O TUTTO O NULLA.


O TUTTO O NULLA

ROMANZO

DI

ANTON GIULIO BARRILI

SECONDA EDIZIONE

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1883.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

Tip. Fratelli Treves.


I.

Senza fiori nascosti nella sottoveste, ma con un volumetto tra mani e liberamente in mostra per ogni genìa di curiosi, Aldo De Rossi era andato, verso le tre del pomeriggio, a far visita alla signora.

Non istate a credere che io voglia entrare così leggermente in materia, defraudandovi del nome di lei. Non mi avviene sempre di sapere quel che si deve a Cesare; ma ho sempre saputo quel che si deve ai lettori, e sopra tutto alle lettrici. Vi dirò dunque che la signora si chiamava Elena Vezzosi, e meritava così il suo nome di battesimo come quello della famiglia in cui era entrata da otto a nove anni; di guisa che si soleva dire, senza aver l’aria di farle un complimento, che l’uno e l’altro dovevano essere stati inventati a bella posta per lei. La signora Elena era bellissima dalla punta dei capegli a quella dei piedi, ed io lascio pensare a voi che sorte d’elettricità dovesse sprigionarsi da quelle due punte. A farvela breve, ella possedeva tutte le attrattive, della bellezza e dello spirito. Eppure, non si conosceva che avesse un amante; la qual cosa parrà strana, con la facilità che hanno le donne di trovarsene sempre uno tra’ piedi, e con quell’altra, anche maggiore, di vedersene imprestare una mezza dozzina. Ma, strano o no, il fatto era questo, e si vedeva chiaro che la signora Elena non amava nessuno. Di certo, non l’aveva detto, o lasciato sperare ad anima viva; tanto che le male lingue avevano finito col dire che ella amava solamente sè stessa. Già, tutte così, quando sono troppo belle, e quando lo specchio è li per farne testimonianza, tanto più credibile quanto meno interessata.

Comunque fosse, molti cavalieri si affollavano intorno a lei, per dirle in prosa sdolcinata quello che le diceva in forma più recisa lo specchio. Ed ella non respingeva nessuno; era cortese in egual modo con tutti; faceva ad ognuno quelle accoglienze onestamente liete e svogliate, in cui dobbiamo vedere il non plus ultra della buona compagnia. Perchè, si sa, la consegna è di godere la vita, con aria di averla a noia. Il fare altrimenti non è di buon gusto. La gente, uscendo dal salotto della bella svogliata, deve poter dire: «Quella signora Iccase! Che donna! Con che garbo riceve!»

Del resto, non mormoriamo. Succede questo fenomeno quando si va per consuetudine a teatro e si conosce da lunga mano l’opera, o il dramma. Arie e scene non hanno allettamento di novità, e le commozioni non vengono; si aspetta il gran duetto, o la scena capitale, che vi faccia provare, magari un po’ diminuite, le sensazioni della prima volta; intanto si sta esposte alle ammirazioni degli uomini e si fanno crepar d’invidia le amiche. Ora la signora Elena Vezzosi sapeva da un pezzo tutto ciò che avevano a dirle, con periodica regolarità, i suoi cento divoti. Era la sua voluttà e in pari tempo la sua condanna, come il «toujours perdrix» del gastronomo. E a quelle sedute di galanteria ella dava allegramente il nome di lavori forzati. Lavori forzati a tempo, pur troppo! Vien sempre il tristo giorno della liberazione, mie belle signore, e qualche volta il sovrano della falce e della clessidra vi fa precocemente la grazia.

Aldo De Rossi conosceva la signora Vezzosi da un anno. Le era stato presentato in una fiera di beneficenza, dove ella non aveva sdegnato di vender cravatte, e di mettergliene una al collo per la tenue moneta di cinquecento lire. Il favore era stato disputato fieramente da cinque o sei cavalieri. Dal prezzo di due lire si era saliti a venti, a cinquanta, a cento, a centocinquanta. Aldo De Rossi, entrato allora in lizza, aveva messo fuori un biglietto da cinquecento, e lo aveva deposto sul banco, dicendo modestamente: «signori, non ne ho altri», e in quel momento di trepidazione che segue tutti i grandi avvenimenti, la bella venditrice aveva girata intorno al collo di Aldo De Rossi la sua cravatta nera, da mezza lira, a prezzo di fabbrica. Il sorriso della dama c’entrava per quattrocento novantanove lire e cinquanta centesimi. Una presentazione era venuta lì per lì; Aldo De Rossi aveva fatta la corsa di prammatica e lasciati nell’anticamera di casa Vezzosi i due biglietti di visita che l’etichetta comanda; il commendatore Vezzosi, uomo grave, che sapeva stare sulle cerimonie, aveva mandato il suo in ricambio, e il giovinotto era stato formalmente ammesso a fare le sue devozioni. Ma, cosa strana (badate, lettori, qui tutto è strano, poichè la scena è del secolo presente), Aldo De Rossi non aveva approfittato dell’occasione e non era più andato in casa Vezzosi. Il nostro giovinotto non era uno di que’ frustini, i quali s’appiccicano facilmente alle persone e si fanno avere in uggia da tutti. Faceva riverenza alla dama, quando la incontrava per via, e ciò bastava a dimostrare com’egli gradisse la sua conoscenza. Poi, venuto l’inverno, e avendola trovata in una festa da ballo, le aveva chiesto l’onore di un giro di waltzer o di polka, che non rammento più bene. La signora, quella notte, ballava mal volentieri, ma stette volentieri a chiacchiera con lui, rimandando col suo solito garbo gli altri cavalieri, che impetravano la medesima grazia. Del resto, padronissimi tutti di restare accanto al divano della signora, come ci restava Aldo De Rossi. Ma perchè in simili feste i signori uomini non istanno mai fermi, anzi amano andare attorno tamquam leo rugiens quaerens quem devoret, le fermate non furono lunghe e Aldo De Rossi rimase più spesso solo che accompagnato, al fianco della signora Vezzosi. S’era dato il caso che parlassero di poeti e di romanzieri. Aldo non era un letterato, Dio guardi, ma aveva letto molto e parlava con un certo calore de’ suoi autori prediletti. La signora non conosceva il Pushkine, ed egli, di parola in parola, era stato tirato ad offrirle il volume. In imprestito, si capisce. E il giorno seguente, a quell’ora tarda che volevano le buone creanze, le aveva portate le opere del poeta russo, tradotte nella lingua universale di Francia. Così era entrato, senza avvedersene, in casa della signora Vezzosi, e diventato a mano a mano il suo provveditore di libri.

Quando egli andava dalla signora per alcuna di quelle faccende librarie, si poteva esser certi che la conversazione, dopo le solite frasi di cerimonia, girava subito su questo tono: — Come le è piaciuto il carattere di Enrico? E la scena del bosco? Le raccomando di leggere attentamente il capitolo della pioggia. Che pittura! E quel raggio di sole che viene d’improvviso a illuminare la fronte di Dorotea! Che vivezza di tocco! Ecco un verismo che ha ottant’anni di data. Gli scrittori moderni non se li sognano neanche, questi ardimenti dell’arte. E l’incontro col barone dopo la caccia! Che movimento d’affetti! Ha poi notata quella digressione sui toni musicali? Come si trova a posto, e come prepara bene alla scena del concerto! —

Poi, la scena del concerto, od altra consimile, porgeva appiglio ad una disputa sentimentale. Era sempre la signora che girava al tenero; Aldo ci entrava, dirò meglio, ci faceva capolino, senza escire dal grave, come un riguardoso carabiniere che si provi a sorridere, senza dimenticare la maestà dell’uniforme. Ed erano dispute così delicate, così aeree, che un marito avrebbe potuto sentirle, dietro una cortina, senza che la mano gli corresse al pugnale.... Scusate, siamo nel secolo decimonono, e bisognerà dire al bastone. È un’arma più prosaica, ma più alla mano.

E tutto ciò durava da un anno? Mio Dio, sì, durava da un anno. Sono le cose monotone che durano di più. Altrimenti, non sarebbero monotone.

La signora Elena discorreva volentieri, come tutte le persone che discorrono bene. E per lui, e con lui, la sua svogliatezza consueta assumeva un leggerissimo tono, come una sfumatura, di malinconia. Aldo De Rossi si era avvezzo a quel gentile chiacchiericcio, e vedeva nella signora Elena Vezzosi un’amica; anzi meglio, un amico, e della specie migliore. Perchè, quando un tal legame può stringersi tra persone di un sesso diverso, l’amicizia si rinfranca, direi quasi che si soppanna, di tutte le grazie, di tutte le capestrerie, di tutte le eleganze, che non è dato combinare tra uomini, uno dei quali è così facile a escire di riga, e l’altro a seguitarne l’esempio. Questa amicizia tra uomo e donna, quando il cuore non parli in nessuno dei due, è veramente una delizia, poichè è una specie d’affetto, senza le ansie, i sopraccapi, le gelosie, gli struggimenti feroci di quell’altra passione, da cui Dio misericordioso dovrebbe scampare ogni fedel cristiano.

O come? Non la sentiva egli dunque, l’altra passione? Avremo qui un personaggio tutto testa, come certe qualità di pesci, buoni a mala pena per farne la zuppa? Lettori e lettrici, aspettate un pochino e vedrete.

Quel giorno, che v’ho accennato in principio, Aldo De Rossi era entrato nel salotto, e aveva presentato alla signora Elena il suo volume; credo le Confessions d’un enfant du siècle del Musset. La signora Elena aveva ringraziato il gentil provveditore e deposto il libro sul tavolincino di lacca giapponese, che serviva d’aiuto ai gomiti e di nesso alla conversazione. Il cielo, quel giorno, aveva messa la cappa di piombo, e un caldo afoso pesava maledettamente sui nervi. La signora Elena non era di buon umore. Per un altro visitatore sarebbe parsa più svogliata del solito; per Aldo De Rossi non era che più malinconica. Sapete pure, quel leggiadrissimo tocco, quella sfumatura di cui sopra!

Si ragionò, secondo l’uso, di libri e d’autori, ma più particolarmente del Musset. Voi non lo ignorate, il Musset, che sofferse tanto per una donna e ne fece soffrire tante altre (almeno, se si ha da riconoscerlo in tutti i suoi personaggi, così fittamente impregnati del suo io), è l’evangelista del sesso gentile e generalmente di tutti gl’innamorati moderni. Egli ha la nota fondamentale del dolore elegante. I suoi campioni portano i guanti perlati, la sottoveste bianca insaldata e tutto l’altro come noi, perfino la gardenia, all’occhiello; ma celano sotto quella gardenia, sotto quella sottoveste, un picciolo dramma, una tempesta in ristretto, un vulcano in miniatura, come noi, proprio come noi. Ci ravvisiamo nel Rolla, in Don Paez, nell’Enfant du siècle, come tutte le donne si ravvisano nella marchesa di Amaeguì, in Marianna, e ad ore rubate perfino in Mimì Pinson. Aggiungete che non dice mai villania al bel sesso, come fanno certi genii screanzati. Si sente bensì, attraverso l’asprezza di certi periodi, che egli considera le donne come una varietà della razza felina; ma la donna non isgradisce d’essere creduta una tigre, visto e considerato che la tigre ha un bellissimo mantello ed atti e movimenti di leggiadria insuperabile. Lasciategli supporre che la credete tale, senza dirglielo troppo aperto, ed ella avrà qualche volta la bontà di farvi ammirare le unghie. Adorabili unghie!

La signora Vezzosi si era fermata con una certa compiacenza a stillare una sentenza del poeta di Marianna, e Aldo De Rossi, forse a cagione dell’afa che gl’intorpidiva i nervi, durava fatica ad intenderla. Già, quel benedetto ragazzo, con la sua serietà, aveva sempre l’aria d’essere un po’ straniero al dialogo, in cui si trovava impegnato. Quel giorno, poi, mentre la signora Elena, sempre per effetto dell’afa che la rendeva più malinconica, era sdrucciolata più che mai, anzi sprofondata nel tenero, egli stava più fermo, più impettito d’un carabiniere dell’antica maniera. Diciamo le cose alla libera; la signora Vezzosi accennava coppe ed egli rispondeva bastoni. Si poteva dare peggior distrazione di quella?

Ad un certo punto, con aria d’impazienza e dispetto, la signora gli disse:

— Signor Aldo, voi non capite dunque nulla? —

Il giovinotto rimase un po’ sconcertato. Non era orgoglioso; ma sentirsi dire lì per lì che non capiva nulla, converrete con me che non dovesse piacergli. Il sangue non è acqua, ed anche il dio Proteo, quando fu messo tra l’uscio e il muro... Infine, Aldo rizzò la testa, spalancò gli occhi e replicò:

— Perchè, signora?

— Perchè... perchè non capite. —

E così dicendo la signora Elena si lasciò sfuggire un mezzo sospiro.

Aldo De Rossi ebbe come un barlume di ciò che la signora pensava.

— E... — balbettò egli allora — se io capissi?...

— Oh, sarà difficile; — ribattè la signora Vezzosi.

Il giovanotto si trovò messo al punto; fece un mezzo inchino e ripigliò:

— Orbene, signora, mi proverò a dimostrarvi il contrario. Resta sempre che, se io mi sarò ingannato, voi avrete buono in mano per ridere dei fatti miei.

— Avete tanta paura?

— No, signora, poichè m’arrischio a parlare. E soggiungo che, se non mi sarò ingannato, dovrò piangere a calde lagrime.

— Ah, questo è più grave; — esclamò la signora. — Sentiamo.

— Sì, o signora, è più grave; — riprese Aldo De Rossi, facendo una cera da funerale. — Voi siete bella... bellissima.... —

La signora Elena diede in uno scoppio di risa.

— Avete dimenticato il comparativo; — soggiunse poscia. — In grammatica si usa dire: bella, più bella, bellissima.

— Da molto tempo non vado più a scuola, perdonate; — rispose Aldo De Rossi. — Del resto, che importa il comparativo, quando c’è il superlativo?

— Sì, vi perdono, in grazia del superlativo; — disse la signora Vezzosi. — Continuate. Sebbene, dopo questo, sia abbastanza facile capire ciò che avete a dirmi. —

E prese, così dicendo, un atteggiamento di languore, che le andava a meraviglia.

— Ecco; — rispose Aldo De Rossi; — non è facile veramente a capire, e vi assicuro che non è facile a dire. Io ci provo uno stringimento alla gola.

— Che? Bisognerà ancora aiutarvi? Badate, signor Aldo, ciò non istà troppo bene ad una donna. Ma via, — soggiunse la signora, chinando gli occhi con un’aria tra la vergogna e la rassegnazione, — ci conosciamo da tanto tempo, e voi siete un così gentil cavaliere... un amico tanto prezioso.... —

La frase, ad onta di ciò che prometteva, si fermò lì. Si capiva che la signora Elena, dopo aver dato animo al suo interlocutore, voleva essere interrotta.

Ma il suo interlocutore era più impacciato che mai.

— Signora... — balbettò egli, chinando la testa, — non ci siamo. Ve l’ho detto poc’anzi, dovrò farvi una confessione, da piangerne a calde lagrime. —

Tutte quelle reticenze e sospensioni promettevano poco di buono alla signora Vezzosi. Aldo De Rossi aveva chinata la testa, ed ella alzò mezzo sdegnata la sua.

— Sentiamo dunque una volta; — diss’ella. — Non avrete già speso il vostro superlativo, per venirmi a dire, mettiamo il caso, che siete innamorato... d’un’altra?

— Ah, signora! — esclamò Aldo, sospirando. — Proprio così, come voi dite. Sono... perdonatemi!... Sono innamorato di un’altra. È una fatalità; è tutto quel che vorrete.

— Non sarà niente, allora; — replicò la signora Vezzosi indispettita; — perchè io non voglio niente, signor De Rossi. Debbo solamente avvisarvi che queste cose si possono pensare, ma che non è punto necessario di dirle.

— Oh, non andate in collera, ve ne prego. È forse un male esser sinceri, con un angiolo come voi?

— Angiolo! — ripetè la signora Vezzosi, con un accento indescrivibile. — Angiolo! Bella parola usata male! Anche questa non si usa, debbo avvisarvene; non si usa che quando si ama e per chi si ama. Che cosa dite voi dunque alla donna che amate? Ma già, perchè domandare queste cose a voi, che siete un uomo così originale?

— Originale! Io? E perchè?

— Me lo chiedete? E dovrò io incaricarmi della vostra educazione? — replicò la signora Elena, con un certo risolino stridente. — In verità, il caso è bizzarro! Ma accettiamo l’ufficio, in pena dei peccati che non abbiamo commessi. Sappiate dunque, signor De Rossi, che quando un uomo trova bella una donna, e cara la sua compagnia....

— Carissima, lo sapete; — interruppe Aldo De Rossi, felice di poter rimediare in qualche parte alle sue malefatte.

— Ottimamente; — ripigliò la signora. — Ne avevo da qualche tempo le prove. E solo per questo... badate, signorino, solo per questo, m’è avvenuto di escire da quel riserbo, in cui deve tenersi una donna. Ma già, avevo anch’io qualche cosa da imparare; — osservò ella, tormentando con le dita il suo ventaglio cinese. — Dopo questa lezione, non mi avverrà più, ve lo giuro. Dunque, dicevamo.... Che cosa dicevamo, signor De Rossi? Ah, dicevamo che quando un uomo trova bella una donna, e glielo dice al superlativo, si deve intendere.... Non vi pare, signor De Rossi, che si debba intendere....

— Sì; — rispose Aldo, disposto per una volta tanto ad interrompere in tempo una frase difficile; — generalmente è così. L’uomo è uno zolfino e s’accende. Ma io, signora, sono un pochino diverso.

— Ah, bene! — esclamò la signora. — Non ci sarà pericolo che appicchiate il fuoco alle sedie. Ma che cosa siete voi, di grazia? Una macchina da fabbricare il ghiaccio?

— Signora!... — balbettò Aldo De Rossi, con aria contrita e supplichevole.

— Ah, è vero; — ripigliò la signora Vezzosi. — Dimenticavo che siete innamorato; la qual cosa lascia supporre che il freddo, l’avversione, sia solamente per me. Non me ne lagno, badate. Scherzavo, più o meno, e continuo lo scherzo.

— Ma non su questo particolare, ve ne prego — disse Aldo De Rossi. — Perchè parlate d’avversione, ad un uomo che ha sempre avuto tanto piacere a conversare con voi? Ve l’ho già detto una volta, signora. Se sono sincero anche a mio danno, perchè non mi crederete anche in ciò? Voi siete bella come....

— Ah sì, sentiamo come.

— Come la Venere di Milo, — prosegui Aldo De Rossi, — cioè a dire come la più bella statua del mondo. —

La signora Vezzosi rispose al complimento con un lieve moto del capo: indi alzò gli occhi ad uno specchio che pendeva inclinato dalla parete, di rincontro a lei; un magnifico specchio ovale, con una gran cornice intagliata a fogliami, capriccioso impasto di classico e di barocco, e con la luce mezzo coperta da una cascata di fiori, dipinti da mano maestra a guisa di festoncino.

— E... — diss’ella poscia — quell’altra... com’è?

— Quell’altra! Chi?

— La donna che amate. Se io sono da paragonare alla più bella statua del mondo, che cosa vi resterà da dire per quell’altra?

— Signora, — rispose Aldo De Rossi, — non vi sdegnate con me. Sono un disgraziato, e veramente non avrei dovuto impigliarmi in questo discorso.

— Quell’altra! — gridò stizzita la signora Vezzosi, battendo col suo piedino il tappeto. — Voglio quell’altra!

— Orbene, — riprese il giovinotto, armandosi di coraggio, — quell’altra è come la statua... che non è stata mai fatta. Fidia deve averla sognata e dev’esser morto....

— Oh, per questo, statene certo; egli è morto davvero!

— Sì, ma volevo dire che egli dev’esser morto... senza trovarne il modello. —

La signora Vezzosi era lì lì per rispondere: — «Dio mio, che svenevolezze!» — ma si trattenne. Voleva mandare a spasso quell’impertinente, dall’aria così dolce e contrita; ma non seppe risolversi, e l’una e l’altra voglia sfogò in una seconda risata. Vi avverto, per debito di coscienza, che non si trattava d’una risata molto schietta, quantunque fosse abbastanza sonora.

— E voi — diss’ella, dopo quel piccolo sfogo, — siete riescito dove ha inciampato Fidia?

— Si, — rispose Aldo De Rossi, — ma non ho fatta la statua.

— Questo lo capisco da me. Non siete uno scultore. Ma almeno avrete avvicinato il modello, ed esso si sarà infiammato per voi. Un grande amore vuol essere corrisposto; — notò sarcasticamente la signora Elena. — Lo ha detto Dante in un verso che voi mi avete commentato così bene: Amor che a nullo amato amar perdona. —

Aldo De Rossi crollò malinconicamente la testa e represse un sospiro di desiderio.

— Ahimè, signora! Per la prima volta, forse, Dante ha avuto torto e la sua massima è stata sbugiardata nel mio caso.

— Eccone un’altra! — esclamò la signora. — Signor De Rossi, poc’anzi volevo mandarvi via, con la scusa di dover ricevere la sarta; ma ho poi cangiato pensiero. Siete un uomo tanto strano! Raccontatemi tutto, poichè siete avviato. Quali sono le vostre speranze?

— Non ho speranze, signora.

— Almeno, le avrete detto il vostro amore?

— Quasi.

— È già abbastanza; le donne leggono sempre il resto negli occhi. E lei, che cosa vi ha risposto?

— Nulla, o qualche cosa che val come nulla.

— Oh povero signor De Rossi, come vi compatisco!

— Si, compatitemi; è il sentimento ch’io merito; — rispose Aldo De Rossi, fingendo di non accorgersi del senso di sottile ironia che trapelava dalle parole della signora Vezzosi. — Ora voi vedete la mia grandezza, o signora. Almeno, se vi parrò ridicolo, con le mie sofferenze, non vi parrò un insolente, con le mie confessioni. Rinunzio alla Venere di Milo, e mi perdo....

— Per la Venere che non è stata fatta; — interruppe la signora. — Ma badate, poc’anzi mi avete ferita. Sicuramente, signor Aldo, mi avete ferita. Le vostre lodi, le vostre ammirazioni artistiche, non compensano la lezione che ho ricevuta, e che, mi affretto a dirvelo, ho anche meritata con un povero scherzo. Perchè era uno scherzo, il mio, lo sapete? Ci avevo i miei nervi, quando siete capitato, e volevo stordirmi con quattro chiacchiere.

— Oh, l’ho capito subito; — rispose Aldo De Rossi, inchinandosi profondamente.

L’atto fu così comico nella sua umiltà, che la signora Elena si vergognò del sotterfugio.

— Bene! — diss’ella, col suo risolino stridente. — Ecco una bugia a due voci, la quale non salverà nulla, neanche le apparenze. Ma non importa. Voi mi siete sempre debitore di una riparazione. La esigo, chiedendovi la storia del vostro amore.

— Non c’è storia; — rispose Aldo De Rossi.

— Come? Non s’ha neanche da sapere come è nato? Ogni cosa ha un principio. Voglio il principio della vostra passione.

— Signora... vi pare? — balbettò il giovinotto. — Raccontare ad una donna bella....

— Più bella, bellissima! — interruppe la signora Vezzosi.

— Certamente; — ripigliò Aldo De Rossi; — raccontare ad una donna bellissima in che modo si sia innamorati di un’altra, non vi pare un tantino... scortese?

— Ah sì, dopo quello che avete fatto, ritiratevi ancora sul monte Sacro! — gridò la signora Elena, con accento sardonico. — Questa volta, signor De Rossi, sento proprio la tentazione di mandarvi via, anche senza la scusa di ricevere la sarta. Siate conseguente, nella vostra originalità. Non sono io strana la parte mia? Non merito una confidenza intiera? E non vi pare che sia questo il miglior modo di farvi perdonare la prima parte?

— Sì, sì; — disse Aldo De Rossi, prendendole la mano e stringendola tra le sue. — Ma in tutta sincerità vi dico che non c’è storia. In due parole è tutto narrato. L’ho veduta e l’ho amata.

— Così di schianto?

— No certo; — rispose Aldo De Rossi. — L’amavo già prima.

— Ah, c’è un prima? È dunque la storia del prima che voi dovete raccontarmi.

— Signora, anche quella si racconta con le stesse parole. L’avevo veduta ed amata. Era un fiore nato nel mio cuore. Sapete voi come queste cose avvengono? In mezzo al turbine della vita si hanno di queste apparizioni gentili, come in un viaggio triste e faticoso si vede un tratto di campagna, di cui vi resta un’immagine poetica e dolce. Si va innanzi, dove chiama il piacere, o l’ombra del piacere, una follia, un destino; ma di tanto in tanto si ripensa a quell’oasi benedetta, e un’aria d’idillio vi spira soavemente alle tempie. Viene il giorno che vi fermate a cercare il perchè di quella sensazione, e vi duole, e vi date del fanciullo, e scuotete la testa, come per cacciare un’idea importuna. Ma quell’immagine è là, sempre là; gli stordimenti del viaggio ve l’hanno offuscata nell’animo, per un anno, per due; poi viene il giorno che essa ritorna, netta, spiccata, ai vostri occhi; e vi prende allora un desiderio pazzo di rivedere quel luogo, e là, dove avete sentito così profondamente le bellezze della natura, là, proprio là, vorreste ridurvi a morire. Così di certi amori. Erano immagini del passato, a cui l’anima credeva di resistere; sentimenti graziosi, a cui il cuore si faceva forte di aver rinunziato. Ma ad un tratto l’immagine offuscata s’illumina; il sentimento doloroso e caro si rinnova. Pensate a quella donna intravveduta un giorno, e vi assale una gran tenerezza. Come è avvenuto ciò? Per quali vie quell’amore è tornato, e vi s’è fatto gigante nel cuore? Come mai è diventato un incendio, da così breve favilla che vi era parso in principio?

— Misericordia! — gridò la signora Elena. — Sarà il caso di chiamare le guardie del fuoco.

— Ah sì, davvero! — rispose Aldo De Rossi, ricondotto a terra da quella bizzarra osservazione. — Ma è così dolce il bruciare!

— E perder la lite, non è vero?

— Ve l’ho detto, signora. Rinunzio da un lato e perdo dall’altro. Non sono dunque da compiangere, come un matto o come uno sventurato? —

Il dilemma pareva saldo e non era. Infatti, vedete, la signora Vezzosi pensò che Aldo De Rossi avrebbe servito meglio alla verità, gabellandosi per sciocco. Ma, dopo averlo pensato, ne ebbe come un rimorso, parendole quasi di essersi lasciata sfuggire la parola di bocca, e rimase a lungo silenziosa, mentre il giovinotto stava contemplando i fiori bizzarri, disegnati in sottili filettature d’oro sul tavolincino di lacca giapponese che lo separava dalla bella signora.

Anch’egli sentiva un po’ di rimorso d’aver parlato con tanta schiettezza. La signora Elena aveva ragione; certe cose si possono pensare, ma non è punto necessario di dirle. Ed egli, pentito d’averle dette, vedeva già la conseguenza della sua sincerità; vedeva, ad esempio, che, dopo quella conversazione, egli non aveva più nulla a fare in casa Vezzosi e che il meglio sarebbe stato di ridurre a trimestrali, magari anche a semestrali, le troppo frequenti sue visite.

Ma le donne hanno tesori inesauribili di bontà, oppure, se vi piace meglio, raffinatezze di crudeltà, che sventano tutti i calcoli più sapienti di un uomo. Dopo essere rimasta un tratto in silenzio, la signora Elena levò la fronte e disse di schianto al De Rossi:

— Mi promettete una cosa?

— Non so di che si tratta, — rispose egli, felice d’interrompere i suoi studi sulla flora giapponese, — ma vi prometto anticipatamente tutto quel che vorrete.

— Voi mi prenderete per confidente delle vostre pene; — ripigliò la signora. — Mi chiederete consiglio nei momenti difficili. —

Addio diradamento di visite, come al signor Aldo degnissimo pareva necessario di fare. La Vezzosi cangiava di punto in bianco il suo sistema di attacco, oppure in atto era da vedersi una trasformazione di tenerezza? Aldo De Rossi non ci pensò più che tanto; rispose un «grazie!» ardentissimo e baciò la mano della signora.

— Che fuoco! — esclamò ella, ridendo. — Siamo noi sempre in pericolo d’incendio? Dite, signor Aldo; vi sareste per caso immaginato di baciare un’altra mano, in cambio della mia? —

Aldo De Rossi non ebbe cuore di rispondere a quella domanda, appoggiata da uno sguardo che pareva volergli leggere nell’anima. Pose in quella vece un ginocchio a terra e ripigliò la mano della signora Vezzosi.

— Perdonate; — soggiunse. — Questa volta è proprio per voi che m’inginocchio. —

E depose, ciò detto, un bacio rispettoso su quella bianca mano, che sentì tremare al contatto delle sue labbra, quantunque non fossero per allora di fuoco.

II.

Se Elena Vezzosi fosse stata un’antica romana, avrebbe notato quel giorno tra i nefasti. Ma era una gentildonna moderna, e si restrinse a dolersi d’aver fatto troppo per quel signorino, che, messo al punto di parlar bene, aveva parlato così male, o almeno così diversamente da ciò che ella era in diritto d’aspettarsi.

Fors’anche a voi, lettrici cortesi, parrà che la signora Elena si fosse buttata, come suol dirsi, un po’ via. Ma di certo non pensereste in tal guisa, se sapeste appuntino in che termini fosse la relazione di quei due personaggi. Perchè io non v’ho detto nulla, accennandovi brevemente che si conoscevano da oltre un anno e che si vedevano molto spesso. Bisognerebbe tessere la storia di quell’anno, anzi farne a dirittura il diario, e notarvi ad una ad una tutte le delicatezze, le graziette e sarei quasi per dire le moinerie di quella amicizia, apparentemente mantenuta da una specie di commercio librario. La signora Vezzosi aveva, secondo me, il grave torto di credere che un uomo non possa provare per una donna quel sentimento pacato e fine, che Lord Byron chiamò giustamente un amore senz’ali. Ella conosceva poco gli uomini, anche vedendosene molti d’attorno; o forse il conoscerne troppi e il vederli quasi tutti uguali per lei, le aveva tolto di riconoscere le eccezioni. Perchè era bellissima e perchè glielo dicevano a gara, la signora Elena era giunta facilmente, quasi fatalmente, a non ammettere che un uomo potesse resistere all’incantesimo delle sue grazie, e ci avesse l’originalità non artificiale di star saldo sulla galanteria cavalleresca, rinunziando all’amore; infine, non sospettava nemmeno che vivessero uomini, i quali, stanchi dei falsi amici e sazii di amori violenti, si riducessero a cogliere presso una leggiadra e colta signora i fiori innocenti di una quieta amicizia. Venendo al caso concreto, e notando quella corte assidua che le faceva Aldo De Rossi, corte riguardosa nella forma, ma tutta impastata di dolcezze, la signora Elena aveva creduto che quel giovinotto fosse invaghito fieramente di lei, ma che appartenesse alla categoria degli innamorati che non parlano. C’è tanta noia cogli innamorati che parlano, specie quando parlano troppo presto, come generalmente avviene! Perciò la signora Elena aveva gradita quella corte muta, l’aveva assaporata per un anno, se n’era impietosita; e, senza promettere nulla a sè stessa, quasi senza pensarci su, era venuta al punto di aiutarlo a parlare, di aprirgli la bocca, come il papa usa coi nuovi cardinali.

In quella vece, come sapete oramai, Aldo De Rossi era tutt’altro, e la sua bocca doveva aprirsi per dire alla signora Vezzosi ciò ch’ella non avrebbe amato d’intendere. Tipo curioso d’ingannatore senza volerlo! Pieno di delicatezza verso le dame, ne sentiva l’influsso benefico, ed anche quando il suo cuore taceva, la sua immaginazione si riscaldava per la più bella metà del genere umano. Figuratevi dunque se non dovesse cercarla, essendo innamorato! In tutte le donne egli vedeva quell’una che sapete già, quantunque non la conosciate ancora; e stando vicino alla signora Elena Vezzosi, tanto gentile e buona, gli pareva di sentire come un profumo di quell’altra, più rigorosa e più fredda, che lo aveva conquistato. E non vi sembri inverosimile il fatto. Generalmente, non si esce della compagnia di una orgogliosa bellezza, che per andare a far pazzie, a dar del capo nei muri per tutte le vie più deserte della città, o ad affogare il rammarico in una cena chiassosa. È questa la moda, e lo Sciampagna ed il ponce sono indicati da tutti i maestri del dolore elegante come ottimi condimenti ad una passione infelice. Aldo De Rossi, per seguire l’andazzo, aveva fatto anche questo; ma la sua indole si era presto ribellata a quel genere di cura, e il nostro giovinotto aveva finito a ritornarsene tra le dame, per far la cura omeopatica del similia similibus. Povera signora Vezzosi! A lei doveva toccare di portarne la pena.

Dopo il colloquio che v’ho narrato, la bella signora Elena non ebbe più pace. Non già che si disperasse. Oibò! Ad una donna come lei non potevano mancare le consolazioni, e del resto il suo amor proprio era salvo. Ma restava una curiosità da soddisfare, e questo sentimento andava innanzi a tutti gli altri. Occorrendo, si sarebbe doluta poi di ciò che le era toccato con Aldo De Rossi; per intanto le premeva di sapere il nome della beltà preferita.

— Chi sarà questa Dea? questo portento di bellezza, che Fidia ha sognato e che non ha saputo scolpire nel marmo? —

Fatta e ripetuta dentro di sè questa domanda, non senza giulebbarla di tutte le ironie, di tutti i sarcasmi che le erano suggeriti dal suo demone familiare, la signora Elena Vezzosi passò diligentemente in rassegna tutte le dame di sua conoscenza. Certo, fra queste doveva essere la donna amata con tanto calore dal signor Aldo De Rossi, poichè egli frequentava la medesima società in cui ella viveva, e in cui fino a quel giorno aveva creduto di regnare. Ma nessuna di quelle dame rispondeva al tipo, di cui, a parer suo, avrebbe dovuto innamorarsi il De Rossi. La signora Graziani, per esempio? Quanto agli occhi, non c’era male; anzi potevano passare per belli; ma, Dio buono, per invaghirsi della signora Graziani, sarebbe bisognato proprio avere una predilezione spiccata per le acciughe. La marchesa Altobelli? Peggio che mai; aveva i capegli rossigni, e il signor Aldo, mentendo al suo proprio casato, non amava che le brune. La signora Milani, forse? Ma era troppo in carne, quella là, e con le sue trentatrè primavere incominciava a dare nel floscio. La contessa Albaresi? Dei immortali, una sciocca, e non metteva conto parlarne. La Vernetti? Una secca allampanata, che faceva pena a guardarla. O forse la Salieri? Belloccia, in verità, ma d’un colore, anime sante del purgatorio, d’un colore così vivo, che si era sempre sul punto di consigliarle un salasso. E forse avrebbe fatto bene, ad alleggerirsi un poco, di tanto in tanto. Aveva anche il collo così corto! La Rivanera, poi! Ma era troppo piccola, e poteva contare al più al più su d’un madrigale del Guadagnoli. Carina, la testa; ma il corpo, il corpo!... Niente più lungo d’un raperonzolo.

Notate, lettrici garbate, la signora Elena ragionava in buona fede e passava proprio in rassegna tutte le bellezze più famose della città. Non era poi colpa sua, se le accomodava tutte in salsa piccante. Dov’è la donna che, mettendosi a giudicare, non abbia trovato il neo nella bellezza di un’altra? Io dunque prego le signore Salieri, Vernetti, Albaresi, Milani, Altobelli, Graziani e via discorrendo, a non andare in collera per simili inezie. A buon conto, possono ricattarsene, pettinando a loro volta la signora Vezzosi. Non possono dire, per esempio, che ella somigliava ad una serpe? Il collo lungo e flessuoso lo aveva; la testa piccina e la fronte depressa, egualmente; il paragone veniva dunque da sè. I poeti, a dir vero, la paragonavano ad un cigno; ma i poeti, si sa, non dicono che bugie.

Torniamo alle indagini della signora Vezzosi. Secondo lei, nessuna tra le più celebrate bellezze di sua conoscenza poteva esser quella che aveva colpita la fantasia e piagato il cuore di Aldo De Rossi. Ella non sapeva, o non voleva sapere, che gli uomini guardano le donne con occhi ben diversi da quelli con cui le signore donne si guardano tra loro, e che essi non sogliono badare a certe piccolezze di cui i giudici femminini fanno invece un gran caso. Inoltre, ella non sapeva, o non voleva sapere, che un diploma di bella non basta a comandar l’affetto, e che, per invaghirsi della tale, o della tal altra, un uomo non ha mestieri di sentirla celebrare sui tetti. Vi sono anzi certuni, i quali si ristuccano di queste bellezze tanto strombazzate e non le guardano neanche, parendo loro che debbano essere palloni gonfiati e sempre lì lì per iscoppiare. L’uomo, veramente, è pronto ad accendersi, come un fiammifero ad ogni strofinatura, e tanto più pronto quanto più è raffinato. Ma, comunque egli sia, credete pure, lettrici garbate, che egli s’innamora sempre di qualche cosa che le donne non avvertono neanche; d’una cosa da nulla, come a dire d’un atto, d’un gesto, d’una parola. Io ne conosco uno, il quale s’invaghì d’una donna, a cui non aveva pensato mai, solo perchè ella gli disse un giorno: — Signor Zeta, vi siete divertito iersera dagli Ipsilon? — La voce era soave, non lo nego; ma non l’aveva egli sentita impunemente altre volte? Quanto alla frase, converrete con me che non aveva nulla di singolare. A che cosa dobbiamo noi dunque attribuire l’innamoramento del mio amico Zeta? Forse al momento, al terribile quarto d’ora, in cui cadono gli uomini, le donne e gli imperi.

Per fare il paio con questa brevissima istoria dell’amico Zeta, vi dirò che una signora s’innamorò d’un uomo, a lei niente più simpatico d’un altro, perchè egli, sedendo un giorno a tavola daccanto a lei, si prese l’incomodo di mescerle il vino nel bicchiere, quantunque ci fosse dietro la sedia il servitore gallonato, a cui, trattandosi di un pranzo magno, era serbato quel nobile ufficio. Il vicino di tavola ebbe, agli occhi della signora, il merito grande di non aver badato alle convenienze, ma solamente al piacere di servirla. E quando, passato il famoso quarto d’ora in cui cadono gl’imperi, gli uomini e le donne, si sentì confessare in che modo l’amore fosse entrato nel cuore della dama, il buon cavaliere pensò.... pensò, se permettete, che la felicità umana pende da un filo, e che forse un’altra dama, a cui egli avesse fatta più ardentemente la corte, trovandosi a giudicare del suo atto, avrebbe detto in cuor suo: — Ma quest’uomo non ha proprio uso di mondo!

La signora Elena, intanto, cercava e non trovava. Evidentemente, non era sulla buona via. Per sapere di qual donna sia innamorato un uomo, non ce ne sono che due. Anzi tutto, osservarlo attentamente in tutte le occupazioni della sua giornata. Ma questa è una via lunga, e ci sono degli uomini così astuti, che, a tenergli dietro, ci si rimettono le spese. Oppure, c’è lo spediente di domandarne a lui. È la via più diritta, ed anche la più sicura, quando l’uomo ha voglia di rispondere in tono.

Ora, come sapete, la signora Elena gentilissima gliene aveva domandato, ma senza andare troppo a fondo, per la prima volta; ed egli le aveva risposto con molta sincerità, ma anche con molto riserbo per ciò che risguarda la persona, lasciandole capire che su quel particolare non si sarebbe aperto di più. Restava di osservarlo. Ma come? La signora Vezzosi non aveva occasione di vedere il De Rossi vicino ad altre donne, fuorchè a balli e teatri: ma la stagione invernale era passata da oltre due mesi e una nuova occasione bisognava aspettarla altri sei.

Quantunque, se pure ci fossero state le occasioni, non era mica facile indovinare il segreto del signor Aldo alle prime. Non aveva egli confessato candidamente che si trattava di un amore infelice? Un amore di questa fatta è quasi sempre un amore a distanza, nutrito di occhiate più o meno timide, che non è dato di cogliere a volo, con la certezza di colpire nel segno.

Ed era un peccato che la signora Vezzosi non sapesse quel nome di donna, che esercitava tanto la sua curiosità; era proprio un peccato, perchè ella aveva promesso di aiutare il suo gentil provveditore. Lei? Sicuramente lei; sebbene dopo il colloquio che vi ho riferito, una lagrima di dispetto le avesse fatto pizzicare le palpebre.

Aldo De Rossi non era quel bellissimo giovane sul cui taglio si fabbricano, da Lancillotto del Lago in qua, tutti gli eroi da romanzo. Era un giovane serio, pallido, con una gran fronte bianca, la cui severità appariva temperata da due ciocche di capegli, voltate in giù ed appiastricciate a furia di cosmetico secondo l’ultima moda; gli occhi grandi e pensosi, i baffi neri, le labbra tumide e abitualmente contratte; suppergiù un misto di pensatore e di damerino, che non mancava di attrattive e che certamente era fatto per destare una mezza curiosità. A quell’aspetto rispondeva un carattere chiuso, non altiero, ma inaccessibile. Pari a certe fortificazioni moderne, a cui bisogna giunger sotto, per avvedersi della difficoltà somma d’entrarci, Aldo De Rossi non aveva l’aria di tenere indietro la gente, e sapeva anche stare alle chiacchiere, ma senza che ai suoi interlocutori venisse fatto di leggergli nel cuore, più di quello che al giovinotto mettesse conto di lasciar leggere altrui.

A farvela breve, egli apparteneva alla categoria dei tenebrosi; specie di sètta sociale, che non ha simboli, nè riti particolari, ma che pure è facile di distinguere. Sono uomini uguali a tutti gli altri nelle esteriorità del vivere; ma ci hanno questo di singolare, che non è mai dato di coglierli alla sprovveduta. Vi parlano e si lasciano parlare d’ogni cosa, ma non c’è verso di intravedere un barlume di ciò che pensano o fanno, poichè essi sono capaci di passare rasente al segreto della loro vita, senza batter le palpebre, o dare un altro segno di turbamento. In casa loro si penetra a stento, ed essi ci vanno sempre da soli, per non aver aria di novità quando hanno mestieri di cansare gl’importuni. Li vedete da per tutto, ma generalmente, dopo una breve apparizione, scappano via. Dove? Non chiedete di accompagnarli, perchè sarebbero capaci di accettare, per condurvi nel più noioso dei ritrovi, e farvi assistere magari ad una discussione di politica. La politica è l’unico argomento su cui non siano circospetti. Da troppo tempo è cessato il pericolo di manifestare le proprie opinioni sulla miglior forma di governo, e, non dubitate, su questo particolare i tenebrosi vi aprono intieramente l’animo loro. Essi, poi, non amano troppo le persone della loro medesima età; prediligono i vecchi, che non sono noiosi, o lo sono altrimenti, e che non cercano mai di ficcare il naso nelle faccende del prossimo. Con le donne sono molto cortesi; vecchie e giovani, belle e brutte, sono trattate da essi con una forma di galanteria quasi solenne, che merita loro il titolo di cavalieri compiti. Del resto, i loro più spiccati esemplari hanno per massima: «servirle tutte, non amarne che una.» Il servirle, s’intende, sta qui per ossequiarle; chè in verità i tenebrosi servono poco, e, passata l’ora dei soliti complimenti, se ne vanno pei fatti loro, si pèrdono nel buio delle proprie abitudini.

Chi ha dato origine a questa efflorescenza, che parrà morbosa ai miei candidi lettori? La società, con le sue indagini curiose e con le sue ciarle assassine. I tenebrosi sono circospetti per ragione di difesa ed anche un tantino per disprezzo della moltitudine. Non già che siano certi di sottrarsi in tal modo alla curiosità, o alla maldicenza del prossimo; ma almeno sanno di non averci dato appiglio con nessuna indiscrezione. Sono giovani vecchi, ed esercitano per questa ragione un fascino bizzarro sulle donne. Anche meno favoriti dalla natura, sono amati più di tanti Adoni, che battono i marciapiedi delle strade, e si sospettano di loro assai più trionfi che non ne abbiano veramente ottenuti. Perchè, bisogna dir tutto, ci sono anche i falsi tenebrosi; certi sciocchi scaltriti, i quali con un finto riserbo giungono a far credere un visibilio di cose. Non parlano mai, ma si diportano in guisa da lasciar dubitare. E questo, pei falsi tenebrosi, è il gran punto.

Aldo non apparteneva alla categoria dei falsi, lo avete capito. Perciò il suo segreto era sfuggito anche all’attenzione della signora Vezzosi, che potè ingannarsi fino al segno di credersi lei la prescelta. Se non parlava lui, con quella schiettezza che sapete, di certo la signora Elena non avrebbe saputo mai che nel cuore del giovinotto covasse un incendio di quella fatta.

Dice un proverbio francese: ce que femme veut Dieu le veut. Il proverbio è galante; ma è poi giusto del pari? Anche non essendo francese, io credo di sì. La donna è stata l’ultima opera del Signore; e aggiungerei, se mi fosse permesso di far confronti, la più accurata. Ora, voi lo sapete tutti per quotidiana esperienza, ogni babbo ha sempre una certa predilezione per l’ultimo nato. Aspettiamo dunque che Domineddio si degni di appagare la curiositi della signora Vezzosi, operando per lei uno de’ suoi miracoli abituali, poichè ella non ha potuto giovarsi dei due spedienti che ho detti più sopra.

Due giorni dopo il dialogo col signor Aldo De Rossi, era un mercoledì, giorno di visite per la signora Vezzosi. Giorno ufficiale, solenne, e tutto ciò che vorrete, poichè era destinato a ricevere ogni sorta di visitatori, anche i noiosi; anzi più specialmente questi, dell’uno e dell’altro sesso. Nei rimanenti sei giorni della settimana la signora Elena riceveva egualmente, ma senza obbligo di trovarsi in casa, se i suoi intimi capitavano senza darne l’annunzio. Generalmente era lei che invitava, dicendo al tale o al tal altro: — venite domani; avrò l’emicrania. — Il che significava che non sarebbe escita di casa e che si poteva esser sicuri di trovarla. Per contro, nel giorno ufficiale, nel giorno solenne, destinato al maggior numero, andavano a salutarla le amiche, i cavalieri che si contentavano di non esser soli e quelli che amavano di trovar compagnia; cioè a dire tutti quegli Alcibiadi ritinti e rimessi a nuovo, che, non avendo più la fortuna dei giorni riservati, godono il benefizio dei giorni solenni, dei giorni di parlatorio, col diritto annesso di veder sfilare tre o quattro visitatrici, senza levarsi dalla poltrona, o dal puff, di cui si sono impadroniti.

Poveri Alcibiadi rimessi a nuovo! Come sono felici di poter dire la sera al Club: — Sono stato oggi dalla Bice; c’era la Ninì; poi venne la Fanny, poi la Violante, poi la Dumont Cadigan. Si è stati allegri. Un vero fuoco d’artifizio! Quella Dumont Cadigan è veramente una cara donnina. —

La signora che si chiama così, per il suo casato e non per il suo nome di battesimo, è una forastiera di alti natali, o creduti tali. Fa bene all’anima di conoscerla, e ai polmoni di pronunziarne il nome, con quello strascico di pronunzia che è la regola dei ben parlanti del Jockey-Club. In questa guisa i miei Alcibiadi rimessi a nuovo hanno la fortuna di conoscere l’Europa, senza muoversi dalla loro poltrona. Poi vanno in giro, come i devoti della Via Crucis, a raccontare al giovedì della Clarice, al venerdì della Cleonice, al sabato della Berenice, quello che hanno udito dalla Alice in martedì, dalla Euridice in lunedì, e da ogni generazione di sfaccendati in domenica.

Alcibiadi, Alcibiadi! Voi passate gloriosamente sulla scena del mondo, senza aver neanche mestieri di tagliare la coda al vostro cane. È vero, per contro, che nessun Plutarco e nessun Cornelio Nepote scriverà la vostra vita. Consolatevi, per altro; sarà questo l’unico modo perchè nessuno ve l’abbia a leggere dietro le spalle.

Quel mercoledì che v’ho detto, di Alcibiadi rimessi a nuovo ce n’erano due, nel salotto della signora Vezzosi. E si alternavano frattanto le visitatrici eleganti, baronesse, contesse, marchese, banchieresse, cavalieresse, e via discorrendo; tutte dame che stavano bene insieme, poichè si trovavano nella condizione sociale richiesta dal codice della buona compagnia. Poichè non è più vero oggi, come una volta, che le signore donne stiano in sussiego secondo i gradi dei rispettivi mariti e secondo i quarti della loro nobiltà. Il mondo moderno poggia tutto oramai sul parere. Ora, per parere, bisogna aver quattrini, o poterne spendere. Vi sembrerà tutt’uno, e non è, vi assicuro, non è. Se fosse questo il luogo vi farei notare la distinzione tra le due cose; mi basti invece di osservare che tutte le varietà sociali concorrono, quando possono brillare di luce propria o riflessa, allo splendore d’un ballo, d’una conversazione, d’un ricevimento, e chi più n’ha ne metta. Cionondimeno, quando la dama può metter fuori uno scampoletto di corona... C’est très-bien porté, come dicono i francesi, che ho citati poc’anzi. Laonde, se non passa sulla faccia della terra un altro Novantatrè, ho paura, lettori umanissimi.... Ma perchè desiderarlo, e per così piccola cosa? I miei francesi sullodati osserverebbero qui che le jeu ne vaut pas la chandelle.

Dunque, dicevamo, erano annunziati nel salotto della signora Elena molti titoli e nomi pomposi, ma erano poche le belle. La signora Vezzosi poteva consolarsi di non essere che commendatrice. So bene che questo titolo non è ammesso ancora dal vocabolario; ma, non temete, lo sarà. Al giorno d’oggi, le mogli dei ministri non fanno scrivere a lettere da speziali sulle valigie, sui bauli, sulle cappelliere, e su tutte l’altre carabattole di viaggio, «S. E. la signora ecc., ecc.»? Siamo in tempi di largo progresso; l’Edison manda fuori un’invenzione al giorno; il Tanner insegna con l’esempio a vivere di fumo; dunque avanti, e diciamo pure la commendatrice Vezzosi. Perchè neghereste ad un collo così leggiadro uno straccio di collare? Per me, gli voterei anche quello dell’Annunziata, a patto che il più fedele tra i miei lettori (siete voi, non dubitate) fosse incaricato dell’annunzio, e della relativa collazione. Dico bene?

III.

— Sì, mia cara, come ho l’onore di dirti, questa è la mia ultima visita, per la stagione; — notò ad alta voce la signora Margherita Corniani, perchè la sentissero bene tutte le persone che erano, quel mercoledì, nel salotto della signora Vezzosi.

Margherita Corniani, moglie al banchiere di questo nome, era una signora lunga come le mie speranze e smilza in ogni sua parte, più che non comportasse l’euritmìa, tranne nel naso, che aveva l’onesta persuasione di far compenso alla pochezza del resto. Era nata baronessa e portava l’analogo cerchietto d’oro, attorcigliato di perle, sul suo biglietto di visita. Così la baronia dei Martoli, dond’ella nasceva, era tacitamente passata nei Corniani, e la servitù di casa, per non isbagliare, chiamava barone anche il marito della signora. Alla qual gentilezza il banchiere si prestava con molta compiacenza, salvandosi dal ridicolo in faccia agli amici con questa dichiarazione modesta: — Io vivo all’ombra di mia moglie. — E la cosa poteva passare, tanto nel proprio quanto nel figurato, poichè la signora era lunga come l’indice d’una meridiana, ed egli corto e tondo come una trottola.

Del resto, se la baronessa Corniani non era bella, poteva annoverarsi tra le signore più eleganti della città. Metteva fuori una nuova abbigliatura ad ogni settimana; il che torna a cinquantadue per anno. Grande conforto per il mezzo barone, a cui tutti facevano complimenti per il buon gusto della sua dolce ed allampanata compagna.

— Tu dunque ci lasci? — chiese la signora Vezzosi. — Così presto?

— Sì, che vuoi? Debbo andare a Parigi, per rinnovare il mio vestiario. Anzi, ho già tardato fin troppo, e corro il rischio di prendere gli avanzi. È vero che Wörth non mi tratta più come la prima venuta; — si affrettò a soggiungere la signora Margherita, con un sorrisetto di soddisfazione, a cui il naso rispose con espansione paterna. — Intanto, passerò il solito mesetto a Parigi, e poi tornerò, ma per andar subito alle acque.

— Ti dài bel tempo? — osservò gentilmente la signora Vezzosi.

— Mio Dio, sì. Non ti par giusto, dopo un inverno così noioso? È vero che tu non te ne sei avveduta. Sei rimasta così in disparte! A proposito, e perchè?

— Sai, Margherita, non si ha sempre voglia di divertirsi. Del resto, dobbiamo fuggire il mondo prima che il mondo fugga noi.

— Lo dici perchè non ne credi un ette; — replicò la signora Margherita. — Che ne dite voi, signori, di questa modestia della nostra bellissima Elena? — soggiunse, volgendosi ai due Alcibiadi. — Mostrate alle dame che l’antica galanteria non è spenta.

— Noi ascoltavamo in un religioso silenzio; — rispose Alcibiade primo. — È così dolce e così nuovo vedere una grande modestia accoppiata ad una grande bellezza!

— Ah, meno male! — esclamò la signora Margherita.

— E poi, — aggiunse Alcibiade secondo, — da lunga pezza la signora Elena lo sa, che dipende solamente da lei di farci combattere un’altra guerra per dieci anni.

— No, per carità! — gridò la signora Vezzosi. — Avrei troppa paura del cavallo di legno.

— A buon conto, ti sei quasi ecclissata, quest’inverno; — entrò a dire la signora Bertini, una brunetta bofficiona, ma non inelegante, che fino allora era stata a sentire le chiacchiere della baronessa.

— Che vuoi? — ripigliò la Vezzosi. — Parliamo sul serio. Gerardo era così cagionevole di salute! Si può dire che è stato più a letto, tra gennaio e aprile, che non per le strade. I nostri signori uomini non ci sposano forse perchè facciamo l’infermiera? — soggiunse la signora Elena, con un placido riso. — Del resto, ho fatto volentieri il sacrificio. Gerardo è così buono con me!

— Bugiarda! — pensò la Margherita. — Come se non si sapesse che ci ha avuto qui tutti i giorni il De Rossi! — Hai fatto bene; — proseguì poscia ad alta voce. — Ma speriamo che ti ricatterai della tua reclusione in estate. Dove vai quest’anno? Io andrò a Recoaro. Ci va la regina, e Recoaro sarà la great attraction della stagione.

— Ma... — fece la signora Vezzosi, tentennando la testa — Gerardo avrebbe desiderio di andare a Courmayeur. Egli soffre tanto del caldo!

— Io — disse la Bertini — andrò a Livorno. È il gran chic, e tutti mi raccontano che l’anno scorso si sono divertiti un mondo.

— Ma, signore mie... — entrò a dire uno degli Alcibiadi. — Non si direbbe, a sentirle....

— Che cosa? — domandò la signora Margherita.

— Che i medici non c’entrano più per nulla nell’ordinare le acque. Una volta si andava in un luogo piuttosto che in un altro, secondo i bisogni della salute... secondo le malattie....

— Bravo! — gridò la signora Margherita. — E voi credete alle malattie?

— Ahimè, da qualche anno! — rispose l’Alcibiade, contrito. — Io credo, per esempio, ai reumi, e vado a Casciana.

— Vi raccomando le zanzare; — disse l’altro Alcibiade. — Io andrò a Monsummano.

— A Monsummano! E perchè? Sareste sordo, per avventura? — domandò la signora Margherita, che per quel giorno dava la battuta in orchestra.

— Non come voi, baronessa; — replicò l’Alcibiade secondo, torcendo amabilmente il collo.

La signora Margherita aperse le labbra ad un sorriso e il naso ad una delle solite espansioni concomitanti.

— Questo m’ha l’aria di un complimento: — diss’ella.

— Il cavaliere Sestavalle è sempre galante; — notò cortesemente la padrona di casa.

— Vecchia scuola, signora mia, vecchia scuola! — disse l’Alcibiade, ridendo.

— È la buona; — si degnò di soggiungere la baronessa.

In quel mentre fu annunziata la visita del contino Anselmi; un capo scarico, un matto grazioso, che passava la sua vita in società come una farfalla tra i fiori, aliando un po’ a destra, un po’ a manca, seminando da per tutto il suo spirito facile e la sua filosofia leggiera; l’unica che sia sopportabile in questo mondo, già così pieno di sopraccapi, grattacapi ed altri simili rompicapi.

Ossequiata la padrona di casa, fatta riverenza alle visitatrici e stretta la mano ai due Alcibiadi, il contino Anselmi piantò la fida lente nell’occhiaia destra, il gomito sinistro sulla spalliera di un seggiolone, e così prese a parlare:

— La seduta è aperta. Anzi, lo era già e non occorre più dichiararla tale. Di che parlavano le signore? Ed è permesso ad un nuovo venuto di dire la sua?

— Prima di tutto, Anselmi, ci direte tutte le notizie della città; — rispose la signora Vezzosi.

— Volontieri, ed anche della campagna; — ripigliò l’Anselmi, inchinandosi. — Ieri un terribile uragano, non preveduto dall’uffizio meteorologico del New York Herald....

— Ma voi incominciate proprio dalla campagna; — notò ridendo la signora Elena.

— È vero; rientro subito in città. La Camera di Commercio, nella sua seduta dell’altro ieri... dovendo rispondere ad analoga domanda del signor ministro d’agricoltura, industria e commercio.... Ma che, signore mie? Non credono neanche conveniente d’interrompermi? Badino bene, io non so davvero che cosa abbia deliberato la Camera, e in un caso disperato come questo sono capace di tutto... anche d’inventare la deliberazione.

— E la domanda del ministro; — soggiunse la signora Elena.

— Si capisce. Tanto, egli non protesterà. I ministri ne firmano tante, di carte, senza pigliarsi il fastidio di leggerle!

— Insomma, voi non sapete nulla, Anselmi?

— Come voi dite, donna Elena. Sono nel caso di sant’Agostino. So questo soltanto, che non so nulla di nulla. Prego adunque le signore di riprendere la loro conversazione al punto in cui l’avevano lasciata.

— Si parlava di bagnature e d’acque termali; — disse la signora Vezzosi.

— Argomento di stagione; staremo freschi; — notò il contino Anselmi, felice d’aver colto in aria un bisticcio.

— Sicuramente, e ci contiamo su; — rispose la signora Vezzosi.

— Ah! partite anche voi, donna Elena? Ecco una notizia.

— Che non avevate voi, Anselmi! Ma già, siete così a secco, quest’oggi, che bisognerà darne a voi.

— Date sempre; i poveri vi benediranno. Io, del resto, non avendo notizie, farò i commenti su quelle degli altri. E dove andrete, se è lecito saperlo?

— Non è ancora deciso; ma credo a Courmayeur. Gerardo ne ha già parlato tre volte, citando i nomi de’ suoi amici che andranno lassù.

— Viaggio disastroso, — osservò il contino Anselmi. — Cretini in Val d’Aosta; valanghe più su; continuo pericolo di ribaltare.... Viaggio disastroso! Viaggio terribile! sconsiglierò il mio amico Gerardo.

— Farete un’opera inutile; — rispose la signora Vezzosi. — Gerardo ha cinque o sei amici che vanno a Courmayeur; tutti uomini politici....

— Ah! — esclamò Anselmi. — Non resteranno dunque tutti nella valle, i....

— Via! — interruppe la signora Vezzosi, che vedeva già tornare in ballo i cretini. — Un po’ di carità per gli uomini politici!

— Che vi seccheranno, donna Elena, ve lo prometto io, vi seccheranno.

— Ci vorrà pazienza; — replicò la signora Vezzosi, simulando un sospiro. — Gli uomini hanno tutti il loro cavalluccio di legno, come dicono gli inglesi. E chi è senza peccato scagli la prima pietra.

— Oh, la scaglio io, la scaglio io; — gridò l’Anselmi. — Degli otto peccati capitali, proprio questo mi manca.

— È curiosa, per altro; — ripigliò la signora Elena, cercando di ravviare la conversazione. — Si suol dire: tre italiani, tre opinioni diverse. Ora eccoci qui tre italiane, tre amiche, e nessuna di noi andrà dove va l’altra. Io forse a Courmayeur; Margherita a Recoaro e l’Amalia a Livorno.

Variata placent; — disse l’Alcibiade primo. — Del resto, io ne conosco due che andranno insieme, l’Altobelli e la Salieri, a Venezia.

— Le due rosse! — esclamò la baronessa.

— Sicuro, bene osservato! — entrò a dire l’Alcibiade secondo. — Una rossa di capegli e l’altra di carnagione.

— Si capisce allora perchè vadano ambedue a Venezia — notò gravemente l’Anselmi.

— Sentiamo il perchè; — disse la signora Vezzosi. — Ma vi avverto, Anselmi; non vogliamo bottate. Si tratta di due amiche. —

Il contino Anselmi chinò la testa, con aria di contrizione.

— Allora non parlo più; — diss’egli. — Se le mie oneste intenzioni sono così neramente sospettate....

— Via, lascialo dire, povero Anselmi! — mormorò la baronessa, con accento di preghiera. — Se no, è capace di morirne.

— Margherita intercede per voi; — riprese la signora Vezzosi. — Parlate, Anselmi. Se sarà troppo forte, fingeremo di non avere udito nulla.

— Di male in peggio! — gridò il contino Anselmi, con accento di comica disperazione. — E voi credete proprio, Donna Elena, che io voglia dire delle cose assai gravi? Venezia è stata famosa un tempo nell’arte per una scuola di coloristi insigni; che ci sarebbe di male se le nostre due dame più colorite andassero colà, a rinfrescare le tradizioni della scuola? Eccovi tutto quello che io ci avevo da dire.

— Proprio tutto? Nient’altro che questo? — domandò la baronessa, con aria d’incredulità, mista ad un pochino di disillusione.

— Nient’altro che questo; lo giuro ai Numi! — rispose il contino Anselmi. — Ma già, capisco; questa è la sorte che tocca a tutti gli oratori, che hanno lasciato sperar molto di sè.

— Sperare! È un po’ troppo. Noi temevamo; — osservò la signora Vezzosi.

— Risposta arguta, e m’inchino al vostro spirito, Donna Elena; — replicò il contino. — Con voi non c’è modo di collocare una malignità.

— E che dite, signor conte, della Milani, che va invece a Tabiano? — chiese a sua volta la signora Amalia Bertini.

— Che ne so io, signora? Ci andrà per dimagrare.

— E della Vernetti, che va in Engadina?

— Ma!.... Forse per ingrassare, con la cura del latte. Non credete voi che ciò le farà bene?

— Se ne vanno tutte! — esclamò Alcibiade primo. — È dunque una diserzione generale?

— È la moda, cavaliere, è la moda. Bisogna pure farsi ordinare qualche cosa dal medico, per ordinare qualche cosa alla sarta. Si va alle acque con una sola ricetta, che si dimentica magari alla prima stazione; ma con una dozzina di bauli e di casse, da disgradarne una prima attrice. Non è così, mie belle signore? Abbigliatura di mattina, abbigliatura di pomeriggio, abbigliatura di sera; cangiare tutti i giorni, ripartire quando si è veduto il fondo alle casse; ecco il modo di andare alle acque e di ritrarne vantaggio. Perdonate, signora, io scherzo. La cura si fa e riesce utilissima... a noi uomini, per cui queste cose si fanno.

— Ah, se credete che si facciano proprio per voi! — esclamò la signora Vezzosi, minacciando il contino Anselmi col suo ventaglio cinese.

— Sicuramente, dico per noi. Che volete, che sia per le amiche? Ma questo non sarebbe il modo di curarle, bensì di farle morire d’invidia. Non è vero, baronessa? Lo domando a voi, che siete annoverata meritamente tra le stelle più brillanti del nostro firmamento. —

La baronessa rispose al complimento con un risolino delle sue labbra sottili e con l’analoga espansione del vicino di sopra.

— Ma dite, e la Rivanera? — esclamò la signora Amalia. — Avevamo dimenticata la Rivanera.

— La divina Rivanera! — disse l’Anselmi, con un accento che fece alzare la testa alla signora Vezzosi.

— Parlate sul serio, Anselmi? Vi pare proprio divina?

— Signora sì, mi pare; e credo per giunta che lo sia.

— Infatti, è carina; — ripigliò la signora Vezzosi. — Una bella testa!

— Peccato che non sia un palmo più alta! — soggiunse la baronessa.

— Pazienza, Donna Margherita, pazienza! — replicò il contino Anselmi. — Non tutte hanno la vostra bella ed elegante persona. Del resto, la Rivanera non è piccola. Vi ricordate della fiera di beneficenza dell’altro anno? C’era il bilico, come all’ufficio del dazio, e il metro, come nei consigli di leva. Ci si è pesati tutti quanti e misurati, a vantaggio dei poveri. La Rivanera pesa cinquantanove chilogrammi e misura un metro e sessantadue, salvo errore, ma sempre più di quel che ci vuole per assicurare un bersagliere alla patria.

— Del resto, tanto carina! — ripetè la signora Vezzosi.

— Sì, Donna Elena, è questa l’opinione di molti.

— Tutti innamorati, s’intende; — notò la baronessa, con accento agrodolce. — Stiamo a vedere che glieli regalate tutti! Siete così maliziosi, voi altri!

— Adagio, baronessa, vi prego. Non mi fate parlare prima che io abbia aperto bocca. Volevo dire per l’appunto il contrario. La signora Camilla è Rivanera di casato, ma si potrebbe chiamare più giustamente Riva alta.

— Già, — disse la baronessa, — un metro e sessantadue, salvo errore!

— Certo, non è più alta di così; ma gli adoratori ci han fatto mala prova ugualmente. Io, per esempio, ne conosco uno che ci ha fatto un fiasco piramidale.

— Lo conoscete, Anselmi? Intimamente? — domandò la signora Vezzosi.

— Ve lo dica il sospiro che mi prorompe dall’imo petto! — rispose il contino.

— Ah, povero Anselmi! Povero Anselmi! E voi certamente vi facevate innanzi con le migliori intenzioni del mondo.

— Sfido io! Una vedova a ventitrè anni! Si va innanzi, pesciolini fidenti, sperando sempre che la bella pescatrice abbia una rete in mano e che voglia servirsene.

— L’avevate giudicata male; — replicò la signora Vezzosi. — Camilla è molto fiera. Non vuol questo, perchè è troppo ricco; non vuol quello, perchè lo è troppo meno di lei; non vuole quell’altro, perchè manca d’idealità.... È la sua frase.

— Sarei curioso di sapere in che categoria ha messo me; — disse l’Anselmi pensoso.

— Probabilmente nell’ultima; — rispose la signora Elena, dandogli gentilmente la baia. — Non ve ne siete accorto, che mancate d’idealità?

— Voi mi direte quel che vorrete, Donna Elena; ma io non andrò in collera; — disse di rimando l’Anselmi. — Vi proverò in questo modo che, se manco d’idealità, son sempre l’ideale degli uomini di buona pasta.

— Intanto che voi distillate il vostro spirito, — entrò a dire la Bertini, — noi non sappiamo dove andrà quest’anno la Rivanera. Un innamorato come voi dovrebbe pure saperlo.

— Signora mia, sono un innamorato respinto, andato a male, vi prego di rammentarlo. Che cosa volete che io sappia? Di sicuro, una dama così piena d’idealità non può andare che in un luogo molto elevato.

— Al Monte Generoso; — suggerì Alcibiade secondo.

— O sul Davalagiri; — soggiunse l’Anselmi.

— Il Davalagiri! — esclamò la baronessa. — Che stazione di bagni è questa mai?

— Non è una stazione di bagni, Donna Margherita. Non ci si fa altro che la cura dell’aria rarefatta. Il luogo è in India, sulla catena dell’Imalaia, ad ottomila metri sul livello del mare.

— Sempre lo stesso capo ameno! — disse la signora Bertini.

— Del resto, — ripigliò l’Anselmi, — la Rivanera andrà dov’è andata l’anno scorso. Qui a bu boira, dice il proverbio francese. Ed essa berrà le acque di Montecatini; o, per dire più esattamente, le berrà lo zio, presidente e gran croce. Le acque del Tettuccio sono acque eminentemente politiche, amministrative e giudiziarie, come il mal di fegato che hanno la fama di guarire. A proposito, Donna Elena, perchè non raccomanderemo le acque del Tettuccio al mio amico Gerardo?

— Per carità, non ne fate nulla. Volete mandarmi a morire dal caldo in Val di Nievole. Meglio centomila volte Courmayeur, con le valanghe, le ribaltature e i cretini, di cui mi parlavate poc’anzi. —

Il contino Anselmi stava per rispondere qualche altra spiritosità delle solite; ma gli furono mozzate le parole in bocca da un atto della baronessa, che accennava di volersene andare.

— Dunque addio, la mia bella e cara Elena; — diss’ella, abbracciando l’amica e mettendole il naso sulla guancia. — O piuttosto, a rivederci in novembre.

— E tu, bada a non dimenticarti di noi, a Parigi. Voglio sperare che, se avrai un ritaglio di tempo...

— Non dubitare, avrai mie notizie. E anch’io spero di avere le tue. —

Un nuovo bacio e sonoro chiuse il dialogo delle due svisceratissime amiche.

Anselmi aspettava la baronessa al varco.

— Donna Margherita, — le bisbigliò, inchinandosi, con aria di devozione, — e per me niente?

— No, — rispose la baronessa, — voi mancate.... d’idealità. —

L’Anselmi non si commosse punto di quella bottata.

— Diamine! — esclamò, stringendosi nelle spalle; — ve ne importa proprio, della idealità? E per che farne? —

La baronessa gli rispose con un mezzo sorriso; segno che non gradiva intieramente lo scherzo. Perciò al moto delle labbra non si accompagnò quella volta l’espansione del vicino di sopra.

Il contino Anselmo ritornò alla conversazione, molto contento di sè. Si contentava di poco, in verità. Ma la sua fama di bell’umore si rassodava sempre più, e un uomo può credere di aver tutto, quando, insieme con la gioventù, la bellezza e i quattrini, è sicuro di avere anche la gloria.

Anch’egli era sul punto di prender commiato; ma la signora Elena, nell’atto di rimettersi a sedere, e approfittando di un discorso impegnato tra la signora Bertini e i due Alcibiadi, trovò il modo di bisbigliargli, dietro la seta del suo ventaglio cinese:

— Restate, ve ne prego. —

Ad onore del contino Anselmi e della sua filosofia leggera, debbo dire che egli non insuperbì punto punto di quell’invito confidenziale. Tra lui e la signora Elena non erano mai corse parole infiammate, e nemmeno galanti, oltre il limite d’uno scherzo. Ne avrebbe dette sicuramente, se avesse potuto sperare di non dirle invano; ma, anche veduto di buon occhio dalla signora Vezzosi, il contino aveva capito che quell’occhio non toglieva ispirazione dal cuore. In genere, le dame non prendevano il contino Anselmi sul serio. Egli era diventato lo schiavo del proprio spirito, come un antico doge di Venezia della propria dignità. Era condannato ad esser leggiero e ad esser trattato come tale. Per compenso, gli erano lecite tutte le bizzarrìe possibili e tutte le scappate immaginabili. Da principio, questa condizione gli aveva dato un po’ noia, ed egli si era proposto di diventare un uomo serio e noioso come tutti gli altri; ma andate a dirla con la natura! La lingua era pronta e non sapeva stare alle mosse. Il contino Anselmi era andato avanti per la sua strada, si era adattato alle miserie della propria grandezza. Si rideva delle sue dichiarazioni, quando s’arrisicava a farne; e allora lui le voltava prontamente in celia, si ricattava con le arguzie, e aveva il gusto di sentirsi dire da tutte: che spirito, quell’Anselmi! che spirito! Aggiungete che lo cercavano da per tutto, lo volevano in ogni luogo, dame, cavalieri, ufficiali e commendatori. E questo è come dirvi che era ben veduto anche dai signori mariti.

Or dunque, vi ho narrato come l’Anselmi non insuperbisse dell’invito. Restava a lui di dare una pubblica ragione della sua persistenza a restare, anche oltre i termini d’una visita, e sopra tutto di mandar via gli altri visitatori, che, dopo l’invito della signora Elena, gli dovevano parere altrettanti importuni.

— Mi permettete. Donna Elena, di farvi la guerra? — diss’egli, dopo alcuni minuti di chiacchiere.

— La guerra a me? — esclamò la signora Vezzosi. — E in che modo?

— Ecco qua; persuaderò Gerardo a cangiare il suo itinerario. Appena torna a casa, ve lo riduco io come va. Non più Courmayeur; Montecatini, vuol essere.

— Sarebbe il caso di mandarvi via subito; — replicò la signora Vezzosi. — Ma questo non sarebbe di buona guerra, ed io voglio darvi la prova che non potete nulla su di lui.

IV.

Erano le cinque del pomeriggio, quando l’ultimo degli Alcibiadi si alzò dalla poltrona e prese commiato dalla signora Elena. In casa Vezzosi era costume di pranzare alle sei e il commendatore Gerardo soleva capitare per l’appunto all’ora di tavola. I nostri due personaggi avevano dunque un’ora di tempo, per chiacchierare a lor posta. Ma la signora Elena non aveva neanche bisogno di tanto.

Rimasto solo con lei, il contino Anselmi prese posto su d’una poltroncina accanto al sofà, si rizzò ossequiosamente sulla vita, allungò il collo verso di lei e le disse:

— Donna Elena, eccomi qua. Che comandi avete da darmi?

— Nessun comando; — rispose la signora Vezzosi. — Mettete che io v’abbia trattenuto per farvi far penitenza di tante chiacchiere e di tante mormorazioni. —

L’Anselmi fece una mossa che voleva dire: non ne credo una maledetta. Ma intanto rispondeva, con la solita galanteria:

— Dolce penitenza ad un grosso peccato. Vi avverto, Donna Elena, che peccherò molto e spesso. —

Credete, lettori, che si sdrucciolasse finalmente nel tenero? Disingannatevi; quella era galanteria dozzinale, semplice maniera di discorrere. Del resto, la signora Elena non fece caso del complimento, e rannicchiatasi contro la spalliera del sofà, mentre aveva l’aria di guardare le figurine del suo ventaglio cinese, così disse brevemente all’Anselmi:

— Conoscete Aldo De Rossi?

Il contino trasse indietro il collo, anzi il busto senz’altro, e guardò trasognato la sua bella vicina.

— Donna Elena, — le disse, dopo un istante di pausa, — voi mi parlate ora come parlò un giorno Domineddio al Diavolo, «Conosci tu il mio servo Giobbe?» Sì, signora, vi risponderò io, lo conosco. E voi?

— Finiamola, con le vostre scioccherie! — replicò ella stizzita.

— Ma, signora... — ribattè l’implacabile Anselmi. — Non lo avete indovinato? Gli è per buscarmi da voi un’altra penitenza.

— Voi sapete pure che non c’è nulla di nulla; — continuò la signora Vezzosi, senza por mente alla risposta.

— Che fretta, Donna Elena, che fretta! Io non avevo ancora toccato il tasto delicato.

— Perciò bisognava fermarvi al primo cenno, al primo sospetto di un vostro giudizio temerario. Con voi è necessario difendersi prima di essere attaccati, e mettere a dirittura i puntini sugli i. Di grazia, Anselmi, se ci fosse qualche cosa, vi avrei io trattenuto qua, per parlarvi di lui?

— Eh! — rispose il contino, crollando la testa. — Potrebbe anche essere una finezza di seconda intenzione. Ci sono delle donne così astute! Del resto, non negherete che Aldo vi fa la corte.

— A me?

— Sì, una corte spietata. È sempre qui, e mi meraviglio che non ci sia stato anche oggi. Infine, non va a vedere le altre dame della città così spesso come viene da voi.

— Apparenze! — rispose la signora Vezzosi. — Le apparenze ingannano. —

E perchè il contino Anselmi seguitava a tentennare il capo, la signora Elena aggiunse:

— Non mi credete? Vi dò la mia parola di onore.

— Quand’è così, — disse l’Anselmi, «lasciando l’atto di cotanto uffizio,» — non oso più contraddirvi. La vostra parola d’onore mi rende l’uomo più serio della cristianità. Parlate, signora.