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LA MONTANARA.
DEL MEDESIMO AUTORE:
Capitan Dodero (1865). Settima edizione L. 2 —
Santa Cecilia (1866). Quarta edizione » 2 —
I Rossi e i Neri (1870). Seconda edizione » 6 —
Il libro nero (1871). Quarta edizione » 2 —
Le confessioni di Fra Gualberto (1873). Seconda edizione » 3 —
Val d'Olivi (1873). Terza edizione » 2 —
Semiramide, racconto babilonese (1873). Terza edizione. » 3 50
La legge Oppia, commedia (1874) » 1 —
La notte del commendatore (1875). Seconda edizione » 4 —
Castel Gavone (1875). Seconda edizione » 2 50
Come un sogno (1875) Sesta edizione » 3 50
Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). Terza edizione » 3 50
Tizio Caio Sempronio (1877) Seconda edizione » 3 —
L'olmo e l'edera (1877). Ottava edizione » 3 50
Diana degli Embriaci (1877) Seconda edizione » 3 —
La conquista d'Alessandro (1879). Seconda edizione » 4 —
Il tesoro di Golconda (1879) Seconda edizione » 3 50
La donna di picche (1880). Seconda edizione » 4 —
L'undecimo Comandamento (1881). Seconda edizione » 3 —
Il ritratto del diavolo (1882) Seconda edizione » 3 —
Il biancospino (1882) » 4 —
L'anello di Salomone (1883) » 3 50
O tutto o nulla (1883) » 3 50
Fior di Mughetto (1883). Quarta edizione » 3 50
Dalla Rupe (1884) » 3 50
Il conte Rosso (1884). Seconda edizione » 3 50
Amori alla macchia (1884) » 3 50
Monsù Tomè (1885) » 3 50
Il lettore della principessa (1885) » 4 —
Lutezia (1878). Seconda edizione » 2 —
Victor Hugo, discorso (1885) » 2 50
IN PREPARAZIONE
Arrigo il Savio.
Il giudizio di Dio.
Il merlo bianco.
LA MONTANARA
RACCONTO DI ANTON GIULIO BARRILI
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI
1886.
PROPRIETÀ LETTERARIA
RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
Tip. Fratelli Treves.
LA MONTANARA
Capitolo Primo.
Mandato a confine.
«Illustrissimo Signor Conte,
«Con grave rincrescimento, ma non senza il conforto di vedere evitato un male più grande, annunzio alla Signoria Vostra Illustrissima come il governo di Sua Altezza Serenissima abbia posto gli occhi sui diportamenti del signor conte Gino, di Lei figlio primogenito. Le sue relazioni con persone indegne e non convenienti al suo grado, i viaggi frequenti, uno dei quali fu protratto, come consta a questo ufficio, ben oltre i confini dei prossimi Stati di Parma e Piacenza, e finalmente lo scandaloso episodio della scorsa domenica, nella villa dove il predetto conte Gino di Lei figlio ha osato trarre da un mazzo di fiori sconvenientissime allusioni alla bandiera piemontese, hanno costretto il governo di S. A. S. ad uscire da quei riguardi che il cuore paterno del nostro augusto Signore avrebbe pur voluto osservare.
«La severità delle disposizioni sarebbe stata più grande e meglio proporzionata alla gravità dei trascorsi, se all'animo della prefata Altezza Sua non fosse piaciuto di temperare i proprii e giusti rigori, pensando ai meriti della S. V. Ill.ma, e ricordando com'Ella, da leale e fedelissimo suddito, anche in tempi più sciolti, quali furono quelli dell'infausto 1848, ricusasse costantemente di riconoscere il sedicente governo dei rivoltosi. Egli è per ciò che la prefata Altezza si è degnata di comandare che il conte Gino Malatesti vada a confine a Querciuola, e più non ne esca fino a nuovo ordine, come correzione sua, se è possibile, e come esempio salutare ad altri nobili, che potessero derogare siffattamente al grado loro, e venir meno in tal guisa alla benevolenza del Padrone, da dimenticare in qualche modo il loro obbligo di fedeltà.
«La differenza fra il trattamento usato al predetto suo figlio e quello che toccherà agli altri suoi complici, dimostrerà alla S. V. Ill.ma quanta clemenza alberghi nell'animo del nostro venerato Signore. Disponga Ella pertanto, appena ricevuta questa confidenzialissima lettera, che il figlio suo conte Gino, senza indugio di ore, senza tentar di comunicare con altre persone, o di presenza, o per lettere, sia avviato alla sua destinazione. Non le nascondo che questo ufficio dovrà vegliare dal canto suo all'adempimento rigoroso dell'ordine e delle sue modalità, quali ho avuto l'onore di significarle.
«Colgo l'occasione, illustrissimo signor Conte, per rassegnarle gli atti della mia servitù, ecc., ecc.»
Così il direttore di polizia del duca di Modena, in un giorno del 1857, che non occorre di precisare. La lettera era diretta al conte Jacopo Malatesti.
Il conta Jacopo era un fedel servitore del duca. La madre sua, una Lanzoni, era stata dama d'onore di Maria Beatrice d'Este, ultimo rampollo delle famiglie Cibo ed Estense. Il padre era morto ciambellano del duca Francesco IV. Egli, poi, si era diportato stupendamente nel 1848, poichè aveva voluto accompagnare fino alla frontiera il suo buon padrone Francesco V, quando questi, costretto ad abbandonare la sua residenza ducale, era corso a ricoverarsi sotto le grandi ali dell'aquila austriaca. Ragioni domestiche, prima tra le quali la cura del suo patrimonio, non gli avevano consentito di andare più in là, fino a Vienna; ma, anche ritornato in patria, il conte Jacopo aveva dato un insigne esempio di fedeltà al suo padrone, poichè si era chiuso nel suo palazzo, tenendone chiuse le finestre e le persiane verso la strada, fino a tanto durò la baldoria dei liberali. «Baldoria» era il termine usato da lui. Il palazzo dei Malatesti sorgeva sulla strada maggiore della città; le occasioni di ostentare la chiusura delle finestre erano molte, e per conseguenza erano anche molte quelle di far perdere la pazienza ai liberali. Ma nessuno lo aveva molestato; si era riso alla prima circostanza, si seguitò a ridere per le altre; e voi lo sapete, quando un popolo ride, è un popolo che non rompe i vetri a nessuno. Il conte Jacopo raccolse i benefizi di quelle risate, e potè vantarsi più tardi che i ribelli non avessero osato. Nell'aprile del 1849, prostrate sui campi di Novara le fortune d'Italia, Francesco V era ritornato tra i frementi suoi sudditi, ma con le baionette austriache al fianco, e primo a muovergli incontro, per dargli il benvenuto nei suoi felicissimi Stati, fu il conte Jacopo Malatesti.
Come potesse educarsi tanto diverso da lui il conte Gino, in verità non si riesce ad intendere. Ah, questi figliuoli, questi figliuoli!… come girano nel manico! come vengono su diversi dai padri! Il conte Gino era venuto su un fior di liberale, da una stufa sanfedista! E non si contentava mica di essere un liberale dentro di sè, conservandosi per tempi migliori; no, voleva dare anche scandalo alle turbe. Figuratevi che sdegnava di presentarsi a Corte, quantunque vivesse con uno sfoggio da gran signore, mettesse volentieri in mostra i suoi cavalli e facesse regolarmente le follìe di tutti i suoi pari. Ma che volete? In mezzo a tutte queste grandezze, il liberale a quando a quando scattava fuori, e lo dimostrava sopra tutto una certa smania di discendere, di stringer la mano a tutti, di darsi del tu con avvocatuzzi e mediconzoli, magari anche con commessi di banco: gente inferiore, non conveniente al suo grado, come diceva con sua particolare eloquenza il signor direttore di polizia.
E poi, quel suo viaggiare continuo! Per Bologna, passi, che era negli Stati pontificii; quantunque, avendo essa un certo numero di teste esaltate, si sarebbe piuttosto gradito che il conte Gino si astenesse dall'andarci. Parma e Piacenza, così così! Per che farci, del resto? Veduti una volta a Parma i dipinti del Correggio, a Piacenza i cavalli dei Farnesi, non si dovrebbe più sentire il bisogno di rifare la strada. Già, qualunque sia il movente del viaggio, salvo quello di una stretta necessità domestica commerciale, un suddito che viaggia è in procinto di diventar meno «fedelissimo» d'un suddito che sta fermo. Si prende tropp'aria; l'ossigeno della libertà è pericoloso, senza contare il rischio di tingersi nel carbonio delle idee sovversive. Ma il conte Gino Malatesti aveva fatto peggio che calare a Parma e Piacenza; si era trafugato in Lomellina, e via via fino a Torino, capite? a Torino, dove sventolavano i tre colori, quell'abominio, e dove vivevano liberi, quasi rispettati, tutti i rompicolli d'Italia.
Sicuramente, il giovinotto avrebbe potuto invocare per questa scappata più che le circostanze attenuanti: avrebbe potuto addurre a sua scusa lo aver seguita la marchesa Baldovini, quella bella matta, che aveva una figlia già grandicella, la quale prometteva di diventar così bella anche lei, tanto da parer sua gemella. Era uno dei fiori della generazione passata, la signora marchesa Baldovini, Polissena di nome, e molti vecchi la ricorderanno ancora con un palpito. Nata intorno al 1820, era del 1857 una bellezza matura e stupenda, citata a Piacenza come a Bologna, a Torino come a Firenze, nota insomma a tutta l'Italia superiore per la sua alta galanteria, per il suo matto spendere, per le teste che aveva fatte girare. E giovane sempre, ad onta di tante avventure, che facevano argomentare più anni dei suoi trentasette; e un certo modo di vestire, e un garbo, una baldanza, nel far sue le più stravaganti novità parigine, che non si poteva andare più in là, nè immaginar niente di meglio.
Molti avevano fatto pazzie, o semplicemente sciocchezze, per la marchesa Polissena. Doveva il conte Gino astenersi da quella di accompagnarla fino a Torino, dove la chiamavano alcuni interessi di famiglia? Ella, in fondo, lo aveva quasi rapito. Da principio si era parlato di giungere fino alla frontiera parmense, donde la marchesa avrebbe proseguito da sola il viaggio. Ma là, dopo Piacenza, la capricciosa signora aveva detto a Gino:—Sarebbe bella, se voi veniste fino a Torino.—Ed egli aveva risposto:—Sarebbe anzi bellissima.—E senza permesso era andato oltre, ed era rimasto due settimane, nella capitale dell'aborrito Piemonte. Si possono fare molte cose, in due settimane. Perciò immaginate come fosse pedinato, osservato, invigilato, quando fu di ritorno sotto la giurisdizione della Bonissima!
Colpa sua, questa volta, e non più della marchesa Baldovini: una domenica, essendo andato in villa, presso Reggio, con certi avvocatuzzi e mediconzoli (professionacce, come vedete!) aveva salutato sul finir d'un banchetto i tre colori d'Italia. Quello era lo scandaloso episodio, a cui alludeva nella sua lettera il direttore di polizia. Il brindisi, ispirato da un mazzo di fiori che sorgeva in mezzo alla tavola, includeva i soliti voti di distruzione dell'ordine stabilito. I diritti degli Este e dei Cibo, passati per il matrimonio di Maria Beatrice nella augusta casa di Lorena, erano audacemente negati; la felicità dei ducati di Modena, Massa, Carrara e Guastalla, la sicurezza di Parma e Piacenza, e degli altri Stati contèrmini, la stessa pace d'Europa, tutto era turbato, minacciato da quel brindisi. Un esempio voleva essere, e pronto. Gli avvocatuzzi e i mediconzoli sarebbero andati a meditare nuove combinazioni di colori in fortezza. Gran mercè per il conte Gino, figlio al conte Jacopo, che era figlio di ciambellani e di dame d'onore, personaggio di pura fede e degno di tutti i riguardi, esser mandato semplicemente a confine.
Il nostro giovinotto non ebbe che il tempo strettamente necessario a far le valigie. L'ordine della polizia ducale era chiaro e non ammetteva eccezioni. Ma perchè le valigie le facevano i servitori, il conte Gino ebbe il tempo di ricevere una solenne ramanzina dal conte padre, in presenza della famiglia, radunata nella camera di giustizia, dov'era dipinto, in mezzo a tutti gli stemmi di parentela, lo scudo dei Malatesti. I Malatesti di Modena, come quelli di Rimini, di cui erano una diramazione, portavano lo scudo inquartato: il primo e il quarto di verde, con tre teste di donne, di carnagione, crinite d'oro: il secondo e il terzo d'argento, con tre sbarre scaccate di nero e d'oro, di due file: il tutto con la bordura inchiavata d'argento e di nero.
Quanto a salutare la bella marchesa Baldovini, non c'era neanche da pensarci. Le valigie erano fatte; la carrozza era pronta nel cortile del palazzo; bisognava partire, e subito. Tra le persone di servizio ci potevano essere, c'erano sicuramente, le spie; anche per via la carrozza sarebbe stata invigilata dalle guardie ducali travestite. Tutto ciò che il conte Gino ottenne, fu di passare per il Corso, l'antica via Emilia, dove alloggiava la marchesa, quantunque il Corso mettesse a porta Sant'Agostino, verso Reggio, mentre, per escire da porta San Francesco, sulla via di Toscana, bisognava fare un più lungo giro, con una voltata ad angolo acuto.
Il palazzo Baldovini, nobilissima costruzione del Cinquecento, resa pesante e goffa da certi restauri ed intonachi del Settecento, era muto d'ogni luce, quantunque fossero a mala pena le nove di sera. Non era giorno di conversazione, del resto, e le finestre del salottino, dove Polissena aspettava i più intimi visitatori, guardavano dalla parte del giardino. Il nostro povero eroe sentì uno schianto al cuore, pensando che a quell'ora egli era aspettato lassù. Ma la carrozza tirò via, e il conte Gino aveva ventisei anni: un'età in cui gli schianti del cuore non sono niente più pericolosi dei raffreddori.
Sospirò, nondimeno, uscendo dalla città della Bonissima e allontanandosi Dio sa per quanto tempo dall'ombra materna della sua Ghirlandina, una delle sette più alte torri d'Italia. E il suo sospiro fu così forte, da muovere il servitore che gli faceva compagnia nel viaggio.
—Soffre, illustrissimo?—domandò questi rispettosamente, ma con quell'accento affettuoso e quasi familiare dei servitori del vecchio stampo.
—Sì, Giuseppe, e molto;—rispose il conte Gino.
—È dolorosa,—ripigliò allora il servitore,—dover lasciare da un momento all'altro la sua città, la sua famiglia… gli amici! Perchè Lei, illustrissimo, non avrà avuto tempo a vederne nessuno.
—Figurati! Due ore fa pensavo a questo viaggio, come ci pensavi tu stesso, che non ne sapevi un bel nulla. Ma tu ritornerai domani o doman l'altro; ed io, invece… chi sa quando rivedrò la mia Modena!
—E i suoi amici!—soggiunse Giuseppe.—Se crede, signor conte… se vuole avere un po' di confidenza in me… Ella mi conosce poco, perchè son sempre stato più accanto al signor conte Jacopo che a Lei; ma sono un uomo fidato, e se posso servirla… se ha commissioni da darmi, non dubiti, farò ogni cosa a dovere. La penso come Lei, sa? come Lei, e mi strapperebbero la lingua, piuttosto che cavarmi di bocca un segreto che Ella mi avesse confidato,—
Il conte Gino mise una mano sulla spalla del servitore.
—Bravo, Giuseppe!—gli disse.—E grazie; se occorrerà, metterò la tua amicizia alla prova.—
Ma egli non aveva veramente da confidargli nulla. Con gli amici suoi non c'era ombra di combinazioni politiche. A quei tempi non occorreva neanche cospirare; la rivoluzione era nell'aria; i giovani e i maturi si riconoscevano per via a cert'aspetto più ilare, più baldanzoso di prima, si stringevano la mano con forza, anche quando si vedevano per la prima volta, e non c'era più altro da aggiungere, nè concerti da prendere, nè parole d'ordine da far correre intorno.
Otto anni prima era stata una triste caduta delle speranze italiane. Ma a quella caduta era seguito più dolore che abbattimento di spirito. Anche i principi, i tirannelli, rientrando nei loro dominî sotto la scorta delle baionette austriache, non potevano esser peggio ispirati, poichè gli stranieri, abbastanza tranquilli da prima, erano ritornati burbanzosi e tracotanti; nè solamente trattavano con soldatesca arroganza i ribelli, coloro che avevano osato prender le armi per la «guerra santa», ma anche i pacifici e timorosissimi sudditi, che avevano tremato per le incertezze dei nuovi tempi e veduto con una certa soddisfazione il ritorno degli antichi padroni. Ahimè! Qual compagnia rumorosa e molesta conducevano quei cari padroni con sè! Non era per le vie che un batter di sproni, e un saltellar di sciabole sul ciottolato. I caffè invasi; i quadrivii occupati, contesi al passaggio dei cittadini; da per tutto un vocìo di ordine ristabilito, di armi vittoriose, di birbanti italiani rimessi al dovere. Anche quei pacifici e timorosissimi sudditi erano Italiani, e l'offesa toccava anche loro. Nè il caro ed amato principe si prendeva la briga di reprimere la burbanza de' suoi alleati, quando nei caffè insolentivano con gli uomini, o per le vie mancavano di rispetto con le donne, o nelle botteghe pagavano quel che volevano, se pure non pagavano affatto. Si narra del ritorno degli Austriaci a Milano (veramente, dopo la caduta dell'effimero regno di Eugenio Beauharnais), che un caldo amico dei vecchi oppressori andò incontro ai soldati delle uniformi bianche, e, vedute entrare le artiglierie in città, preso da un impeto di passione, si fece avanti per toccare con le sue dita un cannone. Tanto amore doveva avere il suo premio, e l'ebbe subito dalla bacchetta di nocciuolo di un caporale, che gli levò dal dorso della mano due centimetri almeno di pelle. Bravi caporali, che picchiavate così sodo; bravissimi tenenti, che facevate suonar così bene gli sproni e saltellare le sciabole sui selciati italiani; eccellenti principi, che non facevate rispettare i vostri fedelissimi sudditi, e lasciavate che i vostri felicissimi Stati fossero trattati come territorio di conquista; grazie a voi tutti, dal profondo dei cuori!
Così erano alienati dalla restaurazione gli animi di quei medesimi che l'avevano invocata. Frattanto, il giovane Piemonte reggeva contro le esortazioni e perfino contro le minacce dei consiglieri settentrionali. Generalmente, non s'intendeva come fosse spalleggiato, incuorato a resistere, e pareva strano quell'ardimento di un piccolo Stato che manteneva, unico in Italia, la sua costituzione liberale ed ospitava i fuorusciti, i naufraghi di tutte le rivoluzioni della penisola. Ma già tutti intendevano come da quella diseguaglianza di forme e d'indirizzi, che era visibile tra esso e gli altri Stati italiani, dovessero nascere attriti, malumori, quistioni grosse, e un giorno o l'altro ragioni di guerra.
E poi, quel piccolo Piemonte, che pochi anni addietro aveva dovuto rimettere la spada nel fodero, che aveva dovuto ricevere entro le mura di Alessandria un presidio nemico, sentendo suonare dalla sua musica schernitrice l'inno dei Fratelli d'Italia, quel piccolo Piemonte aveva sollecitamente provveduto a riordinare l'esercito. Un bel giorno, che è, che non è, quel piccolo Piemonte osava mandare ventimila uomini a combattere nella Crimea, accanto agli eserciti di Francia e d'Inghilterra. Le condizioni d'Europa incominciavano a chiarirsi: Francia e Inghilterra da un lato; Austria e Stati minori della Germania dall'altro. Si metteva da questo anche la Russia? Dall'altro si aggiungeva la Turchia. Erano ancora tre contro tre, e il Piemonte nel mezzo, il Piemonte, che, vincendo al ponte di Traktir, accennava di voler crescere ancora, e chi sa, di rifar esso l'Italia.
Questi i fatti d'allora; queste le ragioni per cui non era mestieri di cospirare, la rivoluzione essendo nell'aria, come l'ossigeno. Quind'innanzi non sarebbe più bisognato dare il proprio nome ad una società segreta, ordire focosi disegni di rivolta a giorno fisso, farsi spiare, correr pericolo di tradimenti e d'insidie. Una parola colta a volo, un'occhiata, una stretta di mano e un sorriso, dicendo le comuni speranze, affratellavano i cuori. Che bisogno c'era egli di dire il giorno e l'ora, se l'uno e l'altra erano vicini? Poteva battere da un anno, poteva battere da due; ma a chi aveva tanto sofferto, a chi ricordava tanti secoli di servitù e di vergogna, due anni, tre anni, anche quattro, si potevano aspettare, maturando i propositi della riscossa. Ormai questa non doveva mancare; i giovani di quella generazione sentivano istintivamente che ne sarebbero stati essi i soldati.
Il conte Gino era uno di questi cospiratori, senza giuramento e senza parola d'ordine. A Torino, dove la polizia s'immaginava ch'egli avesse preso accordi con qualcheduno, a Torino egli non aveva fatto altro che respirare un po' d'aria libera. Neanche s'era avvicinato a fuorusciti modenesi o parmensi, che egli, figlio di cortigiani ducali, conosceva solamente di nome. Per altro, aveva passeggiato sotto i portici di Po, dove si confondevano tutte le parlate d'Italia, quasi prenunziando l'unità della patria intorno all'aula del palazzo Carignano; aveva incontrato Giovanni Prati e Giuseppe Revere, i due poeti, i Diòscuri della nuova êra italiana, amati, seguiti, acclamati dalla gioventù pensante e volente; aveva udita la tribunizia eloquenza del Brofferio, e la diplomatica parola, qualche volta impacciata, ma sempre piena di pensiero, del conte di Cavour; aveva veduto per via, riverito universalmente, un re soldato, un re galantuomo, che pareva col mobile sguardo prometter sempre un'alzata di scudi per il giorno vegnente; a farvela breve, nei passeggi, nei ritrovi, nei parlamenti, nelle rassegne militari, dovunque, aveva indovinata la cura operosa dei tempi grossi; sentito quasi l'odor della polvere.
E questo, ritornando a Modena, questo aveva comunicato, senz'aria di mistero, come senz'ombra di millanteria, a giovani della sua età, sebbene, come diceva il direttore di polizia, «non convenienti al suo grado.» Dèi buoni! Quelli erano stati i suoi compagni di studio, i suoi colleghi d'università. Come mai avrebbe potuto egli non considerare uguali coloro che erano stati seduti con lui sulla medesima panca, a sentire le medesime lezioni? Più saggi dei moderni, quantunque niente più fortunati, i tiranni antichi avevano lavorato a rendere la nobiltà ignorante. L'istruzione, a tutti egualmente impartita, accomuna le classi, colma gli abissi e sopprime i confini. Che conti e che marchesi? Queste distinzioni, quando non sono una giunta particolare e naturalissima al nome di famiglie veramente storiche (nel qual caso si potrebbero anche ommettere, senza toglier lustro a que' nomi), non hanno più valore che per le dame, essendo dimostrato che una corona di tre fioroni, o di nove perle, fa ancora un bel vedere sui biglietti di visita e sugli sportelli delle carrozze. Povera feudalità, ridotta ad un semplice ufficio decorativo! Ma siamo giusti, perbacco, e non dimentichiamo che la corona sullodata sta anche bene sulla biancheria, come a dire sui capi delle tovaglie e dei fazzoletti da naso.
Ai suoi buoni amici plebei, compagni d'università e fratelli di fede,
il conte Gino Malatesti non aveva nulla da scrivere. L'offerta di
Giuseppe non poteva dunque favorire la politica. Ma il pensiero di
Gino, svegliato da quella offerta inaspettata, corse subito ad altro.
—Tu, dunque,—diss'egli, dopo un istante di pausa,—mi servirai fedelmente? Ad ogni rischio? E mio padre non saprà nulla?—
Ad ognuna di quelle domande aveva risposto con bella progressione di calore un sì del suo compagno di viaggio.
—Bene;—ripigliò il conte Gino;—tu puoi rendermi un servizio maraviglioso. Non mi hanno permesso di fare neanche un saluto, temendo forse che il saluto nascondesse Dio sa che cosa! Tu dunque andrai domani, o doman l'altro, al palazzo Baldovini, con un pretesto qualunque…. Potresti, per esempio, riportare un libro, che mi è stato imprestato: il Mauprat, di Giorgio Sand, che è per l'appunto rimasto sul mio tavolino. Con questa scusa cercherai di vedere la marchesa Polissena, e potrai consegnarle il biglietto che io ti scriverò alla prima fermata.
—Non dubiti, illustrissimo;—rispose Giuseppe;—farò la commissione a dovere. Anche la signora marchesa,—soggiunse poscia, abbassando la voce,—è della buona causa?—
Gino trattenne in tempo una risata, che già gli faceva impeto alla gola. Ma era buio fitto, e Giuseppe non vide neanche la contrazione dei muscoli.
—Ah!—disse Gino.—È una dama di alto sentire. Tu le darai notizie di me, del modo in cui son dovuto partire da Modena. Forse domani la cosa sarà conosciuta; ma la marchesa deve sapere che io avevo tentato di vederla. Il biglietto, poi, come farglielo giungere?… Se ti frugano, alle porte?… Capirai che un sospetto può nascere….
—Sospetti su me, illustrissimo? Non ne hanno.
—Bravo! E come lo sai?
—Ne ho avuta la prova;—rispose Giuseppe, sospirando.—Si figuri che m'hanno domandato di fare… la spia. Ed io ho ricacciata la mia rabbia in corpo, ed ho lasciato credere che al bisogno avrei anche traditi i miei padroni. Volevano sapere chi bazzica in casa, che discorsi si fanno…. Ed io ho detto tutto; s'immagini; non c'è niente da nascondere.
—Lo credo bene!—esclamò Gino.—Ma è strano, sai! È strano che non si fidino neanche di mio padre.
—Che vuole, illustrissimo? Così è;—rispose il servitore.—Ma io li ho serviti bene, da vecchio carbonaro.
—Carbonaro, tu, Giuseppe?
—A quei tempi, sì.
—E in casa di mio padre?
—Ho sempre fatto il mio dovere, signor conte.
—Lo so, e non parlavo per questo;—disse Gino.—Ti esprimevo la mia meraviglia e nient'altro. Chi lo avrebbe mai immaginato che ci fosse un carbonaro, in casa Malatesti!… E nel Quarantotto, poi, come hai fatto a tenerti in corpo il tuo segreto?
—Amavo la casa, illustrissimo; amavo i figli del mio padrone, che erano cresciuti così belli e fiorenti sotto i miei occhi. Ma anche tenendomi il segreto in corpo, come Ella dice, ho fatto quanto era in me, per servizio della buona causa. Fu bene che avessi nascoste con tanta cura le mie opinioni, perchè, quando venne la restaurazione, nessuno dubitava del vecchio servitore di casa Malatesti, ed ho potuto rendere qualche grosso servizio ai patrioti.
—Bravo Giuseppe! Tu mi parli con una confidenza!
—Signor conte, Ella è dei nostri;—rispose Giuseppe.—Non la mandano in esilio, per questo?
—È vero;—disse Gino, che a quella parola «esilio» si sentiva crescere di qualche cubito nella propria estimazione.—Tu dunque sei per me l'inviato della provvidenza. E mi porterai il biglietto. Ma se ti frugano, laggiù?
—Se mi frugano, non troveranno un bel nulla. Ci son tanti modi di nascondere un pezzettino di carta! Lasci fare a me, signor conte; e nella rivolta della giacca, o nella fodera delle maniche….
—Bene, bene!—interruppe Gino.—Ne parleremo a Paullo. L'essenziale è di far sapere ciò che mi è occorso alla marchesa Polissena.—
L'idea di poter mandare un biglietto alla bella Baldovini calmò gli spiriti esacerbati del conte Gino, il quale finì con pigliar sonno. Quando si svegliò, la carrozza entrava a Paullo.
Il servitore avrebbe potuto accompagnarlo fino a Pievepèlago ed anche fino a Fiumalbo, dove, per andare a Querciola, sarebbe bisognato abbandonare la strada maestra. Ma il conte Gino preferì che Giuseppe ritornasse a Modena, tanto gli premeva di mandar sue notizie alla marchesa Polissena. E là, nell'osteria di Paullo, sopra un foglietto di carta, strappato dal suo taccuino, scrisse pochi versi a punta di matita. Avrebbe potuto scrivere una lettera; ma sarebbe riescita troppo voluminosa, e il vecchio carbonaro non avrebbe saputo dove nasconderla, mentre un bigliettino, convenientemente arrotolato, poteva celarsi da per tutto, anche in una cucitura ribattuta degli abiti.
Il biglietto del conte Gino alla marchesa Polissena diceva brevemente così:
«Saprete il caso che mi è toccato. Mi mandano a confine in Querciola, alle falde del Cimone, fuor del consorzio dei viventi… peggio ancora, lontano da Voi. Ne perderò la ragione; non mi parrà di vivere, fino a tanto non riceverò una vostra lettera. Il portatore di questo foglio mi è affezionato, e in qualunque modo mi farà avere i vostri caratteri. Addio! Mi si spezza il cuore, nel dover scrivere questa triste parola. Speriamo di mutarla in un arrivederci, e presto! Vi amo.»
Suggellò il biglietto, dopo averlo piegato più stretto che potè, e lo consegnò al fido Giuseppe.
—E dimmi,—gli soggiunse,—potrai farmi avere ad ogni modo la risposta?
—Non dubiti, illustrissimo; se una risposta ci sarà, gliela manderò certamente.
—Troverai persona fidata e sicura?
—Troverò tutto; Ella non si dia pensiero di ciò.
—Ad ogni modo, mi scriverai anche tu?
—Sì, illustrissimo; purchè Ella non rida della mia mano di scritto e dei miei errori d'italiano.
—Va là!—disse Gino.—Tu pensi da buon italiano, e questo è l'essenziale.—
Dopo di che, il giovanotto abbracciò il servitore e s'incamminò per la via dell'esilio. Erano le cinque dopo il meriggio, quando egli giunse a Fiumalbo, e salutò la petrosa balza del Cimone, tinta di rosso dai raggi obliqui del sole, che andava a nascondersi dietro l'Alpe di San Pellegrino.
Capitolo II.
I re della montagna.
Il Monte Cimone, alle cui falde era confinato il conte Gino Malatesti, è la più alta vetta dell'Appennino centrale. Duemila centocinquantasei metri sul livello del mare non sono ancora l'altezza del Monte Bianco; eppure il Cimone è debitore a questa sua elevatezza metrica di esser chiamato il Monte Bianco degli Appennini; modesto e generoso Monte Bianco, che per uno o due mesi dell'anno si lascia togliere dalla calva cervice il suo berretto di neve.
Alpestre, poco agevole ai piedini d'una bella signora delle nostre città, è il fianco del vecchio Cimone; ma la sua salita non offre difficoltà all'alpinista che all'ultimo passo, quando occorre, per guadagnarne la vetta, inerpicarsi sul petroso cono formato dalla emersione di alcuni strati del macigno appenninico. Ho detto il petroso cono, e infatti il Cimone presenta da lungi la forma di un cono, rozzamente tagliato, con la vetta spuntata in un pianoro, che ha forse cento metri di giro. A greco il balzo è più scosceso che dalle altre parti, e al piè della roccia, dove incomincia a distendersi il Pian Cavallaro, sgorga la Beccadella, una ricca fonte che basterebbe da sola a far girare la ruota d'un mulino. E quella fonte non è la sola, nè la più alta del monte. Ce n'è qualche altra più in su, verso levante, dalla parte del Cimoncino, con grande meraviglia dei signori naturalisti, a cui, più della salita, riesce arduo di spiegare una così alta origine di copiose sorgenti.
Invito i miei lettori ad una ascesa che non sarà senza compensi. Bolognesi e Modenesi non si terrebbero per alpinisti, se non fossero andati almeno una volta lassù. Le limpide mattinate son rare, pur troppo; ma quando il vecchio Cimone non ha il suo cappello di nuvole, quando sul piano, dintorno a lui, si diradano le nebbie, la veduta è stupenda, dall'Adriatico al Tirreno, dalle Alpi tirolesi, svizzere e francesi, fino alle Maremme e alle isole dell'Arcipelago toscano.
Mentre noi abbiam fatta l'ascensione del monte, il nostro viaggiatore è smontato alle prime case di Fiumalbo. Di là, per andare a Querciola, il conte Gino doveva lasciare la strada maestra e piegare a sinistra, ma per una via meno agevole e con altri mezzi di trasporto. Perciò, consigliato dal vetturino, era disceso davanti alla porta d'un molino, dove una frasca indicava che il mugnaio faceva a ore avanzate anche l'oste, e dove molto probabilmente il nostro Gino avrebbe anche potuto trovare una cavalcatura e una guida per andare a Querciola. Smontato, adunque, e accolto con tranquilla urbanità dal mugnaio, chiese tutto ciò che gli bisognava, incominciando dal desinare.
L'oste mugnaio nuotava nell'abbondanza; ma non aveva lì per lì nulla di pronto. Se il viaggiatore poteva aspettare, egli sarebbe andato a cercare una gallina sul prato, dietro alla casa, e la sua donna non avrebbe indugiato troppo a fargli un brodo conveniente. Ma il conte Gino sentiva gli stimoli della fame, e di una fame da viaggiatore che ha ventisei anni. In pari tempo, sentiva dalla cucina un grato odore di lardo. Il mugnaio cuoceva la minestra per la famiglia. Orbene, e non si poteva mangiar di quella, senza aspettare il brodo di là da venire? Se c'erano delle galline, sicuramente non mancavano le uova. Egli dunque avrebbe sorbito un paio d'uova calde, e magari due paia. Un pezzetto di cacio sarebbe bastato per finire il suo pranzo, che a quell'ora, con quell'aria, e dopo tante ore di viaggio, si poteva chiamar luculliano.
—Se si contenta Lei, facciamo pure così;—disse il mugnaio.—Teodemira, una tovaglia di bucato e una posata al signore. Badi, sono di ottone, le posate.
—Tanto meglio;—rispose Gino.—Sembreranno d'oro.—
La minestra fumante venne in tavola, e il nostro eroe assaggiò la minestra. Era buona, e sarebbe anche stata migliore, se dalla cappa del camino non fosse caduto un po' di fuliggine entro la pentola scoperchiata. Non crediate che il conte Gino la respingesse per così piccolo guaio. L'elegante giovanotto, lo stomaco delicato, che si era già adattato benissimo al condimento montanaro del lardo, si contentò di ritirare con la punta del cucchiaio i grumi di fuliggine galleggianti sulla liquida superficie. Che cos'è infine la fuliggine? Fumo di vivande, condensato lungo le pareti di un camino. Gli antichi, nei loro sacrifizî, in cui erano insieme sacerdoti e cuochi, non offrivano forse il fumo agli Dei?
Mentre il conte Gino attendeva a quella cura, e non senza ridere un pochino del caso suo, un nuovo personaggio entrò nella sala. Era un giovinotto alto e bruno, vestito d'una cacciatora di velluto verde d'oliva; portava le uose di cuoio alle gambe, teneva ad armacollo un bel fucile a due canne, e sulla testa un cappellaccio nero di feltro. Ma questo, da uomo bene educato, se lo levò subito, alla vista del forastiero, scoprendo una capigliatura folta, ricciuta e nerissima.
—Oh, signor Aminta, buon giorno!—disse il mugnaio, andandogli incontro, con atto rispettoso.
—Buon giorno, Gasparino!—rispose quell'altro.—E il grano?
—Per domani, signor Aminta.
—Come? Ancora domani?
—Che vuole? Era tanto! Venga a vedere e si persuaderà.—
Il cacciatore entrò nel mulino, seguendo il mugnaio, e il conte Gino non lo vide più ricomparire nella sala. Stava per finire la minestra, quando il mugnaio ritornò presso di lui.
—Ebbene,—gli disse Gino,—avete pensato alla cavalcatura e alla guida?
—Sissignore,—rispose il mugnaio,—e siamo abbastanza fortunati, perchè il signor Aminta ci pensa egli.
—Chi è il signor Aminta?
—Quel giovane cacciatore che ha veduto poco fa.
—Che, forse dà cavalli a nolo?
—Nossignore, non ne ha bisogno. È il figlio del re della montagna.—
Gino credette lì per lì che il mugnaio gli raccontasse una favola da bambini.
—Caspita!—esclamò.—C'è un re della montagna, qui? E vive nei dominî di un semplice duca?
—Sicuro;—rispose il mugnaio, sorridendo alla celia.—I Guerri si chiamano così, nel nostro paese, tanto son ricchi. Tutto ciò ch'Ella vede dal monte Cimone all'alpe di San Pellegrino appartiene ai Guerri.
—Ah, capisco;—disse Gino.—Perciò li chiamate i re della montagna. E come mai il figlio del re, senza che io abbia avuto l'onore di essergli presentato, si degna di mandarmi una mula e una guida per Querciola?
—Gli ho detto che Vossignoria doveva andare lassù, e il signor Aminta s'è offerto a servirla. Quanto alla presentazione, non ce n'è proprio bisogno. In questi paesi ogni forastiero che arriva è un ospite dei Guerri. La conoscenza, poi, la faranno per istrada.
—Bene!—conchiuse Gino.—Seguitiamo gli usi di questo paese. E datemi le uova, frattanto; non vorrei far troppo aspettare il figlio del re.
—No, scusi;—replicò il mugnaio:—non le posso dar altro. Il signor
Aminta se l'avrebbe a male.
—Perchè? Non devo dunque mangiar altro?
—Per ora no, se non le dispiace. Il signor Aminta è escito per mandare l'avviso a casa sua, dov'Ella troverà assai meglio di quello che può offrirle la nostra cucina.
—Oh diamine! È grossa. Eccomi dunque invitato per forza.
—Qui è l'uso, quando passa un forastiero sul territorio dei Guerri.
—Ma qui, scusate, sono in paese abitato.
—Ha ragione; ma il mulino appartiene ai Guerri.
—Ed io mi trovo sul territorio del re, non è vero?—disse Gino, ridendo.—Ma sapete che è un uso piacevolissimo, e che tutti i re dovrebbero introdurlo nei loro Stati? Ottima istituzione, questi re della montagna! Passa un forastiero, in queste gole, e lo invitano a pranzo. Una volta si usava altrimenti; il forastiero, che si arrisicava in questi passi, era invitato bensì, ma a buttarsi con la faccia a terra, e lo svaligiavano senza misericordia. A proposito, e le mie valigie?…
—Le ha fatte prendere il signor Aminta.
—E per che farne, di grazia?
—Per mandarle a casa sua.
—Di bene in meglio!—esclamò Gino, che non sapeva se dovesse ridere, o andare in collera.
Ma perchè andare in collera, poi? Era venuto a cascare nei dominii d'un re, e quel re non somigliava punto al duca di Modena, suo riverito padrone. Questi lo discacciava, quell'altro lo accoglieva. In una cosa sola si manifestava una specie di analogia tra loro; ambedue facevano quel che volevano, senza consultare l'intenzione dei sudditi.
—Io, per altro,—soggiunse Gino, come ultimo atto di protesta,—debbo andare a Querciola.
—Che ci vuol fare, a Querciola?—disse il mugnaio, crollando le spalle.—È un paesaccio.
—Sia quel che gli pare; debbo andarci e ci andrò;—rispose
Gino.—Mettete che io abbia da farci degli studi.
—In questo caso potrà sempre inerpicarsi lassù ed arrivarci in un'ora di cammino. Ma, come abitazione, si troverà meglio dai Guerri.
—Dai Guerri? Chi sono i Guerri?
—Gliel ho detto poc'anzi: la famiglia del….
—Ah sì, lo ricordo ora, del signor Aminta. Ed anche non ricordandolo, dovevo immaginarmelo.
—Hanno un alloggio molto comodo;—rispose il mugnaio.
—Lo capisco;—disse Gino.—Sarà una reggia, se i padroni sono i re della montagna. E voi mi dite che in un'ora si può andare a Querciola?
—Dalle Vaie, sicuro.
—Le Vaie! Che cosa sono le Vaie?
—Il luogo di abitazione dei….
—Basta, ho capito anche questo;—interruppe Gino, ridendo.—Caro amico, vi ringrazio delle vostre informazioni, che finiscono tutte ad un modo, come i salmi. Non mi resta ora che di pagarvi il conto.
—Perdoni, signor mio;—disse il mugnaio, schermendosi.
—Come? Non si usa pagare il conto, alla vostra osteria?
—Si usa, sì; ma in questo caso…. Ella non ha mangiato che una cattiva minestra…. E poi, il signor Aminta non permetterebbe.
—Ah, per tutti i… re della montagna, ed anche della pianura, questa è grossa davvero. E se io volessi darvi uno scudo….
—Quando Vossignoria lo volesse ad ogni costo…—rispose l'altro, facendo bocca da ridere.
—Ah, finalmente!—gridò Gino, mettendo mano alla borsa.—Ne vinco una io, sul vostro signor Aminta.—
Pagato a quel modo lo scotto, il conte Gino escì dall'osteria, per avviarsi sulla strada che avevano già presa le sue valigie. Quasi sarebbe inutile il dire che lo guidava il mugnaio, poichè egli, ignaro affatto dei luoghi, non avrebbe saputo da qual parte voltarsi.
Passarono sopra un ponte di legno il ruscello che forniva l'acqua al mulino, e di là presero a salire un sentiero largo e sassoso in mezzo ad una boscaglia di cerri, rada nei tronchi, che apparivano grossi e diritti, ma folta in alto, per la diffusione dei rami.
I cerri sono le quercie delle alte convalli, dove il freddo regna più a lungo. Robusti e previdenti, hanno la corteccia più fitta, e le loro ghiande portano il cappuccio lanoso.
Il conte Gino aveva fatto appena un cento metri di strada, quando attraverso i radi tronchi dei cerri vide discendere dall'erta uomini e cavalli.
—To'!—diss'egli.—Una cavalcata. Com'è pittoresca!
—È il signor Aminta che ci viene incontro;—rispose il mugnaio.
—Sempre Aminta!—gridò il conte Gino.—Caro mio, Torquato Tasso dovrà esservi molto riconoscente.
—Chi è questo signore?—domandò candidamente il mugnaio.
—Il padre di Aminta;—rispose Gino.
—Scusi,—replicò quell'altro, sicuro del fatto suo,—il padre del signor Aminta si chiama Francesco.—
Gino diede in una matta risata, e il mugnaio pensò ch'egli fosse matto davvero, volendo sbattezzare il signor Francesco Guerri, per chiamarlo Torquato. Ma rise anche lui, vedendo ridere il suo compagno di viaggio.
Il nostro giovanotto era di buon umore, e la cosa vi parrà singolare, in mezzo a tanti dolori che lo avevano accompagnato sulla via dell'esilio. Ma io già ve l'ho detto, Gino Malatesti aveva ventisei anni. Aggiungete la novità del caso, che lo faceva ospite per forza di gente che non lo conosceva affatto, e che egli conosceva anche meno. E poi, non dimenticate la bella natura, questa regina sempre giovane e lieta, che fa anch'essa ogni cosa a suo modo, e che, dentro la cerchia del suo regno, per un giorno almeno, ha potestà di giocondare gli spiriti.
La cavalcata intravveduta da Gino si componeva di due soli cavalli. Sul primo torreggiava il signor Aminta; l'altro era condotto a mano da un famiglio.
Come fu a venti passi da Gino, il signor Aminta balzò leggero di sella e gli mosse incontro a piedi.
—Perdoni la libertà grande;—gli disse, scoprendosi.—Gasparino le avrà già detto….
—Sì, mi ha detto molto;—rispose Gino.—Ma io non so veramente con qual diritto dovrei dare tanto incomodo a Lei…. ignoto come sono….
—È un viaggiatore: è un ospite;—replicò l'altro, con bella semplicità di parole.
—E non sa ancora il mio nome;—soggiunse Gino, disponendosi a fare la sua presentazione da sè.
—Avrà tempo a dirlo, se vorrà;—disse Aminta.—Gasparino mi aveva accennato che Ella si reca a Querciola, per passarci alcuni giorni.
—Che potrebbero esser mesi;—replicò Gino.
—In quel luogo!—esclamò l'altro.—Ma ci sarà da morire d'inedia.
—Necessità, signor mio!—rispose Gino, stringendosi nelle spalle.
—Rispettiamo la necessità;—disse Aminta, inchinandosi.—Ma non c'è posto per Lei, a Querciola. È un paese di caprai, e non ci son famiglie, ch'io sappia, le quali possano offrirle una ospitalità pur che sia.
—Pure, debbo andarci; sono costretto!—disse Gino, sospirando.
—Ci andrà domani, doman l'altro, quando le piacerà;—rispose il signor Aminta.—Per ora si degni di smontare da noi.
—Non abuserò della sua gentilezza?
—Che dice Ella mai? La nostra casa sarà onorata della sua presenza. Del resto,—soggiunse quel principe ereditario,—che ci staremmo a far noi in queste alte solitudini, se, quando ci arriva un forastiero, non lo accogliessimo a festa? Aggiunga, signor mio, che altrove starebbe peggio che da noi. La vita è dura, tra questi monti, in mezzo ad una gente buona e leale, ma rozza….
—Non mi pare, non mi pare;—interruppe Gino.—Si fermi almeno alle buone qualità, se non vuole aggiungerne delle altre.—
Il signor Aminta ringraziò col gesto, e additò al forastiero il cavallo che era stato condotto per lui. Anzi, per colmo di gentilezza, volle mettersi egli stesso dall'altra parte, per offrirgli le redini.
Gino non aveva bisogno d'aiuti, e lo dimostrò subito, balzando in sella con una grazia di cavaliere perfetto. Nella perfezione del cavaliere c'entrano anche, lo immaginate, i ventisei anni di cui lo ha privilegiato il suo atto di nascita.
Il cavallo di Gino Malatesti era un bel rovano, di larga cervice e di garretti robusti, con due occhioni intelligenti e gli orecchi tesi, che indicavano una serietà di nobile animale, non ignaro della importanza degli uffici a cui è destinato. Gino gli palpò amorevolmente il collo, e n'ebbe in risposta un nitrito di soddisfazione.
—Strano!—diss'egli.—Non mi aspettavo di trovar cavalli, in queste balze.
—Cavalli di montagna, signor mio;—rispose Aminta.—Sono addestrati a correre per i greppi, e son saldi di passo come le mule.—
Aminta era montato in sella anche lui, e andava primo, per insegnare la strada. Così salirono l'erta del monte, e di là dalla boscaglia dei cerri il conte Gino vide una piccola valle, con un'altra costiera, vestita da un'altra boscaglia. Ma lassù, dalle vette dei faggi e delle quercie, appariva un campanile; e accanto al campanile una mobile striscia di fumo indicava la presenza di una casa. C'era abitato, lassù, e i bisogni dello stomaco e quei dello spirito potevano esservi soddisfatti egualmente.
—È là;—disse il signor Aminta, voltandosi al forastiero e additando il campanile.—Fra dieci minuti ci siamo.—
Andando avanti, e girando intorno alla macchia, si scopriva un po' meglio il paese. Là, dietro il campanile, era un ceppo di case, le une a ridosso delle altre, male ordinate e di misero aspetto. Anche la chiesa doveva essere una povera cosa, a giudicarne dal campanile, corto, gobbo e tutto sbrendolato nell'intonaco. Ritornando alle case, d'intonaco non si vedeva pur l'ombra; erano tutte murate a falde di macigno, ed apparivano così nere, da lasciar credere che tra pietra e pietra non fosse stata neanche messa la calce. Un po' meglio in assetto era la via che conduceva all'abitato, e questa parve a Gino una buona testimonianza della cura che i re della montagna avevano dei loro cavalli.
All'ultima svolta della strada gli si mostrò finalmente la chiesa, in tutta la sua maestà decaduta. Il finestrone della facciata aveva avuto in altri tempi una cornice di stucco, e certamente un cornicione doveva aver collegato il timpano alla gronda del tetto; ma cornice e cornicione erano spariti da un pezzo. Anche il muro, nella parte superiore, era tutto scrostato; solo nella inferiore, accanto alla porta d'ingresso, durava ancora ne' suoi contorni di rosso mattone un san Cristoforo seduto, col bambino Gesù posato sulla sua spalla destra, e con la mano levata. In atto di benedire i popoli, o di prendere al Santo una ciocca de' suoi capegli rabbuffati? Il pittore aveva lavorato in modo da lasciar adito a tutt'e due le supposizioni, e magari ad una terza. O san Cristoforo delle Vaie! nobile tipo di taglialegna, certamente copiato sulla faccia del luogo! Voi eravate enorme, come vuole la leggenda. Bontà vostra, che restavate seduto (o inginocchiato, non rammento più bene); se no, sfondavate con la testa la gronda del tetto.
Il Gino ammirò san Cristoforo e tirò via, seguitando il compagno. La via, rasentando il fianco della chiesa, si faceva più stretta, poichè sorgeva dall'altra parte una casetta di due piani, fatta a capanna, con una piccola scala all'aperto. Sull'ultimo gradino di quella scala era seduto un prete, magro ed ossuto, che portava in testa, scambio del berretto a tre spicchi, una papalina di velluto nero, e se ne stava là in osservazione, beatamente traendo boccate di fumo da una vecchia e corta pipa di Gessèmani.
—Don Pietro, buona sera!—disse il signor Aminta passando, e levandosi il cappello.—Viene da noi?
—Dopo cena, sicuramente.
—Perchè non prima?
—Caro Aminta, la pentola è al fuoco, e non bisogna mancarle di riguardo. Poveraccia! È quella di tutti i giorni, e un sentimento di gratitudine comanda di esserle fedeli. Non vi pare?
—È giusto, è giusto;—disse il signor Aminta.—A più tardi, dunque; e buon appetito.
—Non manca mai, quello! Altrettanto a voi e al vostro compagno di viaggio.—
Così dicendo, Don Pietro si alzò a mezzo, levandosi la sua papalina dal capo.
Gino rese il saluto, e disse frattanto in cuor suo:
—Ecco qua: noi ci lagniamo di dover vivere nelle nostre città capitali, che hanno il grave torto di non rassomigliar tutte a Parigi. E qui, e in tanti luoghi consimili tra i monti, vive un popolo industre e buono, che si contenta de' suoi villaggi appollaiati sui greppi, nè sembra accorgersi che le sue abitazioni sono catapecchie e stamberghe. Anche qui ci sono i ricchi, i potenti, e si adattano al modesto costume dei padri loro. Non manca neppure il re, e questo re della montagna molto probabilmente non possiede le querci per sedercisi sotto, a render giustizia, ma per tagliarle via via e mandarle ai lontani cantieri. Qui non saranno ricercatezze di cibo, non salse, non intingoli; ma pezzi di cinghiale, uccelli di passo, quarti di bove o d'agnello, arrostiti all'omerica, e magari serviti in piatti di argilla, su d'una tovaglia di canapa. Ma che importa? Sono felici egualmente.—
Così andava almanaccando, e gli ricorrevano alla mente i bei versi di
Bernardo Tasso, intorno alla vita campestre:
O pastori felici,
Che d'un picciol poder lieti e contenti
Avete i cieli amici,
Nè di mar paventate ire o di venti!
Noi vivemo alle noie
Del tempestoso mondo ed alle pene;
Le maggior' nostre gioie
Ombra del vostro bene,
Sono di fiele e d'amarezza piene.
Questo è su per giù il ragionamento che tutti fanno, quando, sottratti al fascino delle città rumorose, si trovano al cospetto della santa natura. Non bisognerebbe per altro che la cosa durasse! A buon conto, Gino Malatesti ricordava tutte queste belle cose, per conchiudere che i re della montagna dovevano vivere anch'essi maluccio.
Il suo monologo fu interrotto dalla fermata del signor Aminta. Quaranta o cinquanta passi più su dalla chiesa e dalla canonica che vi ho descritta, sorgeva la casa, o, per dire più esattamente, il ceppo di case che Gino aveva veduto da lungi, sovra il colmo dell'erta. Erano parecchi tetti raccolti in pittoresco disordine attorno ad un tetto più alto. La fabbrica di mezzo, la più grossa, senz'essere niente più intonacata delle altre, manifestava certe sue pretensioni signorili, nell'ordine doppio e abbastanza regolare delle finestre, come nelle persiane verdi del pian di sopra, che contrastavano allegramente con le mura nerastre e con le rappezzature del tetto.
Il signor Aminta era smontato da cavallo, davanti ad un portone, o piuttosto ad un grand'arco, aperto a guisa di breccia nel muro. Sotto quell'arco profondo era un andito, mezzo occupato da cinque o sei scaglioni di pietra, che non andavano mica diritti, ma giravano un pochino di sbieco, fino ad un pianerottolo, fiancheggiato da due tozze colonne, unico sfoggio architettonico di quella costruzione, evidentemente fatta in più tempi. Tra le colonne era un uscio spalancato, che lasciava vedere le pareti affumicate di una larga anticamera.
—Ci siamo;—disse il signor Aminta al suo ospite, che era smontato da cavallo egli pure.—Chiuda gli occhi, per altro.
—Li terrò bene aperti, anzi, per vedere una casa ospitale;—rispose
Gino, sorridendo.
E saliti quei cinque o sei scaglioni di pietra, entrò, seguendo il signor Aminta, nella vasta anticamera, dove non era che un grosso camino contro la parete, e davanti al camino una panca a semicerchio, col suo schienale alto, per ripararla dall'aria di fuori. Là, nelle sere d'inverno, e, dato il clima del luogo, anche in quelle di primavera e di autunno, dovevano raccogliersi intorno alla fiammata i re della montagna, coi loro famigli e con qualche viandante intirizzito. Nè sedie, nè altri arredi, si vedevano là dentro. Unico lusso, e certamente di altri tempi, una fascia di pietra che correva intorno alla cappa del camino, recando una leggenda scolpita a grosse lettere: «Dalla guerra alla pace» e uno scudo nel mezzo, alla spada rizzata in palo, con la punta abbassata.
—Avanzi di pretese nobilesche!—pensò Gino, vedendo lo scudo, ma non avendo tempo di leggere il motto.
Il signor Aminta, che fino allora lo aveva preceduto, gli faceva cenno di passare in un'altra stanza, più piccola, ma più arredata della prima. Il nostro giovanotto vide una tavola di querce appoggiata al muro, e alcuni seggioloni con le spalliere e i sedili di cuoio; roba antica, se volete, ma non elegante. Di là il nostro Gino fu fatto entrare in una terza stanza; e questa era una piazza d'armi senz'altro. Anche là si vedeva il camino, con la sua cappa alta, di pietra serena, scolpita a fogliami, e la leggenda che sapete e lo scudo che conoscete, ma questa volta dipinto, la spada d'argento e il campo d'azzurro.
Gino diede una guardata all'intorno, ed ebbe argomento a mutare un pochino la sua prima opinione. Aveva veduta anzitutto, nel mezzo della sala, una lunga tavola da pranzo, capace almeno di trenta posti. Era una tavola di querce, inverniciata a dovere, come si vedeva dai piedi lavorati al tornio, poichè la lastra era ricoperta da un gran tappeto rosso, listato d'un fregio nero. Dalle pareti pendevano alcuni vecchi quadri a olio, con ritratti di famiglia, non eccellenti forse come opere d'arte, ma con le loro cornici intagliate e dorate a fuoco. Dove non erano quadri, sorgevano da terra scaffali di libri, che attrassero tosto l'attenzione del viaggiatore. Strana cosa, là dentro! Erano tutte edizioni moderne, volumi rilegati di marocchino, e, dando un'occhiata ai titoli, il conte Gino riconobbe poeti e prosatori italiani, antichi e nuovi, insieme con opere francesi, inglesi e tedesche, nel loro testo originale.
Questa fu la gran maraviglia di Gino, e gli strappò un grido dal labbro.
—Poca cosa!—disse il signor Aminta, accostandosi.—Non siamo abbastanza provveduti, in materia di libri.
—Come?—gridò il forastiero.—Ci hanno….—E qui voleva dire:—Ci hanno assai più di noi, ad onta dei quattromila volumi che ingombrano la nostra biblioteca.—
Infatti, la libreria dei conti Malatesti era stata messa insieme da un prozio vescovo; archeologia sacra e teologia, in gran parte, e non era stata più accresciuta nè completata. Là, invece, nella libreria dei Guerri, c'era in quattro cinquecento volumi il fiore di quattro letterature.
Perciò il conte Gino terminò la sua frase, dicendo:
—Ci hanno tutta roba moderna, e mostrano di aver familiari le lingue estere.
—Ah sì!—disse il signor Aminta.—Ma non creda che le abbia familiari io, queste lingue. Faccio molto a sapere il mio italiano, e un po' di francese, che non ho mai occasione di parlare.—
Gino voleva chiedere chi fosse, in famiglia, che sapeva, oltre il francese, il tedesco e l'inglese. Ma, da persona bene educata, si astenne dal domandare quello che il suo interlocutore non aveva creduto opportuno di dirgli.
Frattanto, nel voltarsi a guardare intorno, ebbe un altro argomento di maraviglia; un pianoforte, niente di meno, un pianoforte a coda, ed anche della fabbrica di Erard, se non vi dispiace di saperlo. Al conte Gino, che si era avvicinato per dare un'occhiata alla scritta, non dispiacque davvero.
Come avrete veduto da questo scampoletto di descrizione, la sala era da pranzo e serviva di salotto e di biblioteca ad un tempo. La sua ampiezza giustificava benissimo quella moltiplicità di destinazioni.
Gino, dopo aver guardata la scritta, si era arrisicato a sollevare il coperchio, e stava arpeggiando con le dita sulla tastiera, quando un uscio si aperse ed entrò nella sala il signor Francesco, il padre di Aminta, il vero re della montagna, bel vecchio dalla barba bianca, dall'aspetto grave e buono, per consuetudine malinconico, ma che sapeva sorridere d'un sorriso dolce e tranquillo come il suo occhio azzurro e come la sua voce di tenore baritonato. Eravamo davanti al pianoforte, e questo accenno al registro vocale non vi parrà fuori di luogo.
Anche il signor Francesco Guerri fu molto cortese con l'ospite, anch'egli sfuggì l'occasione di sapere chi fosse. Evidentemente, quello era un uso di lassù: forma di galateo montanaro che non è senza grazia, sebbene non vada esente da qualche piccolo guaio. Sapere chi si accoglie, lo riconosco ancor io, non salva sempre il padrone di casa dal pericolo di farsi portar via le posate; ma è chiaro che dove c'è l'uso di accoglier tutti con eguale cordialità, senza domandare il suo nome a nessuno, il pericolo che la gente abusi della vostra ospitalità non sarà punto scemato. Nè un padrone di casa può essere così certo del suo occhio, da riconoscere a prima vista la gente di cui debba fidarsi, poichè le apparenze ingannano. I carabinieri, a buon conto, in certi luoghi ed occasioni, usano la precauzione lodevolissima di domandarvi le carte.
Il signor Francesco, dopo i complimenti consueti, introdusse l'ospite nella camera a lui assegnata. Era piccola, o, per dir meglio, appariva piccola a chi veniva allora da quella gran sala, ma c'era tutto il necessario per viverci bene. Il letto era a baldacchino, con le sue brave cortine di damasco, e il conte Gino osservò che aveva sul copertoio un grosso e soffice cuscino di piume.
—Le notti son fredde, tra questi monti;—disse il signor
Francesco.—Ma speriamo che Ella non ci si ritroverà troppo male.—
Gino si era maravigliato nella sala, e si maravigliò ancora nella camera da letto, vedendo quel lusso, antico ma sodo, ed anche certi graziosi nonnulla, come lavori di lana e ricami all'uncinetto, che facevano pensare al Journal des Demoiselles ed ai suoi esemplari d'opere femminili, tanto preziose nell'arredamento di una casa.
—Ah, ah!—diss'egli tra sè.—Qui c'è la mano di una donna.—
E quella camera, da prima, e tutta la casa di poi, e i luoghi circostanti s'illuminavano, agli occhi della sua mente, d'una poetica luce.
Questo fenomeno occorse la prima volta nel settimo giorno della creazione. Almeno, così dicono i poeti, che sono stati da per tutto, anche a latere del Padre Eterno, nel periodo delle grandi novità. Gli alberi frondeggiarono ad occhi veggenti, gli uccelli fecero il verso d'amore nel bosco, i fiorellini sbocciarono dal prato; Adamo, poi, si svegliò in soprassalto, e disse…. Che cosa disse Adamo? Sicuramente egli deve avere incominciato da una esclamazione, da una invocazione all'Altissimo; verbigrazia da un: «Dio…. misericordioso!» invocazione che fu il principio e l'esempio di tutte le altre, venute poi, nell'ordine progressivo dei tempi.
Ah, donne gentili, siete voi il tormento e la consolazione. Con voi si può vedere la luna in pien meriggio, ma senza di voi c'è buio a tutte le ore del giorno. La vostra presenza, a buon conto, reca la grazia nella conversazione degli uomini, o quanto meno l'obbligo di evitare certe locuzioni improprie con cui l'uomo dimostra ed afferma la sua indipendenza nel consorzio incivile. Dove voi siete, egli si studia di parer più garbato, e qualche volta ci riesce; ad ogni modo, bisogna tenergli conto dell'intenzione, vedendolo star sulla vita, ravviarsi i capegli, arricciarsi i baffi, tirar fuori dalle maniche e mettere in mostra i polsini della camicia, fare insomma tutti quegli atti, leggermente e graziosamente scimmieschi, per cui egli accenna il desiderio di piacere.
M'è occorso ieri (scusate la parentesi) di fare un piccolo viaggio. Eravamo tre uomini, nella carrozza dei fumatori, e ne capitò all'ultim'ora un quarto, un giovinotto bello come il Fauno di Prassitele, che appena entrato s'impossessò del suo sedile e dei due posti che c'erano, accomodandovi le membra per dormire, e puntando i suoi delicatissimi piedi contro il bracciuolo di mezzo. Mezz'ora dopo non gli bastavano più i due posti; alzò una gamba e sconfinò sul mio territorio, posandomi sulle ginocchia una scarpa, che fui costretto a prendere con due delicatissime dita, per ricondurla ne' suoi legittimi confini. Avrebbe egli fatto così, se io fossi stato una graziosa signora? Si sarebbe egli pure accomodato a dormire? Dèi immortali, mi parrebbe già di vederlo, ritto sulla vita, tirarsi su i baffettini, aggiustarsi il nodo della cravatta, lanciarmi occhiate assassine, spiando l'occasione di entrare in discorso, e fors'anco entrandoci senza aspettar l'occasione. Certamente, sarebbe diventato molesto, ma ad un altro modo; perchè proprio è così, noi siamo una razza noiosa come le mosche, e il senso della misura ci manca, così nel bene come nel male.
Come io tengo a bada voi con le mie chiacchiere, così il signor Francesco, il re della montagna, aveva tenuto a bada il suo ospite, descrivendogli per sommi capi la vita che si faceva tra quelle gole alpestri, e dandogli di passata un'idea dei lavori a cui si può attendere utilmente, nel taglio ragionevole dei boschi e nell'ingegnosa combinazione delle serre. Gino s'innamorò delle serre, e promise a sè stesso di andare un giorno a vederle, quelle poetiche chiuse di lastroni e di legna, che fanno pescaia alle acque e ricettacolo ai tronchi galleggianti, per lasciarli poi, a cateratta dischiusa, precipitare affollati in un serbatoio inferiore, e così via, di pescaia in pescaia, fino ai grandi depositi della pianura. Il nostro giovanotto non conosceva quelle industrie montanare; ignorava che lassù ci fossero costumanze e fatiche così selvaggiamente poetiche come quelle dei pioneers americani. Ma gl'Italiani ignorano molto, in Italia, e non è colpa loro, perchè l'ignoranza incomincia dalla scuola.
A un certo punto della conversazione, apparve il signor Aminta sull'uscio e fece un gesto a suo padre. Allora il signor Francesco disse al suo ospite:
—Signor mio, le abbiamo fatto aspettare un po' troppo il suo pranzo. Ma Ella ci scuserà, perchè non era la nostra ora, così che siamo stati colti alla sprovveduta.
—E mi rincresce del loro incomodo;—disse Gino.
—No, nessun incomodo;—ripigliò prontamente il vecchio, non lasciandogli il tempo di proseguire.—Per noi questa è la cena. L'anticipiamo un pochino, quest'oggi, come Ella ha dovuto ritardare il pranzo. Gli uomini,—soggiunse il signor Francesco,—debbono trovar sempre il modo di andare d'accordo, e non ci riusciranno, io credo, senza qualche concessione scambievole. Non le par meglio così, che star fitti nel proprio uso e nella propria opinione?—
Gino rise e approvò largamente. Non era più luogo da complimenti e da scuse, davanti ad un ragionamento così semplice e così largo ad un tempo.
—Mi permetta almeno di cambiar abiti;—diss'egli, che aveva vedute le sue valigie deposte in un angolo.—È affar di cinque minuti.
—Per che fare?—rispose il signor Francesco.—Ella è molto bene, così, e ci farebbe torto a volersi mettere sulle cerimonie. Via, ci contenti, e venga com'è.—
Gino si acquetò, vedendo che la miglior cerimonia era lì per lì l'obbedienza. E il signor Francesco, presolo amorevolmente per il braccio, lo condusse verso l'uscio.
—Mi permetta allora,—riprese Gino, che aveva sempre bisogno di qualche cosa,—mi permetta allora di dirle il mio nome.
—Poi, poi!—interruppe il vecchio.—Ci sarà sempre tempo. Ella è una persona garbata, e noi non avremmo merito nel riceverla, se non conoscessimo il cavaliere all'aspetto.
—Pure,—ripiglio Gino,—sarei tanto lieto di dirle il mio nome. Per obbligo di reciprocità;—soggiunse.—So infatti che Loro son Guerri.
—Bene, si consideri per oggi un Guerri anche Lei, un fratello minore, un figlio della famiglia;—replicò il signor Francesco.—Le dispiace, forse?
—No, davvero, e quando è così non parlerò più del mio nome, neanche domani;—disse Gino sollecito.—Son Gino Guerri, adunque. È un bel nome; suona bene!—
E rideva, il giovanotto, ed entrò ridendo nella gran sala, dove in quel frattempo era stata apparecchiata la mensa.
Qui, se io sapessi di esser letto da gente digiuna, amerei descrivere la tavola e le dodici, proprio dodici, qualità diverse di principii che facevano bella mostra di sè nei piattellini disposti in ordine, a destra e a sinistra di un vaso antico di Faenza, che torreggiava nel mezzo, pieno riboccante di fiori. Gino ammirò quello sfoggio, che dalle olive di Lucca andava fino alle sardelle di Nantes, passando per le acciughe della Gorgona, e che dalle polpettine di cipolla e prezzemolo, in salsa di capperi, si arrisicava fino alle altezze squisite del salmone rosato di Nuova York, passando per tutte le conserve, distinte di tanti nomi, del tonno di Sardegna, che ha certamente i suoi pregi. Pensate pur male di me, povero narratore, che vi sembrerò un ghiottone, ma non pensate male del mio eroe, che ammirò lo sfoggio della quantità, senza fermarsi ai particolari, e che volse subito la sua attenzione al vasellame. I piatti di mezzo, i tondi o le scodelle dei posti in giro, erano tutti di vecchia maiolica, e portavano tutti dipinto nel centro lo scudo dei Guerri, con la spada in palo e con la leggenda che sapete. Il finimento apparteneva per lo stile dell'opera alla prima metà del secolo scorso, e i gialli vivi e gli azzurri spersi, e la ricchezza degli ornati, dicevano chiaramente che quel vasellame era uscito da una delle migliori fabbriche di Romagna.
Gino ammirava ancora, abbracciando con l'occhio tutta quella ricchezza ceramica, quando dall'uscio di rincontro apparvero due signore.
—Ah, ecco le nostre donne!—disse il signor Francesco.—Ora Ella farà un po' di conoscenze in famiglia.—
La prima che si avanzava era un bel tipo di donna attempata, coi capegli brizzolati, ma la carnagione ancor fresca e lucente.
—Mia sorella Angelica;—ripigliò il signor Francesco.—Ella fa qui da padrona di casa, poichè i miei figli hanno perduta la madre.—
E sospirò, il re della montagna, mentre Gino salutava.
La seconda che veniva verso di lui era più giovane di qualche anno, bruna, dall'occhio ardito, dalle labbra tumide, indizio di bontà.
—Mia cognata Olimpia;—disse il signor Francesco.—Suo marito, mio fratello secondogenito, verrà forse più tardi. Egli è alla serra, e non c'è stato il tempo di farlo avvertire. Un altro mio fratello, il più giovane di tutti, quasi giovane come il mio Aminta, non verrà, perchè vive lontano da noi, a Sassuolo, per ragion di negozio.—
Gino salutava i presenti, e accennava del capo agli assenti. Gli pareva strano, frattanto, che gli altri fossero presentati a lui, ed egli a nessuno. Ma lassù comandava un galateo diverso, l'antico. Nelle nostre case moderne i padroni sono altrettanti piccoli principi, a cui bisogna far riverenza; nelle vecchie, o dove gli usi son vecchi, principe è l'ospite, e a lui son rivolti gli omaggi di tutti.
Mentre egli pensava, un'altra figura di donna apparve nella sala.
Capitolo III.
Tra l'Ariosto e il Tasso.
Figura di donna, ho detto, e aggiungerò di donna giovane, quantunque lo avrete già argomentato da certa disposizione di effetti, che del resto è proprio casuale, e perciò senza merito mio. Quella giovane donna veniva ultima nella sala da pranzo, perchè era l'ultima di fatti nell'ordine gerarchico della famiglia e in quella legge della precedenza, che non è solamente a Corte, ma si ficca un po' da per tutto: perfino, che vi dirò?… perfino in un branco di pecore. Ma che importa esser gli ultimi, per certi rispetti, se per altri ed essenziali si può essere i primi? Quella figura di donna, apparsa ultima nella sala, fu facilmente, trionfalmente la prima, agli occhi del conte Gino Malatesti.
Come, direte voi, già a questi punti? Nossignori, non c'è già che tenga. È permesso di ammirare, anche senza cadere innamorati sul colpo. E poi, queste son sottigliezze che vanno lasciate in disparte. In ogni ordine di cose c'è quel che si vede, e quel che si guarda; che ci possiamo far noi? L'ultima di casa Guerri era di quelle che si guardano.
Vorrei descriverla; ma le descrizioni sono così poco efficaci! S'infilzano parole l'una a fianco dell'altra, si girano frasi, si rigirano periodi, si riesce a far della prosa robusta, desolazione ed abominio dei popoli. La descrizione, checchè faccia, non sarà mai la pittura. Nondimeno, anche nei passaporti c'è il desiderio di dipingere in qualche modo, e nessuno ignora che in una descrizione qual si sia, certi tocchi particolari hanno la virtù di richiamare alla mente del lettore una immagine piuttosto che un'altra. Quando, ad esempio, si dice capegli biondi, capegli rossi, vengono subito agli occhi due tipi distinti di carnagione, il bianco fino e pallido, o il bianco vivace e lentigginoso. Se vi dicono capegli castagni, la carnagione vi si offrirà subito agli occhi d'un bianco traente al bruno, non senza riflessi dorati; se vi dicono capegli neri, d'ebano, o d'ala di corvo, vedete prontamente una carnagione alabastrina e perlata. Così, per via di naturali richiami e associazioni d'idee, il povero narratore si aiuta.
Or dunque, non per voler descrivere, e molto meno per gareggiare con la pittura, vi pregherò d'immaginare una figura di donna piuttosto alta, snella, ma dal fianco prominente, su cui si disegna con castità medievale ed incomincia ad abbozzar le sue pieghe una veste di lana colorita a larghi quadri scozzesi. La vita risale tutta chiusa fino alla radice del collo, donde esce e biancheggia una piccola gorgiera di mussolina; le maniche, strette fino ai polsi, vi fanno sentire la greca modellatura delle braccia. Nel complesso, eccovi una figura di giovane castellana, a cui non manca che la borsellina di seta, pendente da una cintura molleggiante di cuoio, per darvi l'illusione perfetta.
Le mani son belle, e guai se non lo fossero, uscendo da quelle maniche così strette. Il volto è di contorno romano, ma con lineamenti raffinati, raddolciti dall'espressione moderna. Le sopracciglia son nere, diritte, segnate senza fiacchezza, ma altresì senza le esagerazioni del classicismo di seconda mano, e di sotto a quelle sopracciglia gli occhi grandi sfavillano nerissimi, circonfusi di una luce bianca azzurrognola. Nel naso profilato, nelle labbra di vermiglio pallido, sottili di forma e a mala pena incurvate sugli angoli, nel mento pieno e risentito, nella rotondezza eretta del collo, il moderno antropologo vedrebbe una grande fermezza di volontà, come nell'orecchio piccino e nella vivacità dello sguardo una rara delicatezza di sentimento. Ma che dire della carnagione, che è pregio essenziale nella bellezza femminile, tanto che senza di questo la medesima purità dei contorni si riduce ad un accozzamento di linee, felice sì, ma spietatamente geometrico? La dicono bianca come la neve, sì, per seguitare l'usanza; ma come la neve, quando il primo raggio di sole la tinge di rosa sulla vetta di un'Alpe. E questo, ancora, è l'effetto da lontano; per descrivere la cosa veduta da vicino bisognerebbe chiedere i paragoni alla superficie interiore di certe conchiglie orientali; donde per altro si avrebbe l'idea di una durezza vitrea, laddove sarebbe necessario rendere l'impressione del delicato, del pastoso e del morbido.
Lettori, badate a me, qui si va fuori di strada. I nostri vecchi non avevano tante sfumature di discorso, e quando vedevano una fanciulla sul far di questa, sgranavano tanto d'occhi, esclamando: «Dio… misericordioso, che bel tocco di ragazza! che occhio di sole!» Ciò è volgare in parte, e in parte sbrigativo, lo so, ma per contro è sincero. Ed una bella esclamazione, che dica lì schietto schietto il senso fatto su di noi dalla vista di una bella persona, val più di tutti gli artifizi del discorso, di tutte le ricercatezze della parola, di tutte le capestrerie della frase.
I capegli della fanciulla, lo avrete già indovinato per la solita associazione d'idee, erano neri nerissimi; ed anche lucenti, riccioluti, come quelli del suo fratello Aminta. Ma se ne vedevano pochi, di quei capegli maravigliosi, poichè il loro volume era imprigionato in un gran fazzoletto di seta, rigirato a casco dalla fronte alla nuca. Vi parrà una moda strana, ma il costume dei monti in cui siamo vuol proprio così. È un costume antico, se permettete, e s'accorda con ogni forma d'abbigliatura. Quando la testa è ben formata, e ricca la capigliatura imprigionata là dentro, vi par di vedere Minerva, con quel suo elmo ateniese, che tondeggia sul collo e fa punta sulla fronte, lasciando libere a mala pena due ciocche di capegli che scendano dalle tempie ad accarezzare le guance e a coprir mezzi gli orecchi.
Bellezza, tu sei veramente la cosa più maravigliosa, il bene più invidiabile che al mondo sia; nè l'ingegno ti vale, nè la ricchezza ti agguaglia. Tu sei la forma divina che l'uomo intravvede, poichè nell'interno d'ogni uomo c'è il principio d'un artista, che si svolgerà o non si svolgerà, poco importa, ma che riconoscerà, sentendola quasi istintivamente, una legge d'ordine e d'armonia, la quale è da per tutto, ma in nessun'altra cosa si estrinseca meglio e s'incarna, che in una figura di donna. L'ingegno, lo so, potrà celebrarti degnamente; ma che serve? Tu sei egualmente, e puoi stare senza inni di poeti, avendo le adorazioni d'una moltitudine che ti sente e s'inchina. La ricchezza, so anche questo, può coprirti di diamanti. Ma son proprio necessarii i diamanti? Non lo erano per esempio alla fanciulla dei Guerri.
Infatti, lettori, ecco qua un punto per cui la nostra eroina non somiglia a tante altre. Ci sono delle bellezze a cui stanno bene gli ori e le gemme; delle altre, invece, che con questi amminicoli non s'intenderebbero più. Gli antichi Greci diedero i pendenti di tre gocce agli orecchi di Giunone, non agli orecchi di Venere, e meno ancora agli orecchi di Minerva. Certe armonie delicatissime di forma non sopportano frastaglio d'ornamenti; certe sfumature di tinta, pari alle tenerezze giovanili dell'alba, sarebbero oppresse da tutto quel luccichìo di brillanti, che fa un po' troppo ricordare i pendagli cristallini dei lampadarii nelle feste da ballo. Ah, le bellezze di un collo semplicemente vestito del suo candore e della sua morbidezza! Signore mie dolci, seguite il consiglio di un ignorante; lasciate il collare ai cani, agli uomini politici e alle bocce d'assenzio di Neufchâtel. Quanto agli orecchini, pensate che un bell'orecchio piccino e trasparente, vale tutti i brillanti dell'India e del Capo, e che il non averlo neanche forato, come può fin d'oggi dimostrare l'abbandono di una usanza selvaggia, così potrà essere un giorno il contrassegno d'una classe più elevata.
—Fiordispina, la mia figliuola!—disse il signor Francesco, presentando l'ultima venuta al suo ospite.
Gino fece una gran riverenza. E quantunque fosse colto da un senso di maraviglia, non potè astenersi dal fare una delle sue solite osservazioni. Egli osservò, infatti, che i nomi lassù erano tutti presi dai classici. Il nome di Aminta veniva dal dramma pastorale del Tasso; Fiordispina. Angelica, Olimpia, escivano dai canti dell'Ariosto. Di nomi comuni egli non aveva sentito ancora che quello del signor Francesco, del padrone di casa. Ma questo si capiva facilmente, ricordando che nelle famiglie il primogenito suol prendere il nome del nonno; donde avviene che due soli nomi si alternino per parecchie generazioni, mentre per tutti gli altri nati di una casata ci sia libera scelta, e in questa scelta la moda e i gusti particolari trionfino. Lassù la moda non era giunta, o non aveva attecchito; i gusti particolari favorivano l'Ariosto ed il Tasso. Gino Malatesti s'aspettò di veder capitare da un momento all'altro Bradamante e Clorinda, Ginevra ed Erminia.
Ma nessuna altra donna apparve nella sala da pranzo, e non fu neanche il caso di veder comparire nessun Ruggero o Mandricardo. La famiglia era tutta radunata, tranne quei due uomini, fratelli del signor Francesco e da lui accennati poc'anzi, uno dei quali era alla serra, e sarebbe capitato più tardi, e l'altro era a Sassuolo, nè sarebbe venuto altrimenti.
Venne in quella vece il momento di prender posto a tavola. L'uso moderno avrebbe portato di mettere la signora Angelica al posto di mezzo, e il signor Gino alla destra di lei. Ma lassù regnava l'uso antico, e il posto d'onore fu dato all'ospite, che ebbe alla sua destra la signora Angelica, il signor Francesco alla sinistra. Fiordispina sedeva accanto a suo padre; Aminta dall'altro lato, presso la signora Olimpia; tutto il resto della tavola rimase vuoto, chè i commensali non si potevano inventare, per compimento della scena.
Il pranzo fu copioso, in piena armonia con l'abbondanza dei principii. Dominarono, come potete credere, i piatti di cacciagione, ma non mancarono quelli di pesce, in un luogo così ricco d'acque correnti. E a proposito di correre, i vini prelibati non furono lenti, come non erano scarsi. A mezzo il pranzo, entrò nella sala il secondogenito dei Guerri, e fu presentato col nome di Orlando. Evidentemente, quella era una casa ariostesca, e il nome del nuovo venuto confermava la teorica foggiata lì per lì da Gino Malatesti. Per il signor Orlando non c'era che il guaio di essere stato innamorato di Olimpia, e di averla sposata; ma come evitarlo, quel guaio?
Angelica era sua sorella, e se anche non lo fosse stata, avrebbe dovuto amar piuttosto Medoro. Egli, poi, non avrebbe voluto cambiare il suo nome in quel di Bireno, che fu il nome di un traditore. Il signor Orlando, adunque, si era adattato a quel piccolo guaio, della poca corrispondenza dei nomi, o non ci aveva neanche badato. Innamorandosi d'una Olimpia, poteva anzi rallegrarsi, di essersi imbattuto in un altro nome ariostesco, da tirare in famiglia.
Nomi ariosteschi, adunque, con qualche spruzzatina di Torquato Tasso; ma tutt'insieme una famiglia patriarcale, in mezzo a cui si riposava, espandendosi, lo spirito di Gino Malatesti. Il giovanotto, che aveva già pensato tante cose e fatto tanti raffronti, non potè neanche astenersi dal meditare su quel pranzo magno, alle falde del monte Cimone, in quella casa di povero aspetto contadinesco, dove si era immaginato di dover fare un pasto magro. Ora è chiaro che le lezioni dell'esperienza debbano servire a qualche cosa, se l'animo che le riceve non è foderato di sughero. Proprio allora il conte Gino fece giuramento a sè stesso di non giudicar più dalle apparenze e di aspettare in ogni cosa la fine.
Ma non aspettò che finisse il pranzo, per giudicarlo eccellente; che questo gli sarebbe parso magnifico, anche senza tanto contrasto di condizioni e chiaroscuro di circostanze, per cui dalla triste via dell'esilio tra i monti era capitato davanti alla scodella di minestra fuligginosa del mugnaio, e finalmente alla tavola ospitale dei Guerri. Per i quali tutti egli ebbe parole di somma cortesia. Educato com'era, esperto di tutte le delicatezze del conversare, Gino Malatesti innalzò quel giorno tutte le sue piccole qualità aristocratiche al grado superlativo. Voleva piacere a' suoi ospiti: unico modo di mostrar loro la sua gratitudine.
—E dopo ciò,—diss'egli alle frutta,—triste cosa sarà dover andare a
Querciola.
—Ma sì, triste cosa!—ripetè il signor Francesco.—E si potrebbe ancora, con sua licenza, o usando della libertà che gli anni concedono, chiamarla una pazzia. A Querciola, mio signore, non troverà nulla di ciò che è necessario per vivere, quando non si è taglialegna o caprai. Non ha una casa laggiù dove ci sia una camera a mala pena abitabile. Ci sarebbe quella dei Paoli;—soggiunse con atto di concessione il signor Francesco, rivolgendosi al fratello Orlando.—Ma i Paoli, che ebbero un figliuolo medico e professore di chimica all'Università di Modena, vivono poveramente anche loro.
—Verissimo;—disse Orlando.—Ho avuto occasione di entrarci l'altro giorno, per dire qualche cosa al vecchio Azzolino, Vuol crederlo? Non c'era neanche una sedia che si reggesse sulle gambe.
—Eppure,—disse Gino, sospirando,—dovrò andare a Querciola. L'ordine parla chiaro;—soggiunse, volgendo alla signora Angelica, sulla sua destra, un discorso che era incominciato con la sua brava direzione a Fiordispina, sull'estrema sinistra.
—L'ordine!—esclamò la signora Angelica.—C'è un ordine, per
Vossignoria?
—Ne giudichi Lei;—disse il giovane, cogliendo la palla al balzo.—Gino Malatesti, figlio del conte Jacopo, di Modena, si recherà a confine in Querciola, ed ivi rimarrà fin tanto che al nostro Venerato padrone non piaccia disporre altrimenti. Così scriveva ier l'altro a mio padre il signor direttore di polizia. Come ella mi vede, signora Angelica, sono un condannato politico… e condannato senz'ombra di processo.—
Ciò detto, gli parve di respirare più libero. Era finalmente venuto a capo di palesare il suo nome.
La signora Angelica aveva fatto un gesto di commiserazione, ma non aveva proferito parola. Il signor Francesco, capo della famiglia, l'unico a cui sarebbe toccato di dire qualche cosa, era rimasto pensieroso, e, forse per non essere obbligato a parlare, aveva in quel punto afferrato il suo bicchiere di lambrusco, e lo tracannava d'un fiato.
—To'!—disse Gino tra sè.—Son caduto in mezzo a duchisti. Il re della montagna è un buon suddito di Casa d'Este, come mio padre.—
Per altro, se erano duchisti com'egli pensava, i Guerri non erano scortesi coi loro avversarii, quando questi rivestivano la qualità di ospiti, e le attenzioni di quella gente al forastiero nè crebbero per il suo titolo conosciuto di conte, nè diminuirono per il suo peccato egualmente conosciuto di cospiratore politico. La signora Angelica, riavutasi certamente dalla prima sensazione spiacevole, parlò del dolore che il signor Gino aveva dovuto provare, separandosi da suo padre e da tutta la sua cara famiglia. Gino riconobbe che infatti il dolore era stato a tutta prima fortissimo, ma che poi lo aveva temperato grandemente un pensiero di riverenza per suo padre. Il conte Jacopo era un fedelissimo suddito, e certamente, se poteva dolergli che il figliuolo, per qualche atto o parola che accennasse ad altre idee, avesse destato il sospetto dell'autorità, doveva anche piacergli, che quel figliuolo andasse confinato tra i monti, anzi che rimanere a Modena, sotto la vigilanza della polizia, e col pericolo di dare altri argomenti alla severità del governo ducale.
—Dunque, signora mia,—conchiuse Gino,—bisogna ripetere col proverbio antico, che tutto il male non vien per nuocere. Mio padre è più tranquillo, ed io debbo esser felice della tranquillità di mio padre. Infine, ho fatto il male, ed è giusto che faccia la penitenza; una penitenza che, come vedo dai principii, non è punto dolorosa!—soggiunse egli, ridendo.—Resta sempre la necessità di andare a Querciola, lo so; ma per un buon vicinato si può anche accettare una cattiva residenza. Ella mi ha detto, signor Aminta, che Querciola è distante a mala pena un'ora di cammino dalle Vaie, non è vero?
—Fortunatamente;—rispose Aminta.—E non credo che l'ordine del governo le vieterà di passeggiare nei dintorni.
—Tanto più che io qui non avrò occasione di cospirare;—ripigliò il conte Gino.—La politica è bandita dai monti.
—Eh, chi lo sa?—disse il signor Francesco, levando il suo bicchiere nuovamente pieno all'altezza dell'occhio, e guardando attraverso il cristallo la bella tinta del vino.—Se sui monti è aria libera, come sfuggirne il contatto? come evitar la politica? Politica d'analogia, lo capisco, ma sempre politica!—
Qui il conte Gino si avvide di non aver mantenuto il suo giuramento, e di essere ricascato subito nel fallo di giudicare dalle apparenze. Peggio ancora, si era mostrato scortese coi monti, dicendoli alieni dalla politica, e il signor Francesco, pensatamente o no, aveva rivendicata la loro nobiltà di sentire. Il monte è l'aria libera, è l'abito, è l'istinto medesimo della libertà. Può dire altrettanto di sè la pianura?
Ma il signor Francesco Guerri, avesse o non avesse rilevato il piccolo e sicuramente involontario errore del suo ospite, si era tenuto con la sua risposta assai alto, e proprio fra le nuvole, come qualche volta usava fare il Cimone. Si sa, la politica del monte non è intieramente quella del piano. Il conte Gino, del resto, anche senza badare a quelle sottigliezze di distinzione, non reputò necessario di tirare il re della montagna nei bassi strati delle applicazioni, delle necessità, degli ostacoli, della ragione storica e della topografica, in cui vanno spesso a battere e a naufragare i principii. Ricondusse abilmente il discorso alla vita e alle costumanze della città, avendo il piacere di tornar più gradito alle signore che lo ascoltavano.
C'è nell'uomo una inclinazione naturalissima a dir male degli assenti. Ciò forse avviene perchè da lontano si vedon meglio le cose, e nella natura umana c'è più da criticare che da ammirare. Gino cedette alla tentazione, e disse male degli usi e delle mode cittadine: garbatamente, si capisce, sfiorando l'argomento, passando dall'uno all'altro come una farfalla spensierata, per il gusto di provar l'ali e di farle risplendere al sole. Allora, lo ricordate, usava il crinolino, quell'orrida gabbia fatta a campana, ma non tanto orrida come la gobba d'oggidì, che fa parer le signore tanti dromedarii rizzati sulle gambe posteriori. La critica del crinolino fece ridere Angelica, Olimpia e Fiordispina. È forse vero che i nomi imprimano carattere? Quelle donne che davano nei nomi loro l'illusione di essere uscite dal mondo poetico dell'Orlando Furioso, non potevano sicuramente non ridere delle goffe usanze del mondo moderno. E risero, come avrebbe riso Elena, sulle rive del patrio Eurota, se il dottor Fausto, scambio di parlarle il linguaggio eterno dell'amore, si fosse fermato a descriverle certe fogge d'allora, verbigrazia quel cartoccio da confetti che portavano sul cocuzzolo le donne tedesche del Quattrocento.
E i cappellini, a proposito, i cappellini di quell'anno!… Le piume di struzzo non si usavano più tanto; i fiori, partiti in due cascatelle e piantati tra l'ala del cappellino e la guancia, erano ancora in onore; ma i frutti accennavano già a voler prendere il posto dei fiori. Una moda fresca fresca era quella dei grappoli d'uva alle gote. Ne veniva la necessità di allargare a cerchio le falde laterali, sicchè la faccia delle donne paresse una luna in quintadecima. Si poteva dare di peggio? Ah, meglio, cento volte meglio, un fazzoletto di seta rigirato intorno alle tempia!
—Vivaddio, se è una moda,—conchiuse Gino,—questa almeno si capisce. Io intendo l'ornamento della persona, ma voglio che non sia tale da aggravare, da trasformare la figura umana.
—Non è una moda, per altro; è una necessità del nostro clima;—osservò Fiordispina.—Qui si è fuori di casa ad ogni momento, e l'aria di questi monti è sottile.
—Ebbene, signorina,—riprese Gino, felicissimo di aver da disputare un pochettino con lei,—veda come la necessità è stata più graziosa della libera scelta. Ne è venuta fuori una foggia d'acconciatura, che ha un solo difetto, quello di nasconder troppo i capegli, ma che seconda benissimo i contorni della testa, non ne guasta le proporzioni, non ne turba i rapporti con tutto il rimanente della persona. Quel cappellino a cuffia, dalle ali larghe e tondeggianti, che si usa laggiù, con tanta esposizione di erbaggi al posto degli orecchi, e con quel gran fiocco di nastri sotto il mento, è una vera iniquità. Le madonne bisantine non sono niente più goffe, esteticamente parlando, dalle nostre signore, vestite all'ultima moda di Parigi.—
Marchesa Polissena, e voi passavate per la Dea delle ultime mode, nella città della Bonissima! La vostra immagine, aggravata dall'aureola bisantina del cappellino a cuffia, coi grappoli d'uva alle guance, col gran nastro diffuso in due larghe staffe sotto il mento e in due non meno larghi capi pendenti sul petto, con la vasta mantiglia di velluto, ornata di trine e di frange, scendente con ampio giro sulla cerchia mostruosa di una veste che s'accostava al diametro della campana maggiore della Ghirlandina, la vostra immagine, dico, non si offerse in quel punto agli occhi di Gino Malatesti?
Pare di no. Il conte Gino, vivendo a Modena, nelle consuetudini eleganti de' suoi pari, non aveva avuto mai occasione di meditare sulle esagerazioni della moda. Solamente lassù, tra quei monti, dove la bella natura regna sovrana e vuole ogni cosa accomodata, proporzionata a sè, Gino Malatesti si accomodava, si proporzionava all'ambiente anche lui; era perciò naturale che certe esorbitanze, non vedute, o non osservate da prima, gli saltassero agli occhi, gli strappassero dalle labbra una parola di critica. Le critiche, poi, sono come le ciliegie; quistion di stagione per queste, e di momento opportuno per le altre.
Era dunque dimenticata, per allora, la marchesa Polissena. Lo spirito dell'uomo ha le sue interferenze come la luce del sole. E in quei discorsi allegri parve anche dimenticata la storia del condannato politico. I discorsi, finalmente, furono interrotti dall'arrivo del prete, accolto a festa, mentre la bella Fiordispina preparava il caffè.
—Don Pietro!—gridò il re della montagna.—A quest'ora si viene?
—Che dirle, signor Francesco? Sono stato chiamato in fretta, per il mio ministero di pace.
—Ah!—disse il re della montagna, con accento di rammarico.—È stato un caso grave?
—Speriamo ancora;—rispose il prete.—Ma siamo oltre i novanta.
—Si tratta del vecchio Lorini, dunque?
—Sì, e com'Ella vede, signor Francesco mio, i giorni possono dirsi contati. Morbus et ipsa senectus. Ma non parliamo di cose tristi. Ho fatta la mia corsa fin sotto a Monticelli, ed ecco la cagione del ritardo.
—È venuto almeno in tempo per fare un brindisi;—disse il signor Francesco.—Le presentiamo, caro Don Pietro, il signor conte Gino Malatesti, di Modena. Egli ha voluto dirci il suo nome, ed abbiamo saputo nel medesimo tempo che egli, per causa d'opinioni politiche, è stato mandato a confine in Querciola.
—Brutto paese!—esclamò Don Pietro.—Perchè non alle Vaie?
—Ma sì!—ribattè il signor Francesco.—Glielo domandi un po' Lei.
Perchè non alle Vaie?
—Signori miei,—rispose Gino, sospirando,—se il nostro venerato governo avesse saputo che Querciola era ad un'ora di cammino dalle Vaie, mi avrebbe mandato anche più in là. Il confine che lor signori avrebbero voluto per me, non sarebbe stato un castigo, ma un premio.