LE CONFESSIONI
DI
FRA GUALBERTO.
ANTON GIULIO BARRILI
LE CONFESSIONI
DI
FRA GUALBERTO
Storia del Secolo XIV
Seconda edizione
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI.
1874.
Quest’opera, di proprietà dei Fratelli Treves, editori di Milano, è posta sotto la salvaguardia della legge e dei trattati sulla proprietà letteraria.
Stab. Fratelli Treves.
A LUIGI LUZZATTI
Onorarsi ed amarsi, anco se combattendo in campi contrarii, parve fiore di gentilezza agli antichi. Diomede e Glauco insegnino, dei quali racconta Omero, nel VI dell’Iliade, il generoso colloquio:
«... Or nella pugna
«Evitiamci l’un l’altro....
«... Di nostr’armi il cambio
«Mostri intanto a costor che l’uno e l’altro
«Siam ospiti paterni. Così detto,
«Dal cocchio entrambi dismontâr d’un salto;
«Strinser le destre e si dier mutua fede.
«Ma nel cambio dell’armi a Glauco tolse
«Giove lo senno. Aveale Glauco d’oro,
«Diomede di bronzo; eran di quelle
«Cento tauri il valor, nove di queste».
A te il mio libro e l’affetto; a me la tua grazia costante. Son Diomede in cotesto, che troppo più ci guadagno nel cambio.
Di Genova, il 30 Aprile del 1873.
ANTON GIULIO BARRILI.
PROLOGO.
Nessuna cosa ad uno scrittore, dopo il titolo del suo libro, è più bisognevole d’una buona pròtasi, o cominciamento che dir si voglia. Anche un adagio, prezioso stillato di scienza popolare, ammonisce che «chi ben comincia è alla metà dell’opra»; il che per fermo non s’intenderà esser vero, se non ammettendo che si possa tirare innanzi a furia di sciocchezze, pur di aver fatto bella comparsa in principio. Facciamoci vivi alle mosse; per tutto il rimanente della via è lecito impoltronire, appisolarsi a cassetta (vedete Orazio che ne concede larga perdonanza ad Omero); l’essenziale sta nello svegliarsi, da bravi cocchieri, in prossimità della posta, e, con alto schioccar di frusta e galoppar di cornipedi, mettere il borgo a romore.
Mano dunque alla pròtasi! Ma qui pur troppo le invenzioni scarseggiano; testimone la repubblica letteraria tutta quanta, che, da forse tremila anni, non ha saputo far altro che andare sulle pedate d’un cieco. Egli è vero bensì che costui ci vede assai meglio di tutti i suoi successori; tantochè nessuno è giunto così lontano com’egli, orbo cantastorie di Grecia. Per ristringerci ai sommi, vediamo Virgilio aver copiato da lui, l’Ariosto da Virgilio, il Tasso da ambidue. «Canto l’armi pietose e il capitano», scrive Torquato. «Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori — Le cortesie, le audaci imprese io canto», ha scritto messer Lodovico. E Virgilio, quindici secoli avanti, aveva lasciato il suo Arma virumque cano che fa riscontro all’Iram cane, Dea, dell’Iliade, e al Dic mihi, Musa, virum, dell’Odissea. Insomma, già prima che mi sgoccioli dalla penna, lo avrete pensato voi, lettori umanissimi: o canti tu, o canto io, gli è come a dir zuppa o pan molle.
A me, per aver aria di novità, converrebbe far capo alla Divina Commedia o salire più in su fino al Ramàiana. Ma potrei io raccontarvi con Dante che ero «nel mezzo del cammin di nostra vita» e che avevo smarrito la strada? E ardirei giurarvi con Valmichi che sulle sponde di un’altra Saraiù è una vasta e ridente contrada, ricca di biade e d’armenti con un’altra città d’Aiodìa, bella ed avventurosa, celebrata per tutto il mondo e fondata da Manù, padre del genere umano, se la cronaca del Gange non mente? D’anni, a voler mettere in conto il cominciato, ne avevo i miei trenta, e, lungi dallo aver perduto la tramontana, ci diguazzavo per entro, a mia posta, in una di quelle valli (meglio sarebbe dir forre) dell’Apennino, che quel dabben uomo di Eolo ha lasciate in governo al primo ed al più turbolento de’ suoi figli, Aquilone. Ero, per farvela breve, in val di Trebbia, e, poichè si ragiona di venti, aggiungerò che me ne stavo al riparo in una cittadella murata, trenta miglia a libeccio da Piacenza e ventotto a scirocco da Voghera.
Ognuno, che abbia vissuto qualche giorno in quei luoghi, ricorderà che dorsi di montagne, culmini e scoscendimenti, c’è n’ha in buon dato, ma che la pianura si conta a palmi, pur troppo; che gli armenti vi abbondano, ma solo di bestie lanose, e le messi non bastano pel logorare d’una popolazione di quarantamil’anime, che tante ne dà la provincia, spartite in ventisette comuni e sessantaquattro parrocchie; che le più svariate famiglie d’erbe medicinali vi fioriscono in copia, le industrie non già; nè magona, nè gualchiera, nè cartiera vi fa udire il grato martellar de’ suoi mazzi scorrenti; che due fonti d’acque minerali, l’una salsa, l’altra sulfurea, aspettando un imprenditore di bagni, hanno tempo a seccarsi; che, per contro, i torrenti s’industriano a rifare, con largo tributo di saporitissime trote, i danni di lor piene invernali; che i tartufi amano qua e là disvelarsi ai mortali collo svaporare delle fragranze natìe; che, finalmente, la città capoluogo, se non è bella, nè avventurosa, nè celebre, non si lagna altrimenti del fato, nè del governo centrale, e vive abbastanza contenta de’ suoi quattromila abitanti, del suo sottoprefetto, del suo vescovo suffraganeo, de’ suoi dodici canonici e de’ suoi otto carabinieri.
Anch’essa, del resto, se guarda al passato, ci ha da insuperbire la sua parte. A chi, dei caduti in basso stato, non è mai occorso di rinvergare le pergamene, di frugare per entro alle memorie domestiche, di almanaccare sulle tradizioni orali della famiglia, per rintracciarvi la nobiltà di sua stirpe? Il passato, assai più del presente, e quasi come il futuro, è il grattacapo dei miseri umani. E Bobbio (ecco, m’è uscito dalla penna il suo nome) si consola spesso della sua umile condizione, ripensando ai re longobardi, al diploma d’Agilulfo e a san Colombano, il quale la reputò degna di accogliere in prima il suo glorioso monastero e quindi le sue ossa, perseguitate dagli sdegni di Brunechilde. Mettetevi a dirla colle donne! Ma allora i santi erano così fatti e pigliavano male gatte a pelare; donde i travagli in vita e dopo morti la gloria.
Io bene intendo che di questi archeologici fumi si ha poco costrutto oggidì. Per la gente che tira al sodo, vogliono essere istituti di educazione, di carità e di credito; pe’ buontemponi, alberghi, botteghe da caffè, teatri e casini; pe’ trafficanti, manifatture e mercati. Rispetto a ciò, Bobbio è ancora bambina; ma neanco Roma è stata fatta in un giorno, e quando per val di Trebbia scorra la vaporiera invocata, anche alla prediletta di San Colombano deriverà qualche pagliuola del nuovo Pàttolo, che dee rifar d’oro l’Italia. Così la pensa il notaio Malinverni-Tidone, ottimo cittadino, a cui mi gode l’animo di poter dare pubblica testimonianza di lode, per l’amore grandissimo ch’ei porta alla sua terra natale, e di gratitudine insieme, per la nobile ospitalità e per gli utili cenni di cui mi fu largo. Egli non si ricorderà forse più del suo giovine e curioso ospite del giugno 1867; a me intanto premeva di mostrargli come io non avessi dimenticato lui nè fra Gualberto, che mi ha insegnato a conoscere, e del quale il mio libro gli recherà più estesa notizia, che egli medesimo non avesse finora.
Che diancine era io andato a fare laggiù? Certamente il lettore s’aspetta che glielo dica; ma, quantunque io senta la necessità d’entrargli in grazia, non mi farò a contentarlo. Sappia egli che feci un viaggio e due servizi, e che il secondo servizio fu quello di visitare il famoso convento.
Vero luogo di meditazione gli è questo! A Bobbio il sole tramonta un’ora prima che sui borghi vicini, e cotesto a cagione dei monti che gli si stringono a’ fianchi. Così ravvolto nella tetraggine delle sovrastanti alture, il monastero è malinconico tuttavia a vedersi, sebbene l’architettura sua faccia fede di una ristaurazione leggiadramente condotta nello stile del risorgimento; ora argomentate quanto più melanconico e’ non avesse ad apparire in sui primordi del medio-evo, allorquando l’austero monaco irlandese venne ad alzarne le mura e a mettervi stanza. Ciò fu intorno al 596, dopo che egli, sceso in Italia a combattervi l’arianesimo longobardo, otteneva il favore della bella e pietosa vedova di Autari, la quale aveva dato poco dianzi la mano e lo scettro al duca di Torino, Agilulfo. Frutto di tal favore, un diploma del re concedeva a Colombano, monaco di Benchor, il luogo di Bobbio, con quattro miglia di terre all’intorno, per fondarvi un monastero del suo ordine, siccome aveva già fatto egli in tre luoghi di Francia, e Gallo, il suo ardente compagno, era per fare in un angolo della Svizzera.
Nè a tali prove si rattenne l’affetto di Teodolinda pel monaco illustre. Imperocchè, essendo egli nel 613 ritornato dalle sue fortunose peregrinazioni di Francia e di Svizzera, a vivere nella pace del chiostro i due anni che furono gli ultimi di sua vita, la regina andò a visitarlo, con orrevole compagnia, nella sua tranquilla dimora. È fama viva tra i terrazzani che in questa occasione la regal donna salisse fino all’estrema vetta del Pènice, donde si scopre la più vasta distesa di monti e pianure che sguardo umano possa abbracciare. Lassù, quando l’aere sia puro e limpido l’orizzonte, vi si para dinanzi la mirabil veduta di tutta la catena delle nevose Alpi, girata ad arco dal mar Tirreno fino alle giogaie del lontano Tirolo. Più in basso, a manca, tondeggiano i colli del Monferrato, da Valenza a Superga; più sotto ancora si stendono i campi di Novi, di Marengo e della Trebbia, e, seguitando a destra, la vasta pianura lombarda, stagliata qua e là dai tributari del Po, del gran padre Bodinco, che scorre, immensa striscia d’argento, a’ suoi piedi, e tratto tratto si nasconde allo sguardo e vedesi ricomparire in uno sfumato orizzonte, che si confonde col cielo, là verso l’Adriatico. La gran tela è stupendamente istoriata; Voghera, Alessandria, Novi, Piacenza, biancheggiano di qua dalla lunga e tortuosa zona fluviale, a cui concorrono, più umili tributari discesi dalle balze apennine, il Tidone, la Staffora, la Scrivia, la Nure, il Taro e la Trebbia; di là, Milano, Pavia, Cremona, e Bergamo, con ampio corteggio di città minori e borgate, poco in vista più grandi d’un chicco di frumento, ma nitide e di contorni ricise. Volgetevi indietro; il Lesima, il Penna, l’Alfeo, con gli altri gioghi dell’Apennino, vi contendono il mare lontano; ma, per mezzo alla fosca merlatura delle loro ripide coste, si dipingono in tinte più chiare i balzi di Rapallo, di Chiavari e di Spezia, mentre in fondo alle lor gole si discernono, pe’ soavi lumi interfusi, le fertili valli di Nure, di Enza e di Taro.
La bella longobarda, che la fantasia del poeta ama raffigurarsi alta della persona e flessibile, come donna che è nata al comando, ma può inchinarsi a sollevar gl’infelici, mirabile nel volto per nobiltà di severi contorni, rammorbiditi da un riso di dolcezza ineffabile e dall’aureola dei biondi capegli cresciuti alle nebbie del settentrione, ma indorati ai raggi del sole d’Italia, potè da quel sommo vertice contemplare il vasto suo regno, mentre in lei l’ossequio immaginoso dei riguardanti forse credè di vedere l’angelo della pace, librato in alto tra vincitori e vinti. E veramente fu cosa di cielo quella soave anima di donna, che, rattemprando la ingenita ferocia de’ suoi, valse a fondare, più assai che non avessero fatto le armi, un regno migliore a gran pezza delle sue origini, dalla cui caduta ebbero principio le millenarie sciagure della penisola.
Che non possono le donne! Il detto è antico, e più vero eziandio che non pensassero gli antichi, nello incenso de’ quali, così per le donne come per ogni altra maniera di numi, si frammetteva spesso un granellino d’ironia. La donna, anco se muta parvenza adorata, nè d’altro curante che di piacere, è inspiratrice di grandi opere all’uomo. Il bello esalta, il buono consola, il vero ricrea; ma la donna, se il voglia, ci è tutte queste cose ad un tempo. Per lei l’uomo, nella medesima guisa che l’insetto veste la sua livrea d’amore, screziata di più vivi colori, per lei riluce d’inusato splendore, nella lieta stagione delle speranze e dei rapimenti. Tal fiata nel suo incendio si consuma e si spegne; ma che importa? La luce fu bella; l’uomo sfavillò, lieto o triste, soave o terribile, nobilissimo sempre. Ma come è possente al bene, se buona, così possente al male è la donna, se d’animo reo. Può farvene fede quel venerando, che dorme da mille e duecento anni il gran sonno nel sotterraneo del suo monastero di Bobbio. La sua vita è colma di amarezze e di conforti, di tenebre e di luce, trabalzata come fu da donna a donna, da regina a regina (che è come dir donna due volte); da Brunechilde, che lui, importuno censore di rotti costumi, incalza come fiera d’asilo in asilo, a Teodolinda che lo accoglie ossequente; da Brunechilde dissoluta, tiranna, micidiale nel suo sangue, che manda sossopra un fiorente reame, a Teodolinda che commove i longobardi feroci col raggio della sua casta bellezza e della religione fa stromento efficacissimo di civiltà, anco preparando inconscia le vie alla prepotenza dei pontefici. L’anima sua è ignara del male; la santa figura di Gregorio Magno non le lascia scorgere in lontananza Stefano II, invocatore malaugurato della gente d’Heristal, sanguinosi fantasmi che funestarono la lunga notte d’Italia.
Vedete mo’ dove siamo venuti bel bello a far capo! Ma così avviene in casa nostra, dove ogni zolla ha le sue lettere di nobiltà da mostrarci. In processo di tempo la storia e la leggenda non daranno più di cosiffatte molestie ai galantuomini. L’orario delle ferrovie non concede che pochi minuti di sosta; si viaggia colle cortine gelosamente tirate in giù, col bavaro del pastrano tirato anche più gelosamente in su e accorciati sul sedile come in una cuccia di bordo. E quando la vaporiera, di cui v’ho già detto, passi anche da Bobbio, il viaggiatore non penserà più che tanto a coteste anticaglie. Per ora, pazienza; sorbitevi questo po’ di cronaca che incomincia dagli scorridori di Annibale e viene giù giù fino agli ultimi benedettini, mandati a rotoli dagli straripamenti della grande rivoluzione francese.
Non vo’ per altro tenervi sulla corda. Tocco a mala pena di Annibale che, vincitore sulla riva sinistra della Trebbia, varcò da queste parti l’Apennino, per andare a perdere un occhio in Val d’Arno e a vincere una battaglia sul Trasimeno. Metto da banda gli scarsi cenni che si hanno di Bobbio antica e l’etimologia acquatica del suo nome, il quale si legge Bobium ed anche Ebovium nelle carte longobardiche. Noto che i primi abati di San Colombano ebbero podestà signorile, ad essi poscia contesa dai vescovi, venuti dopo il mille; che la città si scrisse alla Lega lombarda, e che, mal difesa da tanti pastorali, fu agevolmente signoreggiata dai Malaspina di Lunigiana, fino a che, nel 1346, non cadde con Tortona ed Alessandria sotto il dominio di Luchino Visconti, buon’anima sua. Filippo Maria, ultimo di quella gente, la diede in signoria, nel 1440, al suo generale Pietro dal Verme. Lodovico XII, fatto padrone del Milanese, la regalò invece al suo scudiero Galeazzo Sanseverino, e i Dal Verme non la ricomprarono che alla pace del 1505. Seguì poscia le sorti del Milanese fino al 1743, quando venne in potere del Re di Sardegna.
Libera nel 1793 di rifarsi ligure di nome, ma francese di fatti, fu involta nelle peripezie della guerra, repubblicana dapprima, quindi imperiale, che finì nel 1814, e lei ritornò alla sudditanza di casa Savoia. Scelta nel 1799 da Moreau come scala alla sua congiunzione colle forze di Macdonald, fu tenuta da Lapoye con grossa schiera di liguri. Ma innanzi che Moreau, disceso dai passi della Bocchetta, romoreggiasse utilmente alle spalle di Suwaroff, l’ardente Macdonald s’impegnava al guado della Trebbia, e cosiffattamente lontano dai monti, che la gente di Bobbio non potè calare al soccorso. Il resto è noto; io torno alla pacifica storia dell’abbazia, per dirvi che, verso la metà del secolo XV, essendosi il numero dei monaci grandemente scemato, l’abate Giovanni dei Malaspina del Mulazzo, d’accordo col vescovo e col signore di Bobbio, Luigi dal Verme, invitò i benedettini di Padova, i quali nel 1449 presero possesso della chiesa e del monastero. Per tal guisa la regola di San Colombano, che comandava castità, cieca obbedienza, povertà, digiuno, silenzio, preghiera e fatica, nè risparmiava la disciplina ai falli più lievi, cedette il luogo a quella di san Benedetto, alquanto più dolce e pe’ suoi tempi più utile al prossimo, come quella che surrogava la vita operosa alla contemplativa, le fatiche della mente e la diffusione degli studi alla rugginosa inerzia delle solitarie meditazioni. E qui, come moralmente fu rinnovata, così fu restaurata materialmente l’abbazia, in quella architettura che di presente si nota.
Ho fede che i lettori non mi torranno in iscambio, per questo perdermi ch’io fo attorno ad un convento di frati. Vivo il presente e anelo il futuro, ma rispetto eziandio il passato, e in questa pacificazione storica, che è un’altra maniera di giubileo, si racqueta il mio spirito, volendo giustizia, anzi misericordia per tutti.
Poveri frati di Bobbio! Io m’intenerivo per essi, io, figlio, nipote, o qual più vi talenti chiamarmi, della rivoluzione che li spazzò via. Ma diciamo tutto sinceramente; più che della sorte dei monaci, mi dolevo dello sperdimento di una biblioteca, che il notaio Malinverni-Tidone mi diceva ricca di volumi a parecchie migliaia e sopratutto copiosa di manoscritti antichi e rarissimi. Erano i frutti di lunghe indagini e di assidue fatiche; erano l’armi pazientemente raccolte da que’ fabbri della critica, e con inconscia diligenza ordinate alle più felici battaglie del pensiero odierno. E tanta ricchezza d’arsenale andò in breve ora dispersa; tanta copia di utili stromenti andarono divisi a confondersi tra mille e mille altri trofei fuggevolmente ammirati nei templi maggiori della scienza. La miglior parte furono condotti alla biblioteca Ambrosiana di Milano; molti alla Vaticana di Roma; il rimanente all’archivio e all’università di Torino.
— Con tutto ciò, — narrava il mio ospite, che lo aveva da suo nonno, dottissimo uomo e fratello ad uno degli ultimi monaci di San Colombano — nel 1795 rimanevano ancora alla celebre biblioteca forse ottocento volumi, settantacinque casse di atti e diplomi e un centinaio di manoscritti preziosi. Ma anche questi, dopo essere stati qualche anno dimenticati, pigliarono la via di Torino. E laggiù, a che servono? a chi giovano? I libri, la più parte faranno a doppio con altri; i manoscritti e i diplomi, quasi tutti attenenti alla cronaca paesana, giaceranno negletti in qualche cassa insidiata dai topi, e con poca utilità esaminati, come quelli che più non fanno un corpo solo, con rispondenza di parti e facilità di raffronti. —
Io, sebbene non ne avessi gran fede, m’ingegnavo a dimostrargli il maggior profitto che si può cavare nelle grandi città da una ricca suppellettile archeologica.
— Ah, non lo credete! — mi diceva egli di rimando. — Egli è soltanto ne’ centri minori che si può metter l’animo in certe minutezze, le quali sono, ora inizio, ora complemento, ad una più vasta intrapresa. Chi ha a fare una storia in cui tante cose di minor conto debbano entrare, ci metta la fatica del viaggio; la certezza di trovare in un angolo di terra tutto ciò che si ragguarda alle memorie d’una provincia, val meglio della facilità di aver notizie pronte, ma insufficienti. Io, per me, credo che la piccola città sia il luogo in cui debbono rimanere tutte le memorie sue, se pure si vuole che tornino ad utile di qualcheduno. L’accentramento scientifico non è dovizia, ma ingombro di materiali.
— Eh, capisco; — soggiunsi io, in atto di chi volentieri si persuade. — Ma nella biblioteca dei frati c’era egli poi roba preziosa davvero?
— Figuratevi! Il catalogo manca, ma in casa nostra si conserva religiosamente un elenco delle cose migliori, e potrete vederlo, se vi aggrada. Gl’incunaboli, così rari adesso, c’erano in buon dato, e tra essi il Monte Santo di Dio, stampato nel 1477 a Firenze, che fu la prima opera con incisioni in rame, e il famoso Salterio del 1457, che fu il primo libro stampato con certa data; almeno (aggiunse coscienziosamente l’eruditissimo uomo) dopo le Bolle di Niccolò V, che sono del 1454. Tralascio gli Aldi, i Giunti, i Gioliti e i Griffi, dei quali si ebbero qui le più pregiate e rare edizioni. E i manoscritti...... ricchezza sterminata! Fu sui manoscritti di Bobbio che Pio VI potè fare la magnifica stampa delle opere di S. Massimo. E dov’era, se non qui, l’originale in pergamena del Carmen paschale di Celio Sedulio, elegante poeta cristiano del secolo V? Ora lo si custodisce gelosamente a Torino, come tant’altri tesori nostri a Roma e a Milano. Ma non tutti, e, se piace a Dio, si troverà in questa casa ancora tanto di essi, da poter dare onorato principio ad una civica biblioteca. Venite con me, voi che amate un pochino i cartabelli; ce n’ho di tali che un principe russo pagherebbe in oro i dieci cotanti del peso, e che voi persuaderanno di rimanere qualche giorno ancora dei nostri; la qual cosa, poichè sono alle moltiplicazioni, mi sarà dieci cotanti più cara. —
Volevo rispondere che non occorrevano manoscritti preziosi per trattenermi a Bobbio; ma non ebbi tempo, nè modo, imperocchè, afferrata la maglia d’una lucerna d’argento a quattro beccucci, che era anch’essa un bel saggio dell’arte di due secoli indietro, il notaio Malinverni si alzò da sedere e mi condusse nella sua biblioteca.
Dirvi che rimasi sbalordito, non posso. I libri non fanno già l’effetto delle agate, delle calcedonie, o d’altra maniera di pietre preziose. Andate a Roma, e della Vaticana, famosa tra tutte le altre biblioteche del mondo, non si additerà alla vostra ammirazione che una fuga di stanze. In tal modo si misura l’importanza dei libri. Ma chi voglia andare un po’ oltre l’apparenza, si faccia a considerare la ricchezza di quei centomila volumi stampati; squaderni il catalogo di quei ventiquattromila manoscritti; veda, tra gli altri, quell’esemplare di Virgilio che ci conservò raffigurata ne’ suoi disegni tanta parte degli usi e delle foggie romane; e per tal guisa, condotto mille e ottocento anni a ritroso sul classico mare dell’età, tratto a vivere d’un’altra vita, coetaneo d’una gente morta, testimone d’una civiltà su cui si addensarono parecchi strati di barbarie e più altri di vergogna, sentirà allora il pregio, vedrà allora la splendidezza di que’ gialli e polverosi tesori. Così avvenne a me, quando il notaio, accennati i libri alla grossa, si fece ad aprirmi un armadio, nel quale, umili in vista e non numerose, giacevano le sue pergamene e filze di carte, diligentemente legate e contrassegnate, siccome da notai e da archivisti si suole.
— Tutta roba salvata dallo sperpero del monastero! — sclamai.
— E dalle unghie dei pizzicagnoli — aggiunse il mio ospite. — Non so come ciò fosse, ma il meglio di queste carte era andato disperso per le mani di tutti, quando i miei vecchi s’ingegnarono a raccattarle, e qualcosa ho potuto scoprire io medesimo. Argomentate voi quant’altre non ne saranno andate a male in mezzo secolo di scompiglio! Eccovi; queste sono lettere di chiarissimi uomini vissuti qui nel corso di trecent’anni; da Agostino Trivulzio, vescovo e poi cardinale, infino al dottissimo Lorenzo Ballarini, nostro conterraneo, che fu medico a Vittorio Emanuele I, e che io, giovinetto, conobbi preside alla facoltà chirurgica nell’Ateneo torinese. Vedete questo libro in cartapecora; esso contiene l’elenco degli abati della vecchia regola di San Colombano, da Attalo e Bertulfo, suoi successori, infino a Giovanni Malaspina che cedette il luogo ai benedettini. Quest’altro è il Cartolario del Monastero, che contiene gli istrumenti pubblici, condizioni, fedeltà, locazioni e tutte le altre congrue dell’abbazia. Queste sono copie di antichi diplomi, tra i quali il famoso di Lotario I, riferito dall’Ughelli e chiarito apocrifo dal Muratori. Nè mancano le cose letterarie. Vedete questo volumetto di ottanta pagine in pergamena della più fine, con lettere miniate ad ogni incominciar di capitolo; è una raccolta delle rime di messer Francesco degli Accolti, aretino. Tra queste potete leggere la nota canzone sulla lorda vita dei chierici, che i bibliografi attribuiscono al fratello di lui Benedetto. Converrebbe qui raffrontar gli esemplari. Questo manoscritto è sincrono, e mi pare debba fare autorità. E adesso — chiuse solennemente il notaio Malinverni — assaggiatemi questo. Se fosse completo, non ci sarebbe niente di comparabile ad esso in veruna delle più ricche biblioteche d’Europa.
— Capperi! Vediamo questa maraviglia! — dissi io, sorridendo.
Se mai v’ebbe rimorso che rapidamente seguisse il peccato, ei non fu al certo più veloce del mio, poichè ebbi dato un’occhiata alle prime pagine del volume postomi tra le mani dall’ottimo signor Malinverni. Sperimentai allora in me stesso come sia sciocco il sorridere, quando non è essenzialmente tristo, o essenzialmente sublime. Se a voi non sembra che corra, lasciamola lì; io mi ristringerò a raccontarvi, senza morale, come senza favola, che la mia mezza ironia mi tornò subito in gola.
Il codice non era di gran mole, nè di molta appariscenza. Constava esso di cinquantasei fogli di carta pecora, o, per dire più chiaramente, di centododici facce di scritto. La coperta di pelle nera, bucherata dai tarli, gualcita, sbrandellata, mostrava qua e là i rimasugli di un fregio impresso sui margini; i fermagli di ottone annerito non chiudevano più, lenti e sconnessi com’erano; il dorso lacero facea scorgere i sudati artifizi dell’antico legatore, i capitelli disfatti e il bruco penzoloni fuor di riga; i fogli, poi, apparivano giallicci, grinzuti, co’ vivagni corrosi. Certo; il codice era più vecchio che non dinotasse la sua scrittura, condotta in quei caratteri impropriamente nominati gotici, che ebbero favore in Europa dal dodicesimo sino allo scorcio del quindicesimo secolo. E difatti, guardando più attentamente, si discernevano tra i versi dello scritto alcuni segni sbiaditi di più vecchio inchiostro e traccie qua e là di lettere onciali. Non c’era da dubitarne; io aveva sott’occhio uno di que’ palinsesti bobbiesi che fruttarono rinomanza ai Niebuhr, ai Peyron, ai Vesme e più di tutti ad Angelo Mai, che in due di essi ebbe a rinvergare i sei libri De republica di Cicerone.
Qual era l’autore perduto che si nascondeva nel mio palinsesto? Non cercai di saperlo allora, nè poi; tanto mi parve degno di studio il sovrapposto, che entrava in materia con queste parole: «Incipit liber confessionum Gualberti monachi;» parole così semplici e così promettenti ad un tempo.
Le confessioni di Gualberto monaco! Che cosa avrà avuto a dire questo povero frate alla posterità? Per fermo egli ha molto operato e veduto, molto pensato e sentito, fors’anco errato, certamente sofferto, e qui, presso al fine della sua fortunosa carriera, colla schietta umiltà, ma non colla gloriosa pace di Agostino, racconta sè stesso, o in penitenza di falli, o per esempio di fede religiosa ai venturi. Questo pensiero mi trasse a leggere; le prime pagine mi fecero suo.
Il mio ospite, chiamato dagli uffici del sue utile ministero, mi aveva lasciato solo nella camera, ed io vi rimasi forse quattr’ore, assorto in quella lettura, malagevole in sulle prime per la difficoltà di far l’occhio ai caratteri, di deciferare le frequenti abbreviature, e di cogliere il senso di molte frasi, non sempre di buona latinità, siccome è facile argomentare d’un manoscritto del secolo XIV; chè di quel tempo lo chiarivano per l’appunto i primi richiami storici dello scrittore. Ma quel tanto che io ne avevo spiccicato, bastò perchè, quella sera, deposto il volume, non pensassi più ad altro.
La notte, non furono che sogni della fantasia riscaldata. Vidi il mio frate chiuso nella sua cella ed intento a scrivere le sue confessioni. Le tempeste della vita gli aveano imbiancati anzitempo i capegli e impresso il volto di segni fatali. Fredda era la cella; l’inverno soffiava alle impannate; le dita del monaco s’irrigidivano intorno alla penna; e tuttavia seguitava a scrivere, desideroso di versare in quelle carte la piena delle sue ricordanze, prima che quel gelo gli penetrasse nel cuore. E lo vidi, indi a poco, disteso sul suo letticciuolo; le mani avea giunte sul petto; gli occhi, mezzo velati dall’ali della morte, cercavano una immagine di donna, vapore diafano che tremolava, vestito di forme a lui note, dipinto d’una pallida luce, nell’alto della sua squallida cella. Quali arcane parole corsero tra il morente e la morta? Era quello l’addio d’un vano fantasma, o l’invito d’uno spirito eterno? Ella era là, librata in aria, e si facea man mano più sopra a lui; si chinava l’omero mollemente; si stendeva il braccio e le dita candide si appressavano, come per chiudere quegli occhi stanchi, o cogliere l’ultimo sospiro, forse il primo bacio di quelle labbra tremanti. E in quel mezzo, inginocchiati ai piedi del letticciuolo, i bruni compagni venian recitando la preghiera degli agonizzanti.
Il giorno appresso ero da capo col manoscritto. Entrato in maggiore dimestichezza coi vecchi caratteri, corsi più spedito nella lettura, e non lasciai il volume che all’ultimo verso. Era una storia singolare, quella del povero frate, e nel tempo istesso che la ci aveva per me tutti gli allettamenti d’un romanzo, veniva a chiarire un punto di storia di cui s’hanno scarsi lumi e testimonianze contradittorie. Giunsi, dico, all’ultimo verso, non già alla fine, imperocchè le confessioni di fra Gualberto, non solo non apparivano intiere, ma s’interrompevano proprio là dove era più vivo il racconto.
— Peccato! — dissi al mio ospite, che in quel momento era venuto a chiamarmi pel desinare. — Si resta in asso!
— Sì, ve l’ho detto ieri, se fosse completo, varrebbe un tesoro.
— Ma, non avete cercato?.....
— E in che modo? i miei l’hanno avuto per caso, siccome vi è noto. Qui, poi, tutte le mie indagini tornarono vane.
— Ma forse fuori di qui..... nelle biblioteche tra cui si divisero le spoglie di San Colombano.....
— Ah sì, forse, ma ne dubito assai. Come vorreste che un’opera somigliante andasse dimezzata in tal guisa a Roma, a Milano, o a Torino? Vedete inoltre; qui il volume finisce e non c’è segno di fogli strappati.
— Appunto per ciò io credo ce n’abbia ad essere un secondo. Questo è un palinsesto, ed il frate, che ha così conciato un primo codice, ne avrà rastiato un altro del pari. Egli scriveva per penitenza; avrà dunque finito.
— Invero, — mormorò il notaio Malinverni, — ora che ci penso...... C’è sicuramente un secondo volume; ma dove scovarlo?
— Qui no, poichè avete cercato invano; — risposi; — ma ci abbiamo tre luoghi ancora. Lasciate fare a me. Così avessi fortuna col genio che custodisce i tesori nascosti, come l’ho con quell’altro che protegge i ferravecchi. Non vedete? Egli mi ha condotto a Bobbio per trovare il primo volume delle memorie di fra Gualberto; egli mi assisterà per trovare il secondo. E frattanto, mi permettete di copiar questo?
— L’ospite è padrone — disse il notaio.
— E la lingua nostra — soggiunsi, inchinandomi per ringraziarlo — ha confuso in un solo vocabolo colui che dà l’ospitalità e colui che la riceve.
— Filosofia del linguaggio! — esclamò l’ospite, mettendo amorevolmente il suo braccio sotto a quello dell’ospite, per condurlo nella sala da pranzo.
Così venni, o lettori, in possesso del mio bel trovato. Ma l’interruzione del manoscritto fu cagione di lunga scontentezza per me, che il mutar di luogo e l’avvicendarsi di molti casi tra malinconici e lieti, non valsero a cacciarmi dall’animo. Troppo spesso mi si facea vivo il ricordo, e sempre cuoceva, come se fosse stato un rimorso. Eppure, non era colpa mia se le indagini non andavano di pari passo col desiderio. Nè a Torino, nè a Milano, avevo potuto correre in quell’anno; a Roma fui per entrare un giorno, ma il genio protettore dei ferravecchi, col quale avevo fatto di soverchio a fidanza, non si degnò di aprire, e noi non si aveva una di quelle chiavi famose, che, tre anni di poi, dovevano vincere la toppa rugginosa di porta Pia.
Intanto tra me e fra Gualberto durava il vincolo antico, nè io potevo camparmene. Come il vecchio malnato delle Mille e una notti, che s’era accavallato al collo di Sindbad il marinaio e non c’era verso che questi potesse sgabellarsene, il monaco s’era impadronito di me, mi dava ad ogni tanto di sproni, nè io ottenni di levarmelo di dosso, se non quattro anni più tardi, allorquando finalmente mi venne fatto di metter piede nella biblioteca Vaticana, ove giaceva ignorato il secondo volume delle sue Confessioni. Ignorato, sicuramente! In mezzo ai codici, quasi tutti palinsesti, che recavano la scritta: Liber sancti Columbani de Bobio, stava il poverino dispaiato, e siccome niente di esso, nè sulla coperta, nè dentro, richiamava il titolo vergato nel primo volume, così questo secondo era notato a catalogo col modesto contrassegno: Anonymi Bobiensis quae extant. Fu questa gretola dell’anonimo che mi diede nell’occhio, mentre io già disperavo di trovare il fatto mio; cercai il libro, e, vedete fortuna! gli era proprio quello, la continuazione del manoscritto di Bobbio.
Con che animo mi facessi a leggerlo, argomentino i discreti lettori. Così gradita tornasse loro la lettura di questa mia, che, se non è una versione pedissequa, è pur tuttavia più fedele di tante e tant’altre. Per quanto è degli eruditi, io son certo che eglino, se non leggeranno con diletto la mia prosa, godranno largamente della scoverta di un preziosissimo testo, il quale uscirà tra non molto alla luce, nè più negheranno fede all’Alcaforado, al paggio del principe Enrico di Portogallo, sulla cui testimonianza soltanto poggiava finora la storia singolare, oggi comprovata dal manoscritto di Bobbio.
Or dunque, ci siamo; incipit liber confessionum Gualberti monachi.
LE CONFESSIONI DI FRA GUALBERTO
I.
L’anima mia è triste fino alla morte. Ma l’autunno è già innanzi; la natura si spoglia senza rimpianto de’ suoi ultimi colori, e si dispone al riposo; i pioppi in riva al fiume si sfrondano, e le foglie portate dal vento battono frettolose alla mia finestra, quasi per dirmi: sbrigati, vicino; bisogna partire. Ah! l’ora della partenza sarà lieta per me, se Iddio mi avrà perdonato.
A frate Anselmo ho confessati i miei falli, non disvelato tutto me stesso. Qui lo farò, al vostro cospetto, o Signore. Se alcuna delle mie parole sentirà troppo degli ardori della carne, non vi sdegnate con me. Fu opera vostra questo fervido cuore, nè io maledirò ai vostri doni. L’anima rassegnata vi ringrazia delle afflizioni e vi domanda la pace del sepolcro.
Dirò il mio nome, io che nulla feci di utile, io che, venuto meno a tutte le impromesse della mia gioventù, lo recai oscuro alle porte del chiostro? In penitenza della smarrita via lo dirò: Gentile Vivaldi fu il mio nome tra gli uomini. Chiari furono i miei maggiori, e nella patria loro, a cui prego concordia e temperanza pari alla grandezza di sue fortune, tennero amplissimi uffici, sebbene, la più parte, amarono le ardite intraprese ed anteposero il mare alla terra. L’aquila dei Vivaldi s’allegrò nella vista dei flutti; fu chiamata sovra essi da un’arcana virtù, siccome l’ago calamitato è attratto dalla stella polare.
Furono antenati miei che, or fanno i sessanta anni, navigando oltre le colonne d’Ercole, discoprivano le isole dei Corvi marini e quell’altra che aveva a costare tante lagrime e tanti rimorsi al loro sciagurato pronipote. Nè a ciò si fermarono; chè, procedendo ad ostro, scoversero le isole Fortunate degli antichi, e animosi voltarono il capo di Gòzola, d’onde più nuova di essi non giunse alla patria. Ugolino e Vadino de’ Vivaldi il nome loro; le navi, già possedute da Tedisio Doria, che fu ad essi compagno nell’impresa, si chiamarono Sant’Antonio e Allegranza. Dalla spiaggia natale avevano salpato le àncore nel maggio 1291, siccome vidi scritto io medesimo negli annali della patria, la quale saviamente adopera notando con diligenza ogni cosa che torni ad utile suo e a gloria dei figli.
Che avvenne egli mai? Ruppero miseramente le galere sulle ultime rive africane? O, ricondottesi in alto, le imprigionarono i mari di alighe, terribili al nocchiero per le loro calme insidiose? O, più felici, afferrarono l’isola di San Brandano, che molti videro e a cui nessuno approdò? Comunque sia, glorioso e fatale alla mia gente fu il mare. Anche di Benedetto, mio padre, partito nell’anno 1326 a discoprire nuove terre insieme con Angelino del Moro, non si ebbe più nuova sicura.
Ed io? Se le onde ricusarono questa misera spoglia mortale, ben vollero la pace dell’anima mia. Anche me giovinetto allettarono i fragori del mare tenebroso, e cercando del padre (così dissimulava le sue vie il destino!) navigai verso i paurosi gorghi, ne’ quali il sole s’inabissa ogni sera. La mia nave, ch’ebbe a nome la Ventura, corse i flutti fino al capo di Gózola, si perigliò fino a quelle isole dei Corvi, dove invero non sono corvi, ma falchi, astori e cani marini, cacciatori pazienti delle vittime che l’audacia umana offre in tributo all’Oceano.
Vissi parecchi anni in tal guisa. La mia patria, guasta da intestine discordie, non aveva lusinghe per me. Il mare erami divenuto patria, il mare che era mio fino a tanto io non diventassi suo. Avido dell’ignoto, che già aveva inghiottito alcuno de’ miei, amavo su tutti gli altri i flutti che ruggivano oltre lo stretto di Septa. Colà in altri tempi era stata l’isola d’Atlantide, di cui narrarono i sacerdoti egiziani a Solone, così vasta che più non sono Asia e Libia riunite, e un giorno sommersa per virtù di tremuoto, insieme col suo gran popolo di conquistatori. Che rimase egli della gran terra? Poche isole deserte di rincontro allo stretto. Ma forse più oltre, chi sa?... Seneca lo ha scritto; giorno verrà, sebben tardi, che l’Oceano rallenti i suoi vincoli e un’ampia regione si mostri; un altro nocchiero discoprirà nuovi mondi, nè più tra le terre conosciute sarà ultima Tule.
Quel mare io correvo; dai confini dell’Africa, donde si tolgono le resine e le polveri preziose che tutta Europa dimanda, risalivo alle coste d’Iberia e di Lusitania e su fino ai porti di Fiandra, ove gli aromi della famosa terra del Sole si mutano coi famosi tessuti, sfoggio delle nobili case. Di là veleggiavo all’Inghilterra, ricca cosiffattamente di lane, che spesso incontri monistero o badia che possa fornirti il carico intiero.
Dell’Inghilterra erami sopra modo piaciuta la città di Bristol, che siede dalla parte occidentale, nella contea di Glocester. È dessa un ragguardevole emporio, presso a due fiumi, che uniti scorrono per lunga e profonda foce al mare, di guisa che le navi hanno agio di avvicinarsi alla città, risalendo il canale. Nobili edifizi l’adornano, tra i quali l’abbazia di Santo Agostino, stupendo lavoro d’architetti normanni. Colà, nel luogo sacro al raccoglimento e alla preghiera, mi venne veduta la donna che prima ed ultima amai.
A venticinque anni, io non aveva ancora sperimentati i colpi d’amore. Niente era ignoto delle umane lusinghe alla mia libera gioventù; ma l’arcana dolcezza, che c’inonda come celeste rugiada, alla vista d’una donna, di una sola tra tutte, ma la fiamma intensa che affina il desiderio e lo eterna, come sacro fuoco nel profondo del cuore, erano cose nuove per me. Un affetto mi ardeva, il mare; una sete, l’ignoto; ad altro non si volgeva, di null’altro curava il mio spirito. Possanza effimera, pace in un punto rapita!
Lo ricorderò sempre; era un bel dì d’aprile, e la primavera, confortata dai raggi d’un benigno sole, alitava d’intorno le sue aure tepide e molli. Non triste, poichè nessuna cagione di tristezza poteva albergarmi nell’animo, ma tranquillamente pensoso, siccome l’uomo che, solingo in terra, consideri il suo cammino vitale, su cui non appariscano stagioni nè meta, m’ero ridotto nella chiesa del glorioso apostolo dell’Inghilterra, mentre i monaci salmeggiavano intorno all’altare e una sacra armonia accompagnava le note. Si udiva colà lo strumento maraviglioso, che è detto organo, e migliore a gran pezza che non fosse il celebratissimo della chiesa di Westminster, imperocchè questo di Sant’Agostino era più recente opera di un frate del monastero, e, come già allora in alcuni organi d’Italia e di Lamagna, vi si ammiravano più ordini di voci gravi ed acute, e tra essi l’umana, che è veramente angelica cosa. Molti cittadini, e dei maggiorenti della terra, convenivano al tempio per ascoltare i suoni di quella voce, che, cercando ogni fibra, si ergeva solennemente a Dio, portandogli, raccolti in un inno di lode, tutti i commovimenti e l’estasi degli uditori. La musica è anch’essa una preghiera; quel misto di desiderio e di appagamento, quell’incognito indistinto di soavi tumulti e di rapimenti dell’animo, bene risponde ai sensi della creatura, allorquando ella si raccoglie e si concentra in sè medesima, per innalzarsi al suo Dio.
E in quella che io chiamerò onda, vapore, incenso di melodia, vidi l’angelica donna. La vidi? Meglio sarebbe il dire che n’ebbi come un bagliore negli occhi. Stava ella dall’altra banda del tempio, ove si raccolgon le donne, in piè ritta nel vano d’un arco della grande navata, poco lunge dalla tribuna. La manca chiusa in un guanto di Spagna, che saliva a coprirle il polso e una parte del braccio, poggiava sopra lo scannello dell’inginocchiatoio, mentre la destra, raccolta al petto, si ripiegava su d’un uffiziuolo, ornato di bei fermagli d’oro. Come fosse bella, m’è impossibile il dire. Da lunghi anni la sua immagine è scolpita nel mio cuore; il pensiero se la raffigura ad ogni istante, ma le parole non reggono al paragone. Aveva neri i capegli e lucenti sotto lo zendado bianco, in cui erano a mezzo ravvolti; nè lo zendado agguagliava la candidezza del collo, cui scendeva a carezzare co’ suoi lembi ricadenti. La fronte ampia, nitida e perlata, su cui scintillava uno smeraldo raccomandato ad una sottil catenella d’oro, mostravasi illuminata da un mite raggio di sole, che rischiarava la profondità di due grandi occhi neri, e faceva risaltare i delicati e in un grandiosi contorni del viso, i morbidi alabastri delle guancie e il corallo tenero delle labbra semichiuse, donde pur mo’ era esalata la preghiera. Niente dissimulava la rilevata leggiadria della persona, nè cappuccio, nè manto, che forse avealo qualche paggio, o donzello, preparato in sull’uscio; la cotta, che era di sciàmito verde divisato a fogliami, stretta al corpo da una cintura sprangata d’oro che s’annodava sul lato sinistro, donde pendeva la borsa di drappo cremisino trapunta di bisantini, si rigirava sul fianco tondeggiante, e qui si partiva in picciole pieghe, le quali si veniano man mano allargando e si voltavano a strascico.
Certo ell’era donna d’alto lignaggio; ma, così bella e superbamente ornata, non appariva altrimenti lieta. L’atto suo era di meditazione; ma que’ grandi occhi neri guardavano essi l’altare, o non per avventura più lunge? A me parve in quel punto cosa più che mortale; bellezza di cielo venuta in terra a mostrare miracolo che sia, anima prigioniera che anela a lontane regioni e si perde nella contemplazione d’una vita arcana, d’un mondo invisibile, che ella indovina, o ricorda. E rimasi lungamente estatico a riguardarla; non vidi nessuno, nè intorno a me, nè più oltre. La chiesa era splendida e buia; sole e tenebre nell’ampio recinto; luce dov’ella era, oscurità in ogni altro luogo; o, per dire più veramente, era dessa la luce (perdonate, mio Dio!), e quella gran luce copriva, offuscava, nascondeva intorno intorno ogni cosa.
Quanto durasse quella mia contemplazione non so. Ben m’avvidi ad un tratto che l’organo taceva e i sacri canti del pari; il tempio era quasi vuoto, la celeste visione sparita. Restai come trasognato alcun tempo, indi corsi, volai all’aperto, ma senza vederla altrimenti; quantunque errassi a lungo per le vie più nobili della città, dove mi sembrava ragionevole che ella avesse dimora. Del resto mi venni chetando, chè il colpo, sebbene gagliardo, era troppo recente, perchè io già sentissi le trafitture della ferita, e poi, in simili congiunture, pari ai silenzi precursori del nembo, l’uomo sente tal fiata il bisogno di raccoglier gli spiriti. Io indagavo me stesso; sentivo con stupore, per la prima volta, e di punto in bianco, la mia vita esser piena di qualche cosa, e, quantunque non potessi farmene ancora un giusto concetto, oramai volta ad un fine; frattanto sorbivo la voluttà delle prime speranze, divisavo nell’animo gli ostacoli vinti, i pericoli superati, le gioie ottenute.
Non pigliai lingua da nessuno; ai mercatanti che conoscevo in città non chiesi contezza di lei, nè indizio anco lontanamente inteso a scoprirla: chè mi sarebbe parso di profanare con atti volgari il dolcissimo sentimento nato quel dì nel mio cuore. Presi in quella vece ad andare ogni giorno alla chiesa, sempre sperando e mai non venendo a capo di rivedere la bella sconosciuta. Che era egli accaduto? Forse inferma? O il mio rapimento era stato notato? Imperocchè, anche ciò era possibile; se così ero stato io fuori di me, da non avvedermi del finire degli uffizi divini, la mia estasi aveva certamente potuto dar negli occhi ai vicini, e a qualche geloso tra essi. E cotesto, intravveduto da prima, indi ricisamente paventato, mi fece più guardingo e peritoso a chieder di lei.
Infine, più non la vidi. Sogno svanito! — dissi un giorno tra me. Pazienza, povero illuso! L’Oceano vuol la sua preda; torna al tuo mare, torna al tuo vecchio amore, che ti perderà, non dubitare, come potrebbe perderti l’amor d’una donna.
II.
La Ventura stava per compiere in que’ giorni il suo carico, a ciò invigilando Lanzerotto, il mio còmito. Io non avevo gentiluomini di poppa con me, sebbene la mole della galera, accomodata ad uso di guerra e di traffico, avrebbe potuto ragionevolmente consigliarmi a tôrre compagni. Padrone della nave e desideroso di fare in ogni cosa il mio talento, avevo amato meglio esser solo al comando, e Lanzerotto, dal canto suo, siccome è uffizio dei còmiti, oltre il comandare alla marinaresca e alla ciurma e dirigere la manovra delle vele e degli ormeggi, era maestro nell’arte di stivar le galere.
Avevo divisato di portare le mie lane in Ispagna, non volendo perigliarmi più oltre nel canale inglese, dove, per la guerra incominciata tra Edoardo III Plantageneto e Filippo VI di Valois, non era più sicura la navigazione da quattro anni in poi. Già tra le due armate nimiche si era ferocemente combattuto nelle acque di Fiandra, e in un viaggio precedente, aizzato da una nave britanna che non rispettò lo stendardo di San Giorgio, avevo dovuto far arme in coperta e, col divino aiuto, affondare il nemico. Siffatti scontri non mi piacevano, imperocchè io non avessi odio contro nessuno; laonde da due anni non solevo più veleggiare alla Schiusa, per recare o levare mercatanzie dall’emporio di Brugge.
Ora, mentre io dava opera agli ultimi apprestamenti della Ventura, triste in cuor mio ed impaziente ad un tempo, mi venne scorto un giovine inglese, più notevole in vista di tanti altri che per solito si soffermavano sulla riva a guardare le navi, quantunque e’ non fosse meglio degli altri all’arnese. Il saio e le calze di bigello, con sopravveste e cappuccio di mezzolano, lo dicevano marinaio; solo che, nel muoversi, non aveva quell’andatura incerta che il continuo dondolìo della nave conferisce alla gente di mare, e i suoi capegli erano più lunghi che l’uso de’ suoi pari non comportasse. Ma forse in ciò era da condonarglisi un poco di vanità giovanile, poichè quelle ciocche bionde contornavano assai bene quel viso piacente che nulla più. Lo notai, dico, essendo che egli rimaneva sul lido più a lungo d’ogni altro viandante curioso, e parecchie volte, occorrendomi di andare e venire sul ponte di sbarco, sempre lo avevo dinanzi, come desideroso di darmi negli occhi. Non argomentando allora che cosa potesse bisognargli da me, proseguii noncurante nelle mie faccende; ma egli, il giorno appresso, fattosi animo, pose il piede sul ponte e venne diffilato in coperta.
— Messere — mi disse egli nella sua favella sassone — una parola, se vi aggrada.
Il suo aspetto e la scioltezza dei modi mi piacquero, e col gesto amorevole, più assai che colle parole, gli accennai che parlasse.
— Mettete voi alla vela? — mi chiese egli allora.
— Domani; — risposi.
Egli rimase alquanto perplesso; indi mi volse un’altra domanda.
— Avete bisogno di marinai?
— No; — dissi a lui — ne ho più che non occorra per una nave di carico. —
Ciò detto appena, vidi un’aria di così grande scoramento dipingersi sul volto del giovine, che n’ebbi compassione ad un tratto.
— Non mi sembrate povero — soggiunsi, come per temperare a’ miei occhi medesimi l’asprezza del diniego.
— No, veramente, non sono; — rispose egli con un sorriso, che volea mostrarmi come da quel lato non ci fosse nulla a temere; — vi dirò anzi che sono ricco; pel mio stato, s’intende; chè invero, se fossi stato più ricco — proseguì, mutando il sorriso in un mezzo sospiro — sarei oggi più felice d’un conte. —
Il suo fare m’andava sempre più a genio, e, per non aver aria di dargli tosto commiato ed anche per offrirgli agio a dirmi in qual guisa potessi tornargli utile, entrai a fargli qualche dimanda a mia volta.
— Il vostro nome?
— Bob.
— Roberto, dunque.
— Sì, Roberto; ma i miei compagni mi dicono Bob, il che riesce più spiccio.
— Avete navigato a lungo?
— Sì, parecchio tempo, sulle galere del re.
— Come gentiluomo di poppa — diss’io che avevo notato pur dianzi le sue mani bianche e leggiadre.
Diede egli un subbalzo a quelle inaspettate parole e mi guardò con un piglio tra maravigliato e scontento.
— Messere — proseguii, rispondendo alla muta dimanda de’ suoi occhi — le vostre mani vi accusano. —
Riavutosi dalla sua confusione, ed afferratami la destra, che io gli avevo cortesemente profferta, il giovine Bob mi trasse alquanto in disparte verso il tendaletto di poppa.
— Siete gentiluomo? — mi chiese.
— Nella mia patria non conosco chi mi vada innanzi per nobiltà di lignaggio.
— Voi, dunque, non mi tradirete — soggiunse egli esitante.
— Serbate il vostro segreto, messere, se ciò temete di me — risposi asciuttamente e in atto di por fine alla conversazione.
— Ah, perdonate! — sclamò egli allora con accento commosso. — Non è già che io dubiti della vostra fede; ma il caso mio.... Infine, vi dirò tutto; son gentiluomo, e mi chiamo....
— Non vo’ saperlo, il vostro casato; — interruppi. — Ditemi che cosa io possa fare per vostro servizio, e basta.
— Vorrei lasciare l’Inghilterra, e vi chiedo ospitalità sulla vostra galera. Dimandate pel tragitto quanto vi aggrada; pagherò.
— Non parliamo di ciò. Ditemi, invece, messere: avete voi ucciso slealmente, o contraffatto in altra guisa all’onore?
— No, lo giuro nel nome di S. Giorgio e della mia dama.
— Or bene, la Ventura è ai cenni vostri; rimanete fin d’ora, non passeggiero, ma ospite.
— Ma... — aggiunse egli, mentre s’era inchinato per rendermi grazie — io non vi ho detto ogni cosa.
— Che altro?
— Non sarei solo — rispose.
— Ah capisco, — esclamai sorridendo — la dama!
— Sì, una dama che condurrei meco; ma non già quale l’argomentate, sibbene la più caramente diletta delle sorelle. Uditemi, messere, — proseguì Roberto abbassando la voce, quasi temesse d’essere udito dalla ciurma — la è una dolente storia, la nostra. Non ho che lei, di mia casa, e per nissuna cosa al mondo mi ridurrei a farla infelice; Edoardo, il nostro graziosissimo re, che Dio guardi, ha giurato che ella andrà in moglie ad un potentissimo barone di questa contea, che l’ha veduta e n’è fieramente invaghito. Ella abborre da queste nozze e il Plantageneto vuol contentare il suo cortigiano, su cui fa assegnamento grande per l’impresa di Francia, la quale, come non vi sarà ignoto, sta per essere mandata innanzi colla maggior diligenza e vigore. Ed eccovi perchè io tremo, perchè tento di fuggire, io, involto nella sventura che il feroce amore di un possente chiamò sulla nostra famiglia, io, minacciato della prigionia se non userò la mia autorità di fratello, di padre, in obbedienza ai comandi reali; ed ecco perchè mi rivolgo a voi per aiuto, anzichè ad un suddito d’Inghilterra. La vostra nave mi è apparsa ieri come una tavola di salvezza ad un naufrago. Che altro vi dirò? Ve ne supplico in nome della donna che amate, calateci sulle rive di Francia e abbiate la mia gratitudine eterna e quella di Anna.
— Anna! — gridai. — È il nome di mia madre. Messere, io ve lo ripeto, la Ventura è ai cenni vostri. Non avevo deliberato di toccare la Francia, ma infine, farò di contentarvi anche in ciò, sebbene non ci sia donna innanzi a cui io possa aver merito di un’opera buona.
— Non amate voi?
— Amo, sì, amo quanto si possa amare in terra, ma senza essermi appressato mai alla donna dei miei pensieri e senza speranza alcuna di vederla più oltre. Vi fa meraviglia? Noi, scorridori dell’onde, ci abbiamo di questi amori sconsolati, stelle lucenti che ci guidano inconscie nella solitudine dei mari e nell’orrore delle tempeste. Ma non parliamo di me; quando v’imbarcherete?
— Voi partite domani a sera, diceste?
— No, domattina; ma se vi torna meglio per la sera....
— Sì, partite domani a sera. Nessuno dee vederla salire in nave.
— Per l’appunto; ma io posso anche far meglio. La Ventura uscirà domattina dal canale, sotto gli occhi di tutta Bristol, ed un palischermo sarà domani a sera, con quattro de’ miei marinai, alla riva degli Ontàni. Lanzerotto, il mio còmito, fidatissimo uomo, sarà al comando e vi aspetterà, se occorra, fino al mattino.
— No, no; domani, alla prima ora di notte, saremo alla riva degli Ontàni. Grazie, messere, e il cielo vi dia merito dell’atto umano e cortese. —
Dopo queste e poche altre parole di commiato, il gentiluomo inglese partì, correndo sul ponte di sbarco, che pareva avesse l’ali da tergo, tanta era in lui l’allegra impazienza di giungere, siccome io credetti, ad avvisar la sorella.
Anch’io era lieto di poter aiutare in quel suo bisogno il gentile cavaliero. La gioventù (chi nol sa?) è pronta ad infiammarsi, e sembra a quell’età fiduciosa e balda che il far servizio consoli. L’uomo esperimenta allora le sue forze, e, sperimentando, dà tutto sè medesimo altrui. In tal guisa avvenne che io più volonteroso mi facessi quel giorno a mettere il legno in assetto di partenza. Poco del resto gli abbisognava. Il carico era compiuto, vettovaglie, armi ed ormeggi disposti nella stiva; le due grandi vele inferite alle antenne; i remi diligentemente acconigliati sulle latte, aspettando la ciurma che li ordinasse sulle posticcie e li tuffasse in cadenza per prendere il largo.
Era bella a vedersi la Ventura, col suo castello di poppa superbamente rilevato, il vessillo di San Giorgio sventolante in capo all’antenna dell’albero di maestra e l’aquila dei Vivaldi scolpita sulla freccia di prua; destra e sparvierata quant’altra mai, o volasse sui flutti, portata dal suo palamento di quaranta remi, od orzasse stringendo il vento con due larghe vele latine. I marinai sull’arrembata e lungo la corsìa, la vedetta in sulla gabbia, sei uomini ad ogni remo, il padrone ed il còmito sulla spalliera a comandar la manovra!... Io la vedo ancora, quale essa fu per dieci anni, la mia casa, il mio pensiero, l’amor mio, il mio tutto. E doveva perire! Il giorno che l’amore di creatura mortale mi rese infedele alla mia nave, la Ventura fu condannata; ella doveva andare, senza il suo signore, senza l’amico suo, in balìa dei marosi che aveva tante volte impavidamente sfidati a rompere, negletto carcame, su d’una spiaggia deserta. Ma non è sorte comune cotesta? Soli, ignudi di affetto, giungiamo al tristo confine e tutti ci soverchia un medesimo flutto. Che Iddio usi misericordia ai sommersi.
La notte che seguì il mio colloquio col gentiluomo inglese, dormii sulla nave, già avendo tolto commiato dai mercatanti di Bristol. Nè ad alcuno di essi io m’attentai di chiedere della sconosciuta. A che l’avrei fatto? Partivo, nè forse sarei tornato più colà. Avevo io mestieri di dare un nome a quella ricordanza cara ed acerba? Il suo nome era bellezza, ed altra non ne avrei trovata di somigliante più mai. Ben mi cuoceva il partire; ma la ragione, se non aveva potuto consolarmi, m’aveva dato almeno la fortezza pari al proposito; e forte, se non per avventura tranquillo, uscii in coperta al primo romper dell’alba.
In breve furono salpate le àncore e sospese da prua. Ma quando al mio cenno fu spiccato dalla riva il provese, sentii schiantarmisi il cuore. Animo, via! La ciurma, sbucata di sotto la tolda, era già spartita per branche, al suo posto, co’ remi armati e sospesi. Palamento in guala! gridai, e tutti si disposero i remi in ordinanza, pronti a pigliar voga insieme. I primi chiarori del giorno scoprivano a miei occhi i tetti e le torri di Bristol; diedi uno sguardo all’abbazia di Sant’Agostino, che campeggiava in disparte, e balenai, come uomo percosso all’impensata nel petto. Cala remi e avanti! proseguii veloce; e tosto la galera si scosse, scivolò sulle acque, volgendosi al mare. Dopo un’ora di voga arrancata, più non si vedea la città.
Avanti, fanciullo, avanti! La tua dimora è là, dove sarà il tuo sepolcro, nei flutti verdastri dell’Oceano. Tutti servono al fato, che i volonterosi conduce, i ripugnanti trascina.
Con tali parole confortavo lo spirito. Anche il vento, che spirava a seconda, parea recarmi gli auspicî, ed io li avrei colti, mettendo subitamente alla via, se non mi fosse bisognato aspettare fino a notte la fuggitiva coppia fraterna. Indettato da me, Lanzerotto erasi partito col palischermo, ancora tra lume e buio, per non dare negli occhi alla gente, e s’era appiattato in una cala non molto lunge da Bristol, dietro la riva degli Ontàni, in attesa di due passeggieri.
Essi furono puntuali. A notte alta, un picciol lume, che parea scorrer sull’acqua, mi additò il palischermo, che veniva a golfo lanciato verso di noi.
Poco stante, giungeva all’abbordo, ed io potei offrire la mano alla dama, per aiutarla a salire la scala.
— Grazie, messere! — mi disse il gentiluomo, poichè fu a sua volta in coperta. — Il vostro nome, che ieri non ho ardito di chiedervi?
— Gentile Vivaldi.
— E il mio è Roberto Macham, vostro debitore per tutta la vita.
— Aspettate — dissi a lui di rimando — che gli uffici dell’ospitalità siano compiuti, e che la Ventura vi abbia condotto alle rive di Francia. E voi, madonna, degnatevi di entrare in casa vostra. —
Per la seconda volta presi la mano di lei. Quella mano tremava. Il volto non vidi, chè era coperto da un fitto zendado. Ma, come fu giunta nella camera sotto il castello di poppa, che io di buon grado m’ero disposto a cedere ai due ospiti, ella si fece a ringraziarmi in francese, nella lingua prediletta alla nobiltà d’Inghilterra, tutta normanna di consuetudini, come era d’origine.
Furono poche parole, dette con voce tremante, ma dolce, soave, carezzevole, che mi scese nel cuore.
Indi, con atto cortese, recatasi la mano al lembo dello zendado, lo trasse indietro, discoprendosi il viso.
Dio santo! la mia sconosciuta!
III.
Qual fui allora? Quale scompiglio avvenne in ogni parte di me?
Poco rammento di quell’istante solenne, donde ebbe a dipendere tutta la mia vita. Al sollevarsi di quel velo, mi s’era, come per virtù d’incantesimo, disserrato un mondo di nuove meraviglie. Quelle favolose narrazioni, quei sogni della fantasia coloriti di storia, con che i naviganti, nelle lunghe ed eterne giornate di calma, sogliono ingannare il tempo e sè stessi, erano un nulla al paragone di ciò che a me largiva in un tratto e di ciò che mi facea sperare il destino. Egli fu un punto che credei di sognare, e ben dovetti richiamare alla memoria il colloquio coll’infinto marinaio, la partenza della galera e l’arrivo del palischermo, per sincerarmi che non ero in balìa di una larva ingannevole.
Di lei ricordo che aveva il volto vermiglio e quasi non ardiva fissar gli occhi su me. Anch’ella era in un mondo diverso di ogni costume a lei noto. Povera donna! Divelta dalle sue consuetudini, dalla quiete delle pareti domestiche, dai conosciuti sembianti delle ancelle, dai cortesi ragionari, dai delicati ossequii, da tutto quanto in fine fa parer comportabile la vita, e sbalestrata di repente su d’una nave, tra mezzo a gente ignota, a squallide vesti, a ruvidi parlari, ad ammirazioni che stringono il cuore di ribrezzo e paura, e quel che è peggio, sul mare infido, che anco ai più animosi non dissimula i sovrastanti pericoli, larga e dolorosa parte del caso, come avrebbe potuto rimanersi lieta e serena?
Non so che giudizio ella facesse del mio turbamento. Forse non vi pose mente, turbata come appariva ella stessa. Per quanto era di Macham, egli non se ne addiede, imperocchè veniva dopo di me, ed io ebbi agio di riavermi.
Chiesi a madonna se avesse mestieri di cosa alcuna a quell’ora.
Di riposo, mi disse, e di vedersi, quanto più speditamente per noi si potesse, lontano dall’Inghilterra.
Risposi ciò metter conto a me, come agli ospiti miei; non temesse ella, chè a guadagnar presto le rive di Francia avrei fatto ogni mia possa; intanto riposasse tranquilla. Indi presi commiato da lei, dolente che sulla mia nave non fosse, come avrei voluto, una donna a servirla.
Macham le favellò con tenerezza ineffabile e con riverenza del pari. Anzichè ad una sorella, parea favellasse ad una regina e volesse farsi perdonare d’averla salvata. Nè ciò mi spiacque in lui, chè anzi n’ebbi buon segno della sua gentilezza. Poco dopo, anch’egli si ritrasse, ed io gli fui guida al gavone di poppa, che era sotto la camera d’Anna. In quello stambugio, che prendeva il suo lume dalle cantanette praticate nel bordo, soleva alloggiare il còmito; ma Lanzerotto se n’era ito coi marinai nel gavone di prora, e noi due mettevamo stanza là dentro. Lo lasciai, cionondimeno, poichè gli ebbi additato il suo rancio, e rimontai in coperta per sovraintendere alla manovra.
Barellavo a guisa di briaco, tanta era la piena de’ miei tumultuosi pensieri. Mi piantai sulla spalliera, davanti al tendaletto di poppa, donde, per le commessure dell’intavolato, trapelava un filo di luce. Ella si dispone al riposo, pensai, e vigilo io i suoi sonni! Fu quello un dolce momento, pieno di caste voluttà, di leggiadre fantasie, di soavi speranze. Così pochi io ne ho gustati in vita mia, che il ricordo di quella notte di gaudio, tutta fragranza e splendori, mi rimarrà sempre scolpito nel cuore.
Il vento, seguendo il corso del canale, ci soffiava in fil di ruota; la qual cosa è poco propizia alla navigazione delle galere, fornite come sono di due grandi vele latine, l’una avanti l’altra, epperciò soventi volte disutile. Ed io, per guadagnar cammino, feci voltare le antenne di maestra e di trinchetto, l’una a destra e l’altra a mancina; il che dicesi nella lingua marinaresca far le orecchie di lepre. Per tal modo, da ogni banda del legno sporgeva in basso il carro d’un’antenna e in alto si drizzavano opposte due penne, raccogliendo quanto più poteano di vento. E la galera, obbediente al cresciuto impulso, trabalzò immergendo allegramente lo sprone nei flutti.
Lanzerotto era venuto presso di me, siccome soleva. Pieno la mente di lei e schivo d’ogni discorso che non si riguardasse a lei, mi feci a chiedergli i particolari della sua impresa alla riva degli Ontàni.
«Ci siam giunti in sul bruzzo — mi rispose il buon Lanzerotto — e insino al meriggio non ci ho visto anima nata. Capitarono certi pescatori; ma siccome anche noi facevamo le viste di pescare, non ci badarono più che tanto, e così passò la giornata. Al cader del sole, giunse il vostro gentiluomo, ansimante, smanioso, chè la febbre se lo divorava ad occhi veggenti, ed io non sapevo come chetarlo colle mie grame ragioni. Basta, si udì finalmente il galoppo di due cavalli e poco stante apparve frammezzo agli alberi la dama con un suo famigliare.
— Siete voi, Anna? — gridò messere Roberto.
— Sì — rispose ella, nell’atto che smontava, aiutata da lui.
— Nessuno vi ha veduti?
— No, giunti fuor della porta abbiamo spronato a questa volta; ma più tardi, quando mi cercheranno, Dio mio!...
— Non temete, Anna, sorella mia, saremo al largo fra breve. Non è egli vero, Lanzerotto?
— Sicuro! — risposi, — ma i fatti debbono andare innanzi alle parole. Infine, entrato messer Roberto e la dama nel palischermo, restava il valletto, che non era altrimenti un valletto.
— Che farai del ronzino? — gli chiese il vostro gentiluomo.
— Lo lego a quest’albero — rispose quell’altro — e poi lascio un mestiere che, dopo essere stato troppo dolce, potrebbe sapermi di amaro.
— Generoso William! — disse la dama, sporgendogli la mano da poppa — voi siete un leale amico. Che farete voi ora?
— Io? tiro via per Saltford e chi mi aggiunge ha da essere buon veltro. Domani torno il cavaliere di Blackstone, che vi seguirà in Francia, ma per altra via e per altra cagione.
Così ebbe fine l’impresa; noi diemmo dei remi in acqua, l’altro di sproni nei fianchi al corsiere, e il resto lo sapete voi, messer Gentile, al pari di me.»
Questo racconto, del quale ebbi poi a saperne più addentro, mi chiamò spesso alle labbra il sorriso. Ero felice, e l’esito di quella fuga aveva recato la mia felicità; però benedicevo in cuor mio a quel gaio cavaliere di Blackstone, che aveva aiutato così validamente il fratello, senza alzare i suoi desiderii alla sorella, e sfidato per amicizia gli sdegni d’un pretendente, che era spalleggiato dal re d’Inghilterra in persona.
Il mattino s’appressava. L’aria intorno era fredda, ma tutto il mio corpo ardeva e i gelidi buffi del vento mi ricreavano lo spirito. Era mista la mia gioia di stupore e di dubbio; ma era la prima gioia; ma per la prima volta io sentivo di vivere. Giuoco della sorte! Dunque colei era la sorella di Macham? Quella divina, ch’io avevo veduta, amata e perduta in un giorno, era una sventurata che io dovevo salvare? E là, nel tempio, raccolti sotto una medesima vôlta, ignoti l’uno all’altro, eravamo già legati dalle invisibili fila del destino? Ella appariva pensosa, certo a cagione di quelle nozze abborrite. Nè più era tornata alla chiesa; ma or s’intendeva, si chiariva ogni cosa; ella erasi chiusa nelle sue stanze a piangere, la bella sconsolata. E finalmente era in salvo, là, presso a me, regina sulla mia nave!
Sorse l’aurora; ma quello spettacolo, sempre così lieto al marinaio, non trattenne il mio ciglio. Guardavo entro di me; l’aurora io l’avevo nell’anima.
E più bella dell’aurora apparve quella divina in sull’uscio, dal quale io non m’ero per tutta la notte scostato. La sua bellezza non si adornava più di sciàmito, d’oro e di pietre preziose, siccome la prima volta che io l’avevo veduta. Indossava ella invece una cotta di scarlatto pavonazzo, lunga ad uso di cavalcare, e un mantello, foderato di vaio, ascondendo in parte i leggiadri contorni della persona, le aggiungeva maestà. Il cappello bigio, collo zendado ravvolto intorno alle falde, ella lo teneva ancora tra mani; laonde il crine appariva scoverto, maravigliosa ricchezza di lucenti cascate, tra cui veniano a scherzare le aure capricciose del mare. E così severamente vestita, ella era più bella che mai.
— Buon dì, messere! — mi disse ella con quella sua angelica voce, a mala pena m’ebbe scôrto lassù. — Dove siamo noi ora?
— Fuor del canale, madonna. Vedete, là a manca sull’orizzonte, cominciano a nereggiare le vette dell’alpestre Cornovaglia. Bel dono, per verità, che re Edoardo ha fatto al principe Nero!
Infatti, pochi anni addietro, il Plantageneto aveva eretto il paese di Cornovaglia in ducato e datane l’investitura a suo figlio. In Inghilterra dicevasi questo un assai magro presente, ed io avevo tirata in mezzo la storia, per isvagar l’animo della gentildonna e dar giro più lieto al discorso. Ma ella non si distolse perciò dalla sua cura.
— Siamo ancora troppo vicini a Bristol! — notò, sospirando.
— Ah, non temete per questo; — ripigliai — chè la mia nave vi perderà anche troppo presto. In due giorni, se questo buon vento ci assiste, toccheremo il lido di Bretagna.
Macham giungeva in quel mezzo sulla spalliera, tutto meravigliato e confuso che io non avessi toccato per quella notte il mio rancio, laddove egli avea fatto un lunghissimo sonno. Egli, per altro, era vissuto in tali angustie per parecchi giorni, che il corpo avea pur voluto la sua parte di riposo; ma quind’innanzi, proseguiva, non avrebbe più consentito che vegliassi io solo al carico della loro salvezza.
— Ad ognuno l’ufficio suo! — risposi sorridendo, anche nell’intento di precorrere le condoglianze ed i ringraziamenti d’Anna. — È del padrone l’aver cura del suo legno. Quante notti non ho io vegliate oramai, e senz’avere un carico tanto prezioso, come ora? Venite, madonna, se non vi spiace, a visitar questa nave, ove voi siete signora. —
Ella accettò il mio invito e, poggiato il guanto sul mio braccio, discese nella corsìa. Nè il sostegno era inutile, perocchè agl’impulsi del vento il mare fiottava, e la galera dava un tal poco di beccheggio. A lei trepidante io venivo spiegando come ciò fosse nulla, e frattanto il premere di quel guanto, il lieve stringersi di quel braccio sul mio, mi faceva divampare il sangue nelle vene, e avrei amato che quel viaggio da poppa a prora non fosse più mai per finire.
La tolda era gaia a vedersi per quel suo brulicame operoso di gente. Parte de’ marinai, sotto la vigilanza del còmito, si affaticavano al governo delle vele, parte attendevano a ripulir la coperta e a preparare il pasto della mattina, mentre la ciurma, uscita da’ suoi covi, stava mettendo in ordine i remi, per essere pronta ad ogni cenno di voga. Allorquando la gentildonna passò lungo la corsìa, fu un moto di curiosità, un bisbiglio, un fremito di ammirazione, che gli aguzzini si affrettarono a chetare dietro di noi con severe parole.
— Schiavi! — esclamò ella con accento di dolce mestizia.
— Sì, madonna — risposi — ma così vogliono essi. La Ventura non porta prigionieri, costretti al servizio del remo, ma soltanto buone voglie, chè in tal guisa si chiamano coloro i quali volontariamente si profferiscono.
— E chi vi assicura, messer Gentile, che tutto quanto si fa volontariamente, si faccia liberamente eziandio? Ah, io vorrei che tutti gli uomini fossero liberi! —
Così parlava quella soave creatura, discoprendo, insieme cogl’impeti del cuor generoso, una parte di sè.
Eravamo giunti all’arrembata del castello di prua. Ella appariva mesta; io era travagliato da una grave cura. Ella guardava fiso davanti a sè, verso le dirupate costiere di Cornovaglia; io indietro, verso il canale. Man mano che il sole si alzava sull’orizzonte, più chiaramente si discerneva sulla distesa del mare, ed io laggiù da levante, anche prima che il marinaio in vedetta sull’albero di maestra l’accennasse con un grido, aveva veduto una vela. Ora, mentre Anna veniva ragionando con Macham, io non poteva spiccar gli occhi da quella vela, che, a grado a grado crescendo, mostrava di guadagnar cammino su noi. Non volli che si accorgessero della mia inquietudine, e cogliendo il destro della venuta del dispensiere, che annunziava essere in pronto l’asciolvere, li ricondussi al tendaletto di poppa.
— Che è ciò? Non rimanete con noi? — mi chiese ella, vedendomi in atto di uscire da capo.
— No, grazie, madonna; più tardi. Ho alcuni comandi a dare.
Corsi fuori senz’altro, e, presa la via dei bandini, riuscii sull’estremo della poppa, ove stava il timoniere. Ma egli non era già solo; Lanzerotto mi aveva preceduto sul posto.
— Ah! tu pure vorresti sapere che sia quella vela?
— Sì, messere; la non mi garba punto, e siccome ho sempre pensato che la buona cura discaccia la mala ventura, son qua venuto in disparte a darle un’occhiata. —
Rimanemmo per un pezzo taciturni, intenti all’andatura del legno misterioso; solo che il mio còmito, ad ogni tratto, con certi suoi versi e batter di labbra, pareva rispondere all’inquietudine che mi s’era fitta nell’ossa.
— Dimmi, Lanzerotto; ier l’altro, a Bristol, quando ci allestivamo, c’erano altri legni per mettersi alla via?
— No, neppur uno, ed è ciò che mi mette in pensiero, poichè (perdonatemi, messere, i giudizi temerarii) ho pensato tra me e me che noi s’è frodata la gabella, con quella mercatanzia là, della riva degli Ontàni, e gli inglesi non mi paion gente da reggere alla celia. Ma, per sant’Ermo, che fanno laggiù?
— Non vedi? Hanno notato il nostro accorgimento e lo imitano, facendo le orecchie di lepre.
— La è dunque al nostro ricapito! Ma perchè non pensarci prima? E’ mi sanno di malpratici lontan quattro miglia; e metterei pegno che hanno stancato tutta notte i rematori. Ma tanto meglio, se la è così, tanto meglio! —
Il ragionamento di Lanzerotto mi persuadeva. Certo, se quella nave era stata spedita a darne la caccia, essa, oltre le vele, avea fatto gran forza di remi, per giungere nelle nostre acque, e vedutici poscia, avendo stanca la ciurma, procurava di vantaggiarsi, imitando la nostra manovra. E difatti, bene avvistandola, poichè ebbe incrociate le antenne, non mi parve che ella tuttavia guadagnasse cammino, siccome avea fatto in principio: segno che risparmiava la voga.
Cionondimeno riputai prudente consiglio provvedere ad ogni caso peggiore, comandando che si facessero le impavesate. Tosto la marinaresca fu in moto. Levati gli strapunti e le coltri dai covi dei galeotti, fu disposta tutta quella miscèa sulle posticcie sporgenti fuori banda e stesavi su l’incerata a più doppi; di guisa che d’ambi i fianchi la galera apparve bastingata contro ogni danno d’artiglierie nemiche[1].
Tutto ciò mentre io stava intento a guardar la galera che ci seguiva. Le eravamo innanzi di tre o quattro miglia, come bene aveva detto celiando il mio còmito; ma certamente, riposata la ciurma, ella avrebbe ripigliata la voga e ristretto d’assai quello spazio.
L’animo mio durava un fiero travaglio. Non era quella la prima volta che io mi mettessi in procinto di combattere, e in più scontri la Ventura avea tenuto fede al suo nome. A’ miei uomini, poi, provati da tanti anni all’acqua ed al fuoco, ero certo di fare un lieto presente con una chiamata all’arrembaggio. Ma era quella la prima volta che mi toccasse combattere sotto gli occhi d’una donna, cagione e prezzo della contesa ad un tempo. Imperocchè, egli non c’era da dubitarne, niun legno era allestito per la partenza quando noi ci eravamo mossi da Bristol. Onde quello con tanta diligenza? E come, partito dopo di noi, certo allestito in furia nella notte, avrebbe potuto raggiungerci, se non usava insieme di remo e di vela? E per chi tanto sforzo, se non per noi? Nol diceva aperto quel suo imitare la nostra manovra?
Per fermo quella galera avea salpato ai comandi dell’amante di Anna, dello sposo che il re le imponeva. Un rivale, e forse egli medesimo su quel legno! In ogni altra congiuntura, n’avrei goduto; ma allora!... Che avrebbe ella detto? E come andarle innanzi tra quegli apprestamenti di pugna? Avrei potuto reggere all’ansia mortale d’una povera sbigottita?
Cercai di dimenticare me stesso in quel punto; corsi a prua, e là, sull’arrembata, diedi il comando solenne di far arme in coperta.
Incontanente si levò un grido di giubilo, che io m’affrettai a sedare, perchè non avesse a intimorirsi anzi tempo colei.
— Non c’è nulla ancora, miei figli! È una nave che l’ha con noi? Ci verrà tanto vicino da doverci rivoltare a mostrarle l’artiglio? Vedremo. Se n’ha voglia e potere, ci troverà pronti a riceverla, ed anco a farle una visita. Badate; concedo bottino a tutti e su tutto; io non vo’ parte. La mia andrà mezza alla marinaresca e mezza alla ciurma. —
Quest’ultime parole destarono grande allegrezza tra gli uomini del remo. Erano il primo frutto della pietà di quella donna per essi.
IV.
I miei uomini erano pieni di ardimento e di desiderio; laonde non è a dire se si mettessero con sollecitudine agli apprestamenti di pugna. Si trassero fuor della stiva le armi, a gran furia; balestre e verretoni per combattere da lunge, daghe ed accette da usarne all’arrembaggio. Si posero le munizioni nei luoghi da ciò; vasi di bitume, morchia d’olio, sapone e calce viva in polvere, che, gittata in aria al momento dell’urto, acciecasse i combattenti avversarii. Da ultimo si collocò la balista sull’arrembata, col suo corredo di lunghi dardi intonacati di pece e zolfo, da appiccarvi il fuoco e scagliarli sulla tolda nemica.
Tutte queste cose ci bisognava far prima, imperocchè più tardi, se avessi reputato necessario virar di bordo e correre a voga arancata sulla galera che c’inseguiva, la marinaresca doveva aver libertà di darsi tutta quanta ad imbrogliare le vele.
Regnavano sulla nave silenzio ed ardore. Tutti infiammati, ad un tempo, ed austeri, parevano sentire la rilevanza del còmpito e dirsi coll’esempio a vicenda: chi primo si è preparato ha la vittoria nel pugno.
In quella che io vegliavo all’opera e Lanzerotto, salito sulla gabbia, spiava i moti della galera nemica, ecco Macham venir frettoloso dalla camera di poppa e farmisi incontro. Io pure mi mossi per andare alla sua volta.
— Che avvenne egli mai? — gridò egli commosso. — Siamo dunque inseguiti?
— Anche voi avete veduto? — Gli chiesi.
— Sì; ma venite, venite laggiù, messer Gentile; la mia povera sorella vi chiede.
— Ah! — esclamai turbato. — Ne avete già detto a lei?
— Ho fatto male! — rispose egli, chinando la testa. — Ma infine, non aveva ella a saperlo più tardi?
— E perchè? Forse non è nulla e quel legno non viene per noi.
— Lo credete? A me il cuore presagisce tutt’altro; Messer Gentile, ve ne supplico — proseguì Macham, già fuori di sè — ve ne scongiuro; poichè non avrete cuore di consegnarci in mano a coloro.....
Il cruccio che mi lampeggiò dal volto gli fe’ rompere a mezzo la frase.
— Perdonate, amico — ripigliò tosto — perdonate il dubbio ad un cuore che soffre! Invero, con qual diritto vi potrei chiedere di mettere a repentaglio la vostra vita e quella dei vostri, per un disgraziato che conoscete a mala pena da due giorni? Lo farete tuttavia e sarà nuova testimonianza della nobiltà dell’animo vostro. Grazie, grazie per Anna e per me! Ma siate generoso fino all’estremo; concedetemi il posto d’onore sull’arrembata! Se s’ha a morire, io voglio, io debbo essere il primo. —
Macham aveva pronunziate quelle parole con tale veemenza, che io rimasi percosso, attonito a guardarlo. Egli si giovò del mio silenzio per incalzare nella dimanda, accostandosi a me con piglio supplichevole e stringendo le mie mani tra le sue.
— Basta, messer Roberto! Voi mi chiedete cosa impossibile. Quel posto è mio; ma permetto a chi si sia — soggiunsi più dolcemente — di conquistarsi il secondo al mio fianco. Andiamo ora, chè il tempo stringe. Lanzerotto, che fanno quegli altri? —
L’alzata del castello di poppa mi toglieva allora di scorgere la nave nemica.
— Non mi pare che acquistino vantaggio finora; — rispose dall’alto della gabbia il mio còmito — del resto, s’avanzano a vele soltanto, come noi.
— Sta bene; andiamo dunque — dissi a Roberto — e non facciamo che vostra sorella si sgomenti oltre il bisogno.
Macham mi strinse con moto convulso la destra e non si fecero altre parole tra noi. Entrammo allora nella camera di poppa, dove trovai Anna in uno stato compassionevole, pallida, tutta smarrita, coi capegli scarmigliati e gli occhi pieni di lagrime. Confesserò la mia crudeltà. Provai un acerbo gaudio in vederla così addolorata e divorai cogli occhi quella sua bellezza nuova, o, per dire più veramente, quella antica bellezza, che il pallore, le lagrime, l’angoscia ond’era dipinta, faceano vieppiù risaltare.
— Che sono que’ tristi apparecchi? — mi disse ella, venendomi incontro e figgendo i suoi grandi occhi ne’ miei.
— Nulla, — balbettai, — Cautele d’uso....
— Ah, m’ingannate! — esclamò. — Ed è male, ciò che voi fate ora; ben altro io m’aspettavo da voi.
— Or bene, madonna, — soggiunsi — io temo. Ma il temere non significa già che si debba venire alle mani. Ho un prezioso carico, ve lo dissi stamane, e giuro che lo condurrò a salvamento. Chi ha voi in custodia si sente più forte dei casi, comunque volgano; degli uomini, checchè s’argomentino di fare.
Mi guardò ella esterrefatta, come chi, in mezzo alle sue afflizioni, scorga di repente una nuova cagion di dolore. Ma fu un lampo; altri pensieri, altre cure incalzavano.
— Ah, voi non appiccherete battaglia! — gridò ella supplichevole.
— Madonna — dissi a lei di rimando — io farò il debito mio.
— Ma non è possibile! ma voi non accetterete la disfida!
— E come? Lo chiedo a voi, ora.
— Non so; sono una povera donna, una vil femminetta, io! che dirvi? che consigliarvi? Ma voi non metterete la vita a repentaglio per me, non tenterete la collera di Dio.... Non è egli vero? — proseguì ella con accento straziante e carezzevole insieme — non è egli vero che eviterete il combattimento? che sfuggirete il nemico?
— Pigliar caccia, io? Ma sapete voi ciò che mi chiedete, madonna? Gentile Vivaldi non ha mai assalito, ma neppure è fuggito davanti ad alcuno. Son nato di libera gente; sul mare, che è da dieci anni mia patria, ho soventi volte incontrato uno stendardo nemico al mio, nè mai gli ho sbarrata la via. Il mare è per tutti e dovrebb’esser di tutti, libero campo a più nobili gare. Ma non fuggo il pericolo; mi si gitta il guanto e lo raccolgo, avessi anche per avversario il re d’Inghilterra.
— Se io ve ne scongiurassi? Se io cadessi ai vostri piedi e vi chiedessi un sacrifizio in nome della madre vostra, della donna che amate?...
— Dio santo! — gridai, tentando di svincolarmi e di rialzarla, imperocchè ella s’era buttata ginocchioni davanti a me. — Ma ditele voi, messer Roberto, che non posso obbedirla!
Il giovane era accasciato su d’uno sgabello, di riscontro alla parete, il capo chino, e piangeva, col viso nascosto nelle palme.
— Voi pure, Macham? Voi pure?
— Sì, amico! — diss’egli, con voce rotta dai singhiozzi. — Io ve l’ho detto pur dianzi. Se rivolgete la prora per combattere, concedetemi il posto d’onore, per essere il primo a morire. Ma se è possibile ancora cansar questo scontro, fatelo, ve ne prego a mani giunte, fatelo, non per me, ma per lei! —
Li guardai trasognato, e rimasi alcuni istanti come fuori di me, errante, perduto in un pelago di dubbiezze, che ben sarieno state acerbe, se durevoli. Ma vinsi quella oppressura, non so per quale ingenita virtù, o soccorso celeste, e balzai fuori della camera, al mio posto di comando.
— A che distanza dagli altri? — chiesi a Lanzerotto, che era tuttavia sulla gabbia.
— A tre miglia, forse.
— Dànno ancora nei remi?
— No.
— Sta bene; ora attenti tutti in coperta!
Un alto silenzio si fece da poppa a prora, tutti aspettando ansiosi il mio cenno. Credevano di avere a virar di bordo per correre addosso al nemico.
— Lesti ad ammainare l’antenna di trinchetto! — gridai. — Ammaina volentieri!
Il comando fu sollecitamente eseguito. Io mi volsi alla ciurma.
— Palamento inguala! Cala remo e avanti!
Ammainata l’antenna per ispiccarne la vela di trinchetto, tardavasi alquanto il corso della nave, rimasta senz’altro impulso che quello della vela di maestra. Ma a questo difetto rimediava la voga. Io quindi, slacciata la vela, feci inferire ed issare in sua vece il marabutto, vela di fortuna assai più grande che s’adopera in caso di vento fiacco, ma che a noi poteva giovare per correre più veloci, con quel vento fresco che spirava già dal canale.
Quel mutamento fu il negozio di quasi mezz’ora; ma non fu tempo perduto per noi, dacchè i remiganti facevano il debito loro.
Nè quegli altri guadagnarono tempo per la nostra manovra, la quale anzi li trasse in inganno. Mentre si stava per issare il marabutto, il mio vigile Lanzerotto avvertì che la galera nemica imbrogliava le vele.
— Ah, ah! son caduti nel laccio! — gridava egli dalla sua specola. — Hanno creduto che noi s’imbrogliasse le vele, per dar gusto a loro. Buona gente davvero! Come se noi ci mettesse conto virar di bordo e accettar la battaglia col vento e la corrente contraria! —
Io intesi a che mirasse il mio còmito con quelle parole, dette ad altissima voce, e glie ne fui grato nell’anima. La mia manovra era di prender caccia, e a cotesto non s’aspettavano i marinai dopo tanti apprestamenti di zuffa. Lanzerotto, dall’alto della sua gabbia, aveva indovinato il mio caso, e dava amorevolmente colore d’artifizio finissimo alla fuga cui m’accingevo, per sedare le angoscie d’una povera bella.
Arranca! dissi alla ciurma; e fu sì poderosa la spinta di quei quaranta remi, che la nave, con alto fragore di rotti marosi, diè un balzo, si sollevò e prese, non che a correre, a volare sull’acque. Senonchè il marabutto, così sporgente com’era rispetto alla vela di maestra, incominciò anch’esso a portare in tal modo, che la prua della galera s’immerse fin quasi alla freccia e un largo sprazzo di schiuma inondò l’arrembata. Tosto comandai che tutti si recassero a poppa, e la nave oramai liberata d’un peso soverchio da prua, pigliò così agevolmente l’abbrivo, che Lanzerotto non seppe tenersi dal batter le palme, e la marinaresca non volle esser da meno.
Mi condussi allora al timone per avvistare più attentamente l’andatura del nemico. Egli per fermo si avvedeva di aver dato nella ragna; ma gli era tardi oramai per racquistare il suo primo vantaggio. Le vele aveva tuttavia mezzo imbrogliate; marabutto, che gli facesse pigliar più vento, o non aveva, o non era più a tempo d’inferirlo con profitto; epperò, sconcertato, impaziente, si dette ad inseguirci come potè, a furia di remi. Ma innanzi che avesse pigliata quell’ultima deliberazione e che le sue vele, finalmente da capo spiegate, portassero, la Ventura avea guadagnato due miglia di cammino.
— Il segugio perde terreno! Per San Giorgio, che caccia stupenda! — dicea Lanzerotto. — Metto pegno che a quest’ora l’aguzzino è affaccendato la parte sua, per rimettere i nervi nelle braccia della ciurma. E noi si vola senza aiuto di sferza; non è egli vero, mastro Pizzica? —
E la ciurma a ridere, e l’aguzzino del pari; mentre, sotto l’impulso della voga in cadenza e del vento che facea cigolare le vele, il nostro legno sfiorava baldanzoso la superficie del mare.
A me, per l’ansia febbrile di que’ momenti solenni, le membra ardevano e il sangue martellava alle tempie. — Porta pieno! — gridavo al timoniere. — Orzeremo più tardi, quando sia calato il crepuscolo.
Già la luce del giorno era presso a mancare, ed io avevo immaginato di tirar profitto dall’ombre notturne per poggiare più in alto a ponente. Su Francia, o su Spagna, avremmo potuto mettere prua nei giorni seguenti; urgeva intanto d’involarci agli sguardi del legno persecutore, che il giorno appresso ci avrebbe dato caccia sicuramente verso le isole Normanne.
In sulla sera il vento rinfrescò, e non mi dolse, dappoichè i remiganti si chiarivano stanchi, ed io volli che avessero almeno due ore di sosta e convenevole ristoro alle forze stremate.
Per altro non mi disposi a ciò fare, senz’aver dato prima un’occhiata alla molesta galera, che si vedeva ancora a guisa di punto nero, per mezzo alla nebbia vespertina. Respirai allora, e mi passarono per la fantasia gli accenti d’ira di colui che ci aveva inseguiti tutto quel dì, con tanta speranza di giungerci. Certo l’arrembaggio, anco se fatale per lui, avrebbe dovuto sapergli men reo di quella caccia arrangolata ed inutile.
— Il segugio ha perso l’orma, venne a dirmi Lanzerotto. — Ed ora, padrone, non vorrete andarvene a riposare?
— Sì, vado; ma poni mente: vo’ poggiare a garbino, stanotte. Quell’altro, domattina, non ha più ad aver fumo di noi.
— Non dubitate; governeremo al largo, e l’Oceano vorrà serbarci il segreto.
In quel mentre una mano stringeva la mia. — Grazie, messer Gentile! — mi disse una voce soave.
Mi volsi; era dessa, e mi guardava così dolcemente, che a me parve d’aver veduto il paradiso e fui per venir meno in un punto. Mi accorsi allora che per tutto il giorno non avevo preso cibo.
Ella e Roberto, sorreggendomi amorevolmente, mi accompagnarono fino alla camera, dove mi contentai d’un sorso di vino. Ero stanco, sfinito, la forza che mi avea sostenuto quel dì era col pericolo andata in dileguo.
— Grazie! — mi ripeteva ella, col suo accento divino. — Che sarebbe egli avvenuto di noi, senza l’aiuto vostro, o messere?
Anche Macham s’era fatto vicino a me, e stringeva la mia mano tra le sue. Io caddi, mi arrovesciai, non so più dove, nè come. Ben so che ella tenea china la fronte sul mio viso, e che, innanzi di nuotare nelle tenebre del sonno, i miei occhi si affissavano ne’ suoi.
V.
E sognai, beato, quanto umana mente può finger di nuovo, e cuore desiderarsi di lieto; sognai che avevo tolto per sempre quella donna all’ignoto rivale ed ella m’era compagna, amante ed amata, in più felici regioni, sotto un più fulgido cielo. Narrano i viaggiatori dell’Africa di una bevanda che reca insieme coll’ebbrezza i più cari inganni allo spirito; ond’è che sembri di gustare, con ordinata sequela di casi, le dolcezze d’una vita, ahi troppo facilmente impromessa all’uomo sul mattino degli anni. A me la delizia bevuta da quegli occhi di cielo, derivò l’arcana voluttà di così splendide fantasie, di così care visioni.
Il mio risveglio non fu che un proseguimento del sogno, imperocchè Anna era là, dormente poco lungi da me. Rimasi estatico a contemplare quella bellissima testa, che, mezzo rivolta sull’omero, poggiava lentamente contro l’assito della camera; vagheggiai cogli occhi desiosi quella fronte candida, imperlata di lievissime stille, che avrei libate, mio Dio, come celeste rugiada, e quel seno soavemente commosso da un dolce respiro, che veniva a morirle sulle labbra socchiuse. Trepidante chinai la faccia fin presso alla sua, aspirai quel soffio e mi trassi indietro sollecito, ma barcollando a guisa d’un ebbro.
Macham dormiva egli pure, colla fronte appoggiata alla sponda del letticciuolo intatto. Fratello e sorella aveano per fermo lungamente vegliato il mio sonno fino a che la stanchezza non avesse soggiogato anche loro.
Mi tolse da quello incantesimo il sentimento del debito; chè a me pure si conveniva vegliare sovr’essi. Corsi all’aperto e vidi che la galera proseguiva rapidamente il suo corso. Il vento era fresco; il cielo nuvoloso non lasciava scorgere terra da veruna parte. Nessuna vela appariva sul mare, e cotesto mi rallegrò. Mi feci quindi a guardare la bussola e vidi che volgevamo sempre a garbino.
Lanzerotto era venuto in quel mentre a raggiungermi.
— Or bene? — gli chiesi — che nuove?
— Notte buonissima — rispose; — ma questa mane si gira al torbido. Vedete, messere, come s’infosca il mare in lontananza. Temo d’un groppo, e se si potesse poggiare....
— Che farci, Lanzerotto? Meglio una ventata al largo, che imbatterci da capo in quella maledetta galera!
— Gli è giusto; or dunque si prosegue verso garbino?
— Certamente, e se occorressero novità, fammi avvisato.