Per altro, bada, ragazzo mio; lasciando passare la faccenda del ritratto, io mi ero proposto una certa cosa.
—Quale?
—Se questo ragazzo mi si svia,—continuò mastro Jacopo,—se non mi diventa un gran pittore, lo mando diritto a quel paese. Fortuna, per te, che ti sei conservato un buon figliuolo ed hai risposto alla mia fede. Dunque, siamo intesi, il miracolo sarà fatto!
—Non temete, sarà fatto. Lasciatemi qui, nel Duomo, a prendere inspirazioni dal luogo. Mi sento una forza da leone. Ma ditemi, maestro, il Miracolo di san Donato non è di aver fatto morire un serpente che infestava il paese?
—Già, è una semplice benedizione.
—Andate dunque, maestro; io penso al soggetto, e spero che, prima di escire dal Duomo, mi sarà venuta un'idea.—
Mastro Jacopo sorrise una seconda volta, fece a Spinello un cenno amorevole con la mano e se ne andò giù per la scala a piuoli.
Rimasto solo sull'impalcatura, Spinello Spinelli prese il lapis rosso di Lamagna e incominciò a segnare alcuni tratti sul cartone. Ma subito dopo si fermò. Aveva il cervello in volta; pensava a madonna Fiordalisa e alla possibilità, che per la prima volta gli arrideva, di far sua quella divina creatura.
—Sarebbe stato meglio andar subito a casa,—pensò egli,—e poi mettermi a lavorare; mi sarei ispirato.—
Ma fatto appena quel ragionamento, trovò che era sbagliato di pianta.
—No,—soggiunse egli,—bisogna anzitutto aver meritato di vederla. Se mi vien fatto un bel partito, sarà segno che l'avrò meritato.—
Così dicendo, si avanzò verso l'orlo dell'impalcatura e volse un'occhiata a quel punto della navata in cui per la prima volta aveva veduto madonna Fiordalisa, gittò un bacio laggiù, sulla punta delle dita, e col bacio una ardente preghiera, una giaculatoria mentale. Era la prima, di sicuro, che facesse nella casa di Dio il giuoco di scendere, anzi che di salire.
Quindi, invasato dall'estro, si pose a lavoro con ansia quasi febbrile. L'idea e la forma gli escivano insieme, nello stesso tocco dal disegnatoio, che scorreva veloce sulla carta.
Spinello immaginò il Santo nell'atto in cui muovendo incontro al serpente, lo fulmina col gesto della mano destra, levata in alto, mentre con l'altra sembra infonder coraggio ad una turba di cittadini spaventati, quali già volti in fuga, quali inginocchiati per invocare il soccorso del cielo. Il Santo si vedeva ritto, in aria di persona commossa, ma non vinta da timore, e la fralezza delle membra e la soavità dell'aspetto in quella che facevano contrapposto all'orrida fierezza del mostro, sembravano raffigurare l'alto concetto della retta coscienza che sta salda innanzi ai maggiori pericoli, o della fede in Dio che vince animosa ogni ostacolo. Il serpente, nella forma delle zampe, delle fauci e dello scaglie ond'era protetto il suo dorso, arieggiava i coccodrilli egiziani, nelle ali i favolosi dragoni, che erano tanto in voga a quei tempi, per la leggenda popolare di San Giorgio di Cappadocia. La mala bestia guardava tuttavia il suo poco temibile avversario, e con le fauci aperte pareva volesse ingoiarlo; ma già il corpo si piegava, gli anelli del ventre si contorcevano, le zampe spaventosamente unghiate si stendevano nello spasimo e graffiavano l'aria. Era alcun che di terribile, a contrasto col tranquillo atteggiamento dell'uomo miracoloso, dalla cui mano levata intendevate essersi allora allora sprigionata la virtù fulminatrice.
—Ah, finalmente!—gridò Spinello, appena gittati sulla carta i contorni della sua composizione.—Non lo cancelleremo, questo quadro, non lo cancelleremo!—
Poco stante, data l'ultima mano al disegno, ne fece un rotolo e discese dal ponte.
—Così tardi escite da lavoro?—gli chiese il sagrestano del Duomo, vedendolo attraversare la navata di mezzo.—Ma che c'è? Avete l'aria di un uomo che ha ricevuta una lieta novella.
—Lieta, sicuramente;—rispose il giovane pittore.—Quantunque, a voi forse non parrebbe tale.
—Se potrò rallegrarmene per voi, perchè non mi parrà lieta? Ditela su!—
Spinello si avvicinò al prete, accostò le labbra alla guancia di lui e gli bisbigliò all'orecchio:
—Prendo moglie.—
Il sagrestano si trasse indietro per guardare in volto Spinello; indi battè le labbra, come un uomo che s'aspettasse tutt'altro, e che ad ogni modo non vedesse una grande felicità nel settimo sacramento.
—Prendete moglie, Spinello?—esclamò.—Siate felice. Per altro, avrei creduto che, per voi, la moglie dell'artista dovesse esser qui.—
E col dito accennava la testa, dove abita madonna fantasia.
—No, v'ingannate;—rispose prontamente Spinello.—La moglie dell'artista è qui.—
Ed accennò il cuore, dove sta di casa la passione.
—Avrete ragione;—disse il sagrestano, inchinandosi.—Purchè non si soffra, lì dentro. Nel qual caso, addio arte!
Spinello pensò che il povero prete non era fatto per intendere certe cose, e, datagli una di quelle occhiate patetiche, le quali sembrano dire tante cose, forse perchè non ne dicono alcuna, infilò la porta del Duomo. Affrettava il passo, perchè quel giorno era invitato a desinare dal maestro, e l'ora, come si è detto, era tarda.
Fra pochi istanti avrebbe veduta madonna Fiordalisa. Ma come avrebbe osato posar gli occhi su lei, dopo quel doloroso discorso di mastro Jacopo? Fortunatamente, dalla tranquilla accoglienza che Fiordalisa fece al futuro Apelle, gli fu agevole intendere che mastro Jacopo non aveva creduto opportuno di dir nulla alla sua bella figliuola. E Spinello gliene fu grato, perchè, libero da ogni soggezione, avrebbe potuto guardare in volto Fiordalisa, contemplarla a sua posta, e pensare tra sè con gioia infantile:—tu non sai, bambina, tu non sai quel che so io; sarai mia, bella creatura, sarai mia; il pegno della vittoria è là, in quel rotolo di carta, che io ho riposto su quel canterano di noce.—
Mastro Jacopo, prima di mettersi e tavola, tirò in disparte il prediletto discepolo e gli disse:
—Orbene, t'è venuta l'idea?
—Sì, maestro, è venuta.
—E ne sei contento?—
Spinello fece un cenno del capo, che voleva dire: così così; ma le sue labbra si atteggiavano ad un malizioso sorriso.
—Ah, briccone!—esclamò il vecchio pittore. Tu sei contento e non —vuoi confessarlo. Fammi vedere il disegno.
—No, maestro, non ora. Se permettete, sarà per domani. Non sono ancora ben sicuro del mio concetto. Nell'ebbrezza del comporre, mi è parso bello; ma ora, pensando alla grandezza del premio,—e così dicendo Spinello volgeva gli occhi a Fiordalisa, il cui elegante profilo si disegnava sul fondo luminoso della mensa apparecchiata,—ho una gran paura di aver fatto un pasticcio. Aspettate domani. Intanto, ci dormirò su e poi vedrò di ritoccarlo.
—Sia come tu vuoi;—disse mastro Jacopo.—Andiamo a tavola. Io non mi nutro con gli occhi, come te, ed ho una fame assaettata.—
La mattina seguente Spinello ritornò sull'opera sua. Gli pareva manchevole, e certamente era, come tutte le cose tirate giù in fretta. Ma delle cose fatte in fretta aveva anche i pregi, cioè a dire, insieme con qualche ridondanza facilmente correggibile, unità di concetto e franchezza di esecuzione. Rimutò qualche parte, rifece il disegno, accrebbe con alcuni tocchi l'espressione dei volti, e finalmente come gli parve di aver migliorato il suo lavoro, si arrischiò a metterlo sotto gli occhi del maestro.
Tremava, il povero Spinello; tremava, vedendo il vecchio pittore atteggiato a giudice davanti al suo disegno, e raccolto in un silenzio che non gli prometteva niente di buono.
Mastro Jacopo guardava sempre così. La sua attenzione era concentrata nel soggetto, non si perdeva mai in esclamazioni, o inarcamenti di ciglia. Quando aveva considerato per ogni verso ciò che doveva giudicare, meditato, vagliato, pesato tutto sulle bilance dell'orafo, allora soltanto si lasciava sfuggire un bene, o un male, secondo che gli pareva, ma niente di più.
Quella volta, per altro, si mostrò più corrivo.
—Bene!—diss'egli, dopo una lunga disamina. Sono contento di te. La —composizione è saviamente immaginata. L'atteggiamento del Santo è —sobrio e dice molto. Se ti riesce sul muro quell'aria di testa, come —t'è riescita sulla carta, hai vinto per mia fede un gran punto.—
Spinello, fuori di sè dalla gioia, buttò le braccia al collo del maestro.
—Via, via,—ripigliò il vecchio pittore, schermendosi male da quella dimostrazione d'affetto.—Non son mica Fiordalisa!
—Padre mio, perdonate;—gridò Spinello.—Sono tanto felice! La vostra lode è per me il più grande, il più ambito dei premi.
—Sì, dopo la mano di Fiordalisa;—borbottò mastro Jacopo.—Ma già si capisce, ed io non mi lagno. Del resto, la lode del babbo e la mano della figlia non son tutta roba di casa mia?
Spinello chiese licenza al maestro di poter cominciare quel medesimo giorno a far la macchia, per ottenere una giusta intonazione di tinte. La mattina seguente mise mano al cartone. Aveva misurato lo spazio su cui doveva essere dipinta la storia del Santo e fatto il conto dei fogli di carta che gli bisognavano per quel tratto di muro. Non gli restava che di congiungerli ad uno ad uno per gli orli, con la colla di farina cotta al fuoco. Ciò fatto, e come il cartone fu rasciugato sulle giunture, lo stese al muro, incollandolo sui lembi; indi, tirate sul suo primo disegno tante righe orizzontali e perpendicolari che lo riducessero ad una fitta rete, segnò lo stesso numero di linee sul cartone, a distanze proporzionatamente eguali, affinchè gli fosse facile di condurre il suo primo disegno alla misura dell'affresco che aveva immaginato di fare.
Spinello lavorava per quattro, e al paragone suo anche Luca Giordano, soprannominato Luca Fa presto, avrebbe potuto andarsi a riporre. Finito il suo graticolato, mise un pezzo di carbone in capo ad una canna, e là, ritto davanti al muro, con un occhio al disegno primitivo e l'altro al cartone, incominciò a riportare su questo i contorni dell'altro. Due giorni dopo, il cartone del Miracolo di san Donato era fatto, con grande soddisfazione di mastro Jacopo, il quale per tutto quel tempo non aveva voluto nessuno dei suoi giovani in chiesa. Già, a che cosa gli sarebbero serviti quei lasagnoni? A mesticargli i colori? Mastro Jacopo, per quei due giorni, mesticò i suoi colori da sè, come avrebbe fatto ogni artista novellino. Tanto è vero che ognuno, purchè voglia, più passarsi dell'opera d'un altro, sia egli servitore od aiuto!
Per contro, il vecchio pittore aveva anche dato una mano al suo prediletto scolaro, facendogli costrurre il ponte nella cappella in cui doveva dipingere. E come il cartone fu condotto a termine chiamò i muratori perchè dessero un'arricciatura grossa sul muro, debitamente scrostato; indi fece incrostare di nuovo tanta superficie di muro, quanta Spinello credeva di poterne colorire in un giorno.
Spianato per benino l'intonaco, il giovine artista vi stese il cartone e calcò su quello il disegno della sua composizione, per avere i contorni precisamente tracciati. Indi prese a mettere il colore, come gli era dato dal bozzetto, che aveva preparato in anticipazione.
Il giorno in cui Spinello aveva incominciato a dipingere, mastro Jacopo, sceso dal suo ponte verso l'ora di vespro, andò sul ponte dello scolaro, a vedere come se la fosse cavata.
—Bene, perdiana!—gli disse, vedendo già dipinta tutta la figura del Santo, e con un'aria di festa che meglio non si sarebbe potuto desiderare.—Per questa volta son io che abbraccio te.—
Immaginate l'allegrezza di Spinello; io rinunzio a descriverla.
Mastro Jacopo ripigliò:
—Per far bene, è dunque mestieri d'essere innamorati? Ahimè, ragazzo mio, a questo patto io non farò più nulla di buono, poichè la stagione degli amori è passata.—
Quel medesimo giorno, escito di chiesa un'ora prima del solito, mastro Jacopo passò da Luca Spinelli, per fargli un certo discorso che ricolmò di contentezza il paterno cuore del vecchio fiorentino. Indi, arrivato a casa, prese la sua Fiordalisa in disparte e senza tanti preamboli le disse:
—Sai? Ho deliberato di maritarti.—
Fiordalisa si fece rossa, ma non tremò. Aveva indovinato, e accolse l'annunzio del padre con un eloquente silenzio. Eloquente per noi, che sappiamo tutto; non per Jacopo di Casentino, che non sapeva nulla dell'animo di sua figlia.
—Orbene,—disse egli, dopo un istante di pausa,—così ricevi la mia notizia?
—Padre mio.—balbettò Fiordalisa, chinando la fronte,—quello che voi farete… sarà ben fatto.
—Sì, questo va bene;—ripigliò mastro Jacopo, che aveva voglia di ridere;—ma se per avventura si trattasse di uno che non ti andasse ai versi?—
Fiordalisa chinò la fronte un po' più che non avesse fatto prima, e si pose a tormentare con le dita i lembi del suo grembiule.
—Veniamo alle corte, poichè tu stai zitta e non rispondi;—continuò mastro Jacopo.—Che penseresti tu di Spinello Spinelli?—
Fiordalisa ebbe una scossa al cuore, ma una scossa piacevole oltre ogni dire. Arrossì da capo, e, con un fil di voce, così rispose a suo padre;
—Quello che voi farete….
—Sarà bene fatto; conosco già il ritornello;—rispose mastro Jacopo, dando un buffetto sulla guancia di sua figlia.—E sia dunque ben fatto, poichè questa è la tua opinione, com'era da un pezzo la mia. Su il viso, bambina, e preparati a ricevere il tuo fidanzato. Mi par di sentire il suo passo per le scale.—
Fiordalisa, che non aveva ancor avuto tempo a riprendere il suo color naturale, aggiunse vermiglio a vermiglio, quando si vide dinanzi Spinello. Questi non sapeva ancor nulla dei discorsi fatti tra mastro Jacopo e suo padre, né dell'annunzio che il vecchio pittore aveva dato alla figlia. Ma quella scena muta e il rossore di madonna gliene dissero abbastanza per farlo rimanere sconcertato davanti a lei, com'ella era turbata davanti a lui.
—E così? Non vi dite nulla!—gridò mastro Jacopo.—Perchè mi state lì grulli e confusi?—Vedi un po', Fiordalisa; eccolo lì, l'uomo che non ardisce mai. Ci scommetto che, con la sua paura di non venire a capo di nulla, non ha neanche creduto di ricordarsi che ci voleva un anello.
—Oh, questo poi!—esclamò Spinello toccato sul vivo.
E posta la mano al borsellino che gli pendeva dalla cintola, ne trasse un cerchietto d'oro; indi si accostò alla fanciulla, e prese la sua mano tremante, e le disse:
—Madonna, non so se sarà abbastanza piccolo per il vostro ditino d'angiola. Ma, se voi non lo sgradite…—
Madonna non rispose nè sì, nè no. Si era lasciata prender la mano; si lasciò mettere in dito l'anello.
Il giovine innamorato cadde in ginocchio e baciò la mano della sua fidanzata. Indi, rialzatosi, le si accostò peritoso o guardandola con occhi ardenti d'amore le bisbigliò all'orecchio:
—Son più felice di un re.—
Mastro Jacopo si era allontanato, per non farci la figura del terzo incomodo. Le confidenti espansioni di due cuori innamorati non voglion testimoni, neanche quando essi siano gli autori della vostra felicità.
Era già l'ora di cena, ma Jacopo di Casentino non parlava ancora di mettersi a tavola, il vecchio pittore aspettava qualcheduno.—
Poco stante si udì un rumore di passi nella camera attigua, e Tuccio di Credi apparve sulla soglia. Il povero Tuccio aveva per solito una faccia rabbuiata, ma quel giorno aveva senz'altro una cera da funerale.
—Maestro,—diss'egli,—è qui messer Luca Spinelli.