LA SPADA DI FUOCO.
LA
SPADA DI FUOCO
RACCONTO
DI
ANTON GIULIO BARRILI
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1909
—
Quarta edizione.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.
Tip. Fratelli Treves.
LA SPADA DI FUOCO
I. Dieci anni dopo.
Al teatro Apollo di Roma, si era aperta la stagione invernale (o di carnevale e quaresima, se vogliamo stare ai cartelloni dell’impresario), si era aperta, dico, con l’«Aida» del Verdi. Sempre nuova quella musica, dopo dieci anni che la duchessa Serena di San Secondo l’aveva udita per la prima volta: sempre nuova e sempre bella, come ogni opera d’arte che abbia forte struttura, larghi contorni, giusta distribuzione di parti, sobrietà d’ornamenti. Così il Partenone.... Ma noi parliamo dell’«Aida», e il paragone ha da essere un altro. Così un tempio egiziano, massiccio insieme ed elegante, disfida i secoli, non pure col granito di Siene, onde ha le colonne formate, ma ancora con la policromìa vivace dei capitelli figurati, o delle fasce istoriate; e dopo aver detto tanto, co’ suoi enimmi scolpiti, ad un Belzoni, ad un Champollion, ad un Mariette, ha ancora qualche cosa da dire, e chi sa? forse la miglior parte, al Maspèro.
Una bella donna, se mi permettete il salto prodigioso (ma qui, lettori miei, si può cascare senza pericolo perchè si cascherebbe in ginocchio) una bella donna del pari. Quante cose non dice una bella donna, dai primi sorrisi dell’alba vermiglia, alle ultime carezze di un tramonto dorato! Degnatevi di osservare che io non conto gli anni, ma uso l’eufemismo di una garbata perifrasi. A certi narratori della scuola moderna piacque di mettere i puntini sugli «i», e di tradurre in cifre arabiche il principio e la fine della età romanzesca di una bella donna. Uno, il maestro, studiò la donna a trent’anni, e non ricordo che la trattasse coi guanti; un altro, lo scolaro, la prese a quaranta, e la mise senz’altro in berlina. Più felice da questo lato, e più galante, con tutta la sua terribil fama di uomo salvatico e dal cuore di macigno, un illustre italiano uscì in questa dimanda, che è come un grido dell’anima: «Si ama egli forse col calendario alla mano?»
Diciamo, per essere nei confini del vero, che una donna è amabile, nel primo significato della parola, fino a tanto che le apparenze l’aiutano. Beata sicuramente colei che ai trionfi della bellezza, così presto invidiata dal tempo, può accompagnare in propizia stagione i piaceri indefettibili della intelligenza e le ineffabili consolazioni della bontà: due provvidi innesti, che le consentiranno di non rimaner mai con l’anima vuota e col cuore inaridito. Incomincierà allora per lei l’autunno dai frutti più saporiti e fragranti, l’autunno tiepido co’ suoi meriggi gloriosi e le sue sere solenni. Lo stesso inverno, al riparo dalle gelate, avrà per lei, nella conscia stanza dei padri, come un allegro scoppiettìo di focherello domestico, il passeraio ameno, i vezzi amorosi, i baci vivificanti delle nuove generazioni.
Ma questo è un andare troppo in là; ritorniamo dunque in misura. Dieci anni non son bastati a intaccare le scultorie forme di Aida; dieci anni non hanno solcato di una ruga il volto di Amnèris, le cui collere gelose son sempre verdi, come.... guardate! mi fiorisce il bisticcio sotto la penna.... come l’autore dell’aspettatissimo «Otello». Gli amori della schiava, figliuola di re, son sempre soavi, e si muore ancora classicamente volentieri, quando la romantica Etiope, dopo avervi fatto perdere il vostro buon nome di soldato Egiziano, viene poeticamente a morire con voi della più prosaica di tutte le morti: la fame.
Dieci anni, per altro, dieci anni! Ci pensava, la duchessa Serena, salendo lo scalone del teatro, in compagnia della vecchia marchesa Flora.
Non era stata una scelta pensata, quella di una vecchia accompagnatura; bensì una necessità del suo stato civile portava che la duchessa Serena si fiancheggiasse d’una appendice del suo sesso, e possibilmente più matura di lei. Per la prima volta, dopo aver deposte le «vedovili bende», la duchessa si mostrava a teatro, e fra le sue amiche mature era naturale che scegliesse la più volenterosa, come tra i suoi maturi amici aveva scelto per cavaliere il più serio, a giudicarne dal pelo, il meno pericoloso di certo, quell’accompagnatore fidato di cui nessuno mormora, che un amante ha permesso, quando l’amante c’è, o di cui questi è geloso solamente per celia.
Ordinariamente, la vecchia dama non ignora di esser presa per guardia d’onore della dama più giovane. In queste cose, e in altre molte, la donna di una certa età si mostra più intelligente dell’uomo; e quando ella si adatta ad un simile ufficio, gli è per davvero, senza inganno possibile. Aggiungete che nella sua rassegnazione entra sempre un granellino di compiacenza; poichè le gaie frivolezze, di cui non si era intieramente divezzata, accompagnano sempre la sua giovane amica. Non sia troppo giovane, per altro, poichè le amiche troppo giovani sogliono essere spensierate e crudeli: vi considerano il più delle volte come una muta tappezzeria, e vi mettono facilmente in angustie. Ad acquetare lo spirito della vecchia dama, a consolare il suo resticciuolo di vanità, basterà il poter pensare, che fra non molti anni la giovane amica sarà come lei; frattanto, per trovare un bel punto d’eguaglianza, parleranno delle donne più giovani e più celebrate, delle spose più fresche, delle ragazze più in vista, e daranno i loro giudizi, che non saranno sempre quelli del re Salomone.
L’uomo, in quella vece, non capisce nulla. Beato lui! forse per questo egli è il re del creato. Gli han detto da principio, anzi gli han posto per assioma, che un uomo è sempre bello, e questo è stato il dirizzone della sua vita. In fondo, non si può negare che la proposizione abbia una tal quale apparenza di vero, data la costituzione del civile consorzio, che ha fatto di lui un necessario gerente di giornali di mode: giornali ambulanti, si capisce, che sono poi le donnine belle. Gli han detto ancora che un uomo è sempre giovane; ed anche questo si può credere, se un dotto parrucchiere aiuti coi suoi maravigliosi specifici alle naturali illusioni. E poi, diciamo tutto; da giovane ebbe distrazioni d’ogni maniera, i giuochi, le cavalcate, le cene, le cacce, le conversazioni e i teatri; la vita gli è tornata assai facile, quando del rigore di una Giunone, o d’altra delle divinità maggiori, lo consolavano tante altre dèe minorum gentium (passatemi qui il latino, per un’eccellente ragione che ha detta il Boileau), dèe senza diadema, in verità, ma egualmente piacenti, se non forse di più. Questa facilità di vita lo ha avvezzato a confidare, a presumere molto di sè. In progresso di tempo, alle vanità non succedettero, ma si aggiunsero le ambizioni, quelle care ambizioni, così grandi e così piccine ad un tempo, sopra tutto così contentabili, che gli hanno ottenuto tre dita di nastro verde, o rosso e bianco, da mettere al collo, magari una piastra d’argento, in forma di rosone, o di stella, da appiccicarsi al costato, un posto alle mense solenni, il nome di personaggio necessario in ogni serata, e finalmente, oh colmo di gloria! la citazione sui giornali quotidiani. Allora, vedete, anche le Giunoni e le Minerve lo cercano; lo cercano tanto più, e magari se lo contendono, quanto più è stagionato. Egli già non s’avvede del doloroso perchè; aspira il profumo, e continua imperterrito nella sua parte di Nume. Così doveva far Giove negli ultimi cent’anni del suo imperio cadente. Sentiva odore d’incensi, il povero iddio, e non badava più che tanto a quel che succedeva di fuori. Poi venne un vescovo, seguito da una turba di fedeli infuriati; gli dètte una mazzata, e gli cascarono i fulmini; un’altra mazzata, e gli cascarono le braccia; un’altra ancora, bene assestata tra capo e collo, e la testa del dio imbelle rotolò in un canto della cella, andò a far numero con tanti altri nobili cocci, prezioso argomento di studio agli eruditi di quindici secoli dopo.
Ma vedete la conseguenza fatale di un primo dirizzone! l’uomo fino al giorno del proficiscere può credersi ancora un gran che, fare il galante e non avvedersi mai di essere un coccio. Al Circolo, al Senato, alla Camera, gli amici del suo tempo, e giù di lì, sono sempre disposti a dirgli, con accento d’invidia:
— Briccone fortunato! Sempre sulle galanterie, non è vero? Ier l’altro con una bella signora; ieri con due; con quante, domani? Ma già, si capisce: abbiamo sempre vent’anni! —
Il fortunato briccone sorride e tace. Chi tace acconsente.
— Come è sempre bella, sempre fresca, quella diavola d’una duchessa! — ripigliano quegli altri. — Il tempo non può nulla su lei. Dovrebbe avere i suoi trentacinque, oramai.
— Che! Ne ha trentuno.
— Trentuno? Avrei scommesso per trenta. Ricordo ancora quando s’è maritata. Allora ne aveva diciotto.
— Perciò dovrebbe averne ventotto, ora; e ventotto, via, mi paiono troppo pochi.
— La verità è nel mezzo, tra ventotto e trentotto.
— Chi ha detto trentotto? Datela almeno tra ventotto e trentacinque. —
Questi computi cronologici non turbano punto il fortunato briccone, a cui per intanto nessuno rinfaccia i suoi sessanta, col vantaggino di costa! Egli è uomo, è sempre giovane, è sempre bello, è sempre irresistibile, come a vent’anni, quando tutte gli resistevano, non credendolo serio affatto, nè discreto abbastanza.
Così era avvenuto che il vecchio commendatore Buonsanti accompagnasse al teatro, come cavalier d’onore, la duchessa Serena di San Secondo e la sua vecchia amica marchesa Flora Terenziani. Di questa gl’importava pochino, si capisce, e molto invece dell’altra; ma intanto, da cavaliere compito, si mostrava cortese con tutt’e due.
— Dieci anni! — pensava la duchessa, entrando nel suo palchetto. — Dieci anni! — ripeteva, dopo quel fruscìo di seta, che segue, tra i due divani di velluto, la deposizione delle pellicce, e mentre, non senza un pochino di batticuore, prendeva posto al davanzale.
Molto discretamente, per verità, la duchessa Serena era giunta delle prime a teatro. Era forse per amore della musica? o per desiderio di non farsi troppo osservare? o per una di quelle delicatezze che le regine della bellezza e della moda usano qualche volta ai loro fedelissimi sudditi?
Centinaia d’occhi si rivolsero a lei; centinaia di binocoli si puntarono su lei dalle sedie chiuse e dai palchi; un bisbiglio incominciò da questa parte e da quella. E il bisbiglio e la curiosità e l’ammirazione, erano cose a cui era avvezza; per parecchi anni era stato quello il suo trionfo di vanità innocente. E là, davanti a lei, incominciava la rappresentazione dell’«Aida», e le poteva parere, udendo il bisbiglio, intravvedendo i binocoli puntati su lei, di assistere per la prima volta a quello spettacolo.
Dieci anni! Il pubblico era ancora lo stesso che l’aveva acclamata regina; ella era sempre quell’astro nuovamente apparso sul meridiano di Roma, e di cui tutti gli Herschell delle sedie chiuse e dei palchi si erano provati a determinar l’orbita, misurando la distanza perielia, il nodo ascendente, l’inclinazione all’eclittica, pronti ogni anno, anzi ogni stagione, a ricominciare i calcoli e le operazioni, cercando ancora le eccentricità, se mai ce ne fosse traccia, per essere padroni della curva. Quegli Herschell erano suppergiù i medesimi d’una volta. Qualche zazzera appariva brizzolata, qualche cranio; si vedeva denudato. Ahimè! questo è il destino. Ma finalmente, ci sono dei calvi e dei canuti anche all’età di trent’anni, a quell’età che è la gioventù vera e la forza dell’uomo. È anche l’età delle ambizioni; ma di solito gli elettori si mostrano restii a secondarle subito; qualche volta si muovono a compassione quando l’ambizioso ha toccati i quaranta.
— Come? — domanda allora la bella dama all’eletto. — Così giovane, e già deputato?
— Ah, signora! non sa che si può esserlo a trent’anni? La disposizione dello Statuto è tassativa al riguardo. —
L’accenno allo Statuto e alla disposizione «tassativa» dispensa l’eletto dall’obbligo di rispondere: — Signora, ne ho quaranta.... due.
Or dunque, dicevamo: erano gli stessi i contemplatori; era anche lei quella di dieci anni addietro, quando, sposa novella, al fianco del maturo ma sempre brillantissimo duca di San Secondo, aveva fatta la sua prima comparsa all’«Aida», confondendosi un pochettino, tra le ammirazioni di cui essa era argomento e la novità di quella musica, bella anch’essa come lei, superba dei suoi recenti trionfi del Cairo e di Parigi, col fiore di loto della sua fragrante giovinezza tra le mani. Ah, rimaner sempre gli stessi, che bella cosa!
Ma era così anche il conte di Riva? Egli, per esempio, l’inevitabile Massimo, non era quella sera a teatro. Caso grave, in una prima rappresentazione; ma il conte Massimo non aveva potuto fare altrimenti. La necessità non ha legge.
Quanto l’aveva amata, il conte di Riva! La giovane duchessa Serena, fin dai primi anni del suo matrimonio, non incontrava che lui; dovunque ella andasse, non era sicura di vedere che lui, sempre là, muto osservatore, estatico fachiro in cravatta bianca. Incontrandolo sempre, avendolo sempre sotto gli occhi, era naturale che si avvedesse della presenza sua, più che degli altri mille a cui ella certamente piaceva come a lui. La donna non dovrebbe accorgersi di queste adorazioni, si dice; almeno almeno, non dovrebbe osservarle. Ahimè! dovere non è potere. Infine, è egli proibito di farsi guardare? O perchè allora c’è l’obbligo di andare ai balli, ai ricevimenti, ai teatri nelle serate di gala, con le braccia e le spalle audacemente ignude, con un fiore fresco, o una stella di brillanti nei capegli, un vezzo di perle intorno al collo, o un nastrino sottile da cui pende un gioiello di gran prezzo, vero tesoro sopra altri tesori? Chi provoca la curiosità non accetterebbe l’ammirazione? Quella di tutti, si risponde, che è meno, assai meno, dell’ammirazione di un solo.
Ma qui si prende a giuoco l’aritmetica; e la severissima tra tutte le scienze non ama queste sottigliezze, questi sofismi. Aggiungete che è dell’ammirazione, come della lode: due sorelle finalmente, e nate ad un parto, poichè la lode è ammirazione parlata, e l’ammirazione una lode muta. Ora, se tra cento lodi una ha valore per noi più delle altre novantanove, sarà gran peccato che si noti l’ammirazione di uno, tra le ammirazioni di mille? Il conte di Riva non lo aveva inventato lei. A buon conto, lo avrebbe fatto biondo, poichè preferiva il biondo, con gran consolazione del duca, che lo era stato ai suoi tempi. Inoltre, quel contino dai capegli bruni l’aveva.... come si ha a dire? Annoiata? No. Seccata? Nemmeno. Irritata? Sì, diciamo pure irritata, con la sua insistenza, con la sua ostinazione. Che cosa aveva, quel grazioso signore, e che cosa voleva da lei, facendosi scorgere in quell’atteggiamento da tutti? Il primo atto della duchessa Serena fu adunque di ribellione. Quell’ammiratore, quell’adoratore, era indiscreto, sciocco, noioso, opprimente. Tuttavia, era anche mesto. La giovane duchessa se ne avvide un giorno guardandolo alla sfuggita, con la coda dell’occhio. Dopo qualche tempo non lo vide più; era sparito, non senza stupore di lei, sparito davvero. La bellissima donna respirò, ed abbracciò anche più teneramente del solito il duca suo marito. Era salva.
Salva! C’era dunque stato un pericolo? Eh, che cosa posso dirvene io? Lo spagnuolo in questi casi risponde: «quien sabe?» e il francese: «peut-être;» l’arabo: «Allah Kerim» che dice ogni cosa; il malese, che è il malese, soggiunge con classica breviloquenza: «Ugian, pajong», che vuol dire a un dipresso: quando piove, prendete l’ombrello. Si è poi così felici di non essere stati neanche al risico di osservar troppo una cosa!
Anche per un’altra ragione era bene che fosse andata così. Ben leggera quella fiamma, che si era spenta così presto! La donna che ci credesse, a questi cascamorti, sarebbe sciocca davvero! La freddezza è una prova sicura, infallibile; fingere di non curarsi di loro, e vanno via come il vento. Ma no, si era troppo affrettata a conchiudere. Un mese non era scorso da quella sparizione improvvisa, e più mesto, più pallido, più fatale del solito, il conte di Riva era ricomparso, riprendeva le sue contemplazioni da lungi. Noioso, sì, come prima; questo andava da sè. Ma almeno non si poteva pensar male di lui. Certo, in quei trenta giorni, gli era accaduto qualche cosa di grave. Ma che, di grazia? Gli amici del bel mondo son sempre lì per darle, certe notizie, chi sappia condurli bel bello sull’argomento. — Ah, il conte Massimo! il solitario delle Ardenne! Vuol fare ogni cosa come un eroe da romanzo della vecchia scuola. S’è ammalato, e i medici non hanno saputo indovinare la sua malattia. Chi ha detto languore, chi anemia, chi iperemia, chi nevralgia, chi altra diavoleria. Uno solo contro tutti aveva sentenziato: — Per il male del conte di Riva non ha rimedi la scienza; egli è innamorato.
— Innamorato, tanto da farci una malattia! — esclamavano le amiche di Serena. — E non si sa di chi?
— Non si sa.
— Questa è forte! Non si sa dove capita?
— In nessun luogo; da un anno ha trascurato tutte le sue relazioni.
— Ecco un enimma! Ci sarà da studiare per tutto l’inverno. —
Di questi nonnulla è intessuta una conversazione elegante. Sono essi i polviscoli che il vento solleva a miriadi e distribuisce a caso; si posano, entrano nel sangue, e ci fanno i guasti che la scienza descrive.
Più mesto, adunque, più pallido e più fatale di prima, il conte di Riva era tornato al suo ufficio di fachiro; ma altresì più guardingo, e la cosa va detta ad onor suo, come ad onor suo era stata notata. Guardava lei di tanto in tanto, e solamente lei; ma spesso non guardava in nessun luogo. Nei ritrovi del bel mondo, tanto per mettere a lavoro gli Edipi, era anche ricomparso; ma non ci si lasciava vedere che nelle grandi occasioni, dove il numero confondeva e il solenne apparato copriva. Era stato presentato a parecchie dame, che ancora non conosceva, ed anche alla giovane duchessa di San Secondo. Ma a tutti era parso molto discreto; a lei perfino freddo, sebbene con intenzione visibile, per un certo sforzo di muscoli facciali; e si era presto tirato in disparte, con una compunzione meravigliosa. La duchessa gli era stata grata di quel nobile contegno. Da quel giorno, vedendolo ancora, vedendolo spesso da lungi, non le parve più noioso, nè opprimente, nè sciocco. Anche nella faccenda dei colori, la duchessa aveva temperate le sue opinioni. Che c’era da far caso del colore dei capegli? Ci sono degli uomini antipatici, e di tutti i colori, dei biondi come dei bruni. Un certo color di capegli si confà con una certa forma di bellezza: ecco tutto.
Così aveva dischiuso il suo cuore, così si era mutata a grado a grado per lui. Quando si avvide di amarlo, lo amava già troppo, non era più padrona di scacciarne l’immagine. Per vincere, sarebbe stato mestieri di combattere; ma come si combatte, se non si ha di rincontro il nemico? Massimo non era già al suo fianco, per incalzarla con le sue supplicazioni, per turbarla co’ suoi furori, chiedendo all’occasione, aspettando da uno smarrimento della ragione di Serena il frutto della vittoria riportata sul cuore di lei. Misurato sempre negli atti suoi per necessità esteriori, Massimo si era fatto anche più riguardoso per intime ragioni, non volendo perdere con un solo errore ciò che tanti accorgimenti gli avevano guadagnato. D’altra parte, la duchessa sarebbe stata tanto più severa con sè medesima, quanto più si era mostrata debole con lui. Le consuetudini della casa, il genere di vita che seguivano i signori di San Secondo, tutto si frapponeva, tutto pesava su quella coppia d’innamorati. Il duca, come vi ho detto, era un brillantissimo gentiluomo; amava i piaceri sfoggiati, la pompa, l’apparato; era a tutte le feste ed apriva anche spesso la sua gran casa alla gente; stancava e stordiva la sua giovane compagna, tenendola in mostra continua ed in moto perpetuo. A scatti, poi, fosse astuzia o capriccio, cambiava paese; correva con lei a Parigi, a Londra, a Vienna, a tutte le acque più famose, poichè il brillantissimo gentiluomo aveva tutte le infermità che domandano le cure più costose, e che non trovano benefizio in nessuna. Apparizioni, barbagli, scintillamenti di stella, corse vertiginose di cometa, erano le gioie della duchessa Serena. E durarono qualche mese oltre i nove anni, destando in molte donne l’invidia di una così varia esistenza, mantenendo in lei l’illusione di non esser nata per quella condizione di luce elettrica, sempre viva ed intensa in ogni densità dell’ambiente. Nelle regioni elevate e sotto il raggio del sole meridiano, tutti provano le vertigini dell’altezza ed il fastidio della luce; di lassù si sospira più facilmente la pace umile e la oscurità di un angolo ignorato. Se poi questi desiderii fossero esauditi, povera filosofia, come rinnegherebbe sè stessa! Ma lassù, in quella luce, la duchessa Serena sentiva così; quello era il suo modo di vedere le cose. Ah, un angolo del mondo e il suo Massimo! Anch’egli, l’amato, doveva sentirlo il desiderio dell’egloga, ascosa nel verde di una magnifica villa del Seicento, tutta condotta a lunghe ed alte siepi di lauri e di querci; con gradinate gigantesche per loro due soli; fontane sostenute da grandi pilastri di travertino, corrosi dall’aria e pittorescamente chiazzati d’ogni generazione di licheni; templi in rovina; urne antiche scoperchiate, con trionfi di poeti e coro di Muse festanti; infine, sulle rive del laghetto tranquillo, belle ninfe di pietra che si recano il dito alle labbra, in atto d’invitarvi al silenzio, mentre un giovane Fauno, sorgendo dal mezzo delle acque, cava dalla rustica zampogna una melodia che l’orecchio non ode, ma che il cuore indovina e raccoglie. Pensoso com’era, Massimo la sognava sicuramente, la desiderava anch’egli una esistenza di quella fatta; egli così pronto a rubare i minuti al destino, per giurare a lei una eternità di amore e di fede. Si giura tanto bene, una eternità, quando non si possiede che il momento fugace! La passione non ha che un accento; e suona bene, quell’accento, quando è concentrato nella brevità di un attimo, in mezzo ai contrasti, alle angustie, ai terrori.
Al suo giorno, alla sua ora, il duca di San Secondo era morto, e della malattia che non aveva curata: una congestione cerebrale. Rimasta vedova, la duchessa Serena aveva pianto con lacrime di tenerezza, non senza qualche rimorso, un gentiluomo che aveva avuto per lei tutte le buone intenzioni di un amico e di un padre, e che, circondandola di fasto e di eleganza, trascinandola di passatempo in passatempo, senza un giorno di tregua, le aveva pur date tutte le apparenze della felicità. Gran cosa, queste apparenze, in una società come la nostra, dove è così raro conseguir la sostanza! Dicono che la felicità si sia rifugiata anche lei nel fondo di un pozzo. È forse per questo che tanti disgraziati la vanno a cercare là dentro? Ahimè! forse ella non ha che un istante, come la passione non ha che un accento. Passato quell’istante, quell’attimo, incomincia il ricordo; e noi, aspettando quel che sarà, viviamo di quello che è stato.
La duchessa Serena pianse adunque il marito. Ma il cuore ha i suoi diritti, che non è dato di sopprimere, comprimendolo. Al cessar delle lacrime, la pupilla riappare scintillante come la faccia del sole tra le ultime gocce del nembo. Cessate le strette angosciose della pietà, il cuore riprende i suoi battiti, il sangue scorre vivace e richiama il pensiero ai sogni giocondi della vita. L’uomo che ha saputo misurare e dividere il tempo come lo spazio, ha pure assegnato un termine equo al dolore, come un freno decente agli impeti della gioia. E si obbedisce alla legge, e si contengono quegli impeti, quelle impazienze del sangue. Il nero non è più nell’anima nostra, ma è tuttavia negli abiti; aspettiamo. Il grigio è appena sottentrato al nero, che già l’anima è in festa: aspettiamo ancora. La triste crisalide è presso a rompere i suoi involucri; la farfalletta bianca libererà le sue ali, spiegherà presto il suo volo nella verde allegrezza dei prati. La donna non aveva ancora che le sue passeggiate, in atteggiamento composto, in aspetto severo; rieccola alle feste, ai balli, ai teatri. Il sogno della vita ripiglia il corso interrotto.
Sarà poi quello di prima? senza nulla di mutato? Una piega invisibile, o inavvertita da prima, non darà un altro indirizzo alle cose? Pensando al caso suo, la duchessa Serena poteva sperare di no. Vedeva immutato il suo dolce imperio sugli occhi; doveva crederlo immutato sui cuori. Sopra un cuore, almeno; chè poco, anzi nulla, le premeva degli altri.
Lo spirito più grave ha le sue fanciullaggini, come il più leggero, e si compiace qualche volta di giuocare la sua posta sui capricci del caso. «Se la tal cosa mi va in questo senso — si dice — è segno che la tal altra riescirà intieramente secondo il mio desiderio». Anche la duchessa Serena aveva giuocata la sua posta, e si consolava della sua vittoria. Ammirata con la solita costanza da tutti i suoi vecchi astronomi, probabilmente invidiata da tante nemiche intime, i cui occhi e le lenti si volgevano a lei così spesso, come non doveva ella prendere buon augurio dal fato? Come non doveva esser certa del cuore di Massimo?
Il conte di Riva, lo sapete, non era quella sera a teatro: cosa strana abbastanza per una prima rappresentazione all’Apollo. Ma che volete? c’era di mezzo ima questione d’onore, nella quale Massimo entrava come padrino. Si trattava di rappattumare due vecchi amici, se la cosa era possibile; di stabilire le condizioni dello scontro, se di pace non avessero voluto sapere. Massimo non aveva accettato l’ufficio, che a patto di tentar tutte le vie onorevoli, per giungere ad un lieto fine. Era lodevole l’intento, e giustificata la intromissione di lui. Ma queste buone intenzioni non poteva averle anche un altro? Perchè andava egli a ficcarsi in quei ginepreti? Quando si ama una donna, non si ha forse tutto quel che bisogna, per la felicità del cuore e per la pace dell’anima? E c’è mestieri di altre occupazioni, le quali, alla stretta dei conti, potrebbero guastare quella felicità e turbar quella pace?
Ah! nei primi giorni dell’amor loro, quando ella, dovunque andasse, era sicura di trovare il conte di Riva, e lo vedeva tanto da dolersene, da offendersi quasi della sua insistenza, allora il conte di Riva non aveva amici da condurre sul terreno, o da rappattumare in un camerino di trattoria! Non aveva neanche vecchi zii da visitare e da accarezzare, come qualche volta pur gli accadeva, in quegli ultimi tempi della vedovanza di lei.
Ma non s’ingannava ella forse, dubitando così? Animo, via, un pochettino di ragionamento; bisognava andare al fondo delle cose. Anche quel vivere solamente per lei, dei primissimi tempi, poteva dirsi una bella impresa di Massimo? E non doveva credersi invece che egli avesse danneggiati in qualche modo, con la sua trascuranza, i più gravi interessi? A questo bisognava por mente, non fermarsi alla superficie, alla prima buccia delle cose. Allora, per farsi scorgere da lei, per averne uno sguardo, per dirle con la sua presenza: «vi amo» quanti sacrifizi non aveva egli fatto? Domandarne di nuovi non era egli forse un chieder troppo alla vita di un uomo? La società, infine, ha i suoi diritti anch’essa, come il cuore di una donna; chi vive in società deve rispettarne le leggi; se si hanno relazioni che possono giovare, è onesto di giovare ad esse, coltivandole; se si hanno amici a cui in un giorno di necessità suprema si può chiedere un servizio delicato e pericoloso, occorre saper rendere a tempo un servizio agli amici. Povero conte! anche per lui c’erano le piccole noie; e bastavano quelle piccole noie per costringerlo a lasciare una prima rappresentazione dell’Apollo; niente di meno! Ammessi i costumi e le usanze, bisognava notare anche questo, come un grave sacrifizio per lui.
Così consolata, poichè ci si consola facilmente, quando qualche certezza regna nell’animo, o qualche speranza sorride, la duchessa Serena si mostrò degna del suo bel nome. I suoi grandi occhi morati rifulsero; la sua piccola fronte alabastrina si spianò; l’anima sua, raffidata e contenta, fu tutta alle celesti armonie dell’«Aida».
II. Raggi filati.
La duchessa Serena provò ad una ad una tutte le soavi commozioni d’una volta. Ed anche le piccole seccature: quella tra l’altre del continuo aprirsi e richiudersi dei palchi, che riesce tanto molesta agli orecchi, durante il primo atto di una rappresentazione. Ad ogni tratto si sentiva il fruscio delle sete, il saltellìo degli sgabelli urtati da un piede statuario, e via via tutto quel complesso di strepiti, mal dissimulati dalla lentezza dei movimenti, che vuol dire al buon pubblico: «guardatemi, son qua io, venuta a bella posta sul tardi». Alle apparizioni delle Dee, sorridenti o accigliate, graziose o solenni, entro nuvole di rasi e di trine, con aureole di diamanti e di perle, seguivano le distrazioni dell’uditorio, le voltate, i bisbigli, i nomi susurrati, i giudizi, le confidenze tra vicino e vicino. Qualche volta ai rumori di curiosità si aggiungevano i segni di disapprovazione. Le Dee non erano sempre di quelle a cui tutto si permette, e i loro strepiti, prolungati oltre il necessario, e il cinguettìo che soverchiava i più delicati passaggi della musica, o balzava fuori più stridulo dagli intervalli delle battute d’aspetto, provocavano le interiezioni della platea, dove protestavano dai loro posti numerati tutti coloro che avevano pagato uno scudo per sentire il canto di Radamès e non il passeraio delle dame ciarliere.
— Zitto là! — brontolava una voce.
— E che? — osava soggiungere un’altra, facendo dare i vicini in uno scoppio di risa. — Siamo forse a ora di vespro sotto gli olmi del Pincio?
Roma, fra tante sue cose buone, ci ha questa, di saper ridere a tempo e di acquetarsi ad un motto scherzevole, anche di poco valore, quando sia detto con garbo. Il popolo romano, ordinariamente così grave, e alle volte così fiero, si adatta, si contenta, purchè gli diciate un’arguzia. Se non gliela dite, non c’è niente di male; basterà lasciargliela dire a lui, che n’ha sempre da rifarvi il resto.
— La Polidori, manco male! — mormorò la marchesa Flora, osservando una signora apparsa dianzi in un palchetto di seconda fila. — Volevo ben dire se non si faceva zittire un po’ lei!
— Ah sì; — rispose il commendatore Buonsanti. — La bella Didina!
— Bella? — ripigliò la marchesa. — La trovate bella, cavaliere?
— Io? no, veramente; dico quel che dicono gli altri. È uso di chiamarla «la bella Didina» ed io ripeto, tanto per intenderci, e senza metterci di mio nè sal, nè pepe.
— Confessate, — replicò la marchesa Flora, — che almeno un po’ di sale ci vorrebbe. Ne ha così poco in zucca, la Polidori! —
Il commendatore Buonsanti sorrise e s’inchinò approvando con tutto il busto, come s’usa a teatro.
— È strana questa usanza di giunger tardi, — entrò a dire la duchessa Serena, che non aveva preso parte alle mormorazioni della sua dama d’onore. — Pare una bella cosa, ed è così brutta! Che ne dite voi, cavaliere? —
Il commendatore trovò che la duchessa Serena aveva centomila ragioni; e allargò gli occhi e inarcò le sopracciglia quanto bisognava per quel numero spropositato.
— Sì, lo ripeto; — soggiunse, — centomila ragioni. Ma una mi basterà. Si è belle e riconosciute regine tra le belle, anche arrivando modestamente le prime. Cosa o persona che abbia un merito reale ed intrinseco, non ha bisogno di trombe e colpi di gran cassa. —
L’osservazione, così volgaruccia com’era, voleva un sorriso: e lo ebbe, in grazia della diretta allusione che l’aveva preceduta. A quel sorriso, a quel premio, il Buonsanti fece gloriosamente la ruota.
Perchè lo chiamavano cavaliere, se era commendatore? Per un vezzo, o lettori, per una quintessenza della moda. Pare una diminuzione, a tutta prima, ed è invece un accrescimento di dignità. La commenda, sì, mio Dio, la commenda sta bene al collo di un gentiluomo, e rompe piacevolmente quella uggiosa monotonia dell’abito di società: «bianco calzato di nero», come si direbbe in araldica. Ma il dare a uno del commendatore, a questi lumi di luna, è troppo poco, essendo troppi i commendati. Voi osserverete che di cavalieri ce n’è dieci e venti volte di più. Sì, veramente, son numerosi come le cavallette nel deserto; ma c’è anche il vantaggio che se ne hanno di tre specie: i troppi di cui sopra: i pochissimi dell’Annunziata, che son cugini del re, niente di meno; finalmente i cavalieri di nascita, secondogeniti, o terzogeniti delle nobili famiglie, dove non c’è un titolo o un nome di feudo da applicare ad ognuno dei rampolli viventi. Il commendatore Buonsanti, per esempio, si sottoscriveva nelle lettere e si faceva stampare sui biglietti di visita: Buonsanto di Carpigliano; e questo Carpigliano, comunello di montagna sotto le Alpi, dove il commendatore Buonsanti aveva un podere con la rispettiva bicocca, poteva benissimo assumere una cert’aria feudale. Dopo ciò, come non chiamarlo almeno cavaliere? L’effetto era anche più grande, quando gli si dava quel titolo nelle occasioni solenni, mentre portava al collo il gran nastro d’ormisino verde, con la croce trifogliata e smaltata di bianco dei cavalieri mauriziani.
Ma lasciamo stare da parte queste piccolezze. Il cavaliere commendatore aveva fatta la sua osservazione galante, e la marchesa Flora, intanto, adocchiava qua e là le ultime arrivate.
— Ah! — esclamò la vecchia marchesa. — Ecco la Wiedersehen, con le sue perle scaramazze. Le mette proprio a tutte le salse!
— Si vede che non è Cleopatra; — notò il commendatore.
— Perchè, cavaliere?
— Perchè quella le mangiava senza salsa.
— Bravo! Siete in vena, questa sera.
— Non tanto, Donna Flora, non tanto. Infatti, questa non m’è venuta buona. È scaramazza anche la mia. Dovevo ricordare che Cleopatra ha bevuta la sua, non mangiata, e l’ha bevuta disciolta nell’aceto, che può benissimo ammettersi come un principio di salsa.
— Altro arrivo! — disse la marchesa Flora, puntando il cannocchiale da un’altra parte. — Vedo un naso....
— La Sant’Oronzio? — domandò il commendatore.
— Per l’appunto. Quando si parla d’un naso, non può essere che lei. Che naso! Ai miei tempi, vedete, non usavano.
— Ed oggi, Donna Flora, posso assicurarvi che sono appena tollerati.
— Ah, meno male! E così strano! strano quasi come il suo casato. Che santo è questo Oronzio? Esiste nel calendario?
— Chi lo sa? Certo, non è dei buoni.
— Ah, questa è nuova. Perchè?
— Perchè quello è laggiù, Donna Flora, e i Buonsanti son qua. Me la passate, questa?
— Come no? è spiritosissima. Lo hai sentito, Serena? —
La duchessa rispose con un cenno del capo e con un sorriso blando; ma tornò subito con gli occhi alla scena.
— Ancora un arrivo! — mormorò la marchesa. — Ma questa sera, tanto per cominciare, vogliono venir tutte verso la fine del prim’atto? Vedete un po’ cavaliere, da questa parte, tre palchi dopo il nostro. Son due dame; madre e figlia, a quanto pare, o zia e nipote. —
Il Buonsanti impugnò il binocolo, e piantatosi col busto avanti e i gomiti alti nel mezzo del palco, puntò le lenti sulle nuove venute.
— Propenderei piuttosto verso la seconda supposizione, — diss’egli. — La ragazza mi pare carina. —
Non osava più dir bella, il commendatore Buonsanti. Per questa volta, del resto, non avrebbe più avuto la scusa di ripetere ciò che tutti dicevano, poichè egli non conosceva quelle due signore, e le vedeva per la prima volta.
— È giovane assai; — rispose la marchesa. — Serena, vedi un po’ da questa parte. Conosci tu queste due signore? —
La duchessa dovette voltarsi ancora una volta per contentare la sua vecchia amica, curiosa come una bambina.
— Di chi parli? — domandò.
— Di queste qua, tre palchi più avanti del nostro; — bisbigliò la marchesa.
Serena allora guardò e vide le due dame che la sua vecchia amica le aveva indicate. Una di esse, attempata, che dava loro le spalle (magre, ossute ed angolose spalle, per fortuna poco scoperte alla vista) aveva una testa lunga e stretta sopra un collo lungo e smilzo. Si era voltata allora di profilo e mostrava una faccia asciutta e dura, l’occhio grigio, a cui toglievano anche lucentezza i colori vivaci della sua abbigliatura, i diamanti ond’era costellata, agli orecchi, al collo, e perfino nei capelli rossigni, molto lisciati alle tempie, e tirati dietro la nuca. L’altra, seduta di contro a lei, era una fanciulla, vestita di bianco, semplicissima, senza il minimo ornamento, ed anche senz’ombra di civetteria, poichè, appena arrivata, e preso il suo posto, senza dare un’occhiata in giro, aveva rivolta tutta la sua attenzione alla scena.
— Non so; — disse la duchessa, dopo aver guardato un istante. — Saranno forastiere.
— Ah sì, mi fate ricordare... — esclamò il Buonsanti. — Le americane! Sicuro, dovrebbero essere le americane.
— Quali? — domandò la marchesa Flora. — Ce ne son tante! Se fossi forte di statistica, vi potrei dire quante ce ne sono, di americane!
— In America, capisco; — disse il commendatore. — Ma in Roma dovrebbero essere assai meno.
— Ragion di più per sapere chi sono quelle due.
— Ma, ecco... un certo nome.... L’ho sentito ancora ier l’altro, in piazza Colonna, all’ora del corso. Wilson, Thompson, Jackson, Dikson.... Son tutti in son, questi benedetti nomi! e non si sa mai come son! —
L’uomo saggio deve saper bastare a sè stesso. Il commendatore Buonsanti, per quella volta, dovette farsi i complimenti da sè. Proprio in quel punto entrava un visitatore nel palco.
Quel visitatore era Almerico di Montegalda, vicentino, conte, non ricchissimo di censo, ma gentiluomo compito, cortese di modi e semplicissimo; con quel suo aspetto severo, che gli aveva meritato presso gli amici il nomignolo di Guardasigilli. Non era, in verità, che segretario particolare del ministro di grazia e giustizia; ma la gran dignità del portamento, la compostezza, direi quasi la rigidità della persona, e la gravità del discorso, che contrastava anche molto con la sua aria di gioventù, facevano dire agli amici che il portafogli sarebbe stato meglio nelle sue mani, anzi che in quelle del piccoletto, irrequieto e nervoso suo principale. — «Hai l’istinto della grazia; — gli dicevano; — hai l’amore della giustizia; sei un guardasigilli nato». — «Sì, — rispondeva egli ridendo, — e morrò procuratore generale del re, se pure mi avverrà di restare in servizio. Perchè, già, a dirvela schietta, una casina sul monte Berico, con un migliaio di scelti amici sugli scaffali, dovrebbe valere tutte le grandezze del mondo». —
Lo innalzavano, ed egli si schermiva, non voleva saperne di ambizioni; possedeva anche la modestia, quella cara modestia, che accresce tutte le altre qualità dell’uomo, agli occhi di coloro che sanno apprezzarla. Ordinariamente, si sa, riesce meglio la sfacciataggine.
La duchessa Serena accolse benissimo il Montegalda. Quel simpatico giovane era un amico sincero e discreto, non invasore, non desideroso di parere intimissimo, come sogliono essere gli amici delle belle signore; misurato nelle sue relazioni, rifuggente dalle modeste assiduità, non reputava necessario di buttarsi ai piedi di una donna, per il solo fatto di esser ricevuto in casa sua, e di essere amico dell’uomo preferito da lei. Un miracolo, vi dico, un miracolo d’uomo. Ne nascono ancora, sapete? quantunque, riconosco ancora io che non se ne trovano ad ogni cantonata, come avviene di tanti altri documenti umani.
— Son venuto per tempo, duchessa, per esser dei primi a salutare la vostra apparizione, — disse Almerico, prendendo accanto a Serena il posto che gli aveva ceduto il Buonsanti. — Tra poco ci sarà piena, ed io avrei corso il rischio di non giungere fino a voi.
— Credete che ci sarà piena? — domandò la duchessa.
— Signora, non si parlava d’altro, poc’anzi, che della vostra venuta, — rispose Almerico. — È naturale che tutti gli amici che l’hanno osservata, vengano a farvi riverenza.
— Gli amici son molto gentili, — diss’ella, — aspettiamoli dunque. E frattanto datemi una notizia. Sapete nulla della quistione che è nata ieri, o ier l’altro?
— Tra chi?
— Tra il Savelli e il Riccoboni. M’hanno detto che era il grande avvenimento del giorno.
— Ah, sì... — rispose il Montegalda. — Ora me ne ricordo. Ma si saranno strette le destre, «siccome tra cortesi alme si suole».
— Davvero? e quando? —
Dal gesto e dall’accento animato della duchessa, Almerico capì d’aver detto troppo. «Ecco una cosa, — pensò egli, — che non s’imparerà mai abbastanza. Bisogna astenersi sempre dal riferir notizie che riguardino le persone, fossero pure le meno importanti per chi ce ne parla».
— Non so, — rispose egli poscia, ravvedutosi a tempo. — Non ne sono neanche informato, e non manifestavo che una speranza mia. Sapete pure, signora! Noi, guardiani della legge, non vediamo di buon occhio le soluzioni estralegali. Desidero di cuore che la cosa finisca con una stretta di mano.
— Tanto più, — soggiunse la duchessa, — che la questione non sarà grave.
— Non so, signora. Ho inteso che son corse delle parole vivaci, ma non ne ho chiesto il perchè.
— «Cherchez la femme», mio caro guardasigilli, «cherchez la femme»! — disse il commendatore Buonsanti.
— Ah sì? — balbettò Almerico, tanto per dire qualche cosa, ma non mostrando nessun desiderio di saperne di più.
— Certo — riprese il Buonsanti. — E se non fosse per mormorare....
— Mormorate, cavaliere! — disse la marchesa Flora; — mormorate, voi che mormorate così bene.
— Direi, — continuò allora il Buonsanti, inchinandosi al complimento, e al ricordo delle «Mille e una notte», — che la causa degli sdegni non è molto lontana di qui. Conosco i miei polli, io, e so che sono d’oro.
— Ah, questa poi, vi riesce male! — osservò la marchesa. — Ai vostri polli ci cresce un’elle, e l’oro va mandato al plurale. —
Almerico, prudentissimo uomo, finse di non badare al modo in cui il nome della Polidori era messo in ballo da quei due. Veramente quel nome ricorreva spesso nelle conversazioni, e la marchesa Flora e il commendatore Buonsanti non facevano nulla di nuovo. Era noto a tutta Roma che la bella Didina, finito un romanzetto col marchese Sernicoli, ne aveva imbastito un altro col duca Savelli, e si sospettava, senza aver mai potuto venir in chiaro del perchè e del come, che un duello del Savelli, con un amico della famiglia Polidori, fosse stato cagionato da lei. Il Riccoboni era succeduto al Savelli, nelle grazie della capricciosa signora: niente di più naturale che tra lui e il Savelli non ci fosse rimasto buon sangue. Perciò, udito d’un alterco tra i due, si era subito ripetuto il famoso «cherchez la femme», oramai diventato più fastidioso del mal di stomaco.
Il primo atto era finito, e subito dopo capitò a far visita Nino Mattei.
— Tu giungi a tempo, — gli disse il Buonsanti. — Si vogliono molte notizie da te.
— Eccomi qua: il Ministero ha i giorni contati....
— Che, che! Lasciami stare il Ministero. Vogliamo sapere chi sono quelle signore, a sinistra, tre palchi più avanti: una, la più vecchia, vestita di colore azzurro marino, e la più giovane di bianco.
— Ah, le americane! — disse il Mattei, dopo aver guardato dove gli indicava il Buonsanti.
— Lo avevo ben detto io! — esclamò il commendatore. — Ed hanno un nome che finisce in son. Jackson, Thomson....
— No, caro; si chiamano Lockwood.
— Senti! avrei giurato che finivano in son.
— E invece cominciano, — ribattè Nino Mattei. — Sonanti, lo sono, e come! Mister Montgomery Lockwood, rispettivo marito e padre, possiede laggiù, nel nuovo mondo, una miniera d’argento, che farebbe buon giuoco a qualcheduno, nel vecchio.
— Credi? — replicò il Buonsanti. — Col monometallismo che invade, c’è da augurarsela d’oro.
— Non sarò io che la rifiuterò, se me la regali, — disse il Mattei. — Per altro, prima che il tuo monometallismo abbia vinta la causa, il sor Montgomery degnissimo avrà tempo a dare parecchi milioni di dote alla bionda Evangelina.
— Si chiama Evangelina?
— No, mi pare anzi che si chiami Madge, diminutivo, vezzeggiativo di Margaret, — rispose il Mattei, pronunciando quei nomi a denti stretti. — Ma quando vedo una ragazza americana, mi viene sempre in testa che si chiami Evangelina. Ricordi della famosa «Capanna»!
— Che non dovrebb’essere annessa al cuore di miss Madge, se c’è una miniera di mezzo, — notò saviamente il commendatore Buonsanti. — È carina, sai? — soggiunse, dopo aver guardata ancora una volta la giovane americana.
— Carina! — esclamò il Mattei. — Tu m’hai l’aria di farle grazia. È una bellezza. Ci sono tutti i nostri giovinotti in subbuglio, per quel bottoncino di rosa.
— Infatti, — disse la marchesa Flora, — nessuno va a prender aria, o a fumare l’orribile spagnoletta nell’atrio. Vedeteli tutti là, nelle sedie chiuse e nei palchi di prima fila incantati a guardarla. E mi pare che la guardino anche dalle altre file, — soggiunse, levando gli occhi e passando tutti i palchi in rassegna. — C’è un gran lavoro di binocoli, per miss Madge, e per la sua miniera d’argento. Vo’ vederla meglio ancor io.
— La miniera? — domandò il commendatore Buonsanti. —
Donna Flora non gli rispose; non si voltò neanche dalla sua parte. Quella sciocchezza non meritava l’incomodo. Del resto, la curiosissima signora voleva veder bene quella fanciulla, tanto decantata dal Mattei, tanto ammirata da tutto il teatro.
Anche la duchessa guardò, non potendo fare altrimenti, poichè tutti parlavano della bionda americana.
— Sì, è bella, — mormorò, deponendo tosto il binocolo.
— È bella d’un genere strano; — ripigliò il Mattei. — Vi prego, Donna Serena, di badare ad una particolarità. Ho detto un bottoncino di rosa, per la gioventù e la freschezza; ma nel fatto la bellezza di miss Madge è sul fare della viola mammola. Poca apparenza a tutta prima: una figurina gentile, ma di lineamenti forse troppo raccolti, o non ancora formati, non sviluppati del tutto; ma poi, a ben guardare, una grazia che incanta, una finezza di carnagione.... Proprio come i petali della viola mammola, con quel calicetto nel mezzo, così soavemente colorito e delicatamente venato!... Una bellezza profonda, intensa, ottenuta nella semplicità delle forme.
— Che ardori, caro Mattei! che cognizioni della materia! — esclamò il commendatore Buonsanti. — Anche la semplicità, ci hai trovata, per andare in visibilio?
— Che vuoi? Siamo grandi, noi altri, ed accogliamo tutti i generi. Roma qualche volta si ricorda delle sue origini, e s’innamora della semplicità.
— Sfido io, con una miniera d’argento in prospettiva! — replicò il commendatore. — È una semplicità... composta di molti numeri.
— Altre notizie, Mattei? — disse la duchessa, sviando il discorso. — La questione del Savelli col Riccoboni è finita?
— Sì, finita, finitissima. Ci sono state spiegazioni soddisfacenti, e i due campioni si sono rappattumati quest’oggi. Me ne ha parlato Massimo, ancora pochi minuti fa. —
La duchessa Serena represse un piccolo moto del suo cuore. Massimo a teatro? Ah, tanto meglio! Ogni pericolo era svanito, e il conte di Riva sarebbe venuto a vederla. Ma perchè non era egli ancor giunto?
— Ne sono contentissima; — rispondeva frattanto a Nino Mattei. — Sono sempre cose dispiacevoli, questi dissapori tra amici! —
Almerico di Montegalda si era alzato, per prender congedo.
— Ve ne andate, conte? — diss’ella.
— Sì, duchessa, e il perchè ve l’ho detto; — rispose Almerico, sorridendo.
— Vi vedremo qualche volta? — ripigliò, stendendogli la mano.
— Sicuramente! Grazie! — rispose Almerico, inchinandosi di bel nuovo. —
E stretta la mano gentile che gli era proferta, e ripetuto l’atto e il saluto per la marchesa Flora, Almerico di Montegalda prese commiato.
— Guardasigilli, ti saluto; — gli disse il Buonsanti, prendendo l’ultima stretta di mano.
Anche il Mattei non si trattenne più molto. Aveva da fare almeno una dozzina di visite, il poverino. Così, nel palco della duchessa non rimase altri, del sesso forte, che il commendatore... scusate, volevo dire il cavaliere Buonsanti di Carpigliano. Nè per un pezzo capitarono più visite. Almerico, in verità, si era troppo affrettato a dire: ci sarà piena. C’erano tutti, in teatro, i conoscenti della duchessa, gl’inevitabili delle sue veglie e dei suoi pomeriggi; ma tutti stavano ai loro posti, come inchiodati, guardando estatici il bottoncino di rosa, miss Madge Lockwood. Dal bianco della sua semplicissima abbigliatura esciva fuori, come da una candida spuma, quella carnagione rosea, periata, a cui dava risalto la bocca vermiglia, ingenua nella espressione del labbro superiore un tal po’ rialzato, e l’occhio vellutato, spesso attonito, donde qualche volta si sprigionava un lampo d’intelligenza. La bellezza, si sa, è quasi sempre intelligente; bellezza e ricchezza lo sono poi sempre; c’è una miniera di spirito, accanto ad una miniera d’argento. Del resto, miss Madge meritava tutte quelle ammirazioni. Il collo di ninfa, condotto in una linea purissima fin sotto a quell’orecchio fine di cammèo, le ciglia lunghe, i capegli d’oro, il busto che sporgeva bianco dal velluto del parapetto, snello e timidamente rilevato nel timido rigoglio della prima gioventù, quali tesori di bellezza nascente! Entro quella candida spuma l’occhio vagheggiava la forma ascosa, e vedeva una statua di Cleomene, figlio d’Apollodoro, come dice la scritta. L’occhio è un grande indiscreto, e il pensiero è più indiscreto di lui: ma la statua di Cleomene è una immagine che dice e non dice, e la impresto io, per l’occasione, senza essere il padrone legittimo, e neanche il custode della Galleria degli Ufizi.
— Miss Madge, che nome! — mormorò la marchesa Flora. — Margherita non andrebbe egualmente bene, anzi di più? Mi figuro che Madge suoni in inglese come Ghita in italiano. Ma vedi un po’! detto in inglese non è più volgare, per orecchi italiani. Osserviamola un pochino, questa ottava maraviglia. In verità, non pare neanche la figlia di sua madre.
— Per ora; — disse il Buonsanti; — ma poi!...
— Come? credete voi, cavaliere, che abbia da somigliare un giorno a quella... come chiamarla, sua madre?
— Donna Flora, chiamiamola pure giraffa, o manico di granata, — rispose il Buonsanti. — Tanto, non c’è nessuno a sentirci. Quanto a ciò che avverrà, ne son certo. Vedete il collo dell’ottava maraviglia; è un pochino più lungo del necessario. Vedete la testa; è piccina, più lunga che larga. Le spalle non mi paiono neanche alte abbastanza. Date tempo al tempo, e vedrete.
— Ahimè, cavaliere! — esclamò la vecchia marchesa. — Noi non ci saremo più, per vedere. Ed è il presente, che vale; il presente, a cui bisogna guardare. —
Serena sospirò. È il presente che vale! E per il presente, quella fanciulla era la regina del teatro.
La marchesa Flora aveva dato di piglio al binocolo, e lo puntava verso quella figurina di fanciulla, col dorso della mano in fuori, secondo la vecchia costumanza, incomoda ma graziosa tanto, che permetteva di mostrare quella mano al pubblico e di far vedere la pozzetta al gomito, quando il braccio era bello. Abitudine, oramai, in Donna Flora, e non atto premeditato, poichè da un pezzo la marchesa portava il braccio coperto. Ma, lo sapete, anche quando veste il braccio e le spalle, una donna che è stata bella non perde mai la vecchia abitudine.
— È carina, sai! — ripigliò donna Flora, dopo aver minutamente osservata la giovane americana.
— Sì? — disse di rimando Serena, levando anch’essa il binocolo, per guardar la fanciulla.
Era bella come un bel fiore, miss Madge Lockwood; e la duchessa Serena n’ebbe una stretta violenta al cuore. Perchè? C’è egli qualche cosa che ci avverte, vedendo una persona, come se volesse dirci: questa ti farà soffrire? Non andiamo tant’oltre. La duchessa soffriva già fin d’allora, pensando che se la bellezza di miss Madge era molta, non era altrimenti nuova, nè strana; che ella pure, la duchessa Serena, era stata un giorno così, un bel fiore appena sbocciato. Non l’avevano paragonata alla rosa, che dieci anni addietro non era più, o non era ancora ritornata alla moda; l’avevano paragonata alla «Vergine di Colle beato», che era tuttavia la regina delle camelie, ahimè prima che per essa e per tutta la sua numerosa famiglia si mutasse, insieme con la moda, il gusto del pubblico. Ed era una festa, dovunque ella apparisse, e i cuori volavano a lei, visibili immagini entro una atmosfera vermiglia, ardente del fuoco di mille desiderii. Così era stata ancora da sposa, e forse di più, perchè più fatta, più rigogliosa e fiorente. Le ammirazioni erano cresciute, i cuori volavano più numerosi, più ardenti, e tra quelle vampe più fitte fremevano le prime audacie della giaculatoria, della invocazione, della preghiera, mormorata con accento profondo, quasi singhiozzata, tra i versetti dell’inno. Ahimè, quanto era durato l’incantesimo, per cui aveva potuto credersi una divinità scesa in terra? Dove era andata quella dolce illusione che non dovrebbe nascer mai, o non morire mai più?
L’illusione aveva fatto capolino, per un istante, al primo riapparire della duchessa Serena in teatro. Di quelle ammirazioni, come di un grato aroma, aveva aspirate le più sottili fragranze, e dentro di sè ne aveva fatto omaggio, come suole una donna amante, al diletto del cuor suo. Ed egli frattanto non appariva; ed ella provava intorno al cuore come una sensazione di freddo. Le vampe non salivano più a lei, non la circondavano più; quella colonna di fuoco, visibile agli occhi dello spirito, andava su su ad involgere quella fanciulla bionda e rosata; d’ogni parte a miss Madge lunghe occhiate d’invidia, lunghe occhiate di desiderio. Invidia o desiderio, ammirazione o gelosia, che importano i nomi? Una sola è la cosa: il trionfo.
E Massimo non appariva ancora. Come si sentiva sola in quella moltitudine! Tutto ad un tratto si aperse l’uscio del palchetto. Oh, finalmente! era lui? La duchessa volse gli occhi a guardare. No, non era lui: erano i due fratelli Siamesi. Vogliate scusarmi, il nome non l’invento io. So bene che quei due giovani personaggi si sarebbero potuti chiamare più nobilmente i Diòscuri, Castore e Polluce, anzi, poichè si era in Roma, a dirittura i Càstori. Ma che ci volete fare? Siamo in tempi prosaici, e a chi aveva imposto un nome ai due personaggi inseparabili era parso di dire una cosa meglio intesa da tutti, chiamandoli i fratelli Siamesi. Non erano già appiccicati da un muscolo comune; ma il legame morale che li univa era ancora più visibile di ogni vincolo materiale.
Non erano nati ad un parto; eppure si erano avviati a scuola nel medesimo giorno. Il maggiore aveva aspettato un anno il minore, per andare con lui ad attingere alle fonti del sapere; insieme avevano fatte le medesime classi, e ricevuti perfino i medesimi premi. «Pares merito», come si diceva nelle antiche scuole! Fosse per giustizia assoluta, o per giustizia relativa, o perchè meritassero il premio tutt’e due, o perchè non si volesse aver aria di commettere parzialità a danno dei terzi, i maestri solevano dare un premio di diligenza a tutt’e due; era l’ultimo, e non faceva nascere invidie troppo forti. All’università si erano laureati il medesimo giorno. Spettacolo commovente per la famiglia! due tesi stampate, due corone di lauro, due avvocati, in quel giorno, nella medesima casa! Ma non si spaventi nessuno; non mi dica nessuno che due avvocati sarebbero già abbastanza per un rione. I nostri due laureati erano ricchi, e non dovevano patrocinare. Dio buono, se avessero mai dovuto cogliere le medesime palme alla sbarra, polverizzare due volte in un giorno il faticoso edifizio dell’accusa! No, no, questi pericoli erano fortunatamente evitati. Ci sarebbe stato quello che prendessero la stessa moglie; ma erano avvocati, e non avevano durato fatica ad intendere che la cosa non sarebbe stata legale. Per altro, si rifacevano di quel piccolo guaio, restando scapoli ambedue. Marciavano sempre in pariglia; facevano insieme le stesse visite, dicevano le medesime cose; o più veramente, uno diceva e l’altro ripeteva. Se eran cose da dover ridere, ridevano insieme, o alternamente, secondo i casi.
Erano baroni tutti e due; ma, perchè viveva il babbo, li chiamavano anche i baroncini. Biondi, rosei di buccia, come due mele appiole; uno aveva molta barba, e l’altro un po’ meno; per pareggiare, portavano ambedue la faccia rasa. IL più alto andava a capo chino, il più piccolo a capo diritto, ed anche in questo riescivano a far pari. Uno si chiamava Pietro e l’altro Paolo, sicchè il loro onomastico ricorreva nel medesimo giorno: il ventinove di giugno, salvo errore.
La duchessa Serena fu costretta a godersi la conversazione di tutti e due per una mezz’ora buona. Povera «Aida», se a quell’ora la bella e malinconica dama avesse ancora avuto desiderio di ascoltare la musica!
— E così, duchessa, si diverte? — diceva Pietro.
— Le piace lo spettacolo? — soggiungeva Paolo.
— Una bella mostra di fiori in teatro, le pare?
— C’è da scegliere, non è vero?
— Dite barone, — interruppe la marchesa, per introdurre qualche novità nel discorso, — quale scegliereste voi? —
Paolo rimase un po’ sconcertato, e si volse a Pietro, che rispose per lui, sorridendo:
— Si capisce, marchesa... non c’è da domandare.
— Non c’è da dubitare nemmeno, — soggiunse Paolo, sorridendo anche lui.
— Lasciamo i presenti, — disse la vecchia marchesa, che ci si divertiva mezzo mondo. — I presenti non contano.
— Se è per obbedirla! — disse Pietro.
— Se è per contentarla! — soggiunse Paolo.
— Obbedite e contentate, — replicò Donna Flora. — Che vi pare della Polidori?
— Non c’è male.
— È passabile.
— Non vi riscaldate molto, a quel che pare. E della Santangeli?
— Bella, sì, ma infine....
— C’è di meglio, marchesa!
— Ah, bravi! Avete dunque una preferenza? Meno male. E tutti e due per la stessa?
— Perchè no? Quando si ammira!...
— Quando si ha da dire la verità!
— Avanti dunque! che cosa preferite? Sentiamo.
— Marchesa, ci sono certi raggi filati! — rispose Paolo.
— Raggi filati, marchesa! — ribadì Pietro.
Per quella volta la marchesa Flora dovette tener bordone a quei due, e ripetere la stessa frase anche lei.
— Raggi filati! — esclamò. — Che roba è?
— La novità della serata; — rispose Paolo.
— L’ultimissimo figurino; — soggiunse Pietro. — Veda qui presso, tre palchi dopo questo.
— Ah, davvero? L’americana?
— Sì, per l’appunto.
— E dite raggi filati!
— Perchè no? — rispose Pietro. — Non si dice aria tessuta? Non si dice capegli d’oro? Non si dice anche oro filato?
— Qui, — soggiunse Paolo, — è un oro filato, che risplende come il sole. Si potrà dir dunque raggi filati. —
E rise, il baroncino Paolo, e gli fece la terza il baroncino Pietro.
— Benissimo! — disse la marchesa. — E l’avete trovata voi, signor Paolo?
— No, marchesa, — rispose questi, facendosi rosso, — è mio fratello Pietro!
— Complimenti a voi, dunque!
— Oh, non è il caso, — disse Pietro. — A me era venuta senza pensarci; è mio fratello Paolo che l’ha osservata.
— Nobile gara tra fratelli! — esclamò Donna Flora. — Diciamo dunque raggi filati. È carina, la frase, carina tanto! Non pare anche a te, Serena? —
La duchessa rispose con un leggero movimento di labbra. Ella oramai non poteva più sorridere. Poco dopo, offrendole la marchesa di cambiar posto, accettò; ma, com’ebbe ceduto il suo all’amica, ella si ritirò in fondo al palchetto, pregando uno dei Diòscuri di far riscontro a Donna Flora.
— Che hai? — domandò questa all’amica.
— Niente; — rispose Serena. — Mi dà un po’ noia la luce.
— Già! — disse il Buonsanti. — Con tanti raggi filati!
— Oh, ci son quelli del gas, che stasera sono più molesti del solito; — replicò la duchessa, non volendo sentir l’allusione, del resto involontaria, del cavaliere degnissimo.
E rimase nel suo angolo, all’ombra, felice in apparenza di aver cansato il riverbero di quella gran luce; mentre i due fratelli si offrivano il posto buono a vicenda.
— Vada Pietro; — disse il Buonsanti, per far finire la scena; — Pietro è il principe degli apostoli.
— Grazie; — rispose Pietro. — Ma Paolo è l’apostolo.
— Già, per antonomasia! — soggiunse Paolo.
— Bravi, bravi! — esclamò la marchesa. — Gareggiate sempre; non vi sorpassate mai. Se tutti facessero così, non ci sarebbero più gelosie, nè invidie, nel mondo. Non ti pare, Serena? —
Serena rispose con un altro cenno del capo. Non sorrideva più, non coglieva più il senso. Povero regno finito! il regno effimero, il regno della luce, dei raggi, degli ardori! Quanti madrigali, una volta, quante ammirazioni e quante frasi per lei! Ora non più; la gran folla aveva un altro argomento alle sue ammirazioni; per altre bellezze torniva le sue frasi, cesellava i suoi madrigali. E Massimo era comparso in teatro, e non era salito da lei.
Dieci anni dopo! Dieci anni! Triste cosa, quei dieci anni dopo, nella bellezza, nella gioventù di una donna!
III. Servizio da amico.
Escito dal palco della duchessa, Almerico di Montegalda aveva fatto due altre visite, e, dopo aver fumata una spagnoletta nell’atrio, se ne ritornava dentro, per andare a prendere posto nella sua poltrona, volendo sentire a suo bell’agio i due ultimi atti dell’opera. Ma aveva fatti i conti senza l’oste, il nostro bravo Almerico. Entrato a mala pena nel corridoio, s’imbattè nel conte di Riva.
— Oh, Massimo, buona sera! — gli disse.
— Buona seral — gli rispose quell’altro, un po’ seccato dell’incontro e desideroso di proseguire la sua via.
Almerico non aveva nessuna ragione per trattenerlo; ma credette necessario di dirgli:
— Sei stato dalla duchessa di San Secondo?
— No, — rispose Massimo.
— E non fai conto di andarci?
— No, stasera non posso.
— Bada! — disse Almerico. — Non ti avevo fatto una domanda per sapere che non puoi, bensì per raccomandarti... di potere.
— Raccomandarmi! E perchè?
— Perchè ci sono stato io, tra il primo atto e il secondo. La signora non era molto tranquilla, per quella certa questione d’onore, in cui eri impegnato come padrino.
— È finita, oramai, con una stretta di mano; — rispose Massimo.
— E gliel’hanno detto, me presente; — replicò il Montegalda. — E le hanno detto ancora che tu eri a teatro. —
Massimo fece un gesto di stizza.
— Ah, maledette lingue! — esclamò. — C’è egli bisogno di andare attorno, per raccontare a questo e a quello chi s’è visto e chi non s’è visto? Tessere il discorso con gli affari degli altri è un mostrar chiaramente che non se ne hanno di proprii; non ti pare?
— Così penso ancor io; — disse Almerico. — E con tutto ciò, sono stato lì lì per fare lo stesso. Veramente, non era per un moto spontaneo; — soggiunse il giovanotto. — La duchessa Serena mi aveva chiesto se sapevo niente della questione tra il Riccoboni e il Savelli.
— E tu?
— Ed io lo dissi che la credevo finita. Ma mi balenò alla mente che a te potesse premere di non farla finita così presto, e soggiunsi che non sapevo nulla di certo, che manifestavo solamente una mia speranza, che esprimevo anzi un mio desiderio. Ma che vuoi? gli altri, sopraggiunti a far visita, non furono così discreti come il tuo povero amico.
— Grazie! — disse Massimo. — Grazie a te, per la buona intenzione. Avevo bisogno di un po’ di tregua... nella mia felicità! E le hanno detto ancora che io ero in teatro?
— Sì, ed anche in principio di spettacolo. Capirai! Perciò ti ripeto, va a far la tua visita.
— Non posso.
— Non puoi?
— Non posso, non devo e non voglio.
— Ah, diamine! Un caso grave, adunque! — osservò il Montegalda. — C’è qualche nube per aria? Gelosie, forse? Avresti il torto, perchè non ne vedo argomento. —
Massimo rispose a quella riflessione dell’amico con una crollata di spalle.
— Oh Dio! — mormorò. — Vuoi proprio saperlo?
— No, non voglio, io; — disse Almerico. — Perdonami, anzi, se sono stato indiscreto con la mia domanda, e forse imprudente con la mia buona intenzione. Non c’è amicizia, lo capisco io per il primo, non c’è amicizia che giustifichi la spontaneità di certi servizi.
— Senti, — rispose Massimo, vedendo che quell’altro si metteva sul grave, — fammi il piacere di non ritirarti ora nel castello delle cerimonie. Ti ho ringraziato poc’anzi; ho dunque ammesso implicitamente la buona intenzione tua e il servizio che mi hai reso. Ora, se io te ne chiedessi un altro?...
— Sarei qui pronto a’ tuoi ordini; — disse Almerico.
— Sì, — mormorò Massimo, — sei capitato in buon punto. Ma bada, sarà un discorso lungo, e tu dovresti sacrificarmi questa ultima parte dello spettacolo. Hai da fare, tu?
— No, mio caro, son libero, e di testa e di cuore.
— Beato te!
— Come lo dici!
— In quel modo che si dicono queste cose. Ti pare strano che io t’invidii? Ho il cuore in fiamme, la testa fuori di squadra, e un diavolo per occhio.
— Povero Massimo, quante disgrazie in una! Vieni dunque, e lasciamo «le foreste imbalsamate» per un’altra sera. Dove vuoi che andiamo? Da te?
— No, — rispose Massimo, — è troppo lontano, dai Santi Apostoli. Non abiti tu qui presso?
— Eh! — disse Almerico. — Qui presso, non tanto! a Fontanella Borghese. Ma perchè ad ogni modo bisognerebbe passare di lì o molto vicino, andiamo pure a casa mia. —
Erano scesi, frattanto, e avevano presi i loro pastrani dal custode.
— Anch’io ero sciocco, — borbottava Massimo — a credere di poter dare una capatina in teatro, senza essere veduto e annunziato alle turbe.
— O perchè venirci, allora?
— Non te l’ho detto? ero sciocco.
— E perchè poi esser sciocco?
— Perchè... perchè sono innamorato.
— Questo lo sapevo, — disse Almerico. — Ma è sempre bene sentirlo dalle tue labbra, perchè già incominciavo a dubitarne.
— T’inganni, — mormorò Massimo. — Io non ti parlavo... di lei.
— Allora, — replicò Almerico, — io non capisco più nulla.
— Vieni, ti dirò tutto quando saremo a casa tua, — disse Massimo. — Tu sei un vero amico; tu puoi rendermi un grande servizio. Non so ancora quale, o in che modo; ma tu vedrai, giudicherai, e con la tua esperienza troverai quel che bisogna. Perchè, vedi, è necessario trovarla, una via; altrimenti, io sono un uomo perduto. —
Almerico di Montegalda incominciò a spaventarsi. Veramente, il linguaggio di Massimo era sempre un po’ esagerato; ma, anche a voler fargli la tara, il turbamento del conte di Riva, quella sua medesima ripugnanza a recarsi nel palco della duchessa di San Secondo, indicavano già che il caso era grave. Dopo quella chiusa tragica: «sono un uomo perduto», Almerico non ebbe più coraggio di ridere.
— Andiamo, via! — diss’egli, mettendo amorevolmente una mano sulla spalla di Massimo. — Non veder le cose tanto brutte. Se una via si ha da cercare, si cercherà e si troverà. Eccoci intanto a casa. Vieni con me, sono a mala pena tre scale. —
Massimo di Riva seguì l’amico, senza far altre parole. Giunto al secondo piano della casa, fu introdotto nel quartierino tranquillo, dove Almerico di Montegalda aveva raccolti i suoi vaganti penati. Era scapolo, il nostro Almerico, ma era anche avvocato, e in quel piccolo quartierino di tre stanze il salotto si era tramutato in uno studio, dove, scambio di sofà, di cantoniere, di quadri, si vedevano scansìe piene di libri. Unica eleganza, sulla tavola rotonda che stava in mezzo alla sala, sorgeva un minuscolo cavalletto da pittori, e su quel cavalletto era posto un ritratto.
Al primo raggio di luce che Almerico aveva ottenuto, accendendo un torchietto di cera, Massimo vide il ritratto, chiuso in una bella cornice di velluto, e non seppe resistere alla tentazione di guardarlo da vicino. Niente donne, in casa di Almerico! Quello era il ritratto di Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia.
— Ah, meno male! — esclamò Massimo. — Credevo già che tu pure dovessi cedere al capriccio di far vedere a tutti la vera e miracolosa effigie di Nostra Signora del perfetto amore. Son pur curiose, le donne, con la loro manìa di far sapere certe cose!
— Non mi pare che abbiano poi tutti i torti; — disse Almerico. — Se regnano nel cuore di un uomo, è giusto che vogliano regnare nella sua casa; non foss’altro, per discacciarne le altre, o per tenerle lontane.
— Eppure, tu non ce l’hai in mostra, il ritratto della tua bella; — replicò Massimo che voleva aver sempre ragione. — C’è invece il ritratto del tuo ministro.
— Me lo ha regalato; — disse Almerico. — Non potevo fargli il torto di chiuderlo in un cassetto.
— E quello di Madonna?
— Caro mio, quello non c’è, perchè Madonna mi manca. Hai tu mai veduto il ritratto di una donna che non esiste?
— Eh via! Tu non l’hai, proprio, l’innamorata?
— Non ho innamorata; — rispose Almerico.
— E come vivi? alla tua etàl
— Miracoli, amico mio, miracoli che facciamo noi. Non credere per altro che al ministero di grazia e giustizia siano tutti così. Ti parlo per me, e solamente di me. Alla mia età, non ho innamorata, e la cosa, che ti par triste, ha ancora i suoi piccoli vantaggi. Vedi, per esempio: non mi procuro occasioni di pentimento.,
— Ah, sì! — gridò Massimo allora. — Se tu sapessi come son pentito io! Perchè, infine, queste son sempre catene. Paiono di rose, da principio; e poi, quando uno si prova a spezzarle....